APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 16
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Tuttavia questo sospetto aveva gittato un'improvvisa luce sullo strano cambiamento di Filippo in quegli ultimi tempi, e sotto questa luce odiosa, perdurante, il pensiero del Baldía frugò e vide man mano il sospetto concretarsi in mostruosa realtà.
Filippo stesso, di giorno in giorno gliene dava prove vieppiú irrefragabili.
L'ultima fu la piú dolorosa per Paolo: il Venzi s'allontanò da lui; giunse finanche a fingere di non accorgersi di lui, per non salutarlo.
Non mancava oramai a Paolo che un'aperta confessione, e volle procacciarsela, volle a ogni costo venir con lui a una franca spiegazione.
Gliene nacque l'idea vedendo in un pomeriggio, mentr'egli si ritirava a casa, il Venzi passare in fretta per via Venti Settembre.
Gli andò incontro risolutamente e lo scosse per le braccia:
- Insomma, posso sapere che hai con me? che t'ho fatto?
- Ti preme molto di saperlo? - gli rispose Filippo, impallidendo.
- Mi preme, si sa! - incalzò Paolo - per ispiegarmi questo tuo modo d'agire.
Mi preme per la nostra antica amicizia!
- Dolcissima parola!...
- sghignò Filippo.
- Dunque non te ne sei accorto? Vuol dire che il serpe non si è ancor bene scaldato...
- Di che serpe parli?
- Ma sai, di quel famoso della favola raccolto un giorno di neve dal pietoso contadino...
Paolo trascinò a viva forza Filippo in casa sua.
Lí, nello studiolo chiuso a chiave, quasi al bujo, s'ebbe la confessione.
Dapprima il Venzi si rifiutò, trincerandosi dietro la consueta dicacità quasi brutale.
- Son geloso di te! - scattò sú finalmente a dirgli.
-Vuoi intenderla?
- Di me?
- Sí, sí.
Non ti sei ancora innamorato?
- Di chi? Sei pazzo?
- Di Pia Tolosani!
- Sei pazzo? - ripeté Paolo sbalordito.
- Pazzo, sí pazzo! Ma intendimi, compatiscimi, Paolo! - riprese Filippo in un altro tono di voce, quasi piangente.
E gli parlò a lungo del suo primo amore per Pia Tolosani, rimasto ignorato, poi del suo matrimonio e delle delusioni seguite, del vuoto intorno a lui, della tremenda noja agitata da mille continue smanie, le quali man mano s'erano definite, concretate nel nuovo disperato amore per Pia Tolosani.
Ed ella invece in alto, sempre piú in alto! Ella è l'intatta e l'intangibile! Rimane, capisci, agli occhi nostri come l'ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato sfuggire! E ciò appunto ella vuoi dimostrarci, prendendosi tanta cura delle nostre mogli! È questa è la sua vendetta! Líberati da lei, da' ascolto a me! Líberati da lei! O da qui a un anno, anche tu te ne innamorerai, senza fallo...
già lo vedo...
come me, guarda! come me...
Paolo compianse internamente l'amico, senza trovare una parola da dirgli.
S'udirono in quella pel corridojo le voci di Elena e Pia Tolosani, che rientravano insieme da una passeggiata.
Filippo scattò in piedi.
- Lasciami andare! Che non la veda...
che non la veda...
Paolo l'accompagnò fino alla porta, e quando si richiuse molto turbato nel suo studiolo, udí nettamente attraverso la parete, la voce di Pia, che nella stanza attigua diceva alla moglie:
- No, no, mia cara! Spesso il torto è tutto tuo, tu già ne convieni...
Sei un po' troppo dura con lui! E non bisogna esser cosí...
I GALLETTI DEL BOTTAJO
Struggevasi la moglie del bottajo Màrchica dal desiderio di desinare una volta sola almeno, nelle feste, in compagnia del marito, il quale ogni anno, il primo dí e a Carnevale, a Pasqua, a Natale, era solito di raccogliere intorno alla sua tavola parenti e amici con vivo rincrescimento della moglie, anzi a suo marcio dispetto.
Aveva la buona donna quest'anno, per Natale, allevati due bei galletti; e mostrandoli al marito, la vigilia, disse:
- Guarda che bei galletti! Se mi dai parola, che domani non inviterai nessuno a desinar con noi, io stirerò loro il collo, e vedrai come son brava in arte magirica! Avrai un manicaretto da re.
Il bottajo promise; e la moglie tutta contenta.
Venne la dimane, e il bottajo, vestito da festa, salutò la moglie prima d'andare a messa.
- No, marito mio; abbi pazienza: tu oggi non uscirai di casa.
Son sicura, che se affacci il naso alla porta, mi tiri in casa qualcuno.
Di messa, te ne basta una, quella di questa notte.
- Ma io ti prometto...
- Non sento promesse! Qua, a me, il berretto; oggi starà sotto chiave.
Il bottajo sospirò, e diede alla moglie il berretto.
Seduto nella cucinetta, e rimirando la moglie piú vispa del solito, accesa in volto dal calore del fuoco sotto la pentola, stretta la vitina da una veste nuova, a fiorami, protetta dal mantile, egli pensava: "Ha ben ragione, la poverina! È cosí dolce star soli insieme, nell'intimità, senza visi estranei a tavola, che ti tengan sospeso, non abbia tu bene soddisfatti i loro gusti...
È tanto carina mia moglie! Par ch'io me n'accorga soltanto oggi per la prima volta! E in fin dei conti, che chiede ella? Ha piacere di restar sola meco, di godersi la festa soltanto in mia compagnia...
Oh, cara, cara!"
E internamente si riprometteva di mai piú per l'avvenire fare scontenta la moglie con l'invitar nelle feste parenti o amici.
Ma il diavolo, anche quella volta, volle metterci la coda.
La donna, nel comprar tutto l'occorrente pel manicaretto, la vigilia, s'era dimenticato il prezzemolo: due centesimi di prezzemolo.
- Ah, marito mio! e come si fa?
- Da' a me; vo a comprartelo io.
- No, tu no! Tu oggi non esci di casa, ti ripeto.
- Eh via, sciocchina! Credi che...
L'erbaiola è qui, a due passi...
- Inutile! Non sento ragioni...
- E allora, vacci tu.
- Io non posso, capisci? Come lasciare? Dio mio! Senti; io sto qui sulla porta a guardarti; andrai senza berretto, lí di faccia: due centesimi di prezzemolo.
- Un lampo, lascia fare! Vo e torno.
- Bada!
- Non dubitare...
Ma appena a cinque passi dalla soglia, pàffete! il vecchio curato del villaggio vicino, dove il bottajo Màrchica aveva dimorato tre anni.
- Oh, signor curato! Beati gli occhi che la vedono! E come va? Da queste parti?
- Affarucci, affarucci, - rispose il vecchio curato sorridendo, con gli occhi che gli scomparivano tra le rughe.
- Evviva veramente! Come va? Come va? Che si dice a Montedoro?
- Eh! Che s'ha da dire? Tanto bene, figlio mio.
Il mondo è vecchio...
E il buon curato si fregava le mani secche, tremanti, fatte davvero per regger l'Ostia soltanto.
- Lei, lo vedo, - rispose il bottajo; - sempre in salute, Dio la benedica! Oh, anch'io, sí; ringraziamo Iddio! E lavoro, non me ne manca...
Sissignore...
Vo a comprar due centesimi di prezzemolo per mia moglie...
Anche lei, benone! E si ricorda sempre del suo vecchio curato, sa? "Quel buon curato!" mi dice sempre.
Mia moglie, chiesa e casa - già lei lo sa.
Oggi mi prepara un pranzettino proprio coi fiocchi e, a tavola, noi due soli - io, qua, lei, là!...
Ma...
e dove desina lei oggi, signor curato? Certo mia moglie avrà tanto piacere di rivederla...
Mi vuol fare un favore? Non mi dica di no.
- Pronto, figlio mio, se posso...
- Deve desinar con noi oggi, pel Santo Natale...
- Non posso, figlio mio...
- Come, non può? Sdegna la casa dei poveri! Lo so, cose da poverelli...
due galletti, e lí...
- Non è per questo, figlio mio; tu mi conosci.
Devo ripartire a momenti.
- Ripartirà piú tardi!
- L'asinello m'aspetta al fondaco...
- Lo lasci aspettare; si riposerà meglio...
Non lo lascio partire, ecco! Mi deve fare questo favore.
Sí?
- Giacché lo vuoi per forza...
Tante grazie, figlio mio...
- Grazie a lei, signor curato, dell'onore...
Entri, entri in casa...
Guardi: quella porta lí di faccia...
C'è mia moglie, guardi, sulla soglia...
Io vo e torno: due centesimi di prezzemolo...
Il vecchio curato sorrise, guardando la moglie del bottajo, e la salutò con la mano, avvicinandosi alla porta.
- Me l'ha fatta! Me l'ha fatta! - si diceva intanto la donna tra i denti, stringendo i pugni e rodendosi dentro dalla rabbia.
- Oh, ma l'hai da far con me, adesso! Vedrai.
- Come sta, come sta, signor curato? Quanto onore...
Quanto piacere...
- Vostro marito ha voluto per forza cosí...
Non mi son potuto rifiutare...
- Ah, padre mio! - sospirò la moglie del bottajo, atteggiando di grave mestizia il volto.
- Che avete, figliuola mia? - domandò il curato sorpreso.
- Le dirò, le dirò, signor curato...
Aspetti un momento.
Entrò il bottajo, sorridente, col prezzemolo.
- Ecco il prezzemolo! Vedi, moglie mia? Il tuo buon curato! Chi poteva aspettarselo? Ed ha avuto tanta degnazione d'accettare il nostro umile invito...
Già gliel'ho detto: cose da poverelli...
Ma che fa, è vero? supplisce il buon cuore...
- Certo, certo...
- Sa, signor curato? Mia moglie mi aveva detto: oggi, nessun invitato...
E io, difatti...
Ma poi ho visto lei, e per lei son sicuro che...
È vero, moglie mia?
- Senza dubbio, senza dubbio, rispose la moglie con le labbra strette.
- Piuttosto, ora che ci penso...
e il vino? Mi son dimenticata anche del vino...
Guarda, che testa.
Farai un'altra corsa tu, è vero, marito mio? Abbi pazienza...
- Ma certo, subito! Dammi il berretto, dammi.
- Ecco il berretto.
Una corsa, mi raccomando!
- Non dubitare.
Appena uscito il marito, disse la donna al curato:
- Ah, padre mio! Fortuna che s'è lasciato indurre ad andar pel vino!
- Perché, perché, figliuola mia?
- Ah, se sapesse, signor curato! Vino in casa ce n'avevo d'avanzo; ho detto di non averne per carità cristiana...
- Come!
- Per salvar lei, padre mio!
- Me?
- Sissignore! Non sa dunque nulla? Non sa che mio marito...
E fece un gesto espressivo con la mano.
Il povero curato fece, alla sua volta, una faccia lunga due palmi:
- Matto, dite? Matto? Come mai! Povero ragazzo! - e batté una mano con l'altra.
- E come mai!
- Sissignore! Sissignore! - incalzò la donna.
- Io non ho piú lacrime da piangere in segreto, padre mio! (e intanto piangeva).
Quante lacrime, quest'occhi! E se sapesse che sorta di pazzia gli è venuta! Non può veder gli occhi della gente, che subito gli vien voglia di strapparli...
sissignore!
- Gesú, che guajo! Gesú, che guajo! - nicchiava con la lingua inaridita il povero curato.
- Ah, padre mio! Io parlo per suo bene...
S'immagini che onore per me, che piacere averla a tavola, oggi...
Guardi: prenda i due galletti, uno almeno, non me lo rifiuti! Glieli avvolgo in un giornale, va bene? E se li porterà con sé.
Ma non rimanga, per carità, se ha cara la vista, a desinar con noi! Sa, il povero pazzo? Invita la gente in casa, poi mette le spranghe alla porta e, a fin di tavola, vuole strappar gli occhi agl'invitati...
Se vedesse, ogni volta, che lotta disperata! Adesso in paese si sa di questa pazzia, e nessuno piú accetta inviti da lui.
Il buon curato non pigliava quasi piú fiato dalla paura e balbettava:
- ...
E non m'era parso! Non m'era parso!
Quando la donna terminò di parlare, egli, non ostante la grave età, balzò da sedere e, ravvoltosi nel tabarro, calcatosi sulla fronte il cappello:
- Grazie, figliuola mia, grazie! - disse.
- Lasciatemene andar via subito...
Grazie, veramente...
Vi devo la vita...
- Prenda i galletti, mi faccia il favore!
- No, niente! Che galletti, cara figliuola! Oh, povero ragazzo! Il Signore v'assista, povera figliuola! Addio, addio...
e grazie di nuovo...
La donna lo lasciò partire.
- Oh, e questo è fatto! esclamò.
Si recò in cucina, trasse dalla pentola i due galletti, e li nascose.
- Adesso a noi, signor marito!
Il bottajo rincasò con un buon fiasco di vino, tutto ansante, trafelato.
Trovò la moglie, in cucina, in pianto dirotto, coi capelli disfatti.
- Che t'è avvenuto?
- Ah se sapessi! Ah prete cane! - piangeva la moglie.
- Il curato? Dov'è? Che t'è avvenuto?
- Metterai senno, ora? Mi porterai ancora gente in casa? Vedi che m'ha fatto il tuo signor curato? Vedi che m'ha fatto?
- Che t'ha fatto?
- Ah mamma mia! Madruccia mia, tu non hai certo sospettato che l'uomo al quale m'affidavi m'avrebbe un giorno lasciata cosí esposta alla discrezione della mala gente! - continuava a piangere inconsolabilmente la donna.
- Insomma, posso sapere che t'è avvenuto?
- Che?
La moglie, calcolando che il buon curato a quell'ora, spinto dalla paura, su l'asinello, doveva esser già abbastanza lontano dal paese, si levò da sedere in gran furore:
- Che m'è avvenuto? il tuo buon curato, capisci? Il tuo buon curato mi s'è cacciato in cucina e...
guarda, guarda lí, la pentola! Vedi? Non c'è piú nulla...
- Rubato? - fece con tanto d'occhi il bottajo.
- Tutti e due i galletti!
- Ah birbante! Dici davvero? Possibile? Ah birbante! E dov'è? Dov'è? Per dove è andato via?
- Io non lo so! Non l'ho veduto...
- Ah, prete ladro! Ah, vecchia volpe! Lasciami! Vo' corrergli dietro! E se lo raggiungo...
se lo raggiungo...
Lasciami!
- Sí, brutto smargiasso! Mettiti con un vecchio, adesso...
- M'ha rubato!
- Per colpa tua! Pigliatela con te stesso invece! E ti serva d'esempio, ti serva!
- No, cosí non m'accontento...
Lasciami, lasciami...
ti dico, lasciami...
E scioltosi a forza dalle braccia della moglie, si mise a correre furiosamente per lo stradone che conduce a Montedoro.
Tutto impolverato, stanco da non poterne piú, dopo aver percorso buon tratto dello stradone fuori del paese, vide in fondo, lontano lontano, il vecchio curato che trotterellava su l'asinello, tra un nuvolo di polvere.
Raccolse allora tutte le forze che gli restavano, e si mise a gridare:
- Signor curato! O signor curato!
Il vecchio curato si voltò in fondo dello stradone a guardare di su l'asinello che trottava, trottava...
E il bottajo dal fondo dello stradone, a gran voce:
- Almeno uno, signor curato! Me ne dia almeno uno!
- Caro, to'! Almeno un occhio, dice! Addio, caro! Addio, caro!
E botte da orbo all'asinello.
- Almeno uno! Almeno uno! - continuava a gridare il povero bottajo rifinito dalla corsa.
Nel frattempo la moglie, in cucina, si spolpava comodamente i due saporitissimi galletti.
IL "NO" DI ANNA
I
Trillavano i grilli nella placida sera di settembre sulla spiaggia lunga e stretta, tutta ingombra di alte cataste di zolfo.
La spiaggia, fino a mezzo secolo addietro era seno di mare, il quale allora veniva a battere alle mura del borgo nascente.
Inarenato il seno, subito il commercio aveva invaso quel breve lembo sabbioso, per comodo del carico dello zolfo.
Chi sa da qui a cento, a duecent'anni che diverrà Vignetta! Intanto, è quasi città, affermano gli abitanti.
E possiede un porto, che è forse il piú commerciale dell'isola, sebbene ancora senza banchina: due lunghe braccia petrose, curve sul mare, accoglienti in mezzo un breve ponitojo da legni sottili, detto il Molo vecchio, al quale è stato riserbato l'onore di tener la sorte della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale.
Di giorno Vignetta è in continuo fermento.
Ogni mattina, all'alba, i tre appelli d'un banditore la destano:
- Uomini di mare, alla fatica!
E già comincia lo strider dei carri carichi di zolfo, carri senza molla, ferrati, rotolanti nel brecciale fradicio dello stradone polveroso, popolato di magri asinelli a frotte, bardati, che arrivano anch'essi con due pani di zolfo a contrappeso, uno per ciascun lato.
Le spigonare, con la gran vela triangolare ripiegata a metà sull'albero, assiepano la riva; mentre già a piè delle cataste s'impiantan le stadere, sulle quali lo zolfo è pesato, e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte.
Gli uomini di mare scalzi, in calzoni di tela, recano il carico alle spigonare, immergendosi nell'acqua fino all'anca; poi le spigonare ripiene, sciolta la vela, recano alla lor volta il carico ai vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.
Questo, sulla spiaggia.
Entro il paese, sulla larga strada principale, altri carri giungono carichi di sacchi d'orzo, di frumento, di fave.
- O misuratori! - chiamano i facchini.
I sacchi di sul carro son votati su un largo tappeto di juta grezza steso sulla via, e l'orzo e il frumento, misurati a tòmoli e insaccati di nuovo, son portati a spalla entro i depositi ben guardati dall'umido.
Ogni cinque tòmoli, un sacco; ogni venti tòmolí, una salma.
- E conta una! E conta due!
Grida, a ogni ventina, con voce lunga e lamentosa il misuratore.
Cosí fino al tramonto, con una breve tregua sul mezzogiorno.
La sera, dopo tanto frastuono, il senso della quiete pervade piú profondamente e domina il paese.
E i grilli strillano sulla spiaggia, tra le cataste di zolfo, e qualche cane di guardia abbaja di quando in quando; mentre il mare, dentro il porto, dorme tranquillo come un lago, con la selva oscura delle navi quasi protette dal faro, di cui le acque nere riflettono il verde lume.
Oltre il porto, il mare si stende vastissimo, rischiarato dalla luna, fino all'orizzonte chiuso a sinistra da Punta Bianca, a destra da Monte Rossello, in ampio semicerchio.
Allo spettacolo di questa solenne calma del mare, sul terrazzo di casa Prinzi, la signorina Rita ascoltava una sera le confidenze dell'amica Anna Cesarò, e la guardava freddamente negli occhi, e le guardava le labbra appassite e i denti malpari, sicché Anna, parlando, si sentiva spesso costretta ad abbassar gli occhi: allora la voce le usciva piú che mai velata e tremula dalla gola troppo larga, quantunque il collo fosse lungo e magro.
Talvolta gli occhi di Rita si stringevano un po' in uno sguardo di commiserazione, che turbava peggio Anna, le cui dita tremanti tormentavano allora le trine della manica.
Peggio ancora poi, quando Rita traeva qualche lieve sospiro, guardando in alto.
- Stamane finalmente mi son vendicata! - disse Anna con quella certa baldanza di chi sappia di dir cosa che faccia piacere.
- Sí? Che gli hai fatto? - domandò Rita senza ombra di curiosità.
Anna rispose con gli occhi bassi:
- Gli ho chiusa in faccia la finestra...
Rita sospirò.
Ella compiangeva in cuor suo, veramente, la povera amica innamorata alla perdizione del giovane medico di Vignetta, il dottor Mondino Morgani, lungo, Dio mio, tre canne, senza esagerazione, e magro: un palo insomma; piú biondo della paglia, con due puntini cilestri per occhi e un naso gracile, cosí enorme, che gli diventava pallidissimo, ogni qualvolta rideva, a cagione dello stiramento della pelle lí lí per scoppiargli sul dorso.
Il dottor Morgani, poveretto, non che corrispondere alla passione d'Anna, non sospettava nemmeno dell'amor di lei; cosí almeno credeva Rita, la quale perciò soffriva alle timide confidenze dell'amica tanto illusa da non accorgersi quanto fossero ridicoli quei dispettucci che ella intendeva fare al preteso innamorato.
(Chiudergli in faccia la finestra, poveretto, e perché?)
Quella relegazione nella cittaduzza marittima di Vignetta, a causa del commercio dello zolfo a cui il padre s'era dato, aveva alterato l'indole, prima gaja e aperta, di Rita.
Era troppo forte veramente il contrasto tra l'immensità della natura, del cielo, e del mare, e la grettezza opprimente degli abitanti di Vignetta.
Il padre dedito tutto il giorno agli affari, la madre alle faccende di casa lasciavano Rita nella piú completa solitudine, cosí che ella aveva preso l'abitudine del fantasticare, chiusa sempre in se stessa, da mane a sera.
Non aveva amiche a Vignetta, tranne la Cesarò (grettuccia anche lei, la poverina), né cosa alcuna o persona che l'interessasse in quel paese.
Cosí, senza scopo, quasi senza vita, vedeva andar via ad uno ad uno i suoi giorni migliori.
Anna era adesso di paraggio inferiore alla Prinzi.
Rosario Cesarò, suo padre, tipo strano d'uomo, morto quattr'anni addietro, aveva buttato a piene mani tutto l'aver suo nelle buche delle solfare, preso dalla manía di trovar filoni di zolfo in ogni montagna del circondario.
E aveva sventrato montagne, fatto scavar buche fino a duecento metri di profondità, senza trovar mai nulla: acqua soltanto: e allora, impianti di macchine a vapore per votar le buche, o costruzioni sotterranee per deviar l'acqua.
Cosí migliaia e migliaia di lire aveva lasciato ingoiare alle buche voraci senza alcun frutto.
Appunto nell'infausta occasione della malattia del padre Anna aveva conosciuto il dottor Morgani.
Né la madre, né la sorella maritata, né il cognato, ancora in pianto per la recente morte, avevan pensato alla povera Anna, allora sui diciotto anni, di cagionevole salute fin da bambina, consumata da una febbre lenta, continua.
Mondino Morgani s'era messo ad esercitar la professione del medico da tre mesi soltanto, e il Cesarò era "il suo primo morto".
La malattia del quale era stata irrimediabile, è vero; ma tuttavia della morte Mondino aveva quasi avuto rimorso.
Durante i tre mesi angosciosi della malattia del padre, Anna erasi talmente consumata, che il nasino, la bocca, il mento piccolo un po' sfuggente, parevan presi di paura dagli occhi verdognoli straordinariamente ingranditi sotto la fiamma dei folti capelli rossi, arruffati.
Era alta anche lei, non quanto il dottore, ma quasi, per via del collo; e tossiva.
Mondino le guardava il seno schiacciato, stretto e le spalle ossute.
- Dio mio, costei mi dà in tisico! pensava.
E non sapeva tollerare che nessuno in casa si prendesse cura di lei.
Ordinava lui in cucina del brodo per la signorina.
- Dottore, impossibile! impossibile! Non posso prenderne...
- Mi faccia questo favore.
Guardi, una tazzina piccola cosí...
Un atto di volontà, e si manda giú...
- Non posso, glielo giuro...
- Deve farlo per me...
Guardi, proviamo a cucchiaini.
Uno...
- Oh Dio!
- Un altro, avanti! Cosí, coraggio...
- Basta! non posso piú...
non posso piú...
- Senta, non me ne vado di qui, se non prende questa tazza di brodo.
Anna allora lo guardava un tratto coi suoi grand'occhi verdognoli, come per dirgli: "Fo il sacrifizio per lei!" Li chiudeva e ingollava.
- Brava! Cosí va bene.
Vo via piú contento, adesso.
A questa sera, signorina.
E Anna, dal suo lettuccio, lo seguiva con gli occhi fino all'uscio; poi si nascondeva tutta sotto le coperte, e sospirava felice, struggendosi, e baciava il guanciale con le labbra avide.
E non era Mondino finanche arrivato ad assaggiar prima lui i medicamenti piú amari per incoraggiar l'inferma a prenderli? Qual medico suole arrivare fino a tal punto? E quel che le diceva! E come la forzava!
Rita aveva lasciato trapelare all'amica i suoi dubbi sull'innamoramento del dottore; e Anna, poverina, rinvangava nei ricordi...
No, no! Non era inganno il suo! Ma che! E la grasta dei garofani? Sí, una bella pianta di garofani screziati, ch'ella teneva sul davanzale della finestra di camera sua...
Il dottor Morgani, amantissimo dei fiori, quando veniva da lei a visita, non sapeva staccar gli occhi da quella pianta.
- Che bei garofani! Permette, signorina?
- Tutti, dottore...
Ne staccava uno, con le lunghe e secche dita, e se lo metteva all'occhiello.
Anna, ristabilita, aveva voluto per conto suo regalare al dottore quella bella grasta di garofani.
E Mondino non portava mai altri fiori all'occhiello, se non quei garofani, quando sbocciavano.
Non era un segno anche questo?
Rita pensava tra sé: "Certo quell'imbecille ha preso a godersela!" E, in fondo, non si sbagliava.
Solamente, in Mondino - bisogna dirlo - non era intenzione di far del male ad Anna.
Egli si stimava sinceramente, il giovinotto piú irresistibile di Vignetta; le sue maniere erano per natura cortesi e garbate, non ci metteva nulla di suo, era cosí, che poteva farci? E le ragazze s'invaghivano di lui, credendosi lusingate...
Ma nemmeno per ombra, parola d'onore! Se ne invaghivano? Padronissime! anzi, tanto piacere, ma lui...
Per altro, la signorina Cesarò (un'ottima creatura, come negarlo?) doveva pensare che egli aveva per le mani una professione nobilissima e lucrosa, che i suoi parenti erano molto ricchi, e che lei, poverina, non aveva un soldo di dote.
Quando s'ama, è vero, non si pensa a queste cose; ci pensano i parenti però...
Non parlava della figura.
Per la figura, passi! Mondino aveva in proposito un'idea sua: "La moglie non dev'essere bellissima.
Che sia saggia e buona, deve bastare".
Ma inutile parlarne! Lui, per adesso, non aveva intenzione di sposare, ecco! E dunque...
E ogni qual volta era invitato in casa Cesarò, sbuffava come un cavallo stracco.
- Auf! Costei s'ammala certo per vedermi da vicino!
E innanzi al lettuccio di Anna, all'incentivo tocco di quel polso esile che tremava tra le sue dita, avviluppato dal fervido sguardo di quei grand'occhi verdognoli, chiedenti quasi pietà, Mondino Morgani si turbava anche lui, si sentiva impacciato, non sapeva metter piú insieme due parole, due grecismi dell'oscura terminologia medica, che pure era il suo forte.
- Ha febbre? - gli domandava la madre.
- Eh sfido, se non ne ha, le viene...
- avrebbe voluto risponderle Mondino, esasperato.
II
- Guarda, guarda...
si volta! si volta!
E Anna spingeva col gomito, sulla ringhiera del terrazzo, il gomito di Rita.
- Sta' seria, Anna! - ammoní questa, fingendo di non vedere.
Mondino Morgani passava lungo lungo, secco secco, per la spiaggia, guardando il terrazzo di casa Prinzi, ove le due amiche erano affacciate.
Passava quasi ogni giorno, alla stessa ora; e guardava ogni volta il terrazzo, a lungo, anche quando Anna non v'era.
Questa intanto era felice di quel lungo sguardo diretto a lei, a suo credere.
- Vedi? Vedi? ci credi ora?
- Io, no - rispose asciutta Rita, guardando il mare.
- Come no? Perché? Te l'assicuro io...
- incalzò timidamente Anna.
- Son diffidente...
A cosa fatta, crederò.
Se fossi in te, diffiderei.
- Sai qualche cosa? Sai forse qualche cosa?
- No, nulla.
Parlo per esperienza.
- Eppure...
- sospirò Anna, lí lí quasi per piangere.
Rita la guardò, ed ebbe pietà di quelle labbra pallide, tremanti, di quei grand'occhi smarriti, e rimorso d'aver cosí recisamente esternato quel che pensava.
- Non ci badare! - soggiunse.
- Sono di pessimo umore quest'oggi.
E nessuno può saperlo meglio di te...
E se tu dici...
S'interruppe, e propose:
- Andiamo a suonare un po'? Via, via! Andiamo giú.
Mondino Morgani ripassava sotto il terrazzo.
Anna lo scorse, mentre già stava per seguir la Rita, e si trattenne con una mano alla ringhiera a guardare, facendosi violenza.
Mondino passò diritto come un palo, senza voltarsi.
- M'ha veduta? Non m'ha veduta? - si chiese Anna trepidando.
O c'è qualcuno affacciato in qualche finestra vicina?
Guardò: nessuno! E quelle parole di Rita...
Discese, angosciata, la scala del terrazzo.
Rita sonava con molto slancio la Smania del Coop.
Appena Anna entrò nel salotto, ella volse il capo verso l'amica, senza smettere di suonare.
- È ripassato, è vero?
- Sí...
non m'ha veduta...
- Ah! non s'è voltato! - osservò Rita con uno strano sorriso a fior di labbra.
Levò le mani dalla tastiera e prese quelle di Anna, guardandola negli occhi.
- Se intende scherzare, l'avrà da far con me...
- disse Anna con gli occhi bassi, interpretando lo sguardo dell'amica, e si morse il labbro inferiore.
- E che puoi fargli tu? - domandò Rita, alzando le spalle, ancora con lo strano sorriso sulle labbra.
- Oh, se crede che io sia come la figlia del capitano del porto, quella civettona continentale tutta lezî da scimmia, o come quel pesce infarinato di Sarina Scoma che fa all'amore in pubblica piazza con gli ufficiali, o come...
- Cara mia - l'interruppe Rita - a immischiarsi con gli uomini, han sempre ragione loro! Tu l'ami, è vero?
Anna continuò a mordersi il labbro inferiore.
- Bene, egli si mette a civettar con un'altra, poi, poniamo, la sposa, e ti pianta.
Che gli fai tu?
- Non siamo ancora a questo punto...
- obbiettò Anna.
- Tuttavia, io voglio uscire da questa incertezza...
Rita sospirò.
Dall'incertezza, purtroppo, ella era uscita.
Mondino Morgani si teneva sicurissimo, che tutte le ragazze di Vignetta, a un cenno solo, si sarebbero buttate dalle finestre a terra per lui: "Prendimi! Prendimi!" Una sola gli avrebbe resistito: Rita Prinzi! Ed era senza dubbio (pareva almeno al dottor Mondino) la piú bella, la piú intelligente fra tutte: "Educazione da gran signora, suona, ricama, parla il francese, famiglia rispettabilissima, dote discreta..."
E passava e ripassava sotto il terrazzo.
Rita se n'era accorta.
- Mi fa il ragno sotto gli occhi - pensava, vedendolo.
- Non son mosca per te, caro mio.
E si ritirava, perché l'imbecille non si credesse lusingato.
Oh, quella povera Anna!
Mondino, persuaso alla fine, che col passare e ripassare, sciupo di scarpe e nessun pro', si decise al gran passo.
"Colgo la piú bella rosa di Vignetta!" Addio vita da scapolo! Addio sospiri! Addio temporanee avventure!
Un "no", tanto cosí!
- No! Come no? Perché? - si domandava Mondino.
- Perché no? - E non se ne poteva dar pace.
- Come no? - E passeggiava inconsolabile, per lungo e per largo, con le mani dietro la schiena, la camera da letto, in pantofole e in maniche di camicia, senza sentir freddo.
Non se l'aspettava quel "no".
Come c'entrava? In fin dei conti, rispetto all'età, una giusta proporzione: vediamo; trent'anni, lui; ventidue, lei: otto anni di differenza.
Deforme non era, neanche tanto brutto, poi! per uomo, vía cosí cosí...
bella statura...
una professione per le mani nobilissima e lucrosa...
famiglia accontata sotto ogni rispetto...
"Io non capisco!" E si grattava con le dita assiderate, nervose, il petto bianchissimo, senza un pelo, sotto la camicia.
- Io non ca...
Eh...
eccí! eccí!
- Felicità, Mondino! - gli augurò la vecchia zia, dalla stanza attigua.
- Grazie, zia.
Si raffreddava.
Indossò la giacca, e si rimise a passeggiare.
- Aspirava forse a qualche principe, la signorina Rita? "Mia figlia per adesso non ha intenzione di sposare".
Bella intenzione.
A ventidue anni...
E quando si sarebbe decisa? Ma già, scuse!...
E si soffiava il naso strepitosamente.
Per tre giorni non volle uscir di casa.
- Mondino, un cliente.
- Dite che son raffreddato, a letto.
- Mondino, ti desiderano in casa Cesarò.
- La signorina Anna? Crepi!
E via, dall'altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.
- Il dottore è raffreddato.
III
Per la povera Anna fu un colpo mortale.
Apprese dalle labbra stesse dell'amica la domanda di matrimonio del Morgani, con un espediente di cui nessuna l'avrebbe creduta capace.
Già ella aveva notato nelle parole, nell'espressione del volto di Rita, ogni qual volta si parlava del dottore, dello sdegno mal frenato, e dell'acredine, in luogo del compatimento di prima.
Perché?
- Il dottor Morgani t'ha chiesta in isposa, lo so, - disse a Rita, come in risposta alle frasi di lei, contro il Morgani.
- Chi te l'ha detto? - domandò Rita, accigliandosi.
- Ah, dunque è vero? - esclamò Anna col volto in fiamme.
- Come l'hai saputo? Chi te l'ha detto? - domandò un'altra volta Rita, nell'imbarazzo.
- Nessuno: l'ho sospettato dalle tue parole.
- Che ho rifiutato?
- Sí.
Perché? Per me? - domandò a sua volta Anna cosí eccitata e accesa, che pareva dovesse da un momento all'altro cader per terra svenuta.
- Oh, ma se l'hai fatto per me...
- No - l'interruppe Rita, alteramente.
- Prima, perché, lo sai, non l'ho potuto mai soffrire, quel palo, ma, quand'anche, l'avrei sempre rifiutato per te...
Lottava nel cuore di Anna l'onta, l'amore, la gelosia, l'avvilimento di fronte all'amica.
Da un canto avrebbe voluto dilaniare con ogni sorta di ingiurie il dottore, dall'altro soffriva a sentirne dir male da Rita: avrebbe voluto impedire che l'amica avvilisse colui ch'ella aveva stimato tanti anni degno del suo amore; ma l'amor proprio offeso non glielo consentiva.
- Sono senza dote, ecco perché!
Rita cercò di confortarla, alla meglio, distraendola con le buone maniere da ogni ridicolo proposito di vendetta manifestato nel primo impeto del dolore.
- A immischiarsi con gli uomini, te l'ho già detto, han sempre ragione loro! Meglio non amare...
- Sí, sí...
meglio...
- assentiva Anna, singhiozzando.
Finalmente, rassettatasi alquanto, volle ritornare a casa sua.
Tutto il giorno s'aggirò per le stanze come una stordita, come se il bujo sopravvenuto anzi tempo, a causa di certi nuvoloni minacciosi, la avesse resa incapace d'ajutar la madre nelle consuete faccende domestiche.
La notte precipitò su Vignetta con un rovescio strepitoso di pioggia.
Lampi spaventevoli squarciavano il cielo, seguiti quasi immediatamente da formidabili tuoni.
Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna stavasi alla finestra, sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta.
Bruciava dalla febbre e piangeva, stimando in quel momento la propria infelicità superiore a quella d'ogni altra creatura vivente.
Un grande intenerimento per se stessa la vinceva, e a ogni pensiero che le ribadiva sulla coscienza il concetto della propria infelicità, le reni quasi le si aprivano e tremava convulsa, strozzata dall'angoscia.
Oh in mezzo al mare, in mezzo alla tempesta, felici, felici i marinaj sotto l'imminenza della morte! Oh morire, morire...
mille volte meglio morire!...
Il domani, la madre, entrando nella cameretta della figlia, trovò Anna a letto, la finestra ancora aperta, il pavimento allagato dalla pioggia.
- Hai dormito cosí? Ma sei pazza? Anna! Anna! Ti senti male? Dio, scotta! Anna, che ti senti? Hai la febbre?
- No...
no...
- si lamentava Anna col capo affondato nel guanciale, accesa in volto.
-Lasciami...
La povera madre, spaventata, mandò pel medico.
- Il dottore è raffreddato, a letto e non può venire - le annunziò la serva di ritorno.
Venne però il giorno appresso.
Anna accolse il dottor Morgani come se non l'avesse mai conosciuto.
Non rispose (forse perché la voce non tradisse l'interno turbamento) a nessuna domanda di lui.
Mondino allora si rivolse alla madre.
- Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la finestra aperta? Quale sproposito!
Anna strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un lungo sospiro per le nari.
Poi tossí.
- Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare spropositi!...
vede, signora mia?
E a provare il suo raffreddore, Mondino si soffiò il gran naso.
Poi scrisse una ricetta, e via.
- Ripasserò stasera.
(Visita secca, breve).
IV
Seguí al rifiuto della Prinzi una serie impreveduta di fiaschi per Mondino Morgani.
A breve distanza di tempo lo rifiutarono:
1.
La figlia del capitano del porto: Nannina Vèttoli, rivale a Vignetta, della Prinzi.
Ventiquattro anni (ventuno, diceva lei), bruna, non bella, ma simpatica; dodici mila lire di dote, orfana di madre, parlava sempre in lingua, e il francese cosí cosí.
Suonava il pianoforte.
2.
Carmela Ninfa, diciotto anni, bruttina anzi che no, un po' scema, venticinque mila lire di dote.
Zero francese, zero italiano, zero pianoforte.
3.
Sarina Scoma (anche lei!), ventisette anni, di carnagione incerta sotto lo strato di glicerina impastata con la polvere di riso; quindici mila lire di dote.
Completamente incolta, parlava l'italiano a orecchio.
Diceva, per esempio, cosí: "Se saprei sonare, sonerei".
Ma sapeva sonare.
Diceva anche: la battaglia di Gaspare Monte per Aspromonte, e altro.
4.
La nipote dell'avvocato Merca, Giovanna Merca (suo padre era veramente negoziante di cuojo, ma lei si presentava cosí: "Sono la nipote dell'avvocato Merca").
Niente dote, il solo corredo da sposa: ricamava a perfezione, sonava il pianoforte, leggeva giorno e notte romanzi truci.
Parlava come un uomo, ed era brutta, ma nipote dell'avvocato Merca.
Nannina Vèttoli, s'intende, rifiutò Mondino perché la Prinzi lo aveva rifiutato; Carmela Ninfa, perché le parve troppo alto di statura in confronto a lei cortissima; Sarina Scoma, perché faceva (giusto allora), all'amore con l'ufficiale di distaccamento a Vignetta; Giovanna Merca, perché in fiera corrispondenza ancora con un ufficiale di porto traslocato un mese addietro a Livorno.
Mondino fu quasi per impazzirne.
Adesso, a parte la persona, a parte la famiglia, era medico, sí o no? un dottore in medicina, per se stesso, è o non è personaggio ragguardevole in un piccolo paese come Vignetta? Ah, evidentemente, le ragazze s'erano montate la testa; sí, perché, via! a ragionarla, a parte la persona, a parte la famiglia, qual partito piú conveniente di lui? E lo argomentava dal dispiacere vivissimo con cui i padri e lo zio avvocato avevano risposto negativamente alle sue domande.
Era proprio scritto, dunque, ch'egli dovesse rimaner celibe!
"Tanto meglio!" avrebbe forse esclamato Mondino in altre condizioni, se non avesse dovuto cioè esercitare la professione di medico, e non fosse stato perciò costretto a recarsi tante volte ora in casa Scoma, ora dai Merca, ora dai Vèttoli, ora dai Ninfa.
Cosí frattanto, per rimedio, aveva pensato di farsi di queste sue disgrazie amorose come una specie di fatalità che gli pesasse addosso, incomprensibile.
Con ciò avrebbe potuto anche mostrare di non covar rancore contro nessuno, già rassegnato a questa sua fatalità.
E s'era immalinconito.
Anna intanto peggiorava di giorno in giorno.
I timori di Mondino fondati sulla misera complessione di lei, s'avveravano purtroppo! Ed egli, accanto a quel lettuccio, senza saper perché, diveniva piú malinconico.
Anna, durante la malattia, s'era alquanto rasserenata, come se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano posato in fondo al cuore; di tanto in tanto tuttavia un pensiero tornava ad agitarla.
Ella adesso rispondeva brevemente a qualche domanda di Mondino.
- Come si sente oggi, signorina?
- Meglio, dottore...
Diceva meglio! E intanto...
Con l'andar dei giorni, le visite di Mondino divenivano piú lunghe e meno secche.
Egli conversava un po' con la madre, e spesso induceva Anna a dire anche lei qualche parola.
Dopo una mesta riflessione sulla vita o sull'erroneo concetto che spesso ci facciamo degli uomini e della società, sorrideva amaramente e sospirava.
Anna pareva non udisse; l'ascoltava invece attentissimamente.
"Ingiustizie della natura umana!" pensava tra sé Mondino.
- "Costei muore per me.
E muore sul serio! Ormai, piú nessuna speranza di salvarla! E io non seppi amarla, l'unica che non me lo avrebbe lasciato dir due volte!"
Concepí a un tratto, per la disposizione di spirito in cui allora si trovava, l'idea di farla, se non altro, morir contenta.
- Sarà un'opera di carità!
Gliela doveva, per altro: egli s'era mostrato un giorno troppo affabile con la povera ragazza.
Rita Prinzi assisteva Anna da una settimana, come una sorella.
Non sapeva scostarsi dal lettuccio dell'inferma, a cui faceva delle piane letture, che non la stancassero, e parlava di cose liete.
Soltanto, ogni qual volta veniva il dottore, ella fuggiva per non farsi vedere.
Una mattina però non fece in tempo a scappare: Mondino, entrando, udí il rumore d'una seggiola che Rita, scappando, aveva rovesciato per terra.
Anna era rimasta sola, a letto.
- Disturbo, signorina? - domandò dalla soglia Mondino, piegando il busto in avanti, sulle lunghissime gambe dritte.
- No - rispose Anna, seccamente.
- Mi pareva che qualcuno fosse scappato.
- Sí, Rita - rispose allo stesso modo Anna.
- Oh! - fece Mondino, sorridendo.
- E perché scappa? Faccio anche paura?
Sedé accanto al letto, e prese tra le dita l'esile polso di Anna.
- Io ho avuto il torto, signorina - riprese senza lasciare il polso - di bussare a certe porte, a cui non dovevo, e ne sono pentito.
Oh se sapesse quanto! Molto...
molto...
mi creda! Mi sono smarrito come un cieco, signorina! Apro gli occhi adesso; ma spero, non troppo tardi - se lei vorrà credere al mio pentimento, e perdonarmi...
Anna non traeva piú respiro, a queste parole, e ritrasse pian piano il polso di tra le dita del dottore.
- Queste cose non deve dirle a me...
- gli rispose senza guardarlo, con voce che voleva parer ferma.
Entrò in quella la madre, chiamata da Rita.
- Alla mamma, allora? - fece Mondino sorridendo alla signora Cesarò.
- Come dice? - domandò questa, sedendo a piè del letto della figlia.
- Dicevamo...
o meglio, io dicevo alla signorina, che è necessario star presto bene, perché abbiamo bisogno di lei...
io specialmente...
io piú di lei, signora.
M'ero smarrito come un cieco, le dicevo; sí...
e mi ritrovo adesso qui, accanto a questo lettuccio...
capisce, signora mia? qui...
accanto alla signorina Anna...
Che ne dice?
La madre non aveva compreso le parole del dottore, né il tono insolito della voce dolce e malinconico, e lo guardava, stordita; comprese alla fine a uno sguardo che egli rivolse alla figlia appena ebbe finito di parlare, e dall'atteggiamento del volto di Anna.
Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi balbettando:
- Come? ma s'immagini...
io, io felicissima! s'immagini!...
Però, deve dirlo lei, con le sue labbra...
È vero, Anna?
Anna, col volto che pareva una maschera di cera, teneva gli occhi semichiusi.
- A lei, dunque, signorina...
- disse sorridendo Mondino, chinandosi un po' verso il letto, e attendendo.
- Ebbene, no! - rispose Anna, aprendo gli occhi e aggrottando un poco le ciglia.
Al "no", Mondino si ritrasse istintivamente dal letto, e impallidí, col sorriso rassegato sulle labbra.
- No? Come! - esclamò - no, anche lei? Ah! Mi ricompensa male, signorina...
Io non credevo...
S'interruppe.
Si passò forte una mano sulla fronte e sugli occhi; poi riprese, con un lungo sospiro:
- Pazienza! Oh, non tema, signora Cesarò: il mio zelo non verrà certo meno per questo! Procurerò anzi di guadagnarmi cosí, se non un po' d'affetto, un po' di stima, almeno, della signorina.
Farò il mio dovere, per quanto mi sarà possibile.
E cangiò tosto discorso, con molto spirito, in quel momento.
(Cosí almeno stimò Rita, che origliava all'uscio della cameretta.)
V
Gesú - vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per ordine di Tiberio Imperatore di Roma, nel trentesimo anno dell'era cristiana.
Questa gemma, di cui l'inestimabile valore non supera il merito artistico, dopo varie vicende, fu posseduta dal tesoro turco, e da quell'Imperatore donata al Pontefice Innocenzo VIII, per la redenzione d'un fratello dell'Imperatore fatto schiavo dai cristiani.
Rita, assorta in pensieri a piè del letto di Anna, rileggeva meccanicamente, per la trecentesima volta almeno, questa iscrizione sotto una immagine di Gesú appesa al capezzale.
Dopo il suo "no", Anna era molto peggiorata.
Il male precipitava.
- Non stare piú con me, Rita - diceva ella.
- Se io fossi in te, avrei paura a star qui.
- Ma no, Anna! Scherzi? Tu stai meglio...
- Sí...
meglio...
Non aveva piú forza di sollevare un braccio dal letto, e lo mostrava sorridendo amaramente all'amica.
I genitori avevano già consigliato a Rita, veramente, di non andar piú da Anna.
- Sciocchezze! - rispondeva Rita.
- Quando il medico mi dirà che non sarà piú prudente andare, non andrò piú.
Per ora, non siamo a questo punto.
Anna, a cui la malattia aveva straordinariamente acuiti i sensi e l'indole un po' sospettosa, spiava dal letto l'amica con diffidenza, ritenendo per fermo in cuor suo ch'ella avesse disapprovato il suo rifiuto aspro al dottore, il quale ora, quasi in ricambio, si mostrava per lei (anche agli occhi di Rita) piú premuroso d'un fratello.
Perché Rita ormai non scappava piú dalla stanza all'arrivo del Morgani? Ella anzi, adesso, rivolgeva delle domande o chiedeva a lui dei consigli circa l'assistenza da prestare, e Mondino allora rispondeva a lungo, con evidente soddisfazione, e col suo garbo abituale.
E Anna, dal volto di Rita, argomentava com'egli non le dovesse parer piú, come prima, antipatico e sciocco.
- Ah, egli è buono, è buono! - pensava Anna in cuor suo.
- E come parla bene!
Nello stesso tempo Rita si confessava internamente:
- Non è poi tanto sciocco quanto credevo! E non dev'esser cattivo di cuore.
Mondino, dal canto suo, comprendeva e assecondava guardingo la corrente sentimentale favorevole, in cui s'era messo.
Seguitando cosí, l'approdo era sicuro.
Anche Anna lo prevedeva, e, se da un canto provava un sentimento duro, indefinibile di gelosia contro Rita, dall'altro non solamente scusava Mondino, ma godeva a sentirlo parlare cosí bene all'amica, e a veder com'egli l'avesse già vinta e piegata a lui.
E avrebbe voluto quasi dire a Rita: "Vedi, vedi com'egli è degno d'essere amato! Ah, lo stimi tu adesso, com'io prima lo stimavo? Sta bene; e ora vattene di qui! Tu non stai accanto al mio letto per me, ma per veder lui e parlargli due volte al giorno...
L'intendo, l'intendo forse piú che voi stessi ancora non lo intendiate! Mostrate d'aver tanta pietà di me, perché in questa pietà è l'intesa del vostro amore...
Vàttene, Rita! Per me e per te, vàttene!"
Ma Rita non se n'andava; si mostrava impaziente se il dottore tardava cinque minuti a venire, e si recava a guardar dietro i vetri della stessa finestra, a cui Anna s'affacciava un tempo per veder passare Mondino.
E sinceramente ella stessa, nel suo interno, credeva che questa impazienza derivasse soltanto da disinteressata premura per l'amica infelice.
Anna un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse arrivata l'intesa tra i due, volle simular di dormire proprio nel momento in cui era solito di venire il dottore.
Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita: Anna stessa l'aveva pregata di mettersi a letto per rifarsi un poco delle veglie durate.
Mondino finalmente giunse, e subito Rita gli fe' cenno d'avanzarsi adagio, sulla punta dei piedi.
- Dorme! - bisbigliò, quand'egli si fu accostato al letto.
Mondino contemplò un tratto la giacente, poi si volse a Rita, socchiuse gli occhi e dimenò desolatamente la testa.
- Pare già morta! - sospirò senza voce Rita.
Mondino annuí, poi a bassa voce, un po' impacciato, disse:
- Intanto lei, signorina...
senta, non è giusto che si trattenga piú qui...
Capisco, è l'amica del cuore...
Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma creda che...
io soffro, ecco, quando son fuori, e penso che lei è qui esposta al pericolo.
Mi intende? Dunque mi faccia il favore di andarsene...
di non venir piú...
Me lo promette? Non è prudente...
- Gliel'ho già detto! - gridò Anna aprendo gli occhi improvvisamente e volgendosi ai due con le ciglia corrugate.
Rita e Mondino trasalirono.
- Dico che non è prudente - balbettò Mondino imbarazzato - non per il suo stato, signorina Anna...
ma perché...
perché la signorina Rita è sofferente...
per le veglie...
e perché soffre vedendo lei cosí...
- Ah, per questo? Se è per questo, la lasci dottore, non soffre! - l'interruppe Anna con amarissimo sorriso.
- Soffro io! io soffro, invece.
Ah, per carità, lasciatemi morire in pace! Non venite piú nessuno dei due.
Che gusto provate ad amarvi qui, accanto al letto d'una moribonda?
Rita scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani, e Mondino confuso, agitato, non trovò una parola da rispondere ad Anna, e se n'andò in fretta, senza neanche ardire di salutar Rita piangente.
Dopo circa due settimane Anna morí.
Da sei anni ora giace nell'alto e solitario cimitero di Vignetta ricco di fiori e di cipressi; e piú non può sapere, per sua pace, che da cinque anni Mondino Morgani e Rita Prinzi son marito e moglie, e che già hanno due figliuoli - Cocò e Mimí - biondi come papà.
IL NIDO
Attorno alla testina bionda della gracile e dolce bambina che gli sedeva a fianco, intenta a guardar fuori, per il finestrino della vettura chiusa, Ercole Orgera, assorto, avvolgeva come un ideal nimbo di pensieri e, carezzandole con mano lieve i capelli aurei, morbidissimi, un po' ricciutelli su la nuca scoperta, considerava la sua vita infelicissima e l'avvenire di lei, fiorellino innocente, nascosto, che sbocciava or ora alla vita!
Lietta, infastidita un po' da quel leggiero, continuo brancicamento su la nuca, si volse al padre, e gli disse in un sorrisetto
- Ttatti quieto!
Ercole sorrise al sorriso della bambina, senz'intendere la molestia che le recava.
- Dico, ttatti quieto...
La vettura andava al passo per il largo serpeggiante viale che conduce al Gianicolo.
Erano i primi giorni d'aprile, e l'aria era tepida, soavissima.
La bambina pareva rassegnata a guardar fuori soltanto per il finestrino della vettura, come se già comprendesse che non poteva uscire in compagnia del babbo altrimenti che cosí in vettura chiusa.
Questo pensava Ercole, e tal pensiero, come se fosse nato entro la testina della figlioletta, lo intenerí quasi fino alle lacrime.
Ah sí, solanto cosí, furtivamente, poteva egli andar fuori con la bambina sua! E fosse ella rimasta piccina sempre cosí!
Se la tolse su le ginocchia, se la strinse forte al petto e la baciò piú e piú volte, dicendole:
- Figlia mia bella! Tu starai sempre col babbo tuo, è vero? sempre col babbo tuo?
- Cí...
cí...
- rispose confusa tra i baci Lietta, pur avvezza a quelle improvvise espansioni d'affetto del padre.
- E la mamma...
- aggiunse subito dopo, buona buona.
- E con la mamma, sí!
Il matrimonio di Ercole Orgera con la cugina Elena Ferusi era andato a monte, molti anni a dietro, per futilissimi motivi, per uno sciocco puntiglio della promessa sposa, la quale, poco tempo dopo, come per improvvisa risoluzione della sua testa un po' balzana, era andata a nozze con un tal Mari, fiorentino, già quasi vecchio, e, per giunta, di paraggio inferiore a lei.
Ercole ne aveva immensamente sofferto; tanto, che non era bastato a consolarlo il favore veramente straordinario con cui era stato accolto in quei giorni il suo secondo romanzo L'incredula.
Logorato e ben diverso da quel che era prima, s'era tuttavia, alla fine, riavuto dal gran dolore.
Tre anni appresso, aveva sposato Livia Arciani.
Dopo la pubblicazione dell'Incredula non era piú apparso di lui neanche un rigo.
Con iscuse bizzarre e ingegnose egli aveva cercato di coonestare innanzi agli occhi proprii e agli altrui lo sciopro e la neghittaggine in cui era caduto.
A poco a poco, in seguito, s'era anche allontanato dalla società che prima era solito di frequentare, rintanandosi quasi nell'oblio piú profondo di se medesimo e degli altri.
Gli amici avevano attribuito la cagione di questo mutamento alla moglie, che fu per ciò da loro soprannominata l'Orsa.
Nessuno la aveva mai avvicinata, nessuno aveva mai parlato con lei.
Ma parlava ella forse? Pareva, a guardarle specialmente gli occhi, che ella non dovesse aprir mai le labbra, se non per profferir qualche sí o qualche no incerto e sospettoso.
Pareva covasse sempre dei lugubri pensieri; ma quali e perché?
Livia aveva accolto senz'ombra d'entusiasmo la proposta fattale dal padre di sposare Ercole Orgera, che ella non conosceva né di nome né di figura.
Il padre le aveva detto che egli era un letterato, autore di romanzi, un uomo colto, insomma, e bene in vista.
- E perché viene a sposar me? - s'era domandata Livia, che si riconosceva non bella e quasi del tutto incolta.
Per la dote? Non certo per la ingenuità o pel naturale ingegno.
Egli forse non gliene aveva punto sospettato...
Ma tanto meglio! Voleva dire che ella gliel'avrebbe dimostrato a tempo e a luogo.
E aveva detto di sí.
Gli sponsali erano stati celebrati senza veruna pompa, e, dopo un breve viaggio di nozze, la nuova coppia aveva preso stanza in Roma.
A poco a poco la confidenza reciproca s'era attizzata al fuoco amoroso.
Livia aveva dovuto convenir con se stessa, che il marito, sí, a trattarlo intimamente, non era come ella lo aveva dapprima immaginato: non le incuteva punto soggezione, dei suoi talenti non faceva mai sfoggio, e aveva innegabilmente dei modi squisitissimi di pensare e di sentire, però forse piú riflessi che spontanei.
Di quel che pensasse e sentisse per lui, Livia, all'incontro, non gli aveva mai lasciato intraveder nulla.
Era cosí, piú che chiusa, cupa di natura, ed avendo subito riconosciuto in sé una forza di volontà di gran lunga superiore a quella del marito, l'aveva messa in atto fin da principio, specialmente nel modo di comportarsi innanzi a lui.
Osservava tutto, e taceva, senza mostrarsi mai sospettosa o diffidente; non le sfuggiva una sola parola di lui; lo cingeva insomma, senza tuttavia parere e senza dargli il menomo disagio, di costante vigile e silenzioso assedio.
Fin dai primi mesi del matrimonio, Ercole s'era lasciato sfuggire la confidenza sul suo passato amore.
Livia non aveva domandato altre spiegazioni e notizie su quel fatto e intorno a quella donna, che sapeva lontana, a Firenze.
Il modo con cui Ercole le aveva narrato quella storia non aveva fatto nascere in lei alcuna curiosità; né ella, quand'anche, gliene avrebbe dimostrata.
Nessun desiderio del pari aveva mai manifestato d'apprendere e conoscer l'artista nel marito.
Ercole non s'era piú rimesso all'arte.
Perché dunque occuparsene? Ella, in fondo, non arrivava a comprendere come si potesse pigliar sul serio la professione di scrivere dei libri.
Con l'andar del tempo, anche Ercole pareva si fosse messo a pensarla cosí.
S'era stretto in familiarità col suocero campagnuolo, e s'era dato alla caccia e a badare alla villa recata in dote dalla moglie, ai cavalli e finanche all'allevamento del bestiame.
- Attenderei tanto piú volentieri ad allevare un bambino! - aveva egli detto piú volte alla moglie scherzosamente.
- Ma tu non vuoi darmene...
Anche Livia avrebbe desiderato tanto un figliuolo, che fosse venuto a smuovere un po' l'acqueità stagnante della loro vita, agitata solo di tanto in tanto, cosí, fuor fuori, da qualche proposito eccentrico del marito; un lungo viaggio all'estero! andare a stabilirsi in altra città!...
Propositi vani, ranocchi che si tuffavano in uno stagno, riuscendo solo a promuover dei zeri placidamente perdentisi alle rive.
Cosí, in perfettissima calma e nell'attesa continua e vana, erano già trascorsi otto anni dal loro matrimonio, quando era pervenuta a Ercole, da Firenze, una lettera lacrimevole della cugina Elena Mari.
Ella scriveva che le era morto il marito e che era rimasta quasi in miseria: chiedeva ajuto per i suoi due figliuoli che avrebbe voluto collocare in un ospizio d'orfani, a Roma, e in coda alla lunga lettera, piena di particolari su la sua vita coniugale infelice e sul suo marito defunto, esprimeva profondo, amarissimo rammarico per la sua passata sventatezza e, insieme, la fiducia d'aver già ottenuto perdono da Ercole, soggiungendo infine: "Il danno, come vedi, è stato tutto mio!"
Ercole aveva letto insieme con Livia quella lettera inaspettata: per la moglie non aveva segreti.
Nell'aprir quel misero foglietto, neanche listato a nero, in testa al quale era scritto semplicemente il suo nome seguito da un punto ammirativo, s'era turbato, e aveva guardato la moglie che gli stava accanto, in piedi.
- Chi può scrivermi cosí?
- È semplicissimo: guarda la firma! - gli aveva risposto, con apparente calma, Livia, chinandosi per leggere insieme.
- Elena...
- Non ti ricordi piú chi sia? Tua cugina...
- Possibile?...
Il domani Ercole, per espressa volontà della moglie, aveva spedito quattrocento lire alla vedova Mari, senza un rigo d'accompagnamento.
Circa tre mesi dopo, s'era rimesso d'improvviso, febbrilmente, a scrivere, a pensare all'arte, come se l'estro gli si fosse a un tratto riacceso, dopo sí lungo letargo.
S'era impegnato con un'importante rivista di letteratura e di scienze per un nuovo romanzo, che andava scrivendo affrettatamente, man mano che si pubblicava: due o tre capitoli, un foglio di stampa della grande rivista, ogni quindici giorni - enorme fatica, specie per lui che aveva perduto da tanto tempo l'abitudine dello scrivere! E s'era impegnato nello stesso tempo per altri lavori con altri giornali.
Era avvenuta, insomma, quasi un'esplosione di tutte le sue energie, come per un nuovo flusso vitale.
La moglie dapprima n'era rimasta meravigliata, non sapendo come spiegarsi questo repentino cambiamento.
Lo vedeva fino a tarda notte lavorare nello scrittojo; e poi, di giorno, imbrigato sempre, assorto, finanche a tavola...
Certe notti, venuto a letto da un'ora appena, tornava ad alzarsi.
- Che fai? - gli domandava ella.
Tu impazzisci!
- Eh sí, davvero - le rispondeva egli, tentando di sorridere.
- Ma se non riesco a pigliar sonno!...
- Scriverai domani...
- No, è inutile che me ne stia qui a menar smanie...
Tu non puoi capir che cosa sia...
Sono stato tanto tempo senza concluder nulla...
Adesso l'estro m'è tornato...
L'arte! l'arte!...
che ne intendeva Livia? Le cure, i pensieri che essa dava eran cosí forti, dunque, da vincere e far completamente dimenticare ogni altra cura, ogni altro pensiero, ogni altro affetto? Aveva dunque essa potere di trasformar cosí, d'un subito, radicalmente un uomo? Egli ormai non esisteva quasi piú per lei! Ed ella era rimasta sola, esclusa, come abbandonata dietro una porta misteriosa, della quale, profana e ignara come si riconosceva, non avrebbe mai potuto varcar la soglia...
- Sarà per poco! Si stancherà presto! - pensava intanto per confortarsi.
Ma Ercole non si stancava, né accennava a stancarsi.
Era, sí, divenuto molto pallido in volto e fosco; ma resisteva.
Alla fine, il prolungato abbandono e l'aria sempre costernata e pensierosa del marito cominciarono a pesare e ad inasprire Livia.
- Di' un po', si guadagna forse qualche cosa ammazzandosi a scrivere come tu fai?
Ercole s'era turbato a questa domanda e aveva risposto quasi balbettando.
Livia ne fu colpita: s'aspettava invece una risposta sdegnosa, poiché sapeva d'aver detto una volgarità, anzi aveva voluto dirla apposta per pungerlo.
- Scrivo per scrivere, cara.
Tu non puoi comprenderlo - diss'egli.
- No, davvero non lo comprendo!
- E allora non parlarne!
Ah, impossibile illudersi ancora! No: egli non aveva piú per lei la menoma considerazione; quanto ad amarla non l'aveva forse amata mai; ma anche quel po' d'affetto, che le aveva qualche volta dimostrato, era adesso svanito!
A poco a poco il sospetto cominciò a farsi strada nel cuore e nella mente di Livia; e infine ella intravide la cagione a cui attribuire la rinata, quasi vertiginosa attività del marito, le preoccupazioni, le brighe, il pallore di lui, tutto il cangiamento improvviso, insomma, della loro esistenza.
Tradita!
Troppo tardi: Lietta era già nata.
Al primo impeto di Livia egli aveva tenuto fronte negando.
Ma in tutta la sua persona era impressa evidentemente la menzogna: nelle spalle curve sotto l'accusa, negli occhi foschi, odiosi, nel volto pallidissimo, fin nelle dita irrequiete e nelle labbra convulse.
Ella lo aveva sorpreso nello scrittojo, e aveva cominciato col domandargli notizia dei due orfani ricoverati all'ospizio.
- E che ne so io?...
Ti prego, lasciami lavorare.
- E...
della madre, non ne sai neanche nulla?
- Che vuoi che ne sappia?
- Ah, no? Ne so io qualche cosa, invece...
Non fingere, non fingere di scrivere, adesso!
- Debbo consegnare in giornata queste cartelle...
Non ho sempre da badare alle tue domande...
- Eh già! Se no, come le darai da mangiare, poverina...
- Livia! Che intendi dire?
- Ti meravigli? Ma di' che non è vero!
- Ma tu sei pazza! Non ti capisco!
- Pazza? Ma nega, nega se puoi.
E perché tremi? Ella è venuta qui apposta, è ritornata a te, ora che le ha fatto comodo...
Negalo!
- Ti proibisco...
- Che cosa? Non mi fai paura! Sono una sciocca? Oh, ma tanto sciocca poi no! Di', era lei, è lei il grande estro che t'è tornato? E glien'ho offerto io il mezzo! io! Non so però chi sia piú vile di voi due!
- Senti, ti compatisco come pazza; ma vattene! io ho da lavorare...
- Ma che pudori ha la tua coscienza? Mi rubi il cuore, e poi non osi portarmi via il danaro in casa di colei?
- Ah per dio, Livia!
- Oseresti anche mettermi le mani addosso?
- Esci! esci! subito! via!
E l'aveva spinta fuori della stanza, chiudendovisi a chiave tutto tremante.
Livia era partita lo stesso giorno per il suo paese, con l'intenzione di confessar tutto al padre, di finirla per sempre col marito.
Ma durante il breve viaggio era ritornata con la mente su la inconsulta risoluzione; aveva riflettuto che cosí ella avrebbe reso la libertà assoluta al marito, senza vendicarsene; avrebbe forse compromesso il padre, senza scemare di nulla la propria infelicità.
No, no! Bisognava agire altrimenti!
La sera stessa era ritornata a Roma, senza farsi vedere dal padre.
Aveva atteso invano, tutta la notte, il marito.
Il domani, una nuova scena, piú violenta.
Ercole aveva negato un'altra volta.
Poi piú nulla, fra loro due.
S'eran separati di letto.
Da una vecchia zia di Ercole, sorda ed epilettica, la quale da trent'anni, offrendo lo spettacolo della sua miseria limosinante, andava sbandendo per le case dei conoscenti d'essere stata spogliata dal fratello, nonostante i beneficii che spesso riceveva dal nipote (il "letterato", com'ella lo chiamava, deridendolo con la bocca sdentata), Livia aveva appreso che dalla relazione del marito con la Mari era nata una bambina.
Ella pianse allora in segreto le sue lacrime piú amare, sentí allora piú atroce che mai lo strazio della gelosia.
E difatti, lí, adesso, in quelle tre stanzette modeste, in fondo alla via Cola di Rienzo in Prati, era per Ercole la vera casa; non piú questa signorile di via Venti Settembre: qui Livia piangeva di nascosto e si struggeva dentro; lí sorrideva e scherzava Lietta; lí la colpa, irritando, rendeva piú appassionato l'antico amore; lí, infine, egli ritrovava l'immagine della sua vita, come sarebbe stata onestamente, senza le due cagioni d'amarissimo pianto: il matrimonio d'Elena col Mari, il suo con Livia Arciani.
E oltre quest'immagine confortata e sorrisa dalla sua bambina, un altro pensiero ammansava un po' gli scrupoli di Ercole: che egli, cioè, lavorava e si dava attorno faticosamente per recar l'imbeccata al suo nido nascosto; che egli infine nutriva soltanto di sé il nido suo, la sua bambina.
E quante sere, nell'ora in cui era solito rincasare, con la mente assorta nei suoi lavori in corso, non si era egli avviato istintivamente verso la solitaria via dei Prati! Poi, colpito a un tratto dall'aspetto di quella via, e risovvenendosi, era tornato sui proprii passi, e rientrato nell'altra casa, come entro a una prigione.
Elena Mari, benché ormai sui trentacinque anni, serbava ancora nel volto e nella persona l'altera bellezza, di cui in gioventú s'era tanto invaghito il cugino.
Ma l'anima sua, in quattordici anni di basse e tristi lotte contro se stessa, nella smaniosa, soffocante angustia dei mezzi, aveva perduto quella fiamma ardentissima, di cui sfolgoravano prima gli occhi suoi e vibravano le sue risa.
Per far tacere la voce che era un tempo come la balda guida della sua giovinezza fiorente e capricciosa, e che adesso le rinfacciava continuamente la vergognosa viltà della sua posizione, ella delle miserie durate si faceva come un'arma di difesa contro la propria coscienza, e ne traeva, ne acquisiva quasi un diritto a un po' di riposo, fosse pure a danno altrui.
Tuttavia ella non poteva, come Ercole, vedere e assaporar quasi l'illusione dell'onestà in quella vita che menavano insieme di furto.
Lietta, che per Ercole era la figlia, il cui sorriso poteva sedare ogni tempesta, era invece per lei un'esistenza di piú, fuori e oltre la famiglia, consistente, agli occhi suoi, nei due orfani chiusi all'ospizio.
E sempre, fissando lo sguardo su la testina bionda di Lietta, il pensiero di Elena volava a quegli altri due figli, bruni e pallidi; e sempre la loro immagine richiamava alla mente quella del padre, che ella aveva in vita molto amareggiato, e il cui ricordo, trattenuto dai rimorsi, non riusciva forse ancora a seppellire.
Elena provò nell'angoscia uno strano sollievo, allorché apprese dalle labbra tremanti di Ercole, che la moglie di lui aveva scoperto la loro relazione.
Le parve d'uscire da un nascondiglio.
Adesso l'aspetto e l'umor dell'amante s'accordavano meglio con i suoi sentimenti: Ercole non rideva piú come prima, dimentico d'ogni cosa, carezzando la sua bambina.
Ogni domenica ella si recava, modestamente vestita, a visitare i due orfani all'ospizio, e portava loro qualche regaluccio comprato, non con i denari dell'amante, ma con quelli dell'esigua pensioncina lasciatale dal marito e messa da lei scrupolosamente da parte.
In casa faceva tutto da sé: le sue belle mani s'erano purtroppo abituate da un pezzo ai piú aspri e ruvidi servizii.
Di quando in quando veniva a visitarla, a scroccarle qualche soldo la vecchia zia sorda ed epilettica: la spia veniva di nascosto da Ercole; intendeva sbarcarsela un po' con la moglie, un po' con l'amante, che era pur sua nipote.
Di qui e di lí portava via sempre qualcosa, e quando non poteva altro, alloccava qualche dolciume alla piccola Lietta, senza farsi scorgere dalla madre.
- Vieni, siedi qui...
- diceva a Elena.
- Ti pettino.
Dov'è il pettine?
Andava, cacciava il naso in tutti i cassetti della stanza, frugando con le mani secche tremanti dall'istinto predace, si dava una guardatina allo specchio, e ritornava col pettine.
- Siedi qui...
Brava!...
Oh capelli da regina!...
- Senza smorfie, zia!
- Come dici? Smorfie? Tu non te li vedi...
Sono i capelli di tua madre, buon'anima! Ah se non fossi rimasta cosí presto sola, chi sa che matrimonio avresti fatto!...
Guarda che fiume d'oro...
guarda!...
Quella lí, tre peli in testa, uno, due e tre...
- Zitta, zitta, zia!
- Una zoticona, lasciami dire! Ha danari...
dicono! dev'esser vero, altrimenti, sí! perché se l'è presa Ercole? Ma che se ne fa di quei danari? Veste come una poveretta...
Dio, Dio! Una vesticciola...
Io mi vergognerei, nella mia miseria, di portarla addosso...
Ercole veniva da Elena ogni giorno, su l'imbrunire; piú che per lei, ormai, veniva per la bambina: ella lo sentiva, lo vedeva, e non provava alcun rammarico; comprendeva che lui era in condizione peggiore della sua: senza casa, non potendo convivere con la figlia e con lei.
Parlavano qualche volta della moglie, velatamente.
Ma il contegno fermo e sprezzante di Livia non si prestava a lunghi discorsi.
Ercole non l'aveva veduta piangere, neanche una volta.
- Che fa? - domandava Elena.
- Nulla...
io non so!...
- rispondeva egli, infoscandosi in volto.
Livia si recava di tanto in tanto, per qualche giorno, dal padre.
La prima volta ch'egli la vide partire, circa sei mesi dopo la violenta spiegazione, credette ch'ella fosse andata dal padre per ajuto; e attese tre giorni in orribile sospensione d'animo qualche disgustosa scena col suocero.
La sera del terzo giorno ricevette invece da questo un lieto, cordialissimo invito a raggiunger la moglie, per stare insieme qualche settimana in campagna.
A piè della lettera del suocero grossolanamente vergata, Ercole trovò un rigo di piccolissima scrittura, senza firma: "Il babbo non sospetta di nulla.
Rispondi che non puoi venire".
Tanta alterezza, tanta prudenza, dopo l'aspettazione angosciosa d'uno scandalo, turbarono, commossero profondamente Ercole.
E d'allora in poi, il rimorso cominciò a tarmare piú assiduamente la sua passione per Elena, d'allora in poi non trovò piú quel calor di parole e di baci, con cui quasi voleva nell'amante far rivivere l'immagine morta dell'antica fidanzata vivace e capricciosa.
Elena gli apparve allora quasi fuori dai veli del passato, quella che veramente s'era ridotta, e come ella stessa neanche piú si curava di non apparire.
Sí, l'amore era già spento; l'illusione caduta; ma dal bruco morto era pur nata la farfalla: Lietta.
In quelle tre stanzette ormai, per Ercole, non crescevan che spine; sí, ma su queste spine aliava la farfalla, e solamente per essa Ercole avrebbe ancora voluto che vi sorgesse pure, di tanto in tanto, qualche fiore.
- Che hai, figliuola mia? Chi t'ha fatto piangere? - domandò Ercole una domenica a Lietta, avendola trovata con le lacrime agli occhi.
- Mamma piange...
- rispose Lietta singhiozzando e lasciandosi asciugar gli occhi dal padre, che se l'era tolta su le ginocchia.
- Piange? Perché?
- Ho da parlarti - disse Elena, con gli occhi rossi.
Ercole rimise a terra la bambina, e seguí l'amante nell'attigua stanza.
- Ah quel che m'è toccato di subire stamane! - cominciò Elena, passandosi una mano sugli occhi e su la fronte.
- Al Collegio s'è scoperta senza dubbio la nostra relazione...
- Come mai?
- Stamane, nel corridojo ove ci ricevono, noi madri, nessuna delle conoscenti volle rispondere al mio saluto, anzi...
una anzi, la Britti, col suo bambino, si scostò da me e dai miei figliuoli, appena noi sedemmo al nostro solito posto...
Tu intendi?...
I miei ragazzi lo notarono...
notarono il mio smarrimento...
il tremore di rabbia...
Ma che sarà accaduto? Poi, all'uscita, il padre rettore ha fatto le viste di non accorgersi di me...
- Non ti sei ingannata? - domandò Ercole, tanto per confortarla col dubbio.
- No, no...
anche i miei ragazzi l'hanno notato...
Ora io tremo per loro, capisci? Che m'importa di me? Soffro e dico: doveva esser cosí!...
Ma se quei due poveri innocenti ne dovessero pianger loro le conseguenze? Dio, ne impazzirei! Tutt'oggi ho pensato: che avverrà, quand'essi usciranno dal collegio? Bisogna pure che sappiano, che vedano un giorno o l'altro...
E io come farò? Lietta sarà cresciuta anche lei, allora...
e penserà...
Tu non ci hai riflettuto? No, e lo capisco: per te esiste Lietta soltanto...
Che t'importa di quei due? Ma il mio cuore è diviso...
E quei due mi sembrano piú disgraziati di questa...
Ancora entrambi ignoravano il peggio; ignoravano che la mattina stessa di quel giorno un giornaletto ricattatore aveva schizzato il suo veleno su l'Ospizio degli orfanelli, parlandone come d'una comodità inestimabile per le giovani vedove in cerca di consolazione, e ne aveva portato ad esempio una, i connotati e i particolari della quale corrispondevano perfettamente alla figura e alla vita intima di Elena, aggiungendo che sarebbe stato utilissimo costruire (sempre per la comodità delle suddette madri vedove) un dipartimento annesso all'Ospizio, ove ricoverare i bastardelli.
La domenica seguente, poi, Elena, terminata la visita, fu invitata a salir nel gabinetto del vecchio padre rettore.
Ne uscí dopo circa mezz'ora col volto in fiamme dalla vergogna e dall'ira, esasperata, avvilita, vacillante.
- Io sono un vecchio e un sacerdote, - le aveva detto il rettore - mi consideri dunque come il suo confessore, e mi permetta di darle qualche consiglio, come ad una penitente.
Le aveva mostrato il giornaletto fangoso, le aveva detto dello scandalo suscitato, le aveva infine parlato dei figli...
Quant'era durato quel supplizio? Ella non aveva saputo risponder sillaba, un sí soltanto alla domanda insistente del vecchio: "Me lo promette? me lo promette?".
Sí; ma che aveva promesso?
La sera narrò tutto ad Ercole.
- Chi vuoi schiaffeggiare? Non capisci che mi comprometteresti di piú? E ti sporcheresti le mani! No, no, bisogna finirla piuttosto...
- Finir che cosa? E mia figlia? Pretendi ch'io non la veda piú? Cacciano i tuoi figli dal collegio? Ebbene, penserò io a loro! Come? Si vedrà! C'è rimedio a tutto...
So questo soltanto, che la nostra bambina non deve soffrirne! Tu sei mia, ormai! questa è la mia casa! qui c'è mia figlia! Tutto il resto non m'importa...
- Importa a me: son figli miei anche quelli! - esclamò Elena - Tu devi intendere anche questo...
- Eh sí! E infatti - rispose Ercole - t'ho detto: provvederò io, in caso, a loro! Ne accetto in tutto e per tutto la responsabilità!
Elena attese invano quattro, cinque giorni la consueta visita serale dell'amante.
- Non viene pensava - per prudenza: fa bene! - Al sesto giorno però apprese dalla vecchia zia che egli era a letto, ammalato.
- Solo, se vedessi, come un cane; fa pietà!
Difatti, nei primi giorni, Livia, non credendo alla gravità della malattia, non s'era voluta far vedere dal marito.
Che pietà poteva egli ispirarle? Non s'era forse logorato per quell'altra?
Né s'ingannava su la causa del male: Ercole s'era davvero ammalato per eccesso di lavoro, per quasi assoluta mancanza di riposo e di giusta nutrizione; per la cupa, costante preoccupazione in cui lo teneva la sua vita falsa e smembrata.
La proposta di Elena, l'ira contenuta contro l'autore dell'articoletto scandaloso, avevano determinata a un tratto la caduta.
Al settimo giorno Livia, chiamata dalla cameriera sconvolta da alcuni segni di delirio nell'infermo, era finalmente accorsa, vincendo ogni ripugnanza dell'amor proprio.
Appena entrata in quella camera, ove non metteva piede da tanto tempo, s'arretrò quasi inorridita alla vista del marito.
Dio, come s'era ridotto! Il volto di Ercole pareva una maschera di cera: egli teneva gli occhi semichiusi e apriva di tanto in tanto le labbra esangui, tra i baffi e la barba scomposti, a un orribile sorriso, mostrando i denti pari, serrati, un po' ingialliti: accompagnava il sorriso con un gesto della mano scarna, quasi trasparente, le cui cinque dita brancicavan nel vuoto.
Al primo terrore seguí nel cuore di Livia un impulso d'odio per la donna che le aveva ridotto in tale stato il marito; e già in quell'odio penetrava la compassione per lui.
Ercole schiuse gli occhi e fissò la moglie senza riconoscerla.
Ella trattenne il respiro, il moto delle palpebre, in penosissima attesa.
L'infermo poco dopo richiuse lentamente gli occhi, emettendo un gemito piú di stanchezza che di dolore.
Sí, in tutti i lineamenti di quel volto disfatto, nelle braccia, nelle mani abbandonate sul letto, piú che il dolore, infatti, era impressa la stanchezza, un'estrema stanchezza! Ella sedé in silenzio accanto al letto, presso la testata, per non farsi scorger da lui, temendo non lo avesse a turbare la sua vista.
Vedeva la mano scarna levarsi di tratto in tratto con le cinque dita brancicanti; indovinava il sorriso delle labbra esangui, e sentiva un brivido di sgomento alla schiena.
Che significava quel gesto? Perché sorrideva e levava la mano? Alfine Livia credette d'aver trovato la cagione: il suo pensiero volò, senza designazione di luogo, a un'altra casa non mai vista da lei, ma ben nota al marito: vi cercò una bambina; ma non poté figurarsela: un'ombra odiosa, indecisa di donna le si parava sempre dinanzi - quell'altra, la madre della bambina! Ah sí, senza dubbio, in quel muto delirio egli credeva di carezzare la testa della sua figlioletta, e sorrideva.
Livia sentí allora come uno struggimento non peranche provato, scevro d'odio per il marito, anzi pieno d'un sentimento angoscioso di generosità.
Ella era la tradita, la nemica per lui; eppure, ecco, era lí, in quella camera, accanto al letto ove egli giaceva, pronta a prestargli le piú diligenti cure, pronta a rendere il bene per tutto il male ricevuto! Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Da quel giorno non abbandonò piú la camera dell'infermo.
Riempiva di pensieri, di riflessioni le lunghe veglie penose.
In certe ore della notte, vinta dalla stanchezza, appoggiava leggermente la guancia sugli stessi cuscini ove s'affondava la testa di lui, e la freschezza del lino e la insolita vicinanza le cagionavano, nel silenzio, quasi nel mistero del sonno, un piacere e un turbamento ineffabili.
No, ella non poteva piú vivere senza di lui; non poteva piú durarla in quello stato; non era ammissibile per lei che egli, appena guarito, ritornasse a quell'altra, ed ella a la stessa vita di prima.
No, no! E intanto, come impedirlo? Non aveva egli altrove la sua famiglia? Certe notti non aveva egli mormorato, nell'incoscienza del sonno, il nome di Elena? "Ah, Elena!" Tre volte lo aveva udito sospirar cosí, piano, come nel passaggio da un sonno all'altro, con la solita espressione di stanchezza infinita.
Come strapparlo a colei? Ah, non era piú possibile! Presso quella donna era la figlia! Come strappare al padre la sua figliuola?
Da un pezzo a Livia era balenata un'idea di vendetta, che poi nell'abbattimento e nello sconforto aveva riconosciuta disperata, inattuabile.
Convinta che il marito non sarebbe mai tornato a lei, finché la figlia fosse rimasta presso l'amante, aveva immaginato di costringerlo a portar via da colei la bambina, e condurla con sé nella sua casa.
Ecco, sí, questo sarebbe stato l'unico mezzo per riacquistarlo.
Ma era possibile che la madre cedesse la figlia, rassegnata a non vederla mai piú? Non che sperarlo, era follia soltanto immaginarlo.
Nella sua casa, è vero, accanto al padre, la bambina avrebbe avuto ben altro avvenire: Ercole le avrebbe potuto dare il suo nome; ella, Livia, le avrebbe dato la sua dote; sí, sí, e le avrebbe anche voluto bene piú che se fosse stata figlia sua; tanto bene da farle dimenticare la vera madre...
Sí, ma la madre poteva lasciarsi lusingare da quell'avvenire? cedere a un'altra donna, alla moglie dell'amante, la figliuola?
Queste amare riflessioni rivolgeva ella accanto al letto dell'infermo, quando un giorno venne misteriosamente a visitarla la vecchia zia di Ercole.
La mandava Elena smaniosa d'avere notizie.
- Come va, come va, povero Ercole?
- Sempre a un modo...
Un tantino meglio, forse.
- Ah sí? Bravo! Mi dài una grande consolazione...
Malattia lunga, però, m'immagino, eh? Ma niente pericoli, Dio ne scampi, è vero?
- No no; almeno i medici lo assicurano.
Ha bisogno assoluto di riposo.
La vecchia storse la bocca sdentata e dimenò la testa.
- Riposo...
eh sí! È una parola! I medici prescrivono sempre giusto quel che non si può avere: ai poverelli, brodi consumati, a tuo marito riposo! E, dico, scommetto che non sai perché tuo marito s'è ammalato...
Ha avuto una scena con quell'altra...
Sí! Lo scandalo...
Non sai nulla?
- Nulla - disse Livia.
- Che scandalo?
- Del giornale...
Non sai? Hanno stampato un articolo sulle magagne dell'Ospizio degli orfani, ti dico, coi fiocchi!, dove si dicevano vituperii di tutte le madri, e di Elena poi...
- Ed Ercole? - domandò Livia tra sgomenta e ansiosa.
- E che volevi che facesse? Quella lí, inviperita, s'è sfogata con lui, naturalmente.
Ho saputo tutto dalla serva...
Gli ha fatto una scenata.
Ercole ha dovuto inghiottire amaro, e zitto! Si sa, c'è di mezzo la piccina...
Ma tu confòrtati intanto, e senti quello che ti dice la tua vecchia zia: non è storia che dura! Già metti che lei pretendeva, per non dar luogo ad altre ciarle, che egli non le andasse piú in casa, come dire, non vedesse piú la figlia.
Perché, lei, capisci? ha quegli altri due poveri innocenti all'Ospizio...
lo sai, e ha paura dopo questo fatto non glieli caccino via, seguitando le chiacchiere.
Ercole, dal dispiacere, dalla bile, ci s'è ammalato: Quella lí adesso da un canto ha rimorso, s'intende; dall'altro, poi, pensa che la sua condizione non è piú sostenibile, che insomma bisogna provvedere...
chi sa?...
finirla, ecco, probabilmente.
Lui per ora si oppone; ma quella lí ha da pensare ai due orfanelli, intendi? E questi vedrai, ti salveranno.
La vecchia ciarliera seguitò a lungo sullo stesso tono; ma Livia non la ascoltava piú.
Ah dunque il suo progetto non era cosí fuor dal possibile com'ella s'era costretta a credere? E se quella donna non voleva abbandonar la figlia, poteva pretendete che invece la abbandonasse Ercole? Non avevano tutti e due gli stessi diritti su la bambina? Ah, chi sa! Forse Ercole aspettava soltanto un cenno da lei, e sarebbe subito corso a prender la bimba, per cui tanto soffriva! Ed eccolo liberato per sempre da quella donna!
A poco a poco intanto, mercé le rigorose cure e l'assoluto riposo, Ercole cominciava a migliorare.
La prima volta ch'egli s'accorse della presenza di Livia nella camera, chiuse gli occhi come per fuggire la realtà.
Durante la malattia s'era sentito circondato di cure amorosissime: le doveva dunque a lei? Lo aveva vegliato lei con tanta abnegazione, lei assistito con tanta tenerezza?
Un giorno finalmente, sull'alba, mentr'ella se ne stava seduta al capezzale, sentí inaspettatamente la mano del marito cercare e stringer la sua.
Levò stupita il capo che teneva appoggiato al guanciale di lui, e lo guardò; egli piangeva con gli occhi chiusi.
- Ercole, che hai?...
- balbettò commossa, non riuscendo neppur lei a frenar le lacrime.
Egli le strinse piú forte la mano, senz'aprir gli occhi.
Poi le disse:
- Grazie...
Perdonami.
- Sí...
sí...
non agitarti...
Ho compreso tutto.
- Perdonami - ripeté Ercole.
- Sí, sí, t'ho già perdonato...
Ora sta' calmo...
So quello che desideri.
Ercole aprí gli occhi, come per accertarsi sul volto di Livia se aveva inteso bene.
- Tu vuoi vederla, è vero? - aggiunse ella con un fil di voce, chinandosi su lui.
- Oh, Livia, tu...
- esclamò egli, fissandola quasi impaurito.
- La vorresti qui, è vero? Ebbene, senti: io ci ho pensato...
Non darti pena...
sono contenta; l'avrai qui, se vuoi, per sempre! Intendi? Qui, qui, in casa nostra...
Sí, lo comprendo: ormai non può essere altrimenti.
Ma io ne sono contenta.
Tua figlia sarà anche mia figlia d'ora in poi; va bene cosí?...
Càlmati, càlmati; ne riparleremo...
Ci ho pensato a lungo, qui, accanto al tuo letto.
Poi ti dirò...
Adesso, zitto! riposa; io me ne vado...
La prima volta che egli poté reggersi in piedi fu condotto da Livia nella stanza attigua alla loro camera da letto.
- Le collocheremo il lettuccio qui, ti piace? Cosí starà accanto a noi.
Andrò a comprarglielo io stessa; un bel lettuccio, vedrai!
- Già l'ha...
- sfuggi ad Ercole.
- No, uno nuovo, uno nuovo! - disse Livia, fingendo di non accorgersi del turbamento di lui.
Poi soggiunse: -Ah, dunque dorme sola?
- Sí, sola.
- Desidero tanto di vederla...
forse quanto te.
Quando andrai a prenderla?
- Appena potrò.
Bisogna che pensi, che veda...
Non è facile...
Ma ci riuscirò; dev'esser cosí.
Nel cuore di Ercole lottavano l'ansia di rivedere la figlia dopo circa due mesi di lontananza, e lo sgomento della scena da sostenere con Elena.
Era già uscito due volte con Livia in vettura, ma non si sentiva ancora la forza, il coraggio di affrontare l'amante.
- Andrai oggi? - gli domandava Livia.
- No, oggi no, andrò dimani.
Figúrati quanto mi preme! Ma mi sento debole...
Livia non era meno in ansia di Ercole.
Non trovava requie sotto il pensiero che egli dovesse vedere ancora una volta quella donna.
Finalmente, dopo una settimana d'esitazione, l'Orgera si decise.
Salito in vettura, chiuse gli occhi e costrinse il cervello a non pensare.
- Dirò quel che mi verrà alle labbra sul momento; inutile preparar le parole!
Pervenne in fondo alla via Cola di Rienzo in tale stato di prostrazione, che a stento poté smontare.
- Aspettami - disse al vetturino.
Salí penosamente la lunga scala, quasi al bujo, sostando spesso per la incalzante agitazione.
Sú per gli ultimi gradini non aveva piú fiato.
- Ercole! - gridò Elena appena lo vide, posandogli le mani su le spalle.
- Dio! come sei pallido! - aggiunse sbigottita.
- Aspetta, aspetta...
- mormorò egli ansimante, lasciandosi cader di peso, quasi in deliquio, su una seggiola.
- Ma come sei venuto? Mio Dio, che hai avuto? Ah, come t'ho aspettato! Sei stato male assai?...
Lo vedo, lo vedo...
Il cuore mi parlava.
Ah, che giornate, se sapessi! Due mesi! Di', nessuno ha avuto cura di te?
- Lietta! Dov'è Lietta? Chiamala.
- Sí; ma ti senti meglio? Lietta! non vieni a vedere il babbo tuo? Vieni.
Sí, è qui, è tornato!
Lietta accorse con le manine levate e si gettò fra le braccia del padre, che se la strinse al petto lungamente, baciandola senza fine.
- T'ha aspettato, caro angelo mio, ogni giorno.
Ogni giorno a domandarmi: - E babbo? - Domani, verrà domani.
- Non viene? - Verrà, sí, non dubitare.
- Figlia mia cara, mi vedi? son qui, son venuto! Lietta guardava stupita il padre come se non lo riconoscesse piú, cosí cangiato, pallido, smunto.
- Vedi che il babbo tuo è stato malato? - le disse Elena.
- Malato, povero babbo! Non sai dirgli nulla? Fagli sú una carezza.
Lietta alzò una manina al collo del padre e lo baciò su la guancia.
Ercole se la strinse di nuovo al petto.
- Vuoi venire col babbo tuo, adesso? Ti porterò in vettura; vuoi venire? Sempre con me, sempre!
- Parlami, raccontami - gli disse Elena.
- Che hai avuto? Non mi dici nulla?
- Ora ti dirò...
- le rispose Ercole, ridiventando ad un tratto pallido come quand'era entrato, e piú fosco.
- Che hai da dirmi? - domandò ella, colpita dall'accento e dall'aspetto di lui.
- Conduco di là Lietta?
- Sí, è meglio.
Uscita la bambina, Elena chiuse l'uscio e, rivolgendosi all'Orgera, con le ciglia aggrottate, gli disse: - Sai, ho capito! Ti sei rappacificato con tua moglie?...
- Sí, - rispose Ercole guardandola negli occhi.
- Ah, e sei venuto a dirmelo? Bravo! Ti ha perdonato? Lo sospettavo...
Ma a che patto? E perché sei dunque venuto? Non dovremo piú vederci? Rispondi.
- No - disse Ercole cupo, e pur con un sorriso impercettibile, nervoso: - Come vuoi che...
- E sei venuto per dirmi questo? Dopo tanta attesa? Come!...
Ti sei rimbecillito? Abbandonarmi cosí? E Lietta? Che ne farai di Lietta?
- Lietta verrà con me.
- Che dici? Sei pazzo? Verrà con te? dove?
- Con me, in casa mia...
- In quale casa? In casa di tua moglie! Ah vi siete accordati a questo patto? su la figlia mia? E tu, non hai potuto...? Hai avuto il coraggio di venir da me per strapparmi la figliuola? E hai potuto credere un momento che io te la déssi? Vattene, vattene! Non posso piú vederti qui; vattene, o ti scaccio!
- Chi scacci? - gridò rabbiosamente Ercole: - Come puoi tu...? Ma già, è inutile risponderti...
Vuoi ragionare? Non vuoi.
M'insulti...
Dammi Lietta e me ne vado.
- Sei pazzo? Ah tu non me la strapperai; avrò piú forza di te! È figlia mia, com'è figlia tua, capisci?
- Non con la forza, con la ragione - incalzò Ercole.
- Vuoi ragionare? Lasciami dire, ascoltami...
- Non sento ragioni! Ragioni d'un pazzo! Vieni a dirmi: - Ti tolgo la figlia - e vuoi che ragioni con te! Ma, Dio mio, è giusto, è onesto?
- No, senti...
Va bene...
Piano! Ti sembro pazzo...
ma lasciami dire...
rispondimi...
Ti dirò io quel che è giusto e quel che è onesto.
Lascia star Dio! Di Lietta tu che ne farai? Perché parli? Pel suo bene? No! Tu parli per odio contro una donna che noi abbiamo insieme ingannata, tradita...
E ti par giusto, ti pare onesto?
- Ma che dici? Non vuoi intendermi! Io parlo per mia figlia che mi vorreste portar via...
È giusto, è onesto?
- E che pretendi? Pretendi che non la veda piú io invece?
- Ma no, ma chi te lo vieta? È qui; vieni e la vedrai.
Te lo vieta tua moglie, non io.
- Tu, tu me lo vieti ora; perché non è piú possibile ch'io seguiti a venir qui.
- Ed è colpa mia? Vuoi startene con tua moglie? Ebbene, io non ti chiedo di meglio: tu con lei, io con mia figlia!
- Sí! E che ne farai?
- Quel che Dio vorrà.
- Lascia star Dio, ti dico! - gridò Ercole.
- Qui si tratta dell'avvenire di mia figlia! Non lasciarti vincere dall'egoismo, dal tuo odio...
Parliamo della bambina; di lei dobbiamo parlare.
- Ma come puoi pensare che Lietta viva senza di me? Io l'ho messa al mondo, le ho dato il mio latte, la mia vita, l'ho cresciuta, l'ho tenuta sempre con me! Ah speri che mi dimentichi? Ma è possibile? Deve dimenticar sua madre? Sperate questo tutti e due? Quell'altra deve carezzare la mia bambina, insegnarle a scordar sua madre?...
Elena ruppe in singhiozzi strazianti, coprendosi il volto con le mani.
- No, non questo - disse Ercole cupamente.
- Comprendo il tuo dolore; il sacrifizio è enorme; ma se tu ami Lietta piú di te stessa, devi compierlo.
Non pensare a me, né all'altra; pensa a Lietta soltanto, al suo avvenire.
Io son venuto qui per parlare al tuo cuore.
- Dici, per strapparmelo! - esclamò Elena singhiozzando disperatamente.
- ...
al tuo cuore di madre senza egoismo...
Non mi faccio forte di nessuna ragione, di nessun diritto.
Ti dico: pensa solo a lei.
Tu stessa, l'ultima volta, mi hai costretto a considerare la nostra posizione...
la tua per quei due orfani...
Non è vero? Ebbene, rifletti, considera tu adesso: che vuoi fare?
Elena rispose con lamenti rotti, con parole spezzate dai singulti.
Ercole, in crescente commozione, si sforzò d'intendere quel che ella diceva piangendo; poi ripeté:
- Che vuoi fare? Per forza la soluzione doveva esser cosí crudele.
Tu lo avevi preveduto prima di me.
Per forza! E solo a patto d'un sacrifizio, o mio, o tuo...
Vuoi che mi sacrifichi io? Oh con tutto il cuore ti risparmierei; ma che gioverebbe a Lietta il mio sacrifizio? Nulla.
Ragiona e vedi.
Sarebbe anzi tutto a suo danno; non puoi negarlo.
Pensa che tua figlia avrà un nome, uscirà dall'ombra della nostra colpa, avrà un avvenire che tu non potresti mai darle.
Tu devi pensare agli altri due.
Fàllo per loro.
Essi resteranno a te; io che farei senza Lietta?
- E che farò io? - domandò Elena strozzata dall'angoscia, mostrando il volto inondato di lacrime.
- Che farò io? Non vederla piú! È possibile? Ora, dopo tre anni! Come potrò piú vivere senza di lei? Che crudeltà inaudita, Dio mio! E uccidimi piuttosto! Parlarmi del bene di mia figlia, a costo del sacrifizio mio! Questa è la maggior crudeltà! Cosí scusi l'atto mostruoso che sei venuto a compiere! Che posso dirti? Prenditi la figlia, strappamela dalle braccia per non farmela vedere mai piú! È possibile?
Ercole rimase a capo chino, in silenzio, scosso, quasi vinto, e non per tanto in attesa, mentre Elena piangeva, piangeva.
Alla fine ella soggiunse:
- Doveva finire, sí, lo so; ma finire cosí? Come avrei potuto immaginarmelo?
- E come, allora, Elena? - domandò egli con accento sommesso, dolce, pieno di compassione.
Elena non rispose; si contorse le mani, scosse a lungo la testa, quasi con rabbia di dolore, perdutamente, e scoppiò in pianto piú dirotto.
Ercole si alzò sconvolto, straziato: le si appressò.
Voleva dirle qualcosa, ma non poté; si portò una mano agli occhi per trattenere le lacrime irrompenti.
Udirono in quella picchiare all'uscio, e la voce di Lietta:
- Api, babbo! Non mi potti in vettura?
Elena balzò in piedi con un grido: aprí l'uscio e si tolse la bambina nelle braccia.
- Figlia! Figlia mia!
Lietta si lasciò stringere stupita, afflitta, guardando il padre che le sorrideva piangendo anche lui.
- Vuoi andare col babbo? - le domandò Elena senza scioglierla dall'abbraccio.
- Ci - fece Lietta.
- Per sempre col babbo?
- Elena! - chiamò l'Orgera per impedire la risposta della bambina.
La madre sedette, guardò Lietta su le sue ginocchia, poi si volse a Ercole e irruppe.
- Non te la do, non posso dartela!
Ercole chiuse gli occhi, si strinse nella persona e contrasse il volto dallo spasimo.
Quel supplizio, ormai, con la bambina lí presente, era insopportabile.
Elena vide l'atroce sofferenza su quel viso, e supplicò:
- Lasciamela almeno fino a domattina...
Egli si premette la faccia con ambo le mani.
- Fino a stasera - insisté Elena.
Lietta si recò una manina alla nuca, chinando la testina, segno che stava per piangere.
- No, no, Lietta - le disse la madre.
- Adesso la mamma ti veste...
ti veste lei con le sue mani, e tu andrai via col babbo, in carrozza...
Lietta andrà via col babbo.
Sei contenta?...
Oh Dio!...
No, no...
Pigliamo la vestina nuova che ti ha cucito la mamma, sai? e le scarpette nuove...
Bisogna però che tu ti faccia lavar bene bene...
anche qui, vedi, ai ginocchietti che sono sporchi...
Poi metteremo le calzine belle...
- Rosse - fece Lietta con una mossettina del capo e carezzando il collo della madre che piangeva.
- Sí, quelle rosse.
Alza un po' il mento, cosí.
Ecco fatto...
Oh! Bisogna anche cambiar la camicina; bisogna che ti cambi tutto; devi farti vedere pulita pulita.
Ora laviamoci, sú, sú.
Ercole si era messo dietro la cortina della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, per non assistere a tanto strazio.
Elena, lavando la bambina con la massima cura, tremava per tutto il corpo, si mordeva le labbra per non prorompere in grida, e piangeva, piangeva silenziosamente.
Poi si mise a vestirla.
- Il vetturino vuol sapere se deve aspettare ancora - disse la serva dalla soglia.
Ercole si volse, guardò Elena un tratto, poi disse bruscamente:
- Sí, sí.
- Ti sei fatto aspettare - osservò Elena con un ginocchio per terra, terminando di vestir la piccina.
- Eri cosí sicuro che te l'avrei data?
- Pensavo che...
- Sí, sí, tu hai pensato a tutto, a tutto, a Lietta, a te, a tua moglie, finanche a' miei poveri ragazzi; a me soltanto non hai pensato; a me che resterò qui, sola, senza la figlia mia, qui...
Lietta si mise a piangere.
- Elena! - la interruppe Ercole appressandosi agitatissimo, quasi fuori di sé: - Alzati.
È impossibile, hai ragione; no no, vedi come piange la bambina? No, Elena, hai ragione...
è mostruoso...
noi non possiamo piú separarci.
Sono stato un pazzo...
Alzati...
Senti: io lascio tutto, non penso piú a nulla.
Andiamocene insieme, dove che sia, lontano...
tutti e tre...
ora, subito...
Alzati.
Investita da questo scoppio improvviso di disperazione, Elena guardò sgomentata l'Orgera, senza poter levarsi da terra.
- E quegli altri due? Abbandonarli, partire! No, andate voi piuttosto via da qui, da Roma, perché lei non mi veda piú.
Se rimarrete, io devo vederla per forza, e allora lei come potrà dimenticarmi?...
Oh Dio! Lietta...
Lietta!...
- E allora...
- gridò Ercole non resistendo piú.
Si chinò, sciolse rapidamente la bimba dalle braccia della madre che la baciava piangendo inginocchiata, la afferrò, se la tolse in braccio, e scappò via a precipizio con la figlia.
Elena diede un urlo e rimase per terra con le braccia protese, svenuta.
DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME
I
NOSTRA MOGLIE
(Il Gran Me ed piccolo me rincasavano a sera da una scampagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle, a cui l'inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie segretamente il cuore.
Il Gran Me è ancora come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera.
Il piccolo me è invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le mani e la faccia e quindi andare a letto.
La camera è al bujo.
Il tessuto delle leggere cortine alle finestre si disegna nel vano sul bel chiaro di luna.
Viene dal basso il murmure sommesso delle acque del Tevere e, a quando a quando, il cupo rotolío di qualche vettura sul ligneo ponte di Ripetta.)
- Accendiamo il lume?
- No, aspetta...
aspetta...
Restiamo ancora un tratto cosí, al bujo.
Lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po' di sole di quest'oggi.
La vista dei noti oggetti mi toglierebbe all'ebbrezza soavissima, da cui sono ancora invaso.
Sdrajamoci su questa poltrona.
- Al bujo? Con gli occhi chiusi? Io m'addormento, bada! Non ne posso piú...
- Accendi pure il lume, ma sta' zitto, zitto per un momento, seccatore! Sbadigli?...
- Sbadiglio...
(Il piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito dopo fa un'esclamazione di sorpresa.)
- Oh, guarda! Una lettera...
È di lei!
- Da' a me...
Non voglio sentir nulla, per ora!
- Come! Una lettera di lei...
- Da' a me, ti ripeto! la leggeremo piú tardi.
Ora non voglio essere seccato.
- Ah sí? E allora ti faccio notare che tutt'oggi con quelle ragazze hai detto e fatto un mondo di sciocchezze, e che forse mi hai compromesso!
- Io? Sei pazzo! Che ho fatto?
- Domandalo agli occhi e alla mano.
Io so che mi son sentito tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una volta ho fatto esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser contenti.
- E di chi la colpa? Mia forse? Io ho creduto di farti piacere piegandomi jersera ad accettar l'invito della scampagnata.
Non ti sei sempre lagnato ch'io non abbia veruna cura di te, della tua salute; che io ti costringa a star sempre chiuso con me nello scrittojo tra i libri e le carte, solo, senz'aria e senza moto? Non ti sei sempre lagnato che io conturbi finanche il tuo desinare e le poche ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e la mia noja? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un giorno nella compagnia delle gentili fanciulle e nella letizia della stagione? Che pretendi dunque da me, se non ti vuoi in alcun modo accontentare?
- Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la ferza e la trottola gira...
Quando parli, chi ti può tener dietro? Sai far bianco il nero e nero il bianco.
L'esserti tutt'oggi obliato sarebbe stato un bene per me, ove non ti fossi troppo obliato...
troppo, capisci? E questo è il male, e deriva dal modo di vita che tieni e che mi fai tenere.
Troppo imbrigliata è la nostra gioventú; e appena le allenti un po' il freno, ecco, ti piglia subito la mano, e allora, o sono sciocchezze o son follie, che piú non si convengono a noi, che abbiamo ormai un impegno sacrosanto da mantenere.
Dammi la lettera, e non sbuffare!
- Quanto mi secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender moglie, e da che m'hai con insoffribili lamentele persuaso ad acconsentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggiore! Or che sarà quando avremo in casa la moglie?
- Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!
- Io per me l'ho detto e ti ripeto che non voglio saperne.
Sia pure la tua fortuna! non voglio immischiarmici.
- E farai bene, fino a un certo punto.
Tu sei venuto sempre a guastare ogni disegno mio.
Facevo due anni addietro con tanto diletto all'amore con nostra cuginetta Elisa...
ricordi?...
ricorrevo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi piangere...
Io ti dicevo zitto, lasciamela stare! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate riflessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L'hai confessato in versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa...
Or che intendi di fare con quest'altra? Rispondi.
- Nulla.
Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar te, sei contento? Purché tu mi prometta che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento.
Prendi moglie tu, insomma, e non io...
- Come! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, come potrò io aver pace in casa con lei?
- Io voglio la libertà de' miei segreti pensieri.
Sai che l'amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno, per me; ho sempre, infatti, lasciato a te l'esercizio dell'amore.
Fa' dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace.
Io ho da pensare ad altro.
Tu prendi moglie, se lo stimi proprio necessario...
- Necessario, sí, te l'ho detto! Perché, se rimango ancora un po' soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura piú miserabile della terra.
Ho assoluto bisogno d'amorosa compagnia, d'una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra.
Ah, sono stanco, mio caro, d'attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi con l'ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare torbido delle tue chimere.
A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr'io, poveretto, con l'unghie m'industrio pazientemente di scioglierlo.
Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! Pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola, a sera...
Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne starai solo, appartato, a lavorare.
Nessuno ti disturberà.
Purché poi, uscendo dallo scrittojo, sappi far buon viso alla compagna nostra.
Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte...
non andar tardi a letto...
- E poi?...
Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli.
Li manderete a scuola da me?
- No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl'infelici come te.
Ma su ciò disputeremo a suo tempo.
Ora dammi ascolto: addorméntati! lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle.
Già la stanchezza m'è passata.
- Vuoi che ti detti io la risposta?
- No, grazie! Addorméntati...
Basto io solo.
Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori.
Per altro, l'amore non ha bisogno della grammatica.
E tu saresti capace d'arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive collegio con due g.
DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME
II
L'ACCORDO
(Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soffitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l'estate suol fare un grappolo di mosche.
Il piccolo me è come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a quando a quando.
Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la stuoja alla finestra.
Ha però la stuoja due o tre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino tessuto a opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine.
Il Gran Me si volge a osservare intentamente l'aureo pulviscolo che s'aggira lento, senza posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto si parte come un atomo di luce, che subito s'estingue nell'ombra.)
- Cosí ogni mio pensiero!
- Bravo! E non stimi sciocco tu l'atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e naufragare nell'ombra?
- No.
Sciocco tu, invece.
Che prezzo può aver la luce per un cieco?
- Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l'illusione che i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri sensi, del resto, i quali mi servirebbero meglio senza dubbio, se m'accordassi maggior libertà d'usarne.
Son io forse cagione, se tu non riesci a veder nulla?
- E tu che vedi?
- Io? Quel che c'è da vedere.
È vero che, di questi tempi, si vedono quasi solamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser mago e far l'incanto per te e per me (se non per gli altri) su queste miserie e su queste brutture, perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une piú tristi, le altre piú basse, tanto che, piú che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?
- Ah, mi parli ora d'incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare dalla corrente dei casi giornalieri, accettando, senza pensare, la vita com'essa man mano ne' suoi effetti ti si rivela?
- Come, come? Non t'intendo.
Che accetto io? che rifiuto? Io che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.
- Ma che giudizio vuoi aver tu?
- Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu non m'inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgomento della morte infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un po' d'appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giudizio di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavorare, ma con utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi.
- E poi?
- Poi nulla.
- Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi cosí, un giorno dopo l'altro, fino alla vecchiezza, lasciando me sempre interdetto, in esasperata infinita sospensione, ovviando con futili pretesti l'assidua costernazione mia, e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del consueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po' l'abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii le oneste mani.
Cosí, cosí tu vorresti seguitare a trascinarmi teco ciecamente verso l'estrema rovina, giú, giú, con gli altri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi dell'antico pastore.
Ma io non son dell'armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella forma che meglio vi aggrada! Io voglio la signoria di me medesimo, e la tua schiavitú.
- La mia schiavitú? E come! Non mi tieni forse schiavo abbastanza? Oh di' che mi vuoi morto piuttosto! Io, poveretto...
e che altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po' di riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dunque male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la gioventú nostra sarà sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma sí! Purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio.
E per te il desiderio ha sempre avuto il torto d'esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la volontà, infeconda per me d'ogni bene.
Beati, beati gli anni dell'infanzia.
Perché voglio sperare che tu non fossi grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli.
A proposito, di': o come mai t'è venuto in mente di diventar cosí grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una pazzia...
Basta.
Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della mia vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?
- Cercarlo...
Bravo! E come? L'altra sera, in vettura, ricordi? mentre si andava al passo sú per l'erta via che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lí su la cassetta cigolante.
- Nascer cavallo è brutto, sú per queste vie...
- E io, guidarlo? - si voltò a dirmi il vetturino.
- Buona Pasqua, signorino! Da' qualche cosa a una povera vedova con quattro bambini...
- Fiammiferi in tasca ne ho - tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova.
Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: - L'ultima Pasqua, vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa...
L'hai tu trovato quel ch'io cerco? - Lí! - mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui.
- Lí, ma per poco tempo, come in tant'altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l'ho trovato.
Seme di lino, caro, quand'hai la tosse: un buon cataplasma sul petto, e un pizzico di senape: tira l'umidità...
- Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto.
Mentre tu guardi vivere, e non vivi.
E cosí, si sa, io sarò un asino, ma tu non intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il senso e lo scopo Oggi in una cosa, domani in un'altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita.
Abbi compassione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la peggiore delle sciagure.
E allora, mio caro, pigliamo per ricetta di buttarci da una finestra o d'impiccarci a un albero, che sarà meglio.
No no, via: mettiamoci piuttosto d'accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere insieme.
Credi pure che quanta brama hai tu d'uccider me, tanta n'avrei io d'uccider te...
T'odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi insieme con te.
Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.
- Dividiamocele.
- Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.
- Assoluto padrone.
- Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.
- Troppe!
- Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se me ne dài meno, finirò certo con l'addormentarmi, non appena ti metti ad almanaccare...
Andiamo innanzi.
Oh, ma...
aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno - intendiamoci! Non vorrei, come hai fatt