APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 24
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Sia pure la tua fortuna! non voglio immischiarmici.
- E farai bene, fino a un certo punto.
Tu sei venuto sempre a guastare ogni disegno mio.
Facevo due anni addietro con tanto diletto all'amore con nostra cuginetta Elisa...
ricordi?...
ricorrevo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi piangere...
Io ti dicevo zitto, lasciamela stare! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate riflessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L'hai confessato in versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa...
Or che intendi di fare con quest'altra? Rispondi.
- Nulla.
Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar te, sei contento? Purché tu mi prometta che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento.
Prendi moglie tu, insomma, e non io...
- Come! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, come potrò io aver pace in casa con lei?
- Io voglio la libertà de' miei segreti pensieri.
Sai che l'amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno, per me; ho sempre, infatti, lasciato a te l'esercizio dell'amore.
Fa' dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace.
Io ho da pensare ad altro.
Tu prendi moglie, se lo stimi proprio necessario...
- Necessario, sí, te l'ho detto! Perché, se rimango ancora un po' soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura piú miserabile della terra.
Ho assoluto bisogno d'amorosa compagnia, d'una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra.
Ah, sono stanco, mio caro, d'attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi con l'ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare torbido delle tue chimere.
A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr'io, poveretto, con l'unghie m'industrio pazientemente di scioglierlo.
Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! Pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola, a sera...
Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne starai solo, appartato, a lavorare.
Nessuno ti disturberà.
Purché poi, uscendo dallo scrittojo, sappi far buon viso alla compagna nostra.
Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte...
non andar tardi a letto...
- E poi?...
Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli.
Li manderete a scuola da me?
- No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl'infelici come te.
Ma su ciò disputeremo a suo tempo.
Ora dammi ascolto: addorméntati! lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle.
Già la stanchezza m'è passata.
- Vuoi che ti detti io la risposta?
- No, grazie! Addorméntati...
Basto io solo.
Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori.
Per altro, l'amore non ha bisogno della grammatica.
E tu saresti capace d'arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive collegio con due g.
DIALOGHI TRA IL GRAN ME E IL PICCOLO ME
II
L'ACCORDO
(Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soffitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l'estate suol fare un grappolo di mosche.
Il piccolo me è come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a quando a quando.
Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la stuoja alla finestra.
Ha però la stuoja due o tre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino tessuto a opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine.
Il Gran Me si volge a osservare intentamente l'aureo pulviscolo che s'aggira lento, senza posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto si parte come un atomo di luce, che subito s'estingue nell'ombra.)
- Cosí ogni mio pensiero!
- Bravo! E non stimi sciocco tu l'atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e naufragare nell'ombra?
- No.
Sciocco tu, invece.
Che prezzo può aver la luce per un cieco?
- Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l'illusione che i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri sensi, del resto, i quali mi servirebbero meglio senza dubbio, se m'accordassi maggior libertà d'usarne.
Son io forse cagione, se tu non riesci a veder nulla?
- E tu che vedi?
- Io? Quel che c'è da vedere.
È vero che, di questi tempi, si vedono quasi solamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser mago e far l'incanto per te e per me (se non per gli altri) su queste miserie e su queste brutture, perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une piú tristi, le altre piú basse, tanto che, piú che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?
- Ah, mi parli ora d'incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare dalla corrente dei casi giornalieri, accettando, senza pensare, la vita com'essa man mano ne' suoi effetti ti si rivela?
- Come, come? Non t'intendo.
Che accetto io? che rifiuto? Io che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.
- Ma che giudizio vuoi aver tu?
- Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu non m'inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgomento della morte infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un po' d'appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giudizio di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavorare, ma con utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi.
- E poi?
- Poi nulla.
- Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi cosí, un giorno dopo l'altro, fino alla vecchiezza, lasciando me sempre interdetto, in esasperata infinita sospensione, ovviando con futili pretesti l'assidua costernazione mia, e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del consueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po' l'abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii le oneste mani.
Cosí, cosí tu vorresti seguitare a trascinarmi teco ciecamente verso l'estrema rovina, giú, giú, con gli altri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi dell'antico pastore.
Ma io non son dell'armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella forma che meglio vi aggrada! Io voglio la signoria di me medesimo, e la tua schiavitú.
- La mia schiavitú? E come! Non mi tieni forse schiavo abbastanza? Oh di' che mi vuoi morto piuttosto! Io, poveretto...
e che altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po' di riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dunque male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la gioventú nostra sarà sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma sí! Purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio.
E per te il desiderio ha sempre avuto il torto d'esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la volontà, infeconda per me d'ogni bene.
Beati, beati gli anni dell'infanzia.
Perché voglio sperare che tu non fossi grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli.
A proposito, di': o come mai t'è venuto in mente di diventar cosí grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una pazzia...
Basta.
Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della mia vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?
- Cercarlo...
Bravo! E come? L'altra sera, in vettura, ricordi? mentre si andava al passo sú per l'erta via che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lí su la cassetta cigolante.
- Nascer cavallo è brutto, sú per queste vie...
- E io, guidarlo? - si voltò a dirmi il vetturino.
- Buona Pasqua, signorino! Da' qualche cosa a una povera vedova con quattro bambini...
- Fiammiferi in tasca ne ho - tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova.
Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: - L'ultima Pasqua, vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa...
L'hai tu trovato quel ch'io cerco? - Lí! - mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui.
- Lí, ma per poco tempo, come in tant'altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l'ho trovato.
Seme di lino, caro, quand'hai la tosse: un buon cataplasma sul petto, e un pizzico di senape: tira l'umidità...
- Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto.
Mentre tu guardi vivere, e non vivi.
E cosí, si sa, io sarò un asino, ma tu non intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il senso e lo scopo Oggi in una cosa, domani in un'altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita.
Abbi compassione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la peggiore delle sciagure.
E allora, mio caro, pigliamo per ricetta di buttarci da una finestra o d'impiccarci a un albero, che sarà meglio.
No no, via: mettiamoci piuttosto d'accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere insieme.
Credi pure che quanta brama hai tu d'uccider me, tanta n'avrei io d'uccider te...
T'odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi insieme con te.
Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.
- Dividiamocele.
- Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.
- Assoluto padrone.
- Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.
- Troppe!
- Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se me ne dài meno, finirò certo con l'addormentarmi, non appena ti metti ad almanaccare...
Andiamo innanzi.
Oh, ma...
aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno - intendiamoci! Non vorrei, come hai fatto fin qui, che appena a letto...
- pensieri, fantasie, elucubrazioni, smanie, libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittojo.
A pigliar subito sonno, poi, ci penso io.
E non avvenga piú del pari che tu debba avvelenarmi il pasto con le tue eterne riflessioni.
L'ora del pasto ha da esser mia.
Convenuto?
- Chi te l'ha mai negata?
- Non me la neghi, ma me la guasti.
Non sei spesso venuto a tavola con un libro aperto tra le mani? Un boccone per me, e un quarto d'ora di lettura per te.
E io mangio freddo e digerisco male.
- Basta, basta! M'affoghi in un pantano!
- Basta...
Articolo amore, che intendi fare?
- Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto tempo, io.
- Ah, non intendi di pigliar sul serio neanche l'amore, tu? E che resta dunque per te nella vita? che vorrai fartene allora del tuo tempo?
- Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.
- E sta bene...
cioè, sta male.
Ma levami un dubbio.
Dici sempre che ti senti tutto il mondo nel cervello.
Dev'esser vero, perché io ho sempre mal di capo.
Ma se la terra ti sembra veramente, in codesto tuo mondo, cosí piccola e misera cosa, non stimi tu che io abbia piú diritto di viverci che tu? Ah, in certi momenti, credi, mio caro, la tua grandezza mi fa proprio pietà; e, in certi altri, mi domando se io, nel mio piccolo, non sia poi piú grande di te.
III
LA VIGIGLIA
(Il piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso la mezzanotte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noja.
Quegli è stato, in quest'ultimo mese, tutto intento a metter sú la casa maritale; questi come un cane bastonato ha dovuto seguirlo.
E non pochi diverbii si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all'ansia e alle cure dell'uno il contraggenio e l'inettitudine dell'altro.
Ma ormai la nuova casa è tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo gli accordi pe'l dí di domani, s'è voluto recare a passarla in esame: e n'è rimasto contento.
Ora il Gran Me, mettendo piede per l'ultima sera nel quartierino da scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed esclama:)
- Finalmente!
- Eh no, caro.
Pazienza ancora per un tantino...
Poco poco.
Ora siamo soltanto alla vigilia...
- Sí, datti una stropicciatina alle mani, cosí, contentone! mentre io...
Ma, insomma, si può sapere quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai ripetendo da piú mesi?
- Già siamo alla vigilia, ti ho detto.
Il nido, hai visto? è pronto.
Domani, le nozze...
Domani, finalmente.
Ah!...
Poi, è già inteso, in villa, e poi...
poi basta.
- Basta, sí: eccetto se io non giudicherò che mi sia piú espediente crepare, che aver pazienza fino allora.
- Ma che ti scappa...
Ridi con me, via! sii felice con me! Scusami, neanche il mese della cosí detta luna di miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato l'asino, come suol dirsi, e ti confondi per la coda?
- L'asino non me lo sono mangiato: l'ho fatto, con te, tre mesi.
- Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te ne penti e perciò non te ne resto grato.
- Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo, ascoltando le vostre amorose scempiaggini, assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcinature da scimmiotti innamorati?
- Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! E come se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro gl'innamorati non siano le cose piú rispettabili di questo mondo! Va' là, va' là...
Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia? Pure una volta, se non mi sbaglio, t'ho inteso dire che nulla ci è al mondo di maggior soddisfazione, che fare gli altri contenti...
- Sí, ma ho anche detto, se non m'inganno, che nulla ci fa gli altri piú cari quanto l'esser questi o il mostrarsi contenti di noi.
E tu non ti contenti mai.
- Non è vero.
Forse non lo mostro, perché tu non pretenda poi soverchio compenso.
Ma ti ripeto, in questi tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto proprio contento di te.
E anche lei, anche lei, contentissima, come certamente ti sarai accorto.
Anzi, sai? i parenti, nel vederti cosí buono e ragionevole, quasi quasi mi han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser io, perché opinano che, volendo, dice...
potrei agevolmente persuaderti di pensare un po' piú al sodo, ora che si prende moglie, lasciando, dice...
per esempio, codest'arte, che non è da guadagnare...
Si sbagliano, eh purtroppo, di grosso..
tu lo sai; tuttavia io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono difeso.
Ho soltanto promesso.., che mi sarei provato.
- Non t'arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo proposito.
- Lo so! sarebbe inutile.
Fortuna intanto, dico, che non siamo costretti a far pane del nostro tempo.
Quantunque, d'altro canto, chi sa che non saremmo stati meno infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo tavolino da studio, piuttosto che un bancone d'alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar lagrime d'angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano.
Lasciamo questo discorso.
Hai visto che bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha voluto metterti su uno scrittojo come quello che hai descritto nel tuo ultimo libro.
Io, per ingraziarmi i parenti, ho finto d'oppormi, facendole osservare che la bella mobilia, chi la descrive, ci vuole un po' di gusto, di carta e d'inchiostro; chi poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini.
Ma, infine, ho lasciato fare per ingraziarti lei, invece.
E di' la verità, non ne sei anche tu contento, ora?
- Sí, poverina, è buona o, almeno adesso, pare.
Ma io penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi piú che mai nato e fatto per la solitudine.
Benché conosca che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri agli altri leggiero, pure questa volta peggio che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri la stimeranno qual'è per me, tu stesso voglio mi sia testimonio ch'io non c'entro affatto.
E per ciò non voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia previsione, sarai d'ora in poi piú infelice che fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non avrà piú a lodarsi della nostra compagnia.
- Ho bell'e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi il cuore.
Sarà meglio andare a letto a dormire.
- Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz'altro affare, che dormire e mangiare.
- Meglio che ascoltar te, si capisce.
- Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.
- Io, tranne quella che mi parla dell'imminente gioja, e codesta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento altre voci.
- Se prestassi un po' piú d'ascolto alla tua coscienza, ne udresti un'altra che ti dice: - Hai pensato a qual catena stai per legar la tua prole?
- Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti...
- È pur tanto facile ammettere che debba venirne.
- Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.
- Sta' a vedere.
Che tu, da parte tua, ti proponga d'esser ottimo padre di famiglia, - non dubito.
Ma siamo alle solite: hai tenuto conto di me?
- E che ti proponi tu di essere?
- Lasciami dire.
Hai sognato e sogni una vita, che consista d'amore, di pace lieta e sincera.
- Sperabilmente.
- Passi per l'amore, finché durerà; ma la pace? In casa tua dovrò abitar pure io...
- Eh lo so!
- Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello scrittojo soltanto...
- Lo so!
- Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...
- Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, e vuoi che non lo sappia?
- Bene, io dico, e la pace allora?
- Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della nostra letizia raccolta? Sarebbe pure un dolce spettacolo...
- Non dico di no.
Ma potrai far tu che una grave ombra non cada su la tua casa dalla naturale mia infelicità, a intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie, ogni qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà dagli altri, che neanche possono intenderle?
- Stiamo per prendere, o se piú ti piace, sto per prendere moglie appunto per questo, mi pare! Per usar cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua naturale infelicità.
- E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il portarci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior considerazione e piú amore per me, avresti inteso che il men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere non attendere ad altro, né ad altri pensare, fuor che a me.
- Mio dovere, insomma, sacrificarmi?
- Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fiducia in me.
Ma di questa mancanza non ti fo torto.
Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su questa terra e cosí solo, che intendo come in te sia dovuto nascere, piú che il desiderio, il bisogno di un'amorosa compagnia.
- Manco male!
- Se non ti scuso, vedi bene che neanche ti accuso...
- E allora perché?...
- Sí, sí, tu hai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi altri...
Tu sai trarne il sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di giorno in giorno, con diligenza, piú sicuro riparo contro le avversità della natura, e comodi maggiori.
Io dovrei essere il raggio di sole, l'aria ristoratrice che entra per le finestre aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del formicajo.
Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest'ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle...
Alla mia solitudine di gelo,
al mio sgomento, al mio lento morire
parla ne le stellate notti il cielo
d'altre arcane vicende da subire,
sempre dentro al mistero e in questo anelo.
"E fino a quando?" l'anima sospira.
Infinito silenzio in alto accoglie
la sua dimanda.
Pur tremarne mira
le stelle in ciel, quasi animate foglie
d'una selva, ove arcano alito spira.
- Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non direi che siano sbocciati per la fausta occasione...
Ohé, discendi dal cielo, te ne prego...
Io me ne sto qui alla finestra, e abbrezzo.
Non vorrei prendere un raffreddore giusto questa sera...
- Risponderesti domani con uno sternuto invece del sí sacramentale.
- Senza scherzi, senza scherzi...
Chiudiamo.
E prima che il fuoco si spenga nel caminetto, Occupiamo, se non ti dispiace, questo restante della notte a distruggere le carte e le reliquie compromettenti della prima nostra giovinezza che si chiude con questa sera.
IV
IN SOCIETÀ
(Salotto in casa X.
Salotto "intellettuale".
La marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare: che è una bella donna.
Quarantamila lire di rendita.
Stampa novelle e variazioni sentimentali - le chiama cosí, lei - su le principali riviste.
Non è raro, ogni sabato, trovare tra i commensali della marchesa i direttori di queste riviste.
Il marito, l'on.
marchese X, calvo, miope, barbuto, ha quattro legislature, siede a Destra, ma è - s'intende - liberale e democratico anche lui.
Collezionista appassionato, possiede come S.M.
un prezioso medagliere.
Non ne è però molto geloso.
Prova ne sia, che ha regalato piú d'una bella medaglia a scrittori ben noti, ammiratori della moglie.
Frequentano il salotto molte dame dell'aristocrazia e signore patronesse della Società per la coltura della donna, senatori, deputati, letterati e giornalisti scelti.
A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per entrare nel novero di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare che l'invito non gli abbia recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di cui il Gran Me s'è stizzito.
Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e palpitante nella sua arditissima eppur non indecente scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo di volo qualche accenno al Gran Me, che ne arrossisce, mentre il piccolo me - pronto sorriso e gesto vivo - si inchina.
Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al piccolo me:)
- Dove prenderai posto, adesso?
- Aspetta: lasciami guardare.
Ma fatti animo! Mi sembri ancora sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha tolto in sala il soprabito.
Bada che se vuoi darti un contegno, sarà peggio.
- Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai impiccato in un solino piú alto di te, mi ha parlato come un fantoccio...
- Sú, sú, pazienza! Composto, sú! Si accorgeranno, perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...
- E che vuoi che me n'importi? Lo sapevi bene, imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa gente, in questo abbigliamento ridicolo.
Mi farai fare una pessima figura!
- Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere, vedere...
- Come un orso alla fiera?
- Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si dice là in quel gruppo di deputati e giornalisti.
Parlano della rivoluzione russa, compiangono Witte...
Peccato! L'uomo che in pochi giorni, a tavolino, era riuscito a render vane tante strepitose vittorie giapponesi, ora...
"Ma no, signori!." dice il brillante giornalista Kappa.
- "Vi prego di credere che a Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!" - "Oh oh! E chi ha vinto dunque?" - "Ma la sua marsina, signori, la sua marsina! L'ometto giallo, in coda di rondine, voi lo sapete, è compassionevolmente ridicolo..."
- (Kappa ha guardato noi...)
- (Sta: zitto! Ascoltiamo.) - "Signori miei, i Giapponesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo.
Non si spoglia impunemente l'abito consueto..."
- (Senti? Senti?)
- (Sta' zitto!) - "Non si spoglia impunemente il costume nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze naturali, al color della pelle e che so io.
Se il signor Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati innanzi a una scelta di figurine giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei paraventi, pensando come da quelle figurine là, che pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una cosí furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti assai sconcertati e non avrebbero vinto cosí facilmente.
Si sono trovati invece davanti il signor Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri d'un gran signore trattano putacaso un sindaco di villaggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo."
- Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!
- Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la marsina, in fin dei conti.
E credi pure che al giorno d'oggi...
Zitto! Ci s'avvicina un signore...
- Scànsalo! Guarda altrove!
- Sta' fermo! Eccolo qua...
Dice che ti conosce di nome...
che ha letto.
Oh, troppo buono...
troppo buono...
Fammi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci domanda se stiamo a Roma da molto tempo.
Che ce ne sembra? Sú, presto: suggeriscimi una bella frase su Roma...
- Digli che quasi quasi va diventando Parigi.
- Bravo! Senti? Il signore approva...
Sú, a modo! Non sorridere cosí...
Ecco: il signore mi domanda perché sorridiamo.
Egli dice che Parigi però...
- Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un'altra cosa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una - diglielo in francese! Mentre Roma...
già siamo alla terza, e prima che diventi Parigi...
- Adesso sorride il signore! L'hai fatto allontanare...
Ed eccoti un nemico di piú! Auff! Sei incorreggibile davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non ti muovi, se non attiri in nessun modo l'attenzione della gente! Hai da seccar l'anima, dentro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?
- Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?
- Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a conoscere la gente, com'essa è in realtà, non come tu te la fingi.
Mentr'io parlo, e, per non seccare, dico magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza troppa insistenza, ciò che ti sta intorno e, credi a me, troverai da studiare qui con piú profitto, che non su i tanti tuoi libri...
Senti come si sfrottola, come si salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleranze? Idee profonde, no, e nessuna passione, è vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che correttezza squisita di modi e di parole...
Guarda quelle damine là: intellettuali, non si nega; ma che spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano tranquillamente, quasi non avessero il piú lontano sospetto d'esser nude cosí...
E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo momento: "Si tornasse almeno alla foglia di fico! Perché - quanto alla nudità - Dio buono, dopo che abbiamo speso un occhio del capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostrano lo stesso..." - Sú, sú, non affondar troppo lo sguardo! Bisogna godere di questa vista fugacemente, come d'una illusione che passa, d'una fantasmagoria splendida che svapora...
Uh! Guàrdati a quello specchio là...
Sei rosso come un papavero!...
Questo profumo...
Tu ti turbi troppo, eh?, grand'uomo...
Via! via! Un po' d'aria alla finestra...
- Non sarebbe meglio andar via?
- No, vieni qua, vieni qua alla finestra!
- Si respira...
- Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar lugubre...
Guarda quei lampioncini là, e quegli alberetti nella piazza...
il riverbero vacillante del gas sul lastricato...
e quel due lanternini di vettura che s'avanzano lentamente...
Che funebre squallore! - Oh, sú: ci chiamano...
vieni...
La marchesa ci domanda se ci annojamo...
- Ma se mi diverto un mondo!
- Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore.
Parlano del Duchino d'Orléans...
Dicono che comincia a trovar la via per rientrare in Francia, re.
Ha fatto un viaggio al Polo Nord.
Ti domandano che ne pensi...
- Mah! Dev'essere una bella soddisfazione il poter dire: "Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io mi reggo adesso, con la punta d'un piede solo, nientemeno che su l'estremità dell'immaginario asse terrestre.
Non c'è scritto nulla; ma star qua non è precisamente come stare un passettino piú in là.
Qua è il punto vero.
Ghiaccio, sí, qua e là; e un freddo indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui alto, in questo momento, piú di qualunque re sul trono!" Forse il Duchino d'Orléans, raggiunto il polo, si sarebbe contentato di stare un tantino piú basso, sul trono di Francia, stabilmente.
Ma non ci hanno detto i giornali che, invece del polo, egli scoprí un'isola e che la battezzò Terra di Francia? Io non capisco! Terra di Francia, e se ne tornò indietro...
Poteva, intanto - per cominciare - proclamarsi re di quella Francia là...
- Forse ci faceva troppo freddo.
C'è un altro imperatore che non può dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo caldo, invece.
Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del deserto.
- Ma Lebaudy, lui, almeno, s'è proclamato imperatore...
- Bravo! Vedi? Hai fatto ridere quelle belle signore...
Se tu volessi...
Piano! Che avviene? Si alzano...
- Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non sento ragione...
Andiamo via!
- Orso, non si balla! Non senti? La signorina B.
sonerà: adesso si fa pregare.
Ha le mani diacce, poverina, non può! Guarda, guarda: un giovanotto le propone di riscaldargliele, battendogliele forte forte...
Oh Dio, e lei ci crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si storce tutta...
Ah, ecco: le amiche la trascinano al pianoforte...
- Musica moderna?
- Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera.
Sta' a sentire.
Poi applaudiremo.
- Imbuisci a vista d'occhio, caro mio: mi fai spavento!
- Coraggio, via! C'è peggio di me...
Guarda come sono tutti intenti, ora, e assorti...
Che silenzio! Ma guarda lí, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia rossa come una palla meditabonda di formaggio d'Olanda...
È in pericolo la patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che è veramente splendida stasera, come una dea di Rubens...
Ma di' un po', sul serio, non ti diverte questo spettacolo?
- Molto! Senti: méttimi una mano innanzi alla bocca.
- Perché? Che fai?
- Méttimi subito una mano innanzi alla bocca...
- Sbadigli?
- Sbadiglio.
CHI FU?
Ditelo voi chi fu, se quel che dico io vi deve soltanto far ridere.
Ma liberate almeno Andrea Sanserra che è innocente.
All'appuntamento egli è mancato; lo ripeto per la centesima volta.
E ora parliamo di me.
Prova della mia reità sarà forse l'essere io tornato a Roma in ottobre, è vero? mentre negli altri anni io sono stato sempre solito di venirci una volta sola, e per il mese di giugno.
Ma non volete dunque tener conto che in quest'ultimo giugno andò a monte il mio fidanzamento? A Napoli, dal luglio all'ottobre, fui come pazzo; tanto che il mio capo-ufficio volle darmi per forza un altro mese di licenza, giusto in ottobre.
Il sogno mio, il sogno mio di tant'anni era crollato! E mente per la gola chi afferma che a Napoli mi fossi dato al vino, per dimenticare.
Vino, non ne ho mai bevuto.
Avevo qui un male, qui, alla testa, che mi dava il farnetico, il capogiro e i conati della vomizione.
Ubbriaco, io? Ma già, che meraviglia, se ora si tenta di far credere che mi finga pazzo per iscusarmi? Invece, m'ero dato alle...
sí, alle facili avventure, scioccamente, per prendermi una rivincita, anzi una vendetta della coscienza, della fedeltà, dell'astinenza mia di tant'anni.
Questo sí; e in questo, ne convengo, ho ecceduto.
A Roma, in casa di mia madre, rivedo, dopo sett'anni, Andrea Sanserra tornato da due mesi dall'America.
La mamma m'affida a lui.
Eravamo cresciuti insieme, da ragazzi, e ci conoscevamo meglio che non ci conoscesse la poveretta che nella santità dei suoi pensieri faceva di noi miglior conto, che in realtà non meritassimo; ci credeva due angeli, a ventisei anni! Ma in questa buona opinione l'avevo indotta io per il modo di vita da me tenuto nei cinque anni del mio fidanzamento.
Basta.
Con Andrea seguitai per la trista via in cui da tre mesi m'ero messo a Napoli.
E ora vengo al fatto.
Una sera egli mi propone...
Premetto che il Sanserra non conosceva la persona di cui ora debbo dire; ne aveva soltanto inteso parlare da altri.
Mi propone, dicevo, di far conoscenza con una - si esprime cosí - specialità del genere.
Mi parlò...
non saprei ridirvelo; ho soltanto l'impressione suscitatami dalle sue parole: una camera al bujo, con un gran letto, e a piè del letto un paravento; una fanciulla avvolta in un lenzuolo, come una fantasima; dietro il paravento una vecchia zia della fanciulla, che faceva la calza, seduta accanto a un tavolinetto tondo, con un lume che projettava sul muro, ingrandita, l'ombra della vecchia con le mani agili in moto.
La ragazza non parlava, e si lasciava appena vedere in volto; parlava invece la zia, raccontando ai pochi fidati clienti un mondo di miserie: la nipote fidanzata con un ottimo giovane, che aveva un impiego lucroso, di fiducia, nell'alta Italia: il matrimonio, andato a monte per la dote: dote che c'era, ma che una sciagura di famiglia aveva ingojata..
Bisognava rifarla, e in pochissimo tempo, prima che l'ottimo giovane venisse a sapere...
- Sú l'uscio di quella camera - concluse Andrea Sanserra - si può scrivere: Spasimo.
Naturalmente, fui tentato.
E con Andrea ci demmo appuntamento per la sera dell'indomani, alle otto e mezza, fuori porta del Popolo.
Egli abita in via Flaminia.
La casa delle due donne è in via Laurina; il numero non lo rammento piú.
Fu una sera di sabato, e pioveva.
La via Flaminia s'allungava diritta, fangosa, rischiarata qua e là dai fanali, il cui lume a tratti balzava e s'oscurava sotto i colpi del vento, che a le mie spalle agitava gli alberi foschi di villa Borghese battuti dalla pioggia.
Pensai che non sarebbe piú venuto, con quel tempaccio; pure non sapevo decidermi ad andar via, e rimanevo perplesso a guardare i fili d'acqua che mi cadevano intorno dall'ombrello.
Recarmi solo in via Laurina? No, no...
Una nausea profonda della vita che conducevo da tre mesi mi vinse, in quel punto.
Ebbi vergogna di me, abbandonato lí sú la via del vizio, dal compagno.
Pensai che Andrea probabilmente era andato a passar la serata in un'onesta casa, non sospettando ch'io fossi cosí corrotto da tener l'appuntamento con quella sera da lupi.
Eppure, no, - pensai; - piú che corrotto, io sono misero.
Dove potrei andare io, adesso? E mi sovvennero le sere tranquille e beate, con la mia gioja accanto, la precedente mia vita, la casetta di lei.
Ah, Tuda! Tuda! - A un tratto, dall'arco centrale della porta, ecco un vecchietto sguisciar curvo, con un mantello che gli scendeva fino alla noce del piede.
Reggeva con ambedue le mani un ombrellaccio sdrucito.
Andava, quasi portato dal vento, in giú, per via Flaminia.
Aguzzo gli occhi...
Un brivido mi corre per tutta la persona.
Il signor Jacopo, Jacopo Sturzi, il padre di Tuda, della mia fidanzata!...
Ma se io, io stesso, con queste mani, un anno addietro, lo avevo composto nella bara e accompagnato a Campo Verano? Pure, eccolo lí: mi passa dinanzi, oh Dio!...
E si volta a guardarmi, e piega da un lato la testa, come per farmi vedere un sorriso.
E che sorriso! Resto inchiodato al suolo, in preda a un tremor convulso, cerco di gridare, ma la voce non m'esce dalla gola.
Lo seguo un tratto con gli occhi; alfine riesco a svincolarmi dalla paura e mi lancio dietro a lui.
Credetemi, vi prego.
Io non sono capace d'inventare una cosa simile.
Non saprei riferirvi parola per parola quel che mi disse; ma comprenderete agevolmente che certe idee non possono uscire dal mio cervello, perché Jacopo Sturzi, quantunque uomo intemperante assai, fu un vero filosofo, filosofo originalissimo, e mi ha parlato col senno dei morti.
Lo raggiunsi, mentre già stava per posar la mano piccola e tremula su la gruccia della porta a vetri d'una osteria.
Si volse di scatto, mi prese per un braccio e, trascinandomi in giú, nell'ombra, fece:
- Luzzi, per carità, non dire che son vivo!
- Ma come...
lei? - balbettai.
- Sí, son morto, Luzzi - soggiunse; - ma il vizio, capisci, è piú forte! Mi spiego subito.
C'è chi muore maturo per un'altra vita, e chi no.
Quegli muore e non torna piú, perché ha saputo trovar la sua via; questi invece torna, perché non ha saputo trovarla; e naturalmente la cerca giusto dove l'ha perduta.
Io, per esempio, qui, all'osteria.
Ma che credi? È una condanna.
Bevo, ed è come se non bevessi, e piú bevo, e piú ho sete.
Poi, capirai, non posso concedermi troppe larghezze...
E, strofinando insieme l'indice e il pollice della mano destra, contrasse il volto in una smorfia, intendendo con quel gesto significare: Quattrini non ne ho.
Io lo guardavo stupito.
Sognavo? E mi venne alle labbra questa sciocca domanda:
- Ah, giusto! E come fa?
Egli allora sorrise, posandomi una mano su la spalla; poi rispose:
- Se sapessi!...
Ho cominciato, fin dal domani del mio seppellimento, col rivendermi la bella corona di porcellana che mia moglie mi aveva fatto collocar su la tomba, col motto in mezzo: Al mio adorato consorte.
Certe bugie noi morti non possiamo soffrirle.
Me la son rivenduta per poche lire.
Tirai avanti cosí una settimana.
Non c'è pericolo che mia moglie venga a farmi qualche visita e s'accorga che la corona non c'è piú.
Ora gioco a carte qui con gli avventori, vinco, e bevo a costo di chi perde.
Insomma...
un'industria.
E tu che fai?
Non seppi rispondergli.
Lo guardai un istante, poi ebbi un impeto di pazzia e lo afferrai per un braccio:
- Dimmi la verità! Chi sei? Come sei qui?
Non si scompose; sorrise:
- Ma se tu, da te stesso, m'hai riconosciuto!...
Come son qui? Te lo dirò.
Ma prima entriamo.
Non vedi? Piove.
E m'attirò nell'osteria.
Lí mi forzò a bere, a ribere, certamente con l'intenzione d'ubbriacarmi.
Tanto era il mio stupore e tanto lo sgomento, che non seppi ribellarmi.
Non bevo vino; eppure ne bevvi non so piú quanto.
Ricordo: una nube soffocante di fumo; il tanfo acuto di vino; il sordo acciottolio di stoviglie; l'odor caldo e grave di cucina; i sommessi borbottii di voci rauche.
Curvi, quasi volessero rubarsi il fiato l'un l'altro, due vecchi giuocavano a carte lí accanto, tra grugniti di rabbia o di consenso degli spettatori intenti e addossati alle loro spalle.
Dal tetto basso, un lume a sospensione aduggiava la sua giallezza tra la densa nube.
Ma quel che maggiormente mi stupiva era il vedere che, tra tanti, nessuno sospettava che lí dentro c'era un estraneo alla vita.
E guardando or questa, or quella persona, mi veniva la tentazione d'indicarle il mio compagno e di dirle: - Costui è un morto! - Ma allora, quasi mi leggesse sulle labbra questa tentazione, Jacopo Sturzi con le spalle appoggiate alla parete e il mento sul petto, sorrideva senza levarmi gli occhi d'addosso, occhi infiammati e pieni di lacrime! Anche bevendo mi guardava.
A un tratto si riscosse e cominciò a parlarmi a bassa voce.
Già la testa mi girava pei vapori del vino; ma quelle parole strane sulle cose della vita e della morte, me la facevano girar peggio Se ne accorse e, ridendo, concluse:
- Non son cose per te.
Parliamo d'altro.
Tuda?
- Tuda? - io feci.
- E non lo sa? Tutto è finito...
Egli accennò di sí piú volte col capo; poi, invece disse:
- Non lo sapevo.
Ma hai fatto bene a romperla.
Di', per causa della madre, è vero? Amalia Noce, mia moglie, pessima creatura! come tutti i Noce! Io, guarda...
Si tolse il cappello, lo posò sul tavolino, e battendosi una mano su la fronte calva, e strizzando un occhio:
- Due volte: - esclamò - la prima nel 1860; poi nel 75.
E metti che non era piú fresca, sebbene ancora bellissima.
Ma di questo non posso piú lagnarmi: la perdonai; e basta.
Figlio mio permetti che ti chiami cosí? - figlio mio, credimi: ho cominciato a respirare soltanto appena morto.
Infatti, mi occupo forse piú di loro? Né della madre né della figlia.
E neppur della figlia, per causa della madre.
Voglio dirti tutto: so come vivono.
Potrei, senti, non visto, come fanno molti altri nel mio stato, recarmi in casa loro, di tanto in tanto, e provvedermi furtivamente d'un po' di denaro.
Ma no; di quel denaro io non ne rubo! Lo sai, lo sai come vivono?
- Come? - risposi.
- Non ho piú chiesto notizie di loro.
- Va' là! lo sai - riprese egli.
- Te l'hanno detto jeri sera.
Feci, esitando, un cenno interrogativo cogli occhi.
- Sí; dove volevi andare prima di vedermi!
Balzai in piedi, ma non mi ressi e caddi sui gomiti sopra il tavolino, gridandogli:
- Sono loro? Tuda? Tuda e la madre?
Mi afferrò per un braccio, mettendosi l'indice a traverso le labbra.
- Zitto! Zitto! Paga, e vieni con me.
Paga, paga.
Uscimmo dall'osteria.
Pioveva piú forte; il vento cresciuto, saettandoci l'acqua in faccia, quasi c'impediva d'andare.
Ma quegli mi trascinava pel braccio via, via, contro il vento, contro la pioggia.
Cempennante, ebbro, con la testa in fiamme e piú pesante del piombo, io gemevo: - Tuda? Tuda e la madre? - La figura di lui ammantellato mi si confondeva nell'ombra violenta con l'ombrello ch'egli sorreggeva alto contro la pioggia, e diveniva enorme agli occhi miei, come un fantasma d'incubo, che mi trascinasse verso un precipizio.
E là, con uno spintone, mi cacciò dentro il portoncino bujo, urlandomi all'orecchio: - Va', va', da mia figlia!...
Ora io ho qui, qui nella testa, soltanto gli urli di Tuda avviticchiata al mio collo, urli che mi spezzavano il cervello...
Oh! fu lui, torno a giurarlo, fu lui, Jacopo Sturzi!...
Lui, lui strangolò quella strega che si spacciava per zia...
Se non l'avesse fatto lui, però, l'avrei fatto io.
Ma l'ha strozzata lui perché ne aveva piú ragione di me.
NATALE SUL RENO
Bonn am Rhein, 1890
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- La mamma, - gridò Jenny entrando esultante nella mia camera e battendo le mani - la mamma acconsente per te!
Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco, in cui stavo da circa un'ora tutto ristretto in me dal freddo, con le mani e i piedi al caldo alito del camino, e l'anima...
oh, l'anima, chi sa dir dove se ne vada in certi momenti, quasi alienata dai sensi, inerti, mentre gli occhi par che guardino e pur non vedono?
- Uh! - riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio freddo.
- Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse davvero caduta qui!
E cosí dicendo, mi scompigliò su la testa i capelli.
Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra le mie:
- Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma?
- A festeggiare il Santo Natale! - esclamò Jenny, riprendendo la vivacità, con cui era entrata in camera mia, e nascondendo in quella la confusione che provava nel sentirsi stringere le mani da me.
- Compreremo un bell'abetino, alto...
alto...
lasciami dir come...
- Come? - le domandai io sorridendo, tenendole vieppiú strette le mani.
Ma ella ne svincolò una, e fece tosto:
- Alto cosí!
- Oh brava! Sarà bello...
- Quanto tu sei brutto...
Non si scherza, sai, su queste cose...
Lasciami quest'altra mano...
A che pensavi?
Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro per le nari.
Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o sentivo io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale cadenzato d'una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di pianto che avevo dentro di me, e che certo, per il groppo che mi stringeva la gola, prima che la via delle labbra, avrebbero trovato quella degli occhi? Era gonfia quella zampogna lontana dei profondi sospiri della mia intensa malinconia? E quel fuoco innanzi a me non era la gregal fiammata di fasci d'avena innanzi a un rustico altarino in una piazza della mia lontanissima città natale, nelle rigide sere della pia novena? Tintinnava l'acciarino? Sonava davvero, lontano lontano, la zampogna?
Come talvolta, anzi spesso, in questa società arriviamo finanche a vergognarci della dignità dell'anima nostra, cosí un certo pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare anche a una gentile persona, intima nostra, certi sentimenti che, sembrandoci troppo squisiti e quasi puerili per la delicata loro innocenza, sospettiamo potrebbero essere accolti con dileggio o, nella migliore ipotesi, non apprezzati, essendo nati in noi da specialissime condizioni di spirito.
Per ciò non dissi a Jenny quel che pensavo.
- Questo vento mi opprime! - dissi invece.
- Non posso piú sentirlo...
Tutto il giorno cosí, a lamentarsi entro la mia stanza per la gola del camino...
Di sera poi, tu intendi, nel silenzio, nella solitudine, riesce proprio intollerabile...
- Ho capito! - fece allora Jenny, prendendo una seggiola.
- Eccomi accanto a te, brontolone! Via, via, un altro tizzo per me, nel camino! Aspetta!...
lo piglio io: tu sei tutto imbacuccato...
Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai inteso! E acconsente per te! Son due anni, te l'ho detto, che non si festeggia piú il Natale in casa nostra.
Quest'anno vogliamo compensarcene: figúrati come saranno liete le bambine!...
Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle uterine.
Il Natale non si festeggiava da due anni in casa L*** in segno di lutto per la violenta morte del secondo marito della signora Alvina, madre di Jenny.
Il signor Fritz L***, dopo una vita disordinatissima, s'era ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, in Neuwied su la riva destra del Reno.
Jenny mi aveva narrato piú volte i truci particolari di questo suicidio, seguito a una serie di orribili scene in famiglia, e mi aveva rappresentato con tanta evidenza la figura e i modi del patrigno, che a me sembrava quasi di averlo conosciuto.
Avevo letto la sua ultima lettera alla moglie, da Neuwied, ove erasi recato per porre in effetto l'orrendo proposito; e non ricordavo d'aver letto mai parole d'addio e di pentimento piú belle e piú sincere.
È fama che da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro punto delle contrade del Reno, il levar del sole.
"Ho veduto tutto e tutto provato, - scriveva alla moglie il marito - tranne una cosa sola: in quarant'anni di vita non ho mai veduto nascere il sole.
Assisterò domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima mi promette incantevole.
Vedrò nascere il sole, e sotto il bacio del suo primo raggio chiuderò la mia vita."
- Domani compreremo l'albero...
- continuò Jenny.
- Il tino c'è, è sú nell'abbaino, e debbono esserci dentro i lumicini colorati, i festelli variopinti, come li ha lasciati lui l'ultima volta.
Perché, sai, l'albero ogni vigilia, lo adornava lui, di nascosto, nella sala giú, accanto a quella da pranzo; e come sapeva adornarlo bene per le sue bambine! Diventava buono una volta all'anno, di queste sere qui.
Jenny, turbata dal ricordo, volle nascondere il volto appoggiando la fronte sul bracciuolo della mia poltrona, e certo, in silenzio, pregò.
- Cara Jenny! - feci io, intenerito, posando una mano sul suo capo biondo.
Quando ella si rialzò dalla preghiera, aveva gli occhi pieni di lacrime; e, sedendo novamente accanto a me, disse:
- Diventiamo buoni tutti, quando è prossima la Santa Notte, e perdoniamo! Divento buona anch'io, che pure dico sempre di non sapergli perdonare lo stato in cui ci ha ridotte...
Non ne parliamo! Domani, dunque, senti; andrò prima da Frau R***, qui accanto, per una grembiata d'arena del suo giardino: ne riempiremo il tino e v'infiggeremo l'abete, che ci porteranno domattina per tempo, prima che le bambine si sian levate da letto.
Non debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami, e pomi e noci: i fiori ce li darà Frau R*** dalla sua serra...
Vedrai, vedrai, come sarà bello il nostro albero...
Sei contento?
Io feci piú volte cenno di sí col capo.
E Jenny sorse in piedi.
- Lasciami andar via, adesso...
A domani! Altrimenti il tuo vicino farà cattivi pensieri sul conto mio.
È lí, sai, in camera sua, e avrà certo udito, che sono entrata da te...
- Ci sarà anche lui per la festa? - domandai io contrariato.
- Oh no! Vedrai, egli se n'andrà a far baldoria co' suoi degni socii...
Addio; a domani!
Jenny scappò via in punta di piedi, richiudendo pian piano l'uscio.
E io ricaddi in preda ai miei tristi pensieri, finché il grido lamentoso intollerabile del vento non mi cacciò dal canto del fuoco.
Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora, turbinosamente.
Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell'appannatura mi ridestò d'improvviso un ricordo degli anni miei primi, quand'io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo cosí, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata...
*
Comprammo il domani l'albero sacro alla festa; poi salimmo nell'abbaino per veder quanta parte degli ornamenti rimasti lassú poteva ancora servirci, prima d'uscire a comprarne di nuovi.
Era in un canto bujo il vecchio abetino di tre anni addietro, tutto stecchito, come uno scheletro.
- Ecco, - disse Jenny - questo è l'ultimo albero, ch'egli adornò.
Lasciamolo lí, dove lui l'ha lasciato; cosí non avrà in tutto la sorte dell'abetino di Giovan Cristiano Andersen, che finí tagliuzzato sotto una caldaja.
Ecco qui il tino.
Vedi: è pieno; speriamo che l'umido non abbia tolto il lucido e il colore ai globetti di vetro, ai lumicini.
Era ogni cosa in buono stato.
Piú tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i giocattoli e i dolci.
Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo intenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore della natura a render la festa del Natale in questi paesi piú raccolta e profonda, piú soavemente malinconica e poetica e religiosa, che da noi!
La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la stanza accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo portar giú dalla serva il tino; lo collocammo presso un angolo e lo riempimmo d'arena intorno al fusto dell'albero.
Lavorammo fino a tarda notte a parar l'abetino, che pareva contento di tutti quegli ornamenti, e che si prestasse riconoscente alle nostre cure amorose, protendendo i rami per regger le collane di carta dorata e argentata, i festelli, i globetti, i lumicini, i panierini di dolci, i giocattoli, le noci.
- No, queste noci, no! - pensava forse l'abetino.
- Queste noci non m'appartengono: sono frutti d'un altr'albero.
Ingenuo abetino! Tu non sai ch'è l'arte nostra piú comune, questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non abbiamo scrupolo, troppo spesso, d'appropriarci il frutto dei sudori altrui...
- Aspetta: la cometa! - esclamò Jenny, quando l'albero fu tutto parato.
- Dimenticavamo la cometa!
E in cima all'albero io appiccicai, con l'ajuto della scaletta, una stella di carta dorata.
Ammirammo a lungo l'opera nostra; poi chiudemmo a chiave l'uscio della stanza, perché nessuno il domani vedesse prima di sera l'albero adorno, e andammo a letto ripromettendoci pel domani in compenso del freddo, della veglia e della fatica, le lodi della madre e la gioja delle bambine.
Invece...
Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato, per le sue povere bambine, non doveva la sera dopo mettersi a piangere, come fece, quella buona signora Alvina alla vista dello splendido albero illuminato su quel tappeto di fiori!
Era andato cosí bene, fino all'ultimo servito, il pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e l'oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s'eran messe dietro l'uscio della stanza, ove sorgeva l'albero, e con le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico:
Stille Nacht, heilige Nacht...
Non dimenticherò mai piú quell'albero di Natale, ch'io adornai per altri piú che per me, e quella festa terminata in pianto, né mai, mai si cancellerà dagli occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo! il babbo! mentre l'albero sacro, carico di giocattoli, illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori.
SOGNO DI NATALE
Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione.
Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.
Era festa dovunque; in ogni chiesa, in ogni casa; intorno al ceppo, lassú; innanzi a un Presepe, laggiú; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori...
E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte.
E mi pareva di andare frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: "Buon Natale!" e sparivo...
Ero già entrato cosí, inavvertitamente, nel sonno e sognavo.
E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrare Gesú errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo Natale.
Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul manto e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l'immagine di lui m'attrasse cosí, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola.
A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m'arrestai.
Subito allora Gesú si sdoppiò da me, e proseguí da solo anche piú leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesú, come un fantasma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava su un'alta siepe di rovi, che s'allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura.
E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant'egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell'immenso arco dell'orizzonte.
Si mise Gesú per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesú si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d'una grande città.
Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case piú umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari, non dava pretesto a gozzoviglie.
- Non dormono...
mormorava Gesú, e sorprendendo alcune rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate nell'interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l'impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro io son morto...
Andammo cosí, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesú innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch'ero la sua ombra per terra, non mi disse: - Alzati, e accoglimi in te.
Voglio entrare in questa chiesa e vedere.
Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d'oro alla vôlta, piena d'una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l'altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d'incenso.
Al caldo lume dei cento candelieri d'argento splendevano a ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.
- E per costoro - disse Gesú entro di me - sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.
Uscimmo dalla chiesa, e Gesú, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:
- Cerco un'anima, in cui rivivere.
Tu vedi ch'io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare anche la notte della mia nascita.
Non sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via.
Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi di allettare il tuo stolto soffrire per il mondo...
Cerco un'anima in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona volontà.
- La città, Gesú? - io risposi sgomento.
- E la casa e i miei cari e i miei sogni?
- Otterresti da me cento volte quel che perderai - ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fiso con quegli occhi profondi e chiari.
- Ah! io non posso, Gesú...
- feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l'impressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita.
È qui, è qui, Gesú, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.
LE DODICI LETTERE
Appena richiusa la porta, dopo un ultimo inchino e un sorriso affettato alla bionda e grassa e pur tanto afflitta signora Baldinotti, Adele Montagnani trasse un sospiro di sollievo, e rientrò in salotto a guardar l'orologio su la mensola.
Lesta lesta, come se qualcuno potesse spiarla, si rassettò un po' i capelli, avanti e dietro, e la fioritura dei bianchi merletti, di cui era guarnita la veste intorno alla gola.
Tra pochi minuti il Rossani sarebbe arrivato.
In attesa di questa visita, Adele non aveva chiuso occhio la scorsa notte, e tutta la mattina era stata in preda a vivissima agitazione, cresciuta nell'ultima ora e divenuta angosciosa all'annunzio dell'importuna visita della Baldinotti.
Per fortuna costei era andata via in tempo.
Fortuna davvero, perché la povera signora (fra l'altro un po' sorda) era famosa per la lunghezza delle sue visite, e non era affatto capace d'intendere se e quanto, in certi momenti, riuscisse altrui d'impaccio.
Ora Adele, liberata da questo pericolo, poté ridere al solito delle dolorose e pur cosí buffe confidenze della buona signora.
La quale, spinta da brevi acconce domande o da qualche esclamazione di compianto o di sorpresa, svelava segreti e particolari cosí intimi della vita coniugale, che era proprio uno spasso a sentire.
Adele ogni volta pigliava a godersela, quanto piú poteva e sapeva, per trarre poi dalle confidenze di questa infelice piccante materia per la conversazione con le amiche.
- Dio me lo perdoni! - fece tra sé, terminando di ridere; ma subito un nuovo scoppio di risa le sopravvenne.
La signora Baldinotti si lusingava d'impedire i molteplici e sfacciati tradimenti del marito (che aveva otto anni meno di lei), parandosi e acconciandosi con straordinario lusso non piú conveniente né all'età né al suo corpo, e di gusto assai dubbio.
E confessava: - Le pare, signora mia, che vestirei cosí e spenderei tanto per me, se non avessi il marito giovine? E non per tanto, che crede? rimango vestita e pettinata cosí ad aspettarlo, signora mia, fino a mezzanotte, alle due, alle tre, fino all'alba, fino all'alba tante volte!...
E, cosí dicendo, la povera signora aveva le labbra e il mento convulsi e gli occhi pieni di lagrime.
L'orologio su la mensola sonò le quattro.
Adele scacciò dal pensiero la comica figura della Baldinotti, e si preoccupò di nuovo dell'imminente visita del Rossani.
L'incarico che ella si era assunto cominciava a parerle difficilissimo.
Ma era il ricambio di un servigio resole da una amica, che lo stesso incarico si era assunto per lei e felicemente l'aveva disimpegnato.
- Vedrai, il forte è mettercisi.
Io ho usato la mia arte; tu non mancherai di usar la tua che è molto piú fina della mia, - le aveva detto il giorno avanti Giulia Garzía, licenziandosi.
L'ultima frase aveva molto solleticato l'amor proprio di Adele, che tanto studio e tanto impegno aveva messo per procacciarsi in società la reputazione di signora di spirito.
Si trattava di ottener dal Rossani la restituzione delle dodici lettere che Giulia Garzía gli aveva scritte nei due anni della loro relazione cosí detta amorosa, troncata da circa tre mesi, dopo una lunga serie di scene disgustose per entrambi.
Lo stesso servizio Giulia aveva reso a lei, ottenendo cioè la restituzione delle lettere molto piú numerose, che ella in un tempo molto piú breve aveva scritte a Tullio Vidoni, allontanatosi poco tempo addietro da lei con la perfida scusa che non gli reggeva piú il cuore d'ingannare un intimo amico, quasi un fratello: Guido Montagnani.
Le due rotture erano avvenute quasi contemporaneamente, e le due amiche si erano a vicenda confortate e a vicenda or s'ajutavano.
Alle quattro e dieci minuti Tito Rossani entrava nel salotto di Adele, rassegnato a subir le mille punzecchiature della presuntuosa arguzia di lei, proprio come se dovesse entrare in un alveare, e quel dar del voi, alla francese, che la Montagnani usava con tutti gli amici, indistintamente, giojellando anche di motti francesi la sua ciancia, come se i motti italiani corrispettivi fossero gemme false o volgari.
- Oh, eccovi, finalmente!
- Il Rossani s'inchinò e, porgendo la mano, rispose all'esclamazione:
- Puntualissimo!
- Non in grado superlativo, per dir la verità.
Ma basta...
sedete...
qua qua, accanto a me...
Avete paura?
- Un coraggio da San Sebastiano, signora.
Eccomi accanto a lei, pronto a ricevermi quante frecciate le piacerà di regalarmi.
E, sedendo, con un sorriso rassegato sotto i folti baffi tirati in sú, cercò di scorgere la propria immagine nello specchio della mensola.
- San Sebastiano, badate, era bellissimo, almeno secondo i pittori.
- Lo so.
E lei mi consideri come San Sebastiano dal collo in giú.
- Eh no, via...
anche la testa.
Comincio bene? Sentite, Rossani: vorrei farvi la corte.
È permesso? Purché voi, però, non vi accapigliate con mio marito...
- Ah, già...
accapigliarmi...
benissimo - notò Tito, ridendo e passandosi una mano sul capo precocemente calvo, come quello di Guido Montagnani.
E aggiunse: - Sarà alquanto difficile...
- No, no; sul serio: la corte, quantunque sappia che vi sono estremamente antipatica.
Badate, non me l'ha detto nessuno: me ne sono accorta modestamente da me.
- Poca perspicacia, signora mia.
Fra tante belle doti, ecco una facoltà che le manca...
- Come siete gentile...
Sarà! Ma, se mai, non ve ne farei un torto: antipatie, simpatie...
si sentono, non si discutono.
Ammettiamo che non sia vero; dovete allora confessar che vi faccio paura...
Eh sí, via! se, per venire, avete bisogno d'un biglietto d'invito...
Ma non pregiudichiamo la questione.
So, so perché non siete piú venuto; avete fatto malissimo, permettete che ve lo dica.
Non m'interrompete! La vostra assenza è stata molto notata, e a scàpito...
Rossani, mi dispiace di annunziarvelo, a scàpito della vostra fama d'uomo di spirito.
- Ah, - fece Tito.
- Godo anch'io codesta fama? Non lo sapevo.
È usurpata, signora mia! Ne vuole una prova? Le domando senz'altro, perché m'ha fatto l'onore di scrivermi il biglietto che ho ricevuto stamani, e in che debbo servirla.
Adele rimase un po' sconcertata dal tono serio della stringente risposta.
Si provò tuttavia a sfuggire ancora, per preparar meglio l'assalto.
- Non volete credere, dunque, che voglio farvi la corte?
- Sí? Badi, signora Adele, la prendo in parola! E comincio col chiederle...
- Eterno amore?
- No! Dio ne scampi! Sarebbe un'offesa alla natura...
- E allora, scusate, perché...
Entro in confidenza, vedete? Tanto, siamo in flirtation, n'est ce pas?...
Ma non crediate che sia gelosa anch'io.
Dicevo, perché...
Non so dirvelo...
Ecco: perché mostrate cosí duro e ostinato risentimento, per non dir peggio, contro una persona di nostra conoscenza, se considerate davvero come offesa alla natura l'eternità di un amore?
- Non capisco...
- Eh via! Anche duro di mente? Non mi costringete a farne il nome.
Sapete bene che è la piú intima delle mie amiche, posso dire una sorella per me...
- Ah, sí? Ancora? - fece il Rossani, affettando con evidente malizia ingenua sorpresa.
- Come, ancora? - domandò stizzita Adele.
- Ah, noi donne, fra noi, mio caro, non siamo poi mica incostanti, come forse...
- Non credo! Non credo! - insorse Tito, vivacissimamente.
- Non continui...
non credo! Del resto, se è cosí, me ne duole per lei.
Io, per me, non sono solito, le assicuro, di covar rancore contro alcuno; tanto meno poi...
- No, via, Rossani, siate sincero! - interruppe a sua volta la Montagnani.
- Vedete, io vi parlo col cuore in mano; voi invece, con in mano un'arma per difendervi da me.
Siate sincero! E perché dunque...
- Che cosa? Mi permetto di farle notare, ch'io mi stimo fortunatissimo, cara amica, d'essermi sciolto d'una catena che da parecchio tempo Dio sa quanto mi pesava.
Rancore, dunque, perché? Tutt'al piú, se mai, contro me stesso, se fosse possibile...
Sono stato inverosimilmente sciocco...
Vuol ridere? Sa perché ho trascinato cosí a lungo la catena? Perché ho avuto paura per la salute e anche...
sí, e anche per la vita della sua intima amica! Pare impossibile, è vero? Ma sappia per mia scusa...
già lo sa: quella signora mi affliggeva senza tregua con scene di gelosia addirittura feroci, inverosimili...
- Ne aveva ragione, mi sembra!
- Ah, non me ne pento davvero!
- Ecco, ecco come siete voi uomini! scattò sú, vittoriosa, Adele Montagnani.
Ah, mio divino Bourget! Aspettate, Rossani, aspettate!
Balzò in piedi, si recò nell'attiguo studiolo, agitando i gomiti come se volesse volare; tolse da un elegante scaffalino inglese la Physiologie de l'Amour moderne, e rientrò di corsa nel salotto, sfogliando in fretta il libro.
- Dov'è? dov'è? dov'è? Ah, eccolo! È segnato.
Par amour propre simple.
Ecco, leggete; basta il solo aforisma: questo in corsivo.
Tito Rossani s'era alzato per guardarsi e sorridersi allo specchio tentatore su la mensola; tolse in mano il libro e lesse soltanto con gli occhi; poi scosse leggermente il capo, e disse adagio:
- Non è il caso mio.
- Come no? Ce que certains hommes pardonnent le moins à une femme, c'est qu'elle se console d'avoir étée trahie par eux.
- Non è il caso mio, - ripeté, sedendo di nuovo, il Rossani.
- Se veramente c'è qualcuno, a cui io non possa perdonare, eccolo: son io, signora Adele.
E se la sua intima amica s'è cosí presto consolata de' miei tradimenti, tanto meglio o tanto peggio per lei.
Ah, dunque sa anche lei che la sua amica s'è consolata? In tal caso piú che mai debbo ammirare il suo spirito veramente raro.
- Suo, di chi?
- Dico il suo, signora Adele.
- Grazie, ma non comprendo.
Io dico, scusate, e perché non volete allora restituire le lettere che ella vi ha scritte?
- Ah! - esclamò il Rossani.
- Sa anche lei di queste lettere? Perbacco! bisogna proprio convenire che la sua intima amica è andata sbandendo da per tutto il regalo fattomi di questa dozzina di profumati, elegantissimi cartoncini! Che voglia farne un'edizioncina preziosa, fuori commercio, per il pubblico galante: Breve saggio di corrispondenza amorosa d'una signora della buona società? In questo caso me ne farei editore io, a costo di defraudare la collezioncina privata dei manoscritti, che vo raccogliendo per passatempo della mia vecchiaja.
- Ah Rossani! siete un mostro! Parlar cosí...
Chi altri ha potuto farvi cenno delle lettere di Giulia?
- Lei non l'indovina certo, signora Adele disse il Rossani componendo il volto a serietà e impallidendo, ma pur con le labbra tremanti d'un risolino nervoso.
- Lei non può sospettarlo.
Altrimenti, non mi avrebbe tenuto questo discorso.
Ha indovinato?
Adele si cangiò in volto e corrugò le ciglia, come se la vista le si fosse d'un tratto intorbidata.
Bisbigliò un nome:
- Tullio Vidoni?
Il Rossani chinò il capo in risposta, mostrando negli occhi quasi il sogghigno delle labbra non mosse.
Egli solo, il Vidoni, infatti, poteva essere a conoscenza di quelle lettere: il Vidoni, a cui Adele ne aveva parlato senza neanche raccomandargliene il segreto, tanto in lui allora si affidava e rimetteva tutta quanta...
Ah, intendeva ora perché a Giulia era riuscito cosí facile ottener da colui la restituzione delle sue lettere! Egli dunque si era affrettato a rimettere alla nuova amante le lettere dell'antica: e chi sa, chi sa quanto avevano riso insieme di quelle sue espressioni d'amore e di dolore!
Adele si torse in grembo le mani, fin quasi a spezzarsi le dita; sorridendo, tuttavia, pallidissima, coi denti stretti, al Rossani.
- Una scena comicissima, - riprese questi, un po' esitante.
- Se vuole, gliela racconto in due parole...
- Sí, sí, ditemi, ditemi, - s'affrettò a istigarlo Adele, dimostrando, con la voce e con l'ansia, l'interna agitazione e il fremito d'odio e di sdegno.
- Ieri, sul pomeriggio, ero per il Corso, col Vidoni...
Non sospettavo ch'egli fosse già mio...
diciamo cosí, successore.
Tutti e due vediamo, ma facciamo le viste di non accorgerci della signora in discorso, la quale passava in vettura, innanzi a noi.
Notai, è vero, un certo impaccio nel mio amico e come un improvviso impallidire; ma non sospettavo, ripeto, di doverlo compiangere, sapendo come egli fosse a cognizione non solo della mia breve favola d'amore già compita, ma di ben altre favole (chiamiamole cosí) della signora, in Milano, prima che il marito di lei venisse a Roma, senatore, poveretto...
Basta.
- "Ah, è tornata!" - feci io, quasi tra me, sperando, dico la verità, che il Vidoni me ne désse qualche notizia.
Sapevo che tornava anche lui da Milano, dove certamente aveva dovuto vederla.
- Avanti, avanti...
Dunque? - interruppe Adele, a cui la manierata lungaggine del Rossani riusciva ormai insoffribile.
- Ah, lei forse, scusi, aveva notato prima di me qualche accenno di passione in questo signore per la Garzía?
- Io? No...
cioè, voi conoscete quanto me Tullio Vidoni...
l'uomo piú ridicolo che passeggi su la faccia della terra...
Sapete che è affetto di dongiovannite acuta, e che fa il galante con tutte le signore...
Chi può prenderlo sul serio?
- Nessuno, lo so! Ma lui sí, eh perbacco! lui sí l'ha presa sul serio, la cotta...
almeno a giudicare da quel che m'ha fatto.
- Dite che v'ha parlato delle lettere?
- Stia a sentire.
Dopo le mie parole: "Ah 'è tornata!", egli mi dice che la Garzía era in Roma da tre giorni, e che aveva fatto il viaggio in compagnia di lui.
Poi mi spinge a parlarne.
Io, senza sospetto per lui, ma con piú d'un sospetto per altri, confesso d'aver avuto la debolezza di parlare, e non troppo benevolmente, com'ella può immaginare; ma non in virtú di quell'aforisma del suo divino Bourget.
Parlando, comincio però a notare che il volto dell'amico man mano s'infosca...
- "Ma tu soffri, mio caro!" - gli dico allora, per ischerzo.
A questo punto egli scatta, e in termini abbastanza vivaci, osa rimproverarmi di ciò che ho detto o del modo con cui ho parlato.
Io resto goffo, a guardarlo: non credevo ancora ch'egli dicesse sul serio.
Allora lui mi ripete il rimprovero in termini piú vivaci; io, seccato, rispondo, e trascendiamo cosí a un diverbio violentissimo, quantunque a bassa voce.
Basta: gli ho detto sul muso il fatto mio e l'ho piantato lí, in mezzo alla strada...
Adele, agitatissima, si nascose il volto tra le mani, gemendo: - Dio! Dio! - Poi guardò il Rossani, stravolta e con gli occhi lampeggianti d'odio; gli domandò:
- E ora? Ditemi la verità, Rossani: siete esposto a un pericolo? Sapete che Tullio Vidoni...
- Nessun pericolo, signora Adele! Del resto, non ho mai fatto dipendere la convenienza d'accordare o no una riparazione per le armi dal modo con cui il mio avversario tira in una sala o in una accademia di scherma.
- Oh Dio, no, Rossani! Egli tira benissimo, e vedete: il vigliacco se ne approfitta! - gridò Adele.
- No, no! Sentite: se voi...
se voi poteste dargli una lezione, ebbene, con tutto il cuore vi direi: dategliela, e sia buona!
- Speriamo! - esclamò il Rossani.
- Ma no! vedete, - riprese Adele, - io temo per voi...
E allora figuratevi la sua boria, di ritorno, incolume e vincitore, alla sua bella! No...
no...
- Ma ormai...
- fece il Rossani, stringendosi nelle spalle.
- Che dite? Dunque è stabilito? Vi batterete? Ah Rossani, no! Per una indegna? Sí, sí, lasciatemelo dire...
È venuta qui, da me, l'altro jeri...
qui, e ha potuto baciarmi, capite? con quel sorriso stereotipato sulle labbra dipinte...
Serpe! Oh Dio...
M'ha potuto chiedere, capite, che io m'intromettessi per ottenere da voi la restituzione delle sue lettere, mentre lei...
È mostruoso, Rossani, non vi sembra? Mostruoso! E voi dovreste pagarne la pena? No, no, per carità! Sentite...
sentite...
fatelo per me...
Adele circondò quasi con un braccio il collo del Rossani e quasi gli piegò sul petto la faccia, supplicando.
Tito, non sapendo come schermirsi, cercò d'arrestare almeno il flusso delle supplici parole:
- Se mi batto, mi batto per me, esclusivamente per me, creda, signora! E ne ho qui in tasca la prova piú lampante: nelle lettere di lei!
- Ah, - gridò Adele.
- Le avete ora voi? Datemele!
E allungò subito, con irrefrenabile impulso d'odiosa gioja, una mano verso la tasca interna della giacca di lui.
Tito Rossani sorse in piedi, severamente.
- Ah no, signora Adele! Se non m'importa piú nulla di colei, è sempre interesse mio, e ora piú che mai, d'agire da gentiluomo.
Non a lei, non a lei, scusi: restituirò le lettere per altro mezzo...
A queste parole Adele, tutta vibrante, scoppiò in una fragorosa risata, che prolungò con evidente sforzo, abbandonandosi su la spalliera della poltrona.
Tito stette a guardarla, sconcertato.
- Bravissimo! Bravissimo! - esclamò ella ancor tra le risa; e levandosi da sedere: - Qua la mano, qua la mano, Rossani! Non avete capito? Ma io volevo proprio questo! Adesso, badate: ho la vostra parola d'onore: voi restituirete le lettere...
Bravo, Rossani: grazie.
Siete un vero e compito gentiluomo.
Tito Rossani andò via goffo, interdetto, quasi stordito da una sorda stizza.
Ah sciocco! sciocco! La Montagnani si era fatto giuoco di lui, dunque? Lo aveva beffato, rappresentando la commedia della gelosia? - Che commediante! - Ah, ma egli, allora, si sarebbe vendicato! non avrebbe piú restituito le lettere, a nessun patto!
Ben povera soddisfazione, questa, per Adele, che avrebbe voluto aver tra le mani lei, quelle lettere, e poi...
- Che imbecille! - fece piano, con vivacissimo gesto di dispetto per il Rossani, che già voltava le spalle al salotto.
Piegò il volto su la poltrona e ruppe in singhiozzi, addentando il bracciuolo per non farsi sentire.
CREDITOR GALANTE
Appena uscita dal salotto la ragazza, Maurizio Gueli si levò in piedi, guardò l'orologio, poi si abbottonò lentamente l'abito e con la mano tesa si avvicinò a Fulvia Corsani, sdrajata su la poltrona con un libro su le ginocchia, la testa appoggiata su la spalliera e la bellissima gola provocante tutta in vista dalla fossetta all'attaccatura del collo sú sú fino all'ovale del mento.
Senza moversi né levar gli occhi dal soffitto ella domandò:
- Le undici?
- Quasi - rispose il Gueli turbato nel vedersi sotto gli occhi il volto di lei cosí giacente.
- Non andate a letto anche voi?
Fulvia scosse negativamente il capo senza levarlo da la spalliera.
- Rimango? - domandò il Gueli.
- No no, andate pure...
- fece ella quasi in uno sbuffo, scotendosi.
- Andrei a casa: non m'incomodereste affatto...
- aggiunse il Gueli guardandosi sott'occhi e stirandosi le punte dei baffetti rimasti neri, mentre i capelli fittissimi su la fronte eran già tutti bianchi.
- Grazie.
Io aspetto ancora un po'!...
- Vostro marito? Sarà al circolo...
- No.
Da un amico, non so...
- Siamo tutti amici al circolo!
Fulvia lo guardò con indolenza quasi sprezzante, e portando le braccia su la poltrona e reclinando la testa tra le spalle alzate:
- Perché mi avrebbe mentito? - disse.
- Per causa vostra: gli fate troppe domande - rispose pronto Maurizio.
Si guardarono tutti e due ad un tratto.
Il Gueli, aggrottando le ciglia, rispose:
- Sarebbe forse necessario che attendessimo insieme.
Fulvia, vostro marito giuoca da tre sere come un disperato e finisce di rovinarsi e di rovinarvi...
Ella chinò gli occhi sul libro aperto in grembo, svoltando una pagina delle già lette come per riprendere il filo della narrazione.
- Che libro leggete? - domandò Maurizio cangiando tono di voce ed espressione.
- Non leggo - rispose Fulvia chiudendo il libro e levandosi in piedi.
- Basta - fece il Gueli - io passo dal circolo, e se trovo Aldo, ve lo mando subito.
Addio, eh!
Dalla soglia si volse:
- Non mi salutate neppure?
- Addio.
Grazie - sospirò Fulvia.
Egli le si riappressò lentamente:
- Proprio non potete piú soffrirmi?
- Rimanete...
- No vado.
Ma rispondetemi.
- Che cosa?...
Ve ne siete accorto?
- Uh, da tanto tempo!
- E allora...
perché venite?
- Seriamente? - domandò il Gueli guardandola fiso negli occhi.
- Scusate; non avreste ragione, mi sembra, di dir cosí..
- Ah sí? - esclamò Fulvia battendosi leggermente la fronte col segnalibro d'avorio.
- Vantate per giunta diritti alla mia gratitudine?
- Nessun diritto! - s'affrettò a rispondere il Gueli.
- La vostra gratitudine? E perché? Solo...
Fulvia lo interruppe con uno sguardo altero e fermo.
- Oh non temete, so fin dove debbo dire...
- rispose egli.
- Storie vecchie, lo so! Ma, perché vengo, via! Lo sapete...
Abbiate ancora un po' di pazienza, che diavolo! Tra due o tre anni, sperabilmente, non verrò piú a importunarvi con la mia presenza...
Adele ha già quindici anni...
Ma in fondo poi di che potete lagnarvi? Dopo tant'anni: son quindici? quanti sono? - anche il mio amor proprio, vedete, s'è quietato...
Eh sí, eh sí...
Ormai son vecchio, Fulvia! Tutta la mia mon-da-ni-tà sapete a che si riduce? Pago l'abbonamento al circolo...
- Perché mentite adesso? - gli domandò argutamente Fulvia.
- V'ho domandato forse quel che fate?
Il Gueli s'inchinò portandosi una mano sul petto:
- Toccato! E in cambio, guardate, non vi farò il torto di credervi gelosa.
Fulvia scoppiò a ridere:
- Di voi?
- Perché no? - fece Maurizio sorridendo anche lui.
- Suol per altro avvenire...
Mi son consolato? Oh, e tanto meglio per me! Mi fa molto piacere che lo crediate.
La strana, mia cara, siete voi, perché...
- Io? - interruppe Fulvia.
- Certo! Come no? Franco, eh? Tanto, ci siamo...
- Oh, dite pure!
- No.
Lo farò dire a voi stessa.
Cosí anzi inganneremo l'attesa.
Fulvia tornò a sdrajarsi su la poltrona e indicò una seggiola al Gueli.
- No, - disse questi - resto in piedi.
Un interrogatorio, breve breve, mia cara.
Permettete? E lo farò dire a voi stessa.
Sposaste a vent'anni, è vero?, mio cugino Aldo.
- Interrogatorio in tutte le forme! - fece ella.
- Ma voi non potete esser giudice!
- Perché no? Nessuna passione mi fa piú velo...
- E allora, a diciannove anni, se non vi dispiace - corresse Fulvia.
- Amavate allora Aldo?
- No.
- Naturalmente! Né lui vi amava.
Fin qui, nulla di strano.
Fulvia rise di nuovo.
- Come no? Se non mi amava, perché m'ha sposata?
- Oh bella! e voi?
- Io non sono andata a cercarlo.
- Parliamo di voi - troncò Maurizio.
Fulvia lo arrestò con un gesto della mano, protestando:
- Non ho voluto scusarmi.
- Bene, - riprese il Gueli - a ogni modo, dopo circa due anni...
Se non fu un capriccio, lo pagaste troppo caro...
Poco dopo, il timore o il rimorso (diciamo il rimorso), uccise in voi...
quel che sentivate per me.
Oh, vedete! da quel tempo - è un bel pezzo ormai! - io ho chiuso veramente il mio conto con la vita: pagai allora a lei, in una volta sola, quel tanto di dolori e di noje che le dovevo in cambio delle scarse gioje che m'ha concesso, cosí, alla spicciolata, da quella trista usuraja ch'essa è; e son rimasto, mia cara, in credito: grosso credito, a cui non intendo affatto rinunziare.
Mi sentivo legato a voi da un nodo ormai indissolubile...
Ero pazzo, ne convengo.
Non intendevo, per esempio, che a voi...
- uh, non intendevo tante cose, allora...
- E ora? - domandò Fulvia con fredda ironia.
- Piano! - fece Maurizio.
- Mi respingeste: io m'ammalai sul serio; viaggiai per distrarmi (sciocca medicina!)...
basta; dopo un anno circa, tornai a voi.
Come m'accoglieste! Vi ricordate? - Non temete, - vi dissi - io son guarito.
Concedetemi di venir di tanto in tanto...
E voi lo concedeste...
per vostra figlia...
- Non l'avessi mai fatto! - esclamò Fulvia.
- Oh, non l'avreste fatto, lo so: - riprese calmo il Gueli - ma proprio in quel tempo, vedete, Aldo ebbe, per mia fortuna, bisogno di me per la prima volta.
Fulvia strinse i denti, contrasse il volto e scosse il capo rabbiosamente.
- Perché fate cosí? - continuò Maurizio.
- V'ho io forse pregata di qualche cosa, oltre la vostra concessione? Ho chiesto forse la vostra amicizia? Eh, lo so: vi avrei insultata, chiedendovela! E non l'ho fatto...
Ho continuato a venir qui...
- E vi par poco? - gli domandò Fulvia guardandolo acutamente.
- Ma non per voi...
Via Fulvia, state pur contenta, che avete fatto bene, ammesso anche che vi sia costato un sacrifizio, benché io non intenda perché poi vi debba pesar tanto qualche mio...
sí qualche mio favoruccio, il piú disinteressato che si possa immaginare! State tranquilla: non è fatto a voi, né a vostro marito, e forma l'unica mia felicità, perché posso dire d'aver fatto anch'io qualcosa per la vostra bambina...
Guardate: - disgraziatamente Aldo è ancora per una triste china...
Il pericolo dunque dura tuttavia: chi meglio di me, con meno disinteresse di me potrebbe difendervi? A chi potreste rivolgervi?
Fulvia scattò in piedi.
- Io? Oh, io, se mai, a chiunque altro, ve l'assicuro, e a qualsiasi patto, tranne che a voi, guardate!
Maurizio Gueli la guardò come compiacendosi dell'accensione del volto di lei per quello scatto d'ira; poi con calma osservò:
- Ho torto io nel dirvi strana?
- Ah, strana per questo? - incalzò Fulvia.
- Vi sembra strano...
- Che sentiate siffattamente per me? - terminò Maurizio la frase.
- No davvero! Mi sembra anzi naturalissimo...
- E dunque?
- Sebbene ormai...
via! Ma agli occhi vostri, si sa, io sono il solo qui, che non soffre nulla, è vero? Anzi, anzi di tanto in tanto vengo a tòrmi come in premio i sorrisi d'una dolce creatura...
Son la prova vivente d'un vostro...
delitto, è vero? Adesso lo chiamate forse cosí...
Già! prima per voi delitto era invece il legame che vi accompagnava per forza a un uomo che non vi amava e che non amavate.
Ma anche questo è naturale...
Strano, mia cara, è quest'altro fenomeno: che voi, ora, siate - lasciatemelo dire - cosí perdutamente innamorata di vostro marito, anzi - per dir meglio - malata di lui...
Com'è avvenuto? Piú ci penso, meno riesco a spiegarmelo...
- Come! Eppure - fece Fulvia con beffardo stupore - siete cosí gran conoscitore di donne voi!
- Voi, invece, mi credete uno sciocco - rispose Maurizio.
- E sia! Opinioni...
Io vi stimavo cosí insuscettibile d'amore...
- Ah sí? E ora?
- Ah, lo stesso! Ma...
- C'è un ma?
- Vostro marito.
- Non l'amo? - domandò Fulvia, mostrando con dolcissima grazia quasi paura che il Gueli le rispondesse di no.
- Come? - fece questi un po' imbarazzato.
- No...
ecco...
prima...
bisogna distinguere.
Io per dir la verità, mi ci perdo.
Perché, sí, questo vostro amore - scusate veh! - mi fa pensare a un pasticcio.
Mi spiego: c'entra un po' di tutto...
Ecco, vediamo: Pentimento prima, va bene? Del resto, è naturale, per la gravità del caso...
Segreto bisogno di perdono, va da sé.
Poi, anche bisogno d'un legame, è vero? la gioventú! e allora vanità offesa, puntiglio, dispetto...
un fermento insomma d'impressioni e di sentimenti, ai quali sa esser campo soltanto il cuore d'una donna...
- L'amo o non l'amo? - domandò Fulvia, passando sopra, dispettosamente, allo sforzo d'analisi del Gueli.
- L'amerete! - rispose Maurizio.
- Ma io vorrei spiegarmi il come e il perché...
- A che pro e a che scopo?
- Per amore dell'arte.
- A mezzanotte?
Maurizio tornò a guardar l'orologio, poi con grande serietà disse:
- Non ancora.
Mancano venti minuti.
Volete sentire la verità? Com'io la pensi? Vi siete trovata innanzi a un uomo...
- A voi? - interruppe Fulvia.
- No: a vostro marito, che non s'è curato mai di voi...
lasciatemi dire - né di voi, né della casa, né prima né poi - mai! Accecato da un'altra passione che l'ha quasi tratto alla rovina; fiero, però e sprezzante, ah! quasi orgoglioso del suo delitto - questo sí, delitto: chi spoglia sé, la moglie, la...
figlia, la casa, come ha fatto lui, per me, scusate, è un delinquente!
- Un pazzo! - sospirò Fulvia.
- Già, già, benissimo! Dimenticavo infatti che nel pasticcio entra finanche un sentimento di pietà incomprensibile.
Sicuro! Per voi è soltanto un pazzo, un povero pazzo...
Cercaste di ricondurlo sulla via della ragione? Non v'intese neppure! Andaste a lui, offrendovi, passione contro passione? Fu piú forte la sua: vi respinse! Lo minacciaste? Restò indifferente, quasi lasciandovi padrona di fare a piacer vostro, pur di non esser molestato...
Ah, c'era veramente, in questo modo d'agire, di che tentare una donna come voi! Ecco alfine un uomo che non è di pasta frolla! Un uomo che finalmente sa essere qualche cosa - anche un pessimo arnese, se vogliamo! E frattanto, vi mettete a odiar me, perché non riuscivate a farvi amare da lui! Graziosissimo!...
Vi ha egli lasciata oltrepassar mai, in tanti anni che state insieme, il limitare della piú lieve confidenza? Mai! V'ha tenuta sempre, diciamo cosí, fuori la porta.
Vi siete messa a picchiare; ma sí! lui era occupato a buttar tutto giú dalle finestre...
Quando ha badato a voi? È finanche sfuggito al vostro assedio! E ora, siete rimasti fuori tutti e due...
Quasi quasi, qui, il padrone di casa sono rimasto io...
Ah, ne combina la sorte! Come una mendicante dietro la porta chiusa, voi aspettate ch'egli ritorni...
Maurizio Gueli cavò dalla tasca posteriore un elegantissimo portasigarette, ne trasse una, l'accese, poi tese di nuovo la mano a Fulvia e salutò:
- Buona notte, Fulvia, e buona attesa.
Sapete? Ci sarebbe forse un solo mezzo per mettermi alla porta...
- Quale? - domandò Fulvia con ansia affettata.
Maurizio sorrise freddamente.
- Dategli a intendere che vi faccio la corte.
- Temete che lo faccia? - domandò Fulvia e si morse il labbro inferiore.
Maurizio, continuando a sorridere, agitò piú volte una mano con l'indice teso; poi disse inchinandosi:
- Son quasi sicuro che non vi crederebbe.
Basta.
Buona notte.
Passo dal circolo, e ve lo mando subito...
Buonanotte.
LA PAURA
Si ritrasse dalla finestra con un atto e un'esclamazione di sorpresa; posò sul tavolinetto il lavoro a uncino che aveva in mano, e andò a chiudere, in fretta, ma cauta, l'uscio che metteva quella camera in comunicazione con le altre; poi attese mezzo nascosta dalla tenda dell'altro uscio su l'entrata.
- Già qui? - disse piano, contenta, levando le braccia al petto erculeo di Antonio Serra, lei gracile, piccola, col volto proteso per ricever subito il solito bacio furtivo.
Ma l'uomo si schermí, turbato.
- Non sei solo? - domandò, ricomponendosi a un tratto, Lillina Fabris.
- Dov'hai lasciato Andrea?
- Son tornato prima, stanotte...
- rispose con tono ruvido il Serra, e aggiunse, come per mitigar la prima espressione: - Con una scusa...
Era vero, però: dovevo trovarmi qui di mattina, per affari...
- Non m'hai detto nulla...
- lo rimproverò ella dolcemente.
- Potevi avvisarmene...
Che hai?
Il Serra la guardò quasi odiosamente negli occhi; poi, a bassa voce, ma vibrata, proruppe:
- Che? Temo che tuo marito sospetti di noi...
Ella restò, come se un fulmine le fosse caduto da presso; e, con stupore pieno di spavento:
- Andrea? Come lo sai? Ti sei tradito?
- No, tutti e due, se mai! - s'affrettò egli a rispondere.
- La sera della partenza...
- Qui?
- Sí; mentr'egli scendeva...
Andrea scendeva innanzi a me, te ne ricordi? con la valigia...
Tu facevi lume dalla porta, è vero? e io nel passare...
Lillina Fabris si portò ambo le mani sul volto; poi le scosse in aria:
- Ci ha visti?
- M'è parso che si sia voltato, scendendo...
- aggiunse egli con voce arida e cupa.
- Non ti sei accorta di nulla tu?
- Io no, di nulla! Ma dov'è? Andrea dov'è?
Il Serra, come se non avesse udito la domanda angosciosa della piccola amante, di cui non aveva mai intuito la grandezza dell'animo e dell'amore, riprese cupamente:
- Dimmi: m'ero messo a scendere, quand'egli ti chiamò?
- E mi salutò! - esclamò ella.
- Anche con la mano...
Fu dunque nello svoltare dal pianerottolo giú?
- No, prima...
prima...
- Ma se ci avesse visti...
- Intravisti, se mai...
Un attimo!
- E t'ha lasciato venir prima? - rispose ella con crescente angoscia...
- Ma sei ben sicuro che non è partito?
- Sicurissimo! Di questo, sicurissimo...
E prima delle undici non c'è altra corsa dalla città...
Guardò l'orologio, e si rabbuiò in volto.
- Sta per venire...
E intanto noi...
in questa incertezza...
sospesi cosí in un abisso...
- Taci, taci, per carità! - pregò ella.
- Calma...
Dimmi tutto...
Che hai fatto? Voglio saper tutto...
- Che vuoi che ti dica? In questo stato, le cose piú insignificanti ti sembrano allusioni; ogni sguardo, un cenno...
- Calma...
calma...
- ripeté ella.
- Sí, calma: trovala!
E il Serra si mise a passeggiare per la stanza, storcendosi le mani.
Poco dopo riprese, fermandosi:
- Qui, ti ricordi? prima di partire, discutevamo io e lui su la maledetta faccenda da sbrigare in città...
Lui s'accalorava...
- Sí, ebbene?
- Appena in istrada, Andrea non parlò piú: andava a capo chino; lo guardai, era turbato, le ciglia aggrottate...
"S'è accorto!" pensai.
E non parlavo: temevo che la voce mi tremasse; tremavo tutto...
Ma, a un tratto, con aria semplice, naturale, nella fresca tranquillità della notte, per via: - "Triste, è vero?" - mi fa - "Viaggiar di sera, lasciar di sera la casa...".
- Cosí?
- Sí.
Gli sembrava triste anche per chi resta...
Poi, una frase...
(sudai freddo!): - "Licenziarsi a lume di candela su una scala...".
- Ah questo...
come lo disse? - esclamò ella colpita.
- Con la stessa voce...
- rispose il Serra - naturalmente...
Io non so; lo faceva apposta! Mi parlò dei bambini che aveva lasciati a letto, addormentati; ma non con quella amorevolezza semplice che rassicura...
- e di te.
- Di me?
- Sí, ma mi guardava.
- Che disse? - domandò ella tutta sospesa.
- Che tu ami molto i suoi bambini...
- Nient'altro?
- In treno, ripigliò il discorso sulla lite da trattare...
Mi domandò dell'avvocato Gorri, se lo conoscevo.
- Zitto! - lo interruppe ella, pronta.
Entrò la serva a domandar se era tempo d'andare pei bambini mandati quella mattina dai nonni paterni.
Non doveva ritornare quel giorno il padrone? Le vetture erano già partite per la stazione.
Lillina, indecisa, rispose alla serva che attendesse ancora un poco, e che intanto finisse d'apparecchiare di là.
Rimasti novamente soli, si guardarono smarriti; e lui ripeté:
- Sarà, qui tra poco...
Ella gli strinse forte il braccio, rabbiosamente:
- Ma dimmi qualche cosa! Non hai saputo accertarti di nulla? È mai possibile che lui, cosí violento, col sospetto nell'anima, abbia saputo fingere in tal modo con te?
- Eppure...
- fece egli battendo le mani.
- Che la mia diffidenza m'abbia reso insensato fino a tal segno? Piú volte, vedi, attraverso le sue parole m'è parso di legger qualcosa...
Un momento dopo mi dicevo rinfrancandomi: "No, è la paura!"
- Paura, tu?
- Io, sí! Perché egli ha ragione...
- dichiarò, nella sua grossezza, il Serra con la spontaneità del piú naturale convincimento.
- L'ho studiato, spiato tutti i momenti: come mi guardava, come mi parlava...
Sai ch'egli non è solito di parlar molto...
eppure, in questi tre giorni, avessi inteso! Spesso però si chiudeva a lungo in un silenzio inquieto; ma ne usciva, ogni volta, ripigliando il discorso sul suo affare.
"Era preoccupato di questo?" allora mi domandavo - "o di ben altro? Forse ora mi parla per dissimularmi il sospetto..." Una volta mi parve finanche che non avesse voluto stringermi la mano...
Bada, s'accorse che gliela porgevo: si finse distratto; era un po' strano veramente - fu il domani della nostra partenza.
Fatti due passi, mi richiamò.
- "S'è pentito!" - notai subito.
E infatti disse: "Oh, scusa...
dimenticavo di salutarti! Fa lo stesso..." - Mi parlò altre volte di te, della casa; ma senz'alcuna intenzione apparente...
Mi pareva tuttavia che evitasse di guardarmi in faccia...
Spesso ripeteva tre, quattro volte la stessa frase, senza senso comune...
come se pensasse ad altro...
E mentre parlava di cose aliene, a un tratto, trovava modo d'entrar bruscamente a riparlarmi di te o dei bambini, figgendomi gli occhi negli occhi, e mi faceva qualche interrogazione...
Ad arte? chi sa! sperava di sorprendermi? Rideva; ma con una gajezza brutta nello sguardo...
- E tu? - domandò ella pendendo dalle labbra di lui.
- Io? sempre sull'attenti...
Lillina Fabris scosse il capo con sdegno iroso:
- Si sarà accorto della tua diffidenza...
- Se sospettava di già! - fece egli, scrollando le grosse spalle.
- Si sarà confermato nel sospetto! - rimbeccò lei.
- Poi, null'altro?
- Sí...
la prima notte, all'albergo...
- riprese avvilito il Serra.
- Ha voluto prendere una stanza in comune, con due letti.
Eravamo coricati da un pezzo...
s'accorse che non dormivo, cioè...
s'accorse, no: eravamo al bujo! - lo suppose.
E bada...
figúrati! io non mi movevo - lí di notte...
nella stessa camera con lui, e col sospetto ch'egli sapesse...
- figúrati! tenevo gli occhi sbarrati nel buio, in attesa...
chi sa! per difendermi, se mai...
A un menomo atto, sarei balzato dal letto...
E allora...
Ma, capisci? vita per vita, meglio la sua che la mia...
A un tratto, nel silenzio, sento proferire queste precise parole: "Tu non dormi".
- E tu?
- Nulla.
Non risposi.
Finsi di dormire.
Poco dopo egli ripeté: "Tu non dormi".
Io allora lo chiamai.
- "Hai parlato?" - gli domandai.
E lui: - "Sí volevo sapere se dormissi".
Ma non è vero, non interrogava sai, dicendo: "Tu non dormi" - proferiva la frase con la certezza ch'io non dormivo, ch'io non potevo dormire...
capisci? O almeno, m'è parso cosí...
- Null'altro? - ridomandò ella.
- Null'altro...
Non ho chiuso occhio due notti.
- Poi, con te, sempre lo stesso?
- Sí...
lo stesso...
Ella stette un po' a pensare, con gli occhi appuntati nel vuoto; poi disse lentamente come a se stessa:
- Tutte queste finzioni...
lui!...
Se ci avesse visti...
- Eppure s'è voltato, scendendo...
- obbiettò il Serra.
Ella lo guardò negli occhi un tratto, come se non avesse inteso.
- Sí, ma non si sarà accorto di nulla! Possibile?
- Nel dubbio...
- fece egli.
- Anche nel dubbio! Non lo conosci...
Dominarsi cosí lui, da non lasciare trapelar nulla...
Che sai tu? - Nulla! Ammetti pure, che ci abbia visti, mentre tu passavi e ti chinavi verso me...
Se fosse nato in lui il menomo sospetto...
che mi avessi baciata...
ma sarebbe risalito...
oh, sí!, pensa, pensa come saremmo rimasti!...
No, senti, no: non è possibile! Hai avuto paura, nient'altro! Paura, tu, Antonio!...
No, no, egli non ha potuto pensar male...
Non ha ragione di sospettar di noi: mi hai trattata sempre familiarmente innanzi a lui...
Rallegrato internamente dall'improvvisa fiducia concepita dall'amante, il Serra volle tuttavia insistere nel dubbio angoscioso per il piacere d'essere maggiormente rassicurato da lei:
- Sí; ma il sospetto può nascere da un momento all'altro.
Allora, capisci?, mille altri fatti avvertiti appena, tenuti in nessun conto, si colorano improvvisamente; ogni accenno indeterminato diventa una prova; poi il dubbio certezza: ecco il mio timore...
- Bisogna esser cauti...
- rispose ella.
Deluso, il Serra provò un senso d'irritazione contro l'amante:
- Ora? Te l'ho sempre detto!
Ella lo guardò sdegnosa:
- Mi rinfacci adesso?
- Non rinfaccio nulla! - rispose egli vieppiú irritato.
- Ma puoi negare che tante volte t'ho detto: Bada! E tu...
- Sí...
Sí...
confermò ella, come nauseata.
- Non so che gusto ci sia - continuò egli - a lasciarsi scoprire cosí...
per nulla...
per una imprudenza da nulla...
come tre sere fa...
Sei stata tu...
- Sempre io, sí...
- Se non era per te!
- Sí, - fece ella alzandosi con un ghigno di scherno - la paura!
Sferzato, il Serra irruppe
- Ma ti pare che ci sia da stare allegri, tu e io? tu, specialmente!
Si rimise a passeggiar per la stanza, fermandosi di tratto in tratto e parlando quasi tra sé:
- La paura...
Credi che non pensi anche a te? La paura...
Ci fidavamo troppo, ecco! Sí, e adesso tutte le nostre imprudenze, tutte le nostre pazzie mi saltano agli occhi, vedi, e mi domando, com'ha fatto a non sospettar di nulla finora...
Colpita dall'accusa dell'amante, ella si portò le mani al volto e confermò:
- È vero...
è vero...
lo abbiamo troppo ingannato...
Stettero un lungo tratto in silenzio; poi riaprendo il volto, ella riprese:
- Mi rimproveri adesso? È naturale! Sí, ho ingannato un uomo che si fidava di me, piú che di se stesso.
Sí, e la colpa è mia, infatti.
- Non ho voluto dir questo - diss'egli sordamente, continuando a passeggiare.
- Ma sí, ma sí...
riprese ella con febbre, andandogli incontro.
Lo so, e guarda, puoi anche aggiungere che con lui ero fuggita da casa mia, sí, e che lo spinsi io, quasi, a fuggire - io, perché lo amavo, sí - e poi l'ho tradito con te! È giusto che ora tu mi condanni, giustissimo! Ma io, senti, io ero fuggita con lui perché lo amavo, non per trovare qui tutta questa quiete, tutta questa agiatezza in una nuova casa: avevo la mia; non sarei andata via con lui...
Ma egli si sa, doveva scusarsi innanzi agli altri della leggerezza a cui s'era lasciato andare, egli uomo serio, posato...
Eh già! la follia era commessa: rimediarvi, adesso! riparare, e subito! Come? Col darsi tutto al lavoro, col rifarmi una casa ricca, piena d'ozio...
Cosí, ha lavorato come un facchino; non ha pensato che a lavorare, sempre; senza desiderare mai altro da me che la lode per la sua operosità, per la sua onestà...
e la mia gratitudine, anche! Già, perché sarei potuta capitar peggio!...
Era un uomo onesto, lui; mi avrebbe rifatta ricca, lui, come prima, piú di prima...
A me, questo, a me che ogni sera lo aspettavo impaziente, felice del suo ritorno...
Tornava a casa stanco, affranto, contento della sua giornata di lavoro, preoccupato già delle fatiche del domani...
Ebbene, alla fine, mi sono stancata anch'io di dover quasi trascinar quest'uomo ad amarmi per forza, a rispondere per forza al mio amore.
La stima, la fiducia, l'amicizia del marito paiono insulti alla natura in certi momenti...
E tu te ne sei approfittato, tu che ora mi rinfacci l'amore e il tradimento, ora che il pericolo è venuto, e hai paura, lo vedo: hai paura! Ma tu che perdi? Mentre io...
- Consigli a me la calma! - disse freddamente il Serra.
- Ma se ho paura...
è pure per te...
pe' tuoi figli...
- I miei figli, tu, non nominarli! - gli gridò ella ferita, con gli occhi lampeggianti d'odio.
- Innocenti! - soggiunse poi, rompendo in lacrime.
Il Serra la guardò un pezzo, poi piú urtato che turbato, disse:
- Adesso piangi...
Me ne vado...
- Ora? ora? - singhiozzò ella.
- Si sa, ora non hai piú nulla da fare qui...
- Sei ingiusta! - riprese egli pigiando su le parole.
- T'ho amata, come tu mi hai amato, lo sai! T'ho consigliato prudenza: ho fatto male? Piú per te, che per me: sí, perché io, nel caso, non perderei nulla - lo hai detto tu...
sú, sú, Lillina...
rimettiti...
È inutile adesso ogni recriminazione...
Egli non saprà nulla; tu lo credi, e sarà cosí...
Anche a me ora par difficile ch'egli si sia potuto dominare fino a tal segno...
Non si sarà accorto...
e cosí...
sú, sú...
nulla è finito...
Noi saremo...
- Ah, no! - lo interruppe ella alteramente.
- No! come vuoi, ormai? No, è meglio, è meglio finirla...
- Come credi...
- fece il Serra semplicemente.
- Ecco il tuo amore! - esclamò ella indignata.
Il Serra le venne incontro quasi minaccioso:
- Ma vuoi farmi impazzire?
- No, è meglio veramente finirla...
- riprese ella - e fin da ora; qualunque cosa sia per accadere.
Tra noi tutto è finito.
Senti, e sarebbe anche meglio, ch'egli sapesse ogni cosa...
Meglio, meglio, sí! Che vita è la mia? Te la immagini? Non ho piú diritto d'amar nessuno io! Neanche i figli miei...
Se mi chino per dar loro un bacio, mi par che l'ombra della mia colpa si projetti su le loro fronti immacolate! No...
no...
Mi torrebbe di mezzo? Lo farei io, se non lo facesse lui!
- Adesso non ragioni piú...
- disse egli placido e duro.
- Davvero! - continuò Lillina.
- L'ho sempre detto! È troppo...
è troppo...
Non mi resta piú nulla, ormai...
Poi, facendo forza a se stessa per rimettersi, soggiunse:
- Va', va' adesso...
ch'egli non ti trovi qui...
- Come...
debbo andare? - fece il Serra perplesso.
- Lasciarti? Ero venuto apposta...
Non è meglio che io...
- No, - lo interruppe ella - qui non deve trovarti.
Torna però, quand'egli verrà, da qui a poco.
La maschera dobbiamo portarla ancora insieme.
Torna presto, e calmo, indifferente...
non cosí! Parlami innanzi a lui, rivolgiti spesso a me...
intendi? Io ti seconderò...
- Sí...
sí...
- Presto.
Ma...
se mai...
- Se mai?
Ella stette soprappensiero un tratto; poi, scrollando le spalle:
- Nulla, tanto...
- Che cosa? - domandò il Serra confuso.
- Nulla...
nulla...
Ti dico: addio!
- Ma dunque, davvero...
- si provò egli a dire.
- Va' via! - lo interruppe subito ella sprezzante.
E il Serra andò via promettendo:
- A tra poco.
Ella restò in mezzo alla stanza, con gli occhi appuntati biecamente, come in un pensiero truce, che assumesse forma d'immagine reale innanzi a lei.
Poi scosse il capo ed esalò l'interna ambascia in un sospiro di stanchezza desolata.
Si stropicciò forte la fronte, ma non riuscí a scacciare il pensiero dominante.
Andò un po', inquieta, per la stanza; si fermò innanzi a uno specchio a bilico in fondo, presso l'uscio; la propria immagine riflessa dallo specchio la distrasse, e si allontanò.
Andò a sedere innanzi al tavolinetto da lavoro, e vi si piegò sopra, col volto nascosto tra le braccia; poco dopo rialzò il capo mormorando:
- Non avrebbe risalito la scala? con una scusa...
Mi avrebbe trovata lí...
dietro la finestra a guardare...
Scosse di nuovo la testa, atteggiando il volto a sprezzo e nausea, e aggiunse:
- Se non fu la paura...
Ha tanta paura! Ah, ma ora è finita...
È finita...
Dio, ti ringrazio! I miei bambini...
i miei bambini...
Povero Andrea!
LA SCELTA
Tanto magro, quanto lungo; e piú lungo, Dio mio, sarebbe stato, se il busto tutt'a un tratto, quasi stanco di tallir gracile in sú, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una buona gobbetta, da cui il collo pareva uscisse, penosamente marcato, come quel d'un pollo, ma con un grosso nottolino protuberante, che gli andava sú e giú ogni qual volta deglutiva.
Me lo vedo ancora innanzi vestito squallidamente di grigio, con un vecchio cappello stinto e tutto sbertucciato, in cui la testa secchissima sarebbe sprofondata intera intera, se non fosse stato per le orecchie alte che reggevano le tese: vi sprofondava tutta la fronte però, con le sopracciglia; cosí che la piccola faccia ossuta, angolosa pareva cominciasse da quel nasetto a becco e sfrogiato, da uccel ciuffagno, che rendeva cosí caratteristica la sua fisonomia.
Si sforzava di tener continuamente tra i denti le labbra, come per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo risolino non potendo per le labbra cosí imprigionate, gli scappava per gli occhi, piú arguto e beffardo che mai.
Era il mio ajo e si chiamava Pinzone.
Il dí dei morti è la festa pei fanciulli di Sicilia.
La Befana (forse perché nelle case della città e dei borghi dell'isola non c'è camini, per la cui gola ella possa introdursi) non fa regali laggiú.
Li fanno invece i morti alla vigilia della lor festa, su la mezzanotte: i parenti o gli amici defunti recano in memoria di loro qualche monetina e dolci e giocattoli, soltanto però ai bambini savii.
Piú savie, a parer mio, dovrebbero esser le madri a non accender cosí, paurosamente, la fantasia dei figliuoli.
Mia madre mi mandava senz'altro con l'ajo Pinzone alla fiera dei giocattoli.
Ricordo che pena febbrile, vibrante di mille desiderii, mi costava la scelta in quella fiera.
Stordito dai clamori confusi, sguajati dei tanti bercioni, mi voltavo di qua e di là perplesso e di ciascuno ascol