AUTOBIOGRAFIA, di Vittorio Alfieri - pagina 55
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ed Affmo Nipote,
Luigi Colli
Firenze dí 16 Novembre 1799.
Nipote mio.
Ad un uomo di alto e di forte animo, quale vi reputo e siete, o queste poche mie veracissime e cordiali parole basteranno, o nessune.
Già l'onor vostro avete leso voi stesso e non poco, dal punto in cui voi, per somma vostra fortuna non nato Francese, spontaneamente pure indossaste la livrea della Francese Tirannide.
Risarcirlo potete forse ancora voi stesso, volendo; ma egli sarà pur troppo in tutto perduto, e per sempre, se voi persistete in una cosí obbrobriosa servitú.
Né io già vi dico di cedere alle minaccie di confisca, o d'esiglio, fattevi dal Governo Piemontese; ma di cedere bensí alle ben altre incessanti minaccie che vi fanno senza dubbio la propria vostra coscienza, e l'onore, e l'inevitabile Tribunale terribile di chi dopo noi ci accorda, o ci toglie con imparziale giudizio la fama.
La vostra era stata finora, non che intatta, gloriosa; non uno dei Piemontesí che ho visti mi ha parlato di voi, che non stimasse e ammirasse i vostri militari talenti.
Riassumetela dunque, col confessare sí ai Francesi medesimi, che ai vostri, che voi avete errato servendo gli oppressori e i Tiranni della nostra Italia.
Ed ove pure vi possa premere la stima di una gente niente stimabile, sappiate che gli stessi Francesi vi stimeranno assai piú se li abbandonate, di quello che vi stimeranno anche valorosamente servendoli.
Del resto, quand'anche codesti vostri schiavi parlanti di libertà trionfassero, e venissero a soggiogare tutta l'Europa; o quand'anche voi perveniste fra essi all'apice dei massimi loro vergognosissimi onori, non già per questo mai rimarreste voi pago di voi medesimo, né con sicura e libera fronte ardireste voi inalzare nei miei occhi i vostri occhi, incontrandomi.
La mendicità dunque, e la piú oscura vita nella vostra patria (il che pur non vi può toccar mai) vi farebbero e meno oppresso, e men vile, e meno schiavo d'assai, che non il sedervi su l'uno dei cinque troni direttoriali in Parigi.
Piú oltre non potreste ascender voi mai; né maggiormente contaminarvi.
Ed in ultimo vi fo riflettere, che voi non potete la degnissima vostra Consorte ad un tempo stesso amare come mi dite e stimare, e macchiarla.
Finisco, sperando, che una qualche impressione vi avran fatta nell'animo questi miei duri ma sincerissimi ed affettuosi sentimenti, ai quali se voi non non prestate fede per ora, son certo che il giorno verrà in cui pienissima la presterete poi loro; ma invano.
Son tutto Vostro
Vittorio Alfieri
Riveritiss.
Sig.
Zio.
Ebbi l'onore richiamarmi alla di lei ricordanza nel partire d'Italia; non so se la mia lettera le sarà giunta.
Vi ritorno, e la prima mia premura si è di ripetere quest'atto cbe mi vien commandato dalla stima, e (mi permetta di dirlo) dal rispettoso attaccamento che le professo.
Ritorno in Italia coll'obbligo stretto di convincere il Governo Francese (o per dir meglio i miei amici Moreau, Desolles, Bonaparte, Grouchi, Grénier) della mia riconoscenza per le non dubbie, reiterate, ostinate prove di vivo interessamento a mio favore dimostrate.
- Combatterò dunque ancora; l'amicizia, la gratitudine mi faran combattere...
Chi sa, forse l'ambizione si maschera cosí.
Non starò piú in Piemonte, se il re di Sardegna vi rientra non devo decentemente starvi.
Se il Piemonte si democratizza vi sono troppo amato dai Contadini per potere starvi senza correre il rischio d'ingelosire i debolissimi Governanti della nascente Repubblica.
Non so ancora dove mi fisserò.
Forse in Francia, ma non mi vi decido ancora.
Vado a Milano, dovrò starvi circa 15 giorni; se l'armistizio durerà, anderò poi a Parigi; ma prima, se me lo permette, avrò l'onore di personalmente assicurarla degli ossequiosi sentimenti co' quali mi pregio essere.
Di V.S.
Reveritiss.
Bologna li 31 Ottobre 1800.
Devmo ed Obbmo Serv.
ed Affmo Nipote
Colli
APPENDICE DICIASSETTESIMA
(cap.
XXIX)
Firenze li 6 Marzo 1801.
Amico carissimo.
Ho ricevuto per mezzo di D'Albarey le due vostre, di cui l'ultima de' 25 Febbraio mi ha molto angustiato per la notizia che mi vi date di esser io stato nominato non so da chi per essere aggregato a codesta adunanza letteraria.
Veramente io mi lusingava che la vostra amicizia per me, e la pienissima conoscenza che avete del mio carattere indipendente, ritroso, orgoglioso, ed intero, vi avrebbero impegnato a distornare da me codesta nomina; il che era facilissimo prima, se voi aveste pregato i Nominanti di sospenderla finché me ne aveste prevenuto; ovvero se con quella schiettezza e libertà che si può sempre adoprare quando si parla per altri, voi aveste addotto il mio modo invariabile di sentire e pensare come un ostacolo assoluto ad una tale aggregazione del mio individuo.
Comunque sia, già che non lo avete fatto prima, vi prego caldissimamente di farlo dopo, e di liberarmene ad ogni costo; e voi lo potete far meglio di me, stante la dolcezza del vostro aureo carattere.
Sicché, restiamo cosí: che io non avendo finora ricevuto lettera nessuna di avviso, caso mai la ricevessi, la dissimulerò come non ricevuta, finché voi abbiate risposto a questa mia, ed annunziatomi il disimpegno accettato.
E questo vi sarà facile, perché io consento volentieri, che i Nominanti e i Proponenti per conservare il loro decoro si ritrattino dell'avermi aggregato, e mi disnominino per cosí dire con la stessa plenipotenza con cui mi hanno creato; e dicano o che fu sbaglio, o che a pensier maturato non me ne reputan degno.
Io non ci metto vanità nessuna nel rifiuto, ma metto importanza rnoltissima nel non v'essere in nessuna maniera inscritto, e se già lo sono stato ad esserne assolutamente cassato.
Io non cerco come ben sapete gli onori, né veri, né falsi: ma io per certo non mi lascierò addossare mai vergogna nessuna.
E questa per me sarebbe massima, non già per il ritrovarmi io in compagnia di tanti rispettabili soggetti come avete fra voi, ma per l'esservi in tali circostanze, in tal modo; ed in somma non soffrirei mai di essere intruso in una Società Letteraria, dalla quale sono espulse delle persone come il Conte Balbo, e il Cardinal Gerdil.
Sicché le tante altre e validissime ragioni che avrei, e che voi conoscete e sentite quanto me, reputandole inutili, a voi non le scrivo; ma mi troverei poi costretto a metterle in tutta la loro evidenza e pubblicità, quando per mezzo vostro non ottenessi il mio intento.
Se dunque voi mi cavate da questo impiccio, e se siete in tempo a risparmiarmi la lettera d'avviso, sarà il meglio.
Se poi la riceverò, e sarò costretto a darne discarico, con risposta diretta, mi spiacerà di dovermene cavar fuori io stesso con mezzi o parole spiacenti non meno che inutili, quando se ne potea fare a meno.
Passo ad altro, e mi dico ec.
Torino li 18 Marzo 1801.
Amico carissimo.
Io non pensava che v'avesse certo a piacer molto la nomina e aggregazion vostra a questa Accademia, ma neppure avrei creduto cbe vi desse tanto fastidio, e ad ogni modo non sarebbe stato conveniente che quando siete stato proposto nell'assemblea di tanti accademici piú della metà ora nuovi, e molti di niuna mia confidenza, io senza espressa vostra commissione mi fossi voluto far interprete delle vostre intenzioni, e dire: che non si passasse a votare per voi come per gli altri proposti si faceva.
Ma questo non vi pone in impiccio alcuno; ché già v'ho sbrogliato.
Subito ricevuta la vostra sono andato a parlare a uno de' nostri Presidenti e al Segretario che vi dovevano scrivere, per vedere se fossi a tempo che non vi si spedisse la lettera.
Ma essendo essa partita, sono rimasto con essi, e quindi con l'altro Presidente, Segretari, e Accademici della classe delle Belle Lettere ec., adunata ieri sera, che si tenga l'Accademia per ringraziata da voi senza che sia necessario che voi rispondiate.
Ho detto che voi m'avevate incaricato di scusarvi e ringraziare, desiderando per mio mezzo essere disimpegnato senza scrivere.
E ciò è fatto; e non sarete posto nell'elenco che si sta stampando degli Accademici.
E resto abbracciandovi con tutto il cuore.
Firenze, 28 Marzo 1801.
Amico carissimo.
La vostra ultima che mi annunzia la mia liberazione da codesta iscrizione letteraria, mi ha consolato molto.
La settimana passata soltanto ho ricevuto (o per dir meglio avuta, poiché non la ricevo) la lettera accademica; ella è intatta, e ve la rimando pregandovi caldamente di farla riavere a chi me l'ha scritta.
Questo solo manca alla mia intera purificazione di questo affare, che la lettera ritorni al suo fonte intatta, con quel suo rispettabil sigillo; che se ad essa avessi voluto rispondere, l'avrei fatto scrivendo intorno al non infranto sigillo queste quattro sole parole, laconizzando:(( ((( ((( (((((((; ma per non comprometter voi, né eccedere senza bisogno, mi basta che la lettera sia restituita intatta, perché conoscano che io non l'ho tenuta per diretta a me.
E senza tergiversar vi dico anche, che io non ingozzo a niun patto quell'infangato titolo di Cittadino, non perché io voglia esser Conte, ma perché sono Vittorio Alfieri libero da tant'anni in qua, e non liberto.
Mi direte che quello è lo stile consueto per ora costà nello scrivere, ma io risponderò; che costà codestoro non doveano mai né pensare a me, né nominarmi mai né in bene né in male; ma che se pure lo faceano, doveano conoscermi, e non mi sporcare con codesta denominazione stupida non meno, che vile e arrogante: poiché se non v'è conti senza contea, molto meno v'è cittadini senza città.
Ma basti; perché non la finirei mai; e dico cose note lippis et tonsoribus.
Sicché se mai voi non poteste, o non giudicaste congruo a voi di restituire la lettera, fatemi il piacer di serbarla, finché io ritrovo chi la restituisca.
E intanto datemi riscontro d'averla ricevuta intatta quale per mezzo del carissimo nipote ve la rimando.
La Signora vi risponderà essa su l'articolo de' suoi libri; ed io ora finisco per non vi tediar di soverchio con le mie frenesie.
Ma sappiate che la mi bolle davvero davvero, e che se non avessi cinquantadue anni, stravaserei.
Inutilmente, direte; ma non è mai inutile la parola che dura nei secoli, ed ha per base il vero ed il giusto.
Son vostro.
APPENDICE DICIOTTESIMA
(cap.
XXXI)
Forse inventava Alfieri un Ordin vero
Nel farsi ei stesso Cavalier di Omero.
APPENDICE DICIANNOVESIMA
LETTERA DEL SIGNOR ABATE DI CALUSO
qui aggiunta a dar compimento all'opera col racconto della morte dell'autore.
Alla Preclarissima Signora Contessa d'Albany
Pregiatissima signora Contessa.
In corrispondenza al favore compartitomi di darmi a leggere le carte, dove l'incomparabile nostro amico avea preso a scrivere la propria vita, debbo palesargliene il mio parere, e il fo colla penna perché favellando potrei con molte piú parole dir meno.
Conoscendo l'ingegno e l'animo di quell'uomo unico, io ben m'aspettava di trovare ch'egli avesse vinta in qualche modo suo proprio la difficultà somma di parlar di sé lungamente senza inezie stucchevoli, né menzogne; ma egli ha superata ogni mia espettazione coll'amabile sua schiettezza e sublime semplicità.
Felicissima n'è la naturalezza del quasi negletto stile; e maravigliosamente rassomigliante e fedele riesce l'immagine, ch'egli ne lascia di sé scolpita, colorita, parlante.
Vi si scorge eccelso qual era, e singolare, ed estremo, come per naturali disposizioni, cosí per opera posta in ogni cosa, che sembrata gli fosse non indegna de' generosi affetti suoi.
Che se perciò spesso egli andava al troppo, si osserverà facilmente che da qualche lodevole sentimento ne procedevano sempre gli eccessi, come dall'amicizia quello ch'io scorgo dov'ei mi commenda.
Però a tanti motivi, che abbiamo di dolerci che la morte ce l'abbia rapito sí tosto, si aggiunge che sia questa sua Vita fra i molti scritti di lui rimasti bisognosi piú o meno della sua lima, che non sarebbele mancata s'egli giungeva al sessantesimo anno, in cui s'era proposto di ripigliarla in mano e ridurla a pulimento, o bruciarla.
Ma bruciata non l'avrebb'egli; come non possiamo aver cuore di bruciarla ora noi, che abbiamo in essa lui ritratto sí al vivo, e di tanti suoi fatti e particolarità sí certo ed unico documento.
Lodo pertanto, ch'Ella prosegua, Signora Contessa, a custodirne questi fogli gelosamente, mostrandoli solo a qualche persona molto amica e discreta, che ne ritragga le notizie opportune a tesser la storia di quel grand'uomo.
La quale non ardisco imprendere a scriver io, e me ne duole assai: ma non tutti possiamo ogni cosa, ed io debbo ristringermi a notar qui comunque, ciò che sembrami convenire a compimento ed a scusa della narrazione lasciata imperfetta dall'amico.
Ne sono le ultime righe del 14 Maggio 1803.
Trarrò il seguito da quanto Ella me ne ha scritto, Signora Contessa, la quale avendo ad ogni cosa, che lui riguardava, tenuti ognora intenti non gli occhi solo e le orecchie, ma la mente e il cuore, ne ha presentissima pur troppo la ricordanza.
Stava adunque a quel tempo il Conte Alfieri attendendo a recar a buon termine le sue Commedie, e per sollievo e balocco talor pensando al disegno, ai motti, all'esecuzione della collana, ch'ei volea farsi, di Cavalier d'Omero.
Ma già la podagra, com'ella solea nel mutar delle stagioni, eragli in Aprile sopravvenuta, e piú molesta, perché il trovava per l'assiduo studio quasi esausto di vegeto e salutar vigore, che la respingesse, e fissasse in alcuna delle parti esterne.
Onde a reprimerla, o infievolirla almeno, considerando egli che già da alcun anno gli riusciva la digestione sul finire penosa e grave, si fisse in capo che ottimo partito fosse lo scemarsi il cibo, ch'egli usava pur modichissimo.
Pensava che la podagra cosí non nutrita avesse a cedere; mentre lo stomaco non mai ripieno gli lasciava libera e chiara la mente all'applicazione sua ostinatissima.
Invano la Signora Contessa amichevolmente ammonivalo, importunavalo, perché piú mangiasse, mentre egli a occhio veggente piú e piú immagrendo manifestava il bisogno di maggior nutrimento.
Egli saldo nel suo proposito tutta quella state in eccessiva astinenza persisteva a lavorare con sommo impegno alle sue Commedie ogni giorno parecchie ore, temendo che non gli venisse meno la vita prima di averle perfezionate, senza voler perciò tralasciare alcun dí mai d'impiegarne su gli altrui libri non poche all'acquisto di maggior dottrina.
Cosí via via distruggendosi con tanto piú risoluti sforzi quanto piú sentivasi venir manco, svogliato di ogni altra cosa che dello studio, omai sola dolcezza della stanca e penosa vita, ei pervenne ai 3 di Ottobre, nel qual dí alzatosi in apparenza di miglior salute e piú lieto che da gran tempo non solea, uscí dopo il quotidiano suo studio mattutino a fare una passeggiata in faeton [a giorno inoltrato, comunque prima di mezzogiorno, ndr.].
Ma poco andò che il prese un freddo estremo, cui volendo scuotere e riscaldarsi camminando a piedi, gli fu vietato da dolori di viscere.
Onde a casa tornossene colla febbre, che fu gagliarda alcune ore, ma declinò sulla sera; e sebbene da principio da stimoli di vomito fosse molestato, passò la notte senza gran patimento, e il dí seguente non solo vestissi, ma fuori del suo quarto discese alla saletta solita per desinare.
Né però quel dí poté mangiare; ma dorminne gran parte.
Quindi passò inquieta la notte.
Pur venuto il mattino dei 5, fattasi la barba, voleva uscir a prender aria; ma la pioggia glie l'impedí.
La sera con piacere pigliò, come soleva, la cioccolata.
Ma la notte, che veniva su i 6, fierissimi dolori di viscere gli sopraggiunsero, e come il dottore ordinò, gli furono posti a' piedi senapismi, i quali, quando incominciavano ad operare, egli si strappò via, temendo che impiagandogli le gambe gli togliessero per piú giorni il poter camminare.
Tuttavia pareva la sera seguente star meglio, senza però porsi a letto; che nol credeva poter soffrire.
Quindi la mattina dei 7 il medico suo ordinario ne volle chiamato un altro a consulta, il quale ordinò bagni e vescicatori alle gambe.
Ma questi l'infermo non volle per non venir impedito dal poter camminare.
Gli fu dato dell'oppio, che i dolori calmò, e gli fe' passare una notte assai tranquilla.
Ma non però si pose a letto, né la quiete, che gli dava l'oppio, era senza qualche molestia d'immagini concitate in capo gravoso, cui nella veglia involontarie, come in sogno, si presentavano le ricordanze delle passate cose le piú vivamente impresse nella fantasia.
Onde in mente gli ricorrevano gli studi e lavori suoi di trent'anni, e quello, di che piú si maravigliava, un buon numero di versi greci del principio d'Esiodo, ch'egli aveva letti una sola volta, gli venivano allora di filo ripetuti a memoria.
Questo ei diceva alla Signora Contessa, che gli sedeva a lato.
Ma non pare che per tutto ciò gli venisse in pensiero che la morte, la quale da lungo tempo egli era uso figurarsi vicina, allora imminente gli soprastasse.
Certo almeno che niun motto a Lei ne fece, benché Ella nol lasciasse che al mattino, in cui alle sei ore egli prese, senza il parere dei medici, olio e magnesia, la quale dovette anzi nuocergli, imbarazzandogli gl'intestini, poiché verso le 8 fu scorto già già pericolare, e richiamata la Signora Contessa il trovò in ambascia, che il soffocava.
Nondimeno alzatosi di sulla sedia andò ancora ad appressarsi al letto, e vi si appoggiò, e poco stante gli si oscurò il giorno, perdé la vista e spirò.
Non si erano trascurati i doveri e conforti della Religione.
Ma non si credeva il male cosí precipitoso, né alcuna fretta necessaria, onde il confessore chiamato non giunse a tempo.
Ma non perciò dobbiamo credere che non fosse il Conte apparecchiato a quel passo, il cui pensiero avea sí frequente, che spessissimo ancora ne facea parola.
Cosí la mattina del sabato 8 di Ottobre 1803 cotant'uomo ci fu tolto, oltrepassata di non molto la metà dell'anno cinquantesimo quinto dell'età sua.
Fu seppellito, dove tanti uomini celebri, in Santa Croce presso all'altare dello Spirito Santo, sotto a una semplice lapida, intanto che la Signora Contessa D'Albany, gli fa lavorare un condegno mausoleo da innalzarsi non lontano da quello di Michelangiolo.
Già il Signor Canòva vi ha posto mano, e l'opera di sí egregio scultore sarà certamente egregia.
Quali sieno stati i miei sentimenti sulla sua tomba l'ho espresso nei seguenti sonetti
SONETTO I
Cuor, che al tuo strazio aneli, occhi bramosi
di vista, che già già vi stempra in pianto,
ecco il marmo cercato, e i non fastosi
caratteri, che son pur sommo vanto.
QUI POSTO È ALFIERI.
Oimè!...
Quant'uomo! e quanto
d'amor, di fede in lui godetti, e posi!
Qual ne sperai da lui funebre canto,
quando tosto avverrà che spento io posi!
Io vecchio, stanco, e senza voce omai
in Pindo, ove mal noto in basso scanno
spirarvi a gloria pochi giorni osai.
E inutil sopravvivo a tanto affanno.
Oh crudel Morte, che lasciato m'hai
per ferir prima, ove sol tutto è il danno!
SONETTO Il
Umile al piano suolo or l'ossa asconde
lapide scarsa che ha il gran nome scritto
ma, quali invan li brameresti altronde,
marmi dal Tebro qua faran tragitto;
e mole sorgerà, che d'ognidonde
s'accorra ad ammirarla miglior dritto
che non colà sulle Niliache sponde
le alte tombe de' Sovran d'Egitto.
Già lo scarpel del gran Canova, e l'arte
benedir odo, e te, che scelto all'opra,
Donna Reale hai sí maestra mano,
acciò con degno onor per te si copra
chi tanto te onorò con degne carte:
e piangi pur, come se oprassi invano.
SONETTO III
Qua pellegrini nell'età future
verran devoti i piú gentili amanti:
Poiché non fia che prima il tempo oscure,
che le Scene d'Alfieri i minor canti,
da cui tue rare doti, e le venture
sapran dell'alto amor, Donna, onde avanti
vita avevi in due vite, or solo a cure
di te, non vivi, ma prolunghi i pianti.
E alcun dirà: qual fra cotante, state
chiare, può al par di questa andare altera
d'esimio, ardente amico, eccelso vate?
O qual servo d'Amor mai ebbe, o spera
piú adorno oggetto, non che di beltate,
ma d'ogni laude piú splendente, o vera?
Piú direi per mostrare qual amico ei fosse, qual perdita abbiam noi fatta, e l'Italia.
Ma pietà vuole ch'io sopprima le lagrime per non concitarnele piú dolorose, consolandole piuttosto col rammentare che ne' suoi scritti ci resta immortale il suo ingegno, e l'immagine viva di quella grand'anima, la quale assai chiaramente effigiata risplende già pur ne' libri da lui pubblicati.
Ond'anche meno ci dee rincrescere ch'ei non abbia potuto ripulire questa sua storia e che, anzi ne sia la Seconda Parte soltanto un primo getto della materia minutata con frettolosa mano e con postille e richiami, cosicché non è facile porvi a luogo ogni cosa, e leggerla rettamente.
Ma non v'è pericolo che perciò alcuno faccia della facoltà di scrivere del Conte Alfieri minor concetto.
Onde quello, che dianzi ho accennato, di voler qui soggiungere alcuna scusa, non riguarda la dettatura, ma le cose.
Alfieri in queste carte si è dipinto qual era; né chi scevro d'ogni rugginoso affetto leggeralle, altra idea ne trarrà che la verace.
Ma l'acerbità del suo disegno in piú d'un tratto può molti offendere.
La quale se non si scorgesse in alcun altro suo scritto, basterebbe, come ho detto, e la Signora Contessa fa, non lasciar veder questi fogli che a qualche sicuro amico.
Ma poiché i motivi che hanno a rendergli avversi molti animi, già sono pubblici in altri suoi libri, e lo splendore della sua gloria già basta a concitargli contro gran fiel d'invidia, e po' poi queste carte, comunque custodite, pur possono venire in mano di men benevoli, sarà bene apporvi un poco di contravveleno.
Dico adunque distinguersi due ragioni di lode, quella di sommo, e quella d'irreprensibile, delle quali essendo la seconda in questo misero mondo rarissima eziandio nella mediocrità, nel sommo non v'è richiesta.
Ora al sommo sempre sospingevasi Alfieri, e fra i piú nobili affetti, che l'amor di gloria in quel gran cuore incendeva, fu sommo l'amore di due cose, ch'ei non sapea distinguere, patria e libertà civile.
Vero è che un filosofo disimpegnato nella monarchia è piú libero assai che il monarca; né io mai altra libertà ho per me bramata, né avuti a sdegno i doveri di suddito fedele.
Ma quando ai sovrani piace venir chiamati padroni dai sudditi tutti, pur troppo è facile che taluno si cacci in capo fortemente non potervi essere libertà civile, dove il diritto di volere è d'un solo.
Con questo inganno avvampava Alfieri dell'amore di patria libera, il quale, dalla parte al tutto passando, egli stendeva a incensissimo desiderio dell'italica libertà, la quale ei non voleva disperare che possa ancora, quando che sia, gloriosamente risorgere.
Però sembrando allora che nulla piú fosse in grado di ostarvi che la potenza francese, contro ai Francesi abbandonossi a un odio politico, ch'ei credé poter giovar all'Italia, quanto piú fosse reso universale.
Voleva inoltre sceverarsi da quegl'infami, che mostratisi per la libertà come lui caldissimi, ne han fatto con le piú abbominevoli scelleratezze detestare il partito.
A chi meno ha passione egli è chiaro ch'ei non dovea cosí generalmente parlare senza distinzioni di buoni e rei; né ragionevole al giudizio di un freddo filosofo è mai l'odio di nazione alcuna.
Ma si vuole Alfieri considerare come un amante passionatissimo, che non può esser giusto cogli avversari dell'idolo suo, come un italiano Demostene, che infiammate parole contrappone a forze maggiori assai dei Macedoni.
Né perciò il discolpo; né mi abbisognava per mantenergli la dovuta lode di sommo.
Bastami che non si nieghi convenevole indulgenza a trascorsi provenienti da eccesso di sí commendabile affetto qual si è l'amor della patria.
Faccia la signora Contessa di questa mia carta quell'uso, che le parrà bene, gradendo colla solita sua bontà, se non altro, il buon volere, e l'ossequio con cui mi pregio di essere
Suo devotiss.
servo di tutto cuore
Tommaso Valperga Caluso
Firenze i 21 Luglio 1804.
NOTE:
(1) Vedi appendice prima.
(2) Vedi appendice seconda.
(3) Vedi appendice terza.
(4) Vedi appendice quarta.
(5) Vedi appendice quinta.
(6) Vedi appendice sesta.
(7) Vedi appendice settima.
(8) Vedi appendice ottava.
(9) Vedi appendice nona.
(10) Vedi appendice decima.
(11) Vedi appendice undicesima.
(12) Vedi appendice dodicesima.
(13) Vedi appendice tredicesima.
(14) Vedi appendice quattordicesima.
(15) Vedi appendice quindicesima.
(16) Vedi appendice sedicesima.
(17) Vedi appendice diciassettesima.
(18) Vedi appendice diciottesima.
(19) verso brevino [N.d.A.]
(20) verso abortivo [N.d.A.]
(21) o terra: rimasto nella penna [N.d.A.]
(22) Verso lunghetto.
Un dotto lo intitolerebbe Upercatatectico [N.d.A.]
(23) Nota quel fra i poli, che è squisita espressione [N.d.A.]
(24) Almeno il punto interrogativo ci fosse stato [N.d.A.]
(25) Lo scrittore era nemico giurato del punto fermo [N.d.A.]
(26) Qui le informi reminiscenze del Metastasio traevano l'autore a rimare senza avvedersene [N.d.A.]
(27) È venuto scritto avari invece di avaro [N.d.A.]
(28) Sia maledetto, se mai un punto fermo ci casca [N.d.A.]
(29) Nascea quest'autore con una predilezione smaniosa per le virgole [N.d.A.]
(30) Rimaste due sillabe nella penna, pel troppo delirante affetto [N.d.A.]
(31) La Cleopatra di cui qui fa menzione, è quella del cardinale Delfino, che il Padre Paciaudi mi avea consigliato di leggere [N.d.A.]
(32) Codeste interrogazioni d'Ismene, piú assai proprie di un giudice fiscale, che non di una dipendente amica, mi hanno pur rallegrato un pochino, e sollevatami col riso la noia di questa copiatura.
[N.d.A.]
(33) Anco un verso falso di accenti, e da non potersi strascinare con sei par di buoi, mi toccò di far recitare nella mia prima comparsa su le scene italiane.
[N.d.A.]
...
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