APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 2
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Certe volte, pareva veramente ch'ella si fosse imposta una parte, e che la rappresentasse sempre, in casa e fuori, finanche a se stessa; pareva che mai nessuna meraviglia esistesse per lei, né per gli occhi, né per l'anima.
Signora sempre di sé e dotata d'una percezione straordinaria, penetrava tutto, tutti eran come fanciulli in faccia a lei.
Impossibile dire una cosa ch'ella quasi non prevedesse.
Entrando in una sala, sapeva e mostrava di sapere che molti pensavano a lei, che tutti l'aspettavano, che procacciava a tutti un piacere con la sua presenza; quantunque nessuno forse trovasse amabile il suo contegno piuttosto serio, non sciolto certo, né leggiadro.
Ma il fascino traspirava dalla sua anima chiusa, come un liquido odore dai pori d'un'ampolla suggellata.
Quel profumo d'eleganza ch'ella spargeva nelle sale della società per riceverne in ricambio un trionfo mondano, i suoi trionfi, la rallegravano però soltanto pel fermo pensiero, ch'ella aveva di lui, di Enrico Santagnese, e perché anche di ciò poteva fargli sacrifizio.
*
Or da qualche tempo Felice Montana si mostrava molto piú cupo del solito, e piú profonda era divenuta l'impronta, cui l'indole taciturna e meditativa gli aveva inciso tra le ciglia.
Non era certo il pensiero della figlia, né l'ostinazione di lei, che lo tenevano cosí preoccupato.
E la figlia se n'era accorta, e lo spiava con gli occhi penetranti, in preda a una vaga inquietudine.
Di casa ormai non si usciva piú come prima, quasi tutti i giorni.
Giulia aspettava fino a tarda notte, leggendo nella sua stanza, di cui lasciava aperto l'uscio a bella posta, con le tendine tirate sui bracciuoli, che il padre uscisse dal suo studjo.
Lo vedeva passar curvo, nella ricca veste da camera, con le mani dietro la schiena, e la testa china sul petto; ma non osava andargli incontro e parlargli.
Udiva richiuder l'uscio della stanza di faccia, e sospirava e stava incerta a pensare, dimenticando il libro e l'ora tarda.
Una notte Felice Montana, invece di recarsi nella sua stanza, entrò in quella della figlia.
Giulia si alzò stupita.
Il padre si arrestò in mezzo alla stanza, levò la testa e le disse: - Siedi - come se quel movimento l'avesse disturbato.
Un farfallone vellutato, nero, destato dall'improvviso alzarsi di Giulia, si mise a svolar pazzamente urtando contro il globo opaco della lampa sul tavolo.
Anche di ciò s'infastidí evidentemente il vecchio; aspettò che il farfallone si quietasse di nuovo, poi parlò:
- Andiamo male - disse, scuotendo il capo.- Possibile? A conti fatti, l'esportazione dello zolfo è stata molto meno di tutti gli altri anni.
Ho verificato sui libri di cassa.
Appena la terza parte.
Lo zolfo ormai si dà come pietra vile; non ha piú prezzo.
Nell'interno, c'è della gente che muore di fame.
Colpa un po' di tutti, nostra specialmente; l'ho predicato sempre.
Nella zolfara grande di San Cataldo ho dovuto far sospendere i lavori d'estrazione.
Che ce ne facciamo di tutto questo materiale inutile, che ci pesa sullo stomaco? Non si ricavan piú neppure le spese! Ma questo è ancor nulla; non è di ciò che mi preoccupo.
C'è di peggio.
Parlava come a se stesso, come continuando un pensiero nato nel suo studio, e l'esponeva cosí senza schiarimenti, per nulla dubitando che la figlia non l'intendesse.
- Circolano gravi notizie intorno alla compagnia di navigazione La Trinacria.
Le credo ancora infondate.
Mene, io dico, della nuova compagnia che vorrebbe impiantarsi.
Però cominciano a inquietarmi, lo confesso.
Tacque, pensando; si passò forte una mano sulla fronte, poi scrollò le spalle e disse piano, andandosene: - Sarebbe la mia rovina.
Giulia restò perplessa, in piedi, presso il tavolo, guardando.
Soprappresa cosí, non aveva capito nulla, aveva colto soltanto le ultime parole mormorate dal padre nell'andarsene: la mia rovina.
Quando si riebbe da quell'insolito stordimento, andò fino all'uscio, guardò fuori nell'andito: bujo e silenzio; l'uscio della stanza del padre, chiuso.
Un'apparizione? pensò.
La mia rovina! aveva detto cosí.
Com'era venuto da lei, perché? che aveva voluto significarle, con quelle parole?
- Soffre molto - esclamò forte, e subito si stupí della sua voce, come se fosse uscita d'un'altra persona nella stanza.
- Deve soffrir molto ripeté piano, con gli occhi fermi in un punto.
Quelle ultime parole le tornavano insistenti dalla memoria alle labbra, come per esser riflesse col suono sulla coscienza ancora ottusa: La mia rovina!...
la mia rovina!...
Sedette, appoggiando i gomiti sul tavolo e la testa tra le mani; lesse cosí, macchinalmente, alquanti righi sul libro che le stava aperto sotto gli occhi, quasi costretta e legata dal candor della pagina rischiarata dal lume; poi si scosse e con una mano scostò stizzita il libro.
Quell'atto la distrasse momentaneamente, ed ella vagò col pensiero, come in sogno.
Era un giorno grigio, autunnale.
Andava con la vecchia governante per via del Borgo Nuovo.
Presso Santa Lucia, la chiesetta sul mare, si sentí chiamare dall'alto, da una finestra.
Una voce esile nel vento.
Si volse.
Non avrebbe voluto salire, a nessun patto; ma come dir di no? Avrebbero potuto credere che lei, ricca, disprezzasse ora l'amicizia e la casa dei poveri.
Del resto, a quell'ora lui non era in casa certamente.
- Ah, se il babbo venisse a saperlo! - si diceva turbata salendo la scala dei Santagnese.
E sentiva ancora, nella visione, il turbamento e il disagio nel salir quegli scalini dal bigio intonaco, dall'alzata troppo alta, polverosi.
E le ritornava anche in mente, come una puntura, il rimprovero, che allora faceva a se stessa: "Se il babbo venisse a saperlo!"
Rivedeva oppressa lo squallore di quelle pareti nude, la povera suppellettile smarrita quasi sul pavimento rifatto di fresco con mattoni di terracotta ancora imbrattati di calce qua e là; la malinconia delle pretenziose tendine di juta agli usci e a quei balconi, pei quali pareva entrasse nella stanza tutto il mare dinanzi, e tutto il cielo grigio e palpitante; e l'imbarazzo, l'imbarazzo di quelle povere fanciulle, le sorelle d'Enrico, e della vecchia madre, che sbucavano ad una ad una, sorridenti e impacciate, da una stanza contigua, dove certamente eran corse a mettersi in fretta chi un grembiale pulito, chi uno scialletto di lana trapunto, chi un fazzoletto a fiorami, per accogliere decentemente l'ospite ricca, l'antica compagna.
Poi, d'un tratto, sopraggiungeva Enrico.
Ed ella rivedeva lo stupore in quel volto pallido, in quegli occhi dolenti, e il sorriso timoroso, impercettibile, quasi una contrazione di meraviglia.
Adesso, adesso capiva le parole ch'egli le aveva dette allora, e ch'ella nel turbamento, nell'ansia d'andar via, di scappar da quella casa, aveva appena udite.
Sí, Enrico le parlò della compagnia di navigazione La Trinacria; ella rammentava bene.
Capiva adesso anche il turbamento del padre, l'apparizione di lui nella sua stanza, tutto, tutto.
Per quella notte non poté chiuder occhio.
Dopo qualche settimana Felice Montana ricevette una lettera di Enrico Santagnese, in cui questi, chiedendò ripetutamente venia dell'ardire che si prendeva ecc.
ecc., lo scongiurava di disfarsi al piú presto possibile, anche con perdita del settanta per cento, di tutte le azioni della Compagnia La Trinacria.
Ma lo stesso giorno in cui gli pervenne questa lettera, il Montana, fermo nel convincimento che una Compagnia di quell'importanza non potesse rovinar cosí, da un giorno all'altro, senza gravi cause apparenti; incoraggiato e tradito da persone di sua fiducia addette alla Compagnia, aveva dato all'amministrazione quattrocento mila lire, sperando di rialzarne il prestigio.
Dopo tre giorni la Compagnia dichiarava il fallimento, e il Montana rovinava con essa.
Al povero vecchio restava appena da viver ritirato con la figlia.
Fu quasi per ammattirne; si volle sbarazzar di tutto al piú presto, della casa sontuosa, della rimessa: licenziò servi, come se in preda a una febbre smaniosa vedesse negl'improvvisi risparmii la sua salvezza.
- Sai? disse alla figlia.
Il tuo Santagnese mi aveva messo in guardia con una lettera.
Ora puoi sposarlo, se vuoi.
Cosí lo ringrazieremo...
E rise orribilmente.
*
Le carrozze se l'eran portate via, una dietro l'altra, chiuse e coperte come carri funebri, sotto il piovoso mattino invernale.
Oh quell'ultimo romor cupo di ruote sul lastrico, nel trarle dalle rimesse nel cortile!
Giulia assisteva a tutto, guardando dietro i vetri della finestra.
Anche gli otto cavalli "i piú belli della città" s'eran portati via, messi per due, lungo il viale ancor bagnato dalla notte.
I superbi animali se n'erano andati battendo la coda, quasi ballando sulle lucide anche, erte le orecchie e impettiti nella coperta di biondo albagio.
Carrozze e cavalli passavan coi cocchieri e coi mozzi nelle stalle e nelle rimesse di altri signori.
Quanti viandanti si fermavano ad ammirar quei cavalli, a guardar poi la casa dei Montana! Alcuni scuotevan la testa; altri poi passavan dritti, per gli affari loro, ignari o non curanti.
E Giulia si guardava intorno con occhi, che parevan gonfii ancora d'un sogno lacrimoso.
- Piano! Piano! - udiva dalla stanza vicina.
- Bada allo specchio! Cosí...
Scosta quella poltrona! Ora giú...
Piano! Ah, come si sta comodi qui!
Qualcuno si sedeva sulla poltrona, sbuffando, ed esercitandone le molle, villanamente.
Smantellavan di là la gran sala, portavano via tutto!
Giulia vi si recava ogni tanto, come in sogno, per salvar qualche oggetto caro dalla rovina; ma ogni volta rientrava nella sua camera piú smarrita, senza l'oggetto.
Si affacciava all'uscio della sala, e s'arrestava.
Tutta la mobilia smossa, in mezzo alla stanza; gli usci, le finestre, senza tende; le seggiole appajate, una sull'altra, e della paglia stesa sul tappeto, e trucioli di paglia dappertutto, sulle poltrone, sui sofà...
Le sue carte da musica? Ah quelle no! quelle no! Il pianoforte non c'era piú.
E i grandi piatti dipinti da lei? e i due tamburelli? Anche quelli? - Le venivan le vampe al viso; chiamava la vecchia governante: era andata via anche lei? Si chiudeva a chiave in camera sua.
Ma neanche qui si sentiva piú padrona.
Andava in sú e in giú, con la testa bassa, s'arrestava a un tratto colpita dalla sua persona, dalla sua veste bianca riflessa crudelmente da uno specchio in ombra, che scendeva giú fino a terra; si guardava attorno, e altri due lunghi specchi la riflettevano nello stesso atteggiamento smarrito.
Allora andava a sedere sulla poltrona accanto al letto dal gran parato a padiglione; chiudeva gli occhi ed aveva la sensazione del vuoto, come se la casa le crollasse sotto i piedi.
S'afferrava ai bracciuoli della poltrona, restringendosi indietro, contro la spalliera, e guardava innanzi a sé, con gli occhi ingranditi, stranamente appuntati.
- Nulla! piú nulla! - mormorò, e due lacrime calde le sgorgarono dagli occhi sempre fissi in un punto, e le scesero lentamente, lentamente per le guance.
Il suono della sua voce l'aveva intenerita.
Non la casa soltanto crollava, crollava anche il suo sogno, l'amore.
Ella aveva sognato di dare, di regalare il suo corpo magnifico e la sua ricchezza al mite adoratore.
Or rovinavan tutti i suoi progetti, cui la sua ricchezza aveva generosamente fabbricati, cui gli ostacoli avevano afforzati.
Con la dote andava via anche l'amore.
Rivide per un istante la povera casa dei Santagnese, al Borgo Nuovo, come in quel giorno grigio, autunnale.
- Entrare in quella casa? No, no, giammai.
Entrarvi cosí, senza portarvi nulla, grata al marito della fede mantenuta, della costanza provata, e viver là, come le sorelle Santagnese, tra quelle pareti nude, col mare grigio in casa e la polvere della strada - ah, impossibile! impossibile!
Avrebbero avuto gli occhi d'Enrico Santagnese come nei giorni contrastati, lungo il viale del Giardino Inglese, mentr'ella passava superba nella ricca vettura, accanto al padre, la domanda ansiosa e sommessa: - Ancora?
Oh, si! certo! ma a che scopo, ormai? Giovine, no, ricca, neppure; e allora perché?
*
Due mesi dopo la completa liquidazione della casa Montana, Enrico Santagnese domandò formalmente la mano di Giulia.
Il vecchio s'affrettò a comunicare alla figlia la domanda, che credeva attesa con impazienza.
Giulia Montana rispose: - no.
L'ONDA
I
Era Giulio Accurzi, come si suol dire in società, un bel giovine: trentatré anni, facoltoso, elegante, non privo di spirito.
Godeva poi, nel concetto degli amici, d'una specialità: s'innamorava costantemente delle sue inquiline.
Possedeva una casa a due piani: affittava il primo, a cui era annesso un terrazzo, che dava su un grazioso giardinetto riserbato per un'angusta scala interna al secondo piano; abitava in questo con la madre paralitica, relegata da parecchi anni in poltrona.
Di quando in quando gli amici lo perdevan di vista, e allora si poteva ritenere con certezza, che l'ingegnere Giulio Accurzi s'era già messo a far l'aggraziato con la filia hospitalis del piano inferiore.
Eran per lui questi amoreggiamenti come uno dei comodi del suo bene stabile.
L'inquilino padre notava, con compiacenza, la squisita educazione e le premure del padron di casa; la figlia non sapeva mai bene, se quelle premure fossero veramente effetto della squisita educazione, come argomentava il padre, o dell'amore, come a lei era parso qualche volta di dover capire.
In ciò l'ingegnere Accurzi dimostrava davvero del talento.
Nei primi mesi della locazione egli civettava dal balcone sul terrazzo; ed era il primo stadio, detto: dell'amore in giú.
Poi passava al secondo stadio: dell'amore in sú; cioè dal giardino al terrazzo; e questo soleva accadere sull'entrare della primavera.
Allora egli mandava in regalo col vecchio giardiniere dei frequenti mazzi di fiori al primo piano: viole, geranii, lillà...
Talvolta si spingeva fino a lanciar lui stesso dal giardino, con molto garbo, qualche magnifica alba plena alle due rosee mani tese in alto e aspettanti.
E la luna soleva assistere dall'alto a queste scene e Giulio Accurzi si chinava per chiasso a carezzar l'ombra della fanciulla projettata dal terrazzo sull'arena dorata del giardino.
La fanciulla, dalla balaustrata di marmo rideva sommessamente e dimenava la testa, o si tirava indietro d'un colpo per sfuggire con l'ombra all'innocua carezza.
Ma tutto doveva finir lí, o altrimenti la scappatoja era pronta.
Egli, dispiacente, annunziava al padre, che "col nuovo anno era costretto a rincarar la pigione".
I suoi contratti con gli inquilini avevan tutti la durata d'un anno.
Prima che sua madre s'ammalasse cosí gravemente, Giulio Accurzi non aveva mai pensato sul serio a prender moglie.
- Eppure tu saresti l'ideale dei mariti! - gli dicevano gli amici.
- Tu cerchi la comodità nell'amore.
Riduci i due piani a un piano solo.
II
Quando la signora Sarni con la figlia venne ad abitare nel primo piano, Agata era da tre anni promessa sposa a Mario Corvaja, il quale allora si trovava in Germania a perfezionare i suoi studi di filologia.
Quel fidanzamento aveva avuto tristi vicende, e pareva che il giorno delle nozze si perdesse ancora tra le nebbie dell'incertezza.
Mario Corvaja, è vero, sarebbe ritornato tra breve dalla Germania; ma chi sa quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare un concorso per qualche cattedra di filologia all'Università.
Giulio Accurzi ignorava tutto ciò, però non sapeva rendersi ragione dell'aria dolente della signorina Sarni.
La vedeva di raro sul terrazzo, al vespero, pallida, con sulle spalle uno scialletto di color roseo mitissimo, e la veste nera.
Dal balcone studiava ogni menomo atto di lei.
Ella si fermava di preferenza a guardar due canarini in una gabbia sospesa a un palo del terrazzo; quelle due bestioline cantavano allegramente tutto il giorno; o si fermava ad osservare i vasi di fiori allineati sulla balaustrata di marmo, dei quali la madre, donn'Amalia Sarni, aveva straordinaria cura.
La fanciulla raccoglieva due, tre violette, poi si ritirava, come tenuta da altri pensieri, senza gittar mai uno sguardo al giardino sottostante, né levar gli occhi, sia pur di sfuggita, al balcone, dove l'ingegnere Accurzi, tosserellando di tanto in tanto, o smovendo a posta la seggiola, si struggeva di smania e di stizza per la noncuranza di lei.
Quelle violette chiuse in una lettera, schiacciate da tanti bolli postali, dovevan correre molta terra, andar lontano, lontano, fino ad Heidelberg sul Reno, lassú...
Che ne sapeva Giulio Accurzi?
Egli era incantato della pace soavissima che regnava in quella casa, al primo piano, piena di fiori freschi e di luce, una pace e un silenzio quasi conventuali.
Donn'Amalia, alta e magnifica, dalla faccia placida e ancor bella, nonostante i sessant'anni, attendeva con passo pesante, senza mai scomporsi, alle faccende di casa; poi, sul vespro, ai fiori, come la mattina alle pratiche religiose, perché ella era molto divota.
La figlia conduceva altra vita.
Si levava tardi da letto, sonava un po' il pianoforte, piú per distrazione che per diletto; poi, dopo colezione, leggeva o ricamava; la sera, o usciva un po' colla madre, o rimaneva in casa a leggere o a sonare: non chiesa, né faccende domestiche, mai.
Tuttavia, tra madre e figlia, un perfetto accordo, una tacita intesa, sempre.
Ogni tanto, il silenzio della casa era turbato dalla venuta dell'altra figlia della signora Amalia, maritata con Cesare Corvaja, fratello di Mario.
La sposa portava sempre con sé i suoi due bimbi, a cui la zietta faceva un mondo di feste.
Allora soltanto, senza saper perché, l'ingegner Accurzi, tappato tutto il giorno in casa, sentiva aprirsi il cuore alla gioia: vedeva dal balcone i bambini e la signorina Sarni irrompere sul terrazzo, sentiva i sorrisi, il suono carezzevole della voce di lei; la vedeva chinarsi innanzi ai nipotini, che le saltavano al collo pieni di desideri e di moine; e sorrideva, guardando, lietissimo, beato.
- Il babbo dov'è, Rorò?
- Lontano...
lontano...
- rispondeva Rorò, stringendo gli occhi e strascinando le due parole col musino in fuori.
Cesare Corvaia era primo macchinista sui vapori della Compagnia di Navigazione Generale Italiana, e faceva i viaggi d'America.
- Che ti porta il babbo, Mimi, quando ritorna?
- Tante tose...
- rispondeva placidamente Mimí.
Nel frattempo, dentro, la madre e la figlia maggiore parlavano di Agata, della mutata indole di lei dopo la promessa di matrimonio, e specialmente dopo la mortale malattia superata a stento, mercé le cure dei parenti di Mario Corvaja.
- Ostinata! - sospirava la madre.
- Non vuol sentir ragione; non vuol capire...
Eppure s'è accorta, ch'egli non l'ama piú! Certe notti la sento piangere sommessamente...
Mi si rompe il cuore, credimi; ma non so dirle nulla.
Ho sempre paura, non le ritorni quel brutto male...
- Che pazzia! che disgrazia! - esclamava dal canto suo la sorella, contraria fin dal principio a quel progetto di nozze.
Che sapeva di tutto ciò Giulio Accurzi intento allora a compiacersi dal balcone delle carezze di Agata ai bimbi, e delle moine di questi alla zietta?
III
Sul finir dell'estate Agata s'ammalò gravemente.
Già ella s'anneghittiva di far qualunque cosa.
La pena chiusa, la chiusa malinconia a poco a poco s'eran disciolte nel tedio.
Rimaneva piú del solito a letto, sveglia, con la mente vuota; aveva perduto affatto l'appetito, e non ascoltava piú né gli incitamenti, né i conforti, né le lagnanze della madre o della sorella.
Giulio Accurzi, allarmato dalle gravi notizie recategli un giorno dal suo vecchio giardiniere, si spinse fino a interrogar per le scale il medico.
La risposta di questo lo turbò doppiamente: egli apprese soltanto allora che la signorina Sarni era promessa sposa, e che s'attendeva fra giorni il fidanzato, vista la cattiva piega che pigliava la malattia.
- Ah, è fidanzata!
Da quel giorno egli non ebbe piú pace; voleva a ogni costo convincersi ch'era sciocco addirittura interessarsi tanto "della salute d'una sua inquilina".
Costringeva se stesso a uscir di casa; ma metteva due ore a vestirsi, dovendo ogni tanto affacciarsi al balcone a spiare se qualcuno si facesse al terrazzo sottoposto.
Perché? Non lo sapeva lui stesso! Certo, non per domandar notizie di lei: non gli sarebbe parso ben fatto.
Forse per scoprire dall'atteggiamento di qualche volto lo stato della malattia.
E ogni volta, per imporre un termine a quell'aspettativa, ch'egli pur riconosceva puerile, ricorreva a un'altra puerilità: si metteva a contar fino a cento.
- Se nel frattempo nessuno s'affaccia, me ne vo.
E cominciava lentamente:
- Uno...
due...
tre...
Poi, nel contare, s'astraeva, e soltanto le labbra continuavano a mormorare i numeri.
Talvolta, col cappello in capo, già pronto per uscire, giungeva a contare fino a trecento; alla fine si stancava, e infilava la porta.
Doveva far violenza a se stesso per non fermarsi a origliare sul pianerottolo del primo piano.
Per via, schivava gli amici, non riusciva a distrarsi.
Gironzava un po' senza direzione, annojatissimo; e alla fine, come spinto da un subitaneo pensiero, ritornava frettolosamente sui proprii passi.
- Forse a quest'ora sarà arrivato!
Egli aspettava con ansia il fidanzato di Agata.
Si struggeva dalla smania di vederlo, di conoscerlo, senza saper chiaramente il perché di quella sua curiosità.
La madre, per quanto ormai non s'interessasse piú di nulla, già stanca di tutto, finanche d'aspettare e di chiamar la morte, s'era accorta del cambiamento del figlio; e un giorno gli disse:
- Giulio, non far pazzie!
- Che pazzie, mamma! - rispose l'ingegnere Accurzi, a cui ormai recava piú irritazione che pietà il modo di parlare della madre, il tono della voce e il movimento della testa.
E pure, una pazzia forse l'aveva commessa.
Sí: lo riconosceva egli stesso, e n'era turbato.
Aveva fermato per la scala anche la sorella d'Agata, Erminia, e dal modo come le aveva parlato, temeva non avesse ella potuto sospettare ch'egli fosse cosí insensato da accarezzar delle idee sulla sorella promessa a un altro.
- Chi sa che avrà pensato di me! Sciocco...
Egli, in fondo, non voleva convenir con se stesso d'essere innamorato della signorina Sarni.
- Fra me e lei non c'è stato mai nulla...
E allora si sforzava di pensare ad Agata, come a una persona qualsiasi, per la quale si sentisse soltanto pietà sapendola in condizioni gravi di salute.
- Povera signorina! si diceva.
Cosí buona!...
E quell'imbecille che non torna! Se tarda ancora, non la rivedrà...
IV
Il viavai per la scala divenne vieppiú frequente.
Giulio dal pianerottolo superiore, curvo sulla ringhiera, spiava chi saliva e chi scendeva.
Altri medici erano accorsi al letto della malata, due suore di carità, poi un vecchio alto dalla lunga barba bianca, don Giacomo Corvaja, venuto espressamente dalla campagna.
Giulio apprese che l'acuto della malattia era superato, ma che tuttavia la malata, vinta dall'estrema debolezza, era in preda a furori isterici che la rendevan quasi pazza...
- S'è tagliati, tartassati i capelli!...
Non si riconosce piú..
- gli aveva detto la serva.
- Chiama sempre il fidanzato...
Pare che egli non voglia piú tornare...
Se vedesse, che spettacolo giú...
- Non vuol piú tornare? Come! La lascerà morire cosí? - pensava Giulio, struggendosi dentro.
La porta del primo piano s'apriva di tanto in tanto rumorosamente, e qualcuno ne usciva lanciandosi a precipizio per la scala; Giulio si destava di balzo dalle sue fantasticaggini, impallidiva...
- Che sarà avvenuto?...
Muore?...
Ecco altra gente sul pianerottolo, giú; donn'Amalia, Erminia dai volti disfatti...
Chi s'attende? S'è fermata una vettura dinanzi al portone.
Ecco, è lui, Mario Corvaja, il fidanzato! Gli è accanto quel vecchio alto, dalla lunga barba bianca, il padre.
Finalmente è tornato!
- Ebbene, come sta? - chiede Mario con ansia alla madre di lei, pallido, con le ciglia aggrottate.
Poi tutti rientrano, e la porta si richiude.
Dove mai Giulio aveva udito quella voce? Sí, egli conosceva di vista Mario Corvaja.
Era dunque colui il fidanzato di Agata? E che avveniva laggiú, in quel momento, nella camera della malata? Giulio si sforzò a imaginare quella scena d'arrivo.
Dopo un'ora all'incirca egli vide uscir Mario Corvaja col padre.
Lo seguí con gli occhi, dal balcone, lungo la via piena di sole.
Dove si recava? Perché gestiva cosí vivace
...
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