APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 3
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Il vecchio s'affrettò a comunicare alla figlia la domanda, che credeva attesa con impazienza.
Giulia Montana rispose: - no.
L'ONDA
I
Era Giulio Accurzi, come si suol dire in società, un bel giovine: trentatré anni, facoltoso, elegante, non privo di spirito.
Godeva poi, nel concetto degli amici, d'una specialità: s'innamorava costantemente delle sue inquiline.
Possedeva una casa a due piani: affittava il primo, a cui era annesso un terrazzo, che dava su un grazioso giardinetto riserbato per un'angusta scala interna al secondo piano; abitava in questo con la madre paralitica, relegata da parecchi anni in poltrona.
Di quando in quando gli amici lo perdevan di vista, e allora si poteva ritenere con certezza, che l'ingegnere Giulio Accurzi s'era già messo a far l'aggraziato con la filia hospitalis del piano inferiore.
Eran per lui questi amoreggiamenti come uno dei comodi del suo bene stabile.
L'inquilino padre notava, con compiacenza, la squisita educazione e le premure del padron di casa; la figlia non sapeva mai bene, se quelle premure fossero veramente effetto della squisita educazione, come argomentava il padre, o dell'amore, come a lei era parso qualche volta di dover capire.
In ciò l'ingegnere Accurzi dimostrava davvero del talento.
Nei primi mesi della locazione egli civettava dal balcone sul terrazzo; ed era il primo stadio, detto: dell'amore in giú.
Poi passava al secondo stadio: dell'amore in sú; cioè dal giardino al terrazzo; e questo soleva accadere sull'entrare della primavera.
Allora egli mandava in regalo col vecchio giardiniere dei frequenti mazzi di fiori al primo piano: viole, geranii, lillà...
Talvolta si spingeva fino a lanciar lui stesso dal giardino, con molto garbo, qualche magnifica alba plena alle due rosee mani tese in alto e aspettanti.
E la luna soleva assistere dall'alto a queste scene e Giulio Accurzi si chinava per chiasso a carezzar l'ombra della fanciulla projettata dal terrazzo sull'arena dorata del giardino.
La fanciulla, dalla balaustrata di marmo rideva sommessamente e dimenava la testa, o si tirava indietro d'un colpo per sfuggire con l'ombra all'innocua carezza.
Ma tutto doveva finir lí, o altrimenti la scappatoja era pronta.
Egli, dispiacente, annunziava al padre, che "col nuovo anno era costretto a rincarar la pigione".
I suoi contratti con gli inquilini avevan tutti la durata d'un anno.
Prima che sua madre s'ammalasse cosí gravemente, Giulio Accurzi non aveva mai pensato sul serio a prender moglie.
- Eppure tu saresti l'ideale dei mariti! - gli dicevano gli amici.
- Tu cerchi la comodità nell'amore.
Riduci i due piani a un piano solo.
II
Quando la signora Sarni con la figlia venne ad abitare nel primo piano, Agata era da tre anni promessa sposa a Mario Corvaja, il quale allora si trovava in Germania a perfezionare i suoi studi di filologia.
Quel fidanzamento aveva avuto tristi vicende, e pareva che il giorno delle nozze si perdesse ancora tra le nebbie dell'incertezza.
Mario Corvaja, è vero, sarebbe ritornato tra breve dalla Germania; ma chi sa quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare un concorso per qualche cattedra di filologia all'Università.
Giulio Accurzi ignorava tutto ciò, però non sapeva rendersi ragione dell'aria dolente della signorina Sarni.
La vedeva di raro sul terrazzo, al vespero, pallida, con sulle spalle uno scialletto di color roseo mitissimo, e la veste nera.
Dal balcone studiava ogni menomo atto di lei.
Ella si fermava di preferenza a guardar due canarini in una gabbia sospesa a un palo del terrazzo; quelle due bestioline cantavano allegramente tutto il giorno; o si fermava ad osservare i vasi di fiori allineati sulla balaustrata di marmo, dei quali la madre, donn'Amalia Sarni, aveva straordinaria cura.
La fanciulla raccoglieva due, tre violette, poi si ritirava, come tenuta da altri pensieri, senza gittar mai uno sguardo al giardino sottostante, né levar gli occhi, sia pur di sfuggita, al balcone, dove l'ingegnere Accurzi, tosserellando di tanto in tanto, o smovendo a posta la seggiola, si struggeva di smania e di stizza per la noncuranza di lei.
Quelle violette chiuse in una lettera, schiacciate da tanti bolli postali, dovevan correre molta terra, andar lontano, lontano, fino ad Heidelberg sul Reno, lassú...
Che ne sapeva Giulio Accurzi?
Egli era incantato della pace soavissima che regnava in quella casa, al primo piano, piena di fiori freschi e di luce, una pace e un silenzio quasi conventuali.
Donn'Amalia, alta e magnifica, dalla faccia placida e ancor bella, nonostante i sessant'anni, attendeva con passo pesante, senza mai scomporsi, alle faccende di casa; poi, sul vespro, ai fiori, come la mattina alle pratiche religiose, perché ella era molto divota.
La figlia conduceva altra vita.
Si levava tardi da letto, sonava un po' il pianoforte, piú per distrazione che per diletto; poi, dopo colezione, leggeva o ricamava; la sera, o usciva un po' colla madre, o rimaneva in casa a leggere o a sonare: non chiesa, né faccende domestiche, mai.
Tuttavia, tra madre e figlia, un perfetto accordo, una tacita intesa, sempre.
Ogni tanto, il silenzio della casa era turbato dalla venuta dell'altra figlia della signora Amalia, maritata con Cesare Corvaja, fratello di Mario.
La sposa portava sempre con sé i suoi due bimbi, a cui la zietta faceva un mondo di feste.
Allora soltanto, senza saper perché, l'ingegner Accurzi, tappato tutto il giorno in casa, sentiva aprirsi il cuore alla gioia: vedeva dal balcone i bambini e la signorina Sarni irrompere sul terrazzo, sentiva i sorrisi, il suono carezzevole della voce di lei; la vedeva chinarsi innanzi ai nipotini, che le saltavano al collo pieni di desideri e di moine; e sorrideva, guardando, lietissimo, beato.
- Il babbo dov'è, Rorò?
- Lontano...
lontano...
- rispondeva Rorò, stringendo gli occhi e strascinando le due parole col musino in fuori.
Cesare Corvaia era primo macchinista sui vapori della Compagnia di Navigazione Generale Italiana, e faceva i viaggi d'America.
- Che ti porta il babbo, Mimi, quando ritorna?
- Tante tose...
- rispondeva placidamente Mimí.
Nel frattempo, dentro, la madre e la figlia maggiore parlavano di Agata, della mutata indole di lei dopo la promessa di matrimonio, e specialmente dopo la mortale malattia superata a stento, mercé le cure dei parenti di Mario Corvaja.
- Ostinata! - sospirava la madre.
- Non vuol sentir ragione; non vuol capire...
Eppure s'è accorta, ch'egli non l'ama piú! Certe notti la sento piangere sommessamente...
Mi si rompe il cuore, credimi; ma non so dirle nulla.
Ho sempre paura, non le ritorni quel brutto male...
- Che pazzia! che disgrazia! - esclamava dal canto suo la sorella, contraria fin dal principio a quel progetto di nozze.
Che sapeva di tutto ciò Giulio Accurzi intento allora a compiacersi dal balcone delle carezze di Agata ai bimbi, e delle moine di questi alla zietta?
III
Sul finir dell'estate Agata s'ammalò gravemente.
Già ella s'anneghittiva di far qualunque cosa.
La pena chiusa, la chiusa malinconia a poco a poco s'eran disciolte nel tedio.
Rimaneva piú del solito a letto, sveglia, con la mente vuota; aveva perduto affatto l'appetito, e non ascoltava piú né gli incitamenti, né i conforti, né le lagnanze della madre o della sorella.
Giulio Accurzi, allarmato dalle gravi notizie recategli un giorno dal suo vecchio giardiniere, si spinse fino a interrogar per le scale il medico.
La risposta di questo lo turbò doppiamente: egli apprese soltanto allora che la signorina Sarni era promessa sposa, e che s'attendeva fra giorni il fidanzato, vista la cattiva piega che pigliava la malattia.
- Ah, è fidanzata!
Da quel giorno egli non ebbe piú pace; voleva a ogni costo convincersi ch'era sciocco addirittura interessarsi tanto "della salute d'una sua inquilina".
Costringeva se stesso a uscir di casa; ma metteva due ore a vestirsi, dovendo ogni tanto affacciarsi al balcone a spiare se qualcuno si facesse al terrazzo sottoposto.
Perché? Non lo sapeva lui stesso! Certo, non per domandar notizie di lei: non gli sarebbe parso ben fatto.
Forse per scoprire dall'atteggiamento di qualche volto lo stato della malattia.
E ogni volta, per imporre un termine a quell'aspettativa, ch'egli pur riconosceva puerile, ricorreva a un'altra puerilità: si metteva a contar fino a cento.
- Se nel frattempo nessuno s'affaccia, me ne vo.
E cominciava lentamente:
- Uno...
due...
tre...
Poi, nel contare, s'astraeva, e soltanto le labbra continuavano a mormorare i numeri.
Talvolta, col cappello in capo, già pronto per uscire, giungeva a contare fino a trecento; alla fine si stancava, e infilava la porta.
Doveva far violenza a se stesso per non fermarsi a origliare sul pianerottolo del primo piano.
Per via, schivava gli amici, non riusciva a distrarsi.
Gironzava un po' senza direzione, annojatissimo; e alla fine, come spinto da un subitaneo pensiero, ritornava frettolosamente sui proprii passi.
- Forse a quest'ora sarà arrivato!
Egli aspettava con ansia il fidanzato di Agata.
Si struggeva dalla smania di vederlo, di conoscerlo, senza saper chiaramente il perché di quella sua curiosità.
La madre, per quanto ormai non s'interessasse piú di nulla, già stanca di tutto, finanche d'aspettare e di chiamar la morte, s'era accorta del cambiamento del figlio; e un giorno gli disse:
- Giulio, non far pazzie!
- Che pazzie, mamma! - rispose l'ingegnere Accurzi, a cui ormai recava piú irritazione che pietà il modo di parlare della madre, il tono della voce e il movimento della testa.
E pure, una pazzia forse l'aveva commessa.
Sí: lo riconosceva egli stesso, e n'era turbato.
Aveva fermato per la scala anche la sorella d'Agata, Erminia, e dal modo come le aveva parlato, temeva non avesse ella potuto sospettare ch'egli fosse cosí insensato da accarezzar delle idee sulla sorella promessa a un altro.
- Chi sa che avrà pensato di me! Sciocco...
Egli, in fondo, non voleva convenir con se stesso d'essere innamorato della signorina Sarni.
- Fra me e lei non c'è stato mai nulla...
E allora si sforzava di pensare ad Agata, come a una persona qualsiasi, per la quale si sentisse soltanto pietà sapendola in condizioni gravi di salute.
- Povera signorina! si diceva.
Cosí buona!...
E quell'imbecille che non torna! Se tarda ancora, non la rivedrà...
IV
Il viavai per la scala divenne vieppiú frequente.
Giulio dal pianerottolo superiore, curvo sulla ringhiera, spiava chi saliva e chi scendeva.
Altri medici erano accorsi al letto della malata, due suore di carità, poi un vecchio alto dalla lunga barba bianca, don Giacomo Corvaja, venuto espressamente dalla campagna.
Giulio apprese che l'acuto della malattia era superato, ma che tuttavia la malata, vinta dall'estrema debolezza, era in preda a furori isterici che la rendevan quasi pazza...
- S'è tagliati, tartassati i capelli!...
Non si riconosce piú..
- gli aveva detto la serva.
- Chiama sempre il fidanzato...
Pare che egli non voglia piú tornare...
Se vedesse, che spettacolo giú...
- Non vuol piú tornare? Come! La lascerà morire cosí? - pensava Giulio, struggendosi dentro.
La porta del primo piano s'apriva di tanto in tanto rumorosamente, e qualcuno ne usciva lanciandosi a precipizio per la scala; Giulio si destava di balzo dalle sue fantasticaggini, impallidiva...
- Che sarà avvenuto?...
Muore?...
Ecco altra gente sul pianerottolo, giú; donn'Amalia, Erminia dai volti disfatti...
Chi s'attende? S'è fermata una vettura dinanzi al portone.
Ecco, è lui, Mario Corvaja, il fidanzato! Gli è accanto quel vecchio alto, dalla lunga barba bianca, il padre.
Finalmente è tornato!
- Ebbene, come sta? - chiede Mario con ansia alla madre di lei, pallido, con le ciglia aggrottate.
Poi tutti rientrano, e la porta si richiude.
Dove mai Giulio aveva udito quella voce? Sí, egli conosceva di vista Mario Corvaja.
Era dunque colui il fidanzato di Agata? E che avveniva laggiú, in quel momento, nella camera della malata? Giulio si sforzò a imaginare quella scena d'arrivo.
Dopo un'ora all'incirca egli vide uscir Mario Corvaja col padre.
Lo seguí con gli occhi, dal balcone, lungo la via piena di sole.
Dove si recava? Perché gestiva cosí vivacemente parlando col padre? E aveva lasciata cosí presto la malata? In che condizioni era ella?
Sul far della sera Giulio vide don Giacomo Corvaja ritornare in casa Sarni senza il figlio.
Seppe dopo, che Mario era ripartito per Roma lo stesso giorno dell'arrivo.
Il suo ritorno dunque era stato come un'apparizione.
Il domani Agata con la madre e con don Giacomo Corvaja partí per la campagna.
Giulio Accurzi indovinò che il progetto di matrimonio tra Mario Corvaja e Agata Sarni era andato a monte.
Che era avvenuto? Ella s'era ammalata per lui, ed egli l'aveva abbandonata! Perché dunque? Che pretendeva di piú quello sciocco? Come non amare una creatura, che a lui, Giulio Accurzi, pareva cosí degna d'amore? Ed ella forse lo rimpiangeva...
Provò, cosí pensando, un'indefinibile gelosia, un sordo rammanco, quasi rancore...
Non vi poteva far nulla, lui? Quasi quasi avrebbe voluto introméttercisi, tanta era la stizza che provava per l'agire di quello sciocco lí...
Intromettersi! E in qual modo?
- Se la son portata via nella campagna di lui! Sciocchi! E perché? Come si potrà distrarre lassú? - pensava intanto, tra le smanie.
- Sarebbe molto meglio che vi morisse...
V
Aveva però avuto la fortuna, dopo circa un mese, di trovarsi a scendere per la scala quando la vettura di ritorno dalla campagna dei Corvaja, si fermò dinanzi al portone della sua casa.
Giulio Accurzi non poté trattenere un moto e un'esclamazione di sorpresa alla vista di Agata, che già scendeva dalla vettura sorretta dalla madre.
Turbato, con le mani tremanti, accorse a prestare ajuto alle due donne; offrí il braccio alla convalescente, e la sorresse lungo la penosa salita, ripetendo a ogni scalino:- Piano...
cosí...
S'appoggi, signorina! piano!...
Dinanzi alla porta ella lo ringraziò timidamente, con gli occhi bassi, inchinando la testa.
Egli arrossí, si confuse, e appena la porta fu richiusa, mormorò:
- Come s'è ridotta!
E subito dopo:
- Quanto lo amava!
Non pensò piú che stava per uscire, e continuò a salir lentamente la scala, a capo chino, percotendosi le gambe coi guanti che teneva in mano.
- Come s'è ridotta! - ripeté a fior di labbra fermandosi indeciso innanzi alla porta di casa.
Trasse macchinalmente di tasca la chiave, ed entrò.
Allora sentí chiamarsi dalla madre, e accorse subito, molto sorpreso di ritrovarsi in casa sua.
- Che ti sei scordato? - gli domandò la madre con voce nasale, stanca, piegando da un lato la testa avvolta sempre in un fazzoletto nero di lana.
- No...
nulla...
mi son seccato...
Sai? Son ritornate le nostre inquiline del primo piano...
- Ho capito! - sospirò stanca la madre, ripiegando la testa dall'altro lato, e chiuse gli occhi.
Quell'esclamazione e quel movimento irritarono Giulio.
- La signorina è stata molto male, è ancora ammalata - s'affrettò egli a dire con tono risentito.
- È giovine, non temere, guarirà! rispose con la stessa voce l'inferma senza aprir gli occhi.
Giulio rientrò nella sua camera, e sedé su una poltrona, senza pensar di togliersi il cappello e di posar guanti e bastone.
- Quanto lo amava! - mormorò di nuovo a se stesso, scotendo a lungo, lentamente, la testa, con gli occhi appuntati.
- E quell'imbecille...
Si levò da sedere, andò in sú e in giú per la stanza, a capo chino...
L'aveva riveduta; le aveva offerto il braccio, aveva sentito il dolce peso di quel corpo affranto dalla passione, e avrebbe voluto portarla sú in braccio per risparmiarle la pena di quella salita...
Cosí pallida e stanca gli era sembrata piú bella!
Ed ella gli aveva detto grazie...
VI
Passarono per Giulio Accurzi due mesi di continue smanie.
Agata non si lasciava piú vedere al terrazzo, non usciva piú di casa.
Alle sue costanti domande alle persone di servizio: - "Come sta la signorina?" - otteneva un "Meglio" per tutta risposta, e poi in seguito un
"Adesso sta bene" e null'altro.
Non voleva parere indiscreto.
Intanto, non lavorava piú.
Veramente, aveva sempre lavorato poco; ma prima, almeno, gli piaceva di studiare o di leggere; s'era fatta cosí una varia e larga coltura; adesso, non gli riusciva piú d'arrivare in fondo a una pagina, fosse pur di romanzo.
Invece si prendeva molta piú cura della persona: s'affliggeva dinanzi allo specchio dei suoi capelli biondi che si diradavano man mano specialmente sul lato sinistro, slargandogli un po' troppo la fronte; diventava minuzioso per tutto ciò che si riferiva all'acconciatura: voleva essere inappuntabile.
Ma poi, dopo tanto studio e tanta cura, non usciva di casa, sedeva o s'appoggiava alla ringhiera di ferro del balcone, e aspettava...
Vedeva sul vespro donn'Amalia Sarni uscir sul terrazzo ad annacquare i fiori, e allora egli seguiva attentamente la mela dell'annaffiatojo che spandeva acqua in minuta pioggia sur ogni vaso, e sur ogni vaso egli s'indugiava quanto l'annaffiatojo.
Cosí faceva il giro della balaustrata.
Certi giorni poi s'avviliva di produrre inutilmente quel genere di vita.
Avrebbe volentieri intrapreso un viaggio.
Ma sí! A chi affidar la madre?
Un giorno, all'improvviso, vide irromper nel terrazzo rumorosamente le due bambine di Erminia Corvaja, come un tempo, inseguite dalla zietta.
Al rumore, prima ch'ella comparisse sul terrazzo, il cuore dell'ingegnere Accurzi si mise a battere violentemente.
Finalmente la vide! Gli parve un'altra...
Ella rideva!
- È lei...
è lei...
è lei...
- ripeté egli a se stesso, fremebondo, ritraendosi dal balcone.
Vi ritornò subito; ma ella era già andata via dal terrazzo con le bambine.
Non poté rimaner piú solo in camera: sentiva il bisogno di comunicare a qualcuno la sua gioia.
Si recò dalla madre, senza saper precisamente ciò che le avrebbe detto.
La trovò nella solita positura: con la testa piegata da un lato e gli occhi chiusi; pareva morta! Gli scuri delle due finestre erano un po' accostati, e la camera rimaneva in una triste penombra.
- Mamma, dormi? - domandò egli piano, chinandosi sulla poltrona e prendendo da un bracciuolo la mano cerea, gelida della madre.
- No, figlio - sospirò la giacente, senza aprir gli occhi.
Al suono di quella voce Giulio cangiò tosto d'umore.
Gli parve di non aver mai compreso come in quell'istante la sciagura toccata alla madre.
La rivide, in un baleno, ancor vispa, in piedi, sempre vestita di nero dopo la morte del marito, attendere alle faccende di casa; gli passò come uno sprazzo dinanzi agli occhi, la visione confusa di sua madre, tanto diversa che in tutti gli altri ricordi, vestita di gala, innanzi a un grande specchio a muro...
una remota sera.
Un uomo le chiudeva alla nuca il fermaglio d'una ricca collana: era il padre di Giulio Accurzi allora bambino di pochi anni; e questa era l'unica, indecisa memoria che egli serbava del padre.
Rivide, immediatamente dopo, la madre nell'atto di piegarsi sulla tavola, mentre tutti e due mangiavano, colpita improvvisamente dalla paralisi.
La guardò intenerito: erano ormai sei anni che ella se ne stava cosí, dimenticata dalla morte, abbandonata dalla vita.
- Povera mamma! - sospirò, recandosi alle labbra la mano di lei fredda, insensibile; e il suono della sua voce gli chiamò lacrime agli occhi.
- Che hai da dirmi? - domandò la malata, senza muovere il capo, come se s'aspettasse dal figlio qualche confessione.
- Mamma...
- Zitto, zitto, lo so...
Sposala, figliuolo mio, se è una buona ragazza.
Sposala, mi farai piacere.
E volse la testa dall'altra parte, sospirando.
- Che dici, mamma?
- Sposala, ti dico! È tempo che tu lo faccia...
Mi farai piacere.
- Ma sai tu chi è, mamma?
- Sí, so tutto.
- Io l'amo...
- fece Giulio, e si stupí immediatamente d'aver profferito quella parola innanzi a se stesso.
- Siate felici! - concluse la madre.
Egli rimase perplesso.
Sua madre dunque supponeva che anche Agata lo amasse? E invece...
Si sentí nuovamente pungere da quel sentimento d'indeciso rancore.
L'inferma aggiunse:
- Me la farai conoscere?...
- Certamente...
- rispose Giulio impacciato; salutò la madre e uscí dalla camera, sospirando amaramente.
D'onde gli era sopravvenuta adesso tutta quella tristezza? Non era stata sempre cosí sua madre, dacché era inferma? Sí, sí...
ma adesso...
Egli non sapeva definirsi bene la causa di quella tristezza; ma nessuna cosa al mondo avrebbe potuto consolarlo, se egli finalmente non usciva da quello stato d'indecisione.
VII
Posto appena il piede nella propria casa, Agata sentí come inutile e grave sarebbe stata da lí innanzi la sua vita.
La madre s'era data subito a badare alla casa lasciata per tanti giorni in abbandono.
Agata fe' il giro delle stanze, e pareva che in nessuna trovasse posto da sedere per il momento, e da occupare in appresso, nelle lunghe e tediose giornate che l'avvenire le preparava.
Cavò, in piedi, una nota dal pianoforte, come per riudir la voce dello strumento, e se ne allontanò subito, quasi offesa.
Oh se avesse invece potuto seguir per le stanze la madre tutta intenta a rassettare, a spolverar la mobilia!
Ella avrebbe voluto dare a intendere, che non pensava piú a Mario Corvaja, e sopra tutto, che non era per nulla afflitta dello scioglimento del suo matrimonio.
Ma come darsi, nel tedio che la schiacciava, la pena e la fatica di quella simulazione?
Il ricordo, per altro, era troppo vivo e insistente, ed ella non solo aveva molto da ricordare, ma anche molto da pentirsi di quei quattro anni d'inutile attesa.
E ancor non sapeva bene, com'egli le fosse sfuggito durante la malattia! Conservava ancora in un cofanetto tutte le lettere di lui, e ora, chiusa nella sua cameretta, le rileggeva ad una ad una.
S'era seduta per terra con una candela accesa, alla cui fiamma consegnava man mano le lettere dopo averle rilette.
Eran disposte tutte per ordine di data, e annodate per anno, in quattro fasci: piú voluminoso il primo, esiguo l'ultimo.
Ella rimaneva, dopo la lettura, con gli occhi appuntati sulla fiamma tremolante e ingranditi: l'anima rifaceva il giorno della data, mentre la mano tremante appressava il foglio alla candela; poi sospirava, e attendeva che la carta si riducesse per intero in cenere.
Giulio Accurzi intanto, dopo una notte di riflessione, agitato da dubbi e da sconforti, aveva presa la risoluzione di recarsi dalla sorella di lei, con la quale già una volta aveva parlato, e forse s'era tradito.
- Nessun dubbio - pensava andando - che i parenti accetteranno con riconoscenza la mia domanda.
Ma lei, Agata? Non si è mai curata di me; non pensa neppure che io sia al mondo...
Ella in questo momento pensa "a tutt'altro".
Egli sentiva bene, che avrebbe dovuto ragionevolmente lasciar passare ancora qualche tempo per far la sua domanda; ma la gelosia e l'amor proprio non glielo concedevano.
Non avrebbe avuto piú pace, finché il ricordo dell'altro rimaneva nel cuore di Agata, e da un altro canto voleva fingere d'ignorare affatto ch'ella era stata promessa sposa a Mario Corvaja.
Se ella lo rifiutava, Giulio Accurzi sentiva, che si sarebbe messo subito a odiarla, in tutte le maniere in cui l'odio può esplicarsi.
Un pensiero poi l'avviliva piú d'ogni altro: - Forse un giorno egli mi vedrà con lei, innamorato di lei, e mi guarderà con occhio di commiserazione.
"Si, quella donna mi amava, e io non l'ho voluta...
l'ho piantata.
Ora ella ha trovato il gonzo, che se l'è presa.
Eccolo lí..."
Erminia Corvaja fu molto sorpresa della visita dell'ingegnere Accurzi.
Egli, pallido e nervoso, si perdette sul principio in comuni superficialità, poi tutto ad un tratto, impulsivamente, uscí a dire:
- Senta, signora, lo scopo della mia visita...
- Ma s'arrestò all'improvviso.
- Io desidererei che ella mi désse...
Stava per dire: "Delle spiegazioni".
Arrossí, si confuse; e poi rimettendosi: - Ecco, ella sa che la sua signora madre abita giú in casa mia...
Io ho avuto la fortuna d'apprezzare le doti veramente elettissime tanto della signora quanto della signorina sua sorella.
Adesso starà bene mi auguro...
L'ho veduta jeri, mi sembra, quand'è venuta lei, con le bambine...
Sí...
giusto jeri...
M'è parso che...
- Oh, sí adesso...
in salute, almeno, sta bene...
- concluse imbarazzata Erminia Corvaja, tentando un sorriso, e abbassò gli occhi.
Giulio Accurzi notò quell'almeno e si agitò sulla poltrona, non trovando adesso come riattaccare il discorso.
- Sí...
ho saputo...
che è stata male...
Anzi, già! ho chiesto a lei una volta notizie...
si ricorda? Sí...
Ma ora, per fortuna è passato...
Io mi trovavo presente quando è ritornata dalla campagna di...
suo suocero, è vero? Sí...
Povera signorina!...
Era cosí sofferente...
- Infatti, ha molto sofferto...
- affermò, tentennando il capo, Erminia Corvaja.
Giulio Accurzi s'agitò un'altra volta sulla poltrona.
- Ora è passato però...
- ripeté.
- E quando una malattia si può raccontare...
C'è dispiaciuto di non esser potuti scendere giú, in questa occasione...
ma mia madre, poverina...
Ella saprà che...
- Oh, sí, purtroppo...
so, povera signora!...
- fece Erminia, con aria di profonda commiserazione.
- Da sei anni!...
- esclamò Giulio.
E preso quel discorso, la conversazione andò per un tratto piú spedita.
Egli non s'accorse che, parlando della madre, dello squallore e della malinconia che regnavano nella sua casa, dacché ella s'era ammalata, e della solitudine senza cure in cui si sciupava la sua giovinezza, si preparava man mano quasi inconsciamente il terreno per venire allo scopo della sua visita, e a un tratto la spiegazione gli riuscí spontanea, molto piú facile che non se l'aspettasse.
Erminia Corvaja restò un momento imbarazzata, pur sorridendo di compiacenza all'annunzio; si strinse le mani, e si raccolse, schivando di guardarlo, come per ponderare una risposta giudiziosa.
Quell'istante di silenzio fu penosissimo per Giulio Accurzi: già si aspettava ch'ella, per convenienza, gli avrebbe parlato di Mario Corvaja e dello stato d'animo della sorella; ma quasi quasi, adesso, avrebbe voluto farne parola lui per primo, pur d'uscire al piú presto di quella pena.
Tanto, che avrebbe potuto dirgli? Già s'era accorto, ch'ella era contenta della sua domanda.
Il passo piú difficile era pel momento superato.
Egli, è vero, avrebbe voluto simular sorpresa nell'apprendere che Agata era stata, fino a pochi mesi a dietro, promessa sposa a un altro; ma simulò invece indifferenza, e rispose alla sorella:
- Sí...
difatti, ho saputo...
- Fanciullaggini, sa - si affrettò ad aggiungere Erminia.
- Era già finito da un pezzo...
Tuttavia, capirà, lasciano sempre un certo...
come dire?...
turbamento nel cuore d'una ragazza...
Poi, col tempo...
Oh ma già, a quest'ora, ne son sicurissima, Agata si sarà convinta, che è una sciocchezza, a cui non val proprio la pena di pensare...
Io, per me, glielo predicavo sempre...
Era poi, piú che altro, non si figuri, una corrispondenza da lontano: mio cognato è stato sempre fuori...
prima a Roma, poi all'estero.
Giulio Accurzi ascoltava pallidissimo, con un sorriso gelato sulle labbra, le parole d'Erminia.
- Non sarà...
vorrei sperare...
un impedimento...
questa sconclusione - balbettò alla fine - almeno per parte mia.
Erminia si tolse felicissima l'incarico d'annunziare alla madre la domanda di matrimonio.
La madre poi ne avrebbe parlato ad Agata.
Fra giorni, la risposta.
Un po' di pazienza...
Cosí convennero.
Ma uscito sulla via, Giulio Accurzi era inasprito da una sorda stizza e avvilito da un profondo disdegno di se stesso.
Perché?
VIII
Agata, ancora a letto, notava la bianchezza delle sue braccia, magre tuttora dalla recente malattia, e osservava attentamente le venicciuole azzurre, trasparenti sotto la pelle levigata.
La luce del giorno penetrava nella camera attraverso le persiane verdi, e su una mensoletta in un angolo moriva già il lampadino da notte, dietro una ventola litofana.
Era uscita testé dalla camera la signora Amalia, e nella fronte di Agata si spianava man mano la ruga lasciatale dal dialogo breve, inatteso, avuto con la madre.
Agata non aveva mai badato veramente a quel Giulio Accurzi, di cui la madre le aveva parlato con tanta esitanza prima, con tanto interesse poi.
Costui dunque chiedeva la sua mano, sapendo tutto? E sua madre ed Erminia sarebbero state felici, se ella avesse accondisceso a quelle nozze.
Non sapevano dunque che per lei ormai un altro amore non era piú possibile? Tutto per lei era finito!
- Fagli dir di no! - aveva risposto a prima giunta.
Ma poi s'era ripresa, temendo non sospettasse la madre, ch'ella pensava ancora a "quell'altro".
E gliel'aveva detto:
- Nemmen per sogno, sai! Anzi, guarda! per me...
fa' quel che vuoi...
Se ti piace fagli pure rispondere che accetto.
E s'era voltata dall'altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.
La madre però l'aveva severamente rimproverata: - Cosí no! Non è giusto, né onesto.
Dio non vuole! Un impegno per la vita...
Pensaci! E quando ci avrai ben pensato, noi daremo la risposta.
Quanto all'amore, non dubitare, verrà...
- Non verrà, non può venire! pensava Agata, e nell'istesso tempo bilanciava col suo sconforto i savi ammonimenti della madre e le considerazioni sul suo stato.
Giulio Accurzi era giovane, buono, ricco.
Ella aveva già varcato da piú anni il limitare della prima giovinezza...
E aveva inoltre da vendicare un affronto alla sua femminilità, l'abbandono che le costava ancora tanto dolore.
- Ebbene - domandò Agata, sulla sera, alla madre.
- Che avete concluso?
- Nulla, te l'ho detto...
Ci hai pensato?
- Sí...
Io accetto - rispose Agata.
Donn'Amalia baciò commossa la figlia.
E il domani sera scese per la prima volta in casa Sarni Giulio Accurzi.
Assistevano alla presentazione Erminia Corvaja con le bambine, una vecchia zia d'Agata, curva, corpacciuta, gialla di carnagione e rugosa, con gli occhi smorti, pieni sempre di lacrime, e la figlia Antonia, zitellona, che parea fatta di legno, e che non schiudeva mai le labbra se non per terminare le frasi lasciate in sospeso dalla madre nello stento di trovar parole.
Madre e figlia eran vestite goffamente per l'avvenimento e, benché impacciate dalle loro vesti, non staccavan gli occhi da Agata.
Il salotto era riccamente illuminato, e cosparso di fiori freschi.
Agata, pallidissima, guardava or la madre, or la sorella, come trasognata.
Queste due ascoltavano attentamente le parole di Giulio Accurzi, che si rivolgeva a loro di preferenza; assentivano frequentemente col capo, e sorridevano, forse senza intender nulla di ciò che egli diceva.
La vecchia zia e la figliuola esaminavano minutamente gli altri quattro e, di tanto in tanto, si scambiavano, sospirando, uno sguardo d'intelligenza.
Giulio Accurzi si sforzava evidentemente di non sembrare impacciato, e donn'Amalia e la figlia maggiore gli venivano, come per intesa, in ajuto.
Egli parlò in principio di cose aliene, con sovrabbondanza di parole, intercalando qua e là massime di largo criterio, ma senza presunzione, con l'aria un po' stanca di chi si sia data qualche volta la pena di pensare ai casi della vita.
Quindi si mise a parlar della madre, e si compiacque, sotto gli occhi di Agata, nel mostrar tutto il suo affetto filiale, e il dolore per la sciagura toccata "alla sua vecchina".
- Poi la vedrà...
- concluse, rivolgendosi ad Agata.
Agata abbassò gli occhi sotto lo sguardo di lui, e trattenne un istante il respiro.
La conversazione languí.
Giulio Accurzi girò gli occhi pel salotto, e li arrestò sul pianoforte aperto.
- Ella suona spesso, è vero? - domandò ad Agata.
- Qualche volta...
- rispose questa esitante, con un fil voce.
- Via, suona un po' qualche cosa...
- s'affrettò ad aggiungere Erminia, a cui tosto fecero eco la vecchia zia e la figliuola.
Donn'Amalia guardò la figlia, che si rifiutava un po' duramente, accesa alquanto dalla vergogna.
- Mi faccia sentire...
se non le dispiace troppo - insisté dolcemente Giulio.
- Non so proprio sonare...
Sentirà...
- fece ella alzandosi e guardandolo freddamente.
Egli non smise un istante di studiarla, mentr'ella sonava; e ammirò i capelli castanei finissimi, pettinati con tanta grazia, la nuca, le spalle, la sottilissima vita...
Ecco, e lei cosí bella, cosí adorabile, era stata rifiutata da quell'altro! Perché dunque?...
Notò ch'ella sonava un vecchio pezzo di musica.
Anche Mario Corvaja forse lo aveva udito da quelle mani...
Chi sa! poteva anche essere un suo regalo.
Che vibrava in quel momento nel cuore di lei?
Quando Agata finí di sonare, Giulio Accurzi era ancora turbato dai suoi pensieri; pure, fece dei complimenti alla sonatrice, e parlò di musica...
- Se io avessi saputo sonare, non avrei forse cercato piú nulla nella vita...
Nella musica si può tutto dimenticare...
Arrossí a quest'ultime parole.
Gli sovvenne improvvisamente che Agata in quegli ultimi giorni passava gran parte della giornata sonando.
La conversazione languí di nuovo, e poco dopo egli tolse rispettosamente comiato.
IX
- M'amerà!...
m'amerà!...
- si ripeteva ora Giulio Accurzi, uscendo dalla casa della sua promessa sposa.
Egli l'avrebbe vinta a poco a poco, cingendole l'anima di dolce e silenzioso assedio, spiandole negli occhi e sulle labbra ogni desiderio, ogni accenno di desiderio.
L'avrebbe vinta colla sua sommissione, senza mai urtare i sentimenti di lei, né tentar mai apertamente di penetrarle nel cuore; cosí, con l'alito soltanto della sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne aveva fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a quel freddo e pallido volto.
L'avrebbe vinta...
Bisognava, innanzi tutto, aver pazienza.
Il tempo ajutato, nudrito dalle sue cure amorose, doveva un po' per volta cancellar da quel cuore l'imagine d'un altr'uomo.
Pensava cosí, ormai, tenendo sempre presente a sé l'imagine di Agata dal contegno gelido, quasi per soffocare ogni impulso violento della gelosia.
Per quanto internamente ne soffrisse, pure amava meglio ch'ella fosse cosí, rigida e chiusa con lui.
Fin dalla prima sera, al cospetto di lei, s'era sentito cader dall'animo l'avvilimento provato nel far la domanda alla sorella.
Indovinò all'accoglienza di Agata, com'ella si fosse indotta ad accettare, e la via che conveniva a lui di seguire per vincerla al piú presto.
Ma quanto piú i pensieri, guidati dal cómpito ch'egli s'era imposto, abbondavano in amorevolezza, tanto piú il suo cuore si struggeva dentro, quasi stretto in una morsa di ferro dall'odio impotente per Mario Corvaja.
Costui non era piú, forse, il signore della rigida fortezza, cui egli ora cingeva d'assedio amoroso; ma l'aveva lasciata pur lui cosí chiusa e impenetrabile! Giulio Accurzi inviava ad Agata fiori ogni mattina, prima ch'ella si levasse di letto: ora un grand'involto di rose sciolte, in un fazzoletto bianco, di seta; ora un canestro di gardenie; ora un gran cappello di paglia da contadini con fiori di campo...
E cominciò a presentarle i primi regali: anelli, bracciali, spille...
Ella li accettava confusa, senza espressioni sincere né di gradimento, né d'ammirazione; li toglieva con mano tremante dalle ricche scatole, e lasciava che la madre si profondesse in meraviglie.
Agata gli dava ancora del lei.
- Cosí no...
non voglio esser piú ringraziato...
- si spinse egli a dirle finalmente.
- Ebbene, ti ringrazio - fece ella, chinando leggermente la testa e sorridendo appena.
- Cosí va bene...
- concluse freddamente Giulio.
Quella concessione forzata non gli era riuscita per nulla gradevole.
Intanto egli attendeva alacremente all'arredo della casa, sú, al secondo piano.
Agata e donn'Amalia uscivano qualche volta con lui a far compere, ed egli sceglieva tutto ciò, su cui gli occhi di lei si fermavano un po' ad ammirare.
Agata si recò con la madre a visitar l'inferma, e la casa che tra breve l'avrebbe accolta sposa.
Vi era gran trambusto; operai vi lavoravano; solo nella stanza della malata regnava il solito silenzio.
Giulio assisteva alla visita, e non staccava gli occhi dalla madre, quasi temendo non accogliesse ella freddamente la futura nuora.
In quegli ultimi giorni egli aveva notato nella madre un serio cambiamento.
Ella, per solito cosí rassegnata al suo male, ora si lamentava a lungo, si lagnava del rumore che facevan gli operai, era impaziente, curiosa di sapere quel che avveniva nelle altre sta
...
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