APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 5
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- Io desidererei che ella mi désse...
Stava per dire: "Delle spiegazioni".
Arrossí, si confuse; e poi rimettendosi: - Ecco, ella sa che la sua signora madre abita giú in casa mia...
Io ho avuto la fortuna d'apprezzare le doti veramente elettissime tanto della signora quanto della signorina sua sorella.
Adesso starà bene mi auguro...
L'ho veduta jeri, mi sembra, quand'è venuta lei, con le bambine...
Sí...
giusto jeri...
M'è parso che...
- Oh, sí adesso...
in salute, almeno, sta bene...
- concluse imbarazzata Erminia Corvaja, tentando un sorriso, e abbassò gli occhi.
Giulio Accurzi notò quell'almeno e si agitò sulla poltrona, non trovando adesso come riattaccare il discorso.
- Sí...
ho saputo...
che è stata male...
Anzi, già! ho chiesto a lei una volta notizie...
si ricorda? Sí...
Ma ora, per fortuna è passato...
Io mi trovavo presente quando è ritornata dalla campagna di...
suo suocero, è vero? Sí...
Povera signorina!...
Era cosí sofferente...
- Infatti, ha molto sofferto...
- affermò, tentennando il capo, Erminia Corvaja.
Giulio Accurzi s'agitò un'altra volta sulla poltrona.
- Ora è passato però...
- ripeté.
- E quando una malattia si può raccontare...
C'è dispiaciuto di non esser potuti scendere giú, in questa occasione...
ma mia madre, poverina...
Ella saprà che...
- Oh, sí, purtroppo...
so, povera signora!...
- fece Erminia, con aria di profonda commiserazione.
- Da sei anni!...
- esclamò Giulio.
E preso quel discorso, la conversazione andò per un tratto piú spedita.
Egli non s'accorse che, parlando della madre, dello squallore e della malinconia che regnavano nella sua casa, dacché ella s'era ammalata, e della solitudine senza cure in cui si sciupava la sua giovinezza, si preparava man mano quasi inconsciamente il terreno per venire allo scopo della sua visita, e a un tratto la spiegazione gli riuscí spontanea, molto piú facile che non se l'aspettasse.
Erminia Corvaja restò un momento imbarazzata, pur sorridendo di compiacenza all'annunzio; si strinse le mani, e si raccolse, schivando di guardarlo, come per ponderare una risposta giudiziosa.
Quell'istante di silenzio fu penosissimo per Giulio Accurzi: già si aspettava ch'ella, per convenienza, gli avrebbe parlato di Mario Corvaja e dello stato d'animo della sorella; ma quasi quasi, adesso, avrebbe voluto farne parola lui per primo, pur d'uscire al piú presto di quella pena.
Tanto, che avrebbe potuto dirgli? Già s'era accorto, ch'ella era contenta della sua domanda.
Il passo piú difficile era pel momento superato.
Egli, è vero, avrebbe voluto simular sorpresa nell'apprendere che Agata era stata, fino a pochi mesi a dietro, promessa sposa a un altro; ma simulò invece indifferenza, e rispose alla sorella:
- Sí...
difatti, ho saputo...
- Fanciullaggini, sa - si affrettò ad aggiungere Erminia.
- Era già finito da un pezzo...
Tuttavia, capirà, lasciano sempre un certo...
come dire?...
turbamento nel cuore d'una ragazza...
Poi, col tempo...
Oh ma già, a quest'ora, ne son sicurissima, Agata si sarà convinta, che è una sciocchezza, a cui non val proprio la pena di pensare...
Io, per me, glielo predicavo sempre...
Era poi, piú che altro, non si figuri, una corrispondenza da lontano: mio cognato è stato sempre fuori...
prima a Roma, poi all'estero.
Giulio Accurzi ascoltava pallidissimo, con un sorriso gelato sulle labbra, le parole d'Erminia.
- Non sarà...
vorrei sperare...
un impedimento...
questa sconclusione - balbettò alla fine - almeno per parte mia.
Erminia si tolse felicissima l'incarico d'annunziare alla madre la domanda di matrimonio.
La madre poi ne avrebbe parlato ad Agata.
Fra giorni, la risposta.
Un po' di pazienza...
Cosí convennero.
Ma uscito sulla via, Giulio Accurzi era inasprito da una sorda stizza e avvilito da un profondo disdegno di se stesso.
Perché?
VIII
Agata, ancora a letto, notava la bianchezza delle sue braccia, magre tuttora dalla recente malattia, e osservava attentamente le venicciuole azzurre, trasparenti sotto la pelle levigata.
La luce del giorno penetrava nella camera attraverso le persiane verdi, e su una mensoletta in un angolo moriva già il lampadino da notte, dietro una ventola litofana.
Era uscita testé dalla camera la signora Amalia, e nella fronte di Agata si spianava man mano la ruga lasciatale dal dialogo breve, inatteso, avuto con la madre.
Agata non aveva mai badato veramente a quel Giulio Accurzi, di cui la madre le aveva parlato con tanta esitanza prima, con tanto interesse poi.
Costui dunque chiedeva la sua mano, sapendo tutto? E sua madre ed Erminia sarebbero state felici, se ella avesse accondisceso a quelle nozze.
Non sapevano dunque che per lei ormai un altro amore non era piú possibile? Tutto per lei era finito!
- Fagli dir di no! - aveva risposto a prima giunta.
Ma poi s'era ripresa, temendo non sospettasse la madre, ch'ella pensava ancora a "quell'altro".
E gliel'aveva detto:
- Nemmen per sogno, sai! Anzi, guarda! per me...
fa' quel che vuoi...
Se ti piace fagli pure rispondere che accetto.
E s'era voltata dall'altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.
La madre però l'aveva severamente rimproverata: - Cosí no! Non è giusto, né onesto.
Dio non vuole! Un impegno per la vita...
Pensaci! E quando ci avrai ben pensato, noi daremo la risposta.
Quanto all'amore, non dubitare, verrà...
- Non verrà, non può venire! pensava Agata, e nell'istesso tempo bilanciava col suo sconforto i savi ammonimenti della madre e le considerazioni sul suo stato.
Giulio Accurzi era giovane, buono, ricco.
Ella aveva già varcato da piú anni il limitare della prima giovinezza...
E aveva inoltre da vendicare un affronto alla sua femminilità, l'abbandono che le costava ancora tanto dolore.
- Ebbene - domandò Agata, sulla sera, alla madre.
- Che avete concluso?
- Nulla, te l'ho detto...
Ci hai pensato?
- Sí...
Io accetto - rispose Agata.
Donn'Amalia baciò commossa la figlia.
E il domani sera scese per la prima volta in casa Sarni Giulio Accurzi.
Assistevano alla presentazione Erminia Corvaja con le bambine, una vecchia zia d'Agata, curva, corpacciuta, gialla di carnagione e rugosa, con gli occhi smorti, pieni sempre di lacrime, e la figlia Antonia, zitellona, che parea fatta di legno, e che non schiudeva mai le labbra se non per terminare le frasi lasciate in sospeso dalla madre nello stento di trovar parole.
Madre e figlia eran vestite goffamente per l'avvenimento e, benché impacciate dalle loro vesti, non staccavan gli occhi da Agata.
Il salotto era riccamente illuminato, e cosparso di fiori freschi.
Agata, pallidissima, guardava or la madre, or la sorella, come trasognata.
Queste due ascoltavano attentamente le parole di Giulio Accurzi, che si rivolgeva a loro di preferenza; assentivano frequentemente col capo, e sorridevano, forse senza intender nulla di ciò che egli diceva.
La vecchia zia e la figliuola esaminavano minutamente gli altri quattro e, di tanto in tanto, si scambiavano, sospirando, uno sguardo d'intelligenza.
Giulio Accurzi si sforzava evidentemente di non sembrare impacciato, e donn'Amalia e la figlia maggiore gli venivano, come per intesa, in ajuto.
Egli parlò in principio di cose aliene, con sovrabbondanza di parole, intercalando qua e là massime di largo criterio, ma senza presunzione, con l'aria un po' stanca di chi si sia data qualche volta la pena di pensare ai casi della vita.
Quindi si mise a parlar della madre, e si compiacque, sotto gli occhi di Agata, nel mostrar tutto il suo affetto filiale, e il dolore per la sciagura toccata "alla sua vecchina".
- Poi la vedrà...
- concluse, rivolgendosi ad Agata.
Agata abbassò gli occhi sotto lo sguardo di lui, e trattenne un istante il respiro.
La conversazione languí.
Giulio Accurzi girò gli occhi pel salotto, e li arrestò sul pianoforte aperto.
- Ella suona spesso, è vero? - domandò ad Agata.
- Qualche volta...
- rispose questa esitante, con un fil voce.
- Via, suona un po' qualche cosa...
- s'affrettò ad aggiungere Erminia, a cui tosto fecero eco la vecchia zia e la figliuola.
Donn'Amalia guardò la figlia, che si rifiutava un po' duramente, accesa alquanto dalla vergogna.
- Mi faccia sentire...
se non le dispiace troppo - insisté dolcemente Giulio.
- Non so proprio sonare...
Sentirà...
- fece ella alzandosi e guardandolo freddamente.
Egli non smise un istante di studiarla, mentr'ella sonava; e ammirò i capelli castanei finissimi, pettinati con tanta grazia, la nuca, le spalle, la sottilissima vita...
Ecco, e lei cosí bella, cosí adorabile, era stata rifiutata da quell'altro! Perché dunque?...
Notò ch'ella sonava un vecchio pezzo di musica.
Anche Mario Corvaja forse lo aveva udito da quelle mani...
Chi sa! poteva anche essere un suo regalo.
Che vibrava in quel momento nel cuore di lei?
Quando Agata finí di sonare, Giulio Accurzi era ancora turbato dai suoi pensieri; pure, fece dei complimenti alla sonatrice, e parlò di musica...
- Se io avessi saputo sonare, non avrei forse cercato piú nulla nella vita...
Nella musica si può tutto dimenticare...
Arrossí a quest'ultime parole.
Gli sovvenne improvvisamente che Agata in quegli ultimi giorni passava gran parte della giornata sonando.
La conversazione languí di nuovo, e poco dopo egli tolse rispettosamente comiato.
IX
- M'amerà!...
m'amerà!...
- si ripeteva ora Giulio Accurzi, uscendo dalla casa della sua promessa sposa.
Egli l'avrebbe vinta a poco a poco, cingendole l'anima di dolce e silenzioso assedio, spiandole negli occhi e sulle labbra ogni desiderio, ogni accenno di desiderio.
L'avrebbe vinta colla sua sommissione, senza mai urtare i sentimenti di lei, né tentar mai apertamente di penetrarle nel cuore; cosí, con l'alito soltanto della sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne aveva fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a quel freddo e pallido volto.
L'avrebbe vinta...
Bisognava, innanzi tutto, aver pazienza.
Il tempo ajutato, nudrito dalle sue cure amorose, doveva un po' per volta cancellar da quel cuore l'imagine d'un altr'uomo.
Pensava cosí, ormai, tenendo sempre presente a sé l'imagine di Agata dal contegno gelido, quasi per soffocare ogni impulso violento della gelosia.
Per quanto internamente ne soffrisse, pure amava meglio ch'ella fosse cosí, rigida e chiusa con lui.
Fin dalla prima sera, al cospetto di lei, s'era sentito cader dall'animo l'avvilimento provato nel far la domanda alla sorella.
Indovinò all'accoglienza di Agata, com'ella si fosse indotta ad accettare, e la via che conveniva a lui di seguire per vincerla al piú presto.
Ma quanto piú i pensieri, guidati dal cómpito ch'egli s'era imposto, abbondavano in amorevolezza, tanto piú il suo cuore si struggeva dentro, quasi stretto in una morsa di ferro dall'odio impotente per Mario Corvaja.
Costui non era piú, forse, il signore della rigida fortezza, cui egli ora cingeva d'assedio amoroso; ma l'aveva lasciata pur lui cosí chiusa e impenetrabile! Giulio Accurzi inviava ad Agata fiori ogni mattina, prima ch'ella si levasse di letto: ora un grand'involto di rose sciolte, in un fazzoletto bianco, di seta; ora un canestro di gardenie; ora un gran cappello di paglia da contadini con fiori di campo...
E cominciò a presentarle i primi regali: anelli, bracciali, spille...
Ella li accettava confusa, senza espressioni sincere né di gradimento, né d'ammirazione; li toglieva con mano tremante dalle ricche scatole, e lasciava che la madre si profondesse in meraviglie.
Agata gli dava ancora del lei.
- Cosí no...
non voglio esser piú ringraziato...
- si spinse egli a dirle finalmente.
- Ebbene, ti ringrazio - fece ella, chinando leggermente la testa e sorridendo appena.
- Cosí va bene...
- concluse freddamente Giulio.
Quella concessione forzata non gli era riuscita per nulla gradevole.
Intanto egli attendeva alacremente all'arredo della casa, sú, al secondo piano.
Agata e donn'Amalia uscivano qualche volta con lui a far compere, ed egli sceglieva tutto ciò, su cui gli occhi di lei si fermavano un po' ad ammirare.
Agata si recò con la madre a visitar l'inferma, e la casa che tra breve l'avrebbe accolta sposa.
Vi era gran trambusto; operai vi lavoravano; solo nella stanza della malata regnava il solito silenzio.
Giulio assisteva alla visita, e non staccava gli occhi dalla madre, quasi temendo non accogliesse ella freddamente la futura nuora.
In quegli ultimi giorni egli aveva notato nella madre un serio cambiamento.
Ella, per solito cosí rassegnata al suo male, ora si lamentava a lungo, si lagnava del rumore che facevan gli operai, era impaziente, curiosa di sapere quel che avveniva nelle altre stanze.
- Giulio! Giulio!..; - chiamava con insistenza; e se per caso egli tardava un po', o mostrava lontanamente dispetto per l'oziosità delle sue domande, si metteva a piangere, a invocar la morte "per non esser piú di peso a nessuno".
Egli si chinava su lei, la carezzava, si mostrava afflitto fino alla disperazione...
- Dimmi un po'...
dimmi un po'...
- usciva ella a dire con voce irritata.
- Bada, già me ne sono accorta...
Lo vedo...
Ella ti rende triste, è vero? Sí...
sí...
Tu sei sempre triste per causa sua...
Non mi sfugge nulla!
- No, mamma...
che pensi!
- E allora, è per causa mia! Morte maledetta, perché non vieni? Che sto a far qui?
Accolse però Agata con straordinaria tenerezza; volle ch'ella sedesse accanto a lei, e la guardò a lungo, approvando col capo.
Poi si rivolse al figlio.
- Giulio...
Giulio, dagliela tu...
io non posso...
Giulio tolse dall'astuccio una splendida collana di perle, quella stessa che gli richiamava alla memoria la figura indecisa del padre, e la porse ad Agata.
- Annodagliela al collo - aggiunse l'inferma, e tornò a guardarla, approvando col capo.
Poi, quando Agata e la madre furono andate via, e Giulio ritornò da lei:
- Vedi?...
Ho fatto bene? - gli domandò come una bambina.
- Sí, mamma, certo...
- Oh, cosí! Purché tu sia sempre contento di me...
- concluse, facendo il greppo, e si mise a piangere silenziosamente.
X
La vigilia delle nozze Giulio Accurzi non poté chiuder occhio durante la notte.
Occupato dai preparativi della cerimonia, dall'allestimento della casa, degli abiti, delle carte necessarie; in quegli ultimi giorni aveva vissuto molto frettolosamente, sordo affatto alle contrarie voci della sua passione.
Aveva voluto affrettar quel giorno contro l'angustia del tempo, con l'ostinatezza d'un ubbriaco.
Ecco, e già vi era riuscito: tutto era pronto...
- Domani la catena! - gli avevan detto, scherzando, gli amici.
Tra lui e Agata s'era stabilita come un intesa di compatimento.
Questa almeno era l'illusione ch'egli s'era fatta durante i tre mesi del suo fidanzamento.
Certo Agata non gli dimostrava amore, né egli quasi ne pretendeva.
Pareva pago della stima affettuosa e della gratitudine, che ella in cuor suo doveva professargli pel silenzio da lui mantenuto sul passato di lei.
In quelle sere la madre, pacifica e serena, per lasciar loro libertà di parlarsi, leggeva presso il lume un grosso e vecchio libro sacro, La via del cielo; e loro due, seduti un po' in ombra, lontani dal lume, s'ingegnavano prudentemente a schivare ogni confidenza, ogni familiarità.
Una sera soltanto, nel penoso imbarazzo d'un prolungato silenzio, egli s'era lasciato indurre a domandarle perché fosse sempre cosí triste...
- No, perché triste? - aveva risposto Agata con un fil di voce, tormentando una trina dell'abito.
Egli l'amava cosí; avrebbe voluto sempre amarla cosí.
Cominciò intanto ad albeggiare.
La cerimonia religiosa doveva aver luogo alle otto della mattina; la civile, alle nove; poi gli sposi e i parenti si sarebbero recati nella campagna, dove Giulio era nato, a pochi chilometri dalla città; quivi era apparecchiato il pranzo delle nozze, dopo il quale i parenti se ne sarebbero tornati in città, lasciando soli nella ricca cascina i due sposi.
Pochissimi invitati: i parenti e i piú intimi amici soltanto.
Cosí Agata aveva voluto.
Giulio finí d'abbigliarsi, e si recò a baciare la madre ancora a letto.
- Come sei bello! Lasciati vedere...
Già vuoi andar via? Sí, sí...
va' pure.
Ti benedico, e sii felice, figliuolo mio!
E lo accompagnò con gli occhi pieni di lacrime fino all'uscio della camera.
- Mandami sú i confetti...
non ti scordare!...
Giú, fu ricevuto da Cesare Corvaja, il marito d'Erminia, un colosso bruno, barbuto, dai grandi occhi neri, un po' goffo nell'abito nuovo, insolito, da cerimonia.
- Qua la mano, cognato! Noi non ci conosciamo...
Io son Cesare Corvaja.
Giulio lo guardò stordito, stendendogli macchinalmente la mano.
"Il fratello di Mario"...
stava per aggiungere, e sorrise freddamente.
- Una sorpresa, è vero? La combinazione! Già vi credevo sposati.
Eh sí! Mia moglie mi scrisse: "Sposeranno prestissimo!" Bravi, dico, che fretta! Invece...
Arrivo jersera.
- Sai? - mi dice Erminia.
- Domani Agata sposa! - Ed eccomi qua...
Agata, oh! non sa ancor nulla, ch'io sia venuto...
Erminia è di là, che l'ajuta a vestirsi; io me ne sono entrato mogio mogio qui...
Vedrete, che sorpresa! Oh! le mie congratulazioni, intanto...
Giulio si fece di bragia.
- Grazie - rispose, tendendo di nuovo la mano alla stretta del colosso, e consultò l'orologio, simulando gran fretta.
- Ma bisogna che si spiccino! Già le otto...
- Eh sí, le donne! Zitto! Vengono - rispose Cesare Corvaja, nascondendosi dietro l'uscio che s'apriva.
Entrò, con Erminia, Agata, pallidissima, già acconciata per la cerimonia.
Anch'ella forse non aveva chiuso occhio durante la notte.
- Buon dí, sposa! - la salutò Giulio, con fare allegro, come per ravvivarla.
Ella gli sorrise mestamente.
- Siamo in ritardo...
Già la mamma si veste...
Una risata sonora scoppiò dietro l'uscio.
Agata trasalí e si vide innanzi Cesare Corvaja.
- Tu...
tu qui? Come mai? Che paura! Oh guarda! E si nascondeva! Come mai?
Gli aveva tese tutte e due le mani, accesa in volto dalla sorpresa, e lo squadrava ridendo:
- Dio, come sei brutto, conciato cosí!...
- Scusa...
ti prego, Agata...
è già tardi - osservò Giulio con un sorriso forzato.
- Mio marito! - esclamò Agata, con una smorfietta, come se tenesse a mostrarsi allegra davanti a Cesare Corvaja.
Giulio non l'aveva mai veduta cosí.
- Giulio, ti prego, abbottonami questo guanto.
Giunti gl'invitati, si recaron tutti a piedi, ordinatamente, alla prossima chiesa.
Giulio s'inginocchiò accanto ad Agata sur un cuscino a piè dell'altare, e all'ingiunzione del prete, prese la mano gelata, tremante di Agata.
La guardò.
Gli parve ch'ella trattenesse a stento le lacrime, e le strinse forte la mano.
Il prete intanto leggeva di fretta con voce nasale in un libricciuolo, e faceva dei gesti con la mano sul loro capo; poi pronunziò la formula di rito:
- Sí - disse Giulio con voce ferma, e attese con ansia che Agata rispondesse.
Notò in lei un sussulto subito frenato, quand'egli le mise al dito l'anello di fede.
Si alzarono.
La cerimonia religiosa era finita.
- Adesso all'altra! - diss'egli piano alla sposa.
In villa, durante il pranzo, regnò cotal brio piú voluto che spontaneo.
Né Agata, né Giulio, per quanto si sforzassero, riuscirono a prender cibo.
Si fecero molti brindisi e molti auguri.
Giulio si sentiva sfinito, disfatto dall'emozione della giornata; avrebbe voluto da un canto che tutte quelle chiacchiere inconcludenti e quel rumore non si protraessero piú a lungo; e dall'altro, nello spossamento dei nervi, rifuggiva dal pensare, che tra breve egli ed Agata, sarebbero rimasti soli...
Intanto il tempo, fino allora bellissimo, cominciò a poco a poco ad annuvolarsi; cosicché gl'invitati temendo qualche improvviso rovescio d'acqua, si decisero a mettersi presto in via per la città.
Fra il trambusto del comiato, Giulio s'aggirava dispensando ringraziamenti e strette di mano.
Scorse Agata con le braccia al collo della madre e la faccia nascosta: ella piangeva.
- Coraggio...
coraggio...
- le diceva piano Erminia dietro la madre.
Giulio si volse a guardare altrove.
- Vedrete!...
vedrete...
è molto piú facile che non si creda...
- gli diceva intanto qualcuno, scotendogli la mano a ogni parola.
Egli, né ascoltava quelle parole, né vedeva che la sua mano era in quella di Cesare Corvaja.
Infastidito dalle scosse, lo guardò, e ritrasse istintivamente la mano.
Cesare Corvaja continuò a parlare col primo vicino:
- Poi, dopo tant'anni, ci si ricorda! Adesso pare chi sa che cosa...
Ma è cosí! la vita è cosí...
XI
- Giulio!...
Giulio!...
- chiamò Agata vivacemente, schiudendo l'uscio, e introducendo il capo dai capelli disciolti.
Era in accappatojo bianco e teneva in mano il pettine.
- Vieni a vedere che bella capretta!...
Dopo la prima notte d'acqua e di vento, il tempo s'era fatto limpidissimo, quasi primaverile, e durava cosí da otto giorni.
Giulio abbandonato sulla ringhiera del balcone guardava con le ciglia aggrottate la campagna silenziosa sotto il tiepido sole.
Alla voce di Agata si volse e, come se s'aspettasse ormai da lei quella vivacità, si mosse con indolenza dal balcone, e seguí Agata in un'altra stanza.
- Guarda...
Guarda...
la vedi? - disse questa dalla finestra, additando sul viale una leggiadra capretta che stuzzicava allo scherzo un vecchio e paziente cane di guardia sdrajato beatamente al sole.
- La vedi?...
Ma guarda!...
guarda!...
- E Agata rideva a ogni mossa stramba di quella bestiuola lasciata alla libertà dei campi.
- Povero Turco! - diss'egli invece in un sorriso malinconico, compiangendo il vecchio cane disturbato.
Quand'ella finí di pettinarsi e di vestirsi, uscirono a braccio per la campagna.
- Che hai? - domandò Agata.
- Non dici nulla?
- Senti che pace? - rispose egli.
Agata andò in silenzio, contemplando intensamente la campagna.
Il suo volto, alla fresca carezza dell'aria aperta, s'era vivamente colorito, e le due labbra accese, parevano in quel volto rifiorite.
Ella, andando, si stringeva sempre piú al suo compagno, fin quasi ad appoggiar la testa al braccio che la reggeva.
Di tanto in tanto costringeva Giulio a fermarsi: pareva presa in quel giorno d'ammirazione e di meraviglia per ogni cosa della terra e della vita.
- Guarda!...
guarda questi fiorellini di febbrajo...
come son timidi...
Egli allora si chinava per raccoglierli.
- No, che fai? Poverini! non nascono per noi...
son per sé un giorno cosí felici...
Giunsero al limite della campagna, segnato da un muricciuolo coronato e difeso dal rovo.
- Guarda! Di là si può saltare...
Saltiamo! - fece Agata.
- No, Agata, tu non puoi...
Con la veste, non puoi...
Torniamo indietro, piuttosto...
- Non posso? Ti fo vedere...
- E in cosí dire Agata, liberandosi dalle mani di Giulio che tentava di trattenerla, s'inerpicò sul muricciuolo.
Le sue vesti lí sopra, nel volgersi, s'impigliarono nel rovo, e fu per cadere.
Giulio accorse e con le braccia levate la sostenne.
Ella rideva di gran cuore della pessima riuscita, e con le braccia puntellate sulle spalle di Giulio, chinandosi di piú, cercava di stropicciar la fronte sul capo di lui...
- Aspetta, Agata! Come scendi adesso?
- Mi reggerò io...
tu liberami dal rovo...
Poi salto...
Che pazzia!...
- Te l'avevo detto...
Ella si rimise a ridere piú forte.
Giulio non trovava modo di districar la veste.
Alla fine, indispettito, dié un leggiero strappo.
- Oh brutto! - fece Agata, saltando, e si guardò la veste per trovar lo strappo.
- Scusami...
Che ho fatto?...
Non avrei potuto altrimenti...
- disse Giulio arrossendo.
- Vogliamo tornare?
Agata non rise piú.
Andarono in silenzio, e ritornarono cosí alla cascina.
Alla sera, Giulio propose di ritornare in città il domani.
- Come! vogliamo andar via cosí presto? È cosí bella la campagna...
la libertà...
Ti sei già annojato?
- No! Con te...
annojato?...
Ma...
capirai...
la mamma, poverina...
- Ah, già! - sospirò Agata.
- Hai ragione...
Domani partiremo.
E il domani si levò all'alba, sgusciando pian piano dal letto, mentr'egli dormiva ancora, pallido e stanco.
Si vestí alla meglio, senza far rumore, e lasciò la camera tiepida in cui ardeva ancora la lampada, ed esili fili d'umido albore penetravano attraverso le fessure delle imposte.
Gli uccelletti cantavano di già per la campagna; ed ella, come rispondendo a un loro invito, uscí avvolta in uno scialletto, rabbrividendo alla pura brezza dell'aurora.
Errò per la campagna bagnata di rugiada, assisté alla levata del sole e, sacrificando a un pensiero amoroso la carità pei fiori, ne raccolse quanti piú poté; rientrò nella cascina e, spalancando l'uscio della tiepida camera, v'irruppe fragrante, carica di fiori.
Giulio si destò di soprassalto, ed ella gli gettò in faccia, tra le mani, sul petto tutti i fiori raccolti.
- No...
no...
che fai?...
Son tutti bagnati!...
- È la rugiada! Ti porto la primavera a letto! Destati, povero mortale!
Egli l'attirò a sé, in un impeto di tenerezza, e se la strinse forte, a lungo, respirando sul collo e sulle vesti di lei l'aura mattinale della campagna.
- Perché non m'hai svegliato prima? Saremmo usciti insieme per tempo...
Ci porteremo questi fiori in città per memoria...
- Sí! fra mezz'ora saran morti! - esclamò lei raccogliendoli.
E tacquero entrambi, egli quasi afflitto della prossima morte di quei fiori; ella, della prossima partenza per la città.
XII
- Vieni qui...
Siedi.
Cosí! Ora dammi le mani.
Devi dirmi che hai.
- Nulla, Agata...
Che vuoi che abbia?
- Non è vero! Me n'accorgo: tu non sei contento...
- Contentissimo! Se io ho cominciato ad amarti quando tu ancora non mi amavi...
- Ma io allora non ti conoscevo!
- Sí...
sí...
è vero.
Ma, di' la verità, non t'eri mai accorta...
- Mai, te lo giuro.
- Capisco, tu allora...
- Ti prego, Giulio, non parlarmi di quel tempo...
- Perché? Oh bella! Credi forse ch'io sia geloso...
Nemmen per sogno! Se tu ora sei mia, interamente mia...
- E perché dunque...
Uno scoppio di lagrime interruppe la domanda di Agata.
Giulio s'affrettò a rispondere:
- È la tua fantasia! Ti ostini a credere che io non sia contento, mentre...
Non si può mica ridere tutti i momenti! E tu, nel tuo stato...
Agata si spiegava l'improvvisa malinconia, in cui Giulio pareva caduto, come effetto della gelosia pel suo passato amore.
- Io mi sono mostrata a lui cosí fredda dapprincipio! - pensava.
- Forse egli crede, ch'io senta per lui soltanto della stima affettuosa o della gratitudine pel suo silenzio, come prima.
Ma ora...
- E si sforzava di manifestargli in tutti i modi il suo amore, specialmente con l'allegria, per cancellare la prima impressione di freddezza che egli aveva dovuto ricevere dal suo contegno d'una volta.
Malediceva intanto in cuor suo la memoria di quell'altro, che veniva anche ora, secondo lei, a turbarle la pace.
Ma che Giulio non credesse a quelle manifestazioni d'amore? Talvolta le era parso finanche ch'egli s'indispettisse internamente di quella sua allegria, come se non avesse voluto vederla cosí affettuosa e paga.
- Con quanta freddezza aveva egli pronunciato le parole: "Se tu ora sei mia, interamente mia...".
- Ma che ha dunque mai? - si domandava smaniando la sera, mentr'egli era fuori di casa, ed ella nella camera dell'inferma, abbandonata sempre con gli occhi chiusi sulla poltrona, attendeva sola e triste a preparare il corredino pel nascituro.
Eran già corsi cinque mesi dal matrimonio, ed ella era incinta da due.
Giulio in verità non faceva ancor nulla che meritasse rimprovero: ma pure Agata trovava bene in cuor suo da rimproverarlo per tutto ciò che non faceva.
Sentiva bene, ch'egli non voleva venir meno a nessuna promessa d'amore; ma era freddo adempimento, e nient'altro.
Sí...
sí...
Come se egli fosse stato defraudato nell'attesa! Chi sa...
Di tanto in tanto l'inferma mandava un sospiro come un lamento, abbandonando il capo sull'altra spalla.
Agata, accanto al lume, sospendendo l'ago, la spiava un po' nella penombra.
- Mamma, vuol nulla?
- Nulla.
Altre volte, levando gli occhi, incontrava lo sguardo freddo della suocera fermo su lei.
- Cuci ancora?
- Sí, mamma.
- Dev'esser tardi...
Giulio non torna...
- Lo lasci star fuori.
Che farebbe qui con noi?
- È che io vorrei esser messa a letto...
- Chiamo la serva?
- No...
no...
Nessuno sa prendermi come lui...
Siete sempre in guerra voi due? Adesso egli mi fa aspettar tanto, ogni sera...
Prima era cosí puntuale...
- Io l'aspetto come lei, mamma...
Noi non siamo in collera...
Cominciavano già i primi lievi disappunti di Giulio; seguiron le scuse e le dispute per provare a lei di non aver mancato.
E non mancava difatti apertamente, come Agata avrebbe preferito.
Cosí alla fine egli uccise per sempre sulle labbra di lei gli ultimi rari sorrisi e la tenera allegria.
XIII
Quasi attirato per un momento dalla mestizia sopravvenuta ad Agata, Giulio si richiuse come un tempo in casa, e si rimise a prodigare le antiche affettuose premure.
- Tu già rimpiangi d'esser mia?
- No, Giulio...
Io soffro per te!
E a poco a poco ella, diffidente dapprima, riscaldata dalle carezze di lui, ridivenne allegra.
Ma non durò molto.
Giulio ricadde nelle smanie, poi nel tedio.
Il giardinetto giú, a piè della casa, lasciato in abbandono, non aveva piú fiori.
Anche il padrone adesso non era piú quello d'una volta.
Agata, per non affligger sua madre, si recava in vettura dalla sorella, per consiglio o per bisogno di conforto.
- Tutti gli uomini son cosí - le diceva Erminia.
- Fuoco, prima delle nozze; cenere, dopo.
Ma Agata non se ne persuadeva.
- No...
no...
Ci dev'esser sotto qualche cosa! Sarà il mio destino...
Amata quando non amo; disamata, amando.
È già la seconda prova...
- Ti disajuti troppo! Passerà...
Vedi me? Già mi sono abituata...
- Tu sei felice! - sospirava Agata.
- Io, felice? Non ho mai con me mio marito!
- Giusto per questo! Ah! sí, ti par dunque bello vederselo sempre in casa, triste ed annojato, senza saper perché? Tu non puoi capire quel che si soffra! Tu ti sei adattata a vivere in pace aspettando il tuo per mesi interi; badi alle tue piccine; non ti curi d'altro...
Quand'egli ritorna, è una settimana di gioja...
Il vostro amore non ha mai tempo di stancarsi.
- Ma tu credi che Giulio non ti ami?
- Io non so...
non so...
Intanto, mi vedi...
E Agata accennava con desolazione il suo stato alla sorella.
In uno di quei giorni, a fin di tavola, Giulio mentre leggeva il solito giornale, uscí improvvisamente in una strana, fragorosa risata.
- Che t'avviene? - fece Agata.
- Guarda...
guarda qui...
- esclamò egli continuando a ridere e mettendo sotto gli occhi di lei il giornale aperto.
- Che cosa?
- Qui...
leggi...
Guarda la firma!
Agata guardò, e divenne pallidissima.
Giulio non smetteva di ridere.
Era una poesia di Mario Corvaja intitolata: L'abbandono.
- Leggi! Non vedi? L'ha fatta stampare proprio qui, in questo giornale, perché tu la leggessi...
Il birichino! È cosí afflitto, poveretto! Leggi! L'arte l'ha frustrato...
l'ideale se n'è andato...
e tu sei tornata al suo cuore...
Egli ti ama! Senti come dice?
Se tu potessi intendere com'ardo!
Ebbene, e tu che fai, l'intendi tu, povera Agata?
Agata s'era lasciato cader di mano il giornale, e guardava Giulio stupita.
Egli allora si chinò su lei; l'abbracciò, le strinse forte il capo contro il suo petto, baciandola piú e piú volte sui capelli.
- Giulio, per carità!...
- Ah scusa...
Non pensavo piú...
T'ho fatto male?
Le s'inginocchiò davanti, le prese le mani, e continuò a parlarle carezzevolmente, guardandola negli occhi:
- Ci ho gusto, sai, per quello sciocco...
Ora se ne pente, hai visto? Aver lasciata te cosí bella...
cosí buona...
Agata sorrise mestamente, un po' confusa.
- Bella? Anche adesso?...
Giulio si alzò, dispiaciuto di quell'interruzione.
- Non ti ho fatto male, è vero?
XIV
L'ombra si stendeva improvvisamente sulla città, e la pioggia pareva imminente con la sera.
Già la presentiva, nitrendo sotto i grandi alberi stormenti, il cavallo della vettura che conduceva Agata, lungo il viale, al sobborgo marino, ove abitava Erminia.
Agata era lí lí per dire al cocchiere di tornare indietro.
Ma arrivava quella sera dall'America Cesare Corvaja, e lei e Giulio s'erano dati appuntamento in casa d'Erminia.
Dopo la scena del giornale, un altro cambiamento era avvenuto in Giulio.
Ora egli non troncava piú con un'esclamazione di noja i rimproveri affettuosi di lei; pareva anzi che li gradisse, e sorrideva loro in risposta, con aria di superiorità e di compatimento.
- Sta bene, sta bene...
sarai contentata...
Stasera sarò in casa dieci minuti prima del solito...
Va bene cosí ?...
Si compiaceva nel sentirsi amato da lei e nel sapere ch'ella soffriva per lui.
- Vuol pigliarsi una rivincita? - pensava Agata.
- Come se io allora avessi voluto farlo soffrire! Se non lo conoscevo!...
- Teneva Giulio inoltre a dimostrarsi paziente nel subire, nel prestare orecchio ai rimproveri; come se egli avesse proprio diritto d'agire, come agiva; ed ella dovesse per giunta ringraziarlo di quella sua tolleranza ostentatamente benevola.
Esigeva poi da lei piú cura nell'abbigliamento.
Non voleva vederla per casa cosí trasandata...
- Tutte ad un modo, le nostre donne! Appena pigliano marito, non si dan piú cura della loro persona.
Come se non ne valesse piú la pena!...
Il povero marito non deve aver piú occhi, deve sottostare alla catena, bella o brutta che sia...
Ed Agata s'era messa penosamente ad abbigliarsi con piú cura, per contentarlo, avvilita dinanzi allo specchio del suo volto languido e del corpo sformato.
La vettura si fermò innanzi alla casa d'Erminia, e Agata ne discese piano, pesantemente.
Quando pervenne in cima alla scala, non si reggeva quasi piú in piedi, ansava con gli occhi socchiusi.
Tirò il laccio del campanello, e attese a lungo con la mano cerea sulla porta e la fronte appoggiata sulla mano.
Non veniva dunque nessuno ad aprire? Finalmente la porta s'aprí.
- Chi è? - domandò una voce, che fece trasalire Agata.
Mario Corvaja sporse un po' il capo a guardare:
- Agata! - esclamò ritraendosi, come impaurito.
Ella rimase sulla soglia, con le mani sulla porta.
La saletta era al bujo.
- Egli qui? Come mai qui? - Dopo un momento d'indecisione Agata entrò.
Nessun lume acceso nelle stanze; in fondo, nell'ultima, i vetri del balcone ritraevan dal mare un cinereo barlume.
Mario la seguí fino a quella stanza.
- Erminia? - domandò ella ansiosamente, tenendosi alla tavola in mezzo apparecchiata.
- Non c'è - rispose Mario, e subito, a un movimento di Agata, aggiunse: - No, no! Tu rimani; vado io...
Siedi...
Erminia è allo scalo, con le bambine...
Il vapore è già in porto...
Agata si lasciò cadere su una seggiola della mensa.
- E dunque non va via? - pensava respirando affannosamente il silenzio sopravvenuto; e sentiva nel bujo lo sguardo di lui avvilito e sorpreso d'averla ritrovata in quello stato.
Egli non sapeva decidersi né ad andare, né a parlare.
S'era nascosta la faccia con le mani.
A entrambi forse si ridestava tumultuante, nella commozione del momento, il ricordo d'altri tempi.
S'udiva il crosciar del mare vicino, e l'ombra si faceva nella stanza man mano piú densa.
Agata a un tratto s'alzò, risolutamente.
- Vado - ripeté Mario, togliendosi le mani dal volto.
E dopo una breve pausa, aggiunse, quasi balbettando:
- Perdonami, Agata...
del male...
che t'ho fatto...
- Nessun male...
- diss'ella sordamente.
Mario si ritrovò fuori della casa, senza saper come ne fosse uscito, e si diresse macchinalmente verso lo scalo.
A mezza via incontrò il fratello con le due bambine in braccio, Erminia da un lato e la serva dall'altro.
- Eccolo qui! - esclamò Cesare, vedendolo.
- Dammi un bacio! Non posso abbracciarti...
come va? Sei dimagrato, sai?
- Vado in campagna, dal babbo, per rifarmi un po'...
Parto domattina - rispose come stordito Mario.
E poi, rivolgendosi ad Erminia, aggiunse: - Agata è da te...
è venuta a trovarti...
- Agata? - domandò ansiosamente Erminia.
- L'hai veduta?...
- Sí...
T'aspetta!
- Povera Agata! - fece Cesare.
- Irriconoscibile! - sillabò Mario, quasi tra sé.
- Eh sfido! Porta con sé...
- riprese Cesare, e aggiunse, ridendo e scotendo le bambine: - Io invece ne porto tre!
Arrivati in casa, vi trovarono Giulio Accurzi, venuto allora allora, e Agata nella stessa positura in cui Mario l'aveva lasciata.
La stanza era ancora al bujo.
- Evviva! - gridò Giulio con un fare insolito, rivolgendosi a Erminia e accendendo un fiammifero.
- Si accoglie cosí un marito che arriva dall'America? Accendi tutti i lumi! Vogliamo vederci in faccia!
Cesare lo baciò, e gli presentò il fratello.
- Tanto piacere!...
- esclamò Giulio con grande effusione, stringendo la mano di Mario.
- Già lo conoscevo...
cosí, di vista...
Oh sí.
Viene da Roma, è vero? Beato lei, che può starsene lassú, liberamente...
L'alma Roma! e le belle donnine, no? - aggiunse piano, strizzando un occhio.
Mario lo squadrò, pallidissimo, e scotendo il capo, rispose:
- Sí! L'alma Roma...
un gran deserto...
- Come mai! Che dice? Un gran deserto!
- Per me...
- Ah! per lei, forse...
Vorrei trovarmi io al suo posto...
Senza moglie, s'intende! La moglie è un affar serio, quando si è giovani, come noi, è vero, Cesare?
Gli brillavano gli occhi, e la sua voce aveva delle vibrazioni, come di chi parla nell'acuto della febbre.
Agata lo guardava, come se temesse di momento in momento qualche brutta escandescenza.
- Tu mi guardi...
- si rivolse a lei Giulio improvvisamente, ridendo.
- Ma è la verità, cara! è la verità...
E nel guardar la moglie un pensiero soltanto, quasi inverosimile, gli turbò a un tratto la trista gioja d'essere odiato da Mario Corvaja, quanto lui lo aveva odiato una volta: che lo stato di lei non gli lasciava aver vittoria completa; giacché Agata ormai non poteva forse ispirar piú a colui alcun tormento d'invidiato amore.
LA SIGNORINA
I
"Oh, infine, sarà quel che sarà!" fece tra sé Lucio Mabelli, scrollando le spalle.
Si levò da sedere; raccolse dal tavolino ingombro di carte sparse alla rinfusa e di libri ammonticchiati una dozzina di cartelle, su cui aveva buttato in fretta e in furia la solita cronachetta d'arte o di vita mondana per un giornale quotidiano, e cominciò a vestirsi per uscire.
- Sarà quel che sarà! - Piano...
E quell'imbecille del Marzani?
Imbecille, sí, quanto voleva; ma come dimenticare, cosí a un tratto, tanti e non lievi favori ricevuti dal Marzani in parecchie difficili occasioni?
- Oh, sí...
sta bene! sta bene!
Scaraventò su una seggiola l'asciugamani, e sbuffò dal dispetto.
Ecco a che s'era ridotto! E sempre umiliazioni! Per chi e perché aveva egli lavorato tant'anni? Com'era stato ricompensato il suo lavoro? Né nome, né quattrini - a trentaquattro anni! Chi era stato giusto con lui? Nessuno...
E doveva ora esser giusto lui con gli altri? Ah, tanto sciocco poi no! Un po' di pazienza, tanto sciocco poi no...
- Marzani non ha saputo parlare? Peggio per lui! Che colpa ne ho io?
Ma per quanto si sforzasse a trovar scuse e finanche a voler essere ingiusto, una lieve punta di rimorso non gli lasciava vincere quella smania interna, quel fastidio della mente.
Non sapeva egli forse che il suo amico Tullo Marzani era innamorato della signorina Giulia Antelmi? Lo sapeva dalla bocca del Marzani stesso.
- Sí, è vero! Ma chi avrebbe potuto supporre...
Uh, piano, supporre! Non doveva egli forse aspettarsi quell'uscita della signorina! Via, via, ad esser sinceri, non le aveva fatto anche lui un po' di corte?...
Oh, cosí, senza intenzione, s'intende! Aveva scherzato, come si suol fare con una signorina di spirito, ecco tutto! In coscienza, però, non s'era accorto che Giulia Antelmi cominciava già a pigliar gusto a quello scherzo? Era pur da immaginarsi! Oggidí in tanta penuria di mariti...
E allora, sentiamo, che avrebbe dovuto fare?...
Allontanarsi subito da quella casa...
- Oh sí! e perché non farsi monaco addirittura?
Del resto, neanch'egli, adesso, sapeva rendersi esatto conto di quanto era avvenuto tra lui e la signorina Antelmi.
Sbuffò intanto un'altra volta, e rimase un tratto con le braccia puntellate sul letto dinanzi alla camicia, che doveva indossare quella sera.
La scena del giorno precedente gli si rappresentava alla mente con crudele precisione.
Maledetta gita a S.
Paolo! Bestia d'un Marzani! Era stato proprio lui a proporla...
Curioso, che parlavano proprio di lui, del Marzani, egli e la signorina Giulia, a braccio, tornando dalle Tre Fontane a S.
Paolo, mentre il giorno moriva in un pallore ardente.
Che giorno! Egli non aveva piú pensato né all'ingiustizia del mondo, né alla misera esistenza fatta di dispetto e di rinunzie, né ai mancati sogni...
S'era sentita libera e leggiera l'anima, e lieto e pago il cuore, al saldo rigor dell'aria invernale, in quel dí splendido, senza una nuvola pel chiaro azzurro palpitante di luce.
S'erano entrambi involontariamente allontanati dagli altri, dai genitori di lei e dal Marzani, che spiegava a tutti, per solito, le cose piú ovvie del mondo e per se stesse chiarissime.
Lucio presumeva di conoscere il segreto della signorina; ella invece sosteneva che no, che non era possibile.
- E se, per esempio, le dicessi che me l'ha detto...
lui?
- Chi, lui?
- Un uomo, probabilmente! Se dico lui! Il fortunato mortale...
Ed ella s'era messa a ridere, senza neppure accorgersi ch'egli con la mano libera le stringeva la piccola mano, che pendeva inguantata dal suo braccio destro.
C'era veramente un equivoco.
Egli riteneva sul serio, che il segreto della signorina Giulia consistesse nell'amoretto del Marzani.
- Non è Tullo Marzani?
- Marzani? Oh no, mio Dio! Dice sul serio? Lo lasci in pace, povero Marzani!
- In pace, se è cosí, non lo lascerà lei, invece! M'ha raccontato una certa storiella, io non so...
- Marzani?
- Proprio lui, mesi addietro...
- Figurazione! Che vuole che le dica?
- Ah, non è possibile, via! È lui...
Ora ella vorrebbe prendersi giuoco di me.
Via, abbiamo capito...
Se Tullo m'ha parlato di lei in tal modo, che...
- Bene? Lo ringrazi tanto da parte mia.
- È innamorato, sa.
Cotto!
- Di me? Oh guarda!
- Non lo sapeva davvero?
- Uh, da tanto tempo...
E s'era messa a rider di nuovo, come una birichina.
Ma adesso lui voleva conoscere il segreto.
- Mi dica chi è il vero, se non è Marzani...
- Debbo dirglielo io? Pretende troppo, mi pare...
- Badi, lo saprò!
- Non lo sa davvero?
E in cosí dire, divenendo a un tratto seria, lo aveva colpito due volte in faccia, leggermente, col lungo guanto nero, profumato, che teneva nella mano destra.
A quell'atto egli aveva trasalito, s'era reso conto finalmente della falsa posizione, in cui, dimentico per un momento di sé e degli altri, s'era lasciato spingere dall'insolito umor gajo, dalla vanità solleticata.
Il silenzio succeduto a quei due colpi di guanto, ora, nel ricordo, pesavagli sul cuore enormemente.
Ah, quel silenzio lo aveva compromesso piú di qualunque frase imponderata sfuggitagli in quel giorno, piú dell'atto avventato della signorina, piú della sua mano, che stringeva, quasi senza saperlo, la mano di lei.
- Dio, che grullo! che grullo!
Quel che poi ella aveva soggiunto, rompendo quasi a stento il silenzio, aveva finito per confonderlo completamente.
- Vuol forse sapere...
"il mio vecchio segreto"? Glielo dirò! Non val la pena che si stanchi a cercare.
Tanto è svanito...
E dal tono della voce e dagli occhi traspariva chiaramente l'intento con cui ella si faceva a svelargli "il suo vecchio segreto".
Senza dubbio la signorina aveva supposto ch'egli volesse saperlo perché era geloso del passato di lei, come suole avvenire a certi innamorati incontentabili.
E aveva voluto rassicurarlo.
- Posso dirle anche il nome.
Tanto, egli non è piú qui, è andato via da Roma.
Le dirò anche dove: a Milano.
M'ha scritto due volte; non gli ho mai risposto.
Non indovina ancora?
E dopo una breve pausa:
- Si chiamava Antonio...
brutto nome, eh?
E a lui era venuta alle labbra una frase sciocca, banale, assiderata dal piú scemo sorriso: - Debbo crederci?
- Come no? Certo! Antonio Arnoldi.
Antonio Arnoldi? Lui? Possibile? Sorpresa piú sgradevole non avrebbe potuto aspettarsi! E gliela dava proprio lei? - L'aveva guardata stupito, quasi offeso da quella rivelazione.
L'Arnoldi? Possibile? Quell'antipatico?
Lucio s'era visto saltare innanzi alla mente la figura dell'Arnoldi, alto, bruno, ricciuto di barba e di capelli, con gli occhi neri, sfavillanti, le labbra accese, vigoroso e sprezzante.
- Che le avviene adesso? - gli aveva domandato Giulia Antelmi nel vederlo cosí turbato dalla sorpresa.
- Ah, signorina!...
Mi meraviglio...
- Di che?
- Di lei, scusi...
- Ora le spiego...
Aspetti! Io ho conosciuto l'Arnoldi...
Oh, no, lui invece amava meglio credere che ella non conoscesse affatto, o almeno non sapesse precisamente, chi era questo signore, perché altrimenti...
Sí, via! intendeva bene: possiamo tutti invaghirci d'una persona, poniamo, brutta, ma intelligente; d'un cattivo soggetto, ma di belle forme...
Ora, quell'Arnoldi, un Adone, via, non era certo; non era certo un Aristotele...
- Come c'entra Aristotele? - aveva interrotto ella ridendo.
- Mi lasci dire...
La signorina Giulia non sapeva affatto chi fosse quell'Arnoldi.
Strano, è vero? Eppure era cosí! Lo aveva conosciuto tanto tempo addietro.
Ragazza lei, ragazzo lui! Ella andava a scuola, con l'aja - una vecchia del vicinato - e l'Arnoldi, anch'esso coi libri e i quaderni sotto il braccio, la seguiva da lontano.
Quella scorta durò un anno: ella ne aveva tredici, allora.
Un giorno la vecchia tarda a ripigliarla dalla scuola.
Ella se ne stava presso il portone ad aspettare, allungando il collo per vedere se venisse, e nulla! Invece, le viene innanzi lui, il signorino, con una velleità di baffettini, ormai sul labbro.
Le dà del lei; dice: - Signorina...
- Figurarsi! ella portava ancora la veste corta, cosí a mezza gamba...
E quegli trova il coraggio di dirle che l'amava, lí per lí, con delle frasi...
delle frasi...
Ella scappò via, senza rispondergli, in fondo all'atrio della scuola.
Il domani ricominciò la scorta da lontano.
E allora lei, ragazzaccia, chi sa! forse gli avrà fatto capire, sí...
che aveva capito, insomma...
Non c'era altro.
Finito il bel tempo della scuola, divenuta davvero signorina, lo aveva riveduto quattro o cinque volte (non lo sapeva precisamente) a lunghissimi intervalli, in casa di comuni conoscenti.
Una sola volta però, in una di queste occasioni (non cercate!) l'Arnoldi, approfittando d'un momento di storditaggine (innocente, badiamo!) supponendo ch'ella fosse rimasta un po' in disparte per lui, le si era avvicinato con molto garbo, e le aveva detto, che egli non s'era mai scordato della sua scolaretta d'un tempo, e dice...
ora avrebbe pensato seriamente alla signorina.
Ella divenne rossa come un papavero, e s'allontanò senza trovar la forza di rispondergli come doveva...
Ora, che fosse egli divenuto, cresciuto negli anni, la signorina Giulia non lo sapeva davvero.
Non gli era andata mica dappresso.
Nell'Arnoldi aveva sempre veduto quel ragazzetto ardito che l'accompagnava ogni mattina fino alla porta di scuola.
Aveva pensato, cosí, a lui, perché lui forse pensava a lei...
Ecco tutto.
Il racconto aveva bene l'aria della sincerità.
Non era anzi carina quella piccola avventura? Giulia Antelmi glielo aveva domandato.
Ma lui, si sa, lui per riparare in certo qual modo ai mali passi, aveva ostentato allora una cotale indifferenza vestita di buone parole e di savi consigli...
In cuor suo intanto avrebbe mille volte preferito, che la signorina Giulia gli avesse detto: "Amavo il vostro amico, Tullo Marzani" e non quell'Arnoldi, quell'Arnoldi, per cui egli sentiva un'istintiva, inesplicabile antipatia! Certamente, se non avesse temuto di compromettersi maggiormente, le avrebbe espresso con calore di gesti e di voci il suo gran disgusto, e svelato tutto quel male che sapeva intorno all'Arnoldi.
Tuttavia, le aveva confessato "francamente" che quel signore non meritava, non già l'amore di lei (sarebbe stata un'enormità!), neppure il piú lontano interessamento.
- E che ha mai fatto?
- Mah!...
Come facesse a vivere, io non lo so.
C'è chi lo sa, e lo va anche ridicendo apertamente.
Io però mi guarderei bene dal ripeterlo a lei.
- Brutte azioni?
- Mah!...
Del resto a Giulia Antelmi adesso non importava proprio nulla di saperlo.
Peggio per lui, per l'Arnoldi!
- Peggio per me! - pensava invece Lucio Mabelli, che già si trovava in istrada, diretto alla stamperia del giornale.
II
- Uno...
due...
tre...
quattro...
cinque...
sei...
sette...
Il signor Carlo Antelmi, su una seggiola presso l'uscio del salotto arredato con certa pretensione d'eleganza, che tradiva peggio l'angustia dei mezzi, faceva girar con un dito le aste d'un grande e vecchio orologio a pendolo appeso alla parete su uno stipetto a muro.
Dopo il primo giro sul quadrante aspettò che la soneria sbagliata ricontasse le ore.
Sette un'altra volta, maledetto!
- Chi è?
Entrava qualcuno; e il signor Carlo, lungo e secco nella veste da camera un po' gualcita, con un berrettino da viaggio in capo e un grosso fazzoletto di lana al collo, dalla seggiola si volse, chinandosi verso l'uscio, per veder chi fosse.
- Sono io, signor Carlo...
Disturbo? - fece Tullo Marzani entrando impacciatissimo.
Il signor Carlo s'affrettò a discendere dalla seggiola.
- L'avvocato! Ma che! Avanti, signor avvocato! S'immagini...
Come va? Scusi lei piuttosto, che mi trova cosí...
- Veramente è un po' troppo presto per una visita; ma, ecco, io avevo questa carta di musica, che la signorina Giulia vuol vedere; e cosí, passando, son salito.
Non per altro, ecco! So che la signorina suona di mattina, e cosí...
- Troppo buono...
troppo buono...
- ripeteva il signor Carlo, inchinandosi e sorridendo per compiacenza all'avvocato.
Ma questi sentiva il bisogno di dar maggiori spiegazioni: la serva aveva voluto farlo entrare per forza; lui invece avrebbe voluto lasciar la musica e andar via subito, senza disturbar nessuno...
Tullo Marzani faceva spesso, or con una scusa or con un'altra, di quelle comparse improvvise in casa Antelmi, frutto senza dubbio delle meditazioni e dei consigli di qualche notte agitata, durante la quale egli, stanco finalmente d'un lungo periodo di continue indecisioni, sentiva il bisogno di risolversi a far qualche cosa.
Doveva o no prender moglie? Chi gli consigliava di sí, e chi di no.
Gli conveniva o no la signorina Antelmi? Quanto all'aspetto, sí, certamente: la stimavan tutti una bella ragazza; ma un po' bizzarra, un po' troppo sciolta; taluni...
Non era massaja; amava piuttosto la lettura dei romanzi...
- "Male...
male..." - gli diceva una voce interna; ma subito un'altra, di rimando: "Non vorrai già relegar tua moglie in cucina!" - Oibò! - La signorina Antelmi non aveva dote - "Tanto meglio! ti sarà piú obbligata..." gli suggeriva qualcuno nella coscienza.
"Eh no!" l'ammoniva un altro, "tu, col tuo censo, puoi aspirare a qualche altra, piú in alto..."
Ma ecco, al povero Marzani, destituito a tal segno di criterio e d'estimativa, in fondo, la signorina Giulia piaceva moltissimo.
E cosí, tutt'a un tratto, pigliava finalmente la decisione di chiederla in isposa:
- Me la piglio, e non se ne parli piú!
Si levava di letto, divenuto per lui arnese di tortura, e con gli occhi ammaccati dall'insonnia, senza il suo bel color rubicondo, concertava un progetto, cercava una scusa verisimile, e s'avviava verso casa Antelmi.
Qui pareva che tutti l'aspettassero sempre a braccia aperte, il signor Carlo, la signorina Erminia, finanche la serva; se bene adesso un po' stanchi, a dir vero, della lunghissima attesa, specialmente la signora Erminia, la quale tuttavia si guardava bene dal mostrargli impazienza.
Il peggio era, ch'egli, senza accorgersene, s'era lasciato sfuggire il momento, in cui la signorina Giulia, delusa dalla partenza dell'Arnoldi per Milano, stretta dal disagio in casa sua, considerandosi non compresa dai suoi, avrebbe forse accolto la domanda di matrimonio.
Ora ella, per stare in pace con la madre, doveva forzarsi a nasconder l'antipatia che il Marzani le ispirava; e intanto s'era rivolta e appigliata al Mabelli, come a uno scoglio cui pur sentiva non ben sicuro, nel naufragio delle sue speranze.
Sapeva che il Mabelli non era in condizioni da prender moglie; ma fidava sull'ingegno di lui e sulla sua civetteria.
Lucio, dal giorno in cui s'era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità, non aveva piú saputo opporsi con franchezza alle supposizioni di Giulia, divenute man mano per lei certezza, a cagione del suo silenzio, e della sua remissione.
Egli pensava: "Posso io forse dirle: Sa, signorina? quel giorno io scherzavo; non creda che io sia sul serio innamorato di lei...
Certamente non posso dirle cosí.
Lo capirà da se stessa, dal mio contegno..."
Questi, intanto, rimanevan proponimenti.
In realtà, poi, Giulia Antelmi lo aggirava tra le spire della sua arguta malizia, lo avvolgeva alla sprovvista nel momentaneo turbamento di una furtiva espansione d'affetto; e cosí egli, ogni volta, usciva dalla casa di lei interdetto, scontento di sé, con un senso smanioso di disagio e la coscienza sempre piú precisa della falsa posizione, in cui s'era messo.
Perché non parlava? Non sentiva forse in cuor suo, che la lealtà, l'onestà, il dovere verso l'amico di cui possedeva il segreto, e ch'egli tradiva, gl'imponevano di parlare? Era leale, era onesto lusingar cosí col suo silenzio una signorina, a cui già l'età non consentiva altri indugi in leggieri amoreggiamenti senza scopo? Ella aveva già venticinque anni, Lucio lo sapeva.
Ne mostrava, è vero, venti o ventuno appena; sí, ed era pur bella, e cosí ricca di spirito! Che disgrazia non aver dote! Lucio avrebbe fatto la sciocchezza di venir meno a tutti i suoi proponimenti contro alle tentazioni del matrimonio.
Lo confessava a se stesso, forse per acchetar la coscienza rivoltata dal suo modo d'agire.
Non s'era forse spinto fino a ricever da lei dei baci? E non aveva udito piú volte Giulia mettergli in berlina il Marzani? Ed egli aveva anche sorriso della dicacità di lei, un po' impacciato, è vero, ma pur senza saper dire una parola in difesa dell'amico, ch'egli tradiva, cosí, senza quasi volerlo...
Egli non parlava, egli che doveva, e intanto se la prendeva, per giunta, col Marzani, che non sapeva decidersi una buona volta a domandar la mano di Giulia, e a trarre cosí lui d'impiccio.
Se avesse potuto indurre il Marzani a far ciò, egli, nel frattempo, si prometteva di spiegarsi francamente con la signorina Giulia.
Sarebbe stato difficile e penoso, non s'illudeva; ma era pur necessario...
Cosí, una mattina, si recò a trovare il Marzani.
- O Lucio! Come va? - disse questi, ricevendolo nel suo studio sempre in ordine, e levandosi dallo scrittojo.
- Hai da fare?
- Un mondo!...
Un mondo!...
Non ne posso piú, lo dichiaro francamente.
- Va bene, usciamo.
Fa bel tempo, e non si lavora.
Usciamo.
- Hai da parlarmi?
- No.
Ci faremo una passeggiata.
Discorreremo...
- Sí, ma...
e queste carte?
- Le lasci stare.
Le vedrai piú tardi.
Sú, lesto, ora andiamo!
Tullo Marzani aveva sempre un mondo da fare, o almeno egli amava credere cosí, e lo diceva a tutti.
Veramente, di tanto in tanto, qualche amico gli rovesciava addosso delle seccature giudiziarie, ch'egli soleva sbrigare con la massima diligenza, rimettendovi però spesso le spese.
Non c'era altro!
- Di' un po', ti sei sognato? - cominciò Lucio Mabelli, appena in istrada.
- Che diamine m'hai raccontato della signorina Antelmi...
di te?...
- Ah, le hai parlato? - esclamò il Marzani sgranando gli occhi, quasi smarrito.
- No, no, che! Ma bada, sai; c'è un equivoco...
- Tu hai parlato di me alla signorina Giulia! Di' la verità...
- Ti dico di no.
Sei curioso!...
Fu lei, invece, che mi parlò...
- Di me?
- Nient'affatto.
- E allora?
Tullo guardò Lucio, impallidendo.
Quell'aria d'indifferenza con cui il Mabelli era venuto a invitarlo a uscire, la leggerezza affettata con cui gli parlava d'una cosa tanto grave per lui, gli fecero a un tratto supporre, che l'amico volesse prima nascondergli e poi man mano prepararlo a una spiacevole notizia.
- Non capisco...
- aggiunse.
- Di chi t'ha parlato la signorina?
Lucio cominciò a sentirsi a disagio sotto lo sguardo smarrito del Marzani; ma rivolse subito contro l'amico l'acredine del rimorso, che ora lo pungeva piú che mai.
Cosí avveniva sempre in lui: il suo rimorso si cangiava in stizza, e allora egli incolpava della sua colpa chi o per un verso o per l'altro lo aveva spinto a commetterla.
- Non cominciare adesso...
- rispose.
- Non è avvenuto nulla! Sta' tranquillo.
La colpa del resto è tua, mio caro...
- Come? Ma io...
- Lasciami dire! Tu...
tu non hai diritto di lagnarti di nessuno.
Sí, perché sei l'indecisione in persona, capisci? Ti proponi questo, ti proponi quest'altro, parli, fai veder tutto bell'e fatto, e, sissignore! poi non fai nulla.
Confessa che sei cosí.
- Scusa, ma io...
- Tu, che cosa? Hai parlato a me, è vero, di Giulia Antelmi? M'hai detto, è vero, che ti piaceva; che intendevi sposarla; che anche lei, ti pareva, pensasse a te in segreto? Oh! E da che m'hai confidato tutto ciò, saran passati, per dir poco, cinque mesi.
Eh, lo so! Non interrompermi...
Cinque mesi! Parevi allora deciso a far questo passo.
Che hai fatto finora? Che hai concluso? Nulla! Poi ti lamenti...
- Ma che importa a te? Che è avvenuto? Insomma, si può sapere?...
- Che? Nulla, finora; ma se indugi ancora...
Che importa a me? Io, guarda, non ti capisco! Se fossi al tuo posto...
Solo, ricco, senza grattacapi, tranne quelli che vai procurandoti col lanternino; mi vuoi dire che vorresti di piú? Ah, l'amore? E lo vorresti cosí, senza scomodarti, senza dir nulla? Che aspetti ancora? Aspetti che le donne ti saltino al collo al primo vederti?
- Questo non l'ho mai preteso...
- disse Tullo mortificato.
- Ma ancora non capisco perché sei venuto a farmi questo discorso, oggi...
Guarda, io un sospetto ce l'ho...
Non vorrei dirtelo; ma...
Lucio si volse un po' sconcertato a guardar l'amico.
- Vuoi che lo dica francamente? - aggiunse il Marzani impacciato, e volle prima sorridere, come per attenuar le parole.
- È chiaro, che non te ne faccio una colpa...
Senti, io...
sí, io metterei le mani sul fuoco, che la signorina Giulia crede...
o almeno m'è parso, bada! sí, crede...
che tu insomma le faccia la corte...
un po' ecco...
- Sei matto? - esclamò Lucio.
- Io? la corte?
- Tu no, tu non c'entri, lo so! Dico, che lei forse lo crede...
- Oh, ma lei...
può credere...
ciò che vuole...
Io...
- rispose Lucio, a cui già le parole tiravano il fiato; e nascose l'agitazione in una risata.
- Io far la corte! Non ci mancherebbe altro.
E poi, sí, t'assicuro, che ho tutto con me per essere il beniamino delle donne...
Va' là, va' là, non dir sciocchezze, e non farmene dire !...
Quando penso, in certi momenti, che ho gli anni che ho, e che mi tocca vivere come vivo, dopo tanti...
Basta! meglio non parlarne.
Ti lagni tu, tu hai il coraggio di lagnarti!...
Basta; senti...
Volevo dirti dell'equivoco, mi pare...
Ebbene, dimmi un po': conosci l'Arnoldi? Antonio Arnoldi...
- Sí, perché? Lo conosco di vista...
Aspetta.
L'ho veduto giusto jersera.
- Qui? In Roma? Ah, non è possibile! - fece Lucio, cangiandosi improvvisamente dalla sorpresa.
- M'è parso d'averlo visto...
- Va' là, ti sarai ingannato...
Non è possibile!
- E io ti dico che era proprio lui.
Anzi, sai, acconciato come uno zerbino...
e poi, rifatto...
sí, con quella solita aria...
- È tornato da Milano?
- Pare...
- E per far che?
- Uhm! - fece Tullo.
- Chi lo sa? Probabilmente per rimettersi a fare quello che faceva...
Lucio non udí le parole del Marzani.
"Per far che?" ripeté a se stesso, come se a ogni costo volesse trovare un nesso tra quel ritorno inatteso e ciò che lui stava per dire al Marzani.
S'immerse, sconvolto, in un mare di supposizioni.
Tullo, intanto, continuava con disinvoltura a sparlar dell'Arnoldi.
- Forse - diceva - non avrà potuto piú vivere neppure a Milano; cosí, è tornato agli antichi amori..
Lucio se ne infastidí.
- T'inganni - disse, per farlo tacere.
- L'Arnoldi, mio caro, ha trovato a Milano un ottimo collocamento, nella Banca Ritter.
Ha molto ingegno, tu non lo sai, e volontà di ferro...
È un po' traviato, era almeno.
- Se lo era! - esclamò il Marzani ridendo.
- Ebbene, tu ridi, e io ti dico...
Guarda, combinazione! Sei innamorato della signorina Giulia, è vero? Or bene, sappi, ch'ella fe
...
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