APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 28
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Non ne parliamo! Domani, dunque, senti; andrò prima da Frau R***, qui accanto, per una grembiata d'arena del suo giardino: ne riempiremo il tino e v'infiggeremo l'abete, che ci porteranno domattina per tempo, prima che le bambine si sian levate da letto.
Non debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami, e pomi e noci: i fiori ce li darà Frau R*** dalla sua serra...
Vedrai, vedrai, come sarà bello il nostro albero...
Sei contento?
Io feci piú volte cenno di sí col capo.
E Jenny sorse in piedi.
- Lasciami andar via, adesso...
A domani! Altrimenti il tuo vicino farà cattivi pensieri sul conto mio.
È lí, sai, in camera sua, e avrà certo udito, che sono entrata da te...
- Ci sarà anche lui per la festa? - domandai io contrariato.
- Oh no! Vedrai, egli se n'andrà a far baldoria co' suoi degni socii...
Addio; a domani!
Jenny scappò via in punta di piedi, richiudendo pian piano l'uscio.
E io ricaddi in preda ai miei tristi pensieri, finché il grido lamentoso intollerabile del vento non mi cacciò dal canto del fuoco.
Andai presso la finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato, mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora, turbinosamente.
Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell'appannatura mi ridestò d'improvviso un ricordo degli anni miei primi, quand'io, credulo fanciullo, la notte della vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la stanza, spiavo cosí, se in quel cielo pieno di mistero apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata...
*
Comprammo il domani l'albero sacro alla festa; poi salimmo nell'abbaino per veder quanta parte degli ornamenti rimasti lassú poteva ancora servirci, prima d'uscire a comprarne di nuovi.
Era in un canto bujo il vecchio abetino di tre anni addietro, tutto stecchito, come uno scheletro.
- Ecco, - disse Jenny - questo è l'ultimo albero, ch'egli adornò.
Lasciamolo lí, dove lui l'ha lasciato; cosí non avrà in tutto la sorte dell'abetino di Giovan Cristiano Andersen, che finí tagliuzzato sotto una caldaja.
Ecco qui il tino.
Vedi: è pieno; speriamo che l'umido non abbia tolto il lucido e il colore ai globetti di vetro, ai lumicini.
Era ogni cosa in buono stato.
Piú tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i giocattoli e i dolci.
Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo intenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore della natura a render la festa del Natale in questi paesi piú raccolta e profonda, piú soavemente malinconica e poetica e religiosa, che da noi!
La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la stanza accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo portar giú dalla serva il tino; lo collocammo presso un angolo e lo riempimmo d'arena intorno al fusto dell'albero.
Lavorammo fino a tarda notte a parar l'abetino, che pareva contento di tutti quegli ornamenti, e che si prestasse riconoscente alle nostre cure amorose, protendendo i rami per regger le collane di carta dorata e argentata, i festelli, i globetti, i lumicini, i panierini di dolci, i giocattoli, le noci.
- No, queste noci, no! - pensava forse l'abetino.
- Queste noci non m'appartengono: sono frutti d'un altr'albero.
Ingenuo abetino! Tu non sai ch'è l'arte nostra piú comune, questa di farci belli di quel che non ci appartiene, e che noi non abbiamo scrupolo, troppo spesso, d'appropriarci il frutto dei sudori altrui...
- Aspetta: la cometa! - esclamò Jenny, quando l'albero fu tutto parato.
- Dimenticavamo la cometa!
E in cima all'albero io appiccicai, con l'ajuto della scaletta, una stella di carta dorata.
Ammirammo a lungo l'opera nostra; poi chiudemmo a chiave l'uscio della stanza, perché nessuno il domani vedesse prima di sera l'albero adorno, e andammo a letto ripromettendoci pel domani in compenso del freddo, della veglia e della fatica, le lodi della madre e la gioja delle bambine.
Invece...
Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato, per le sue povere bambine, non doveva la sera dopo mettersi a piangere, come fece, quella buona signora Alvina alla vista dello splendido albero illuminato su quel tappeto di fiori!
Era andato cosí bene, fino all'ultimo servito, il pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e l'oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s'eran messe dietro l'uscio della stanza, ove sorgeva l'albero, e con le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico:
Stille Nacht, heilige Nacht...
Non dimenticherò mai piú quell'albero di Natale, ch'io adornai per altri piú che per me, e quella festa terminata in pianto, né mai, mai si cancellerà dagli occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo! il babbo! mentre l'albero sacro, carico di giocattoli, illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori.
SOGNO DI NATALE
Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione.
Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.
Era festa dovunque; in ogni chiesa, in ogni casa; intorno al ceppo, lassú; innanzi a un Presepe, laggiú; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori...
E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte.
E mi pareva di andare frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: "Buon Natale!" e sparivo...
Ero già entrato cosí, inavvertitamente, nel sonno e sognavo.
E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrare Gesú errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo Natale.
Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul manto e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l'immagine di lui m'attrasse cosí, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola.
A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m'arrestai.
Subito allora Gesú si sdoppiò da me, e proseguí da solo anche piú leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesú, come un fantasma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava su un'alta siepe di rovi, che s'allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura.
E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant'egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell'immenso arco dell'orizzonte.
Si mise Gesú per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesú si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d'una grande città.
Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case piú umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari, non dava pretesto a gozzoviglie.
- Non dormono...
mormorava Gesú, e sorprendendo alcune rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate nell'interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l'impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro io son morto...
Andammo cosí, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesú innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch'ero la sua ombra per terra, non mi disse: - Alzati, e accoglimi in te.
Voglio entrare in questa chiesa e vedere.
Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d'oro alla vôlta, piena d'una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l'altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d'incenso.
Al caldo lume dei cento candelieri d'argento splendevano a ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.
- E per costoro - disse Gesú entro di me - sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.
Uscimmo dalla chiesa, e Gesú, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:
- Cerco un'anima, in cui rivivere.
Tu vedi ch'io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare anche la notte della mia nascita.
Non sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via.
Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi di allettare il tuo stolto soffrire per il mondo...
Cerco un'anima in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona volontà.
- La città, Gesú? - io risposi sgomento.
- E la casa e i miei cari e i miei sogni?
- Otterresti da me cento volte quel che perderai - ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fiso con quegli occhi profondi e chiari.
- Ah! io non posso, Gesú...
- feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l'impressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita.
È qui, è qui, Gesú, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.
LE DODICI LETTERE
Appena richiusa la porta, dopo un ultimo inchino e un sorriso affettato alla bionda e grassa e pur tanto afflitta signora Baldinotti, Adele Montagnani trasse un sospiro di sollievo, e rientrò in salotto a guardar l'orologio su la mensola.
Lesta lesta, come se qualcuno potesse spiarla, si rassettò un po' i capelli, avanti e dietro, e la fioritura dei bianchi merletti, di cui era guarnita la veste intorno alla gola.
Tra pochi minuti il Rossani sarebbe arrivato.
In attesa di questa visita, Adele non aveva chiuso occhio la scorsa notte, e tutta la mattina era stata in preda a vivissima agitazione, cresciuta nell'ultima ora e divenuta angosciosa all'annunzio dell'importuna visita della Baldinotti.
Per fortuna costei era andata via in tempo.
Fortuna davvero, perché la povera signora (fra l'altro un po' sorda) era famosa per la lunghezza delle sue visite, e non era affatto capace d'intendere se e quanto, in certi momenti, riuscisse altrui d'impaccio.
Ora Adele, liberata da questo pericolo, poté ridere al solito delle dolorose e pur cosí buffe confidenze della buona signora.
La quale, spinta da brevi acconce domande o da qualche esclamazione di compianto o di sorpresa, svelava segreti e particolari cosí intimi della vita coniugale, che era proprio uno spasso a sentire.
Adele ogni volta pigliava a godersela, quanto piú poteva e sapeva, per trarre poi dalle confidenze di questa infelice piccante materia per la conversazione con le amiche.
- Dio me lo perdoni! - fece tra sé, terminando di ridere; ma subito un nuovo scoppio di risa le sopravvenne.
La signora Baldinotti si lusingava d'impedire i molteplici e sfacciati tradimenti del marito (che aveva otto anni meno di lei), parandosi e acconciandosi con straordinario lusso non piú conveniente né all'età né al suo corpo, e di gusto assai dubbio.
E confessava: - Le pare, signora mia, che vestirei cosí e spenderei tanto per me, se non avessi il marito giovine? E non per tanto, che crede? rimango vestita e pettinata cosí ad aspettarlo, signora mia, fino a mezzanotte, alle due, alle tre, fino all'alba, fino all'alba tante volte!...
E, cosí dicendo, la povera signora aveva le labbra e il mento convulsi e gli occhi pieni di lagrime.
L'orologio su la mensola sonò le quattro.
Adele scacciò dal pensiero la comica figura della Baldinotti, e si preoccupò di nuovo dell'imminente visita del Rossani.
L'incarico che ella si era assunto cominciava a parerle difficilissimo.
Ma era il ricambio di un servigio resole da una amica, che lo stesso incarico si era assunto per lei e felicemente l'aveva disimpegnato.
- Vedrai, il forte è mettercisi.
Io ho usato la mia arte; tu non mancherai di usar la tua che è molto piú fina della mia, - le aveva detto il giorno avanti Giulia Garzía, licenziandosi.
L'ultima frase aveva molto solleticato l'amor proprio di Adele, che tanto studio e tanto impegno aveva messo per procacciarsi in società la reputazione di signora di spirito.
Si trattava di ottener dal Rossani la restituzione delle dodici lettere che Giulia Garzía gli aveva scritte nei due anni della loro relazione cosí detta amorosa, troncata da circa tre mesi, dopo una lunga serie di scene disgustose per entrambi.
Lo stesso servizio Giulia aveva reso a lei, ottenendo cioè la restituzione delle lettere molto piú numerose, che ella in un tempo molto piú breve aveva scritte a Tullio Vidoni, allontanatosi poco tempo addietro da lei con la perfida scusa che non gli reggeva piú il cuore d'ingannare un intimo amico, quasi un fratello: Guido Montagnani.
Le due rotture erano avvenute quasi contemporaneamente, e le due amiche si erano a vicenda confortate e a vicenda or s'ajutavano.
Alle quattro e dieci minuti Tito Rossani entrava nel salotto di Adele, rassegnato a subir le mille punzecchiature della presuntuosa arguzia di lei, proprio come se dovesse entrare in un alveare, e quel dar del voi, alla francese, che la Montagnani usava con tutti gli amici, indistintamente, giojellando anche di motti francesi la sua ciancia, come se i motti italiani corrispettivi fossero gemme false o volgari.
- Oh, eccovi, finalmente!
- Il Rossani s'inchinò e, porgendo la mano, rispose all'esclamazione:
- Puntualissimo!
- Non in grado superlativo, per dir la verità.
Ma basta...
sedete...
qua qua, accanto a me...
Avete paura?
- Un coraggio da San Sebastiano, signora.
Eccomi accanto a lei, pronto a ricevermi quante frecciate le piacerà di regalarmi.
E, sedendo, con un sorriso rassegato sotto i folti baffi tirati in sú, cercò di scorgere la propria immagine nello specchio della mensola.
- San Sebastiano, badate, era bellissimo, almeno secondo i pittori.
- Lo so.
E lei mi consideri come San Sebastiano dal collo in giú.
- Eh no, via...
anche la testa.
Comincio bene? Sentite, Rossani: vorrei farvi la corte.
È permesso? Purché voi, però, non vi accapigliate con mio marito...
- Ah, già...
accapigliarmi...
benissimo - notò Tito, ridendo e passandosi una mano sul capo precocemente calvo, come quello di Guido Montagnani.
E aggiunse: - Sarà alquanto difficile...
- No, no; sul serio: la corte, quantunque sappia che vi sono estremamente antipatica.
Badate, non me l'ha detto nessuno: me ne sono accorta modestamente da me.
- Poca perspicacia, signora mia.
Fra tante belle doti, ecco una facoltà che le manca...
- Come siete gentile...
Sarà! Ma, se mai, non ve ne farei un torto: antipatie, simpatie...
si sentono, non si discutono.
Ammettiamo che non sia vero; dovete allora confessar che vi faccio paura...
Eh sí, via! se, per venire, avete bisogno d'un biglietto d'invito...
Ma non pregiudichiamo la questione.
So, so perché non siete piú venuto; avete fatto malissimo, permettete che ve lo dica.
Non m'interrompete! La vostra assenza è stata molto notata, e a scàpito...
Rossani, mi dispiace di annunziarvelo, a scàpito della vostra fama d'uomo di spirito.
- Ah, - fece Tito.
- Godo anch'io codesta fama? Non lo sapevo.
È usurpata, signora mia! Ne vuole una prova? Le domando senz'altro, perché m'ha fatto l'onore di scrivermi il biglietto che ho ricevuto stamani, e in che debbo servirla.
Adele rimase un po' sconcertata dal tono serio della stringente risposta.
Si provò tuttavia a sfuggire ancora, per preparar meglio l'assalto.
- Non volete credere, dunque, che voglio farvi la corte?
- Sí? Badi, signora Adele, la prendo in parola! E comincio col chiederle...
- Eterno amore?
- No! Dio ne scampi! Sarebbe un'offesa alla natura...
- E allora, scusate, perché...
Entro in confidenza, vedete? Tanto, siamo in flirtation, n'est ce pas?...
Ma non crediate che sia gelosa anch'io.
Dicevo, perché...
Non so dirvelo...
Ecco: perché mostrate cosí duro e ostinato risentimento, per non dir peggio, contro una persona di nostra conoscenza, se considerate davvero come offesa alla natura l'eternità di un amore?
- Non capisco...
- Eh via! Anche duro di mente? Non mi costringete a farne il nome.
Sapete bene che è la piú intima delle mie amiche, posso dire una sorella per me...
- Ah, sí? Ancora? - fece il Rossani, affettando con evidente malizia ingenua sorpresa.
- Come, ancora? - domandò stizzita Adele.
- Ah, noi donne, fra noi, mio caro, non siamo poi mica incostanti, come forse...
- Non credo! Non credo! - insorse Tito, vivacissimamente.
- Non continui...
non credo! Del resto, se è cosí, me ne duole per lei.
Io, per me, non sono solito, le assicuro, di covar rancore contro alcuno; tanto meno poi...
- No, via, Rossani, siate sincero! - interruppe a sua volta la Montagnani.
- Vedete, io vi parlo col cuore in mano; voi invece, con in mano un'arma per difendervi da me.
Siate sincero! E perché dunque...
- Che cosa? Mi permetto di farle notare, ch'io mi stimo fortunatissimo, cara amica, d'essermi sciolto d'una catena che da parecchio tempo Dio sa quanto mi pesava.
Rancore, dunque, perché? Tutt'al piú, se mai, contro me stesso, se fosse possibile...
Sono stato inverosimilmente sciocco...
Vuol ridere? Sa perché ho trascinato cosí a lungo la catena? Perché ho avuto paura per la salute e anche...
sí, e anche per la vita della sua intima amica! Pare impossibile, è vero? Ma sappia per mia scusa...
già lo sa: quella signora mi affliggeva senza tregua con scene di gelosia addirittura feroci, inverosimili...
- Ne aveva ragione, mi sembra!
- Ah, non me ne pento davvero!
- Ecco, ecco come siete voi uomini! scattò sú, vittoriosa, Adele Montagnani.
Ah, mio divino Bourget! Aspettate, Rossani, aspettate!
Balzò in piedi, si recò nell'attiguo studiolo, agitando i gomiti come se volesse volare; tolse da un elegante scaffalino inglese la Physiologie de l'Amour moderne, e rientrò di corsa nel salotto, sfogliando in fretta il libro.
- Dov'è? dov'è? dov'è? Ah, eccolo! È segnato.
Par amour propre simple.
Ecco, leggete; basta il solo aforisma: questo in corsivo.
Tito Rossani s'era alzato per guardarsi e sorridersi allo specchio tentatore su la mensola; tolse in mano il libro e lesse soltanto con gli occhi; poi scosse leggermente il capo, e disse adagio:
- Non è il caso mio.
- Come no? Ce que certains hommes pardonnent le moins à une femme, c'est qu'elle se console d'avoir étée trahie par eux.
- Non è il caso mio, - ripeté, sedendo di nuovo, il Rossani.
- Se veramente c'è qualcuno, a cui io non possa perdonare, eccolo: son io, signora Adele.
E se la sua intima amica s'è cosí presto consolata de' miei tradimenti, tanto meglio o tanto peggio per lei.
Ah, dunque sa anche lei che la sua amica s'è consolata? In tal caso piú che mai debbo ammirare il suo spirito veramente raro.
- Suo, di chi?
- Dico il suo, signora Adele.
- Grazie, ma non comprendo.
Io dico, scusate, e perché non volete allora restituire le lettere che ella vi ha scritte?
- Ah! - esclamò il Rossani.
- Sa anche lei di queste lettere? Perbacco! bisogna proprio convenire che la sua intima amica è andata sbandendo da per tutto il regalo fattomi di questa dozzina di profumati, elegantissimi cartoncini! Che voglia farne un'edizioncina preziosa, fuori commercio, per il pubblico galante: Breve saggio di corrispondenza amorosa d'una signora della buona società? In questo caso me ne farei editore io, a costo di defraudare la collezioncina privata dei manoscritti, che vo raccogliendo per passatempo della mia vecchiaja.
- Ah Rossani! siete un mostro! Parlar cosí...
Chi altri ha potuto farvi cenno delle lettere di Giulia?
- Lei non l'indovina certo, signora Adele disse il Rossani componendo il volto a serietà e impallidendo, ma pur con le labbra tremanti d'un risolino nervoso.
- Lei non può sospettarlo.
Altrimenti, non mi avrebbe tenuto questo discorso.
Ha indovinato?
Adele si cangiò in volto e corrugò le ciglia, come se la vista le si fosse d'un tratto intorbidata.
Bisbigliò un nome:
- Tullio Vidoni?
Il Rossani chinò il capo in risposta, mostrando negli occhi quasi il sogghigno delle labbra non mosse.
Egli solo, il Vidoni, infatti, poteva essere a conoscenza di quelle lettere: il Vidoni, a cui Adele ne aveva parlato senza neanche raccomandargliene il segreto, tanto in lui allora si affidava e rimetteva tutta quanta...
Ah, intendeva ora perché a Giulia era riuscito cosí facile ottener da colui la restituzione delle sue lettere! Egli dunque si era affrettato a rimettere alla nuova amante le lettere dell'antica: e chi sa, chi sa quanto avevano riso insieme di quelle sue espressioni d'amore e di dolore!
Adele si torse in grembo le mani, fin quasi a spezzarsi le dita; sorridendo, tuttavia, pallidissima, coi denti stretti, al Rossani.
- Una scena comicissima, - riprese questi, un po' esitante.
- Se vuole, gliela racconto in due parole...
- Sí, sí, ditemi, ditemi, - s'affrettò a istigarlo Adele, dimostrando, con la voce e con l'ansia, l'interna agitazione e il fremito d'odio e di sdegno.
- Ieri, sul pomeriggio, ero per il Corso, col Vidoni...
Non sospettavo ch'egli fosse già mio...
diciamo cosí, successore.
Tutti e due vediamo, ma facciamo le viste di non accorgerci della signora in discorso, la quale passava in vettura, innanzi a noi.
Notai, è vero, un certo impaccio nel mio amico e come un improvviso impallidire; ma non sospettavo, ripeto, di doverlo compiangere, sapendo come egli fosse a cognizione non solo della mia breve favola d'amore già compita, ma di ben altre favole (chiamiamole cosí) della signora, in Milano, prima che il marito di lei venisse a Roma, senatore, poveretto...
Basta.
- "Ah, è tornata!" - feci io, quasi tra me, sperando, dico la verità, che il Vidoni me ne désse qualche notizia.
Sapevo che tornava anche lui da Milano, dove certamente aveva dovuto vederla.
- Avanti, avanti...
Dunque? - interruppe Adele, a cui la manierata lungaggine del Rossani riusciva ormai insoffribile.
- Ah, lei forse, scusi, aveva notato prima di me qualche accenno di passione in questo signore per la Garzía?
- Io? No...
cioè, voi conoscete quanto me Tullio Vidoni...
l'uomo piú ridicolo che passeggi su la faccia della terra...
Sapete che è affetto di dongiovannite acuta, e che fa il galante con tutte le signore...
Chi può prenderlo sul serio?
- Nessuno, lo so! Ma lui sí, eh perbacco! lui sí l'ha presa sul serio, la cotta...
almeno a giudicare da quel che m'ha fatto.
- Dite che v'ha parlato delle lettere?
- Stia a sentire.
Dopo le mie parole: "Ah 'è tornata!", egli mi dice che la Garzía era in Roma da tre giorni, e che aveva fatto il viaggio in compagnia di lui.
Poi mi spinge a parlarne.
Io, senza sospetto per lui, ma con piú d'un sospetto per altri, confesso d'aver avuto la debolezza di parlare, e non troppo benevolmente, com'ella può immaginare; ma non in virtú di quell'aforisma del suo divino Bourget.
Parlando, comincio però a notare che il volto dell'amico man mano s'infosca...
- "Ma tu soffri, mio caro!" - gli dico allora, per ischerzo.
A questo punto egli scatta, e in termini abbastanza vivaci, osa rimproverarmi di ciò che ho detto o del modo con cui ho parlato.
Io resto goffo, a guardarlo: non credevo ancora ch'egli dicesse sul serio.
Allora lui mi ripete il rimprovero in termini piú vivaci; io, seccato, rispondo, e trascendiamo cosí a un diverbio violentissimo, quantunque a bassa voce.
Basta: gli ho detto sul muso il fatto mio e l'ho piantato lí, in mezzo alla strada...
Adele, agitatissima, si nascose il volto tra le mani, gemendo: - Dio! Dio! - Poi guardò il Rossani, stravolta e con gli occhi lampeggianti d'odio; gli domandò:
- E ora? Ditemi la verità, Rossani: siete esposto a un pericolo? Sapete che Tullio Vidoni...
- Nessun pericolo, signora Adele! Del resto, non ho mai fatto dipendere la convenienza d'accordare o no una riparazione per le armi dal modo con cui il mio avversario tira in una sala o in una accademia di scherma.
- Oh Dio, no, Rossani! Egli tira benissimo, e vedete: il vigliacco se ne approfitta! - gridò Adele.
- No, no! Sentite: se voi...
se voi poteste dargli una lezione, ebbene, con tutto il cuore vi direi: dategliela, e sia buona!
- Speriamo! - esclamò il Rossani.
- Ma no! vedete, - riprese Adele, - io temo per voi...
E allora figuratevi la sua boria, di ritorno, incolume e vincitore, alla sua bella! No...
no...
- Ma ormai...
- fece il Rossani, stringendosi nelle spalle.
- Che dite? Dunque è stabilito? Vi batterete? Ah Rossani, no! Per una indegna? Sí, sí, lasciatemelo dire...
È venuta qui, da me, l'altro jeri...
qui, e ha potuto baciarmi, capite? con quel sorriso stereotipato sulle labbra dipinte...
Serpe! Oh Dio...
M'ha potuto chiedere, capite, che io m'intromettessi per ottenere da voi la restituzione delle sue lettere, mentre lei...
È mostruoso, Rossani, non vi sembra? Mostruoso! E voi dovreste pagarne la pena? No, no, per carità! Sentite...
sentite...
fatelo per me...
Adele circondò quasi con un braccio il collo del Rossani e quasi gli piegò sul petto la faccia, supplicando.
Tito, non sapendo come schermirsi, cercò d'arrestare almeno il flusso delle supplici parole:
- Se mi batto, mi batto per me, esclusivamente per me, creda, signora! E ne ho qui in tasca la prova piú lampante: nelle lettere di lei!
- Ah, - gridò Adele.
- Le avete ora voi? Datemele!
E allungò subito, con irrefrenabile impulso d'odiosa gioja, una mano verso la tasca interna della giacca di lui.
Tito Rossani sorse in piedi, severamente.
- Ah no, signora Adele! Se non m'importa piú nulla di colei, è sempre interesse mio, e ora piú che mai, d'agire da gentiluomo.
Non a lei, non a lei, scusi: restituirò le lettere per altro mezzo...
A queste parole Adele, tutta vibrante, scoppiò in una fragorosa risata, che prolungò con evidente sforzo, abbandonandosi su la spalliera della poltrona.
Tito stette a guardarla, sconcertato.
- Bravissimo! Bravissimo! - esclamò ella ancor tra le risa; e levandosi da sedere: - Qua la mano, qua la mano, Rossani! Non avete capito? Ma io volevo proprio questo! Adesso, badate: ho la vostra parola d'onore: voi restituirete le lettere...
Bravo, Rossani: grazie.
Siete un vero e compito gentiluomo.
Tito Rossani andò via goffo, interdetto, quasi stordito da una sorda stizza.
Ah sciocco! sciocco! La Montagnani si era fatto giuoco di lui, dunque? Lo aveva beffato, rappresentando la commedia della gelosia? - Che commediante! - Ah, ma egli, allora, si sarebbe vendicato! non avrebbe piú restituito le lettere, a nessun patto!
Ben povera soddisfazione, questa, per Adele, che avrebbe voluto aver tra le mani lei, quelle lettere, e poi...
- Che imbecille! - fece piano, con vivacissimo gesto di dispetto per il Rossani, che già voltava le spalle al salotto.
Piegò il volto su la poltrona e ruppe in singhiozzi, addentando il bracciuolo per non farsi sentire.
CREDITOR GALANTE
Appena uscita dal salotto la ragazza, Maurizio Gueli si levò in piedi, guardò l'orologio, poi si abbottonò lentamente l'abito e con la mano tesa si avvicinò a Fulvia Corsani, sdrajata su la poltrona con un libro su le ginocchia, la testa appoggiata su la spalliera e la bellissima gola provocante tutta in vista dalla fossetta all'attaccatura del collo sú sú fino all'ovale del mento.
Senza moversi né levar gli occhi dal soffitto ella domandò:
- Le undici?
- Quasi - rispose il Gueli turbato nel vedersi sotto gli occhi il volto di lei cosí giacente.
- Non andate a letto anche voi?
Fulvia scosse negativamente il capo senza levarlo da la spalliera.
- Rimango? - domandò il Gueli.
- No no, andate pure...
- fece ella quasi in uno sbuffo, scotendosi.
- Andrei a casa: non m'incomodereste affatto...
- aggiunse il Gueli guardandosi sott'occhi e stirandosi le punte dei baffetti rimasti neri, mentre i capelli fittissimi su la fronte eran già tutti bianchi.
- Grazie.
Io aspetto ancora un po'!...
- Vostro marito? Sarà al circolo...
- No.
Da un amico, non so...
- Siamo tutti amici al circolo!
Fulvia lo guardò con indolenza quasi sprezzante, e portando le braccia su la poltrona e reclinando la testa tra le spalle alzate:
- Perché mi avrebbe mentito? - disse.
- Per causa vostra: gli fate troppe domande - rispose pronto Maurizio.
Si guardarono tutti e due ad un tratto.
Il Gueli, aggrottando le ciglia, rispose:
- Sarebbe forse necessario che attendessimo insieme.
Fulvia, vostro marito giuoca da tre sere come un disperato e finisce di rovinarsi e di rovinarvi...
Ella chinò gli occhi sul libro aperto in grembo, svoltando una pagina delle già lette come per riprendere il filo della narrazione.
- Che libro leggete? - domandò Maurizio cangiando tono di voce ed espressione.
- Non leggo - rispose Fulvia chiudendo il libro e levandosi in piedi.
- Basta - fece il Gueli - io passo dal circolo, e se trovo Aldo, ve lo mando subito.
Addio, eh!
Dalla soglia si volse:
- Non mi salutate neppure?
- Addio.
Grazie - sospirò Fulvia.
Egli le si riappressò lentamente:
- Proprio non potete piú soffrirmi?
- Rimanete...
- No vado.
Ma rispondetemi.
- Che cosa?...
Ve ne siete accorto?
- Uh, da tanto tempo!
- E allora...
perché venite?
- Seriamente? - domandò il Gueli guardandola fiso negli occhi.
- Scusate; non avreste ragione, mi sembra, di dir cosí..
- Ah sí? - esclamò Fulvia battendosi leggermente la fronte col segnalibro d'avorio.
- Vantate per giunta diritti alla mia gratitudine?
- Nessun diritto! - s'affrettò a rispondere il Gueli.
- La vostra gratitudine? E perché? Solo...
Fulvia lo interruppe con uno sguardo altero e fermo.
- Oh non temete, so fin dove debbo dire...
- rispose egli.
- Storie vecchie, lo so! Ma, perché vengo, via! Lo sapete...
Abbiate ancora un po' di pazienza, che diavolo! Tra due o tre anni, sperabilmente, non verrò piú a importunarvi con la mia presenza...
Adele ha già quindici anni...
Ma in fondo poi di che potete lagnarvi? Dopo tant'anni: son quindici? quanti sono? - anche il mio amor proprio, vedete, s'è quietato...
Eh sí, eh sí...
Ormai son vecchio, Fulvia! Tutta la mia mon-da-ni-tà sapete a che si riduce? Pago l'abbonamento al circolo...
- Perché mentite adesso? - gli domandò argutamente Fulvia.
- V'ho domandato forse quel che fate?
Il Gueli s'inchinò portandosi una mano sul petto:
- Toccato! E in cambio, guardate, non vi farò il torto di credervi gelosa.
Fulvia scoppiò a ridere:
- Di voi?
- Perché no? - fece Maurizio sorridendo anche lui.
- Suol per altro avvenire...
Mi son consolato? Oh, e tanto meglio per me! Mi fa molto piacere che lo crediate.
La strana, mia cara, siete voi, perché...
- Io? - interruppe Fulvia.
- Certo! Come no? Franco, eh? Tanto, ci siamo...
- Oh, dite pure!
- No.
Lo farò dire a voi stessa.
Cosí anzi inganneremo l'attesa.
Fulvia tornò a sdrajarsi su la poltrona e indicò una seggiola al Gueli.
- No, - disse questi - resto in piedi.
Un interrogatorio, breve breve, mia cara.
Permettete? E lo farò dire a voi stessa.
Sposaste a vent'anni, è vero?, mio cugino Aldo.
- Interrogatorio in tutte le forme! - fece ella.
- Ma voi non potete esser giudice!
- Perché no? Nessuna passione mi fa piú velo...
- E allora, a diciannove anni, se non vi dispiace - corresse Fulvia.
- Amavate allora Aldo?
- No.
- Naturalmente! Né lui vi amava.
Fin qui, nulla di strano.
Fulvia rise di nuovo.
- Come no? Se non mi amava, perché m'ha sposata?
- Oh bella! e voi?
- Io non sono andata a cercarlo.
- Parliamo di voi - troncò Maurizio.
Fulvia lo arrestò con un gesto della mano, protestando:
- Non ho voluto scusarmi.
- Bene, - riprese il Gueli - a ogni modo, dopo circa due anni...
Se non fu un capriccio, lo pagaste troppo caro...
Poco dopo, il timore o il rimorso (diciamo il rimorso), uccise in voi...
quel che sentivate per me.
Oh, vedete! da quel tempo - è un bel pezzo ormai! - io ho chiuso veramente il mio conto con la vita: pagai allora a lei, in una volta sola, quel tanto di dolori e di noje che le dovevo in cambio delle scarse gioje che m'ha concesso, cosí, alla spicciolata, da quella trista usuraja ch'essa è; e son rimasto, mia cara, in credito: grosso credito, a cui non intendo affatto rinunziare.
Mi sentivo legato a voi da un nodo ormai indissolubile...
Ero pazzo, ne convengo.
Non intendevo, per esempio, che a voi...
- uh, non intendevo tante cose, allora...
- E ora? - domandò Fulvia con fredda ironia.
- Piano! - fece Maurizio.
- Mi respingeste: io m'ammalai sul serio; viaggiai per distrarmi (sciocca medicina!)...
basta; dopo un anno circa, tornai a voi.
Come m'accoglieste! Vi ricordate? - Non temete, - vi dissi - io son guarito.
Concedetemi di venir di tanto in tanto...
E voi lo concedeste...
per vostra figlia...
- Non l'avessi mai fatto! - esclamò Fulvia.
- Oh, non l'avreste fatto, lo so: - riprese calmo il Gueli - ma proprio in quel tempo, vedete, Aldo ebbe, per mia fortuna, bisogno di me per la prima volta.
Fulvia strinse i denti, contrasse il volto e scosse il capo rabbiosamente.
- Perché fate cosí? - continuò Maurizio.
- V'ho io forse pregata di qualche cosa, oltre la vostra concessione? Ho chiesto forse la vostra amicizia? Eh, lo so: vi avrei insultata, chiedendovela! E non l'ho fatto...
Ho continuato a venir qui...
- E vi par poco? - gli domandò Fulvia guardandolo acutamente.
- Ma non per voi...
Via Fulvia, state pur contenta, che avete fatto bene, ammesso anche che vi sia costato un sacrifizio, benché io non intenda perché poi vi debba pesar tanto qualche mio...
sí qualche mio favoruccio, il piú disinteressato che si possa immaginare! State tranquilla: non è fatto a voi, né a vostro marito, e forma l'unica mia felicità, perché posso dire d'aver fatto anch'io qualcosa per la vostra bambina...
Guardate: - disgraziatamente Aldo è ancora per una triste china...
Il pericolo dunque dura tuttavia: chi meglio di me, con meno disinteresse di me potrebbe difendervi? A chi potreste rivolgervi?
Fulvia scattò in piedi.
- Io? Oh, io, se mai, a chiunque altro, ve l'assicuro, e a qualsiasi patto, tranne che a voi, guardate!
Maurizio Gueli la guardò come compiacendosi dell'accensione del volto di lei per quello scatto d'ira; poi con calma osservò:
- Ho torto io nel dirvi strana?
- Ah, strana per questo? - incalzò Fulvia.
- Vi sembra strano...
- Che sentiate siffattamente per me? - terminò Maurizio la frase.
- No davvero! Mi sembra anzi naturalissimo...
- E dunque?
- Sebbene ormai...
via! Ma agli occhi vostri, si sa, io sono il solo qui, che non soffre nulla, è vero? Anzi, anzi di tanto in tanto vengo a tòrmi come in premio i sorrisi d'una dolce creatura...
Son la prova vivente d'un vostro...
delitto, è vero? Adesso lo chiamate forse cosí...
Già! prima per voi delitto era invece il legame che vi accompagnava per forza a un uomo che non vi amava e che non amavate.
Ma anche questo è naturale...
Strano, mia cara, è quest'altro fenomeno: che voi, ora, siate - lasciatemelo dire - cosí perdutamente innamorata di vostro marito, anzi - per dir meglio - malata di lui...
Com'è avvenuto? Piú ci penso, meno riesco a spiegarmelo...
- Come! Eppure - fece Fulvia con beffardo stupore - siete cosí gran conoscitore di donne voi!
- Voi, invece, mi credete uno sciocco - rispose Maurizio.
- E sia! Opinioni...
Io vi stimavo cosí insuscettibile d'amore...
- Ah sí? E ora?
- Ah, lo stesso! Ma...
- C'è un ma?
- Vostro marito.
- Non l'amo? - domandò Fulvia, mostrando con dolcissima grazia quasi paura che il Gueli le rispondesse di no.
- Come? - fece questi un po' imbarazzato.
- No...
ecco...
prima...
bisogna distinguere.
Io per dir la verità, mi ci perdo.
Perché, sí, questo vostro amore - scusate veh! - mi fa pensare a un pasticcio.
Mi spiego: c'entra un po' di tutto...
Ecco, vediamo: Pentimento prima, va bene? Del resto, è naturale, per la gravità del caso...
Segreto bisogno di perdono, va da sé.
Poi, anche bisogno d'un legame, è vero? la gioventú! e allora vanità offesa, puntiglio, dispetto...
un fermento insomma d'impressioni e di sentimenti, ai quali sa esser campo soltanto il cuore d'una donna...
- L'amo o non l'amo? - domandò Fulvia, passando sopra, dispettosamente, allo sforzo d'analisi del Gueli.
- L'amerete! - rispose Maurizio.
- Ma io vorrei spiegarmi il come e il perché...
- A che pro e a che scopo?
- Per amore dell'arte.
- A mezzanotte?
Maurizio tornò a guardar l'orologio, poi con grande serietà disse:
- Non ancora.
Mancano venti minuti.
Volete sentire la verità? Com'io la pensi? Vi siete trovata innanzi a un uomo...
- A voi? - interruppe Fulvia.
- No: a vostro marito, che non s'è curato mai di voi...
lasciatemi dire - né di voi, né della casa, né prima né poi - mai! Accecato da un'altra passione che l'ha quasi tratto alla rovina; fiero, però e sprezzante, ah! quasi orgoglioso del suo delitto - questo sí, delitto: chi spoglia sé, la moglie, la...
figlia, la casa, come ha fatto lui, per me, scusate, è un delinquente!
- Un pazzo! - sospirò Fulvia.
- Già, già, benissimo! Dimenticavo infatti che nel pasticcio entra finanche un sentimento di pietà incomprensibile.
Sicuro! Per voi è soltanto un pazzo, un povero pazzo...
Cercaste di ricondurlo sulla via della ragione? Non v'intese neppure! Andaste a lui, offrendovi, passione contro passione? Fu piú forte la sua: vi respinse! Lo minacciaste? Restò indifferente, quasi lasciandovi padrona di fare a piacer vostro, pur di non esser molestato...
Ah, c'era veramente, in questo modo d'agire, di che tentare una donna come voi! Ecco alfine un uomo che non è di pasta frolla! Un uomo che finalmente sa essere qualche cosa - anche un pessimo arnese, se vogliamo! E frattanto, vi mettete a odiar me, perché non riuscivate a farvi amare da lui! Graziosissimo!...
Vi ha egli lasciata oltrepassar mai, in tanti anni che state insieme, il limitare della piú lieve confidenza? Mai! V'ha tenuta sempre, diciamo cosí, fuori la porta.
Vi siete messa a picchiare; ma sí! lui era occupato a buttar tutto giú dalle finestre...
Quando ha badato a voi? È finanche sfuggito al vostro assedio! E ora, siete rimasti fuori tutti e due...
Quasi quasi, qui, il padrone di casa sono rimasto io...
Ah, ne combina la sorte! Come una mendicante dietro la porta chiusa, voi aspettate ch'egli ritorni...
Maurizio Gueli cavò dalla tasca posteriore un elegantissimo portasigarette, ne trasse una, l'accese, poi tese di nuovo la mano a Fulvia e salutò:
- Buona notte, Fulvia, e buona attesa.
Sapete? Ci sarebbe forse un solo mezzo per mettermi alla porta...
- Quale? - domandò Fulvia con ansia affettata.
Maurizio sorrise freddamente.
- Dategli a intendere che vi faccio la corte.
- Temete che lo faccia? - domandò Fulvia e si morse il labbro inferiore.
Maurizio, continuando a sorridere, agitò piú volte una mano con l'indice teso; poi disse inchinandosi:
- Son quasi sicuro che non vi crederebbe.
Basta.
Buona notte.
Passo dal circolo, e ve lo mando subito...
Buonanotte.
LA PAURA
Si ritrasse dalla finestra con un atto e un'esclamazione di sorpresa; posò sul tavolinetto il lavoro a uncino che aveva in mano, e andò a chiudere, in fretta, ma cauta, l'uscio che metteva quella camera in comunicazione con le altre; poi attese mezzo nascosta dalla tenda dell'altro uscio su l'entrata.
- Già qui? - disse piano, contenta, levando le braccia al petto erculeo di Antonio Serra, lei gracile, piccola, col volto proteso per ricever subito il solito bacio furtivo.
Ma l'uomo si schermí, turbato.
- Non sei solo? - domandò, ricomponendosi a un tratto, Lillina Fabris.
- Dov'hai lasciato Andrea?
- Son tornato prima, stanotte...
- rispose con tono ruvido il Serra, e aggiunse, come per mitigar la prima espressione: - Con una scusa...
Era vero, però: dovevo trovarmi qui di mattina, per affari...
- Non m'hai detto nulla...
- lo rimproverò ella dolcemente.
- Potevi avvisarmene...
Che hai?
Il Serra la guardò quasi odiosamente negli occhi; poi, a bassa voce, ma vibrata, proruppe:
- Che? Temo che tuo marito sospetti di noi...
Ella restò, come se un fulmine le fosse caduto da presso; e, con stupore pieno di spavento:
- Andrea? Come lo sai? Ti sei tradito?
- No, tutti e due, se mai! - s'affrettò egli a rispondere.
- La sera della partenza...
- Qui?
- Sí; mentr'egli scendeva...
Andrea scendeva innanzi a me, te ne ricordi? con la valigia...
Tu facevi lume dalla porta, è vero? e io nel passare...
Lillina Fabris si portò ambo le mani sul volto; poi le scosse in aria:
- Ci ha visti?
- M'è parso che si sia voltato, scendendo...
- aggiunse egli con voce arida e cupa.
- Non ti sei accorta di nulla tu?
- Io no, di nulla! Ma dov'è? Andrea dov'è?
Il Serra, come se non avesse udito la domanda angosciosa della piccola amante, di cui non aveva mai intuito la grandezza dell'animo e dell'amore, riprese cupamente:
- Dimmi: m'ero messo a scendere, quand'egli ti chiamò?
- E mi salutò! - esclamò ella.
- Anche con la mano...
Fu dunque nello svoltare dal pianerottolo giú?
- No, prima...
prima...
- Ma se ci avesse visti...
- Intravisti, se mai...
Un attimo!
- E t'ha lasciato venir prima? - rispose ella con crescente angoscia...
- Ma sei ben sicuro che non è partito?
- Sicurissimo! Di questo, sicurissimo...
E prima delle undici non c'è altra corsa dalla città...
Guardò l'orologio, e si rabbuiò in volto.
- Sta per venire...
E intanto noi...
in questa incertezza...
sospesi cosí in un abisso...
- Taci, taci, per carità! - pregò ella.
- Calma...
Dimmi tutto...
Che hai fatto? Voglio saper tutto...
- Che vuoi che ti dica? In questo stato, le cose piú insignificanti ti sembrano allusioni; ogni sguardo, un cenno...
- Calma...
calma...
- ripeté ella.
- Sí, calma: trovala!
E il Serra si mise a passeggiare per la stanza, storcendosi le mani.
Poco dopo riprese, fermandosi:
- Qui, ti ricordi? prima di partire, discutevamo io e lui su la maledetta faccenda da sbrigare in città...
Lui s'accalorava...
- Sí, ebbene?
- Appena in istrada, Andrea non parlò piú: andava a capo chino; lo guardai, era turbato, le ciglia aggrottate...
"S'è accorto!" pensai.
E non parlavo: temevo che la voce mi tremasse; tremavo tutto...
Ma, a un tratto, con aria semplice, naturale, nella fresca tranquillità della notte, per via: - "Triste, è vero?" - mi fa - "Viaggiar di sera, lasciar di sera la casa...".
- Cosí?
- Sí.
Gli sembrava triste anche per chi resta...
Poi, una frase...
(sudai freddo!): - "Licenziarsi a lume di candela su una scala...".
- Ah questo...
come lo disse? - esclamò ella colpita.
- Con la stessa voce...
- rispose il Serra - naturalmente...
Io non so; lo faceva apposta! Mi parlò dei bambini che aveva lasciati a letto, addormentati; ma non con quella amorevolezza semplice che rassicura...
- e di te.
- Di me?
- Sí, ma mi guardava.
- Che disse? - domandò ella tutta sospesa.
- Che tu ami molto i suoi bambini...
- Nient'altro?
- In treno, ripigliò il discorso sulla lite da trattare...
Mi domandò dell'avvocato Gorri, se lo conoscevo.
- Zitto! - lo interruppe ella, pronta.
Entrò la serva a domandar se era tempo d'andare pei bambini mandati quella mattina dai nonni paterni.
Non doveva ritornare quel giorno il padrone? Le vetture erano già partite per la stazione.
Lillina, indecisa, rispose alla serva che attendesse ancora un poco, e che intanto finisse d'apparecchiare di là.
Rimasti novamente soli, si guardarono smarriti; e lui ripeté:
- Sarà, qui tra poco...
Ella gli strinse forte il braccio, rabbiosamente:
- Ma dimmi qualche cosa! Non hai saputo accertarti di nulla? È mai possibile che lui, cosí violento, col sospetto nell'anima, abbia saputo fingere in tal modo con te?
- Eppure...
- fece egli battendo le mani.
- Che la mia diffidenza m'abbia reso insensato fino a tal segno? Piú volte, vedi, attraverso le sue parole m'è parso di legger qualcosa...
Un momento dopo mi dicevo rinfrancandomi: "No, è la paura!"
- Paura, tu?
- Io, sí! Perché egli ha ragione...
- dichiarò, nella sua grossezza, il Serra con la spontaneità del piú naturale convincimento.
- L'ho studiato, spiato tutti i momenti: come mi guardava, come mi parlava...
Sai ch'egli non è solito di parlar molto...
eppure, in questi tre giorni, avessi inteso! Spesso però si chiudeva a lungo in un silenzio inquieto; ma ne usciva, ogni volta, ripigliando il discorso sul suo affare.
"Era preoccupato di questo?" allora mi domandavo - "o di ben altro? Forse ora mi parla per dissimularmi il sospetto..." Una volta mi parve finanche che non avesse voluto stringermi la mano...
Bada, s'accorse che gliela porgevo: si finse distratto; era un po' strano veramente - fu il domani della nostra partenza.
Fatti due passi, mi richiamò.
- "S'è pentito!" - notai subito.
E infatti disse: "Oh, scusa...
dimenticavo di salutarti! Fa lo stesso..." - Mi parlò altre volte di te, della casa; ma senz'alcuna intenzione apparente...
Mi pareva tuttavia che evitasse di guardarmi in faccia...
Spesso ripeteva tre, quattro volte la stessa frase, senza senso comune...
come se pensasse ad altro...
E mentre parlava di cose aliene, a un tratto, trovava modo d'entrar bruscamente a riparlarmi di te o dei bambini, figgendomi gli occhi negli occhi, e mi faceva qualche interrogazione...
Ad arte? chi sa! sperava di sorprendermi? Rideva; ma con una gajezza brutta nello sguardo...
- E tu? - domandò ella pendendo dalle labbra di lui.
- Io? sempre sull'attenti...
Lillina Fabris scosse il capo con sdegno iroso:
- Si sarà accorto della tua diffidenza...
- Se sospettava di già! - fece egli, scrollando le grosse spalle.
- Si sarà confermato nel sospetto! - rimbeccò lei.
- Poi, null'altro?
- Sí...
la prima notte, all'albergo...
- riprese avvilito il Serra.
- Ha voluto prendere una stanza in comune, con due letti.
Eravamo coricati da un pezzo...
s'accorse che non dormivo, cioè...
s'accorse, no: eravamo al bujo! - lo suppose.
E bada...
figúrati! io non mi movevo - lí di notte...
nella stessa camera con lui, e col sospetto ch'egli sapesse...
- figúrati! tenevo gli occhi sbarrati nel buio, in attesa...
chi sa! per difendermi, se mai...
A un menomo atto, sarei balzato dal letto...
E allora...
Ma, capisci? vita per vita, meglio la sua che la mia...
A un tratto, nel silenzio, sento proferire queste precise parole: "Tu non dormi".
- E tu?
- Nulla.
Non risposi.
Finsi di dormire.
Poco dopo egli ripeté: "Tu non dormi".
Io allora lo chiamai.
- "Hai parlato?" - gli domandai.
E lui: - "Sí volevo sapere se dormissi".
Ma non è vero, non interrogava sai, dicendo: "Tu non dormi" - proferiva la frase con la certezza ch'io non dormivo, ch'io non potevo dormire...
capisci? O almeno, m'è parso cosí...
- Null'altro? - ridomandò ella.
- Null'altro...
Non ho chiuso occhio due notti.
- Poi, con te, sempre lo stesso?
- Sí...
lo stesso...
Ella stette un po' a pensare, con gli occhi appuntati nel vuoto; poi disse lentamente come a se stessa:
- Tutte queste finzioni...
lui!...
Se ci avesse visti...
- Eppure s'è voltato, scendendo...
- obbiettò il Serra.
Ella lo guardò negli occhi un tratto, come se non avesse inteso.
- Sí, ma non si sarà accorto di nulla! Possibile?
- Nel dubbio...
- fece egli.
- Anche nel dubbio! Non lo conosci...
Dominarsi cosí lui, da non lasciare trapelar nulla...
Che sai tu? - Nulla! Ammetti pure, che ci abbia visti, mentre tu passavi e ti chinavi verso me...
Se fosse nato in lui il menomo sospetto...
che mi avessi baciata...
ma sarebbe risalito...
oh, sí!, pensa, pensa come saremmo rimasti!...
No, senti, no: non è possibile! Hai avuto paura, nient'altro! Paura, tu, Antonio!...
No, no, egli non ha potuto pensar male...
Non ha ragione di sospettar di noi: mi hai trattata sempre familiarmente innanzi a lui...
Rallegrato internamente dall'improvvisa fiducia concepita dall'amante, il Serra volle tuttavia insistere nel dubbio angoscioso per il piacere d'essere maggiormente rassicurato da lei:
- Sí; ma il sospetto può nascere da un momento all'altro.
Allora, capisci?, mille altri fatti avvertiti appena, tenuti in nessun conto, si colorano improvvisamente; ogni accenno indeterminato diventa una prova; poi il dubbio certezza: ecco il mio timore...
- Bisogna esser cauti...
- rispose ella.
Deluso, il Serra provò un senso d'irritazione contro l'amante:
- Ora? Te l'ho sempre detto!
Ella lo guardò sdegnosa:
- Mi rinfacci adesso?
- Non rinfaccio nulla! - rispose egli vieppiú irritato.
- Ma puoi negare che tante volte t'ho detto: Bada! E tu...
- Sí...
Sí...
confermò ella, come nauseata.
- Non so che gusto ci sia - continuò egli - a lasciarsi scoprire cosí...
per nulla...
per una imprudenza da nulla...
come tre sere fa...
Sei stata tu...
- Sempre io, sí...
- Se non era per te!
- Sí, - fece ella alzandosi con un ghigno di scherno - la paura!
Sferzato, il Serra irruppe
- Ma ti pare che ci sia da stare allegri, tu e io? tu, specialmente!
Si rimise a passeggiar per la stanza, fermandosi di tratto in tratto e parlando quasi tra sé:
- La paura...
Credi che non pensi anche a te? La paura...
Ci fidavamo troppo, ecco! Sí, e adesso tutte le nostre imprudenze, tutte le nostre pazzie mi saltano agli occhi, vedi, e mi domando, com'ha fatto a non sospettar di nulla finora...
Colpita dall'accusa dell'amante, ella si portò le mani al volto e confermò:
- È vero...
è vero...
lo abbiamo troppo ingannato...
Stettero un lungo tratto in silenzio; poi riaprendo il volto, ella riprese:
- Mi rimproveri adesso? È naturale! Sí, ho ingannato un uomo che si fidava di me, piú che di se stesso.
Sí, e la colpa è mia, infatti.
- Non ho voluto dir questo - diss'egli sordamente, continuando a passeggiare.
- Ma sí, ma sí...
riprese ella con febbre, andandogli incontro.
Lo so, e guarda, puoi anche aggiungere che con lui ero fuggita da casa mia, sí, e che lo spinsi io, quasi, a fuggire - io, perché lo amavo, sí - e poi l'ho tradito con te! È giusto che ora tu mi condanni, giustissimo! Ma io, senti, io ero fuggita con lui perché lo amavo, non per trovare qui tutta questa quiete, tutta questa agiatezza in una nuova casa: avevo la mia; non sarei andata via con lui...
Ma egli si sa, doveva scusarsi innanzi agli altri della leggerezza a cui s'era lasciato andare, egli uomo serio, posato...
Eh già! la follia era commessa: rimediarvi, adesso! riparare, e subito! Come? Col darsi tutto al lavoro, col rifarmi una casa ricca, piena d'ozio...
Cosí, ha lavorato come un facchino; non ha pensato che a lavorare, sempre; senza desiderare mai altro da me che la lode per la sua operosità, per la sua onestà...
e la mia gratitudine, anche! Già, perché sarei potuta capitar peggio!...
Era un uomo onesto, lui; mi avrebbe rifatta ricca, lui, come prima, piú di prima...
A me, questo, a me che ogni sera lo aspettavo impaziente, felice del suo ritorno...
Tornava a casa stanco, affranto, contento della sua giornata di lavoro, preoccupato già delle fatiche del domani...
Ebbene, alla fine, mi sono stancata anch'io di dover quasi trascinar quest'uomo ad amarmi per forza, a rispondere per forza al mio amore.
La stima, la fiducia, l'amicizia del marito paiono insulti alla natura in certi momenti...
E tu te ne sei approfittato, tu che ora mi rinfacci l'amore e il tradimento, ora che il pericolo è venuto, e hai paura, lo vedo: hai paura! Ma tu che perdi? Mentre io...
- Consigli a me la calma! - disse freddamente il Serra.
- Ma se ho paura...
è pure per te...
pe' tuoi figli...
- I miei figli, tu, non nominarli! - gli gridò ella ferita, con gli occhi lampeggianti d'odio.
- Innocenti! - soggiunse poi, rompendo in lacrime.
Il Serra la guardò un pezzo, poi piú urtato che turbato, disse:
- Adesso piangi...
Me ne vado...
- Ora? ora? - singhiozzò ella.
- Si sa, ora non hai piú nulla da fare qui...
- Sei ingiusta! - riprese egli pigiando su le parole.
- T'ho amata, come tu mi hai amato, lo sai! T'ho consigliato prudenza: ho fatto male? Piú per te, che per me: sí, perché io, nel caso, non perderei nulla - lo hai detto tu...
sú, sú, Lillina...
rimettiti...
È inutile adesso ogni recriminazione...
Egli non saprà nulla; tu lo credi, e sarà cosí...
Anche a me ora par difficile ch'egli si sia potuto dominare fino a tal segno...
Non si sarà accorto...
e cosí...
sú, sú...
nulla è finito...
Noi saremo...
- Ah, no! - lo interruppe ella alteramente.
- No! come vuoi, ormai? No, è meglio, è meglio finirla...
- Come credi...
- fece il Serra semplicemente.
- Ecco il tuo amore! - esclamò ella indignata.
Il Serra le venne incontro quasi minaccioso:
- Ma vuoi farmi impazzire?
- No, è meglio veramente finirla...
- riprese ella - e fin da ora; qualunque cosa sia per accadere.
Tra noi tutto è finito.
Senti, e sarebbe anche meglio, ch'egli sapesse ogni cosa...
Meglio, meglio, sí! Che vita è la mia? Te la immagini? Non ho piú diritto d'amar nessuno io! Neanche i figli miei...
Se mi chino per dar loro un bacio, mi par che l'ombra della mia colpa si projetti su le loro fronti immacolate! No...
no...
Mi torrebbe di mezzo? Lo farei io, se non lo facesse lui!
- Adesso non ragioni piú...
- disse egli placido e duro.
- Davvero! - continuò Lillina.
- L'ho sempre detto! È troppo...
è troppo...
Non mi resta piú nulla, ormai...
Poi, facendo forza a se stessa per rimettersi, soggiunse:
- Va', va' adesso...
ch'egli non ti trovi qui...
- Come...
debbo andare? - fece il Serra perplesso.
- Lasciarti? Ero venuto apposta...
Non è meglio che io...
- No, - lo interruppe ella - qui non deve trovarti.
Torna però, quand'egli verrà, da qui a poco.
La maschera dobbiamo portarla ancora insieme.
Torna presto, e calmo, indifferente...
non cosí! Parlami innanzi a lui, rivolgiti spesso a me...
intendi? Io ti seconderò...
- Sí...
sí...
- Presto.
Ma...
se mai...
- Se mai?
Ella stette soprappensiero un tratto; poi, scrollando le spalle:
- Nulla, tanto...
- Che cosa? - domandò il Serra confuso.
- Nulla...
nulla...
Ti dico: addio!
- Ma dunque, davvero...
- si provò egli a dire.
- Va' via! - lo interruppe subito ella sprezzante.
E il Serra andò via promettendo:
- A tra poco.
Ella restò in mezzo alla stanza, con gli occhi appuntati biecamente, come in un pensiero truce, che assumesse forma d'immagine reale innanzi a lei.
Poi scosse il capo ed esalò l'interna ambascia in un sospiro di stanchezza desolata.
Si stropicciò forte la fronte, ma non riuscí a scacciare il pensiero dominante.
Andò un po', inquieta, per la stanza; si fermò innanzi a uno specchio a bilico in fondo, presso l'uscio; la propria immagine riflessa dallo specchio la distrasse, e si allontanò.
Andò a sedere innanzi al tavolinetto da lavoro, e vi si piegò sopra, col volto nascosto tra le braccia; poco dopo rialzò il capo mormorando:
- Non avrebbe risalito la scala? con una scusa...
Mi avrebbe trovata lí...
dietro la finestra a guardare...
Scosse di nuovo la testa, atteggiando il volto a sprezzo e nausea, e aggiunse:
- Se non fu la paura...
Ha tanta paura! Ah, ma ora è finita...
È finita...
Dio, ti ringrazio! I miei bambini...
i miei bambini...
Povero Andrea!
LA SCELTA
Tanto magro, quanto lungo; e piú lungo, Dio mio, sarebbe stato, se il busto tutt'a un tratto, quasi stanco di tallir gracile in sú, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una buona gobbetta, da cui il collo pareva uscisse, penosamente marcato, come quel d'un pollo, ma con un grosso nottolino protuberante, che gli andava sú e giú ogni qual volta deglutiva.
Me lo vedo ancora innanzi vestito squallidamente di grigio, con un vecchio cappello stinto e tutto sbertucciato, in cui la testa secchissima sarebbe sprofondata intera intera, se non fosse stato per le orecchie alte che reggevano le tese: vi sprofondava tutta la fronte però, con le sopracciglia; cosí che la piccola faccia ossuta, angolosa pareva cominciasse da quel nasetto a becco e sfrogiato, da uccel ciuffagno, che rendeva cosí caratteristica la sua fisonomia.
Si sforzava di tener continuamente tra i denti le labbra, come per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo risolino non potendo per le labbra cosí imprigionate, gli scappava per gli occhi, piú arguto e beffardo che mai.
Era il mio ajo e si chiamava Pinzone.
Il dí dei morti è la festa pei fanciulli di Sicilia.
La Befana (forse perché nelle case della città e dei borghi dell'isola non c'è camini, per la cui gola ella possa introdursi) non fa regali laggiú.
Li fanno invece i morti alla vigilia della lor festa, su la mezzanotte: i parenti o gli amici defunti recano in memoria di loro qualche monetina e dolci e giocattoli, soltanto però ai bambini savii.
Piú savie, a parer mio, dovrebbero esser le madri a non accender cosí, paurosamente, la fantasia dei figliuoli.
Mia madre mi mandava senz'altro con l'ajo Pinzone alla fiera dei giocattoli.
Ricordo che pena febbrile, vibrante di mille desiderii, mi costava la scelta in quella fiera.
Stordito dai clamori confusi, sguajati dei tanti bercioni, mi voltavo di qua e di là perplesso e di ciascuno ascoltavo un tratto l'elogio della propria merce, mentre altre mani m'invitavano con vivacissimi gesti dalle baracche vicine e altre voci mi gridavano di non prestar fede a quel che l'uno mi decantava; cosí che avrei dovuto inferire che in nessuna parte avrei trovato il mio bene, che viceversa poi si trovava in ciascuna baracca.
Il vecchio Pinzone mi trascinava per un braccio, sottraendomi a forza agli allettamenti di questo o di quel venditore:
- Non dargli retta, vieni via! Ti vuole imbrogliare...
Fa' prima il giro della fiera; quando avrai tutto veduto, sceglierai...
Nell'accanimento della concorrenza i venditori, nel vedermi allontanare cosí tirato per un braccio, scagliavano ingiurie e imprecazioni contro il povero Pinzone.
Egli però sogghignava, tentennando la testa sotto la furia delle male parole e rispondeva soltanto a me, ripetendomi:
- Non dar retta: ti vogliono imbrogliare...
Alcuni erano piú aggressivi; saltavano dal banco con un giocattolo in mano e ci attorniavano e c'impedivano il passo, l'uno offrendomi una trombetta, per esempio, l'altro una vaporiera di latta a cui s'agganciavano due o tre vagoncini; un terzo, un tamburello; e tutti e tre strillavano a Pinzone:
- Vecchiaccio imbecille, lasciate comprare al ragazzo quel che desidera.
Deve forse scegliere a vostro gusto? Non vedete che vuole la trombetta?
- Ma che trombetta! Vuole la ferrovia! Guarda: cammina sola...
- Che trombetta e che ferrovia! Vuole il tamburo: brabrà, brabrà...
Le bacchette col fiocco...
Tieni, prendi, bello mio! Non dar retta a codesto vecchiaccio...
Io guardavo negli occhi Pinzone.
- Lo vuoi? - mi domandava questi allora.
E io, senza staccar gli occhi, rispondevo il no ch'era negli occhi suoi e nel tono della sua domanda.
Cosí facevamo il giro della fiera; poi, come quasi ogni anno, finivo per ritornare innanzi alla baracca dove si vendevano le marionette, ch'eran la mia passione.
Ahimè, ma anche lí tra i paladini di Francia e i cavalieri Mori, lucenti nelle loro armature di rame e d'ottone, esposti in lunghe file su cordini di ferro, ero costretto a scegliere, mentre avrei voluto portarmeli via tutti.
Quale fra i tanti?
- Prenda Orlando, signorino! mi consigliava il venditore.
Il piú forte campione di Francia: glielo do per dieci lire e cinquanta...
Subito Pinzone, messo in guardia dalla mamma, esplodeva:
- Bum! Dieci lire e cinquanta? Ma se non vale tre bajocchi...
Figlio mio, guarda: ha gli occhi storti! E poi, sí! Campione di Francia...
era un pazzo furioso...
- Prenda allora Rinaldo da Montalbano...
- Peggio...
Ladro! - esclamava Pinzone.
E Adolfo era millantatore, e Gano traditore...
breve, su ogni marionetta che quegli mi presentava, Pinzone trovava da ridir qualcosa, finché il venditore seccato non gli gridava:
- Ma insomma, signor mio! è certo che ci vuole il tristo e il buono, il paladino fedele e Gano il traditore, se no la rappresentazione non si può fare...
Son passati tant'anni; Pinzone è morto.
Io non ho ancora, per dir vero, alcun pelo bianco, che mi dia cagione d'affliggermi di quel che prima cosí ardentemente desideravo: un pajo di baffi e una bella barba; ma confesso che da un po' di tempo a questa parte guardo con piú pungente invidia un quadretto, nel quale sono effigiato coi calzoncini di velluto a mezza gamba e una fida marionetta in mano, - tanto carino, lasciatemelo dire! E incolpo Pinzone di questo sentimento d'invidia che provo innanzi al mio ritratto da fanciullo.
Perché dovete sapere ch'io vado ancora alla fiera.
Non è piú quella dei giocattoli (quantunque ve ne siano parecchi, né manchino le marionette): è una fiera molto piú grande; e ci vado per scegliervi gli eroi e le eroine de' miei romanzi e delle mie novelle.
Ora l'invidia mia segue da questo: che mentre io, fanciullo, finivo a un certo punto col non prestar piú ascolto alle taglienti osservazioni del grigio mio ajo e col cedere tutto infiammato alle lusinghe del venditore della baracca dei burattini, oggi sento che Pinzone, non solo vive ancora dentro di me, ma su me esercita un potere veramente tirannico, e mi guasta e mi spende ogni gioja.
Né, per quanto faccia, posso piú levarmelo dattorno.
- "Vedi, figlio mio, - mi va ripetendo egli continuamente all'orecchio - vedi che malinconia di fiera? Né credere a coloro che te la dipingono tutta d'oro: d'oro il cielo, d'oro gli alberi, d'oro il mare...
Oro falso, figlio mio! Cartapesta indorata! E vedi che razza di eroi t'offre oggi la vita? Trionfano solo i ladri, gl'ipocriti, i birbaccioni! Scegli un eroe onesto? Sceglierai per necessità un impotente, un vinto, un meschino; e la tua rappresentazione sarà fastidiosa e affliggente.
Praticando con te a tua insaputa, mi son venuto man mano istruendo un po'.
Or io ti domando: Credi tu che per i posteri possa valer la scusa che l'arte tua ha rispecchiato la vita del tuo tempo? Siamo giusti: che valore avrebbe innanzi alla nostra estimativa estetica questa medesima scusa se, a mo' di esempio, ce la presentasse tutto gonfio e borioso uno scrittor del Seicento? Noi gli risponderemmo: - Tanto peggio per te, caro mio!
In certi momenti, o figliuolo, la vita si fa cosí perfida che gli scrittori non possono farci nulla; e quanto piú son fedeli nel ritrarla, tanto piú l'opera loro è condannata a perire.
Che virtú di resistenza vuoi che abbiano contro il tempo le creature nate dai pensieri nostri dissociati, dalle azioni nostre impulsive e quasi senza legge, dai sentimenti nostri disgregati e nella discordia dei piú opposti consigli; questi miseri, inani, affliggenti fantocci che può offrirti soltanto la fiera odierna?"
Queste e altre cose sconsolantissime mi va ripetendo di continuo Pinzone.
Io mi guardo intorno, e non so rispondergli nulla.
Ah, chi saprebbe crearmi, per tappargli la bocca, un eroe, non qual'è, ma quale dovrebbe essere?
ALBERI CITTADINI
Che noja dev'esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitarii fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d'antico palazzo o in qualche cortile!
Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie piú larghe e piú popolate di Roma, che fan veramente pietà.
Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un'aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lí, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestío della vita cittadina.
Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.
Ogni qual volta passo per quella via, guardando quegli alberetti, penso ai tanti e tanti infelici che, attratti dal miraggio della città, hanno abbandonato le loro campagne e son venuti qui a intristirsi, a smarrirsi nel labirinto d'una vita che non è per loro.
E immaginando il pentimento amaro e sconsolato di questi infelici e il rimpianto della terra lontana, della vita semplice e buona che vi traevano un giorno, prima che la maledetta tentazione la recasse loro a dispetto accendendo le lusinghe d'altra fortuna; immagino anche di qual viva e spontanea letizia di germoglio si animerebbero all'aperto quei miseri alberetti, come brillerebbero le loro foglie e come si stenderebbero ad abbracciar l'aria pura questi rami aggranchiti, attediati.
Ecco: il breve cerchio che il lastrico della via lascia attorno al tronco, è tutta la loro campagna; per esso la terra beve a stento l'acqua del cielo e respira.
Questo breve cerchio è pur talvolta coperto da una grata di ferro, per una protezione che può anche sembrare maggior crudeltà: i poveri alberi allora par che vengan su da una carcere, condannati a star lí; e dormono e sognano tristi, scotendosi di tanto in tanto, quasi per brivido di commozione, alle notizie che il vento lieve reca loro da lontano, dai campi già rinascenti al sorriso del nuovo aprile.
Ah, lo sentono anch'essi, i poveri alberi della città: sentono anch'essi un non so che nell'aria ilare e fresca.
Sotto il duro lastrico opprimente, alberi in esilio, la terra vi parla del rinnovato amor del sole, e voi fremendo l'ascoltate, beati nel pensiero ch'ella non si è dimenticata di voi lontani, di voi sperduti fra il trambusto della città.
Sotto le case innumerevoli che la schiacciano, sotto le selci calpestate di continuo dagli uomini irrequieti, ella vive, vive, e voi sentite con le radici l'ardore di questa sua novella vita che non sa tenersi nascosta e schiuma quasi di tra le selci in tenui fili d'erba.
Ah, voi forse, mirando quei verdi ciuffi timidi, concepite la folle speranza che la terra voglia far le vostre vendette, invader la città per riscattarvi; e vedete in sogno quei ciuffi crescere, e la via diventare un prato e la città campagna!
Sí, ma che fanno intanto quegli stradini accosciati, curvi sul selciato? che raschiano? - Lo domandate a un passero che dai tetti è venuto a posarsi su voi; e il passero garrulo e pettegolo vi risponde sghignando:
- E non vedete? Son barbieri: fan la barba alla via.
Ma piú triste ancora è la sorte di altri alberi cittadini, che non debbon soltanto scortare, in ordinata processione lungo i marciapiedi delle vie, le insulse e laide nostre vanità, ma che, in ordine piú serrato, fondendo le varie corone, son costretti a formare quasi un portico vegetale.
Le cesoie del giardiniere han pareggiato simmetricamente le cime di questi alberi e internamente hanno imposto ai rami la curva d'una galleria e, ai lati, gli archi d'un loggiato.
Cosí svisati, con sapiente barbarie mutilati, a chi posson piú davvero parer belli e far piacere questi alberi? Confesso che a me dànno un senso di ribrezzo, come se mi offrissero uno spettacolo di perpetua tortura.
E mi vien voglia di gridare: - Ma costruite di pietra i vostri portici! Questi sono esseri vivi, che soffrono e fan soffrire: è crudele impedir loro cosí la viva spontaneità del germoglio, l'espansione della vita!
E non sapete, o giardinieri d'Italia, che la pena di morte è abolita fra noi? Per chi osi alzar la testa oltre le corde livellatrici delle leggi, che stanno a un palmo dal fango, rete protettrice dei nani, non c'è piú il boja che gliela tagli.
Or perché quella povera fronda che voglia spingersi un po' oltre la linea imposta dalle vostre forbici dev'essere decapitata?
Per quegli alberi, o giardinieri, il vostro mestiere è ancor quello del boja!
E so d'un albero nato, non si sa come, in un angusto sudicio cortile presso una brutta via affollata di vecchie case.
Quel povero albero s'era levato dritto dritto sul magro stelo cinereo, con evidente sforzo, con evidente pena, quasi angosciato nel desiderio di vedere il sole e l'aria libera dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano.
E finalmente c'era arrivato!
Come brillavan felici le frondi della cima, e quanta invidia destavano in quelle che stavan giú senz'aria, senza sole! Anche nella morte, nello staccarsi dai rami in autunno, le foglie di lassú eran piú felici: volavan via col vento in alto, cadevan su i tetti, vedevano il cielo ancora; mentre le povere foglie basse morivan nel fango della via, calpestate.
In tutte le stagioni, all'ora del tramonto, quell'albero si popolava d'una miriade di passeri, che pareva vi si dessero convegno da tutti i tetti della città.
Piú d'ali che di foglie palpitavano allora quei rami; pareva che ogni foglia avesse voce, che tutto l'albero cantasse fremebondo.
Dalle finestre delle case i bambini assistevano, sorridendo storditi, a quel passerajo fitto, continuo, assordante.
Talvolta, un vecchietto si affacciava a una finestra e batteva due volte le mani: allora, d'un tratto, come per incanto, tutto l'albero taceva, esanime.
Di lí a poco però, lo sbaldore ricominciava: ogni passero tornava a inebriarsi del proprio gridío e di quello degli altri e il concerto diveniva man mano piú fitto, piú assordante di prima.
Ora avvenne che il proprietario della casa, entro al cui cortile l'albero era cresciuto, un bel giorno pensò di alzar tutto in giro le mura per fabbricare un altro piano.
E allora l'albero che con tanto stento s'era guadagnata la libertà del sole, dell'aria aperta, piegò avvilito la cima, si curvò sul tronco.
- Sú! sú! - pareva gli gridassero dalle grondaje i passeri che abitavan su quel tetto, e spiccavano il volo per incitarlo piú davvicino a rizzarsi: - Sú! sú! - E forse anche loro ripetevano al vecchio albero quelle solite frasi, quegli inutili consigli, quei vani ammonimenti che soglion darsi ai caduti, agli sconsolati: - Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi! raccogli le forze! riàlzati!
Ma il vecchio albero non aveva ormai piú forza di rigoglio: aveva stentato tanto per arrivare fin lassú, a quell'altezza: piú sú, ormai, non poteva piú andare.
Meglio morire.
Ancora sul tramonto si raccoglievan su lui a mille a mille i passeri a far sbaldore.
Ma non piú l'albero pareva cantasse tutto.
I passeri vivevano: l'albero era morto, piegato su sé stesso.
E invano quelli col loro gridío tentavano di richiamarlo in vita.
PRUDENZA
Data memorabile per me il 12 aprile del 1891.
Avevo compiuto da circa un mese trentaquattro anni.
Da un pezzo mi notavo nel volto, e precisamente alla coda degli occhi e su la fronte, certi lievi solchi che mi pareva non si potessero ancora chiamar propriamente rughe.
Credevo almeno che il numero degli anni miei potesse tuttavia permettermi di non chiamarli tali.
Momentanei increspamenti de la pelle, che - sotto l'azione del pensiero, del riso, dell'abituale atteggiarsi della fisonomia - erano divenuti stabili.
Ma rughe, no.
Scorgevo inoltre da un pezzo nella barba e per entro alla folta e fluente capigliatura poetica (povera poesia, perduta coi capelli, come la forza di Sansone!) qualche...
sí, peli bianchi, insomma...
piú d'uno.
E m'assoggettavo ogni mattina, davanti allo specchio dell'armadio, a un supplizio in uso non ricordo bene presso quali popoli civili dell'antichità o dell'evo medio: al supplizio della depilazione.
Quante volte, ahimè, insieme con qualche pelo bianco della barba non mi strappai dagli occhi lagrime sincere di fitto acutissimo dolore!
Inferocivo contro me stesso.
Il pelo, profondamente radicato, mi sfuggiva dalle dita crudeli, resisteva allo strappo due o tre volte.
Mi asciugavo le lagrime sul volto contratto dallo spasimo, e lí, daccapo, a tentare con maggior violenza per la quarta volta.
Ma piú ne strappavo, e piú me ne scoprivo di giorno in giorno.
- Oh la mia magnifica barba, un tempo orgoglio, ora tortura per me!
Ero ormai giunto al bivio.
Quel supplizio giornaliero non era piú a lungo sopportabile.
Tra parer vecchio o parer brutto, a una determinazione dovevo pur venire alla fine, non volendo assolutamente ricorrere alla scappatoja, del resto inutile e sudicia, della tintura.
Debbo aggiungere che alla vanità si uní, in quei giorni, la prudenza, cioè la piú cordialmente antipatica, la piú tabaccosa, la piú vigliacca tra le tante e tante virtú che vessano il genere umano.
Già, a sentir certi moralisti, altro che virtú! è la moderatrice delle virtú, ordinatrice degli spiriti, maestra dei costumi.
E le hanno dato tre occhi in testa: figuratevi come dev'essere carina!(1)
Di che cuore, se avesse un corpo, oggi le darei un calcio a quella virtú! Ma allora, purtroppo, fui cosí sciocco da darle ascolto.
Incontratala sul mio cammino, mi ammogliai con lei e diventai subito il padre di me stesso: cominciai a darmi consigli e ammonimenti e a chiamarmi: Figlio mio.
Vivevo da circa tre anni in compagnia, oltre che delle nove muse, d'una donna, la quale non si stancava di ripetermi che le piacevo tanto tanto per quei capelli lunghi e con quel barbone.
Gusti! (2)A me, lei, però non piaceva piú da parecchio tempo, in nessuna maniera.
E non sapevo come liberarmene.
Un benefattore mi aveva promesso un discreto collocamento, a patto però ch'io troncassi quella relazione, pretesto a tante ciarle, e mi tagliassi almeno i capelli, poiché la zazzera non conveniva punto - diceva - alla qualità dell'impiego procuratomi.
E allora io, reso già padre da quella virtú su lodata, e non sospettando neppur lontanamente che quel benefattore avesse premeditato il disegno di darmi in isposa sua figlia, magnifico mostro in gonnella:
- Cosimo, figlio mio, che fai? I versi hai visto? non son arte da guadagnare.
Hai già trentaquattro anni.
Quella donna ti secca mortalmente e di danneggia.
L'impiego è buono: dignitoso e lucroso.
Sú, sú, figlio mio! Via questi capellacci, e via anche il barbone, se proprio non te la senti di portartelo a spasso tutto bianco: precocemente, come tu credi.
Fin dall'infanzia (potete bene immaginarlo) non ebbi mai amicizia coi barbieri.
Credo anzi che questi mi dovessero tutti, e con ragione, odiare.
Per la qual cosa, uscendo la mattina di quel memorabile 12 aprile, già deliberato al sacrifizio, mi parve di andarmi a rendere a discrezione d'un nemico.
Che ne avrebbe egli fatto di me? Non sapevo assolutamente concepirmi sbarbato e coi capelli corti.
E, via facendo, mi lisciavo, mi carezzavo per l'ultima volta la mia bella barba moribonda.
Non so quanto gironzassi, sospeso nella scelta del boja.
Non una Barbieria in città: tutti Saloni, tutti, anche il piú umile e angusto bugigattolo! e per ogni presuntuoso Parrucchiere, anacronismo vestito e calzato, per lo meno cento Coiffeurs, cento Hair Cutting's.
- Imbecilli! Depauperatori della nostra lingua!
Mi fermavo un tantino, sí e no, innanzi agli usci a vetri, a spiar trepidante attraverso le tendine.
- No: troppo lusso! troppi specchi! Questo è un salone per damerini...
Altrove! altrove!
Mi sentivo io stesso avvilito della soggezione che, non solo quei cani, ma anche i loro clienti m'incutevano: sentivo che, con quella mia zazzera, io dovevo esser per loro oggetto di derisione.
Stanco morto, alla fine, e al colmo dell'esasperazione, scoperta (miracolo!) una modesta insegna di Barbiere in una piazzetta fuorimano, mi cacciai senz'altro, aggrondato, feroce, entro la botteguccia.
Il vecchio barbiere, il suo commesso e i due clienti allora sotto il ferro si voltarono tutt'e quattro a un tempo a guardare, come se fosse entrato un selvaggio.
Dopo avermi ben bene osservato da capo a piedi, il vecchio mi disse:
- Abbia pazienza un momentino, signore.
Ecco, s'accomodi.
E m'indicò un logoro divanuccio sotto uno specchio a muro graziosamente dalle mosche punteggiato d'una miriade di nerellini.
Notai la signorile disinvoltura, la familiarità, con cui quegli scorticatori trattano i loro clienti.
- Anch'io sarò trattato cosí, tra breve - pensavo, commiserandomi amaramente.
- Sí, ma intanto che dirò? Se dicessi che torno da un lungo viaggio?
Di tratto in tratto il giovine mi volgeva un'occhiata glaciale, sforbiciando per aria, come per non far perdere l'appetito al suo strumento di tortura.
Venne finalmente la mia volta.
- Il signore vorrebbe accorciati un tantino i capelli?
Guardai fiso negli occhi quel giovine per fargli intender bene che non ero uomo da farmi canzonare da lui, e risposi pigiando su le parole:
- Li voglio tagliati, non accorciati.
E voglio anche rasa la barba.
A quest'ordine perentorio, il giovine si turbò alquanto e, come per prender consiglio, rivolse uno sguardo al padrone il quale, avendo felicemente allestita la sua vittima, si disponeva ad andar via fregandosi le mani.
Certo a colui era passato per la mente il sospetto ch'io fossi un uomo di malaffare, e che volessi, dopo qualche marachella, alterare i miei connotati.
- Interamente rasa? - mi domandò perplesso.
- Ma si può forse radere a metà? - gli feci io stizzito.
- Ubbidisci ai comandi del signore, - tagliò corto il vecchio barbiere, ma piú per ammansar me, che per redarguire il giovine.
E se ne andò via.
Quegli allora, senza aggiungere altro, m'avvolse con poco garbo nell'accappatojo; versò dal bricco l'acqua tepida nel bacile; prese una forbice e...
zàc! mi portò via mezza barba.
- Che fate? - gli gridai.
- V'ho detto rasa! rasa!
- Sissignore, - mi rispose, guardandomi con una certa meraviglia mista di commiserazione.
- Ma capirà! se prima non si taglia...
E seguitò a tagliare.
Io non ebbi il coraggio di guardarmi nello specchio.
Quegli prese a insaponarmi sbadatamente, stropicciandomi insieme col pennello tutte le dita su la faccia.
Questa prima operazione, che mi parve troppo confidenziale, durò circa un quarto d'ora.
Come se nel mentre il malanimo gli fosse sbollito, posando il pennello, il giovine mi domandò:
- Non se l'era rasa da parecchi anni, è vero?
- Mai! - gli risposi.
- Questa è la prima volta.
- E si vede, sa! Eh, bisognerà lasciarla rammorbidire un bel pezzo col sapone.
Io intanto affilo il rasojo.
Ne affilo anzi due.
Quando vidi posarmi il barbino su l'omero, chiusi gli occhi e sospirai.
Ma poi fu piú forte la curiosità.
Dovevo sí o no far la nuova conoscenza di me stesso? E mi guardai nello specchio che mi stava davanti, con tutta l'anima sospesa.
- Ah Dio, - gemetti, quando già mezza faccia era rasa.
- Dio, come sono brutto...
No no...
perbacco! Troppo brutto...
E come faccio?
Il giovine cercò di confortarmi, che a poco a poco ci avrei fatto l'occhio.
- Impossibile! No!
Ma poiché non c'era piú rimedio, richiusi gli occhi e non volli piú saperne di me; mi abbandonai al destino.
- Ecco fatto! - annunziò quegli alla fine.
Il primo sacrificio era dunque compiuto.
Provai a sbirciarmi nello specchio: ci vidi un povero imbecille addogliato, che non volli riconoscere.
- Veniamo ai capelli, - riprese il barbiere.
- Come li vuole?
- Finitemi come che sia, - risposi.
- Non me n'importa piú nulla.
- Li facciamo "alla Guglielmo", come usano adesso?
- Fateli "alla Guglielmo", ma presto.
Quando la prima ciocca recisa mi cadde su l'accappatojo, volli guardarla e dirle addio, senza levar gli occhi allo specchio.
Poveri capelli miei! addio, gioventú! addio, poesia!
Quel boja intanto credeva che io dormissi.
Piú d'una volta sospese l'esercizio della sua funzione per guardarsi...
non so, il naso o la punta della lingua nello specchio.
Lo lasciavo fare.
A una pausa piú lunga però mi riscossi per domandargli:
- Ebbene?
- Ecco, - mi rispose con aria confusa e un risolino nervoso tremante su le labbra, - ho dato...
sí, ho dato...
mi scusi, un...
come si chiama?...
un colpetto di forbice un po' arrischiato...
e, e m'accorgo che "alla Guglielmo" non possono piú venire...
Vogliamo tagliarli a spazzola?
- Come che sia, vi ho detto.
Purché facciate presto!
- Prestissimo, non dubiti.
È una pettinatura piú spiccia.
Piú spiccia e piú seria.
Dàlli e dàlli! Quella dannata forbice non si dava requie un momento, e m'intronava gli orecchi.
A compir l'opera, si rovesciò come un'ira di Dio, su la piazzetta, una compagnia di saltimbanchi con una crudelissima tromba stonata e una grancassa fragorosa.
Il giovine non seppe contenersi piú.
Allungava il collo di qua e di là, si rizzava su la punta dei piedi.
Indovinavo con gli occhi chiusi quei movimenti di curiosità; ma, nello stato d'abbattimento in cui ero caduto, non trovavo piú la forza di richiamarlo al dovere.
A un certo punto sentii posar le forbici e, subito dopo, mi sentii rullar sul capo non so che cosa d'ispido, che mi fece saltar su la seggiola.
Era uno spazzolone nero, girante.
- Finito? - domandai.
- Eh, no, signore: volevo vedere...
Perché, sa? da questa parte...
Lo guardai in faccia:
- Avete forse dato qualche altro colpetto di forbice arrischiato?
- No, signore - s'affrettò a rispondermi.
- Conseguenza del primo, sa? Credevo di poter rimediare...
Ma vedo...
vedo con dispiacere che non ce la facciamo piú neanche a spazzola, sa!
- E allora come? - feci io, frenando a stento la rabbia, per paura che quegli non si mettesse a ridere vedendomi la faccia che già a quell'ora aveva dovuto combinarmi.
- Possiamo provare...
ecco, sí; a punta di forbice...
Tanto, l'estate è ormai vicina...
Le sarà comodo, vedrà...
Vuole?
- Voglia o non voglia, - gli risposi sbuffando, - non potete mica riattaccarmi i capelli che mi avete già portati via.
Sbrigatevi piuttosto, senza stare a guardar fuori.
- Ma che! Si figuri...
Un momento, e avremo finito.
Zac, zac, zazàc.
Questa volta mi addormentai davvero.
Quanto si protrasse ancora la mia tortura? Non saprei dirlo.
Forse ore e ore: un'eternità! So che a un certo punto mi destai di soprassalto, al rumore d'un pajo di forbici scaraventate sul pavimento, e vidi il barbiere che si buttava sul divanuccio con la faccia tra le mani.
- Che è stato? - gli urlai.
Quegli scoprí il volto lacrimoso:
- Signore! Io non so...
non mi è mai capitata una cosa simile...
Ho la jettatura addosso, oggi...
Mi perdoni, mi compatisca...
Non so dov'abbia il capo...
cioè, lo so benissimo: ho la moglie malata a casa...
soprapparto...
Io mi portai istintivamente le mani alla testa...
Nuda! Scorticata!
- E che m'avete fatto? - gridai, e mi guardai le mani.
- Nulla! nulla! - gemette quello.
- Non tema! Ma non ci resta piú che da radere, signore...
Mi perdoni!
Scattai in piedi, furibondo; me gli avventai contro, sul divanuccio, con un pugno levato:
- Miserabile! Ti sei preso giuoco di me?
Ma, in quella, mi scoprii nell'altro specchio punteggiato dalle mosche, e restai pietrificato, col pugno sospeso e quell'accappatojo bianco che mi rappresentava a me stesso come una fantasima d'assassinato.
- Pietà...
pietà...
- gemeva quello dal divanuccio, tutto tremante.
Mi strappai d'addosso l'accappatojo; afferrai il cappello e scappai via, imprecando.
Il cappello mi sprofondò su la nuca.
Mi parve un'offesa mortale.
Fui per rientrare nella botteguccia, feroce dalla rabbia.
Ma mi cacciai in una vettura, per non commettere un delitto, e via a casa.
Manco a dirlo! La mia amante, guardando dalla spia, non mi volle piú aprire.
- Grazie, cara! - le gridai.
- Hai ragione: non sono piú io! Ti saluto per sempre, cara!
E ridiscesi a precipizio la scala, esplodendo non so piú quanti sternuti di fila.
LA SIGNORA SPERANZA
I
La Pensione di famiglia della signora Carolina Pentoni (Pentolona Carolini, come tutti invece la chiamavano, o Carolinona senz'altro, in considerazione della melensa pinguedine che la immelanconiva) era frequentata da alcuni capi scarichi, da certi tipi buffi, che formavano la delizia degli altri avventori, brava gente morigerata, la quale, forse piú che per la bontà della cucina, vi si recava per assistere al gajo spettacolo che quelli offrivano gratuitamente, durante i pasti.
Uno fra questi bravi avventori morigerati, che non sospettava neppur lontanamente di poter essere incluso tra i cosí detti tipi buffi della Pensione, fu per alcun tempo preso di mira dai capi scarichi Biagio Speranza e Dario Scossi, che gliene fecero e gliene dissero d'ogni colore: lui però, lí, fermo al suo posto, cosí tranquillo e ostinato, che quelli, a la fine, dovettero smetterla.
- Il riso fa buon sangue.
Lor signori mi fanno ridere.
Io resto.
E restò, cordialmente antipatico a tutti.
Si chiamava Cedobonis, era dottore in medicina e professore di filosofia in un liceo e di pedagogia in una scuola normale femminile: calabrese, tozzo, nero, calvo, dal testone ovale, senza collo, come un mulotto, e dalla faccia cuojacea, in cui spiccavano le sopracciglia enormi e i baffi color d'ebano.
Vittima rassegnata della sua molta dottrina scientifica, filosofica, pedagogica, s'era ridotto a vivere quasi automaticamente, col cervello come un casellario, in cui i pensieri - precisi, aggiustati, pesati - eran disposti secondo le varie categorie, in perfettissimo ordine.
Forse il corpo robusto e vigoroso si sarebbe prestato, spesso e volentieri, ad esercizii violenti, a vivere senza tante regole e tanti freni; ma Cedobonis vi aveva allogato un archivio - diceva lo Scossi - e non gli permetteva alcun movimento, alcuna espansione, che non fossero secondo i dettami della scienza, della filosofia, della pedagogia.
- Non importa vivere; ma, dovendo, procuriamo bene, - soleva dire, placido, con la voce grossa, saponosa.
E domandava: - La ragione, signori miei, la ragione perché ci fu data?
- Per esser peggio delle bestie! - gli rispondeva a schizzo il maestro di musica Trunfo, che addirittura non lo poteva soffrire.
Diviso scandalosamente dalla moglie, sempre ingrugnato, cupo, raffagottato e, di tratto in tratto, esplosivo, Trunfo passava quasi tutto il giorno da Carolinona, lí, nel salotto da pranzo, intento, come un cane che si lecchi i calci ricevuti, a correggere, a rifare i pezzi piú fischiati d'una sua opera musicale, per cui si era mezzo rovinato.
Fumava continuamente; - Vesuvio, lo chiamava Biagio Speranza.
Qualche volta Cedobonis, cheto cheto, gli s'accostava, gli sedeva accanto o dietro, per sentir l'odore del tabacco, che gli piaceva moltissimo.
Trunfo, aggrondato, gli lanciava due, tre occhiatacce bieche, poi sbuffava, si scrollava tutto, dal fastidio e dalla stizza, traeva dalla tasca un sigaro e gliel'offriva sgarbatamente:
- Ma tenga! Ma fumi, perdio!
- No, grazie, gli rispondeva, senza scomporsi, Cedobonis.
- Lei dovrebbe sapere che la nicotina fa male.
Mi piace soltanto di fiutare il fumo, d'aspirarne l'odore.
- A spese mie? - scattava allora Trunfo, su le furie.
- Col danno della mia salute? Ma vada là, si scosti! si vergogni! Chi vuole un piacere, se lo paghi!
- Cedobonis, - diceva lo Scossi (il quale ogni volta, prima di mettersi a parlare, cacciava fuori la punta di quella sua lingua terribile, che pareva la saettella d'un trapano) - Cedobonis sarebbe capace di presentarsi tranquillamente, con quella faccia di monaco beato, in casa del nostro caro Martinelli e, con la scusa che la donna fa male come la nicotina, domandargli...
sí, dico...
per un momentino in prestito...
- La moglie? - domandava Biagio Speranza.
- Ohibò! Il suo piumino da cipria.
- Ma come! Sí, dico...
che c'entra mia moglie? - esclamava, tirato in ballo quando men se l'aspettava, il bravo, innocuo signor Martino Martinelli, battendo in un attimo almeno cento volte le pàlpebre su gli occhietti tondi, da barbagianni, vicinissimi, quantunque divisi da un naso sperticato, gracile, però, come un'ostia, che si tirava sú e lasciava sospeso per aria il labbro superiore.
- Si rassicuri; dico cosí, - rispondeva lo Scossi, - perché so che la sua ottima signora è in Sicilia, signor Martino.
E il bravo Martinelli si quietava, sospirava, tentennava amaramente il capo.
Ah, ci pensava sempre, lui, a quella sua povera moglie balestrata in una scuola normale di Sicilia, e sempre ne parlava in quella sua special maniera, quasi andando tentoni nel discorso e quasi appoggiandosi, sorreggendosi a ogni impuntatura a un sí, dico: intercalare, che tutti gli rifacevano, senza che egli se ne accorgesse.
Non si poteva dar pace, poveretto, della crudeltà burocratica che a sessantaquattr'anni lo aveva diviso, cosí di colpo, senza ragione, dalla moglie, distruggendogli casa, famiglia, costringendolo a dormir solo, in una camera d'affitto, e a mangiare a pensione lí, da Carolinona, che egli solo chiamava signora Carolina.
Alle piú grosse panzane, alle sballonate piú strepitose de' suoi commensali scappavano al signor Martinelli certi oh! che pareva lo agganciassero in aria per quel gran naso, o restava intontito lí, come un ceppo d'incudine.
Re degli sballoni era Momo Cariolin, nanerottolo e bottacciolo, quasi fatto e messo in piedi per ischerzo.
A guardarlo, pareva impossibile che in un corpicciuolo cosí minuscolo capissero bugie cosí colossali, che egli diceva imperterrito, con una cert'aria diplomatica.
- Ma di' un po', - gli domandava, serio, Biagio Speranza, - ti sei mai guardato a uno specchio?
Perché Momo Cariolin vantava con particolare impegno il favore ch'egli godeva delle donne.
E fossero state almeno donne del suo ceto o signore della nobiltà: eran di sangue reale o imperiale (arciduchesse d'Austria, segnatamente) le vittime di Cariolin.
E tali avventure gli eran capitate tutte durante i vani congressi degli orientalisti nelle capitali d'Europa.
Perché Cariolin si diceva anche profondo conoscitore, sebbene dilettante, di lingue orientali.
Il segretario di tutti que' congressi era stato sempre lui, tirato proprio pei capelli, sebbene quasi calvo.
I congressisti, naturalmente, erano stati ricevuti a Corte: a Berlino, a Vienna, a Cristiania, a Bruxelles, a Copenaghen ecc., qualcuna di queste Corti, naturalmente, aveva dato sontuose feste in loro onore, donde - naturalmente - la cordialissima amicizia di Cariolin coi sovrani d'Europa, l'amicizia quasi fraterna con quel dotto e simpaticone re Oscar di Svezia e Norvegia, il quale, un giorno...
- Ma guardatemi, per carità, il naso di Martino! - esclamava a un tratto Biagio Speranza, interrompendo le meravigliose narrazioni di Cariolin.
E il buon Martinelli si scoteva di soprassalto dal suo sbalordimento ammirativo, tra le risate di tutti, e si metteva a sorridere anche lui.
Degli scherzi di Biagio Speranza, delle punzecchiature di Dario Scossi, degli scatti e degli schizzi di Trunfo, Martino Martinelli non s'inquietava.
D'un altro commensale, invece, egli aveva paura, cioè del poeta Giannantonio Cocco Bertolli, il quale, senza dubbio, era il tipo piú buffo della pensione.
Costui però era assente da circa un mese, per una grave disgrazia che gli era occorsa.
Una sola? Ma tutte le disgrazie del mondo erano occorse al povero poeta Cocco Bertolli, il quale a ragione, per ciò, chiamava Domineddio "quel Vecchio Ribaldo!".
A furia di urlare contro le ingiustizie divine e umane, si era sbonzolato.
Quale sciagura poteva toccargli, peggiore di questa? A difesa delle perfidie celesti e terrene egli non era armato che della sua voce possente, della sua lingua di fuoco, e ora...
ora non poteva piú nemmeno fiatare! Il Ribaldo di lassú, i ribaldi di quaggiú lo sapevano; quelli stessi che gli si dichiaravano amici glielo facevano apposta: lo stuzzicavano, lo punzecchiavano per rovinarlo del tutto, per farlo crepare addirittura; muggiva egli, muggiva per contenersi, e pareva che gli occhi enormi, bovini, gli volessero schizzare dal faccione congestionato.
Accumulava bile:
- La mia musa è la bile! Anche Shakespeare con la bile creò Otello, creò Re Lear!
Ed egli preparava un poema, l'Erostrato: tremendo.
Ah, il magnifico tempio dell'Impostura, il tempio della cosí detta Civiltà, dove l'infame Ipocrisia troneggiava adorata, egli lo avrebbe incendiato coi suoi versi.
Ma, dacché la gente sapeva che egli attendeva a questo suo poema:
- Za! za! za! - pugnalate da tutte le parti.
Destituito da professore di ginnasio per queste sue tragiche bestialità, buttato sul lastrico, Giannantonio Cocco Bertolli fino a poco tempo fa non si era avvilito.
Dormire, dormiva per due soldi in un ricovero di mendicità:
tra i sublimi straccioni impidocchiati.
Mangiare...
quella buona Carolinona gli faceva credito da piú d'un anno.
- E io, Carolina, la immortalerò! - le ripeteva egli.
- Lei sola mi ama, lei che sotto spoglie grossolane alberga un cuor d'oro, un'anima nobilissima, Carolina!
- Sissignore, non s'inquieti, - s'affrettava a rispondergli Carolinona, che aveva, come il buon Martinelli, paura di quegli occhiacci che si spalancavano lucidissimi ogni qual volta egli si metteva a parlare, atteggiando la bocca a un ghigno di compiacimento per la sua loquela, cosicché non si sapeva mai se, anche quando faceva un complimento, sbottoneggiasse a suo modo.
Temeva anche la Pentoni che gli altri avventori - quelli che pagavano - non se lo recassero a dispetto; non avessero fastidio o nausea della presenza di lui, lí a tavola; e perciò sia per buon cuore, sia per paura, non sapendo metterlo alla porta, gli consigliava amorevolmente calma, prudenza, cercava con tutto il garbo d'ammansarlo, e si prendeva cura di lui, di quegli abiti che gli cascavano addosso; e glieli rammendava, glieli spazzolava: era finanche arrivata a rimediargli qualche cravatta dai nastri di certi suoi cappelli smessi.
Non intendendo perché tutte quelle cure gli fossero usate, Giannantonio Cocco Bertolli, alla fine - e come no? - s'era innamorato della Pentoni.
Vedo la tua bell'anima
Che di fattezze angeliche ti veste
E asconde a me la ruvida
Spoglia mortal, tue mansïon modeste...
S'era messo a comporre cosí odi, sonetti, canzoncine anacreontiche, e a leggerglieli mentr'ella gli attaccava alla giacca o al panciotto qualche bottone o lo spazzolava.
Non comprendeva Carolinona che fossero rivolti a lei que' versi, e perché glieli leggesse; ma, poiché lo teneva in conto di pazzo, non gliene domandava neppur la ragione, e lo lasciava leggere.
Giannantonio Cocco Bertolli, violento e bestiale in tutto, era timidissimo nell'amore.
Non sapendo confessare direttamente alla Pentoni l'affetto che gli era nato per lei, si sfogava in poesia, sperando di arrivarci pe' viali mostruosamente fioriti delle sue bolse metafore.
Ma, vedendo poi Carolinona restare impassibile, dava in ismanie, in escandescenze.
- E che le avviene adesso? - gli domandava, stordita, la povera donna.
- Che? - fremeva il Cocco Bertolli, spiegazzando la carta su cui aveva raspato la poesia, spalancando al solito gli occhiacci, pestando i piedi.
- Me lo domanda? Nulla! Ma se lo so! Questa dev'essere la mia sorte! Cosí ha statuito quel Vecchio Ribaldo! Non debbo esser compreso da nessuno! Neppure da lei!
- Io? Perché?
- Non mi dice nemmeno che gliene sembra.
- Di che? della poesia? Ma, santo Dio!, se io non ci capisco niente: lei lo sa.
Sia buono, via! Perché fa cosí?
- Perché...
perché...
Inutile! La dichiarazione non gli poteva rompere dal cuore.
Ci voleva la spinta d'un sospetto odioso, balenatogli a un tratto, durante una di queste scene, mentre la Pentoni gli raccomandava di star zitto, o di parlar basso almeno, poiché di là c'era il maestro che correggeva la sua musica.
- Ah, dunque per lui? - aveva allora inveito il Cocco Bertolli.
- Tu l'ami? È il tuo amante? Confessalo! Vipera, vipera, vipera...
E perché mi hai dunque lusingato finora?
- Io? Mi lasci! - gli aveva risposto la Pentoni tremante di paura.
- Lei è pazzo!
Ma il Cocco Bertolli, senza lasciarla, schiumante di odio e di bile:
- Grida, sí, grida, perch'egli accorra! Voglio vederlo il tuo paladino, viperello anche lui!
- Ma si stia quieto! si stia zitto! - aveva scongiurato Carolinona.
- Dice sul serio, signor Bertolli! Che vuole da me? Mi lasci stare.
- Non posso! Io ti amo.
Tu ami un altro? Ce la vedremo.
- Ma io non amo nessuno.
Vuol farmi ridere? All'età mia? Non ci mancherebbe altro! Chi vuole che s'innamori di me, signor Bertolli?
- Io! E gliel'ho detto!
- Pazzia, scusi.
Neanche per ridere! Mi lasci stare...
Io sono una povera donna.
Conosceva purtroppo la Pentoni le vili calunnie che correvano sul suo conto, ma non s'era mai neppur curata di smascherarle.
Che gliene importava? Resa da un pezzo a discrezione della sua trista sorte, aveva coscienza della sua onestà, e le bastava.
In che potevano ormai danneggiarla quelle calunnie? Si sapeva brutta: aveva già trentacinque anni (e per lei, come se ne avesse cinquanta), non si era mai lusingata che un uomo si potesse innamorar di lei, non aveva mai neanche il tempo di pensare che la sorte avrebbe potuto forse concederle altra esistenza, il compenso di un qualche affetto alla nera miseria, che la aveva sempre schiacciata, oppressa, e da cui lei, con ogni mezzo, coraggiosamente, aveva cercato di difendersi.
Credevano davvero che nella sua vita ci fosse qualche trascorso, anzi piú d'uno? Ebbene, lo credessero! In fondo in fondo, questo, non solo non la offendeva piú, ma quasi le solleticava l'amor proprio, l'avvizzito istinto femminile.
Socchiudeva gli occhi.
Non era vero, purtroppo! Nessuno mai s'era curato di lei, tranne questo pazzo del Cocco Bertolli, ora.
Sarebbe stata da ridere, se non avesse avuto l'umor tragico, quell'infelice.
- Me ne debbo dunque andare? - le aveva egli domandato.
- Ma no, stia! - s'era ella affrettata a rispondergli.
Purché non pensi piú a codesta pazzia!
- Non posso! Quando un'idea mi s'è confitta qui, neanche se mi spaccano la testa col martello di Vulcano ne esce, lo sappia! E sappia che i miei propositi erano onesti, e tali sono tuttora! Carolina, vuoi diventare mia moglie?
S'era messa a ridere, a siffatta proposta a bruciapelo, la Pentoni; ma il Cocco Bertolli, furibondo, le aveva troncato la risata su le labbra:
- Non ridere, non ridere, perdio! Credimi almeno tu, che sei una donna di cuore! Salvami! Io ho bisogno che qualcuno mi ami e mi plachi.
Riprenderò il mio posto nell'insegnamento, sarai la moglie di un grande poeta, che ora sciupa cosí, miseramente, il suo ingegno! E se non comprendi il poeta, poco importa: sarai la moglie di un professore; ti basta?, e ti libererai di tutti questi farabutti, che vengono a fare i buffoni alla tua mensa! Senti: io ti do la prova maggiore dell'amor mio, della serietà dei miei propositi! Uscendo di qua, io vado all'ospedale, ad assoggettarmi a una terribile operazione.
I medici mi hanno detto che posso restarci.
E sia! Ma se mi salvo, sarò tuo, Carolina.
Lasciami questa speranza.
Addio!
E se n'era scappato a precipizio, senza dar tempo alla povera donna di trattenerlo, di sconsigliarlo.
All'ospedale, aveva costretto i medici ad arrischiare la tremenda operazione, dichiarando:
- Cosí non posso né voglio piú vivere.
Mi ucciderei.
Dunque, senza paura, senza rimorso, operatemi.
Alla peggio, mi anticipereste di qualche giorno la morte.
Il buon Martinelli, a cui la Pentoni aveva confidato, piangendo, quel nuovo scoppio di pazzia del Bertolli, fu spedito, due giorni dopo l'operazione, a domandar notizie all'ospedale.
Ne ritornò il povero signor Martino col gracile nasone pallidissimo dallo sgomento, coi tondi occhietti, invetrati.
Il Cocco Bertolli era moribondo, e gli aveva chiesto in grazia di persuadere la "sua" Carolina a recarsi a vederlo per l'ultima volta.
Il medico aveva assicurato al Martinelli che il moribondo non avrebbe superato la notte.
La Pentoni, impietosita, si era allora recata all'ospedale, e lí aveva dovuto promettere, giurare solennemente al moribondo che, se egli fosse scampato dalla morte, sarebbe stata sua moglie.
- Ma non ci sarà pericolo, vedrà! non ci sarà pericolo! - le aveva detto, per rassicurarla, il buon Martinelli, tornando da quella visita.
- Perché...
sí, dico...
E aveva alzato una mano, come per benedire il moribondo.
II
Tutti i commensali erano a tavola, quando Biagio Speranza entrò nel salotto da pranzo, annunziando allegramente:
- Salvo! Salvo! Vengo dall'ospedale.
Fra una ventina di giorni riavremo alla nostra tavola il grandissimo poeta.
Signori, vi invito a gridare: Viva Giannantonio Cocco Bertolli!
Nessuno fece eco a quel grido.
Il signor Martinelli chinò verso il piatto il naso sperticato.
Trunfo lanciò un'occhiataccia obliqua, e si rimise a mangiare.
La Pentoni piangeva.
Solo Cedobonis si rallegrò alla vista di Biagio Speranza, che lo faceva ridere tanto, a tavola, come l'igiene voleva; ed esclamò
- Oh bravo! adesso ci racconti!
Ma Biagio Speranza non gli diede retta.
Guardò la padrona di casa; poi domandò:
- E perché?
- Ma! - sospirò Dario Scossi.
- Ingratitudine!
- Per carità! - pregò la Pentoni.
- Questa sera mi lascino stare...
Biagio Speranza guardò in giro gli amici e con un gesto domandò che cosa fosse accaduto.
- Martinelli, - spiegò Cariolin, - è stato prima di te a prender notizie all'ospedale, e Carolinona ha saputo...
- E se ne duole? - esclamò Biagio Speranza, fingendo stupore.
- Ah, scusami, Carolinona: ingratitudine! ha ragione lo Scossi.
Io ho veduto il tuo poeta, e per miracolo mi son tenuto dal baciarlo in fronte.
Che eroe dell'amore! Non mi ha parlato che di te...
Mi ha domandato...
La Pentoni si levò in piedi, convulsa; si recò il fazzoletto agli occhi; si provò a dire: - Mi permettano...
- ma uno scoppio di singhiozzi le troncò la voce in gola, e corse verso l'uscio della sua camera.
Cariolin, lo Scossi le si precipitarono dietro per trattenerla; tutti, tranne Cedobonis e Trunfo, si levarono in piedi e attorniarono la Pentoni che piangeva.
- Scemenze! Burattinate! - schizzava Trunfo, dalla tavola.
Gli altri intanto, tutti insieme, esortavano Carolina a far buon animo: - Temeva sul serio che il Cocco Bertolli la costringesse a sposare? Ma via! se lei non lo voleva! Che storie! Paura? di quel matto? Fracassi? Ma c'era la questura per tenerlo a posto! La promessa in punto di morte? Che promessa? Eh via! L'avrebbe capito, con le buone o con le cattive, che ella gli aveva detto una pietosa bugia...
No? Come no?
- Ebbene, - tagliò corto Biagio Speranza, infervorandosi, - sta' zitta, Carolinona: ti sposo io!
Tutti scoppiarono a ridere.
- Che c'è da ridere? - gridò, serio, Speranza.
- lo dico sul serio! Siamo o non siamo cavalieri? Un orco, signori, insidia questa colomba: io la difenderò! La sposo io, vi dico.
Chi vuole scommettere?
- Io: mille lire! - propose subito Cariolin.
E Biagio Speranza, pronto:
- Fuori le mille lire!
Cedobonis allora si alzò anche lui dalla tavola, dandosi una fregatina alle mani, gongolante:
- Benissimo! Benissimo! Mi volete per depositario, signori?
- Fuori le mille lire! - ripeté con piú forza Biagio Speranza.
- Non le ho con me, - disse Cariolin, tastandosi in petto.
- Ma, in parola! Qua, la mano.
Mille lire, e il pranzo di nozze.
- Le perderai! - raffibbiò Speranza, stringendo la mano di Cariolin.
- Voi tutti, signori, siate testimoni della scommessa: io sposerò Carolinona.
Sú, sú, zitta, sposina! Rasciuga le lagrime, sorridi...
guardami! Non mi vuoi?
Le tolse con affettuosa violenza le mani tozze, paffute dal volto.
La Pentoni sorrise tra le lagrime.
Scoppiarono applausi, evviva.
Biagio Speranza, infervorandosi vieppiú, abbracciò la sposa, che si schermiva, ripetendo:
- Per carità, mi lasci stare...
mi lasci stare...
- A tavola! a tavola! - gridarono alcuni.
- Gli sposi, accanto! - proposero altri.
- Qua, qua! A capo di tavola!
E Biagio Speranza e Carolinona furon portati in trionfo e messi a sedere a fianco.
Il buon Martinelli era trasecolato.
Pareva che il naso gli crescesse a vista d'occhio.
- Burattinate! Burattinate! - seguitava a schizzare Trunfo.
- Saresti forse geloso? - gli gridò Biagio Speranza, levandosi in piedi e dando un pugno su la tavola.
- Mi farai il santissimo piacere di smetterla! Se voi, signori, credete che in questo momento io stia scherzando, v'ingannate! Se credete ch'io commetta una pazzia, sposando Carolinona, ho l'onore di dirvi che pazzi siete voi! Io, che conosco la mia vil creta, ho coscienza di esser tanto savio in questo momento, quanto non sono mai stato in vita mia! Sono un pover'uomo, signori, che per castigo di Dio s'innamora come un asino d'ogni bella donna che vede! Innamorato, divento subito capace delle piú madornali sciocchezze.
Altro che le bugie di Cariolin! Due volte, signori, due volte sono stato (mi vengono i brividi!) in procinto di prender moglie sul serio! Bisogna che mi sottragga al piú presto, a ogni costo, a questa tremenda minaccia che mi sovrasta.
Mi approfitto di questo momento, in cui per fortuna non sono innamorato, e sposo davvero Carolinona! Lampo di genio, signori! Vera ispirazione del cielo!
Questa dichiarazione di Biagio Speranza fu accolta da una tempesta d'applausi.
- Ma dunque...
ma dunque...
proprio sul serio? - domandava, beato fra le risa, Cedobonis.
- Si permette di dubitarne, lei? - ribatté Biagio Speranza.
- Cariolin! Dove sei? Io ho la tua parola, bada! Mille lire, e il pranzo di nozze.
Signori, lasciatemi fare; ci divertiremo!
- Bisogna vedere, obbiettò lo Scossi, - se Carolinona acconsente.
Biagio Speranza si voltò vero la sposa:
- Mi faresti questo torto? a un bel giovane par mio? No, no: vedete? ride la mia sposa, e ride il mondo!...
È concluso, signori!
A questo punto Trunfo scattò in piedi, tirandosi rabbiosamente il tovagliolo dal collo:
- Finiamola una buona volta! Mi dà ai nervi codesto insulso, stupido scherzo su una cosa...
su una cosa che voi non sapete ciò che voglia dire, perdio!
Seguí un momento d'imbarazzo, al ricordo della disgrazia coniugale di Trunfo.
Tutti i volti restarono sospesi nell'atteggiamento di ridere, le risa cessarono d'un subito.
- Scusami, - disse pacatamente Biagio Speranza.
- Perché ti ostini a credere che sia uno scherzo questo mio? So meglio di te quale enorme bestialità sia prender moglie, e ripeto che appunto per guardarmi dal commetterla, sposo Carolinona.
- Il ragionamento non potrebbe essere piú filato! - osservò Dario Scossi, promovendo di nuovo l'ilarità di tutti.
- E me n'appello a Cedobonis, professore di logica.
- Logicissimo! logicissimo! - confermò questi, - il signor Speranza, infatti, sposa per non prender moglie.
- Proprio cosí! - ribatté Biagio Speranza.
- E non si scherza.
Perché Carolinona ha paura sul serio del poeta Cocco Bertolli, e io di perder sul serio, un giorno o l'altro, la mia libertà.
Sposando, noi ci salviamo a vicenda: lei da quella razza di marito, io da una temuta futura moglie sul serio.
Sposati, lei qua per conto suo; io a casa mia, per conto mio: liberissimi entrambi di fare quel che ci parrà e piacerà.
In comune, davanti alla legge, solo il nome, che non è neanche un nome proprio, vi faccio notare, signori: - Speranza, nome comune.
Non so che farmene, e te lo cedo volentieri.
Che ne dici, Carolinona?
- Per me! - fece la Pentoni, sorridendo e stringendosi nelle spalle.
- Se non se ne pente...
Nuovi applausi, nuovi evviva, tra alte risa, a Carolinona.
Si seguitò per un buon pezzo ancora a conversare animatamente di quel matrimonio per ridere; si deliberò di celebrarlo però soltanto al Municipio, perché Dio, in chiesa, no, non si doveva offenderlo; si scelsero i testimonii: Cariolin, Martinelli, per la sposa; Cedobonis, Scossi, per lo sposo.
Il buon Martino non voleva saperne: gli pareva...
sí, dico...
di commettere un'irriverenza verso la...