APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 43
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Ci vado per lei, povera vecchina! Ma ella non basta, ahimè, a riempire il vuoto ch'io sento in quella mia casa antica.
E lei lo sa, poveretta, e ogni anno, per Natale, si fa in quattro per accogliermi con la massima festa, mi prepara i cibi tradizionali della nostra famiglia, mi vessa, quasi, di cure, nei tre giorni che passo con lei.
Quest'anno, trattenuto dagli affari, non son potuto partire all'antivigilia per assistere colla mia cara vecchietta alla messa di mezzanotte e far quindi il cenone con lei e la famiglia Prever, da tanti anni amica di casa nostra.
Sono arrivato la mattina del venticinque, e ho trovato la povera zia Velia in lagrime e desolata.
Credetti dapprima che fossi io la cagione di quelle lagrime e volli scusarmi del ritardo con cui arrivavo; ma zia Velia m'interruppe subito, angosciata:
- No, sai? No! Anzi hai fatto bene a non venire...
È finita la festa! Non se ne fa piú...
È finito tutto! Come se Nostro Signore non fosse nato tant'anni come oggi...
Nessuno deve far festa...
Di là, dice, di là! Niente capponi, niente pan giallo...
niente di niente...
Non t'ho preparato nulla, sai? figliuolo mio! Dopo, dice...
alla nostra morte...
di là!
- Chi lo dice? - esclamai io, stordito e costernato, temendo che la mia povera vecchina fosse già andata un po' via col cervello.
- Lui, don Grotti...
- mi rispose, tra due singulti.
- Il nuovo curato?
- Sí.
Ah, Signore Iddio!
E scoppiò in un piú dirotto pianto, affondando il volto nel fazzoletto.
Quando si fu sfogata cosí alquanto, prese a narrarmi le belle prodezze di questo don Grotti, niente capponi, niente pan giallo...
niente di niente.
Appena giunto a Cargiore, sei mesi or sono, don Venanzio Grotti, savojardo, cominciò a spogliar la cura di tutte le "delicatezze" che le fedeli parrocchiane avevano offerto in dono al vecchio curato defunto - sant'anima.
Via tende, via cortine trapunte, via dal letto parato a padiglione, via tappetini di lana, via candelabri, via tutto!
È rimasto, dice zia Velia, con un letticciuolo, un tavolino, una cassapanca e tre seggiole impagliate.
E fece seccare e poi strappare tutte le piante del giardinetto della cura, allevate e custodite con tanto amore dal vecchio don Anselmo Lais.
E quindi, non contento ancora, si mise a spogliar la chiesa.
- E il denaro?
- In limosine...
Sí, ma spogliar la Madonna degli ori antichi, preziosi, toglier le candele agli altari, le frange ai paramenti sacri, il merletto ai mensali, le brusche d'oro alle pianete e ai manipoli.
Una stalla, una stalla: ha ridotto la chiesa una stalla!
- Perché in una stalla nacque nostro Signore Gesú Cristo, hai capito? E in una stalla davvero l'ha fatto nascere, jersera! S'è messa la pianeta piú brutta; pareva uno straccione innanzi a quel povero altare senza luminaria, con quella tonaca inverdita che gli lascia scoperti, con licenza parlando, i fusoli delle gambe e con quelle scarpacce da contadini su la predella nuda, senza uno straccio di tappeto...
Oh santo nome di Dio! E non è una profanazione codesta? Trattar cosí il Bambino Gesú? il nostro Redentore? E se sentissi, che prediche! Dice che Lui, Gesú, vuole cosí; che volle nascere Lui, apposta, in una stalla...
E magari sarà vero! Ma dobbiamo per questo farlo nascere anche noi in una stalla? Ti par giusto, Martino mio, ti par giusto? E ci ha proibito di fare il cenone, "di far carnevale", come lui dice; ci ha ingiunto di far penitenza anche oggi, perché siamo tutti ridivenuti pagani.
Penitenza! Penitenza! Questa, dice, sarà la piú bella festa per Gesú Bambino!
- E tu hai obbedito? - le domandai, indignato.
- Per forza! - esclamò zia Velia, giungendo le mani.
- Se è il nostro pastore!
Mi nacque una vivissima curiosità di conoscere questo terribile prete, che cruciava cosí crudelmente i suoi fedeli.
Ma, per quanto, ivi a poco, girassi dall'uno all'altro ceppo di case tra i prati e le acque scorrenti del mio villaggetto lassú tra le prealpi, non mi venne fatto d'incontrarlo.
Mi parve però di veder l'anima sua in tutto quello squallore, in tutta quella desolazione invernale.
Tra i borri e per le zane mi parve che l'acqua si lagnasse di lui.
E non un suono di festa in tutte quelle misere case!
La cupa logica del prete aveva fatto il silenzio, aveva assiderato il villaggio.
Ah, chi sa quante povere vecchie, intanto, in quelle case, piangevano come zia Velia e pensavano che la casa del Signore, almeno quella, se la loro è cosí squallida e nuda, la casa del Signore dev'essere bella e ricca e luminosa; che la Madonna, almeno lei, se gli abiti loro son cosí logori e rozzi, la Madonna deve avere un magnifico manto di seta sopraffina a stelle d'oro e ai polsi e al collo e agli orecchi gemme preziose; che se di ferro sono i loro dolori, di ferro gli attrezzi delle loro aspre fatiche, d'argento schietto dev'essere almeno lo spadino che passa il cuore dell'Addolorata, d'argento la corona di spine, d'argento i chiodi del divino Crocifisso; pensavano che se anche la fede doveva cosí cruciarle e opprimerle, se anche in essa non dovevano piú trovar conforto, una parola di pace e d'amore, la loro esistenza, già per sé cosí triste e cosí amara, sarebbe divenuta davvero insopportabile.
Ma io son sicuro che il vescovo ci porterà rimedio e presto.
Coraggio, zia Velia! Coraggio, mio villaggetto natale! Questo prete don Grotti è troppo logico e non può aver fortuna, segue troppo alla lettera l'insegnamento di Cristo.
Pompa e filtra troppo.
Niente capponi, niente pan giallo...
niente di niente.
Ma non intende che se Cristo fu logico, quando, per togliere a Dio la responsabilità del male, spostò la finalità suprema dalla terra al cielo, piú logico di Cristo fu poi il Cattolicesimo, il quale si avvide bene che gli uomini non potevano per un premio non ben sicuro di là, oltre la vita, durare a lungo nell'amara e dura rassegnazione e nel disprezzo dei beni di quaggiú e volle la pompa, volle le feste...
e tant'altre cose volle e permise.
Via, non vorrà essere Monsignore buon cattolico?
STEFANO GIOGLI, UNO E DUE
Stefano Giogli aveva sposato prestissimo, senza neanche darsi il tempo di conoscer bene colei che doveva diventare sua moglie; non ne avrebbe avuto del resto la possibilità, preso com'era stato tutto da uno di quei folli desiderii, che certe donne suscitano a loro insaputa, a prima giunta; per cui si perde ogni discernimento, ogni lume, e non si ha piú requie, finché non si arrivi ad averle tra le braccia, perdutamente.
L'aveva veduta una sera in casa d'una famiglia amica, di buoni veneziani da molti anni stabiliti a Roma.
Non era piú stato in quella casa da parecchi mesi: vi si faceva troppa musica, e con quell'aria insoffribile di celebrare un mistero sacro, in cui soltanto gl'iniziati potevano penetrare: sonate e sinfonie tedesche e russe, notturni e fantasie polacche e ungheresi: ira di Dio, per Stefano Giogli, ira di Dio e vero peccato, perché - vegnimo a dir el merito - senza questa mania, quel caro sior Momo Làimi, quella cara siora Nicoleta, con la loro Marina e il loro Zorzeto sarebbero stati la piú brava e graziosa gente del mondo.
Ve lo aveva trascinato quasi per forza quella sera un amico, pittore veronese, arrivato a Roma quel giorno stesso col genero del Làimi, vedovo, il quale era venuto a lasciare in casa dei nonni per qualche mese la figliuola, veronesina, fior di putela, e co pulita!
S'era fatta musica, sí, anche quella sera; ma non tanta.
La vera musica, per tutti, era stata la voce di Lucietta Frenzi.
I vecchi nonni la ascoltavano, beati; la siora Nicoleta, coi mezzi guanti di lana e le punte delle dita intrecciate, piangeva finanche, dalla gioja, dietro gli occhiali d'oro a staffa, scotendo tutti i riccioli argentei, che le scendevano angiolescamente su la fronte; sí, sí, piangeva e pregava il marito che la lasciasse piangere, perché le pareva proprio di sentir parlare la sua povera figliuola morta: ma la stessa voce, ma lo stesso fuoco, lo stesso impeto, ciò! con quelle mossettine a scatti, con quelle risate che svanivan d'un tratto, e quelle scossette nervose del capo, che le facevan traballare ogni volta le ciocche d'oro ricciute e i fiocconi di seta nera.
Oh bella! oh cara!
Le erano tutti intorno, vecchi, giovanotti, signore e signorine, a pungerla, ad aizzarla con le domande piú disparate; e lei, là, imperterrita, teneva testa a tutti, parlando un po' in lingua un po' in dialetto; e su qualunque argomento aveva da dir la sua, con una padronanza che non ammetteva repliche; e bisognava sentire, allorché certe risposte sferzanti sollevavano un coro di proteste, con qual recisione affermava:
- Ma sí, è questo! È cosí! È proprio cosí.
Questo, questo, questo...
Non poteva essere diversamente.
Nessuno doveva attentarsi di veder uomini e cose in altro modo.
Eran cosí, e basta.
Lo diceva lei.
Per chi era fatto il mondo? Era fatto per lei.
Perché era fatto? Perché lei se lo foggiasse a piacer suo.
E basta.
Stefano Giogli aveva preso a dir sí quella sera stessa, sí per ogni cosa, accettando ciecamente, senza il minimo contrasto, quella padronanza assoluta.
Eppure egli aveva le sue opinioni, che credeva ben ferme, e che all'occorrenza sapeva sostenere e far valere; aveva i suoi gusti; un suo particolar modo di vedere, di pensare, di sentire; né per la sua condizione di giovanotto ricco, indipendente, liberissimo di sé, e per la educazione che aveva saputo darsi, per la varia e non comune coltura di cui s'era adornato lo spirito, poteva dirsi di facile contentatura.
Tutt'altro! Era passato sempre, anzi, per un incontentabile.
Stanco di far bella figura nei salotti e nei circoli, a un certo punto, forse a un richiamo degli occhi, che in mezzo ai sollazzi piú graziosi della buona compagnia gli erano rimasti sempre malinconici (anche il destro, quantunque fieramente deformato da una grossa caramella cerchiata di tartaruga); o forse perché gli era arrivato agli orecchi che qualche maligno, a causa del suo pallore, della sua elegante esilità, de' suoi capelli fitti, lucidi, d'un nero d'ebano, spartiti in mezzo al capo e lisciati, e di quegli occhi malinconici, lo aveva definito una ben curata personificazione del lutto; si era appartato per un pezzo dal mondo; s'era messo a studiare sul serio, o piuttosto, aveva ripreso gli studii interrotti.
Ma sí! Perché era stato finanche, per due anni, studente di medicina.
E anzi, poiché le prime nozioni della scienza psico-fisiologica gli avevano destato allora una certa curiosità, s'era addentrato bene nello studio di questa scienza; e, con l'acquisto di un ordine di concetti ben chiari intorno alle varie funzioni e attività dello spirito, poteva dire d'esser giunto alla fine a conciliarsi del tutto con se stesso, vinta la mala contentezza, anzi l'uggia da cui prima era oppresso, e ad acquistare anche una ben fondata e solida stima di sé.
Stefano Giogli vedeva da un pezzo chiaramente tutti i giochetti dello spirito che, non potendo uscire fuori di sé, pone come realtà esteriori le sue interne illusioni; e ci si divertiva un mondo.
Quante volte, guardando qualcuno o qualche cosa, non aveva esclamato: - Chi sa poi come è costui, o questa cosa, che ora a me sembra cosí!
Ah, maledetta serata in casa del sior Momo Làimi! In capo a tre mesi Lucietta Frenzi era diventata sua moglie.
Stefano Giogli sapeva bene d'aver smarrito del tutto la coscienza durante quei tre mesi del fidanzamento.
Di ciò che aveva detto, di ciò che aveva fatto, non aveva la piú lontana memoria.
Cieco, abbagliato, come una farfalla attorno al lume, non ricordava altro di quei tre mesi che gli spasimi della cocentissima attesa suscitati dalle rosse, umide labbra di lei, da quei dentini fulgidi, da quel vitino snello da cui si slanciava con irresistibile fascino la voluttuosa procacità del seno e dei fianchi, da quegli occhi che ora ridevano chiari, or s'illanguidivano cupi, or quasi vaneggiavano, velati di lagrime di gioja, al fuoco che si sprigionava dai suoi.
Ah che fuoco! Tutto l'esser suo s'era come fuso a quel fuoco; era diventato come un liquido vetro, a cui il soffio capriccioso di lei poteva dare quell'atteggiamento, quella piega, quella forma, che meglio le pareva e piaceva.
E Lucietta Frenzi - padrona del mondo - ne aveva profittato bene.
Oh se ne aveva profittato!
Quando, alla fine, Stefano Giogli poté riacquistare il lume degli occhi, si ritrovò in un villino che pareva una scatola di cartone messa sú per ischerzo: dieci camerettucce arredate e disposte in modo, che soltanto un matto avrebbe potuto raccapezzarcisi.
Tutti quelli che vennero a fargli visita, non poterono, per quanto si sforzassero, nascondere una meraviglia che confinava quasi quasi con lo sgomento.
Ma Lucietta, piú imperterrita che mai:
- Questo? L'ha voluto lui, Stefano.
Quest'altro? Piace tanto a Stefano! Qui? Qui lui, Stefano, ha disposto cosí: suo gusto!
E Stefano Giogli a guardare con tanto d'occhi!
- Io?
- Ma sí, caro! Non ti ricordi? Hai voluto proprio cosí! Io anzi avrei preferito...
Non dir di no, adesso! So che ti piace: basta! Dobbiamo starci noi, in fin dei conti!
Eh sí, doveva starci lui, infatti.
Ma che proprio proprio, santo Dio, fossero quelli, i suoi gusti; che fosse quello, il suo piacere...
Sopra tutto lo impressionava la fermezza con cui Lucietta lo asseverava e lo sosteneva.
Ma della casa, alla fin fine, pur cosí stramba e sprovvista di tutti i comodi, non gli sarebbe importato tanto, se una costernazione ben piú grave non avesse cominciato a poco a poco a inquietarlo profondamente
Per tanti segni, man mano piú precisi, Stefano Giogli dovette accorgersi che la sua Lucietta, nei tre mesi del fidanzamento, durante il quale il fuoco, ond'egli era divorato, lo aveva ridotto una pasta molle a disposizione di quelle manine irrequiete e instancabili, di tutti gli elementi dello spirito di lui in fusione, di tutti i frammenti della coscienza di lui disgregati nel tumulto della frenetica passione, si era foggiato, impastato, composto per suo uso, secondo il suo gusto e la sua volontà, uno Stefano Giogli tutto suo, assolutamente suo, che non era affatto lui, non solo nell'anima, ma perdio neanche quasi nel corpo!
Possibile che, nel disfacimento di quei tre mesi, egli si fosse anche fisicamente trasformato?
Gli occhi suoi dovevano aver preso un lume diverso da quello che egli si conosceva; nuove inflessioni la sua voce, e finanche un'altra tinta la sua pelle! E queste trasformazioni si erano cosí impresse nell'animo di lei, eran divenute tratti cosí caratteristici della fisionomia ch'ella gli aveva dato, che ora i suoi veri e proprii non eran piú veduti da Lucietta, non avevan piú potere di cancellare quelli d'allora.
Stefano Giogli acquistò in breve la certezza di non somigliare affatto allo Stefano Giogli che sua moglie amava.
Scemata alquanto, naturalmente, la violenza divoratrice della prima fiamma, la fusione, in cui questa aveva messo e tenuto per tre mesi lo spirito di lui, si era arrestata; egli era tornato a poco a poco a rapprendersi, a ricomporsi nella sua forma consueta.
Doveva avvenir per forza l'urto tra lui qual'era veramente e quello che sua moglie s'era finto nel tempo, in cui senza piú il dominio della sua volontà, senza piú il lume e il richiamo della sua coscienza, gli elementi del suo spirito erano stati in pieno potere di lei.
Ma lui stesso, Stefano Giogli, doveva riconoscere che quella di Lucietta era in fondo la piú spontanea e naturale delle creazioni.
Lasciata nella piú ampia libertà di disporre a suo capriccio di tutti questi elementi, ella ne aveva cavato fuori un marito come le piaceva, si era creato quello Stefano Giogli che piú le conveniva; gli aveva dato a suo talento gusti e pensieri e desiderii e abitudini.
C'era poco da dire! Era quello il suo Stefano Giogli.
Se l'era fabbricato lei con le sue mani, e guaj a toccarglielo!
- Ma sí, è questo! È cosí! È proprio cosí! Questo, questo, questo.
E non poteva essere diversamente.
Non aveva mai ammesso repliche, Lucietta.
Tanto peggio per lui se non gli somigliava.
Cominciò allora per Stefano Giogli la piú nuova e la piú strana delle torture.
Diventò ferocemente geloso di sé stesso.
Di solito, la gelosia nasce dalla poca stima che uno fa di sé medesimo, non in sé, ma nel cuore e nella mente di colei che ama; dal timore di non bastare a riempir di sé quel cuore e quella mente, e che una parte di essi rimanga fuori del nostro dominio amoroso e accolga il germe d'un pensiero estraneo, di un estraneo affetto.
Ora Stefano Giogli non poteva dire che il pensiero, l'affetto che sua moglie aveva accolti fossero proprio estranei; ma non poteva dire neppure che egli riempisse veramente di sé il cuore e la mente della sua Lucietta.
L'uno e l'altro eran pieni d'uno Stefano Giogli, che non era lui, ch'egli non aveva mai conosciuto e che avrebbe preso a scapaccioni volentieri, uno Stefano Giogli, insipido e strambo, antipatico e presuntuoso, con certi gusti, con certi desiderii inverosimili, immaginati e supposti da sua moglie che glieli attribuiva, chi sa perché; uno Stefano Giogli foggiato sul modello di chi sa quale stupido veronesino, di chi sa quale ideale d'amore che la sua Lucietta ignara, inesperta, portava senza saperlo in fondo al cuore.
E pensare che questo sciocco era amato da sua moglie, a questo sciocco ella faceva tante carezze, a questo sciocco dava i suoi baci - su le labbra di lui.
Quando Lucietta lo guardava, non vedeva lui, ma quell'altro; quando Lucietta gli parlava, non parlava a lui, ma a quell'altro; quando Lucietta lo abbracciava, non abbracciava lui, ma quell'odiosa metafora di lui ch'ella s'era creata.
Era vera e propria gelosia, piú che rabbia o dispetto.
Sí, perché egli sentiva ch'era proprio un tradimento quello che sua moglie commetteva, abbracciando un altro in lui.
Sentiva mancarsi a se stesso; sentiva che quello spettro di sé, che sua moglie amava, si prendeva il suo corpo per goder lui - lui solo - dell'amore di lei.
Quello solo viveva per sua moglie; non lui qual'era veramente; quello sciocco antipatico che sua moglie gli preferiva.
Gli preferiva? No: neanche questo poteva dire: egli era del tutto ignorato; egli non esisteva affatto per lei.
E doveva vivere cosí tutta la vita, senza esser conosciuto dalla compagna che gli stava accanto! Ma perché non uccideva quell'odiato rivale, che si era posto tra lui e la moglie? Poteva disperdere con un soffio quello spettro, rivelandosi a lei, affermandosi.
Facile, sí, quel rimedio.
Ma non invano Stefano Giogli si era addentrato nella strada della scienza psico-fisiologica! Egli sapeva bene che non era affatto uno spettro quello che sua moglie amava, ma una persona di carne e d'ossa, una creatura in tutto viva, viva e vera non soltanto per lei, ma anche per se stessa; tanto vero che anche egli la conosceva e poteva odiarla cordialmente.
Era una personalità nuova tratta da sua moglie dal disgregamento del suo essere; un personaggio che viveva e operava affatto indipendente da lui, con una sua propria intelligenza e una coscienza sua propria.
Non aveva egli esclamato tante volte:
"- Chi sa poi com'è costui, o questa cosa, che ora a me sembra cosí?" Conosceva egli forse una realtà fuori di sé? Egli stesso non esisteva per sé, se non come e in quanto a volta a volta si rappresentava.
Ebbene, sua moglie si era creata di lui una realtà che non corrispondeva per nulla, né interiormente né esteriormente, a quella che si era creata lui di sé: una realtà vera e propria; non un'ombra, uno spettro!
E poi, avrebbe amato Lucietta il vero Stefano Giogli, uno Stefano Giogli diverso dal suo? Se cosí ella se lo era creato, non era segno che questo soltanto corrispondeva a' suoi gusti, al suo desiderio? Non si sarebbe ella messa a cercare in altri il suo ideale, che ora credeva pienamente raggiunto in quello? Chi sa che tradimento le sarebbe parso! Ma come? un altro? chi era? No, no, no.
Voleva il suo maritino, lei, quale se lo era foggiato.
Doveva esser quello! Sí, proprio, quello stupido là...
Ma se si fosse provato a persuaderla a poco a poco? Se, armato della sua scienza, le avesse tenuto a un dipresso questo discorsetto:
- Cara, non bisogna presumere che gli altri, fuori del nostro io, non siano se non come noi li vediamo.
Chi cosí presume, Lucietta mia, ha una coscienza unilaterale; non ha coscienza degli altri; non effettua gli altri in sé con una rappresentazione vivente e per gli altri e per sé.
Il mondo, cara, non è limitato all'idea che possiamo farcene: fuori di noi il mondo esiste per sé e con noi; e nella nostra rappresentazione dunque dobbiamo proporci di effettuarlo quanto piú ci sarà possibile, facendocene una coscienza in cui esso viva in noi come in sé stesso, vedendolo com'esso si vede, sentendolo com'esso si sente.
Chi sa con che occhi lo avrebbe guardato Lucietta! Tanto piú, che non era mica vero che ella avesse una coscienza unilaterale! Tutt'altro! Ella aveva anzi una coscienza chiarissima del suo Stefano.
E trasecolò il Giogli quando venne a sapere, che per quello stupido là la sua Lucietta faceva non pochi sacrifizii, e non lievi.
Ma sí! Tante cose ella faceva, che non le sarebbe andato di fare; e le faceva per lui, unicamente per lui!
- E...
dimmi un po', - le chiese egli quel giorno, quasi sbigottito dalla gioja che quella dichiarazione di lei gli cagionava, ilarato d'un subito dalla speranza di togliere al rivale la sua Lucietta.
- Dimmi un po', cara: che cosa non ti andrebbe di fare?
Ma Lucietta scosse il capo, ritirò le mani ch'egli voleva prenderle amorosamente, e gli rispose ridendo:
- Ah, non te lo dico, no! Non te lo voglio dire! Son sicura che ti torrei tutto il piacere...
- Davvero? A me? Ma dimmi, - insistette lui.
- Te ne prego, e ne scongiuro...
Dimmi almeno una cosa, una piccola cosa, per esempio; quella che tu credi che mi farebbe meno dispiacere...
Lucietta lo guardò un pezzo, con quegli occhi acuti e furbi, in cui tutti i desiderii piú birichini pareva brulicassero accesi, e gli disse:
- Per esempio?...
Ecco, per esempio, questi miei capelli pettinati cosí...
Un urlo, un vero urlo scoppiò dalla gola di Stefano Giogli.
Da tanto tempo egli voleva che la sua Lucietta si pettinasse come prima, con quei fiocconi di seta nera, che le aveva veduti in capo la prima volta, quella sera in casa dei Làimi.
Dal giorno delle nozze aveva adottato quella nuova pettinatura, che le dava un altro aspetto e che a lui non era mai piaciuta.
- Ma sí! ma sí! subito! - le gridò.
- Subito, Lucietta mia, pèttinati come prima!
Alzò le mani per disfarle lui stesso quell'antipatica acconciatura.
Ma Lucietta gliele ghermí in aria; lo tenne lontano, schermendosi e gridando a sua volta:
- No, caro! no, caro! Troppo presto l'hai detto! No, no! Per tua norma, piú che a me stessa, io voglio piacere al mio maritino!
- Ma io ti giuro!...
- proruppe Stefano.
Subito ella gli turò la bocca con una mano.
- Va' là - gli disse.
- Vuoi darti a conoscere a me? Io so i tuoi gusti, bello mio, molto meglio dei miei! Lasciami star cosí, cosí, come piace al mio Stefano caro, caro, caro...
E gli carezzò tre volte la guancia.
La carezzò a quell'altro, beninteso, non a lui.
MAESTRO AMORE
Perché l'accento oratorio, - seguitò il professor Vittorio Della Torre, dopo cena, prendendo sotto braccio il Pannelli, mentre il suo collega professor Taíti richiudeva la porta a vetri della trattoria, - l'accento oratorio, mio caro, è il respiro d'una lingua! Parlando una lingua straniera, se non ne possiedi l'accento oratorio, tu non puoi quasi tirar fiato.
Perché...
mi spiego: ogni parola, certo, grammaticalmente, ha il proprio accento (tranne, s'intende, le enclitiche e le proclitiche)...
- Tranne...
Com'hai detto? - domandò aggrondato il Pannelli.
- Le enclitiche e le proclitiche, - ripeté il professor Della Torre, e seguitò, parendogli che la cosa, ovvia per se stessa, non avesse bisogno di chiarimento.
- Ma poi, parlando, accentui tu forse ogni parola? Eh, staresti fresco! Sú dieci parole, mio caro, ne accentuerai quattro - abbondiamo - cinque, secondo il ritmo affettivo, che governa l'alzarsi e l'abbassarsi del movimento vocale, capisci? E difatti, perché ogni straniero, che si esprima anche senza stento in italiano, ti sembra che parli inciso? Ma appunto perché gli manca, mio caro, l'accento oratorio, e a ogni parola dà il suo accento grammaticale, spesso anche storpiandone il tempo...
- Tranne alle...
- No! È da ridere, anche alle enclitiche e alle proclitiche tal volta! E che ne viene? Ne viene un discorso, ripeto, inciso, martellato, senza respiro.
Per forza! L'accento oratorio è il segno del dominio su una lingua.
Soltanto chi ha acquistato l'accento oratorio, può dire d'esser veramente padrone d'una lingua!
Rifocillato di fresco, il professor Vittorio Della Torre parlava forte, con felice fecondità verbale e s'abbagliava lui stesso ne' suoi lumi, senza punto curarsi della fatica che doveva durare, a seguirlo, il piccolo, adiposo e affannato Pannelli, il quale s'era impigliato con disperata ambascia nel mistero di quelle encicliche...
e di quelle pro...
uhm, che non hanno accento grammaticale.
Il pover'uomo non ci vedeva piú; gli pareva che tutta la gente, sotto le lampade elettriche di via Nazionale, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram e le trombe degli automobili chiamassero ajuto, disperatamente.
A un certo punto si voltò verso l'altro professore, collega di Della Torre, che gli stava all'altro lato, forse sperando soccorso da lui, ch'era anch'esso piccolino di statura, e per giunta, patituccio abbastanza, da non dover sopportare dopo cena siffatti discorsi; ma, dispettosamente rosso di pelo, costui, e lentigginoso, ecco qua, chinava il capo, approvando con profonda convinzione.
L'innocente Pannelli si vide perduto.
- Oh Dio! - pensò.
- Non bastano le sciagure vere della vita? Anche questa sciagura dell'accento oratorio! Se potessi andarmene al cinematografo...
E si provò a ritirare pian pianino il braccio, che il Della Torre teneva gagliardamente sotto il suo.
Ma il Della Torre non glielo lasciò, e seguitò a lungo a parlare, per un bisogno cocente e prepotente, che il Pannelli non poteva in quel momento supporre in lui: il bisogno di dare uno sfogo, ora che il cibo senza gusto ingollato e il poco vino bevuto gli davano una certa baldanza, all'amarezza e all'avvilimento d'una crudelissima sconfitta, toccatagli di recente, tre mesi addietro, insieme col suo collega professor Taíti, ma dalla quale lui solo, purtroppo, non aveva alcuna speranza di rialzarsi.
Fino a tre mesi addietro, l'uno e l'altro avevano studiato insieme, accanitamente, ogni sera, per prepararsi al concorso, indetto pe' primi dell'anno venturo, a due posti di straordinario di lingua e letteratura tedesca nei due biennii dell'Istituto superiore di commercio.
Avevano entrambi buoni titoli: pregevoli studii su la letteratura tedesca antica e moderna; numerose traduzioni in italiano di opere filologiche e storiche, e conoscevano benissimo, cosí nel lessico come nella grammatica, la lingua.
Temevano soltanto per la lezione di prova, a cui - se riconosciuti idonei per i titoli - sarebbero stati chiamati dalla Commissione esaminatrice, in gara con gli altri concorrenti, forse meno dotti di loro, ma con piú pratica della lingua.
Avrebbero dovuto parlare per un'ora in tedesco, su un argomento estratto a sorte ventiquattr'ore prima.
Non li sgomentava affatto la difficoltà dell'argomento, ma quella di parlare in tedesco.
Non ne avevano l'abitudine.
E tre mesi addietro appunto, di sera, dopo cena, in un caffè, avevano potuto misurare, inorriditi, l'abisso in cui irreparabilmente sarebbero precipitati, se la Commissione esaminatrice, il giorno appresso, li avesse chiamati a quella lezione di prova.
C'era in quel caffè, seduto a un tavolino accanto al loro, un Tedesco in viaggio, col solito Baedeker, il solito cappelluccio verde con gli edelwejss di pezza e i soliti calzettoni di lana a mezza gamba; e s'erano provati ad attaccar discorso con lui.
Dio, che risate s'era fatte quel tedescaccio, che già doveva esser mezzo ubriaco, nel sentirli parlare! - Bitte..
bitte...
schweigen Sie...
bitte! - Ma che bitte! che schweigen! Per miracolo il bestione, frenetico dal troppo ridere, non aveva rovesciato addosso agli avventori del caffè, seggiole, bottiglie, bicchieri e tavolini!
Tutto per causa di quel famoso accento oratorio.
Avvilitissimo, nella misera, rossigna e sudaticcia macilenza lentigginosa, il professor Bindo Taíti, dopo questa sconfitta, aveva pensato di correr subito ai ripari.
Quali ripari?
Non ce ne potevano esser che due: o andare per alcuni mesi in Germania, che sarebbe stato il meglio; o esercitarsi a parlare a Roma con Tedeschi.
Ma quando? dove? con chi? Non era mica padrone del suo tempo, il professor Taíti.
Scuola, tutte le mattine e tutti i pomeriggi; poi, le lezioni particolari; poi, la correzione dei cómpiti...
E dov'erano i Tedeschi? Bisognava andarli a cercare di qua e di là...
fare amicizia con qualcuno d'essi...
E poi? Discorsi vaghi...
oggi sí e domani no...
Che profitto? Ma che! Ma che! Ci voleva un rimedio sicuro...
Metodo e pazienza.
Danari, danari, ci volevano! Pagare le conversazioni di un maestro, se non tutti i giorni, almeno tre volte la settimana.
Ebbene: non si è pallidi e macilenti per nulla: il professor Bindo Taíti aveva qualche migliajetto di lire in un libretto della Cassa di Risparmio.
- Te fortunato! - gli aveva detto il collega professor Della Torre, il quale - bell'uomo - vestiva bene, fumava molto, si svagava quanto piú poteva, e non aveva potuto mai, perciò, metter da parte neanche un soldo.
- Te fortunato! Ma...
un maestro? Un maestro no, caro! Le donne, caro, hanno piú pazienza, non solo, ma anche piú grazia, piú affabilità.
Le donne, lo sai, s'immedesimano con amorosa diligenza in tutto quello che fanno.
In poco tempo, con una maestra, tu imparerai a parlare, senza neanche accorgertene.
Dà ascolto a me!
Il professor Bindo Taíti aveva dato ascolto al collega Della Torre, e da tre mesi "conversava" tre volte la settimana: il lunedí, il mercoledí e il sabato, dalle ore 17 alle 18, con una certa fräulein Wenzel, pescata negli avvisi economici della sesta pagina d'un giornale (tre lire a conversazione).
Faceva progressi? Era contento del consiglio? scontento?
Il professor Della Torre si struggeva di saperlo.
Ma non riusciva a cavar nulla da quel benedetto omino color di zafferano, dall'aria sempre stanca, malaticcia, che pareva si nutrisse di limoni.
Aveva in verità il professor Taíti dipinta in volto la nausea e l'oppressione di ciò che si era condannato a fare per tutta la vita.
Si provava ogni tanto a sollevare le sopracciglia sempre aggrottate, quasi per concedere agli occhi di volgere altrove uno sguardo di sfuggita, sottraendoli per un istante alla covatura del perpetuo incubo.
Ma gli occhi stanchi, barlacchi, pareva non avessero alcun piacere di quella concessione e volgessero appena altrove, obliquamente, uno sguardo cattivo, denso di rancore e di fastidio, quasi per forzata obbedienza, e subito ritornavano sotto l'incubo delle sopracciglia aggrottate.
- Conversiamo, - aveva miagolato in risposta, tempo addietro, a una prima domanda del collega.
- Speditamente?
- Cosí...
- Insomma...
la cosa va?
- Cosí...
A un'altra domanda, intorno alla maestra, signorina Wenzel:
- Fräulein, - aveva risposto misteriosamente.
Il professore Della Torre, credendo che il Taíti volesse correggergli la pronunzia, aveva ripetuto:
- Ebbene...
fräulein, non ho detto bene?
- Benissimo.
- E allora? Ti domando com'è!
- E io ti rispondo: fräulein.
- Non capisco.
- Caro mio, fräulein, in tedesco, di che genere è?
- Oh bella! Neutro!
- E dunque!
Da parecchi giorni in qua, si mostrava però piú stanco, piú oppresso, piú inacidito del solito.
Qualche contrarietà doveva averla di sicuro.
Riconosceva di trar poco profitto da quelle conversazioni? era sfiduciato? si sentiva male? che aveva?
Tutto poteva immaginarsi il professor Della Torre, tranne che il neutro fräulein per il suo collega Taíti cominciasse a divenire di genere femminile.
Errore di grammatica, gravissimo errore di grammatica, nel quale il professor Bindo Taíti certamente si sarebbe guardato bene dal cadere, se lei, fräulein Wenzel, a tutti i costi non avesse voluto dimostrargli che, in certi casi, o la natura è sgrammaticata, o la grammatica non va d'accordo con la natura.
Il professor Della Torre ne ebbe, quella sera stessa, la confessione al languido lume tremolante d'un lampione nella solitaria via Cernaja, allorché il povero Pannelli poté alla fine liberare il braccio e scappare a un cinematografo sotto i portici dell'esedra di Termini.
- Innamorata? innamorata di te? Ma ne sei proprio sicuro?
- Sicurissimo.
- E me lo dici cosí?
- Penso di non tornarci piú, domani.
Il Della Torre finse di trasecolare; stette a contemplarlo un pezzo; poi disse:
- Ah, dunque, proprio...
proprio non vuoi approfittare della fortuna, che t'ajuta in tutti i modi?
- Fortuna? - sghignò il Taíti.
- Ma io me ne scappo, a gambe levate, caro mio, da certe fortune!
- Come? riprese il Della Torre.
- Ma dimmi...
aspetta! Questa fräulein Wenzel com'è? vecchia, brutta?
- Non lo so.
- Come non lo sai? Perdio, l'avrai guardata!
- Io le guardo la bocca, quando parla - rispose il Taíti.
- Ma tanto vecchia non è.
Cosí...
su la trentina.
- Bionda?
- Sí, mi pare...
- Con gli occhiali?
- Non mi pare...
no, no, senza occhiali.
- Grassa? Magra?
- Né grassa, né magra.
- E sarà bianca! con quell'incarnato di pesca che hanno tutte le tedesche, no? E avrà gli occhi ceruli! Cerulea gens sincera...
- Sincera, no: si mescola.
Il professor Della Torre si voltò a guardarlo, stordito.
- Si mescola? Che vuoi dire?
- Eh, - fece il Taíti.
- Tacito dice sincera, nel senso che non si mescolavano.
Ora, questa fräulein Wenzel pare che sia dispostissima a mescolarsi.
- Già, già, - riconobbe il Della Torre.
- Ma anzi, meglio! Caro mio, l'incrocio...
Che vai cercando? Innamorata, bionda, non brutta, trentadue...
abbondiamo, trentatré anni...
che vai cercando? Ma non sai che non c'è miglior maestro dell'amore? Scherzi, avere una donna innamorata per maestra? Tu lo sai meglio di me, caro: perché si abbia la conoscenza reale e non astratta di una cosa, perché questa cosa divenga veramente nostra, bisogna che la conoscenza divenga sentimento.
Finché conosciamo soltanto con l'intelletto, avremo una conoscenza astratta delle cose; chi si appropria delle cose è il sentimento! E dunque? Se tu riesci a rispondere all'amore di questa donna, subito tutta la tua conoscenza del tedesco si vivificherà, diventerà sentimento, vita, che scherzi? Acquisterai subito con l'amore il sentimento della lingua! Diventerà tua, per la vita, quella lingua: tu la vivrai, che scherzi? Non esiterei un momento, se fossi ne' tuoi panni! Non esiterei un momento! Pensaci, Bindo!
Ci pensò tutta la notte, il professor Taíti.
Le ragioni del collega lo avevano scosso.
Senza dubbio, l'amore avrebbe facilitato l'insegnamento.
Ma il difficile per il professor Taíti era l'amore! Quell'amore italiano, che per fräulein Wenzel doveva essere cosí dolce, so süss, so süss...
Si sentiva invece cosí agro lui, il professor Taíti, per tutti i limoni, che la sorte, dacché era nato, gli aveva dato da mangiare...
Tuttavia, se fosse riuscito a rispondere almeno un poco, spremendosi, all'amore di fräulein Wenzel, chi sa che davvero non avrebbe potuto cavarne qualche vantaggio.
- Qualche vantaggio? - incalzò la sera dopo, il professor Della Torre, all'uscita dalla trattoria.
- Ma tutti i vantaggi, caro mio, che scherzi? Di' un po': hai notizie particolari della vita di lei?
- Qualche notizia, rispose il Taíti.
- Di che famiglia è?
- Il padre è un cappellajo di Koblenz.
- Cappellajo?
- Sí, un buon cappellajo, dice lei.
- Te ne puoi informare! E come, perché si trova in Italia?
- Perché due anni fa, fu chiamata a Milano istitutrice in una famiglia...
non so...
Bontini...
Tombini, una cosa cosí...
Morta la bambina per cui era stata chiamata, fu licenziata e se ne venne a Roma.
Dice che ama l'Italia svisceratamente...
- E te!
Il professor Taíti raggrinzò tutta la sua macilenza cartilaginosa per sorridere; alzò le spalle; socchiuse gli occhi dolenti, e disse:
- Fa' il piacere...
- Ti ama, l'hai detto tu stesso! Ebbene, che aspetti? Se è come mi hai detto...
se è di buona famiglia...
- Fa' il piacere...
- ripeté il Taíti.
Il professor Della Torre non si trattenne piú.
- Ma sai che io la sposerei?
- Ah, tu...
- Se fossi ne' tuoi panni!
- Lo credo.
Son cose che si farebbero, ma sempre nei panni d'un altro.
- Oh bella! Ma scusa, - esclamò il Della Torre - ama me, forse, fräulein Wenzel? Lo farei, se amasse me, intendo dir questo! Lo farei, se avessi gli anni tuoi! Io sono già troppo vecchio...
Il Taíti volse, a questo punto, uno de' suoi sguardi obliqui, pieni di rancore e di fastidio, al collega, e disse:
- Tu sei piú giovine di me.
Io sono malato.
- E perché sei malato? - rimbeccò il Della Torre.
- Per la vita che fai! Mangi in trattoria, e ti rovini lo stomaco.
Se avessi una casa, le cure amorose d'una donna...
- Questo è vero, - riconobbe il Taíti.
- E poi, per noi, caro, - seguitò con piú foga il Della Torre, - per noi che vogliamo dedicarci all'insegnamento del tedesco, una moglie tedesca è l'ideale.
Già le donne tedesche sono le migliori del mondo, è notorio! Sane, solide e cordiali...
E poi, che scherzi? Tu paghi tre lire per un'ora di conversazione! Averla in casa, dalla mattina alla sera la scuola! Moglie e maestra...
Senza contare tutte le altre comodità! Già, il concorso lo vincerai di sicuro...
E dunque, tra poco, la tua condizione finanziaria sarà di molto migliorata.
Ti metti a posto! Ma potrai anche farti ajutare da lei, la sera a correggere i cómpiti, santo Dio! È maestra...
Bindo, tu sei...
cosí, dico, non molto adatto, per niente proclive...
un po' la salute che ti manca...
un po' l'indole troppo schiva...
il tempo, tutto occupato nello studio...
senza voglia di distrarti...
guarda che una simile fortuna forse non ti capiterà due volte! Assecondala, approfittane, ora che, senza volerlo, ti trovi su la via...
non t'avverrà forse mai piú, pensa, mai piú...
Il professor Bindo Taíti non poté chiudere occhio neanche quella notte.
L'idea...
l'idea che avrebbe potuto anche dare a correggere alla moglie i cómpiti di tedesco...
la scuola in casa...
moglie e maestra...
un piccione, cioè, due fave...
no, due piccioni a una fava...
Perdio! quali e quante ragioni, una meglio dell'altra, aveva saputo escogitare per lui il collega Della Torre...
Pareva che si struggesse dalla voglia di farlo felice, di fargli vincere il concorso, di salvarlo a ogni costo.
Questo, ecco, questo lo irritava, lo sconcertava, gli dava ombra...
Che interesse poteva avere il collega Della Torre, spingendolo cosí, con tante ragioni, una piú persuasiva dell'altra, a sposare fräulein Wenzel?
Ci si scapò tutta la notte.
Non riuscí a capacitarsene.
Ma i vantaggi, sí, i vantaggi erano sicuri.
Il guajo era l'amore! Fräulein Wenzel voleva assaporare in lui la dolcezza dell'amore italiano: e chi sa come lo avrebbe oppresso, per ispremere questa dolcezza da lui, che si sentiva il cuore piú arido di una pietra pómice.
Chi sa qual fastidio ne avrebbe avuto...
Ma i vantaggi, i vantaggi erano sicuri.
Pareva veramente sana e solida e cordiale, fräulein Wenzel.
Il fastidio dell'amore glielo avrebbe certamente compensato con molte cure.
Di tanto in tanto, pazienza! avrebbe serrato i denti e, sudando molto, si sarebbe lasciato amare.
Ci pensò ancora parecchi giorni e infine annunziò al collega il prossimo matrimonio.
Che abbracci, che baci, che festa, il professor Della Torre! Come se avesse preso un terno al lotto.
E insieme col Pannelli, che sarebbe stato, senza dubbio, il secondo testimonio alle nozze, volle pagare lo champagne quella sera stessa, per festeggiare la felice risoluzione.
Il Taíti se ne tornò a casa stordito, intronato di tutta quella festa del collega, di cui non riusciva a trovar la ragione; ma la trovò subito, la ragione, dopo il matrimonio, appena tornato dal viaggio di nozze a Koblenz.
Durante la luna di miele, aveva sofferto tutte le pene dell'inferno.
Dopo trentacinque anni di struggente attesa, quella donna, divenuta sua moglie, si era gittata con furibonda voracità su le sue misere carni.
Neanche un'ombra di compassione per lui, che in fondo, sposandola, non aveva preteso nulla da lei, nulla che dovesse costarle, non che un sacrifizio, ma neppure il minimo sforzo: parlare, ecco solamente parlare in tedesco, cioè, nella sua lingua, a lui, che l'aveva sposata soltanto per questo...
Ma che! In italiano, in italiano voleva essere amata; voleva amare in italiano, lei, adesso! Voleva ch'egli le parlasse d'amore in italiano e in italiano ella voleva rispondergli!
Ebbene, appena installato nella nuova casetta modesta, coi segni nello sparuto volto citrino del supplizio a cui s'era dannato, il professor Bindo Taíti, due giorni dopo il suo ritorno da Koblenz, vide entrare nel salotto il collega professor Vittorio Della Torre, il quale, fresco fresco e sorridente, con imperterrita faccia tosta, attaccò subito con sua moglie una graziosa, interminabile conversazione in tedesco.
Sentí tutto il poco sangue che gli restava, fargli impeto nella testa.
Vide rosso.
Ah, per questo? Tant'impegno prima, tanta festa poi, per questo? per aver modo di esercitarsi a parlar tedesco con sua moglie, senza alcuna spesa, senza alcun fastidio, senza alcun peso? per questo?
Si tenne a stento quella prima sera, divorato dalla rabbia.
Il collega Della Torre lo guardava di tratto in tratto, e gli sorrideva:
- Non ti senti bene, caro?
E si voltava subito a domandare in tedesco alla moglie, se per caso il suo caro Bindo non stava male.
E la moglie...
ciaff cioff, ich, doch, nicht, ja, nein - quattr'ore, quattr'ore, quattr'ore di conversazione in tedesco, gratis, a quel suo boja.
Esplose la seconda sera appena andato via il Della Torre.
Alla moglie parve impazzito.
Era tanto il suo furore, che non riusciva a esprimersi; strozzato, congestionato, annaspava, con gli occhi schizzanti dalle orbite.
- Se un'altra volta...
se un'altra volta...
costui viene...
e tu t'arrischi...
e tu t'arrischi di parlargli in tedesco...
Ah, l'amore italiano...
sí so süss, so süss...
ma anche terribile! Eifersucht! Eifersucht! Gelosia...
Gelosia...
E la buona, sana, solida e cordiale moglie tedesca - sicurissima che il suo povero marito, quel caro tesoro, fosse terribilmente eifersüchtg del suo collega Della Torre, gli si precipitò addosso con la bocca assetata di baci, con le mani prodighe di carezze, per rassicurarlo subito, per dargli subito la prova, la prova piú convincente, che ella non amava altri che lui, non voleva altri che lui:
- Binto mio! Binto mio!
Poteva mai immaginarsi la povera donna, che il marito, in lei, non aveva sposato altro che la lingua tedesca, e che di lei non gli importava nulla, e che soltanto della sua lingua tedesca era egli geloso? Allibí, nel vedersi furiosamente respinta.
Pallido come un morto, con le narici dilatate, tutto vibrante, con un riso di scherno su le labbra divaricate, egli le fischiò tra i denti:
- Ah, per giunta, ora mi abbracci? Ora debbo darti io i baci e le carezze? Ora vuoi spremere a me le ultime gocce di sangue, dopo aver conversato quattr'ore, quattro, quattro ore in tedesco con quella canaglia? E come gli hai corretto bene tutti gli spropositi! Come gli hai insegnato bene come si dovesse dir questo, e come si dovesse dir quest'altro.
- Ma discorso...
discorso onesto...
- s'affannava a ripetere tra le lagrime la moglie sbalordita.
- Discorso onesto, Binto mio, conversazione onesta...
- Per giunta, già! Sicuro, - incalzò egli, - onestissima! Discorsi di grammatica, discorsi di filologia, discorsi di letteratura...
Onesto? Ti pare onesto da parte sua? È una canaglia, capisci che cos'è? Una canaglia! Ti proibisco...
ti proibisco di parlargli in tedesco! Se domani sera egli torna, e t'arrischi di parlargli in tedesco, guaj a te! guaj a te! Non ti dico altro!
La sera dopo, il professor Della Torre, puntuale, tornò fresco fresco, al solito, e sorridente.
Ma trovò il collega piú morto che vivo, abbandonato con gli occhi chiusi su una poltrona.
Evidentemente, la notte avanti, aveva fatto pace con la moglie! E questa gli sedeva accanto, freddissima al suo ingresso nel salotto, anzi rigida, intenta.
Appena si provò a domandare in tedesco, se per caso il caro collega seguitasse a sentirsi male, ella ponendo una mano sul braccio del marito in atto di protezione, con uno scatto severo, gli rispose:
- No, precho, sigh-nor! Io parlare con ello italiano.
Tetesco io parlare soltanto con mio marito.
Con ello, precho, exerchitarmi parlare italiano.
COLLOQUI COI PERSONAGGI
I
Avevo affisso alla porta del mio studio un cartellino con questo
AVVISO
Sospese da oggi le udienze a tutti i personaggi, uomini e donne, d'ogni ceto, d'ogni età, d'ogni professione, che hanno fatto domanda e presentato titoli per essere ammessi in qualche romanzo o novella.
N.B.
Domande e titoli sono a disposizione di quei signori personaggi che, non vergognandosi d'esporre in un momento come questo la miseria dei loro casi particolari, vorranno rivolgersi ad altri scrittori, se pure ne troveranno.
Mi toccò la mattina appresso di sostenere un'aspra discussione con uno dei piú petulanti, che da circa un anno mi s'era attaccato alle costole per persuadermi a trarre da lui e dalle sue avventure argomento per un romanzo che sarebbe riuscito - a suo credere - un capolavoro.
Lo trovai, quella mattina, innanzi alla porta dello studio, che s'ajutava con gli occhiali e in punta di piedi - piccolo e mezzo cieco com' era - a decifrare l'avviso.
In qualità di personaggio, cioè di creatura chiusa nella sua realtà ideale, fuori delle transitorie contingenze del tempo, egli non aveva l'obbligo, lo so, di conoscere in quale orrendo e miserando scompiglio si trovasse in quei giorni l'Europa.
S'era perciò arrestato alle parole dell'avviso: "in un momento come questo", e pretendeva da me una spiegazione.
Erano ancora i giorni di torbida agonia che precedettero la dichiarazione della nostra guerra all'Austria, ed entravo di furia nello studio con un fascio di giornali, ansioso di leggere le ultime notizie.
Mi si parò davanti:
- Scusi...
permette?
- Non permetto un corno! - gli gridai.
- Mi si levi dai piedi! Ha letto l'avviso?
- Sissignore, appunto per questo...
Se mi volesse spiegare...
- Non ho nulla da spiegarle! Non ho piú tempo da perdere con lei! Via! Vuole le sue carte, i suoi documenti? Venga, entri, prenda e se ne vada!
- Sissignore...
ecco, ma se volesse dirmi almeno che cosa è accaduto?...
Sperando di farlo schizzar per aria, polvere, come per una cannonata a bruciapelo, gli urlai in faccia:
- La guerra!
Rimase lí impassibile, come se non gli avessi detto nulla.
- La guerra? Che guerra?
Me lo tolsi davanti con uno strappo violento; entrai nello studio, sbattendogli la porta in faccia; e, buttandomi sul divano, corsi con gli occhi alle ultime notizie dei giornali, se finalmente la dichiarazione di guerra era avvenuta, se gli ambasciatori d'Austria e di Germania erano partiti da Roma, se c'erano già i primi fatti d'armi per mare o alla frontiera.
Nulla! ancora nulla! E fremevo.
- Ma come? ma come? - dicevo.
- Che s'aspetta? E che aspettano ancora questi signori ambasciatori, dopo le sedute solenni della Camera e del Senato e il delirio di tutto un popolo che da tanti giorni grida per le vie di Roma guerra, guerra! Son diventati sordi? ciechi? L'albagia tedesca, la tracotanza austriaca dove sono piú? Quattro, cinque volte, nei giornali del mattino, nei giornali del pomeriggio, in quelli della sera s'è loro annunziato che i treni speciali sono pronti per essi.
Niente.
Sordi.
Ciechi.
E intanto a Trieste, a Fiume, a Pola, in tutto il Trentino si fa scempio e strazio dei nostri fratelli che ci aspettano; e noi li abbiamo lasciati partire protetti e tranquilli, i signori sudditi austriaci e tedeschi!
Mentre cosí pensavo, fremendo, m'avvenne di levar gli occhi dal giornale, e che vidi? lui, quel petulante, quell'insoffribile personaggio, ch'era entrato non so come, non so donde, e se ne stava pacificamente seduto su una poltroncina presso una delle due finestre che guardano sul mio giardinetto, tutto ridente e squillante, in quei giorni di maggio, di rose gialle, di rose bianche, di rose rosse e di garofani e di geranii.
Guardava fuori, con faccia beata, i cipressi e i pini di Villa Torlonia dirimpetto, dorati dal sole, abbagliati sotto l'intenso azzurro del cielo e stava a udire con delizia evidente il fitto cinguettío degli uccellini felicemente nati con la stagione e il chioccolío della fontanella del mio giardinetto.
La sua vista inopinata, quel suo atteggiamento di delizia mi suscitarono una rabbia che non so dire: una rabbia che avrebbe dovuto lanciarmi addosso a lui, e invece restava lí come schiacciata dal peso d'uno stupore, ch'era anche nausea e avvilimento.
Gli vidi, a un tratto, voltare verso me quella beata faccia.
Con l'orecchio intento e una mano appena levata:
- Sente? - mi disse, - sente che bel trillo? È un merlo, questo, sicuramente.
Afferrai i giornali stesi su le ginocchia con l'impeto di piombargli con essi sopra ad accopparlo, urlandogli nel furore tutte le ingiurie, tutti i vituperii che mi venivano in bocca.
E poi? Sarebbe stato inutile.
Scaraventai a terra i giornali, puntai i gomiti su le ginocchia, mi presi la testa tra le mani.
Poco dopo, con placida voce, quegli ricominciò a dire:
- "E che c'entro io, scusi, se il merlo canta? se le rose ridono nel suo giardinetto? Corra a mettere la museruola a quel merlo, se le riesce, e a strappar queste rose! Non credo, sa, che se la lasceranno mettere la museruola gli uccellini; e tutte le rose di questo maggio da tutti i giardini, non le sarà mica facile strapparle...
Mi vuol far saltare dalla finestra? Non mi farò male; e le rientrerò nello studio dall'altra.
Che vuole che importi a me, agli uccellini, alle rose, alla fontanella della sua guerra? Cacci il merlo da quell'acacia; se ne volerà nel giardino accanto, su un altro albero, e seguiterà di lí a cantare tranquillo e felice.
Noi non sappiamo di guerre, caro signore.
E se lei volesse darmi ascolto e dare un calcio a tutti codesti giornali, creda che poi se ne loderebbe.
Perché son tutte cose che passano, e se pur lasciano traccia, è come se non la lasciassero, perché su le stesse tracce, sempre, la primavera, guardi: tre rose piú, due rose meno, è sempre la stessa; e gli uomini hanno bisogno di dormire e di mangiare, di piangere e di ridere, d'uccidere e d'amare: piangere su le risa di jeri, amare sopra i morti d'oggi.
Retorica, è vero? Ma per forza, poiché lei è cosí, e crede per ora ingenuamente che tutto, per il fatto della guerra, debba cambiare.
Che vuole che cambi? Che contano i fatti? Per enormi che siano, sempre fatti sono.
Passano.
Passano, con gli individui che non sono riusciti a superarli.
La vita resta, con gli stessi bisogni, con le stesse passioni, per gli stessi istinti, uguale sempre, come se non fosse mai nulla: ostinazione bruta e quasi cieca, che fa pena.
La terra è dura, e la vita è di terra.
Un cataclisma, una catastrofe, guerre, terremoti la scacciano da un punto; vi ritorna poco dopo, uguale, come se nulla fosse stato.
Perché la vita, cosí dura com'è, cosí di terra com'è, vuole se stessa lí e non altrove, ancora e sempre uguale.
E vorrà anche il cielo, per tante cose; ma, sopra tutto, creda, per dare respiro a questa terra.
Lei si agita, in questo momento; freme; s'arrabbia contro chi non sente come lei, contro chi non si muove; vorrebbe gridare, far capaci tutti gli altri del suo stesso sentimento.
Ma se gli altri non lo hanno? Lei s'immaginerà che tutto sia perduto; e sarà magari tutto perduto per lei...
Fino a quando? Lei non vorrà mica morire per questo.
Guardi: l'aria lei la respira, e non glielo dice che lei vive, quando la respira; questo cinguettío d'uccelli nati ora col maggio in questi giardini fioriti, lei l'ode, e non glielo dicono questi uccelli e questi giardini che lei vive, quando li ode cinguettare e ne aspira i profumi.
Una miseria di pensiero lo assorbe.
Di tanta vita ch'entra in lei per i sensi aperti, non fa conto.
E poi si lagna; di che? di quella miseria di pensiero, di quel desiderio insoddisfatto, d'un caso contrario già passato.
E intanto tutto il bene della vita le sfugge! Ma non è vero.
Sfugge alla sua coscienza, non a quel profondo oscuro se stesso, dove - senza saperlo - lei vive davvero e assapora il gusto della vita, ineffabile, che è quello che la tiene e che le fa accettare tutte le contrarietà, tutte le condizioni che il pensiero stima piú misere e intollerabili.
Questo veramente è ciò che conta.
Immagini che tutto questo scompiglio sia finito, compiuta la strage.
Si farà la storia, domani, dei guadagni e delle perdite, delle vittorie e delle sconfitte.
Speriamo che la giustizia trionfi...
Ma se non dovesse trionfare? Trionferà di qui a un altro secolo....
La storia ha larghi polmoni, e un arresto di respiro è cosa momentanea.
Può anche darsi, del resto, che sembri un'altra, di qui a un altro secolo, la giustizia.
Non c'è da fidarsi; e non è questo, creda, che importa.
Ciò che realmente importa è qualche cosa d'infinitamente piú piccolo e d'infinitamente piú grande: un pianto, un riso, a cui lei, o se non lei qualche altro, avrà saputo dar vita fuori del tempo, cioè superando la realtà transitoria di questa sua passione d'oggi; un pianto, un riso, non importa se di questa o d'altra guerra, poiché tutte le guerre su per giú son le stesse; e quel pianto sarà uno, quel riso sarà uno."
Cosí io lo udii parlare a lungo, con una smania che mi si esasperava di punto in punto, quanto piú, parendomi in fondo che dicesse giusto, mi sforzavo di frenarmi.
Non avrei voluto ascoltarlo, e lo ascoltai invece fino all'ultimo.
Quando scattai in piedi, sdegnato, amareggiato, naturalmente non me lo vidi piú davanti.
Come una tenebra d'angoscia m'aveva rioccupato il cervello: ero ricaduto in preda alla mia cocente passione.
Mio figlio doveva partire in quei giorni per la frontiera.
Della sua partenza imminente volevo e non riuscivo a sentirmi orgoglioso.
Egli avrebbe potuto, come tanti altri della sua età e della sua condizione, sottrarsi almeno per il momento ai suoi obblighi: s'era invece presentato subito, volontario, all'appello.
Lo guardavo avvilito e quasi mortificato.
Il ribrezzo piú che trentenne di un'alleanza odiosa, fomentato ora dallo sdegno, dall'orrore delle atrocità commesse dai nostri alleati di jeri, aveva per dieci mesi roso il freno d'una disumana pazienza.
E ora che questo freno finalmente accennava a rompersi, ora che il ribrezzo soffocato per trenta e piú anni stava per prorompere e avventarsi, ecco, non io, non noi, quanti siamo di questa sciagurata generazione a cui è toccata l'onta della pazienza, l'ignominia di quell'alleanza col nemico irreconciliabile, non noi dovevamo correre alla frontiera, ma i figli nostri, nei quali forse il ribrezzo non fremeva e l'odio non ribolliva come in noi.
Prima i nostri padri, e non noi! ora, i nostri figli, e non noi! Dovevo restare a casa, io, e veder partire mio figlio.
Fuori di questa passione, fuori di quest'angoscia, non potevo per il momento veder piú nulla.
Dovevo consumare in me stesso un travaglio violento: l'ira, lo sdegno acerbo per quanto avveniva, per chi non poteva, non sapeva o non voleva fare e si dava grottesche arie di fare e avrebbe meritato in risposta un augurio di sconfitta, se le sorti nostre non fossero state sciaguratamente unite.
Dovevo consumare dentro me l'ansia senza requie per il mio figliuolo, che mentre io qua mi sarei straziato invano e sarei stato costretto purtroppo ad attendere e a soddisfare a tutti i piccoli materiali bisogni della vita, avrebbe esposta la sua lassú; e ogni momento, che per me sarebbe passato cosí, poteva essere per lui il supremo; e sarebbe toccato a me, allora, dopo, di seguitarla a vivere, questa atrocissima vita.
Nell'ombra che veniva lenta e stanca dopo quei lunghissimi afosi pomeriggi estivi e m'invadeva a poco a poco la stanza, recando come una mestizia di frescura, un rammarico di lontane dolcezze perdute, io però da alcuni giorni non mi sentivo piú solo.
Qualcosa brulicava in quell'ombra, in un angolo della mia stanza.
Ombre nell'ombra, che seguivano commiseranti la mia ansia, le mie smanie, i miei abbattimenti, i miei scatti, tutta la mia passione, da cui forse eran nate o cominciavano ora a nascere.
Mi guardavano, mi spiavano.
Mi avrebbero guardato tanto, che alla fine, per forza, mi sarei voltato verso di loro.
Con chi potevo io veramente comunicare, se non con loro, in un momento come quello? E mi accostai a quell'angolo, e mi forzai a discernerle a una a una, quelle ombre nate dalla mia passione, per mettermi a parlare pian piano con esse.
COLLOQUI COI PERSONAGGI
II
E mi è avvenuto, accostandomi per la prima volta all'angolo della stanza ove già le ombre cominciavano a vivere, di trovarvene una che non m'aspettavo: ombra solo da jeri.
- Ma come, Mamma? Tu qui?
È seduta, piccola, sul seggiolone, non di qui, non di questa mia stanza, ma ancora sú quello della casa lontana, ove pure gli altri ora non la vedono piú seduta e donde neppur lei ora, qui, si vede attorno le cose che ha lasciato per sempre, la luce d'un sole caldo, luce sonora e fragrante di mare, e di qua la vetrina che luccica di ricca suppellettile da tavola, di là il balcone che dà su la via larga del grosso borgo marino, per dove passa monotona tutti i giorni, stridente di carri, la solita vita, di traffico per gli altri, di tedio per lei; né piú si vede davanti i cari nipotini dai dolci occhi intenti ai suoi racconti, e quegli altri due che piú, certo, le è doluto di lasciare: il vecchio compagno della sua vita, la figliuola piú amata, quella che fino all'ultimo la circondò di vigile adorazione.
Curva, tutta ripiegata su se stessa per schermire gli spasimi interni con le pugna sui ginocchi e su le pugna la fronte sta qua, su quel suo seggiolone che le ricorda tutte le cure della casa e il tormento dei lunghi pensieri nell'ozio forzato, i viaggi dell'anima tra le memorie lontane e il lungo soffrire ed anche, sí, le sue ultime gioje di nonna.
Alla mia domanda: - Ma come, Mamma? Tu qui? - alza la fronte dai ginocchi e mi guarda con quegli occhi che hanno ancora la luce dei vent'anni, ma in un bianco volto molle e smunto dal male e dall'età; mi guarda e m'accenna di sí, che è voluta venire per dirmi quello che non poté per la mia lontananza, prima di staccarsi dalla vita.
- D'esser forte, Mamma, mi dici, in questo momento di prova suprema per tutti? Forse sí...
ma tu, Mamma? proprio in questo momento lasciarmi, partirti da quel tuo cantuccio laggiú, dove io venivo col pensiero a trovarti ogni giorno, quando piú cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al calore dell'amor tuo, che mi rifaceva ogni volta bambino...
Solleva con pena le palpebre e atteggia il volto a un sorriso di pena, tenendosi sul grembo le povere piccole mani che tanto hanno lavorato, quasi per nascondere il male, dov'esso gliele ha piú torturate ed offese.
E non quelle mani soltanto si tiene cosí, ma dentro cosí anche l'anima, per nascondere dove piú le vicende della vita gliel'hanno offesa, ove piú qualche parola degli altri gliela toccano al vivo, e per non dire, attraverso quel sorriso di pena, se non ciò che conviene, non tanto per sé quanto per gli altri.
E dice:
- Non dovevo? Ma io non l'ho voluto, figlio, benché tanto stanca, lo sai, e con tanto bisogno di riposare dal troppo male di questa mia vita troppo lunga, ah lunga oltre ogni previsione dei miei tanti dolori...
È venuta! Non la volevo.
Per te non la volevo e per tutti gli altri, ma piú per te che, lo so, giustamente domandavi che il mio cuore t'accompagnasse in quest'ansia angosciosa per il tuo figliuolo che combatte lassú...
E t'ha accompagnato, figlio, il mio cuore, e forse per questo, anche...
No, no, che c'entri tu? Non ha potuto lui, vecchio, correr troppo come doveva dietro alla tua ansia, e s'è fermato...
Ma meglio per me cosí, meglio, credi.
Per te lo dico, perché tu trovi in questo un conforto al dolore per la mia morte.
Non potevo riposare; vedi il mio corpo com'era ridotto? L'anima, sí...
quella! ma anche il cuore, sai? benché cosí stanco di battere...
anch'esso, dentro, era quello di prima, con dentro ancora tutta, tutta la sua vita, ma pure l'infanzia, sai? tutta la mia vita, anche coi giuochi che facevo, piccola, coi miei piccoli fratelli, e tutti i visi e gli aspetti delle cose d'allora, cosí vivi, ma cosí vivi nel senso che aveva allora la vita per me, che tante volte questa vita di poi m'è sembrata un sogno d'attorno, e non quella già lontana e pur cosí presente qui, nel mio cuore.
Eh! perché la vita, figlio, tu lo sai, noi la diamo ai figli perché la vivano loro e ci contentiamo se qualche cosa ancora di riflesso ne venga a noi; ma non ci sembra piú nostra; la nostra, per noi, dentro, resta sempre quella che non demmo ma che ci fu data, a nostra volta; quella che, per quanto nel tempo s'allunghi, serba dentro pur sempre il primo sapore d'infanzia e il volto e le cure della mamma nostra e di nostro padre e la casa d'allora com'essi la avevano fatta per noi...
Tu puoi saperlo, quale fu questa mia vita, perché tante volte io te ne parlai; ma altro è viverla, figlio, una vita...
Tentenna il capo e gli occhi brillano vivi del fremito interno dei ricordi.
- E la mia!...
fu pur triste, dapprima...
La tirannide...
I Borboni...
A tredici anni, con mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle, una anche piú piccola di me ed anche due fratellini piú piccoli, noi otto e pur cosí soli, per mare, in una grossa barca da pesca, una tartana, verso l'ignoto.
Malta...
Mio padre, compromesso nelle congiure e per le sue poesie politiche escluso dall'amnistia borbonica dopo la rivoluzione del 1848, era là, in esilio.
E forse allora io non potevo intenderlo, non l'intendevo tutto il dolore di mio padre.
L'esilio - far piangere cosí una mamma, e lo sgomento, e togliere a tanti bambini la casa, i giuochi, l'agiatezza - voleva dir questo; ma anche quel viaggio per mare voleva dire, con la gran vela bianca della tartana che sbatteva allegra nel vento, alta alta nel cielo, come a segnar con la punta le stelle, e nient'altro che mare intorno, cosí turchino che quasi pareva nero; e lo sgomento, ancora, a guardarlo; ma anche quell'infantile orgoglio della sventura che fa dire a un bimbo vestito di nero: - "Io sono a lutto, sai?" - come se fosse un privilegio sopra gli altri bimbi non vestiti di nero; e anche l'ansia di tante cose nuove da vedere, che ci aspettavamo di vedere con certi occhi fissi fissi che per ora non vedono nulla, fuorché la mamma là che piange tra i due figli maggiori che sanno e capiscono, loro sí...
e allora noi piccoli, le cose da vedere di là, nell'ignoto, pensiamo che forse non saranno belle.
Ma l'isola di Gozzo, prima...
poi Malta...
belle! con quel paesello bianco di Búrmula, piccolo in una di quelle azzurre insenature...
Belle da vedere le cose, se non ci fosse la mamma qua che séguita a piangere.
E poi presto dovemmo capire anche noi piccoli, non piú piccoli presto.
Venivano i grandi, nella nostra casa, a trovare mio padre; e tutti erano tristi e cupi, come sordi; e pareva che ciascuno parlasse per sé a quello che vedeva: la patria lontana, ove il dispotismo restaurato rifaceva strazio di tutto; e ogni loro parola pareva scavasse nel silenzio una fossa.
Loro erano qua, ora, impotenti.
Nulla da farci! E chi, appena poteva, per non struggersi lí in quella rabbiosa disperazione, partiva per il Piemonte, per l'Inghilterra...
Ci lasciavano.
Con sette figli e la moglie, mio padre che altro poteva, se non dire addio a tutti quelli che se n'andavano, addio anche alla vita che se n'andava? La rabbia e il peso di quell'impotenza, l'avvilimento di vivere dell'elemosina d'un fratello che era stato costretto a cantare nella Cattedrale con gli altri del Capitolo il Te Deum per Ferdinando lo stesso giorno della partenza di lui per l'esilio; un cordoglio senza fine, la sfiducia che non avrebbe veduto il giorno della vendetta e della liberazione, ce lo consunsero a poco a poco, a quarantasei anni.
Ci chiamò tutti attorno al letto il giorno della morte e si fece promettere e giurare dai figli che non avrebbero avuto un pensiero che non fosse per la patria e che senza requie avrebbero spesa la vita per la liberazione di essa.
Ritornò la vedova, ritornammo noi sette orfani in patria, mendichi alla porta di quello zio che finora ci aveva mantenuti nell'esilio: veramente santo, veramente santo, perché il bene che ci fece e continuò a farci senza mai un lamento, era a costo per lui di paure da vincere ogni giorno, d'offese da sopportare fingendo di non notarle, offese alle sue abitudini, alle sue opinioni, ai suoi sentimenti, e anche a costo di certe piccole grettezze da superare, che ce lo rendevano tanto piú caro, quanto piú vedevamo ch'egli cercava di sottrarvisi con comici sotterfugi, con ingenue arti che ci facevano sorridere pietosamente.
Tante volte tu sentisti dire da me: - "Lo zio Canonico!" - Ma che puoi sapere di quella sua casa antica, com'era, che sapor di vita vi alitava, com'era lui piccolo (grande di busto, piccolo di gambe), cosí piccolo piccolo che in piedi era piú corto che seduto, ma bello di volto, e poi con un certo suo curioso intercalare: - "Càttari! Càttari! avrei potuto giurare, effettivamente..." - mentre si guardava le unghie, con gli occhi bassi.
E la paura che aveva dei tuoni! e certe prepotenti curiosità proibite che lo traevano a leggere di nascosto nella Battaglia di Benevento la storia dei papi e di tratto in tratto lo sentivamo gridare, mentre richiudeva di furia il libro e vi dava un pugno sopra: - "Ma questo è un pazzo!" - e poco dopo tornava a leggervi daccapo.
Povero zio! Fummo pure ingrati qualche volta...
quella volta per esempio, che la sbirraglia borbonica venne a fare una perquisizione anche nella casa di lui, per i miei fratelli ch'erano già cresciuti e congiuravano, e io giovanetta, nel vederlo troppo impaurito e troppo ossequioso tremare innanzi a quei musi, gli gridai: - "Ma non abbia paura lei! Tanto lo sanno bene che lei andò a cantare il Te Deum alla Cattedrale quando suo fratello fu mandato in esilio!" - E lui, poverino, mogio mogio, s'allontanò esclamando e guardandosi le unghie: - "Càttari, che femmina, càttari che femmina!".
Eh sí, troppo veramente mi doleva d'essere donna allora e di non poter seguire i miei fratelli! Io la cucii quasi al bujo, in un sottoscala, la bandiera tricolore con cui il mio piú piccolo fratello insieme con gli altri congiurati, il 4 aprile 1860, uscí armato incontro al presidio borbonico, nella stess'ora che a Palermo un altro dei miei fratelli doveva irrompere dal convento della Gancia; e qua da noi, in provincia, di tanti che avevano giurato di scendere in piazza armati si trovarono in cinque soltanto contro duemila borbonici.
Tu puoi intenderla ora la nostra ansia mortale, in quel giorno, per questi due fratelli, uno qua, l'altro là...
Sí, è per il figlio ora la tua ansia; ma c'era anche la mamma con noi allora, e l'ansia era anche per noi.
Quando, dopo lo scampo miracoloso dei miei fratelli, i gendarmi ritornarono a perquisire la casa, mia madre ci dispose, noi figliuole, ciascuna presso un balcone e ci ordinò: - "Se vi mettono le mani addosso, buttatevi giú".
- Fiera donna di stampo antico, mia madre! Per mesi e mesi, figúrati, per tutto il tempo che durò la prigionia dei garibaldini dopo Aspromonte non volle che si desse alcuna notizia della famiglia a quello piú piccolo dei miei fratelli che si trovava, ufficiale dei bersaglieri, nell'esercito, solo per la supposizione che fosse stato anche lui tra i fucilatori di Garibaldi e contro all'altro fratello ch'ebbe la ventura di raccogliere in quell'infausta giornata lo stivale forato e insanguinato del Generale.
Che giornata, quella! Eppure la vita vostra, di voi miei figliuoli, dipende forse da essa! Quando quel mio fratello ritornò dalla prigionia nella caserma di San Benigno a Genova, tutto il popolo qua lo condusse quasi in trionfo alla madre e a noi che lo aspettavamo festanti; e fu allora ch'io conobbi per la prima volta vostro padre, reduce anche lui da Aspromonte, garibaldino anche lui del Sessanta, carabiniere genovese.
Avevo già ventisette anni e non volevo piú sposare; mi toccò sposare perché lui lo volle, lui che poteva imporsi al mio cuore con la bella persona e piú, in quei fervidi anni, con l'animo che voi figliuoli gli conoscete, per cui ancora, vecchio, esulta e si commuove come un bambino per ogni atto che accresca onore alla patria.
Con quest'animo e col mio, la vita che vi abbiamo data, figliuoli miei, nei tempi inerti e sordi che sono seguiti, non poteva esser lieta; lo so! E la so, ora, la tua pena, figlio, che forse è la stessa che a me, donna, mi bruciò tanto nell'anima: di non poter fare e di veder fare agli altri quello che avremmo voluto far noi e che per noi sarebbe stato niente, mentre ci par tanto e tanto ci fa soffrire, che lo facciano gli altri...
Ma ecco, per questo appunto io sono venuta, figlio mio, per dirti questo: che tu l'hai voluta questa guerra, contro tanti che non la volevano, e lo sapevi che se poco ti sarebbe costato sacrificare in essa la tua vita, tanto, troppo invece ti sarebbe costato il solo rischio di quella del tuo figliuolo.
E l'hai voluta.
Tu paghi, dunque, di sofferenze piú che se fossi andato...
Ti basti.
E Dio risparmi il tuo figliuolo! Avrei voluto, pur soffrendo, durare ancora fino alla vittoria.
Ma pazienza! Non ho rinunziato a un dolore; avrò perduto una gioja, poiché la vittoria è certa.
Mi basta che per me rimanga a vederla tuo padre.
Voi, del resto, tu che mi sei stato sempre lontano, cosí da lontano, pensatemi ancora viva! Non sono forse viva sempre per te?
- Oh Mamma, sí! - io le dico.
- Viva, viva, sí...
ma non è questo! Io potrei ancora, se per pietà mi fosse stato nascosto, potrei ancora ignorare il fatto della tua morte e immaginarti, come t'immagino, viva ancora laggiú, seduta su codesto seggiolone nel tuo solito cantuccio, piccola, coi nipotini attorno, o intenta ancora a qualche cura familiare.
Potrei seguitare a immaginarti cosí, con una realtà di vita che non potrebbe esser maggiore: quella stessa realtà di vita che per tanti anni, cosí da lontano, t'ho data sapendoti realmente seduta là in quel tuo cantuccio.
Ma io piango per altro, Mamma! Io piango perché tu, Mamma, tu non puoi piú dare a me una realtà.
È caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto.
Quando tu stavi seduta laggiú in quel tuo cantuccio, io dicevo: - "Se Ella da lontano mi pensa, io sono vivo per lei".
- E questo mi sosteneva, mi confortava.
Ora che tu sei morta, io non dico che non sei piú viva per me; tu sei viva, viva com'eri, con la stessa realtà che per tanti anni t'ho data da lontano, pensandoti, senza vedere il tuo corpo, e viva sempre sarai finché io sarò vivo; ma vedi? è questo, è questo, che io, ora, non sono piú vivo, e non sarò piú vivo per te mai piú! Perché tu non puoi piú pensarmi com'io ti penso, tu non puoi piú sentirmi com'io ti sento! E ben per questo, Mamma, ben per questo quelli che si credono vivi credono anche di piangere i loro morti e piangono invece una loro morte, una loro realtà che non è piú nel sentimento di quelli che se ne sono andati.
Tu l'avrai sempre, sempre, nel sentimento mio: io, Mamma, invece, non l'avrò piú in te.
Tu sei qui; tu m'hai parlato: sei proprio viva qui, ti vedo, vedo la tua fronte, i tuoi occhi, la tua bocca, le tue mani; vedo il corrugarsi della tua fronte, il battere dei tuoi occhi, il sorriso della tua bocca, il gesto delle tue povere piccole mani offese, e ti sento parlare, parlare veramente le parole tue, perché sei qui davanti a me una realtà vera, viva e spirante; ma che sono io, che sono piú io, ora, per te? Nulla.
Tu sei e sarai per sempre la Mamma mia; ma io? io, figlio, fui e non sono piú, non sarò piú...
L'ombra s'è fatta tenebra nella stanza.
Non mi vedo e non mi sento piú.
Ma sento come da lontano lontano un fruscio lungo, continuo, di fronde, che per poco m'illude e mi fa pensare al sordo fragorio del mare, di quel mare presso al quale vedo ancora mia madre.
Mi alzo; m'accosto a una delle finestre.
Gli alti giovani fusti d'acacia del mio giardino, dalle dense chiome, indolenti s'abbandonano al vento che li scapiglia e par debba spezzarli.
Ma essi godono femmineamente di sentirsi cosí aprire e scomporre le chiome e seguono il vento con elastica flessibilità.
È un moto d'onda o di nuvola, e non li desta dal sogno che chiudono in sé.
Sento dentro, ma come da lontano, la sua voce che mi sospira:
- Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono piú! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà piú sacre e piú belle.
I DUE GIGANTI
Un antico muro scrostato - ma sí, lo vedo bene.
E forse fu rosso cent'anni fa.
Sferzato dalle pioggie alte invernali, argine ai polveroni turbinosi di tramontana, s'è fatto terroso, con appena una velatura sporca, tra le crepe, di quell'antica mano di rosso.
E dove le vestigia slavate e ingiallite dell'intonaco sussistono, i luridi monelli del viale hanno schizzato a punta di sasso o col carbone segnacci osceni, motti sconci, sgorbii di cani, di serve e di carabinieri.
Ma sorveglia piú giú il barbuto guardiano gallonato, dalla mattina alla sera con le spalle appoggiate alla cancellata, mangiandosi i sozzi mustacchi strinati al passaggio d'ogni solitario signore ben vestito.
È il muro di cinta dell'ultimo lembo superstite d'un magnifico parco patrizio, ricco un tempo di pini e di cipressi.
Seguiva prima, ininterrotto, quasi tutto il lato destro del lungo e vasto viale, dalla porta della città fino in fondo, per circa un miglio.
Ora son case e vie ove il parco dominava selvaggio e maestoso: dadi di casette bianche, quasi di giuoco infantile, vialetti rassettati e piazzalini sterrati puliti, su cui incombe di tratto in tratto, come a schiacciarli, qua il tronco poderoso d'un pino dall'immensa cupola intramata di neri bronchi, di cielo chiaro e di fosco verde; là, isolato, escluso nell'azzurro, un notturno cipresso centenario, alla cui punta pare s'impiglino le nuvole.
Rimasti l'uno e l'altro staccati, come in esilio, guardano da lontano con tristezza al folto dei compagni piú giú, nel lembo superstite, cinto da quest'antico muro.
Ebbene, fu qua che i due giganti m'apparvero, un a notte di quest'inverno.
Qua, nel punto del muro propriamente ove quel pino sorge come un grande O accanto a quel cipresso dritto come un grande I, che alti la notte nel cielo stellato possono, oh beati!, scrivere un IO in due.
*
Una notte di quest'inverno.
Ma per parlare della maravigliosa vita di questi due giganti bisogna rimontare a un'epoca favolosa, remotissima, quando l'ultima primavera brillò con tutte le sue foglie dagli alberi di questo viale.
Lo scorso maggio? Sette, otto mesi fa?
Sí.
A contare il tempo ad anni, a mesi, a giorni, non piú di otto mesi fa.
Ma io pensavo - scusate - che quando una cosa è accaduta, jeri, un minuto fa, non accadrà mai piú; e che il minuto che segna una fine possiamo contarlo da quelli che seguono; dire: cinque, dieci, venti minuti fa; poi, assommandosi e facendosi troppi, non li contiamo piú, e diciamo jeri, diciamo l'altro jeri; poi, una settimana, un mese, due mesi fa; e poi, se era la fine d'una piccola cosa, non ci pensiamo piú, ed eccola svanita quella piccola cosa, una vita, un oggetto che c'era caro, nel vuoto dell'eternità.
Otto mesi, dal giorno che queste foglie ora sparse qua per terra lungo il muro, secche accartocciate sfrante, spuntarono verdi e brillarono fresche dai rami alti degli alberi di questo viale, in un azzurro che non è piú, che non sarà mai piú; otto mesi, credete, son pure un'epoca favolosa, remotissima.
E chi vi dice poi, che riavranno un'altra primavera tutti quanti gli alberi di questo viale? Ciò che loro sanno, ciò che sa quell'ultimo cimignolo lí in vetta in vetta, del mistero della terra profonda, ove s'aggrappano cieche le loro radici, né io né voi sappiamo.
Son note a loro, forse, quelle oscure necessità della vita e della morte, che a noi il falso lume dell'intelligenza non fa vedere.
Forse il lume vero è dove è bujo per noi, in queste necessità che ci restano oscure, nelle quali le cose, la pianta e la pietra, vivono assorte e immemori.
Del resto, che sapete voi di ciò che poteva essere accaduto nel mio spirito in quella notte d'inverno, per cui l'ultima primavera gli appariva come un'epoca favolosa, remotissima? Che sapete voi donde io tornassi quella notte, e quale combattimento avessi sostenuto con me stesso per ricacciare indietro il tempo che mi si voleva far presente e vivo con una sua tentatrice immagine di primavera?
*
A lungo, a lungo due giovanili occhi intenti da un viso chiaro, di rosea freschezza, tra un vivido lampeggio festoso di specchi, di lumi, di gemme, m'avevano fissato con una pena che ardeva di cangiarsi subito in gioja, se per poco i duri miei occhi che li fuggivano si fossero arrestati a dir sí.
Volevano esser fascino, quegli occhi; furono stupore triste in prima per me; poi cupo sdegno.
Nel primo stupore i miei occhi avevano voluto allontanare di almeno trent'anni, di almeno trent'anni da me quell'immagine di giovinezza, per indurla pietosamente a riconoscersi cosí da lontano, come in uno specchio, con quei suoi occhi intenti, nel mio vero aspetto - vecchia.
Vecchia, sí, come di qui a trent'anni si sarebbe ella stessa veduta in un ritratto che l'avesse rappresentata a sé con l'immagine d'ora; vecchia come quando, nel mirar questo ritratto, avrebbe potuto dire:
- Oh, guarda! Ero cosí...
- Vecchia cosí tu sei ora per me, immagine di giovinezza, - dicevano i miei occhi nel loro stupor triste a quegli occhi che s'ostinavano a fissarmi intenti.
E dicevano anche:
- Ti vedo lontana lontana...
Sí, con codesti occhi stessi.
E il tuo piedino, ricordi? premeva sul mio piede.
Non ti risuonano flevoli con angosciosa dolcezza le note di quelle musiche lontane, nell'affollato passeggio delle balsamiche sere estive, al mare, con tutte quelle lampade e i guizzi fuggevoli dei cocchi signorili, l'odore delle alghe che viene dalle banchine, la fragranza inebriante dei gelsomini e delle zàgare che viene dai giardini? Se tu ti alzi, io lo so, il tuo piedino zoppica un poco...
Ma com'è, dimmi, che sei ancora cosí fresca? Ti dài certo il belletto su le guance, cara, e ti ritingi i capelli...
Non vedi che i miei su le tempie sono già bianchi?
S'ostinavano a dir no, quegli occhi, che non era vero.
M'invitavano a respirare da presso la fragrante freschezza dei capelli e delle carni, e dicevano ch'io farneticavo a immaginare che uno dei piedini di lei zoppicasse.
Dove? Quando? O che era forse il diavolo? Perché non andavo a invitarla a danzare? Avrei subito veduto che i suoi piedini, altro che zoppicare! volavano, reggendo su le elastiche punte tutta la leggiadra persona come una piuma.
- Trent'anni fa...
- No, qua, ora, - dicevano quegli occhi; insistevano: - Ora, ora! - con cupida intensità.
- Ora? Ma che dici? Tu sei pazza; o tu vuoi riderti di me.
Via! via! Non di trent'anni solamente, ma d'un incommensurabile tempo, tu e queste luci di festa e quanti ti girano attorno mi siete lontani.
- Lontani? Ma io sono qua! Ora, sí, ora...
Non vedi? Perché non vieni? Non ti son piú lontana d'otto o dieci passi...
- No, cara, sempre, anche se venissi ad abbracciarti, resterebbe in me quest'infinita lontananza da cui ora ti guardo! Posso, come niente, spogliarti di codesta veste verde di seta che t'inguaina, e vederti uscir nuda da una corteccia di querce, ninfa di bosco, alla luna che t'invoglia insieme con le tue ninfe compagne a una danza coi satiri procaci.
Questo rumor di festa, che nei tuoi occhi s'è incantato in un silenzio di sogno tentatore, è per me il frusciare di quel bosco favoloso, dove tu sei ninfa ignuda con prolissi capelli di viola.
Anche tu, cosí incantata nel silenzio, non sei piú qua, ora.
Che vedi? Me, giovine? In un tempo immemorabile, cara.
Giovine io fui in quell'epoca favolosa che tu eri ninfa di bosco; e fui allora gigante di tale prodigiosa statura, che mi bastava alzare appena una mano per prendere in cielo la falce della luna a falciare le selve sempre rinascenti dei miei sogni misteriosi.
Credi, credi pure che un tuo piedino, cara, zoppica un poco, da quando quel rovo maligno te lo punse nel bosco.
Io lo so.
*
Fuori, la tramontana, urlando come per spasimi ignoti e spaventevoli dello spazio tenebroso, aveva spento tutti i fanali di questo lungo e vasto viale, a cui io m'affacciai quasi impaurito, varcata la scura porta solenne della città ancora tutta illuminata, sebbene deserta.
Era adesso nella tenebra un silenzio e un gelo, un silenzio che dopo il sogno mi parve la fine di tutte le cose, un gelo che dava alle apparenze superstiti di esse, come s'intravedevano appena, spettrali, a un vano raro barlume ch'era quasi un brulichio della tenebra stessa, un disperato irremovibile avvilimento.
Discernevo in quel barlume il nero groviglio dei rami e del frondame secco di tutti questi alberi in lunghissima fila, e orribilmente in quel silenzio gelato sentivo scricchiolare sotto i piedi le foglie accartocciate.
Quand'ecco, in quella tenebra, in quel silenzio, in quel gelo, rovente, squillante fiammeggiò a incendiare tutta la notte, rosso e nuovo, quest'antico muro di cinta, come del riverbero d'una prodigiosa aurora, e su esso cosí tutto fiammeggiante i due giganti maravigliosi apparvero e mossero tra lo stupore immoto degli alberi e delle case i loro terribili gesti.
Restai atterrito a mirarli da lontano, dalla profondità gelida della mia notte.
Neri, enormi, in quella fiamma prodigiosa, scrollavano a ogni minimo gesto tutta la notte, come se dalla tenebra volessero ricreare il mondo, ridargli forze, abolendo il tempo, una sempiterna giovinezza e davvero la falce della luna e le selve dei misteriosi sogni da falciare.
E via, via le città dalla faccia della terra, vile ingombro da mandar con un calcio per aria, rotolío di minuscoli mondi grotteschi, con cieli di tegole e travi e lumini da notte per stelle; e restituire gli uomini all'altezza dei cieli veri e delle montagne e dei boschi; all'ampiezza dei mari senza piú gusci di navi; restituirli alla loro statura di giganti, da prendere in cielo, sollevando appena un braccio, la falce della luna; da scavalcar con un passo le montagne; da traversare a piedi a livello della cintola i mari; e tentare, tentar di nuovo la scalata dei cieli; poggiare su un'altra piú degna stella e far con un calcio rotolare negli abissi degli spazii infiniti questa vile pallottola della terra.
Ecco, alzava il piede possente uno dei giganti; l'altro levava fino al cielo le braccia in attesa del crollo della terra, quando tutt'a un tratto la fiamma prodigiosa mancò.
Ma sí, lo so bene, due luridi straccioni del viale tendevano un piede e le mani al focherello che si spegneva d'un mucchietto di foglie secche raccolte presso quest'antico muro di cinta, il quale - ma sí! - è tutto crepe, lo vedo, e con appena una velatura sporca della sua antica mano di rosso.
Anche però il vostro volto, s'io vedo bene, è tutto crepe e solchi di rughe, e anche i vostri capelli hanno appena appena un vestigio del loro primo color biondo d'oro; e vorrei pregarvi di ricordare, se non sono importuno, che cosa vi sembrava codesta miserabile vecchia mezzo gobba che ancora vi strascinate accanto e tutto il mondo e la vostra stessa persona, quando vi ardevano dentro in belle flammate illusioni, speranze e desiderii.
FRAMMENTO DI CRONACA DI MARCO LECCIO
E DELLA SUA GUERRA SULLA CARTA NEL
TEMPO DELLA GRANDE GUERRA EUROPEA
I
Il 21 luglio rappresenta per la famiglia Leccio non l'anniversario soltanto della gloriosa battaglia garibaldina; non soltanto l'onomastico della figliuola maggiore; ma la stessa ragion d'essere della famiglia, che appunto dalla battaglia di Bezzecca ha tratto l'origine.
A diciott'anni Marco Leccio prese parte alla campagna del Trentino con Defendente Leccio, suo padre, e con un certo Casimiro Sturzi, suo amico da fratello, coetaneo, orfano di padre e di madre.
Perdette a Bezzecca, nella famosa carica alla bajonetta, il padre e l'amico.
Non ebbe neanche il tempo di piangerli.
All'amico, mentre gli spirava tra le braccia raccomandandogli la sorella Marianna che restava sola al mondo, promise che, se fosse scampato alla morte, il che non era sicuro, date le difficoltà di quella campagna; ma se fosse scampato, la sorella l'avrebbe sposata lui.
Certo, nel fare questa promessa, non s'aspettava che, appena quattro giorni dopo, quando già tutto il Trentino era occupato e Trento stava per cadere, Garibaldi sarebbe stato costretto a rispondere all'ordine del La Marmora il suo: Obbedisco.
Non ne parliamo, per carità, perché anche oggi - coi nostri soldati lí, quasi in vista di Trento - a sentirne parlare, Marco Leccio, pensando al padre morto, all'amico morto, alle terribili fatiche durate invano, al suo fiero impeto repubblicano stroncato da quella parola, si amareggia il sangue, si guasta il fegato, ruglia ancora come una belva a cui non è prudente accostarsi.
Quattr'anni dopo, nel 1870, presa Roma, egli manteneva la promessa fatta in punto di morte all'amico sul campo di battaglia, e sposava quasi per forza Marianna Sturzi.
Quasi per forza, perché la povera Marianna, ospitata per carità in casa d'una certa Lanzetti in via del Governo Vecchio, sua lontana parente, pareva se l'intendesse molto timidamente con l'unico molto timido figliuolo di costei, diciannovenne, per nome Agostino.
Il fatto è che ci furono pianti assai, e che se Marco Leccio non si ebbe un reciso rifiuto, lo dovette allo sbigottimento da cui furono prese le due donne e il timido giovanotto davanti alla prepotente e impetuosa sicurezza con cui egli venne a imporre il suo diritto: il diritto che gli veniva dalla sacra promessa al fratello morto eroicamente.
- Amore? ma che amore! Sciocchezze! Dovere.
Obbligo sacrosanto, a cui non si poteva mancare.
Non aveva lui, repubblicano, seguito Garibaldi che combatteva in nome del re d'Italia?
Quando un dovere preciso s'impone, non c'è amore che tenga; bisogna sacrificargli tutto.
Anch'egli sposava contro voglia, perché non si sentiva adatto al matrimonio.
Ma facile è fare ciò che piace; bisogna fare ciò che è difficile; obbedire a un dovere anche quando non piaccia.
E non pensò Marco Leccio che l'unico desiderio di Casimiro Sturzi, nel raccomandargli, morendo, la sorella Marianna, era che questa non restasse sola e trovasse un sostegno nella vita; che avendo ella trovato questo sostegno in quel giovanotto col quale forse sarebbe stata piú lieta, egli avrebbe potuto sottrarsi alla promessa di sposarla.
Non lo pensò; non volle pensarlo.
O piuttosto, non volle accogliere questo pensiero, perché gli parve suggerito dal suo tornaconto, un vile accomodamento con la sua coscienza.
Là, sposare!
E sposò.
Se la sposa non era adatta a quel genere di matrimonio, aveva egli tanto impeto in sé e tanto fervore patriottico, da bastare non solo per la moglie ma anche per tutti i figliuoli che sarebbero venuti: dieci, quindici, venti; non li avrebbe contati.
Ne sono venuti otto: cinque maschi, tre femmine, di cui ecco qua l'elenco per ordine d'età:
1o Giuseppe (Garibaldi), che ha già 44 anni; ma non bisogna parlarne;
2o Bezzecca, 41;
3o Anita, 38;
4o Defendente, 33;
5o Nino (Bixio), 29;
6o Teresita, 24;
7o Canzio, 21;
8o Giacomo (Medici), 18.
- Le donne, - dice Marco Leccio, - non bisogna mia lasciarle in ozio.
Ho fatto fare figli a mia moglie fino a 47 anni.
E soggiunge con orgoglio:
- Giacomino, il mio ultimo, ha un anno meno del primo figlio di mia figlia Bezzecca.
Ho voluto ancora, da nonno, esser padre, e che mia moglie fosse ancora madre, da nonna.
Non dice quante pene e quali stenti gli sia costato il mantenerli, l'educarli, con quel suo animo pronto sempre a sottomettersi al giogo delle piú aspre e dure necessità, sí, ma d'altra parte ribelle sempre a tutte quelle piccole transazioni e mortificazioni, a cui deve piegarsi chiunque alla fine si voglia procacciare un posto sicuro e rispettato nella vita.
Le lotte politiche, la sua aperta professione di fede repubblicana, lo sdegno feroce per tutti gli atti della meschina vita nazionale italiana lungo tanti e tanti anni, gli hanno fatto perdere tre volte il frutto delle fatiche; è stato due volte in prigione, una volta al confine; e ogni volta ha dovuto ricominciare daccapo.
Vent'anni d'Agro romano, nell'appalto fortunato d'una bonifica, ma da cui alla fine, col corpo debellato dagli acciacchi, è stato costretto a ritirarsi, gli hanno dato, non certo l'agiatezza, ma tanto da vivere in riposo, adesso, modestamente, i suoi ultimi anni, con la moglie e i tre figliuoli che gli sono rimasti in casa.
Bisogna riconoscere che il matrimonio patriottico non ha impedito alla signora Marianna d'esser ottima moglie e ottima madre, come non ha impedito ad Agostino Lanzetti, il quale poco dopo quel matrimonio per dispiacere si fece prete e ora si chiama don Agostino, di rimanere buon amico di casa Leccio, non ostante il contrasto delle opinioni politiche e non ostante il piú forte dolore che Marco Leccio abbia avuto nella sua vita e del quale fu autore, per quanto incosciente, don Agostino appunto: la degenerazione cioè del suo primo figliuolo, ora cassiere in un negozio d'arredi sacri in piazza della Minerva.
Si può argomentare da questa professione di cassiere in un negozio d'arredi sacri in che senso Marco Leccio dica degenerato il suo primo figliuolo.
Gli aveva imposto al fonte battesimale il nome di Garibaldi: ora, le rare volte che gli accade di nominarlo, lo chiama, col volto atteggiato di sdegno e di derisione, San Giuseppe.
Don Agostino Lanzetti giurò e spergiurò in principio di non averci messo mano affatto, di non sentirsi per nulla responsabile dei sentimenti e delle opinioni per cui quel figliuolo s'è da tanti anni alienato dal padre.
Ora però non giura e non spergiura piú.
Non giura e non spergiura piú, da quando Marco Leccio, per non offendere la moglie, se l'è chiamato in disparte e gli ha detto a quattr'occhi:
- Don Agostino, sta' zitto! La colpa è tua.
Tua, perché mia moglie, quando concepí quel disgraziato, che fu nel primo anno del nostro matrimonio, piangeva sempre, e piangeva per te che t'eri fatto prete.
Perciò quel figliuolo lí m'è nato con la chierica.
Hai capito? Sta' zitto.
Fortuna che l'influsso ecclesiastico poté cosí fortemente soltanto su quel primo nato, e fortuna che vennero poi due femmine, Bezzecca e Anita, nelle quali a mano a mano s'attenuò fin quasi a sparire.
Il quarto e il quinto figlio, Defendente e Bixio, diedero anch'essi dolore al suo cuore repubblicano quando vollero entrare nella regia milizia.
Ma oggi Marco Leccio è lieto e orgoglioso che tanto il primo, capitano d'artiglieria, quanto il secondo, tenente di fanteria, siano già al fronte insieme col settimo figliuolo Canzio, sottotenente di complemento nei granatieri di Sardegna.
Quanto a Giacomino...
Ecco, il 21 luglio, anniversario della battaglia di Bezzecca...
II
Tutto pronto, tutto pronto...
Camicia rossa e medaglie commemorative al petto; non per vana pompa, ma per vestire di giusti panni la sua intenzione d'arruolarsi a sessantasette anni volontario per una guerra che dev'esser prosecuzione e compimento di quella del 1866.
Il 21 luglio, anniversario della battaglia di Bezzecca, Marco Leccio s'era chiuso nello studio, divenuto dai primi d'agosto dell'anno scorso non un solo campo di battaglia ma parecchi campi di battaglia; e insieme col vecchio reduce Tiralli, suo ajutante di campo, o piuttosto, suo umilissimo attendente, aspettava che Giacomino scendesse a noleggiare una vettura, non volendo recarsi a piedi, cosí parato, alla caserma dell'82o fanteria.
Non mancava dunque che questo.
L'animo c'era; la volontà c'era.
Non è forse tutto la volontà?
Don Agostino Lanzetti, che con gli anni e i perseveranti studii latini s'è fatto, a simiglianza del corpo, sottilissimo lo spirito, e aguzzo come il suo mento, e arguto come il suo naso, per tranquillare le donne nella saletta da pranzo, cioè la signora Marianna e la figliuola Teresita, diceva di no: un no liscio come la sua faccetta di carruba secca.
No, che la volontà non era tutto.
Quella di Dio, sí; ma quella degli uomini...
- cammina forse da sola, la volontà degli uomini? Ha bisogno di due buone gambe, per camminare.
- E Marco, - diceva state tranquille: cammina col bastone.
La sciatica.
Se l'è presa Marco Leccio, a poco piú di quarant'anni, nella campagna romana.
Una di quelle!...
ma una di quelle!...
Ha fatto di tutto per liberarsene.
Cure eroiche.
Anche la cauterizzazione.
Niente ha valso.
E per gli accessi frequenti, spesso lunghi un mese e piú, la gamba destra gli s'è un po' raccorciata.
Piú d'un po'.
Egli però non vuole riconoscerlo e sostiene che non è vero.
Marco Leccio vuole avere il merito di camminare libero e spedito, sigaro in bocca, occhio ilare e bastone levato, con quel tormento che non lo lascia mai.
Un dolore sordo, contundente.
Un dolore pazzo che ora gli dà freddo ora caldo alla gamba.
E certi pruriti, e certi formicolii...
Niente.
Vuole esser piú forte del suo dolore, a ogni costo.
A nove anni, nel 1857, per imparare a soffrire per la patria, obbligava i compagni di giuoco a strappargli i capelli dal capo a uno a uno.
Presentava la testa e, strizzando gli occhi e stringendosi le braccia incrociate sul petto, ordinava: - Strappate! - Ora, vecchio, con quel malanno addosso, serra i denti, e là, si costringe, le notti di tortura, anche al decubito su la coscia affetta, quando però l'accesso non è di quelli famosi, perché allora i suoi spasimi sono cosí atroci, che non tollera neppur la vista d'una mano che accenni a sorvolargli su la gamba.
Urla, come se gliela toccassero.
Talvolta, anche solo traendo il respiro, il respiro gli si cangia in un grido: - ahi! E quando si riscalda contro qualcuno o per qualche cosa (il che, per dire la verità, gli avviene spesso), quantunque egli protesti sempre di voler ragionare, in mezzo ai ragionamenti, ecco che scatta in un'improvvisa bestemmia o in una feroce imprecazione, che lascia tutti sbalorditi, a bocca aperta, perché pare che non c'entri, quell'imprecazione, e difatti non c'entra: è rivolta al nervo sciatico, che non vuole di quei riscaldamenti.
Non vuole niente, non vuole, quel maledettissimo nervo!
Perciò Marco Leccio, quand'è piú infuriato, si dà sempre attorno con le mani a metter ordine nella stanza, a rassettare i piccoli oggetti sui mobili.
Pare strano: una curiosa incongruenza: ma non è.
Istintivamente, mentre il suo animo è acceso e in subbuglio, fa quei gesti per placare, per non smuovere la sua sciatica, che vuol calma, ordine, riposo: procura di darglieli fuori, tutt'intorno, non potendo dentro di sé.
Ma è tignosa, quella porca! D'improvviso, a tradimento, gli dà una fitta, lo pizzica; e allora, bum! Marco Leccio scaraventa a terra l'oggettino che stava per rimettere a posto con tanto garbo in mezzo alle furie.
- La volontà - soggiungeva quella mattina del 21 luglio don Agostino Lanzetti alle due donne nella quieta saletta da pranzo - dico la loro volontà, gli uomini la vogliono salvare a ogni costo; e quand'essa non sappia stare nei limiti del possibile, per salvarla, la chiamano velleità.
Se una donna vuole esser uomo, se un vecchio vuole esser giovane...
velleità! Cose ridicole e pietosissime.
Vedrete che Marco ha un bel volere: non potrà; e se non lo vuole intender lui, gliene daranno intenzione gli altri.
State tranquille.
C'era poi anche Giacomino, che non sapeva risolversi ad andar per la vettura, non perché a lui come lui non paresse mill'anni di presentarsi in caserma ad arruolarsi anche lui volontario; ma perché doveva presentarsi col padre.
È spesso un gran dolore e una grande mortificazione per i figliuoli il notare che al proprio padre gli altri non dànno e non possono dare quella stessa realtà ch'essi gli dànno.
Per essi il padre è quale lo amano e lo rispettano, in casa, in famiglia, per tutta quella parte della loro vita, che resta legata e sottomessa all'affetto paterno, all'autorità paterna.
Ma fuori, nelle relazioni con gli altri, è ben triste l'impressione dei figli nel vedere il padre staccarsi dalla loro realtà per entrare in quella che gli altri gli daranno.
Avvertono subito qual'è, quest'altra realtà, e ne soffrono.
Il padre non se n'accorge e guarda gli occhi del figlio e nota che questi l'ha come lasciato solo, abbandonato; che gli sta accanto in atteggiamento penoso e sospeso.
Perché? Che avviene? Non si sente piú sicuro di sé, sente che gli manca un appoggio, l'appoggio solito della propria realtà nel suo figliuolo.
- Ma come? Che è?
- Niente, papà...
sorride afflitto il figliuolo.
E se lo vorrebbe portar via subito, per non tenerlo cosí esposto alla ridicola realtà, che ha assunto per gli altri, il suo papà che è vecchio e non sa che oggi non si pensa piú cosí, non si va piú a spasso vestiti cosí, con quel cappello di quella foggia, per esempio, e piú cosí non si parla e piú cosí non si ride, e via di seguito.
Ma come si fa a dire al padre di queste cose?
Giacomino fremeva, quella mattina, si sentiva torcer le viscere, solo pensando all'aria, all'impostatura con cui il padre si sarebbe presentato in caserma alla commissione d'arruolamento, parato a quel modo; alle parole che avrebbe rivolto alla commissione, senza intendere che oggi l'offerta di sé doveva esser fatta con modestia e serietà.
Non che Giacomino, badiamo, credesse che nell'intenzione del padre non fosse seria l'offerta della sua vita.
Sapeva bene chi era suo padre e in che conto la teneva, la vita e le cose sue piú care, non già di fronte a un debito d'onore, ma anche per un puntiglio da nulla, come tante volte aveva dimostrato.
Ma il modo! la maniera! Tutto quello che il padre diceva, da undici mesi, della guerra europea là nello studio col reduce Tiralli, curvo ora su questa ora su quella carta geografica, irta di bandierine, dei vani fronti della guerra; stese su tante tavole sorrette dai cavalletti, Dio liberi se si fosse messo a ripeterlo lí davanti alla commissione!
Sudava freddo, Giacomino, solo a pensarci.
Don Agostino Lanzetti lo spinse ad andare per la vettura.
- Va', va', figliuolo; non lo fare aspettar troppo.
Sai bene com'è...
Per ora, di là con Tiralli si distrae parlando della guerra, ma se poi s'accorge che s'è fatto tardi, son guaj!
Giacomino andò e, purtroppo, di lí a poco, tutto quello che aveva immaginato di dover soffrire, lo soffrí davvero nella caserma dell' 82o fanteria.
III
La commissione era composta da un tenente colonnello, da un maggiore relatore, da un capitano medico e da un capitano contabile, nella sala della sanità.
Marco Leccio si presentò fieramente accigliato, a denti stretti, le mascelle contratte e le nari divaricate, da cui l'ansito cacciava come due cannonate di fumo.
Ma non per l'emozione patriottica, né per darsi un'aria, come credette Giacomino.
Per ben altro! Smontando dalla vettura innanzi al portone della caserma, Marco Leccio aveva avvertito la fitta ben nota alla piegatura della natica, e ora faceva sforzi erculei perché non paresse nulla, andando innanzi alla Commissione.
Furono tre i supplizii di Giacomino.
Primo, quando il tenente colonnello credette di porgere un bel saluto al veterano garibaldino che veniva a offrirsi volontario; e il padre, commosso, con una mano sul petto, prese a dire:
- Questa guerra, signor colonnello, avremmo dovuto combatterla soltanto noi! Noi.
Perché è la guerra nostra.
Quella che ci costrinsero a troncare nel bel meglio, il 1866! L'onta, il ribrezzo di piú che trent'anni per un'alleanza odiosa col nemico nostro, fomentati dallo sdegno, dall'orrore delle atrocità commesse dai nostri alleati di jeri, signor colonnello, hanno dovuto rodere il freno d'una disumana pazienza.
E ora che questo freno finalmente s'è rotto, ora che il ribrezzo, l'odio soffocati per trenta e piú anni prorompono e s'avventano, ecco, ecco come ci ritroviamo noi, signor colonnello: noi, quanti siamo di questa sciagurata generazione nostra, a cui, dopo Bezzecca, è toccata l'onta della pazienza e l'ignominia di una alleanza col nemico irreconciliabile.
Vecchi ci troviamo, quasi finiti, e dobbiamo mandare avanti i nostri figli, nei quali forse il ribrezzo non freme e l'odio non ribolle come in noi! Ma noi, no, signor colonnello! noi, cosí vecchi come siamo, dobbiamo esser messi avanti a tutti! come avanti a me, a Bezzecca, fu messo mio padre! I figli ci debbono veder cadere, noi vecchi, perché cosí l'odio, il furore della vendetta divampi in loro uguale al nostro e uguagli quelle forze che a noi vecchi mancano! Ho già tre figli al campo e vengo a portare quest'ultimo.
Vogliamo essere soldati semplici, signor colonnello, tanto io che mio figlio.
Ho anche due nipoti lassú alla frontiera: un sacerdote, caporale di sanità, figlio del mio figliuolo maggiore; e il figlio di mia figlia, ufficiale di complemento.
Mi piacerebbe, signor colonnello, d'andare fantaccino sotto il comando di questo mio nipote!
Fortuna che il tenente colonnello e gli altri della commissione, dapprima un po' storditi, accolsero approvando con un sorriso simpatico quella mezza concione.
Il secondo supplizio di Giacomino fu all'esame delle carte, quando il maggiore relatore nella fedina del padre trovò segnate le tre condanne politiche.
- Cancellate! son già cancellate, signor Maggiore! - esclamò con fiera dignità Marco Leccio.
- Le cancello io col solo fatto che mi presento qui, ora, volontario.
Mi furono inflitte, perché non ho saputo mai acquietarmi a quell'onta di cui le ho parlato poc'anzi, e tre volte mi sono ribellato coi miei compagni di fede repubblicana.
Ora che in Italia non c'è piú partiti, ora che l'Italia fa il suo dovere, queste condanne cadono da per sé, son cancellate.
L'ultimo supplizio piú grave di tutti, fu alla visita medica.
Quanto a lui, Giacomino, bel figliolone roseo con tanto di spalle, non c'era da discutere: subito accettato, bersagliere ciclista volontario.
Ma quando si venne alla visita del padre...
Si vedevano, santo Dio, le vestigia della cauterizzazione lí su la coscia, i segni delle suppurazioni dei tanti vescicanti che vi aveva applicati con la pomata epispastica, e i segni delle ventose e delle mignatte.
Nossignori! Assicurare e sostenere che non era niente; che poteva marciare, anche a giornate; che soltanto qualche volta, in principio, provava una tal quale difficoltà a muoversi, ma che poi, subito, i movimenti gli si scioglievano, gli si facevano liberi, agili come se nulla fosse.
- Che, la gamba? raccorciata? ma che raccorciata! no! dove? normalissima!
Se non che, a un certo punto, come il capitano medico accennò appena appena di toccargliela, istintivamente ebbe come un imbevimento e fece per ritirarsi, sussultando.
Soffriva da mezz'ora, lí, in piedi, spasimi d'inferno!
Il tenente colonnello, bravissimo uomo, ammirato, commosso e pur sorridente dell'ingenuità di quella generosa dissimulazione, non ostante che cosí chiari lí su la coscia apparissero i segni del male, si provò a fargli intendere che la commissione era dispostissima ad accoglierlo, perché in genere, senza stare a sofisticare, si largheggiava nell'accoglimento dei veterani per il prestigio del loro aspetto e del loro passato.
Gli avrebbe fatto dunque indossare, senza dubbio, la divisa.
Ma inviarlo al fronte, in coscienza, non poteva.
Poteva renderlo utile, utilissimo, facendogli prestar servizio nella maggiorità, ecc.
Piú di questo non poteva.
Marco Leccio non ebbe scatti, non proruppe, propriamente; anzi non s'offese neppure; non poté tuttavia nascondere un certo sdegno alla proposta: non tanto per la proposta in sé, quanto in relazione a ciò che egli invece si proponeva di fare.
- Vestire per comparsa, no, signor colonnello! Maggiorità vuol dire...
scrivano? star qui a scrivere su la carta? Carta per carta, signor colonnello, ce le ho tutte a casa, le carte della guerra.
La farò a casa la guerra su la carta.
Cosí, Giacomino rimase, e lui se ne tornò solo in vettura, aggrondato, sconfitto, con tale cupezza di misantropia scolpita nel volto, che non poteva dipendere dalla sola disperazione di quel disinganno.
Difatti, non dipendeva da questo soltanto.
In fondo, egli non si era ingannato; lo aveva previsto.
Gli sarebbe certo piaciuto andare a morir bene lassú; ma non per questo soltanto aveva fatto quel tentativo di arruolamento quasi disperato.
La coscienza delle sue condizioni fisiche gliel'avrebbe forse sconsigliato.
Un'altra ragione lo aveva spinto, che non voleva dare a vedere nemmeno a se stesso:
- Giacomino.
Dirgli di no, opporsi al proposito che questo suo ultimo prediletto figliuolo gli aveva manifestato, di andarsi ad arruolare volontario per seguire i tre fratelli, non poteva, non doveva; per tutto il suo passato, per l'educazione che gli aveva data, non poteva, non doveva.
Ma staccarsi dal figlio, da questo suo ultimo figlio che, solo, gli aveva fatto sentire quello che forse gli altri tutti insieme non gli avevano fatto ancora sentire, la tenerezza paterna, fino al punto di credersi capace di qualunque viltà solo al pensiero di un rischio ch'egli potesse correre; staccarsi da questo figlio non sapeva neppure.
E perciò solo aveva tentato.
Ora, non soffriva per altro.
A chi non lo sapeva (e non lo sapeva nessuno) poteva parer ridicola tutta quella disperazione per non esser stato arruolato volontario a 67 anni.
IV
Solo un'anima grossolana non è capace d'avvertire il disgusto che deve provare un magnifico divano di panciuta gravità, una soffice poltrona con la frangia lunga fino ai piedi, se sul tavolinetto lí davanti un cameriere venga a posare sbadatamente o per accorrer presto alla chiamata del padrone, una cuccuma affumicata di cucina, o se la cameriera si scordi su la testata di quel divano o sul bracciuolo di quella poltrona lo spolveraccio sporco o il piumino spennacchiato.
Hanno i mobili anch'essi una sensibilità che vuol essere rispettata.
Lo studio di Marco Leccio, per questo riguardo, non è stato offeso affatto dalla sua trasformazione, fin dal principio della grande guerra europea, in piú campi di battaglia.
Vi era già da un pezzo predisposto e anzi per un buon tratto avviato.
Di studio, propriamente, non aveva mai avuto che una modesta scansia di libri, tutti per altro d'argomento storico e guerresco, sul risorgimento italiano e su le congiure delle società segrete.
C'era poi una scrivania impiallacciata, all'antica, di quelle col palchetto a casellario davanti, per la corrispondenza.
Accanto a questa scrivania, uno scaffaletto coi vecchi registri d'amministrazione della tenuta dell'Agro romano, di cui, come s'è visto, il guadagno piú cospicuo per Marco Leccio è stata la sciatica.
Poi, le quattro pareti attorno erano coperte di stampe anch'esse guerresche: la battaglia di Calatafimi, la spedizione di Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da Quarto, la morte d'Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di Garibaldi, non c'è bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di Stefano Canzio e di Menotti, di Felice Orsini e di Guglielmo Oberdan.
Per giunta, nella parete di fronte, a mo' di panoplia o di trofeo, ricordo della campagna del Trentino, Marco Leccio aveva appeso il suo vecchio schioppettone d'ordinanza incrociato con lo sciabolone d'ufficiale di Defendente Leccio suo padre.
Sopra, il motto di Garibaldi in grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo, il suo berretto di garibaldino e una fascetta di velluto - rosso s'intende - ov'erano affisse le medaglie.
Piú sotto, in cornice, una lettera scritta da lui il 19 luglio 1866 dal forte d'Ampola a un amico di Roma, con un ritaglio della bandiera austriaca presa in quel forte.
Non potevano dunque restare offesi tutti quei libri di storia del risorgimento e quei ritratti e quelle stampe guerresche e quelle sciabole e quello schioppettone da una prima grande carta geografica, teatro della guerra sul fronte occidentale, fissata su una tavola da ingegnere sorretta da cavalletti; poi da una seconda carta non meno grande, teatro della guerra sul fronte orientale, su un'altra tavola sorretta anch'essa da cavalletti; poi, da una terza, piú piccola, della Balcania fino all'Asia Minore; e ora infine dalle due ultime, della guerra nostra: la carta del Trentino e l'altra della Venezia Giulia.
Sú ciascuna di queste carte pende dal soffitto, filo e padellina, una lampada elettrica.
Cinque lampade elettriche, di sera tutte accese, che fanno un bel vedere.
Marco Leccio, discutendo i varii disegni strategici dei Tedeschi o degli Alleati, i progressi, le ritirate, gli assedii alle fortezze, le resistenze dei campi trincerati, o col suo ajutante di campo il reduce Tiralli o anche con don Agostino Lanzetti, passa fulmineamente da un teatro di guerra all'altro e vuole che le sue indicazioni, le sue tracce, le sue mosse si vedano e seguano chiaramente.
Di queste lampadine, quattro sono bianche, una azzurra.
L'azzurra pende sul teatro di guerra del Trentino, che non è propriamente una carta delle solite, ma una plastica in rilievo di cartapesta colorata, coi suoi laghi e i fiumi, i monti e le vallate, i ghiacciaj, le fortezze, i valichi, borghi, città e in somma ogni cosa, che pare di poterci vivere in mezzo e andare e sentire il freddo di quei ghiacciaj, l'ombra e la frescura di quelle vallate, uno che già ci sia stato e conosca i luoghi come Marco Leccio: Salò sul Garda, i valichi della Val Sabbia, il lago d'Idro, Storo alle Giudicarie, Val Trompia e Val Camonica, Rocca d'Anfo, le valli del Chiese e del Ledro con Ampola, e valle Conzei...
Spegne Marco Leccio le altre quattro lampadine e lascia accesa qua quest'ultima azzurra, che vi spanda dall'alto un lume di sera, un blando lume di luna che conservi e accresca l'illusione della realtà a quel rilievo colorato.
E non è già che quel lago di Garda e quelle valli e quei monti siano cosí piccoli perché finti, di cartapesta colorata: no; cosí piccoli sono perché egli li guarda da lontano lontano.
Li ha lí davanti, sotto gli occhi? Sí, è vero.
Ma lontano, nel ricordo, è il giorno da cui li guarda.
E questa lontananza, che è di tempo, ha pur l'effetto, ecco, di fargli veder piccoli quei noti luoghi veri.
Vi passa sú nottate intere, con occhi sognanti, sapendo che lí, su le piú alte cime, nei passi piú difficili, in mezzo alla neve, sui ghiacciaj, tra le rocce, si combatte anche di notte, a respingere gli assalti insidiosi del nemico, a guadagnare altri passi, altre cime; e che su una di queste cime piú contese c'è suo figlio, capitano d'artiglieria, quello che porta il nome di suo padre.
Che farà a quest'ora? Serbare in petto l'ardore della fede nel gelo delle alte montagne, gelo che morde e avvilisce, e in mezzo al nevischio pungente, alla nebbia ch'esilia nell'angoscia di una tetraggine attonita e spaventevole, in mezzo alle bufere di neve, in quelle solitudini della natura cosí enormi, che la compagnia di pochi uomini non basta a confortare, è ben duro! Si vendicano i monti dei piccoli uomini che osano violare lassú la loro pace eterna.
E son essi, i monti, i piú formidabili nemici.
Forse a quest'ora suo figlio, dalla ridotta scavata dietro a una profonda trincea, è impegnato in un duello notturno d'artiglierie.
Da un momento all'altro, chi sa! i suoi pezzi possono essere individuati, e allora...
una granata...
Si tira indietro, Marco Leccio, e para le mani e contrae il volto per lo spasimo, come se arrivasse a lui in quel punto la granata.
Poi serra gli occhi e si sforza di distrarre l'animo dall'immagine del suo figliuolo in pericolo, richiamando gli antichi ricordi della campagna garibaldina lassú.
E tutti i ricordi a poco a poco gli si rifanno vita, gli ridanno le ansie, i fremiti, gli affanni, le gioje, i dolori, le rabbie d'allora.
Ansa, sbuffa, sbarra gli occhi o li aggrotta, arriccia il naso, s'ilara in volto tutt'a un tratto con la bocca schiusa a un sorriso beato, e una lagrima gli sgocciola lenta da un occhio.
Perché? Ma per niente! È entrato, di sera, in una casa di campagna in val di Ledro.
Il focolare monumentale è in mezzo alla stanza rustica, sotto la cappa, che è come una tramoggia enorme capovolta, tutta affumicata dentro.
Il vento geme continuo dalla gola nera del camino, dalla quale pende una catena, al cui gancio è sospeso un calderotto fumante.
Attorno, nelle nicchie sotto la cappa, stan seduti i contadini della casa, che parlano gravi in quella voce continua del vento tenebroso...
Ebbene, piange per questo? No: è quell'angoscia di rimpianto che, a chi passa precario per un luogo, dà la stabile vita degli altri in quel luogo, una vita intraveduta e assaporata per un momento, cosí intensamente, che tutta l'anima per sempre se ne impregna e nel ricordo può tornare a viverla, a riassaporarla, a chiudersi in essa, come se fuori piú non ci fossero le tante vicende di prima e di poi, le incertezze e le difficoltà del cammino, i desiderii, i pensieri che non hanno requie!
Non capisce nulla di tutto questo il reduce Tiralli; e Marco Leccio se ne sdegna e lo bistratta spesso, perché da lui, al meno, vorrebbe essere compreso e ajutato nell'illusione che in un certo modo, lí nello studio, su tutte quelle carte, stiano combattendo sul serio anche loro.
V
Il povero Tiralli, per dire la verità, è troppo impensierito della sua miseria.
Miseria assoluta e tuttavia non semplice, perché complicata dalla sua qualità di reduce delle patrie battaglie, la quale gl'impone una certa dignità che, quanto piú la considera, tanto piú lo intontisce.
Non mangia tutti i giorni il reduce Tiralli, ma tutti i giorni si pettina bene i molti capelli lanosi, che per grazia di Dio gli sono rimasti; tutti i giorni s'industria a lungo a far la barba con un mozzicone di candela al suo colletto inamidato, ai suoi polsini ingialliti e sfilacciati.
Se porta sempre al petto le medaglie, non è per vanagloria, ma per distrarre l'attenzione dei passanti dalle sue scarpe e dal suo vestito, e poi perché non passa giorno che non faccia servizio d'accompagnamento funebre.
Li ha accompagnati tutti a uno a uno i suoi commilitoni piú vecchi e anche piú giovani di lui.
Si può essere sicuri che in ogni portone di casa ove un reduce è morto, accanto al tavolino su cui si raccolgono le firme dei visitatori, c'è lui, Tiralli, con le medaglie al petto, che piange molto dignitosamente.