APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 37
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Vitaccia! Sempre di qua e di là.
Meno male che, per distrarsi - quando gli affari però (questo sí, prima di tutto!) erano ben sistemati e contentati i direttori delle fabbriche di seta che lo mandavano in giro cosí, come l'Ebreo errante - trovava sempre modo di combinarne qualcuna.
Amici, conoscenti lo fermavano, in tanto, per via:
- Di' un po', è vero?
- Verissimo.
Che cosa?
- Che sposi?
- Ah, sí, Carolinona.
Ma non mi pare una cosa seria.
- Per scherzo, dunque?
- No: sposare, sposo davvero.
Ma per precauzione, capisci? per guardarmi cioè dal prender moglie, ecco.
- Come! E se sposi intanto?
- Ma sí! Dormire però a casa mia; stare, me ne starò per conto mio.
Ci andrò soltanto come ci vado adesso, per desinare.
Né dovrò darle nulla, tranne, al solito, le rate della pensione.
Dunque?
- E il nome?
- Ma, se lei lo vuole, perché no? Non mi pare una cosa seria...
E li piantava lí, allocchiti, in mezzo alla strada.
S'era dato convegno con Dario Scossi alla Pensione per sbrigare insieme le carte di Carolinona e recarsi quindi al Municipio per la denunzia.
Alla Pensione, oltre lo Scossi, trovò il timorato Martinelli, che era venuto apposta, prima di tutti, per sconsigliare alla Pentoni di prestarsi a quello scandalo enorme.
- Ma lei ci crede? - gli aveva risposto la Pentoni, con un mesto sorriso.
- Son giovanotti allegri; li lasci fare! Hanno scherzato; a quest'ora non ci pensano piú.
Io, invece, non ho potuto chiuder occhio tutta stanotte, pensando a quell'altro lí, all'ospedale...
Ah, che m'ha fatto fare, signor Martino, che m'ha fatto fare...
Non me ne posso dar pace.
Al sopraggiungere dello Scossi, era rimasta interdetta:
- Ma come! davvero? ancora?
Biagio Speranza la trovò ostinata nel rifiuto.
- Oh, non facciamo storie! - le disse egli.
Vuoi farmi perdere le mille lire della scommessa?
- Ma che mille lire, via! La smetta, signor Biagio.
- Come! - riprese questi.
- Non eravamo rimasti d'accordo jersera? Te ne sei pentita? Non hai piú paura, dunque, del Cocco Bertolli? Bada che quello vorrà sposarti sul serio, poi!
- E lei per ischerzo, ora? - domandò la Pentoni sorridendo.
- No.
Io te l'ho detto il perché...
E prese di nuovo a porre i patti e a rilevare i vantaggi reciproci di quel loro matrimonio, serio e burlesco al tempo stesso.
- Tranne che tu, - concluse, - non abbia ancora qualche velleità, Carolinona!
- Io? - fece questa, mettendosi a ridere di nuovo.
- E dunque? - incalzò Biagio.
- Perché t'opponi?
- Via, via! - esclamò la Pentoni.
- Dice sul serio, signor Speranza? Le pare che sieno cose, codeste, da fare per ischerzo?
- Cose serie, - riprese con forza Biagio, - per me nella vita non ce ne sono: tranne quelle sole (che possono essere anche ridicolissime), alle quali però tu dia importanza.
Il naso di Martino, per esempio.
Cosa ridicolissima, quant'altra mai! Eppure, per lui, infelicità seria.
Perché? Perché lui gli dà importanza.
- Io? - esclamò il Martinelli, coprendoselo con una mano.
- Ma nient'affatto!
- E allora, scusi, - rimbeccò Biagio, - perché è venuto a cacciarlo in un affare che non lo riguarda? Si faccia gli affari suoi! Noi, Carolinona, a questo matrimonio non dobbiamo dare importanza, è vero? e dunque per noi non è una cosa seria.
- Ora, sí! - osservò la Pentoni.
- Ma se poi lei se ne pente?
- Ma senza dubbio me ne pentirò! - concesse Biagio.
- Giusto però quando mi avverrà di pentirmene, ne risentirò il vantaggio.
Capisci? Se lo faccio per questo!
- E io ci andrò di mezzo?
- Tu, no! Perché? Me la piglierei con me, se mai! Che entri tu, se non vuoi?
- La capisce anche lei, dunque? - disse, per concludere, la Pentoni.
- Se mi oppongo, non è certo per me.
Che vuole che ci perda io? Ho tutto da guadagnare e nulla da perdere.
Mentre lei...
- A me, non ci pensare! - troncò Biagio Speranza.
- So quello che faccio.
Sú, andiamo, Scossi: s'è fatto tardi.
Ma già, prima, rispondi, Carolinona: - Nome (lo so!) - paternità - anni - luogo di nascita - stato: se sei nubile o vedova o niente: non c'è bisogno che mi dica la verità, su questo punto.
Ma gli anni, sí, precisi: mi raccomando.
- Trentacinque, - rispose Carolinona.
- Va' là! - esclamò Biagio scrollando le spalle.
- Non cominciare!
- Trentacinque, gliel'assicuro: son nata nel 1865 a Caserta.
- Perbacco! Sei dunque tenera ancora? Oh cara! Non si direbbe però.
E...
dunque, diciamo nubile?
- Nubilissima! Sissignore.
- Ti credo.
Scriveremo allora a Caserta per l'atto di nascita.
Via, Scossi! Di corsa al Municipio, per la denunzia.
III
Due ragioni affrettarono principalmente quelle nozze memorabili: la prima, che Giannantonio Cocco Bertolli uscisse, guarito, dall'ospedale; la seconda, che Biagio Speranza s'innamorasse nel frattempo, secondo il solito suo, di qualche provocante donnina.
In quei giorni egli, per sfuggire ogni tentazione, camminava per la via con gli occhi verso terra o col naso per aria.
Ma la Pentoni avrebbe voluto almeno aver tempo d'allestirsi un abito nuovo, per la cerimonia.
Bianco? - No, che bianco! - Modesto, per l'età sua...
ma nuovo.
Poteva andar cosí al Municipio?
- E che te ne importa? - le aveva domandato Biagio.
- Nulla a me, capirà.
Ma per lei, signor Speranza.
Che diranno?
- Lascia cantare! Che vuoi che me ne importi? Vèstiti come ti pare.
Non vorrei che tu buttassi via quattrini inutilmente.
No: Carolinona si volle far l'abito nuovo, massime quando seppe che Cariolin, lo Scossi e Cedobonis avrebbero indossato solennemente la marsina.
Che pena, intanto, le costò la scelta di quell'abito! Quantunque, sí, da tanto tempo rimessa e rassegnata alla sua sorte, si sentiva quel giorno il cuore stretto da un'angoscia strana, che le suscitava, alle labbra, quasi un prurito di riso e, agli occhi, un prurito di pianto.
Pur senza voler dar peso a quella buffonata, l'idea soltanto, anzi la parola "matrimonio" le risvegliava istintivamente, nel corpo rilassato, un certo sentimento della propria femminilità; non però con tanto vigore che l'amor proprio si ribellasse a quella parte che le si voleva far rappresentare: ma tanto tuttavia da fargliene sentir l'amarezza, quasi di scherno.
Cosí, infatti, cosí per ridere, le toccava di sposare! E lei ne rideva con gli altri e piú degli altri.
Bah!
Se avesse potuto indovinare il gusto di lui, per il colore della stoffa! Voleva un colore modesto, che non désse tanto all'occhio: - Cénere? Avana? - Alla fine, dopo lunga indecisione, per non stancare troppo il mercante che già le domandava per che cosa quell'abito le dovesse servire, prese nell'imbarazzo una stoffa color petto di tortora.
Se ne pentí, appena uscita dalla bottega.
- Mi starà male! proprio male!
Poco dopo, alzò una spalla, chiudendo gli occhi amaramente: - Non la avrebbe neanche guardata, lui!
Venuto il giorno delle nozze, prima che il corteo si avviasse al Municipio, Biagio Speranza dichiarò che non voleva prendersi le mille lire della scommessa: non voleva che si dicesse che da quel matrimonio gli era venuto denaro in tasca.
Cariolin, dunque, ne facesse un regalo di suo gusto alla sposa.
La Pentoni si oppose.
Non voleva nulla, neanco lei.
Ma tutti protestarono, e Cariolin, per cui le mille lire erano perdute e che, trovandosi in ballo, voleva ballare, protestò piú forte degli altri:
- No no! Ci penso io! Ho già trovato; vedrai, signora Speranza: un regalo coi fiocchi, e utilissimo! Lasciatemi fare!
Era, come aveva promesso, in marsina, il minuscolo Cariolin, e con un elegantissimo panciotto di velluto nero.
In marsina era anche lo Scossi.
Cedobonis, all'ultima ora si era ricordato d'esser professore di filosofia e di pedagogia, ed era venuto in abito lungo.
Il piú misero di tutti era il buon Martinelli con quel farsetto lustro, i calzoni chiari e la cravattina bianca ingiallita...
Il solo Trunfo mancava alla festa.
Ma per quanto il salotto da pranzo fosse tutto parato dei fiori mandati in dono dai commensali della Pensione, e la lunga tavola, in mezzo, splendidamente apparecchiata da due camerieri d'albergo, assoldati per l'avvenimento da Cariolin, a cui spettava anche di pagare il pranzo di nozze, l'allegria che ciascuno si era ripromessa per quel gran giorno non riusciva ad avvivarsi.
Le risa erano sforzate: si rideva perché ciascuno aveva pensato di dover tanto ridere in quella giornata, ma non se ne vedeva piú, veramente la ragione.
Quella Carolinona - possibile? - era andata a scegliersi una stoffa d'un colore inverosimile, per l'abito di nozze! E perché poi Biagio Speranza non aveva indossato anche lui la marsina? Perbacco! Le cose si fanno o non si fanno.
Biagio Speranza si sentiva come una vellicazione irritante al ventre, udendo specialmente le scempiaggini di Cariolin che voleva vendicarsi cosí - pensava lui - di quei pochi quattrinucci perduti, chiamando già Signora Speranza Carolinona.
Per non dargliela vinta, si sforzava di mostrarsi allegro anche lui; ma doveva internamente confessare a se stesso d'essersi divertito molto di piú nei preparativi di quel matrimonio.
Cercava ora di uscirne al piú presto possibile, per non pensarci piú, per pensare ad altro, oramai.
- Sú, sú via! Sbrighiamoci!
- Aspettino un momento! - disse Carolinona, già col cappellino in capo.
- Vorrei prima dare un'occhiata in cucina...
Si levò un urlo d'orrore, a questo pensiero da saggia massaja, espresso ingenuamente, giusto in quel momento.
Cariolin si precipitò innanzi a tutti e, con un grazioso inchino da conquistatore d'arciduchesse d'Austria, offrí il braccio alla sposa.
Gran folla di curiosi al Municipio, per assistere a quel matrimonio ormai famoso.
Lo stesso ufficiale dello Stato Civile frenava a stento le risa.
Ma piú che lo sposo e la sposa, attirava gli sguardi della gente uno dei testimonii, o meglio, il naso di lui.
Come cascato dalle nuvole, il buon Martinelli! E nessuno riusciva ad intendere come, perché si trovasse lí, fra tutti que' matti, un pover'uomo di quella fatta, cosí intontito, con gli occhi lappoleggianti e la bocca aperta.
Terminata la cerimonia, Cariolin scappò via per il dono, pregando che lo si aspettasse un tantino prima di portare in tavola.
Volle assolutamente serbare il segreto.
A tavola l'allegria si destò.
Biagio Speranza, che vedeva ormai la fine di quel carnevale, si mostrò galante con la sposa.
Il pranzo era prelibato, finissimo, abbondante.
Allo sciampagna, cominciarono i brindisi.
Ce ne furono per tutti e d'ogni colore.
Uno, fra gli altri, di Dario Scossi alla moglie lontana del Martinelli, riuscí proprio maluccio: fece piangere Martino, che aveva insolitamente cacciato un po' troppo il nasone entro il bicchiere.
Ma subito Cariolin tolse a pretesto quelle onestissime lagrime per presentare come insigne esempio e specchio di fedeltà coniugale la coppia Martinelli ai nuovi sposi.
Erano ancora a tavola, quando arrivò il tanto atteso dono di Cariolin.
- Ci sono di là alcuni facchini, - venne ad annunziare uno dei camerieri.
Spiritarono tutti.
- I facchini? - Dunque il regalo era venuto col carro?
- E che regalo era dunque?
Si levarono e accorsero a tempesta nella saletta d'ingresso.
Un magnifico letto matrimoniale, di legno intarsiato, fornito di tutto punto.
Biagio Speranza restò male.
- Peccato! - esclamò Carolinona, battendo le mani, dolente per quelle mille lire sprecate cosí.
Ma gli altri intanto applaudivano alla splendida idea di Cariolin, il quale gridava raggiante, in mezzo a tutti:
- Perché, o signori, il matrimonio si deve consumare! si deve consumare!
- Oh basta cosí! - esclamò Biagio Speranza, seccato, facendosi avanti.
- Senza tanti scherzi! Ci siamo fin qui divertiti, e io sono stato con voi.
Non caschiamo nel tragico, adesso, amici miei! Finiamola.
Mi fate accapponar la pelle! Pensiamo ad altro, e non se ne parli piú.
- Ma niente affatto! - incalzò Cariolin.
- Il meglio viene adesso, caro mio.
Ah, tu credevi di cavartela cosí? Signori, ajutatemi a mettere a posto questo letto!
Carolinona s'interpose, dolente, mortificata:
- Dove vuol metterlo, signor Cariolin?
- Come! Nella tua camera da letto.
- Ma non c'entra, scusi! E poi che vuole che me ne faccia?
- Lo domandate a me? - gridò Momo Cariolin, promovendo un nuovo scoppio di risa.
- Ma si stia quieto! - rispose Carolinona.
- Mi dispiace davvero che lei abbia speso, senza ragione, tanto denaro.
Provi, tenti subito, se il negoziante se lo riprende.
È un vero peccato! O provi a rivenderlo.
- Ma nient'affatto! - ripeté con piú forza Cariolin, testardo, fanatico della sua trovata.
- Vedrai, se ti servirà! Perché, tanto, egli è tuo marito, e c'è poco da dire; tu sei sua moglie: come vuoi che resista ai vezzi tuoi?
Queste ultime parole suscitarono un'altra salva d'applausi, tra grida scomposte.
I pezzi del letto furon presi d'assalto e portati nella camera di Carolinona.
Fu d'un subito disfatto il lettino, dov'ella dormiva, e messo sú a quel posto il nuovo letto: il talamo.
Rideva ella, poverina, nel vedere quegli uomini inesperti affaticarsi in tanti a buttar prima le materasse sul saccone metallico e poi a sprimacciarle, e a distendervi il primo lenzuolo e poi il secondo ricamato, e poi a cacciare i guanciali entro le federette e a coprire il letto con la splendida coltre di seta.
- Ecco fatto! Ecco fatto!
Tutti sudati.
Ma dov'era Biagio Speranza? Ah, birbone! Se l'era svignata, zitto zitto.
- Vedono? - disse, afflitta, Carolinona.
- Se seguitiamo a far cosí, non lo faranno piú venire.
Quelli allora la confortarono, la consolarono a coro; e invano ella protestava che le premeva soltanto di non perdere il cliente.
Ma che! il cliente soltanto?
- Sta' pur sicura! - concluse Cariolin.
- Aspettalo! Te lo vedrai apparire piú tardi, a notte avanzata.
- Buona notte, sposina! Buona notte!
E, cosí ossequiata e complimentata la sposa, andarono via rumorosamente.
Era già sera chiusa.
Carolinona, per quanto stanca di quella giornata tumultuosa, dovette tuttavia attendere parecchie ore a rimettere in ordine la casa.
Finalmente, licenziati i camerieri e il cuoco, mandata a letto la serva, si ritirò in camera.
- E il letto? - Oh guarda! Si era dimenticata di far rimettere sú il suo lettino.
- Che matti! che matti!
Lí, certo, su quel letto matrimoniale, ella non si sarebbe messa a dormire.
Si accostò per contemplarlo da vicino, e passò prima, lievemente, una mano su la coperta rosea, di seta: ma su quel rosa tenero, morbidissimo, notò a un tratto il nero della sua mano tozza, sconciata dai ruvidi lavori, con le unghie piatte, corte, e istintivamente la ritrasse, mormorando di nuovo:
- Peccato!
Si protese un po' a guardare il ricamo del lenzuolo, ma già non notava piú la bellezza del letto, pensava a sé, pensava che, se lei fosse stata bella, quel matrimonio cosí per ridere non sarebbe avvenuto.
Anche perché, se bella, chi sa da quanto tempo avrebbe avuto marito...
Eppure, a volerla dire, quante sue amiche d'altri anni, certo non piú belle di lei, avevano sposato, avevano una casa ora, uno stato; mentre lei...
cosí per ridere! sposata, per non esser moglie...
- Sorte!
E, per giunta, lo scherno di quel letto lí, cosí bello, che aveva suscitato un cosí vivo ribrezzo, anzi orrore, orrore in lui: "Mi fate accapponar la pelle!"...
Eh via...
bella, no: lo capiva da sé; e poi, rifinita, debellata dalla vitaccia crudele; matrimonio fatto per scherzo, d'accordo, sí...
ma era poi, veramente, tanto tanto tanto brutta lei, da suscitare tutto quel ribrezzo, tutto quell'orrore? Eh via! non era neanche vecchia, in fin de' conti!...
Non per lusingarsi (non ci pensava nemmeno!); ma troppo, ecco, troppo...
E, alla fin fine, era una donna onesta, lei, illibata, non ostante tutte le calunnie.
Questo, intanto, sarebbe stato bene metterlo in chiaro.
Non per nulla, ma perché egli almeno non credesse d'aver buttato il suo nome nel fango.
Si regolasse poi come credeva: a lei non importava affatto di tutto il resto: le premeva soltanto che la sapesse pura, pura come quando era uscita dal grembo di sua madre, ecco.
E basta.
Si scosse; si guardò attorno: vide in un angolo, arrotolate, le materasse del suo lettino; la lettiera di ferro, accostata al muro.
Restò un pezzo perplessa se chiamare o no la serva per farsi ajutare; ebbe compassione di quella poveretta che, a quell'ora, forse dormiva, stanca della fatica straordinaria della giornata.
Che fare? Si mosse verso l'angolo ove stavano le materasse; ma, passando innanzi allo specchio dell'armadio, intravide la propria immagine, e si fermò.
Dall'attento esame di se stessa nello specchio (quantunque ella, mentendo di fronte alla propria coscienza, credesse di contemplar soltanto l'abito nuovo, che, allestito in fretta, le stava tanto male), le nacque una vivissima stizza per l'impiccio del lettino da rifare.
- No, niente! Avrebbe dormito lí, su la poltrona.
Tanto peggio per lei che, all'età sua, per far divertire gli altri, s'era prestata a commettere una tale pazzia, esponendosi cosí al ridicolo, al dileggio.
Subito dopo, però, il bisogno istintivo di scusarsi innanzi a se stessa, le pose avanti la ragione per cui vi si era lasciata indurre: la paura cioè di quell'altro matto da catena, che voleva diventare per forza suo marito; la promessa pietosa che ella s'era lasciata sfuggire lí, all'ospedale, quel giorno, per aver dato ascolto a quell'imbecille di Martinelli.
- Bah! - pensò.
- Mi servirà almeno per questo.
E quando quel matto furioso uscirà dall'ospedale, egli (mio marito!) mi difenderà, riconoscendo la ragione per cui mi son prestata a far la buffona.
Dovrà pur venire e dovrà pur dirglielo che io sono, almeno per finta, la sua legittima moglie.
Prese a sbottonarsi il busto.
A un tratto s'arrestò, dicendo a se stessa che era inutile, se doveva dormir seduta sulla poltrona.
Altra bugia, questa, messa avanti per impedirsi di assumere coscienza di una speranza sciocca, cui sapeva di non potere neanche per sogno accogliere.
E tuttavia, spento il lume, seduta ormai su la poltrona, ella intendeva l'orecchio - senza saperlo, senza volerlo - nel silenzio della strada sottostante.
Dov'era egli a quell'ora? Forse in qualche Caffè, con gli amici.
E immaginò la sala d'un Caffè, illuminata, e li vide tutti - quelli della sua Pensione - lí, intorno ai tavolini, e vide lui che rideva, rideva e teneva testa ai motteggi.
Certo il suo nome era su la bocca di tutti, deriso...
Che gliene importava? Ella aspettava che quella riunione chiassosa finisse, per veder lui solo.
Dove sarebbe andato? A casa? o forse...
Forse sarebbe andato a trovare qualche altra donna...
Restò, a questa supposizione, come innanzi a un vuoto inatteso, imprevisto.
Ma sí! ma sí! Non era egli libero del tutto?
E lei qua, intanto, su la poltrona, con lo splendido letto accanto - oh pazza! oh sciocca! - E non riusciva a prender sonno.
IV
No: Biagio Speranza non era andato al Caffè, come Carolinona aveva fantasticato.
Indispettito dall'insulsaggine degli amici, egli si era ritirato a casa, col fermo proponimento di partire il giorno appresso per Barcellona, e farla finita.
S'era messo a preparare l'occorrente per il viaggio, quando pensò che gli mancava il denaro per quella partenza anticipata.
E allora, di fronte a questa difficoltà materiale, convenne che, infine, non era degna di lui la fuga.
L'aveva fatta proprio grossa; s'era lasciato spingere un po' troppo oltre dal suo spiritaccio bislacco e, abbagliato da quel lampo di pazzia o di genio (tutt'uno!), non aveva pensato alle conseguenze, cioè alla somaraggine degli amici.
Ora, a questa somaraggine egli doveva pur concedere un po' di sfogo, che diamine! e sopportare in pace, con pazienza, i ragli per alcuni giorni.
Si sarebbero stancati alla fine, e l'avrebbero smessa.
Sí, sí; aveva fatto proprio male a indispettirsi, ad andarsene cosí di nascosto.
E non doveva poi abbandonare alle ire del Cocco Bertolli quella povera donna che non c'entrava né punto né poco, che sarebbe stata ai patti convenuti e non lo avrebbe mai molestato né infastidito; ne era sicuro!
- Povera Carolinona! - pensò, sorridendo.
- Con che faccia pronunziò quel sí...
Pareva che con gli occhi volesse soggiungere all'ufficiale dello Stato Civile: - "Veda un po' Lei che valore può avere...
A me, in verità, non pare che ci si possa scherzare; ma questi giovanotti han creduto che non ci fosse nulla di male, ed eccomi qua, per contentarli.
Che altro debbo fare? Scrivere, anche? Firmare?".
- Povera Carolinona! Guardò la penna, come per dire: - "Ma proprio proprio firmare?".
- Poi guardò me, indecisa.
M'è venuto di ridere e le ho indicato il posto dove doveva apporre la firma.
Che raspatura di gallina, poveretta! E quella predica, poi, dell'assessore! E tutti quegli articoli del contratto matrimoniale...
"La moglie deve seguire il marito..." - Sí, a Barcellona! A cavallo d'una scopa! Ma il fatto è, intanto, che mentre io andrò in giro per mezza Europa, lei resterà qua mia moglie, sempre, fin che campa.
Passerà un anno, ne passeranno due, tre, diventerà vecchia: sempre mia moglie.
Questo è l'inconveniente dello scherzo.
Mah! Non ci penserà piú, poverina, di qui a poco.
Bisognerà fare in modo che non ci pensino piú neanche gli altri.
Se mi seccano troppo, mi risolverò di cambiar residenza; tanto, sono uccello senza nido, e buona notte sonatori.
Si mise a letto e non tardò ad addormentarsi.
Non avendo però ajutato con un po' di moto la digestione del lauto pranzo, dormí male.
Brutti sogni! Carolinona non voleva piú sentir ragione: era moglie, sí o no? e dunque voleva far valere tutti suoi diritti, pronta, prontissima a sottostare a tutti i doveri.
Lo prendeva per un braccio, non intendeva di lasciarlo piú.
Ma come! e i patti? se era uno scherzo! - Scherzo? - Ella aveva firmato davvero.
E perciò lí! egli doveva star lí, con lei! - Infamia! tradimento! - Tutte le porte chiuse? - Calci, spintoni, pugni a tutte le porte.
Invano! Ah, che dolore, che rabbia, che angoscia...
Dietro quelle porte chiuse, asserragliate, ridevano gli amici, a crepapelle: Cariolin, lo Scossi, Cedobonis e finanche il Martinelli.
Trunfo sghignava.
Congiura infame! Lo volevano dunque morto? No, no, anche a costo di morire, no: egli non si sarebbe arreso a dormire su quel letto.
Ah, lo prendevano di forza? ve lo legavano? Vigliacchi! in tanti contro uno! Piano, piano...
Lí, alla gola, no...
Ah, lo soffocavano...
Balzò a sedere sul letto, col cuore che gli batteva in tumulto.
Maledetti!...
Che sogno! Via, via...
Trasse un sospiro di sollievo e si ricompose a dormire, dall'altra parte.
Poco dopo era a Barcellona, in sogno.
Ma l'amica ch'egli andava ogni volta a trovare - che è, che non è - gli si cangiava tra le braccia in Carolinona.
Si alzò tardi e di pessimo umore.
Lavandosi e poi guardandosi allo specchio la brutta cera, si mise a riflettere sui casi suoi.
Comprendeva che le sue stesse condizioni d'esistenza erano come tante vele spiegate che portavano di qua e di là la barca della sua vitaccia spersa, senza concederle mai riposo in un porto sicuro: la barca era ancora ben solida: ma certo non sarebbe piú cosí tra breve; era dunque necessario che almeno il suo spirito bislacco non rappresentasse piú oltre il vento furioso che investiva quelle vele già vagabonde per necessità.
Fuori di metafora: - Giudizio, Biagio!
Sarebbe andato quel giorno alla Pensione e, col suo contegno, avrebbe fatto capire agli amici che era tempo di finirla.
Prima di lui arrivarono alla Pensione, quella sera, tutti gli altri commensali, compreso Trunfo:
- Ebbene? - domandò, per prima cosa, Cariolin.
- È tornato? È venuto?
- Ah giusto! - aggiunse Cedobonis.
- Ci ragguagli, ci ragguagli...
- E non vedete? - esclamò lo Scossi, additando Carolinona:
È languida la rosa
Che il zeffiro notturno accarezzò...
- Zitti, via, zitti! - disse la Pentoni, scrollando le spalle.
- Mi hanno disfatto il lettino, e ho dovuto passar la notte su una poltrona...
- E non c'era il letto? - fece Cariolin.
- Va' là, va' là! tu vuoi darcela a bere, sposina, d'accordo con lui...
Sopravvenne Biagio Speranza, e fu assalito di domande anche lui.
- Ma certo! ma si sa! ma come no! - cominciò egli a rispondere, con faccia tosta.
- Hai avuto il coraggio di negare, tu, Carolina? Non le date retta, amici.
Sposina fresca, si vergogna.
Quando son venuto? A mezzanotte in punto.
L'ora delle fantasime.
Il portone era chiuso e lei, proprio lei che nega, mi ha buttato la chiave dalla finestra.
Perché negarlo, moglie mia? Dobbiamo dare questa soddisfazione a gli amici che s'interessano tanto della nostra felicità coniugale.
E questa sera mi vedrete anzi rimanere qua, al mio posto, da padrone di casa: e spero che basterà e d'ora in poi mi lascerete godere in pace le gioje del talamo.
Va bene cosí?
Prese posto accanto a Carolinona; ostentò, durante il pasto, tra le risa generali, tutte quelle premure, que' lezii da scimmiotto innamorato che uno sposino novello suol fare alla sposina; a chi gli domandò che nome avrebbe messo al primo figliuolo, rispose che lo avrebbero chiamato Speranzino, o Speranzina se femmina; e cosí via.
Carolinona lasciava dire, lasciava fare e rideva anche lei.
A un certo punto Trunfo, truce, domandò a Biagio Speranza:
- Mi permette Lei di seguitare a rivedere qua le mie carte?
- Senti, senti! - esclamò Cariolin.
- Gli dà del lei, adesso!
- Ma certo, - approvò lo Scossi.
- Tu non capisci nulla! Biagio è marito, ormai.
E il maestro rispetta in lui l'autorità maritale.
- Io posso anche andarmene altrove, - soggiunse Trunfo.
- Questa sera stessa, anzi, raccoglierò le mie carte...
- Ma no! - s'affrettò a rassicurarlo Biagio Speranza.
- Lei, caro maestro (se non debbo piú darle del tu), lei è padrone di fare il comodo suo di giorno e di notte.
Che c'entra! Questo è matrimonio allegro.
Lei vuol farne per forza una tragedia; ma sappia che io non sono affatto geloso.
Libero, libero, caro maestro, di fare quello che le parrà e piacerà.
Dico bene, Carolinona?
- Il signor maestro, - disse questa, un po' mortificata, - non mi ha recato mai alcun fastidio.
- E allora, va bene, - concluse Trunfo, scattando in piedi.
Fece un breve, rapido inchino, con le mani appoggiate alla spalliera della sedia, e andò via, intozzato dalla bile.
- Amici miei, - ammoní, poco dopo, Biagio Speranza, - nell'interesse di mia moglie, vi consiglio di smettere se non volete farle perdere un cliente.
Lo scherzo è bello, ma non deve poi nuocere alla tasca...
- Oh, intanto tu, senza scherzo, - raffermò Cariolin, levandosi di tavola insieme con gli altri, - mantieni la tua promessa e non prendere questa scusa.
Noi ce n'andiamo e vi auguriamo felicissima notte.
- Io - aggiunse lo Scossi, - rimarrò con Cedobonis davanti il portone a far la guardia: e puoi star sicuro che non ti faremo scappare per tutta la notte.
- State pur sicuri vojaltri che non scapperò! - rispose Biagio Speranza, accompagnando i commensali fino alla porta.
Carolinona cominciò a sentirsi su le spine, non comprendendo che cosa veramente volesse fare quel matto.
- Che scimuniti, eh? - le disse Biagio, rientrando nel salotto da pranzo.
- E son capaci di aspettare davvero su la strada, sai?
Carolinona si provò a sorridere e a guardarlo, ma abbassò subito gli occhi.
- Sai che è buffa davvero la nostra situazione? - riprese Biagio scoppiando in una sonora risata.
- Ma bisogna far cosí, per aver pace.
O non la smetteranno piú...
Aspetterò una mezz'oretta, abbi pazienza.
- Per me, si figuri...
- disse la Pentoni, senza levar gli occhi, piano.
Biagio Speranza la guardò.
Era tranquillissimo, lui, e credeva che dovesse anche lei esser cosí.
Notando però l'imbarazzo di Carolinona, scoppiò di nuovo a ridere.
Ferita da quella risata, ella alzò gli occhi e cercando di nasconder alla meglio la stizza amara sotto un sorriso, disse:
- È stata una pazzia imperdonabile, creda pure...
Lei stesso se ne accorge, ora? Non avrei dovuto lasciargliela fare...
- Ma no! - esclamò Speranza.
- Sta' tranquilla! Passerà...
- Intanto, lei dovrebbe intenderlo; - riprese ella, - mi secca...
sí, ecco...
che in questo momento la gente supponga...
- E che male c'è? - domandò ridendo Biagio.
- Non sei mia moglie? Io non posso comprometterti, mi pare.
Mi comprometto io, scusami, se mai.
- Lei è un uomo e sanno tutti che fa per ridere, - disse seria la Pentoni.
- Quantunque, se debbo dirle la verità, io non riesco piú a vedere che scherzo sia, arrivato a questo punto...
Ridono tutti di lei e di me...
- E ridiamo anche noi! - concluse Biagio - Perché no?
- Perché io non posso, - rispose pronta Carolinona.
- Capirà bene, scusi, che non può farmi piacere, che lei, per troncare uno scherzo che comincia a seccarle, sia costretto a farmi rappresentare una parte che non mi va...
- Come! - esclamò Biagio.
- La parte di moglie? Dovresti ringraziarmi, perbacco.
Carolinona s'infiammò:
- Ringraziarla, scusi, anche delle parole che lei ha detto al maestro Trunfo sul conto mio? Moglie per ridere, capisco: ma perché lei ha commesso la bestialità di darmi davvero il suo nome davanti alla legge, mi pare, non so, che lei dovrebbe, almeno almeno, mostrare di non credere a certe calunnie e non scherzarci sú...
Perché sono calunnie, sa! vilissime calunnie...
Io mi son fatta sempre gli affari miei.
Povera, sí, ma onesta, onesta! È bene che lei lo sappia.
E può star tranquillo, su questo punto...
- Ma tranquillissimo, figúrati! - la rassicurò Biagio, senz'alcuna convinzione.
- Dice proprio sul serio? - ribatté la Pentoni, guardandolo fermamente.
Biagio la guardò a sua volta; poi si lasciò cader le braccia ed esclamò:
- Mi spavento, Carolinona! Non ti credevo capace di dir la verità con tanta asseveranza e tanto calore.
Ti credo, ti credo...
ma lasciami vedere dalla finestra se sono andati via quei seccatori, e finiamola subito.
Si recò alla finestra, guardò giú nella via.
- Nessuno, - disse, ritirandosi.
- Mi dispiace che lo scherzo sia finito proprio male.
Le cose lunghe, si sa, diventano serpi.
Basta: la sciocchezza è fatta, e non ci si pensi piú.
Addio, eh?
Le porse la mano.
La Pentoni, esitante, gli porse la sua, tozza e nera, mormorando:
- A rivederla.
Appena sola, tutta vibrante dalla commozione, corse a chiudersi in camera e scoppiò in un pianto dirotto.
Biagio Speranza, fatti pochi passi, spiando nell'ombra della piazzetta innanzi al portone, invece dello Scossi e del Cedobonis, intravide il signor Martinelli che si stropicciava le mani, dal freddo.
Restò senza fiato il buon uomo nel sentirsi chiamare e poi batter forte una mano su la spalla.
- Che fa qui lei, bel tomo? Dica un po', stava forse ad aspettare che io me ne andassi, per...?
- Dio me ne guardi! Che dice mai, signor Speranza? - balbettò cosí tremante il Martinelli, che Biagio non poté tenersi dal ridere.
- Stavo...
stavo per andarmene...
- E intanto era qua! - rispose Biagio ricomponendosi e simulando severità.
Gli passò una mano sotto il braccio, e aggiunse, avviandosi: - Sú, andiamo, e mi spieghi...
- Ma sissignore...
- s'affrettò a rispondergli, impacciatissimo, il Martinelli.
- Le confesso...
giacché lei ha potuto...
sí, dico...
sospettare (Dio me ne guardi!); le confesso che mi ero trattenuto, non tanto per curiosità, quanto per...
sí, dico...
congratularmi meco stesso che lei finalmente riconoscesse la...
la...
la santità del vincolo, perché...
- E debbo proprio crederci? - lo interruppe, fermandosi, Biagio.
- Non sono proprio un marito ingannato? Lei se ne stava lí, all'ombra, come un vil seduttore, non può negarlo...
- Ma non lo dica neanche per ischerzo! - esclamò con gli occhi al cielo e forzandosi a sorridere, il signor Martino.
- All'età mia, scusi? E poi quella là...
un'onestissima donna, glielo giuro! Ma già lei non ha bisogno che glielo dica io...
È stata sempre tanto...
tanto buona con me, mi ha sempre confidato...
sí, dico...
tante cose, poverina...
Ed io perciò stavo lí, creda, a felicitarmi...
che...
- Con permesso, scusi! A rivederla! - lo interruppe di nuovo Biagio Speranza, ritraendo in fretta il braccio e accorrendo verso una donnina capricciosamente abbigliata, che usciva in quel momento da un Caffè.
Martino Martinelli rimase lí piantato in mezzo alla strada; si portò istintivamente una mano al cappello, poi seguí un tratto con gli occhi quella coppia che s'allontava ridendo sonoramente, forse di lui, forse della Pentoni, e tentennò il capo, addolorato, ferito...
V
Né la sera appresso, né le altre seguenti Biagio Speranza venne alla Pensione.
Momo Cariolin e Dario Scossi smisero, fin dalla prima sera, di tormentare Carolinona, che parlò, alla fine, un po' fuor de' denti.
Trunfo volle prendersi la rivincita, ricordando com'egli li avesse bene ammoniti di non scherzare stupidamente su una cosa che non comportava scherzi.
Cedobonis non si dava pace pensando che con quel matrimonio si era celebrato il "funerale dell'allegria", e per parecchie sere ripeté questa frase che gli pareva molto bella.
Egli solo, con la sua ostinazione da calabrese, seguitava, nonostante le preghiere di Carolinona, a soffiare, a soffiare perché il fuoco si ravvivasse e scoppiettassero ancora i bei frizzi salaci d'una volta, e diceva per esempio che non solo Carolinona ma anche la tavola era vedova, senza Biagio Speranza.
Nessuno però gli badava, ed egli si consolava in qualche modo pensando che quello scherzo madornale non poteva finir lí, che una ripresa sarebbe stata inevitabile, comunque fosse, per la prossima uscita del Cocco Bertolli dall'ospedale.
Trunfo, intanto, che aveva ripreso le sue abitudini, tra una nota e l'altra della sua opera fischiata, istigava nascostamente Carolinona a vendicarsi.
- Lo punisca esemplarmente, quel buffone.
Lo prenda nella sua stessa ragna! Lei ha commesso l'insigne bestialità di prestarsi a una siffatta buffonata e, creda, non avrà piú pace.
Bene: non ne abbia piú nemmeno lui!
A queste maligne esortazioni, la Pentoni sentiva riaccendersi in cuore il dispetto.
Vampava in lei il desiderio della vendetta; ma, poco dopo, come se quella vampata diventasse a un tratto fumo, fumo denso e lento, ella, soffocata, si nascondeva la faccia con le mani, poi scoteva amaramente il capo.
- Vendicarmi? Come?
- Lo domanda a me? - le rispondeva Trunfo.
- Faccia valere i suoi diritti.
A una donna non mancano i mezzi.
Ma ella non sapeva veramente riconoscersi alcun diritto, né vedeva alcun mezzo, per quanto si sforzasse d'escogitarne; e, alla fine, domandava a se stessa:
- Ma poi, vendicarmi di che?
I patti, egli, li aveva posti chiari, avanti.
Erano sí ingiuriosi, anzi schernevoli per lei; ma non li aveva ella accettati? Dunque, zitta.
E se non poteva, perché improvvisamente e senza alcun sospetto le era nato in cuore un sentimento non mai finora provato e che ella stessa non riusciva ancora a spiegarsi, ma da cui pur si sentiva rosa e torturata senza requie, - che colpa ci aveva lui? Una sola offesa le aveva fatto: quella di non voler credere (come tutti gli altri, del resto) alla sua onestà.
Qual vendetta per una tale offesa? Una sola, forse, se ella se ne fosse sentita capace: tradirlo, ingannarlo davvero...
Ma che! no! Pendeva piuttosto verso il Martinelli che le consigliava di prenderlo con le buone, d'intenerirlo.
- Voglia incomodarsi fino alla casa di lui, procuri di vederlo e...
sí, dico...
lo persuada almeno a tornare a desinare da lei...
Poi, con la frequenza, a poco a poco, sí, dico...
chi sa!
Carolinona lo lasciava dire, fingendo di non prestargli ascolto, poiché provava un gran conforto alle buone parole di lui, e non voleva mostrarlo.
In fine, come scotendosi da un sogno, gli rispondeva:
- Ma no, signor Martino! Crede proprio che mi convenga? Prima di tutto, chi sa come mi accoglierebbe: ha tanta paura del ridicolo...
E poi, del resto, sarebbe inutile.
La mia insistenza potrebbe fargli sospettare in me...
non so, un pensiero che non c'è...
- Ebbene, gli scriva allora! - le consigliò infine il Martinelli.
- Gli dica che venga come prima, per fare almeno...
sí, dico, l'obbligo suo, ora che quel...
sí, dico...
pezzo d'ira di Dio sta per lasciare l'ospedale.
- Ne ha notizie lei? - gli domandò Carolinona.
Ne aveva, sí, il signor Martino e gliele diede, compunto, angustiato.
Sarebbe stato libero, per disgrazia, fra due o tre giorni, quel bestione! Gliel'aveva detto un infermiere, il quale lo aveva pure informato che, già quasi convalescente, avendo saputo del matrimonio, il Cocco Bertolli aveva avuto una ricaduta, per la violenza che gli si era dovuta usare, volendo egli ad ogni costo scappare dall'ospedale.
- Pericoloso, pericoloso...
- terminò il signor Martino.
- Tanto che io, quasi quasi, vorrei consigliarla di avvisarne, senz'altro, la questura.
La Pentoni stette un pezzo a pensare, poi sorrise:
- Ma sa che è davvero buffona la sorte mia? Uno mi sposa per ridere, l'altro mi vuole per forza...
Ebbene, signor Martino, sa la nuova? io non faccio piú nulla: non voglio piú muovere neanche un dito.
Venga il Bertolli, e mi bastoni.
O vorrà forse uccidermi? Sarebbe proprio da ridere.
Lasciamo fare a Dio!
Dio, va bene; Dio è grande, onnipotente, veglia su tutti, protegge i buoni e gli oppressi; ma il Martinelli stimò pur conveniente informar lo Scossi e il Cariolin dei propositi violenti con cui il Cocco Bertolli sarebbe uscito dall'ospedale.
- Considerino che è un pazzo, signori miei, e che non ha nulla da perdere.
Fu allora deciso, dopo lungo confabulare, di mandar lo Scossi in casa di Biagio Speranza, cui nessuno, da quel giorno, aveva piú riveduto: se non si trovava in casa, lasciargli un biglietto, per avvertirlo del pericolo della Pentoni; se era partito, saper l'indirizzo per telegrafargli.
Né in casa, né partito.
Dario Scossi dovette prendere a nolo una vettura per recarsi a un poderetto della vecchia padrona di casa dello Speranza, a tre chilometri circa fuor di porta.
Biagio si trovava colà da quattro giorni e vi si sarebbe trattenuto fino alla partenza per Barcellona: aveva raccomandato alla padrona di casa di non far sapere a nessuno il suo rifugio, e la padrona di casa, come si vede, aveva mantenuto la promessa.
Ma si trattava, è vero? d'un caso molto grave.
- Gravissimo! Gravissimo! - la rassicurò lo Scossi.
Avendo forzata cosí la consegna, questi, via facendo, cominciò a sentire il bisogno di credere sul serio al pericolo che minacciava Carolinona, alla terribilità del Cocco Bertolli, per avere il coraggio di presentarsi a Biagio Speranza.
Come doveva esser lieto, quel birbaccione, in mezzo alla campagna che già si rivestiva di tenero verde.
L'aria era ancora frizzante, ma di che lieve freschezza ristorava lo spirito, e come riposavano gli occhi su quelle prime ridenti verzure!
Quando la carrozza, finalmente, si fermò dinanzi a un rustico cancello a una sola banda, sorretto da due pilastri non meno rustici, dietro ai quali sorgevano due alti cipressi, Dario Scossi era com'ebro di primavera.
Un erto vialetto saliva dal cancello, tra la vigna, sú al poggiuolo, in vetta al quale stava tra gli alberi la casina.
Che poesia! che sogno! che quiete! Il fresco d'ombra di quella poggiata a bacío era saturo di fragranze selvatiche: amare di prugnole, dense e acute di mentastri e di salvie.
Prima di sonar la campana, lo Scossi guardò un pezzo lassú; udí a un tratto acutissimi strilli di papere, poi la voce di Biagio Speranza, che chiamava allegramente:
- Nannetta! Nannetta!
Ah marrano! ah rinnegato! In pieno idillio? Si pentí d'esser venuto.
- Debbo aspettare? - gli domandò il vetturino.
- Sí, aspetta.
Suono.
Ma, prima di tirare la catena, guardò la campanella che pendeva immobile, arrugginita, dalla parte interna del pilastro, in alto.
"Ecco, - pensò - fra un minuto essa romperà l'incanto, sonando.
Tiro o non tiro?"
Tirò piano piano: il battaglio, ecco, si accostava all'orlo, lo toccava appena, senza dare alcun tintinno...
Lasciò d'un tratto la catena, e la campana squillò furiosamente.
- Fatto! Crepa! Corno d'Ernani!
Sú, in cima al vialetto, si presentò poco dopo un vecchio contadino, il quale, vedendo la vettura dinanzi al cancello, s'affrettò a discendere.
- Lei signore, chi cercate?
- Speranza.
- Che vuol dire? Ah, sissignore: sarebbe quel giovinotto...
Sta qui.
Aprí il cancello e Dario Scossi entrò.
Giunsero di nuovo, dall'alto, gli strilli delle papere, e il vecchio contadino si mise a ridere, scotendo la testa:
- Che matto! che matto!
- Biagio? che fa? - domandò lo Scossi.
- Mah, una ne fa e cento ne pensa! - rispose il contadino.
- Venga a vedere.
Fa i berrettini da soldato a quelle povere bestiole e le avvia cosí, con quelle barchette in capo, alla signora che sta laggiú alla vasca del giardino.
- Nannetta! Nannetta! - gridò un'altra volta, di lassú, Biagio.
- Eccoti Carolinona, che viene di corsa! L'ho fatta caporalessa.
- Orrore! - urlò Dario Scossi, presentandosi su la spianata.
- Dario! - esclamò Biagio Speranza, di soprassalto.
- Come! Tu qua?
E gli mosse incontro.
Ma lo Scossi si tirò un passo indietro e lo guatò severamente.
- A un'oca il nome di tua moglie?
- Oh, sta' quieto! - gli rispose Biagio scrollandosi tutto.
- Sei venuto a seccarmi fin qua? Com'hai saputo?
Lo Scossi gli spiegò allora la ragione della sua venuta, gli disse che non era giusto né onesto lasciar cosí nell'imbarazzo quella povera donna là, e che urgeva la presenza di lui alla Pensione, almeno per tre o quattro giorni, assolutamente.
Biagio Speranza sentí cascarsi le braccia.
Sopravvenne di corsa, tutta infocata in volto, con un cappellaccio di paglia sui capelli fulvi, scarmigliati, bellissimi, Nannetta; quella stessa che il signor Martinelli aveva veduto uscire dal Caffè, quella sera.
- Ebbene, Biagione? Ah, scusi: buon giorno, signore...
- Buon giorno, carina, - rispose lo Scossi, tendendole la mano.
Ma Nannetta alzò le sue al cielo:
- Non posso.
Son bagnate.
Se vuole, col permesso di lui, un bacetto qua.
E porse la guancia infocata.
- Permetti? - domandò, compunto, lo Scossi.
- Ha le mani bagnate...
- Uno solo, - rispose Biagio, funebre.
- Non c'è che dire.
Bisogna andare.
- Ti reclama tua moglie? - domandò, dolente, Nannetta con la guancia protesa, su cui lo Scossi deponeva intanto una serie di lievi bacetti.
- Oh, basta, signore: uno solo, prego! Tua moglie, dunque?
- Oh non mi seccare anche tu! - esclamò Biagio, esasperato.
- Ringrazia il tuo Dio, Scossi, che non ho in mano un bastone.
Ma vattene subito! Ritorno in città domani, perché stasera io qua mi voglio vendicare: tiro il collo a quella papera che le somiglia tanto e me la mangio tutta, a cena, con la voracità d'un antropofago.
Vattene!
Ma Nannetta volle trattenere lo Scossi a desinare.
A tavola, Biagio gli spiegò perché se ne fosse scappato.
- Non direi ancora che ella proprio mi ami, ma ci pende, sai? Chi se lo sarebbe aspettato? Capisco, sí, sono un bellissimo giovane, tanto simpatico...
Nannetta protestò, ridendo:
- Bellissimo, poi! Va' là...
Con quella pancia...
- Pancia, io? Grassotto, o diciamo meglio: robusto.
Ma poi tu non conosci colei: divento uno stecchino a paragone, cara mia.
Si vede che ci ha ripensato.
E vi assicuro che mi ha tenuto un discorso da vera moglie.
- Povera donna! - esclamò Nannetta.
- Se è vero quel che dice lei, voi tutti e tu, Biagio, specialmente, siete stati d'una crudeltà senza pari.
Via, ricompensala adesso! Credi pure che è il meglio che ti resti da fare.
Biagio Speranza non aprí bocca, ma sbarrò gli occhi e guardò Nannetta con tale espressione, che questa sorrise e ripeté:
- Povera donna!
- Basta, basta, carina! - interloquí lo Scossi.
- O non lo farai piú tornare in città.
- No, no, - disse Biagio, serio.
- La promessa è debito, e verrò.
Io voglio stare ai patti.
Ma, appena avrò finito di rappresentare la mia parte di fronte al Cocco Bertolli, partirò, cari miei, e non mi rivedrete mai piú! Mi porterò dietro, forse, la mala ventura, perché ho fatto torto al destino, il quale, come sapete, è di sua natura buffone.
A pensarci, per spasso dell'afflitta umanità esso aveva combinato un matrimonio veramente ideale: Cocco Bertolli e Carolinona.
Io, sciocco, stupido, imbecille, vado a mettergli il bastone tra le ruote.
Bisogna scontare.
Quel grand'uomo l'amava, la sua colomba, e ora dovrò metterlo alla porta.
Ne ho rimorso, credetemi; ma, l'ho promesso, lo farò.
La sera di quello stesso giorno, Dario Scossi riferí agli amici della Pensione quel che aveva fatto, dove aveva trovato Speranza e in compagnia di chi.
Cedobonis finse di scandalizzarsi per una cosí immediata infedeltà; ma lo Scossi che, senza volerlo, raccontando, s'era lasciato scappare quella notizia, gli rispose che Carolinona non doveva farsene, essendo che le mogli son fatte apposta per esser ingannate dai mariti, e viceversa - eccezion fatta, s'intende, della coppia Martinelli, unica sotto la cappa del cielo - e infine annunziò che Biagio Speranza sarebbe venuto senza fallo la sera del giorno seguente.
- La pecorella ritorna all'ovile.
VI
Tutti d'accordo: nessuna allusione al matrimonio, come se nulla fosse stato.
Biagio Speranza venne con un po' di ritardo, salutò la Pentoni e gli amici e sedette al suo solito posto.
Ci fu dapprima un po' d'imbarazzo; poi, a poco a poco, si prese a parlare del piú e del meno.
Solo il Martinelli teneva fissi su lo Speranza gli occhietti tondi da barbagianni, come se da un momento all'altro si aspettasse da lui una spiegazione di quell'indegno modo d'agire, un segno di pentimento.
Carolinona se ne stava con gli occhi bassi; di tanto in tanto però volgeva uno sguardo in giro e, se vedeva che nessuno la guardava, lanciava una rapida occhiata obliqua allo Speranza, e si turbava profondamente.
Soffriva; si sentiva soffocare; ma pur si dominava perché nessuno se n'accorgesse.
Aveva dato ordine alla serva di non aprire la porta, senza aver prima guardato dalla spia.
Se il Cocco Bertolli fosse venuto di giorno, ella doveva rispondere che la padrona non era in casa; se di sera, mentre i commensali erano a tavola, prima di aprire, doveva entrare nel salotto da pranzo ad avvisare.
A ogni scampanellata alla porta, restavano perciò tutti per un istante in attesa, e la povera donna si sentiva scoppiare il cuore dall'agitazione.
Poi riprendevano a conversare.
Dopo una scampanellata piú forte, Cedobonis osservò:
- Vedranno che non sarà lui.
Egli, certamente, tenterà prima di entrar qui di giorno e, non riuscendogli, tornerà di sera.
E cosí, senza dubbio, sarebbe stato logico; ma Cedobonis non teneva conto d'una cosa: che il Cocco Bertolli era matto.
Tanto vero, che aveva sonato cosí forte proprio lui.
La serva entrò di corsa ad annunziarlo, spaventata.
Si alzarono tutti, costernati, tranne Biagio Speranza.
- Prego, - diss'egli, calmo.
- Mettetevi a sedere.
Debbo andare io solo.
Voi continuate a chiacchierare tranquillamente qua.
Vedrete: due paroline pacate, e lo riduco a ragione.
Si alzò e si mosse; prima di uscire dal salotto da pranzo, si volse e aggiunse, alzando una mano:
- Mi raccomando, eh?
Ma la Pentoni, che si era finora contenuta a stento, scoppiò in lagrime.
Alcuni le si fecero attorno, per confortarla; altri si recarono in punta di piedi dietro l'uscio del salotto a origliare.
Biagio Speranza andò ad aprire lui stesso la porta, risolutamente; ma subito restò di sasso alla vista del Cocco Bertolli.
Non aveva piú un'oncia di carne addosso quell'infelice e gli occhi enormi da bue, in quel volto smunto, cadaverico, incutevano terrore.
Anch'egli restò, alla vista di Biagio Speranza e, atteggiando la bocca a un ghigno feroce:
- Ah! lei! - mormorò.
- Scusi, desidera? - gli domandò Biagio.
Il Cocco Bertolli serrò le pugna e lo fissò con gli occhi sbarrati; poi riprese:
- Desidererei di mangiarle il cuore.
Ma piú tardi.
Ora...
Biagio Speranza lo interruppe con un cenno della mano e una smorfia di nausea:
- Pessimo gusto, caro poeta! Meglio una buona bistecca, dia ascolto a me!
- Ora, - riprese il Cocco Bertolli, con gli occhi che parevano gli volessero schizzare, - voglio dire due sole paroline a quella signora, di là, e mozzarle le orecchie e il naso.
- Per carità! Me la sciuperebbe! - esclamò Biagio, ridendo.
- Via via, caro poeta: sappia che qui il padrone di casa, sono io, e che lei non entrerà piú, né ora né mai.
Il Cocco Bertolli, tutto fremente, si tirò il panciotto troppo agiato, e disse:
- Sta bene.
Ci vedremo giú.
Volevo soltanto ricordare a quella brava signora un certo giuramento...
- Ma non capisce, scusi, - volle fargli notare lo Speranza, - che quella signora, come dice lei, sperava, anzi era certa che lei...
sí, abbia pazienza, dovesse morire?
- Ma non son morto! - gridò il Cocco Bertolli, con feroce gioja.
- E la morte, io, capisce? io l'ho sfidata per lei!
- Malissimo! - esclamò Biagio.
- Malissimo! Via, se lo lasci dire: le pare che ne valesse proprio la pena?
- Ah, lo sa anche lei, dunque, - sghignò il Cocco Bertolli, - che è una donnaccia sua moglie?
Biagio Speranza protese le mani:
- Donnone, scusi, diciamo donnone piuttosto; per non offendere.
- Ma offendere io voglio! - rispose il Cocco Bertolli, alzando le braccia, terribile.
- Offenderla di fronte a lei, che è suo degno marito.
Buffone!
Biagio Speranza impallidí, chiuse gli occhi, poi disse pacatamente:
- Senti, Cocco.
Vattene con le buone o ti piglio a calci.
- A me?
- A te.
Anzi, guarda: ti chiudo la porta in faccia per impedirmi d'alzare il piede su un povero pazzo, che non sei altro.
E chiuse la porta.
- Vile pagliaccio! - ruggí, dietro la porta, il Cocco Bertolli.
- Ma ti aspetto giú in istrada, sai! Te la farò pagare.
Biagio Speranza rientrò in salotto, pallido ancora e vibrante dello sforzo che aveva fatto per contenersi.
- Ebbene? - gli domandarono tutti, ansiosamente.
- Niente, - rispose egli, con un sorriso nervoso.
- L'ho cacciato via.
- E t'aspetta giú! - aggiunse Cariolin, che aveva udito dall'uscio la minaccia del pazzo.
- Per carità! - gemette Carolinona, col volto nascosto nel fazzoletto.
- Per causa mia!
Biagio Speranza s'irritò di quel pianto, sentí ribrezzo della parte che stava a rappresentare e si scrollò irosamente:
- Lasciatelo aspettare.
Non gliele ho date, per miracolo; andrò a dargliele adesso!
E cercò il cappello e il bastone.
La Pentoni allora, quasi spinta da una susta piú forte di lei, sorse in piedi e gli s'appressò, in lagrime, per trattenerlo:
- La scongiuro! Per carità! Non si metta con quel pazzo.
Ci lasci andar prima gli altri.
Mi dia ascolto!
Tutti, tranne il Martinelli che tremava come una foglia e lo sdegnoso Trunfo, fecero eco alle parole di Carolinona e si proffersero d'andare avanti.
Biagio Speranza si arrabbiò, si fece largo con violenza e gridò:
- Ma insomma, per chi mi prendete?
E s'avviò.
Gli altri lo seguirono.
Giú per la scala egli si volse e li pregò di nuovo, con le buone, di restare.
- Voi cosí, - disse loro, - mi fate perdere la pazienza.
Credete sul serio che io alzi le mani su quel povero disgraziato che esce adesso dall'ospedale, se egli proprio non mi metterà con le spalle al muro? Dunque statevene qua, vi prego! non vi fate vedere, perché se egli vi vede, si metterà a predicare.
Non aggravate il ridicolo della mia posizione.
Dario Scossi allora fe' cenno agli amici di fermarsi e di lasciare andar solo, avanti, Speranza.
Poco dopo, ripresero a scendere la scala e si fermarono nell'androne a spiare.
Cariolin, che si trovava innanzi a tutti, sporse un po' il capo dal portone: Biagio e il Cocco Bertolli parlavano, poco discosti, animatamente; ma, a un tratto, Cariolin vide il Cocco Bertolli alzare una mano e appioppare un solennissimo schiaffo allo Speranza.
Tutti allora si slanciarono a spartire i due furibondi che già avevano alzato i bastoni.
Carolinona, che se ne stava alla finestra, cacciò uno strillo e si rovesciò indietro, svenuta, tra le braccia tremanti di Martinelli, mentre Trunfo, attirato dalle grida della strada, s'affrettava ad uscire, ripetendo a schizzo
- Forte! Rotture! Pagliacci!
Biagio Speranza, piangendo dalla rabbia e divincolandosi, gridava agli amici che lo trattenevano:
- Lasciatemi! Lasciatemi!
- Ai suoi ordini! - urlava, di là, pur trattenuto e trascinato via, il Cocco Bertolli, tra la confusione de la folla accorsa da ogni parte.
- Ai suoi ordini! Al Caffè dello Svizzero! E intanto si tenga questo per caparra! Ne vuole ancora? Ne vuole ancora?
Dario Scossi, Cedobonis e Cariolin riuscirono finalmente a condur via Biagio Speranza, che farneticava:
- Bisogna che l'ammazzi! Bisogna che l'ammazzi! Due di voi: tu, Scossi, e tu, Cariolin, subito andate a trovarlo.
Bisogna che l'ammazzi.
Per quanto sia ridicolo, atrocemente ridicolo, un duello con quel miserabile, a causa di quella donna là, bisogna che mi batta, perché se no, vedendolo, lo ammazzo come un cane...
Andate, andate.
Io vi aspetto a casa.
I tre amici cercarono di sconsigliarlo, di persuaderlo a non dare importanza all'accaduto.
Si trattava, in fin de' conti, dell'aggressione d'un pazzo.
Ma Biagio Speranza non volle sentir ragioni:
- M'ha dato uno schiaffo, volete capirlo? Volete che mi sporchi le mani e vada a finire in galera?
Montò in vettura per rincasare, mentre lo Scossi e Cariolin, seguiti da Cedobonis - serio, placido e curioso - si recavano a trovare il Cocco Bertolli al Caffè dello Svizzero.
Lo trovarono lí, tronfio nello squallore della sua orrenda miseria, esultante, che narrava l'avventura, tra le risa de la folla che lo aveva seguito.
Lo Scossi si fece avanti e lo invitò a venir fuori.
- Subito! agli ordini! - rispose egli, avviandosi.
- Pistola, spada, sciabola: quello che vogliono, a loro scelta! Ma anche con le mani o coi piedi, subito!
Lo Scossi gli fece capire che c'era bisogno di due altri con cui intendersi per le modalità dello scontro.
- Io non conosco nessuno! - protestò il Cocco Bertolli.
- Vorrei poter mandare al signor Speranza due miei amici: Erostrato e Nerone, ma sono morti, purtroppo! Mi trovino adesso loro stessi due mal vivi: non voglio impacciarmi di codeste miserie.
- Io potrei assistere, nella mia qualità di medico, - disse Cedobonis.
- Ma come si fa? Ho lezione al liceo...
Dario Scossi allora e Cariolin, insieme col Cocco Bertolli, si misero in cerca di due padrini, che non fossero propriamente Erostrato e Nerone.
Biagio Speranza aspettava, fremente, in casa, da circa un'ora, quando - a una scampanellata - invece dello Scossi e del Cariolin, si vide innanzi alla porta Nannetta che, avendo saputo in un Caffè della rissa, veniva a domandar notizie.
- Ma sí, schiaffeggiato! - le disse Biagio.
- Vieni, entra, Nannetta.
Ce ne stavamo tanto bene, noi due, in campagna, non è vero? L'ho fatta troppo grossa, che vuoi? Bisogna pagare, te l'ho detto...
- Un duello? - gli domandò, angustiata, Nannetta.
- Per forza.
Schiaffeggiato, ti dico.
- Dove?
- Qua.
Nannetta gli posò un bacio su la guancia.
- Caro, e se ti ammazzano? Non ci pensi?
- No, davvero! - disse Biagio, alzando una spalla e recandosi a guardare dalla finestra, impaziente.
Nannetta lo seguí, ma invece di guardar giú nella strada si mise a guardare in alto le stelle che sfavillavano fitte nel cielo senza luna.
Sospirò e disse:
- Sai, Biagio, che non vorrei davvero che tu facessi questo duello?
Colpito dalla strana espressione della voce di lei, Biagio le domandò, con un sorriso sforzato:
- Ti preme tanto di me?
Nannetta si strinse ne le spalle, sorridendo, mesta; socchiuse gli occhi e rispose:
- Che so...
Non vorrei...
- Sú! - esclamò Biagio, riscotendosi.
- Senza malinconie! Ho un po' di Marsala: beviamo! Devo aver pure biscotti, aspetta...
Poi mi ajuterai a preparar le valige.
Domani, dopo aver dato una buona lezione a quel cane, partenza!
- Per sempre?
- Per sempre.
Prese la bottiglia del Marsala, i biscotti, e invitò Nannetta a sedere, a bere.
Una nuova scampanellata alla porta.
- Ah, ecco, - disse Biagio.
- Saranno loro!
Era invece il signor Martino Martinelli, che pareva ridotto l'ombra di se stesso, cui ciascuno con un soffio avrebbe potuto far volare di qua e di là, come una piuma.
- Venga, venga avanti, signor Martino carissimo! - gli disse Biagio, battendogli una mano dietro le spalle.
- Chi lo manda, eh? Scommette che l'indovino? Mia moglie!
Nannetta scoppiò a ridere nel vederlo restare con quel palmo di naso, alla vista di lei.
- Non ridere, Nannetta, - disse Biagio.
- Ti presento il prototipo dei mariti fedeli, il signor Martino Martinelli, primo naso assoluto.
Dica, signor Martinelli, alla mia signora moglie, che mi ha trovato sano, innanzi a un buon bicchiere di vino e accanto a una leggiadra donnetta.
Non starnuti! Vuol bere?
- Mi...
mi scusi, - balbettò indignatissimo, lappoleggiando, il signor Martino.
- Permetta che io le...
le dica che lei...
sissignore...
di...
disconosce, sí, dico, indegnamente...
sissignore...
un cuore...
un cuor d'oro, che in questo momento pal...
sí, dico...
palpita per lei.
Buona sera.
E me ne vado.
Le risa di Biagio e di Nannetta lo accompagnarono fino alla porta; ma il signor Martino si sentí sollevato, dopo quello sfogo, in una sfera eroica, e se ne andò col naso al vento, come una tromba guerriera.
VII
Giannantonio Cocco Bertolli giunse primo al luogo designato per lo scontro, in compagnia del medico e de' due ufficialetti d'artiglieria, amici di Cariolin, che si erano prestati a far da padrini.
Era tranquillissimo.
Lodò, da buon poeta, il dolce mattino d'aprile.
Zeffiro torna e il bel tempo rimena...
Lodò i gorgheggi degli uccelli che salutavano il sole; aspirò con voluttà l'odor di resina che esalavano i pini e i cipressi de la villa signorile; recitò un'odicina d'Anacreonte da lui tradotta, e infine narrò ai due ufficialetti, che se lo godevano, l'apologo delle oche e della gru migrante.
Egli era una gru: cioè un pazzo per le oche.
- Perché non ho ciotola, né becchime, intendono? Da jeri, o miei signori, nel mio stomaco abbiosciato, non entra cibo.
Acqua: ho bevuto acqua nelle pubbliche fontanelle.
Diogene, o miei signori, aveva un ciotolino, ma quando vide un ragazzetto far mano cupa e bere, ruppe il ciotolino e bevve anche lui nella mano.
Cosí faccio anch'io.
Non so se oggi mangerò, dove dormirò stasera.
Forse mi presenterò a qualche fattore di campagna.
Zapperò.
Mangerò.
Ma cosí, sciolto da ogni vincolo, in questa piena, sublime libertà che m'inebria e che naturalmente deve parer follia agli schiavi delle leggi, dei bisogni, delle consuetudini sociali.
Spaccherò tra poco il cranio a quell'imbecille che ha tentato d'attraversarmi la via, e quindi metterò mano al mio gran poema: L'Erostrato.
Giunsero, poco dopo, Biagio Speranza, Dario Scossi e Momo Cariolin, con un altro medico.
Biagio Speranza era molto nervoso; il pensiero di battersi con quel pazzo, da cui s'era preso uno schiaffo, lo avviliva.
Ma voleva tuttavia mostrarsi ilare, per non dare importanza a quel duello: grottesco epilogo d'una buffonata.
Aveva già preparato in casa le valige e tutto l'occorrente per la partenza.
Ora avrebbe dato o ricevuto uno sgraffio, e tutto sarebbe finito lí.
N'era tempo, perbacco!
La direzione dello scontro toccò in sorte all'ufficialetto che fungeva da primo testimonio.
Ma già pareva che tutto si facesse all'amichevole.
Scelto il terreno, misurato il campo, i due avversarii furono invitati a prender posto, l'uno di fronte all'altro.
- Prego, - disse l'ufficiale al Cocco Bertolli, - bisogna che si cavi la giacca.
- Gliel'ho detto, - aggiunse, sorridendo, l'altro ufficiale.
- Ma non se la vuol cavare...
- Per forza? - domandò cupo il Cocco Bertolli.
- Ebbene, ecco qua: non me n'importa!
Si cavò di furia la giacca e la buttò per terra, lontano.
Nel vedergli la camicia sbrendolata e sudicia, sforacchiata ai gomiti, provarono tutti una penosissima impressione: avvilimento, ribrezzo e pietà insieme; si guardarono negli occhi, come per domandarsi l'un l'altro se non fosse proprio il caso di mandar tutto a monte.
Ma il Cocco Bertolli, che aveva già la sciabola in pugno e fremeva, domandò, fieramente accigliato:
- Dunque?
- In guardia! - disse allora l'ufficiale.
Subito il Cocco Bertolli si slanciò, come un tigre, con terribile furia, mulinando la sciabola e vociando, addosso all'avversario.
Biagio Speranza, cosí investito, ancora sotto quella penosa impressione, indietreggiò, parando alla meglio la tempesta dei colpi.
Avrebbe potuto facilmente lasciarlo infilzare, tenendo ferma e diritta la sciabola, in un subito arresto: ma scacciò tosto la tentazione, e seguitò a parare.
A un tratto, nella furia, al Cocco Bertolli cadde di mano la sciabola.
- Basta!- gridò l'ufficialetto che dirigeva lo scontro.
- Basta! - ripeterono gli altri, fortemente costernati della violenza del pazzo, oppressi dalla minaccia d'una imminente sciagura.
- Che basta! - disse, ansante, il Cocco Bertolli.
- Vogliono approfittarsi di una disgrazia? Me ne appello al mio avversario, a cui non credo che possa bastare una cosí magra soddisfazione.
Biagio Speranza si chinò a raccogliere la sciabola caduta e la porse cavallerescamente al Cocco Bertolli:
- Ecco: a lei!
Poi guardò gli amici, come per dire: "Vedete a che m'avete condotto?".
- E l'irritazione nervosa gli crebbe.
Se, la sera avanti, dopo lo schiaffo a tradimento, glielo avessero lasciato bastonare per bene, non si sarebbe trovato ora nella dura necessità di uccidere quel povero pazzo, cosí malandato e miserabile, o di farsi uccidere da lui.
Al comando del secondo assalto, egli volle risolutamente tener fronte all'avversario.
Il Cocco Bertolli però gli fu subito sopra con un impeto raddoppiato.
- Alt! - gridò l'ufficialetto.
Ma già, nel fulmineo scontro, Biagio Speranza era stato colpito, e a un tratto cadde per terra, con le mani avvinghiate al petto e una sghignazzata che gli gorgogliava nella strozza.
Guardò i quattro padrini e i medici accorsi, si provò a dire: - Nulla...
- ma, invece della parola, ebbe uno sbocco di sangue, e s'abbandonò, atterrito.
Riscossi dal primo orrore, quelli si chinarono su lui; pian piano lo sollevarono, lo trasportarono, con la massima cautela, nella casetta del guardiano de la villa, ove lo deposero su una branda.
I medici credettero dapprima che egli non avesse che pochi minuti di vita; gli apprestarono non di meno le prime cure, alla meglio, e attesero, angosciati, sgomenti.
Passò un'ora, ne passarono due, e poiché la morte non sopravveniva, uno dei medici propose di mandar qualcuno in città per una barella: c'era sí pericolo che il moribondo spirasse per via; ma, d'altra parte, lí in quell'antro, non poteva rimanere.
Cosí Biagio Speranza, verso sera, fu trasportato a casa, tra la vita e la morte.
Lo attendevano in lagrime, insieme con la vecchia padrona di casa, la Pentoni e Nannetta.
Ma questa, poco dopo, passata la prima confusione, fu mandata via garbatamente dallo Scossi.
- Non conviene, con conviene che tu sia qua, carina...
Ella non replicò; volle tuttavia, sotto gli occhi di Carolinona, posare un bacio su la fronte del ferito, che giaceva privo di sensi, avvampato dalla febbre.
- Ah se lei ci avesse lasciato lí! - disse poi, piangendo, allo Scossi, nell'andarsene: - Povero Biagio! Me lo diceva il cuore! Ma gli levino pure quella mal'ombra d'accanto: vedova, prima d'esser moglie.
- Speriamo di no! - fece lo Scossi.
- Speriamo! - ripeté Nannetta.
- Ma, se egli apre gli occhi, muore disperato, nel vedersela accanto.
Mentre Nannetta proferiva queste parole, la Pentoni nell'altra stanza si toglieva dal capezzale del letto, intendendo da sé che la sua vista non sarebbe riuscita in quel primo momento accetta al ferito.
Ella aveva sí desiderato ardentemente che egli fosse ritornato alla Pensione, ma non aveva detto neppure una parola, né fatto un passo per spingerlo a ritornare; sarebbe stata perciò una vera ingiustizia chiamar lei responsabile di quella sciagura: egli per il primo avrebbe dovuto riconoscerlo, egli che la aveva forzata, proprio forzata, a commettere quella pazzia.
Non avrebbe dunque dovuto provar nemmeno orrore alla vista di lei, lí al suo capezzale, né nutrir rancore.
Ma Carolinona, col suo cuore, intendeva che è un bisogno quasi istintivo affibbiare agli altri la colpa dei proprii danni, e si ritrasse nell'ombra a vegliare, a prestar le cure piú appassionate, senza alcuna lusinga di compenso.
Voleva soltanto, desiderava e pregava, che egli guarisse: e niente per sé, neppur la gratitudine, neppure che egli sapesse di avere avuto nascostamente le cure di lei.
Dario Scossi, Cariolin, Cedobonis, dopo i primi giorni, vedendo che il ferito accennava un po' a migliorare, cominciarono a insistere perché ella si désse qualche ora di riposo.
Ma insistettero invano.
- Non mi fa nulla: ci sono avvezza - rispondeva loro Carolinona.
Un giorno Dario Scossi la guardò e non gli parve piú tanto brutta.
Il cordoglio e l'amore, disperati entrambi, pareva che l'avessero trasfigurata.
Quegli occhi, per esempio, cosí intensi di passione - ella non lo sapeva - ma eran proprio belli, in quel momento.
Nel vedersi guardata con simpatia, Carolinona gli sorrise appena, mentre gli occhi le si riempivano di lagrime.
E quel sorriso a Dario Scossi parve sublime.
Man mano, per le veglie eroicamente durate per circa un mese, lí, intenta, come una madre e un'amante insieme, al capezzale dell'infermo, quand'egli riposava, pronta a ritirarsi nell'ombra, appena egli si destava, Carolinona perdette anche la pinguedine; e, illuminata quasi, internamente, dalla gioja di saperlo salvo alla fine - bella, proprio bella, no; ma - a giudizio di tutti - era divenuta una moglie piú che possibile.
- E poi, - soggiungevano - se l'è guadagnato: c'è poco da dire.
L'ha rimesso al mondo, e Biagio è cosa sua, ormai.
Ma ella non volle credere alla propria felicità, fino a tanto che lui, ancora a letto, ma già entrato in convalescenza, non la chiamò a sé e non le disse, con voce tremante di tenerezza, guardandola negli occhi e stringendole la mano:
- Mia buona Carolina...
LA MESSA DI QUEST'ANNO
Debbo compiangere veramente la mia povera vecchia zia Velia di Cargiore per un gran cordoglio che le è toccato quest'anno e di cui si mostra inconsolabile, perché prevede che non le passerà piú e le amareggerà orribilmente il pensiero, prima cosí dolce, della prossima morte, se il vescovo...
se Monsignore non ci porta rimedio.
Monsignore, sí: perché il cordoglio di zia Velia, condiviso da tutti i fedeli di Cargiore, è cagionato dal nuovo curato venuto quest'anno.
Un uomo d'altri tempi, per compiangere una sua vecchia zia dall'anima candida, primitiva, afflitta da un dolore di questo genere, avrebbe trovato certamente parole semplici, espressioni tenere, qualche ragione alla buona, spontanea, a lei comprensibile.
Ma io, uomo di oggi, a lei come a lei non ho saputo dir nulla, e ora per compiangerla m'immergo in certe riflessioni...
Auff! Che tempo! Che afa!
Dicono che le grandi macchine moderne hanno nei loro lucidi, possenti, complicatissimi congegni una loro particolare bellezza.
E sarà cosí.
Dal canto mio, confesso che l'ammirazione per questi bellissimi mostri usciti con sí strane forme dal cervello dell'uomo è rattenuta in me da una specie d'angoscioso ribrezzo; e il rispetto che l'uomo m'ispira per queste sue solide magnifiche invenzioni è commisto a una certa diffidenza, non lieve, ed a profonda costernazione.
L'anima dell'inventore è là, nella macchina.
Altrimenti essa non si moverebbe.
Ci fu un momento, dunque, che l'inventore si sentí dentro, nel cervello, tutta questa deliziosa complicazione di ruote dentate e di stantuffi e di leve e di corregge, questo bel mostro d'acciajo, sbuffante, dal complesso movimento saldamento imprigionato in sé.
Non c'è da costernarsi? Da diffidare? Avere, per esempio, quella ruota là, nel cervello, che farebbe chi sa quanti chilometri all'ora, a lasciarla andare, e non impazzire; aver quello stantuffo là, che dà senza posa quei cupi tonfi strani, e non sentirsi scoppiare il cuore...
Si celia? La tortura a cui l'uomo sottopose il cervello nell'inventare, nel concepire quella macchina, ora è là, visibile, perpetuata in essa.
E non c'è da soffrire, ammirandola? Forse i miei nervi son malati; ma io provo angoscia e ribrezzo.
Me ne incuté però infinitamente di piú un'altra macchinetta invisibile, che l'uomo da secoli e secoli porta in sé, non inventata propriamente da lui, ma dalla natura che ci vuol tanto bene.
Essa comincia ad agire in noi, quando abbiamo raggiunto una certa età.
Avremmo tutti dovuto, per la salute nostra, lasciarla irrugginire, non muoverla, non toccarla mai; ma sí! certuni si son mostrati cosí orgogliosi, stimati cosí felici di possederla, che si son mossi a perfezionarla con ogni cura, con zelo accanito, sicché ora essa è divenuta il nostro supplizio maggiore.
Ma se Aristotile ci scrisse sopra perfino un libro, un grazioso trattato che si adotta ancora nelle scuole, perché i fanciulli imparino presto e bene e baloccarcisi...
È una specie di pompa a filtro, che mette in comunicazione il cervello col cuore; e la chiamano Logica.
Il cervello pompa con essa i sentimenti del cuore, e ne cava idee.
Attraverso il filtro il sentimento lascia quanto ha in sé di caldo, di torbido; si refrigera, si purifica, si idealizza.
Un povero sentimento, destato da un caso particolare, da una contingenza qualsiasi, spesso dolorosa, pompato e filtrato dal cervello per mezzo di quella macchinetta, diventa idea astratta, generale, e che ne segue? Ne segue che l'uomo non deve soltanto soffrire di quel caso particolare, di quella contingenza passeggera; ma deve anche attossicarsi la vita con l'estratto concentrato, col sublimato corrosivo della deduzione logica.
E molti disgraziati credono tuttavia di guarire cosí di tutti i malanni che ci procura la vita, e pompano e filtrano, pompano e filtrano finché il loro cuore non resti arido come un pezzo di sughero e il loro cervello non sia come uno stipetto pieno di quei barattolini che portano su l'etichetta nera un teschio e due stinchi in croce, con la leggenda: Veleno.
*
Ho avuto la buona ventura d'imbattermi in uno di questi tali, durante il viaggio da Roma a Cargiore.
Era un uomo su i sessant'anni, smilzo, altissimo di statura, ma tutto gambe.
Sedeva su la schiena con quelle gambe sperticate, magre, a cavalcioni e attorcigliate l'una sull'altra, la testa piccolissima affondata nel petto cavo.
Gli spiccavano stranamente nel volto squallido, giallognolo, malaticcio, gli occhi neri, acuti, d'una vivacità straordinaria.
Costui, non avendo piú nulla da pompare e da filtrare in sé, pompava e filtrava dal cuore altrui, vorace come un vampiro, con quella sua macchinetta micidiale.
Mi vide afflitto durante il viaggio e suppose ch'io fossi cosí perché mi toccava a passare in treno la notte di Natale.
Schiuse le labbra a un dolcissimo sorriso e disse:
- Domani, Natale, eh?...
Sciocchezze! Già è provato scientificamente che noi ci ostiniamo in un grossolano anacronismo.
Ho letto nei giornali i calcoli di quell'astronomo...
come si chiama? non ricordo piú il nome...
sí, i calcoli sul ritorno periodico della cometa che videro i famosi Magi? Gesú di Nazareth, insomma, non nacque certamente in questo giorno, né 1904 anni fa.
Questo è positivo.
E poi, via! a questi lumi, dopo tanti secoli...
E seguitò per un pezzo, indugiandosi nella consolantissima dimostrazione che il giorno di Natale è alla fin fine un giorno come tutti gli altri, né piú né meno.
Ebbi l'ingenuità di fargli osservare che la precisione della data importava poco veramente, non trattandosi di una dissertazione storica, ma di una festa, ormai piú familiare, in fondo, che religiosa.
Il venticinque di dicembre non era dunque un giorno come tutti gli altri, se per tanta gente rappresentava il caro e mesto ricordo d'una gioja lontana o la promessa d'una gioja ventura.
- Che passerà! - s'affrettò a pompar colui, storcigliando le gambe e attorcigliandosele di nuovo, inversamente.
- Ricordi di gioja? Promesse di gioja? Ah, signor mio! L'afflizione del jeri e la delusione di domani! Ma perché? Ma meglio niente!
Eh sí, difatti era felice, lui, con quella faccia là, con quel niente nel cuore e con tutti quei barattolini di veleno nella cassetta del cranio.
Per fortuna, mi lasciò presto in pace.
Ma non mi aspettavo di trovare il lutto a Cargiore, a causa del nuovo curato, che - a quanto ho potuto arguire - dev'essere un messer tale da fare il pajo con questo mio compagno di viaggio.
Un uomo terribilmente logico.
Per me, debbo dirlo, è una gran pena ritornare a Cargiore, dove di tutta la mia famiglia non trovo ormai che la zia Velia.
Ci vado per lei, povera vecchina! Ma ella non basta, ahimè, a riempire il vuoto ch'io sento in quella mia casa antica.
E lei lo sa, poveretta, e ogni anno, per Natale, si fa in quattro per accogliermi con la massima festa, mi prepara i cibi tradizionali della nostra famiglia, mi vessa, quasi, di cure, nei tre giorni che passo con lei.
Quest'anno, trattenuto dagli affari, non son potuto partire all'antivigilia per assistere colla mia cara vecchietta alla messa di mezzanotte e far quindi il cenone con lei e la famiglia Prever, da tanti anni amica di casa nostra.
Sono arrivato la mattina del venticinque, e ho trovato la povera zia Velia in lagrime e desolata.
Credetti dapprima che fossi io la cagione di quelle lagrime e volli scusarmi del ritardo con cui arrivavo; ma zia Velia m'interruppe subito, angosciata:
- No, sai? No! Anzi hai fatto bene a non venire...
È finita la festa! Non se ne fa piú...
È finito tutto! Come se Nostro Signore non fosse nato tant'anni come oggi...
Nessuno deve far festa...
Di là, dice, di là! Niente capponi, niente pan giallo...
niente di niente...
Non t'ho preparato nulla, sai? figliuolo mio! Dopo, dice...
alla nostra morte...
di là!
- Chi lo dice? - esclamai io, stordito e costernato, temendo che la mia povera vecchina fosse già andata un po' via col cervello.
- Lui, don Grotti...
- mi rispose, tra due singulti.
- Il nuovo curato?
- Sí.
Ah, Signore Iddio!
E scoppiò in un piú dirotto pianto, affondando il volto nel fazzoletto.
Quando si fu sfogata cosí alquanto, prese a narrarmi le belle prodezze di questo don Grotti, niente capponi, niente pan giallo...
niente di niente.
Appena giunto a Cargiore, sei mesi or sono, don Venanzio Grotti, savojardo, cominciò a spogliar la cura di tutte le "delicatezze" che le fedeli parrocchiane avevano offerto in dono al vecchio curato defunto - sant'anima.
Via tende, via cortine trapunte, via dal letto parato a padiglione, via tappetini di lana, via candelabri, via tutto!
È rimasto, dice zia Velia, con un letticciuolo, un tavolino, una cassapanca e tre seggiole impagliate.
E fece seccare e poi strappare tutte le piante del giardinetto della cura, allevate e custodite con tanto amore dal vecchio don Anselmo Lais.
E quindi, non contento ancora, si mise a spogliar la chiesa.
- E il denaro?
- In limosine...
Sí, ma spogliar la Madonna degli ori antichi, preziosi, toglier le candele agli altari, le frange ai paramenti sacri, il merletto ai mensali, le brusche d'oro alle pianete e ai manipoli.
Una stalla, una stalla: ha ridotto la chiesa una stalla!
- Perché in una stalla nacque nostro Signore Gesú Cristo, hai capito? E in una stalla davvero l'ha fatto nascere, jersera! S'è messa la pianeta piú brutta; pareva uno straccione innanzi a quel povero altare senza luminaria, con quella tonaca inverdita che gli lascia scoperti, con licenza parlando, i fusoli delle gambe e con quelle scarpacce da contadini su la predella nuda, senza uno straccio di tappeto...
Oh santo nome di Dio! E non è una profanazione codesta? Trattar cosí il Bambino Gesú? il nostro Redentore? E se sentissi, che prediche! Dice che Lui, Gesú, vuole cosí; che volle nascere Lui, apposta, in una stalla...
E magari sarà vero! Ma dobbiamo per questo farlo nascere anche noi in una stalla? Ti par giusto, Martino mio, ti par giusto? E ci ha proibito di fare il cenone, "di far carnevale", come lui dice; ci ha ingiunto di far penitenza anche oggi, perché siamo tutti ridivenuti pagani.
Penitenza! Penitenza! Questa, dice, sarà la piú bella festa per Gesú Bambino!
- E tu hai obbedito? - le domandai, indignato.
- Per forza! - esclamò zia Velia, giungendo le mani.
- Se è il nostro pastore!
Mi nacque una vivissima curiosità di conoscere questo terribile prete, che cruciava cosí crudelmente i suoi fedeli.
Ma, per quanto, ivi a poco, girassi dall'uno all'altro ceppo di case tra i prati e le acque scorrenti del mio villaggetto lassú tra le prealpi, non mi venne fatto d'incontrarlo.
Mi parve però di veder l'anima sua in tutto quello squallore, in tutta quella desolazione invernale.
Tra i borri e per le zane mi parve che l'acqua si lagnasse di lui.
E non un suono di festa in tutte quelle misere case!
La cupa logica del prete aveva fatto il silenzio, aveva assiderato il villaggio.
Ah, chi sa quante povere vecchie, intanto, in quelle case, piangevano come zia Velia e pensavano che la casa del Signore, almeno quella, se la loro è cosí squallida e nuda, la casa del Signore dev'essere bella e ricca e luminosa; che la Madonna, almeno lei, se gli abiti loro son cosí logori e rozzi, la Madonna deve avere un magnifico manto di seta sopraffina a stelle d'oro e ai polsi e al collo e agli orecchi gemme preziose; che se di ferro sono i loro dolori, di ferro gli attrezzi delle loro aspre fatiche, d'argento schietto dev'essere almeno lo spadino che passa il cuore dell'Addolorata, d'argento la corona di spine, d'argento i chiodi del divino Crocifisso; pensavano che se anche la fede doveva cosí cruciarle e opprimerle, se anche in essa non dovevano piú trovar conforto, una parola di pace e d'amore, la loro esistenza, già per sé cosí triste e cosí amara, sarebbe divenuta davvero insopportabile.
Ma io son sicuro che il vescovo ci porterà rimedio e presto.
Coraggio, zia Velia! Coraggio, mio villaggetto natale! Questo prete don Grotti è troppo logico e non può aver fortuna, segue troppo alla lettera l'insegnamento di Cristo.
Pompa e filtra troppo.
Niente capponi, niente pan giallo...
niente di niente.
Ma non intende che se Cristo fu logico, quando, per togliere a Dio la responsabilità del male, spostò la finalità suprema dalla terra al cielo, piú logico di Cristo fu poi il Cattolicesimo, il quale si avvide bene che gli uomini non potevano per un premio non ben sicuro di là, oltre la vita, durare a lungo nell'amara e dura rassegnazione e nel disprezzo dei beni di quaggiú e volle la pompa, volle le feste...
e tant'altre cose volle e permise.
Via, non vorrà essere Monsignore buon cattolico?
STEFANO GIOGLI, UNO E DUE
Stefano Giogli aveva sposato prestissimo, senza neanche darsi il tempo di conoscer bene colei che doveva diventare sua moglie; non ne avrebbe avuto del resto la possibilità, preso com'era stato tutto da uno di quei folli desiderii, che certe donne suscitano a loro insaputa, a prima giunta; per cui si perde ogni discernimento, ogni lume, e non si ha piú requie, finché non si arrivi ad averle tra le braccia, perdutamente.
L'aveva veduta una sera in casa d'una famiglia amica, di buoni veneziani da molti anni stabiliti a Roma.
Non era piú stato in quella casa da parecchi mesi: vi si faceva troppa musica, e con quell'aria insoffribile di celebrare un mistero sacro, in cui soltanto gl'iniziati potevano penetrare: sonate e sinfonie tedesche e russe, notturni e fantasie polacche e ungheresi: ira di Dio, per Stefano Giogli, ira di Dio e vero peccato, perché - vegnimo a dir el merito - senza questa mania, quel caro sior Momo Làimi, quella cara siora Nicoleta, con la loro Marina e il loro Zorzeto sarebbero stati la piú brava e graziosa gente del mondo.
Ve lo aveva trascinato quasi per forza quella sera un amico, pittore veronese, arrivato a Roma quel giorno stesso col genero del Làimi, vedovo, il quale era venuto a lasciare in casa dei nonni per qualche mese la figliuola, veronesina, fior di putela, e co pulita!
S'era fatta musica, sí, anche quella sera; ma non tanta.
La vera musica, per tutti, era stata la voce di Lucietta Frenzi.
I vecchi nonni la ascoltavano, beati; la siora Nicoleta, coi mezzi guanti di lana e le punte delle dita intrecciate, piangeva finanche, dalla gioja, dietro gli occhiali d'oro a staffa, scotendo tutti i riccioli argentei, che le scendevano angiolescamente su la fronte; sí, sí, piangeva e pregava il marito che la lasciasse piangere, perché le pareva proprio di sentir parlare la sua povera figliuola morta: ma la stessa voce, ma lo stesso fuoco, lo stesso impeto, ciò! con quelle mossettine a scatti, con quelle risate che svanivan d'un tratto, e quelle scossette nervose del capo, che le facevan traballare ogni volta le ciocche d'oro ricciute e i fiocconi di seta nera.
Oh bella! oh cara!
Le erano tutti intorno, vecchi, giovanotti, signore e signorine, a pungerla, ad aizzarla con le domande piú disparate; e lei, là, imperterrita, teneva testa a tutti, parlando un po' in lingua un po' in dialetto; e su qualunque argomento aveva da dir la sua, con una padronanza che non ammetteva repliche; e bisognava sentire, allorché certe risposte sferzanti sollevavano un coro di proteste, con qual recisione affermava:
- Ma sí, è questo! È cosí! È proprio cosí.
Questo, questo, questo...
Non poteva essere diversamente.
Nessuno doveva attentarsi di veder uomini e cose in altro modo.
Eran cosí, e basta.
Lo diceva lei.
Per chi era fatto il mondo? Era fatto per lei.
Perché era fatto? Perché lei se lo foggiasse a piacer suo.
E basta.
Stefano Giogli aveva preso a dir sí quella sera stessa, sí per ogni cosa, accettando ciecamente, senza il minimo contrasto, quella padronanza assoluta.
Eppure egli aveva le sue opinioni, che credeva ben ferme, e che all'occorrenza sapeva sostenere e far valere; aveva i suoi gusti; un suo particolar modo di vedere, di pensare, di sentire; né per la sua condizione di giovanotto ricco, indipendente, liberissimo di sé, e per la educazione che aveva saputo darsi, per la varia e non comune coltura di cui s'era adornato lo spirito, poteva dirsi di facile contentatura.
Tutt'altro! Era passato sempre, anzi, per un incontentabile.
Stanco di far bella figura nei salotti e nei circoli, a un certo punto, forse a un richiamo degli occhi, che in mezzo ai sollazzi piú graziosi della buona compagnia gli erano rimasti sempre malinconici (anche il destro, quantunque fieramente deformato da una grossa caramella cerchiata di tartaruga); o forse perché gli era arrivato agli orecchi che qualche maligno, a causa del suo pallore, della sua elegante esilità, de' suoi capelli fitti, lucidi, d'un nero d'ebano, spartiti in mezzo al capo e lisciati, e di quegli occhi malinconici, lo aveva definito una ben curata personificazione del lutto; si era appartato per un pezzo dal mondo; s'era messo a studiare sul serio, o piuttosto, aveva ripreso gli studii interrotti.
Ma sí! Perché era stato finanche, per due anni, studente di medicina.
E anzi, poiché le prime nozioni della scienza psico-fisiologica gli avevano destato allora una certa curiosità, s'era addentrato bene nello studio di questa scienza; e, con l'acquisto di un ordine di concetti ben chiari intorno alle varie funzioni e attività dello spirito, poteva dire d'esser giunto alla fine a conciliarsi del tutto con se stesso, vinta la mala contentezza, anzi l'uggia da cui prima era oppresso, e ad acquistare anche una ben fondata e solida stima di sé.
Stefano Giogli vedeva da un pezzo chiaramente tutti i giochetti dello spirito che, non potendo uscire fuori di sé, pone come realtà esteriori le sue interne illusioni; e ci si divertiva un mondo.
Quante volte, guardando qualcuno o qualche cosa, non aveva esclamato: - Chi sa poi come è costui, o questa cosa, che ora a me sembra cosí!
Ah, maledetta serata in casa del sior Momo Làimi! In capo a tre mesi Lucietta Frenzi era diventata sua moglie.
Stefano Giogli sapeva bene d'aver smarrito del tutto la coscienza durante quei tre mesi del fidanzamento.
Di ciò che aveva detto, di ciò che aveva fatto, non aveva la piú lontana memoria.
Cieco, abbagliato, come una farfalla attorno al lume, non ricordava altro di quei tre mesi che gli spasimi della cocentissima attesa suscitati dalle rosse, umide labbra di lei, da quei dentini fulgidi, da quel vitino snello da cui si slanciava con irresistibile fascino la voluttuosa procacità del seno e dei fianchi, da quegli occhi che ora ridevano chiari, or s'illanguidivano cupi, or quasi vaneggiavano, velati di lagrime di gioja, al fuoco che si sprigionava dai suoi.
Ah che fuoco! Tutto l'esser suo s'era come fuso a quel fuoco; era diventato come un liquido vetro, a cui il soffio capriccioso di lei poteva dare quell'atteggiamento, quella piega, quella forma, che meglio le pareva e piaceva.
E Lucietta Frenzi - padrona del mondo - ne aveva profittato bene.
Oh se ne aveva profittato!
Quando, alla fine, Stefano Giogli poté riacquistare il lume degli occhi, si ritrovò in un villino che pareva una scatola di cartone messa sú per ischerzo: dieci camerettucce arredate e disposte in modo, che soltanto un matto avrebbe potuto raccapezzarcisi.
Tutti quelli che vennero a fargli visita, non poterono, per quanto si sforzassero, nascondere una meraviglia che confinava quasi quasi con lo sgomento.
Ma Lucietta, piú imperterrita che mai:
- Questo? L'ha voluto lui, Stefano.
Quest'altro? Piace tanto a Stefano! Qui? Qui lui, Stefano, ha disposto cosí: suo gusto!
E Stefano Giogli a guardare con tanto d'occhi!
- Io?
- Ma sí, caro! Non ti ricordi? Hai voluto proprio cosí! Io anzi avrei preferito...
Non dir di no, adesso! So che ti piace: basta! Dobbiamo starci noi, in fin dei conti!
Eh sí, doveva starci lui, infatti.
Ma che proprio proprio, santo Dio, fossero quelli, i suoi gusti; che fosse quello, il suo piacere...
Sopra tutto lo impressionava la fermezza con cui Lucietta lo asseverava e lo sosteneva.
Ma della casa, alla fin fine, pur cosí stramba e sprovvista di tutti i comodi, non gli sarebbe importato tanto, se una costernazione ben piú grave non avesse cominciato a poco a poco a inquietarlo profondamente
Per tanti segni, man mano piú precisi, Stefano Giogli dovette accorgersi che la sua Lucietta, nei tre mesi del fidanzamento, durante il quale il fuoco, ond'egli era divorato, lo aveva ridotto una pasta molle a disposizione di quelle manine irrequiete e instancabili, di tutti gli elementi dello spirito di lui in fusione, di tutti i frammenti della coscienza di lui disgregati nel tumulto della frenetica passione, si era foggiato, impastato, composto per suo uso, secondo il suo gusto e la sua volontà, uno Stefano Giogli tutto suo, assolutamente suo, che non era affatto lui, non solo nell'anima, ma perdio neanche quasi nel corpo!
Possibile che, nel disfacimento di quei tre mesi, egli si fosse anche fisicamente trasformato?
Gli occhi suoi dovevano aver preso un lume diverso da quello che egli si conosceva; nuove inflessioni la sua voce, e finanche un'altra tinta la sua pelle! E queste trasformazioni si erano cosí impresse nell'animo di lei, eran divenute tratti cosí caratteristici della fisionomia ch'ella gli aveva dato, che ora i suoi veri e proprii non eran piú veduti da Lucietta, non avevan piú potere di cancellare quelli d'allora.
Stefano Giogli acquistò in breve la certezza di non somigliare affatto allo Stefano Giogli che sua moglie amava.
Scemata alquanto, naturalmente, la violenza divoratrice della prima fiamma, la fusione, in cui questa aveva messo e tenuto per tre mesi lo spirito di lui, si era arrestata; egli era tornato a poco a poco a rapprendersi, a ricomporsi nella sua forma consueta.
Doveva avvenir per forza l'urto tra lui qual'era veramente e quello che sua moglie s'era finto nel tempo, in cui senza piú il dominio della sua volontà, senza piú il lume e il richiamo della sua coscienza, gli elementi del suo spirito erano stati in pieno potere di lei.
Ma lui stesso, Stefano Giogli, doveva riconoscere che quella di Lucietta era in fondo la piú spontanea e naturale delle creazioni.
Lasciata nella piú ampia libertà di disporre a suo capriccio di tutti questi elementi, ella ne aveva cavato fuori un marito come le piaceva, si era creato quello Stefano Giogli che piú le conveniva; gli aveva dato a suo talento gusti e pensieri e desiderii e abitudini.
C'era poco da dire! Era quello il suo Stefano Giogli.
Se l'era fabbricato lei con le sue mani, e guaj a toccarglielo!
- Ma sí, è questo! È cosí! È proprio cosí! Questo, questo, questo.
E non poteva essere diversamente.
Non aveva mai ammesso repliche, Lucietta.
Tanto peggio per lui se non gli somigliava.
Cominciò allora per Stefano Giogli la piú nuova e la piú strana delle torture.
Diventò ferocemente geloso di sé stesso.
Di solito, la gelosia nasce dalla poca stima che uno fa di sé medesimo, non in sé, ma nel cuore e nella mente di colei che ama; dal timore di non bastare a riempir di sé quel cuore e quella mente, e che una parte di essi rimanga fuori del nostro dominio amoroso e accolga il germe d'un pensiero estraneo, di un estraneo affetto.
Ora Stefano Giogli non poteva dire che il pensiero, l'affetto che sua moglie aveva accolti fossero proprio estranei; ma non poteva dire neppure che egli riempisse veramente di sé il cuore e la mente della sua Lucietta.
L'uno e l'altro eran pieni d'uno Stefano Giogli, che non era lui, ch'egli non aveva mai conosciuto e che avrebbe preso a scapaccioni volentieri, uno Stefano Giogli, insipido e strambo, antipatico e presuntuoso, con certi gusti, con certi desiderii inverosimili, immaginati e supposti da sua moglie che glieli attribuiva, chi sa perché; uno Stefano Giogli foggiato sul modello di chi sa quale stupido veronesino, di chi sa quale ideale d'amore che la sua Lucietta ignara, inesperta, portava senza saperlo in fondo al cuore.
E pensare che questo sciocco era amato da sua moglie, a questo sciocco ella faceva tante carezze, a questo sciocco dava i suoi baci - su le labbra di lui.
Quando Lucietta lo guardava, non vedeva lui, ma quell'altro; quando Lucietta gli parlava, non parlava a lui, ma a quell'altro; quando Lucietta lo abbracciava, non abbracciava lui, ma quell'odiosa metafora di lui ch'ella s'era creata.
Era vera e propria gelosia, piú che rabbia o dispetto.
Sí, perché egli sentiva ch'era proprio un tradimento quello che sua moglie commetteva, abbracciando un altro in lui.
Sentiva mancarsi a se stesso; sentiva che quello spettro di sé, che sua moglie amava, si prendeva il suo corpo per goder lui - lui solo - dell'amore di lei.
Quello solo viveva per sua moglie; non lui qual'era veramente; quello sciocco antipatico che sua moglie gli preferiva.
Gli preferiva? No: neanche questo poteva dire: egli era del tutto ignorato; egli non esisteva affatto per lei.
E doveva vivere cosí tutta la vita, senza esser conosciuto dalla compagna che gli stava accanto! Ma perché non uccideva quell'odiato rivale, che si era posto tra lui e la moglie? Poteva disperdere con un soffio quello spettro, rivelandosi a lei, affermandosi.
Facile, sí, quel rimedio.
Ma non invano Stefano Giogli si era addentrato nella strada della scienza psico-fisiologica! Egli sapeva bene che non era affatto uno spettro quello che sua moglie amava, ma una persona di carne e d'ossa, una creatura in tutto viva, viva e vera non soltanto per lei, ma anche per se stessa; tanto vero che anche egli la conosceva e poteva odiarla cordialmente.
Era una personalità nuova tratta da sua moglie dal disgregamento del suo essere; un personaggio che viveva e operava affatto indipendente da lui, con una sua propria intelligenza e una coscienza sua propria.
Non aveva egli esclamato tante volte:
"- Chi sa poi com'è costui, o questa cosa, che ora a me sembra cosí?" Conosceva egli forse una realtà fuori di sé? Egli stesso non esisteva per sé, se non come e in quanto a volta a volta si rappresentava.
Ebbene, sua moglie si era creata di lui una realtà che non corrispondeva per nulla, né interiormente né esteriormente, a quella che si era creata lui di sé: una realtà vera e propria; non un'ombra, uno spettro!
E poi, avrebbe amato Lucietta il vero Stefano Giogli, uno Stefano Giogli diverso dal suo? Se cosí ella se lo era creato, non era segno che questo soltanto corrispondeva a' suoi gusti, al suo desiderio? Non si sarebbe ella messa a cercare in altri il suo ideale, che ora credeva pienamente raggiunto in quello? Chi sa che tradimento le sarebbe parso! Ma come? un altro? chi era? No, no, no.
Voleva il suo maritino, lei, quale se lo era foggiato.
Doveva esser quello! Sí, proprio, quello stupido là...
Ma se si fosse provato a persuaderla a poco a poco? Se, armato della sua scienza, le avesse tenuto a un dipresso questo discorsetto:
- Cara, non bisogna presumere che gli altri, fuori del nostro io, non siano se non come noi li vediamo.
Chi cosí presume, Lucietta mia, ha una coscienza unilaterale; non ha coscienza degli altri; non effettua gli altri in sé con una rappresentazione vivente e per gli altri e per sé.
Il mondo, cara, non è limitato all'idea che possiamo farcene: fuori di noi il mondo esiste per sé e con noi; e nella nostra rappresentazione dunque dobbiamo proporci di effettuarlo quanto piú ci sarà possibile, facendocene una coscienza in cui esso viva in noi come in sé stesso, vedendolo com'esso si vede, sentendolo com'esso si sente.
Chi sa con che occhi lo avrebbe guardato Lucietta! Tanto piú, che non era mica vero che ella avesse una coscienza unilaterale! Tutt'altro! Ella aveva anzi una coscienza chiarissima del suo Stefano.
E trasecolò il Giogli quando venne a sapere, che per quello stupido là la sua Lucietta faceva non pochi sacrifizii, e non lievi.
Ma sí! Tante cose ella faceva, che non le sarebbe andato di fare; e le faceva per lui, unicamente per lui!
- E...
dimmi un po', - le chiese egli quel giorno, quasi sbigottito dalla gioja che quella dichiarazione di lei gli cagionava, ilarato d'un subito dalla speranza di togliere al rivale la sua Lucietta.
- Dimmi un po', cara: che cosa non ti andrebbe di fare?
Ma Lucietta scosse il capo, ritirò le mani ch'egli voleva prenderle amorosamente, e gli rispose ridendo:
- Ah, non te lo dico, no! Non te lo voglio dire! Son sicura che ti torrei tutto il piacere...
- Davvero? A me? Ma dimmi, - insistette lui.
- Te ne prego, e ne scongiuro...
Dimmi almeno una cosa, una piccola cosa, per esempio; quella che tu credi che mi farebbe meno dispiacere...
Lucietta lo guardò un pezzo, con quegli occhi acuti e furbi, in cui tutti i desiderii piú birichini pareva brulicassero accesi, e gli disse:
- Per esempio?...
Ecco, per esempio, questi miei capelli pettinati cosí...
Un urlo, un vero urlo scoppiò dalla gola di Stefano Giogli.
Da tanto tempo egli voleva che la sua Lucietta si pettinasse come prima, con quei fiocconi di seta nera, che le aveva veduti in capo la prima volta, quella sera in casa dei Làimi.
Dal giorno delle nozze aveva adottato quella nuova pettinatura, che le dava un altro aspetto e che a lui non era mai piaciuta.
- Ma sí! ma sí! subito! - le gridò.
- Subito, Lucietta mia, pèttinati come prima!
Alzò le mani per disfarle lui stesso quell'antipatica acconciatura.
Ma Lucietta gliele ghermí in aria; lo tenne lontano, schermendosi e gridando a sua volta:
- No, caro! no, caro! Troppo presto l'hai detto! No, no! Per tua norma, piú che a me stessa, io voglio piacere al mio maritino!
- Ma io ti giuro!...
- proruppe Stefano.
Subito ella gli turò la bocca con una mano.
- Va' là - gli disse.
- Vuoi darti a conoscere a me? Io so i tuoi gusti, bello mio, molto meglio dei miei! Lasciami star cosí, cosí, come piace al mio Stefano caro, caro, caro...
E gli carezzò tre volte la guancia.
La carezzò a quell'altro, beninteso, non a lui.
MAESTRO AMORE
Perché l'accento oratorio, - seguitò il professor Vittorio Della Torre, dopo cena, prendendo sotto braccio il Pannelli, mentre il suo collega professor Taíti richiudeva la porta a vetri della trattoria, - l'accento oratorio, mio caro, è il respiro d'una lingua! Parlando una lingua straniera, se non ne possiedi l'accento oratorio, tu non puoi quasi tirar fiato.
Perché...
mi spiego: ogni parola, certo, grammaticalmente, ha il proprio accento (tranne, s'intende, le enclitiche e le proclitiche)...
- Tranne...
Com'hai detto? - domandò aggrondato il Pannelli.
- Le enclitiche e le proclitiche, - ripeté il professor Della Torre, e seguitò, parendogli che la cosa, ovvia per se stessa, non avesse bisogno di chiarimento.
- Ma poi, parlando, accentui tu forse ogni parola? Eh, staresti fresco! Sú dieci parole, mio caro, ne accentuerai quattro - abbondiamo - cinque, secondo il ritmo affettivo, che governa l'alzarsi e l'abbassarsi del movimento vocale, capisci? E difatti, perché ogni straniero, che si esprima anche senza stento in italiano, ti sembra che parli inciso? Ma appunto perché gli manca, mio caro, l'accento oratorio, e a ogni parola dà il suo accento grammaticale, spesso anche storpiandone il tempo...
- Tranne alle...
- No! È da ridere, anche alle enclitiche e alle proclitiche tal volta! E che ne viene? Ne viene un discorso, ripeto, inciso, martellato, senza respiro.
Per forza! L'accento oratorio è il segno del dominio su una lingua.
Soltanto chi ha acquistato l'accento oratorio, può dire d'esser veramente padrone d'una lingua!
Rifocillato di fresco, il professor Vittorio Della Torre parlava forte, con felice fecondità verbale e s'abbagliava lui stesso ne' suoi lumi, senza punto curarsi della fatica che doveva durare, a seguirlo, il piccolo, adiposo e affannato Pannelli, il quale s'era impigliato con disperata ambascia nel mistero di quelle encicliche...
e di quelle pro...
uhm, che non hanno accento grammaticale.
Il pover'uomo non ci vedeva piú; gli pareva che tutta la gente, sotto le lampade elettriche di via Nazionale, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram e le trombe degli automobili chiamassero ajuto, disperatamente.
A un certo punto si voltò verso l'altro professore, collega di Della Torre, che gli stava all'altro lato, forse sperando soccorso da lui, ch'era anch'esso piccolino di statura, e per giunta, patituccio abbastanza, da non dover sopportare dopo cena siffatti discorsi; ma, dispettosamente rosso di pelo, costui, e lentigginoso, ecco qua, chinava il capo, approvando con profonda convinzione.
L'innocente Pannelli si vide perduto.
- Oh Dio! - pensò.
- Non bastano le sciagure vere della vita? Anche questa sciagura dell'accento oratorio! Se potessi andarmene al cinematografo...
E si provò a ritirare pian pianino il braccio, che il Della Torre teneva gagliardamente sotto il suo.
Ma il Della Torre non glielo lasciò, e seguitò a lungo a parlare, per un bisogno cocente e prepotente, che il Pannelli non poteva in quel momento supporre in lui: il bisogno di dare uno sfogo, ora che il cibo senza gusto ingollato e il poco vino bevuto gli davano una certa baldanza, all'amarezza e all'avvilimento d'una crudelissima sconfitta, toccatagli di recente, tre mesi addietro, insieme col suo collega professor Taíti, ma dalla quale lui solo, purtroppo, non aveva alcuna speranza di rialzarsi.
Fino a tre mesi addietro, l'uno e l'altro avevano studiato insieme, accanitamente, ogni sera, per prepararsi al concorso, indetto pe' primi dell'anno venturo, a due posti di straordinario di lingua e letteratura tedesca nei due biennii dell'Istituto superiore di commercio.
Avevano entrambi buoni titoli: pregevoli studii su la letteratura tedesca antica e moderna; numerose traduzioni in italiano di opere filologiche e storiche, e conoscevano benissimo, cosí nel lessico come nella grammatica, la lingua.
Temevano soltanto per la lezione di prova, a cui - se riconosciuti idonei per i titoli - sarebbero stati chiamati dalla Commissione esaminatrice, in gara con gli altri concorrenti, forse meno dotti di loro, ma con piú pratica della lingua.
Avrebbero dovuto parlare per un'ora in tedesco, su un argomento estratto a sorte ventiquattr'ore prima.
Non li sgomentava affatto la difficoltà dell'argomento, ma quella di parlare in tedesco.
Non ne avevano l'abitudine.
E tre mesi addietro appunto, di sera, dopo cena, in un caffè, avevano potuto misurare, inorriditi, l'abisso in cui irreparabilmente sarebbero precipitati, se la Commissione esaminatrice, il giorno appresso, li avesse chiamati a quella lezione di prova.
C'era in quel caffè, seduto a un tavolino accanto al loro, un Tedesco in viaggio, col solito Baedeker, il solito cappelluccio verde con gli edelwejss di pezza e i soliti calzettoni di lana a mezza gamba; e s'erano provati ad attaccar discorso con lui.
Dio, che risate s'era fatte quel tedescaccio, che già doveva esser mezzo ubriaco, nel sentirli parlare! - Bitte..
bitte...
schweigen Sie...
bitte! - Ma che bitte! che schweigen! Per miracolo il bestione, frenetico dal troppo ridere, non aveva rovesciato addosso agli avventori del caffè, seggiole, bottiglie, bicchieri e tavolini!
Tutto per causa di quel famoso accento oratorio.
Avvilitissimo, nella misera, rossigna e sudaticcia macilenza lentigginosa, il professor Bindo Taíti, dopo questa sconfitta, aveva pensato di correr subito ai ripari.
Quali ripari?
Non ce ne potevano esser che due: o andare per alcuni mesi in Germania, che sarebbe stato il meglio; o esercitarsi a parlare a Roma con Tedeschi.
Ma quando? dove? con chi? Non era mica padrone del suo tempo, il professor Taíti.
Scuola, tutte le mattine e tutti i pomeriggi; poi, le lezioni particolari; poi, la correzione dei cómpiti...
E dov'erano i Tedeschi? Bisognava andarli a cercare di qua e di là...
fare amicizia con qualcuno d'essi...
E poi? Discorsi vaghi...
oggi sí e domani no...
Che profitto? Ma che! Ma che! Ci voleva un rimedio sicuro...
Metodo e pazienza.
Danari, danari, ci volevano! Pagare le conversazioni di un maestro, se non tutti i giorni, almeno tre volte la settimana.
Ebbene: non si è pallidi e macilenti per nulla: il professor Bindo Taíti aveva qualche migliajetto di lire in un libretto della Cassa di Risparmio.
- Te fortunato! - gli aveva detto il collega professor Della Torre, il quale - bell'uomo - vestiva bene, fumava molto, si svagava quanto piú poteva, e non aveva potuto mai, perciò, metter da parte neanche un soldo.
- Te fortunato! Ma...
un maestro? Un maestro no, caro! Le donne, caro, hanno piú pazienza, non solo, ma anche piú grazia, piú affabilità.
Le donne, lo sai, s'immedesimano con amorosa diligenza in tutto quello che fanno.
In poco tempo, con una maestra, tu imparerai a parlare, senza neanche accorgertene.
Dà ascolto a me!
Il professor Bindo Taíti aveva dato ascolto al collega Della Torre, e da tre mesi "conversava" tre volte la settimana: il lunedí, il mercoledí e il sabato, dalle ore 17 alle 18, con una certa fräulein Wenzel, pescata negli avvisi economici della sesta pagina d'un giornale (tre lire a conversazione).
Faceva progressi? Era contento del consiglio? scontento?
Il professor Della Torre si struggeva di saperlo.
Ma non riusciva a cavar nulla da quel benedetto omino color di zafferano, dall'aria sempre stanca, malaticcia, che pareva si nutrisse di limoni.
Aveva in verità il professor Taíti dipinta in volto la nausea e l'oppressione di ciò che si era condannato a fare per tutta la vita.
Si provava ogni tanto a sollevare le sopracciglia sempre aggrottate, quasi per concedere agli occhi di volgere altrove uno sguardo di sfuggita, sottraendoli per un istante alla covatura del perpetuo incubo.
Ma gli occhi stanchi, barlacchi, pareva non avessero alcun piacere di quella concessione e volgessero appena altrove, obliquamente, uno sguardo cattivo, denso di rancore e di fastidio, quasi per forzata obbedienza, e subito ritornavano sotto l'incubo delle sopracciglia aggrottate.
- Conversiamo, - aveva miagolato in risposta, tempo addietro, a una prima domanda del collega.
- Speditamente?
- Cosí...
- Insomma...
la cosa va?
- Cosí...
A un'altra domanda, intorno alla maestra, signorina Wenzel:
- Fräulein, - aveva risposto misteriosamente.
Il professore Della Torre, credendo che il Taíti volesse correggergli la pronunzia, aveva ripetuto:
- Ebbene...
fräulein, non ho detto bene?
- Benissimo.
- E allora? Ti domando com'è!
- E io ti rispondo: fräulein.
- Non capisco.
- Caro mio, fräulein, in tedesco, di che genere è?
- Oh bella! Neutro!
- E dunque!
Da parecchi giorni in qua, si mostrava però piú stanco, piú oppresso, piú inacidito del solito.
Qualche contrarietà doveva averla di sicuro.
Riconosceva di trar poco profitto da quelle conversazioni? era sfiduciato? si sentiva male? che aveva?
Tutto poteva immaginarsi il professor Della Torre, tranne che il neutro fräulein per il suo collega Taíti cominciasse a divenire di genere femminile.
Errore di grammatica, gravissimo errore di grammatica, nel quale il professor Bindo Taíti certamente si sarebbe guardato bene dal cadere, se lei, fräulein Wenzel, a tutti i costi non avesse voluto dimostrargli che, in certi casi, o la natura è sgrammaticata, o la grammatica non va d'accordo con la natura.
Il professor Della Torre ne ebbe, quella sera stessa, la confessione al languido lume tremolante d'un lampione nella solitaria via Cernaja, allorché il povero Pannelli poté alla fine liberare il braccio e scappare a un cinematografo sotto i portici dell'esedra di Termini.
- Innamorata? innamorata di te? Ma ne sei proprio sicuro?
- Sicurissimo.
- E me lo dici cosí?
- Penso di non tornarci piú, domani.
Il Della Torre finse di trasecolare; stette a contemplarlo un pezzo; poi disse:
- Ah, dunque, proprio...
proprio non vuoi approfittare della fortuna, che t'ajuta in tutti i modi?
- Fortuna? - sghignò il Taíti.
- Ma io me ne scappo, a gambe levate, caro mio, da certe fortune!
- Come? riprese il Della Torre.
- Ma dimmi...
aspetta! Questa fräulein Wenzel com'è? vecchia, brutta?
- Non lo so.
- Come non lo sai? Perdio, l'avrai guardata!
- Io le guardo la bocca, quando parla - rispose il Taíti.
- Ma tanto vecchia non è.
Cosí...
su la trentina.
- Bionda?
- Sí, mi pare...
- Con gli occhiali?
- Non mi pare...
no, no, senza occhiali.
- Grassa? Magra?
- Né grassa, né magra.
- E sarà bianca! con quell'incarnato di pesca che hanno tutte le tedesche, no? E avrà gli occhi ceruli! Cerulea gens sincera...
- Sincera, no: si mescola.
Il professor Della Torre si voltò a guardarlo, stordito.
- Si mescola? Che vuoi dire?
- Eh, - fece il Taíti.
- Tacito dice sincera, nel senso che non si mescolavano.
Ora, questa fräulein Wenzel pare che sia dispostissima a mescolarsi.
- Già, già, - riconobbe il Della Torre.
- Ma anzi, meglio! Caro mio, l'incrocio...
Che vai cercando? Innamorata, bionda, non brutta, trentadue...
abbondiamo, trentatré anni...
che vai cercando? Ma non sai che non c'è miglior maestro dell'amore? Scherzi, avere una donna innamorata per maestra? Tu lo sai meglio di me, caro: perché si abbia la conoscenza reale e non astratta di una cosa, perché questa cosa divenga veramente nostra, bisogna che la conoscenza divenga sentimento.
Finché conosciamo soltanto con l'intelletto, avremo una conoscenza astratta delle cose; chi si appropria delle cose è il sentimento! E dunque? Se tu riesci a rispondere all'amore di questa donna, subito tutta la tua conoscenza del tedesco si vivificherà, diventerà sentimento, vita, che scherzi? Acquisterai subito con l'amore il sentimento della lingua! Diventerà tua, per la vita, quella lingua: tu la vivrai, che scherzi? Non esiterei un momento, se fossi ne' tuoi panni! Non esiterei un momento! Pensaci, Bindo!
Ci pensò tutta la notte, il professor Taíti.
Le ragioni del collega lo avevano scosso.
Senza dubbio, l'amore avrebbe facilitato l'insegnamento.
Ma il difficile per il professor Taíti era l'amore! Quell'amore italiano, che per fräulein Wenzel doveva essere cosí dolce, so süss, so süss...
Si sentiva invece cosí agro lui, il professor Taíti, per tutti i limoni, che la sorte, dacché era nato, gli aveva dato da mangiare...
Tuttavia, se fosse riuscito a rispondere almeno un poco, spremendosi, all'amore di fräulein Wenzel, chi sa che davvero non avrebbe potuto cavarne qualche vantaggio.
- Qualche vantaggio? - incalzò la sera dopo, il professor Della Torre, all'uscita dalla trattoria.
- Ma tutti i vantaggi, caro mio, che scherzi? Di' un po': hai notizie particolari della vita di lei?
- Qualche notizia, rispose il Taíti.
- Di che famiglia è?
- Il padre è un cappellajo di Koblenz.
- Cappellajo?
- Sí, un buon cappellajo, dice lei.
- Te ne puoi informare! E come, perché si trova in Italia?
- Perché due anni fa, fu chiamata a Milano istitutrice in una famiglia...
non so...
Bontini...
Tombini, una cosa cosí...
Morta la bambina per cui era stata chiamata, fu licenziata e se ne venne a Roma.
Dice che ama l'Italia svisceratamente...
- E te!
Il professor Taíti raggrinzò tutta la sua macilenza cartilaginosa per sorridere; alzò le spalle; socchiuse gli occhi dolenti, e disse:
- Fa' il piacere...
- Ti ama, l'hai detto tu stesso! Ebbene, che aspetti? Se è come mi hai detto...
se è di buona famiglia...
- Fa' il piacere...
- ripeté il Taíti.
Il professor Della Torre non si trattenne piú.
- Ma sai che io la sposerei?
- Ah, tu...
- Se fossi ne' tuoi panni!
- Lo credo.
Son cose che si farebbero, ma sempre nei panni d'un altro.
- Oh bella! Ma scusa, - esclamò il Della Torre - ama me, forse, fräulein Wenzel? Lo farei, se amasse me, intendo dir questo! Lo farei, se avessi gli anni tuoi! Io sono già troppo vecchio...
Il Taíti volse, a questo punto, uno de' suoi sguardi obliqui, pieni di rancore e di fastidio, al collega, e disse:
- Tu sei piú giovine di me.
Io sono malato.
- E perché sei malato? - rimbeccò il Della Torre.
- Per la vita che fai! Mangi in trattoria, e ti rovini lo stomaco.
Se avessi una casa, le cure amorose d'una donna...
- Questo è vero, - riconobbe il Taíti.
- E poi, per noi, caro, - seguitò con piú foga il Della Torre, - per noi che vogliamo dedicarci all'insegnamento del tedesco, una mogli