APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 22
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Al primo terrore seguí nel cuore di Livia un impulso d'odio per la donna che le aveva ridotto in tale stato il marito; e già in quell'odio penetrava la compassione per lui.
Ercole schiuse gli occhi e fissò la moglie senza riconoscerla.
Ella trattenne il respiro, il moto delle palpebre, in penosissima attesa.
L'infermo poco dopo richiuse lentamente gli occhi, emettendo un gemito piú di stanchezza che di dolore.
Sí, in tutti i lineamenti di quel volto disfatto, nelle braccia, nelle mani abbandonate sul letto, piú che il dolore, infatti, era impressa la stanchezza, un'estrema stanchezza! Ella sedé in silenzio accanto al letto, presso la testata, per non farsi scorger da lui, temendo non lo avesse a turbare la sua vista.
Vedeva la mano scarna levarsi di tratto in tratto con le cinque dita brancicanti; indovinava il sorriso delle labbra esangui, e sentiva un brivido di sgomento alla schiena.
Che significava quel gesto? Perché sorrideva e levava la mano? Alfine Livia credette d'aver trovato la cagione: il suo pensiero volò, senza designazione di luogo, a un'altra casa non mai vista da lei, ma ben nota al marito: vi cercò una bambina; ma non poté figurarsela: un'ombra odiosa, indecisa di donna le si parava sempre dinanzi - quell'altra, la madre della bambina! Ah sí, senza dubbio, in quel muto delirio egli credeva di carezzare la testa della sua figlioletta, e sorrideva.
Livia sentí allora come uno struggimento non peranche provato, scevro d'odio per il marito, anzi pieno d'un sentimento angoscioso di generosità.
Ella era la tradita, la nemica per lui; eppure, ecco, era lí, in quella camera, accanto al letto ove egli giaceva, pronta a prestargli le piú diligenti cure, pronta a rendere il bene per tutto il male ricevuto! Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Da quel giorno non abbandonò piú la camera dell'infermo.
Riempiva di pensieri, di riflessioni le lunghe veglie penose.
In certe ore della notte, vinta dalla stanchezza, appoggiava leggermente la guancia sugli stessi cuscini ove s'affondava la testa di lui, e la freschezza del lino e la insolita vicinanza le cagionavano, nel silenzio, quasi nel mistero del sonno, un piacere e un turbamento ineffabili.
No, ella non poteva piú vivere senza di lui; non poteva piú durarla in quello stato; non era ammissibile per lei che egli, appena guarito, ritornasse a quell'altra, ed ella a la stessa vita di prima.
No, no! E intanto, come impedirlo? Non aveva egli altrove la sua famiglia? Certe notti non aveva egli mormorato, nell'incoscienza del sonno, il nome di Elena? "Ah, Elena!" Tre volte lo aveva udito sospirar cosí, piano, come nel passaggio da un sonno all'altro, con la solita espressione di stanchezza infinita.
Come strapparlo a colei? Ah, non era piú possibile! Presso quella donna era la figlia! Come strappare al padre la sua figliuola?
Da un pezzo a Livia era balenata un'idea di vendetta, che poi nell'abbattimento e nello sconforto aveva riconosciuta disperata, inattuabile.
Convinta che il marito non sarebbe mai tornato a lei, finché la figlia fosse rimasta presso l'amante, aveva immaginato di costringerlo a portar via da colei la bambina, e condurla con sé nella sua casa.
Ecco, sí, questo sarebbe stato l'unico mezzo per riacquistarlo.
Ma era possibile che la madre cedesse la figlia, rassegnata a non vederla mai piú? Non che sperarlo, era follia soltanto immaginarlo.
Nella sua casa, è vero, accanto al padre, la bambina avrebbe avuto ben altro avvenire: Ercole le avrebbe potuto dare il suo nome; ella, Livia, le avrebbe dato la sua dote; sí, sí, e le avrebbe anche voluto bene piú che se fosse stata figlia sua; tanto bene da farle dimenticare la vera madre...
Sí, ma la madre poteva lasciarsi lusingare da quell'avvenire? cedere a un'altra donna, alla moglie dell'amante, la figliuola?
Queste amare riflessioni rivolgeva ella accanto al letto dell'infermo, quando un giorno venne misteriosamente a visitarla la vecchia zia di Ercole.
La mandava Elena smaniosa d'avere notizie.
- Come va, come va, povero Ercole?
- Sempre a un modo...
Un tantino meglio, forse.
- Ah sí? Bravo! Mi dài una grande consolazione...
Malattia lunga, però, m'immagino, eh? Ma niente pericoli, Dio ne scampi, è vero?
- No no; almeno i medici lo assicurano.
Ha bisogno assoluto di riposo.
La vecchia storse la bocca sdentata e dimenò la testa.
- Riposo...
eh sí! È una parola! I medici prescrivono sempre giusto quel che non si può avere: ai poverelli, brodi consumati, a tuo marito riposo! E, dico, scommetto che non sai perché tuo marito s'è ammalato...
Ha avuto una scena con quell'altra...
Sí! Lo scandalo...
Non sai nulla?
- Nulla - disse Livia.
- Che scandalo?
- Del giornale...
Non sai? Hanno stampato un articolo sulle magagne dell'Ospizio degli orfani, ti dico, coi fiocchi!, dove si dicevano vituperii di tutte le madri, e di Elena poi...
- Ed Ercole? - domandò Livia tra sgomenta e ansiosa.
- E che volevi che facesse? Quella lí, inviperita, s'è sfogata con lui, naturalmente.
Ho saputo tutto dalla serva...
Gli ha fatto una scenata.
Ercole ha dovuto inghiottire amaro, e zitto! Si sa, c'è di mezzo la piccina...
Ma tu confòrtati intanto, e senti quello che ti dice la tua vecchia zia: non è storia che dura! Già metti che lei pretendeva, per non dar luogo ad altre ciarle, che egli non le andasse piú in casa, come dire, non vedesse piú la figlia.
Perché, lei, capisci? ha quegli altri due poveri innocenti all'Ospizio...
lo sai, e ha paura dopo questo fatto non glieli caccino via, seguitando le chiacchiere.
Ercole, dal dispiacere, dalla bile, ci s'è ammalato: Quella lí adesso da un canto ha rimorso, s'intende; dall'altro, poi, pensa che la sua condizione non è piú sostenibile, che insomma bisogna provvedere...
chi sa?...
finirla, ecco, probabilmente.
Lui per ora si oppone; ma quella lí ha da pensare ai due orfanelli, intendi? E questi vedrai, ti salveranno.
La vecchia ciarliera seguitò a lungo sullo stesso tono; ma Livia non la ascoltava piú.
Ah dunque il suo progetto non era cosí fuor dal possibile com'ella s'era costretta a credere? E se quella donna non voleva abbandonar la figlia, poteva pretendete che invece la abbandonasse Ercole? Non avevano tutti e due gli stessi diritti su la bambina? Ah, chi sa! Forse Ercole aspettava soltanto un cenno da lei, e sarebbe subito corso a prender la bimba, per cui tanto soffriva! Ed eccolo liberato per sempre da quella donna!
A poco a poco intanto, mercé le rigorose cure e l'assoluto riposo, Ercole cominciava a migliorare.
La prima volta ch'egli s'accorse della presenza di Livia nella camera, chiuse gli occhi come per fuggire la realtà.
Durante la malattia s'era sentito circondato di cure amorosissime: le doveva dunque a lei? Lo aveva vegliato lei con tanta abnegazione, lei assistito con tanta tenerezza?
Un giorno finalmente, sull'alba, mentr'ella se ne stava seduta al capezzale, sentí inaspettatamente la mano del marito cercare e stringer la sua.
Levò stupita il capo che teneva appoggiato al guanciale di lui, e lo guardò; egli piangeva con gli occhi chiusi.
- Ercole, che hai?...
- balbettò commossa, non riuscendo neppur lei a frenar le lacrime.
Egli le strinse piú forte la mano, senz'aprir gli occhi.
Poi le disse:
- Grazie...
Perdonami.
- Sí...
sí...
non agitarti...
Ho compreso tutto.
- Perdonami - ripeté Ercole.
- Sí, sí, t'ho già perdonato...
Ora sta' calmo...
So quello che desideri.
Ercole aprí gli occhi, come per accertarsi sul volto di Livia se aveva inteso bene.
- Tu vuoi vederla, è vero? - aggiunse ella con un fil di voce, chinandosi su lui.
- Oh, Livia, tu...
- esclamò egli, fissandola quasi impaurito.
- La vorresti qui, è vero? Ebbene, senti: io ci ho pensato...
Non darti pena...
sono contenta; l'avrai qui, se vuoi, per sempre! Intendi? Qui, qui, in casa nostra...
Sí, lo comprendo: ormai non può essere altrimenti.
Ma io ne sono contenta.
Tua figlia sarà anche mia figlia d'ora in poi; va bene cosí?...
Càlmati, càlmati; ne riparleremo...
Ci ho pensato a lungo, qui, accanto al tuo letto.
Poi ti dirò...
Adesso, zitto! riposa; io me ne vado...
La prima volta che egli poté reggersi in piedi fu condotto da Livia nella stanza attigua alla loro camera da letto.
- Le collocheremo il lettuccio qui, ti piace? Cosí starà accanto a noi.
Andrò a comprarglielo io stessa; un bel lettuccio, vedrai!
- Già l'ha...
- sfuggi ad Ercole.
- No, uno nuovo, uno nuovo! - disse Livia, fingendo di non accorgersi del turbamento di lui.
Poi soggiunse: -Ah, dunque dorme sola?
- Sí, sola.
- Desidero tanto di vederla...
forse quanto te.
Quando andrai a prenderla?
- Appena potrò.
Bisogna che pensi, che veda...
Non è facile...
Ma ci riuscirò; dev'esser cosí.
Nel cuore di Ercole lottavano l'ansia di rivedere la figlia dopo circa due mesi di lontananza, e lo sgomento della scena da sostenere con Elena.
Era già uscito due volte con Livia in vettura, ma non si sentiva ancora la forza, il coraggio di affrontare l'amante.
- Andrai oggi? - gli domandava Livia.
- No, oggi no, andrò dimani.
Figúrati quanto mi preme! Ma mi sento debole...
Livia non era meno in ansia di Ercole.
Non trovava requie sotto il pensiero che egli dovesse vedere ancora una volta quella donna.
Finalmente, dopo una settimana d'esitazione, l'Orgera si decise.
Salito in vettura, chiuse gli occhi e costrinse il cervello a non pensare.
- Dirò quel che mi verrà alle labbra sul momento; inutile preparar le parole!
Pervenne in fondo alla via Cola di Rienzo in tale stato di prostrazione, che a stento poté smontare.
- Aspettami - disse al vetturino.
Salí penosamente la lunga scala, quasi al bujo, sostando spesso per la incalzante agitazione.
Sú per gli ultimi gradini non aveva piú fiato.
- Ercole! - gridò Elena appena lo vide, posandogli le mani su le spalle.
- Dio! come sei pallido! - aggiunse sbigottita.
- Aspetta, aspetta...
- mormorò egli ansimante, lasciandosi cader di peso, quasi in deliquio, su una seggiola.
- Ma come sei venuto? Mio Dio, che hai avuto? Ah, come t'ho aspettato! Sei stato male assai?...
Lo vedo, lo vedo...
Il cuore mi parlava.
Ah, che giornate, se sapessi! Due mesi! Di', nessuno ha avuto cura di te?
- Lietta! Dov'è Lietta? Chiamala.
- Sí; ma ti senti meglio? Lietta! non vieni a vedere il babbo tuo? Vieni.
Sí, è qui, è tornato!
Lietta accorse con le manine levate e si gettò fra le braccia del padre, che se la strinse al petto lungamente, baciandola senza fine.
- T'ha aspettato, caro angelo mio, ogni giorno.
Ogni giorno a domandarmi: - E babbo? - Domani, verrà domani.
- Non viene? - Verrà, sí, non dubitare.
- Figlia mia cara, mi vedi? son qui, son venuto! Lietta guardava stupita il padre come se non lo riconoscesse piú, cosí cangiato, pallido, smunto.
- Vedi che il babbo tuo è stato malato? - le disse Elena.
- Malato, povero babbo! Non sai dirgli nulla? Fagli sú una carezza.
Lietta alzò una manina al collo del padre e lo baciò su la guancia.
Ercole se la strinse di nuovo al petto.
- Vuoi venire col babbo tuo, adesso? Ti porterò in vettura; vuoi venire? Sempre con me, sempre!
- Parlami, raccontami - gli disse Elena.
- Che hai avuto? Non mi dici nulla?
- Ora ti dirò...
- le rispose Ercole, ridiventando ad un tratto pallido come quand'era entrato, e piú fosco.
- Che hai da dirmi? - domandò ella, colpita dall'accento e dall'aspetto di lui.
- Conduco di là Lietta?
- Sí, è meglio.
Uscita la bambina, Elena chiuse l'uscio e, rivolgendosi all'Orgera, con le ciglia aggrottate, gli disse: - Sai, ho capito! Ti sei rappacificato con tua moglie?...
- Sí, - rispose Ercole guardandola negli occhi.
- Ah, e sei venuto a dirmelo? Bravo! Ti ha perdonato? Lo sospettavo...
Ma a che patto? E perché sei dunque venuto? Non dovremo piú vederci? Rispondi.
- No - disse Ercole cupo, e pur con un sorriso impercettibile, nervoso: - Come vuoi che...
- E sei venuto per dirmi questo? Dopo tanta attesa? Come!...
Ti sei rimbecillito? Abbandonarmi cosí? E Lietta? Che ne farai di Lietta?
- Lietta verrà con me.
- Che dici? Sei pazzo? Verrà con te? dove?
- Con me, in casa mia...
- In quale casa? In casa di tua moglie! Ah vi siete accordati a questo patto? su la figlia mia? E tu, non hai potuto...? Hai avuto il coraggio di venir da me per strapparmi la figliuola? E hai potuto credere un momento che io te la déssi? Vattene, vattene! Non posso piú vederti qui; vattene, o ti scaccio!
- Chi scacci? - gridò rabbiosamente Ercole: - Come puoi tu...? Ma già, è inutile risponderti...
Vuoi ragionare? Non vuoi.
M'insulti...
Dammi Lietta e me ne vado.
- Sei pazzo? Ah tu non me la strapperai; avrò piú forza di te! È figlia mia, com'è figlia tua, capisci?
- Non con la forza, con la ragione - incalzò Ercole.
- Vuoi ragionare? Lasciami dire, ascoltami...
- Non sento ragioni! Ragioni d'un pazzo! Vieni a dirmi: - Ti tolgo la figlia - e vuoi che ragioni con te! Ma, Dio mio, è giusto, è onesto?
- No, senti...
Va bene...
Piano! Ti sembro pazzo...
ma lasciami dire...
rispondimi...
Ti dirò io quel che è giusto e quel che è onesto.
Lascia star Dio! Di Lietta tu che ne farai? Perché parli? Pel suo bene? No! Tu parli per odio contro una donna che noi abbiamo insieme ingannata, tradita...
E ti par giusto, ti pare onesto?
- Ma che dici? Non vuoi intendermi! Io parlo per mia figlia che mi vorreste portar via...
È giusto, è onesto?
- E che pretendi? Pretendi che non la veda piú io invece?
- Ma no, ma chi te lo vieta? È qui; vieni e la vedrai.
Te lo vieta tua moglie, non io.
- Tu, tu me lo vieti ora; perché non è piú possibile ch'io seguiti a venir qui.
- Ed è colpa mia? Vuoi startene con tua moglie? Ebbene, io non ti chiedo di meglio: tu con lei, io con mia figlia!
- Sí! E che ne farai?
- Quel che Dio vorrà.
- Lascia star Dio, ti dico! - gridò Ercole.
- Qui si tratta dell'avvenire di mia figlia! Non lasciarti vincere dall'egoismo, dal tuo odio...
Parliamo della bambina; di lei dobbiamo parlare.
- Ma come puoi pensare che Lietta viva senza di me? Io l'ho messa al mondo, le ho dato il mio latte, la mia vita, l'ho cresciuta, l'ho tenuta sempre con me! Ah speri che mi dimentichi? Ma è possibile? Deve dimenticar sua madre? Sperate questo tutti e due? Quell'altra deve carezzare la mia bambina, insegnarle a scordar sua madre?...
Elena ruppe in singhiozzi strazianti, coprendosi il volto con le mani.
- No, non questo - disse Ercole cupamente.
- Comprendo il tuo dolore; il sacrifizio è enorme; ma se tu ami Lietta piú di te stessa, devi compierlo.
Non pensare a me, né all'altra; pensa a Lietta soltanto, al suo avvenire.
Io son venuto qui per parlare al tuo cuore.
- Dici, per strapparmelo! - esclamò Elena singhiozzando disperatamente.
- ...
al tuo cuore di madre senza egoismo...
Non mi faccio forte di nessuna ragione, di nessun diritto.
Ti dico: pensa solo a lei.
Tu stessa, l'ultima volta, mi hai costretto a considerare la nostra posizione...
la tua per quei due orfani...
Non è vero? Ebbene, rifletti, considera tu adesso: che vuoi fare?
Elena rispose con lamenti rotti, con parole spezzate dai singulti.
Ercole, in crescente commozione, si sforzò d'intendere quel che ella diceva piangendo; poi ripeté:
- Che vuoi fare? Per forza la soluzione doveva esser cosí crudele.
Tu lo avevi preveduto prima di me.
Per forza! E solo a patto d'un sacrifizio, o mio, o tuo...
Vuoi che mi sacrifichi io? Oh con tutto il cuore ti risparmierei; ma che gioverebbe a Lietta il mio sacrifizio? Nulla.
Ragiona e vedi.
Sarebbe anzi tutto a suo danno; non puoi negarlo.
Pensa che tua figlia avrà un nome, uscirà dall'ombra della nostra colpa, avrà un avvenire che tu non potresti mai darle.
Tu devi pensare agli altri due.
Fàllo per loro.
Essi resteranno a te; io che farei senza Lietta?
- E che farò io? - domandò Elena strozzata dall'angoscia, mostrando il volto inondato di lacrime.
- Che farò io? Non vederla piú! È possibile? Ora, dopo tre anni! Come potrò piú vivere senza di lei? Che crudeltà inaudita, Dio mio! E uccidimi piuttosto! Parlarmi del bene di mia figlia, a costo del sacrifizio mio! Questa è la maggior crudeltà! Cosí scusi l'atto mostruoso che sei venuto a compiere! Che posso dirti? Prenditi la figlia, strappamela dalle braccia per non farmela vedere mai piú! È possibile?
Ercole rimase a capo chino, in silenzio, scosso, quasi vinto, e non per tanto in attesa, mentre Elena piangeva, piangeva.
Alla fine ella soggiunse:
- Doveva finire, sí, lo so; ma finire cosí? Come avrei potuto immaginarmelo?
- E come, allora, Elena? - domandò egli con accento sommesso, dolce, pieno di compassione.
Elena non rispose; si contorse le mani, scosse a lungo la testa, quasi con rabbia di dolore, perdutamente, e scoppiò in pianto piú dirotto.
Ercole si alzò sconvolto, straziato: le si appressò.
Voleva dirle qualcosa, ma non poté; si portò una mano agli occhi per trattenere le lacrime irrompenti.
Udirono in quella picchiare all'uscio, e la voce di Lietta:
- Api, babbo! Non mi potti in vettura?
Elena balzò in piedi con un grido: aprí l'uscio e si tolse la bambina nelle braccia.
- Figlia! Figlia mia!
Lietta si lasciò stringere stupita, afflitta, guardando il padre che le sorrideva piangendo anche lui.
- Vuoi andare col babbo? - le domandò Elena senza scioglierla dall'abbraccio.
- Ci - fece Lietta.
- Per sempre col babbo?
- Elena! - chiamò l'Orgera per impedire la risposta della bambina.
La madre sedette, guardò Lietta su le sue ginocchia, poi si volse a Ercole e irruppe.
- Non te la do, non posso dartela!
Ercole chiuse gli occhi, si strinse nella persona e contrasse il volto dallo spasimo.
Quel supplizio, ormai, con la bambina lí presente, era insopportabile.
Elena vide l'atroce sofferenza su quel viso, e supplicò:
- Lasciamela almeno fino a domattina...
Egli si premette la faccia con ambo le mani.
- Fino a stasera - insisté Elena.
Lietta si recò una manina alla nuca, chinando la testina, segno che stava per piangere.
- No, no, Lietta - le disse la madre.
- Adesso la mamma ti veste...
ti veste lei con le sue mani, e tu andrai via col babbo, in carrozza...
Lietta andrà via col babbo.
Sei contenta?...
Oh Dio!...
No, no...
Pigliamo la vestina nuova che ti ha cucito la mamma, sai? e le scarpette nuove...
Bisogna però che tu ti faccia lavar bene bene...
anche qui, vedi, ai ginocchietti che sono sporchi...
Poi metteremo le calzine belle...
- Rosse - fece Lietta con una mossettina del capo e carezzando il collo della madre che piangeva.
- Sí, quelle rosse.
Alza un po' il mento, cosí.
Ecco fatto...
Oh! Bisogna anche cambiar la camicina; bisogna che ti cambi tutto; devi farti vedere pulita pulita.
Ora laviamoci, sú, sú.
Ercole si era messo dietro la cortina della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, per non assistere a tanto strazio.
Elena, lavando la bambina con la massima cura, tremava per tutto il corpo, si mordeva le labbra per non prorompere in grida, e piangeva, piangeva silenziosamente.
Poi si mise a vestirla.
- Il vetturino vuol sapere se deve aspettare ancora - disse la serva dalla soglia.
Ercole si volse, guardò Elena un tratto, poi disse bruscamente:
- Sí, sí.
- Ti sei fatto aspettare - osservò Elena con un ginocchio per terra, terminando di vestir la piccina.
- Eri cosí sicuro che te l'avrei data?
- Pensavo che...
- Sí, sí, tu hai pensato a tutto, a tutto, a Lietta, a te, a tua moglie, finanche a' miei poveri ragazzi; a me soltanto non hai pensato; a me che resterò qui, sola, senza la figlia mia, qui...
Lietta si mise a piangere.
- Elena! - la interruppe Ercole appressandosi agitatissimo, quasi fuori di sé: - Alzati.
È impossibile, hai ragione; no no, vedi come piange la bambina? No, Elena, hai ragione...
è mostruoso...
noi non possiamo piú separarci.
Sono stato un pazzo...
Alzati...
Senti: io lascio tutto, non penso piú a nulla.
Andiamocene insieme, dove che sia, lontano...
tutti e tre...
ora, subito...
Alzati.
Investita da questo scoppio improvviso di disperazione, Elena guardò sgomentata l'Orgera, senza poter levarsi da terra.
- E quegli altri due? Abbandonarli, partire! No, andate voi piuttosto via da qui, da Roma, perché lei non mi veda piú.
Se rimarrete, io devo vederla per forza, e allora lei come potrà dimenticarmi?...
Oh Dio! Lietta...
Lietta!...
- E allora...
- gridò Ercole non resistendo piú.
Si chinò, sciolse rapidamente la bimba dalle braccia della madre che la baciava piangendo inginocchiata, la afferrò, se la tolse in braccio, e scappò via a precipizio con la figlia.
Elena diede un urlo e rimase per terra con le braccia protese, svenuta.
DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME
I
NOSTRA MOGLIE
(Il Gran Me ed piccolo me rincasavano a sera da una scampagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle, a cui l'inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie segretamente il cuore.
Il Gran Me è ancora come preso da stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera.
Il piccolo me è invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le mani e la faccia e quindi andare a letto.
La camera è al bujo.
Il tessuto delle leggere cortine alle finestre si disegna nel vano sul bel chiaro di luna.
Viene dal basso il murmure sommesso delle acque del Tevere e, a quando a quando, il cupo rotolío di qualche vettura sul ligneo ponte di Ripetta.)
- Accendiamo il lume?
- No, aspetta...
aspetta...
Restiamo ancora un tratto cosí, al bujo.
Lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po' di sole di quest'oggi.
La vista dei noti oggetti mi toglierebbe all'ebbrezza soavissima, da cui sono ancora invaso.
Sdrajamoci su questa poltrona.
- Al bujo? Con gli occhi chiusi? Io m'addormento, bada! Non ne posso piú...
- Accendi pure il lume, ma sta' zitto, zitto per un momento, seccatore! Sbadigli?...
- Sbadiglio...
(Il piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito dopo fa un'esclamazione di sorpresa.)
- Oh, guarda! Una lettera...
È di lei!
- Da' a me...
Non voglio sentir nulla, per ora!
- Come! Una lettera di lei...
- Da' a me, ti ripeto! la leggeremo piú tardi.
Ora non voglio essere seccato.
- Ah sí? E allora ti faccio notare che tutt'oggi con quelle ragazze hai detto e fatto un mondo di sciocchezze, e che forse mi hai compromesso!
- Io? Sei pazzo! Che ho fatto?
- Domandalo agli occhi e alla mano.
Io so che mi son sentito tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una volta ho fatto esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser contenti.
- E di chi la colpa? Mia forse? Io ho creduto di farti piacere piegandomi jersera ad accettar l'invito della scampagnata.
Non ti sei sempre lagnato ch'io non abbia veruna cura di te, della tua salute; che io ti costringa a star sempre chiuso con me nello scrittojo tra i libri e le carte, solo, senz'aria e senza moto? Non ti sei sempre lagnato che io conturbi finanche il tuo desinare e le poche ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e la mia noja? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un giorno nella compagnia delle gentili fanciulle e nella letizia della stagione? Che pretendi dunque da me, se non ti vuoi in alcun modo accontentare?
- Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la ferza e la trottola gira...
Quando parli, chi ti può tener dietro? Sai far bianco il nero e nero il bianco.
L'esserti tutt'oggi obliato sarebbe stato un bene per me, ove non ti fossi troppo obliato...
troppo, capisci? E questo è il male, e deriva dal modo di vita che tieni e che mi fai tenere.
Troppo imbrigliata è la nostra gioventú; e appena le allenti un po' il freno, ecco, ti piglia subito la mano, e allora, o sono sciocchezze o son follie, che piú non si convengono a noi, che abbiamo ormai un impegno sacrosanto da mantenere.
Dammi la lettera, e non sbuffare!
- Quanto mi secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender moglie, e da che m'hai con insoffribili lamentele persuaso ad acconsentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggiore! Or che sarà quando avremo in casa la moglie?
- Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!
- Io per me l'ho detto e ti ripeto che non voglio saperne.
Sia pure la tua fortuna! non voglio immischiarmici.
- E farai bene, fino a un certo punto.
Tu sei venuto sempre a guastare ogni disegno mio.
Facevo due anni addietro con tanto diletto all'amore con nostra cuginetta Elisa...
ricordi?...
ricorrevo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi piangere...
Io ti dicevo zitto, lasciamela stare! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate riflessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L'hai confessato in versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa...
Or che intendi di fare con quest'altra? Rispondi.
- Nulla.
Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar te, sei contento? Purché tu mi prometta che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento.
Prendi moglie tu, insomma, e non io...
- Come! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, come potrò io aver pace in casa con lei?
- Io voglio la libertà de' miei segreti pensieri.
Sai che l'amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno, per me; ho sempre, infatti, lasciato a te l'esercizio dell'amore.
Fa' dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace.
Io ho da pensare ad altro.
Tu prendi moglie, se lo stimi proprio necessario...
- Necessario, sí, te l'ho detto! Perché, se rimango ancora un po' soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura piú miserabile della terra.
Ho assoluto bisogno d'amorosa compagnia, d'una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra.
Ah, sono stanco, mio caro, d'attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi con l'ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare torbido delle tue chimere.
A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr'io, poveretto, con l'unghie m'industrio pazientemente di scioglierlo.
Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! Pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola, a sera...
Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne starai solo, appartato, a lavorare.
Nessuno ti disturberà.
Purché poi, uscendo dallo scrittojo, sappi far buon viso alla compagna nostra.
Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte...
non andar tardi a letto...
- E poi?...
Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli.
Li manderete a scuola da me?
- No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl'infelici come te.
Ma su ciò disputeremo a suo tempo.
Ora dammi ascolto: addorméntati! lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle.
Già la stanchezza m'è passata.
- Vuoi che ti detti io la risposta?
- No, grazie! Addorméntati...
Basto io solo.
Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori.
Per altro, l'amore non ha bisogno della grammatica.
E tu saresti capace d'arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive collegio con due g.
DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME
II
L'ACCORDO
(Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soffitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l'estate suol fare un grappolo di mosche.
Il piccolo me è come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a quando a quando.
Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la stuoja alla finestra.
Ha però la stuoja due o tre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino tessuto a opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine.
Il Gran Me si volge a osservare intentamente l'aureo pulviscolo che s'aggira lento, senza posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto si parte come un atomo di luce, che subito s'estingue nell'ombra.)
- Cosí ogni mio pensiero!
- Bravo! E non stimi sciocco tu l'atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e naufragare nell'ombra?
- No.
Sciocco tu, invece.
Che prezzo può aver la luce per un cieco?
- Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l'illusione che i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri sensi, del resto, i quali mi servirebbero meglio senza dubbio, se m'accordassi maggior libertà d'usarne.
Son io forse cagione, se tu non riesci a veder nulla?
- E tu che vedi?
- Io? Quel che c'è da vedere.
È vero che, di questi tempi, si vedono quasi solamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser mago e far l'incanto per te e per me (se non per gli altri) su queste miserie e su queste brutture, perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une piú tristi, le altre piú basse, tanto che, piú che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?
- Ah, mi parli ora d'incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare dalla corrente dei casi giornalieri, accettando, senza pensare, la vita com'essa man mano ne' suoi effetti ti si rivela?
- Come, come? Non t'intendo.
Che accetto io? che rifiuto? Io che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.
- Ma che giudizio vuoi aver tu?
- Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu non m'inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgomento della morte infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un po' d'appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giudizio di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavorare, ma con utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi.
- E poi?
- Poi nulla.
- Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi cosí, un giorno dopo l'altro, fino alla vecchiezza, lasciando me sempre interdetto, in esasperata infinita sospensione, ovviando con futili pretesti l'assidua costernazione mia, e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del consueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po' l'abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii le oneste mani.
Cosí, cosí tu vorresti seguitare a trascinarmi teco ciecamente verso l'estrema rovina, giú, giú, con gli altri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi dell'antico pastore.
Ma io non son dell'armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella forma che meglio vi aggrada! Io voglio la signoria di me medesimo, e la tua schiavitú.
- La mia schiavitú? E come! Non mi tieni forse schiavo abbastanza? Oh di' che mi vuoi morto piuttosto! Io, poveretto...
e che altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po' di riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dunque male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la gioventú nostra sarà sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma sí! Purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio.
E per te il desiderio ha sempre avuto il torto d'esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la volontà, infeconda per me d'ogni bene.
Beati, beati gli anni dell'infanzia.
Perché voglio sperare che tu non fossi grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli.
A proposito, di': o come mai t'è venuto in mente di diventar cosí grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una pazzia...
Basta.
Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della mia vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?
- Cercarlo...
Bravo! E come? L'altra sera, in vettura, ricordi? mentre si andava al passo sú per l'erta via che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lí su la cassetta cigolante.
- Nascer cavallo è brutto, sú per queste vie...
- E io, guidarlo? - si voltò a dirmi il vetturino.
- Buona Pasqua, signorino! Da' qualche cosa a una povera vedova con quattro bambini...
- Fiammiferi in tasca ne ho - tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova.
Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: - L'ultima Pasqua, vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa...
L'hai tu trovato quel ch'io cerco? - Lí! - mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui.
- Lí, ma per poco tempo, come in tant'altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l'ho trovato.
Seme di lino, caro, quand'hai la tosse: un buon cataplasma sul petto, e un pizzico di senape: tira l'umidità...
- Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto.
Mentre tu guardi vivere, e non vivi.
E cosí, si sa, io sarò un asino, ma tu non intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il senso e lo scopo Oggi in una cosa, domani in un'altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita.
Abbi compassione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la peggiore delle sciagure.
E allora, mio caro, pigliamo per ricetta di buttarci da una finestra o d'impiccarci a un albero, che sarà meglio.
No no, via: mettiamoci piuttosto d'accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere insieme.
Credi pure che quanta brama hai tu d'uccider me, tanta n'avrei io d'uccider te...
T'odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi insieme con te.
Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.
- Dividiamocele.
- Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.
- Assoluto padrone.
- Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.
- Troppe!
- Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se me ne dài meno, finirò certo con l'addormentarmi, non appena ti metti ad almanaccare...
Andiamo innanzi.
Oh, ma...
aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno - intendiamoci! Non vorrei, come hai fatto fin qui, che appena a letto...
- pensieri, fantasie, elucubrazioni, smanie, libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittojo.
A pigliar subito sonno, poi, ci penso io.
E non avvenga piú del pari che tu debba avvelenarmi il pasto con le tue eterne riflessioni.
L'ora del pasto ha da esser mia.
Convenuto?
- Chi te l'ha mai negata?
- Non me la neghi, ma me la guasti.
Non sei spesso venuto a tavola con un libro aperto tra le mani? Un boccone per me, e un quarto d'ora di lettura per te.
E io mangio freddo e digerisco male.
- Basta, basta! M'affoghi in un pantano!
- Basta...
Articolo amore, che intendi fare?
- Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto tempo, io.
- Ah, non intendi di pigliar sul serio neanche l'amore, tu? E che resta dunque per te nella vita? che vorrai fartene allora del tuo tempo?
- Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.
- E sta bene...
cioè, sta male.
Ma levami un dubbio.
Dici sempre che ti senti tutto il mondo nel cervello.
Dev'esser vero, perché io ho sempre mal di capo.
Ma se la terra ti sembra veramente, in codesto tuo mondo, cosí piccola e misera cosa, non stimi tu che io abbia piú diritto di viverci che tu? Ah, in certi momenti, credi, mio caro, la tua grandezza mi fa proprio pietà; e, in certi altri, mi domando se io, nel mio piccolo, non sia poi piú grande di te.
III
LA VIGIGLIA
(Il piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso la mezzanotte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noja.
Quegli è stato, in quest'ultimo mese, tutto intento a metter sú la casa maritale; questi come un cane bastonato ha dovuto seguirlo.
E non pochi diverbii si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all'ansia e alle cure dell'uno il contraggenio e l'inettitudine dell'altro.
Ma ormai la nuova casa è tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo gli accordi pe'l dí di domani, s'è voluto recare a passarla in esame: e n'è rimasto contento.
Ora il Gran Me, mettendo piede per l'ultima sera nel quartierino da scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed esclama:)
- Finalmente!
- Eh no, caro.
Pazienza ancora per un tantino...
Poco poco.
Ora siamo soltanto alla vigilia...
- Sí, datti una stropicciatina alle mani, cosí, contentone! mentre io...
Ma, insomma, si può sapere quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai ripetendo da piú mesi?
- Già siamo alla vigilia, ti ho detto.
Il nido, hai visto? è pronto.
Domani, le nozze...
Domani, finalmente.
Ah!...
Poi, è già inteso, in villa, e poi...
poi basta.
- Basta, sí: eccetto se io non giudicherò che mi sia piú espediente crepare, che aver pazienza fino allora.
- Ma che ti scappa...
Ridi con me, via! sii felice con me! Scusami, neanche il mese della cosí detta luna di miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato l'asino, come suol dirsi, e ti confondi per la coda?
- L'asino non me lo sono mangiato: l'ho fatto, con te, tre mesi.
- Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te ne penti e perciò non te ne resto grato.
- Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo, ascoltando le vostre amorose scempiaggini, assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcinature da scimmiotti innamorati?
- Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! E come se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro gl'innamorati non siano le cose piú rispettabili di questo mondo! Va' là, va' là...
Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia? Pure una volta, se non mi sbaglio, t'ho inteso dire che nulla ci è al mondo di maggior soddisfazione, che fare gli altri contenti...
- Sí, ma ho anche detto, se non m'inganno, che nulla ci fa gli altri piú cari quanto l'esser questi o il mostrarsi contenti di noi.
E tu non ti contenti mai.
- Non è vero.
Forse non lo mostro, perché tu non pretenda poi soverchio compenso.
Ma ti ripeto, in questi tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto proprio contento di te.
E anche lei, anche lei, contentissima, come certamente ti sarai accorto.
Anzi, sai? i parenti, nel vederti cosí buono e ragionevole, quasi quasi mi han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser io, perché opinano che, volendo, dice...
potrei agevolmente persuaderti di pensare un po' piú al sodo, ora che si prende moglie, lasciando, dice...
per esempio, codest'arte, che non è da guadagnare...
Si sbagliano, eh purtroppo, di grosso..
tu lo sai; tuttavia io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono difeso.
Ho soltanto promesso.., che mi sarei provato.
- Non t'arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo proposito.
- Lo so! sarebbe inutile.
Fortuna intanto, dico, che non siamo costretti a far pane del nostro tempo.
Quantunque, d'altro canto, chi sa che non saremmo stati meno infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo tavolino da studio, piuttosto che un bancone d'alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar lagrime d'angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano.
Lasciamo questo discorso.
Hai visto che bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha voluto metterti su uno scrittojo come quello che hai descritto nel tuo ultimo libro.
Io, per ingraziarmi i parenti, ho finto d'oppormi, facendole osservare che la bella mobilia, chi la descrive, ci vuole un po' di gusto, di carta e d'inchiostro; chi poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini.
Ma, infine, ho lasciato fare per ingraziarti lei, invece.
E di' la verità, non ne sei anche tu contento, ora?
- Sí, poverina, è buona o, almeno adesso, pare.
Ma io penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi piú che mai nato e fatto per la solitudine.
Benché conosca che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri agli altri leggiero, pure questa volta peggio che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri la stimeranno qual'è per me, tu stesso voglio mi sia testimonio ch'io non c'entro affatto.
E per ciò non voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia previsione, sarai d'ora in poi piú infelice che fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non avrà piú a lodarsi della nostra compagnia.
- Ho bell'e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi il cuore.
Sarà meglio andare a letto a dormire.
- Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz'altro affare, che dormire e mangiare.
- Meglio che ascoltar te, si capisce.
- Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.
- Io, tranne quella che mi parla dell'imminente gioja, e codesta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento altre voci.
- Se prestassi un po' piú d'ascolto alla tua coscienza, ne udresti un'altra che ti dice: - Hai pensato a qual catena stai per legar la tua prole?
- Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti...
- È pur tanto facile ammettere che debba venirne.
- Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.
- Sta' a vedere.
Che tu, da parte tua, ti proponga d'esser ottimo padre di famiglia, - non dubito.
Ma siamo alle solite: hai tenuto conto di me?
- E che ti proponi tu di essere?
- Lasciami dire.
Hai sognato e sogni una vita, che consista d'amore, di pace lieta e sincera.
- Sperabilmente.
- Passi per l'amore, finché durerà; ma la pace? In casa tua dovrò abitar pure io...
- Eh lo so!
- Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello scrittojo soltanto...
- Lo so!
- Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...
- Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, e vuoi che non lo sappia?
- Bene, io dico, e la pace allora?
- Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della nostra letizia raccolta? Sarebbe pure un dolce spettacolo...
- Non dico di no.
Ma potrai far tu che una grave ombra non cada su la tua casa dalla naturale mia infelicità, a intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie, ogni qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà dagli altri, che neanche possono intenderle?
- Stiamo per prendere, o se piú ti piace, sto per prendere moglie appunto per questo, mi pare! Per usar cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua naturale infelicità.
- E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il portarci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior considerazione e piú amore per me, avresti inteso che il men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere non attendere ad altro, né ad altri pensare, fuor che a me.
- Mio dovere, insomma, sacrificarmi?
- Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fiducia in me.
Ma di questa mancanza non ti fo torto.
Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su questa terra e cosí solo, che intendo come in te sia dovuto nascere, piú che il desiderio, il bisogno di un'amorosa compagnia.
- Manco male!
- Se non ti scuso, vedi bene che neanche ti accuso...
- E allora perché?...
- Sí, sí, tu hai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi altri...
Tu sai trarne il sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di giorno in giorno, con diligenza, piú sicuro riparo contro le avversità della natura, e comodi maggiori.
Io dovrei essere il raggio di sole, l'aria ristoratrice che entra per le finestre aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del formicajo.
Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest'ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle...
Alla mia solitudine di gelo,
al mio sgomento, al mio lento morire
parla ne le stellate notti il cielo
d'altre arcane vicende da subire,
sempre dentro al mistero e in questo anelo.
"E fino a quando?" l'anima sospira.
Infinito silenzio in alto accoglie
la sua dimanda.
Pur tremarne mira
le stelle in ciel, quasi animate foglie
d'una selva, ove arcano alito spira.
- Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non direi che siano sbocciati per la fausta occasione...
Ohé, discendi dal cielo, te ne prego...
Io me ne sto qui alla finestra, e abbrezzo.
Non vorrei prendere un raffreddore giusto questa sera...
- Risponderesti domani con uno sternuto invece del sí sacramentale.
- Senza scherzi, senza scherzi...
Chiudiamo.
E prima che il fuoco si spenga nel caminetto, Occupiamo, se non ti dispiace, questo restante della notte a distruggere le carte e le reliquie compromettenti della prima nostra giovinezza che si chiude con questa sera.
IV
IN SOCIETÀ
(Salotto in casa X.
Salotto "intellettuale".
La marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare: che è una bella donna.
Quarantamila lire di rendita.
Stampa novelle e variazioni sentimentali - le chiama cosí, lei - su le principali riviste.
Non è raro, ogni sabato, trovare tra i commensali della marchesa i direttori di queste riviste.
Il marito, l'on.
marchese X, calvo, miope, barbuto, ha quattro legislature, siede a Destra, ma è - s'intende - liberale e democratico anche lui.
Collezionista appassionato, possiede come S.M.
un prezioso medagliere.
Non ne è però molto geloso.
Prova ne sia, che ha regalato piú d'una bella medaglia a scrittori ben noti, ammiratori della moglie.
Frequentano il salotto molte dame dell'aristocrazia e signore patronesse della Società per la coltura della donna, senatori, deputati, letterati e giornalisti scelti.
A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per entrare nel novero di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare che l'invito non gli abbia recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di cui il Gran Me s'è stizzito.
Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e palpitante nella sua arditissima eppur non indecente scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo di volo qualche accenno al Gran Me, che ne arrossisce, mentre il piccolo me - pronto sorriso e gesto vivo - si inchina.
Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al piccolo me:)
- Dove prenderai posto, adesso?
- Aspetta: lasciami guardare.
Ma fatti animo! Mi sembri ancora sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha tolto in sala il soprabito.
Bada che se vuoi darti un contegno, sarà peggio.
- Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai impiccato in un solino piú alto di te, mi ha parlato come un fantoccio...
- Sú, sú, pazienza! Composto, sú! Si accorgeranno, perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...
- E che vuoi che me n'importi? Lo sapevi bene, imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa gente, in questo abbigliamento ridicolo.
Mi farai fare una pessima figura!
- Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere, vedere...
- Come un orso alla fiera?
- Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si dice là in quel gruppo di deputati e giornalisti.
Parlano della rivoluzione russa, compiangono Witte...
Peccato! L'uomo che in pochi giorni, a tavolino, era riuscito a render vane tante strepitose vittorie giapponesi, ora...
"Ma no, signori!." dice il brillante giornalista Kappa.
- "Vi prego di credere che a Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!" - "Oh oh! E chi ha vinto dunque?" - "Ma la sua marsina, signori, la sua marsina! L'ometto giallo, in coda di rondine, voi lo sapete, è compassionevolmente ridicolo..."
- (Kappa ha guardato noi...)
- (Sta: zitto! Ascoltiamo.) - "Signori miei, i Giapponesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo.
Non si spoglia impunemente l'abito consueto..."
- (Senti? Senti?)
- (Sta' zitto!) - "Non si spoglia impunemente il costume nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze naturali, al color della pelle e che so io.
Se il signor Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati innanzi a una scelta di figurine giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei paraventi, pensando come da quelle figurine là, che pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una cosí furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti assai sconcertati e non avrebbero vinto cosí facilmente.
Si sono trovati invece davanti il signor Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri d'un gran signore trattano putacaso un sindaco di villaggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo."
- Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!
- Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la marsina, in fin dei conti.
E credi pure che al giorno d'oggi...
Zitto! Ci s'avvicina un signore...
- Scànsalo! Guarda altrove!
- Sta' fermo! Eccolo qua...
Dice che ti conosce di nome...
che ha letto.
Oh, troppo buono...
troppo buono...
Fammi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci domanda se stiamo a Roma da molto tempo.
Che ce ne sembra? Sú, presto: suggeriscimi una bella frase su Roma...
- Digli che quasi quasi va diventando Parigi.
- Bravo! Senti? Il signore approva...
Sú, a modo! Non sorridere cosí...
Ecco: il signore mi domanda perché sorridiamo.
Egli dice che Parigi però...
- Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un'altra cosa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una - diglielo in francese! Mentre Roma...
già siamo alla terza, e prima che diventi Parigi...
- Adesso sorride il signore! L'hai fatto allontanare...
Ed eccoti un nemico di piú! Auff! Sei incorreggibile davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non ti muovi, se non attiri in nessun modo l'attenzione della gente! Hai da seccar l'anima, dentro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?
- Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?
- Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a conoscere la gente, com'essa è in realtà, non come tu te la fingi.
Mentr'io parlo, e, per non seccare, dico magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza troppa insistenza, ciò che ti sta intorno e, credi a me, troverai da studiare qui con piú profitto, che non su i tanti tuoi libri...
Senti come si sfrottola, come si salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleranze? Idee profonde, no, e nessuna passione, è vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che correttezza squisita di modi e di parole...
Guarda quelle damine là: intellettuali, non si nega; ma che spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano tranquillamente, quasi non avessero il piú lontano sospetto d'esser nude cosí...
E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo momento: "Si tornasse almeno alla foglia di fico! Perché - quanto alla nudità - Dio buono, dopo che abbiamo speso un occhio del capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostrano lo stesso..." - Sú, sú, non affondar troppo lo sguardo! Bisogna godere di questa vista fugacemente, come d'una illusione che passa, d'una fantasmagoria splendida che svapora...
Uh! Guàrdati a quello specchio là...
Sei rosso come un papavero!...
Questo profumo...
Tu ti turbi troppo, eh?, grand'uomo...
Via! via! Un po' d'aria alla finestra...
- Non sarebbe meglio andar via?
- No, vieni qua, vieni qua alla finestra!
- Si respira...
- Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar lugubre...
Guarda quei lampioncini là, e quegli alberetti nella piazza...
il riverbero vacillante del gas sul lastricato...
e quel due lanternini di vettura che s'avanzano lentamente...
Che funebre squallore! - Oh, sú: ci chiamano...
vieni...
La marchesa ci domanda se ci annojamo...
- Ma se mi diverto un mondo!
- Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore.
Parlano del Duchino d'Orléans...
Dicono che comincia a trovar la via per rientrare in Francia, re.
Ha fatto un viaggio al Polo Nord.
Ti domandano che ne pensi...
- Mah! Dev'essere una bella soddisfazione il poter dire: "Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io mi reggo adesso, con la punta d'un piede solo, nientemeno che su l'estremità dell'immaginario asse terrestre.
Non c'è scritto nulla; ma star qua non è precisamente come stare un passettino piú in là.
Qua è il punto vero.
Ghiaccio, sí, qua e là; e un freddo indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui alto, in questo momento, piú di qualunque re sul trono!" Forse il Duchino d'Orléans, raggiunto il polo, si sarebbe contentato di stare un tantino piú basso, sul trono di Francia, stabilmente.
Ma non ci hanno detto i giornali che, invece del polo, egli scoprí un'isola e che la battezzò Terra di Francia? Io non capisco! Terra di Francia, e se ne tornò indietro...
Poteva, intanto - per cominciare - proclamarsi re di quella Francia là...
- Forse ci faceva troppo freddo.
C'è un altro imperatore che non può dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo caldo, invece.
Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del deserto.
- Ma Lebaudy, lui, almeno, s'è proclamato imperatore...
- Bravo! Vedi? Hai fatto ridere quelle belle signore...
Se tu volessi...
Piano! Che avviene? Si alzano...
- Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non sento ragione...
Andiamo via!
- Orso, non si balla! Non senti? La signorina B.
sonerà: adesso si fa pregare.
Ha le mani diacce, poverina, non può! Guarda, guarda: un giovanotto le propone di riscaldargliele, battendogliele forte forte...
Oh Dio, e lei ci crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si storce tutta...
Ah, ecco: le amiche la trascinano al pianoforte...
- Musica moderna?
- Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera.
Sta' a sentire.
Poi applaudiremo.
- Imbuisci a vista d'occhio, caro mio: mi fai spavento!
- Coraggio, via! C'è peggio di me...
Guarda come sono tutti intenti, ora, e assorti...
Che silenzio! Ma guarda lí, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia rossa come una palla meditabonda di formaggio d'Olanda...
È in pericolo la patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che è veramente splendida stasera, come una dea di Rubens...
Ma di' un po', sul serio, non ti diverte questo spettacolo?
- Molto! Senti: méttimi una mano innanzi alla bocca.
- Perché? Che fai?
- Méttimi subito una mano innanzi alla bocca...
- Sbadigli?
- Sbadiglio.
CHI FU?
Ditelo voi chi fu, se quel che dico io vi deve soltanto far ridere.
Ma liberate almeno Andrea Sanserra che è innocente.
All'appuntamento egli è mancato; lo ripeto per la centesima volta.
E ora parliamo di me.
Prova della mia reità sarà forse l'essere io tornato a Roma in ottobre, è vero? mentre negli altri anni io sono stato sempre solito di venirci una volta sola, e per il mese di giugno.
Ma non volete dunque tener conto che in quest'ultimo giugno andò a monte il mio fidanzamento? A Napoli, dal luglio all'ottobre, fui come pazzo; tanto che il mio capo-ufficio volle darmi per forza un altro mese di licenza, giusto in ottobre.
Il sogno mio, il sogno mio di tant'anni era crollato! E mente per la gola chi afferma che a Napoli mi fossi dato al vino, per dimenticare.
Vino, non ne ho mai bevuto.
Avevo qui un male, qui, alla testa, che mi dava il farnetico, il capogiro e i conati della vomizione.
Ubbriaco, io? Ma già, che meraviglia, se ora si tenta di far credere che mi finga pazzo per iscusarmi? Invece, m'ero dato alle...
sí, alle facili avventure, scioccamente, per prendermi una rivincita, anzi una vendetta della coscienza, della fedeltà, dell'astinenza mia di tant'anni.
Questo sí; e in questo, ne convengo, ho ecceduto.
A Roma, in casa di mia madre, rivedo, dopo sett'anni, Andrea Sanserra tornato da due mesi dall'America.
La mamma m'affida a lui.
Eravamo cresciuti insieme, da ragazzi, e ci conoscevamo meglio che non ci conoscesse la poveretta che nella santità dei suoi pensieri faceva di noi miglior conto, che in realtà non meritassimo; ci credeva due angeli, a ventisei anni! Ma in questa buona opinione l'avevo indotta io per il modo di vita da me tenuto nei cinque anni del mio fidanzamento.
Basta.
Con Andrea seguitai per la trista via in cui da tre mesi m'ero messo a Napoli.
E ora vengo al fatto.
Una sera egli mi propone...
Premetto che il Sanserra non conosceva la persona di cui ora debbo dire; ne aveva soltanto inteso parlare da altri.
Mi propone, dicevo, di far conoscenza con una - si esprime cosí - specialità del genere.
Mi parlò...
non saprei ridirvelo; ho soltanto l'impressione suscitatami dalle sue parole: una camera al bujo, con un gran letto, e a piè del letto un paravento; una fanciulla avvolta in un lenzuolo, come una fantasima; dietro il paravento una vecchia zia della fanciulla, che faceva la calza, seduta accanto a un tavolinetto tondo, con un lume che projettava sul muro, ingrandita, l'ombra della vecchia con le mani agili in moto.
La ragazza non parlava, e si lasciava appena vedere in volto; parlava invece la zia, raccontando ai pochi fidati clienti un mondo di miserie: la nipote fidanzata con un ottimo giovane, che aveva un impiego lucroso, di fiducia, nell'alta Italia: il matrimonio, andato a monte per la dote: dote che c'era, ma che una sciagura di famiglia aveva ingojata..
Bisognava rifarla, e in pochissimo tempo, prima che l'ottimo giovane venisse a sapere...
- Sú l'uscio di quella camera - concluse Andrea Sanserra - si può scrivere: Spasimo.
Naturalmente, fui tentato.
E con Andrea ci demmo appuntamento per la sera dell'indomani, alle otto e mezza, fuori porta del Popolo.
Egli abita in via Flaminia.
La casa delle due donne è in via Laurina; il numero non lo rammento piú.
Fu una sera di sabato, e pioveva.
La via Flaminia s'allungava diritta, fangosa, rischiarata qua e là dai fanali, il cui lume a tratti balzava e s'oscurava sotto i colpi del vento, che a le mie spalle agitava gli alberi foschi di villa Borghese battuti dalla pioggia.
Pensai che non sarebbe piú venuto, con quel tempaccio; pure non sapevo decidermi ad andar via, e rimanevo perplesso a guardare i fili d'acqua che mi cadevano intorno dall'ombrello.
Recarmi solo in via Laurina? No, no...
Una nausea profonda della vita che conducevo da tre mesi mi vinse, in quel punto.
Ebbi vergogna di me, abbandonato lí sú la via del vizio, dal compagno.
Pensai che Andrea probabilmente era andato a passar la serata in un'onesta casa, non sospettando ch'io fossi cosí corrotto da tener l'appuntamento con quella sera da lupi.
Eppure, no, - pensai; - piú che corrotto, io sono misero.
Dove potrei andare io, adesso? E mi sovvennero le sere tranquille e beate, con la mia gioja accanto, la precedente mia vita, la casetta di lei.
Ah, Tuda! Tuda! - A un tratto, dall'arco centrale della porta, ecco un vecchietto sguisciar curvo, con un mantello che gli scendeva fino alla noce del piede.
Reggeva con ambedue le mani un ombrellaccio sdrucito.
Andava, quasi portato dal vento, in giú, per via Flaminia.
Aguzzo gli occhi...
Un brivido mi corre per tutta la persona.
Il signor Jacopo, Jacopo Sturzi, il padre di Tuda, della mia fidanzata!...
Ma se io, io stesso, con queste mani, un anno addietro, lo avevo composto nella bara e accompagnato a Campo Verano? Pure, eccolo lí: mi passa dinanzi, oh Dio!...
E si volta a guardarmi, e piega da un lato la testa, come per farmi vedere un sorriso.
E che sorriso! Resto inchiodato al suolo, in preda a un tremor convulso, cerco di gridare, ma la voce non m'esce dalla gola.
Lo seguo un tratto con gli occhi; alfine riesco a svincolarmi dalla paura e mi lancio dietro a lui.
Credetemi, vi prego.
Io non sono capace d'inventare una cosa simile.
Non saprei riferirvi parola per parola quel che mi disse; ma comprenderete agevolmente che certe idee non possono uscire dal mio cervello, perché Jacopo Sturzi, quantunque uomo intemperante assai, fu un vero filosofo, filosofo originalissimo, e mi ha parlato col senno dei morti.
Lo raggiunsi, mentre già stava per posar la mano piccola e tremula su la gruccia della porta a vetri d'una osteria.
Si volse di scatto, mi prese per un braccio e, trascinandomi in giú, nell'ombra, fece:
- Luzzi, per carità, non dire che son vivo!
- Ma come...
lei? - balbettai.
- Sí, son morto, Luzzi - soggiunse; - ma il vizio, capisci, è piú forte! Mi spiego subito.
C'è chi muore maturo per un'altra vita, e chi no.
Quegli muore e non torna piú, perché ha saputo trovar la sua via; questi invece torna, perché non ha saputo trovarla; e naturalmente la cerca giusto dove l'ha perduta.
Io, per esempio, qui, all'osteria.
Ma che credi? È una condanna.
Bevo, ed è come se non bevessi, e piú bevo, e piú ho sete.
Poi, capirai, non posso concedermi troppe larghezze...
E, strofinando insieme l'indice e il pollice della mano destra, contrasse il volto in una smorfia, intendendo con quel gesto significare: Quattrini non ne ho.
Io lo guardavo stupito.
Sognavo? E mi venne alle labbra questa sciocca domanda:
- Ah, giusto! E come fa?
Egli allora sorrise, posandomi una mano su la spalla; poi rispose:
- Se sapessi!...
Ho cominciato, fin dal domani del mio seppellimento, col rivendermi la bella corona di porcellana che mia moglie mi aveva fatto collocar su la tomba, col motto in mezzo: Al mio adorato consorte.
Certe bugie noi morti non possiamo soffrirle.
Me la son rivenduta per poche lire.
Tirai avanti cosí una settimana.
Non c'è pericolo che mia moglie venga a farmi qualche visita e s'accorga che la corona non c'è piú.
Ora gioco a carte qui con gli avventori, vinco, e bevo a costo di chi perde.
Insomma...
un'industria.
E tu che fai?
Non seppi rispondergli.
Lo guardai un istante, poi ebbi un impeto di pazzia e lo afferrai per un braccio:
- Dimmi la verità! Chi sei? Come sei qui?
Non si scompose; sorrise:
- Ma se tu, da te stesso, m'hai riconosciuto!...
Come son qui? Te lo dirò.
Ma prima entriamo.
Non vedi? Piove.
E m'attirò nell'osteria.
Lí mi forzò a bere, a ribere, certamente con l'intenzione d'ubbriacarmi.
Tanto era il mio stupore e tanto lo sgomento, che non seppi ribellarmi.
Non bevo vino; eppure ne bevvi non so piú quanto.
Ricordo: una nube soffocante di fumo; il tanfo acuto di vino; il sordo acciottolio di stoviglie; l'odor caldo e grave di cucina; i sommessi borbottii di voci rauche.
Curvi, quasi volessero rubarsi il fiato l'un l'altro, due vecchi giuocavano a carte lí accanto, tra grugniti di rabbia o di consenso degli spettatori intenti e addossati alle loro spalle.
Dal tetto basso, un lume a sospensione aduggiava la sua giallezza tra la densa nube.
Ma quel che maggiormente mi stupiva era il vedere che, tra tanti, nessuno sospettava che lí dentro c'era un estraneo alla vita.
E guardando or questa, or quella persona, mi veniva la tentazione d'indicarle il mio compagno e di dirle: - Costui è un morto! - Ma allora, quasi mi leggesse sulle labbra questa tentazione, Jacopo Sturzi con le spalle appoggiate alla parete e il mento sul petto, sorrideva senza levarmi gli occhi d'addosso, occhi infiammati e pieni di lacrime! Anche bevendo mi guardava.
A un tratto si riscosse e cominciò a parlarmi a bassa voce.
Già la testa mi girava pei vapori del vino; ma quelle parole strane sulle cose della vita e della morte, me la facevano girar peggio Se ne accorse e, ridendo, concluse:
- Non son cose per te.
Parliamo d'altro.
Tuda?
- Tuda? - io feci.
- E non lo sa? Tutto è finito...
Egli accennò di sí piú volte col capo; poi, invece disse:
- Non lo sapevo.
Ma hai fatto bene a romperla.
Di', per causa della madre, è vero? Amalia Noce, mia moglie, pessima creatura! come tutti i Noce! Io, guarda...
Si tolse il cappello, lo posò sul tavolino, e battendosi una mano su la fronte calva, e strizzando un occhio:
- Due volte: - esclamò - la prima nel 1860; poi nel 75.
E metti che non era piú fresca, sebbene ancora bellissima.
Ma di questo non posso piú lagnarmi: la perdonai; e basta.
Figlio mio permetti che ti chiami cosí? - figlio mio, credimi: ho cominciato a respirare soltanto appena morto.
Infatti, mi occupo forse piú di loro? Né della madre né della figlia.
E neppur della figlia, per causa della madre.
Voglio dirti tutto: so come vivono.
Potrei, senti, non visto, come fanno molti altri nel mio stato, recarmi in casa loro, di tanto in tanto, e provvedermi furtivamente d'un po' di denaro.
Ma no; di quel denaro io non ne rubo! Lo sai, lo sai come vivono?
- Come? - risposi.
- Non ho piú chiesto notizie di loro.
- Va' là! lo sai - riprese egli.
- Te l'hanno detto jeri sera.
Feci, esitando, un cenno interrogativo cogli occhi.
- Sí; dove volevi andare prima di vedermi!
Balzai in piedi, ma non mi ressi e caddi sui gomiti sopra il tavolino, gridandogli:
- Sono loro? Tuda? Tuda e la madre?
Mi afferrò per un braccio, mettendosi l'indice a traverso le labbra.
- Zitto! Zitto! Paga, e vieni con me.
Paga, paga.
Uscimmo dall'osteria.
Pioveva piú forte; il vento cresciuto, saettandoci l'acqua in faccia, quasi c'impediva d'andare.
Ma quegli mi trascinava pel braccio via, via, contro il vento, contro la pioggia.
Cempennante, ebbro, con la testa in fiamme e piú pesante del piombo, io gemevo: - Tuda? Tuda e la madre? - La figura di lui ammantellato mi si confondeva nell'ombra violenta con l'ombrello ch'egli sorreggeva alto contro la pioggia, e diveniva enorme agli occhi miei, come un fantasma d'incubo, che mi trascinasse verso un precipizio.
E là, con uno spintone, mi cacciò dentro il portoncino bujo, urlandomi all'orecchio: - Va', va', da mia figlia!...
Ora io ho qui, qui nella testa, soltanto gli urli di Tuda avviticchiata al mio collo, urli che mi spezzavano il cervello...
Oh! fu lui, torno a giurarlo, fu lui, Jacopo Sturzi!...
Lui, lui strangolò quella strega che si spacciava per zia...
Se non l'avesse fatto lui, però, l'avrei fatto io.
Ma l'ha strozzata lui perché ne aveva piú ragione di me.
NATALE SUL RENO
Bonn am Rhein, 1890
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- La mamma, - gridò Jenny entrando esultante nella mia camera e battendo le mani - la mamma acconsente per te!
Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco, in cui stavo da circa un'ora tutto ristretto in me dal freddo, con le mani e i piedi al caldo alito del camino, e l'anima...
oh, l'anima, chi sa dir dove se ne vada in certi momenti, quasi alienata dai sensi, inerti, mentre gli occhi par che guardino e pur non vedono?
- Uh! - riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio freddo.
- Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse davvero caduta qui!
E cosí dicendo, mi scompigliò su la testa i capelli.
Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra le mie:
- Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma?
- A festeggiare il Santo Natale! - esclamò Jenny, riprendendo la vivacità, con cui era entrata in camera mia, e nascondendo in quella la confusione che provava nel sentirsi stringere le mani da me.
- Compreremo un bell'abetino, alto...
alto...
lasciami dir come...
- Come? - le domandai io sorridendo, tenendole vieppiú strette le mani.
Ma ella ne svincolò una, e fece tosto:
- Alto cosí!
- Oh brava! Sarà bello...
- Quanto tu sei brutto...
Non si scherza, sai, su queste cose...
Lasciami quest'altra mano...
A che pensavi?
Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro per le nari.
Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o sentivo io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale cadenzato d'una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di pianto che avevo dentro di me, e che certo, per il groppo che mi stringeva la gola, prima che la via delle labbra, avrebbero trovato quella degli occhi? Era gonfia quella zampogna lontana dei profondi sospiri della mia intensa malinconia? E quel fuoco innanzi a me non era la gregal fiammata di fasci d'avena innanzi a un rustico altarino in una piazza della mia lontanissima città natale, nelle rigide sere della pia novena? Tintinnava l'acciarino? Sonava davvero, lontano lontano, la zampogna?
Come talvolta, anzi spesso, in questa società arriviamo finanche a vergognarci della dignità dell'anima nostra, cosí un certo pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare anche a una gentile persona, intima nostra, certi sentimenti che, sembrandoci troppo squisiti e quasi puerili per la delicata loro innocenza, sospettiamo potrebbero essere accolti con dileggio o, nella migliore ipotesi, non apprezzati, essendo nati in noi da specialissime condizioni di spirito.
Per ciò non dissi a Jenny quel che pensavo.
- Questo vento mi opprime! - dissi invece.
- Non posso piú sentirlo...
Tutto il giorno cosí, a lamentarsi entro la mia stanza per la gola del camino...
Di sera poi, tu intendi, nel silenzio, nella solitudine, riesce proprio intollerabile...
- Ho capito! - fece allora Jenny, prendendo una seggiola.
- Eccomi accanto a te, brontolone! Via, via, un altro tizzo per me, nel camino! Aspetta!...
lo piglio io: tu sei tutto imbacuccato...
Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai inteso! E acconsente per te! Son due anni, te l'ho detto, che non si festeggia piú il Natale in casa nostra.
Quest'anno vogliamo compensarcene: figúrati come saranno liete le bambine!...
Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle uterine.
Il Natale non si festeggiava da due anni in casa L*** in segno di lutto per la violenta morte del secondo marito della signora Alvina, madre di Jenny.
Il signor Fritz L***, dopo una vita disordinatissima, s'era ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, in Neuwied su la riva destra del Reno.
Jenny mi aveva narrato piú volte i truci particolari di questo suicidio, seguito a una serie di orribili scene in famiglia, e mi aveva rappresentato con tanta evidenza la figura e i modi del patrigno, che a me sembrava quasi di averlo conosciuto.
Avevo letto la sua ultima lettera alla moglie, da Neuwied, ove erasi recato per porre in effetto l'orrendo proposito; e non ricordavo d'aver letto mai parole d'addio e di pentimento piú belle e piú sincere.
È fama che da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro punto delle contrade del Reno, il levar del sole.
"Ho veduto tutto e tutto provato, - scriveva alla moglie il marito - tranne una cosa sola: in quarant'anni di vita non ho mai veduto nascere il sole.
Assisterò domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima mi promette incantevole.
Vedrò nascere il sole, e sotto il bacio del suo primo raggio chiuderò la mia vita."
- Domani compreremo l'albero...
- continuò Jenny.
- Il tino c'è, è sú nell'abbaino, e debbono esserci dentro i lumicini colorati, i festelli variopinti, come li ha lasciati lui l'ultima volta.
Perché, sai, l'albero ogni vigilia, lo adornava lui, di nascosto, nella sala giú, accanto a quella da pranzo; e come sapeva adornarlo bene per le sue bambine! Diventava buono una volta all'anno, di queste sere qui.
Jenny, turbata dal ricordo, volle nascondere il volto appoggiando la fronte sul bracciuolo della mia poltrona, e certo, in silenzio, pregò.
- Cara Jenny! - feci io, intenerito, posando una mano sul suo capo biondo.
Quando ella si rialzò dalla preghiera, aveva gli occhi pieni di lacrime; e, sedendo novamente accanto a me, disse:
- Diventiamo buoni tutti, quando è prossima la Santa Notte, e perdoniamo! Divento buona anch'io, che pure dico sempre di non sapergli perdonare lo stato in cui ci ha ridotte...
Non ne parliamo! Domani, dunque, senti; andrò prima da Frau R***, qui accanto, per una grembiata d'arena del suo giardino: ne riempiremo il tino e v'infiggeremo l'abete, che ci porteranno domattina per tempo, prima che le bambine si sian levate da letto.
Non debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami, e pomi e noci: i fiori ce li darà Frau R*** dalla sua serra...
Vedrai, vedrai, come sarà bello il nostro albero...
Sei contento?
Io feci piú volte cenno di sí col capo.
E Jenny sorse in piedi.
- Lasciami andar via, adesso...
A domani! Altrimenti il tuo vicino farà cattivi pensieri sul conto mio.
È lí, sai, in camera sua, e avrà certo udito, che sono entrata da te...
- Ci sarà anche lui per la festa? - domandai io contrariato.
- Oh no! Vedrai, egli se n'andrà a far baldoria co' suoi degni socii...
Addio; a domani!
Jenny scappò via in punta di piedi, richiudendo pian piano l'uscio.
E io ricaddi in preda ai miei tristi pensieri, finché il grido lamentoso intollerabile del vento non mi cacciò dal canto del fuoco.
Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora, turbinosamente.
Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell'appannatura mi ridestò d'improvviso un ricordo degli anni miei primi, quand'io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo cosí, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata...
*
Comprammo il domani l'albero sacro alla festa; poi salimmo nell'abbaino per veder quanta parte degli ornamenti rimasti lassú poteva ancora servirci, prima d'uscire a comprarne di nuovi.
Era in un canto bujo il vecchio abetino di tre anni addietro, tutto stecchito, come uno scheletro.
- Ecco, - disse Jenny - questo è l'ultimo albero, ch'egli adornò.
Lasciamolo lí, dove lui l'ha lasciato; cosí non avrà in tutto la sorte dell'abetino di Giovan Cristiano Andersen, che finí tagliuzzato sotto una caldaja.
Ecco qui il tino.
Vedi: è pieno; speriamo che l'umido non abbia tolto il lucido e il colore ai globetti di vetro, ai lumicini.
Era ogni cosa in buono stato.
Piú tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i giocattoli e i dolci.
Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo intenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore della natura a render la festa del Natale in questi paesi piú raccolta e profonda, piú soavemente malinconica e poetica e religiosa, che da noi!
La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la stanza accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo portar giú dalla serva il tino; lo collocammo presso un angolo e lo riempimmo d'arena intorno al fusto dell'albero.
Lavorammo fino a tarda notte a parar l'abetino, che pareva contento di tutti quegli ornamenti, e che si prestasse riconoscente alle nostre cure amorose, protendendo i rami per regger le collane di carta dorata e argentata, i festelli, i globetti, i lumicini, i panierini di dolci, i giocattoli, le noci.
- No, queste noci, no! - pensava forse l'abetino.
- Queste noci non m'appartengono: sono frutti d'un altr'albero.
Ingenuo abetino! Tu non sai ch'è l'arte nostra piú comune, questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non abbiamo scrupolo, troppo spesso, d'appropriarci il frutto dei sudori altrui...
- Aspetta: la cometa! - esclamò Jenny, quando l'albero fu tutto parato.
- Dimenticavamo la cometa!
E in cima all'albero io appiccicai, con l'ajuto della scaletta, una stella di carta dorata.
Ammirammo a lungo l'opera nostra; poi chiudemmo a chiave l'uscio della stanza, perché nessuno il domani vedesse prima di sera l'albero adorno, e andammo a letto ripromettendoci pel domani in compenso del freddo, della veglia e della fatica, le lodi della madre e la gioja delle bambine.
Invece...
Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato, per le sue povere bambine, non doveva la sera dopo mettersi a piangere, come fece, quella buona signora Alvina alla vista dello splendido albero illuminato su quel tappeto di fiori!
Era andato cosí bene, fino all'ultimo servito, il pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e l'oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s'eran messe dietro l'uscio della stanza, ove sorgeva l'albero, e con le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico:
Stille Nacht, heilige Nacht...
Non dimenticherò mai piú quell'albero di Natale, ch'io adornai per altri piú che per me, e quella festa terminata in pianto, né mai, mai si cancellerà dagli occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo! il babbo! mentre l'albero sacro, carico di giocattoli, illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori.
SOGNO DI NATALE
Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione.
Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.
Era festa dovunque; in ogni chiesa, in ogni casa; intorno al ceppo, lassú; innanzi a un Presepe, laggiú; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori...
E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte.
E mi pareva di andare frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: "Buon Natale!" e sparivo...
Ero già entrato cosí, inavvertitamente, nel sonno e sognavo.
E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrare Gesú errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo Natale.
Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul manto e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l'immagine di lui m'attrasse cosí, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola.
A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m'arrestai.
Subito allora Gesú si sdoppiò da me, e proseguí da solo anche piú leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesú, come un fantasma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava su un'alta siepe di rovi, che s'allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura.
E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant'egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell'immenso arco dell'orizzonte.
Si mise Gesú per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesú si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d'una grande città.
Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case piú umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari, non dava pretesto a gozzoviglie.
- Non dormono...
mormorava Gesú, e sorprendendo alcune rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate nell'interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l'impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro io son morto...
Andammo cosí, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesú innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch'ero la sua ombra per terra, non mi disse: - Alzati, e accoglimi in te.
Voglio entrare in questa chiesa e vedere.
Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d'oro alla vôlta, piena d'una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l'altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d'incenso.
Al caldo lume dei cento candelieri d'argento splendevano a ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.
- E per costoro - disse Gesú entro di me - sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.
Uscimmo dalla chiesa, e Gesú, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:
- Cerco un'anima, in cui rivivere.
Tu vedi ch'io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare anche la notte della mia nascita.
Non sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via.
Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi di allettare il tuo stolto soffrire per il mondo...
Cerco un'anima in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona volontà.
- La città, Gesú? - io risposi sgomento.
- E la casa e i miei cari e i miei sogni?
- Otterresti da me cento volte quel che perderai - ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fiso con quegli occhi profondi e chiari.
- Ah! io non posso, Gesú...
- feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l'impressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita.
È qui, è qui, Gesú, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.
LE DODICI LETTERE
Appena richiusa la porta, dopo un ultimo inchino e un sorriso affettato alla bionda e grassa e pur tanto afflitta signora Baldinotti, Adele Montagnani trasse un sospiro di sollievo, e rientrò in salotto a guardar l'orologio su la mensola.
Lesta lesta, come se qualcuno potesse spiarla, si rassettò un po' i capelli, avanti e dietro, e la fioritura dei bianchi merletti, di cui era guarnita la veste intorno alla gola.
Tra pochi minuti il Rossani sarebbe arrivato.
In attesa di questa visita, Adele non aveva chiuso occhio la scorsa notte, e tutta la mattina era stata in preda a vivissima agitazione, cresciuta nell'ultima ora e divenuta angosciosa all'annunzio dell'importuna visita della Baldinotti.
Per fortuna costei era andata via in tempo.
Fortuna davvero, perché la povera signora (fra l'altro un po' sorda) era famosa per la lunghezza delle sue visite, e non era affatto capace d'intendere se e quanto, in certi momenti, riuscisse altrui d'impaccio.
Ora Adele, liberata da questo pericolo, poté ridere al solito delle dolorose e pur cosí buffe confidenze della buona signora.
La quale, spinta da brevi acconce domande o da qualche esclamazione di compianto o di sorpresa, svelava segreti e particolari cosí intimi della vita coniugale, che era proprio uno spasso a sentire.
Adele ogni volta pigliava a godersela, quanto piú poteva e sapeva, per trarre poi dalle confidenze di questa infelice piccante materia per la conversazione con le amiche.
- Dio me lo perdoni! - fece tra sé, terminando di ridere; ma subito un nuovo scoppio di risa le sopravvenne.
La signora Baldinotti si lusingava d'impedire i molteplici e sfacciati tradimenti del marito (che aveva otto anni meno di lei), parandosi e acconciandosi con straordinario lusso non piú conveniente né all'età né al suo corpo, e di gusto assai dubbio.
E confessava: - Le pare, signora mia, che vestirei cosí e spenderei tanto per me, se non avessi il marito giovine? E non per tanto, che crede? rimango vestita e pettinata cosí ad aspettarlo, signora mia, fino a mezzanotte, alle due, alle tre, fino all'alba, fino all'alba tante volte!...
E, cosí dicendo, la povera signora aveva le labbra e il mento convulsi e gli occhi pieni di lagrime.
L'orologio su la mensola sonò le quattro.
Adele scacciò dal pensiero la comica figura della Baldinotti, e si preoccupò di nuovo dell'imminente visita del Rossani.
L'incarico che ella si era assunto cominciava a parerle difficilissimo.
Ma era il ricambio di un servigio resole da una amica, che lo stesso incarico si era assunto per lei e felicemente l'aveva disimpegnato.
- Vedrai, il forte è mettercisi.
Io ho usato la mia arte; tu non mancherai di usar la tua che è molto piú fina della mia, - le aveva detto il giorno avanti Giulia Garzía, licenziandosi.
L'ultima frase aveva molto solleticato l'amor proprio di Adele, che tanto studio e tanto impegno aveva messo per procacciarsi in società la reputazione di signora di spirito.
Si trattava di ottener dal Rossani la restituzione delle dodici lettere che Giulia Garzía gli aveva scritte nei due anni della loro relazione cosí detta amorosa, troncata da circa tre mesi, dopo una lunga serie di scene disgustose per entrambi.
Lo stesso servizio Giulia aveva reso a lei, ottenendo cioè la restituzione delle lettere molto piú numerose, che ella in un tempo molto piú breve aveva scritte a Tullio Vidoni, allontanatosi poco tempo addietro da lei con la perfida scusa che non gli reggeva piú il cuore d'ingannare un intimo amico, quasi un fratello: Guido Montagnani.
Le due rotture erano avvenute quasi contemporaneamente, e le due amiche si erano a vicenda confortate e a vicenda or s'ajutavano.
Alle quattro e dieci minuti Tito Rossani entrava nel salotto di Adele, rassegnato a subir le mille punzecchiature della presuntuosa arguzia di lei, proprio come se dovesse entrare in un alveare, e quel dar del voi, alla francese, che la Montagnani usava con tutti gli amici, indistintamente, giojellando anche di motti francesi la sua ciancia, come se i motti italiani corrispettivi fossero gemme false o volgari.
- Oh, eccovi, finalmente!
- Il Rossani s'inchinò e, porgendo la mano, rispose all'esclamazione:
- Puntualissimo!
- Non in grado superlativo, per dir la verità.
Ma basta...
sedete...
qua qua, accanto a me...
Avete paura?
- Un coraggio da San Sebastiano, signora.
Eccomi accanto a lei, pronto a ricevermi quante frecciate le piacerà di regalarmi.
E, sedendo, con un sorriso rassegato sotto i folti baffi tirati in sú, cercò di scorgere la propria immagine nello specchio della mensola.
- San Sebastiano, badate, era bellissimo, almeno secondo i pittori.
- Lo so.
E lei mi consideri come San Sebastiano dal collo in giú.
- Eh no, via...
anche la testa.
Comincio bene? Sentite, Rossani: vorrei farvi la corte.
È permesso? Purché voi, però, non vi accapigliate con mio marito...
- Ah, già...
accapigliarmi...
benissimo - notò Tito, ridendo e passandosi una mano sul capo precocemente calvo, come quello di Guido Montagnani.
E aggiunse: - Sarà alquanto difficile...
- No, no; sul serio: la corte, quantunque sappia che vi sono estremamente antipatica.
Badate, non me l'ha detto nessuno: me ne sono accorta modestamente da me.
- Poca perspicacia, signora mia.
Fra tante belle doti, ecco una facoltà che le manca...
- Come siete gentile...
Sarà! Ma, se mai, non ve ne farei un torto: antipatie, simpatie...
si sentono, non si discutono.
Ammettiamo che non sia vero; dovete allora confessar che vi faccio paura...
Eh sí, via! se, per venire, avete bisogno d'un biglietto d'invito...
Ma non pregiudichiamo la questione.
So, so perché non siete piú venuto; avete fatto malissimo, permettete che ve lo dica.
Non m'interrompete! La vostra assenza è stata molto notata, e a scàpito...
Rossani, mi dispiace di annunziarvelo, a scàpito della vostra fama d'uomo di spirito.
- Ah, - fece Tito.
- Godo anch'io codesta fama? Non lo sapevo.
È usurpata, signora mia! Ne vuole una prova? Le domando senz'altro, perché m'ha fatto l'onore di scrivermi il biglietto che ho ricevuto stamani, e in che debbo servirla.
Adele rimase un po' sconcertata dal tono serio della stringente risposta.
Si provò tuttavia a sfuggire ancora, per preparar meglio l'assalto.
- Non volete credere, dunque, che voglio farvi la corte?
- Sí? Badi, signora Adele, la prendo in parola! E comincio col chiederle...
- Eterno amore?
- No! Dio ne scampi! Sarebbe un'offesa alla natura...
- E allora, scusate, perché...
Entro in confidenza, vedete? Tanto, siamo in flirtation, n'est ce pas?...
Ma non crediate che sia gelosa anch'io.
Dicevo, perché...
Non so dirvelo...
Ecco: perché mostrate cosí duro e ostinato risentimento, per non dir peggio, contro una persona di nostra conoscenza, se considerate davvero come offesa alla natura l'eternità di un amore?
- Non capisco...
- Eh via! Anche duro di mente? Non mi costringete a farne il nome.
Sapete bene che è la piú intima delle mie amiche, posso dire una sorella per me...
- Ah, sí? Ancora? - fece il Rossani, affettando con evidente malizia ingenua sorpresa.
- Come, ancora? - domandò stizzita Adele.
- Ah, noi donne, fra noi, mio caro, non siamo poi mica incostanti, come forse...
- Non credo! Non credo! - insorse Tito, vivacissimamente.
- Non continui...
non credo! Del resto, se è cosí, me ne duole per lei.
Io, per me, non sono solito, le assicuro, di covar rancore contro alcuno; tanto meno poi...
- No, via, Rossani, siate sincero! - interruppe a sua volta la Montagnani.
- Vedete, io vi parlo col cuore in mano; voi invece, con in mano un'arma per difendervi da me.
Siate sincero! E perché dunque...
- Che cosa? Mi permetto di farle notare, ch'io mi stimo fortunatissimo, cara amica, d'essermi sciolto d'una catena che da parecchio tempo Dio sa quanto mi pesava.
Rancore, dunque, perché? Tutt'al piú, se mai, contro me stesso, se fosse possibile...
Sono stato inverosimilmente sciocco...
Vuol ridere? Sa perché ho trascinato cosí a lungo la catena? Perché ho avuto paura per la salute e anche...
sí, e anche per la vita della sua intima amica! Pare impossibile, è vero? Ma sappia per mia scusa...
già lo sa: quella signora mi affliggeva senza tregua con scene di gelosia addirittura feroci, inverosimili...
- Ne aveva ragione, mi sembra!
- Ah, non me ne pento davvero!
- Ecco, ecco come siete voi uomini! scattò sú, vittoriosa, Adele Montagnani.
Ah, mio divino Bourget! Aspettate, Rossani, aspettate!
Balzò in piedi, si recò nell'attiguo studiolo, agitando i gomiti come se volesse volare; tolse da un elegante scaffalino inglese la Physiologie de l'Amour moderne, e rientrò di corsa nel salotto, sfogliando in fretta il libro.
- Dov'è? dov'è? dov'è? Ah, eccolo! È segnato.
Par amour propre simple.
Ecco, leggete; basta il solo aforisma: questo in corsivo.
Tito Rossani s'era alzato per guardarsi e sorridersi allo specchio tentatore su la mensola; tolse in mano il libro e lesse soltanto con gli occhi; poi scosse leggermente il capo, e disse adagio:
- Non è il caso mio.
- Come no? Ce que certains hommes pardonnent le moins à une femme, c'est qu'elle se console d'avoir étée trahie par eux.
- Non è il caso mio, - ripeté, sedendo di nuovo, il Rossani.
- Se veramente c'è qualcuno, a cui io non possa perdonare, eccolo: son io, signora Adele.
E se la sua intima amica s'è cosí presto consolata de' miei tradimenti, tanto meglio o tanto peggio per lei.
Ah, dunque sa anche lei che la sua amica s'è consolata? In tal caso piú che mai debbo ammirare il suo spirito veramente raro.
- Suo, di chi?
- Dico il suo, signora Adele.
- Grazie, ma non comprendo.
Io dico, scusate, e perché non volete allora restituire le lettere che ella vi ha scritte?
- Ah! - esclamò il Rossani.
- Sa anche lei di queste lettere? Perbacco! bisogna proprio convenire che la sua intima amica è andata sbandendo da per tutto il regalo fattomi di questa dozzina di profumati, elegantissimi cartoncini! Che voglia farne un'edizioncina preziosa, fuori commercio, per il pubblico galante: Breve saggio di corrispondenza amorosa d'una signora della buona società? In questo caso me ne farei editore io, a costo di defraudare la collezioncina privata dei manoscritti, che vo raccogliendo per passatempo della mia vecchiaja.
- Ah Rossani! siete un mostro! Parlar cosí...
Chi altri ha potuto farvi cenno delle lettere di Giulia?
- Lei non l'indovina certo, signora Adele disse il Rossani componendo il volto a serietà e impallidendo, ma pur con le labbra tremanti d'un risolino nervoso.
- Lei non può sospettarlo.
Altrimenti, non mi avrebbe tenuto questo discorso.
Ha indovinato?
Adele si cangiò in volto e corrugò le ciglia, come se la vista le si fosse d'un tratto intorbidata.
Bisbigliò un nome:
- Tullio Vidoni?
Il Rossani chinò il capo in risposta, mostrando negli occhi quasi il sogghigno delle labbra non mosse.
Egli solo, il Vidoni, infatti, poteva essere a conoscenza di quelle lettere: il Vidoni, a cui Adele ne aveva parlato senza neanche raccomandargliene il segreto, tanto in lui allora si affidava e rimetteva tutta quanta...
Ah, intendeva ora perché a Giulia era riuscito cosí facile ottener da colui la restituzione delle sue lettere! Egli dunque si era affrettato a rimettere alla nuova amante le lettere dell'antica: e chi sa, chi sa quanto avevano riso insieme di quelle sue espressioni d'amore e di dolore!
Adele si torse in grembo le mani, fin quasi a spezzarsi le dita; sorridendo, tuttavia, pallidissima, coi denti stretti, al Rossani.
- Una scena comicissima, - riprese questi, un po' esitante.
- Se vuole, gliela racconto in due parole...
- Sí, sí, ditemi, ditemi, - s'affrettò a istigarlo Adele, dimostrando, con la voce e con l'ansia, l'interna agitazione e il fremito d'odio e di sdegno.
- Ieri, sul pomeriggio, ero per il Corso, col Vidoni...
Non sospettavo ch'egli fosse già mio...
diciamo cosí, successore.
Tutti e due vediamo, ma facciamo le viste di non accorgerci della signora in discorso, la quale passava in vettura, innanzi a noi.
Notai, è vero, un certo impaccio nel mio amico e come un improvviso impallidire; ma non sospettavo, ripeto, di doverlo compiangere, sapendo come egli fosse a cognizione non solo della mia breve favola d'amore già compita, ma di ben altre favole (chiamiamole cosí) della signora, in Milano, prima che il marito di lei venisse a Roma, senatore, poveretto...
Basta.
- "Ah, è tornata!" - feci io, quasi tra me, sperando, dico la verità, che il Vidoni me ne désse qualche notizia.
Sapevo che tornava anche lui da Milano, dove certamente aveva dovuto vederla.
- Avanti, avanti...
Dunque? - interruppe Adele, a cui la manierata lungaggine del Rossani riusciva ormai insoffribile.
- Ah, lei forse, scusi, aveva notato prima di me qualche accenno di passione in questo signore per la Garzía?
- Io? No...
cioè, voi conoscete quanto me Tullio Vidoni...
l'uomo piú ridicolo che passeggi su la faccia della terra...
Sapete che è affetto di dongiovannite acuta, e che fa il galante con tutte le signore...
Chi può prenderlo sul serio?
- Nessuno, lo so! Ma lui sí, eh perbacco! lui sí l'ha presa sul serio, la cotta...
almeno a giudicare da quel che m'ha fatto.
- Dite che v'ha parlato delle lettere?
- Stia a sentire.
Dopo le mie parole: "Ah 'è tornata!", egli mi dice che la Garzía era in Roma da tre giorni, e che aveva fatto il viaggio in compagnia di lui.
Poi mi spinge a parlarne.
Io, senza sospetto per lui, ma con piú d'un sospetto per altri, confesso d'aver avuto la debolezza di parlare, e non troppo benevolmente, com'ella può immaginare; ma non in virtú di quell'aforisma del suo divino Bourget.
Parlando, comincio però a notare che il volto dell'amico man mano s'infosca...
- "Ma tu soffri, mio caro!" - gli dico allora, per ischerzo.
A questo punto egli scatta, e in termini abbastanza vivaci, osa rimproverarmi di ciò che ho detto o del modo con cui ho parlato.
Io resto goffo, a guardarlo: non credevo ancora ch'egli dicesse sul serio.
Allora lui mi ripete il rimprovero in termini piú vivaci; io, seccato, rispondo, e trascendiamo cosí a un diverbio violentissimo, quantunque a bassa voce.
Basta: gli ho detto sul muso il fatto mio e l'ho piantato lí, in mezzo alla strada...
Adele, agitatissima, si nascose il volto tra le mani, gemendo: - Dio! Dio! - Poi guardò il Rossani, stravolta e con gli occhi lampeggianti d'odio; gli domandò:
- E ora? Ditemi la verità, Rossani: siete esposto a un pericolo? Sapete che Tullio Vidoni...
- Nessun pericolo, signora Adele! Del resto, non ho mai fatto dipendere la convenienza d'accordare o no una riparazione per le armi dal modo con cui il mio avversario tira in una sala o in una accademia di scherma.
- Oh Dio, no, Rossani! Egli tira benissimo, e vedete: il vigliacco se ne approfitta! - gridò Adele.
- No, no! Sentite: se voi...
se voi poteste dargli una lezione, ebbene, con tutto il cuore vi direi: dategliela, e sia buona!
- Speriamo! - esclamò il Rossani.
- Ma no! vedete, - riprese Adele, - io temo per voi...
E allora figuratevi la sua boria, di ritorno, incolume e vincitore, alla sua bella! No...
no...
- Ma ormai...
- fece il Rossani, stringendosi nelle spalle.
- Che dite? Dunque è stabilito? Vi batterete? Ah Rossani, no! Per una indegna? Sí, sí, lasciatemelo dire...
È venuta qui, da me, l'altro jeri...
qui, e ha potuto baciarmi, capite? con quel sorriso stereotipato sulle labbra dipinte...
Serpe! Oh Dio...
M'ha potuto chiedere, capite, che io m'intromettessi per ottenere da voi la restituzione delle sue lettere, mentre lei...
È mostruoso, Rossani, non vi sembra? Mostruoso! E voi dovreste pagarne la pena? No, no, per carità! Sentite...
sentite...
fatelo per me...
Adele circondò quasi con un braccio il collo del Rossani e quasi gli piegò sul petto la faccia, supplicando.
Tito, non sapendo come schermirsi, cercò d'arrestare almeno il flusso delle supplici parole:
- Se mi batto, mi batto per me, esclusivamente per me, creda, signora! E ne ho qui in tasca la prova piú lampante: nelle lettere di lei!
- Ah, - gridò Adele.
- Le avete ora voi? Datemele!
E allungò subito, con irrefrenabile impulso d'odiosa gioja, una mano verso la tasca interna della giacca di lui.
Tito Rossani sorse in piedi, severamente.
- Ah no, signora Adele! Se non m'importa piú nulla di colei, è sempre interesse mio, e ora piú che mai, d'agire da gentiluomo.
Non a lei, non a lei, scusi: restituirò le lettere per altro mezzo...
A queste parole Adele, tutta vibrante, scoppiò in una fragorosa risata, che prolungò con evidente sforzo, abbandonandosi su la spalliera della poltrona.
Tito stette a guardarla, sconcertato.
- Bravissimo! Bravissimo! - esclamò ella ancor tra le risa; e levandosi da sedere: - Qua la mano, qua la mano, Rossani! Non avete capito? Ma io volevo proprio questo! Adesso, badate: ho la vostra parola d'onore: voi restituirete le lettere...
Bravo, Rossani: grazie.
Siete un vero e compito gentiluomo.
Tito Rossani andò via goffo, interdetto, quasi stordito da una sorda stizza.
Ah sciocco! sciocco! La Montagnani si era fatto giuoco di lui, dunque? Lo aveva beffato, rappresentando la commedia della gelosia? - Che commediante! - Ah, ma egli, allora, si sarebbe vendicato! non avrebbe piú restituito le lettere, a nessun patto!
Ben povera soddisfazione, questa, per Adele, che avrebbe voluto aver tra le mani lei, quelle lettere, e poi...
- Che imbecille! - fece piano, con vivacissimo gesto di dispetto per il Rossani, che già voltava le spalle al salotto.
Piegò il volto su la poltrona e ruppe in singhiozzi, addentando il bracciuolo per non farsi sentire.
CREDITOR GALANTE
Appena uscita dal salotto la ragazza, Maurizio Gueli si levò in piedi, guardò l'orologio, poi si abbottonò lentamente l'abito e con la mano tesa si avvicinò a Fulvia Corsani, sdrajata su la poltrona con un libro su le ginocchia, la testa appoggiata su la spalliera e la bellissima gola provocante tutta in vista dalla fossetta all'attaccatura del collo sú sú fino all'ovale del mento.
Senza moversi né levar gli occhi dal soffitto ella domandò:
- Le undici?
- Quasi - rispose il Gueli turbato nel vedersi sotto gli occhi il volto di lei cosí giacente.
- Non andate a letto anche voi?
Fulvia scosse negativamente il capo senza levarlo da la spalliera.
- Rimango? - domandò il Gueli.
- No no, andate pure...
- fece ella quasi in uno sbuffo, scotendosi.
- Andrei a casa: non m'incomodereste affatto...
- aggiunse il Gueli guardandosi sott'occhi e stirandosi le punte dei baffetti rimasti neri, mentre i capelli fittissimi su la fronte eran già tutti bianchi.
- Grazie.
Io aspetto ancora un po'!...
- Vostro marito? Sarà al circolo...
- No.
Da un amico, non so...
- Siamo tutti amici al circolo!
Fulvia lo guardò con indolenza quasi sprezzante, e portando le braccia su la poltrona e reclinando la testa tra le spalle alzate:
- Perché mi avrebbe mentito? - disse.
- Per causa vostra: gli fate troppe domande - rispose pronto Maurizio.
Si guardarono tutti e due ad un tratto.
Il Gueli, aggrottando le ciglia, rispose:
- Sarebbe forse necessario che attendessimo insieme.
Fulvia, vostro marito giuoca da tre sere come un disperato e finisce di rovinarsi e di rovinarvi...
Ella chinò gli occhi sul libro aperto in grembo, svoltando una pagina delle già lette come per riprendere il filo della narrazione.
- Che libro leggete? - domandò Maurizio cangiando tono di voce ed espressione.
- Non leggo - rispose Fulvia chiudendo il libro e levandosi in piedi.
- Basta - fece il Gueli - io passo dal circolo, e se trovo Aldo, ve lo mando subito.
Addio, eh!
Dalla soglia si volse:
- Non mi salutate neppure?
- Addio.
Grazie - sospirò Fulvia.
Egli le si riappressò lentamente:
- Proprio non potete piú soffrirmi?
- Rimanete...
- No vado.
Ma rispondetemi.
- Che cosa?...
Ve ne siete accorto?
- Uh, da tanto tempo!
- E allora...
perché venite?
- Seriamente? - domandò il Gueli guardandola fiso negli occhi.
- Scusate; non avreste ragione, mi sembra, di dir cosí..
- Ah sí? - esclamò Fulvia battendosi leggermente la fronte col segnalibro d'avorio.
- Vantate per giunta diritti alla mia gratitudine?
- Nessun diritto! - s'affrettò a rispondere il Gueli.
- La vostra gratitudine? E perché? Solo...
Fulvia lo interruppe con uno sguardo altero e fermo.
- Oh non temete, so fin dove debbo dire...
- rispose egli.
- Storie vecchie, lo so! Ma, perché vengo, via! Lo sapete...
Abbiate ancora un po' di pazienza, che diavolo! Tra due o tre anni, sperabilmente, non verrò piú a importunarvi con la mia presenza...
Adele ha già quindici anni...
Ma in fondo poi di che potete lagnarvi? Dopo tant'anni: son quindici? quanti sono? - anche il mio amor proprio, vedete, s'è quietato...
Eh sí, eh sí...
Ormai son vecchio, Fulvia! Tutta la mia mon-da-ni-tà sapete a che si riduce? Pago l'abbonamento al circolo...
- Perché mentite adesso? - gli domandò argutamente Fulvia.
- V'ho domandato forse quel che fate?
Il Gueli s'inchinò portandosi una mano sul petto:
- Toccato! E in cambio, guardate, non vi farò il torto di credervi gelosa.
Fulvia scoppiò a ridere:
- Di voi?
- Perché no? - fece Maurizio sorridendo anche lui.
- Suol per altro avvenire...
Mi son consolato? Oh, e tanto meglio per me! Mi fa molto piacere che lo crediate.
La strana, mia cara, siete voi, perché...
- Io? - interruppe Fulvia.
- Certo! Come no? Franco, eh? Tanto, ci siamo...
- Oh, dite pure!
- No.
Lo farò dire a voi stessa.
Cosí anzi inganneremo l'attesa.
Fulvia tornò a sdrajarsi su la poltrona e indicò una seggiola al Gueli.
- No, - disse questi - resto in piedi.
Un interrogatorio, breve breve, mia cara.
Permettete? E lo farò dire a voi stessa.
Sposaste a vent'anni, è vero?, mio cugino Aldo.
- Interrogatorio in tutte le forme! - fece ella.
- Ma voi non potete esser giudice!
- Perché no? Nessuna passione mi fa piú velo...
- E allora, a diciannove anni, se non vi dispiace - corresse Fulvia.
- Amavate allora Aldo?
- No.
- Naturalmente! Né lui vi amava.
Fin qui, nulla di strano.
Fulvia rise di nuovo.
- Come no? Se non mi amava, perché m'ha sposata?
- Oh bella! e voi?
- Io non sono andata a cercarlo.
- Parliamo di voi - troncò Maurizio.
Fulvia lo arrestò con un gesto della mano, protestando:
- Non ho voluto scusarmi.
- Bene, - riprese il Gueli - a ogni modo, dopo circa due anni...
Se non fu un capriccio, lo pagaste troppo caro...
Poco dopo, il timore o il rimorso (diciamo il rimorso), uccise in voi...
quel che sentivate per me.
Oh, vedete! da quel tempo - è un bel pezzo ormai! - io ho chiuso veramente il mio conto con la vita: pagai allora a lei, in una volta sola, quel tanto di dolori e di noje che le dovevo in cambio delle scarse gioje che m'ha concesso, cosí, alla spicciolata, da quella trista usuraja ch'essa è; e son rimasto, mia cara, in credito: grosso credito, a cui non intendo affatto rinunziare.
Mi sentivo legato a voi da un nodo ormai indissolubile...
Ero pazzo, ne convengo.
Non intendevo, per esempio, che a voi...
- uh, non intendevo tante cose, allora...
- E ora? - domandò Fulvia con fredda ironia.
- Piano! - fece Maurizio.
- Mi respingeste: io m'ammalai sul serio; viaggiai per distrarmi (sciocca medicina!)...
basta; dopo un anno circa, tornai a voi.
Come m'accoglieste! Vi ricordate? - Non temete, - vi dissi - io son guarito.
Concedetemi di venir di tanto in tanto...
E voi lo concedeste...
per vostra figlia...
- Non l'avessi mai fatto! - esclamò Fulvia.
- Oh, non l'avreste fatto, lo so: - riprese calmo il Gueli - ma proprio in quel tempo, vedete, Aldo ebbe, per mia fortuna, bisogno di me per la prima volta.
Fulvia strinse i denti, contrasse il volto e scosse il capo rabbiosamente.
- Perché fate cosí? - continuò Maurizio.
- V'ho io forse pregata di qualche cosa, oltre la vostra concessione? Ho chiesto forse la vostra amicizia? Eh, lo so: vi avrei insultata, chiedendovela! E non l'ho fatto...
Ho continuato a venir qui...
- E vi par poco? - gli domandò Fulvia guardandolo acutamente.
- Ma non per voi...
Via Fulvia, state pur contenta, che avete fatto bene, ammesso anche che vi sia costato un sacrifizio, benché io non intenda perché poi vi debba pesar tanto qualche mio...
sí qualche mio favoruccio, il piú disinteressato che si possa immaginare! State tranquilla: non è fatto a voi, né a vostro marito, e forma l'unica mia felicità, perché posso dire d'aver