APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 52
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Sú ciascuna di queste carte pende dal soffitto, filo e padellina, una lampada elettrica.
Cinque lampade elettriche, di sera tutte accese, che fanno un bel vedere.
Marco Leccio, discutendo i varii disegni strategici dei Tedeschi o degli Alleati, i progressi, le ritirate, gli assedii alle fortezze, le resistenze dei campi trincerati, o col suo ajutante di campo il reduce Tiralli o anche con don Agostino Lanzetti, passa fulmineamente da un teatro di guerra all'altro e vuole che le sue indicazioni, le sue tracce, le sue mosse si vedano e seguano chiaramente.
Di queste lampadine, quattro sono bianche, una azzurra.
L'azzurra pende sul teatro di guerra del Trentino, che non è propriamente una carta delle solite, ma una plastica in rilievo di cartapesta colorata, coi suoi laghi e i fiumi, i monti e le vallate, i ghiacciaj, le fortezze, i valichi, borghi, città e in somma ogni cosa, che pare di poterci vivere in mezzo e andare e sentire il freddo di quei ghiacciaj, l'ombra e la frescura di quelle vallate, uno che già ci sia stato e conosca i luoghi come Marco Leccio: Salò sul Garda, i valichi della Val Sabbia, il lago d'Idro, Storo alle Giudicarie, Val Trompia e Val Camonica, Rocca d'Anfo, le valli del Chiese e del Ledro con Ampola, e valle Conzei...
Spegne Marco Leccio le altre quattro lampadine e lascia accesa qua quest'ultima azzurra, che vi spanda dall'alto un lume di sera, un blando lume di luna che conservi e accresca l'illusione della realtà a quel rilievo colorato.
E non è già che quel lago di Garda e quelle valli e quei monti siano cosí piccoli perché finti, di cartapesta colorata: no; cosí piccoli sono perché egli li guarda da lontano lontano.
Li ha lí davanti, sotto gli occhi? Sí, è vero.
Ma lontano, nel ricordo, è il giorno da cui li guarda.
E questa lontananza, che è di tempo, ha pur l'effetto, ecco, di fargli veder piccoli quei noti luoghi veri.
Vi passa sú nottate intere, con occhi sognanti, sapendo che lí, su le piú alte cime, nei passi piú difficili, in mezzo alla neve, sui ghiacciaj, tra le rocce, si combatte anche di notte, a respingere gli assalti insidiosi del nemico, a guadagnare altri passi, altre cime; e che su una di queste cime piú contese c'è suo figlio, capitano d'artiglieria, quello che porta il nome di suo padre.
Che farà a quest'ora? Serbare in petto l'ardore della fede nel gelo delle alte montagne, gelo che morde e avvilisce, e in mezzo al nevischio pungente, alla nebbia ch'esilia nell'angoscia di una tetraggine attonita e spaventevole, in mezzo alle bufere di neve, in quelle solitudini della natura cosí enormi, che la compagnia di pochi uomini non basta a confortare, è ben duro! Si vendicano i monti dei piccoli uomini che osano violare lassú la loro pace eterna.
E son essi, i monti, i piú formidabili nemici.
Forse a quest'ora suo figlio, dalla ridotta scavata dietro a una profonda trincea, è impegnato in un duello notturno d'artiglierie.
Da un momento all'altro, chi sa! i suoi pezzi possono essere individuati, e allora...
una granata...
Si tira indietro, Marco Leccio, e para le mani e contrae il volto per lo spasimo, come se arrivasse a lui in quel punto la granata.
Poi serra gli occhi e si sforza di distrarre l'animo dall'immagine del suo figliuolo in pericolo, richiamando gli antichi ricordi della campagna garibaldina lassú.
E tutti i ricordi a poco a poco gli si rifanno vita, gli ridanno le ansie, i fremiti, gli affanni, le gioje, i dolori, le rabbie d'allora.
Ansa, sbuffa, sbarra gli occhi o li aggrotta, arriccia il naso, s'ilara in volto tutt'a un tratto con la bocca schiusa a un sorriso beato, e una lagrima gli sgocciola lenta da un occhio.
Perché? Ma per niente! È entrato, di sera, in una casa di campagna in val di Ledro.
Il focolare monumentale è in mezzo alla stanza rustica, sotto la cappa, che è come una tramoggia enorme capovolta, tutta affumicata dentro.
Il vento geme continuo dalla gola nera del camino, dalla quale pende una catena, al cui gancio è sospeso un calderotto fumante.
Attorno, nelle nicchie sotto la cappa, stan seduti i contadini della casa, che parlano gravi in quella voce continua del vento tenebroso...
Ebbene, piange per questo? No: è quell'angoscia di rimpianto che, a chi passa precario per un luogo, dà la stabile vita degli altri in quel luogo, una vita intraveduta e assaporata per un momento, cosí intensamente, che tutta l'anima per sempre se ne impregna e nel ricordo può tornare a viverla, a riassaporarla, a chiudersi in essa, come se fuori piú non ci fossero le tante vicende di prima e di poi, le incertezze e le difficoltà del cammino, i desiderii, i pensieri che non hanno requie!
Non capisce nulla di tutto questo il reduce Tiralli; e Marco Leccio se ne sdegna e lo bistratta spesso, perché da lui, al meno, vorrebbe essere compreso e ajutato nell'illusione che in un certo modo, lí nello studio, su tutte quelle carte, stiano combattendo sul serio anche loro.
V
Il povero Tiralli, per dire la verità, è troppo impensierito della sua miseria.
Miseria assoluta e tuttavia non semplice, perché complicata dalla sua qualità di reduce delle patrie battaglie, la quale gl'impone una certa dignità che, quanto piú la considera, tanto piú lo intontisce.
Non mangia tutti i giorni il reduce Tiralli, ma tutti i giorni si pettina bene i molti capelli lanosi, che per grazia di Dio gli sono rimasti; tutti i giorni s'industria a lungo a far la barba con un mozzicone di candela al suo colletto inamidato, ai suoi polsini ingialliti e sfilacciati.
Se porta sempre al petto le medaglie, non è per vanagloria, ma per distrarre l'attenzione dei passanti dalle sue scarpe e dal suo vestito, e poi perché non passa giorno che non faccia servizio d'accompagnamento funebre.
Li ha accompagnati tutti a uno a uno i suoi commilitoni piú vecchi e anche piú giovani di lui.
Si può essere sicuri che in ogni portone di casa ove un reduce è morto, accanto al tavolino su cui si raccolgono le firme dei visitatori, c'è lui, Tiralli, con le medaglie al petto, che piange molto dignitosamente.
Finito l'accompagnamento, resta con certi occhi, cammina con certi passi, parla con certa voce, come se fosse sempre dietro a un carro mortuario.
Marco Leccio lo soccorre come può e spesso lo trattiene a tavola con lui, e cerca in tutti i modi di scuoterlo da quel funebre intontimento.
Ma lo scuote troppo, e lo imbalordisce di piú.
Urli, strilli...
E poi pretende da lui, là sui campi di battaglia dello studio, certi servizi di spostamenti di bandierine, che al povero reduce Tiralli riescono quasi sempre male, debole com'è di vista e con le mani troppo tremolanti.
- Ma come? ma che hai fatto? Ma questa è La Haute Chervauchée! E che c'entra La Haute Chervauchée? Mi ci pianti la bandiera francese? Ma dove? ma quando? Non vuoi capirlo che i francesi non si muovono? Presa? quando? che presa! ci avranno mandato sí o no qualche cannonata!
Ha sudato piú camicie, di questi giorni, con un gran tremore in corpo per paura di sbagliare, il povero Tiralli, correndo con le bandierine tedesche e austriache appresso alla ritirata russa, prima dai Carpazi, poi dalla Galizia, ora dalla Polonia!
Fosse una ritirata a precipizio, a rotta di collo, tale da non dover tenere piú conto di nulla! Ma che! Una ritirata, che bisogna stare con tanto d'occhi aperti a seguirla; una ritirata di cui Marco Leccio decanta la miracolosa sapienza cosí fervorosamente, che guaj se tra le sue dita tremicchianti una bandierina tedesca o austriaca corre troppo e s'appunta su un luogo difeso ancora strenuamente dalle retroguardie russe.
Due giorni prima della caduta, ha appuntato per isbaglio su Kowno una bandierina tedesca.
Per miracolo Marco Leccio non se l'è mangiato.
- Ah mi prendi già Kowno, pezzo d'animale? Togli via subito codesta bandierina! Kowno resiste e resisterà ancora per un pezzo, te lo dico io!
Ora che Kowno è caduta, Tiralli potrebbe fargli osservare che infine il suo sbaglio è stato di poco.
Non ha detto nulla.
Ha riappuntato la bandierina.
Marco Leccio, vedendola, ha muggito:
- Non ti pareva l'ora, di' la verità! Ma ce l'abbiamo ancora da vedere, sai? con codesto tuo signor Hindenburg, grande stratega delle tenaglie dei miei stivali!
La strategia, non soltanto tedesca veramente, ma in genere tutta quanta la strategia scientifica moderna ha provocato e seguita a provocare in Marco Leccio uno sdegno che non potrebbe essere maggiore.
È che qualcuno ha avuto la cattiva ispirazione di toccare un tasto, che non avrebbe dovuto esser toccato, conversando con lui.
Gli hanno detto che a petto di questa guerra tutte le altre combattute finora dall'umanità, non parliamo delle battaglie garibaldine, ma anche le piú famose battaglie napoleoniche, diventano cose da ridere.
Ma sí, via, solo a considerare, per esempio, che tutti quanti i combattimenti degli eserciti regolari e dei volontarii nel periodo del nostro risorgimento, sommati insieme, non diedero di morti e feriti quanto in questa guerra ne dànno certe scaramucce giornaliere, di cui i bollettini degli stati maggiori neppure tengono conto.
Questo hanno avuto il coraggio di dire a lui, Marco Leccio, in principio della guerra.
Non riesce ancora a calmarsi, a scordarselo, e se la piglia col povero Tiralli, come se gliel'avesse detto lui, come se veramente il povero Tiralli fosse un accanito difensore della strategia moderna.
- Ah sí? ah sí? - sghigna di tratto in tratto.
- Pochi morti, eh? pochi feriti?
Poi lo investe:
- E i tanti morti d'oggi, i tanti feriti d'oggi, a milioni, chi li ha fatti, donde provengono e che concludono? Bestie che non riflettete nulla! Non vedi che sono l'effetto di questa macchina stupida e mostruosa della tua strategia moderna, che mangia vite, strazia carni, e non conclude nulla? Sai dirmi che conclude, che ha concluso finora?
Tiralli, muto, impalato, con un sopracciglio sú, l'altro giú, lo guarda nell'atteggiamento d'un cane fedele, rimproverato a torto dal padrone.
- Quello che conclude sempre, - seguita Marco Leccio, - anche oggi, sempre, non vedi che è invece l'arma antica, l'arma gloriosa, l'arma nostra garibaldina, la bajonetta? Te ne dànno la prova, ogni giorno, su l'Isonzo, sul Carso, i bersaglieri nostri! E questi tuoi macchinosi tedeschi, carogne che si fanno forti dei ripari preparati e costruiti dalla tua famosa scienza strategica, appena la vedono, la bajonetta, l'arma vera, che ha bisogno di coraggio e non di scienza, tremano, perdio, alzano le braccia e invocano pietà!
Cosí dicendo, gli va incontro, proteso, con occhi feroci, le braccia contratte, i pugni alzati, serrati, come armati di bajonetta, per farlo tremare davvero; ma poiché Tiralli non trema e resta muto e approva gravemente col capo, egli s'allontana esclamando con scherno:
- La strategia, imbecilli! L'arte di far durare un secolo una battaglia, che prima con l'impeto dei soldati e il genio dei capitani si risolveva in quattro e quattr'otto, in una giornata al piú! Gli studii tecnici, il materiale bellico, si dice cosí? bellico, già! obici, "bi-bo", v'empite la bocca, mortaj da 305 e 420, fucili a tiro rapido, mitragliatrici, dirigibili, aeroplani, granate a mano, "shrapnells", gas asfissianti, bombe incendiarie, trattori meccanici, tanks, trincee scavate a macchina, blindate, mine terrestri, fogate, reticolati, fili di ferro, cavalli di frisia, bocche di lupo, projettori, razzi e bombe illuminanti, "bom-pim-pam", pare la girandola, e la guerra dov'è? nessuno la vede! Prima gli uomini combattevano in piedi, come Dio li aveva messi! Nossignori, adesso, non basta in ginocchio, pancia a terra, come le serpi e rintanati, chi sappia resistervi; noi, no, i nostri no, per la Madonna! balzano in piedi, irrompono, si avventano a petto, bajonetta in canna, "Savoja!" Questo ci vuole! Altro che i tuoi meccanici e i tuoi farmacisti! La strategia...
la chimica...
Vorrei sapere in che consiste, se non in un mostruoso e vigliacco ingombro, per far perdere invano tempo e vite umane! Metter sú macchine, impedimenti, ripari per trovare poi il modo di buttarli giú; e non valeva tanto, allora, non metterli sú, se alla fine quello che veramente decide è il petto dell'uomo che balza sú dalle macerie di quegli ingombri vigliacchi e corre all'assalto? Te lo dico io perché serve tutta questa scienza: serve per non farla, la guerra! serve per minacciare in tempo di pace, per incutere spavento a chi vuol farla; ma quando poi la guerra è dichiarata, ecco qua, a che serve, lo vedi? a non farla finir mai.
Interviene a questo punto, zitto, zitto, come un'ombra, don Agostino Lanzetti, dalla sala da pranzo.
Sta ad ascoltare le ultime parole e approva piú volte in silenzio col capo; poi dice:
- Sí, caro, proprio a non farla finir mai.
E sta' pur certo Marco, che questa non è guerra che si risolve militarmente.
- Ah no? - urla Marco Leccio.
- No, - dice fermo don Agostino.
- E soggiunge: - Sai che si racconta degli antichi Goti?
Marco Leccio lo guarda in cagnesco.
- Potresti finirla con codeste tue eterne storielle...
Non ho tempo d'ascoltarle!
- Sono i padri antichi dei Tedeschi d'oggi, - risponde placido e col suo solito risolino arguto il Lanzetti.
- È una storiella che ti può giovare.
Si dice, dunque, che gli antichi Goti avevano il saggio costume di discutere due volte ogni impresa da tentare: una prima volta, ubriachi, e la seconda volta a digiuno.
Ubriachi, perché ai loro consigli non mancasse ardimento; a digiuno, perché non mancasse prudenza.
Ora è chiaro che i Tedeschi moderni hanno perduto questo saggio costume dei loro padri.
Discussero e deliberarono la loro impresa, soltanto da ubriachi.
Speriamo che possano presto, a digiuno, ritornare su la loro prima deliberazione.
Ma ci vorrà ancora, purtroppo, assai tempo, non t'illudere! Assai tempo...
- Già! - rugge Marco Leccio - assai tempo! Ma sai perché?
S'interrompe; accenna di mordersi le mani; grida tra i denti, storcendo innanzi al volto le dita:
- Non posso parlare! non posso parlare! Ma altro che il digiuno dei Tedeschi ci vorrebbe a finire questa guerra! Ci vorrebbe, perdio, che tutti facessero come noi! Ecco che mi è scappata! Guarda che ci vorrebbe...
Salta a quel trofeo della parete; cava dallo schioppettone d'ordinanza la bajonetta lunga come uno spiedo di girarrosto e fa l'atto di cacciarla nella pancia a Tiralli.
- Va' a dirlo a Joffre, va' a dirlo a French, va' a dirlo a Cadorna! questa ci vorrebbe!
VI
Che la strategia moderna abbia ridotto l'ufficio del duce supremo d'una guerra non molto dissimile da quello a cui Marco Leccio attende con tenace costanza da circa tredici mesi: studio indefesso lí su le carte dei punti, delle linee, delle posizioni, è per Marco Leccio in fondo una assai magra consolazione.
Fa il duce supremo, lo stratega, lí nello studio, davanti a Tiralli che lo segue e l'ajuta con funebre obbedienza; ma grazie! perché non può far altro...
Certo, se una mossa prevista da lui in questo o in quel teatro della guerra, dati quei punti strategici e quelle linee e quelle posizioni, s'effettua proprio come lui l'ha prevista, se ne compiace; guarda con occhi lustri ridenti e tutto il volto abbagliato di soddisfazione Tiralli, appena ne arriva la notizia nei bollettini degli stati maggiori, non badando piú nemmeno se la mossa indovinata sia in favore dei Tedeschi e a danno degli Alleati, perché veramente l'arte, di qualunque genere sia, è il regno del sentimento disinteressato, ragion per cui spesso diventa la funzione piú crudele che si possa immaginare, come può darne esempio un medico che si compiaccia della giustezza di una sua prognosi letale anche se questa prognosi l'abbia fatta su se stesso e voglia dire:
- Benone, caro: tu sei morto.
Ma non è questo! non vorrebbe far questo Marco Leccio! Gl'importa assai che i duci supremi oggi combattano le guerre, come lui, su la carta! Che duce supremo del corno! Soldato, soldato raso, come il suo Giacomino partito jeri per il fronte, ecco quello che avrebbe voluto esser lui.
E non ha potuto!
Jeri, alla stazione, poco prima che il treno partisse, mentre il suo figliuolo dal finestrino della vettura lo guardava, lo guardava come se avesse voluto lasciargli impressi, confitti nell'anima quegli occhi lucidi e intensi di commozione contenuta, ebbe la tentazione di saltare su quel treno, confondersi, nascondersi tra i soldati, e partire anche lui.
Lo morse la vergogna d'esser poi sorpreso e tirato giú per un orecchio dal treno, come un ragazzino.
Piú forte, piú rabbiosamente lo morse poi il cordoglio, quando allo sportello d'una vettura piú là vide un altro volontario in divisa di fantaccino, vecchio, piú vecchio di lui, con la barba bianca e le antiche medaglie sul petto, che agitava le braccia e rispondeva esultante ai saluti, agli augurii, agli applausi.
Non poté reggere a questo spettacolo; dovette andar via, via prima che il treno partisse col suo Giacomino che lo salutava, chi sa, forse per l'ultima volta!
- Me lo sai dire - domanda ora, col volto atteggiato piú di nausea che di sdegno, a Tiralli che gli sta davanti, nello studio, quasi su l'attenti, come se stesse ad ascoltare uno dei tanti elogi funebri, che sono per lui quel che la messa quotidiana è pei divoti, - me lo sai dire come pensi di morire tu?
Tiralli, con gli occhi bassi, un sopracciglio piú sú, l'altro piú giú, non risponde.
- Rispondi! - gli grida Marco Leccio.
E Tiralli si stringe nelle spalle, sporge un po' le labbra, fa un gesto appena appena con la mano.
- Morire? Mah...
Come Dio vorrà...
Veramente lui, Tiralli, non ci ha ancora pensato.
Marco Leccio riprende:
- Quanti giorni ci restano ancora da vivere, a me e a te?
Tiralli ripete quel vago gesto della mano; ma aggrotta pure un po' le ciglia, come per il dubbio che il suo generale pretenda da lui sul serio, su un argomento come questo, una risposta categorica e precisa.
- Altri quattro giorni! - gli grida sul naso Marco Leccio..
E Tiralli allora s'affretta a dir di sí, di sí, piú volte, col capo..
- Quattro giorni, già...
- Ma la chiami vita, questa? - incalza Marco Leccio.
- Non ti vergogni? Che stai a far lí, ancora in piedi?
Tiralli, stordito, si guarda attorno in cerca di una sedia per mettersi a sedere.
- No! - gli urla Marco Leccio.
- Io dico, ancora in vita! Da quant'anni te la vivi codesta tua agonia? Ti ci sei indurito, incadaverito; e non ti vergogni leggendo ogni sera sui giornali quanti giovani muojono a vent'anni, lassú, e quanti vecchi a sessanta, a settanta, fino a settantasei anni partono volontarii, dalla Sicilia, dalle Calabrie, dagli Abruzzi, dalla Romagna, dalla Lombardia, e vanno a combattere al fronte, semplici soldati? La faccia, qua, qua, non te la senti mangiare dalla vergogna? Hai visto jeri quel vecchio sul treno? Doveva averne settanta, per lo meno, e partiva! Pensa, pensa come va a morire quel vecchio, e pensa come morrai tu! Sporcheremo il letto, io e tu; e quello invece morrà in piedi! Io e tu, sul letto, tu col rantolo e io con la tosse; e quello con un grido in gola: - Viva l'Italia, figliuoli! Avanti sempre! - Capisci? Come Lavezzari! La morte del leone! Sull'alba, l'assalto: tutta la linea, un balzo e s'avventa alla bajonetta: Savoja! Innanzi a tutti, lui, Lavezzari, che ha giurato di morire lassú! Corre, giunge fino all'ultima trincea nemica! ritto in piedi lassú, si sbottona la giubba e mostra la sua camicia rossa per morire cosí, da garibaldino! Tu capisci? "A settantasei anni - avrà pensato - quest'assalto, questa carica alla bajonetta ho potuto ancora farla; ma un'altra, domani? chi sa se le forze m'assisteranno piú! E dunque, ora, qua, basta: ecco il petto, ecco la mia divisa vera, qua, tirate qua su la mia camicia rossa: voglio morire cosí!" - Ed è morto.
Tu sporcherai il letto, io sporcherò il letto, e intanto stiamo qua a giocare come due ragazzini scimuniti con le carte e le bandierine! Puah!
VII
Non ha finito di commemorare cosí la morte del vecchio leone Lavezzari, che un grido, seguito dal pianto di tre donne, gli giunge dall'attigua saletta da pranzo, e subito dopo l'uscio dello studio è aperto e su la soglia si mostra pallido e costernato don Agostino Lanzetti.
- Defendente? - grida allora Marco Leccio, con gli occhi sbarrati e levando le mani quasi a parare una sventura.
- Nino? Canzio?
Dice di no, tre volte, col capo e con le mani, subito, don Agostino.
Poi soggiunge piano, socchiudendo dolorosamente gli occhi:
- Marchetto...
- Marchetto? Come! - esclama Marco Leccio, aggrottando fieramente le ciglia.
- Mio nipote? Era della sanità! Ma come? Hanno sparato sulla Croce rossa? Quando? Morto?
- Mentre raccoglieva i feriti...
- mormora don Agostino.
- Morto?
- Ha avuto appena il tempo di scrivere al padre e alla madre.
Come un santo, è morto...
E dicendo cosí, don Agostino piange.
- Canaglie! Assassini! Briganti! - rugge Marco Leccio, levando le pugna serrate su la faccia di Tiralli rimasto impalato a quell'annunzio di morte.
- Capisci? Sparano sui feriti e su chi li raccoglie! sparano sugli ospedali! si fanno riparo dei morti! Assassini! briganti!
Poi, rivolto al Lanzetti:
- Quando è arrivata la notizia?
- Oggi, questa mattina, - risponde don Agostino.
- Ma ci ha messo sei giorni la letterina ad arrivare, ed era unita alla comunicazione del comando e a un'altra lettera di condoglianza del capitano medico dell'ospedaletto da campo, in cui il povero Marchetto prestava servizio.
E bisogna sentire che ne dice questo capitano! La dolcezza, una divina serenità nel coraggio, l'abnegazione; e com'ha parlato prima di rendere l'anima a Dio! Anche di te ha parlato...
ci sono nella letterina anche i suoi ultimi saluti per te.
"Ditelo al nonno, ha scritto, che sono morto bene..."
Marco Leccio, per quanti sforzi faccia a trattenersi, rompe in due singhiozzi quasi rabbiosi.
- Aspetta, soggiunge subito don Agostino.
- Dice cosí: "L'abito che indossavo, egli non volle credere che fosse anch'esso milizia, ed ebbe a sdegno che con quest'abito io portassi il suo nome.
Sono sicuro che ora non lo crederà piú...".
Sono entrate nello studio, piangenti, la madre con le due figliuole, pronte tutte e tre per recarsi alla casa di quel figlio, che Marco Leccio ha rinnegato da tanti anni.
Credono tutti che si debba penar molto e molta arte di persuasione adoperare per indurre il padre alla riconciliazione col figliuolo maggiore, in una congiuntura come questa.
Marco Leccio, con gli occhi chiusi per trattenere le lagrime e la commozione, scosta tutti, invece, e dice senz'altro:
- Sí, sí...
andiamo, andiamo...
povero Marchetto, figliuolo mio...
Andiamo...
Col cappello in capo, innanzi alla porta, appoggiato al braccio di Tiralli, leva però il bastone e soggiunge con tono minaccioso:
- Lo fece partire senza mandarlo qui a salutarmi! Quando lo vestí prete, sí, me lo mandò, per farmelo strapazzare, povero figliuolo mio! Vestito da soldato, prima di partire per il campo, quando io lo avrei baciato e benedetto, no, non volle piú farmelo vedere! Ma non fa nulla, non fa nulla: vado lo stesso...
Andiamo.
Ancora prima d'arrivare al portoncino della casa in via Cestari, si sentono i pianti e gli strilli delle donne, cioè della madre e delle tre sorelle dell'ucciso.
Parecchi curiosi sono raccolti innanzi al portoncino e dicono che il padre è come impazzito, e maledice tutti e grida contro il re, contro l'Italia, contro la guerra vituperii.
Don Agostino Lanzetti si fa avanti a tutti.
Prima di cominciare a salire la scala, si volta a Marco Leccio e con gli occhi e con le mani gli raccomanda di tenersi calmo e di compatire, per pietà; egli entrerà per primo e cercherà di placarlo.
Con l'ajuto delle donne lo predisporrà ad accogliere la visita del padre.
Stieno tutti indietro, ad aspettare un po' qua sul pianerottolo della scala, sotto l'ultima rampa.
- Sí, sí...
- gli dicono, e con la mano gli fanno cenno d'andare.
Don Agostino sale gli ultimi gradini; bussa; entra.
Ma poco dopo, i pianti, gli strilli, si fanno piú violenti, fra un gran tramestio, come per una colluttazione.
Improvvisamente, la porta si spalanca, e, spettorato, strappato, trattenuto da tante braccia, furibondo, fa per scagliarsi contro i parenti, lui, Giuseppe Leccio, urlando:
- Assassini! Assassini! Via! Via di qua o vi ammazzo! Assassini di mio figlio! Via di qua!
La madre, le due sorelle, sbigottite, lo chiamano per nome, con gesti supplicanti; si provano a salire qualche scalino.
Sú, don Agostino riesce a strappare indietro, a scostare dalla porta l'arrabbiato; lo fa sedere su la panca della saletta; gl'indica il grande crocefisso a una parete, che dà a quella saletta l'aria di una sagrestia; e, a furia d'esortazioni e di buone parole, riesce alla fine ad ammansirlo, a farlo piangere.
Le donne sono entrate; Marco Leccio è rimasto con Tiralli sul pianerottolo.
Poco dopo, la nuora si sporge dalla porta e lo invita a salire; ma il figlio, appena lo vede, balza in piedi, scontraffatto di nuovo dal furore; lo mira con gli occhi sbarrati, atroci, e si mette ad arrangolare orribilmente, levando le mani artigliate.
Marco Leccio si ferma a guardarlo austeramente e gli dice:
- Pensa che sono padre anch'io.
Quattro tuoi fratelli sono lassú.
L'ultimo è partito jeri.
- Al macello! Al macello! - grida il figlio, lasciandosi piegare dalle braccia che lo trattengono, a sedere di nuovo, e si copre il volto con le mani.
Marco Leccio riprende:
- Può toccare a me, domani, di ricevere la stessa notizia che oggi hai ricevuta tu; e poi un'altra! e poi un'altra! e poi un'altra!
Per tutta risposta, il figlio scopre la faccia e gli grida:
- Io la maledico, la patria!
Marco Leccio fa un violento sforzo su se stesso per contenersi, poi dice:
- Ero venuto qua per piangere con te; ma non cosí come piangi tu! Sono lagrime d'odio, di rabbia, le tue.
Pensa che codeste lagrime neanche a tuo figlio possono essere accette! Tu lo chiudi nel tuo dolore soltanto e in codesto tuo odio per la patria; ma pensa che per la patria è morto tuo figlio, e che tu lo escludi, piangendolo cosí, dal pianto degli altri, dal mio, che egli stesso ha voluto.
Se tu non vuoi, addio!
Lascia lí le tre donne col genero e col Lanzetti, e se ne torna a casa, commosso, a braccio del fido Tiralli.
Strascinando la gamba malata, che per l'improvviso riscaldamento s'è rimessa a dolergli, pensa, per via, che questa è veramente una santa guerra, se possono morirvi cosí, benedicendola, un leone come il vecchio romagnolo Lavezzati e un povero agnellino come quel suo piccolo nipote Marchetto.
VIII
Da una settimana, tra i parecchi campi di battaglia che ingombrano lo studio, Marco Leccio è solo.
Il povero Tiralli s'è ammalato, non propriamente perché Marco Leccio gli ha gridato in faccia la vergogna di seguitare a vivere la sua agonia mentre tanti dei loro vecchi commilitoni vanno a trovar la morte su le stesse tracce per cui da giovani la cercarono lassú, contro lo stesso nemico e per lo stesso scopo d'allora; ma perché - vecchi - un filo d'aria, un subitaneo abbassarsi della temperatura, e ci s'ammala.
È piovuto tanto in questo primo anno della grande guerra!
I fisici han sentenziato che l'aria - non pare - ma è un corpo, un corpo sensibile anch'essa, e che i troppi spari, la furia delle troppe cannonate han potuto commuoverla.
Le donnette del popolo, piú poetiche nella loro ignoranza, han creduto invece a un gran pianto del cielo per la sciaugurata follía degli uomini.
Il fatto è che, per le troppe piogge, sbalzi di temperatura se n'è avuti assai, e il povero Tiralli, non solo s'è bagnato piú volte da capo a piedi, ma non ha potuto dar la solita provvista di sole alle sue ossa, impalandosi - cariatide del dignitoso monumento della sua miseria - per ore e ore in qualche canto di via.
Marco Leccio è molto seccato.
Ce l'ha specialmente con una mosca maledetta che viene ostinatamente a posarsi su la carta plastica del Trentino, mentre lui, Dio sa con quanta pena, rimandando l'anima indietro indietro nel tempo, si crea l'illusione della lontananza, di cui ha bisogno per veder innanzi a sé quella carta come una realtà viva.
Eccola là, maledetta! viene all'improvviso a rompergli quella illusione, mettendosi come niente a passeggiare sú per le vette di quelle montagne, sú per quei laghi e per quelle vallate, qua e là lasciando certi puntini neri, che possono scambiarsi per fortezze o borgate.
Centomila volte l'ha cacciata, e centomila volte quella porca mosca tignosa, bavarese, tirolese, eccola lí daccapo!
Ma non è la mosca soltanto.
O meglio, sí, è la mosca, ma non quella soltanto che nei declinanti soli di settembre s'appiccica e si diverte a non dar piú requie alle mani, alla fronte degli uomini, ma anche quell'altra, quell'eterna mosca che in ogni tempo si diverte a rompere dentro l'anima degli uomini ogni illusione.
Da mesi e mesi, ormai, ogni sera, leggendo i giornali, Marco Leccio si fa l'illusione che finalmente, presto, gli alleati torneranno con impeto alla riscossa.
I Russi, che già avevano sbaragliato gli Austriaci e occupato la Galizia fin quasi a Cracovia (santo Dio, fin quasi a Cracovia!) e poi, superando i Carpazi, già scendevano sui campi ricchi di messi dell'Ungheria; i Russi, che sú avevano invaso anche la Prussia orientale, costretti ora a ritirarsi da per tutto, a cedere Varsavia, tutta la Polonia con la linea delle fortezze, la Curlandia fin quasi a Riga; i Russi arresteranno finalmente domani questa colossale invasione dei tre gruppi d'eserciti austro-tedeschi.
E i Francesi, i Francesi che dopo la levata leonina della battaglia della Marna, da undici mesi se ne stanno fermi come a casa loro nelle trincee, quasi che abbiano giurato di volerci fare i vermi lí, finalmente domani ripiglieranno l'offensiva, romperanno il fronte tedesco ad Arras, obbligheranno il Kaiser a richiamare in gran furia gli eserciti del fronte orientale.
E gl'Inglesi, coi loro ottocentomila uomini ammassati presso Calais, irromperanno finalmente domani nel Belgio per cominciarne la liberazione; e intanto, laggiú a Gallipoli, coi nuovi sbarchi nella baja di Suvla, col concorso della spedizione italiana, che a quest'ora sarà senza dubbio salpata da Taranto, forzeranno alla fine i Dardanelli e prenderanno Costantinopoli.
Ogni sera, tutte queste illusioni.
La sera appresso, sissignori, per ognuna, una mosca.
In ogni bollettino degli stati maggiori, per ogni illusione, una mosca.
La ritirata russa continua, e "sciò" una prima volta; i Francesi non si muovono, e "sciò" una seconda volta; gl'Inglesi non si muovono, e "sciò" una terza; a Gallipoli il nuovo tentativo di aggiramento è ancora una volta fallito, e "sciò, sciò, sciò..." Ma lo Zar ha assunto il comando supremo de' suoi eserciti: eh, questo fatto qualche cosa vorrà dire! E il generale Joffre è venuto sul fronte italiano per abboccarsi con Cadorna; anche quest'altro fatto vorrà dire qualche cosa.
Ed è certo che i Turchi non hanno piú carbone e sono a corto di munizioni...
Cosí le illusioni rinascono per le nuove mosche di domani sera.
Ma intanto Marco Leccio si ritrova solo ogni notte a far impeto per tutti gli Alleati, nei suoi sogni violenti.
Sogna violenze terribili e inaudite ogni notte: dei Russi che contrattaccano a Grodno e spezzano gli eserciti di Hindenburg, ammazzando settantamila uomini, facendone prigionieri altri settantamila con lo stesso Hindenburg a cui un cosacco gigantesco dà piú volte in faccia il suo scudiscio dentato; o degli Inglesi che alla fine si avventano sull'Yser e spazzano a raffica in un batter d'occhio tutti i Tedeschi dal Belgio; mentre i Francesi sfondano anch'essi il fronte avversario, e, superato il Reno, via a Berlino! gl'Italiani, per Malborghetto, via a Vienna! E le due capitali, rase al suolo!
Ansa, geme, ruglia, arrangola nel sogno, con un braccio proteso a pugno chiuso su le terga della povera signora Marianna, che a un tratto, sentendosi quasi respinta dal pacifico letto coniugale, si sveglia spaventata, e udendolo gemere e ansare a quel modo, grida;
- Marco! Marco! Dio, ti risenti male? La gamba?
- Il corno! - borbotta Marco Leccio, nell'ansito che lo soffoca, balzando a sedere sul letto.
- Stavo a finir la guerra cosí bene!...
E ora, a ripigliare il sonno ti voglio!
Dacché Giacomino è partito, l'ansia per i figliuoli sparsi sui tre fronti della guerra gli è cresciuta e non gli lascia piú un momento di requie.
Accende la lampadina elettrica; trae dal cassetto del comodino l'ultima lettera nella quale Giacomino, sette giorni fa, gli annunziava che la mattina appresso sarebbe partito per la linea di fuoco; si stropiccia gli occhi, poiché gli occhi dei vecchi diventano acquosi la notte e allevano cispe, e si mette a rileggere, a rileggere, aggrondato, quella lettera.
Come scrive bene Giacomino! Quanta poesia in questa lettera scritta dal campo alla vigilia della partenza per gli avamposti!
"Tutto l'accampamento tace.
È notte alta.
Sto nella mia tenda seduto sulla branda, il calamajo sulla coperta, e scrivo sulla gamba sinistra.
La fucileria crepita lontano tra le cannonate.
Ho acceso una sigaretta alla candela appoggiata all'alzo del mio fucile.
La candela è ancora abbastanza lunga e io la farò consumare scrivendoti.
Tanto, è l'ultima notte che mi serve.
Domattina alle tre e mezzo noi nuovi arrivati andremo su un'altura che domina tutte le posizioni; un capitano di stato maggiore ce le indicherà a una a una e ci spiegherà le azioni che vi si sono svolte, quelle che vi si svolgono, quelle che vi svolgeremo noi.
Svolgere...
un tema, una volta...
Posata sul fucile vicino alla candela è un'elegantissima farfalla bianca, con le ali spiegate e le antenne ritte.
È immobile da tanto tempo.
Sento il lamento dei grossi proiettili che ci passano sulla testa per portare la morte lontano.
È uno strano angoscioso sibilo.
Chi sa voi che fate ora...
Dev'essere da poco passata la mezzanotte.
L'orologetto da polso non cammina piú da alcuni giorni.
L'aria di questi luoghi gli avrà fatto male.
La sigaretta è finita e ho cambiato posizione: scrivo sul ginocchio destro e bevo un sorso di caffè.
La farfalletta bianca è sempre lí ferma che si scalda le ali.
O forse è morta? Io non la tocco.
Le posizioni che andremo a occupare sono difficili.
Andremo dalla parte del piano, a far guerra di notte.
Io sono puro e forte e vibro nel silenzio della notte col ritmo calmo del mio cuore buono, ben provato.
Non dormirò, forse.
Vedo un mio compagno che nella tenda accanto si rilegge a una a una tutte le lettere ricevute.
Fra quattro ore sarà chiuso un quadro di questa scena.
Arrivederci, miei cari; dormite.
Ho un'altra sigaretta in bocca.
Buona notte, dormite.
Nella vigilia di una marcia verso l'oscuro, io mi sento tranquillo se porto il pensiero fra voi.
La farfallina bianca si è destata; spengo la candela per la sua vita, buona notte di nuovo, e tutti i miei baci."
In sette giorni l'avrà riletta settanta volte, questa lettera, Marco Leccio.
Ogni volta s'è sentito stringere la gola da un'angoscia cupa e urgere le lagrime agli occhi, pensando all'anima di questo suo adorato figliuolo, alta come la notte che gli stava sul capo nello scrivere queste parole, e pura come quella farfallina bianca posata sul suo fucile.
Da sette giorni, piú nessuna nuova! Eppure è certo che in questi sette giorni Giacomino avrà scritto, perché prima di partire glielo promise, che avrebbe mandato ogni giorno notizie di sé.
Tranne...
Ma no! Maledizione! gli torna sempre in mente, sempre, questo tristo pensiero...
Rivede Giacomino come dal treno lo guardava, lo guardava quasi volesse lasciargli impressi, confitti nell'anima, quegli occhi lucidi e intensi di commozione contenuta: e stringe le pugna e sbuffa e smania.
- La colpa sarà della Posta...
- gli mormora accanto la moglie, che indovina il perché di quegli sbuffi e di quelle smanie.
Ella prega di nascosto, in silenzio.
Non fa altro, da tre mesi.
Tre rosarî al giorno, di quindici poste; e un quarto, ora, da che Giacomino è partito.
Pare sia sempre stordita e non capisca ciò che le si dice; ma non è vero: è che prega, prega, ed è tanto assorta nella preghiera, che spesso non sente ciò che le si dice.
Per Giacomino prega, ma piú forse per gli altri tre figliuoli che le sembrano un po' trascurati dal padre.
- Già, sí...
forse...
- borbotta Marco Leccio.
- È il lamento di tutti, questo maledetto disservizio postale! Lettere che non arrivano o che mettono sei e sette giorni ad arrivare; e prima ne arriva una scritta dopo, e il giorno appresso quella scritta avanti...
ed è inutile muovere lagnanze e rimproveri.
Non c'è bestia piú dispettosa dell'impiegato postale.
Piú lo rimproveri e peggio fa.
Lo sappiamo tutti per esperienza innanzi agli sportelli degli uffici postali.
Guaj se mostri un po' di fretta: te lo fanno apposta; cominciano a gingillarsi col bollo che non prende, con la gomma che non scorre, col francobollo che non attacca...
E bisogna vedere come ti saltano su insolenti alla minima osservazione.
IX
L'estate è finita, quest'anno, a termine di calendario.
Siamo ai primi d'ottobre, e fa freddo, la mattina per tempo e la sera.
Gli alberi dei giardini, gli alberi dei viali, al sole umido, tendono con timore le foglie, che ormai sui rami ci stanno e non ci stanno.
E han finanche fastidio degli uccellini, e paura anche, se - prendendo un po' di calore - s'illudano e, saltando vivaci da un ramo all'altro, diano l'ultimo crollo a quelle povere foglie secche, che tengono appena.
- Quest'autunno le foglie non cadono per noi - dice con aggrondata gravità Marco Leccio a Tiralli.
Molto patito ma pettinatissimo, con la grossa fascia di lana girata una volta sola per ora attorno al collo, Tiralli, per tutta risposta, pompa col naso una sorsatina:
- Quest'autunno, - ripete Marco Leccio, - le foglie non cadono per noi.
Tiralli, un'altra sorsatina.
- E sóffiati il naso, perdio! - gli grida, seccato, Marco Leccio.
Quel rumor di naso raffreddato gli dà il fastidio d'una realtà troppo vicina e affliggente, lí nel silenzio dello studio, tra le carte stese su le tavole, irte di bandierine.
Un fastidio che impedisce al pensiero d'astrarsi e concentrarsi.
Tiralli sa che è inutile; ma subito, per ubbidire, si soffia il naso.
E per la terza volta Marco Leccio ripete:
- Quest'autunno le foglie non cadono per noi...
Se non che, ora che Tiralli non sorsa piú, il seguito del discorso non viene.
Marco Leccio, aggrondato, resta a meditare.
E Tiralli, silenzio impalato, lo punta come un cane.
C'è? non c'è? Marco Leccio ha l'impressione che ora non ci sia piú.
E a un certo punto scatta:
- Ma di'! ma smuoviti! Lo senti almeno quello che ti sto dicendo?
- Eh, - fa Tiralli, - come no? le foglie...
quest'autunno, dicevi...
- Non cadono per noi! - sbuffa Marco Leccio, balzando in piedi; ma grida subito: - Ahi!
E s'afferra una gamba a metà levata, con tutto il volto contratto dallo spasimo.
- Maledetti loro! maledetti! maledetti!
Tiralli, sentendolo imprecar cosí, trae un gran sospiro di sollievo.
S'aspettava per lui l'imprecazione, a quella fitta improvvisa della sciatica; ora comprende per chi cadranno le foglie quest'autunno.
E tutto contento gli domanda:
- Dicevi per i Tedeschi, eh?
- Mi pare! - sghigna Marco Leccio, risedendo con la gamba ancora tra le mani.
- Ci voleva tanto, è vero? Di farmi gridar cosí...
Se lo Zar, caro mio, che ti dicevo?
- Lo Zar...
- Sí, va bene; ma che ha fatto lo Zar?
Tiralli resta perplesso, domanda:
- Quello delle Russie?
- No, quello della Luna! - gli grida Marco Leccio.
- Qual altro Zar c'è? Vuoi che parli di quel nasone austriaco della Bulgaria? Che stiamo parlando, d'operette? Dico Nicola II, lo Zar, che ha fatto?
- Ha assunto il comando supremo dei suoi eserciti...
- Benissimo! E perché?
Tiralli, cosí interpellato, comincia a entrar nel dubbio, che lo Zar abbia assunto il comando supremo dei suoi eserciti per fare avere una strapazzata a lui che, appena convalescente d'una malattia per cui è stato a letto piú giorni, non crede in coscienza di meritarsela.
Risponde:
- Mah...
Forse perché non è stato piú contento delle manovre del generalissimo Granduca...
- Baje! - grida Marco Leccio.
- Il Granduca ha manovrato come un dio! E io ti dico che se la manovra della ritirata doveva seguitare, il Granduca non sarebbe stato dispensato dal comando supremo degli eserciti russi.
- E allora? - domanda Tiralli.
- Allora, - risponde Marco Leccio, - io sono una bestia.
Tiralli lo guarda trasecolato.
Tutte le illazioni poteva immaginare dalla premessa delle foglie che quest'autunno non cadono per noi, tranne questa.
- Sí, - riprende Marco Leccio.
- Una bestia.
Sono stato una bestia tutti i giorni che tu sei stato ammalato.
Quante mosche qua, caro mio! Qua, e dentro l'anima mia! Bestia, bestia, perché non ho capito subito che se lo Zar assumeva il comando supremo de' suoi eserciti, questo era segno che di ritirate basta, non se ne doveva piú parlare; e segno anche che tutti i tradimenti erano stati scoperti e sventati; i tradimenti che sono stati finora la...
E qui improvvisamente finisce la CRONACA di Marco Leccio e insieme la sua guerra sulla carta.
Sú l'Europa la guerra seguitò a imperversare per circa tre anni; ma gli Alleati commisero tali e tanti errori, uno dopo l'altro, che Marco Leccio alla fine, sdegnato, diede un calcio a tutte quelle carte nel suo studio, e non volle piú saperne.
SGOMBERO
Squallida stanza a terreno.
Un lettuccio su cui giace rigido, ma non ancora composto nel consueto atteggiamento dei morti, il cadavere d'un vecchio, con la barba messa da malato e i globi degli occhi stravolti, quasi trasparenti sotto le pàlpebre esili come veli di cipolla.
Le braccia fuori delle coperte e le mani giunte sul petto.
Il letto ha la testata contro la parete, e un Crocefisso è appeso al capezzale.
Accanto al letto è un tavolinetto da notte con qualche bicchiere di medicinale, una bottiglia e un candeliere di ferro.
Nel mezzo, un usciolo semiaperto; e piú là, un antico canterano con l'impiallacciatura crepacchiata, con sú qualche rozza suppellettile.
Inginocchiata alla sponda destra del letto e arrovesciata su esso con tutto il busto e la faccia e le braccia lungo distese, è la vecchia moglie del morto, vestita di nero, con un fazzoletto violaceo in testa.
Non dà segno di vita.
Davanti all'usciolo semiaperto è una ragazzina di otto o nove anni, del vicinato, con gli occhi sbarrati e un dito alla bocca, in sgomenta contemplazione del cadavere.
Nell'ombra dell'àndito, attraverso la semiapertura dell'usciolo, s'intravedono uomini e donne del vicinato che spíano e non osano entrare.
Nella parete destra è una finestra che dà sul cortile; e anche di qua s'intravedono, attraverso i vetri, altri visi di curiosi che spiano.
Nella parete sinistra è un decrepito armadio di legno tinto, a due sportelli.
Sedie impagliate; un tavolino.
Si sente dall'àndito la voce di Lora:
- Fate largo! Lasciatemi passare!
Entra.
Ha poco piú di vent'anni.
Aria equivoca.
Modi bruschi.
Porta avvolto nella carta un cero, e in mano frutta di vivaci colori: arance, mele.
Appena entrata, dice alla ragazza:
- Ah, brava, t'han lasciata entrare? Cosí poi da grande ti rammenti quando hai visto un morto la prima volta.
Vuoi anche toccarlo col ditino? No? E allora vattene!
La prende e la mette fuori dell'uscio, dicendo a quelli dell'àndito:
- C'è un funerale di prima classe in capo alla via: l'ho visto io passando: tiro a quattro, cocchiere e famigli in parrucca bianca, una sciccheria! correte, correte a vederli! Amate il sudicio come le mosche?
E tira a sé l'usciolo.
- Ma già, l'ippopòtamo...
- esclama in mezzo alla stanza, scrollando le spalle.
- Quando hai visto al Giardino Zoologico che Dio ha creato anche l'ippopòtamo, di che ti vuoi piú maravigliare? C'è l'ippopòtamo, come c'è chi si piglia le bambine e poi le ammazza; e c'è chi deve far la sgualdrina, e chi ti butta in mezzo alla strada.
E le mosche.
Le mosche.
Posa sul canterano il cero e la frutta.
Gli occhi le vanno allora a quegli altri che stanno a spiare dai vetri della finestra.
Vi corre, irritata:
- Ma guarda, anche qua, appiccicate ai vetri!
Appena apre la finestra, quelli scappano via.
E allora lei si sporge a gridar fuori:
- Ma sí, ma sí, sono io! Che peste, eh, Bigiú? Ma mi sai dire perché sei da piú di me tu? perché vendi a casa all'ingrosso, a pezze intere, e io faccio la mercantina di strada e vendo a metro? Che vuoi! Tu l'assaggi ancora col pollice e l'indice la stoffa; io non l'assaggio piú, stoffetta di liquidazione.
Va', va' sú, che la scala può darsi che toccherà di scenderla anche a te.
Allegra, comare! Siamo entrati in due, a braccetto, stamattina, la Morte, e il Disonore, già, il Disonòòòre! Ma guarda che faccia! Toh, cara, aspetta: ti butto una meluccia.
Prende una mela rossa dal canterano e fa per gettarla alla ragazzina messa fuori poc'anzi.
- Scappi? Non la vuoi! Be', me la mangio io.
L'addenta e richiude la finestra, facendo, subito dopo, l'atto di turarsi il naso:
- Ffffff questo puzzo ardente di lavatojo!
Guarda sul letto il cadavere del padre:
- Mangio, sí, mangio, e mi possa far veleno! Digiuna da jeri.
Le mani, eh, ora non le stacchi piú! Certi schiaffoni! E mi sputavi anche in faccia, m'acciuffavi pei capelli, mi sbattevi di qua e di là a furia di pedate! Ragazzina, che vuoi?, ne sapevo già piú d'un'immagine sacra a capo del letto.
Ora le tieni l'una sull'altra, cosí sul petto, le mani, fredde come la pietra.
Va a scuotere per la spalla la madre.
- Sú, mamma: sei digiuna da jeri anche tu: bisogna che prenda qualche cosa.
D'improvviso ha il dubbio che non le abbiano reso giusto il resto, e fa il conto:
- Quattro e otto, dodici, e cinque, diciassette.
Aspetta.
Che altro ho comprato? Ah, già, da quell'imbecille, la frutta.
Vendeva gli uccellini a mazzo, legati pei fori del becco, e me li ha sbattuti in faccia, mascalzone, senza neppur vedere che portavo un cero.
Sobbalza, sovvenendosene:
- Ah già, il cero.
Lo va a prendere dal canterano e lo scartoccia.
- Perché non si dica che non te l'abbiamo acceso.
Prende il candeliere di ferro dal tavolinetto da notte.
- Speriamo che lo regga.
Pianta il cero nel bocciolo del candeliere.
- Toh, guarda, come fatto su misura.
C'è sul tavolinetto una scatola di fiammiferi.
Accende il cero e lo posa lí.
- Ardere e sgocciolare: bella professione.
Come le vergini.
- Tu lo vedi? No.
E neppure i santi di legno su l'altare.
Ma noi li vediamo illuminati i santi, e c'inginocchiamo.
È tutta fede, la fabbrica dei ceri.
Ora crediamo che tu stia godendo di là.
Ma non lo dài a vedere, poveretto.
Sú, mamma, oh: bisognerà pur vestirlo prima che s'indurisca.
Piangi, sí, seguita a piangere.
Bella professione anche la tua, lí buttata per morta anche tu.
Bisogna far presto.
È grazia che abbiano aspettato che morisse.
Vogliono fuori tutto prima di sera.
E alle quattro verranno quelli della Misericordia.
Non daranno neanche al cero il tempo di consumarsi tutto.
Guarda il cero acceso, poi alza gli occhi al Crocefisso appeso al muro.
- Ah, il Crocefisso tra le mani.
Va all'altra sponda del letto; accosta una sedia e vi monta; stacca il Crocefisso; lo tiene un po' tra le mani:
- Ah Cristo! I poveri che ricorrono a Te...
L'hai fatto apposta! Chi può avere piú il coraggio di lagnarsi della sua sorte con Te, e di tutto il male che gli altri gli fanno, se Tu stesso senza peccato Ti sei lasciato mettere in croce con le braccia aperte, Cristo! La speranza che si godrà di là, sí.
La fiamma di questo cero da quattro soldi.
Salta dalla sedia e mette il Crocefisso tra le mani del morto, dicendo alla madre:
- Oh, bada che gli si sono davvero indurite: tu non lo vesti piú, o bisognerà spaccar di dietro la giacca per infilargli le maniche di qua e di là.
Ah, non vuoi muoverti? Aspetti che ti prendano per un braccio e ti buttino fuori della porta? Be', guarda!
Prende la sedia e vi si siede.
- Mi metto ad aspettare anch'io che venga uno spazzino con la pala e la scopa a buttarmi sul carretto delle immondizie.
Beato chi s'è levato il pensiero di muoversi, anche di qui là, anche d'alzare una mano per portarsi un boccone alla bocca! Tanto poi, alla fine, hai ragione, tutto si fa da sé, quando non hai piú voglia di nulla.
Entrano, ti tirano per le braccia a rimetterti in piedi; tu non ci stai; ma non ti confondere, se non ti ci vogliono, non ti dànno neanche il tempo d'abbatterti, t'allungano una pedata o ti tirano uno spintone alle spalle e ti mandano a ruzzolare nella strada.
Gli stracci, il letto col morto, il canterano, tutto in mezzo alla strada: se lo pigli chi vuole! E tu lí per terra, bocconi, come ora sul letto, tra la gente che si ferma a guardarti.
Viene una guardia: "Proibito dormire sulla strada".
E allora dove? "Sgombrate!" Tu non sgombri.
Niente paura.
Qualcuno, se proprio non vuoi, ci penserà a farti sgombrare.
Avrà pur diritto, chi non ha piú casa, a un posto dove stare, sulla terra: su un paracarro come un fantoccio posato; su un gradino di chiesa; su un sedile di giardino; accorrono i bambini: sí, la nonnina.
Che dici, bello mio? Cecce? Non ti capisco.
Ah, ti vuoi mettere a cecce qua con me? Babba non vuole.
Va' a vedere i pesciolini nella vasca.
Rossi, sí.
Uh, Dio sia lodato! Poi ti metti con la mano cosí, e qualcuno passando ti butterà un soldo o un tozzo di pane.
Ma io no, sai; guarda: puh, uno sputo! La mano, io, piuttosto che a chiedere, la stendo a graffiare, rubare, ammazzare; e poi, sí, la galera: da mangiare e dormire gratis.
Si alza, esasperata, e va a dire al padre:
- M'approfitto che non puoi piú sentire e mi sfogo per tutti gli schiaffi che mi desti.
Non lo volesti mai capire come fu, che ci si può arrivare senza saperlo, quando meno ci pensi, che ti ci trovi preso, mentre piangi e ti disperi, perché il tuo corpo, toccato senza intenzione, ha sentito da sé una dolcezza che ti si fa viva in mezzo alla disperazione e te l'avvampa, tutt'a un tratto, insieme con tutte le cose che non vedi piú, cieco, abbracciato e disperato, in un piacere che non t'aspettavi.
Fu cosí.
Fu cosí.
Qua.
Me lo lasciasti tu, qua, tuo nipote tradito dalla moglie.
Piangeva, seduto qua su questo stesso letto; gli presi cosí la testa per confortarlo; si mise a smaniare, a frugarmi con la faccia sul petto: eh, donna, cosí, che ci si debba sentir piacere, non mi sono fatta da me! S'accese il sangue a tutt'e due; e anche lui, dopo, rimase lí steso come morto, dallo spavento d'avermi avuta.
E poi se ne tornò dalla moglie consolato, vigliacco! d'aver conosciuto da me, disse, che tutte le donne, tanto, sono uguali, e oneste non ce n'è; uguali come gli uomini, la stessa carne; e che dunque non c'è perché - disse - se lo fa un uomo tante volte, e non è nulla, se lo fa poi la donna, una volta, debba parer tanto da considerarla perduta per sempre.
"Infine, ti sei preso un piacere anche tu!" Vigliacco, e il figlio? Per te non fu nulla; ma per me...
Ah, padre, sei morto e ti perdono, ma se mi sono dannata cosí, lo debbo a te.
Tutti uniti nel giudizio d'una donna, voi uomini: tutti: non c'è padre; non c'è fratelli; anzi loro, i piú feroci.
E il piú feroce di tutti fosti tu, che mi buttasti come una cagna sulla strada.
Ma io cosí, guarda, mi levai lagrime e sputi dalla faccia, e la presentai al primo che passò.
La strada, la rabbia di gettarti in faccia la vergogna che non volesti tenere nascosta.
Ma poi il figlio, il figlio...
Non è vero quello che si dice; sarà vero dopo, ma prima no; sentirselo, cosa spaventosa! E poi quando nasce...
È vero dopo; la creaturina che ti cerca...
Te lo venni a lasciare qua, d'otto mesi, una notte, dietro la porta, nella cesta del suo corredino.
Dev'esserci ancora, il corredino; o l'avete venduto? Dio, ti ringrazio d'essertelo preso con Te cosí bambino! Sú sú, vestiamo lui adesso!
Va ad aprire l'armadio; ne cava un abito di panno marrone appeso alla gruccia.
Si volta alla madre:
- È vero che l'addormentava lui, ogni sera, con quella canzone...
com'era? che la cantavi anche tu, a me bambina.
Me lo vennero a dire, una notte che pioveva, uno che passò di qua e lo sentí dal cortile.
E poi voleva da me...
capisci? dopo avermi detto questo!
Guarda l'abito del padre che ha ancora in mano; l'esamina:
- Oh, ma quest'abito è ancora buono.
Quasi quasi...
Tanto, se ha già fatto la sua comparsa davanti a Dio, per quelli che tra poco se lo verranno a prendere, che gli serve piú l'abito? E tu, stretta come sei...
qua c'è dell'altra roba...
potresti intenderti con un rigattiere.
Oh, mi senti? Bisogna far fagotto! Ci sarà altra roba nel canterano...
Va al canterano; ne apre il primo cassetto; rovista dentro: stracci.
Apre il secondo; non c'è nulla.
Apre il terzo: c'è il corredino.
- Ah, è qui.
Lo guarda.
S'accascia a terra.
Ne tira fuori qualche capo: una fascia arrotolata, una camicina, un bavaglino; poi alla fine, una cuffietta: introduce una mano a pugno chiuso nel cavo di essa, e come se cullasse un bimbo si mette a canticchiare con una voce lontana la vecchia canzone della madre.
E mentre canta, tutto a mano a mano s'oscura, finché, spenta ogni luce, si vede soltanto la fiamma del cero.
Silenzio.
NOTE:
(1) Per dirne una.
Non vi par bello il bambino, quando il padre gli accende innanzi agli occhi un fiammifero? Come agita le manine! Freme tutto; con gli occhi che gli fervono dal desiderio d'afferrarlo...
Ma sopravviene cauta la Prudenza - pah! spegne il fiammifero...
(2) Ma ero bello davvero!
...
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