APPENDICE, di Luigi Pirandello - pagina 9
...
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II
- Uno...
due...
tre...
quattro...
cinque...
sei...
sette...
Il signor Carlo Antelmi, su una seggiola presso l'uscio del salotto arredato con certa pretensione d'eleganza, che tradiva peggio l'angustia dei mezzi, faceva girar con un dito le aste d'un grande e vecchio orologio a pendolo appeso alla parete su uno stipetto a muro.
Dopo il primo giro sul quadrante aspettò che la soneria sbagliata ricontasse le ore.
Sette un'altra volta, maledetto!
- Chi è?
Entrava qualcuno; e il signor Carlo, lungo e secco nella veste da camera un po' gualcita, con un berrettino da viaggio in capo e un grosso fazzoletto di lana al collo, dalla seggiola si volse, chinandosi verso l'uscio, per veder chi fosse.
- Sono io, signor Carlo...
Disturbo? - fece Tullo Marzani entrando impacciatissimo.
Il signor Carlo s'affrettò a discendere dalla seggiola.
- L'avvocato! Ma che! Avanti, signor avvocato! S'immagini...
Come va? Scusi lei piuttosto, che mi trova cosí...
- Veramente è un po' troppo presto per una visita; ma, ecco, io avevo questa carta di musica, che la signorina Giulia vuol vedere; e cosí, passando, son salito.
Non per altro, ecco! So che la signorina suona di mattina, e cosí...
- Troppo buono...
troppo buono...
- ripeteva il signor Carlo, inchinandosi e sorridendo per compiacenza all'avvocato.
Ma questi sentiva il bisogno di dar maggiori spiegazioni: la serva aveva voluto farlo entrare per forza; lui invece avrebbe voluto lasciar la musica e andar via subito, senza disturbar nessuno...
Tullo Marzani faceva spesso, or con una scusa or con un'altra, di quelle comparse improvvise in casa Antelmi, frutto senza dubbio delle meditazioni e dei consigli di qualche notte agitata, durante la quale egli, stanco finalmente d'un lungo periodo di continue indecisioni, sentiva il bisogno di risolversi a far qualche cosa.
Doveva o no prender moglie? Chi gli consigliava di sí, e chi di no.
Gli conveniva o no la signorina Antelmi? Quanto all'aspetto, sí, certamente: la stimavan tutti una bella ragazza; ma un po' bizzarra, un po' troppo sciolta; taluni...
Non era massaja; amava piuttosto la lettura dei romanzi...
- "Male...
male..." - gli diceva una voce interna; ma subito un'altra, di rimando: "Non vorrai già relegar tua moglie in cucina!" - Oibò! - La signorina Antelmi non aveva dote - "Tanto meglio! ti sarà piú obbligata..." gli suggeriva qualcuno nella coscienza.
"Eh no!" l'ammoniva un altro, "tu, col tuo censo, puoi aspirare a qualche altra, piú in alto..."
Ma ecco, al povero Marzani, destituito a tal segno di criterio e d'estimativa, in fondo, la signorina Giulia piaceva moltissimo.
E cosí, tutt'a un tratto, pigliava finalmente la decisione di chiederla in isposa:
- Me la piglio, e non se ne parli piú!
Si levava di letto, divenuto per lui arnese di tortura, e con gli occhi ammaccati dall'insonnia, senza il suo bel color rubicondo, concertava un progetto, cercava una scusa verisimile, e s'avviava verso casa Antelmi.
Qui pareva che tutti l'aspettassero sempre a braccia aperte, il signor Carlo, la signorina Erminia, finanche la serva; se bene adesso un po' stanchi, a dir vero, della lunghissima attesa, specialmente la signora Erminia, la quale tuttavia si guardava bene dal mostrargli impazienza.
Il peggio era, ch'egli, senza accorgersene, s'era lasciato sfuggire il momento, in cui la signorina Giulia, delusa dalla partenza dell'Arnoldi per Milano, stretta dal disagio in casa sua, considerandosi non compresa dai suoi, avrebbe forse accolto la domanda di matrimonio.
Ora ella, per stare in pace con la madre, doveva forzarsi a nasconder l'antipatia che il Marzani le ispirava; e intanto s'era rivolta e appigliata al Mabelli, come a uno scoglio cui pur sentiva non ben sicuro, nel naufragio delle sue speranze.
Sapeva che il Mabelli non era in condizioni da prender moglie; ma fidava sull'ingegno di lui e sulla sua civetteria.
Lucio, dal giorno in cui s'era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità, non aveva piú saputo opporsi con franchezza alle supposizioni di Giulia, divenute man mano per lei certezza, a cagione del suo silenzio, e della sua remissione.
Egli pensava: "Posso io forse dirle: Sa, signorina? quel giorno io scherzavo; non creda che io sia sul serio innamorato di lei...
Certamente non posso dirle cosí.
Lo capirà da se stessa, dal mio contegno..."
Questi, intanto, rimanevan proponimenti.
In realtà, poi, Giulia Antelmi lo aggirava tra le spire della sua arguta malizia, lo avvolgeva alla sprovvista nel momentaneo turbamento di una furtiva espansione d'affetto; e cosí egli, ogni volta, usciva dalla casa di lei interdetto, scontento di sé, con un senso smanioso di disagio e la coscienza sempre piú precisa della falsa posizione, in cui s'era messo.
Perché non parlava? Non sentiva forse in cuor suo, che la lealtà, l'onestà, il dovere verso l'amico di cui possedeva il segreto, e ch'egli tradiva, gl'imponevano di parlare? Era leale, era onesto lusingar cosí col suo silenzio una signorina, a cui già l'età non consentiva altri indugi in leggieri amoreggiamenti senza scopo? Ella aveva già venticinque anni, Lucio lo sapeva.
Ne mostrava, è vero, venti o ventuno appena; sí, ed era pur bella, e cosí ricca di spirito! Che disgrazia non aver dote! Lucio avrebbe fatto la sciocchezza di venir meno a tutti i suoi proponimenti contro alle tentazioni del matrimonio.
Lo confessava a se stesso, forse per acchetar la coscienza rivoltata dal suo modo d'agire.
Non s'era forse spinto fino a ricever da lei dei baci? E non aveva udito piú volte Giulia mettergli in berlina il Marzani? Ed egli aveva anche sorriso della dicacità di lei, un po' impacciato, è vero, ma pur senza saper dire una parola in difesa dell'amico, ch'egli tradiva, cosí, senza quasi volerlo...
Egli non parlava, egli che doveva, e intanto se la prendeva, per giunta, col Marzani, che non sapeva decidersi una buona volta a domandar la mano di Giulia, e a trarre cosí lui d'impiccio.
Se avesse potuto indurre il Marzani a far ciò, egli, nel frattempo, si prometteva di spiegarsi francamente con la signorina Giulia.
Sarebbe stato difficile e penoso, non s'illudeva; ma era pur necessario...
Cosí, una mattina, si recò a trovare il Marzani.
- O Lucio! Come va? - disse questi, ricevendolo nel suo studio sempre in ordine, e levandosi dallo scrittojo.
- Hai da fare?
- Un mondo!...
Un mondo!...
Non ne posso piú, lo dichiaro francamente.
- Va bene, usciamo.
Fa bel tempo, e non si lavora.
Usciamo.
- Hai da parlarmi?
- No.
Ci faremo una passeggiata.
Discorreremo...
- Sí, ma...
e queste carte?
- Le lasci stare.
Le vedrai piú tardi.
Sú, lesto, ora andiamo!
Tullo Marzani aveva sempre un mondo da fare, o almeno egli amava credere cosí, e lo diceva a tutti.
Veramente, di tanto in tanto, qualche amico gli rovesciava addosso delle seccature giudiziarie, ch'egli soleva sbrigare con la massima diligenza, rimettendovi però spesso le spese.
Non c'era altro!
- Di' un po', ti sei sognato? - cominciò Lucio Mabelli, appena in istrada.
- Che diamine m'hai raccontato della signorina Antelmi...
di te?...
- Ah, le hai parlato? - esclamò il Marzani sgranando gli occhi, quasi smarrito.
- No, no, che! Ma bada, sai; c'è un equivoco...
- Tu hai parlato di me alla signorina Giulia! Di' la verità...
- Ti dico di no.
Sei curioso!...
Fu lei, invece, che mi parlò...
- Di me?
- Nient'affatto.
- E allora?
Tullo guardò Lucio, impallidendo.
Quell'aria d'indifferenza con cui il Mabelli era venuto a invitarlo a uscire, la leggerezza affettata con cui gli parlava d'una cosa tanto grave per lui, gli fecero a un tratto supporre, che l'amico volesse prima nascondergli e poi man mano prepararlo a una spiacevole notizia.
- Non capisco...
- aggiunse.
- Di chi t'ha parlato la signorina?
Lucio cominciò a sentirsi a disagio sotto lo sguardo smarrito del Marzani; ma rivolse subito contro l'amico l'acredine del rimorso, che ora lo pungeva piú che mai.
Cosí avveniva sempre in lui: il suo rimorso si cangiava in stizza, e allora egli incolpava della sua colpa chi o per un verso o per l'altro lo aveva spinto a commetterla.
- Non cominciare adesso...
- rispose.
- Non è avvenuto nulla! Sta' tranquillo.
La colpa del resto è tua, mio caro...
- Come? Ma io...
- Lasciami dire! Tu...
tu non hai diritto di lagnarti di nessuno.
Sí, perché sei l'indecisione in persona, capisci? Ti proponi questo, ti proponi quest'altro, parli, fai veder tutto bell'e fatto, e, sissignore! poi non fai nulla.
Confessa che sei cosí.
- Scusa, ma io...
- Tu, che cosa? Hai parlato a me, è vero, di Giulia Antelmi? M'hai detto, è vero, che ti piaceva; che intendevi sposarla; che anche lei, ti pareva, pensasse a te in segreto? Oh! E da che m'hai confidato tutto ciò, saran passati, per dir poco, cinque mesi.
Eh, lo so! Non interrompermi...
Cinque mesi! Parevi allora deciso a far questo passo.
Che hai fatto finora? Che hai concluso? Nulla! Poi ti lamenti...
- Ma che importa a te? Che è avvenuto? Insomma, si può sapere?...
- Che? Nulla, finora; ma se indugi ancora...
Che importa a me? Io, guarda, non ti capisco! Se fossi al tuo posto...
Solo, ricco, senza grattacapi, tranne quelli che vai procurandoti col lanternino; mi vuoi dire che vorresti di piú? Ah, l'amore? E lo vorresti cosí, senza scomodarti, senza dir nulla? Che aspetti ancora? Aspetti che le donne ti saltino al collo al primo vederti?
- Questo non l'ho mai preteso...
- disse Tullo mortificato.
- Ma ancora non capisco perché sei venuto a farmi questo discorso, oggi...
Guarda, io un sospetto ce l'ho...
Non vorrei dirtelo; ma...
Lucio si volse un po' sconcertato a guardar l'amico.
- Vuoi che lo dica francamente? - aggiunse il Marzani impacciato, e volle prima sorridere, come per attenuar le parole.
- È chiaro, che non te ne faccio una colpa...
Senti, io...
sí, io metterei le mani sul fuoco, che la signorina Giulia crede...
o almeno m'è parso, bada! sí, crede...
che tu insomma le faccia la corte...
un po' ecco...
- Sei matto? - esclamò Lucio.
- Io? la corte?
- Tu no, tu non c'entri, lo so! Dico, che lei forse lo crede...
- Oh, ma lei...
può credere...
ciò che vuole...
Io...
- rispose Lucio, a cui già le parole tiravano il fiato; e nascose l'agitazione in una risata.
- Io far la corte! Non ci mancherebbe altro.
E poi, sí, t'assicuro, che ho tutto con me per essere il beniamino delle donne...
Va' là, va' là, non dir sciocchezze, e non farmene dire !...
Quando penso, in certi momenti, che ho gli anni che ho, e che mi tocca vivere come vivo, dopo tanti...
Basta! meglio non parlarne.
Ti lagni tu, tu hai il coraggio di lagnarti!...
Basta; senti...
Volevo dirti dell'equivoco, mi pare...
Ebbene, dimmi un po': conosci l'Arnoldi? Antonio Arnoldi...
- Sí, perché? Lo conosco di vista...
Aspetta.
L'ho veduto giusto jersera.
- Qui? In Roma? Ah, non è possibile! - fece Lucio, cangiandosi improvvisamente dalla sorpresa.
- M'è parso d'averlo visto...
- Va' là, ti sarai ingannato...
Non è possibile!
- E io ti dico che era proprio lui.
Anzi, sai, acconciato come uno zerbino...
e poi, rifatto...
sí, con quella solita aria...
- È tornato da Milano?
- Pare...
- E per far che?
- Uhm! - fece Tullo.
- Chi lo sa? Probabilmente per rimettersi a fare quello che faceva...
Lucio non udí le parole del Marzani.
"Per far che?" ripeté a se stesso, come se a ogni costo volesse trovare un nesso tra quel ritorno inatteso e ciò che lui stava per dire al Marzani.
S'immerse, sconvolto, in un mare di supposizioni.
Tullo, intanto, continuava con disinvoltura a sparlar dell'Arnoldi.
- Forse - diceva - non avrà potuto piú vivere neppure a Milano; cosí, è tornato agli antichi amori..
Lucio se ne infastidí.
- T'inganni - disse, per farlo tacere.
- L'Arnoldi, mio caro, ha trovato a Milano un ottimo collocamento, nella Banca Ritter.
Ha molto ingegno, tu non lo sai, e volontà di ferro...
È un po' traviato, era almeno.
- Se lo era! - esclamò il Marzani ridendo.
- Ebbene, tu ridi, e io ti dico...
Guarda, combinazione! Sei innamorato della signorina Giulia, è vero? Or bene, sappi, ch'ella fece parecchio tempo all'amore con Antonio Arnoldi...
- Con lui? - gridò Tullo, restando.
- Nulla di male, oh sai! - s'affrettò a soggiunger Lucio per correggere la cattiva impressione che le sue parole buttate giú nella stizza avevano prodotto nell'amico.
- Nulla di male...
Un amoretto sciocco da ragazza, proprio da ragazza...
Andavano a scuola insieme, figúrati! È già tutto finito da un pezzo.
- Era questo l'equivoco? - domandò Tullo ancora stordito.
- Questo; non c'è da impensierirsene, ti ripeto...
E gli narrò in succinto tutto ciò che di questa avventura fanciullesca gli aveva detto la signorina Giulia, e ciò che lui le aveva risposto e detto dell'Arnoldi.
Poi, quando gli parve di veder l'amico completamente rassicurato, s'accomiatò al suo solito in fretta in furia.
- Va', va'; ne riparleremo un'altra volta.
Ora lasciami scappare...
- T'accompagno.
- No; debbo andar dal conte Rivoli pel signor Carlo Antelmi.
Pover'uomo! Vediamo se sarà possibile ottenergli questo posto di segretario presso il Conte.
Ho buone speranze...
- Bene eveniat! - fece Tullo, alzando le spalle, con la mente ancor piena dell'Arnoldi.
- Io torno allora alle mie carte...
- E alle tue indecisioni! - aggiunse Lucio, allontanandosi.
E pensò tra sé: "Ora piú che mai! Ho fatto male ad annunziargli, cosí d'un colpo, il vecchio segreto.
Avevo cominciato a prepararlo tanto bene.
Ma quella notizia...
Che sarà venuto a far l'Arnoldi a Roma?"
III
Il signor Carlo Antelmi attendeva impaziente la risposta del conte Rivoli, e aggirandosi per la casa, lodava tra sé il Mabelli, che pareva si fosse messo proprio d'impegno a ottenergli quel posto di segretario.
Tanto lui, quanto la signora Erminia avevano cieca fiducia in Lucio: non sospettavan neppur lontanamente, che questi potesse per secondo fine prestarsi cosí in ogni occasione a giovar loro del suo meglio.
Lucio dal canto suo sapeva rendere i suoi favori con tale superiorità, e dietro il cangiante spolvero del suo far vivace sapeva cosí ben nascondersi, che davvero non dava appiglio ad alcun sospetto.
In quanto alla signorina Giulia, ella era stata sempre pei suoi genitori come un libro chiuso, ben legato, con sul dorso un titolo indecifrabile.
Stavasene quasi sempre appartata a leggere o a ricamare.
Sentiva, e spesso non riusciva a nascondere un disgusto opprimente pei modi un po' volgari e sciatti della madre e per la grettezza del padre, specialmente ogni qual volta tutti e due venivano a lite, e come spesso accadeva, per un nonnulla.
Il signor Carlo die' ordine alla serva di far subito passare in camera sua il Mabelli, e vi si ritirò per non assistere al trambusto (alla rivoluzione, diceva lui) che facevan le due donne ogni mattina "per rassettar la casa", uscendo dalle loro camere.
Però quel giorno la signora Erminia ne uscí col cappellino in capo e un ventaglio in mano.
Il Marzani aveva regalato per la sera un palco all'Argentina, ed ella si recava a far delle compere necessarie per sé e per la figlia.
La serva venne per parte di questa a rammentarle un ventaglio e non so che nastro grigio-perla.
- Sta bene, sta bene...
E che fa lei, la signorina? Ancora a letto?
- S'è già levata, si pettina
- Alle undici!
La signora Erminia sospirò, e uscí.
- È andata via la mamma? - domandò Giulia sporgendo il capo dall'uscio della sua cameretta.
- Or ora, signorina.
Ma non dubiti, gliel'ho detto: il ventaglio e il nastro.
- Se si rammenterà! - sospirò Giulia, entrando nel salotto.
- Vorrei sapere perché è voluta uscire cosí per tempo...
- Son già le undici, signorina!
- Grazie, lo so.
Poteva bene uscire con me oggi dopopranzo.
L'ha detto lei, è vero, che son le undici?
Si stese su una seggiola a dondolo, e cominciò a spingersi innanzi e indietro, colle mani sui bracciuoli, il capo chino e gli angoli della bocca in giú, in una contrazione di sdegno.
- Eh già! - riprese poco dopo.
- Infatti abbiamo tanto da fare, in questa casa! Auff! Per piacere, Olga: va' a prendermi il libro che sta sul comodino a canto al letto.
Ristette dal dondolarsi; reclinò indietro la testa, tese in avanti il busto e alzando le braccia e incrociando le dita si posò le mani sulla fronte, per stirarsi.
Poi si levò, aprí il pianoforte, ma non seppe decidersi a sonare.
La serva rientrò col libro.
- Posalo sul tavolino, lí...
Non ho piú voglia di leggere.
Rimasta sola, appoggiò un gomito sul pianoforte, facendone stridere alcuni tasti, e si nascose gli occhi con la mano.
Sotto la pressione del gomito i tasti tennero lungamente il suono.
Da parecchi giorni Giulia Antelmi si rendeva conto dello stato d'animo di Lucio Mabelli rispetto a lei.
Quei ritegni, quegli sguardi schivi, certe parole fredde, cascanti dalle labbra, quelle mani che temevan sempre d'incontrare le sue, le dimostravano chiaramente com'egli cercasse già d'allontanarsi da lei a poco a poco, pur rimanendole vicino, da buon amico, dopo averle fatto intender la ragione, senza prediche e senza scene.
Questo modo d'agire intanto la stizziva.
Già uno strano puntiglio cominciava a inasprire il suo amore.
Ella provava dispetto dell'impotenza sua di vincere quell'uomo: avrebbe voluto costringerlo a non pensar tanto, a non dar tanta retta alle dure necessità della sua condizione.
E intanto si turbava a ogni accenno di ricordo subito cancellato dal sangue che le affluiva al cervello, vergognosa della sua ostinazione, che forse l'aveva spinta a concedere a lui, per legarselo maggiormente e rendergli piú difficile l'uscita, qualche carezza non del tutto inappuntabile.
Lucio non sapeva resisterle, come avrebbe dovuto, dato il suo intendimento; e questa era in gran parte la cagione del rossore di lei; giacché ella concedeva piú per puntiglio di vincere che per amore, e quegli trascendeva piú impacciato che accecato, quasi rimettendosi a lei, per non offenderla con un savio richiamo.
Lucio Mabelli, entrando nel salotto, la sorprese ancora innanzi al pianoforte, col gomito sui tasti e la mano sugli occhi.
- Oh, Lucio!
- Il signor Carlo? - domandò Lucio esitante, evidentemente contrariato.
- Di là...
Aspetta! Vai subito?
- Devo annunziargli con premura...
- Con tanta premura?
- Ha ottenuto quello che desiderava - rispose egli, mostrando tutto il suo zelo, come per iscusarsi.
- Son sicuro che m'aspetta, l'ha lasciato detto alla serva...
Se ora mi si vedesse qui...
- Prima di tutto, nulla di male! Poi, Olga non entra se non è chiamata.
La mamma non è in casa.
- Può uscir tuo padre da un momento all'altro...
- E allora gli dirai quel che devi dirgli...
- Farei questa bella figura! - concluse Lucio.
Ella gli volse le spalle.
- Sta bene...
e tu va', allora...
- E sedé con un sospiro, che parve sbadiglio, sulla seggiola a dondolo.
Lucio non ebbe la forza d'andarsene cosí.
Le si avvicinò, combattuto.
- Sei ingiusta...
- Ingiusta? - domandò ella, sorridendo.
E prese il libro dal tavolino come per mettersi a leggere.
- Ingiusta, ingiusta...
Non te n'accorgi...
- Può darsi! - sospirò lei.
Lucio si chinò sulla seggiola, a guardarla.
- Ti lascio col broncio?
Giulia levò gli occhi da leggere, e sotto lo sguardo di lui le nacque un sorriso quasi involontario.
- No, è vero? Allora vado! - s'affrettò a dir Lucio.
Ma ella lo trattenne per un braccio.
- No.
Perché fuggi tutte le occasioni in cui si può restar soli un tantino a parlare?
- Io?
- Tu, tu; questa, per esempio...
- Ma cosí...
Se ci vedessero!
- Non mi vuoi bene? - fece Giulia, abbassando gli occhi sul libro.
Lucio sentí che quello era proprio il momento di spiegarsi con lei.
Ma come incominciare?
Ella esitò un poco, quindi si volse a guardarlo.
- Che potrei dirti? - fece lui, impacciato, evadendo alla domanda.
- Nulla?
- Una sola cosa.
T'affliggerebbe troppo, però.
Come affligge me...
- Mi vuoi bene? - ridomandò lei, e questa volta senza esitare, guardandolo negli occhi.
- Sí, Giulia...
- Me lo dici cosí...?
Allora Lucio, incalzato dallo stupore di lei, dall'interno disagio, riavendosi man mano nella crescente agitazione, prese a dirle con foga, con calore, or dando alla voce inflessioni di tristezza appassionata, ora esagerando con arte, in quel momento involontaria e incosciente, tutto ciò che da parecchio tempo rimuginava.
Si rivolgeva ora al cuore di lei, ora alla ragione, non accusando che la durezza della sorte, la tristezza del caso...
Le faceva notare la falsa posizione in cui egli si trovava in quella casa, e quanto soffriva nel vedersi circondato dalla cieca fiducia dei genitori di lei.
- E io li inganno, li inganno...
- Perché mi ami? - disse Giulia, tentando di resistere a quell'onda di parole con l'opporre di tanto in tanto, in fretta, come a riparo, qualche osservazione o qualche domanda.
- Perché ti amo? No! - ripigliò Lucio col viso in fiamme.
- Sii ragionevole! Perché non posso confessare a chi dovrei, e in ciò sta il male, questo nostro amore.
Tu devi pensare a te...
- Non lo puoi? Perché? - oppose un'altra volta Giulia.
- Oh, ma tu lo sai perché! Sai qual'è la mia posizione...
Io non posso, e mi pare onesto dirtelo, da parte mia...
- Me lo dici ora...
- osservò Giulia, e in quell'ora era tutto il suo dispetto.
- Ora...
- balbettò Lucio.
- Ma sii giusta! Tu lo sapevi...
- M'hai detto d'amarmi - ella riprese, e la sua voce s'era fatta dura, quasi astiosa.
- Ti sei preso il mio amore...
e quanto! M'hai detto d'amarmi!
Allora Lucio, quasi piangente per l'accusa, le ricordò quel giorno della gita a S.
Paolo, e come s'eran trovati ad amarsi l'un l'altra, senza neppur sospettarlo, parlando d'un altro amore di lei.
Si ricordava? E le rappresentò il suo stato d'animo in quel giorno.
Chi pensava piú? Lui, almeno! Certo egli non le avrebbe detto mai nulla.
Lo aveva vinto la debolezza di lei.
Sí, sí.
Egli non sapeva piú ciò che le aveva detto in quel giorno.
L'amava, e s'era lasciato trascinare dal suo amore, spinto da lei...
Era giovane anche lui! Non aveva anche lui diritto ad amare, a goder della vita? Ma no, no, che! La giovinezza reclama i suoi diritti? La sorte glieli nega.
Si lamenta? Ride.
Amare? Lavora! E il suo lavoro restava senza compenso.
E la sorte, per maggior crudeltà, ogni tanto gli si mostrava men severa, e lo coglieva a un nuovo laccio! Ah, era un bel giuoco, un bel giuoco!...
E le parlò, seguitando, di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro i tanti bisogni, che l'avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell'ombra di sogno, ch'era pur l'unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione - l'Arte!
Nello sforzo di parlar sommessamente per non farsi udire dalle altre stanze, la sua voce era divenuta aspra, quasi raschiosa, e intanto le parole gli abondavano, ed egli vi esalava tutta la sua vera, intensa ambascia, quasi piangendo...
Giulia s'era intenerita: l'astio era man mano divenuto in lei angoscia.
Gli prese una mano e l'interruppe:
- Non parlarmi cosí!
- È vero! - disse Lucio sordamente, rimettendosi.
- Non ne ho mai parlato ad alcuno.
Mi vi hai costretto tu.
Ella si era alzata.
- Ed ora? - disse.
- Tu devi pensare a te - riprese Lucio.
- Dammi ascolto.
Di me non t'importi nulla.
Te ne prego: dimentica.
È necessario che tu dimentichi.
Ella rimase un tratto con la testa bassa e gli occhi appuntati, e si lasciò cader dalle labbra queste parole, scuotendo lievemente il capo, senza muover gli occhi.
- No...
no...
è troppo tardi, ormai.
- Prova...
- Inutile!
Si scosse, ebbe come un brivido, si strinse nelle spalle e si coprí il volto con le mani.
- Che hai? - le chiese Lucio dolcemente.
- Non so...
non so...
Lucio le si avvicinò, le prese le mani (ella gliele abbandonò senza esitazione) e se le pose sul petto, guardandola.
Giulia si mise a piangere in silenzio.
- Son disgraziata...
Si portò agli occhi il fazzoletto, e appoggiò la testa sul petto di lui, che cominciò a carezzarle i capelli leggermente con la mano.
- Amami cosí...
- disse lei con voce interrotta da singulti brevi.
- Non ti chiedo nulla...
E levando la testa, con gli occhi ancor gonfii di pianto, e abbozzando un sorriso malinconico, su cui scendevan le lacrime, gli domandò con insistenza da bambina:
- Sí?...
Sí?...
IV
- Dobbiamo parlar di lei...
- disse piano a Lucio il signor Carlo, accennando all'uscio per cui era uscita testé sua figlia.
- Della...
signorina?
- Vorrei da lei un consiglio, se è in grado di darmelo.
- Un consiglio?
- È una faccenda un po'...
- continuò il signor Carlo, parlando a bassa voce, senza trovar l'aggettivo.
- Ma con lei, io almeno, non posso aver segreti...
Ecco, le spiegherò.
Conosce un tale...
Arnoldi?
- Antonio Arnoldi? - disse subito Lucio, pallido, rizzandosi sul busto, come colto da un brivido alla schiena.
- Precisamente.
Lo conosce?
- Perché...
me lo domanda?
- Per aver da lei un consiglio...
- Lo conosco...
cosí...
di nome soltanto...
Scusi, perché vuol saperlo?
- Le dirò...
- fece il signor Carlo.
- Ho ricevuto jeri una lettera.
- Da Milano?
- No, da Roma.
- Ah, è a Roma? - domandò Lucio.
Perché mentiva cosí? Egli stesso non sapeva rendersene conto.
Quelle parole gli erano venute alle labbra spontaneamente, non cercate, non volute.
- Venuto, pare, espressamente - disse il signor Carlo con un sorrisetto espressivo.
- Ah, eh già! s'intende...
- fece Lucio; e subito si stupí di quest'altre parole involontarie e del suo sorriso in contrasto aperto, stridente con l'aria ingenua assunta sul principio.
Ma il signor Carlo non notava nulla di tutto ciò; sorrise per compiacenza al sorriso di Lucio, e proseguí:
- Nella lettera mi si dà abilità di domandare a Milano tutte quelle informazioni, che possono farmi all'uopo.
- Una domanda di matrimonio, allora...
- disse Lucio con l'aria ingenua di prima.
- Mi pareva che l'avesse compreso.
- E sí, difatti...
Si smarriva; sentí lui stesso, che si smarriva.
Volle correggersi; fu peggio.
- È lui...
che domanda?...
Lui! strano...
cioè!...
dico, manca da Roma...
da parecchio tempo, mi pare! E poi, con qual titolo? Che fa a Milano?
Questa volta il signor Carlo notò l'imbarazzo del suo giovane amico, ma credé che gliel'avesse cagionato lui, con l'interessarlo in una faccenda tanto delicata.
Cavò di tasca la lettera e gliela porse.
- Ecco la lettera...
Legga.
Si misero allora a parlare della Banca Ritter di Milano, banca tedesca, solidissima.
Il signor Carlo ne aveva già domandato notizie a un suo amico milanese.
Anche Lucio sapeva da un amico impiegato in quella banca, ch'essa era solidissima.
Non sapeva però spiegarsi come l'Arnoldi avesse potuto trovarvi cosí buon collocamento - "non per altro; ma perché i tedeschi, si sa, son cosí difficili...
Segretario, accidenti! un buon posto!"
- Che ne dice? - domandò il signor Carlo, che già rideva dalla gioja.
Lucio si mostrò nuovamente impacciato a rispondere.
Gli pareva mill'anni d'andar via.
- Ma...
io non so...
veda...
Non potrei dirle...
- Però - insisté il signor Carlo - non credo, è vero, che sia un partito da rifiutare cosí, a occhi chiusi...
Lucio aprí le braccia in risposta.
Poi disse:
- Se ella lo desidera, posso anche domandar per conto suo informazioni al mio amico.
Il signor Carlo accettò, profondendosi al suo solito in ringraziamenti.
Lucio uscí da casa Antelmi in preda a una straordinaria eccitazione, brancicando in tasca una lettera, la lettera dell'Arnoldi al signor Carlo.
Era rimasta a lui, per dimenticanza! Egli se n'accorse per via, e quasi se ne sentí scottar le mani...
Era già quasi sera, e il Corso coi lampioni non per anche accesi, tutto in ombra, era affollato pel ritorno dal passeggio pomeridiano a Villa Borghese.
Tutta quella folla agitata nell'ombra, pigiata nell'angustia dei marciapiedi, sempre in guardia dalle vetture susseguentisi con frastuono, diede a Lucio il capogiro.
Gli pareva di veder l'Arnoldi in ogni persona; sentiva che l'avrebbe senza dubbio veduto, lí a un tratto, senza dubbio.
E infatti lo vide.
Era con alcuni amici sulla soglia del caffè Anglo-Americano di fronte alla piazzetta Sciarra, e s'era tirato indietro sgarbatamente, alzando le braccia, per rider forte, mostrando i denti bianchissimi sotto i baffi ricciuti, neri come l'ebano - un riso che pareva nitrito: chi sa perché! forse per qualche piacevolezza detta da uno de' suoi amici.
Gli era quasi cascata dal naso la lente legata in oro.
Lucio sentí strapparsi i nervi da quel riso fragoroso.
- Non aveva riso per lui, quell'imbecille? Si fermò d'un colpo.
Si voltò, e stette tra la folla a guardare un tratto in direzione del caffè.
Avrebbe voluto tornare indietro, e schiaffeggiare quella faccia bruna, insolente...
Si rimise ad andare in giú.
Verso casa sua, in via Laurina? No, che! Dal Marzani, allora, in via dei Pontefici? E per far che dal Marzani? Oh, egli sentiva bisogno di parlar con qualcuno, di sfogarsi con qualcuno; e sentiva che andava lí, proprio dal Marzani, benché non ne vedesse chiaramente la ragione.
Egli doveva pur fare qualche cosa! Ma che cosa, e perché? Di che si lagnava? Che pretendeva? Che diritto aveva egli d'impedire quel matrimonio? Impedirlo? Non doveva anzi considerarlo come una fortuna, come una liberazione? Non aveva egli forse provato stizza, dispetto, rabbia dopo la scena fattagli dalla signorina Giulia piangente sul suo petto? Non s'era detto mille volte sciocco, e non aveva accusato anche lei, Giulia, bassamente, sostenendo ch'ella voleva usargli violenza, non già per amore, ma per puntiglio o per brama di marito? Dunque? Eccolo lí, il marito, l'Arnoldi! Di che si lagnava oltre? - Ah no! - l'Arnoldi - no - pensava andando.
- Caschi il mondo, no!
Si trovò in via dei Pontefici, presso la porta del Marzani.
Il dubbio di non trovarlo in casa lo arrestò innanzi allo scalino d'invito; ma pur non rendendosene conto, l'arrestarono anche l'indecisione ond'era agitato e il bisogno di precisar qualcosa prima di salire.
Non gli fu possibile precisar nulla; si premé forte gli occhi con una mano, e poi, facendo un gesto vago, come per scacciar tutte le cure, si mise a salire la lunga scala.
Sentí scuotersi, sollevare, salendo, da un impeto folle di riso, e spiegazzò in tasca la lettera dell'Arnoldi.
Ah era ben comica, ben comica la sua posizione! "Eccomi qui! Devo dar marito alla fanciulla del mio cuore, e voglio darle un buon giovane.
Favoriscano di dirmi com'è codesto loro signor Arnoldi! - Il Marzani? - Poveretto...
io non dico...
potrebbe anche essere un ottimo marito..." - Queste ultime eran parole di Giulia Antelmi.
Lucio se le ripeteva mentalmente, salendo la scala, ancora invaso da quell'onda amara di riso.
Tirò il laccio del campanello, e attese.
Il Marzani era in casa.
- Ringraziami! lodami, mio caro! - gridò Lucio, ridendo come un pazzo al cospetto dell'amico, pigliandolo per le braccia e scuotendolo, spingendolo indietro.
- Lodami, ringraziami anche tu, come il signor Carlo! Lodatemi tutti! Io son l'uomo piú lodevole del mondo!
- Che hai? Lasciami...
Sei matto? Che t'è avvenuto?...
- fece Tullo, guardando stupito Lucio, e cercando di svincolarsi dalla stretta.
- Nulla! Che ho? Son contento di me, non vedi? Non debbo viver soltanto di lodi, io? facendo una buona azione al giorno? Poca fatica, non è vero? Oggi poi, ne ho fatte due, sí, e una migliore dell'altra! Cosí, doppia razione di lodi.
Oh, se la passa bene il mio amor proprio! Metterà pancia, vedrai!
- Che hai fatto? - domandò il Marzani intontito.
- Che ho fatto? Sentirai, mio caro! Cose che non facevan neppure i santi padri tentati nel deserto dalle demonia! Prima di tutto, ho tolto dei grilli dal capo d'una fanciulla di mia conoscenza.
La poverina s'era fatte delle illusioni su me, figúrati!...
Però non m'ha ringraziato: aspetto d'esser ringraziato in appresso! Credeva la poverina, ch'io mi fossi un uomo come tutti gli altri, un uomo che si possa permettere il lusso di far delle sciocchezze...
Basta! L'altra buona azione, la sai.
Ho fatto ottenere il posto a quel caro signor Antelmi.
L'ho reso felice, tanto felice, che m'ha commissionato subito un'altra buona azione.
Ma io prima, guarda, ne voglio rendere una a te...
- A me? Grazie! - fece Tullo, il quale non sapeva piú se ridere o affliggersi dell'amico.
- No, mi ringrazierai poi - seguitò Lucio, divenendo a un tratto serio.
- Senti, non dico per ischerzo...
Vieni qui...
siedi...
leggi questa lettera...
E porse al Marzani la lettera dell'Arnoldi.
Se ne pentí subito.
A un tratto, come se tutte quelle parole dette con straordinaria vivacità, nella crescente eccitazione, si fossero insieme riflesse sulla sua coscienza improvvisamente ridesta, sentí invadersi da profondo disprezzo di se stesso.
Sentí che il suo modo d'agire era indegno; ma non ne vedeva ancora chiaramente lo scopo, quasi che in lui fosse un'altra persona, la quale agisse senza palesarsi, per fini ancora a lui nascosti.
Gli pareva, ora, ch'egli fosse venuto dal Marzani quasi trascinato da quest'altra persona, e non sapeva perché.
Non era anche inutile, oltre che indegno? La signorina Giulia non avrebbe mai accettato la mano del Marzani, egli lo sapeva.
E pure, chi sa? Tullo era ricco, non era brutto, non aveva mai commesso brutte azioni come quell'Arnoldi.
In un momento Lucio stabilí un confronto spassionato tra l'uno e l'altro; li bilanciò fisicamente e moralmente...
Avrebbe intanto voluto strappar di mano a Tullo la lettera; ma si sentí trattenuto, come se qualcuno internamente gli avesse detto: "E aspetta! Tanto, ormai, ci sei...
Proviamo!"
Tullo lesse la lettera, prima arrossendo, poi man mano impallidendo, impallidendo, finché guardò Lucio, smarrito, e gli cascarono le braccia.
- Dunque è finita?
- Niente finita! - disse forte Lucio, alzandosi.
- La signorina Antelmi non sa ancora nulla di questa lettera.
- Sí; ma tu m'hai detto...
- balbettò Tullo.
- T'ho detto, se ti ricordi, che dell'Arnoldi nel suo cuore non c'è piú traccia.
Amoretto da ragazza, t'ho detto! Santo Dio, come ti perdi in un bicchier d'acqua!...
Ora ella sa bene che persona è l'Arnoldi, e ciò che ha fatto...
Non è possibile che lo accetti...
Poi, del resto, ti ripeto ch'ella non sa ancor nulla della domanda di matrimonio.
Capisci, che il signor Carlo ha dato a me, a me...
l'incarico di domandar notizie dell'Arnoldi a Milano? Proprio cosí! Ebbene, che vuoi farci, pover'uomo! Fiducia! - Ora passeranno cinque, sei giorni prima che venga la risposta.
Dunque, tu hai tutto il tempo di far la tua domanda al signor Carlo.
- E come posso, ora...
- osservò imbarazzato il Marzani.
- Come? Oh Dio! Fingi d'ignorar tutto! Perché, spero, non andrai mica a dire al signor Carlo, che io son venuto a comunicarti la gran novità! Del resto, non ci sarebbe nulla di male...
Sa che tu ami sua figlia...
dunque...
Ma non c'è bisogno di dirglielo...
Tu va' da lui...
deciditi una volta! e fa' la tua domanda in tutte le forme.
Senti, tra te e quel signore la scelta non può cader dubbia.
Figúrati! T'accoglieranno a braccia aperte!...
Il Marzani sorrise, ancora smarrito.
Egli godeva di vedere attraverso le parole di Lucio, facilissimo il suo cómpito.
V
Come Lucio aveva preveduto, il signor Carlo accolse il Marzani a braccia aperte.
Davvero, il pover'uomo, non s'aspettava piú tanta fortuna.
S'era già adattato alla necessità di dar la figlia a un intruso, che gliel'avrebbe portata anche lontano, fuori di Roma.
Né di ciò, buono com'era, sapeva dar torto al Marzani.
- È troppo ricco per noi - pensava.
- E mia figlia non ha dote.
La signora Erminia però non la pensava allo stesso modo.
Per lei, il Marzani era ormai non solo uno sciocco, ma anche un mancator di parola.
Ella sentiva stizza delle illusioni, delle speranze concepite su lui e andate a vuoto, e naturalmente ne dava a questo la colpa, anzi che al suo troppo imaginare.
- Sarebbe stato tanto onore per lui sposar nostra figlia! - diceva al marito.
E il signor Carlo, per non aizzar la moglie ad altre invettive, apriva le braccia e si rimetteva alla volontà del Signore.
Tanto lui che la moglie adesso, a veder realizzato, quando men se l'aspettavano, un desiderio già svanito come speranza, s'eran talmente rallegrati, che per un momento non pensarono piú né alla precedente domanda, né all'esistenza dell'Arnoldi...
Oh, ma del resto, per costui, la scappatoja si sarebbe presto trovata! Frattanto era certo, che la figliuola, sposa del Marzani, sarebbe rimasta a Roma, sotto gli occhi loro.
Di fronte al Marzani, l'Arnoldi era completamente scomparso dalla loro mente.
Già non lo conoscevan neppure di vista, non sapevan chi fosse...
Cosí, nemmeno era passato loro per la mente, che per giustizia, di fronte a due richieste di matrimonio, non avrebbero potuto non tener conto del diritto di scelta della figliuola.
Il signor Carlo, nella gioja inattesa, aveva dato al Marzani quasi per fatto il matrimonio; e il domani la signora Erminia ne parlò alla figliuola.
Da un bel mazzo di fiori inviato dal Marzani la sera precedente, cosí, senza ragione, in dono misterioso, e dal sorriso con cui il padre e la madre glielo avevano presentato, Giulia aveva sospettato l'intesa, e però la mattina accolse freddamente la madre.
Alle prime parole della figlia, la signora Erminia sentí cadersi dalle labbra tutte le espressioni di giubilo che le eran saltate dal cuore.
Giulia fu irremovibile dal rifiuto.
Sdrajata sulla seggiola a dondolo con un libro in mano, fingeva di leggere, spingendosi indolentemente innanzi e indietro.
- Almeno una ragione! Di' almeno una ragione!
- T'ho detto: non-mi-va.
La signora Erminia finí per uscir dai gangheri
- Che intenzione hai? Che ti sei fitto in mente?
- Nulla, proprio nulla.
Lasciami stare, ti prego.
Ci penserò io...
- Ci penserai, sí, quando? Quando ti capiterà una nuova occasione, è vero?
- Non ne aspetto piú...
Sí, e allora bell'avvenire senza dubbio quello che le si apparecchiava!...
Sarebbe andata a finire suora di carità, è vero? O monaca in qualche ritiro! Solita storia...
Pensava cosí perché aveva ancora il padre e la madre, e una casa...
Ma non li avrebbe avuti sempre però, e allora?...
Oh allora!...
- È inutile, mamma! - disse Giulia per tagliar corto a quelle riprensioni.
- Or mai, l'ho fisso qui: non mi mariterò! E sai, che quando ho detto una cosa...
La signora Erminia ebbe un bel metterle innanzi agli occhi tutti i mali a cui vanno incontro le ragazze che restan senza marito: la schiavitú delle malignità altrui, la solitudine, i disagi, le noje...
E a che pro tutto questo? Già sola, appartata, non sarebbe potuta rimanere: gliene mancavano i mezzi.
Ma, quand'anche? Una donna, sola, non è mai libera.
Ella a questo quadro s'era rivoltata subito, con tal vivacità e tanta efficacia, che, per un momento, alla signora Erminia parve di soggiacere al fascino della parola di Lucio Mabelli, proprio come se questi parlasse per bocca della figlia.
Giulia, infatti, ripeteva ogni tanto inconsciamente qualche frase di Lucio, e s'era quasi assimilata quella speciale attitudine del parlare di lui.
- Allora, è vero? dovrei sposare il primo che mi càpita, per non andare incontro a tutto ciò che m'hai detto? Se poi non amo costui, se mi ripugna, non importa, è vero? L'amore? Ma che! C'entra forse l'amore? E il cuore? Una molestia! Ecco il vostro ragionamento! Ecco le vostre massime! Brava gente sennata! E quando io, inesperta, vi avrò dato ascolto? Ah, tu devi mettermi innanzi anche quest'altro quadro! Allora, che sarà di me? Rispondi! Che sarà di me? Come potrò vivere insieme a una persona che non ha saputo ispirarmi né amore né simpatia, che a me, moglie, non ha potuto realizzare il mio sogno di ragazza?...
Perché, è cosí, non è colpa mia: da ragazze sogniamo tutte! La mia casa mi parrà una prigione, il mio sposo un nemico; cadrò nella noja o cercherò di svagarmi.
Oh, e allora tutte le persone sennate, tutte quelle che dettan massime di prudenza come te, mi salteranno addosso, mi accuseranno Dio sa di che cosa, e via fino in fondo! Ma che moglie v'aspettate da una ragazza che avete costretto a sposar cosí, senz'amore? Che volete ch'ella vi dia? Che pretendete da lei? Ah, vedi, vedi che ne so forse piú di te.
I miei libri, è vero? Ma sono i fatti! Cosí a quattr'occhi posso parlarne; vale per tutte le volte che debbo far le viste di non capir nulla...
Va', va'...
E ora lasciami leggere in pace, se è possibile...
Accesa in volto, ancor vibrante, si ravviò i capelli dalla fronte, e si rimise a leggere, questa volta per non rispondere veramente piú nulla alla madre, che la guardava ancora stupita.
Quando Lucio Mabelli tornò in casa Antelmi con la risposta da Milano, vi trovò quasi il lutto, e una guerra aperta.
Il signor Carlo, per non veder la figlia, tornando dal conte Rivoli, si tappava nella sua camera, e non voleva uscirne neppur per desinare in compagnia.
Avrebbe voluto scomparire dalla faccia del mondo per non incontrarsi piú col Marzani.
Anche Giulia s'era ritirata nella sua cameretta per non veder la faccia arcigna e non sentire i rimbrotti della madre, la quale cosí era rimasta sola padrona della casa.
Chi ne aveva la peggio era Olga, la serva, su cui la signora Erminia sfogava l'ire e il mal'umore.
La risposta da Milano era pervenuta a Lucio a rigor di posta, un giorno dopo il rifiuto opposto da Giulia alla domanda del Marzani.
In quella risposta si davan sull'Arnoldi le piú ampie assicurazioni.
- E per che farne, or mai? - disse a Lucio la signora Erminia.
- Vuol farsi monaca mia figlia, non lo sa? M'ha dichiarato, non intende maritarsi né ora, né mai...
- Le ha parlato anche...
dell'Arnoldi? - domandò Lucio esitante.
- No, del Marzani, lo saprà! Ma crede ella, che se le avessi parlato dell'Arnoldi...
Lucio alzò le spalle senza profferir sillaba, temendo che la voce tradisse l'interna agitazione.
Ogni parola della signora Erminia gli pareva uno schiaffo.
Il tono irritante, sguajato, volgarissimo di quella voce gli strappava con violenza i nervi.
Sentiva ribadirsi una catena trascinata già parecchi mesi con tanta tristezza e tanti affanni; e pur non sapeva ancora decidersi a parlare, a respingerla.
Temeva da un canto di tradirsi, e dall'altro non avrebbe voluto piegarsi, darla vinta a quell'Arnoldi.
- Crede che mia figlia lo conosca? - insisté la signora Erminia.
- Ma ...
io veramente...
non so, se debba intromettermi...
- balbettò Lucio.
- Parli, prego...
Noi la consideriamo come un parente, proprio come un parente.
- Troppo buoni...
Ma ecco, a me pare...
che cosí...
senza una ragione determinante, l'Arnoldi...
sí...
non avrebbe mai fatto...
- Ma già! - gridò la signora Erminia, interrompendolo, sgranando gli occhi e battendosi forte una mano sulla gamba.
- Per lo meno - continuò Lucio piú spedito - lui, l'Arnoldi, deve aver conosciuto bene la signorina, io credo, altrimenti...
Loro non sanno nulla?
- Nulla, proprio nulla...
- Provino, allora...
E appena profferite queste parole, come una concessione dolorosa e forzata, Lucio si sentí alleggerito da un gran peso.
- Provare? - fece la signora Erminia.
- Oggi dopo la scena di ieri? Oh no davvero! Sarebbe capace di dirmi un'altra volta di no.
Lei non conosce mia figlia...
- Ma una risposta all'Arnoldi bisogna pur darla...
- Quel povero signor Marzani! - sospirò la signora Erminia.
Entrò in quella Giulia, che dalla sua cameretta aveva udito la voce di Lucio.
- Mi permetta un momento! - fece subito la signora Erminia, vedendo la figlia, e soggiunse piano nell'orecchio di Lucio: - Vado ad avvertirne mio marito...
Giulia sorrise mestamente, seguendo con gli occhi la madre.
Lucio si levò anche lui da sedere, impacciatissimo da quello sgarbo in sua presenza.
Avrebbe voluto andarsene per non rimetter piede mai piú in quella casa.
Aveva fatto uno sforzo enorme a venirci, dopo la scena di quella sera col Marzani; e nel salir le scale aveva sentito che gli sarebbe riuscito intollerabile un dialogo con Giulia.
Accennò d'andar via.
Ella non lo trattenne; sedé sul canapè al posto della madre, e lo guardò fiso, con occhi dolenti, senza dir nulla.
- Vado...
- fece Lucio, indeciso.
- Rimani, l'ha voluto! - disse ella, invitandolo con la mano a sedere un po' discosto da lei, e distolse lo sguardo.
Lucio sedé al posto indicatogli, e stettero entrambi un pezzo, senza guardarsi, in penoso silenzio.
Nessuno dei due sapeva decidersi ad aprir bocca.
Egli si stizziva internamente del mesto atteggiamento e del silenzio di lei: ella s'aspettava da lui lamenti e rimproveri dopo le tristi dichiarazioni fattele una volta; e s'era disposta ad accoglierli senza opporre scuse, rimettendosi a lui, inerte e rassegnata, pur di non cedere.
- Lo vedi? - diss'egli finalmente.
Ella finse di non capire.
- Che cosa?
Tacquero di nuovo, un buon tratto.
Giulia lo guardava con la coda dell'occhio, e vedeva che egli tentennava leggermente la testa, con gli occhi appuntati, come se volesse dire: "Non ha voluto darmi ascolto, ed ecco che è avvenuto..." Allora disse:
- Perché non voglio la mia infelicità, è vero?
Lucio si volse a lei con prontezza quasi irosa:
- Ma chi vorrebbe dartela, l'infelicità?
- Mi lascino in pace dunque - rispose ella sordamente, cangiandosi in volto, e corrugando le ciglia.
- Sto bene, come sto! Vi disturbate tutti per me...
È una scena! Mentre io vorrei che non si pensasse neppure alla mia esistenza in questa casa...
Dopo un breve silenzio Lucio, freddamente, le fece osservare, ch'ella non poteva pretendere che i suoi parenti non pensassero a lei.
- Son di peso? - fece Giulia, e subito si pentí di aver cosí trasceso.
- Non è pel presente, è del tuo avvenire che si preoccupano - aggiunse freddamente Lucio.
Ella s'indispettí di questa freddezza un po' ironica e dell'aria d'indifferenza con cui egli adesso le parlava.
S'animò a un tratto, divenne anche lei pungente, superficiale.
Oh, va bene, il suo avvenire! E c'era tempo! E poi, via, le pareva, che questo suo avvenire non doveva contentare soltanto gli altri; ma un tantino anche lei, no? un tantino..
Le sue idee? Ah, già! Bravissimo! Anche la madre, le aveva detto cosí...
Curioso! Bisognava proprio convenire, ch'ella era fatta, adunque, diversamente da tutti gli altri...
Le sembravan cosí naturali, a lei, "le sue idee", com'egli diceva, facendo la copia a sua madre...
E s'era messa a ridere.
Lucio restò goffo.
- Vuoi saperne qualcuna "delle mie idee"? - continuò Giulia.
- Senti freddo d'inverno?
- A seconda...
- rispose egli indifferente, quasi prestandosi a un capriccio da bambina.
- Quando ne senti, pensi d'aggravarti un po'?
- Certo...
- Oh, vedi? E questo lo penso anch'io! D'estate, t'alleggerisci?
- Se la pigli cosí in ischerzo...
- Parliamo seriamente! - riprese Giulia, gonfiando la voce.
- Sposerebbe ella, signor Mabelli, per considerazioni che non han nulla che vedere con l'amore, una persona, per cui tutt'al piú, tutt'al piú, non sentisse che della buona amicizia?
- Anche volendo, sai bene che non lo potrei...
Di fronte a quella gajezza, che anche nei frizzi vivaci tradiva l'affetto, Lucio aveva completamente perduto lo spirito.
- Questo non c'entra! Oh Dio! Parlavo accademicamente...
- fece la signorina Giulia, come nauseata.
- Veniamo al caso concreto, giacché lo vuoi.
Sai la gran novità? Marzani te l'avrà detta.
- Me l'ha detta tua madre...
- Che ho rifiutato?
Lucio accennò di sí col capo.
Le fece quindi notare il dispiacere ch'ella aveva cagionato al padre.
Poi si mise a parlare anche del Marzani, e a fargliene le lodi.
Evidentemente diventava sciocco; lo sentí egli stesso, e ne arrossí; ma messosi per quella china non seppe trattenersi piú.
"Il Marzani frequentava da un pezzo la casa; era un buon giovane; aveva una posizione indipendente; non meritava dunque quel rifiuto..."
La signorina Giulia lo guardava con tanto d'occhi, stupita.
- Perché mi dici queste cose, ora?
- Perché non dovrei dirtele?
- Tu? È buffo!
Oh sí, era buffo, buffo veramente, doveva convenirne, che lui, proprio lui venisse a parlarle in favore del Marzani, in un'occasione come quella!...
La signorina Giulia non sapeva capacitarsene.
Gliene avevano forse dato incarico i suoi parenti?
Lucio sentí colpirsi con violenza da quell'atroce derisione, e sorrise amaramente.
- O potrebbe...
- disse - non è! ma potrebbe anche darsi...
- Povero Lucio! - esclamò ella, commiserandolo con leggera ironia.
Egli soffriva orribilmente.
Si sentiva, come se l'avessero frustato in faccia, e gli pareva che, per quanto dicesse e facesse, non sarebbe piú uscito da quell'imbroglio.
- Che meraviglia, per altro, se ti consiglio di pensare a te?
- Tirandoti indietro, è vero?
- Ma per forza!
- Mettendomi tu stesso innanzi un altro, al tuo posto: l'amico del cuore...
E Giulia s'era messa a rider forte.
Ah davvero la storia non registrava una prova piú stupefacente d'amicizia! Oreste e Pilade! Era proprio buffo...
Lucio si levò da sedere, risoluto; le si avvicinò, e chinandosi su lei, le disse piano, ma con voce vibrata:
- Io non voglio, capisci, io non voglio, che per causa mia...
Ella non lo lasciò finire:
- Ma tu non c'entri, mio caro; lèvatelo dal capo! O ti farebbe forse piacere crederti piú prezioso, che non sii veramente? Tu non c'entri per nulla! Sono io, capisci? io, che voglio cosí.
Ti basta?...
Non ti basta? Aspetta un po'...
Si alzò sorridendo della bizzarria che le era saltata in mente: si recò innanzi allo scrittojo e, tratta dal cassetto della carta da lettere, si mise a scrivere per chiasso una dichiarazione in tutte le forme: Io qui sottoscritta dichiaro...
- Ragazza! - fece Lucio, guardandola mentre scriveva.
- Imprudente, non è vero? - rispose ella, seguitando a scrivere con certe mossettine del capo.
Piegò la carta, e stava per affidargliela, quando le saltò in mente un'altra idea.
Riaprí il cassetto, ne cavò un pajo di forbici, e recandosi innanzi a uno specchio, si prese da un lato un ciuffetto di capelli.
- Che fai? - le gridò Lucio.
- Fatto! - diss'ella, tagliando.
Tolse da un cofanetto un nastrino rosso, ne fe' un nodo ai capelli, che chiuse nella dichiarazione, e ficcando tutto nella tasca interna della giacca di Lucio:
- Tieni! - gli disse.
- Cosí ammanserai gli scrupoli della tua coscienza...
E aggiunse, con una smorfietta:
- Marzani non mi va, ecco tutto!
- E l'Arnoldi nemmeno? - scappò detto a Lucio impensatamente, senza volerlo, nella confusione.
E sorrise smarrito, agghiacciando.
- Come c'entra l'Arnoldi adesso? - fece Giulia sorpresa dall'aria assunta improvvisamente da Lucio.
- Saresti per caso geloso?
- Non te ne hanno parlato, ma c'entra anche lui - rispose egli con lo stesso sorriso nervoso sulle labbra, ma con voce cangiata, come se non parlasse piú lui.
E la guardava fissamente.
- Il mio scolaretto? - interrogò nuovamente Giulia stupita piú del modo com'egli le parlava, che di quello che le diceva.
- Come c'entra? Se era andato via da Roma?
- T'interessa? Ti ridò la dichiarazione...
- Nojoso! Dimmi come c'entra l'Arnoldi!
Lucio alzò le spalle; come se avesse voluto farla stizzire, stuzzicandone la curiosità.
- Non so, se debba dirtelo io...
Ha scritto da Milano a tuo padre.
Anzi no da Milano, da Roma.
Perché egli è qui, a Roma, venuto espressamente per te...
Ho scritto io a Milano...
per domandare informazioni sul suo conto...
- Tu? - fece Giulia sbalordita, quasi non prestando fede ai suoi orecchi.
- Tu?
- Io, io...
- rispose Lucio, accompagnando le parole con un gesto del capo.
- Per incarico di tuo padre...
- E perché non me n'ha detto nulla mio padre?
Lucio si smarrí.
- Quasi contemporaneamente Marzani ha chiesto la tua mano.
- Prima o dopo? - fece Giulia, colta improvvisamente da un sospetto, che le alterò e quasi le scompose la fisonomia.
Non diede campo a Lucio, che la guardava confuso, di risponderle.
- Dopo, certamente...
Sí! Marzani ha dovuto sapere, senza dubbio, della richiesta dell'Arnoldi...
Oh sí! Non si sarebbe deciso altrimenti, povero imbecille!...
Gliel'hai detto tu? Di' la verità? Gliel'hai detto tu? Tanto, è inutile nascondermi ancora...
Tu? Oh...
Si coprí la faccia con le mani, indignata, vibrante di vergogna.
- Hai fatto questo? Hai fatto questo?
Lucio tentò un istante di scusarsi, avvilito:
- Tu lo sai...
l'Arnoldi...
m'è antipatico all'estremo...
Però, bada, a tuo padre ho detto che non lo conoscevo!
- Avanti...
avanti...
ti ringrazio...
- Il Marzani m'ha sempre afflitto parlandomi di te...
E allora, sí, preso lí, fra due pretendenti, uno in iscritto l'altro in persona, m'è parsa tanto comica la mia posizione, che non ho saputo resistere alla voglia matta di dirgli tutto...
dovendoti perdere, meglio...
- Basta! Basta! - gridò Giulia, interrompendolo, quasi quelle parole l'avessero soffocata, e si coprí nuovamente la faccia con le mani.
- Vile! Vile! - esclamò.
Lucio non trovò piú una parola da dire.
Gli parve in un baleno, che i pensieri odiosi, trasparenti attraverso alle parole di lei, fossero stati veramente suoi pensieri, pensieri però, cui egli non aveva mai confessato a se stesso, e che sentiva ora per la prima volta nell'imbarazzo della coscienza.
Non seppe ribellarsi, gli parve giusto avvilirsi, rassegnarsi ad ogni ingiuria.
"Purché finisca! Purché finisca!" si diceva internamente.
Giulia si levò le mani dal volto in fiamme, e senza guardarlo:
- La mia carta! i miei capelli! - gli disse.
- Che vuoi farne?...
Ella gli lanciò uno sguardo pieno d'odio e di sprezzo; lacerò la carta in mille pezzetti, disfece il nodicino dei capelli e buttò tutto nel camino, accompagnando l'atto con un'esclamazione di sdegno.
Lucio si mosse per uscire.
- Aspetti - disse Giulia.
- Chiamo la mamma.
E fattasi all'uscio, invitò il padre e la madre a entrare in salotto.
- È vero, che il signor Arnoldi ha chiesto la mia mano? - domandò loro, appena entrati.
E senza attender risposta: - Potete rispondergli che accetto - aggiunse.
Il signor Carlo e la signora Erminia guardarono sorpresi la figlia, poi il Mabelli.
- Grazie, signor Lucio! - esclamò la signora Erminia, stendendogli raggiante la mano.
Giulia ruppe in uno scoppio di risa, e corse verso la sua cameretta.
L'AMICA DELLE MOGLI
I
Pareva ad alcuni amici, e tra questi a Paolo Baldia, che la signorina Pia Tolosani fosse un po' affetta di quella vaga malinconia che suol derivare dalla troppa lettura, quando si sia preso l'abito d'adattar le pagine spesso bianche della propria vita sulla falsariga di quelle stampate in qualche romanzo; ma ciò senza molto scapito della propria spontaneità, stimava Giorgio Dàula, altro amico.
Del resto, quella malinconia era compatibilissima, e poteva anche parere piú che sincera in una signorina previdente, già sui ventisei anni, la quale sappia di non aver dote, e veda i propri genitori ormai avanzati in età.
Cosí finalmente la scusava Filippo Venzi, avvocato.
Nessuno dei giovanotti che frequentavano il salotto dei Tolosani s'era mai spinto a fare un po' di corte alla Pia, ritenuto dalla confidente amicizia del padre e dalla bontà taciturna della madre, o dal soverchio rispetto ch'ella imponeva, chiusa nel cómpito che pareva si fosse prefisso, di tagliar corto in lei a qualunque atto o frase, che avesse lontanamente aria di civetteria.
Eppure questo ritegno s'adornava della piú leggiadra disinvoltura, della piú squisita cortesia sposata a una cert'aria di confidenza benevola, che toglieva subito d'impaccio ogni nuovo venuto; eppure vedevan tutti in lei la mogliettina saggia e intelligente, ed ella stessa pareva mettesse soltanto tutto il suo studio, anzi tutta se stessa, nel dimostrare che la sarebbe stata veramente, ove qualcuno alla fine si fosse deciso, però senza pretender da lei alcuna spinta, non uno sguardo, non un sorriso, non una parola in anticipazione.
Ammiravan tutti la lindura di quella casa curata in ogni minuzia dalle mani candide di lei; notavan tutti la semplicità e il buon gusto che vi regnavano; ma nessuno sapeva decidersi, quasi sentendo che lí dentro si stava già abbastanza bene, cosí, ammirando e conversando amichevolmente, senz'altro desiderare.
Pia Tolosani, per altro, non mostrava preferenze per nessuno.
"Ella forse sposerebbe me, come chiunque altro dei frequentatori" pensava ognuno.
E bastava anzi, che qualcuno tentasse di farsi un po' avanti nelle sue grazie, perché ella se ne allontanasse con misurata freddezza, come se non avesse voluto dar campo alla piú innocua diceria.
Era cosí sfuggito al sospirato giogo di lei Filippo Venzi, adesso ammogliato, e prima del Venzi altri due aspiranti in segreto.
Era poi venuta la volta di Paolo Baldía.
- E innamórati! Sei sciocco davvero! - aveva detto a quest'ultimo Giorgio Dàula, suo intimo amico e amico di vecchia data dei Tolosani.
- Caro, mi secca! - gli aveva risposto il Baldía, sempre annojato.
- Ho fatto due volte pessima prova.
- Tenta una terza, che diamine!
- Di chi vuoi che m'innamori?
- Oh bella! Di Pia Tolosani.
Cosí, per condiscendenza, il Baldía ci s'era quasi messo.
Se n'era accorta Pia Tolosani? Giorgio Dàula sosteneva di sí, sosteneva anzi, che per nessun'altro, nemmeno pel Venzi, ella s'era tradita tanto, quanto adesso per lui.
- Ma che tradirsi! È impassibile! - esclamava il Baldía.
- Baje! Vedrai.
Per altro, questa impassibilità è per te affidamento, se devi sposarla.
- Scusa, perché non la sposi tu?
- Perché io non posso, lo sai! Cosí lo potessi come lo puoi tu...
II
Tutt'a un tratto il Baldía era partito da Roma pel suo paese natale.
Quella sparizione era stata commentata in tutti i modi in casa Tolosani.
Dopo circa un mese ritornò.
- Ebbene? - gli domandò il Dàula incontrandolo, per caso, in gran faccende.
- Ho seguito la tua prescrizione.
Sposo!
- Dici sul serio? Pia Tolosani?
- Ma che Pia Tolosani! Una di laggiú, del mio paese...
- Ah, birbone! La tenevi in pectore?
- No, no - rispose ridendo il Baldía.
- Una storia molto semplice.
Mio padre mi fa una proposta: "Hai il cuore a spasso?" Rispondo: "L'ho a spasso!" - Veramente l'avevo cosí e cosí...
Basta.
Non accetto e non rifiuto; dico: "Lasciatemela vedere; bisogna prima di tutto che non mi faccia antipatia".
- Non me n'ha fatta.
Buona ragazza, buona dote...
insomma ho accettato, ed eccomi qua! Oh di', debbo andare stasera dai Tolosani? Oggi è giovedí, se non mi sbaglio.
- Certamente...
- rispose il Dàula.
- Anzi, per convenienza, dovresti annunziare...
- Sí, sí...
ma io...
Non so, mi trovo in una posizione...
Non ho mai detto nulla alla signorina Pia, capisco; tra me e lei non è avvenuto mai nulla, e tuttavia...
Tu intendi, è una mia impressione...
- Bisogna vincerla! Faresti peggio non andando...
- Avrei una scusa: ho tanto da fare! Edifico il nido...
- Sposi presto?
- Eh sí! Le cose lunghe diventano serpi...
Presto, fra tre mesi! Ho già la casa in via Venti Settembre.
La vedrai! Oh, ma sto per perderci la testa...
Figúrati! metterla su di tutto punto...
- Vieni stasera?
- Verrò, non dubitare.
E la sera difatti andò in casa Tolosani.
Il salotto era piú del solito affollato.
Parve al Baldía che tutta quella gente fosse venuta a posta per impacciarlo maggiormente.
"Come si fa" si diceva "ad annunziare un matrimonio?" Avrebbe già potuto farlo due volte, rispondendo alle domande che gli erano state rivolte intorno al suo viaggio e alla sua assenza; invece aveva dato delle risposte vaghe, arrossendo.
Sul tardi alla fine si decise, cogliendo l'occasione delle gran faccende, che uno degli intervenuti protestava d'avere in quei giorni.
- Ne ho di piú io, mio caro! - fece il Baldía.
- Lei? - disse ridendo la signora Venzi.
- Ma se lei non fa mai nulla!
- Come, nulla! Metto sú casa, signora Venzi.
- Prende moglie?
- Prendo moglie...
purtroppo!
Fu una sorpresa generale.
Le domande fioccarono, e Giorgio Dàula ajutò un poco il Baldía a rispondere a tutti.
- Ce la farà conoscere, non è vero? gli domandò a un certo punto la signorina Pia.
- Senza dubbio! - s'affrettò Paolo a rispondere.
- Sarà per me una fortuna!
- È bionda?
- Bruna.
- Ha qualche ritratto di lei?
- Non ancora, signorina...
Mi dispiace.
Si parlò della casa prescelta, delle compere fatte e da fare, e il Baldía si mostrò avvilito, nell'imbarazzo, per l'angustia del tempo e le difficoltà dell'arredo.
Allora, la signorina Pia, da se stessa, si offrí di venirgli in ajuto con la madre, specialmente per la scelta delle stoffe da tappezzeria.
- Non son cose per lei.
Lasci fare a noi.
Lo faremo con piacere.
Ed egli accettò, ringraziando.
Appena usciti dalla casa, il Dàula gli disse:
- Ora ti sei messo in buone mani.
Vedrai come ti torrai subito d'imbarazzo.
Compra pure tutto ciò che sceglie la signorina Pia: farai sempre buona compera! Ha fatto cosí anche Filippo Venzi, e se ne loda ancora.
Ella ha il gusto e il tatto che ci vuole, e anche l'esperienza, poverina! Questa è già la terza volta che si presta...
Pensa per gli altri, poiché nessuno vuol pensare a lei! Che bel nido saprebbe ella edificarsi! Gli uomini sono ingiusti, mio caro.
Se io fossi in condizione da prender moglie, non andrei mica a scegliermela tanto lontano...
Il Baldía non rispose.
Accompagnò a casa il Dàula, poi passeggiò fino a tarda notte per le vie deserte di Roma, fantasticando.
Giusto lei, giusto lei doveva ajutarlo a metter la casa, che sarebbe servita per un'altra! E s'era offerta lei, cosí, con l'aria piú semplice e naturale del mondo...
Dunque, non le era importato proprio nulla, che lui...
E lui che aveva creduto...
che aveva arrossito...
III
- Spícciati, suvvia, mamma! Son già le dieci - disse Pia, che già dava l'ultimo colpo di pettine ai capelli, esaminando l'acconciatura nella specchiera a tre lastre sul cassettone.
- Piano piano, figlia - rispose placidamente la signora Giovanna.
- Le botteghe non scappano mica dal Corso! A che ora verrà a prenderci il Baldía?
- Tra breve.
Ha detto circa alle dieci.
Cioè, gliel'abbiamo detto noi.
- Eh, ma se tu soffri tanto...
- No, è passato.
Gli occhi, piuttosto; guarda: son molto rossi?
- Un po' rossi.
Son anche gonfi.
- Mi riduce ogni volta cosí, questo mal di capo! Ecco, suonano alla porta.
Sarà lui!
Era invece la signora Anna Venzi con gl'immancabili due bambini e la serva.
Quelle due creaturine pallide e trascurate eran cagione a Pia di costante afflizione.
Ella non aveva ancora potuto indurre la madre ad acconciar quei bimbi con maggior gajezza e disinvoltura, e n'era quasi disperata.
Quelle brachette lunghe, quei capelli lisciati, stirati, quelle gambette troppo calzate la facevan davvero soffrire.
Anna, che pur seguiva servilissimamente ogni consiglio di Pia, era rimasta nell'esercizio della maternità zotica e ostinata.
Invano Pia s'era rivolta al marito di lei: Filippo chiudeva gli occhi o scrollava malinconicamente le spalle:
"Sí, lo vedo; ma se sua madre...
Io ho da pensare ad altro, signorina!"
Anna veniva per assistere alle compere del Baldía, spinta da curiosità non scevra forse d'invidia.
Alla curiosità e all'invidia s'univa fors'anche una punta di gelosia non ancor ben definita, presentendo ella quasi, che Pia avrebbe avuto in avvenire piú comunione d'intendimenti con la nuova sposa, anziché con lei.
Da tant'anni a Roma, ella non aveva saputo contrarre alcuna amicizia, eccetto questa coi Tolosani, ai quali era stata presentata dal marito pochi giorni dopo il suo arrivo alla Capitale.
Anna era allora molto sciocca, senza veruna pratica della vita, né modi, né garbo.
Incomprensibile veramente come Filippo Venzi, giovine colto e intelligente, avvocato dei piú cospicui del foro romano, avesse potuto sceglierla e tôrla in moglie.
Non era neppur bella, santo Dio! Gli amici s'eran confidata la loro delusione; ma nessuno mai intuí, tranne forse Filippo stesso, quel che aveva provato in vederla Pia Tolosani.
- Come! Per quella lí? - Le aveva fatto tuttavia la piú festosa accoglienza, e con l'andar del tempo aveva assunto quasi un'aria di protezione per lei di fronte al marito.
Perché il Venzi, poco dopo il matrimonio, s'era profondamente immalinconito, e in verità, nessuno degli amici stimava gliene mancasse il di che.
Pia Tolosani cominciò anche a far da maestra ad Anna, e in breve la sua compagnia divenne per questa addirittura indispensabile.
Ella le sceglieva la stoffa degli abiti, ella le indicava la sarta e la modista, ella le aveva insegnato a pettinarsi in men goffa maniera, ella a curar la casa e ad arricchirla man mano di tutte quelle minuterie leggiadre che sanno trovar le donne per comporsi il nido.
Metteva in tutto ciò il piú vivo impegno.
Ed era andata anche piú in là.
Anna scioccamente le narrava, volta per volta, tutto ciò che le avveniva col marito, i piú lievi dissapori, i malintesi.
E allora Pia s'era anche prestata a comporre con molto tatto le prime liti, senza mai compatire, spuntando a parte la stizza d'entrambi, dando ad Anna savi consigli e ammonimenti di prudenza, di pazienza...
- Tu non sai prendere pel suo verso tuo marito! Dovresti far cosí e cosí...
le diceva.
- Non lo conosci ancora abbastanza.
Eh sí, mia cara! Vedi? Egli, a mio avviso, avrebbe bisogno di questo e di quest'altro...
A lui poi faceva scherzosamente la voce grossa, impediva ch'egli si lamentasse o si scusasse:
- Zitto lí! Venzi, ha torto, confessi che ha torto! Povera Anna! È tanto buona...
Si sa, un po' inesperta ancora...
E lei, bel tomo, se n'approfitta! Sí, sí; ma già, tutti cosí voi brutti uomini!
Adesso Anna, dopo tant'anni di quella scuola e di residenza a Roma, era, anche per confessione dei disillusi amici, molto migliorata, è vero; ma lasciava tuttavia non poco a desiderare, specialmente al marito.
- Non ancora vestita? - diss'ella entrando a Pia.
- Ah, sei tu? Brava! Siedi.
Hai con te i piccini? Dio mio! E come faremo a condurli con noi?
- No, rimarranno qui - rispose Anna.
- La Tittí strillava; ho dovuto portarmela per forza.
Non sei ancora vestita?
- Vedi che la mamma non si decide? Oggi la mamma fa i capricci.
Io ho poi un mal di capo...
- Rimandiamo l'uscita a domani...
- propose la signora Giovanna.
- Oh Dio, Anna! - riprese Pia per cangiar subito discorso.
- Tirati un po' sú quei capelli! Sú, sú! Come ti sei pettinata oggi?
- La Tittí strillava...
- ripeté Anna.
- Aggiustameli tu, ti prego.
Quando la Tittí fa cosí, io non la posso soffrire, io.
La signora Giovanna uscí dalla camera, e Anna e Pia rimasero a conversar tra loro.
- Dunque il Baldía s'ammoglia, cosí, all'improvviso...
- cominciò Anna, seguendo con gli occhi Pia che si vestiva.
- Già! È curioso: di tratto in tratto, qualcuno sparisce, e poi torna con la moglie.
- Debbo dirtelo? - riprese Anna.
- Io quasi avrei giurato che Baldía pensava a te sí, cosí almeno mi era parso...
- Ma nemmen per idea! - esclamò forte Pia, arrossendo fin nel bianco degli occhi.
- Te lo giuro - continuò Anna con lo stesso tono di voce.
- Io cosí credevo.
E anzi dicevo tra me: Quando si decide? A te non importa nulla, lo so...
Ma io...
Entrò la serva ad annunziare che il signor Baldía attendeva nel salotto.
- Va' tu - disse Pia ad Anna.
- Noi siamo già quasi pronte.
IV
Paolo Baldía attendeva nel salotto, con viva ansia, Pia.
Già si rimproverava d'esser venuto forse un po' troppo presto.
Egli voleva spiare piú attentamente nelle parole, nell'atteggiamento di lei, se era arte oppur no l'indifferenza ostentata la sera precedente.
Ma forse tra breve, alla vista di Pia, gli sarebbe mancata la lucidezza di spirito necessaria a quell'esame.
Provava fra quelle pareti, ov'egli, fino a poco tempo addietro, aveva per un momento custodito un proposito di innamoramento, ov'egli s'era forse lasciata sfuggire qualche parola lontanamente allusiva, qualche sguardo un po' espressivo, un senso smanioso di disagio.
Frattanto in piedi guardava davvicino i ben noti oggetti appesi e disposti con bell'arte qua e là.
L'imagine della promessa sposa, tanto dissimile in tutto da Pia, era in quel momento lontanissima dalla sua mente.
Nondimeno egli s'era fermamente proposto d'amarla con sincerità, d'aver per lei le premure piú esperte, d'esserle a un tempo maestro e marito: ella, insomma, sarebbe stata, nel gran vuoto fino allora sentito, lo scopo, l'occupazione unica della sua vita.
Ma, pel momento, era molto lontana.
Lo richiamò a lei Anna Venzi, entrando.
- Verrò anch'io, Baldía.
Anch'io voglio fare qualche cosa per la sua...
guarda! non ci ha detto ancora come si chiama...
- Si chiama Elena - rispose il Baldía.
- Sarà carina...
certo...
- Cosí...
- fece Paolo, alzando le spalle.
- Anche a me la farà conoscere, non è vero?
- Certo, signora; con piacere...
Comparve finalmente Pia, acconciata (parve a Paolo) con maggior cura del solito.
- Scusi, Baldía! L'abbiamo fatto aspettare un po'...
Possiamo andare! La mamma è pronta...
Cioè, no; aspetti! ha con lei la nota?
- Eccola qui, signorina.
- Benissimo! Possiamo andare.
Non ha comprato ancora nulla, è vero?
- Nulla, proprio nulla.
- E allora non sarà possibile comprar tutto in un sol giorno.
Basta, vedremo.
Non abbia fretta, e lasci fare a noi.
Per via cominciò l'interrogatorio sulla sposina.
Paolo, per darsi un contegno, rispondeva superficialmente, affettando indifferenza per l'atto che stava per compiere.
- Ma sa che lei è un bel tipo! - esclamò a un certo punto Pia, come indispettita.
- Perché, signorina? - rispose Paolo, sorridendo.
- È la pura verità: io ancora non-la-co-no-sco.
Ride? L'avrò veduta laggiú, sí e no, dodici volte.
Ma via! avremo tempo per conoscerci...
So che è una buona ragazza: mi basta, per ora.
Lei vuol saperne i gusti; io non li so...
- E se poi non rimane contenta di noi?
- Non dubiti! Faccia lei; rimarrà contenta.
- Di' la verità - riprese Pia, rivolgendosi ad Anna.
- Tu sei rimasta contenta?
- Io, lo sai, contentissima, io - rispose Anna.
- Ma tuo marito, almeno, non era cosí antipatico come il Baldía; scusi, sa! Che vuol dir quest'aria di noncuranza? Si vergogni! Sa che tra breve sarà marito?
- Non son funebre abbastanza? - fece comicamente Paolo.
- Avesse visto Venzi al suo posto! Poveretto, faceva pietà! Sempre sotto l'incubo d'essersi dimenticato di qualche cosa...
E poi, corri di qua, scappa di là; e noi, io e la mamma, dietro: dalla casa, a questo, a quel negozio...
Ah, v'assicuro, non se ne poteva piú Ma si rideva...
Abbiamo lavorato.
Entrarono in un gran magazzino di stoffe sul Corso Vittorio Emanuele.
Due addetti alla vendita si misero subito garbatissimamente a loro disposizione.
Anna Venzi guardava con grande stupore delle brutte imitazioni d'arazzi antichi pendenti dalla ringhiera del palco che correva in giro, in alto, l'ampia sala ripiena di stoffe.
La signora Giovanna osservava davvicino e tastava delle mostre disposte qua e là sapientemente.
Ella non voleva affatto immischiarsi nelle compere del Baldía.
- Che qualità? Bisogna che me lo dica...
- fece a questo Pia.
- Ma io non so...
che vuole che ne sappia? - ripose Paolo, stringendosi nelle spalle.
- Mi dica almeno, sú per giú, quanto vorrebbe spendere...
- Quanto vuol lei...
Mi rimetto a lei completamente.
Faccia come...
- Si trattenne a tempo; stava per aggiungere: "Come se fosse cosa sua".
- Mamma, Anna! - chiamò Pia per non tradirsi, avendo compreso l'interruzione.
- Col Baldía è inutile parlare.
Venite.
Per la camera da letto un bizantino, è vero? stoffa alta...
qualità fina...
Forse un po' troppo cara, no?
- Non badi al prezzo! - disse Paolo.
- Risparmierebbe sulla quantità: il bizantino è molto alto.
Il negozio durò a lungo: si disputò sul colore ("Io adoro il giallo!" - protestava Anna Venzi), sulla qualità, sulla quantità, sul prezzo...
Il giovine di negozio, perspicacissimo aveva già capito! eh sí! si rivolgeva a Pia solamente:
- No, guardi, signorina; scusi! Faccia vedere al signore...
Paolo, tolto da piú d'un mese ai suoi libri, costretto a dare importanza a tante cose, alle quali gli pareva non avrebbe potuto mai darne, s'era già stancato, e guardava sulla via, pensando.
- A un certo punto, nel volgersi, vide nella sala le tre donne rider tra loro nascostamente alle spalle del giovine di negozio, che s'era allontanato per riporre nello scaffale una stoffa.
Anna specialmente aveva gli occhi pieni di lacrime, e a un tratto la risata le esplose sotto il fazzoletto.
Paolo s'appressò, e Anna stava per dirgli la cagione del loro riso, quando Pia la trattenne per un braccio.
- No, Anna! te lo proibisco!
- Ebbene, che male c'è? - fece Anna.
- Nulla, lo so! - rispose Pia; e rivolgendosi a Paolo: - Vuol ridere? Stia qui.
Quello sciocco m'ha preso per la sposa!
V
Paolo Baldía si riposava un po' nella sua nuova casa, ormai in relativo assetto, sdrajato sul seggiolone a divano del suo studio, Ov'egli si riprometteva d'iniziar tra breve una nuova vita di pensiero e di studi.
Attendeva i Tolosani, Filippo Venzi e la moglie, che sarebbero venuti tra poco a visitar la casa.
Pensò a un tratto di riesaminarla attentamente, una stanza dopo l'altra, per indovinar l'effetto che avrebbe fatto ai visitatori.
Ancora otto o dieci giorni e il nido sarebbe stato pronto ad accoglierlo con la sposa.
Guardando le tende, i tappeti, la mobilia, godeva nel sentir destarsi in lui il premuroso senso della proprietà.
Ma pure, durante quell'esame per la casa, una figura si sovrapponeva costantemente a quella della promessa sposa: Pia Tolosani.
Egli vedeva quasi in ogni oggetto il consiglio, il gusto, la previdenza di lei.
Ella aveva consigliato quella disposizione alla mobilia nel salotto; ella aveva suggerito la compera di questo e di quell'oggetto, utilissimi ed eleganti.
S'era messa al posto della sposa lontana e aveva reclamato per lei tutti quei comodi, a cui un uomo, per quanto innamorato, non avrebbe potuto pensare.
"Se non avessi avuto lei!..." si diceva Paolo.
Ed egli stesso aveva comperato degli oggetti per avere la lode di Pia, prima che quella della sposa; sapendo anzi, in precedenza, che tanti e tanti di quegli oggetti non sarebbero stati compresi e forse mai usati da Elena, ignara e abituata a vivere molto semplicemente.
Li aveva dunque comprati per Pia, come se per lei avesse messo casa...
I visitatori finalmente arrivarono.
Filippo Venzi non aveva ancora veduto nulla, né della casa né delle compere; Pia e la moglie se lo tolsero subito in mezzo per fargli le opportune spiegazioni.
Paolo condusse la signora Giovanna un po' stanca nel salotto, la fece sedere e spalancò le imposte del largo balcone con la ringhiera di marmo prospiciente sulla via Venti Settembre.
- Ah, è delizioso! - esclamò la Tolosani.
- Ella vada pure, Baldía.
Io mi riposo un po', e poi girerò col mio comodo.
- Grandi progressi! - fece Pia, vedendolo.
- Già quasi tutto in ordine! Guardi, Venzi, guardi quelle due mensolette, lí, come sono carine! Ci vogliono due bei vasi d'erba spiovente! Ama i fiori, Baldía, la sua sposa?
- Credo di sí...
- E allora, subito due vasi da fiori!
- Li comprerò, non dubiti.
Ebbene, Venzi che te ne pare della casa?
- Mi piace moltissimo! - rispose Filippo.
- Moltissimo! - ripeté volgendosi a Pia.
Anna guardò il marito, poi il Baldía, e si dispensò dal ripetere le stesse parole.
Dalla stanza da pranzo passarono alla camera da letto.
- Lo volevo dire io! - esclamò Pia.
- Se li è dimenticati! Dov'è la piletta per l'acqua santa, l'inginocchiatojo?
- Anche l'inginocchiatojo? - osservò il Venzi sorridendo.
- Certo! La sposa del Baldía è molto divota, è vero, Baldía? Credete che sieno tutti scomunicati come voi?
- Ed ella prega la sera prima d'andare a letto? - le domandò il Venzi argutamente.
- Se avessi l'inginocchiatojo, pregherei.
Paolo e il Venzi si misero a ridere.
Paolo non aveva mai veduto Pia Tolosani cosí vivace, civettuola quasi.
Decisamente, o ella non s'era affatto accorta di quel primo, tenuissimo tentativo d'innamoramento, o non le era importato proprio nulla ch'egli ne avesse smesso il pensiero.
Nell'un caso o nell'altro, quella gajezza quasi scoppiettante lo stizziva sordamente e quasi lo tentava.
E mentre al cospetto di lei il ricordo della promessa sposa impallidiva, svaniva, ella, invece, pareva non si curasse che di questa, non parlava che di questa, come se avesse voluto proteggerla e difendere dall'oblio; e attribuiva a lei lontana i suoi pensieri piú squisiti, i suoi piú delicati sentimenti; cosicché la sua superiorità di fronte all'altra saltava continuamente agli occhi di Paolo.
In aperto contrasto con la gajezza di Pia era l'umor cupo di Filippo, al quale ella senza tregua lanciava frizzi e rimproveri scherzevoli.
La sua vocetta pareva armata di spilli, pareva désse tra i risolini pinzi sottili.
Il Venzi sorrideva amaramente o rispondeva con brevi frasi pungenti.
Già da un pezzo Paolo s'era abituato a non veder piú in Filippo lo spensierato amico d'una volta; tuttavia quel giorno, nella nuova casa, contento del lavoro finito, la cupezza dell'amico l'oppresse maggiormente.
- Che hai? - gli domandò.
- Nulla, pensieri! - rispose Filippo, al solito.
- Venzi vuol rifabbricare il mondo! - esclamò Pia canzonandolo.
- Sí, rifabbricarlo senza donne.
- Non ci riesce! Diglielo, Anna! Che fareste voi uomini senza noi donne? Lo dica lei, Baldía!
- Nulla! Verissimo, per me.
Ne sia prova questa casa.
Filippo scosse il capo, e s'allontanò per riesaminare la casa da solo.
Ecco, ecco, come Pia Tolosani gli avrebbe messo la sua, s'egli tant'anni addietro avesse potuto aprire ai gusti di lei una borsa come quella del Baldía! Com'ella doveva esser contenta d'aver potuto dare quel saggio del suo buon gusto, della sua saviezza, della sua previdenza!...
Nella sala da pranzo s'incontrò con la signora Giovanna, che osservava pian piano, minutamente, ogni cosa.
- Ben messa...
non c'è che dire...
Tutto di gusto! - E internamente, pensando alla figlia, si diceva con rammarico: "Come sa far tutto!..."
Fra lei, il Venzi e il Baldía, in quella casa, Anna pareva che stésse come un piedistallo, su cui Pia Tolosani sorgeva elettissima.
- Qui, ormai, non ci manca che la sposa! - disse Pia.
- Sedete! Proviamo il pianoforte.
E sonò con molto sentimento una squisita composizione del Grieg.
VI
Circa tre mesi dopo le nozze, Paolo Baldía tornò da un lungo viaggio, a Roma, con la novella sposa.
Durante il viaggio Elena s'era un po' ammalata e, appena giunta a Roma, dové per parecchi giorni guardare il letto.
Pia Tolosani si moriva dalla curiosità di conoscerla, e, sott'altro punto di vista, anche Anna Venzi, la quale già pregustava l'intimo piacere di mostrare alla novellina la sua grande esperienza e le maniere cittadine (apprese da Pia).
Nessuno degli amici aveva ancora veduto Elena; soltanto Filippo Venzi s'era incontrato di sfuggita col Baldía.
- Ah, l'ha veduto? - gli domandò Pia con ansia mal repressa.
- Ebbene, ebbene, ci dica...
Il Venzi la guardò a lungo, fissamente, senza rispondere; poi sentenziò:
- Eh, la curiosità va punita...
- Nojoso! - esclamò Pia, voltandogli le spalle.
- Come dicevo, l'ho veduto - riprese il Venzi.
- Signorina Pia, stava bene, stava benone!
- Me ne congratulo! - fece Pia stizzita.
- Era un po' afflitto, veramente.
- S'intende, poveretto! - esclamò Pia, rivolgendosi al Dàula.
- E dica, Venzi, è ancora a letto la moglie?
- No, s'è levata.
- Ah, la vedremo presto, allora!
L'attesa però fu lunga.
Il Baldía avrebbe voluto presentar la moglie ben preparata ad affrontare e ad appagare la curiosità degli amici, specialmente di Pia Tolosani.
Ma Elena, d'indole chiusa e un po' caparbia, asciutta nelle risposte, non si lasciò smuovere affatto dal suo modo di vedere e di pensare, né volle conceder nulla ai desideri del marito, quantunque espressi col massimo garbo e col massimo tatto.
Non poté neanche ottenere ch'ella indossasse la veste da lui preferita, e che si levasse dal collo un certo nastro che, a suo giudizio, non le stava bene.
- Altrimenti, non vado - aveva tagliato corto Elena.
Paolo chiuse gli occhi e sospirò per le nari.
Pazienza! S'era imbattuto purtroppo in un caratterino difficile, che voleva esser preso pel suo verso, con fermezza e delicatamente nello stesso tempo; se no, guerra intestina! Ma Paolo si teneva savio abbastanza.
La sposina gli dava da fare? Tanto meglio! Ecco finalmente una buona occupazione! E a poco a poco, ne aveva fiducia, le avrebbe dato quella forma, ch'egli vagheggiava.
Per adesso, pazienza!
Animato da questo sentimento, egli presentò Elena a Pia Tolosani, quasi domandandole velatamente, scherzosamente, senz'offendere per nulla la suscettibilità della moglie, cooperazione di senno e di tatto.
Pia intuí subito, vedendo Elena, con chi aveva da fare.
Esteriormente, in verità non le piacque gran fatto; non cosí però il contegno rigido e chiuso, la subitanea accensione del volto quando Elena si faceva a esprimere qualche pensiero contraddittorio, le negazioni recise date al marito che la guardava timorosamente.
- No, no! impossibile, impossibile! Lui faccia quello che vuole.
- Cosí negava Elena.
"Lui" era il marito, qualcosa, per Elena, di molto diverso da lei.
Pia guardava il Baldía e sorrideva benignamente.
Paolo guardava la moglie, e sorrideva un po' imbarazzato.
- Mi piace; quel tipino, mi piace! - dichiarò il giovedí sera agli amici Pia Tolosani.
Anna Venzi guardava Pia con occhi sbalestrati, e s'agitava sulla seggiola smaniosamente.
- Ah, è venuta finalmente! E di', com'è? com'è? Ti piace, hai detto? Ti piace?
A quattr'occhi Pia confidò ad Anna che in quanto alla figura, no; Elena non le era piaciuta...
- Veste maluccio...
Non sa pettinarsi...
Sgarbatuccia, poi! specialmente col marito...
Ma quasi quasi, guarda! ci ho gusto, che sia cosí! È un po' presuntuoso il Baldía, non ti pare?
- Presuntuoso, io l'ho sempre detto! - dichiarò Anna.
In quel convegno Filippo Venzi si mostrò molto piú cupo del solito.
VII
La simpatia di Pia Tolosani per Elena Baldía crebbe in poco tempo, con dispetto e dolore d'Anna Venzi.
Elena invece, chiusa sempre in se stessa, non si curava molto di Pia; accettava da lei qualche consiglio, le faceva di tanto in tanto qualche lieve sacrifizio della sua ostinata volontà, ma solo quando il consiglio di Pia le pareva non s'accordasse apertamente con qualche desiderio manifestatole prima dal marito.
Che se poi questi si mostrava troppo soddisfatto della concessione ottenuta, la ritirava subito, e Pia se ne dispiaceva vivamente.
- Vede? - diceva ella al Baldía.
- Lei mi guasta tutto...
- Pazienza! - esclamava ancora una volta Paolo chiudendo gli occhi e sospirando per le nari.
E usciva di casa per timore di perderla, finalmente.
Com'era buona frattanto quella Pia Tolosani! Se Elena almeno avesse potuto sentir per lei amicizia! Ella le avrebbe aperto il cuore e la mente! Tra loro donne si sarebbero certo intese molto meglio! E poi la signorina Pia era cosí prudente, cosí giudiziosa! aveva cosí belle maniere!...
- A poco a poco, chi sa! - si diceva Paolo.
Dove si recava? Abituato a non uscir mai di casa in certe ore del giorno, si sentiva quasi smarrito per le vie di Roma.
Andava un po' a zonzo; poi, per sottrarsi alla noja, finiva col recarsi allo studio di Filippo Venzi.
Lí, se non altro, trovava da leggere, mentre Filippo lavorava.
- Ah, sei tu? Bravo! Prenditi un libro e lasciami lavorare - gli diceva questi.
E Paolo obbediva.
Di tratto in tratto levava gli occhi dal libro e osservava a lungo l'amico intento a scrivere con la fronte contratta e il capo chino.
Come gli s'eran diradati e brizzolati in poco tempo i capelli! Che aria di stanchezza in quel faccione bronzeo e negli occhi profondamente cerchiati! Filippo, scrivendo, piegava or da un lato or dall'altro la grossa testa sulle spalle erculee.
- Irriconoscibile! - si diceva mentalmente Paolo.
In quegli ultimi giorni poi il Venzi era diventato mordacissimo, aggressivo finanche, e in fondo ai suoi ghigni, alle sue parole era un'inesplicabile amarezza, quasi biliosa.
Possibile, che l'avvilimento per la scempiaggine e la volgarità della moglie l'avesse ridotto in quello stato? No, no; ci doveva esser sotto qualche altra cagione! Quale? Certe volte a Paolo era parso finanche, che Filippo l'avesse con lui...
- Perché con me? Che gli ho fatto io? - Eppure, eppure...
Un giorno il Venzi si mise a parlargli dei Tolosani, del padre, della madre e specialmente di Pia, dapprima con tal sottile ironia, poi con aria cosí apertamente e stranamente beffarda, che Paolo rimase stordito a guardarlo.
Come! Lui, il piú intimo amico, ne parlava cosí? Paolo si sentí quasi in obbligo di rispondere, di difendere la famiglia amica, ed encomiò Pia, rivoltandosi alle beffe.
- Sí, sí...
aspetta, caro! aspetta! - gli disse, infoscandosi e pur seguitando a ridere, Filippo.
- Aspetta, e te ne accorgerai!
Balenò a Paolo un sospetto; ma lo scacciò subito, accusandosi di permalosità.
Tuttavia questo sospetto aveva gittato un'improvvisa luce sullo strano cambiamento di Filippo in quegli ultimi tempi, e sotto questa luce odiosa, perdurante, il pensiero del Baldía frugò e vide man mano il sospetto concretarsi in mostruosa realtà.
Filippo stesso, di giorno in giorno gliene dava prove vieppiú irrefragabili.
L'ultima fu la piú dolorosa per Paolo: il Venzi s'allontanò da lui; giunse finanche a fingere di non accorgersi di lui, per non salutarlo.
Non mancava oramai a Paolo che un'aperta confessione, e volle procacciarsela, volle a ogni costo venir con lui a una franca spiegazione.
Gliene nacque l'idea vedendo in un pomeriggio, mentr'egli si ritirava a casa, il Venzi passare in fretta per via Venti Settembre.
Gli andò incontro risolutamente e lo scosse per le braccia:
- Insomma, posso sapere che hai con me? che t'ho fatto?
- Ti preme molto di saperlo? - gli rispose Filippo, impallidendo.
- Mi preme, si sa! - incalzò Paolo - per ispiegarmi questo tuo modo d'agire.
Mi preme per la nostra antica amicizia!
- Dolcissima parola!...
- sghignò Filippo.
- Dunque non te ne sei accorto? Vuol dire che il serpe non si è ancor bene scaldato...
- Di che serpe parli?
- Ma sai, di quel famoso della favola raccolto un giorno di neve dal pietoso contadino...
Paolo trascinò a viva forza Filippo in casa sua.
Lí, nello studiolo chiuso a chiave, quasi al bujo, s'ebbe la confessione.
Dapprima il Venzi si rifiutò, trincerandosi dietro la consueta dicacità quasi brutale.
- Son geloso di te! - scattò sú finalmente a dirgli.
-Vuoi intenderla?
- Di me?
- Sí, sí.
Non ti sei ancora innamorato?
- Di chi? Sei pazzo?
- Di Pia Tolosani!
- Sei pazzo? - ripeté Paolo sbalordito.
- Pazzo, sí pazzo! Ma intendimi, compatiscimi, Paolo! - riprese Filippo in un altro tono di voce, quasi piangente.
E gli parlò a lungo del suo primo amore per Pia Tolosani, rimasto ignorato, poi del suo matrimonio e delle delusioni seguite, del vuoto intorno a lui, della tremenda noja agitata da mille continue smanie, le quali man mano s'erano definite, concretate nel nuovo disperato amore per Pia Tolosani.
- Ogni giorno che passa, la moglie va giú, sempre piú giú...
Ed ella invece in alto, sempre piú in alto! Ella è l'intatta e l'intangibile! Rimane, capisci, agli occhi nostri come l'ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato sfuggire! E ciò appunto ella vuoi dimostrarci, prendendosi tanta cura delle nostre mogli! È questa è la sua vendetta! Líberati da lei, da' ascolto a me! Líberati da lei! O da qui a un anno, anche tu te ne innamorerai, senza fallo...
già lo vedo...
come me, guarda! come me...
Paolo compianse internamente l'amico, senza trovare una parola da dirgli.
S'udirono in quella pel corridojo le voci di Elena e Pia Tolosani, che rientravano insieme da una passeggiata.
Filippo scattò in piedi.
- Lasciami andare! Che non la veda...
che non la veda...
Paolo l'accompagnò fino alla porta, e quando si richiuse molto turbato nel suo studiolo, udí nettamente attraverso la parete, la voce di Pia, che nella stanza attigua diceva alla moglie:
- No, no, mia cara! Spesso il torto è tutto tuo, tu già ne convieni...
Sei un po' troppo dura con lui! E non bisogna esser cosí...
I GALLETTI DEL BOTTAJO
Struggevasi la moglie del bottajo Màrchica dal desiderio di desinare una volta sola almeno, nelle feste, in compagnia del marito, il quale ogni anno, il primo dí e a Carnevale, a Pasqua, a Natale, era solito di raccogliere intorno alla sua tavola parenti e amici con vivo rincrescimento della moglie, anzi a suo marcio dispetto.
Aveva la buona donna quest'anno, per Natale, allevati due bei galletti; e mostrandoli al marito, la vigilia, disse:
- Guarda che bei galletti! Se mi dai parola, che domani non inviterai nessuno a desinar con noi, io stirerò loro il collo, e vedrai come son brava in arte magirica! Avrai un manicaretto da re.
Il bottajo promise; e la moglie tutta contenta.
Venne la dimane, e il bottajo, vestito da festa, salutò la moglie prima d'andare a messa.
- No, marito mio; abbi pazienza: tu oggi non uscirai di casa.
Son sicura, che se affacci il naso alla porta, mi tiri in casa qualcuno.
Di messa, te ne basta una, quella di questa notte.
- Ma io ti prometto...
- Non sento promesse! Qua, a me, il berretto; oggi starà sotto chiave.
Il bottajo sospirò, e diede alla moglie il berretto.
Seduto nella cucinetta, e rimirando la moglie piú vispa del solito, accesa in volto dal calore del fuoco sotto la pentola, stretta la vitina da una veste nuova, a fiorami, protetta dal mantile, egli pensava: "Ha ben ragione, la poverina! È cosí dolce star soli insieme, nell'intimità, senza visi estranei a tavola, che ti tengan sospeso, non abbia tu bene soddisfatti i loro gusti...
È tanto carina mia moglie! Par ch'io me n'accorga soltanto oggi per la prima volta! E in fin dei conti, che chiede ella? Ha piacere di restar sola meco, di godersi la festa soltanto in mia compagnia...
Oh, cara, cara!"
E internamente si riprometteva di mai piú per l'avvenire fare scontenta la moglie con l'invitar nelle feste parenti o amici.
Ma il diavolo, anche quella volta, volle metterci la coda.
La donna, nel comprar tutto l'occorrente pel manicaretto, la vigilia, s'era dimenticato il prezzemolo: due centesimi di prezzemolo.
- Ah, marito mio! e come si fa?
- Da' a me; vo a comprartelo io.
- No, tu no! Tu oggi non esci di casa, ti ripeto.
- Eh via, sciocchina! Credi che...
L'erbaiola è qui, a due passi...
- Inutile! Non sento ragioni...
- E allora, vacci tu.
- Io non posso, capisci? Come lasciare? Dio mio! Senti; io sto qui sulla porta a guardarti; andrai senza berretto, lí di faccia: due centesimi di prezzemolo.
- Un lampo, lascia fare! Vo e torno.
- Bada!
- Non dubitare...
Ma appena a cinque passi dalla soglia, pàffete! il vecchio curato del villaggio vicino, dove il bottajo Màrchica aveva dimorato tre anni.
- Oh, signor curato! Beati gli occhi che la vedono! E come va? Da queste parti?
- Affarucci, affarucci, - rispose il vecchio curato sorridendo, con gli occhi che gli scomparivano tra le rughe.
- Evviva veramente! Come va? Come va? Che si dice a Montedoro?
- Eh! Che s'ha da dire? Tanto bene, figlio mio.
Il mondo è vecchio...
E il buon curato si fregava le mani secche, tremanti, fatte davvero per regger l'Ostia soltanto.
- Lei, lo vedo, - rispose il bottajo; - sempre in salute, Dio la benedica! Oh, anch'io, sí; ringraziamo Iddio! E lavoro, non me ne manca...
Sissignore...
Vo a comprar due centesimi di prezzemolo per mia moglie...
Anche lei, benone! E si ricorda sempre del suo vecchio curato, sa? "Quel buon curato!" mi dice sempre.
Mia moglie, chiesa e casa - già lei lo sa.
Oggi mi prepara un pranzettino proprio coi fiocchi e, a tavola, noi due soli - io, qua, lei, là!...
Ma...
e dove desina lei oggi, signor curato? Certo mia moglie avrà tanto piacere di rivederla...
Mi vuol fare un favore? Non mi dica di no.
- Pronto, figlio mio, se posso...
- Deve desinar con noi oggi, pel Santo Natale...
- Non posso, figlio mio...
- Come, non può? Sdegna la casa dei poveri! Lo so, cose da poverelli...
due galletti, e lí...
- Non è per questo, figlio mio; tu mi conosci.
Devo ripartire a momenti.
- Ripartirà piú tardi!
- L'asinello m'aspetta al fondaco...
- Lo lasci aspettare; si riposerà meglio...
Non lo lascio partire, ecco! Mi deve fare questo favore.
Sí?
- Giacché lo vuoi per forza...
Tante grazie, figlio mio...
- Grazie a lei, signor curato, dell'onore...
Entri, entri in casa...
Guardi: quella porta lí di faccia...
C'è mia moglie, guardi, sulla soglia...
Io vo e torno: due centesimi di prezzemolo...
Il vecchio curato sorrise, guardando la moglie del bottajo, e la salutò con la mano, avvicinandosi alla porta.
- Me l'ha fatta! Me l'ha fatta! - si diceva intanto la donna tra i denti, stringendo i pugni e rodendosi dentro dalla rabbia.
- Oh, ma l'hai da far con me, adesso! Vedrai.
- Come sta, come sta, signor curato? Quanto onore...
Quanto piacere...
- Vostro marito ha voluto per forza cosí...
Non mi son potuto rifiutare...
- Ah, padre mio! - sospirò la moglie del bottajo, atteggiando di grave mestizia il volto.
- Che avete, figliuola mia? - domandò il curato sorpreso.
- Le dirò, le dirò, signor curato...
Aspetti un momento.
Entrò il bottajo, sorridente, col prezzemolo.
- Ecco il prezzemolo! Vedi, moglie mia? Il tuo buon curato! Chi poteva aspettarselo? Ed ha avuto tanta degnazione d'accettare il nostro umile invito...
Già gliel'ho detto: cose da poverelli...
Ma che fa, è vero? supplisce il buon cuore...
- Certo, certo...
- Sa, signor curato? Mia moglie mi aveva detto: oggi, nessun invitato...
E io, difatti...
Ma poi ho visto lei, e per lei son sicuro che...
È vero, moglie mia?
- Senza dubbio, senza dubbio, rispose la moglie con le labbra strette.
- Piuttosto, ora che ci penso...
e il vino? Mi son dimenticata anche del vino...
Guarda, che testa.
Farai un'altra corsa tu, è vero, marito mio? Abbi pazienza...
- Ma certo, subito! Dammi il berretto, dammi.
- Ecco il berretto.
Una corsa, mi raccomando!
- Non dubitare.
Appena uscito il marito, disse la donna al curato:
- Ah, padre mio! Fortuna che s'è lasciato indurre ad andar pel vino!
- Perché, perché, figliuola mia?
- Ah, se sapesse, signor curato! Vino in casa ce n'avevo d'avanzo; ho detto di non averne per carità cristiana...
- Come!
- Per salvar lei, padre mio!
- Me?
- Sissignore! Non sa dunque nulla? Non sa che mio marito...
E fece un gesto espressivo con la mano.
Il povero curato fece, alla sua volta, una faccia lunga due palmi:
- Matto, dite? Matto? Come mai! Povero ragazzo! - e batté una mano con l'altra.
- E come mai!
- Sissignore! Sissignore! - incalzò la donna.
- Io non ho piú lacrime da piangere in segreto, padre mio! (e intanto piangeva).
Quante lacrime, quest'occhi! E se sapesse che sorta di pazzia gli è venuta! Non può veder gli occhi della gente, che subito gli vien voglia di strapparli...
sissignore!
- Gesú, che guajo! Gesú, che guajo! - nicchiava con la lingua inaridita il povero curato.
- Ah, padre mio! Io parlo per suo bene...
S'immagini che onore per me, che piacere averla a tavola, oggi...
Guardi: prenda i due galletti, uno almeno, non me lo rifiuti! Glieli avvolgo in un giornale, va bene? E se li porterà con sé.
Ma non rimanga, per carità, se ha cara la vista, a desinar con noi! Sa, il povero pazzo? Invita la gente in casa, poi mette le spranghe alla porta e, a fin di tavola, vuole strappar gli occhi agl'invitati...
Se vedesse, ogni volta, che lotta disperata! Adesso in paese si sa di questa pazzia, e nessuno piú accetta inviti da lui.
Il buon curato non pigliava quasi piú fiato dalla paura e balbettava:
- ...
E non m'era parso! Non m'era parso!
Quando la donna terminò di parlare, egli, non ostante la grave età, balzò da sedere e, ravvoltosi nel tabarro, calcatosi sulla fronte il cappello:
- Grazie, figliuola mia, grazie! - disse.
- Lasciatemene andar via subito...
Grazie, veramente...
Vi devo la vita...
- Prenda i galletti, mi faccia il favore!
- No, niente! Che galletti, cara figliuola! Oh, povero ragazzo! Il Signore v'assista, povera figliuola! Addio, addio...
e grazie di nuovo...
La donna lo lasciò partire.
- Oh, e questo è fatto! esclamò.
Si recò in cucina, trasse dalla pentola i due galletti, e li nascose.
- Adesso a noi, signor marito!
Il bottajo rincasò con un buon fiasco di vino, tutto ansante, trafelato.
Trovò la moglie, in cucina, in pianto dirotto, coi capelli disfatti.
- Che t'è avvenuto?
- Ah se sapessi! Ah prete cane! - piangeva la moglie.
- Il curato? Dov'è? Che t'è avvenuto?
- Metterai senno, ora? Mi porterai ancora gente in casa? Vedi che m'ha fatto il tuo signor curato? Vedi che m'ha fatto?
- Che t'ha fatto?
- Ah mamma mia! Madruccia mia, tu non hai certo sospettato che l'uomo al quale m'affidavi m'avrebbe un giorno lasciata cosí esposta alla discrezione della mala gente! - continuava a piangere inconsolabilmente la donna.
- Insomma, posso sapere che t'è avvenuto?
- Che?
La moglie, calcolando che il buon curato a quell'ora, spinto dalla paura, su l'asinello, doveva esser già abbastanza lontano dal paese, si levò da sedere in gran furore:
- Che m'è avvenuto? il tuo buon curato, capisci? Il tuo buon curato mi s'è cacciato in cucina e...
guarda, guarda lí, la pentola! Vedi? Non c'è piú nulla...
- Rubato? - fece con tanto d'occhi il bottajo.
- Tutti e due i galletti!
- Ah birbante! Dici davvero? Possibile? Ah birbante! E dov'è? Dov'è? Per dove è andato via?
- Io non lo so! Non l'ho veduto...
- Ah, prete ladro! Ah, vecchia volpe! Lasciami! Vo' corrergli dietro! E se lo raggiungo...
se lo raggiungo...
Lasciami!
- Sí, brutto smargiasso! Mettiti con un vecchio, adesso...
- M'ha rubato!
- Per colpa tua! Pigliatela con te stesso invece! E ti serva d'esempio, ti serva!
- No, cosí non m'accontento...
Lasciami, lasciami...
ti dico, lasciami...
E scioltosi a forza dalle braccia della moglie, si mise a correre furiosamente per lo stradone che conduce a Montedoro.
Tutto impolverato, stanco da non poterne piú, dopo aver percorso buon tratto dello stradone fuori del paese, vide in fondo, lontano lontano, il vecchio curato che trotterellava su l'asinello, tra un nuvolo di polvere.
Raccolse allora tutte le forze che gli restavano, e si mise a gridare:
- Signor curato! O signor curato!
Il vecchio curato si voltò in fondo dello stradone a guardare di su l'asinello che trottava, trottava...
E il bottajo dal fondo dello stradone, a gran voce:
- Almeno uno, signor curato! Me ne dia almeno uno!
- Caro, to'! Almeno un occhio, dice! Addio, caro! Addio, caro!
E botte da orbo all'asinello.
- Almeno uno! Almeno uno! - continuava a gridare il povero bottajo rifinito dalla corsa.
Nel frattempo la moglie, in cucina, si spolpava comodamente i due saporitissimi galletti.
IL "NO" DI ANNA
I
Trillavano i grilli nella placida sera di settembre sulla spiaggia lunga e stretta, tutta ingombra di alte cataste di zolfo.
La spiaggia, fino a mezzo secolo addietro era seno di mare, il quale allora veniva a battere alle mura del borgo nascente.
Inarenato il seno, subito il commercio aveva invaso quel breve lembo sabbioso, per comodo del carico dello zolfo.
Chi sa da qui a cento, a duecent'anni che diverrà Vignetta! Intanto, è quasi città, affermano gli abitanti.
E possiede un porto, che è forse il piú commerciale dell'isola, sebbene ancora senza banchina: due lunghe braccia petrose, curve sul mare, accoglienti in mezzo un breve ponitojo da legni sottili, detto il Molo vecchio, al quale è stato riserbato l'onore di tener la sorte della capitaneria del porto e la bianca torre del faro principale.
Di giorno Vignetta è in continuo fermento.
Ogni mattina, all'alba, i tre appelli d'un banditore la destano:
- Uomini di mare, alla fatica!
E già comincia lo strider dei carri carichi di zolfo, carri senza molla, ferrati, rotolanti nel brecciale fradicio dello stradone polveroso, popolato di magri asinelli a frotte, bardati, che arrivano anch'essi con due pani di zolfo a contrappeso, uno per ciascun lato.
Le spigonare, con la gran vela triangolare ripiegata a metà sull'albero, assiepano la riva; mentre già a piè delle cataste s'impiantan le stadere, sulle quali lo zolfo è pesato, e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte.
Gli uomini di mare scalzi, in calzoni di tela, recano il carico alle spigonare, immergendosi nell'acqua fino all'anca; poi le spigonare ripiene, sciolta la vela, recano alla lor volta il carico ai vapori mercantili ancorati nel porto, o fuori.
Questo, sulla spiaggia.
Entro il paese, sulla larga strada principale, altri carri giungono carichi di sacchi d'orzo, di frumento, di fave.
- O misuratori! - chiamano i facchini.
I sacchi di sul carro son votati su un largo tappeto di juta grezza steso sulla via, e l'orzo e il frumento, misurati a tòmoli e insaccati di nuovo, son portati a spalla entro i depositi ben guardati dall'umido.
Ogni cinque tòmoli, un sacco; ogni venti tòmolí, una salma.
- E conta una! E conta due!
Grida, a ogni ventina, con voce lunga e lamentosa il misuratore.
Cosí fino al tramonto, con una breve tregua sul mezzogiorno.
La sera, dopo tanto frastuono, il senso della quiete pervade piú profondamente e domina il paese.
E i grilli strillano sulla spiaggia, tra le cataste di zolfo, e qualche cane di guardia abbaja di quando in quando; mentre il mare, dentro il porto, dorme tranquillo come un lago, con la selva oscura delle navi quasi protette dal faro, di cui le acque nere riflettono il verde lume.
Oltre il porto, il mare si stende vastissimo, rischiarato dalla luna, fino all'orizzonte chiuso a sinistra da Punta Bianca, a destra da Monte Rossello, in ampio semicerchio.
Allo spettacolo di questa solenne calma del mare, sul terrazzo di casa Prinzi, la signorina Rita ascoltava una sera le confidenze dell'amica Anna Cesarò, e la guardava freddamente negli occhi, e le guardava le labbra appassite e i denti malpari, sicché Anna, parlando, si sentiva spesso costretta ad abbassar gli occhi: allora la voce le usciva piú che mai velata e tremula dalla gola troppo larga, quantunque il collo fosse lungo e magro.
Talvolta gli occhi di Rita si stringevano un po' in uno sguardo di commiserazione, che turbava peggio Anna, le cui dita tremanti tormentavano allora le trine della manica.
Peggio ancora poi, quando Rita traeva qualche lieve sospiro, guardando in alto.
- Stamane finalmente mi son vendicata! - disse Anna con quella certa baldanza di chi sappia di dir cosa che faccia piacere.
- Sí? Che gli hai fatto? - domandò Rita senza ombra di curiosità.
Anna rispose con gli occhi bassi:
- Gli ho chiusa in faccia la finestra...
Rita sospirò.
Ella compiangeva in cuor suo, veramente, la povera amica innamorata alla perdizione del giovane medico di Vignetta, il dottor Mondino Morgani, lungo, Dio mio, tre canne, senza esagerazione, e magro: un palo insomma; piú biondo della paglia, con due puntini cilestri per occhi e un naso gracile, cosí enorme, che gli diventava pallidissimo, ogni qualvolta rideva, a cagione dello stiramento della pelle lí lí per scoppiargli sul dorso.
Il dottor Morgani, poveretto, non che corrispondere alla passione d'Anna, non sospettava nemmeno dell'amor di lei; cosí almeno credeva Rita, la quale perciò soffriva alle timide confidenze dell'amica tanto illusa da non accorgersi quanto fossero ridicoli quei dispettucci che ella intendeva fare al preteso innamorato.
(Chiudergli in faccia la finestra, poveretto, e perché?)
Quella relegazione nella cittaduzza marittima di Vignetta, a causa del commercio dello zolfo a cui il padre s'era dato, aveva alterato l'indole, prima gaja e aperta, di Rita.
Era troppo forte veramente il contrasto tra l'immensità della natura, del cielo, e del mare, e la grettezza opprimente degli abitanti di Vignetta.
Il padre dedito tutto il giorno agli affari, la madre alle faccende di casa lasciavano Rita nella piú completa solitudine, cosí che ella aveva preso l'abitudine del fantasticare, chiusa sempre in se stessa, da mane a sera.
Non aveva amiche a Vignetta, tranne la Cesarò (grettuccia anche lei, la poverina), né cosa alcuna o persona che l'interessasse in quel paese.
Cosí, senza scopo, quasi senza vita, vedeva andar via ad uno ad uno i suoi giorni migliori.
Anna era adesso di paraggio inferiore alla Prinzi.
Rosario Cesarò, suo padre, tipo strano d'uomo, morto quattr'anni addietro, aveva buttato a piene mani tutto l'aver suo nelle buche delle solfare, preso dalla manía di trovar filoni di zolfo in ogni montagna del circondario.
E aveva sventrato montagne, fatto scavar buche fino a duecento metri di profondità, senza trovar mai nulla: acqua soltanto: e allora, impianti di macchine a vapore per votar le buche, o costruzioni sotterranee per deviar l'acqua.
Cosí migliaia e migliaia di lire aveva lasciato ingoiare alle buche voraci senza alcun frutto.
Appunto nell'infausta occasione della malattia del padre Anna aveva conosciuto il dottor Morgani.
Né la madre, né la sorella maritata, né il cognato, ancora in pianto per la recente morte, avevan pensato alla povera Anna, allora sui diciotto anni, di cagionevole salute fin da bambina, consumata da una febbre lenta, continua.
Mondino Morgani s'era messo ad esercitar la professione del medico da tre mesi soltanto, e il Cesarò era "il suo primo morto".
La malattia del quale era stata irrimediabile, è vero; ma tuttavia della morte Mondino aveva quasi avuto rimorso.
Durante i tre mesi angosciosi della malattia del padre, Anna erasi talmente consumata, che il nasino, la bocca, il mento piccolo un po' sfuggente, parevan presi di paura dagli occhi verdognoli straordinariamente ingranditi sotto la fiamma dei folti capelli rossi, arruffati.
Era alta anche lei, non quanto il dottore, ma quasi, per via del collo; e tossiva.