APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 19
...
.
Cosí frattanto, per rimedio, aveva pensato di farsi di queste sue disgrazie amorose come una specie di fatalità che gli pesasse addosso, incomprensibile.
Con ciò avrebbe potuto anche mostrare di non covar rancore contro nessuno, già rassegnato a questa sua fatalità.
E s'era immalinconito.
Anna intanto peggiorava di giorno in giorno.
I timori di Mondino fondati sulla misera complessione di lei, s'avveravano purtroppo! Ed egli, accanto a quel lettuccio, senza saper perché, diveniva piú malinconico.
Anna, durante la malattia, s'era alquanto rasserenata, come se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano posato in fondo al cuore; di tanto in tanto tuttavia un pensiero tornava ad agitarla.
Ella adesso rispondeva brevemente a qualche domanda di Mondino.
- Come si sente oggi, signorina?
- Meglio, dottore...
Diceva meglio! E intanto...
Con l'andar dei giorni, le visite di Mondino divenivano piú lunghe e meno secche.
Egli conversava un po' con la madre, e spesso induceva Anna a dire anche lei qualche parola.
Dopo una mesta riflessione sulla vita o sull'erroneo concetto che spesso ci facciamo degli uomini e della società, sorrideva amaramente e sospirava.
Anna pareva non udisse; l'ascoltava invece attentissimamente.
"Ingiustizie della natura umana!" pensava tra sé Mondino.
- "Costei muore per me.
E muore sul serio! Ormai, piú nessuna speranza di salvarla! E io non seppi amarla, l'unica che non me lo avrebbe lasciato dir due volte!"
Concepí a un tratto, per la disposizione di spirito in cui allora si trovava, l'idea di farla, se non altro, morir contenta.
- Sarà un'opera di carità!
Gliela doveva, per altro: egli s'era mostrato un giorno troppo affabile con la povera ragazza.
Rita Prinzi assisteva Anna da una settimana, come una sorella.
Non sapeva scostarsi dal lettuccio dell'inferma, a cui faceva delle piane letture, che non la stancassero, e parlava di cose liete.
Soltanto, ogni qual volta veniva il dottore, ella fuggiva per non farsi vedere.
Una mattina però non fece in tempo a scappare: Mondino, entrando, udí il rumore d'una seggiola che Rita, scappando, aveva rovesciato per terra.
Anna era rimasta sola, a letto.
- Disturbo, signorina? - domandò dalla soglia Mondino, piegando il busto in avanti, sulle lunghissime gambe dritte.
- No - rispose Anna, seccamente.
- Mi pareva che qualcuno fosse scappato.
- Sí, Rita - rispose allo stesso modo Anna.
- Oh! - fece Mondino, sorridendo.
- E perché scappa? Faccio anche paura?
Sedé accanto al letto, e prese tra le dita l'esile polso di Anna.
- Io ho avuto il torto, signorina - riprese senza lasciare il polso - di bussare a certe porte, a cui non dovevo, e ne sono pentito.
Oh se sapesse quanto! Molto...
molto...
mi creda! Mi sono smarrito come un cieco, signorina! Apro gli occhi adesso; ma spero, non troppo tardi - se lei vorrà credere al mio pentimento, e perdonarmi...
Anna non traeva piú respiro, a queste parole, e ritrasse pian piano il polso di tra le dita del dottore.
- Queste cose non deve dirle a me...
- gli rispose senza guardarlo, con voce che voleva parer ferma.
Entrò in quella la madre, chiamata da Rita.
- Alla mamma, allora? - fece Mondino sorridendo alla signora Cesarò.
- Come dice? - domandò questa, sedendo a piè del letto della figlia.
- Dicevamo...
o meglio, io dicevo alla signorina, che è necessario star presto bene, perché abbiamo bisogno di lei...
io specialmente...
io piú di lei, signora.
M'ero smarrito come un cieco, le dicevo; sí...
e mi ritrovo adesso qui, accanto a questo lettuccio...
capisce, signora mia? qui...
accanto alla signorina Anna...
Che ne dice?
La madre non aveva compreso le parole del dottore, né il tono insolito della voce dolce e malinconico, e lo guardava, stordita; comprese alla fine a uno sguardo che egli rivolse alla figlia appena ebbe finito di parlare, e dall'atteggiamento del volto di Anna.
Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi balbettando:
- Come? ma s'immagini...
io, io felicissima! s'immagini!...
Però, deve dirlo lei, con le sue labbra...
È vero, Anna?
Anna, col volto che pareva una maschera di cera, teneva gli occhi semichiusi.
- A lei, dunque, signorina...
- disse sorridendo Mondino, chinandosi un po' verso il letto, e attendendo.
- Ebbene, no! - rispose Anna, aprendo gli occhi e aggrottando un poco le ciglia.
Al "no", Mondino si ritrasse istintivamente dal letto, e impallidí, col sorriso rassegato sulle labbra.
- No? Come! - esclamò - no, anche lei? Ah! Mi ricompensa male, signorina...
Io non credevo...
S'interruppe.
Si passò forte una mano sulla fronte e sugli occhi; poi riprese, con un lungo sospiro:
- Pazienza! Oh, non tema, signora Cesarò: il mio zelo non verrà certo meno per questo! Procurerò anzi di guadagnarmi cosí, se non un po' d'affetto, un po' di stima, almeno, della signorina.
Farò il mio dovere, per quanto mi sarà possibile.
E cangiò tosto discorso, con molto spirito, in quel momento.
(Cosí almeno stimò Rita, che origliava all'uscio della cameretta.)
V
Gesú - vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per ordine di Tiberio Imperatore di Roma, nel trentesimo anno dell'era cristiana.
Questa gemma, di cui l'inestimabile valore non supera il merito artistico, dopo varie vicende, fu posseduta dal tesoro turco, e da quell'Imperatore donata al Pontefice Innocenzo VIII, per la redenzione d'un fratello dell'Imperatore fatto schiavo dai cristiani.
Rita, assorta in pensieri a piè del letto di Anna, rileggeva meccanicamente, per la trecentesima volta almeno, questa iscrizione sotto una immagine di Gesú appesa al capezzale.
Dopo il suo "no", Anna era molto peggiorata.
Il male precipitava.
- Non stare piú con me, Rita - diceva ella.
- Se io fossi in te, avrei paura a star qui.
- Ma no, Anna! Scherzi? Tu stai meglio...
- Sí...
meglio...
Non aveva piú forza di sollevare un braccio dal letto, e lo mostrava sorridendo amaramente all'amica.
I genitori avevano già consigliato a Rita, veramente, di non andar piú da Anna.
- Sciocchezze! - rispondeva Rita.
- Quando il medico mi dirà che non sarà piú prudente andare, non andrò piú.
Per ora, non siamo a questo punto.
Anna, a cui la malattia aveva straordinariamente acuiti i sensi e l'indole un po' sospettosa, spiava dal letto l'amica con diffidenza, ritenendo per fermo in cuor suo ch'ella avesse disapprovato il suo rifiuto aspro al dottore, il quale ora, quasi in ricambio, si mostrava per lei (anche agli occhi di Rita) piú premuroso d'un fratello.
Perché Rita ormai non scappava piú dalla stanza all'arrivo del Morgani? Ella anzi, adesso, rivolgeva delle domande o chiedeva a lui dei consigli circa l'assistenza da prestare, e Mondino allora rispondeva a lungo, con evidente soddisfazione, e col suo garbo abituale.
E Anna, dal volto di Rita, argomentava com'egli non le dovesse parer piú, come prima, antipatico e sciocco.
- Ah, egli è buono, è buono! - pensava Anna in cuor suo.
- E come parla bene!
Nello stesso tempo Rita si confessava internamente:
- Non è poi tanto sciocco quanto credevo! E non dev'esser cattivo di cuore.
Mondino, dal canto suo, comprendeva e assecondava guardingo la corrente sentimentale favorevole, in cui s'era messo.
Seguitando cosí, l'approdo era sicuro.
Anche Anna lo prevedeva, e, se da un canto provava un sentimento duro, indefinibile di gelosia contro Rita, dall'altro non solamente scusava Mondino, ma godeva a sentirlo parlare cosí bene all'amica, e a veder com'egli l'avesse già vinta e piegata a lui.
E avrebbe voluto quasi dire a Rita: "Vedi, vedi com'egli è degno d'essere amato! Ah, lo stimi tu adesso, com'io prima lo stimavo? Sta bene; e ora vattene di qui! Tu non stai accanto al mio letto per me, ma per veder lui e parlargli due volte al giorno...
L'intendo, l'intendo forse piú che voi stessi ancora non lo intendiate! Mostrate d'aver tanta pietà di me, perché in questa pietà è l'intesa del vostro amore...
Vàttene, Rita! Per me e per te, vàttene!"
Ma Rita non se n'andava; si mostrava impaziente se il dottore tardava cinque minuti a venire, e si recava a guardar dietro i vetri della stessa finestra, a cui Anna s'affacciava un tempo per veder passare Mondino.
E sinceramente ella stessa, nel suo interno, credeva che questa impazienza derivasse soltanto da disinteressata premura per l'amica infelice.
Anna un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse arrivata l'intesa tra i due, volle simular di dormire proprio nel momento in cui era solito di venire il dottore.
Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita: Anna stessa l'aveva pregata di mettersi a letto per rifarsi un poco delle veglie durate.
Mondino finalmente giunse, e subito Rita gli fe' cenno d'avanzarsi adagio, sulla punta dei piedi.
- Dorme! - bisbigliò, quand'egli si fu accostato al letto.
Mondino contemplò un tratto la giacente, poi si volse a Rita, socchiuse gli occhi e dimenò desolatamente la testa.
- Pare già morta! - sospirò senza voce Rita.
Mondino annuí, poi a bassa voce, un po' impacciato, disse:
- Intanto lei, signorina...
senta, non è giusto che si trattenga piú qui...
Capisco, è l'amica del cuore...
Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma creda che...
io soffro, ecco, quando son fuori, e penso che lei è qui esposta al pericolo.
Mi intende? Dunque mi faccia il favore di andarsene...
di non venir piú...
Me lo promette? Non è prudente...
- Gliel'ho già detto! - gridò Anna aprendo gli occhi improvvisamente e volgendosi ai due con le ciglia corrugate.
Rita e Mondino trasalirono.
- Dico che non è prudente - balbettò Mondino imbarazzato - non per il suo stato, signorina Anna...
ma perché...
perché la signorina Rita è sofferente...
per le veglie...
e perché soffre vedendo lei cosí...
- Ah, per questo? Se è per questo, la lasci dottore, non soffre! - l'interruppe Anna con amarissimo sorriso.
- Soffro io! io soffro, invece.
Ah, per carità, lasciatemi morire in pace! Non venite piú nessuno dei due.
Che gusto provate ad amarvi qui, accanto al letto d'una moribonda?
Rita scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani, e Mondino confuso, agitato, non trovò una parola da rispondere ad Anna, e se n'andò in fretta, senza neanche ardire di salutar Rita piangente.
Dopo circa due settimane Anna morí.
Da sei anni ora giace nell'alto e solitario cimitero di Vignetta ricco di fiori e di cipressi; e piú non può sapere, per sua pace, che da cinque anni Mondino Morgani e Rita Prinzi son marito e moglie, e che già hanno due figliuoli - Cocò e Mimí - biondi come papà.
IL NIDO
Attorno alla testina bionda della gracile e dolce bambina che gli sedeva a fianco, intenta a guardar fuori, per il finestrino della vettura chiusa, Ercole Orgera, assorto, avvolgeva come un ideal nimbo di pensieri e, carezzandole con mano lieve i capelli aurei, morbidissimi, un po' ricciutelli su la nuca scoperta, considerava la sua vita infelicissima e l'avvenire di lei, fiorellino innocente, nascosto, che sbocciava or ora alla vita!
Lietta, infastidita un po' da quel leggiero, continuo brancicamento su la nuca, si volse al padre, e gli disse in un sorrisetto
- Ttatti quieto!
Ercole sorrise al sorriso della bambina, senz'intendere la molestia che le recava.
- Dico, ttatti quieto...
La vettura andava al passo per il largo serpeggiante viale che conduce al Gianicolo.
Erano i primi giorni d'aprile, e l'aria era tepida, soavissima.
La bambina pareva rassegnata a guardar fuori soltanto per il finestrino della vettura, come se già comprendesse che non poteva uscire in compagnia del babbo altrimenti che cosí in vettura chiusa.
Questo pensava Ercole, e tal pensiero, come se fosse nato entro la testina della figlioletta, lo intenerí quasi fino alle lacrime.
Ah sí, solanto cosí, furtivamente, poteva egli andar fuori con la bambina sua! E fosse ella rimasta piccina sempre cosí!
Se la tolse su le ginocchia, se la strinse forte al petto e la baciò piú e piú volte, dicendole:
- Figlia mia bella! Tu starai sempre col babbo tuo, è vero? sempre col babbo tuo?
- Cí...
cí...
- rispose confusa tra i baci Lietta, pur avvezza a quelle improvvise espansioni d'affetto del padre.
- E la mamma...
- aggiunse subito dopo, buona buona.
- E con la mamma, sí!
Il matrimonio di Ercole Orgera con la cugina Elena Ferusi era andato a monte, molti anni a dietro, per futilissimi motivi, per uno sciocco puntiglio della promessa sposa, la quale, poco tempo dopo, come per improvvisa risoluzione della sua testa un po' balzana, era andata a nozze con un tal Mari, fiorentino, già quasi vecchio, e, per giunta, di paraggio inferiore a lei.
Ercole ne aveva immensamente sofferto; tanto, che non era bastato a consolarlo il favore veramente straordinario con cui era stato accolto in quei giorni il suo secondo romanzo L'incredula.
Logorato e ben diverso da quel che era prima, s'era tuttavia, alla fine, riavuto dal gran dolore.
Tre anni appresso, aveva sposato Livia Arciani.
Dopo la pubblicazione dell'Incredula non era piú apparso di lui neanche un rigo.
Con iscuse bizzarre e ingegnose egli aveva cercato di coonestare innanzi agli occhi proprii e agli altrui lo sciopro e la neghittaggine in cui era caduto.
A poco a poco, in seguito, s'era anche allontanato dalla società che prima era solito di frequentare, rintanandosi quasi nell'oblio piú profondo di se medesimo e degli altri.
Gli amici avevano attribuito la cagione di questo mutamento alla moglie, che fu per ciò da loro soprannominata l'Orsa.
Nessuno la aveva mai avvicinata, nessuno aveva mai parlato con lei.
Ma parlava ella forse? Pareva, a guardarle specialmente gli occhi, che ella non dovesse aprir mai le labbra, se non per profferir qualche sí o qualche no incerto e sospettoso.
Pareva covasse sempre dei lugubri pensieri; ma quali e perché?
Livia aveva accolto senz'ombra d'entusiasmo la proposta fattale dal padre di sposare Ercole Orgera, che ella non conosceva né di nome né di figura.
Il padre le aveva detto che egli era un letterato, autore di romanzi, un uomo colto, insomma, e bene in vista.
- E perché viene a sposar me? - s'era domandata Livia, che si riconosceva non bella e quasi del tutto incolta.
Per la dote? Non certo per la ingenuità o pel naturale ingegno.
Egli forse non gliene aveva punto sospettato...
Ma tanto meglio! Voleva dire che ella gliel'avrebbe dimostrato a tempo e a luogo.
E aveva detto di sí.
Gli sponsali erano stati celebrati senza veruna pompa, e, dopo un breve viaggio di nozze, la nuova coppia aveva preso stanza in Roma.
A poco a poco la confidenza reciproca s'era attizzata al fuoco amoroso.
Livia aveva dovuto convenir con se stessa, che il marito, sí, a trattarlo intimamente, non era come ella lo aveva dapprima immaginato: non le incuteva punto soggezione, dei suoi talenti non faceva mai sfoggio, e aveva innegabilmente dei modi squisitissimi di pensare e di sentire, però forse piú riflessi che spontanei.
Di quel che pensasse e sentisse per lui, Livia, all'incontro, non gli aveva mai lasciato intraveder nulla.
Era cosí, piú che chiusa, cupa di natura, ed avendo subito riconosciuto in sé una forza di volontà di gran lunga superiore a quella del marito, l'aveva messa in atto fin da principio, specialmente nel modo di comportarsi innanzi a lui.
Osservava tutto, e taceva, senza mostrarsi mai sospettosa o diffidente; non le sfuggiva una sola parola di lui; lo cingeva insomma, senza tuttavia parere e senza dargli il menomo disagio, di costante vigile e silenzioso assedio.
Fin dai primi mesi del matrimonio, Ercole s'era lasciato sfuggire la confidenza sul suo passato amore.
Livia non aveva domandato altre spiegazioni e notizie su quel fatto e intorno a quella donna, che sapeva lontana, a Firenze.
Il modo con cui Ercole le aveva narrato quella storia non aveva fatto nascere in lei alcuna curiosità; né ella, quand'anche, gliene avrebbe dimostrata.
Nessun desiderio del pari aveva mai manifestato d'apprendere e conoscer l'artista nel marito.
Ercole non s'era piú rimesso all'arte.
Perché dunque occuparsene? Ella, in fondo, non arrivava a comprendere come si potesse pigliar sul serio la professione di scrivere dei libri.
Con l'andar del tempo, anche Ercole pareva si fosse messo a pensarla cosí.
S'era stretto in familiarità col suocero campagnuolo, e s'era dato alla caccia e a badare alla villa recata in dote dalla moglie, ai cavalli e finanche all'allevamento del bestiame.
- Attenderei tanto piú volentieri ad allevare un bambino! - aveva egli detto piú volte alla moglie scherzosamente.
- Ma tu non vuoi darmene...
Anche Livia avrebbe desiderato tanto un figliuolo, che fosse venuto a smuovere un po' l'acqueità stagnante della loro vita, agitata solo di tanto in tanto, cosí, fuor fuori, da qualche proposito eccentrico del marito; un lungo viaggio all'estero! andare a stabilirsi in altra città!...
Propositi vani, ranocchi che si tuffavano in uno stagno, riuscendo solo a promuover dei zeri placidamente perdentisi alle rive.
Cosí, in perfettissima calma e nell'attesa continua e vana, erano già trascorsi otto anni dal loro matrimonio, quando era pervenuta a Ercole, da Firenze, una lettera lacrimevole della cugina Elena Mari.
Ella scriveva che le era morto il marito e che era rimasta quasi in miseria: chiedeva ajuto per i suoi due figliuoli che avrebbe voluto collocare in un ospizio d'orfani, a Roma, e in coda alla lunga lettera, piena di particolari su la sua vita coniugale infelice e sul suo marito defunto, esprimeva profondo, amarissimo rammarico per la sua passata sventatezza e, insieme, la fiducia d'aver già ottenuto perdono da Ercole, soggiungendo infine: "Il danno, come vedi, è stato tutto mio!"
Ercole aveva letto insieme con Livia quella lettera inaspettata: per la moglie non aveva segreti.
Nell'aprir quel misero foglietto, neanche listato a nero, in testa al quale era scritto semplicemente il suo nome seguito da un punto ammirativo, s'era turbato, e aveva guardato la moglie che gli stava accanto, in piedi.
- Chi può scrivermi cosí?
- È semplicissimo: guarda la firma! - gli aveva risposto, con apparente calma, Livia, chinandosi per leggere insieme.
- Elena...
- Non ti ricordi piú chi sia? Tua cugina...
- Possibile?...
Il domani Ercole, per espressa volontà della moglie, aveva spedito quattrocento lire alla vedova Mari, senza un rigo d'accompagnamento.
Circa tre mesi dopo, s'era rimesso d'improvviso, febbrilmente, a scrivere, a pensare all'arte, come se l'estro gli si fosse a un tratto riacceso, dopo sí lungo letargo.
S'era impegnato con un'importante rivista di letteratura e di scienze per un nuovo romanzo, che andava scrivendo affrettatamente, man mano che si pubblicava: due o tre capitoli, un foglio di stampa della grande rivista, ogni quindici giorni - enorme fatica, specie per lui che aveva perduto da tanto tempo l'abitudine dello scrivere! E s'era impegnato nello stesso tempo per altri lavori con altri giornali.
Era avvenuta, insomma, quasi un'esplosione di tutte le sue energie, come per un nuovo flusso vitale.
La moglie dapprima n'era rimasta meravigliata, non sapendo come spiegarsi questo repentino cambiamento.
Lo vedeva fino a tarda notte lavorare nello scrittojo; e poi, di giorno, imbrigato sempre, assorto, finanche a tavola...
Certe notti, venuto a letto da un'ora appena, tornava ad alzarsi.
- Che fai? - gli domandava ella.
Tu impazzisci!
- Eh sí, davvero - le rispondeva egli, tentando di sorridere.
- Ma se non riesco a pigliar sonno!...
- Scriverai domani...
- No, è inutile che me ne stia qui a menar smanie...
Tu non puoi capir che cosa sia...
Sono stato tanto tempo senza concluder nulla...
Adesso l'estro m'è tornato...
L'arte! l'arte!...
che ne intendeva Livia? Le cure, i pensieri che essa dava eran cosí forti, dunque, da vincere e far completamente dimenticare ogni altra cura, ogni altro pensiero, ogni altro affetto? Aveva dunque essa potere di trasformar cosí, d'un subito, radicalmente un uomo? Egli ormai non esisteva quasi piú per lei! Ed ella era rimasta sola, esclusa, come abbandonata dietro una porta misteriosa, della quale, profana e ignara come si riconosceva, non avrebbe mai potuto varcar la soglia...
- Sarà per poco! Si stancherà presto! - pensava intanto per confortarsi.
Ma Ercole non si stancava, né accennava a stancarsi.
Era, sí, divenuto molto pallido in volto e fosco; ma resisteva.
Alla fine, il prolungato abbandono e l'aria sempre costernata e pensierosa del marito cominciarono a pesare e ad inasprire Livia.
- Di' un po', si guadagna forse qualche cosa ammazzandosi a scrivere come tu fai?
Ercole s'era turbato a questa domanda e aveva risposto quasi balbettando.
Livia ne fu colpita: s'aspettava invece una risposta sdegnosa, poiché sapeva d'aver detto una volgarità, anzi aveva voluto dirla apposta per pungerlo.
- Scrivo per scrivere, cara.
Tu non puoi comprenderlo - diss'egli.
- No, davvero non lo comprendo!
- E allora non parlarne!
Ah, impossibile illudersi ancora! No: egli non aveva piú per lei la menoma considerazione; quanto ad amarla non l'aveva forse amata mai; ma anche quel po' d'affetto, che le aveva qualche volta dimostrato, era adesso svanito!
A poco a poco il sospetto cominciò a farsi strada nel cuore e nella mente di Livia; e infine ella intravide la cagione a cui attribuire la rinata, quasi vertiginosa attività del marito, le preoccupazioni, le brighe, il pallore di lui, tutto il cangiamento improvviso, insomma, della loro esistenza.
Tradita!
Troppo tardi: Lietta era già nata.
Al primo impeto di Livia egli aveva tenuto fronte negando.
Ma in tutta la sua persona era impressa evidentemente la menzogna: nelle spalle curve sotto l'accusa, negli occhi foschi, odiosi, nel volto pallidissimo, fin nelle dita irrequiete e nelle labbra convulse.
Ella lo aveva sorpreso nello scrittojo, e aveva cominciato col domandargli notizia dei due orfani ricoverati all'ospizio.
- E che ne so io?...
Ti prego, lasciami lavorare.
- E...
della madre, non ne sai neanche nulla?
- Che vuoi che ne sappia?
- Ah, no? Ne so io qualche cosa, invece...
Non fingere, non fingere di scrivere, adesso!
- Debbo consegnare in giornata queste cartelle...
Non ho sempre da badare alle tue domande...
- Eh già! Se no, come le darai da mangiare, poverina...
- Livia! Che intendi dire?
- Ti meravigli? Ma di' che non è vero!
- Ma tu sei pazza! Non ti capisco!
- Pazza? Ma nega, nega se puoi.
E perché tremi? Ella è venuta qui apposta, è ritornata a te, ora che le ha fatto comodo...
Negalo!
- Ti proibisco...
- Che cosa? Non mi fai paura! Sono una sciocca? Oh, ma tanto sciocca poi no! Di', era lei, è lei il grande estro che t'è tornato? E glien'ho offerto io il mezzo! io! Non so però chi sia piú vile di voi due!
- Senti, ti compatisco come pazza; ma vattene! io ho da lavorare...
- Ma che pudori ha la tua coscienza? Mi rubi il cuore, e poi non osi portarmi via il danaro in casa di colei?
- Ah per dio, Livia!
- Oseresti anche mettermi le mani addosso?
- Esci! esci! subito! via!
E l'aveva spinta fuori della stanza, chiudendovisi a chiave tutto tremante.
Livia era partita lo stesso giorno per il suo paese, con l'intenzione di confessar tutto al padre, di finirla per sempre col marito.
Ma durante il breve viaggio era ritornata con la mente su la inconsulta risoluzione; aveva riflettuto che cosí ella avrebbe reso la libertà assoluta al marito, senza vendicarsene; avrebbe forse compromesso il padre, senza scemare di nulla la propria infelicità.
No, no! Bisognava agire altrimenti!
La sera stessa era ritornata a Roma, senza farsi vedere dal padre.
Aveva atteso invano, tutta la notte, il marito.
Il domani, una nuova scena, piú violenta.
Ercole aveva negato un'altra volta.
Poi piú nulla, fra loro due.
S'eran separati di letto.
Da una vecchia zia di Ercole, sorda ed epilettica, la quale da trent'anni, offrendo lo spettacolo della sua miseria limosinante, andava sbandendo per le case dei conoscenti d'essere stata spogliata dal fratello, nonostante i beneficii che spesso riceveva dal nipote (il "letterato", com'ella lo chiamava, deridendolo con la bocca sdentata), Livia aveva appreso che dalla relazione del marito con la Mari era nata una bambina.
Ella pianse allora in segreto le sue lacrime piú amare, sentí allora piú atroce che mai lo strazio della gelosia.
E difatti, lí, adesso, in quelle tre stanzette modeste, in fondo alla via Cola di Rienzo in Prati, era per Ercole la vera casa; non piú questa signorile di via Venti Settembre: qui Livia piangeva di nascosto e si struggeva dentro; lí sorrideva e scherzava Lietta; lí la colpa, irritando, rendeva piú appassionato l'antico amore; lí, infine, egli ritrovava l'immagine della sua vita, come sarebbe stata onestamente, senza le due cagioni d'amarissimo pianto: il matrimonio d'Elena col Mari, il suo con Livia Arciani.
E oltre quest'immagine confortata e sorrisa dalla sua bambina, un altro pensiero ammansava un po' gli scrupoli di Ercole: che egli, cioè, lavorava e si dava attorno faticosamente per recar l'imbeccata al suo nido nascosto; che egli infine nutriva soltanto di sé il nido suo, la sua bambina.
E quante sere, nell'ora in cui era solito rincasare, con la mente assorta nei suoi lavori in corso, non si era egli avviato istintivamente verso la solitaria via dei Prati! Poi, colpito a un tratto dall'aspetto di quella via, e risovvenendosi, era tornato sui proprii passi, e rientrato nell'altra casa, come entro a una prigione.
Elena Mari, benché ormai sui trentacinque anni, serbava ancora nel volto e nella persona l'altera bellezza, di cui in gioventú s'era tanto invaghito il cugino.
Ma l'anima sua, in quattordici anni di basse e tristi lotte contro se stessa, nella smaniosa, soffocante angustia dei mezzi, aveva perduto quella fiamma ardentissima, di cui sfolgoravano prima gli occhi suoi e vibravano le sue risa.
Per far tacere la voce che era un tempo come la balda guida della sua giovinezza fiorente e capricciosa, e che adesso le rinfacciava continuamente la vergognosa viltà della sua posizione, ella delle miserie durate si faceva come un'arma di difesa contro la propria coscienza, e ne traeva, ne acquisiva quasi un diritto a un po' di riposo, fosse pure a danno altrui.
Tuttavia ella non poteva, come Ercole, vedere e assaporar quasi l'illusione dell'onestà in quella vita che menavano insieme di furto.
Lietta, che per Ercole era la figlia, il cui sorriso poteva sedare ogni tempesta, era invece per lei un'esistenza di piú, fuori e oltre la famiglia, consistente, agli occhi suoi, nei due orfani chiusi all'ospizio.
E sempre, fissando lo sguardo su la testina bionda di Lietta, il pensiero di Elena volava a quegli altri due figli, bruni e pallidi; e sempre la loro immagine richiamava alla mente quella del padre, che ella aveva in vita molto amareggiato, e il cui ricordo, trattenuto dai rimorsi, non riusciva forse ancora a seppellire.
Elena provò nell'angoscia uno strano sollievo, allorché apprese dalle labbra tremanti di Ercole, che la moglie di lui aveva scoperto la loro relazione.
Le parve d'uscire da un nascondiglio.
Adesso l'aspetto e l'umor dell'amante s'accordavano meglio con i suoi sentimenti: Ercole non rideva piú come prima, dimentico d'ogni cosa, carezzando la sua bambina.
Ogni domenica ella si recava, modestamente vestita, a visitare i due orfani all'ospizio, e portava loro qualche regaluccio comprato, non con i denari dell'amante, ma con quelli dell'esigua pensioncina lasciatale dal marito e messa da lei scrupolosamente da parte.
In casa faceva tutto da sé: le sue belle mani s'erano purtroppo abituate da un pezzo ai piú aspri e ruvidi servizii.
Di quando in quando veniva a visitarla, a scroccarle qualche soldo la vecchia zia sorda ed epilettica: la spia veniva di nascosto da Ercole; intendeva sbarcarsela un po' con la moglie, un po' con l'amante, che era pur sua nipote.
Di qui e di lí portava via sempre qualcosa, e quando non poteva altro, alloccava qualche dolciume alla piccola Lietta, senza farsi scorgere dalla madre.
- Vieni, siedi qui...
- diceva a Elena.
- Ti pettino.
Dov'è il pettine?
Andava, cacciava il naso in tutti i cassetti della stanza, frugando con le mani secche tremanti dall'istinto predace, si dava una guardatina allo specchio, e ritornava col pettine.
- Siedi qui...
Brava!...
Oh capelli da regina!...
- Senza smorfie, zia!
- Come dici? Smorfie? Tu non te li vedi...
Sono i capelli di tua madre, buon'anima! Ah se non fossi rimasta cosí presto sola, chi sa che matrimonio avresti fatto!...
Guarda che fiume d'oro...
guarda!...
Quella lí, tre peli in testa, uno, due e tre...
- Zitta, zitta, zia!
- Una zoticona, lasciami dire! Ha danari...
dicono! dev'esser vero, altrimenti, sí! perché se l'è presa Ercole? Ma che se ne fa di quei danari? Veste come una poveretta...
Dio, Dio! Una vesticciola...
Io mi vergognerei, nella mia miseria, di portarla addosso...
Ercole veniva da Elena ogni giorno, su l'imbrunire; piú che per lei, ormai, veniva per la bambina: ella lo sentiva, lo vedeva, e non provava alcun rammarico; comprendeva che lui era in condizione peggiore della sua: senza casa, non potendo convivere con la figlia e con lei.
Parlavano qualche volta della moglie, velatamente.
Ma il contegno fermo e sprezzante di Livia non si prestava a lunghi discorsi.
Ercole non l'aveva veduta piangere, neanche una volta.
- Che fa? - domandava Elena.
- Nulla...
io non so!...
- rispondeva egli, infoscandosi in volto.
Livia si recava di tanto in tanto, per qualche giorno, dal padre.
La prima volta ch'egli la vide partire, circa sei mesi dopo la violenta spiegazione, credette ch'ella fosse andata dal padre per ajuto; e attese tre giorni in orribile sospensione d'animo qualche disgustosa scena col suocero.
La sera del terzo giorno ricevette invece da questo un lieto, cordialissimo invito a raggiunger la moglie, per stare insieme qualche settimana in campagna.
A piè della lettera del suocero grossolanamente vergata, Ercole trovò un rigo di piccolissima scrittura, senza firma: "Il babbo non sospetta di nulla.
Rispondi che non puoi venire".
Tanta alterezza, tanta prudenza, dopo l'aspettazione angosciosa d'uno scandalo, turbarono, commossero profondamente Ercole.
E d'allora in poi, il rimorso cominciò a tarmare piú assiduamente la sua passione per Elena, d'allora in poi non trovò piú quel calor di parole e di baci, con cui quasi voleva nell'amante far rivivere l'immagine morta dell'antica fidanzata vivace e capricciosa.
Elena gli apparve allora quasi fuori dai veli del passato, quella che veramente s'era ridotta, e come ella stessa neanche piú si curava di non apparire.
Sí, l'amore era già spento; l'illusione caduta; ma dal bruco morto era pur nata la farfalla: Lietta.
In quelle tre stanzette ormai, per Ercole, non crescevan che spine; sí, ma su queste spine aliava la farfalla, e solamente per essa Ercole avrebbe ancora voluto che vi sorgesse pure, di tanto in tanto, qualche fiore.
- Che hai, figliuola mia? Chi t'ha fatto piangere? - domandò Ercole una domenica a Lietta, avendola trovata con le lacrime agli occhi.
- Mamma piange...
- rispose Lietta singhiozzando e lasciandosi asciugar gli occhi dal padre, che se l'era tolta su le ginocchia.
- Piange? Perché?
- Ho da parlarti - disse Elena, con gli occhi rossi.
Ercole rimise a terra la bambina, e seguí l'amante nell'attigua stanza.
- Ah quel che m'è toccato di subire stamane! - cominciò Elena, passandosi una mano sugli occhi e su la fronte.
- Al Collegio s'è scoperta senza dubbio la nostra relazione...
- Come mai?
- Stamane, nel corridojo ove ci ricevono, noi madri, nessuna delle conoscenti volle rispondere al mio saluto, anzi...
una anzi, la Britti, col suo bambino, si scostò da me e dai miei figliuoli, appena noi sedemmo al nostro solito posto...
Tu intendi?...
I miei ragazzi lo notarono...
notarono il mio smarrimento...
il tremore di rabbia...
Ma che sarà accaduto? Poi, all'uscita, il padre rettore ha fatto le viste di non accorgersi di me...
- Non ti sei ingannata? - domandò Ercole, tanto per confortarla col dubbio.
- No, no...
anche i miei ragazzi l'hanno notato...
Ora io tremo per loro, capisci? Che m'importa di me? Soffro e dico: doveva esser cosí!...
Ma se quei due poveri innocenti ne dovessero pianger loro le conseguenze? Dio, ne impazzirei! Tutt'oggi ho pensato: che avverrà, quand'essi usciranno dal collegio? Bisogna pure che sappiano, che vedano un giorno o l'altro...
E io come farò? Lietta sarà cresciuta anche lei, allora...
e penserà...
Tu non ci hai riflettuto? No, e lo capisco: per te esiste Lietta soltanto...
Che t'importa di quei due? Ma il mio cuore è diviso...
E quei due mi sembrano piú disgraziati di questa...
Ancora entrambi ignoravano il peggio; ignoravano che la mattina stessa di quel giorno un giornaletto ricattatore aveva schizzato il suo veleno su l'Ospizio degli orfanelli, parlandone come d'una comodità inestimabile per le giovani vedove in cerca di consolazione, e ne aveva portato ad esempio una, i connotati e i particolari della quale corrispondevano perfettamente alla figura e alla vita intima di Elena, aggiungendo che sarebbe stato utilissimo costruire (sempre per la comodità delle suddette madri vedove) un dipartimento annesso all'Ospizio, ove ricoverare i bastardelli.
La domenica seguente, poi, Elena, terminata la visita, fu invitata a salir nel gabinetto del vecchio padre rettore.
Ne uscí dopo circa mezz'ora col volto in fiamme dalla vergogna e dall'ira, esasperata, avvilita, vacillante.
- Io sono un vecchio e un sacerdote, - le aveva detto il rettore - mi consideri dunque come il suo confessore, e mi permetta di darle qualche consiglio, come ad una penitente.
Le aveva mostrato il giornaletto fangoso, le aveva detto dello scandalo suscitato, le aveva infine parlato dei figli...
Quant'era durato quel supplizio? Ella non aveva saputo risponder sillaba, un sí soltanto alla domanda insistente del vecchio: "Me lo promette? me lo promette?".
Sí; ma che aveva promesso?
La sera narrò tutto ad Ercole.
- Chi vuoi schiaffeggiare? Non capisci che mi comprometteresti di piú? E ti sporcheresti le mani! No, no, bisogna finirla piuttosto...
- Finir che cosa? E mia figlia? Pretendi ch'io non la veda piú? Cacciano i tuoi figli dal collegio? Ebbene, penserò io a loro! Come? Si vedrà! C'è rimedio a tutto...
So questo soltanto, che la nostra bambina non deve soffrirne! Tu sei mia, ormai! questa è la mia casa! qui c'è mia figlia! Tutto il resto non m'importa...
- Importa a me: son figli miei anche quelli! - esclamò Elena - Tu devi intendere anche questo...
- Eh sí! E infatti - rispose Ercole - t'ho detto: provvederò io, in caso, a loro! Ne accetto in tutto e per tutto la responsabilità!
Elena attese invano quattro, cinque giorni la consueta visita serale dell'amante.
- Non viene pensava - per prudenza: fa bene! - Al sesto giorno però apprese dalla vecchia zia che egli era a letto, ammalato.
- Solo, se vedessi, come un cane; fa pietà!
Difatti, nei primi giorni, Livia, non credendo alla gravità della malattia, non s'era voluta far vedere dal marito.
Che pietà poteva egli ispirarle? Non s'era forse logorato per quell'altra?
Né s'ingannava su la causa del male: Ercole s'era davvero ammalato per eccesso di lavoro, per quasi assoluta mancanza di riposo e di giusta nutrizione; per la cupa, costante preoccupazione in cui lo teneva la sua vita falsa e smembrata.
La proposta di Elena, l'ira contenuta contro l'autore dell'articoletto scandaloso, avevano determinata a un tratto la caduta.
Al settimo giorno Livia, chiamata dalla cameriera sconvolta da alcuni segni di delirio nell'infermo, era finalmente accorsa, vincendo ogni ripugnanza dell'amor proprio.
Appena entrata in quella camera, ove non metteva piede da tanto tempo, s'arretrò quasi inorridita alla vista del marito.
Dio, come s'era ridotto! Il volto di Ercole pareva una maschera di cera: egli teneva gli occhi semichiusi e apriva di tanto in tanto le labbra esangui, tra i baffi e la barba scomposti, a un orribile sorriso, mostrando i denti pari, serrati, un po' ingialliti: accompagnava il sorriso con un gesto della mano scarna, quasi trasparente, le cui cinque dita brancicavan nel vuoto.
Al primo terrore seguí nel cuore di Livia un impulso d'odio per la donna che le aveva ridotto in tale stato il marito; e già in quell'odio penetrava la compassione per lui.
Ercole schiuse gli occhi e fissò la moglie senza riconoscerla.
Ella trattenne il respiro, il moto delle palpebre, in penosissima attesa.
L'infermo poco dopo richiuse lentamente gli occhi, emettendo un gemito piú di stanchezza che di dolore.
Sí, in tutti i lineamenti di quel volto disfatto, nelle braccia, nelle mani abbandonate sul letto, piú che il dolore, infatti, era impressa la stanchezza, un'estrema stanchezza! Ella sedé in silenzio accanto al letto, presso la testata, per non farsi scorger da lui, temendo non lo avesse a turbare la sua vista.
Vedeva la mano scarna levarsi di tratto in tratto con le cinque dita brancicanti; indovinava il sorriso delle labbra esangui, e sentiva un brivido di sgomento alla schiena.
Che significava quel gesto? Perché sorrideva e levava la mano? Alfine Livia credette d'aver trovato la cagione: il suo pensiero volò, senza designazione di luogo, a un'altra casa non mai vista da lei, ma ben nota al marito: vi cercò una bambina; ma non poté figurarsela: un'ombra odiosa, indecisa di donna le si parava sempre dinanzi - quell'altra, la madre della bambina! Ah sí, senza dubbio, in quel muto delirio egli credeva di carezzare la testa della sua figlioletta, e sorrideva.
Livia sentí allora come uno struggimento non peranche provato, scevro d'odio per il marito, anzi pieno d'un sentimento angoscioso di generosità.
Ella era la tradita, la nemica per lui; eppure, ecco, era lí, in quella camera, accanto al letto ove egli giaceva, pronta a prestargli le piú diligenti cure, pronta a rendere il bene per tutto il male ricevuto! Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Da quel giorno non abbandonò piú la camera dell'infermo.
Riempiva di pensieri, di riflessioni le lunghe veglie penose.
In certe ore della notte, vinta dalla stanchezza, appoggiava leggermente la guancia sugli stessi cuscini ove s'affondava la testa di lui, e la freschezza del lino e la insolita vicinanza le cagionavano, nel silenzio, quasi nel mistero del sonno, un piacere e un turbamento ineffabili.
No, ella non poteva piú vivere senza di lui; non poteva piú durarla in quello stato; non era ammissibile per lei che egli, appena guarito, ritornasse a quell'altra, ed ella a la stessa vita di prima.
No, no! E intanto, come impedirlo? Non aveva egli altrove la sua famiglia? Certe notti non aveva egli mormorato, nell'incoscienza del sonno, il nome di Elena? "Ah, Elena!" Tre volte lo aveva udito sospirar cosí, piano, come nel passaggio da un sonno all'altro, con la solita espressione di stanchezza infinita.
Come strapparlo a colei? Ah, non era piú possibile! Presso quella donna era la figlia! Come strappare al padre la sua figliuola?
Da un pezzo a Livia era balenata un'idea di vendetta, che poi nell'abbattimento e nello sconforto aveva riconosciuta disperata, inattuabile.
Convinta che il marito non sarebbe mai tornato a lei, finché la figlia fosse rimasta presso l'amante, aveva immaginato di costringerlo a portar via da colei la bambina, e condurla con sé nella sua casa.
Ecco, sí, questo sarebbe stato l'unico mezzo per riacquistarlo.
Ma era possibile che la madre cedesse la figlia, rassegnata a non vederla mai piú? Non che sperarlo, era follia soltanto immaginarlo.
Nella sua casa, è vero, accanto al padre, la bambina avrebbe avuto ben altro avvenire: Ercole le avrebbe potuto dare il suo nome; ella, Livia, le avrebbe dato la sua dote; sí, sí, e le avrebbe anche voluto bene piú che se fosse stata figlia sua; tanto bene da farle dimenticare la vera madre...
Sí, ma la madre poteva lasciarsi lusingare da quell'avvenire? cedere a un'altra donna, alla moglie dell'amante, la figliuola?
Queste amare riflessioni rivolgeva ella accanto al letto dell'infermo, quando un giorno venne misteriosamente a visitarla la vecchia zia di Ercole.
La mandava Elena smaniosa d'avere notizie.
- Come va, come va, povero Ercole?
- Sempre a un modo...
Un tantino meglio, forse.
- Ah sí? Bravo! Mi dài una grande consolazione...
Malattia lunga, però, m'immagino, eh? Ma niente pericoli, Dio ne scampi, è vero?
- No no; almeno i medici lo assicurano.
Ha bisogno assoluto di riposo.
La vecchia storse la bocca sdentata e dimenò la testa.
- Riposo...
eh sí! È una parola! I medici prescrivono sempre giusto quel che non si può avere: ai poverelli, brodi consumati, a tuo marito riposo! E, dico, scommetto che non sai perché tuo marito s'è ammalato...
Ha avuto una scena con quell'altra...
Sí! Lo scandalo...
Non sai nulla?
- Nulla - disse Livia.
- Che scandalo?
- Del giornale...
Non sai? Hanno stampato un articolo sulle magagne dell'Ospizio degli orfani, ti dico, coi fiocchi!, dove si dicevano vituperii di tutte le madri, e di Elena poi...
- Ed Ercole? - domandò Livia tra sgomenta e ansiosa.
- E che volevi che facesse? Quella lí, inviperita, s'è sfogata con lui, naturalmente.
Ho saputo tutto dalla serva...
Gli ha fatto una scenata.
Ercole ha dovuto inghiottire amaro, e zitto! Si sa, c'è di mezzo la piccina...
Ma tu confòrtati intanto, e senti quello che ti dice la tua vecchia zia: non è storia che dura! Già metti che lei pretendeva, per non dar luogo ad altre ciarle, che egli non le andasse piú in casa, come dire, non vedesse piú la figlia.
Perché, lei, capisci? ha quegli altri due poveri innocenti all'Ospizio...
lo sai, e ha paura dopo questo fatto non glieli caccino via, seguitando le chiacchiere.
Ercole, dal dispiacere, dalla bile, ci s'è ammalato: Quella lí adesso da un canto ha rimorso, s'intende; dall'altro, poi, pensa che la sua condizione non è piú sostenibile, che insomma bisogna provvedere...
chi sa?...
finirla, ecco, probabilmente.
Lui per ora si oppone; ma quella lí ha da pensare ai due orfanelli, intendi? E questi vedrai, ti salveranno.
La vecchia ciarliera seguitò a lungo sullo stesso tono; ma Livia non la ascoltava piú.
Ah dunque il suo progetto non era cosí fuor dal possibile com'ella s'era costretta a credere? E se quella donna non voleva abbandonar la figlia, poteva pretendete che invece la abbandonasse Ercole? Non avevano tutti e due gli stessi diritti su la bambina? Ah, chi sa! Forse Ercole aspettava soltanto un cenno da lei, e sarebbe subito corso a prender la bimba, per cui tanto soffriva! Ed eccolo liberato per sempre da quella donna!
A poco a poco intanto, mercé le rigorose cure e l'assoluto riposo, Ercole cominciava a migliorare.
La prima volta ch'egli s'accorse della presenza di Livia nella camera, chiuse gli occhi come per fuggire la realtà.
Durante la malattia s'era sentito circondato di cure amorosissime: le doveva dunque a lei? Lo aveva vegliato lei con tanta abnegazione, lei assistito con tanta tenerezza?
Un giorno finalmente, sull'alba, mentr'ella se ne stava seduta al capezzale, sentí inaspettatamente la mano del marito cercare e stringer la sua.
Levò stupita il capo che teneva appoggiato al guanciale di lui, e lo guardò; egli piangeva con gli occhi chiusi.
- Ercole, che hai?...
- balbettò commossa, non riuscendo neppur lei a frenar le lacrime.
Egli le strinse piú forte la mano, senz'aprir gli occhi.
Poi le disse:
- Grazie...
Perdonami.
- Sí...
sí...
non agitarti...
Ho compreso tutto.
- Perdonami - ripeté Ercole.
- Sí, sí, t'ho già perdonato...
Ora sta' calmo...
So quello che desideri.
Ercole aprí gli occhi, come per accertarsi sul volto di Livia se aveva inteso bene.
- Tu vuoi vederla, è vero? - aggiunse ella con un fil di voce, chinandosi su lui.
- Oh, Livia, tu...
- esclamò egli, fissandola quasi impaurito.
- La vorresti qui, è vero? Ebbene, senti: io ci ho pensato...
Non darti pena...
sono contenta; l'avrai qui, se vuoi, per sempre! Intendi? Qui, qui, in casa nostra...
Sí, lo comprendo: ormai non può essere altrimenti.
Ma io ne sono contenta.
Tua figlia sarà anche mia figlia d'ora in poi; va bene cosí?...
Càlmati, càlmati; ne riparleremo...
Ci ho pensato a lungo, qui, accanto al tuo letto.
Poi ti dirò...
Adesso, zitto! riposa; io me ne vado...
La prima volta che egli poté reggersi in piedi fu condotto da Livia nella stanza attigua alla loro camera da letto.
- Le collocheremo il lettuccio qui, ti piace? Cosí starà accanto a noi.
Andrò a comprarglielo io stessa; un bel lettuccio, vedrai!
- Già l'ha...
- sfuggi ad Ercole.
- No, uno nuovo, uno nuovo! - disse Livia, fingendo di non accorgersi del turbamento di lui.
Poi soggiunse: -Ah, dunque dorme sola?
- Sí, sola.
- Desidero tanto di vederla...
forse quanto te.
Quando andrai a prenderla?
- Appena potrò.
Bisogna che pensi, che veda...
Non è facile...
Ma ci riuscirò; dev'esser cosí.
Nel cuore di Ercole lottavano l'ansia di rivedere la figlia dopo circa due mesi di lontananza, e lo sgomento della scena da sostenere con Elena.
Era già uscito due volte con Livia in vettura, ma non si sentiva ancora la forza, il coraggio di affrontare l'amante.
- Andrai oggi? - gli domandava Livia.
- No, oggi no, andrò dimani.
Figúrati quanto mi preme! Ma mi sento debole...
Livia non era meno in ansia di Ercole.
Non trovava requie sotto il pensiero che egli dovesse vedere ancora una volta quella donna.
Finalmente, dopo una settimana d'esitazione, l'Orgera si decise.
Salito in vettura, chiuse gli occhi e costrinse il cervello a non pensare.
- Dirò quel che mi verrà alle labbra sul momento; inutile preparar le parole!
Pervenne in fondo alla via Cola di Rienzo in tale stato di prostrazione, che a stento poté smontare.
- Aspettami - disse al vetturino.
Salí penosamente la lunga scala, quasi al bujo, sostando spesso per la incalzante agitazione.
Sú per gli ultimi gradini non aveva piú fiato.
- Ercole! - gridò Elena appena lo vide, posandogli le mani su le spalle.
- Dio! come sei pallido! - aggiunse sbigottita.
- Aspetta, aspetta...
- mormorò egli ansimante, lasciandosi cader di peso, quasi in deliquio, su una seggiola.
- Ma come sei venuto? Mio Dio, che hai avuto? Ah, come t'ho aspettato! Sei stato male assai?...
Lo vedo, lo vedo...
Il cuore mi parlava.
Ah, che giornate, se sapessi! Due mesi! Di', nessuno ha avuto cura di te?
- Lietta! Dov'è Lietta? Chiamala.
- Sí; ma ti senti meglio? Lietta! non vieni a vedere il babbo tuo? Vieni.
Sí, è qui, è tornato!
Lietta accorse con le manine levate e si gettò fra le braccia del padre, che se la strinse al petto lungamente, baciandola senza fine.
- T'ha aspettato, caro angelo mio, ogni giorno.
Ogni giorno a domandarmi: - E babbo? - Domani, verrà domani.
- Non viene? - Verrà, sí, non dubitare.
- Figlia mia cara, mi vedi? son qui, son venuto! Lietta guardava stupita il padre come se non lo riconoscesse piú, cosí cangiato, pallido, smunto.
- Vedi che il babbo tuo è stato malato? - le disse Elena.
- Malato, povero babbo! Non sai dirgli nulla? Fagli sú una carezza.
Lietta alzò una manina al collo del padre e lo baciò su la guancia.
Ercole se la strinse di nuovo al petto.
- Vuoi venire col babbo tuo, adesso? Ti porterò in vettura; vuoi venire? Sempre con me, sempre!
- Parlami, raccontami - gli disse Elena.
- Che hai avuto? Non mi dici nulla?
- Ora ti dirò...
- le rispose Ercole, ridiventando ad un tratto pallido come quand'era entrato, e piú fosco.
- Che hai da dirmi? - domandò ella, colpita dall'accento e dall'aspetto di lui.
- Conduco di là Lietta?
- Sí, è meglio.
Uscita la bambina, Elena chiuse l'uscio e, rivolgendosi all'Orgera, con le ciglia aggrottate, gli disse: - Sai, ho capito! Ti sei rappacificato con tua moglie?...
- Sí, - rispose Ercole guardandola negli occhi.
- Ah, e sei venuto a dirmelo? Bravo! Ti ha perdonato? Lo sospettavo...
Ma a che patto? E perché sei dunque venuto? Non dovremo piú vederci? Rispondi.
- No - disse Ercole cupo, e pur con un sorriso impercettibile, nervoso: - Come vuoi che...
- E sei venuto per dirmi questo? Dopo tanta attesa? Come!...
Ti sei rimbecillito? Abbandonarmi cosí? E Lietta? Che ne farai di Lietta?
- Lietta verrà con me.
- Che dici? Sei pazzo? Verrà con te? dove?
- Con me, in casa mia...
- In quale casa? In casa di tua moglie! Ah vi siete accordati a questo patto? su la figlia mia? E tu, non hai potuto...? Hai avuto il coraggio di venir da me per strapparmi la figliuola? E hai potuto credere un momento che io te la déssi? Vattene, vattene! Non posso piú vederti qui; vattene, o ti scaccio!
- Chi scacci? - gridò rabbiosamente Ercole: - Come puoi tu...? Ma già, è inutile risponderti...
Vuoi ragionare? Non vuoi.
M'insulti...
Dammi Lietta e me ne vado.
- Sei pazzo? Ah tu non me la strapperai; avrò piú forza di te! È figlia mia, com'è figlia tua, capisci?
- Non con la forza, con la ragione - incalzò Ercole.
- Vuoi ragionare? Lasciami dire, ascoltami...
- Non sento ragioni! Ragioni d'un pazzo! Vieni a dirmi: - Ti tolgo la figlia - e vuoi che ragioni con te! Ma, Dio mio, è giusto, è onesto?
- No, senti...
Va bene...
Piano! Ti sembro pazzo...
ma lasciami dire...
rispondimi...
Ti dirò io quel che è giusto e quel che è onesto.
Lascia star Dio! Di Lietta tu che ne farai? Perché parli? Pel suo bene? No! Tu parli per odio contro una donna che noi abbiamo insieme ingannata, tradita...
E ti par giusto, ti pare onesto?
- Ma che dici? Non vuoi intendermi! Io parlo per mia figlia che mi vorreste portar via...
È giusto, è onesto?
- E che pretendi? Pretendi che non la veda piú io invece?
- Ma no, ma chi te lo vieta? È qui; vieni e la vedrai.
Te lo vieta tua moglie, non io.
- Tu, tu me lo vieti ora; perché non è piú possibile ch'io seguiti a venir qui.
- Ed è colpa mia? Vuoi startene con tua moglie? Ebbene, io non ti chiedo di meglio: tu con lei, io con mia figlia!
- Sí! E che ne farai?
- Quel che Dio vorrà.
- Lascia star Dio, ti dico! - gridò Ercole.
- Qui si tratta dell'avvenire di mia figlia! Non lasciarti vincere dall'egoismo, dal tuo odio...
Parliamo della bambina; di lei dobbiamo parlare.
- Ma come puoi pensare che Lietta viva senza di me? Io l'ho messa al mondo, le ho dato il mio latte, la mia vita, l'ho cresciuta, l'ho tenuta sempre con me! Ah speri che mi dimentichi? Ma è possibile? Deve dimenticar sua madre? Sperate questo tutti e due? Quell'altra deve carezzare la mia bambina, insegnarle a scordar sua madre?...
Elena ruppe in singhiozzi strazianti, coprendosi il volto con le mani.
- No, non questo - disse Ercole cupamente.
- Comprendo il tuo dolore; il sacrifizio è enorme; ma se tu ami Lietta piú di te stessa, devi compierlo.
Non pensare a me, né all'altra; pensa a Lietta soltanto, al suo avvenire.
Io son venuto qui per parlare al tuo cuore.
- Dici, per strapparmelo! - esclamò Elena singhiozzando disperatamente.
- ...
al tuo cuore di madre senza egoismo...
Non mi faccio forte di nessuna ragione, di nessun diritto.
Ti dico: pensa solo a lei.
Tu stessa, l'ultima volta, mi hai costretto a considerare la nostra posizione...
la tua per quei due orfani...
Non è vero? Ebbene, rifletti, considera tu adesso: che vuoi fare?
Elena rispose con lamenti rotti, con parole spezzate dai singulti.
Ercole, in crescente commozione, si sforzò d'intendere quel che ella diceva piangendo; poi ripeté:
- Che vuoi fare? Per forza la soluzione doveva esser cosí crudele.
Tu lo avevi preveduto prima di me.
Per forza! E solo a patto d'un sacrifizio, o mio, o tuo...
Vuoi che mi sacrifichi io? Oh con tutto il cuore ti risparmierei; ma che gioverebbe a Lietta il mio sacrifizio? Nulla.
Ragiona e vedi.
Sarebbe anzi tutto a suo danno; non puoi negarlo.
Pensa che tua figlia avrà un nome, uscirà dall'ombra della nostra colpa, avrà un avvenire che tu non potresti mai darle.
Tu devi pensare agli altri due.
Fàllo per loro.
Essi resteranno a te; io che farei senza Lietta?
- E che farò io? - domandò Elena strozzata dall'angoscia, mostrando il volto inondato di lacrime.
- Che farò io? Non vederla piú! È possibile? Ora, dopo tre anni! Come potrò piú vivere senza di lei? Che crudeltà inaudita, Dio mio! E uccidimi piuttosto! Parlarmi del bene di mia figlia, a costo del sacrifizio mio! Questa è la maggior crudeltà! Cosí scusi l'atto mostruoso che sei venuto a compiere! Che posso dirti? Prenditi la figlia, strappamela dalle braccia per non farmela vedere mai piú! È possibile?
Ercole rimase a capo chino, in silenzio, scosso, quasi vinto, e non per tanto in attesa, mentre Elena piangeva, piangeva.
Alla fine ella soggiunse:
- Doveva finire, sí, lo so; ma finire cosí? Come avrei potuto immaginarmelo?
- E come, allora, Elena? - domandò egli con accento sommesso, dolce, pieno di compassione.
Elena non rispose; si contorse le mani, scosse a lungo la testa, quasi con rabbia di dolore, perdutamente, e scoppiò in pianto piú dirotto.
Ercole si alzò sconvolto, straziato: le si appressò.
Voleva dirle qualcosa, ma non poté; si portò una mano agli occhi per trattenere le lacrime irrompenti.
Udirono in quella picchiare all'uscio, e la voce di Lietta:
- Api, babbo! Non mi potti in vettura?
Elena balzò in piedi con un grido: aprí l'uscio e si tolse la bambina nelle braccia.
- Figlia! Figlia mia!
Lietta si lasciò stringere stupita, afflitta, guardando il padre che le sorrideva piangendo anche lui.
- Vuoi andare col babbo? - le domandò Elena senza scioglierla dall'abbraccio.
- Ci - fece Lietta.
- Per sempre col babbo?
- Elena! - chiamò l'Orgera per impedire la risposta della bambina.
La madre sedette, guardò Lietta su le sue ginocchia, poi si volse a Ercole e irruppe.
- Non te la do, non posso dartela!
Ercole chiuse gli occhi, si strinse nella persona e contrasse il volto dallo spasimo.
Quel supplizio, ormai, con la bambina lí presente, era insopportabile.
Elena vide l'atroce sofferenza su quel viso, e supplicò:
- Lasciamela almeno fino a domattina...
Egli si premette la faccia con ambo le mani.
- Fino a stasera - insisté Elena.
Lietta si recò una manina alla nuca, chinando la testina, segno che stava per piangere.
- No, no, Lietta - le disse la madre.
- Adesso la mamma ti veste...
ti veste lei con le sue mani, e tu andrai via col babbo, in carrozza...
Lietta andrà via col babbo.
Sei contenta?...
Oh Dio!...
No, no...
Pigliamo la vestina nuova che ti ha cucito la mamma, sai? e le scarpette nuove...
Bisogna però che tu ti faccia lavar bene bene...
anche qui, vedi, ai ginocchietti che sono sporchi...
Poi metteremo le calzine belle...
- Rosse - fece Lietta con una mossettina del capo e carezzando il collo della madre che piangeva.
- Sí, quelle rosse.
Alza un po' il mento, cosí.
Ecco fatto...
Oh! Bisogna anche cambiar la camicina; bisogna che ti cambi tutto; devi farti vedere pulita pulita.
Ora laviamoci, sú, sú.
Ercole si era messo dietro la cortina della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, per non assistere a tanto strazio.
Elena, lavando la bambina con la massima cura, tremava per tutto il corpo, si mordeva le labbra per non prorompere in grida, e piangeva, piangeva silenziosamente.
Poi si mise a vestirla.
- Il vetturino vuol sapere se deve aspettare ancora - disse la serva dalla soglia.
Ercole si volse, guardò Elena un tratto, poi disse bruscamente:
- Sí, sí.
- Ti sei fatto aspettare - osservò Elena con un ginocchio per terra, terminando di vestir la piccina.
- Eri cosí sicuro che te l'avrei data?
- Pensavo che...
- Sí, sí, tu hai pensato a tutto, a tutto, a Lietta, a te, a tua moglie, finanche a' miei poveri ragazzi; a me soltanto non hai pensato; a me che resterò qui, sola, senza la figlia mia, qui...
Lietta si mise a piangere.
- Elena! - la interruppe Ercole appressandosi agitatissimo, quasi fuori di sé: - Alzati.
È impossibile, hai ragione; no no, vedi come piange la bambina? No, Elena, hai ragione...
è mostruoso...
noi non possiamo piú separarci.
Sono stato un pazzo...
Alzati...
Senti: io lascio tutto, non penso piú a nulla.
Andiamocene insieme, dove che sia, lontano...
tutti e tre...
ora, subito...
Alzati.
Investita da questo scoppio improvviso di disperazione, Elena guardò sgomentata l'Orgera, senza poter levarsi da terra.
- E quegli altri due? Abbandonarli, partire! No, andate voi piuttosto via da qui, da Roma, perché lei non mi veda piú.
Se rimarrete, io devo vederla per forza, e allora lei come potrà dimenticarmi?...
Oh Dio! Lietta...
Lietta!...
- E allora...
- gridò Ercole non resistendo piú.
Si chinò, sciolse rapidamente la bimba dalle braccia della madre che la baciava piangendo inginocchiata, la afferrò, se la tolse in braccio, e scappò via a precipizio con la figlia.
Elena diede un urlo e rimase per terra con le braccia protese, svenuta.
DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME
I
NOSTRA MOGLIE
(Il Gran Me ed piccolo me rincasavano a sera da una scampagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle, a cui l'inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie segretamente il cuore.
Il Gran Me è ancora come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera.
Il piccolo me è invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le mani e la faccia e quindi andare a letto.
La camera è al bujo.
Il tessuto delle leggere cortine alle finestre si disegna nel vano sul bel chiaro di luna.
Viene dal basso il murmure sommesso delle acque del Tevere e, a quando a quando, il cupo rotolío di qualche vettura sul ligneo ponte di Ripetta.)
- Accendiamo il lume?
- No, aspetta...
aspetta...
Restiamo ancora un tratto cosí, al bujo.
Lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po' di sole di quest'oggi.
La vista dei noti oggetti mi toglierebbe all'ebbrezza soavissima, da cui sono ancora invaso.
Sdrajamoci su questa poltrona.
- Al bujo? Con gli occhi chiusi? Io m'addormento, bada! Non ne posso piú...
- Accendi pure il lume, ma sta' zitto, zitto per un momento, seccatore! Sbadigli?...
- Sbadiglio...
(Il piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito dopo fa un'esclamazione di sorpresa.)
- Oh, guarda! Una lettera...
È di lei!
- Da' a me...
Non voglio sentir nulla, per ora!
- Come! Una lettera di lei...
- Da' a me, ti ripeto! la leggeremo piú tardi.
Ora non voglio essere seccato.
- Ah sí? E allora ti faccio notare che tutt'oggi con quelle ragazze hai detto e fatto un mondo di sciocchezze, e che forse mi hai compromesso!
- Io? Sei pazzo! Che ho fatto?
- Domandalo agli occhi e alla mano.
Io so che mi son sentito tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una volta ho fatto esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser contenti.
- E di chi la colpa? Mia forse? Io ho creduto di farti piacere piegandomi jersera ad accettar l'invito della scampagnata.
Non ti sei sempre lagnato ch'io non abbia veruna cura di te, della tua salute; che io ti costringa a star sempre chiuso con me nello scrittojo tra i libri e le carte, solo, senz'aria e senza moto? Non ti sei sempre lagnato che io conturbi finanche il tuo desinare e le poche ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e la mia noja? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un giorno nella compagnia delle gentili fanciulle e nella letizia della stagione? Che pretendi dunque da me, se non ti vuoi in alcun modo accontentare?
- Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la ferza e la trottola gira...
Quando parli, chi ti può tener dietro? Sai far bianco il nero e nero il bianco.
L'esserti tutt'oggi obliato sarebbe stato un bene per me, ove non ti fossi troppo obliato...
troppo, capisci? E questo è il male, e deriva dal modo di vita che tieni e che mi fai tenere.
Troppo imbrigliata è la nostra gioventú; e appena le allenti un po' il freno, ecco, ti piglia subito la mano, e allora, o sono sciocchezze o son follie, che piú non si convengono a noi, che abbiamo ormai un impegno sacrosanto da mantenere.
Dammi la lettera, e non sbuffare!
- Quanto mi secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender moglie, e da che m'hai con insoffribili lamentele persuaso ad acconsentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggiore! Or che sarà quando avremo in casa la moglie?
- Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!
- Io per me l'ho detto e ti ripeto che non voglio saperne.
Sia pure la tua fortuna! non voglio immischiarmici.
- E farai bene, fino a un certo punto.
Tu sei venuto sempre a guastare ogni disegno mio.
Facevo due anni addietro con tanto diletto all'amore con nostra cuginetta Elisa...
ricordi?...
ricorrevo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi piangere...
Io ti dicevo zitto, lasciamela stare! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate riflessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L'hai confessato in versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa...
Or che intendi di fare con quest'altra? Rispondi.
- Nulla.
Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar te, sei contento? Purché tu mi prometta che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento.
Prendi moglie tu, insomma, e non io...
- Come! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, come potrò io aver pace in casa con lei?
- Io voglio la libertà de' miei segreti pensieri.
Sai che l'amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno, per me; ho sempre, infatti, lasciato a te l'esercizio dell'amore.
Fa' dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace.
Io ho da pensare ad altro.
Tu prendi moglie, se lo stimi proprio necessario...
- Necessario, sí, te l'ho detto! Perché, se rimango ancora un po' soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura piú miserabile della terra.
Ho assoluto bisogno d'amorosa compagnia, d'una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra.
Ah, sono stanco, mio caro, d'attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi con l'ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare torbido delle tue chimere.
A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr'io, poveretto, con l'unghie m'industrio pazientemente di scioglierlo.
Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! Pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola, a sera...
Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne starai solo, appartato, a lavorare.
Nessuno ti disturberà.
Purché poi, uscendo dallo scrittojo, sappi far buon viso alla compagna nostra.
Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte...
non andar tardi a letto...
- E poi?...
Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli.
Li manderete a scuola da me?
- No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl'infelici come te.
Ma su ciò disputeremo a suo tempo.
Ora dammi ascolto: addorméntati! lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle.
Già la stanchezza m'è passata.
- Vuoi che ti detti io la risposta?
- No, grazie! Addorméntati...
Basto io solo.
Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori.
Per altro, l'amore non ha bisogno della grammatica.
E tu saresti capace d'arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive collegio con due g.
DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME
II
L'ACCORDO
(Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soffitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l'estate suol fare un grappolo di mosche.
Il piccolo me è come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a quando a quando.
Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la stuoja alla finestra.
Ha però la stuoja due o tre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino tessuto a opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine.
Il Gran Me si volge a osservare intentamente l'aureo pulviscolo che s'aggira lento, senza posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto si parte come un atomo di luce, che subito s'estingue nell'ombra.)
- Cosí ogni mio pensiero!
- Bravo! E non stimi sciocco tu l'atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e naufragare nell'ombra?
- No.
Sciocco tu, invece.
Che prezzo può aver la luce per un cieco?
- Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l'illusione che i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri sensi, del resto, i quali mi servirebbero meglio senza dubbio, se m'accordassi maggior libertà d'usarne.
Son io forse cagione, se tu non riesci a veder nulla?
- E tu che vedi?
- Io? Quel che c'è da vedere.
È vero che, di questi tempi, si vedono quasi solamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser mago e far l'incanto per te e per me (se non per gli altri) su queste miserie e su queste brutture, perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une piú tristi, le altre piú basse, tanto che, piú che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?
- Ah, mi parli ora d'incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare dalla corrente dei casi giornalieri, accettando, senza pensare, la vita com'essa man mano ne' suoi effetti ti si rivela?
- Come, come? Non t'intendo.
Che accetto io? che rifiuto? Io che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.
- Ma che giudizio vuoi aver tu?
- Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu non m'inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgomento della morte infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un po' d'appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giudizio di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavorare, ma con utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi.
- E poi?
- Poi nulla.
- Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi cosí, un giorno dopo l'altro, fino alla vecchiezza, lasciando me sempre interdetto, in esasperata infinita sospensione, ovviando con futili pretesti l'assidua costernazione mia, e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del consueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po' l'abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii le oneste mani.
Cosí, cosí tu vorresti seguitare a trascinarmi teco ciecamente verso l'estrema rovina, giú, giú, con gli altri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi dell'antico pastore.
Ma io non son dell'armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella forma che meglio vi aggrada! Io voglio la signoria di me medesimo, e la tua schiavitú.
- La mia schiavitú? E come! Non mi tieni forse schiavo abbastanza? Oh di' che mi vuoi morto piuttosto! Io, poveretto...
e che altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po' di riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dunque male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la gioventú nostra sarà sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma sí! Purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio.
E per te il desiderio ha sempre avuto il torto d'esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la volontà, infeconda per me d'ogni bene.
Beati, beati gli anni dell'infanzia.
Perché voglio sperare che tu non fossi grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli.
A proposito, di': o come mai t'è venuto in mente di diventar cosí grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una pazzia...
Basta.
Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della mia vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?
- Cercarlo...
Bravo! E come? L'altra sera, in vettura, ricordi? mentre si andava al passo sú per l'erta via che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lí su la cassetta cigolante.
- Nascer cavallo è brutto, sú per queste vie...
- E io, guidarlo? - si voltò a dirmi il vetturino.
- Buona Pasqua, signorino! Da' qualche cosa a una povera vedova con quattro bambini...
- Fiammiferi in tasca ne ho - tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova.
Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: - L'ultima Pasqua, vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa...
L'hai tu trovato quel ch'io cerco? - Lí! - mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui.
- Lí, ma per poco tempo, come in tant'altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l'ho trovato.
Seme di lino, caro, quand'hai la tosse: un buon cataplasma sul petto, e un pizzico di senape: tira l'umidità...
- Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto.
Mentre tu guardi vivere, e non vivi.
E cosí, si sa, io sarò un asino, ma tu non intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il senso e lo scopo Oggi in una cosa, domani in un'altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita.
Abbi compassione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la peggiore delle sciagure.
E allora, mio caro, pigliamo per ricetta di buttarci da una finestra o d'impiccarci a un albero, che sarà meglio.
No no, via: mettiamoci piuttosto d'accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere insieme.
Credi pure che quanta brama hai tu d'uccider me, tanta n'avrei io d'uccider te...
T'odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi insieme con te.
Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.
- Dividiamocele.
- Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.
- Assoluto padrone.
- Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.
- Troppe!
- Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se me ne dài meno, finirò certo con l'addormentarmi, non appena ti metti ad almanaccare...
Andiamo innanzi.
Oh, ma...
aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno - intendiamoci! Non vorrei, come hai fatto fin qui, che appena a letto...
- pensieri, fantasie, elucubrazioni, smanie, libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittojo.
A pigliar subito sonno, poi, ci penso io.
E non avvenga piú del pari che tu debba avvelenarmi il pasto con le tue eterne riflessioni.
L'ora del pasto ha da esser mia.
Convenuto?
- Chi te l'ha mai negata?
- Non me la neghi, ma me la guasti.
Non sei spesso venuto a tavola con un libro aperto tra le mani? Un boccone per me, e un quarto d'ora di lettura per te.
E io mangio freddo e digerisco male.
- Basta, basta! M'affoghi in un pantano!
- Basta...
Articolo amore, che intendi fare?
- Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto tempo, io.
- Ah, non intendi di pigliar sul serio neanche l'amore, tu? E che resta dunque per te nella vita? che vorrai fartene allora del tuo tempo?
- Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.
- E sta bene...
cioè, sta male.
Ma levami un dubbio.
Dici sempre che ti senti tutto il mondo nel cervello.
Dev'esser vero, perché io ho sempre mal di capo.
Ma se la terra ti sembra veramente, in codesto tuo mondo, cosí piccola e misera cosa, non stimi tu che io abbia piú diritto di viverci che tu? Ah, in certi momenti, credi, mio caro, la tua grandezza mi fa proprio pietà; e, in certi altri, mi domando se io, nel mio piccolo, non sia poi piú grande di te.
III
LA VIGIGLIA
(Il piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso la mezzanotte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noja.
Quegli è stato, in quest'ultimo mese, tutto intento a metter sú la casa maritale; questi come un cane bastonato ha dovuto seguirlo.
E non pochi diverbii si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all'ansia e alle cure dell'uno il contraggenio e l'inettitudine dell'altro.
Ma ormai la nuova casa è tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo gli accordi pe'l dí di domani, s'è voluto recare a passarla in esame: e n'è rimasto contento.
Ora il Gran Me, mettendo piede per l'ultima sera nel quartierino da scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed esclama:)
- Finalmente!
- Eh no, caro.
Pazienza ancora per un tantino...
Poco poco.
Ora siamo soltanto alla vigilia...
- Sí, datti una stropicciatina alle mani, cosí, contentone! mentre io...
Ma, insomma, si può sapere quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai ripetendo da piú mesi?
- Già siamo alla vigilia, ti ho detto.
Il nido, hai visto? è pronto.
Domani, le nozze...
Domani, finalmente.
Ah!...
Poi, è già inteso, in villa, e poi...
poi basta.
- Basta, sí: eccetto se io non giudicherò che mi sia piú espediente crepare, che aver pazienza fino allora.
- Ma che ti scappa...
Ridi con me, via! sii felice con me! Scusami, neanche il mese della cosí detta luna di miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato l'asino, come suol dirsi, e ti confondi per la coda?
- L'asino non me lo sono mangiato: l'ho fatto, con te, tre mesi.
- Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te ne penti e perciò non te ne resto grato.
- Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo, ascoltando le vostre amorose scempiaggini, assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcinature da scimmiotti innamorati?
- Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! E come se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro gl'innamorati non siano le cose piú rispettabili di questo mondo! Va' là, va' là...
Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia? Pure una volta, se non mi sbaglio, t'ho inteso dire che nulla ci è al mondo di maggior soddisfazione, che fare gli altri contenti...
- Sí, ma ho anche detto, se non m'inganno, che nulla ci fa gli altri piú cari quanto l'esser questi o il mostrarsi contenti di noi.
E tu non ti contenti mai.
- Non è vero.
Forse non lo mostro, perché tu non pretenda poi soverchio compenso.
Ma ti ripeto, in questi tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto proprio contento di te.
E anche lei, anche lei, contentissima, come certamente ti sarai accorto.
Anzi, sai? i parenti, nel vederti cosí buono e ragionevole, quasi quasi mi han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser io, perché opinano che, volendo, dice...
potrei agevolmente persuaderti di pensare un po' piú al sodo, ora che si prende moglie, lasciando, dice...
per esempio, codest'arte, che non è da guadagnare...
Si sbagliano, eh purtroppo, di grosso..
tu lo sai; tuttavia io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono difeso.
Ho soltanto promesso.., che mi sarei provato.
- Non t'arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo proposito.
- Lo so! sarebbe inutile.
Fortuna intanto, dico, che non siamo costretti a far pane del nostro tempo.
Quantunque, d'altro canto, chi sa che non saremmo stati meno infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo tavolino da studio, piuttosto che un bancone d'alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar lagrime d'angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano.
Lasciamo questo discorso.
Hai visto che bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha voluto metterti su uno scrittojo come quello che hai descritto nel tuo ultimo libro.
Io, per ingraziarmi i parenti, ho finto d'oppormi, facendole osservare che la bella mobilia, chi la descrive, ci vuole un po' di gusto, di carta e d'inchiostro; chi poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini.
Ma, infine, ho lasciato fare per ingraziarti lei, invece.
E di' la verità, non ne sei anche tu contento, ora?
- Sí, poverina, è buona o, almeno adesso, pare.
Ma io penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi piú che mai nato e fatto per la solitudine.
Benché conosca che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri agli altri leggiero, pure questa volta peggio che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri la stimeranno qual'è per me, tu stesso voglio mi sia testimonio ch'io non c'entro affatto.
E per ciò non voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia previsione, sarai d'ora in poi piú infelice che fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non avrà piú a lodarsi della nostra compagnia.
- Ho bell'e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi il cuore.
Sarà meglio andare a letto a dormire.
- Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz'altro affare, che dormire e mangiare.
- Meglio che ascoltar te, si capisce.
- Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.
- Io, tranne quella che mi parla dell'imminente gioja, e codesta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento altre voci.
- Se prestassi un po' piú d'ascolto alla tua coscienza, ne udresti un'altra che ti dice: - Hai pensato a qual catena stai per legar la tua prole?
- Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti...
- È pur tanto facile ammettere che debba venirne.
- Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.
- Sta' a vedere.
Che tu, da parte tua, ti proponga d'esser ottimo padre di famiglia, - non dubito.
Ma siamo alle solite: hai tenuto conto di me?
- E che ti proponi tu di essere?
- Lasciami dire.
Hai sognato e sogni una vita, che consista d'amore, di pace lieta e sincera.
- Sperabilmente.
- Passi per l'amore, finché durerà; ma la pace? In casa tua dovrò abitar pure io...
- Eh lo so!
- Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello scrittojo soltanto...
- Lo so!
- Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...
- Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, e vuoi che non lo sappia?
- Bene, io dico, e la pace allora?
- Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della nostra letizia raccolta? Sarebbe pure un dolce spettacolo...
- Non dico di no.
Ma potrai far tu che una grave ombra non cada su la tua casa dalla naturale mia infelicità, a intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie, ogni qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà dagli altri, che neanche possono intenderle?
- Stiamo per prendere, o se piú ti piace, sto per prendere moglie appunto per questo, mi pare! Per usar cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua naturale infelicità.
- E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il portarci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior considerazione e piú amore per me, avresti inteso che il men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere non attendere ad altro, né ad altri pensare, fuor che a me.
- Mio dovere, insomma, sacrificarmi?
- Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fiducia in me.
Ma di questa mancanza non ti fo torto.
Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su questa terra e cosí solo, che intendo come in te sia dovuto nascere, piú che il desiderio, il bisogno di un'amorosa compagnia.
- Manco male!
- Se non ti scuso, vedi bene che neanche ti accuso...
- E allora perché?...
- Sí, sí, tu hai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi altri...
Tu sai trarne il sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di giorno in giorno, con diligenza, piú sicuro riparo contro le avversità della natura, e comodi maggiori.
Io dovrei essere il raggio di sole, l'aria ristoratrice che entra per le finestre aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del formicajo.
Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest'ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle...
Alla mia solitudine di gelo,
al mio sgomento, al mio lento morire
parla ne le stellate notti il cielo
d'altre arcane vicende da subire,
sempre dentro al mistero e in questo anelo.
"E fino a quando?" l'anima sospira.
Infinito silenzio in alto accoglie
la sua dimanda.
Pur tremarne mira
le stelle in ciel, quasi animate foglie
d'una selva, ove arcano alito spira.
- Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non direi che siano sbocciati per la fausta occasione...
Ohé, discendi dal cielo, te ne prego...
Io me ne sto qui alla finestra, e abbrezzo.
Non vorrei prendere un raffreddore giusto questa sera...
- Risponderesti domani con uno sternuto invece del sí sacramentale.
- Senza scherzi, senza scherzi...
Chiudiamo.
E prima che il fuoco si spenga nel caminetto, Occupiamo, se non ti dispiace, questo restante della notte a distruggere le carte e le reliquie compromettenti della prima nostra giovinezza che si chiude con questa sera.
IV
IN SOCIETÀ
(Salotto in casa X.
Salotto "intellettuale".
La marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare: che è una bella donna.
Quarantamila lire di rendita.
Stampa novelle e variazioni sentimentali - le chiama cosí, lei - su le principali riviste.
Non è raro, ogni sabato, trovare tra i commensali della marchesa i direttori di queste riviste.
Il marito, l'on.
marchese X, calvo, miope, barbuto, ha quattro legislature, siede a Destra, ma è - s'intende - liberale e democratico anche lui.
Collezionista appassionato, possiede come S.M.
un prezioso medagliere.
Non ne è però molto geloso.
Prova ne sia, che ha regalato piú d'una bella medaglia a scrittori ben noti, ammiratori della moglie.
Frequentano il salotto molte dame dell'aristocrazia e signore patronesse della Società per la coltura della donna, senatori, deputati, letterati e giornalisti scelti.
A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per entrare nel novero di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare che l'invito non gli abbia recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di cui il Gran Me s'è stizzito.
Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e palpitante nella sua arditissima eppur non indecente scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo di volo qualche accenno al Gran Me, che ne arrossisce, mentre il piccolo me - pronto sorriso e gesto vivo - si inchina.
Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al piccolo me:)
- Dove prenderai posto, adesso?
- Aspetta: lasciami guardare.
Ma fatti animo! Mi sembri ancora sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha tolto in sala il soprabito.
Bada che se vuoi darti un contegno, sarà peggio.
- Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai impiccato in un solino piú alto di te, mi ha parlato come un fantoccio...
- Sú, sú, pazienza! Composto, sú! Si accorgeranno, perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...
- E che vuoi che me n'importi? Lo sapevi bene, imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa gente, in questo abbigliamento ridicolo.
Mi farai fare una pessima figura!
- Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere, vedere...
- Come un orso alla fiera?
- Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si dice là in quel gruppo di deputati e giornalisti.
Parlano della rivoluzione russa, compiangono Witte...
Peccato! L'uomo che in pochi giorni, a tavolino, era riuscito a render vane tante strepitose vittorie giapponesi, ora...
"Ma no, signori!." dice il brillante giornalista Kappa.
- "Vi prego di credere che a Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!" - "Oh oh! E chi ha vinto dunque?" - "Ma la sua marsina, signori, la sua marsina! L'ometto giallo, in coda di rondine, voi lo sapete, è compassionevolmente ridicolo..."
- (Kappa ha guardato noi...)
- (Sta: zitto! Ascoltiamo.) - "Signori miei, i Giapponesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo.
Non si spoglia impunemente l'abito consueto..."
- (Senti? Senti?)
- (Sta' zitto!) - "Non si spoglia impunemente il costume nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze naturali, al color della pelle e che so io.
Se il signor Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati innanzi a una scelta di figurine giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei paraventi, pensando come da quelle figurine là, che pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una cosí furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti assai sconcertati e non avrebbero vinto cosí facilmente.
Si sono trovati invece davanti il signor Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri d'un gran signore trattano putacaso un sindaco di villaggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo."
- Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!
- Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la marsina, in fin dei conti.
E credi pure che al giorno d'oggi...
Zitto! Ci s'avvicina un signore...
- Scànsalo! Guarda altrove!
- Sta' fermo! Eccolo qua...
Dice che ti conosce di nome...
che ha letto.
Oh, troppo buono...
troppo buono...
Fammi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci domanda se stiamo a Roma da molto tempo.
Che ce ne sembra? Sú, presto: suggeriscimi una bella frase su Roma...
- Digli che quasi quasi va diventando Parigi.
- Bravo! Senti? Il signore approva...
Sú, a modo! Non sorridere cosí...
Ecco: il signore mi domanda perché sorridiamo.
Egli dice che Parigi però...
- Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un'altra cosa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una - diglielo in francese! Mentre Roma...
già siamo alla terza, e prima che diventi Parigi...
- Adesso sorride il signore! L'hai fatto allontanare...
Ed eccoti un nemico di piú! Auff! Sei incorreggibile davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non ti muovi, se non attiri in nessun modo l'attenzione della gente! Hai da seccar l'anima, dentro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?
- Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?
- Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a conoscere la gente, com'essa è in realtà, non come tu te la fingi.
Mentr'io parlo, e, per non seccare, dico magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza troppa insistenza, ciò che ti sta intorno e, credi a me, troverai da studiare qui con piú profitto, che non su i tanti tuoi libri...
Senti come si sfrottola, come si salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleranze? Idee profonde, no, e nessuna passione, è vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che correttezza squisita di modi e di parole...
Guarda quelle damine là: intellettuali, non si nega; ma che spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano tranquillamente, quasi non avessero il piú lontano sospetto d'esser nude cosí...
E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo momento: "Si tornasse almeno alla foglia di fico! Perché - quanto alla nudità - Dio buono, dopo che abbiamo speso un occhio del capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostrano lo stesso..." - Sú, sú, non affondar troppo lo sguardo! Bisogna godere di questa vista fugacemente, come d'una illusione che passa, d'una fantasmagoria splendida che svapora...
Uh! Guàrdati a quello specchio là...
Sei rosso come un papavero!...
Questo profumo...
Tu ti turbi troppo, eh?, grand'uomo...
Via! via! Un po' d'aria alla finestra...
- Non sarebbe meglio andar via?
- No, vieni qua, vieni qua alla finestra!
- Si respira...
- Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar lugubre...
Guarda quei lampioncini là, e quegli alberetti nella piazza...
il riverbero vacillante del gas sul lastricato...
e quel due lanternini di vettura che s'avanzano lentamente...
Che funebre squallore! - Oh, sú: ci chiamano...
vieni...
La marchesa ci domanda se ci annojamo...
- Ma se mi diverto un mondo!
- Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore.
Parlano del Duchino d'Orléans...
Dicono che comincia a trovar la via per rientrare in Francia, re.
Ha fatto un viaggio al Polo Nord.
Ti domandano che ne pensi...
- Mah! Dev'essere una bella soddisfazione il poter dire: "Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io mi reggo adesso, con la punta d'un piede solo, nientemeno che su l'estremità dell'immaginario asse terrestre.
Non c'è scritto nulla; ma star qua non è precisamente come stare un passettino piú in là.
Qua è il punto vero.
Ghiaccio, sí, qua e là; e un freddo indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui alto, in questo momento, piú di qualunque re sul trono!" Forse il Duchino d'Orléans, raggiunto il polo, si sarebbe contentato di stare un tantino piú basso, sul trono di Francia, stabilmente.
Ma non ci hanno detto i giornali che, invece del polo, egli scoprí un'isola e che la battezzò Terra di Francia? Io non capisco! Terra di Francia, e se ne tornò indietro...
Poteva, intanto - per cominciare - proclamarsi re di quella Francia là...
- Forse ci faceva troppo freddo.
C'è un altro imperatore che non può dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo caldo, invece.
Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del deserto.
- Ma Lebaudy, lui, almeno, s'è proclamato imperatore...
- Bravo! Vedi? Hai fatto ridere quelle belle signore...
Se tu volessi...
Piano! Che avviene? Si alzano...
- Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non sento ragione...
Andiamo via!
- Orso, non si balla! Non senti? La signorina B.
sonerà: adesso si fa pregare.
Ha le mani diacce, poverina, non può! Guarda, guarda: un giovanotto le propone di riscaldargliele, battendogliele forte forte...
Oh Dio, e lei ci crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si storce tutta...
Ah, ecco: le amiche la trascinano al pianoforte...
- Musica moderna?
- Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera.
Sta' a sentire.
Poi applaudiremo.
- Imbuisci a vista d'occhio, caro mio: mi fai spavento!
- Coraggio, via! C'è peggio di me...
Guarda come sono tutti intenti, ora, e assorti...
Che silenzio! Ma guarda lí, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia rossa come una palla meditabonda di formaggio d'Olanda...
È in pericolo la patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che è veramente splendida stasera, come una dea di Rubens...
Ma di' un po', sul serio, non ti diverte questo spettacolo?
- Molto! Senti: méttimi una mano innanzi alla bocca.
- Perché? Che fai?
- Méttimi subito una mano innanzi alla bocca...
- Sbadigli?
- Sbadiglio.
CHI FU?
Ditelo voi chi fu, se quel che dico io vi deve soltanto far ridere.
Ma liberate almeno Andrea Sanserra che è innocente.
All'appuntamento egli è mancato; lo ripeto per la centesima volta.
E ora parliamo di me.
Prova della mia reità sarà forse l'essere io tornato a Roma in ottobre, è vero? mentre negli altri anni io sono stato sempre solito di venirci una volta sola, e per il mese di giugno.
Ma non volete dunque tener conto che in quest'ultimo giugno andò a monte il mio fidanzamento? A Napoli, dal luglio all'ottobre, fui come pazzo; tanto che il mio capo-ufficio volle darmi per forza un altro mese di licenza, giusto in ottobre.
Il sogno mio, il sogno mio di tant'anni era crollato! E mente per la gola chi afferma che a Napoli mi fossi dato al vino, per dimenticare.
Vino, non ne ho mai bevuto.
Avevo qui un male, qui, alla testa, che mi dava il farnetico, il capogiro e i conati della vomizione.
Ubbriaco, io? Ma già, che meraviglia, se ora si tenta di far credere che mi finga pazzo per iscusarmi? Invece, m'ero dato alle...
sí, alle facili avventure, scioccamente, per prendermi una rivincita, anzi una vendetta della coscienza, della fedeltà, dell'astinenza mia di tant'anni.
Questo sí; e in questo, ne convengo, ho ecceduto.
A Roma, in casa di mia madre, rivedo, dopo sett'anni, Andrea Sanserra tornato da due mesi dall'America.
La mamma m'affida a lui.
Eravamo cresciuti insieme, da ragazzi, e ci conoscevamo meglio che non ci conoscesse la poveretta che nella santità dei suoi pensieri faceva di noi miglior conto, che in realtà non meritassimo; ci credeva due angeli, a ventisei anni! Ma in questa buona opinione l'avevo indotta io per il modo di vita da me tenuto nei cinque anni del mio fidanzamento.
Basta.
Con Andrea seguitai per la trista via in cui da tre mesi m'ero messo a Napoli.
E ora vengo al fatto.
Una sera egli mi propone...
Premetto che il Sanserra non conosceva la persona di cui ora debbo dire; ne aveva soltanto inteso parlare da altri.
Mi propone, dicevo, di far conoscenza con una - si esprime cosí - specialità del genere.
Mi parlò...
non saprei ridirvelo; ho soltanto l'impressione suscitatami dalle sue parole: una camera al bujo, con un gran letto, e a piè del letto un paravento; una fanciulla avvolta in un lenzuolo, come una fantasima; dietro il paravento una vecchia zia della fanciulla, che faceva la calza, seduta accanto a un tavolinetto tondo, con un lume che projettava sul muro, ingrandita, l'ombra della vecchia con le mani agili in moto.
La ragazza non parlava, e si lasciava appena vedere in volto; parlava invece la zia, raccontando ai pochi fidati clienti un mondo di miserie: la nipote fidanzata con un ottimo giovane, che aveva un impiego lucroso, di fiducia, nell'alta Italia: il matrimonio, andato a monte per la dote: dote che c'era, ma che una sciagura di famiglia aveva ingojata..
Bisognava rifarla, e in pochissimo tempo, prima che l'ottimo giovane venisse a sapere...
- Sú l'uscio di quella camera - concluse Andrea Sanserra - si può scrivere: Spasimo.
Naturalmente, fui tentato.
E con Andrea ci demmo appuntamento per la sera dell'indomani, alle otto e mezza, fuori porta del Popolo.
Egli abita in via Flaminia.
La casa delle due donne è in via Laurina; il numero non lo rammento piú.
Fu una sera di sabato, e pioveva.
La via Flaminia s'allungava diritta, fangosa, rischiarata qua e là dai fanali, il cui lume a tratti balzava e s'oscurava sotto i colpi del vento, che a le mie spalle agitava gli alberi foschi di villa Borghese battuti dalla pioggia.
Pensai che non sarebbe piú venuto, con quel tempaccio; pure non sapevo decidermi ad andar via, e rimanevo perplesso a guardare i fili d'acqua che mi cadevano intorno dall'ombrello.
Recarmi solo in via Laurina? No, no...
Una nausea profonda della vita che conducevo da tre mesi mi vinse, in quel punto.
Ebbi vergogna di me, abbandonato lí sú la via del vizio, dal compagno.
Pensai che Andrea probabilmente era andato a passar la serata in un'onesta casa, non sospettando ch'io fossi cosí corrotto da tener l'appuntamento con quella sera da lupi.
Eppure, no, - pensai; - piú che corrotto, io sono misero.
Dove potrei andare io, adesso? E mi sovvennero le sere tranquille e beate, con la mia gioja accanto, la precedente mia vita, la casetta di lei.
Ah, Tuda! Tuda! - A un tratto, dall'arco centrale della porta, ecco un vecchietto sguisciar curvo, con un mantello che gli scendeva fino alla noce del piede.
Reggeva con ambedue le mani un ombrellaccio sdrucito.
Andava, quasi portato dal vento, in giú, per via Flaminia.
Aguzzo gli occhi...
Un brivido mi corre per tutta la persona.
Il signor Jacopo, Jacopo Sturzi, il padre di Tuda, della mia fidanzata!...
Ma se io, io stesso, con queste mani, un anno addietro, lo avevo composto nella bara e accompagnato a Campo Verano? Pure, eccolo lí: mi passa dinanzi, oh Dio!...
E si volta a guardarmi, e piega da un lato la testa, come per farmi vedere un sorriso.
E che sorriso! Resto inchiodato al suolo, in preda a un tremor convulso, cerco di gridare, ma la voce non m'esce dalla gola.
Lo seguo un tratto con gli occhi; alfine riesco a svincolarmi dalla paura e mi lancio dietro a lui.
Credetemi, vi prego.
Io non sono capace d'inventare una cosa simile.
Non saprei riferirvi parola per parola quel che mi disse; ma comprenderete agevolmente che certe idee non possono uscire dal mio cervello, perché Jacopo Sturzi, quantunque uomo intemperante assai, fu un vero filosofo, filosofo originalissimo, e mi ha parlato col senno dei morti.
Lo raggiunsi, mentre già stava per posar la mano piccola e tremula su la gruccia della porta a vetri d'una osteria.
Si volse di scatto, mi prese per un braccio e, trascinandomi in giú, nell'ombra, fece:
- Luzzi, per carità, non dire che son vivo!
- Ma come...
lei? - balbettai.
- Sí, son morto, Luzzi - soggiunse; - ma il vizio, capisci, è piú forte! Mi spiego subito.
C'è chi muore maturo per un'altra vita, e chi no.
Quegli muore e non torna piú, perché ha saputo trovar la sua via; questi invece torna, perché non ha saputo trovarla; e naturalmente la cerca giusto dove l'ha perduta.
Io, per esempio, qui, all'osteria.
Ma che credi? È una condanna.
Bevo, ed è come se non bevessi, e piú bevo, e piú ho sete.
Poi, capirai, non posso concedermi troppe larghezze...
E, strofinando insieme l'indice e il pollice della mano destra, contrasse il volto in una smorfia, intendendo con quel gesto significare: Quattrini non ne ho.
Io lo guardavo stupito.
Sognavo? E mi venne alle labbra questa sciocca domanda:
- Ah, giusto! E come fa?
Egli allora sorrise, posandomi una mano su la spalla; poi rispose:
- Se sapessi!...
Ho cominciato, fin dal domani del mio seppellimento, col rivendermi la bella corona di porcellana che mia moglie mi aveva fatto collocar su la tomba, col motto in mezzo: Al mio adorato consorte.
Certe bugie noi morti non possiamo soffrirle.
Me la son rivenduta per poche lire.
Tirai avanti cosí una settimana.
Non c'è pericolo che mia moglie venga a farmi qualche visita e s'accorga che la corona non c'è piú.
Ora gioco a carte qui con gli avventori, vinco, e bevo a costo di chi perde.
Insomma...
un'industria.
E tu che fai?
Non seppi rispondergli.
Lo guardai un istante, poi ebbi un impeto di pazzia e lo afferrai per un braccio:
- Dimmi la verità! Chi sei? Come sei qui?
Non si scompose; sorrise:
- Ma se tu, da te stesso, m'hai riconosciuto!...
Come son qui? Te lo dirò.
Ma prima entriamo.
Non vedi? Piove.
E m'attirò nell'osteria.
Lí mi forzò a bere, a ribere, certamente con l'intenzione d'ubbriacarmi.
Tanto era il mio stupore e tanto lo sgomento, che non seppi ribellarmi.
Non bevo vino; eppure ne bevvi non so piú quanto.
Ricordo: una nube soffocante di fumo; il tanfo acuto di vino; il sordo acciottolio di stoviglie; l'odor caldo e grave di cucina; i sommessi borbottii di voci rauche.
Curvi, quasi volessero rubarsi il fiato l'un l'altro, due vecchi giuocavano a carte lí accanto, tra grugniti di rabbia o di consenso degli spettatori intenti e addossati alle loro spalle.
Dal tetto basso, un lume a sospensione aduggiava la sua giallezza tra la densa nube.
Ma quel che maggiormente mi stupiva era il vedere che, tra tanti, nessuno sospettava che lí dentro c'era un estraneo alla vita.
E guardando or questa, or quella persona, mi veniva la tentazione d'indicarle il mio compagno e di dirle: - Costui è un morto! - Ma allora, quasi mi leggesse sulle labbra questa tentazione, Jacopo Sturzi con le spalle appoggiate alla parete e il mento sul petto, sorrideva senza levarmi gli occhi d'addosso, occhi infiammati e pieni di lacrime! Anche bevendo mi guardava.
A un tratto si riscosse e cominciò a parlarmi a bassa voce.
Già la testa mi girava pei vapori del vino; ma quelle parole strane sulle cose della vita e della morte, me la facevano girar peggio Se ne accorse e, ridendo, concluse:
- Non son cose per te.
Parliamo d'altro.
Tuda?
- Tuda? - io feci.
- E non lo sa? Tutto è finito...
Egli accennò di sí piú volte col capo; poi, invece disse:
- Non lo sapevo.
Ma hai fatto bene a romperla.
Di', per causa della madre, è vero? Amalia Noce, mia moglie, pessima creatura! come tutti i Noce! Io, guarda...
Si tolse il cappello, lo posò sul tavolino, e battendosi una mano su la fronte calva, e strizzando un occhio:
- Due volte: - esclamò - la prima nel 1860; poi nel 75.
E metti che non era piú fresca, sebbene ancora bellissima.
Ma di questo non posso piú lagnarmi: la perdonai; e basta.
Figlio mio permetti che ti chiami cosí? - figlio mio, credimi: ho cominciato a respirare soltanto appena morto.
Infatti, mi occupo forse piú di loro? Né della madre né della figlia.
E neppur della figlia, per causa della madre.
Voglio dirti tutto: so come vivono.
Potrei, senti, non visto, come fanno molti altri nel mio stato, recarmi in casa loro, di tanto in tanto, e provvedermi furtivamente d'un po' di denaro.
Ma no; di quel denaro io non ne rubo! Lo sai, lo sai come vivono?
- Come? - risposi.
- Non ho piú chiesto notizie di loro.
- Va' là! lo sai - riprese egli.
- Te l'hanno detto jeri sera.
Feci, esitando, un cenno interrogativo cogli occhi.
- Sí; dove volevi andare prima di vedermi!
Balzai in piedi, ma non mi ressi e caddi sui gomiti sopra il tavolino, gridandogli:
- Sono loro? Tuda? Tuda e la madre?
Mi afferrò per un braccio, mettendosi l'indice a traverso le labbra.
- Zitto! Zitto! Paga, e vieni con me.
Paga, paga.
Uscimmo dall'osteria.
Pioveva piú forte; il vento cresciuto, saettandoci l'acqua in faccia, quasi c'impediva d'andare.
Ma quegli mi trascinava pel braccio via, via, contro il vento, contro la pioggia.
Cempennante, ebbro, con la testa in fiamme e piú pesante del piombo, io gemevo: - Tuda? Tuda e la madre? - La figura di lui ammantellato mi si confondeva nell'ombra violenta con l'ombrello ch'egli sorreggeva alto contro la pioggia, e diveniva enorme agli occhi miei, come un fantasma d'incubo, che mi trascinasse verso un precipizio.
E là, con uno spintone, mi cacciò dentro il portoncino bujo, urlandomi all'orecchio: - Va', va', da mia figlia!...
Ora io ho qui, qui nella testa, soltanto gli urli di Tuda avviticchiata al mio collo, urli che mi spezzavano il cervello...
Oh! fu lui, torno a giurarlo, fu lui, Jacopo Sturzi!...
Lui, lui strangolò quella strega che si spacciava per zia...
Se non l'avesse fatto lui, però, l'avrei fatto io.
Ma l'ha strozzata lui perché ne aveva piú ragione di me.
NATALE SUL RENO
Bonn am Rhein, 1890
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
- La mamma, - gridò Jenny entrando esultante nella mia camera e battendo le mani - la mamma acconsente per te!
Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco, in cui stavo da circa un'ora tutto ristretto in me dal freddo, con le mani e i piedi al caldo alito del camino, e l'anima...
oh, l'anima, chi sa dir dove se ne vada in certi momenti, quasi alienata dai sensi, inerti, mentre gli occhi par che guardino e pur non vedono?
- Uh! - riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio freddo.
- Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse davvero caduta qui!
E cosí dicendo, mi scompigliò su la testa i capelli.
Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra le mie:
- Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma?
- A festeggiare il Santo Natale! - esclamò Jenny, riprendendo la vivacità, con cui era entrata in camera mia, e nascondendo in quella la confusione che provava nel sentirsi stringere le mani da me.
- Compreremo un bell'abetino, alto...
alto...
lasciami dir come...
- Come? - le domandai io sorridendo, tenendole vieppiú strette le mani.
Ma ella ne svincolò una, e fece tosto:
- Alto cosí!
- Oh brava! Sarà bello...
- Quanto tu sei brutto...
Non si scherza, sai, su queste cose...
Lasciami quest'altra mano...
A che pensavi?
Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro per le nari.
Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o sentivo io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale cadenzato d'una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di pianto che avevo dentro di me, e che certo, per il groppo che mi stringeva la gola, prima che la via delle labbra, avrebbero trovato quella degli occhi? Era gonfia quella zampogna lontana dei profondi sospiri della mia intensa malinconia? E quel fuoco innanzi a me non era la gregal fiammata di fasci d'avena innanzi a un rustico altarino in una piazza della mia lontanissima città natale, nelle rigide sere della pia novena? Tintinnava l'acciarino? Sonava davvero, lontano lontano, la zampogna?
Come talvolta, anzi spesso, in questa società arriviamo finanche a vergognarci della dignità dell'anima nostra, cosí un certo pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare anche a una gentile persona, intima nostra, certi sentimenti che, sembrandoci troppo squisiti e quasi puerili per la delicata loro innocenza, sospettiamo potrebbero essere accolti con dileggio o, nella migliore ipotesi, non apprezzati, essendo nati in noi da specialissime condizioni di spirito.
Per ciò non dissi a Jenny quel che pensavo.
- Questo vento mi opprime! - dissi invece.
- Non posso piú sentirlo...
Tutto il giorno cosí, a lamentarsi entro la mia stanza per la gola del camino...
Di sera poi, tu intendi, nel silenzio, nella solitudine, riesce proprio intollerabile...
- Ho capito! - fece allora Jenny, prendendo una seggiola.
- Eccomi accanto a te, brontolone! Via, via, un altro tizzo per me, nel camino! Aspetta!...
lo piglio io: tu sei tutto imbacuccato...
Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai inteso! E acconsente per te! Son due anni, te l'ho detto, che non si festeggia piú il Natale in casa nostra.
Quest'anno vogliamo compensarcene: figúrati come saranno liete le bambine!...
Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle uterine.
Il Natale non si festeggiava da due anni in casa L*** in segno di lutto per la violenta morte del secondo marito della signora Alvina, madre di Jenny.
Il signor Fritz L***, dopo una vita disordinatissima, s'era ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, in Neuwied su la riva destra del Reno.
Jenny mi aveva narrato piú volte i truci particolari di questo suicidio, seguito a una serie di orribili scene in famiglia, e mi aveva rappresentato con tanta evidenza la figura e i modi del patrigno, che a me sembrava quasi di averlo conosciuto.
Avevo letto la sua ultima lettera alla moglie, da Neuwied, ove erasi recato per porre in effetto l'orrendo proposito; e non ricordavo d'aver letto mai parole d'addio e di pentimento piú belle e piú sincere.
È fama che da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro punto delle contrade del Reno, il levar del sole.
"Ho veduto tutto e tutto provato, - scriveva alla moglie il marito - tranne una cosa sola: in quarant'anni di vita non ho mai veduto nascere il sole.
Assisterò domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima mi promette incantevole.
Vedrò nascere il sole, e sotto il bacio del suo primo raggio chiu