APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 31
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- E sia! Opinioni...
Io vi stimavo cosí insuscettibile d'amore...
- Ah sí? E ora?
- Ah, lo stesso! Ma...
- C'è un ma?
- Vostro marito.
- Non l'amo? - domandò Fulvia, mostrando con dolcissima grazia quasi paura che il Gueli le rispondesse di no.
- Come? - fece questi un po' imbarazzato.
- No...
ecco...
prima...
bisogna distinguere.
Io per dir la verità, mi ci perdo.
Perché, sí, questo vostro amore - scusate veh! - mi fa pensare a un pasticcio.
Mi spiego: c'entra un po' di tutto...
Ecco, vediamo: Pentimento prima, va bene? Del resto, è naturale, per la gravità del caso...
Segreto bisogno di perdono, va da sé.
Poi, anche bisogno d'un legame, è vero? la gioventú! e allora vanità offesa, puntiglio, dispetto...
un fermento insomma d'impressioni e di sentimenti, ai quali sa esser campo soltanto il cuore d'una donna...
- L'amo o non l'amo? - domandò Fulvia, passando sopra, dispettosamente, allo sforzo d'analisi del Gueli.
- L'amerete! - rispose Maurizio.
- Ma io vorrei spiegarmi il come e il perché...
- A che pro e a che scopo?
- Per amore dell'arte.
- A mezzanotte?
Maurizio tornò a guardar l'orologio, poi con grande serietà disse:
- Non ancora.
Mancano venti minuti.
Volete sentire la verità? Com'io la pensi? Vi siete trovata innanzi a un uomo...
- A voi? - interruppe Fulvia.
- No: a vostro marito, che non s'è curato mai di voi...
lasciatemi dire - né di voi, né della casa, né prima né poi - mai! Accecato da un'altra passione che l'ha quasi tratto alla rovina; fiero, però e sprezzante, ah! quasi orgoglioso del suo delitto - questo sí, delitto: chi spoglia sé, la moglie, la...
figlia, la casa, come ha fatto lui, per me, scusate, è un delinquente!
- Un pazzo! - sospirò Fulvia.
- Già, già, benissimo! Dimenticavo infatti che nel pasticcio entra finanche un sentimento di pietà incomprensibile.
Sicuro! Per voi è soltanto un pazzo, un povero pazzo...
Cercaste di ricondurlo sulla via della ragione? Non v'intese neppure! Andaste a lui, offrendovi, passione contro passione? Fu piú forte la sua: vi respinse! Lo minacciaste? Restò indifferente, quasi lasciandovi padrona di fare a piacer vostro, pur di non esser molestato...
Ah, c'era veramente, in questo modo d'agire, di che tentare una donna come voi! Ecco alfine un uomo che non è di pasta frolla! Un uomo che finalmente sa essere qualche cosa - anche un pessimo arnese, se vogliamo! E frattanto, vi mettete a odiar me, perché non riuscivate a farvi amare da lui! Graziosissimo!...
Vi ha egli lasciata oltrepassar mai, in tanti anni che state insieme, il limitare della piú lieve confidenza? Mai! V'ha tenuta sempre, diciamo cosí, fuori la porta.
Vi siete messa a picchiare; ma sí! lui era occupato a buttar tutto giú dalle finestre...
Quando ha badato a voi? È finanche sfuggito al vostro assedio! E ora, siete rimasti fuori tutti e due...
Quasi quasi, qui, il padrone di casa sono rimasto io...
Ah, ne combina la sorte! Come una mendicante dietro la porta chiusa, voi aspettate ch'egli ritorni...
Maurizio Gueli cavò dalla tasca posteriore un elegantissimo portasigarette, ne trasse una, l'accese, poi tese di nuovo la mano a Fulvia e salutò:
- Buona notte, Fulvia, e buona attesa.
Sapete? Ci sarebbe forse un solo mezzo per mettermi alla porta...
- Quale? - domandò Fulvia con ansia affettata.
Maurizio sorrise freddamente.
- Dategli a intendere che vi faccio la corte.
- Temete che lo faccia? - domandò Fulvia e si morse il labbro inferiore.
Maurizio, continuando a sorridere, agitò piú volte una mano con l'indice teso; poi disse inchinandosi:
- Son quasi sicuro che non vi crederebbe.
Basta.
Buona notte.
Passo dal circolo, e ve lo mando subito...
Buonanotte.
LA PAURA
Si ritrasse dalla finestra con un atto e un'esclamazione di sorpresa; posò sul tavolinetto il lavoro a uncino che aveva in mano, e andò a chiudere, in fretta, ma cauta, l'uscio che metteva quella camera in comunicazione con le altre; poi attese mezzo nascosta dalla tenda dell'altro uscio su l'entrata.
- Già qui? - disse piano, contenta, levando le braccia al petto erculeo di Antonio Serra, lei gracile, piccola, col volto proteso per ricever subito il solito bacio furtivo.
Ma l'uomo si schermí, turbato.
- Non sei solo? - domandò, ricomponendosi a un tratto, Lillina Fabris.
- Dov'hai lasciato Andrea?
- Son tornato prima, stanotte...
- rispose con tono ruvido il Serra, e aggiunse, come per mitigar la prima espressione: - Con una scusa...
Era vero, però: dovevo trovarmi qui di mattina, per affari...
- Non m'hai detto nulla...
- lo rimproverò ella dolcemente.
- Potevi avvisarmene...
Che hai?
Il Serra la guardò quasi odiosamente negli occhi; poi, a bassa voce, ma vibrata, proruppe:
- Che? Temo che tuo marito sospetti di noi...
Ella restò, come se un fulmine le fosse caduto da presso; e, con stupore pieno di spavento:
- Andrea? Come lo sai? Ti sei tradito?
- No, tutti e due, se mai! - s'affrettò egli a rispondere.
- La sera della partenza...
- Qui?
- Sí; mentr'egli scendeva...
Andrea scendeva innanzi a me, te ne ricordi? con la valigia...
Tu facevi lume dalla porta, è vero? e io nel passare...
Lillina Fabris si portò ambo le mani sul volto; poi le scosse in aria:
- Ci ha visti?
- M'è parso che si sia voltato, scendendo...
- aggiunse egli con voce arida e cupa.
- Non ti sei accorta di nulla tu?
- Io no, di nulla! Ma dov'è? Andrea dov'è?
Il Serra, come se non avesse udito la domanda angosciosa della piccola amante, di cui non aveva mai intuito la grandezza dell'animo e dell'amore, riprese cupamente:
- Dimmi: m'ero messo a scendere, quand'egli ti chiamò?
- E mi salutò! - esclamò ella.
- Anche con la mano...
Fu dunque nello svoltare dal pianerottolo giú?
- No, prima...
prima...
- Ma se ci avesse visti...
- Intravisti, se mai...
Un attimo!
- E t'ha lasciato venir prima? - rispose ella con crescente angoscia...
- Ma sei ben sicuro che non è partito?
- Sicurissimo! Di questo, sicurissimo...
E prima delle undici non c'è altra corsa dalla città...
Guardò l'orologio, e si rabbuiò in volto.
- Sta per venire...
E intanto noi...
in questa incertezza...
sospesi cosí in un abisso...
- Taci, taci, per carità! - pregò ella.
- Calma...
Dimmi tutto...
Che hai fatto? Voglio saper tutto...
- Che vuoi che ti dica? In questo stato, le cose piú insignificanti ti sembrano allusioni; ogni sguardo, un cenno...
- Calma...
calma...
- ripeté ella.
- Sí, calma: trovala!
E il Serra si mise a passeggiare per la stanza, storcendosi le mani.
Poco dopo riprese, fermandosi:
- Qui, ti ricordi? prima di partire, discutevamo io e lui su la maledetta faccenda da sbrigare in città...
Lui s'accalorava...
- Sí, ebbene?
- Appena in istrada, Andrea non parlò piú: andava a capo chino; lo guardai, era turbato, le ciglia aggrottate...
"S'è accorto!" pensai.
E non parlavo: temevo che la voce mi tremasse; tremavo tutto...
Ma, a un tratto, con aria semplice, naturale, nella fresca tranquillità della notte, per via: - "Triste, è vero?" - mi fa - "Viaggiar di sera, lasciar di sera la casa...".
- Cosí?
- Sí.
Gli sembrava triste anche per chi resta...
Poi, una frase...
(sudai freddo!): - "Licenziarsi a lume di candela su una scala...".
- Ah questo...
come lo disse? - esclamò ella colpita.
- Con la stessa voce...
- rispose il Serra - naturalmente...
Io non so; lo faceva apposta! Mi parlò dei bambini che aveva lasciati a letto, addormentati; ma non con quella amorevolezza semplice che rassicura...
- e di te.
- Di me?
- Sí, ma mi guardava.
- Che disse? - domandò ella tutta sospesa.
- Che tu ami molto i suoi bambini...
- Nient'altro?
- In treno, ripigliò il discorso sulla lite da trattare...
Mi domandò dell'avvocato Gorri, se lo conoscevo.
- Zitto! - lo interruppe ella, pronta.
Entrò la serva a domandar se era tempo d'andare pei bambini mandati quella mattina dai nonni paterni.
Non doveva ritornare quel giorno il padrone? Le vetture erano già partite per la stazione.
Lillina, indecisa, rispose alla serva che attendesse ancora un poco, e che intanto finisse d'apparecchiare di là.
Rimasti novamente soli, si guardarono smarriti; e lui ripeté:
- Sarà, qui tra poco...
Ella gli strinse forte il braccio, rabbiosamente:
- Ma dimmi qualche cosa! Non hai saputo accertarti di nulla? È mai possibile che lui, cosí violento, col sospetto nell'anima, abbia saputo fingere in tal modo con te?
- Eppure...
- fece egli battendo le mani.
- Che la mia diffidenza m'abbia reso insensato fino a tal segno? Piú volte, vedi, attraverso le sue parole m'è parso di legger qualcosa...
Un momento dopo mi dicevo rinfrancandomi: "No, è la paura!"
- Paura, tu?
- Io, sí! Perché egli ha ragione...
- dichiarò, nella sua grossezza, il Serra con la spontaneità del piú naturale convincimento.
- L'ho studiato, spiato tutti i momenti: come mi guardava, come mi parlava...
Sai ch'egli non è solito di parlar molto...
eppure, in questi tre giorni, avessi inteso! Spesso però si chiudeva a lungo in un silenzio inquieto; ma ne usciva, ogni volta, ripigliando il discorso sul suo affare.
"Era preoccupato di questo?" allora mi domandavo - "o di ben altro? Forse ora mi parla per dissimularmi il sospetto..." Una volta mi parve finanche che non avesse voluto stringermi la mano...
Bada, s'accorse che gliela porgevo: si finse distratto; era un po' strano veramente - fu il domani della nostra partenza.
Fatti due passi, mi richiamò.
- "S'è pentito!" - notai subito.
E infatti disse: "Oh, scusa...
dimenticavo di salutarti! Fa lo stesso..." - Mi parlò altre volte di te, della casa; ma senz'alcuna intenzione apparente...
Mi pareva tuttavia che evitasse di guardarmi in faccia...
Spesso ripeteva tre, quattro volte la stessa frase, senza senso comune...
come se pensasse ad altro...
E mentre parlava di cose aliene, a un tratto, trovava modo d'entrar bruscamente a riparlarmi di te o dei bambini, figgendomi gli occhi negli occhi, e mi faceva qualche interrogazione...
Ad arte? chi sa! sperava di sorprendermi? Rideva; ma con una gajezza brutta nello sguardo...
- E tu? - domandò ella pendendo dalle labbra di lui.
- Io? sempre sull'attenti...
Lillina Fabris scosse il capo con sdegno iroso:
- Si sarà accorto della tua diffidenza...
- Se sospettava di già! - fece egli, scrollando le grosse spalle.
- Si sarà confermato nel sospetto! - rimbeccò lei.
- Poi, null'altro?
- Sí...
la prima notte, all'albergo...
- riprese avvilito il Serra.
- Ha voluto prendere una stanza in comune, con due letti.
Eravamo coricati da un pezzo...
s'accorse che non dormivo, cioè...
s'accorse, no: eravamo al bujo! - lo suppose.
E bada...
figúrati! io non mi movevo - lí di notte...
nella stessa camera con lui, e col sospetto ch'egli sapesse...
- figúrati! tenevo gli occhi sbarrati nel buio, in attesa...
chi sa! per difendermi, se mai...
A un menomo atto, sarei balzato dal letto...
E allora...
Ma, capisci? vita per vita, meglio la sua che la mia...
A un tratto, nel silenzio, sento proferire queste precise parole: "Tu non dormi".
- E tu?
- Nulla.
Non risposi.
Finsi di dormire.
Poco dopo egli ripeté: "Tu non dormi".
Io allora lo chiamai.
- "Hai parlato?" - gli domandai.
E lui: - "Sí volevo sapere se dormissi".
Ma non è vero, non interrogava sai, dicendo: "Tu non dormi" - proferiva la frase con la certezza ch'io non dormivo, ch'io non potevo dormire...
capisci? O almeno, m'è parso cosí...
- Null'altro? - ridomandò ella.
- Null'altro...
Non ho chiuso occhio due notti.
- Poi, con te, sempre lo stesso?
- Sí...
lo stesso...
Ella stette un po' a pensare, con gli occhi appuntati nel vuoto; poi disse lentamente come a se stessa:
- Tutte queste finzioni...
lui!...
Se ci avesse visti...
- Eppure s'è voltato, scendendo...
- obbiettò il Serra.
Ella lo guardò negli occhi un tratto, come se non avesse inteso.
- Sí, ma non si sarà accorto di nulla! Possibile?
- Nel dubbio...
- fece egli.
- Anche nel dubbio! Non lo conosci...
Dominarsi cosí lui, da non lasciare trapelar nulla...
Che sai tu? - Nulla! Ammetti pure, che ci abbia visti, mentre tu passavi e ti chinavi verso me...
Se fosse nato in lui il menomo sospetto...
che mi avessi baciata...
ma sarebbe risalito...
oh, sí!, pensa, pensa come saremmo rimasti!...
No, senti, no: non è possibile! Hai avuto paura, nient'altro! Paura, tu, Antonio!...
No, no, egli non ha potuto pensar male...
Non ha ragione di sospettar di noi: mi hai trattata sempre familiarmente innanzi a lui...
Rallegrato internamente dall'improvvisa fiducia concepita dall'amante, il Serra volle tuttavia insistere nel dubbio angoscioso per il piacere d'essere maggiormente rassicurato da lei:
- Sí; ma il sospetto può nascere da un momento all'altro.
Allora, capisci?, mille altri fatti avvertiti appena, tenuti in nessun conto, si colorano improvvisamente; ogni accenno indeterminato diventa una prova; poi il dubbio certezza: ecco il mio timore...
- Bisogna esser cauti...
- rispose ella.
Deluso, il Serra provò un senso d'irritazione contro l'amante:
- Ora? Te l'ho sempre detto!
Ella lo guardò sdegnosa:
- Mi rinfacci adesso?
- Non rinfaccio nulla! - rispose egli vieppiú irritato.
- Ma puoi negare che tante volte t'ho detto: Bada! E tu...
- Sí...
Sí...
confermò ella, come nauseata.
- Non so che gusto ci sia - continuò egli - a lasciarsi scoprire cosí...
per nulla...
per una imprudenza da nulla...
come tre sere fa...
Sei stata tu...
- Sempre io, sí...
- Se non era per te!
- Sí, - fece ella alzandosi con un ghigno di scherno - la paura!
Sferzato, il Serra irruppe
- Ma ti pare che ci sia da stare allegri, tu e io? tu, specialmente!
Si rimise a passeggiar per la stanza, fermandosi di tratto in tratto e parlando quasi tra sé:
- La paura...
Credi che non pensi anche a te? La paura...
Ci fidavamo troppo, ecco! Sí, e adesso tutte le nostre imprudenze, tutte le nostre pazzie mi saltano agli occhi, vedi, e mi domando, com'ha fatto a non sospettar di nulla finora...
Colpita dall'accusa dell'amante, ella si portò le mani al volto e confermò:
- È vero...
è vero...
lo abbiamo troppo ingannato...
Stettero un lungo tratto in silenzio; poi riaprendo il volto, ella riprese:
- Mi rimproveri adesso? È naturale! Sí, ho ingannato un uomo che si fidava di me, piú che di se stesso.
Sí, e la colpa è mia, infatti.
- Non ho voluto dir questo - diss'egli sordamente, continuando a passeggiare.
- Ma sí, ma sí...
riprese ella con febbre, andandogli incontro.
Lo so, e guarda, puoi anche aggiungere che con lui ero fuggita da casa mia, sí, e che lo spinsi io, quasi, a fuggire - io, perché lo amavo, sí - e poi l'ho tradito con te! È giusto che ora tu mi condanni, giustissimo! Ma io, senti, io ero fuggita con lui perché lo amavo, non per trovare qui tutta questa quiete, tutta questa agiatezza in una nuova casa: avevo la mia; non sarei andata via con lui...
Ma egli si sa, doveva scusarsi innanzi agli altri della leggerezza a cui s'era lasciato andare, egli uomo serio, posato...
Eh già! la follia era commessa: rimediarvi, adesso! riparare, e subito! Come? Col darsi tutto al lavoro, col rifarmi una casa ricca, piena d'ozio...
Cosí, ha lavorato come un facchino; non ha pensato che a lavorare, sempre; senza desiderare mai altro da me che la lode per la sua operosità, per la sua onestà...
e la mia gratitudine, anche! Già, perché sarei potuta capitar peggio!...
Era un uomo onesto, lui; mi avrebbe rifatta ricca, lui, come prima, piú di prima...
A me, questo, a me che ogni sera lo aspettavo impaziente, felice del suo ritorno...
Tornava a casa stanco, affranto, contento della sua giornata di lavoro, preoccupato già delle fatiche del domani...
Ebbene, alla fine, mi sono stancata anch'io di dover quasi trascinar quest'uomo ad amarmi per forza, a rispondere per forza al mio amore.
La stima, la fiducia, l'amicizia del marito paiono insulti alla natura in certi momenti...
E tu te ne sei approfittato, tu che ora mi rinfacci l'amore e il tradimento, ora che il pericolo è venuto, e hai paura, lo vedo: hai paura! Ma tu che perdi? Mentre io...
- Consigli a me la calma! - disse freddamente il Serra.
- Ma se ho paura...
è pure per te...
pe' tuoi figli...
- I miei figli, tu, non nominarli! - gli gridò ella ferita, con gli occhi lampeggianti d'odio.
- Innocenti! - soggiunse poi, rompendo in lacrime.
Il Serra la guardò un pezzo, poi piú urtato che turbato, disse:
- Adesso piangi...
Me ne vado...
- Ora? ora? - singhiozzò ella.
- Si sa, ora non hai piú nulla da fare qui...
- Sei ingiusta! - riprese egli pigiando su le parole.
- T'ho amata, come tu mi hai amato, lo sai! T'ho consigliato prudenza: ho fatto male? Piú per te, che per me: sí, perché io, nel caso, non perderei nulla - lo hai detto tu...
sú, sú, Lillina...
rimettiti...
È inutile adesso ogni recriminazione...
Egli non saprà nulla; tu lo credi, e sarà cosí...
Anche a me ora par difficile ch'egli si sia potuto dominare fino a tal segno...
Non si sarà accorto...
e cosí...
sú, sú...
nulla è finito...
Noi saremo...
- Ah, no! - lo interruppe ella alteramente.
- No! come vuoi, ormai? No, è meglio, è meglio finirla...
- Come credi...
- fece il Serra semplicemente.
- Ecco il tuo amore! - esclamò ella indignata.
Il Serra le venne incontro quasi minaccioso:
- Ma vuoi farmi impazzire?
- No, è meglio veramente finirla...
- riprese ella - e fin da ora; qualunque cosa sia per accadere.
Tra noi tutto è finito.
Senti, e sarebbe anche meglio, ch'egli sapesse ogni cosa...
Meglio, meglio, sí! Che vita è la mia? Te la immagini? Non ho piú diritto d'amar nessuno io! Neanche i figli miei...
Se mi chino per dar loro un bacio, mi par che l'ombra della mia colpa si projetti su le loro fronti immacolate! No...
no...
Mi torrebbe di mezzo? Lo farei io, se non lo facesse lui!
- Adesso non ragioni piú...
- disse egli placido e duro.
- Davvero! - continuò Lillina.
- L'ho sempre detto! È troppo...
è troppo...
Non mi resta piú nulla, ormai...
Poi, facendo forza a se stessa per rimettersi, soggiunse:
- Va', va' adesso...
ch'egli non ti trovi qui...
- Come...
debbo andare? - fece il Serra perplesso.
- Lasciarti? Ero venuto apposta...
Non è meglio che io...
- No, - lo interruppe ella - qui non deve trovarti.
Torna però, quand'egli verrà, da qui a poco.
La maschera dobbiamo portarla ancora insieme.
Torna presto, e calmo, indifferente...
non cosí! Parlami innanzi a lui, rivolgiti spesso a me...
intendi? Io ti seconderò...
- Sí...
sí...
- Presto.
Ma...
se mai...
- Se mai?
Ella stette soprappensiero un tratto; poi, scrollando le spalle:
- Nulla, tanto...
- Che cosa? - domandò il Serra confuso.
- Nulla...
nulla...
Ti dico: addio!
- Ma dunque, davvero...
- si provò egli a dire.
- Va' via! - lo interruppe subito ella sprezzante.
E il Serra andò via promettendo:
- A tra poco.
Ella restò in mezzo alla stanza, con gli occhi appuntati biecamente, come in un pensiero truce, che assumesse forma d'immagine reale innanzi a lei.
Poi scosse il capo ed esalò l'interna ambascia in un sospiro di stanchezza desolata.
Si stropicciò forte la fronte, ma non riuscí a scacciare il pensiero dominante.
Andò un po', inquieta, per la stanza; si fermò innanzi a uno specchio a bilico in fondo, presso l'uscio; la propria immagine riflessa dallo specchio la distrasse, e si allontanò.
Andò a sedere innanzi al tavolinetto da lavoro, e vi si piegò sopra, col volto nascosto tra le braccia; poco dopo rialzò il capo mormorando:
- Non avrebbe risalito la scala? con una scusa...
Mi avrebbe trovata lí...
dietro la finestra a guardare...
Scosse di nuovo la testa, atteggiando il volto a sprezzo e nausea, e aggiunse:
- Se non fu la paura...
Ha tanta paura! Ah, ma ora è finita...
È finita...
Dio, ti ringrazio! I miei bambini...
i miei bambini...
Povero Andrea!
LA SCELTA
Tanto magro, quanto lungo; e piú lungo, Dio mio, sarebbe stato, se il busto tutt'a un tratto, quasi stanco di tallir gracile in sú, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una buona gobbetta, da cui il collo pareva uscisse, penosamente marcato, come quel d'un pollo, ma con un grosso nottolino protuberante, che gli andava sú e giú ogni qual volta deglutiva.
Me lo vedo ancora innanzi vestito squallidamente di grigio, con un vecchio cappello stinto e tutto sbertucciato, in cui la testa secchissima sarebbe sprofondata intera intera, se non fosse stato per le orecchie alte che reggevano le tese: vi sprofondava tutta la fronte però, con le sopracciglia; cosí che la piccola faccia ossuta, angolosa pareva cominciasse da quel nasetto a becco e sfrogiato, da uccel ciuffagno, che rendeva cosí caratteristica la sua fisonomia.
Si sforzava di tener continuamente tra i denti le labbra, come per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo risolino non potendo per le labbra cosí imprigionate, gli scappava per gli occhi, piú arguto e beffardo che mai.
Era il mio ajo e si chiamava Pinzone.
Il dí dei morti è la festa pei fanciulli di Sicilia.
La Befana (forse perché nelle case della città e dei borghi dell'isola non c'è camini, per la cui gola ella possa introdursi) non fa regali laggiú.
Li fanno invece i morti alla vigilia della lor festa, su la mezzanotte: i parenti o gli amici defunti recano in memoria di loro qualche monetina e dolci e giocattoli, soltanto però ai bambini savii.
Piú savie, a parer mio, dovrebbero esser le madri a non accender cosí, paurosamente, la fantasia dei figliuoli.
Mia madre mi mandava senz'altro con l'ajo Pinzone alla fiera dei giocattoli.
Ricordo che pena febbrile, vibrante di mille desiderii, mi costava la scelta in quella fiera.
Stordito dai clamori confusi, sguajati dei tanti bercioni, mi voltavo di qua e di là perplesso e di ciascuno ascoltavo un tratto l'elogio della propria merce, mentre altre mani m'invitavano con vivacissimi gesti dalle baracche vicine e altre voci mi gridavano di non prestar fede a quel che l'uno mi decantava; cosí che avrei dovuto inferire che in nessuna parte avrei trovato il mio bene, che viceversa poi si trovava in ciascuna baracca.
Il vecchio Pinzone mi trascinava per un braccio, sottraendomi a forza agli allettamenti di questo o di quel venditore:
- Non dargli retta, vieni via! Ti vuole imbrogliare...
Fa' prima il giro della fiera; quando avrai tutto veduto, sceglierai...
Nell'accanimento della concorrenza i venditori, nel vedermi allontanare cosí tirato per un braccio, scagliavano ingiurie e imprecazioni contro il povero Pinzone.
Egli però sogghignava, tentennando la testa sotto la furia delle male parole e rispondeva soltanto a me, ripetendomi:
- Non dar retta: ti vogliono imbrogliare...
Alcuni erano piú aggressivi; saltavano dal banco con un giocattolo in mano e ci attorniavano e c'impedivano il passo, l'uno offrendomi una trombetta, per esempio, l'altro una vaporiera di latta a cui s'agganciavano due o tre vagoncini; un terzo, un tamburello; e tutti e tre strillavano a Pinzone:
- Vecchiaccio imbecille, lasciate comprare al ragazzo quel che desidera.
Deve forse scegliere a vostro gusto? Non vedete che vuole la trombetta?
- Ma che trombetta! Vuole la ferrovia! Guarda: cammina sola...
- Che trombetta e che ferrovia! Vuole il tamburo: brabrà, brabrà...
Le bacchette col fiocco...
Tieni, prendi, bello mio! Non dar retta a codesto vecchiaccio...
Io guardavo negli occhi Pinzone.
- Lo vuoi? - mi domandava questi allora.
E io, senza staccar gli occhi, rispondevo il no ch'era negli occhi suoi e nel tono della sua domanda.
Cosí facevamo il giro della fiera; poi, come quasi ogni anno, finivo per ritornare innanzi alla baracca dove si vendevano le marionette, ch'eran la mia passione.
Ahimè, ma anche lí tra i paladini di Francia e i cavalieri Mori, lucenti nelle loro armature di rame e d'ottone, esposti in lunghe file su cordini di ferro, ero costretto a scegliere, mentre avrei voluto portarmeli via tutti.
Quale fra i tanti?
- Prenda Orlando, signorino! mi consigliava il venditore.
Il piú forte campione di Francia: glielo do per dieci lire e cinquanta...
Subito Pinzone, messo in guardia dalla mamma, esplodeva:
- Bum! Dieci lire e cinquanta? Ma se non vale tre bajocchi...
Figlio mio, guarda: ha gli occhi storti! E poi, sí! Campione di Francia...
era un pazzo furioso...
- Prenda allora Rinaldo da Montalbano...
- Peggio...
Ladro! - esclamava Pinzone.
E Adolfo era millantatore, e Gano traditore...
breve, su ogni marionetta che quegli mi presentava, Pinzone trovava da ridir qualcosa, finché il venditore seccato non gli gridava:
- Ma insomma, signor mio! è certo che ci vuole il tristo e il buono, il paladino fedele e Gano il traditore, se no la rappresentazione non si può fare...
Son passati tant'anni; Pinzone è morto.
Io non ho ancora, per dir vero, alcun pelo bianco, che mi dia cagione d'affliggermi di quel che prima cosí ardentemente desideravo: un pajo di baffi e una bella barba; ma confesso che da un po' di tempo a questa parte guardo con piú pungente invidia un quadretto, nel quale sono effigiato coi calzoncini di velluto a mezza gamba e una fida marionetta in mano, - tanto carino, lasciatemelo dire! E incolpo Pinzone di questo sentimento d'invidia che provo innanzi al mio ritratto da fanciullo.
Perché dovete sapere ch'io vado ancora alla fiera.
Non è piú quella dei giocattoli (quantunque ve ne siano parecchi, né manchino le marionette): è una fiera molto piú grande; e ci vado per scegliervi gli eroi e le eroine de' miei romanzi e delle mie novelle.
Ora l'invidia mia segue da questo: che mentre io, fanciullo, finivo a un certo punto col non prestar piú ascolto alle taglienti osservazioni del grigio mio ajo e col cedere tutto infiammato alle lusinghe del venditore della baracca dei burattini, oggi sento che Pinzone, non solo vive ancora dentro di me, ma su me esercita un potere veramente tirannico, e mi guasta e mi spende ogni gioja.
Né, per quanto faccia, posso piú levarmelo dattorno.
- "Vedi, figlio mio, - mi va ripetendo egli continuamente all'orecchio - vedi che malinconia di fiera? Né credere a coloro che te la dipingono tutta d'oro: d'oro il cielo, d'oro gli alberi, d'oro il mare...
Oro falso, figlio mio! Cartapesta indorata! E vedi che razza di eroi t'offre oggi la vita? Trionfano solo i ladri, gl'ipocriti, i birbaccioni! Scegli un eroe onesto? Sceglierai per necessità un impotente, un vinto, un meschino; e la tua rappresentazione sarà fastidiosa e affliggente.
Praticando con te a tua insaputa, mi son venuto man mano istruendo un po'.
Or io ti domando: Credi tu che per i posteri possa valer la scusa che l'arte tua ha rispecchiato la vita del tuo tempo? Siamo giusti: che valore avrebbe innanzi alla nostra estimativa estetica questa medesima scusa se, a mo' di esempio, ce la presentasse tutto gonfio e borioso uno scrittor del Seicento? Noi gli risponderemmo: - Tanto peggio per te, caro mio!
In certi momenti, o figliuolo, la vita si fa cosí perfida che gli scrittori non possono farci nulla; e quanto piú son fedeli nel ritrarla, tanto piú l'opera loro è condannata a perire.
Che virtú di resistenza vuoi che abbiano contro il tempo le creature nate dai pensieri nostri dissociati, dalle azioni nostre impulsive e quasi senza legge, dai sentimenti nostri disgregati e nella discordia dei piú opposti consigli; questi miseri, inani, affliggenti fantocci che può offrirti soltanto la fiera odierna?"
Queste e altre cose sconsolantissime mi va ripetendo di continuo Pinzone.
Io mi guardo intorno, e non so rispondergli nulla.
Ah, chi saprebbe crearmi, per tappargli la bocca, un eroe, non qual'è, ma quale dovrebbe essere?
ALBERI CITTADINI
Che noja dev'esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitarii fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d'antico palazzo o in qualche cortile!
Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie piú larghe e piú popolate di Roma, che fan veramente pietà.
Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un'aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lí, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestío della vita cittadina.
Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.
Ogni qual volta passo per quella via, guardando quegli alberetti, penso ai tanti e tanti infelici che, attratti dal miraggio della città, hanno abbandonato le loro campagne e son venuti qui a intristirsi, a smarrirsi nel labirinto d'una vita che non è per loro.
E immaginando il pentimento amaro e sconsolato di questi infelici e il rimpianto della terra lontana, della vita semplice e buona che vi traevano un giorno, prima che la maledetta tentazione la recasse loro a dispetto accendendo le lusinghe d'altra fortuna; immagino anche di qual viva e spontanea letizia di germoglio si animerebbero all'aperto quei miseri alberetti, come brillerebbero le loro foglie e come si stenderebbero ad abbracciar l'aria pura questi rami aggranchiti, attediati.
Ecco: il breve cerchio che il lastrico della via lascia attorno al tronco, è tutta la loro campagna; per esso la terra beve a stento l'acqua del cielo e respira.
Questo breve cerchio è pur talvolta coperto da una grata di ferro, per una protezione che può anche sembrare maggior crudeltà: i poveri alberi allora par che vengan su da una carcere, condannati a star lí; e dormono e sognano tristi, scotendosi di tanto in tanto, quasi per brivido di commozione, alle notizie che il vento lieve reca loro da lontano, dai campi già rinascenti al sorriso del nuovo aprile.
Ah, lo sentono anch'essi, i poveri alberi della città: sentono anch'essi un non so che nell'aria ilare e fresca.
Sotto il duro lastrico opprimente, alberi in esilio, la terra vi parla del rinnovato amor del sole, e voi fremendo l'ascoltate, beati nel pensiero ch'ella non si è dimenticata di voi lontani, di voi sperduti fra il trambusto della città.
Sotto le case innumerevoli che la schiacciano, sotto le selci calpestate di continuo dagli uomini irrequieti, ella vive, vive, e voi sentite con le radici l'ardore di questa sua novella vita che non sa tenersi nascosta e schiuma quasi di tra le selci in tenui fili d'erba.
Ah, voi forse, mirando quei verdi ciuffi timidi, concepite la folle speranza che la terra voglia far le vostre vendette, invader la città per riscattarvi; e vedete in sogno quei ciuffi crescere, e la via diventare un prato e la città campagna!
Sí, ma che fanno intanto quegli stradini accosciati, curvi sul selciato? che raschiano? - Lo domandate a un passero che dai tetti è venuto a posarsi su voi; e il passero garrulo e pettegolo vi risponde sghignando:
- E non vedete? Son barbieri: fan la barba alla via.
Ma piú triste ancora è la sorte di altri alberi cittadini, che non debbon soltanto scortare, in ordinata processione lungo i marciapiedi delle vie, le insulse e laide nostre vanità, ma che, in ordine piú serrato, fondendo le varie corone, son costretti a formare quasi un portico vegetale.
Le cesoie del giardiniere han pareggiato simmetricamente le cime di questi alberi e internamente hanno imposto ai rami la curva d'una galleria e, ai lati, gli archi d'un loggiato.
Cosí svisati, con sapiente barbarie mutilati, a chi posson piú davvero parer belli e far piacere questi alberi? Confesso che a me dànno un senso di ribrezzo, come se mi offrissero uno spettacolo di perpetua tortura.
E mi vien voglia di gridare: - Ma costruite di pietra i vostri portici! Questi sono esseri vivi, che soffrono e fan soffrire: è crudele impedir loro cosí la viva spontaneità del germoglio, l'espansione della vita!
E non sapete, o giardinieri d'Italia, che la pena di morte è abolita fra noi? Per chi osi alzar la testa oltre le corde livellatrici delle leggi, che stanno a un palmo dal fango, rete protettrice dei nani, non c'è piú il boja che gliela tagli.
Or perché quella povera fronda che voglia spingersi un po' oltre la linea imposta dalle vostre forbici dev'essere decapitata?
Per quegli alberi, o giardinieri, il vostro mestiere è ancor quello del boja!
E so d'un albero nato, non si sa come, in un angusto sudicio cortile presso una brutta via affollata di vecchie case.
Quel povero albero s'era levato dritto dritto sul magro stelo cinereo, con evidente sforzo, con evidente pena, quasi angosciato nel desiderio di vedere il sole e l'aria libera dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano.
E finalmente c'era arrivato!
Come brillavan felici le frondi della cima, e quanta invidia destavano in quelle che stavan giú senz'aria, senza sole! Anche nella morte, nello staccarsi dai rami in autunno, le foglie di lassú eran piú felici: volavan via col vento in alto, cadevan su i tetti, vedevano il cielo ancora; mentre le povere foglie basse morivan nel fango della via, calpestate.
In tutte le stagioni, all'ora del tramonto, quell'albero si popolava d'una miriade di passeri, che pareva vi si dessero convegno da tutti i tetti della città.
Piú d'ali che di foglie palpitavano allora quei rami; pareva che ogni foglia avesse voce, che tutto l'albero cantasse fremebondo.
Dalle finestre delle case i bambini assistevano, sorridendo storditi, a quel passerajo fitto, continuo, assordante.
Talvolta, un vecchietto si affacciava a una finestra e batteva due volte le mani: allora, d'un tratto, come per incanto, tutto l'albero taceva, esanime.
Di lí a poco però, lo sbaldore ricominciava: ogni passero tornava a inebriarsi del proprio gridío e di quello degli altri e il concerto diveniva man mano piú fitto, piú assordante di prima.
Ora avvenne che il proprietario della casa, entro al cui cortile l'albero era cresciuto, un bel giorno pensò di alzar tutto in giro le mura per fabbricare un altro piano.
E allora l'albero che con tanto stento s'era guadagnata la libertà del sole, dell'aria aperta, piegò avvilito la cima, si curvò sul tronco.
- Sú! sú! - pareva gli gridassero dalle grondaje i passeri che abitavan su quel tetto, e spiccavano il volo per incitarlo piú davvicino a rizzarsi: - Sú! sú! - E forse anche loro ripetevano al vecchio albero quelle solite frasi, quegli inutili consigli, quei vani ammonimenti che soglion darsi ai caduti, agli sconsolati: - Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi! raccogli le forze! riàlzati!
Ma il vecchio albero non aveva ormai piú forza di rigoglio: aveva stentato tanto per arrivare fin lassú, a quell'altezza: piú sú, ormai, non poteva piú andare.
Meglio morire.
Ancora sul tramonto si raccoglievan su lui a mille a mille i passeri a far sbaldore.
Ma non piú l'albero pareva cantasse tutto.
I passeri vivevano: l'albero era morto, piegato su sé stesso.
E invano quelli col loro gridío tentavano di richiamarlo in vita.
PRUDENZA
Data memorabile per me il 12 aprile del 1891.
Avevo compiuto da circa un mese trentaquattro anni.
Da un pezzo mi notavo nel volto, e precisamente alla coda degli occhi e su la fronte, certi lievi solchi che mi pareva non si potessero ancora chiamar propriamente rughe.
Credevo almeno che il numero degli anni miei potesse tuttavia permettermi di non chiamarli tali.
Momentanei increspamenti de la pelle, che - sotto l'azione del pensiero, del riso, dell'abituale atteggiarsi della fisonomia - erano divenuti stabili.
Ma rughe, no.
Scorgevo inoltre da un pezzo nella barba e per entro alla folta e fluente capigliatura poetica (povera poesia, perduta coi capelli, come la forza di Sansone!) qualche...
sí, peli bianchi, insomma...
piú d'uno.
E m'assoggettavo ogni mattina, davanti allo specchio dell'armadio, a un supplizio in uso non ricordo bene presso quali popoli civili dell'antichità o dell'evo medio: al supplizio della depilazione.
Quante volte, ahimè, insieme con qualche pelo bianco della barba non mi strappai dagli occhi lagrime sincere di fitto acutissimo dolore!
Inferocivo contro me stesso.
Il pelo, profondamente radicato, mi sfuggiva dalle dita crudeli, resisteva allo strappo due o tre volte.
Mi asciugavo le lagrime sul volto contratto dallo spasimo, e lí, daccapo, a tentare con maggior violenza per la quarta volta.
Ma piú ne strappavo, e piú me ne scoprivo di giorno in giorno.
- Oh la mia magnifica barba, un tempo orgoglio, ora tortura per me!
Ero ormai giunto al bivio.
Quel supplizio giornaliero non era piú a lungo sopportabile.
Tra parer vecchio o parer brutto, a una determinazione dovevo pur venire alla fine, non volendo assolutamente ricorrere alla scappatoja, del resto inutile e sudicia, della tintura.
Debbo aggiungere che alla vanità si uní, in quei giorni, la prudenza, cioè la piú cordialmente antipatica, la piú tabaccosa, la piú vigliacca tra le tante e tante virtú che vessano il genere umano.
Già, a sentir certi moralisti, altro che virtú! è la moderatrice delle virtú, ordinatrice degli spiriti, maestra dei costumi.
E le hanno dato tre occhi in testa: figuratevi come dev'essere carina!(1)
Di che cuore, se avesse un corpo, oggi le darei un calcio a quella virtú! Ma allora, purtroppo, fui cosí sciocco da darle ascolto.
Incontratala sul mio cammino, mi ammogliai con lei e diventai subito il padre di me stesso: cominciai a darmi consigli e ammonimenti e a chiamarmi: Figlio mio.
Vivevo da circa tre anni in compagnia, oltre che delle nove muse, d'una donna, la quale non si stancava di ripetermi che le piacevo tanto tanto per quei capelli lunghi e con quel barbone.
Gusti! (2)A me, lei, però non piaceva piú da parecchio tempo, in nessuna maniera.
E non sapevo come liberarmene.
Un benefattore mi aveva promesso un discreto collocamento, a patto però ch'io troncassi quella relazione, pretesto a tante ciarle, e mi tagliassi almeno i capelli, poiché la zazzera non conveniva punto - diceva - alla qualità dell'impiego procuratomi.
E allora io, reso già padre da quella virtú su lodata, e non sospettando neppur lontanamente che quel benefattore avesse premeditato il disegno di darmi in isposa sua figlia, magnifico mostro in gonnella:
- Cosimo, figlio mio, che fai? I versi hai visto? non son arte da guadagnare.
Hai già trentaquattro anni.
Quella donna ti secca mortalmente e di danneggia.
L'impiego è buono: dignitoso e lucroso.
Sú, sú, figlio mio! Via questi capellacci, e via anche il barbone, se proprio non te la senti di portartelo a spasso tutto bianco: precocemente, come tu credi.
Fin dall'infanzia (potete bene immaginarlo) non ebbi mai amicizia coi barbieri.
Credo anzi che questi mi dovessero tutti, e con ragione, odiare.
Per la qual cosa, uscendo la mattina di quel memorabile 12 aprile, già deliberato al sacrifizio, mi parve di andarmi a rendere a discrezione d'un nemico.
Che ne avrebbe egli fatto di me? Non sapevo assolutamente concepirmi sbarbato e coi capelli corti.
E, via facendo, mi lisciavo, mi carezzavo per l'ultima volta la mia bella barba moribonda.
Non so quanto gironzassi, sospeso nella scelta del boja.
Non una Barbieria in città: tutti Saloni, tutti, anche il piú umile e angusto bugigattolo! e per ogni presuntuoso Parrucchiere, anacronismo vestito e calzato, per lo meno cento Coiffeurs, cento Hair Cutting's.
- Imbecilli! Depauperatori della nostra lingua!
Mi fermavo un tantino, sí e no, innanzi agli usci a vetri, a spiar trepidante attraverso le tendine.
- No: troppo lusso! troppi specchi! Questo è un salone per damerini...
Altrove! altrove!
Mi sentivo io stesso avvilito della soggezione che, non solo quei cani, ma anche i loro clienti m'incutevano: sentivo che, con quella mia zazzera, io dovevo esser per loro oggetto di derisione.
Stanco morto, alla fine, e al colmo dell'esasperazione, scoperta (miracolo!) una modesta insegna di Barbiere in una piazzetta fuorimano, mi cacciai senz'altro, aggrondato, feroce, entro la botteguccia.
Il vecchio barbiere, il suo commesso e i due clienti allora sotto il ferro si voltarono tutt'e quattro a un tempo a guardare, come se fosse entrato un selvaggio.
Dopo avermi ben bene osservato da capo a piedi, il vecchio mi disse:
- Abbia pazienza un momentino, signore.
Ecco, s'accomodi.
E m'indicò un logoro divanuccio sotto uno specchio a muro graziosamente dalle mosche punteggiato d'una miriade di nerellini.
Notai la signorile disinvoltura, la familiarità, con cui quegli scorticatori trattano i loro clienti.
- Anch'io sarò trattato cosí, tra breve - pensavo, commiserandomi amaramente.
- Sí, ma intanto che dirò? Se dicessi che torno da un lungo viaggio?
Di tratto in tratto il giovine mi volgeva un'occhiata glaciale, sforbiciando per aria, come per non far perdere l'appetito al suo strumento di tortura.
Venne finalmente la mia volta.
- Il signore vorrebbe accorciati un tantino i capelli?
Guardai fiso negli occhi quel giovine per fargli intender bene che non ero uomo da farmi canzonare da lui, e risposi pigiando su le parole:
- Li voglio tagliati, non accorciati.
E voglio anche rasa la barba.
A quest'ordine perentorio, il giovine si turbò alquanto e, come per prender consiglio, rivolse uno sguardo al padrone il quale, avendo felicemente allestita la sua vittima, si disponeva ad andar via fregandosi le mani.
Certo a colui era passato per la mente il sospetto ch'io fossi un uomo di malaffare, e che volessi, dopo qualche marachella, alterare i miei connotati.
- Interamente rasa? - mi domandò perplesso.
- Ma si può forse radere a metà? - gli feci io stizzito.
- Ubbidisci ai comandi del signore, - tagliò corto il vecchio barbiere, ma piú per ammansar me, che per redarguire il giovine.
E se ne andò via.
Quegli allora, senza aggiungere altro, m'avvolse con poco garbo nell'accappatojo; versò dal bricco l'acqua tepida nel bacile; prese una forbice e...
zàc! mi portò via mezza barba.
- Che fate? - gli gridai.
- V'ho detto rasa! rasa!
- Sissignore, - mi rispose, guardandomi con una certa meraviglia mista di commiserazione.
- Ma capirà! se prima non si taglia...
E seguitò a tagliare.
Io non ebbi il coraggio di guardarmi nello specchio.
Quegli prese a insaponarmi sbadatamente, stropicciandomi insieme col pennello tutte le dita su la faccia.
Questa prima operazione, che mi parve troppo confidenziale, durò circa un quarto d'ora.
Come se nel mentre il malanimo gli fosse sbollito, posando il pennello, il giovine mi domandò:
- Non se l'era rasa da parecchi anni, è vero?
- Mai! - gli risposi.
- Questa è la prima volta.
- E si vede, sa! Eh, bisognerà lasciarla rammorbidire un bel pezzo col sapone.
Io intanto affilo il rasojo.
Ne affilo anzi due.
Quando vidi posarmi il barbino su l'omero, chiusi gli occhi e sospirai.
Ma poi fu piú forte la curiosità.
Dovevo sí o no far la nuova conoscenza di me stesso? E mi guardai nello specchio che mi stava davanti, con tutta l'anima sospesa.
- Ah Dio, - gemetti, quando già mezza faccia era rasa.
- Dio, come sono brutto...
No no...
perbacco! Troppo brutto...
E come faccio?
Il giovine cercò di confortarmi, che a poco a poco ci avrei fatto l'occhio.
- Impossibile! No!
Ma poiché non c'era piú rimedio, richiusi gli occhi e non volli piú saperne di me; mi abbandonai al destino.
- Ecco fatto! - annunziò quegli alla fine.
Il primo sacrificio era dunque compiuto.
Provai a sbirciarmi nello specchio: ci vidi un povero imbecille addogliato, che non volli riconoscere.
- Veniamo ai capelli, - riprese il barbiere.
- Come li vuole?
- Finitemi come che sia, - risposi.
- Non me n'importa piú nulla.
- Li facciamo "alla Guglielmo", come usano adesso?
- Fateli "alla Guglielmo", ma presto.
Quando la prima ciocca recisa mi cadde su l'accappatojo, volli guardarla e dirle addio, senza levar gli occhi allo specchio.
Poveri capelli miei! addio, gioventú! addio, poesia!
Quel boja intanto credeva che io dormissi.
Piú d'una volta sospese l'esercizio della sua funzione per guardarsi...
non so, il naso o la punta della lingua nello specchio.
Lo lasciavo fare.
A una pausa piú lunga però mi riscossi per domandargli:
- Ebbene?
- Ecco, - mi rispose con aria confusa e un risolino nervoso tremante su le labbra, - ho dato...
sí, ho dato...
mi scusi, un...
come si chiama?...
un colpetto di forbice un po' arrischiato...
e, e m'accorgo che "alla Guglielmo" non possono piú venire...
Vogliamo tagliarli a spazzola?
- Come che sia, vi ho detto.
Purché facciate presto!
- Prestissimo, non dubiti.
È una pettinatura piú spiccia.
Piú spiccia e piú seria.
Dàlli e dàlli! Quella dannata forbice non si dava requie un momento, e m'intronava gli orecchi.
A compir l'opera, si rovesciò come un'ira di Dio, su la piazzetta, una compagnia di saltimbanchi con una crudelissima tromba stonata e una grancassa fragorosa.
Il giovine non seppe contenersi piú.
Allungava il collo di qua e di là, si rizzava su la punta dei piedi.
Indovinavo con gli occhi chiusi quei movimenti di curiosità; ma, nello stato d'abbattimento in cui ero caduto, non trovavo piú la forza di richiamarlo al dovere.
A un certo punto sentii posar le forbici e, subito dopo, mi sentii rullar sul capo non so che cosa d'ispido, che mi fece saltar su la seggiola.
Era uno spazzolone nero, girante.
- Finito? - domandai.
- Eh, no, signore: volevo vedere...
Perché, sa? da questa parte...
Lo guardai in faccia:
- Avete forse dato qualche altro colpetto di forbice arrischiato?
- No, signore - s'affrettò a rispondermi.
- Conseguenza del primo, sa? Credevo di poter rimediare...
Ma vedo...
vedo con dispiacere che non ce la facciamo piú neanche a spazzola, sa!
- E allora come? - feci io, frenando a stento la rabbia, per paura che quegli non si mettesse a ridere vedendomi la faccia che già a quell'ora aveva dovuto combinarmi.
- Possiamo provare...
ecco, sí; a punta di forbice...
Tanto, l'estate è ormai vicina...
Le sarà comodo, vedrà...
Vuole?
- Voglia o non voglia, - gli risposi sbuffando, - non potete mica riattaccarmi i capelli che mi avete già portati via.
Sbrigatevi piuttosto, senza stare a guardar fuori.
- Ma che! Si figuri...
Un momento, e avremo finito.
Zac, zac, zazàc.
Questa volta mi addormentai davvero.
Quanto si protrasse ancora la mia tortura? Non saprei dirlo.
Forse ore e ore: un'eternità! So che a un certo punto mi destai di soprassalto, al rumore d'un pajo di forbici scaraventate sul pavimento, e vidi il barbiere che si buttava sul divanuccio con la faccia tra le mani.
- Che è stato? - gli urlai.
Quegli scoprí il volto lacrimoso:
- Signore! Io non so...
non mi è mai capitata una cosa simile...
Ho la jettatura addosso, oggi...
Mi perdoni, mi compatisca...
Non so dov'abbia il capo...
cioè, lo so benissimo: ho la moglie malata a casa...
soprapparto...
Io mi portai istintivamente le mani alla testa...
Nuda! Scorticata!
- E che m'avete fatto? - gridai, e mi guardai le mani.
- Nulla! nulla! - gemette quello.
- Non tema! Ma non ci resta piú che da radere, signore...
Mi perdoni!
Scattai in piedi, furibondo; me gli avventai contro, sul divanuccio, con un pugno levato:
- Miserabile! Ti sei preso giuoco di me?
Ma, in quella, mi scoprii nell'altro specchio punteggiato dalle mosche, e restai pietrificato, col pugno sospeso e quell'accappatojo bianco che mi rappresentava a me stesso come una fantasima d'assassinato.
- Pietà...
pietà...
- gemeva quello dal divanuccio, tutto tremante.
Mi strappai d'addosso l'accappatojo; afferrai il cappello e scappai via, imprecando.
Il cappello mi sprofondò su la nuca.
Mi parve un'offesa mortale.
Fui per rientrare nella botteguccia, feroce dalla rabbia.
Ma mi cacciai in una vettura, per non commettere un delitto, e via a casa.
Manco a dirlo! La mia amante, guardando dalla spia, non mi volle piú aprire.
- Grazie, cara! - le gridai.
- Hai ragione: non sono piú io! Ti saluto per sempre, cara!
E ridiscesi a precipizio la scala, esplodendo non so piú quanti sternuti di fila.
LA SIGNORA SPERANZA
I
La Pensione di famiglia della signora Carolina Pentoni (Pentolona Carolini, come tutti invece la chiamavano, o Carolinona senz'altro, in considerazione della melensa pinguedine che la immelanconiva) era frequentata da alcuni capi scarichi, da certi tipi buffi, che formavano la delizia degli altri avventori, brava gente morigerata, la quale, forse piú che per la bontà della cucina, vi si recava per assistere al gajo spettacolo che quelli offrivano gratuitamente, durante i pasti.
Uno fra questi bravi avventori morigerati, che non sospettava neppur lontanamente di poter essere incluso tra i cosí detti tipi buffi della Pensione, fu per alcun tempo preso di mira dai capi scarichi Biagio Speranza e Dario Scossi, che gliene fecero e gliene dissero d'ogni colore: lui però, lí, fermo al suo posto, cosí tranquillo e ostinato, che quelli, a la fine, dovettero smetterla.
- Il riso fa buon sangue.
Lor signori mi fanno ridere.
Io resto.
E restò, cordialmente antipatico a tutti.
Si chiamava Cedobonis, era dottore in medicina e professore di filosofia in un liceo e di pedagogia in una scuola normale femminile: calabrese, tozzo, nero, calvo, dal testone ovale, senza collo, come un mulotto, e dalla faccia cuojacea, in cui spiccavano le sopracciglia enormi e i baffi color d'ebano.
Vittima rassegnata della sua molta dottrina scientifica, filosofica, pedagogica, s'era ridotto a vivere quasi automaticamente, col cervello come un casellario, in cui i pensieri - precisi, aggiustati, pesati - eran disposti secondo le varie categorie, in perfettissimo ordine.
Forse il corpo robusto e vigoroso si sarebbe prestato, spesso e volentieri, ad esercizii violenti, a vivere senza tante regole e tanti freni; ma Cedobonis vi aveva allogato un archivio - diceva lo Scossi - e non gli permetteva alcun movimento, alcuna espansione, che non fossero secondo i dettami della scienza, della filosofia, della pedagogia.
- Non importa vivere; ma, dovendo, procuriamo bene, - soleva dire, placido, con la voce grossa, saponosa.
E domandava: - La ragione, signori miei, la ragione perché ci fu data?
- Per esser peggio delle bestie! - gli rispondeva a schizzo il maestro di musica Trunfo, che addirittura non lo poteva soffrire.
Diviso scandalosamente dalla moglie, sempre ingrugnato, cupo, raffagottato e, di tratto in tratto, esplosivo, Trunfo passava quasi tutto il giorno da Carolinona, lí, nel salotto da pranzo, intento, come un cane che si lecchi i calci ricevuti, a correggere, a rifare i pezzi piú fischiati d'una sua opera musicale, per cui si era mezzo rovinato.
Fumava continuamente; - Vesuvio, lo chiamava Biagio Speranza.
Qualche volta Cedobonis, cheto cheto, gli s'accostava, gli sedeva accanto o dietro, per sentir l'odore del tabacco, che gli piaceva moltissimo.
Trunfo, aggrondato, gli lanciava due, tre occhiatacce bieche, poi sbuffava, si scrollava tutto, dal fastidio e dalla stizza, traeva dalla tasca un sigaro e gliel'offriva sgarbatamente:
- Ma tenga! Ma fumi, perdio!
- No, grazie, gli rispondeva, senza scomporsi, Cedobonis.
- Lei dovrebbe sapere che la nicotina fa male.
Mi piace soltanto di fiutare il fumo, d'aspirarne l'odore.
- A spese mie? - scattava allora Trunfo, su le furie.
- Col danno della mia salute? Ma vada là, si scosti! si vergogni! Chi vuole un piacere, se lo paghi!
- Cedobonis, - diceva lo Scossi (il quale ogni volta, prima di mettersi a parlare, cacciava fuori la punta di quella sua lingua terribile, che pareva la saettella d'un trapano) - Cedobonis sarebbe capace di presentarsi tranquillamente, con quella faccia di monaco beato, in casa del nostro caro Martinelli e, con la scusa che la donna fa male come la nicotina, domandargli...
sí, dico...
per un momentino in prestito...
- La moglie? - domandava Biagio Speranza.
- Ohibò! Il suo piumino da cipria.
- Ma come! Sí, dico...
che c'entra mia moglie? - esclamava, tirato in ballo quando men se l'aspettava, il bravo, innocuo signor Martino Martinelli, battendo in un attimo almeno cento volte le pàlpebre su gli occhietti tondi, da barbagianni, vicinissimi, quantunque divisi da un naso sperticato, gracile, però, come un'ostia, che si tirava sú e lasciava sospeso per aria il labbro superiore.
- Si rassicuri; dico cosí, - rispondeva lo Scossi, - perché so che la sua ottima signora è in Sicilia, signor Martino.
E il bravo Martinelli si quietava, sospirava, tentennava amaramente il capo.
Ah, ci pensava sempre, lui, a quella sua povera moglie balestrata in una scuola normale di Sicilia, e sempre ne parlava in quella sua special maniera, quasi andando tentoni nel discorso e quasi appoggiandosi, sorreggendosi a ogni impuntatura a un sí, dico: intercalare, che tutti gli rifacevano, senza che egli se ne accorgesse.
Non si poteva dar pace, poveretto, della crudeltà burocratica che a sessantaquattr'anni lo aveva diviso, cosí di colpo, senza ragione, dalla moglie, distruggendogli casa, famiglia, costringendolo a dormir solo, in una camera d'affitto, e a mangiare a pensione lí, da Carolinona, che egli solo chiamava signora Carolina.
Alle piú grosse panzane, alle sballonate piú strepitose de' suoi commensali scappavano al signor Martinelli certi oh! che pareva lo agganciassero in aria per quel gran naso, o restava intontito lí, come un ceppo d'incudine.
Re degli sballoni era Momo Cariolin, nanerottolo e bottacciolo, quasi fatto e messo in piedi per ischerzo.
A guardarlo, pareva impossibile che in un corpicciuolo cosí minuscolo capissero bugie cosí colossali, che egli diceva imperterrito, con una cert'aria diplomatica.
- Ma di' un po', - gli domandava, serio, Biagio Speranza, - ti sei mai guardato a uno specchio?
Perché Momo Cariolin vantava con particolare impegno il favore ch'egli godeva delle donne.
E fossero state almeno donne del suo ceto o signore della nobiltà: eran di sangue reale o imperiale (arciduchesse d'Austria, segnatamente) le vittime di Cariolin.
E tali avventure gli eran capitate tutte durante i vani congressi degli orientalisti nelle capitali d'Europa.
Perché Cariolin si diceva anche profondo conoscitore, sebbene dilettante, di lingue orientali.
Il segretario di tutti que' congressi era stato sempre lui, tirato proprio pei capelli, sebbene quasi calvo.
I congressisti, naturalmente, erano stati ricevuti a Corte: a Berlino, a Vienna, a Cristiania, a Bruxelles, a Copenaghen ecc., qualcuna di queste Corti, naturalmente, aveva dato sontuose feste in loro onore, donde - naturalmente - la cordialissima amicizia di Cariolin coi sovrani d'Europa, l'amicizia quasi fraterna con quel dotto e simpaticone re Oscar di Svezia e Norvegia, il quale, un giorno...
- Ma guardatemi, per carità, il naso di Martino! - esclamava a un tratto Biagio Speranza, interrompendo le meravigliose narrazioni di Cariolin.
E il buon Martinelli si scoteva di soprassalto dal suo sbalordimento ammirativo, tra le risate di tutti, e si metteva a sorridere anche lui.
Degli scherzi di Biagio Speranza, delle punzecchiature di Dario Scossi, degli scatti e degli schizzi di Trunfo, Martino Martinelli non s'inquietava.
D'un altro commensale, invece, egli aveva paura, cioè del poeta Giannantonio Cocco Bertolli, il quale, senza dubbio, era il tipo piú buffo della pensione.
Costui però era assente da circa un mese, per una grave disgrazia che gli era occorsa.
Una sola? Ma tutte le disgrazie del mondo erano occorse al povero poeta Cocco Bertolli, il quale a ragione, per ciò, chiamava Domineddio "quel Vecchio Ribaldo!".
A furia di urlare contro le ingiustizie divine e umane, si era sbonzolato.
Quale sciagura poteva toccargli, peggiore di questa? A difesa delle perfidie celesti e terrene egli non era armato che della sua voce possente, della sua lingua di fuoco, e ora...
ora non poteva piú nemmeno fiatare! Il Ribaldo di lassú, i ribaldi di quaggiú lo sapevano; quelli stessi che gli si dichiaravano amici glielo facevano apposta: lo stuzzicavano, lo punzecchiavano per rovinarlo del tutto, per farlo crepare addirittura; muggiva egli, muggiva per contenersi, e pareva che gli occhi enormi, bovini, gli volessero schizzare dal faccione congestionato.
Accumulava bile:
- La mia musa è la bile! Anche Shakespeare con la bile creò Otello, creò Re Lear!
Ed egli preparava un poema, l'Erostrato: tremendo.
Ah, il magnifico tempio dell'Impostura, il tempio della cosí detta Civiltà, dove l'infame Ipocrisia troneggiava adorata, egli lo avrebbe incendiato coi suoi versi.
Ma, dacché la gente sapeva che egli attendeva a questo suo poema:
- Za! za! za! - pugnalate da tutte le parti.
Destituito da professore di ginnasio per queste sue tragiche bestialità, buttato sul lastrico, Giannantonio Cocco Bertolli fino a poco tempo fa non si era avvilito.
Dormire, dormiva per due soldi in un ricovero di mendicità:
tra i sublimi straccioni impidocchiati.
Mangiare...
quella buona Carolinona gli faceva credito da piú d'un anno.
- E io, Carolina, la immortalerò! - le ripeteva egli.
- Lei sola mi ama, lei che sotto spoglie grossolane alberga un cuor d'oro, un'anima nobilissima, Carolina!
- Sissignore, non s'inquieti, - s'affrettava a rispondergli Carolinona, che aveva, come il buon Martinelli, paura di quegli occhiacci che si spalancavano lucidissimi ogni qual volta egli si metteva a parlare, atteggiando la bocca a un ghigno di compiacimento per la sua loquela, cosicché non si sapeva mai se, anche quando faceva un complimento, sbottoneggiasse a suo modo.
Temeva anche la Pentoni che gli altri avventori - quelli che pagavano - non se lo recassero a dispetto; non avessero fastidio o nausea della presenza di lui, lí a tavola; e perciò sia per buon cuore, sia per paura, non sapendo metterlo alla porta, gli consigliava amorevolmente calma, prudenza, cercava con tutto il garbo d'ammansarlo, e si prendeva cura di lui, di quegli abiti che gli cascavano addosso; e glieli rammendava, glieli spazzolava: era finanche arrivata a rimediargli qualche cravatta dai nastri di certi suoi cappelli smessi.
Non intendendo perché tutte quelle cure gli fossero usate, Giannantonio Cocco Bertolli, alla fine - e come no? - s'era innamorato della Pentoni.
Vedo la tua bell'anima
Che di fattezze angeliche ti veste
E asconde a me la ruvida
Spoglia mortal, tue mansïon modeste...
S'era messo a comporre cosí odi, sonetti, canzoncine anacreontiche, e a leggerglieli mentr'ella gli attaccava alla giacca o al panciotto qualche bottone o lo spazzolava.
Non comprendeva Carolinona che fossero rivolti a lei que' versi, e perché glieli leggesse; ma, poiché lo teneva in conto di pazzo, non gliene domandava neppur la ragione, e lo lasciava leggere.
Giannantonio Cocco Bertolli, violento e bestiale in tutto, era timidissimo nell'amore.
Non sapendo confessare direttamente alla Pentoni l'affetto che gli era nato per lei, si sfogava in poesia, sperando di arrivarci pe' viali mostruosamente fioriti delle sue bolse metafore.
Ma, vedendo poi Carolinona restare impassibile, dava in ismanie, in escandescenze.
- E che le avviene adesso? - gli domandava, stordita, la povera donna.
- Che? - fremeva il Cocco Bertolli, spiegazzando la carta su cui aveva raspato la poesia, spalancando al solito gli occhiacci, pestando i piedi.
- Me lo domanda? Nulla! Ma se lo so! Questa dev'essere la mia sorte! Cosí ha statuito quel Vecchio Ribaldo! Non debbo esser compreso da nessuno! Neppure da lei!
- Io? Perché?
- Non mi dice nemmeno che gliene sembra.
- Di che? della poesia? Ma, santo Dio!, se io non ci capisco niente: lei lo sa.
Sia buono, via! Perché fa cosí?
- Perché...
perché...
Inutile! La dichiarazione non gli poteva rompere dal cuore.
Ci voleva la spinta d'un sospetto odioso, balenatogli a un tratto, durante una di queste scene, mentre la Pentoni gli raccomandava di star zitto, o di parlar basso almeno, poiché di là c'era il maestro che correggeva la sua musica.
- Ah, dunque per lui? - aveva allora inveito il Cocco Bertolli.
- Tu l'ami? È il tuo amante? Confessalo! Vipera, vipera, vipera...
E perché mi hai dunque lusingato finora?
- Io? Mi lasci! - gli aveva risposto la Pentoni tremante di paura.
- Lei è pazzo!
Ma il Cocco Bertolli, senza lasciarla, schiumante di odio e di bile:
- Grida, sí, grida, perch'egli accorra! Voglio vederlo il tuo paladino, viperello anche lui!
- Ma si stia quieto! si stia zitto! - aveva scongiurato Carolinona.
- Dice sul serio, signor Bertolli! Che vuole da me? Mi lasci stare.
- Non posso! Io ti amo.
Tu ami un altro? Ce la vedremo.
- Ma io non amo nessuno.
Vuol farmi ridere? All'età mia? Non ci mancherebbe altro! Chi vuole che s'innamori di me, signor Bertolli?
- Io! E gliel'ho detto!
- Pazzia, scusi.
Neanche per ridere! Mi lasci stare...
Io sono una povera donna.
Conosceva purtroppo la Pentoni le vili calunnie che correvano sul suo conto, ma non s'era mai neppur curata di smascherarle.
Che gliene importava? Resa da un pezzo a discrezione della sua trista sorte, aveva coscienza della sua onestà, e le bastava.
In che potevano ormai danneggiarla quelle calunnie? Si sapeva brutta: aveva già trentacinque anni (e per lei, come se ne avesse cinquanta), non si era mai lusingata che un uomo si potesse innamorar di lei, non aveva mai neanche il tempo di pensare che la sorte avrebbe potuto forse concederle altra esistenza, il compenso di un qualche affetto alla nera miseria, che la aveva sempre schiacciata, oppressa, e da cui lei, con ogni mezzo, coraggiosamente, aveva cercato di difendersi.
Credevano davvero che nella sua vita ci fosse qualche trascorso, anzi piú d'uno? Ebbene, lo credessero! In fondo in fondo, questo, non solo non la offendeva piú, ma quasi le solleticava l'amor proprio, l'avvizzito istinto femminile.
Socchiudeva gli occhi.
Non era vero, purtroppo! Nessuno mai s'era curato di lei, tranne questo pazzo del Cocco Bertolli, ora.
Sarebbe stata da ridere, se non avesse avuto l'umor tragico, quell'infelice.
- Me ne debbo dunque andare? - le aveva egli domandato.
- Ma no, stia! - s'era ella affrettata a rispondergli.
Purché non pensi piú a codesta pazzia!
- Non posso! Quando un'idea mi s'è confitta qui, neanche se mi spaccano la testa col martello di Vulcano ne esce, lo sappia! E sappia che i miei propositi erano onesti, e tali sono tuttora! Carolina, vuoi diventare mia moglie?
S'era messa a ridere, a siffatta proposta a bruciapelo, la Pentoni; ma il Cocco Bertolli, furibondo, le aveva troncato la risata su le labbra:
- Non ridere, non ridere, perdio! Credimi almeno tu, che sei una donna di cuore! Salvami! Io ho bisogno che qualcuno mi ami e mi plachi.
Riprenderò il mio posto nell'insegnamento, sarai la moglie di un grande poeta, che ora sciupa cosí, miseramente, il suo ingegno! E se non comprendi il poeta, poco importa: sarai la moglie di un professore; ti basta?, e ti libererai di tutti questi farabutti, che vengono a fare i buffoni alla tua mensa! Senti: io ti do la prova maggiore dell'amor mio, della serietà dei miei propositi! Uscendo di qua, io vado all'ospedale, ad assoggettarmi a una terribile operazione.
I medici mi hanno detto che posso restarci.
E sia! Ma se mi salvo, sarò tuo, Carolina.
Lasciami questa speranza.
Addio!
E se n'era scappato a precipizio, senza dar tempo alla povera donna di trattenerlo, di sconsigliarlo.
All'ospedale, aveva costretto i medici ad arrischiare la tremenda operazione, dichiarando:
- Cosí non posso né voglio piú vivere.
Mi ucciderei.
Dunque, senza paura, senza rimorso, operatemi.
Alla peggio, mi anticipereste di qualche giorno la morte.
Il buon Martinelli, a cui la Pentoni aveva confidato, piangendo, quel nuovo scoppio di pazzia del Bertolli, fu spedito, due giorni dopo l'operazione, a domandar notizie all'ospedale.
Ne ritornò il povero signor Martino col gracile nasone pallidissimo dallo sgomento, coi tondi occhietti, invetrati.
Il Cocco Bertolli era moribondo, e gli aveva chiesto in grazia di persuadere la "sua" Carolina a recarsi a vederlo per l'ultima volta.
Il medico aveva assicurato al Martinelli che il moribondo non avrebbe superato la notte.
La Pentoni, impietosita, si era allora recata all'ospedale, e lí aveva dovuto promettere, giurare solennemente al moribondo che, se egli fosse scampato dalla morte, sarebbe stata sua moglie.
- Ma non ci sarà pericolo, vedrà! non ci sarà pericolo! - le aveva detto, per rassicurarla, il buon Martinelli, tornando da quella visita.
- Perché...
sí, dico...
E aveva alzato una mano, come per benedire il moribondo.
II
Tutti i commensali erano a tavola, quando Biagio Speranza entrò nel salotto da pranzo, annunziando allegramente:
- Salvo! Salvo! Vengo dall'ospedale.
Fra una ventina di giorni riavremo alla nostra tavola il grandissimo poeta.
Signori, vi invito a gridare: Viva Giannantonio Cocco Bertolli!
Nessuno fece eco a quel grido.
Il signor Martinelli chinò verso il piatto il naso sperticato.
Trunfo lanciò un'occhiataccia obliqua, e si rimise a mangiare.
La Pentoni piangeva.
Solo Cedobonis si rallegrò alla vista di Biagio Speranza, che lo faceva ridere tanto, a tavola, come l'igiene voleva; ed esclamò
- Oh bravo! adesso ci racconti!
Ma Biagio Speranza non gli diede retta.
Guardò la padrona di casa; poi domandò:
- E perché?
- Ma! - sospirò Dario Scossi.
- Ingratitudine!
- Per carità! - pregò la Pentoni.
- Questa sera mi lascino stare...
Biagio Speranza guardò in giro gli amici e con un gesto domandò che cosa fosse accaduto.
- Martinelli, - spiegò Cariolin, - è stato prima di te a prender notizie all'ospedale, e Carolinona ha saputo...
- E se ne duole? - esclamò Biagio Speranza, fingendo stupore.
- Ah, scusami, Carolinona: ingratitudine! ha ragione lo Scossi.
Io ho veduto il tuo poeta, e per miracolo mi son tenuto dal baciarlo in fronte.
Che eroe dell'amore! Non mi ha parlato che di te...
Mi ha domandato...
La Pentoni si levò in piedi, convulsa; si recò il fazzoletto agli occhi; si provò a dire: - Mi permettano...
- ma uno scoppio di singhiozzi le troncò la voce in gola, e corse verso l'uscio della sua camera.
Cariolin, lo Scossi le si precipitarono dietro per trattenerla; tutti, tranne Cedobonis e Trunfo, si levarono in piedi e attorniarono la Pentoni che piangeva.
- Scemenze! Burattinate! - schizzava Trunfo, dalla tavola.
Gli altri intanto, tutti insieme, esortavano Carolina a far buon animo: - Temeva sul serio che il Cocco Bertolli la costringesse a sposare? Ma via! se lei non lo voleva! Che storie! Paura? di quel matto? Fracassi? Ma c'era la questura per tenerlo a posto! La promessa in punto di morte? Che promessa? Eh via! L'avrebbe capito, con le buone o con le cattive, che ella gli aveva detto una pietosa bugia...
No? Come no?
- Ebbene, - tagliò corto Biagio Speranza, infervorandosi, - sta' zitta, Carolinona: ti sposo io!
Tutti scoppiarono a ridere.
- Che c'è da ridere? - gridò, serio, Speranza.
- lo dico sul serio! Siamo o non siamo cavalieri? Un orco, signori, insidia questa colomba: io la difenderò! La sposo io, vi dico.
Chi vuole scommettere?
- Io: mille lire! - propose subito Cariolin.
E Biagio Speranza, pronto:
- Fuori le mille lire!
Cedobonis allora si alzò anche lui dalla tavola, dandosi una fregatina alle mani, gongolante:
- Benissimo! Benissimo! Mi volete per depositario, signori?
- Fuori le mille lire! - ripeté con piú forza Biagio Speranza.
- Non le ho con me, - disse Cariolin, tastandosi in petto.
- Ma, in parola! Qua, la mano.
Mille lire, e il pranzo di nozze.
- Le perderai! - raffibbiò Speranza, stringendo la mano di Cariolin.
- Voi tutti, signori, siate testimoni della scommessa: io sposerò Carolinona.
Sú, sú, zitta, sposina! Rasciuga le lagrime, sorridi...
guardami! Non mi vuoi?
Le tolse con affettuosa violenza le mani tozze, paffute dal volto.
La Pentoni sorrise tra le lagrime.
Scoppiarono applausi, evviva.
Biagio Speranza, infervorandosi vieppiú, abbracciò la sposa, che si schermiva, ripetendo:
- Per carità, mi lasci stare...
mi lasci stare...
- A tavola! a tavola! - gridarono alcuni.
- Gli sposi, accanto! - proposero altri.
- Qua, qua! A capo di tavola!
E Biagio Speranza e Carolinona furon portati in trionfo e messi a sedere a fianco.
Il buon Martinelli era trasecolato.
Pareva che il naso gli crescesse a vista d'occhio.
- Burattinate! Burattinate! - seguitava a schizzare Trunfo.
- Saresti forse geloso? - gli gridò Biagio Speranza, levandosi in piedi e dando un pugno su la tavola.
- Mi farai il santissimo piacere di smetterla! Se voi, signori, credete che in questo momento io stia scherzando, v'ingannate! Se credete ch'io commetta una pazzia, sposando Carolinona, ho l'onore di dirvi che pazzi siete voi! Io, che conosco la mia vil creta, ho coscienza di esser tanto savio in questo momento, quanto non sono mai stato in vita mia! Sono un pover'uomo, signori, che per castigo di Dio s'innamora come un asino d'ogni bella donna che vede! Innamorato, divento subito capace delle piú madornali sciocchezze.
Altro che le bugie di Cariolin! Due volte, signori, due volte sono stato (mi vengono i brividi!) in procinto di prender moglie sul serio! Bisogna che mi sottragga al piú presto, a ogni costo, a questa tremenda minaccia che mi sovrasta.
Mi approfitto di questo momento, in cui per fortuna non sono innamorato, e sposo davvero Carolinona! Lampo di genio, signori! Vera ispirazione del cielo!
Questa dichiarazione di Biagio Speranza fu accolta da una tempesta d'applausi.
- Ma dunque...
ma dunque...
proprio sul serio? - domandava, beato fra le risa, Cedobonis.
- Si permette di dubitarne, lei? - ribatté Biagio Speranza.
- Cariolin! Dove sei? Io ho la tua parola, bada! Mille lire, e il pranzo di nozze.
Signori, lasciatemi fare; ci divertiremo!
- Bisogna vedere, obbiettò lo Scossi, - se Carolinona acconsente.
Biagio Speranza si voltò vero la sposa:
- Mi faresti questo torto? a un bel giovane par mio? No, no: vedete? ride la mia sposa, e ride il mondo!...
È concluso, signori!
A questo punto Trunfo scattò in piedi, tirandosi rabbiosamente il tovagliolo dal collo:
- Finiamola una buona volta! Mi dà ai nervi codesto insulso, stupido scherzo su una cosa...
su una cosa che voi non sapete ciò che voglia dire, perdio!
Seguí un momento d'imbarazzo, al ricordo della disgrazia coniugale di Trunfo.
Tutti i volti restarono sospesi nell'atteggiamento di ridere, le risa cessarono d'un subito.
- Scusami, - disse pacatamente Biagio Speranza.
- Perché ti ostini a credere che sia uno scherzo questo mio? So meglio di te quale enorme bestialità sia prender moglie, e ripeto che appunto per guardarmi dal commetterla, sposo Carolinona.
- Il ragionamento non potrebbe essere piú filato! - osservò Dario Scossi, promovendo di nuovo l'ilarità di tutti.
- E me n'appello a Cedobonis, professore di logica.
- Logicissimo! logicissimo! - confermò questi, - il signor Speranza, infatti, sposa per non prender moglie.
- Proprio cosí! - ribatté Biagio Speranza.
- E non si scherza.
Perché Carolinona ha paura sul serio del poeta Cocco Bertolli, e io di perder sul serio, un giorno o l'altro, la mia libertà.
Sposando, noi ci salviamo a vicenda: lei da quella razza di marito, io da una temuta futura moglie sul serio.
Sposati, lei qua per conto suo; io a casa mia, per conto mio: liberissimi entrambi di fare quel che ci parrà e piacerà.
In comune, davanti alla legge, solo il nome, che non è neanche un nome proprio, vi faccio notare, signori: - Speranza, nome comune.
Non so che farmene, e te lo cedo volentieri.
Che ne dici, Carolinona?
- Per me! - fece la Pentoni, sorridendo e stringendosi nelle spalle.
- Se non se ne pente...
Nuovi applausi, nuovi evviva, tra alte risa, a Carolinona.
Si seguitò per un buon pezzo ancora a conversare animatamente di quel matrimonio per ridere; si deliberò di celebrarlo però soltanto al Municipio, perché Dio, in chiesa, no, non si doveva offenderlo; si scelsero i testimonii: Cariolin, Martinelli, per la sposa; Cedobonis, Scossi, per lo sposo.
Il buon Martino non voleva saperne: gli pareva...
sí, dico...
di commettere un'irriverenza verso la...
sí, dico...
santità dell'istituzione.
Ma, alla fine, dovette per forza chinar la testa, o meglio il naso.
Il giorno appresso, tutta la città era piena della notizia strabiliante.
Biagio Speranza, stirandosi con la mano bianca e grassoccia il bel barbone biondo rossastro, rideva negli occhi ceruli limpidissimi e, di tratto in tratto, dalla barba si passava la mano, celermente, sotto il naso ardito all'insú, con una mossa che gli era abituale.
Era contentone di quella grossa pazzia, ch'egli stava per commettere.
Pazzia, a giudizio delle oche - intendiamoci! Lui aveva coscienza di far bene.
Ci aveva ripensato tutta la notte, e s'era crepato dalle risa.
- Carolinona, mia moglie!
Ah, le oche del paese come le avrebbe intontite per bene, questa volta! E se le voleva godere! Peccato, che sarebbe stato per poco: fra un mese doveva ripartire per Barcellona, e poi da Barcellona per Lione e da Lione per Colonia...
Vitaccia! Sempre di qua e di là.
Meno male che, per distrarsi - quando gli affari però (questo sí, prima di tutto!) erano ben sistemati e contentati i direttori delle fabbriche di seta che lo mandavano in giro cosí, come l'Ebreo errante - trovava sempre modo di combinarne qualcuna.
Amici, conoscenti lo fermavano, in tanto, per via:
- Di' un po', è vero?
- Verissimo.
Che cosa?
- Che sposi?
- Ah, sí, Carolinona.
Ma non mi pare una cosa seria.
- Per scherzo, dunque?
- No: sposare, sposo davvero.
Ma per precauzione, capisci? per guardarmi cioè dal prender moglie, ecco.
- Come! E se sposi intanto?
- Ma sí! Dormire però a casa mia; stare, me ne starò per conto mio.
Ci andrò soltanto come ci vado adesso, per desinare.
Né dovrò darle nulla, tranne, al solito, le rate della pensione.
Dunque?
- E il nome?
- Ma, se lei lo vuole, perché no? Non mi pare una cosa seria...
E li piantava lí, allocchiti, in mezzo alla strada.
S'era dato convegno con Dario Scossi alla Pensione per sbrigare insieme le carte di Carolinona e recarsi quindi al Municipio per la denunzia.
Alla Pensione, oltre lo Scossi, trovò il timorato Martinelli, che era venuto apposta, prima di tutti, per sconsigliare alla Pentoni di prestarsi a quello scandalo enorme.
- Ma lei ci crede? - gli aveva risposto la Pentoni, con un mesto sorriso.
- Son giovanotti allegri; li lasci fare! Hanno scherzato; a quest'ora non ci pensano piú.
Io, invece, non ho potuto chiuder occhio tutta stanotte, pensando a quell'altro lí, all'ospedale...
Ah, che m'ha fatto fare, signor Martino, che m'ha fatto fare...
Non me ne posso dar pace.
Al sopraggiungere dello Scossi, era rimasta interdetta:
- Ma come! davvero? ancora?
Biagio Speranza la trovò ostinata nel rifiuto.
- Oh, non facciamo storie! - le disse egli.
Vuoi farmi perdere le mille lire della scommessa?
- Ma che mille lire, via! La smetta, signor Biagio.
- Come! - riprese questi.
- Non eravamo rimasti d'accordo jersera? Te ne sei pentita? Non hai piú paura, dunque, del Cocco Bertolli? Bada che quello vorrà sposarti sul serio, poi!
- E lei per ischerzo, ora? - domandò la Pentoni sorridendo.
- No.
Io te l'ho detto il perché...
E prese di nuovo a porre i patti e a rilevare i vantaggi reciproci di quel loro matrimonio, serio e burlesco al tempo stesso.
- Tranne che tu, - concluse, - non abbia ancora qualche velleità, Carolinona!
- Io? - fece questa, mettendosi a ridere di nuovo.
- E dunque? - incalzò Biagio.
- Perché t'opponi?
- Via, via! - esclamò la Pentoni.
- Dice sul serio, signor Speranza? Le pare che sieno cose, codeste, da fare per ischerzo?
- Cose serie, - riprese con forza Biagio, - per me nella vita non ce ne sono: tranne quelle sole (che possono essere anche ridicolissime), alle quali però tu dia importanza.
Il naso di Martino, per esempio.
Cosa ridicolissima, quant'altra mai! Eppure, per lui, infelicità seria.
Perché? Perché lui gli dà importanza.
- Io? - esclamò il Martinelli, coprendoselo con una mano.
- Ma nient'affatto!
- E allora, scusi, - rimbeccò Biagio, - perché è venuto a cacciarlo in un affare che non lo riguarda? Si faccia gli affari suoi! Noi, Carolinona, a questo matrimonio non dobbiamo dare importanza, è vero? e dunque per noi non è una cosa seria.
- Ora, sí! - osservò la Pentoni.
- Ma se poi lei se ne pente?
- Ma senza dubbio me ne pentirò! - concesse Biagio.
- Giusto però quando mi avverrà di pentirmene, ne risentirò il vantaggio.
Capisci? Se lo faccio per questo!
- E io ci andrò di mezzo?
- Tu, no! Perché? Me la piglierei con me, se mai! Che entri tu, se non vuoi?
- La capisce anche lei, dunque? - disse, per concludere, la Pentoni.
- Se mi oppongo, non è certo per me.
Che vuole che ci perda io? Ho tutto da guadagnare e nulla da perdere.
Mentre lei...
- A me, non ci pensare! - troncò Biagio Speranza.
- So quello che faccio.
Sú, andiamo, Scossi: s'è fatto tardi.
Ma già, prima, rispondi, Carolinona: - Nome (lo so!) - paternità - anni - luogo di nascita - stato: se sei nubile o vedova o niente: non c'è bisogno che mi dica la verità, su questo punto.
Ma gli anni, sí, precisi: mi raccomando.
- Trentacinque, - rispose Carolinona.
- Va' là! - esclamò Biagio scrollando le spalle.
- Non cominciare!
- Trentacinque, gliel'assicuro: son nata nel 1865 a Caserta.
- Perbacco! Sei dunque tenera ancora? Oh cara! Non si direbbe però.
E...
dunque, diciamo nubile?
- Nubilissima! Sissignore.
- Ti credo.
Scriveremo allora a Caserta per l'atto di nascita.
Via, Scossi! Di corsa al Municipio, per la denunzia.
III
Due ragioni affrettarono principalmente quelle nozze memorabili: la prima, che Giannantonio Cocco Bertolli uscisse, guarito, dall'ospedale; la seconda, che Biagio Speranza s'innamorasse nel frattempo, secondo il solito suo, di qualche provocante donnina.
In quei giorni egli, per sfuggire ogni tentazione, camminava per la via con gli occhi verso terra o col naso per aria.
Ma la Pentoni avrebbe voluto almeno aver tempo d'allestirsi un abito nuovo, per la cerimonia.
Bianco? - No, che bianco! - Modesto, per l'età sua...
ma nuovo.
Poteva andar cosí al Municipio?
- E che te ne importa? - le aveva domandato Biagio.
- Nulla a me, capirà.
Ma per lei, signor Speranza.
Che diranno?
- Lascia cantare! Che vuoi che me ne importi? Vèstiti come ti pare.
Non vorrei che tu buttassi via quattrini inutilmente.
No: Carolinona si volle far l'abito nuovo, massime quando seppe che Cariolin, lo Scossi e Cedobonis avrebbero indossato solennemente la marsina.
Che pena, intanto, le costò la scelta di quell'abito! Quantunque, sí, da tanto tempo rimessa e rassegnata alla sua sorte, si sentiva quel giorno il cuore stretto da un'angoscia strana, che le suscitava, alle labbra, quasi un prurito di riso e, agli occhi, un prurito di pianto.
Pur senza voler dar peso a quella buffonata, l'idea soltanto, anzi la parola "matrimonio" le risvegliava istintivamente, nel corpo rilassato, un certo sentimento della propria femminilità; non però con tanto vigore che l'amor proprio si ribellasse a quella parte che le si voleva far rappresentare: ma tanto tuttavia da fargliene sentir l'amarezza, quasi di scherno.
Cosí, infatti, cosí per ridere, le toccava di sposare! E lei ne rideva con gli altri e piú degli altri.
Bah!
Se avesse potuto indovinare il gusto di lui, per il colore della stoffa! Voleva un colore modesto, che non désse tanto all'occhio: - Cénere? Avana? - Alla fine, dopo lunga indecisione, per non stancare troppo il mercante che già le domandava per che cosa quell'abito le dovesse servire, prese nell'imbarazzo una stoffa color petto di tortora.
Se ne pentí, appena uscita dalla bottega.
- Mi starà male! proprio male!
Poco dopo, alzò una spalla, chiudendo gli occhi amaramente: - Non la avrebbe neanche guardata, lui!
Venuto il giorno delle nozze, prima che il corteo si avviasse al Municipio, Biagio Speranza dichiarò che non voleva prendersi le mille lire della scommessa: non voleva che si dicesse che da quel matrimonio gli era venuto denaro in tasca.
Cariolin, dunque, ne facesse un regalo di suo gusto alla sposa.
La Pentoni si oppose.
Non voleva nulla, neanco lei.
Ma tutti protestarono, e Cariolin, per cui le mille lire erano perdute e che, trovandosi in ballo, voleva ballare, protestò piú forte degli altri:
- No no! Ci penso io! Ho già trovato; vedrai, signora Speranza: un regalo coi fiocchi, e utilissimo! Lasciatemi fare!
Era, come aveva promesso, in marsina, il minuscolo Cariolin, e con un elegantissimo panciotto di velluto nero.
In marsina era anche lo Scossi.
Cedobonis, all'ultima ora si era ricordato d'esser professore di filosofia e di pedagogia, ed era venuto in abito lungo.
Il piú misero di tutti era il buon Martinelli con quel farsetto lustro, i calzoni chiari e la cravattina bianca ingiallita...
Il solo Trunfo mancava alla festa.
Ma per quanto il salotto da pranzo fosse tutto parato dei fiori mandati in dono dai commensali della Pensione, e la lunga tavola, in mezzo, splendidamente apparecchiata da due camerieri d'albergo, assoldati per l'avvenimento da Cariolin, a cui spettava anche di pagare il pranzo di nozze, l'allegria che ciascuno si era ripromessa per quel gran giorno non riusciva ad avvivarsi.
Le risa erano sforzate: si rideva perché ciascuno aveva pensato di dover tanto ridere in quella giornata, ma non se ne vedeva piú, veramente la ragione.
Quella Carolinona - possibile? - era andata a scegliersi una stoffa d'un colore inverosimile, per l'abito di nozze! E perché poi Biagio Speranza non aveva indossato anche lui la marsina? Perbacco! Le cose si fanno o non si fanno.
Biagio Speranza si sentiva come una vellicazione irritante al ventre, udendo specialmente le scempiaggini di Cariolin che voleva vendicarsi cosí - pensava lui - di quei pochi quattrinucci perduti, chiamando già Signora Speranza Carolinona.
Per non dargliela vinta, si sforzava di mostrarsi allegro anche lui; ma doveva internamente confessare a se stesso d'essersi divertito molto di piú nei preparativi di quel matrimonio.
Cercava ora di uscirne al piú presto possibile, per non pensarci piú, per pensare ad altro, oramai.
- Sú, sú via! Sbrighiamoci!
- Aspettino un momento! - disse Carolinona, già col cappellino in capo.
- Vorrei prima dare un'occhiata in cucina...
Si levò un urlo d'orrore, a questo pensiero da saggia massaja, espresso ingenuamente, giusto in quel momento.
Cariolin si precipitò innanzi a tutti e, con un grazioso inchino da conquistatore d'arciduchesse d'Austria, offrí il braccio alla sposa.
Gran folla di curiosi al Municipio, per assistere a quel matrimonio ormai famoso.
Lo stesso ufficiale dello Stato Civile frenava a stento le risa.
Ma piú che lo sposo e la sposa, attirava gli sguardi della gente uno dei testimonii, o meglio, il naso di lui.
Come cascato dalle nuvole, il buon Martinelli! E nessuno riusciva ad intendere come, perché si trovasse lí, fra tutti que' matti, un pover'uomo di quella fatta, cosí intontito, con gli occhi lappoleggianti e la bocca aperta.
Terminata la cerimonia, Cariolin scappò via per il dono, pregando che lo si aspettasse un tantino prima di portare in tavola.
Volle assolutamente serbare il segreto.
A tavola l'allegria si destò.
Biagio Speranza, che vedeva ormai la fine di quel carnevale, si mostrò galante con la sposa.
Il pranzo era prelibato, finissimo, abbondante.
Allo sciampagna, cominciarono i brindisi.
Ce ne furono per tutti e d'ogni colore.
Uno, fra gli altri, di Dario Scossi alla moglie lontana del Martinelli, riuscí proprio maluccio: fece piangere Martino, che aveva insolitamente cacciato un po' troppo il nasone entro il bicchiere.
Ma subito Cariolin tolse a pretesto quelle onestissime lagrime per presentare come insigne esempio e specchio di fedeltà coniugale la coppia Martinelli ai nuovi sposi.
Erano ancora a tavola, quando arrivò il tanto atteso dono di Cariolin.
- Ci sono di là alcuni facchini, - venne ad annunziare uno dei camerieri.
Spiritarono tutti.
- I facchini? - Dunque il regalo era venuto col carro?
- E che regalo era dunque?
Si levarono e accorsero a tempesta nella saletta d'ingresso.
Un magnifico letto matrimoniale, di legno intarsiato, fornito di tutto punto.
Biagio Speranza restò male.
- Peccato! - esclamò Carolinona, battendo le mani, dolente per quelle mille lire sprecate cosí.
Ma gli altri intanto applaudivano alla splendida idea di Cariolin, il quale gridava raggiante, in mezzo a tutti:
- Perché, o signori, il matrimonio si deve consumare! si deve consumare!
- Oh basta cosí! - esclamò Biagio Speranza, seccato, facendosi avanti.
- Senza tanti scherzi! Ci siamo fin qui divertiti, e io sono stato con voi.
Non caschiamo nel tragico, adesso, amici miei! Finiamola.
Mi fate accapponar la pelle! Pensiamo ad altro, e non se ne parli piú.
- Ma niente affatto! - incalzò Cariolin.
- Il meglio viene adesso, caro mio.
Ah, tu credevi di cavartela cosí? Signori, ajutatemi a mettere a posto questo letto!
Carolinona s'interpose, dolente, mortificata:
- Dove vuol metterlo, signor Cariolin?
- Come! Nella tua camera da letto.
- Ma non c'entra, scusi! E poi che vuole che me ne faccia?
- Lo domandate a me? - gridò Momo Cariolin, promovendo un nuovo scoppio di risa.
- Ma si stia quieto! - rispose Carolinona.
- Mi dispiace davvero che lei abbia speso, senza ragione, tanto denaro.
Provi, tenti subito, se il negoziante se lo riprende.
È un vero peccato! O provi a rivenderlo.
- Ma nient'affatto! - ripeté con piú forza Cariolin, testardo, fanatico della sua trovata.
- Vedrai, se ti servirà! Perché, tanto, egli è tuo marito, e c'è poco da dire; tu sei sua moglie: come vuoi che resista ai vezzi tuoi?
Queste ultime parole suscitarono un'altra salva d'applausi, tra grida scomposte.
I pezzi del letto furon presi d'assalto e portati nella camera di Carolinona.
Fu d'un subito disfatto il lettino, dov'ella dormiva, e messo sú a quel posto il nuovo letto: il talamo.
Rideva ella, poverina, nel vedere quegli uomini inesperti affaticarsi in tanti a buttar prima le materasse sul saccone metallico e poi a sprimacciarle, e a distendervi il primo lenzuolo e poi il secondo ricamato, e poi a cacciare i guanciali entro le federette e a coprire il letto con la splendida coltre di seta.
- Ecco fatto! Ecco fatto!
Tutti sudati.
Ma dov'era Biagio Speranza? Ah, birbone! Se l'era svignata, zitto zitto.
- Vedono? - disse, afflitta, Carolinona.
- Se seguitiamo a far cosí, non lo faranno piú venire.
Quelli allora la confortarono, la consolarono a coro; e invano ella protestava che le premeva soltanto di non perdere il cliente.
Ma che! il cliente soltanto?
- Sta' pur sicura! - concluse Cariolin.
- Aspettalo! Te lo vedrai apparire piú tardi, a notte avanzata.
- Buona notte, sposina! Buona notte!
E, cosí ossequiata e complimentata la sposa, andarono via rumorosamente.
Era già sera chiusa.
Carolinona, per quanto stanca di quella giornata tumultuosa, dovette tuttavia attendere parecchie ore a rimettere in ordine la casa.
Finalmente, licenziati i camerieri e il cuoco, mandata a letto la serva, si ritirò in camera.
- E il letto? - Oh guarda! Si era dimenticata di far rimettere sú il suo lettino.
- Che matti! che matti!
Lí, certo, su quel letto matrimoniale, ella non si sarebbe messa a dormire.
Si accostò per contemplarlo da vicino, e passò prima, lievemente, una mano su la coperta rosea, di seta: ma su quel rosa tenero, morbidissimo, notò a un tratto il nero della sua mano tozza, sconciata dai ruvidi lavori, con le unghie piatte, corte, e istintivamente la ritrasse, mormorando di nuovo:
- Peccato!
Si protese un po' a guardare il ricamo del lenzuolo, ma già non notava piú la bellezza del letto, pensava a sé, pensava che, se lei fosse stata bella, quel matrimonio cosí per ridere non sarebbe avvenuto.
Anche perché, se bella, chi sa da quanto tempo avrebbe avuto marito...
Eppure, a volerla dire, quante sue amiche d'altri anni, certo non piú belle di lei, avevano sposato, avevano una casa ora, uno stato; mentre lei...
cosí per ridere! sposata, per non esser moglie...
- Sorte!
E, per giunta, lo scherno di quel letto lí, cosí bello, che aveva suscitato un cosí vivo ribrezzo, anzi orrore, orrore in lui: "Mi fate accapponar la pelle!"...
Eh via...
bella, no: lo capiva da sé; e poi, rifinita, debellata dalla vitaccia crudele; matrimonio fatto per scherzo, d'accordo, sí...
ma era poi, veramente, tanto tanto tanto brutta lei, da suscitare tutto quel ribrezzo, tutto quell'orrore? Eh via! non era neanche vecchia, in fin de' conti!...
Non per lusingarsi (non ci pensava nemmeno!); ma troppo, ecco, troppo...
E, alla fin fine, era una donna onesta, lei, illibata, non ostante tutte le calunnie.
Questo, intanto, sarebbe stato bene metterlo in chiaro.
Non per nulla, ma perché egli almeno non credesse d'aver buttato il suo nome nel fango.
Si regolasse poi come credeva: a lei non importava affatto di tutto il resto: le premeva soltanto che la sapesse pura, pura come quando era uscita dal grembo di sua madre, ecco.
E basta.
Si scosse; si guardò attorno: vide in un angolo, arrotolate, le materasse del suo lettino; la lettiera di ferro, accostata al muro.
Restò un pezzo perplessa se chiamare o no la serva per farsi ajutare; ebbe compassione di quella poveretta che, a quell'ora, forse dormiva, stanca della fatica straordinaria della giornata.
Che fare? Si mosse verso l'angolo ove stavano le materasse; ma, passando innanzi allo specchio dell'armadio, intravide la propria immagine, e si fermò.
Dall'attento esame di se stessa nello specchio (quantunque ella, mentendo di fronte alla propria coscienza, credesse di contemplar soltanto l'abito nuovo, che, allestito in fretta, le stava tanto male), le nacque una vivissima stizza per l'impiccio del lettino da rifare.
- No, niente! Avrebbe dormito lí, su la poltrona.
Tanto peggio per lei che, all'età sua, per far divertire gli altri, s'era prestata a commettere una tale pazzia, esponendosi cosí al ridicolo, al dileggio.
Subito dopo, però, il bisogno istintivo di scusarsi innanzi a se stessa, le pose avanti la ragione per cui vi si era lasciata indurre: la paura cioè di quell'altro matto da catena, che voleva diventare per forza suo marito; la promessa pietosa che ella s'era lasciata sfuggire lí, all'ospedale, quel giorno, per aver dato ascolto a quell'imbecille di Martinelli.
- Bah! - pensò.
- Mi servirà almeno per questo.
E quando quel matto furioso uscirà dall'ospedale, egli (mio marito!) mi difenderà, riconoscendo la ragione per cui mi son prestata a far la buffona.
Dovrà pur venire e dovrà pur dirglielo che io sono, almeno per finta, la sua legittima moglie.
Prese a sbottonarsi il busto.
A un tratto s'arrestò, dicendo a se stessa che era inutile, se doveva dormir seduta sulla poltrona.
Altra bugia, questa, messa avanti per impedirsi di assumere coscienza di una speranza sciocca, cui sapeva di non potere neanche per sogno accogliere.
E tuttavia, spento il lume, seduta ormai su la poltrona, ella intendeva l'orecchio - senza saperlo, senza volerlo - nel silenzio della strada sottostante.
Dov'era egli a quell'ora? Forse in qualche Caffè, con gli amici.
E immaginò la sala d'un Caffè, illuminata, e li vide tutti - quelli della sua Pensione - lí, intorno ai tavolini, e vide lui che rideva, rideva e teneva testa ai motteggi.
Certo il suo nome era su la bocca di tutti, deriso...
Che gliene importava? Ella aspettava che quella riunione chiassosa finisse, per veder lui solo.
Dove sarebbe andato? A casa? o forse...
Forse sarebbe andato a trovare qualche altra donna...
Restò, a questa supposizione, come innanzi a un vuoto inatteso, imprevisto.
Ma sí! ma sí! Non era egli libero del tutto?
E lei qua, intanto, su la poltrona, con lo splendido letto accanto - oh pazza! oh sciocca! - E non riusciva a prender sonno.
IV
No: Biagio Speranza non era andato al Caffè, come Carolinona aveva fantasticato.
Indispettito dall'insulsaggine degli amici, egli si era ritirato a casa, col fermo proponimento di partire il giorno appresso per Barcellona, e farla finita.
S'era messo a preparare l'occorrente per il viaggio, quando pensò che gli mancava il denaro per quella partenza anticipata.
E allora, di fronte a questa difficoltà materiale, convenne che, infine, non era degna di lui la fuga.
L'aveva fatta proprio grossa; s'era lasciato spingere un po' troppo oltre dal suo spiritaccio bislacco e, abbagliato da quel lampo di pazzia o di genio (tutt'uno!), non aveva pensato alle conseguenze, cioè alla somaraggine degli amici.
Ora, a questa somaraggine egli doveva pur concedere un po' di sfogo, che diamine! e sopportare in pace, con pazienza, i ragli per alcuni giorni.
Si sarebbero stancati alla fine, e l'avrebbero smessa.
Sí, sí; aveva fatto proprio male a indispettirsi, ad andarsene cosí di nascosto.
E non doveva poi abbandonare alle ire del Cocco Bertolli quella povera donna che non c'entrava né punto né poco, che sarebbe stata ai patti convenuti e non lo avrebbe mai molestato né infastidito; ne era sicuro!
- Povera Carolinona! - pensò, sorridendo.
- Con che faccia pronunziò quel sí...
Pareva che con gli occhi volesse soggiungere all'ufficiale dello Stato Civile: - "Veda un po' Lei che valore può avere...
A me, in verità, non pare che ci si possa scherzare; ma questi giovanotti han creduto che non ci fosse nulla di male, ed eccomi qua, per contentarli.
Che altro debbo fare? Scrivere, anche? Firmare?".
- Povera Carolinona! Guardò la penna, come per dire: - "Ma proprio proprio firmare?".
- Poi guardò me, indecisa.
M'è venuto di ridere e le ho indicato il posto dove doveva apporre la firma.
Che raspatura di gallina, poveretta! E quella predica, poi, dell'assessore! E tutti quegli articoli del contratto matrimoniale...
"La moglie deve seguire il marito..." - Sí, a Barcellona! A cavallo d'una scopa! Ma il fatto è, intanto, che mentre io andrò in giro per mezza Europa, lei resterà qua mia moglie, sempre, fin che campa.
Passerà un anno, ne passeranno due, tre, diventerà vecchia: sempre mia moglie.
Questo è l'inconveniente dello scherzo.
Mah! Non ci penserà piú, poverina, di qui a poco.
Bisognerà fare in modo che non ci pensino piú neanche gli altri.
Se mi seccano troppo, mi risolverò di cambiar residenza; tanto, sono uccello senza nido, e buona notte sonatori.
Si mise a letto e non tardò ad addormentarsi.
Non avendo però ajutato con un po' di moto la digestione del lauto pranzo, dormí male.
Brutti sogni! Carolinona non voleva piú sentir ragione: era moglie, sí o no? e dunque voleva far valere tutti suoi diritti, pronta, prontissima a sottostare a tutti i doveri.
Lo prendeva per un braccio, non intendeva di lasciarlo piú.
Ma come! e i patti? se era uno scherzo! - Scherzo? - Ella aveva firmato davvero.
E perciò lí! egli doveva star lí, con lei! - Infamia! tradimento! - Tutte le porte chiuse? - Calci, spintoni, pugni a tutte le porte.
Invano! Ah, che dolore, che rabbia, che angoscia...
Dietro quelle porte chiuse, asserragliate, ridevano gli amici, a crepapelle: Cariolin, lo Scossi, Cedobonis e finanche il Martinelli.
Trunfo sghignava.
Congiura infame! Lo volevano dunque morto? No, no, anche a costo di morire, no: egli non si sarebbe arreso a dormire su quel letto.
Ah, lo prendevano di forza? ve lo legavano? Vigliacchi! in tanti contro uno! Piano, piano...
Lí, alla gola, no...
Ah, lo soffocavano...
Balzò a sedere sul letto, col cuore che gli batteva in tumulto.
Maledetti!...
Che sogno! Via, via...
Trasse un sospiro di sollievo e si ricompose a dormire, dall'altra parte.
Poco dopo era a Barcellona, in sogno.
Ma l'amica ch'egli andava ogni volta a trovare - che è, che non è - gli si cangiava tra le braccia in Carolinona.
Si alzò tardi e di pessimo umore.
Lavandosi e poi guardandosi allo specchio la brutta cera, si mise a riflettere sui casi suoi.
Comprendeva che le sue stesse condizioni d'esistenza erano come tante vele spiegate che portavano di qua e di là la barca della sua vitaccia spersa, senza concederle mai riposo in un porto sicuro: la barca era ancora ben solida: ma certo non sarebbe piú cosí tra breve; era dunque necessario che almeno il suo spirito bislacco non rappresentasse piú oltre il vento furioso che investiva quelle vele già vagabonde per necessità.
Fuori di metafora: - Giudizio, Biagio!
Sarebbe andato quel giorno alla Pensione e, col suo contegno, avrebbe fatto capire agli amici che era tempo di finirla.
Prima di lui arrivarono alla Pensione, quella sera, tutti gli altri commensali, compreso Trunfo:
- Ebbene? - domandò, per prima cosa, Cariolin.
- È tornato? È venuto?
- Ah giusto! - aggiunse Cedobonis.
- Ci ragguagli, ci ragguagli...
- E non vedete? - esclamò lo Scossi, additando Carolinona:
È languida la rosa
Che il zeffiro notturno accarezzò...
- Zitti, via, zitti! - disse la Pentoni, scrollando le spalle.
- Mi hanno disfatto il lettino, e ho dovuto passar la notte su una poltrona...
- E non c'era il letto? - fece Cariolin.
- Va' là, va' là! tu vuoi darcela a bere, sposina, d'accordo con lui...
Sopravvenne Biagio Speranza, e fu assalito di domande anche lui.
- Ma certo! ma si sa! ma come no! - cominciò egli a rispondere, con faccia tosta.
- Hai avuto il coraggio di negare, tu, Carolina? Non le date retta, amici.
Sposina fresca, si vergogna.
Quando son venuto? A mezzanotte in punto.
L'ora delle fantasime.
Il portone era chiuso e lei, proprio lei che nega, mi ha buttato la chiave dalla finestra.
Perché negarlo, moglie mia? Dobbiamo dare questa soddisfazione a gli amici che s'interessano tanto della nostra felicità coniugale.
E questa sera mi vedrete anzi rimanere qua, al mio posto, da padrone di casa: e spero che basterà e d'ora in poi mi lascerete godere in pace le gioje del talamo.
Va bene cosí?
Prese posto accanto a Carolinona; ostentò, durante il pasto, tra le risa generali, tutte quelle premure, que' lezii da scimmiotto innamorato che uno sposino novello suol fare alla sposina; a chi gli domandò che nome avrebbe messo al primo figliuolo, rispose che lo avrebbero chiamato Speranzino, o Speranzina se femmina; e cosí via.
Carolinona lasciava dire, lasciava fare e rideva anche lei.
A un certo punto Trunfo, truce, domandò a Biagio Speranza:
- Mi permette Lei di seguitare a rivedere qua le mie carte?
- Senti, senti! - esclamò Cariolin.
- Gli dà del lei, adesso!
- Ma certo, - approvò lo Scossi.
- Tu non capisci nulla! Biagio è marito, ormai.
E il maestro rispetta in lui l'autorità maritale.
- Io posso anche andarmene altrove, - soggiunse Trunfo.
- Questa sera stessa, anzi, raccoglierò le mie carte...
- Ma no! - s'affrettò a rassicurarlo Biagio Speranza.
- Lei, caro maestro (se non debbo piú darle del tu), lei è padrone di fare il comodo suo di giorno e di notte.
Che c'entra! Questo è matrimonio allegro.
Lei vuol farne per forza una tragedia; ma sappia che io non sono affatto geloso.
Libero, libero, caro maestro, di fare quello che le parrà e piacerà.
Dico bene, Carolinona?
- Il signor maestro, - disse questa, un po' mortificata, - non mi ha recato mai alcun fastidio.
- E allora, va bene, - concluse Trunfo, scattando in piedi.
Fece un breve, rapido inchino, con le mani appoggiate alla spalliera della sedia, e andò via, intozzato dalla bile.
- Amici miei, - ammoní, poco dopo, Biagio Speranza, - nell'interesse di mia moglie, vi consiglio di smettere se non volete farle perdere un cliente.
Lo scherzo è bello, ma non deve poi nuocere alla tasca...
- Oh, intanto tu, senza scherzo, - raffermò Cariolin, levandosi di tavola insieme con gli altri, - mantieni la tua promessa e non prendere questa scusa.
Noi ce n'andiamo e vi auguriamo felicissima notte.
- Io - aggiunse lo Scossi, - rimarrò con Cedobonis davanti il portone a far la guardia: e puoi star sicuro che non ti faremo scappare per tutta la notte.
- State pur sicuri vojaltri che non scapperò! - rispose Biagio Speranza, accompagnando i commensali fino alla porta.
Carolinona cominciò a sentirsi su le spine, non comprendendo che cosa veramente volesse fare quel matto.
- Che scimuniti, eh? - le disse Biagio, rientrando nel salotto da pranzo.
- E son capaci di aspettare davvero su la strada, sai?
Carolinona si provò a sorridere e a guardarlo, ma abbassò subito gli occhi.
- Sai che è buffa davvero la nostra situazione? - riprese Biagio scoppiando in una sonora risata.
- Ma bisogna far cosí, per aver pace.
O non la smetteranno piú...
Aspetterò una mezz'oretta, abbi pazienza.
- Per me, si figuri...
- disse la Pentoni, senza levar gli occhi, piano.
Biagio Speranza la guardò.
Era tranquillissimo, lui, e credeva che dovesse anche lei esser cosí.
Notando però l'imbarazzo di Carolinona, scoppiò di nuovo a ridere.
Ferita da quella risata, ella alzò gli occhi e cercando di nasconder alla meglio la stizza amara sotto un sorriso, disse:
- È stata una pazzia imperdonabile, creda pure...
Lei stesso se ne accorge, ora? Non avrei dovuto lasciargliela fare...
- Ma no! - esclamò Speranza.
- Sta' tranquilla! Passerà...
- Intanto, lei dovrebbe intenderlo; - riprese ella, - mi secca...
sí, ecco...
che in questo momento la gente supponga...
- E che male c'è? - domandò ridendo Biagio.
- Non sei mia moglie? Io non posso comprometterti, mi pare.
Mi comprometto io, scusami, se mai.
- Lei è un uomo e sanno tutti che fa per ridere, - disse seria la Pentoni.
- Quantunque, se debbo dirle la verità, io non riesco piú a vedere che scherzo sia, arrivato a questo punto...
Ridono tutti di lei e di me...
- E ridiamo anche noi! - concluse Biagio - Perché no?
- Perché io non posso, - rispose pronta Carolinona.
- Capirà bene, scusi, che non può farmi piacere, che lei, per troncare uno scherzo che comincia a seccarle, sia costretto a farmi rappresentare una parte che non mi va...
- Come! - esclamò Biagio.
- La parte di moglie? Dovresti ringraziarmi, perbacco.
Carolinona s'infiammò:
- Ringraziarla, scusi, anche delle parole che lei ha detto al maestro Trunfo sul conto mio? Moglie per ridere, capisco: ma perché lei ha commesso la bestialità di darmi davvero il suo nome davanti alla legge, mi pare, non so, che lei dovrebbe, almeno almeno, mostrare di non credere a certe calunnie e non scherzarci sú...
Perché sono calunnie, sa! vilissime calunnie...
Io mi son fatta sempre gli affari miei.
Povera, sí, ma onesta, onesta! È bene che lei lo sappia.
E può star tranquillo, su questo punto...
- Ma tranquillissimo, figúrati! - la rassicurò Biagio, senz'alcuna convinzione.
- Dice proprio sul serio? - ribatté la Pentoni, guardandolo fermamente.
Biagio la guardò a sua volta; poi si lasciò cader le braccia ed esclamò:
- Mi spavento, Carolinona! Non ti credevo capace di dir la verità con tanta asseveranza e tanto calore.
Ti credo, ti credo...
ma lasciami vedere dalla finestra se sono andati via quei seccatori, e finiamola subito.
Si recò alla finestra, guardò giú nella via.
- Nessuno, - disse, ritirandosi.
- Mi dispiace che lo scherzo sia finito proprio male.
Le cose lunghe, si sa, diventano serpi.
Basta: la sciocchezza è fatta, e non ci si pensi piú.
Addio, eh?
Le porse la mano.
La Pentoni, esitante, gli porse la sua, tozza e nera, mormorando:
- A rivederla.
Appena sola, tutta vibrante dalla commozione, corse a chiudersi in camera e scoppiò in un pianto dirotto.
Biagio Speranza, fatti pochi passi, spiando nell'ombra della piazzetta innanzi al portone, invece dello Scossi e del Cedobonis, intravide il signor Martinelli che si stropicciava le mani, dal freddo.
Restò senza fiato il buon uomo nel sentirsi chiamare e poi batter forte una mano su la spalla.
- Che fa qui lei, bel tomo? Dica un po', stava forse ad aspettare che io me ne andassi, per...?
- Dio me ne guardi! Che dice mai, signor Speranza? - balbettò cosí tremante il Martinelli, che Biagio non poté tenersi dal ridere.
- Stavo...
stavo per andarmene...
- E intanto era qua! - rispose Biagio ricomponendosi e simulando severità.
Gli passò una mano sotto il braccio, e aggiunse, avviandosi: - Sú, andiamo, e mi spieghi...
- Ma sissignore...
- s'affrettò a rispondergli, impacciatissimo, il Martinelli.
- Le confesso...
giacché lei ha potuto...
sí, dico...
sospettare (Dio me ne guardi!); le confesso che mi ero trattenuto, non tanto per curiosità, quanto per...
sí, dico...
congratularmi meco stesso che lei finalmente riconoscesse la...
la...
la santità del vincolo, perché...
- E debbo proprio crederci? - lo interruppe, fermandosi, Biagio.
- Non sono proprio un marito ingannato? Lei se ne stava lí, all'ombra, come un vil seduttore, non può negarlo...
- Ma non lo dica neanche per ischerzo! - esclamò con gli occhi al cielo e forzandosi a sorridere, il signor Martino.
- All'età mia, scusi? E poi quella là...
un'onestissima donna, glielo giuro! Ma già lei non ha bisogno che glielo dica io...
È stata sempre tanto...
tanto buona con me, mi ha sempre confidato...
sí, dico...
tante cose, poverina...
Ed io perciò stavo lí, creda, a felicitarmi...
che...
- Con permesso, scusi! A rivederla! - lo interruppe di nuovo Biagio Speranza, ritraendo in fretta il braccio e accorrendo verso una donnina capricciosamente abbigliata, che usciva in quel momento da un Caffè.
Martino Martinelli rimase lí piantato in mezzo alla strada; si portò istintivamente una mano al cappello, poi seguí un tratto con gli occhi quella coppia che s'allontava ridendo sonoramente, forse di lui, forse della Pentoni, e tentennò il capo, addolorato, ferito...
V
Né la sera appresso, né le altre seguenti Biagio Speranza venne alla Pensione.
Momo Cariolin e Dario Scossi smisero, fin dalla prima sera, di tormentare Carolinona, che parlò, alla fine, un po' fuor de' denti.
Trunfo volle prendersi la rivincita, ricordando com'egli li avesse bene ammoniti di non scherzare stupidamente su una cosa che non comportava scherzi.
Cedobonis non si dava pace pensando che con quel matrimonio si era celebrato il "funerale dell'allegria", e per parecchie sere ripeté questa frase che gli pareva molto bella.
Egli solo, con la sua ostinazione da calabrese, seguitava, nonostante le preghiere di Carolinona, a soffiare, a soffiare perché il fuoco si ravvivasse e scoppiettassero ancora i bei frizzi salaci d'una volta, e diceva per esempio che non solo Carolinona ma anche la tavola era vedova, senza Biagio Speranza.
Nessuno però gli badava, ed egli si consolava in qualche modo pensando che quello scherzo madornale non poteva finir lí, che una ripresa sarebbe stata inevitabile, comunque fosse, per la prossima uscita del Cocco Bertolli dall'ospedale.
Trunfo, intanto, che aveva ripreso le sue abitudini, tra una nota e l'altra della sua opera fischiata, istigava nascostamente Carolinona a vendicarsi.
- Lo punisca esemplarmente, quel buffone.
Lo prenda nella sua stessa ragna! Lei ha commesso l'insigne bestialità di prestarsi a una siffatta buffonata e, creda, non avrà piú pace.
Bene: non ne abbia piú nemmeno lui!
A queste maligne esortazioni, la Pentoni sentiva riaccendersi in cuore il dispetto.
Vampava in lei il desiderio della vendetta; ma, poco dopo, come se quella vampata diventasse a un tratto fumo, fumo denso e lento, ella, soffocata, si nascondeva la faccia con le mani, poi scoteva amaramente il capo.
- Vendicarmi? Come?
- Lo domanda a me? - le rispondeva Trunfo.
- Faccia valere i suoi diritti.
A una donna non mancano i mezzi.
Ma ella non sapeva veramente riconoscersi alcun diritto, né vedeva alcun mezzo, per quanto si sforzasse d'escogitarne; e, alla fine, domandava a se stessa:
- Ma poi, vendicarmi di che?
I patti, egli, li aveva posti chiari, avanti.
Erano sí ingiuriosi, anzi schernevoli per lei; ma non li aveva ella accettati? Dunque, zitta.
E se non poteva, perché improvvisamente e senza alcun sospetto le era nato in cuore un sentimento non mai finora provato e che ella stessa non riusciva ancora a spiegarsi, ma da cui pur si sentiva rosa e torturata senza requie, - che colpa ci aveva lui? Una sola offesa le aveva fatto: quella di non voler credere (come tutti gli altri, del resto) alla sua onestà.
Qual vendetta per una tale offesa? Una sola, forse, se ella se ne fosse sentita capace: tradirlo, ingannarlo davvero...
Ma che! no! Pendeva piuttosto verso il Martinelli che le consigliava di prenderlo con le buone, d'intenerirlo.
-