AUTOBIOGRAFIA, di Vittorio Alfieri - pagina 47
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Onde subito mi scrisse per tacciarmi di dissimulatore, di non gli aver mai parlato di questo mio nuovo studio.
Ed io allora replicai con una letterina in lingua greca, che da me solo mi venne raccozzata alla meglio, di cui darò qui sotto il testo e la traduzione(13), e ch'egli non trovò cattiva per uno studente di cinquant'anni, che da un anno e mezzo circa s'era posto alla grammatica; ed accompagnai con la epistoluzza greca, quattro squarci delle mie quattro traduzioni, per saggio degli studi fatti sin a quel punto.
Ricevuto cosí da lui un po' di lode, mi confortai a proseguire sempre piú caldamente.
E mi posi all'ottimo esercizio, che tanto mi avea insegnato sí il latino che l'italiano, di imparare delle centinaia di versi di piú autori a memoria.
Ma in quello stess'anno '98, mi toccò in sorte di ricevere e scrivere qualche lettera da persona ben diversa in tutto dall'amico Caluso.
Era, come dissi, e come ognun sa, invasa la Lombardia dai francesi, fin dal '96, il Piemonte vacillava, una trista tregua sotto nome di pace avea fatta l'imperatore a Campoformio col dittator francese; il papa era traballato, ed occupata e schiavi-democrizzata la sua Roma; tutto d'ogni intorno spirava miseria, indegnazione, ed orrore.
Era allora ambasciatore di Francia in Torino, un Ginguené, della classe, o mestiere dei letterati in Parigi, il quale lavorava in Torino sordamente alla sublime impresa di rovesciare un re vinto e disarmato.
Di costui ricevei inaspettatamente una lettera, con mio grande stupore, e rammarico; sí la proposta che la risposta; e la replica e controreplica inserisco qui a guisa di nota(14), affinché sempre piú si veda, chi ne volesse dubitare, quanto siano state e pure e rette le mie intenzioni ed azioni in tutte codeste rivoluzioni di schiaveria.
Pare dall'andamento di queste due lettere del Ginguené che avendo egli ordine dai suoi despoti di asservire alla libertà francese il Piemonte, e cercando di sí fatta iniquità dei vili ministri, egli mi volesse tastar me per vedere se mi potevan anco disonorare, come mi aveano impoverito.
Ma i beni mondani stanno a posta della tirannide, e l'onore sta a posta di ciascuno individuo che ne sia possessore.
Quindi dopo la mia seconda replica non ne sentii piú parlare; ma credo che costui si servisse poi della notizia che l'abate Caluso gli diede per parte mia, circa alle balle mie di libri non pubblicati, per farne ricerca, e valersene come in appresso si vedrà.
La nota dei miei libri ch'egli dicea volermi far restituire e ch'io credo che già tutti se li fosse appropriati a sé, sarebbe risibile se io qui la mostrassi.
Ella era di circa cento volumi di tutti gli scarti delle piú infime opere italiane; e questa era la mia raccolta lasciata in Parigi sei anni prima, di circa mille seicento volumi almeno; scelti tutti i classici italiani, e latini.
Ma nessuno se ne stupirebbe di una tal nota, quando sapesse ch'ella dovea essere una restituzione francese.
CAPITOLO VIGESIMOSETTIMO
Misogallo finito.
Rime chiuse colla Teleutodia.
L'Abele ridotto; cosí le due Alcesti, e l'Ammonimento.
Distribuzione ebdomadaria di studi.
Preparato cosí, e munito delle lapidi sepolcrali, aspetto l'invasion dei francesi, che segue nel marzo '99.
Cresceva frattanto ogni dí piú il pericolo della Toscana, stante la leale amicizia che le professavano i francesi.
Già fin dal decembre del '98 aveano essi fatta la splendida conquista di Lucca, e di là minacciavano continuamente Firenze, onde ai primi del '99 parea imminente l'occupazione.
Io dunque volli preparare tutte le cose mie, ad ogni qualunque accidente fosse per succedere.
Fin dall'anno prima avea posto fine per tedio al Misogallo, e fatto punto all'occupazione di Roma, che mi pareva la piú brillante impresa di codesta schiaveria.
Per salvare dunque quest'opera per me cara ed importante, ne feci fare sino in dieci copie, e provvisto che in diversi luoghi non si potessero né annullare, né smarrire, ma al suo debito tempo poi comparissero.
Quindi, non avendo io mai dissimulato il mio odio e disprezzo per codesti schiavi malnati, volli aspettarmi da loro ogni violenza, ed insolenza, cioè prepararmi bene al solo modo che vi sarebbe di non le ricevere.
Non provocato, tacerei; ricercato in qualunque maniera, darei segno di vita, e di libero.
Disposi dunque tutto per vivere incontaminato, e libero, e rispettato, ovvero per morir vendicato se fosse bisognato.
La ragione che mi indusse a scrivere la mia vita, cioè perché altri non la scrivesse peggio di me, mi indusse allora altresí a farmi la mia lapide sepolcrale, e cosí alla mia donna, e le apporrò qui in nota(15), perché desidero questa e non altra, e quanto ci dico è il puro vero, sí di me, che di lei, spogliato di ogni fastosa amplificazione.
Provvisto cosí alla fama, o alla non infamia, volli anco provvedere ai lavori, limando, copiando, separando il finito dal no, e ponendo il dovuto termine a quello che l'età e il mio proposto volevano.
Perciò volli col compiere degli anni cinquanta frenare, e chiudere per sempre la soverchia fastidiosa copia delle rime, e ridottone un altro tometto purgato consistente in sonetti settanta, capitolo uno, e trentanove epigrammi, da aggiungersi alla prima parte di esse già stampate in Kehl, sigillai la lira, e la restituii a chi spettava, con una ode sull'andare di Pindaro, che per fare anche un po' il grecarello intitolai Teleutodía.
E con quella chiusi bottega per sempre; e se dopo ho fatto qualche sonettuccio o epigrammuccio, non l'ho scritto; se l'ho scritto non l'ho tenuto, e non saprei dove pescarlo, e non lo riconosco piú per mio.
Bisognava finir una volta e finire in tempo, e finire spontaneo, e non costretto.
L'occasione dei dieci lustri spirati, e dei barbari antilirici soprastantimi non potea esser piú giusta ed opportuna; l'afferrai, e non ci pensai poi mai piú.
Quanto alle traduzioni, il Virgilio mi era venuto ricopiato e corretto tutto intero nei due anni anteriori, onde lo lasciava sussistere; ma non come cosa finita.
Il Sallustio mi parea potere stare; e lasciavalo.
Il Terenzio no, perché una sola volta lo avea fatto, né rivistolo, né ricopiatolo; come non lo è adesso neppure.
Le quattro traduzioni dal greco, che condannarle al fuoco mi doleva, e lasciarle come cosa finita pur non poteva, poiché non l'erano, ad ogni rischio del se avrei il tempo o no, intrapresi di ricopiarle sí il testo che la traduzione, e prima di tutto l'Alceste per ritradurla veramente dal greco, che non mi sapesse poi di traduzione di traduzione.
Le tre altre bene o male, erano state direttamente tradotte dal testo, onde mi dovean costar poi meno tempo e fatica a correggerle.
L'Abele, che era ormai destinata ad essere (non dirò unica) ma sola, senza le concepite, e non mai eseguite compagne, l'avea fatta copiare, e limata, e mi parea potere stare.
Vi si era pure aggiunto alle opere di mio, negli anni precedenti una prosuccia brevina politica, intitolata Ammonimento alle potenze italiane; questa pure l'avea limata, e fatta copiare, e lasciavala.
Non già che io avessi la stolida vanagloria di voler fare il politico, che non è l'arte mia; ma si era fatto fare quello scritto dalla giusta indegnazione che mi aveano inspirata le politiche certo piú sciocche della mia, che in questi due ultimi anni avea visto adoprare dalla impotenza dell'imperatore, e dalle impotenze italiane.
Le satire finalmente, opera ch'io avea fatta a poco a poco, ed assai corretta, e limata, le lasciava pulite, e ricopiate in numero di diciassette quali sono; e quali pure ho fissato e promesso a me di non piú oltrepassare.
Cosi disposto, e appurato del mio secondo patrimonio poetico, smaltatomi il cuore, aspettava gli avvenimenti.
Ed affinché al mio vivere d'ora in poi se egli si dovea continuare venissi a dare un sistema piú confacente all'età in cui entrava, ed ai disegni ch'io mi era già da molto tempo proposti, fin dai primi del '99 mi distribuii un modo sistematico di studiare regolarmente ogni settimana, che tuttora costantemente mantengo, e manterrò finch'avrò salute e vita per farlo.
Il lunedí e martedí destinati, le tre prime ore della mattina appena svegliatomi, alla lettura, e studio della Sacra Scrittura; libro che mi vergognava molto di non conoscere a fondo, e di non averlo anzi mai letto sino a quell'età.
Il mercoledí e giovedí, Omero, secondo fonte d'ogni scrivere.
Il venerdí, sabato, e domenica, per quel prim'anno e piú li consecrai a Pindaro, come il piú difficile e scabro di tutti i greci, e di tutti i lirici di qualunque lingua, senza eccettuarne Giobbe, e i profeti.
E questi tre ultimi giorni mi proponeva poi, come ho fatto, di consecrarli successivamente ai tre tragici, ad Aristofane, Teocrito, ed altri sí poeti che prosatori, per vedere se mi era possibile di sfondare questa lingua, e non dico saperla (che è un sogno), ma intenderla almeno quanto fo il latino.
Ed il metodo che a poco a poco mi andai formando, mi parve utile; perciò lo sminuzzo, che forse potrà anche giovare cosí, o rettificato, a qualch'altri che dopo me intraprendesse questo studio.
La Bibbia la leggeva prima in greco, versione dei Settanta, testo vaticano, poi la raffrontava col testo alessandrino; quindi gli stessi due, o al piú tre capitoli di quella mattina, li leggeva nel Diodati italiani, che erano fedelissimi al testo ebraico; poi li leggeva nella nostra volgata latina, poi in ultimo nella traduzione interlineare fedelissima latina dal testo ebraico; col quale bazzicando cosí piú anni, ed avendone imparato l'alfabeto, veniva anche a poter leggere materialmente la parola ebraica, e raccapezzarne cosí il suono, per lo piú bruttissimo, ed i modi strani per noi, e misti di sublime e di barbaro.
Quanto poi ad Omero, leggeva subito nel greco solo ad alta voce, traducendo in latino letteralmente, e non mi arrestando mai, per quanti spropositi potessero venirmi detti, quei sessanta, o ottanta, o al piú piú cento versi che volea studiare in quella mattina.
Storpiati cosí quei tanti versi, li leggeva ad alta voce prosodicamente in greco.
Poi ne leggeva lo scoliaste greco, poi le note latine del Barnes, Clarch, ed Ernesto; poi pigliando per ultima la traduzione letterale latina stampata, la rileggeva sul greco di mio, occhiando la colonna, per vedere dove, e come, e perché avessi sbagliato nel tradurre da prima.
Poi nel mio testo greco solo, se qualche cosa era sfuggita allo scoliaste di dichiararla, la dichiarava io in margine, con altre parole greche equivalenti, al che mi valeva molto di Esichio, dell'Etimologico, e del Favorino.
Poi le parole, o modi, o figure straordinarie, in una colonna di carta le annotava a parte, e dichiaravale in greco.
Poi leggeva tutto il commento di Eustazio su quei dati versi, che cosí m'erano passati cinquanta volte sotto gli occhi, loro, e tutte le loro interpretazioni, e figure.
Parrà questo metodo noioso, e duretto; ma era duretto anch'io, e la cotenna di cinquanta anni ha bisogno di ben altro scarpello per iscolpirvi qualcosa, che non quella di venti.
Sopra Pindaro poi, io aveva già fatto gli anni precedenti uno studio piú ancora di piombo, che i sopradetti.
Ho un Pindaretto, di cui non v'è parola, su cui non esista un mio numero aritmetico notatovi sopra, per indicare, coll'un due e tre, fino talvolta anche a quaranta, e piú, qual sia la sede che ogni parola ricostruita al suo senso deve occupare in que' suoi eterni e labirintici periodi.
Ma questo non mi bastava, ed intrapresi allora nei tre giorni ch'io gli destinai, di prendere un altro Pindaro greco solo, di edizione antica, e scorrettissimo, e mal punteggiato, quel del Calliergi di Roma, primo che abbia gli scolii, e su quello leggeva a prima vista, come dissi dell'Omero, subito in latino letteralmente sul greco, e poi la stessa progressione che su l'Omero; e di piú poi in ultimo una dichiarazione marginale mia in greco dell'intenzione dell'autore; cioè il pensiero spogliato del figurato.
Cosí poi praticai su l'Eschilo e Sofocle, quando sottentrarono ai giorni di Pindaro; e con questi sudori, e pazze ostinazioni, essendomisi debilitata da qualch'anni assai la memoria, confesso che ne so poco, e tuttavia prendo alla prima lettura dei grossissimi granchi.
Ma lo studio mi si è venuto facendo sí caro, e sí necessario, che già dal '96 in poi, per nessuna ragione mai ho smesso, o interrotto le tre ore di prima svegliata, e se ho composto qualche cosa di mio, come l'Alceste, le satire, e rime, ed ogni traduzione, l'ho fatto in ore secondarie, talché ho assegnato a me stesso l'avanzo di me, piuttosto che le primizie del giorno; e dovendo lasciare, o le cose mie, o lo studio, senza nessun dubbio lascio le mie.
Sistemato dunque in tal guisa il mio vivere, incassati tutti i miei libri, fuorché i necessari, e mandatili in una villa fuori di Firenze, per vedere se mi riusciva di non perderli una seconda volta, questa tanto aspettata ed abborrita invasione dei francesi in Firenze ebbe luogo il dí 25 marzo del '99, con tutte le particolarità, che ognuno sa, e non sa, e non meritano d'essere sapute, sendo tutte le operazioni di codesti schiavi di un solo colore ed essenza.
E quel giorno stesso, poche ore prima ch'essi v'entrassero, la mia donna ed io ce n'andammo in una villa fuor di Porta San Gallo presso a Montughi, avendo già prima vuotata interamente d'ogni nostra cosa la casa che abitavamo in Firenze per lasciarla in preda agli oppressivi alloggi militari.
CAPITOLO VIGESIMOTTAVO
Occupazioni in villa.
Uscita dei francesi.
Ritorno nostro in Firenze.
Lettere del Colli.
Dolore mio nell'udire la ristampa prepararsi in Parigi delle mie opere di Kehl, non mai pubblicate.
In tal maniera io oppresso dalla comune tirannide, ma non perciò soggiogato, me ne stetti in quella villa con poca gente di servizio, e la dolce metà di me stesso, ambedue indefessamente occupati nelle lettere, che anch'essa sufficientemente perita nella lingua inglese e tedesca, ed egualmente poi franca nell'italiano che nel francese, la letteratura di queste quattro nazioni conosce quant'è, è dell'antica non ignora l'essenza per mezzo delle traduzioni in queste quattro lingue.
Di tutto dunque potendo io favellare con essa, soddisfatto egualmente il core che la mente, non mi credeva piú felice, che quando mi toccava di vivere solo a solo con essa, disgiunti da tutti i tanti umani malanni.
E cosí eramo in quella villa, dove pochissimi dei nostri conoscenti di Firenze ci visitavano, e di rado, per non insospettire la militare e avvocatesca tirannide, Che è di tutti i guazzabugli politici il piú mostruoso, e risibile, e lagrimevole ed insopportabile, e mi rappresenta perfettamente un tigre guidato da un coniglio.
Subito arrivato in villa, mi posi a lavorare di fronte la ricopiatura e limatura delle due Alcesti, non toccando però le ore dello studio mattutino, onde poco tempo mi avanzava da pensare a nostri guai e pericoli, essendo sí caldamente occupato.
Ed i pericoli erano molti, né accadea dissimularceli, o lusingarci di non v'essere; ogni giorno mi avvisava; eppure con simile spina nel cuore e dovendo temere per due, mi facea pure animo, e lavorava.
Ogni giorno si arrestava arbitrariamente, al solito di codesto sgoverno, la gente; anzi sempre di notte.
Erano cosí stati presi sotto il titolo di ostaggi, molti dei primari giovani della città; presi in letto di notte, dal fianco delle loro mogli, spediti a Livorno come schiavi, ed imbarcativi alla peggio per l'isole di S.
Margarita.
Io, benché forestiere, dovea temere a questo, e piú, dovendo essere loro noto come disprezzatore e nemico.
Ogni notte poteva essere quella che mi venissero a cercare; avea provvisto per quanto si potea per non lasciarmi sorprendere, né malmenare.
Intanto si proclamava in Firenze la stessa libertà ch'era in Francia, e tutti i piú vili e rei schiavi trionfavano.
Intanto io verseggiava, e grecizzava, e confortava la mia donna.
Durò questo infelice stato dai 25 marzo ch'entrarono, fino al dí 5 luglio, che essendo battuti, e perdenti in tutta la Lombardia, se ne fuggirono per cosí dir di Firenze la mattina per tempissimo, dopo aver, già s'intende, portato via in ogni genere tutto ciò che potevano.
Né io né la mia donna in tutto questo frattempo abbiamo mai messo piede in Firenze, né contaminati i nostri occhi né pur con la vista di un solo francese.
Ma il tripudio di Firenze in quella mattina dell'evacuazione, e giorni dopo nell'ingresso di duecento ussari austriaci, non si può definir con parole.
Avvezzi a quella quiete della villa, ci volemmo stare ancora un altro mese, prima di tornare in Firenze, e riportarvi i nostri mobili, e libri.
Tornato in città, il mutar luogo non mi fece mutar in nulla l'intrapreso sistema degli studi, e continuava anzi con piú sapore, e speranza, poiché per tutto quel rimanente dell'anno '99, essendo disfatti per tutto i francesi, risorgeva alcuna speranza della salute dell'Italia, ed in me risorgeva la privata speranza, che avrei ancor tempo di finir tutte le mie piú che ammezzate opere.
Ricevei in quell'anno, dopo la battaglia di Novi, una lettera del marchese Colli, mio nipote, cioè marito di una figlia di mia sorella, che non m'era noto di persona, ma di fama, come ottimo ufiziale ch'egli era stato, e distintosi in quei cinque e piú anni di guerra, al servizio del re di Sardegna suo sovrano naturale, sendo egli d'Alessandria.
Mi scrisse dopo essere stato fatto prigioniero, e ferito gravemente, sendo allora passato al servizio dei francesi, dopo la deportazione del re di Sardegna fuori dei di lui stati, seguita nel gennaio di quell'anno '99.
La di lui lettera, e la mia risposta ripongo qui fra le note(16).
E dirò qui per incidenza quello che mi scordai di dir prima, che anzi l'invasion dei francesi, io avea veduto in Firenze il re di Sardegna, e fui a inchinarlo, come il doppio dover mio, sendo egli stato il mio re, ed essendo allora infelicissimo.
Egli mi accolse assai bene; la di lui vista mi commosse non poco, e provai in quel giorno quel ch'io non avea provato mai, una certa voglia di servirlo, vedendolo sí abbandonato, e sí inetti i pochi, che gli rimanevano; e me gli sarei profferto, se avessi creduto di potergli esser utile; ma la mia abilità era nulla in tal genere di cose, ed ad ogni modo era tardi.
Egli andò in Sardegna; variarono poi intanto le cose, egli tornò di Sardegna, ristette dei mesi molti in Firenze al Poggio Imperiale, tenendo gli austriaci allora la Toscana in nome del granduca; ma anche allora mal consigliato, non fece nulla di quel che doveva o poteva per l'utile suo e del Piemonte; onde di nuovo poi tornate al peggio le cose, egli si trovò interamente sommerso.
Lo inchinai pure di nuovo al ritorno di Sardegna, e vistolo in migliori speranze, molto meno mi rammaricai meco stesso di non potergli esser utile in nulla.
Appena queste vittorie dei difensori dell'ordine, e delle proprietà mi aveano rimesso un poco di balsamo nel sangue, che mi toccò di provare un dolore acerbissimo, ma non inaspettato.
Mi capitò alle mani un manifesto del libraio Molini italiano di Parigi, in cui diceva di aver intrapreso di stampare tutte le mie opere (diceva il manifesto, filosofiche, sí in prosa che in versi) e ne dava il ragguaglio, e tutte purtroppo le mie opere stampate in Kehl, come dissi, e da me non mai pubblicate, vi si trovavano per estenso.
Questo fu un fulmine, che mi atterrò per molti giorni, non già che io mi fossi lusingato, che quelle mie balle di tutta l'edizione delle quattro opere Rime, Etruria, Tirannide e Principe, potessero non essere state trovate da chi mi aveva svaligiato dei libri, e d'ogni altra cosa da me lasciata in Parigi, ma essendo passati tant'anní, sperava ancora dilazione.
Fin dall'anno '93 in Firenze, quando vidi assolutamente perduti i miei libri, feci pubblicare un avviso in tutte le gazzette d'Italia ove diceva essermi stati presi, confiscati, e venduti i miei libri, e carte, onde io dichiarava già fin d'allora non riconoscer per mia nessun'altra opera, fuorché le tali, e tali pubblicate da me.
Le altre, e alterate, o supposte, e certamente sempre surrepitemi, non le ammetteva.
Ora nel '99 udendo questo manifesto del Molini, il quale prometteva per l'800 venturo la ristampa delle sudette opere, il mezzo piú efficace di purgarmi agli occhi dei buoni e stimabili, sarebbe stato di fare un contromanifesto, e confessare i libri per miei, dire il modo con cui m'erano stati furati, e pubblicare per discolpa totale del mio sentire e pensare, il Misogallo, che certo è piú atto e bastante da ciò.
Ma io non era libero, né il sono; poiché abito in Italia; poiché amo, e temo per altri che per me; onde non feci questo che avrei dovuto fare in altre circostanze; per esentarmi una volta per sempre dall'infame ceto degli schiavi presenti, che non potendo imbiancare sé stessi, si compiacciono di sporcare gli altri, fingendo di crederli e di annoverarli tra i loro; ed io per aver parlato di libertà sono un di quelli, ch'essi si associano volentieri, ma me ne dissocierà ampiamente poi il Misogallo agli occhi anche dei maligni e degli stupidi, che son i soli che mi posson confondere con codestoro; ma disgraziatamente, queste due categorie sono i due terzi e mezzo del mondo.
Non potendo io dunque fare ciò, che avrei saputo e dovuto, feci soltanto quel pochissimo che poteva per allora; e fu di ripubblicare di nuovo in tutte le gazzette d'Italia il mio avviso del '93, aggiungendovi la poscritta, che avendo udito che si pubblicava in Parigi delle opere in prosa e in versi, sotto il mio nome, rinnovava quel protesto fatto sei anni innanzi.
Ma il fatto si era, che quell'onesto letterato dell'ambasciator Ginguené, che mi avea scritto le lettere surriferite, e che io poi avea fatto richiedere in voce dell'abate di Caluso, giacché egli voleva pure ad ogni costo fare di me, ch'io non richiedeva i miei libri, né altro, ma che solamente avrei desiderato raccapezzar quelle sei balle dell'edizioni non pubblicate, ad impedire ogni circolazione: fatto si è, dico (a quel ch'io mi penso) che il Ginguené ritornato poi a Parigi avrà frugato tra i miei libri di nuovo, e trovatavi una ballottina contenente quattro soli esemplari di quelle quattro opere, se le appropriò; ne vendé forse al Molini un esemplare perché si ristampassero, e le altre si tenne, e tradusse le prose in francese per farne bottega e donò, non sendo sue, alla Biblioteca Nazionale, [...] come sta scritto nella prefazione stessa del quarto volume ristampato dal Molini, che dice non essere reperibile l'edizion prima, altro che quattro esemplari, ch'egli individua cosí come ho detto, e che tornano per l'appunto con la piccola balla da me lasciata fra i libri altri miei.
Quanto poi alle sei balle, contenenti piú di cinquecento esemplari di ciascun'opera non posso congetturare cosa ne sia avvenuto.
Se fossero state trovate ed aperte, circolerebbero, e si sarebbero vendute piuttosto che ristampate, sendo sí belle l'edizioni, la carta, e i caratteri, e la correzione.
Il non essere venute in luce mi fa credere che ammontate in qualche di quei sepolcri di libri che tanti della roba perduta ne rimangono infatti a putrefarsi in Parigi, non siano stati aperti; perché ci avea fatto scrivere su le balle di fuori Tragedie italiane.
Comunque sia, il doppio danno ne ho avuto di perdere la mia spesa e fatica nella proprietà di quelle stampate da me, e di acquistare (non dirò l'infamia) ma la disapprovazione e la taccia di far da corista a que' birbi, nel vedermele pubblicate per mezzo delle stampe d'altrui.
CAPITOLO VIGESIMONONO
Seconda invasione.
Insistenza noiosa del general letterato.
Pace tal quale, per cui mi scemano d'alquanto le angustie.
Sei commedie ideate ad un parto.
Appena per qualche mesi aveva l'Italia un poco respirato dal giogo, e ruberie francesi, quando la favolosa battaglia di Marengo nel giugno del 1800, diede in poche ore l'Italia tutta in preda di costoro, chi sa per quanti anni.
Io la sentiva quanto e piú ch'altri, ma piegando il collo alla necessità, tirava a finire le cose mie senza piú punto curare per cosí dire un pericolo, dal quale non m'era divezzato ancora, né oramai, visto l'instabilità di codeste sozzure politiche, me ne divezzerò mai piú.
Assiduamente dunque lavorando sempre a ben ridurre e limare le mie quattro traduzioni greche, e null'altro poi facendo che proseguire ardentemente gli studi troppo tardi intrapresi, strascinava il tempo.
Venne l'ottobre, e il dí 15 d'esso, ecco di nuovo inaspettatamente in tempo di tregua fissata con l'imperatore, invadono i francesi di nuovo la Toscana, che riconoscevano tenersi pel granduca, col quale non erano in guerra.
Non ebbi tempo questa volta di andare in villa come la prima, e bisognò sentirli e vederli, ma non mai altro, s'intende, che nella strada.
Del resto la maggior noia e la piú oppressiva, cioè l'alloggio militare, venni a capo presso il comune di Firenze di farmene esentare come forestiere, ed avendo una casa ristretta e incapace.
Assoluto di questo timore che era il piú incalzante e tedioso, del resto mi rassegnai a quel che sarebbe.
Mi chiusi per cosí dire in casa, e fuorché due ore di passeggiata a me necessarie, che faceva ogni mattina nei luoghi piú appartati e soletto, non mi facea mai vedere, né desisteva dalla piú ostinata fatica.
Ma se io sfuggiva costoro, non vollero essi sfuggire me, e per mia disgrazia il loro generale comandante in Firenze, pizzicando del letterato, volle conoscermi, e civilmente passò da me una, e due volte, sempre non mi trovando, che già avea provvisto di non essere repperibile mai; né volli pure rendere garbo per garbo col restituir per polizza la visita.
Alcuni giorni dopo egli mandò ambasciata a voce, per sapere in che ore mi si potrebbe trovare.
Io vedendo crescere l'insistenza, e non volendo commettere ad un servitor di piazza la risposta in voce, che potea venire o scambiata o alterata, scrissi su un fogliolino; che Vittorio Alfieri, perché non seguisse sbaglio nella risposta da rendersi dal servo al signor generale, mettea per iscritto: che se il generale in qualità di comandante di Firenze intimavagli di esser da lui, egli ci si sarebbe immediatamente costituito, come non resistente alla forza imperante, qual ch'ella si fosse; ma che se quel volermi vedere era una mera curiosità dell'individuo, Vittorio Alfieri, di sua natura molto selvatico non rinnovava oramai piú conoscenza con chicchesia, e lo pregava quindi di dispensarnelo.
Il generale rispose direttamente a me due parole in cui diceva che dalle mie opere gli era nata questa voglia di conoscermi, ma che ora vedendo questa mia indole ritrosa, non ne cercherebbe altrimenti.
E cosí fece; e cosí mi liberai di una cosa per me piú gravosa e accorante, che nessun altro supplizio che mi si fosse potuto dare.
In questo frattempo il già mio Piemonte, celtizzato anch'egli, scimmiando ogni cosa dei suoi servipadroni, cambiò l'Accademia sua delle Scienze, già detta Reale, in un Istituto Nazionale a norma di quel di Parigi, dove avean luogo, e le belle lettere, e gli artisti.
Piacque a coloro, non so quali si fossero (perché il mio amico Caluso si era dimesso del segretariato della già Accademia), piacque dico a coloro di nominarmi di codesto Istituto, e darmene parte con lettera diretta.
Io prevenuto già dall'abate, rimandai la lettera non apertala, e feci dire in voce dall'abate che io non riceveva tale aggregazione; che non voleva essere di nessuno, e massimamente d'una donde recentemente erano stati esclusi con animosa sfacciataggine, tre cosí degni soggetti, come il cardinale Gerdil, il conte Balbo, ed il cavalier Morozzo, come si può vedere dalle qui annesse(17) lettere dell'amico Caluso, non adducendo di ciò altra cagione, fuorché questi erano troppo realisti.
Io non sono mai stato, né sono realista, ma non perciò son da essere misto con tale genia; la mia repubblica non è la loro, e sono, e mi professerò sempre d'essere in tutto quel ch'essi non sono.
E qui pure pien d'ira pel ricevuto affronto, mi spergiurai rimando quattordici versi su tal fatto, e li mandai all'amico; ma non ne tenni copia, né questi né altri che l'indegnazione od altro affetto mi venisse a strappar dalla penna, non registrerò oramai piú fra le mie già troppe rime.
Non cosí aveva io avuto la forza di resistere nel settembre dell'anno avanti ad un nuovo (o per dir meglio) ad un rinnovato impulso naturale fortissimo, che mi si fece sentire per piú giorni, e finalmente, non lo potendo cacciare, cedei.
E ideai in iscritto sei commedie, si può dire ad un parto solo.
Sempre avea avuto in animo di provarmi in quest'ultimo arringo, ed avea fissato di farne dodici, ma i contrattempi, le angustie d'animo, e piú d'ogni cosa lo studio prosciugante continuo di una sí immensamente vasta lingua, qual è la greca, mi aveano sviato e smunto il cervello, e credeva oramai impossibile ch'io concepissi piú nulla, né ci pensava neppure.
Ma, non saprei dir come nel piú tristo momento di schiavitú, e senza quasi probabilità, né speranza di uscirne, né d'aver tempo io piú, né mezzi per eseguire, mi si sollevò ad un tratto lo spirito, e mi riaccese faville creatrici.
Le prime quattro commedie adunque, che son quasi una divisa in quattro, perché tendenti ad uno scopo solo, ma per mezzi diversi, mi vennero ideate insieme in una passeggiata, e tornando ne feci l'abbozzo al solito mio.
Poi il giorno dopo fantasticandovi, e volendo pur vedere se anche in altro genere ne potrei fare, almeno una per saggio, ne ideai altre due, di cui la prima fosse di un genere anche nuovo per l'Itaha, ma diverso dalle quattro, e la sesta poi fosse la commedia mera italiana dei costumi d'Italia quali sono adesso; per non aver taccia di non saperli descrivere.
Ma appunto perché i costumi variano, chi vuol che le commedie restino, deve pigliar a deridere, ed emendare l'uomo; ma non l'uomo d'Italia, piú che di Francia o di Persia; non quello del 1800, piú che quello del 1500, o del 2000, se no perisce con quegli uomini e quei costumi, il sale della commedia e l'autore.
Cosí dunque in sei commedie io ho creduto, o tentato di dare tre generi diversi di commedie.
Le quattro prime adattabili ad ogni tempo, luogo, e costume; la quinta fantastica, poetica, ed anche di largo confine, la sesta nell'andamento moderno di tutte le commedie che si vanno facendo, e delle quali se ne può far a dozzina imbrattando il pennello nello sterco che si ha giornalmente sotto gli occhi: ma la trivialítà d'esse è molta; poco, a parer mio, il diletto, e nessunissimo utile.
Questo mio secolo, scarsetto anzi che no d'invenzione, ha voluto pescar la tragedia dalla commedia, praticando il dramma urbano, che è come chi direbbe l'epopea delle rane.
Io all'incontro che non mi piego mai se non al vero, ho voluto cavare (con maggiore verisimiglianza mi credo) dalla tragedia la commedia; il che mi pare piú utile, piú divertente, e piú nel vero; poiché dei grandi e potenti che ci fan ridere si vedono spesso; ma dei mezzani, cioè banchieri avvocati, o simili, che si facciano ammirare non ne vediamo mai; ed il coturno assai male si adatta ai piedi fangosi.
Comunque sia l'ho tentato; il tempo, ed io stesso rivedendole giudicherò poi se debbano stare, o bruciarsi.
CAPITOLO TRIGESIMO
Stendo un anno dopo averle ideate la prosa delle sei commedie; ed un altr'anno dopo le verseggio; l'una e l'altra di queste due fatiche con gravissimo scapito della salute.
Rivedo l'abate di Caluso in Firenze.
Passò pure anche quell'anno lunghissimo dell'800, la di cui seconda metà era stata sí funesta, e terribile a tutti i galantuomini; e nei primi mesi del seguente '801 non avendo fatto gli alleati altro che spropositi, si venne finalmente a quella orribil sedicente pace, che ancora dura, e tiene tutta l'Europa in armi, in timore, ed in schiavitú, cominciando dalla Francia stessa, che a tutte l'altre dando legge, la riceve poi essa da un perpetuo console piú dura ed infame, che non la dà.
Ma io oramai pel troppo sentire queste pubbliche italiane sventure fatto direi quasi insensibile, ad altro piú non pensava, che a terminare la mia già troppo lunga e copiosa carriera letteraria.
Perciò verso il luglio di quest'anno mi rivolsi caldamente a provare le mie ultime forze nello stendere tutte quelle sei commedie.
E cosí pure di un fiato come le aveva ideate mi vi posi a stenderle senza intermissione, circa sei giorni al piú per ognuna; ma fu tale il riscaldamento e la tensione del capo, che non potei finire la quinta, ch'io mi ammalai gravemente d'un'accensione al capo, e d'una fissazione di podagra al petto, che terminò col farmi sputare del sangue.
Dovei dunque smettere quel caro lavoro, ed attendere a guarirmi.
Il male fu forte, ma non lungo; lunga fu la debolezza della convalescenza in appresso; e non mi potei rimettere a finir la quinta, e scrivere tutta la sesta commedia, fino al fin di settembre; ma ai primi di ottobre tutte erano stese; e mi sentii sollevato di quel martello che elle mi aveano dato in capo da tanto tempo.
Sul fin di quest'anno ebbi di Torino una cattiva nuova; la morte del mio unico nipote di sorella carnale, il conte di Cumiana, in età di trent'anni appena; in tre giorni di malattia, senza aver avuto né moglie, né figli.
Questo mi afflisse non poco, benché io appena l'avessi visto ragazzo; ma entrai nel dolore della madre (il di lui padre era morto due anni innanzi), ed anche confesserò che mi doleva di veder passare tutto il mio, che aveva donato alla sorella, in mano di estranei.
Che eredi saranno della mia sorella, e cognato, tre figlie, che le rimangono tutte tre accasate; una come, dissi col Colli d'Alesandria, l'altra con un Ferreri di Genova, e l'altra con il conte di Cellano d'Aosta.
Quella vanitaduzza, che si può far tacere, ma non si sradica mai dal cuore di chi è nato distinto, di desiderare una continuità del nome, o almeno della famiglia, non mi s'era neppure totalmente sradicata in me, e me ne rammaricai piú che non avrei creduto; tanto è vero, che per ben conoscer sé stessi, bisogna la viva esperienza, e ritrovarsi nei dati casi, per poter dire quel che si è.
Questa orfanità di nipote maschio, mi indusse poi a sistemare amichevolmente con mia sorella altri mezzi per l'assicurazione della mia pensione in Piemonte, caso mai (che nol credo) ch'io dovessi sopravvivere a lei, per non ritrovarmi all'arbitrio di codeste nipoti, e dei loro mariti che non conosco.
Ma intanto quella quantunque pessima pace avea pure ricondotto una mezza tranquillità in Italia, e dal despotismo francese essendosi annullate le cedole monetarie sí in Piemonte, che in Roma, tornati dalla carta all'oro sí la signora che io, ella di Roma, io di Piemonte cavando, ci ritrovammo ad un tratto fuori quasi dell'angustia, che avevamo provato negli interessi da piú di cinque anni, scapitando ogni giorno piú dell'avere.
Perciò sul finire del suddetto '801 ricomprammo cavalli, ma non piú che quattro, di cui solo uno da sella per me, che da Parigi in poi non avea mai piú avuto cavallo, né altra carrozza che una pessima d'affitto.
Ma gli anni, le disgrazie pubbliche, tanti esempi di sorte peggior della nostra, mi aveano reso moderato e discreto; onde i quattro cavalli furono oramai anche troppi, per chi per molti anni appena si era contentato di dieci, e di quindici.
Del rimanente poi bastantemente sazio e disingannato delle cose del mondo, sobrio di vitto, vestendo sempre di nero, nulla spendendo che in libri, mi trovo ricchissimo, e mi pregio assai di morire di una buona metà piú povero, che non son nato.
Perciò non attesi alle offerte che il mio nipote Colli mi fece fare dalla sorella, di adoperarsi in Parigi, dove egli andava a fissarsi, presso quei suoi amici, ch'egli senza vergogna mi annovera e nomina nella sua seconda lettera che ho pure trascritta, di adoperarsi, dico, presso coloro per farmi rendere il mio confiscatomi in Francia, l'entrate ed i libri, ed il rimanente.
Dai ladri non ripeto mai nulla; e da una risibil tirannide in cui l'ottener giustizia è una grazia, non voglio né l'una né l'altra.
Onde non ho altrimenti neppure fatto rispondere al Colli nulla su di ciò; come neppure nulla avea replicato alla di lui seconda lettera, in cui egli dissimula di aver ricevuta la mia risposta alla prima; ed in fatti permanendo egli general francese, dovea dissimular la mia sola risposta.
Cosí io permanendo libero e puro uomo italiano dovea dissimulare ogni sua ulteriore lettera, e offerta, che per qualunque mezzo pervenir mi facesse.
Venuto appena l'estate dell'802 (che l'estate, come le cicale io canto), subito mi posi a verseggiare le stesse commedie, e ciò con lo stesso ardore e furore, con cui già le avea stese e ideate.
E quest'anno pure risentii, ma in altra maniera, i funesti effetti del soverchio lavoro, perché, come dissi, tutte queste composizioni erano in ore prese su la passeggiata, o su altro, non volendo mai toccare alle tre ore di studio ebdomadario di svegliata.
Sicché quest'anno, dopo averne verseggiate due e mezza, nell'ardor dell'agosto fui assalito dal solito riscaldamento di capo, e piú da un diluvio di fignoli qua e là per tutto il corpo; dei quali mi sarei fatto beffe, se uno, il re di tutti, non mi si fosse venuto ad innestare nel piede manco, fra la noce esterna dello stinco ed il tendine, che mi tenne a letto piú di quindici giorni con dolori spasmodici, e risipola di rimbalzo, che il maggior patimento non l'ho avuto mai a' miei giorni.
Bisognò dunque smettere anche quest'anno le commedie, e soffrire in letto.
E doppiamente soffersi, perché si combinò in quel settembre, che il caro Caluso che da molti anni ci prometteva una visita in Toscana, poté finalmente capitarci quest'anno, e non ci si poteva trattenere piú di un mesetto, perché ci veniva per ripigliare il suo fratello primogenito, che da circa due anni si era ritirato a Pisa, per isfuggire la schiavitú di Torino celtizzato.
Ma in quell'anno una legge di quella solita libertà costringeva tutti i piemontesi a rientrare in gabbia per il dí tanti settembre, a pena al solito di confiscazione, e espulsione dai felicissimi stati di quella incredibil repubblica.
Sicché il buon abate, venuto cosí a Firenze, e trovatomi per fatalità in letto, come mi ci avea lasciato quindici anni prima in Alsazia, che non c'eramo piú visti, mi fu dolce, ed amarissimo il rivederlo essendo impedito, e non mi potendo né alzare, né muovere, né occupare di nulla.
Gli diedi però a leggere le mie traduzioni dal greco, le satire, ed il Terenzio, e il Virgilio, ed in somma ogni cosa mia fuorché le commedie, che a persona vivente non ho ancora né lette, né nominate, finché non le vedo a buon termine.
L'amico si mostrò sul totale contento dei miei lavori, mi diede in voce, e mi pose anche per iscritto dei fratellevoli e luminosi avvisi su le traduzioni dal greco, di cui ho fatto mio pro, e sempre piú lo farò nel dare loro l'ultima mano Ma intanto sparitomi qual lampo dagli occhi l'amico dopo soli ventisette giorni di permanenza, ne rimasi dolente, e male l'avrei sopportata, se la mia incomparabile compagna non mi consolasse di ogni privazione.
Guarii nell'ottobre, ripigliai subito a verseggiar le commedie, e prima dei [...] decembre, le ebbi terminate, né altro mi resta che a lasciarle maturare, e limarle.
CAPITOLO TRIGESIMOPRIMO
Intenzioni mie su tutta questa seconda mandata di opere inedite.
Stanco, esaurito, pongo qui fine ad ogni nuova impresa; atto piú a disfare, che a fare,
spontaneamente esco dall'epoca quarta virile, ed in età di anni cinquantaquattro e mezzo
mi do per vecchio, dopo ventotto anni di quasi continuo inventare, verseggiare,
tradurre, e studiare - Invanito poi bambinescamente dell'avere quasi che spuntata
la difficoltà del greco, invento l'ordine di Omero, e me ne creo ?(((((((?cavaliero.
Ed eccomi, s'io non erro, al fine oramai di queste lunghe e noiose ciarle.
Ma se io avea fatte o bene o male tutte le surriferite cose, mi conveniva pur dirle.
Sicché se io sono stato nimio nel raccontare, la cagione n'è stata l'essere stato troppo fecondo nel fare.
Ora le due anzidette malattie in queste due ultime estati, mi avvisano ch'egli è tempo di finire e di fare e di raccontare.
Onde qui pongo termine all'epoca quarta, essendo ben certo che non voglio piú, né forse potrei volendo, creare piú nulla.
Il mio disegno si è di andare sempre limando e le produzioni, e le traduzioni, in questi cinque anni e mesi che mi restano per giungere agli anni sessanta, se Iddio vuole che ci arrivi.
Da quelli in poi, se li passo, mi propongo, e comando a me stesso di non fare piú nulla affatto, fuorché continuare (il che farò finché ho vita), i miei studi intrapresi.
E se nulla ritornerò su le mie opere, sarà per disfare, o rifare (quanto all'eleganza), ma non mai per aggiungere cosa che fosse.
Il solo trattato aureo Della vecchiaia di Cicerone, tradurrò ancora dopo i sessanta anni; opera adattata all'età, e la dedicherò alla mia indivisibile compagna, con cui tutti i beni o mali di questa vita ho divisi da venticinque e piú anni, e sempre piú dividerò.
Quanto poi allo stampare tutte queste cose che mi trovo, e troverò fatte, ai sessanta anni, non credo oramai piú di farlo; sí perché troppa è la fatica; e sí perché stando come fo in governo non libero, mi toccherebbe a soffrire delle revisioni, e a questo non mi assoggetterei mai.
Lascierò dunque dei puliti e corretti manoscritti, quanto piú potrò e saprò, di quell'opere che vorrò lasciare credendole degne di luce; brucierò l'altre; e cosí pure farò della vita ch'io scrivo, riducendola a pulimento, o bruciandola.
Ma per terminare oramai lietamente queste serie filastrocche, e mostrare come già ho fatto il primo passo dell'epoca quinta di rimbambinare, non nasconderò al lettore per farlo ridere, una mia ultima debolezza di questo presente anno 1803.
Dopo ch'ebbi finito di verseggiare le commedie, credutele in salvo e fatte, mi sono sempre piú figurato e tenuto di essere un vero personaggio nella posterità.
Dopo poi che continuando con tanta ostinazione nel greco, mi son visto, o creduto vedere, in un certo modo padrone di interpretare da per tutto a prima rivista, sí Pindaro, che i tragici, e piú di tutti il divino Omero, sí in traduzione letterale latina, che in traduzione sensata italiana, son entrato in un certo orgoglio di me di una sí fatta vittoria riportata dai quarantasette ai cinquantaquattro anni.
Onde mi venne in capo, che ogni fatica meritando premio, io me lo dovea dare da me, e questo dovea essere decoro, ed onore, e non lucro.
Inventai dunque una collana, col nome incisovi di ventitré poeti sí antichi che moderni, pendente da essa un cammeo rappresentante Omero, e dietrovi inciso (ridi o lettore) un mio distico greco; il quale pongo qui per nota ultima(18), colla traduzione in un distico italiano.
Sí l'uno che l'altro li ho fatti prima vedere all'amico Caluso, il greco, per vedere se non v'era barbarismo, solecismo, od errore di Prosodia; l'italiano, perch'ei vedesse se avea temperato nel volgare la forse troppa impertinenza del greco; che già si sa, nelle lingue poco intese l'autore può parlar di sé piú sfacciatamente che nelle volgari.
Approvati l'uno e l'altro dall'amico, li registro qui, perché non si smarriscano.
Quanto poi alla collana effettiva, l'eseguirò quanto prima, e la farò il piú ricca che potrò, sí in gioielli, che in oro, e in pietre dure.
E cosí affibbiatomi questo nuovo ordine, che meritatolmi o no, sarà a ogni modo l'invenzione ben mia, s'egli non ispetterà a me, l'imparziale posterità lo assegnerà poi ad altri che piú di me se lo sia meritato.
A rivederci, o lettore, se pur ci rivedremo, quando io barbogio, sragionerò anche meglio, che fatto non ho in questo capitolo ultimo della mia agonizzante virilità.
VITTORIO ALFIERI
A dí 14 maggio 1803.
Firenze.
APPENDICE PRIMA
(cap.
XIV)
CLEOPATRA PRIMA
Abbozzaccio
SCENA PRIMA Lachesi, Photino
PHOTINO
Della mesta regina i strazi e l'onte
chi nato è in riva al Nilo ormai non puote
di piú soffrir, alla vendetta pronte
foran l'Egizie genti, ove il consiglio
destar potesse un negghitoso core
ché alla vendetta non pospone amore;
LACHESI
Sconzigliata a te par l'alma regina,
son questi i sensi audaci e generosi
del tuo superbo cuor, ma piú pietosi
gira ver ella i lumi, e allora in pianto
forse sciogliendo i detti giusti e amari
vedrai che pria fu donna e poi regina
vedrai
PHOTINO
T'accheta, non fu doglia pari
a quella che mi strugge, e mi consuma,
de' Tolomei, l'illustre ceppo ha fine,
con lor rovina il sventurato Egitto,
benché di corte all'aura infida, nato
nome non è per me finto, o sognato
quel bel di patria nome, che nel petto,
invan mi avvampa, qual divino fuoco;
ma de' stati la sorte allor che pende
da un sol, quell'un tutti infelici rende.
LACHESI
Inutili riflessi: ora fra' mali
sol fia d'uopo il minor, possenti Dei,
voi che de' miseri mortali(19)
reggete colassú le vite, e i fati
ah pria di me, se l'ire vostre io basto
tutte a placar, il pronto morir sia,
la vittima(20)
dell'infelice Antonio il rio destino
dove mai, ma che vedo, ecco s'avanza
Cleopatra, turbata.
SCENA SECONDA Cleopatra, Photino, Lachesi
CLEOPATRA
Amici ah se albergate ancor pietade,
nel vostro sen, se fidi non sdegnate,
voi ch'alle glorie mie parte già aveste,
esser a mie sciagure ancor compagni,
deh non v'incresca il gir per mare(21)
per monti, o piani, o selve meco in traccia
di chi piú della vita ognor io preggio.
L'incauto piè dal vacillante trono
rimosse amor, il vincitor già veggio
alla foce approdar sull'orme audaci
d'un'ingiusta fortuna, a morte pria
amor mi meni che a scorno o ad onta ria(22).
Questi, lo so, son d'infelice amante
non di altiera Regina, i sensi, e l'opre.
Forse m'han scelto i Dei per crudo esempio,
per far toccar alla piú rozza gente
che talor chi li regge, indegno, ed empio
fanne, per vil passion, barbaro scempio.
PHOTINO
Signora, il tuo patir, non che a pietade,
ma ad insania trarria uomini e fere,
e qual fra i poli adamantino core(23)
resisterebbe a' tuoi aspri lamenti,(24)
il fallo emendi, in confessarlo, e forse
tu se' la prima fralli Ré superbi,
che pieghi alla ragion l'altera fronte,
alla ragione a' vostri par ignota
o non dalla forza ancor distinta:
sozza non fu la lingua mia giammai
dal basso stil d'adulatori iniqui,(25)
il ver ti dissi ognor, Regina, il sai,
e tel dirò finché di vita il filo
lasso, terrammi al tuo destino avvinto
cieco amor, vana gloria, al fin t'han spinto
a duro passo, e non si torce il piede,
altro scampo Photino oggi non vede
fuorché nel braccio e nell'ardir d'Antonio,
di lui si cerchi, a rintracciarlo volo
non men di lui parmi superbo, e fiero
ma assai piú ingiusto il fortunato Ottavio,
ah se l'aspre querele, e i torti espressi
sotto cui giace afflitta umanitade,
se vi son noti in ciel, saria pietade
il fulminar color che ingiusti e rei
vonno quaggiú raffigurarvi, o dei.
(Parte)(26)
SCENA TERZA Cleopatra, e Lachesi
LACHESI
O veridico amico, o raro dono
del ciel co' Regi di tal dono avari.(27)
CLEOPATRA
Veri, ma inutil foran i tuoi detti
se piú d'Antonio il braccio invitto a lato
non veglia in cura della gloria mia,(28)
disperata che fo? dove m'aggiro?
A infame laccio, a servil catena,
tenderò, dunque umile e supplicante
e collo e braccia, al vincitore altiero?,
Questi che già di sí bel nodo avvinti,
nodo fatal,(29) funesto amor! che pria
tua serva femmi, e poi di tirannia.
LACHESI
Signora, ancor della nemica Corte
tentati ancor non hai li guadi estremi
forse, chi sà, s'alle nemiche turbe
avesse la Fortuna volto il dorso,
se Antonio coi guerrier fidi ed audaci,
rientrando in sé, dalle lor mani inique,
non strappò la vittoria
CLEOPATRA
Ah nò che fido
solo all'amor, piú non curò d'onore:
l'incauta fuga mia tutto perdette,
sol sconsigliata io fui, sola infelice,
almeno del Ciel placar potessi io l'ira
ma se a pubblico scorno ei mi riserva,
saprò con mano generosa, e forte
forse smentire i suoi decreti ingiusti:
non creder già, che sol d'amante il core
alberghi in sen, ch'ancor quel di Regina
nobile, e grande ad alto fin m'invita,
l'infamia ai vil, morte all'ardir si aspetta,
dubbia non è fra questi due la scielta,
ma almen, potessi, ancor di Marco,(30)
dimmi, nol rivedrò? per lui rovino,
lassa, morir senza di lui degg'io?
E su questo bell'andare proseguiva questo bel dramma, finché vi fu carta: e pervenne sino a metà della prima scena dell'atto terzo, dove o cessasse la cagione che facea scriver l'autore, o non gli venisse piú altro in penna, rimase per allora arrenata la di lui debil barchetta, troppo anche mal allestita e scema d'ogni carico, perch'ella potesse neppur naufragare.
E parmi che i versi fin qui ricopiati sian anche troppi, per dare un saggio non dubbio del saper fare dell'autore nel gennaio dell'anno 1774.
APPENDICE SECONDA
(cap.
XV)
PRIMO SONETTO
Ho vinto alfin, sí non m'inganno, ho vinto:
spenta è la fiamma, che vorace ardeva
questo mio cuor da indegni lacci avvinto
i cui moti l'amor cieco reggeva.
Prima d'amarti, o Donna, io ben sapeva
ch'era iniquo tal foco, e tal respinto
l'ho mille fiate, e mille Amor vinceva
sí che vivo non era, e non estinto.
Il lungo duol, e gli affannosi pianti,
li aspri tormenti, e i crudei dubbi amari
"onde s'intesse il viver degli amanti"
fisso con occhi non di pianto avari.
Stolto, che dissi? è la virtú fra' tanti
sogni, la sola i cui pensier sian cari.
APPENDICE TERZA
Lettera del Padre Paciaudi
Mio Stimat.mo ed Amat.mo S.r Conte.
Messer Francesco s'accese d'amor per Monna Laura, e poi si disinnamorò, e cantò i suoi pentimenti.
Tornò ad imbertonarsi della sua Diva, e finí i suoi giorni amandola non già filosoficamente, ma come tutti gli uomini hann'usato.
Ella, mio gentil.mo Sig.
Conte, si è dato a poetare: non vorrei che imitasse quel padre de' rimatori italiani in questa amorosa faccenda.
Se l'uscir dai ceppi è stato forza di virtú, com'ella scrive, conviene sperare che non andrà ad incepparsi altra volta.
Comunque sia per avvenire, il Sonetto è buono, sentenzioso, vibrato, e corretto bastamente.
Io auguro bene per lei nella carriera poetica, e pel nostro Parnasso Piemontese, che abbisogna tanto di chi si levi un poco su la turba volgare.
Le rimando l'eminentissima Cleopatra(31), che veramente non è che infima cosa.
Tutte le osservazioni ch'ella vi ha aggiunte a mano, sono sensatissime, e vere.
Vi unisco i due volumi di Plutarco, e s'ella resta in casa, verrò io stesso a star seco a desco per ricrearmi colla sua dolce società.
Sono colla piú ferma stima ed osservanza suo ec.
Nota manus.
L'ultimo di Gennaio 1775.
APPENDICE QUARTA
(cap.
XV)
COLASCIONATA PRIMA
sendo mascherato da Poeta sudicio.
Le vicende d'amor strane, ed amare
colla cetra m'appresto a voi cantare;
non vi spiacciale udir dal labro mio
che sincero dirolle affé d'Iddio.
Voi le provaste tutti, o le sentite,
onde se v'ingannassi, mi smentite.
Sventurato è colui ch'ama davvero:
sol felice in amor è il menzognero.
Ingannato è colui che non inganna,
e le frodi donnesche ei si tracanna.
Amor non è che un fanciullesco giuoco,
chi l'apprezza di piú, quant'è da poco!
Eppur, miseri noi, la quiete, e pace
c'invola spesso il traditor rapace.
Pria che d'amar, paiono dolci i lacci,
cosí creder ti fan con finti abbracci.
Cresce dappoi delle catene il peso
a misura che il sciocco resta acceso.
E quando egli è ben bene innamorato,
che dura è la catena ha già scordato:
o se la sente ancor, la scuote invano,
ch'allacciata le vien da accorta mano.
L'innamorato stolto, un uom si crede,
e ch'un uom non è piú già non s'avvede.
Delirando sen va sera, e mattina
e da lui la raggion fugge tapina.
Ogni giorno scemando il suo cervello,
già non discerne piú, né il buon, né il bello,
va gli amici fuggendo, e ancor se stesso
fugge, per non sentir l'error commesso.
Né l'ardisce emendar, piange, sospira,
contro il perfido amor, stolto, si adira.
La donna, ch'altro vuol ch'aspri lamenti,
con rimproveri accresce i rei tormenti:
e nel fiero contrasto ognor piú sciocco
l'innamorato sta, come un alocco.
Legge in viso ad ognun la sua sentenza,
e si rode il suo fren con gran pazienza,
la pazienza, virtú denominata,
ma specialmente all'asino accordata.
L'innamorato almen sembrasse in tutto
al lascivo animal, immondo, e brutto.
Spesso lo muove poi fredda pazzia,
quella nera passion di gelosia.
Non sarebbe geloso, o il fora invano,
se palpasse la fronte con la mano.
Anime de' mariti a me insegnate
per non esser gelose, eh come fate?
Ho capito, di già stufi ne siete,
né sempre invan recalcitrar volete.
Il coniugale amor vien presto a noia,
e nel letto sponsal forza è che muoia,
e stuffarsi pur denno anco gli amanti
di gettare per donna all'aure i pianti.
In somma:
l'innamorato fà trista figura,
quando di farla buona ei s'assicura.
Ognun ride di lui, e n'ha ragione,
l'innamorato sempre è un gran beccone.
Io finisco col dirvi, amici cari,
voi ch'inghiottite ancor boccon sí amari,
di spicciarvi al piú presto che possiate
delle donne che vosco strascinate.
Io già rider vi ho fatto, e rido adesso
delle donne, di voi, e di me stesso.
COLASCIONATA SECONDA,
sendo mascherato da Apollo.
Cortesi donne, amati cavalieri,
cui non spiacque ascoltar la rauca cetra
di sporchissimo vate, il qual nell'etra
percosse sol, con li suoi detti veri;
voi attendete già dal blando aspetto
ch'io ne venga a smentir quel vil cencioso
ch'ai sciapiti amator fu sí noioso:
no, diverso pensier racchiudo in petto.
Io, ch'Apolline son; ma voi ridete?
E sí lieve menzogna or vi stupisce?
Quando parla di sé ciascun mentisce,
e ciò spesso v'accade, e non ridete.
Io, ch'Apolline son, cantar disdegno
con stucchevoli carmi il rancio amore:
da piú strano pensier, piú grand'onore
conseguir ne vorrei, se ne son degno.
Io m'accingo a cantar della sciocchezza:
quest'è un vago soggetto, e non cantato
benché spesso dai vati adoperato:
or sentite di lui l'alta bellezza.
Io comincio da voi, donne, e vi chieggio,
se non fossero sciocchi, i dolci sposi:
come fareste poi cogli amorosi?
Ecco che già fra voi sciocchezza è in preggio.
E dirovvi di piú, se un scimunito
non scorgeste in chi v'ama al sol parlare,
impazzireste già, per non sfogare
quello di civettar dolce prurito.
Oh quanto giubilate, voi zitelle,
se vi trovate aver le madri sciocche!
La scuola fate lí di filastrocche,
che c'infilzate poi, leggiadre e belle.
Dunque, o donne, negar non mi saprete
che la nostra sciocchezza vi fa liete.
Passo agli uomini adesso, e ben distinti
in moltissime schiere li ravviso.
Oh quanta gioia appar dei figli in viso,
ch'aver stolidi i padri son convinti!
I lor vizi sen vanno nascondendo.
E se avvien ch'un molesto creditore
stufo di passeggiar mova rumore
il buon vecchietto allor paga ridendo.
Ed all'incontro poi li padri avari
quanto godon d'aver figliuoli stolti,
è ver che di questi non son molti,
che lor chíedan consigli e non danari.
Da chi poi la stoltezza è piú ch'amata,
la cetra oscuramente quí li addita,
sono que' meschinelli, a cui la vita
la dabenaggin nostra ha già donata.
Che diremo de' brutti bacchettoni:
percotendosi il petto, e lagrimuccie
costor spargon fra gonzi; alle donnuccie
di soppiatto facendo certi occhioni.
E voi ricchi, ed ignari alti Signori
alla volgar stupidità dovete
di comparire ognor quel che non siete.
Via ergetele un tempio, e ognun l'adori.
Voi altri Zerbinotti casca-morti,
che nella testa, neppur testa avete,
altro che freddi semi non chiudete,
se non vi fosser stolti, siete morti.
Voi famelici autori, e che fareste?
E se non fosse il volgo ignaro, e stolto
vi si vedria la fame pinta in volto,
chi sa, d'inanizion forse morreste.
Voi d'ogni autor peggiori, che spiate
le faccende d'ognuno, e poi le dite,
ed a chi non le cura le ridite,
della stoltezza voi, quasi abusate.
Voi che inimici al ver, già posto in bando
crudamente l'avete, a chi direste
le sciapite bugiuzze, tacereste
se i stolti non le stessero ascoltando.
Le velenose lingue, e non acute
che di mordere han voglia, e mal lo fanno
cangieriano mestier, se il barbagianno
non le trovasse poi pronte ed argute.
Insomma canterei tre giorni interi,
né del ricco soggetto la bellezza,
né degli ornati suoi la vaga ampiezza
io descriver saprei: voglionvi Oméri.
In due versi però composti a stento
spiegherovvi il fallace mio pensiero.
Dico, e ho inteso a dir che il mondo intiero
da stolidezza è retto a suo talento.
E voi che qui l'orecchie spalancate
per burlarvi di me, Censor severi,
e in vestigar miei carmi falsi e veri,
se lo stolto non fossi, allor che fate?
Ma tu cetra cantasti già di tanti,
e chi strider ti fa vuol tralasciare,
no che sarebbe ingiusto, hai da cantare;
per la soddisfazion di tutti quanti.
Dirò dunque di me, per mia disgrazia
che senza la stoltezza avrei tacciuto,
e forse molto meglio avria valsuto,
per conservar di voi la buona grazia,
O né poeti innata impertinenza!
Biasimare mi vuò, m'innalzo al cielo,
eppur se penso a me io sudo e gelo
ed abusando vò della pazienza.
Lascio giudici voi: sassi gettate
s'un Poeta vi paio da sassate
Io confesso pian pian, che vado altero
d'avervi detto scioccamente il vero.
COLASCIONATA TERZA
Apolline già stufo di vagare,
né sapendo che far, s'infinge adesso
che l'ha pregato alcun di ricantare;
ma questo non è ver, se l'ha sognato.
Chi conosce i Poeti ha già capito
ch'Apolline vuol esser corbellato.
M'accingerò de' vizi a voi cantare.
No, che reggono il mondo, e a me potrebbe
da ciò, biasimo e lutto ridondare.
Della virtude adunque: è contrabbando,
e tanti gli han imposta la gabella,
che quasi non si trova anche pagando.
Dirò della bellezza delle donne?
Ah quanto dicon piú quei dolci sguardi
che additan che son Angeli fra gonne.
Canterò della vita ogni vicenda,
ma se la vita è un sogno molto breve,
le vicende d'un sogno, e chi le intende?
Dé ricchi canterei se avessi fronte
come l'hanno i poeti tutti quanti,
e poi già tai menzogne a voi son conte.
Dirovvi della morte; oh quanto è trista
non ne vorreste udir neppur parola,
ma nel pensarci mai, nulla s'acquista.
Dirò di quest'alloro qualcosetta
il qual cingemi il crin modestamente.
Zitto, ch'io mel donai, lo strappo in fretta.
Farovvi di miseria un quadro bello.
È ver che non è vizio eppur si fugge,
né se ne parla mai: dov'ho il cervello?
Della felicitade, oh bel soggetto:
la va cercando ognun, chi l'ha trovata
di grazia me lo dica, ch'io l'aspetto.
Tema piú bello ancor: volete udirlo?
quest'è la vanità: ma non lo canto
potrei parlar di me senza sentirlo.
Dirò che sono un pazzo, e ben m'avvedo
che lo dite voi tutti anche tacendo.
Finisco, per non dir, ch'anch'io lo credo.
APPENDICE QUINTA
(cap.
XV)
CLEOPATRA SECONDA
SCENA PRIMA Diomede, Lamia
DIOMEDE
E fia pur ver', che neghittosi, e vili
traggon gli Egizi, in ozio imbelle, i giorni
allor che i scorni replicati, e l'onte
dovrian destar l'alme a vendetta, e all'ire?
Cleopatra, d'amor ebra, e d'orgoglio
del suo regno l'onor, cieca, non cura,
o se pure l'apprezza, incauta, giace
di rea fiducia in seno, e forse, ignora
ch'a lieve fil, stà il suo destino appeso.
M'affanna il duolo, a sí funesto aspetto,
e benché avvezzo all'empia corte iniqua,
piú cittadin, che servo, oggi compiango
le pubbliche sciagure.
Un finto nome
quel di patria non è, che in cuor ben nato
arde, ed avvampa, qual divino fuoco,
ed invano i tiranni, un tanto amore
taccian' di reo delitto: al falso grido
s'oppon natura, e dice, ch'è virtude.
LAMIA
Di Diomede son questi i sensi audaci.
Ti diede il Ciel, forse per tua sventura
un'alma forte, generosa, e fiera;
inutil dono a chi fra corti è nato.
Poiché, dei Regi rispettando i falli
spesso adorar li deve: intanto i lumi
volgi men fieri, a mesta donna, inerme;
mira Cleopatra, impietosisci, e in pianto
scioglier ti vedo allor, gli amari detti.
In pianto sí, né rifiutar lo puote
a sí fatte miserie un'alma grande:
e rivendica ognor l'umanitade
gli antichi suoi sacri diritti, e augusti;
son gli infelici di pietà ben degni,
ancor che rei.
DIOMEDE
Da me l'abbiano tutta;
ma quando sol desta pietà, chi impera,
si piange l'uom, ma si disprezza il Rege.
Avvilita in Egitto è da molti anni
la maestà dei trono ec.
ec.
E basti di questa Seconda, per dimostrare che forse era peggio della Prima.
APPENDICE SESTA
Lettera del Padre Paciaudi
Pregiat.mo mio Sig.
Conte.
Le rimando il suo originale in cui ho scritte le mie sincere ed amichevoli osservazioni.
Parlando in generale io mi sono compiaciuto dei primi tratti della Tragedia.
Spicca l'ingegno, l'immaginazione feconda, e il giudizio nella condotta.
Ma con eguale schiettezza le dirò, che non sono contento della poesia.
I versi sono mal torniti, e non hanno il giro italiano.
Vi sono infinite voci, che non son buone, e sempre la ortografia è mancante, e viziosa.
Condoni alla mia natural ingenuità, e all'interesse, che prendo a ciò che la risguarda, il presente avviso.
Bisogna saper bene la lingua in cui si vuole scrivere.
Perché non tiene ella sul tavolino la Ortografia Italiana, picciol volume in ottavo? Perché non legge prima gli Avvertimenti Gramaticali, che vanno aggiunti? Intanto ella osserverà dalle mie molte postille, ch'io non ho voluto risparmiarle il tedio delle emendazioni Gramaticali.
Sono in Lingua severo, scrupoloso, forse indiscreto.
Ma questa volta il sono stato di piú, perché la proprietà della lingua è la sola cosa che manchi al di lei lavoro.
Vi sono de' pensieri grandi, degli affetti ben maneggiati, de' caratteri nobilmente sostenuti.
Prosiegua con coraggio, chè difficile trovare chi scrivendo la prima volta cose tragiche vi sia meglio riuscito.
Me ne congratulo seco nell'atto di rassegnarmi
tutto suo.
APPENDICE SETTIMA
(cap.
XV)
CLEOPATRA TERZA
quale fu recitata nel Teatro Carignano
Atto primo
SCENA PRIMA Cleopatra, Ismene
CLEOPATRA
Che farò?...
Giusti Dei...
Scampo non veggo
ad isfuggire il precipizio orrendo.
Ogni stato, benché meschino e vile,
mi raffiguro in mente; ogni periglio
stolta ravviso, e niun, fra tanti, ardisco
affrontare, o fuggir, dubbi crudeli
squarcianmi il petto, e non mi fan morire,
né mi lasciano pur riposo, e vita.
Raccapriccio d'orror; l'onore, il regno
prezzo non son d'un tradimento atroce;
ambo mi par di aver perduti; e Antonio,
Antonio, sí, vedo talor frall'ombre
gridar vendetta, e strascinarmi seco.
Tanto dunque, o rimorsi, è il poter vostro?
ISMENE
Se hai pietà di te stessa, i moti affrena
d'un disperato cuor; d'altro non temi,
che non piú riveder quel fido amante?
Ma ignori ancor, se vincitore, o vinto,
se viva, o no...
CLEOPATRA
E s'ei vivesse ancora,
con qual fronte, in qual modo, a lui davanti
presentarmi potrò, se l'ho tradito?
Della virtú qual è forza ignota,
se un reo neppur può tollerarne i guardi?
ISMENE
No, Regina, non è sí reo quel core,
che sente ancor rimorsi...
CLEOPATRA
Ah! sí, li sento:
e notte, e dí, e accompagnata, e sola,
sieguonmi ovunque, e il lor funesto aspetto
non mi lascia di pace un sol momento
Eppur, gridano invan; nell'alma mia
servir dovranno a piú feroci affetti;
né scorgi tu questo mio cuor qual sia.
Mille rivolgo altri pensieri in mente,
ma il crudel dubbio, d'ogni mal peggiore,
vietami ognor la necessaria scelta.
ISMENE(32)
Cleopatra, perché prima sciogliesti
l'Egize vele all'aura, allor che d'Azio
n'ingombravano il mar le navi amiche?
E allor che il Mondo, alla gran lite intento,
pendea per darsi al vincitore in preda,
chi mai t'indusse a cosí incauta fuga?
CLEOPATRA
Amor non è, che m'avvelena i giorni;
mossemi ognor l'ambizion d'impero.
Tutte tentai, e niuna in van, le vie,
che all'alto fin trar mi dovean gloriosa:
ogni passione in me soggiacque a quella,
ed alla mia passion le altrui serviro.
Cesare il primo, il crin mi cinse altero
del gran diadema: e non al solo Egitto
leggi dettai, che quanta Terra oppressa
avea già Roma, e il vincitor di lei,
vidi talora ai cenni miei soggetta.
Era il mio cor d'alta corona il prezzo,
né l'ebbe alcun, fuorché reggesse il Mondo.
Un trono, a cui da sí gran tempo avea
la virtude, l'onor, la fè, donata,
non lo volli affidare al dubbio evento,
e alla sorte inegual dell'armi infide...
serbar lo volli: e lo perdei fuggendo;...
vacilla il piè su questo inerme soglio;
e a disarmare il vincitor nemico,
altro piú non mi resta che il mio pianto...
tardi m'affliggo, e non cancella il pianto
un tanto error, anzi lo fa piú vile.
ISMENE
Regina, il tuo dolor desta pietade
in ogni cor, ma la pietade è vana.
Rientra in te, riasciuga il pianto, e mira
con piú intrepido ciglio ogni sventura;
né soggiacer: ch'alma regale è forza
si mostri ognor de' mali suoi maggiore.
I mezzi adopra che parran piú pronti
alla salute, od al riparo almeno
del tuo regno.
CLEOPATRA
Mezzi non vedo, ignoto(33)
della gran pugna essendo ancor l'evento:
né error novello, ai già commessi errori
aggiunger sò, finché mi sia palese.
D'Azzio lasciai l'instabil mar coperto,
di navi, e d'armi, e d'aguerrita gente,
sí che l'onda in quel dí vermiglia, e tinta
di sangue fu, di Roma a danno ed onta.
Era lo stuol piú numeroso, e forte,
quel ch'Antonio reggea, e le sue navi,
ergendo in mar i minaccievol rostri,
parean schernir coll'ampia mole i legni
piccioli, e frali del nemico altero;
sí, questo è ver; ma avea la Sorte,
e i Numi da gran tempo per lui Augusto amici;
e chi amici non gli ha, gli sfida invano.
Or che d'Antonio la fortuna è stanca,
or che d'Augusto mal conosco i sensi,
or che, tremante, inutil voti io formo,
né sò per chi, della futura sorte
fra i dubbi orror, solo smaniando e in preda
a un mortal dolor, che piú sperare
mi lice omai? tutto nel cuor mi addita,
che vinta son, che non si scampa a morte,
e a morte infame.
ISMENE
Non è tempo ancora
di disperare appien del tuo destino.
Chi può saper, s'alle nemiche turbe
non avrà volto la fortuna il tergo;
ovver se Augusto vincitor pietoso
a te non renderà quanto ti diero
un dí, Cesare, e Antonio.
CLEOPATRA
Il cor nutrirmi
potrò di speme, allor che ben distinti
ravviserò dal vincitore il vinto;
ma in fin che ondeggia infra i rivai la sorte
trapasserò miei dí mesti e penosi,
in vano pianto; e di dolor non solo
io piangerò, ma ancor di sdegno, e d'onta.
Ma Diomede s'appressa..., il cuor mi palpita.
SCENA SECONDA Diomede, Cleopatra, Ismene
CLEOPATRA
Fedel Diomede, apportator di vita,
o di morte mi sei?...
Che rintracciasti?
Si compí il mio destin?...
parla -
DIOMEDE
Regina,
i cenni tuoi ad adempir n'andava,
quando scendendo alla marina in riva
vidi affollar l'insana plebe al porto,
confuse grida udii, s'eran di pianto,
di gioia, o di stupor, nulla indagando,
v'andai io stesso, e la cagion funesta
di tal romor, purtroppo a me fu nota.
Poche sdruscite, e fuggitive navi,
miseri avanzi dell'audaci squadre,
eran l'oggetto de' perversi gridi
del basso volgo, che schernisce ognora
quei, che non teme.
CLEOPATRA
E in esse eravi Antonio?
DIOMEDE
Canidio, Duce alla fuggiasca gente
credea trovarlo, cc.
ec.
E su questo andare proseguiva tutta intera, piuttosto lunghetta, essendo di versi 1641.
Numero al quale poi non sono quasi mai piú arrivato nelle susseguenti tragedie che ho scritte sino in venti, allorché forse mi trovava poi aver qualcosa piú da dire.
Tanto vagliono per l'esser breve i mezzi del poter dire in un modo piuttosto che in un altro.
APPENDICE OTTAVA
(cap.
XV)
Lettera del Conte Agostino Tana
Aristarco all'autore.
Voi m'avete scelto per lo vostro Aristarco, io contraccambio l'onore che m'avete fatto, col non ricusarlo.
Preparatevi dunque alla piú severa inesorabil censura; e quale pochi hanno il coraggio di farla, pochissimi di soffrirla.
Io sarò fra i pochi, e voi fra i pochissimi annoverato.
La Plebe letteraria, lusinghiera, mendace, e tracotante, non è avvezza certamente a comportarsi in simil guisa: presenti, si lodano senza ritegno; lontani, si biasimano, e si tradiscono senza rossore.
Tal cosa non potrà accadere giammai fra l'amico Censore, e l'autore di questa Tragedia.
APPENDICE NONA
(cap XV)
I POETI
Commedia in un atto
recitata nel Teatro stesso, dopo la Cleopatra
SCENA PRIMA Zeusippo, solo
ZEUSIPPO: Ah misero Zeusippo! e a che ti serve di esserti nell'accademia degli stupidi alteramente denominato, il Sofocléo, mentre si avvicina l'ora in cui ti sarà barbaramente discinto il coturno? io sudo e gelo nel pensare all'esito della mia povera tragedia.
Ma che diavolo di capriccio fu questo, di voler balzar d'un salto in cima al Parnasso, e scrivere il poema il piú difficile a ben eseguirsi, prima quasi d'aver finito d'imparare gli elementi grammaticali della toscana favella? ardir veramente Poetico.
- Ma queste riflessioni bisognava farle avanti; ora son tarde, e ridicole.
- Eppure non mi posso far animo, e tremo come se io avessi fatto una bricconeria: ma è meglio assai di farla, che di scrivere una cattiva tragedia.
Non tutti i bricconi tremano; è vero poi, che né anche tutti i cattivi poeti.
Zeusippo, segui tracotante le orme dei poetastri, e se spiacerà la tragedia, concludi ad esempio loro, che il Publico non ha gusto, non ha discernimento; che giudica per invidia; e che tu sei un eccellente poeta.
- Muse, castissime, benché da tanti profanate; biondo Apollo, la di cui cetra è assai miglior della mia; orgoglioso Pegaso, che sí sovente inciampi quando sei carico dal soverchio peso d'un cattivo cavalcatore; tu che sí raramente spieghi per noi le tue ale per innalzarti a volo: tutti, tutti v'imploro in queste penosissime circostanze.
Affascinate gli occhi e gli orecchi de' spettatori, sí che l'infelice Cleopatra appaia lor degna almeno di compassione.
- Ma voi, barbare Deità, sorde vi mostrate: io vi abbandono, non fo piú versi; siete troppo ingrate: dirò del male di voi, farò un madrigale; disonorerò tutta la vostra famiglia: tremate.
Apollo al par di me tristo, e meschino
dal cielo in bando, esule, e ramingo
ti festi pastorello, poverino,
in Tessaglia d'Admeto; e ognor solingo
non ne sapesti pur servare il gregge;
te l'involò Mercurio...
te l'involò
Mercurio;...
Te l'involò Mercurio...
diavolo, la rima in egge m'è mancata, e la non vuol venire.
Va, che sei felice, Apollo; che se la rima veniva...
SCENA SECONDA Orfeo, Zeusippo
ORFEO: Amatissimo Zeusippo, che fai? mi par che tu sii turbato.
Sempre nuovi pensieri, eh? componi componi...
ZEUSIPPO: Signore Orfeo straccione, la non mi corbelli.
Io già ho rinunziato alla poesia; e stavo facendo qualche rime per vendicarmi d'Apollo; e poi finisco; non ne vo piú sapere...
ORFEO: Farete male, male assai.
E qual disgrazia v 'obbliga a rotolar dal Parnasso? La vostra tragedia credo avrà un ottimo successo.
Ho visto moltissima gente affollarsi all'entrata: questo è buon segno.
Io ci sarei andato pure, se mi aveste regalato il viglietto; ma ve ne siete scordato.
Eppure vi avrei potuto giovar molto, col battere delle mani a proposito, coll'esclamare con entusiasmo: Oh che bella parlata! Che scena! Che sentimenti! Siccome ho ancor io (non fo per dire) un qualche grido nella letteraria repubblica, quei pochi sciocchi che mi avrebbero circondato avrebbero anch'essi caldamente applaudito; e forse, forse...
ZEUSIPPO: No, caro Orfeo; questi son mezzi troppo vili; e, dovendovi regalare, amico, non vi darei un viglietto d'ingresso; non avete bisogno di pascervi lo spirito; sono altre necessità piú essenziali a noi poeti; e se fossi ricco, ricompenserei in altro modo la vostra sviscerata amicizia.
Ma, credete', che pur troppo l'ingegno non fá fortuna; e nel vederci accoppiati, chiunque ci prenderebbe per la Discordia e l'Invidia, quali si dipingono dai poeti e pittori.
Ah duro mestiere in vero è quello, che noi pratichiamo.
Come fate voi, Orfeo, per avere una faccia cosí allegra e gioiosa? Credo che né il Tasso, né il Petrarca, né alcun altro fra i piú celebri poeti d'Italia, avessero mai un viso, un portamento cosí altero, e cosí contento di sé medesimo.
Io all'incontro poi, pallido, smunto, macilento, ed egro, porto scritti in fronte tutti i piú funesti attributi della poesia infelice.
ORFEO: Questo a voi stà benissimo.
Cosí dev'essere il poeta tragico; sempre pensieroso, guardar bieco, trattar la fame eroicamente; lodar poco, o di nascosto: domandar mercede nelle dedicatorie; scegliere i piú alti signori per indirizzarli i suoi componimenti, sí perché meno degl'altri gli intendono, sí perché piú d'ogni altro si mostrano generosi.
Io all'incontro, devo aver faccia di Lirico, e questa dev'essere gioviale, allegra, ridente, sardonica, ma non pingue, perché non sarebbe poetica.
Io con un sonetto mi rendo amico un innamorato sciapito che vuoi lodar la sua Diva, ma che disgraziatamente non ha imparato nei suoi primi anni a leggere.
Io con un epitalamio m'invito destramente ad un convito di nozze, e colà poeticamente mi sfamo per parecchi giorni.
Io con un madrigaletto, con un epigramma, che sò io, con altre simili bagatelle, mi vò procurando giorni felici, riputazion mediocre; e dal mio basso inalzo ridendo gli sguardi temerari sino alle piú alte piume del cimiero de' tragici, e non li invidio.
ZEUSIPPO: Ah, non insultare cosí il coturno.
Io, non volendo abbandonar la poesia, preferirei di gran lunga il morir di fame in compagnia de' miei attori al quint'atto di una mia mediocre tragedia, all'arricchirmi componendo madrigali e sonetti.
- Ma qualcuno si appressa: io tremo di bel nuovo.
Oh cielo! vien l'emulo Leone; egli ha un'aria soddisfatta; la Cleopatra non è piaciuta; io son perduto.
SCENA TERZA Leone, Zeusippo, Orfeo
LEONE: Amici, oh che felice incontro! Zeusippo, vi ho ascoltato con molto piacere: dovete trovarvi anche voi al teatro, avreste fatto sobissar la platea dagli applausi.
ZEUSIPPO: Via, signor Leone, voi mi dite troppo; non vi credo; e non ho ancora il viso bastantemente sciacquato da Ippocrene, per presentarmi al pubblico senza arrossire: credo sarei morto d'affanno, se io mi trovava alla rappresentazione.
LEONE: Eh, che rossore? questo non è color poetico; scacciate coteste fanciullesche imaginazioni.
Componete, rappresentate voi stesso, seguite gl'impulsi del genio Febeo, e non arrossite mai.
ZEUSIPPO: Seguirò il consiglio, che voi mi predicate ancor piú efficacemente con l'esempio, che colle vostre lusinghiere parole.
Ma, alle corte; noi due ci corbelliamo l'un l'altro; siamo entrambi, poeti, tragici entrambi, entrambi forse cattivi: noi non ci possiamo amare, potressimo però giovarci vicendevolmente, se volessimo francamente parlare l'uno dei componimenti dell'altro; e ciò, con quella pietosa fratellevole discrezione, che sogliono aver fra di loro gli autori ec.
E basta: perché non ce n'entra piú; e perché troppo ce n'è entrato fin qui.
APPENDICE DECIMA
CAPITOLO PRIMO
Cetra, che a mormorar soltanto avvezza,
indagasti finor spietatamente
i vizi, e n'hai dimostra la laidezza:
tu che in mano ad un vate impertinente
che le publiche risa nulla apprezza,
benché stolta, credesti esser sapiente,
e di che canterai, e con qual fronte?
infra uno stuol sí venerando e augusto?
tu che neppur vedesti il sacro fonte.
O temeraria cetra, e vuoi dar gusto
cicalando di cose a te mal conte
sacre al gelido Scita e al Libio adusto?
Chi condottier ti fòra all'alta impresa?
Nelle Muse non spera, a te già sorde
s'armerebbero invan per tua difesa.
Rompi, stritola, o abbrucia le tue corde
se da fuoco divin non vieni accesa;
deluderai cosí le Parche ingorde.
Quanti Numi in inferno, o in cielo, o in onda
i favolosi Greci un dí crearo,
tutti fòrano vani, ognun si asconda.
Tu, chi invocar non sai; io te l'imparo:
inalza il vol dalla terrena sponda,
scorgi un Nume maggior, e a noi piú caro.
In supremo Fattor dell'orbe intero
rimira, e poi impallidisci, e trema,
e se tant'osi, a lui richiedi il vero.
Per lui fia in te già l'gnoranza scema,
egli ti additi il murator primiero,
del grand'Ordine infin l'origo estrema.
E se pur ti svelasse un tanto arcano,
avresti tu sí nobili concetti
e ad inalzare il vol bastante mano?
Ah scusatela sí, fratei diletti,
non ragiona l'insana, oppur delira
quando canta di voi con versi inetti.
Cetra, di già tu m'hai destato all'ira.
Taci, rispetta, credi, e umil t'inchina,
tanto e non piú concede or chi t'inspira.
Tu cantar de' misteri, tu meschina?
che la semplice Loggia, e quanto acchiude,
mal descriver sapresti, ahi poverina!
Di quel raggio d'angelica virtude,
che in viso al Venerabile sfavilla,
come cantar con le tue voci crude?
Come, quella di noi dolce pupilla,
il Primo Vigilante, in cui s'arresta
quando emana dal trono ogni scintilla?
Come il Secondo, che la Loggia assesta
colla fida presenza, ed implorato
di avvicinarsi al Trono, a ciò s'appresta?
Come di quei che al gran Maestro a lato
siedono maestosi Consiglieri,
che il tempo infra i Misteri han consumato?
Come, di quei ch'armato il braccio, e fieri
ai Profani vietando ognor l'ingresso,
giustamente sen van di tanto altieri?
Come, di quel che all'opra sí indefesso,
necessario Censor, vi molce e accheta,
e sí nobile esempio dà lui stesso?
Come, di quel che nella steril meta
di vane Cerimonie a cui presiede
n'adempisce il dover con faccia lieta?
Come, di quel, cui l'instancabil piede,
(a noi non Servo, ma Fratel diletto)
la lautissima mensa oggi provvede?
Come di quel che con sí dolce affetto
serve e v'illustra con la penna arguta
secretaro gentile, a tutti accetto?
Cetra, ti veggo già stupida e muta,
se intraprendi parlar del Sacro Quadro
che i Profani in Fratelli ci commuta,
che diresti tu poi di quel leggiadro
baldacchin del Maestro, il quale al cielo
di coprirlo divieta, invido ladro?
Fora inutile, e stolto anche il tuo zelo,
se t'accingessi a dir dell'alma Stella,
cui piú lucido il Mastro oggi dà velo.
L'emblematica ancor Trina Facella,
e le Sante Colonne, e il Tempio antico,
richiederian piú nobile favella.
Dunque taci, balorda, io tel ridico
e tel dicono pure a un tempo istesso
color che l'Architetto han per amico.
Se d'arrossir ti fora ancor concesso,
pensando solo alla scabrosa impresa,
cetra, davver tu arrossiresti adesso.
E qui finiva questa eterna invocazione alla cetra, la quale rispondeva da par sua.
Strano è che fatti tanti versi inutili, non ve ne aggiungessi uno in fine necessario, per chiudere il capitolo con la rima secondo le regole.
Ma niuna regola mi s'era ancor fitta in capo.
APPENDICE UNDICESIMA
(cap.
XVII)
Lettera della madre dell'autore
Carissimo, ed amatissimo figlio,
Li 8 corrente scrissi al Sig.
Abate di Caluso acciò vi facesse una proposizione di matrimonio avvantaggioso, che vi si offre con una figlia di famiglia distintissima per padre e madre, ed erede della maggior parte del bene paterno; il qual padre, per essere stato molto amico del vostro, desidererebbe di dare a voi la sua figlia a preferenza di ogni altro, per il desiderio di far rivivere la casa Alfieri in questa città.
Vi ho fatto fare questa proposizione per mezzo del vostro amico, sperando che egli forse avrebbe avuto il dono di persuadervi; ed anche, acciò con lui foste piú in libertà, senza timore di contristarmi, di dare il vostro sentimento perché Dio sa quanto vi amo, e se io potessi mai idearmi niente in questo mondo di mia maggior consolazione e conforto, che di rivedervi e ristabilito nel paese e nella stessa vostra città; ma pure non vorrei contribuire ad una vostra risoluzione che non fosse di vostro genio o di vostra convenienza, perché io ci son piú per poco in questo mondo; e però non vi è da aver riguardo a me per un tal vincolo.
Però sto aspettando la vostra definitiva determinazione per dare la risposta a chi si interessa per la Damigella, e spero di averla o da voi medesimo, o per mezzo del Sig.
Abate di Caluso, al quale vi prego di porgere i miei complimenti.
Mio marito vi saluta caramente.
Ed abbracciandovi con tutto l'affetto, sono
Vostra affezionatissima Madre.
Asti, 22 agosto 1787.
Essendo io per natura poco curioso, non ho mai poi ricercato né saputo, né indovinato chi potesse essere questa mia destinata sposa: né credo che l'amico lo sapesse egli stesso, non glie lo domandai, né mostrò di saperlo.
APPENDICE DODICESIMA
(cap.
XXI)
Monsieur.
Vous ne deviez poin douter que la Marque de Votre Souvenir, et de linteret que Vous avez la bonté de prendre a mon Sort, ne me soit sensible et reçu avec reconnoissance, d'autant plus que je ne puis Vous regarder comme l'auteur de mon Malheur puis qui je ne suis poin Malheureuse quoique la Sensibilité et la droiture de Votre Ame Vous le fasse craindre.
Vous éte au contraire la cause de ma deliverance d'un Monde dans lequel je nettoit aucunnement formé pour exister et que je n'ai iamais seule Instant regretté.
Je ne sais si en cela j'ai tort ou si un degré de fermeté ou de fierté blamable me fait Illiusion, mais Voila comme j'ai constanment vu ce qui m'est arrivé et je remercie la providence de m'avoir placé dans une situation plus heureuse peut etre que je n'ai mérité.
Je jouis d'une santé parfaite que la Liberte et la tranquilite augmènte, je ne cherche que la Societé des personnes Simples et Honnetes qui ne pretendent ny a trop de génie ny a trop de connoissances acquises, qui embrouille quelquefois la Cause, et au deffaut des quelles je me suffit a moiméme par le moyen des Livres, du Dessin, de la musique etc., mais ce qui massure le plus le fond d'un bonheur et d'une Satisfaction réel, et L'amitie et L'affection inmuable d'un Frère que j'ai toujours aimé par desus tout le monde, et qui possede le meilleur des coeurs.
C'est pour me confermer a Votre Volonté que je vous ai fait un detaille aussi long de ma Situation et permetté moi a mon tour de Vous assurer du plaisir sensible que me cause la connoissance du bonheur dont vous Jouissais et que je suis persuade que Vous avez toujours merité.
J'ai souvent depuis deux ans entendu parler de Vous avec Plaisir, a Paris comme a Londre, ou l'on admire et estime Vos ecrits que je n'ai poin pu parvenir à Voir.
Lon dit que Vous éte attaché a la Princesse avec laquelle Vous voyagé, qui par sa Phisionomie Ingenue et Sensé paroit bien faite pour faire le bonheur dune ame aussi Sensible et delicate que la Votre: l'on dit aussi quelle Vous craint, je vous reconnois bien la, sens le desirer ou peut etre vous en aperçevoir Vous avez Iresistablement cet assendant sur tous ceux qui Vous aime.
Je vous desire du fond de mon Coeur la continuation des biens et des plaisir réel de ce monde, et si le hasard fait que nous nous recontrions encore j'aurai la plus grande satisfaction à lapprendre de Votre Main.
Adieu.
Penelope
Douvres ce 26 aoust.
APPENDICE TREDICESIMA
(cap.
XXVI)
(traduzione dell'Alfieri)
Al Dottissimo
TOMMASO CALUSO
questi preposteri trastulli di giovinetto
quinquagenario
VITTORIO ALFIERI
il menomo de' discepoli
agli elementi greci in un biennio per sé stesso
ammaestrato mandava l'anno 1797.
Poiché, o carissimo, dominando presso che per tutto gli schiavi boia, sul capo a ciascun buono sempre sovrasta la scure, e ci ammonisce Pindaro, che
L'età ingannevol pende
sugli uomini, volgendo della vita
il corso e la partita:
ho risoluto di tutte l'opere mie sino al dí d'oggi, che sono il totale avere (se alcun saranno mai) veramente mio, almeno l'indice de' titoli deporre presso di te quasi in tempio, che il salvi.
Sta sano.
APPENDICE QATTORDICESIMA
(cap.
XXVI)
Monsieur le Comte.
Un Français ami des lettres, pénétré depuis long-temps d'admiration pour votre génie et vos talents, est assez heureux pour pouvoir remettre entre vos mains un dépót très précieux que le hasard a fait tomber dans les siennes.
Il habite en ce moment une partie de l'Italie qui se glorifie de vous avoir vu naître, et une ville oú vous avez laissé des souvenirs, des admirateurs, et sans doute aussi des amis.
Veuillez écrire à l'un de ces derniers, et le charger de venir conférer avec lui sur cet objet.
Le premier signe de votre accession à la correspondance qu'il désire ouvrir avec vous, Monsieur le Comte, lui permettra de vous exprimer avec plus d'étendue et de liberté les sentiments dont il fait profession pour l'un des hommes qui, sans distinction de pays, honorent le plus aujourd'hui la république des lettres.
Turin, le 25 Floréal an 6 de la République Française
(4 Mai 1798.
v.
st.)
Ambassadeur de la Rép.
Franç.
à la Cour de Sardaigne,
Membre de l'Institut N.
Ginguené de France.
Sig.
Ambasciatore
Padron mio Stimatissimo,
Le rendo quante so piú grazie per le gentilissime espressioni della di lei lettera, e per la manifesta intenzione ch'ella mi vi dimostra di volermi prestare un segnalato servigio, non conoscendomi.
Per adattarmi dunque pienamente ai mezzi ch'ella mi propone, scrivo per questo stesso Corriere al Sig.
Abate di Caluso, Segretario di codesta Accademia delle Scienze, pregandolo di conferire sul vertente affare col Sig.
Ambasciatore qualora egli ne venga richiesto.
Questi è persona degnissima, e certamente le sarà noto per fama: egli è mio specialissimo ed unico amico, e come ad un altro me stesso ella può sicuramente affidare qualunque cosa mi spetti.
Non so qual possa essere codesto prezioso deposito ch'ella si compiace di accennarmi: so, che la piú cara mia cosa e la sola oramai preziosa ai miei occhi, ell'è la mia totale indipendenza privata, e questa anche a dispetto dei tempi, io la porto sempre con me in qualunque luogo o stato piaccia alla sorte di strascinarmi.
Non è perciò di nulla minore la gratitudine ch'io le professo per la di lei spontanea e generosa sollecitudine dimostratami.
E con tutta la stima passo a rassegnarmele
Firenze dí 28 Maggio 1798.
Suo Devotiss.
Servo
Vittorio Alfieri
Monsieur le Comte.
Turin le 16 Prairial an 6 de la Rép.
Fraç.
(4 juin 1798.
v.
st.)
Vous ne pouviez choisir, pour recevoir la confídence que j'avois à vous faire; aucun intermédiaire qui me fût plus agréable que Mr.
l'Abbé de Caluso, dont je connois et apprécie la science, les talens, et l'amabilité.
Je lui ai fait ma confession et lui ai remis le précieux dépôt dont je m'étois chargé.
Vous reverrez des enfans qui ont fait, qui font encore, et feront de plus en plus du bruit dans le monde.
Vous les reverrez dans l'état oú ils étoient avant de sortir de la maison paternelle, avec leurs premiers défauts, et les traces intéressantes des triples soins qui les en ont corrigés.
Je remets donc entre les mains de votre ami, ou plutôt dans les vôtres, Monsieur le Comte, toute votre illustre famille.
Ne me parlez point, je vous prie, de reconnoissance.
Je fais ce que tout autre homme de lettres eût sans doute fait à ma place, et nul certainement ne l'eût fait avec autant de plaisir, ni par conséquence avec moins de mérite.
Mr.
l'Abbé de Caluso vous dira la seule condition que je prenne la liberté de vous prescrire, et j'y compte comme si j'en avois reçu votre parole.
Je joins ici, Monsieur le Comte, la liste de vos livres laissés à Paris; tels qu'ils se sont trouvés dans un des dépôts publics, et tels qu'on les y conserve, l'ignore comment ils y ont été placés sous le faux pretexte d'émigration.
Tout cela s'est fait dans un tems dont il faut gémir, et oú j'étois plongé dans un de ces antres dont la tyrannie tiroit chaque jour ses victimes.
Jété depuis dans les fonctions publiques qui ne sont pour moi qu'une autre captivité j'ai eu le bonheur de découvrir dans un des établissements dont j'avois la surveillance générale, vos livres, dont j'ai fait dresser la liste.
Veuillez, Monsieur le Comte, reconnoitre si ce sont à peu près tous ceux que vous aviez laissés.
S'il en manquoit d'importans, faites-en la note, autant que vous le pourrez, de mémoire, ou ce qui voudroit mieux, recherchez si vous n'en auriez point quelque part le catalogue.
Je ne demande ensuite que votre permission pour réclamer le tout en mon propre nom et sans que vous soyez pour rien dans cette affaire.
Je conçois tous les motifs qui peuvent vous faire dèsirer que cela se traite ainsi, et je les respecte.
Je vous préviens, Monsieur le Comte, que parmi vos livres imprimés, il s'en trouvera un de moins: ce sont vos oeuvres.
Dans l'étude assidue que je fais de votre belle langue, la lecture de vos tragédies est une de celles oú je trouve le plus de fruit et de plaisir.
Je n'avois que votre première édition: je me suis emparé de la seconde (celle de Didot).
L'exemplaire que j'ai a pourtant deux défauts pour moi, celui d'être trop richement reliè, trop magnifique, et celui de ne m'être pas donné par vous.
Si vous avez à votre disposition un exemplaire broché, de la méme édition, ou d'une édition postérieure faite en Italie, je le recevrai de vous avec un plaisir bien vif, comme un témoignage de quelque part dans votre estime, et je remettrai à Mr.
l'Abbé de Caluso l'exemplaire trop riche, mais unique, qui reste chez moi, et qui n'y reste pas oisif.
Le sort a voulu que de tous les Français envoyés presque en méme temps dans les diverses résidences d'Italie, celui qui aime le plus ce beau pays, sa langue, ses arts, qui eût mis le plus de prix à le parcourir et en eût peut-être d'après ses études antérieures rétiré le plus de fruit littéraire, a été fixé dans le péristyle du temple, sans savoir s'il sera permis d'y entrer.
J'ai maintenant une raison de plus pour désirer bien ardemment d'aller au moins iusquà Florence.
Je m'estimerois infiniment heureux, Monsieur le Comte, de pouvoir m'y rendre auprés de vous, et de faire personnellement connoissance avec un homme qui honore sa nation et son siècle, par son génie, et par l'élèvation des sentimens qui respirent dans ses ouvrages.
Agréez, je vous prie, l'assurance de ma profonde estime, de mon admiration et de mon entier dévouement.
Ginguené
Membre de l'Institut N.
de France,
Ambassadeur de la Rèp.
Française
près SM le roi de Sardaigne.
Padrone mio stimatiss.
11 Giugno 1798.
Poich'ella ha letto e legge qualche volta alcune delle mie opere, certamente è convinta, che il mio carattere non è dissimulare.
Le asserisco dunque candidamente, che quanto mi è costato di dover pure rispondere alla prima sua lettera, altrettanto con ridondanza di cuore io replico a questa seconda; poiché in una certa maniera senza essere né impudente né indiscreto, separando il Sig.
Ginguené letterato dall'Ambasciator di Francia, io posso rispondere al figlio d'Apollo soltanto.
Le grazie ch'io le rendo per il servigio segnalatissimo da lei prestatomi, saran molto brevi; appunto perché il beneficio è tale da non ammettere parole.
Le dico dunque soltanto che il di lei procedere a mio riguardo è stato per l'appunto quello che io in simili circostanze avrei voluto praticare verso lei, non poco pregiandomi di poterlo pur fare.
Circa poi al segreto su di ciò, che per via del degnissimo Abate di Caluso mi viene inculcato, e che a lei fu promesso in mio nome dall'amico, io lo prometto di bel nuovo per ora, e lo debbo osservare: ma non glie lo prometto certamente per dopo noi, e mutati i tempi.
L'esser vinto in generosità non mi piace.
Onde se mai le mie tragedie avran vita, non è giusto che chi generosamente salvava la loro deformità primitiva dall'essere forse appalesata e derisa, non ne riporti quel testimonio solenne di lealtà meritato.
Intanto a quell'esemplare di esse, ch'ella mi dice di aver presso sé, coi due soli difetti di essere troppo pomposamente legate, e non donatele da me stesso, già gli vien tolto il secondo difetto da questo punto, in cui mi fò un vero pregio di tributargliele; ed ella mi mortificherebbe veramente se non si degnasse accettarle; correggerò poi il primo difetto, con ispedirgliene altra copia ed aggiungervi alcune altre mie operette, che tutte piú umilmente legate, avranno cosí un abito piú conforme alla loro persona.
Quanto poi a quella nota de' miei libri ch'ella si è compiaciuta di trasmettermi; offrendomi con delicatezza degna di lei d'intromettersi per la restituzione di essi, senza ch'io ci apparisca in nessuna maniera; le dirò pure sinceramente, che non lo gradirei, ed eccogliene le ragioni.
I libri da me lasciati in Parigi erano assai piú di 1500 volumi, fra' quali erano tutti i principali Classici Greci, Latini e Italiani.
La lista mandatami non contiene che circa 150 volumi e tutti quanti libri di nessun conto.
Onde vedo chiaramente che il totale de' miei libri è stato o disperso, o tolto via, o riposto in diversi luoghi.
Il rintracciarlo dunque riuscirebbe cosa od impossibile, o difficilissima, penosissima, e fors'anche pericolosa; o almeno di gran disturbo per lei, quando io avessi la docilità indiscreta di acconsentire alle sue esibizioni.
È chiaro che non si può riaver cosa tolta, senza ritorglierla a qualch'altro; e le restituzioni volontarie son rare; le sforzate sono odiose, e non senza pericoli.
Aggiunga poi che gran parte di quei libri stessi io gli ho poi successivamente ricomprati in questi sei anni dopo la mia partenza di Parigi; tutte queste considerazioni m'inducono a ringraziarla senza prevalermi dell'offerta: oltre che poi meglio d'ogni altra cosa si confà col mio animo il non chieder mai nulla né direttamente né indirettamente, da chi che sia.
Desidero di potere, quando che sia, in qualche maniera testimoniarle la mia gratitudine, e la stima con la quale me le professo.
Suo Devotiss.
Servo
Vittorio Alfieri
APPENDICE QUINDICESIMA
(cap.
XXVII)
QVIESCIT.
HIC.
TANDEM
VICTORIVS.
ALFERIVS, ASTENSIS
MVSARVM.
ARDENTISSIMVS.
CVLTOR
VERITATI.
TANTVMMODO.
OBNOXIVS
DOMINANTIBVS .
IDCIRCO .
VIRIS
PERIEQVE .
AC .
INSERVIENTIBVS .
OMNIBVS
INVISVS .
MERITO
MVLTITVDINI
EO.
QVOD .
NVLLA .
VNQVAM .
GESSERIT
PVBLICA .
NEGOTIA
IGNOTVS
OPTIMIS .
PERPAUCIS .
ACCEPTVS
NEMINI
NISI .
FORTASSE .
SIBIMET .
IPSI
DESPECTVS
VLXIT .
ANNOS ...
MENSES ...
DIES ...
OBIIT ...
DIE MENSIS ...
ANNO .
DOMINI .
MDCCC ...
HIC.
SITA.
EST
ALOYSIA .
E .
STOLBERGIS
ALBANIAE .
COMITISSA
GENERE .
FORMA .
MORIBVS
INCOMPARABILI.
ANIMI .
CANDORE
PRAECLARISSIMA
A .
VICTORIO .
ALFERIO
IUXTA .
QVEM.
SARCOPHAGO .
VNO [1]
TVMVLATA .
EST
ANNORVM ...
SPATIO
VLTRA .
RES .
OMNES .
DILECTA
ET.
QVASI .
MORTALE .
NVMEN
AB .
IPSO .
CONSTANTER .
HABITA
ET .
OBSERVATA ...
DIES ...
IN .
HANNONIA .
MONTIBVS .
NATA
OBIIT ...
DIE ...
MFNSIS ...
ANNO .
DOMINI .
MDCCC ...
[1] Sic inscribendum, me, ut Opinor et opto, praemoriente: sed, aliter iubente Deo, aliter inscribendum.
QVI .
IUXTA .
EAM .
SARCOPHAGO .
VNO / CONDITVS .
ERIT .
QVAM .
PRIMVM [N.d.A.]
APPENDICE SEDICESIMA
(cap.
XXVIII)
Veneratissimo Sig.
Zio.
Sul punto di abbandonare l'Italia, per forse tornarvi mai piú, mi permetta, Sig.
Zio veneratiss., ch'io le parli del sommo rincrescimento che provo nel dovere rinunciare alla speranza che da tempo nudrivo di conoscerla una volta personalmente.
Questa mia determinazione, che a me pare dettata da delicatezza, dai molti è nommata eccesso d'amor proprio, e dai piú pregiudizio ridicolo.
Forse han ragione; ma non posso far forza alla mia natura che cosí mi dice; e quando mi fosse stato possibile, le minaccie di esiglio perpetuo, di confisca de' miei beni, mi fa in questo punto il Governo Piemontese se non rientro subito; queste sole minaccie basterebbero a riffrancarmi nella già presa determinazione.
- Pugnai contro i Francesi quando erano vittoriosi; comminciai a pugnar per essi quando furon vinti, e non posso assolutamente determinarmi a lasciarli perdenti.
Credo che non anderà guari ch'io sarò cambiato.
Non so quando le numerose ferite ultimamente rilevate mi permetteranno di ritrattar l'armi, certo se guerreggerò non sarà mai in Italia.
- Desidero la pace (non la credo prossima), affine di chiamare a me l'amata mia Consorte, virtuosissima Nipote di lei, e l'unico mio Figlio; infinito duolo provo in separarmene; oh, quanto desidererei che lei la conoscesse! Donna piú dolce, piú tenera, di anima piú alta, piú nobile, di sensi piú sublimi, non seppi mai neppure immaginarla.
Parto domani alla volta di Gratz, e provo una vera consolazione nell'avere aperto il mio cuore a Lei, non già ch'io creda che la mia condotta possa venir approvata, ma forse qualcuno fra i Piemontesi capitati a Firenze, mi avrà dipinto a lei come un fanatico, o un uomo di smisurata ambizione; non sono né l'uno né l'altro, ero forse nato per viver in un altro secolo, fra altri uomini; sono veramente ridicolo in questo secolo, mi trovavo tale fra i Piemontesi, mi vedo tale fra i Francesi.
Spero da lei, veneratissimo Sig.
Zio, compatimento se erro, e spero pure vorrà accettare l'assicuranza dei sentimenti di verace stima, e d'ossequioso attaccamento co' quali mi pregio essere
Di V.S.
Veneratiss.
Treviso li 2 Novembre 1799
Devmo ed Obbmo Serv.
ed Affmo Nipote,
Luigi Colli
Firenze dí 16 Novembre 1799.
Nipote mio.
Ad un uomo di alto e di forte animo, quale vi reputo e siete, o queste poche mie veracissime e cordiali parole basteranno, o nessune.
Già l'onor vostro avete leso voi stesso e non poco, dal punto in cui voi, per somma vostra fortuna non nato Francese, spontaneamente pure indossaste la livrea della Francese Tirannide.
Risarcirlo potete forse ancora voi stesso, volendo; ma egli sarà pur troppo in tutto perduto, e per sempre, se voi persistete in una cosí obbrobriosa servitú.
Né io già vi dico di cedere alle minaccie di confisca, o d'esiglio, fattevi dal Governo Piemontese; ma di cedere bensí alle ben altre incessanti minaccie che vi fanno senza dubbio la propria vostra coscienza, e l'onore, e l'inevitabile Tribunale terribile di chi dopo noi ci accorda, o ci toglie con imparziale giudizio la fama.
La vostra era stata finora, non che intatta, gloriosa; non uno dei Piemontesí che ho visti mi ha parlato di voi, che non stimasse e ammirasse i vostri militari talenti.
Riassumetela dunque, col confessare sí ai Francesi medesimi, che ai vostri, che voi avete errato servendo gli oppressori e i Tiranni della nostra Italia.
Ed ove pure vi possa premere la stima di una gente niente stimabile, sappiate che gli stessi Francesi vi stimeranno assai piú se li abbandonate, di quello che vi stimeranno anche valorosamente servendoli.
Del resto, quand'anche codesti vostri schiavi parlanti di libertà trionfassero, e venissero a soggiogare tutta l'Europa; o quand'anche voi perveniste fra essi all'apice dei massimi loro vergognosissimi onori, non già per questo mai rimarreste voi pago di voi medesimo, né con sicura e libera fronte ardireste voi inalzare nei miei occhi i vostri occhi, incontrandomi.
La mendicità dunque, e la piú oscura vita nella vostra patria (il che pur non vi può toccar mai) vi farebbero e meno oppresso, e men vile, e meno schiavo d'assai, che non il sedervi su l'uno dei cinque troni direttoriali in Parigi.
Piú oltre non potreste ascender voi mai; né maggiormente contaminarvi.
Ed in ultimo vi fo riflettere, che voi non potete la degnissima vostra Consorte ad un tempo stesso amare come mi dite e stimare, e macchiarla.
Finisco, sperando, che una qualche impressione vi avran fatta nell'animo questi miei duri ma sincerissimi ed affettuosi sentimenti, ai quali se voi non non prestate fede per ora, son certo che il giorno verrà in cui pienissima la presterete poi loro; ma invano.
Son tutto Vostro
Vittorio Alfieri
Riveritiss.
Sig.
Zio.
Ebbi l'onore richiamarmi alla di lei ricordanza nel partire d'Italia; non so se la mia lettera le sarà giunta.
Vi ritorno, e la prima mia premura si è di ripetere quest'atto cbe mi vien commandato dalla stima, e (mi permetta di dirlo) dal rispettoso attaccamento che le professo.
Ritorno in Italia coll'obbligo stretto di convincere il Governo Francese (o per dir meglio i miei amici Moreau, Desolles, Bonaparte, Grouchi, Grénier) della mia riconoscenza per le non dubbie, reiterate, ostinate prove di vivo interessamento a mio favore dimostrate.
- Combatterò dunque ancora; l'amicizia, la gratitudine mi faran combattere...
Chi sa, forse l'ambizione si maschera cosí.
Non starò piú in Piemonte, se il re di Sardegna vi rientra non devo decentemente starvi.
Se il Piemonte si democratizza vi sono troppo amato dai Contadini per potere starvi senza correre il rischio d'ingelosire i debolissimi Governanti della nascente Repubblica.
Non so ancora dove mi fisserò.
Forse in Francia, ma non mi vi decido ancora.
Vado a Milano, dovrò starvi circa 15 giorni; se l'armistizio durerà, anderò poi a Parigi; ma prima, se me lo permette, avrò l'onore di personalmente assicurarla degli ossequiosi sentimenti co' quali mi pregio essere.
Di V.S.
Reveritiss.
Bologna li 31 Ottobre 1800.
Devmo ed Obbmo Serv.
ed Affmo Nipote
Colli
APPENDICE DICIASSETTESIMA
(cap.
XXIX)
Firenze li 6 Marzo 1801.
Amico carissimo.
Ho ricevuto per mezzo di D'Albarey le due vostre, di cui l'ultima de' 25 Febbraio mi ha molto angustiato per la notizia che mi vi date di esser io stato nominato non so da chi per essere aggregato a codesta adunanza letteraria.
Veramente io mi lusingava che la vostra amicizia per me, e la pienissima conoscenza che avete del mio carattere indipendente, ritroso, orgoglioso, ed intero, vi avrebbero impegnato a distornare da me codesta nomina; il che era facilissimo prima, se voi aveste pregato i Nominanti di sospenderla finché me ne aveste prevenuto; ovvero se con quella schiettezza e libertà che si può sempre adoprare quando si parla per altri, voi aveste addotto il mio modo invariabile di sentire e pensare come un ostacolo assoluto ad una tale aggregazione del mio individuo.
Comunque sia, già che non lo avete fatto prima, vi prego caldissimamente di farlo dopo, e di liberarmene ad ogni costo; e voi lo potete far meglio di me, stante la dolcezza del vostro aureo carattere.
Sicché, restiamo cosí: che io non avendo finora ricevuto lettera nessuna di avviso, caso mai la ricevessi, la dissimulerò come non ricevuta, finché voi abbiate risposto a questa mia, ed annunziatomi il disimpegno accettato.
E questo vi sarà facile, perché io consento volentieri, che i Nominanti e i Proponenti per conservare il loro decoro si ritrattino dell'avermi aggregato, e mi disnominino per cosí dire con la stessa plenipotenza con cui mi hanno creato; e dicano o che fu sbaglio, o che a pensier maturato non me ne reputan degno.
Io non ci metto vanità nessuna nel rifiuto, ma metto importanza rnoltissima nel non v'essere in nessuna maniera inscritto, e se già lo sono stato ad esserne assolutamente cassato.
Io non cerco come ben sapete gli onori, né veri, né falsi: ma io per certo non mi lascierò addossare mai vergogna nessuna.
E questa per me sarebbe massima, non già per il ritrovarmi io in compagnia di tanti rispettabili soggetti come avete fra voi, ma per l'esservi in tali circostanze, in tal modo; ed in somma non soffrirei mai di essere intruso in una Società Letteraria, dalla quale sono espulse delle persone come il Conte Balbo, e il Cardinal Gerdil.
Sicché le tante altre e validissime ragioni che avrei, e che voi conoscete e sentite quanto me, reputandole inutili, a voi non le scrivo; ma mi troverei poi costretto a metterle in tutta la loro evidenza e pubblicità, quando per mezzo vostro non ottenessi il mio intento.
Se dunque voi mi cavate da questo impiccio, e se siete in tempo a risparmiarmi la lettera d'avviso, sarà il meglio.
Se poi la riceverò, e sarò costretto a darne discarico, con risposta diretta, mi spiacerà di dovermene cavar fuori io stesso con mezzi o parole spiacenti non meno che inutili, quando se ne potea fare a meno.
Passo ad altro, e mi dico ec.
Torino li 18 Marzo 1801.
Amico carissimo.
Io non pensava che v'avesse certo a piacer molto la nomina e aggregazion vostra a questa Accademia, ma neppure avrei creduto cbe vi desse tanto fastidio, e ad ogni modo non sarebbe stato conveniente che quando siete stato proposto nell'assemblea di tanti accademici piú della metà ora nuovi, e molti di niuna mia confidenza, io senza espressa vostra commissione mi fossi voluto far interprete delle vostre intenzioni, e dire: che non si passasse a votare per voi come per gli altri proposti si faceva.
Ma questo non vi pone in impiccio alcuno; ché già v'ho sbrogliato.
Subito ricevuta la vostra sono andato a parlare a uno de' nostri Presidenti e al Segretario che vi dovevano scrivere, per vedere se fossi a tempo che non vi si spedisse la lettera.
Ma essendo essa partita, sono rimasto con essi, e quindi con l'altro Presidente, Segretari, e Accademici della classe delle Belle Lettere ec., adunata ieri sera, che si tenga l'Accademia per ringraziata da voi senza che sia necessario che voi rispondiate.
Ho detto che voi m'avevate incaricato di scusarvi e ringraziare, desiderando per mio mezzo essere disimpegnato senza scrivere.
E ciò è fatto; e non sarete posto nell'elenco che si sta stampando degli Accademici.
E resto abbracciandovi con tutto il cuore.
Firenze, 28 Marzo 1801.
Amico carissimo.
La vostra ultima che mi annunzia la mia liberazione da codesta iscrizione letteraria, mi ha consolato molto.
La settimana passata soltanto ho ricevuto (o per dir meglio avuta, poiché non la ricevo) la lettera accademica; ella è intatta, e ve la rimando pregandovi caldamente di farla riavere a chi me l'ha scritta.
Questo solo manca alla mia intera purificazione di questo affare, che la lettera ritorni al suo fonte intatta, con quel suo rispettabil sigillo; che se ad essa avessi voluto rispondere, l'avrei fatto scrivendo intorno al non infranto sigillo queste quattro sole parole, laconizzando:(( ((( ((( (((((((; ma per non comprometter voi, né eccedere senza bisogno, mi basta che la lettera sia restituita intatta, perché conoscano che io non l'ho tenuta per diretta a me.
E senza tergiversar vi dico anche, che io non ingozzo a niun patto quell'infangato titolo di Cittadino, non perché io voglia esser Conte, ma perché sono Vittorio Alfieri libero da tant'anni in qua, e non liberto.
Mi direte che quello è lo stile consueto per ora costà nello scrivere, ma io risponderò; che costà codestoro non doveano mai né pensare a me, né nominarmi mai né in bene né in male; ma che se pure lo faceano, doveano conoscermi, e non mi sporcare con codesta denominazione stupida non meno, che vile e arrogante: poiché se non v'è conti senza contea, molto meno v'è cittadini senza città.
Ma basti; perché non la finirei mai; e dico cose note lippis et tonsoribus.
Sicché se mai voi non poteste, o non giudicaste congruo a voi di restituire la lettera, fatemi il piacer di serbarla, finché io ritrovo chi la restituisca.
E intanto datemi riscontro d'averla ricevuta intatta quale per mezzo del carissimo nipote ve la rimando.
La Signora vi risponderà essa su l'articolo de' suoi l