AFORISMI, NOVELLE E PROFEZIE, di Leonardo da Vinci - pagina 2
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Acquista cosa nella tua gioventù che ristori il danno della tua vecchiezza.
E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.
La pazienza fa contra alle ingiurie non altrementi che si faccino i panni contro del freddo; imperò che se ti multiplicherai di panni secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà; similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie offendere non ti potranno la tua mente.
Quando io crederò imparare a vivere, e io imparerò a morire.
Aristotile nel terzo dell'Etica: l'uomo è degno di lode e di vituperio solo in quelle cose che sono in sua potestà di fare e di non fare.
Quando Fortuna vin, prendila [a] man salva, dinanti dico, perché direto è calva..
Si come il ferro s'arrugginisce sanza esercizio, e l'acqua si putrefà o nel freddo s'addiaccia, così lo 'ngegno sanza esercizio si guasta.
Mal fai se laldi, e pegio istu riprendi la cosa, quando bene tu no la 'ntendi.
Beata è quella possessione, che vist'è da l'occhio del padrone.
Amor ogni cosa vince.
Questo per isperienza è provato, che chi non si fida mai sarà ingannato.
Non mi sazio di servire.
Ostinato rigore.
Destinato rigore.
Ogni impedimento è distrutto dal rigore.
Chi vol essere ricco in un dì è impiccato in un anno.
Orazio: Iddio ci vende tutti li beni per prezzo di fatica.
Il foco è da esser messo per consumatore d'ogni sofistico e scopritore e dimostratore di verità, perché lui è luce, scacciatore delle tenebre occultatrici d'ogni essenzia.
La verità al fine non si cela; non val simulazione.
Simulazion è frustrata avanti a tanto giudice.
L'omo ha desiderio d'intendere se la femmina è cedibile alla dimandata lussuria, e intendendo di sì e come ell'ha desiderio dell'omo, elli la richiede e mette in opera il suo desiderio, e intender nol pò se non confessa, e confessando fotte.
Salvatico è quel che si salva.
Da Cornelio Celso.
Il sommo bene è la sapienza, il sommo male è il dolore del corpo.
Imperochè essendo noi composti di due cose, cioè d'anima e di corpo, delle quali la prima è migliore, la peggiore è il corpo, la sapienzia è della miglior parte, il sommo male è della peggior parte e pessima.
Ottima cosa è nell'animo la sapienza.
Così è pessima cosa nel corpo il dolore.
Adunque siccome il sommo male è 'l corporal dolore, così la sapienza è dell'animo il sommo bene, cioè de l'om saggio, e niuna altra cosa è da a questa comparare.
La stoltizia è scudo della vergognia, come la improntitudine della povertà.
Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire.
L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene.
Così il tempo presente.
La vita bene spesa lunga è.
Lo corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo cielo è sottoposto allo spirito.
Discernere, giudicare, consigliare sono atti umani.
Un vaso rotto crudo si può riformare, ma il cotto no.
Molte volte una medesima cosa è tirata da due violenzie, cioè necessità e potenzia: l'acqua piove, la terra la sorbisce per necessità d'omore, el sole l'asciuga non per necessità ma per potenzia.
L'anima mai si può corrompe[re] nella curuzzion del corpo, ma sta nel corpo a similitudine del vento ch'è causa del sono de l'organo, che guastandosi una cana no' resultava per quella, del vento buono effetto.
E questo omo ha una somma pazzia, cioè che sempre stenta per non istentare, e la vita se li fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica acquistati.
La natura pare qui in molti o di molti animali stata più presto crudele matrigna che madre, e d'alcuni non matrigna, ma piatosa madre.
Io t'ubbidisco, Signore, prima per l'amore che ragionevolmente portare ti debbo, secondaria ché tu sai abbreviare o prolungare le vite a li omini.
Ecco alcuni che non altramente che transito di cibo, e aumentatori di sterco e riempitori di destri chiamarsi debono, perché per loro non altro nel mondo apare, alcuna virtù in opera si mette, perché di loro altro che pieni destri non resta.
Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro.
Tanto è a dire ben d'un tristo, quanto a dire mal d'un bono.
La memoria dei beni fatti, appresso l'ingratitudine, è fragile.
Reprendi l'amico tuo in segreto e laldalo in paleso.
Non esser bugiardo del preterito.
Chi teme i pericoli non perisce per quegli.
Lussuria è causa della generazione.
Gola è mantenimento della vita.
Paura over timore è prolungamento di vita.
Dolor è salvamento dello strumento.
Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, salvo che 'l sommo danno, cioè la morte che uccide essa ricordazione insieme colla vita.
Nessuna cosa è da temere quanto la sozza fama.
Questa sozza fama è nata da' vizi.
Il voto nasce quando la speranza more.
La 'nvidia offendo con la finta infamia, cioè col detrarre, la qual cosa spaventa la vertù.
La fama vola e si leva al cielo, perché le cose vertudiose sono amiche a Dio.
La infamia sottosopra figurare si debbe, perché tutte le sue operazioni sono contrarie a Dio e inverso l'ìnferi si dirizzano.
Facciàno nostra vita coll'altrui morte.
Ogni cosa per distirpare il tristo.
Ogni torto si dirizza.
Cogli la gremigna perchè le bon'erbe crescino.
Tal fia il getto qual fia la stampa.
Di lieve cosa nascesi gran ruina.
Costanzia: non chi comincia, ma quel che persevera.
Al cimento si conosce il vero oro.
L'acqua che trabocca sopra i sua ripari, quegli discalza e ruina dalla opposita parte.
Dimanda consiglio a chi ben si corregge.
Giustizia vol potenzia, intelligenzia e volontà, e si assomiglia a're delle ave .
Chi non punisce il male, comanda che si facci.
Chi piglia la biscia per la coda, quella poi lo morde.
Chi cava la fossa, questa gli ruina addosso.
Chi scalza il muro, quello gli cade addosso.
Chi taglia la pianta, quella si vendica con la sua ruina.
Al traditore la morte è vita, perché se usa lialtà non gli è creduta.
Non si po' aver ragione né minor signoria che quella di se medesimo.
Più facilmente si contasta al principio che alla fine.
Nessun consiglio è più leale che quello che si dà dalle navi che sono in pericolo.
Aspetti danno quel che si regge per giovane in consiglio.
Chi poco pensa molto erra.
Chi non raffrena la volontà colle bestie s'accompagni.
Chi non stima la vita, non la merita.
Sicome il mangiare sanza voglia fia dannoso alla salute, così lo studio sanza desiderio guasta la memoria, e no' ritiene cosa ch'ella pigli.
Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere.
La virtù è vero nostro bene ed è vero premio del suo possessore: lei non si può perdere, lei non ci abbandona, se prima la vita non ci lascia.
Le robe e le esterne devizie sempre le tieni con timore, ispesso lasciano con iscorno e sbeffato il loro possessore, perdendo lor possessione.
Tal'è 'l mal che non mi noce, quale il bene che non mi giova: li giunchi che ritengono le pagliucole che l'anniegano.
Chi altri offende, sé non sicura.
La verità sola fu figliola del tempo.
La paura nasce più tosto che altra cosa.
L'uomo ha grande discorso del quale la più parte è vano e falso, li animali l'hanno piccolo ma è utile e vero; e meglio è la piccola certezza che la gran bugia.
Sempre le parole che non saddisfanno all'orecchio dello alditore li danno tedio over rincrescimento; e l'segno di ciò vedrai spesse volte tali ulditori essere copiosi di sbavigli.
Adunque tu che parli dinanti a omini di cui tu cerchi benivolenzia, quando tu vedi tali prodigi di rincrescimento, abrevia il tuo parlare o tu muta ragionamento; e se tu altrementi farai, allora i' loco della desiderata grazia, tu acquisterai odio e nimicizia.
E se vòi vedere di quel che un si diletta, senza udirlo parlare, parla con lui mutando diversi ragionamenti; e quel dove tu lo vedi stare intento, sanza sbavigliamenti o storcimenti di ciglia o altre varie azione, sia certo che quella cosa di che si parla è quella di che lui si diletta, ecc.
Per lo spino, insiditoli sopra boni frutti, significa quello che per sé non era disposto a virtù, ma mediante l'aiuto del precettore dà di sé utilissime virtù.
Non si debba desiderare lo impossibile.
NOVELLE
[ La Penitenza dell'acqua ]
Trovandosi l'acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di montare sopra l'aria, e confortata dal foco elemento, elevatosi in sottile vapore, quasi parea della sittiglieza dell'aria, e , montato in alto, giunse infra l'aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata dal foco.
E piccoli granicoli, sendo restretti, già s'uniscano e fannosi pesanti, ove cadendo la super[bia ] si converte in fuga, e cade del cielo; onde poi fu beuta dalla secca terra, dove, lungo tempo incarcerata, fè penitenzia del suo peccato.
[ La fiamma e la candela ]
Il lume, o foco incordo sopra la candela, quella consumando se consuma.
[ La vendetta del vino ]
Il vino consumato dallo imbriaco.
Esso vino col bevitore si vendica.
[L'inchiostro e la carta ]
L'inchiostro displezzato per la sua nerezza dalla bianchezza della carta, la quale da quello si vide imbrattare.
Vedendosi la carta tutta macchiata dalla oscura negrezza dell'inchiostro, di quello si dole; el quale mostra a essa che per le parole, ch'esso sopra lei compone, essere cagione della conservazione di quella.
[Il fuoco e l'acqua ]
Il foco contende l'acqua posta nel laveggio, dicendo che l'acqua no merita star sopra il foco, re delli elemente, e così vo' per forza di bollore cacciare l'acqua del laveggio; onde quella per farli onore d'ubbidienzia discende in basso e anniega il foco.
[ Lo specchio e la regina]
Lo specchio si groria forte tenendo dentro a sé specchiata la regina e, partita quella, lo specchio riman vile.
[Il ferro e la lima ]
Il pesante ferro si reduce in tanta sottilità mediante la lima, che piccolo vento poi lo porta via.
[La pianta, il palo e i pruni ]
La pianta si dole del palo secco e vecchio, che se l'era posto allato, e de' pruni secchi che lo circundano: l'un lo mantiene diritto, l'altro lo guarda dalle triste compagnie.
[ Il ligustro e il merlo]
I' rovistrice, sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso rammarichio inverso essa merla, pregando quella che poi che lei li toglieva e sua diletti frutti, il meno nolle privassi de le foglie, le quali lo difendevano dai cocenti razzi del sole, e che coll'acute unghie non iscorticasse [e] desvestissi della sua tenera pella.
A la quale la merla con villane rampogne rispose: "O taci, salvatico sterpo.
Non sai che la natura t'ha fatti produrre questi frutti per mio notrimento? Non vedi che se' al mondo di tale cibo? Non sai, villano, che tu sarai innella prossima invernata notrimento e cibo del foco?" Le quali parole ascoltate dall'albero pazientemente non sanza lacrime, infra poco tempo il merlo preso dalla ragna e colti de' rami per fare gabbia per incarcerare esso merlo, toccò, infra l'altri rami, al sottile rovistrico a fare le vimini della gabbia, le quali vedendo esser causa della persa libertà del merlo, rallegratosi, mosse tale parole: "O merlo, i' son qui non ancora consumata, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che tu me brusiata.
[L'alloro, il mirto, il pero ]
Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono:"O pero, ove vai tu? Ov'è la superbia che avevi quando avevi i tua maturi frutti? Ora non ci farai ombra colle tue folte chiome".
Allora il pero rispose:" Io ne vo coll'agricola che mi taglia, e mi porterà alla bottega d'ottimo sculture, il quale mi farà con su' arte pigliare la forma di Giove iddio, e sarò dedicato nel tempio, e dagli omini adorato invece di Giove, e tu ti metti in punto a rimanere ispesso storpiata e pelata de' tua rami, i quali mi fieno da li omini per onorarmi posti d'intorno".
[ Il castagno e il fico]
Vedendo il castagno l'uomo sopra il fico, il quale piegava inverso sé i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti, e quali metteva nell'aperta bocca disfacendoli e disertandoli coi duri denti, crollando i lunghi rami e con temultevole mormorio disse:" O fico, quanto se' tu men di me obrigato alla natura! Vedi come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle, e non contentandosi di tanto beneficarmi, ch'ell'ha fatto loro la forte abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell'homo non mi possino nuocere".
Allora il fico cominciò insieme co' sua figlioli a ridere, e ferme le risa, disse:" Conosci l'omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, tratti infra i tua rami, farti povero de' tua frutti, e quelli caduti, peste co' piedi e co' sassi, in modo ch'e frutti tua escino stracciati e storpiati fora dell'armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non come te da bastoni e da sassi".
[La farfalla e la fiamma della candela ]
Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere comodamente volare per l'aria, vinto dalla dilettevole fiamma della candela, diliberò volare in quella; e 'l suo giocondo movimento fu cagione di subita tristizia; imperò che 'n detto lume si consumorono le sottile ali, e 'l parpaglione misero, caduto tutto brusato a piè del candellieri, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lagrime dai bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse:" O falsa luce, quanti come me debbi tu avere, ne' passati tempi, avere miserabilmente ingannati.
O si pure volevo vedere la luce, non dovev'io conoscere il sole dal falso lume dello spurco sevo?"
[ La noce e il campanile]
Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale suo becco, pregò esso muro, per quella grazia che Dio li aveva dato dell'essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di tanto onorevole sono, che la dovessi soccorrere; perché, poi che le non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e essere nella grassa terra, ricoperta dalle sue cadenti foglie, che non la volessi lui abbandonare: imperò ch'ella trovandosi nel fiero becco della cornacchia, ch'ella si botò, che, scampando da essa, voleva finire la vita sua 'n un picciolo buso.
Alle quali parole, il muro, mosso a compassione, fu contento ricettarla nel loco ov'era caduta.
E infra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami fori della sua caverna; e quegli in brieve levati sopra lo edifizio e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri e cacciare le antiche pietre de' loro vecchi lochi.
Allora il muro tardi e indarno pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte delle sua membre.
[ La scimmia e l'uccellino]
Trovando la scimia un nidio di piccioli uccelli, tutta allegra appressatasi a quelli, e quali essendo già da volare, ne potè solo pigliare il minore.
Essendo piena di allegrezza, con esso in mano se n'andò al suo ricetto; e cominciato a considerare questo uccelletto, lo cominciò a baciare; e per lo isvecerato amore, tanto lo baciò e rivolse e strinse ch'ella gli tolse la vita.
È detta per quelli che, per non gastigare i figlioli, capitano male.
[ Il salice, la gazza e i semi della zucca]
Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere i sua sottili rami fare ovver condurre alla desiderata grandezza e dirizzarsi al cielo - per cagione della vite e di qualunche pianta li era visina, sempre elli era storpiato e diramato e guasto - e raccolti in sé tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla immaginazione; e stando in continua cogitazione, e ricercando con quella l'universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si potessi, che non avessi bisogni dell'aiuto de' sua legami; e stando alquanto in questa notritiva immaginazione, con subito assalimento li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande allegrezza, paren[do]li avere trovato compagnia al suo disiato proposito - imperò che quella è più atta a legare altri che essere legata - e fatta tal deliberazione, rizzò i sua rami in[v]erso il cielo; attendea spettare qualche amichevole uccello, che li fussi a tal disiderio mezzano.
In fra' quali, veduta a sé vicina la sgazza, disse inver di quella: "O gentile uccello, per quello soccorso, che a questi giorni, da mattina, in e mia rami trovasti, quando l'affamato falcone crudele e rapace te voleva divorare; e per quelli riposi che sopra me ispesso hai usato, quando l'alie tue a te riposo chiedeano; e per quelli piaceri che, infra detti mia rami, scherzando colle tue compagne ne' tua amori, già hai usato, io ti priego che tu truovi la zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di' a quelle che, nate ch'elle fieno, ch'io le tratterò non altrementi che se del mio corpo generate l'avessi e similmente usa tutte quelle parole che di simile intenzione persuasive sieno, benché a te, maestra de' linguaggi, insegnare non bisogna.
E se questo farai, io sono contenta di ricevere il tuo nidio sopra il nascimento de' mia rami, insieme colla tua famiglia, senza pagamento d'alcun fitto."
Allora la sgazza fatto e fermi alquanti capitoli di novo col salice, e massimo che bissie o faine sopra sé mai non accettassi, alzato la coda e bassato la testa e gittatasi del ramo, rendé il suo peso all'ali, e quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, e con bel saluto e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze.
E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto co' piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerch[i]o a esso, essi grani piantò.
Le quali in brieve tempo crescendo, cominciò collo accrescimento e aprimento de' sua rami a occupare tutti i rami del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e del cielo.
E, non bastando tanto male, seguendo le zucche, cominciò, per disconcio peso, a tirare le cime de' teneri rami inver la terra, con istrane torture e disagio di quelli.
Allora scotendosi e indarno crollandosi, per fare da sé esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni in simile inganno, perché la bona e forte collegazione tal pensieri negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello soffiò forte.
Allora s'aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due parti insino alle sue radice, e caduto in due parti, indarno pianse sé medesimo, e conobbe chi era nato per non aver mai bene.
[La fiamma e la candela ]
Le fiamme, già uno me[se] durato nella fornace de' bicchieri e veduto a sé avvicinarsi una candela 'n un bello e lustrante candeliere, con gran desiderio si forzavano accostarsi a quella.
Infra le quali una la[s]ciato il suo naturale corso e tiratasi d'entro a uno voto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l'opposito, fori d'una piccola fessura, alla candela che vicina l'era, si gittò, e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita, indarno tentò tornare alla fornace, donde partita s'era, perché fu costretta morire e mancare insieme colla candela; onde al fine col pianto e pentimento in fastidioso fumo si convertì, lascian[do] tutte le sorelle in isplendevole e lunga vita e bellezza.
[ Il vino e i maomettani]
Trovandosi il vino, divino licore dell'uva, in una aurea e ricca tazza, e sopra la tavole di Maumetto, e montato in groria di tanto onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a sé medesimo: "Che fo io? Di che mi rallegro io? Non m'avvedo esser vicino alla mia morte e lasciare l'aurea abitazione della tazza, e entrare innelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E non bastando tanto male, ch'io ancora debba sì lungamente diacere in e brutti ricettacoli coll'altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane interiora?" Gridò inverso al cielo, chiedendo vendetta di tanto danno, e che si ponessi ormai fine a tanto dispregio, che poiché quello paese producea le più belle e migliore uve di tutto l'altro mondo, che il meno esse non fussino in vino condotte.
Allora Giove fece che il beuto vino da Maumetto elevò l'anima sua inverso il celabro e quello in modo contaminò, che lo fece matto, e partorì tanti errori, che, tornato in sé, fece legge che nessuno asiatico beessi vino.
E fu lasciato poi libere le viti co' sua frutti.
[Il topo e la donnola]
Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione, dalla donnola, la quale con continua vigilanza attendea alla sua disfazione, e per uno piccolo spiraculo ragguardava il suo gran periculo.
Infrattanto venne la gatta e subito prese essa donnola, e immediate l'ebbe divorata.
Allora il ratto, fatto sagrificio a Giove d'alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deietà; e uscito fori dalla sua busa a possedere la già persa libertà, de la quale subito, insieme colla vita, fu dalle feroci unglia e denti della gatta privato.
[ Il cedro superbo]
Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante che li son d'intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo interrotto, lo gittò per terra diradicato.
[ La formica e il seme di miglio]
La formica trovato uno grano di miglio, il grano sentendosi preso da quella gridò:" Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi".
E così fu fatto.
[Il ragno e il grappolo d'uva]
Trovato il ragno uno grappolo d'uve, il quale per la sua dolcezza era molto visitato da ave e diverse qualità di mosche, li parve aver trovato loco molto comodo al suo inganno.
E calatosi giù per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de' grani dell'uve, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non si guardavano.
E passati alquanti giorni, il vendemmiatore còlta essa uva e messa coll'altre, insieme con quelle fu pigiato.
E così l'uva fu laccio e 'nganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche.
[ La vitalba scontenta]
La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare co' sua rami la comune strada e appiccarsi all'opposita siepe; onde da' viandanti poi fu rotta.
[L'asino e il ghiaccio]
Addormentatosi l'asino sopra il diaccio d'un profondo lago, il suo calore dissolvé esso diaccio, e l'asino sott'acqua, a mal suo danno, si destò, e subito annegò.
[La neve umile ]
Trovandosi alquanta poca neve appiccata alla sommità d'un sasso, il quale era collocato sopra la strema altezza d'una altissima montagna, e raccolto in sé la maginazione, cominciò con quella a considerare, e infra sé dire: "Or non son io da essere giudicata altera e superba, avere me, piccola drama di neve, posto in sì alto loco, e sopportare che tanta quantità di neve quanto di qui per me essere veduta pò, stia più bassa di me? Certo la mia poca quantità non merta quest'altezza, ché bene posso, per testimonianza della mia piccola figura, conoscere quello che 'l sole fece ieri alle mia compagne, le quali in poche ore dal sole furono disfatte; e questo intervenne per essersi poste più in alto che a loro non si richiedea.
Io voglio fuggire l'ira del sole, e abbassarmi, e trovare loco conveniente alla mia parva quantità."
E gittatasi in basso, e cominciata a discendere, rotando dall'alte spiagge su per l'altra neve, quando più cercò loco basso, più crebbe sua qu
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