BERECCHE E LA GUERRA, di Luigi Pirandello - pagina 11
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Non l'avrei fatto per odio di nessuno; non conoscevo nessuno.
Come la morte.
Un soffio, e via.
Quanta umanità, prima di questa che ora mi passava ombra davanti, era stata soffiata via? Ma potevo mai tutta l'umanità? disabitare tutte le case? tutte le strade di tutte le città? e le campagne e i monti e i mari? disabitare tutta la terra? Non era possibile.
E allora no, non dovevo piú nessuno, piú nessuno.
Dovevo forse mozzarmi quelle due dita.
Ma chi sa se non sarebbe bastato il solo fiato.
Dovevo provare? No, no: basta! Mi sentivo raccapricciare, al solo pensiero, da capo a piedi.
Forse bastava un soffio soltanto.
Come impedirmelo? Come vincere la tentazione? Una mano sulla bocca? Potevo condannarmi a star sempre con una mano sulla bocca?
Cosí farneticando, m'avvenne di passare davanti al portone dell'ospedale, spalancato.
Nell'androne, erano alcuni infermieri, lí di guardia per il pronto soccorso, che conversavano con due questurini e col vecchio portinajo; e sulla soglia, intento a guardar nella strada, stava col lungo càmice di servizio e le mani sui fianchi quel giovane medico accorso al letto di morte del povero Bernabò.
Come mi vide passare, forse per i gesti che facevo in quel mio farneticare, mi riconobbe e si mise a ridere.
Non l'avesse mai fatto! Mi fermai; gli gridai: "Non mi cimenti in questo momento col suo sciocco sorriso! Sono io, sono io; l'ho qua", e gli mostrai di nuovo le dita congiunte, "forse nel soffio soltanto! Ne vuol fare la prova davanti a questi signori?".
Sorpresi e incuriositi, gl'infermieri, i due questurini e il vecchio portinajo s'erano appressati.
Col sorriso rassegato sulle labbra che parevano dipinte e senza levarsi le mani dai fianchi, quello sciagurato non si contentò di pensarlo, questa volta, osò dirmi, scrollando le spalle: "Ma lei è pazzo!".
"Sono pazzo?" incalzai.
"L'epidemia è cessata da quindici giorni.
Vuoi vedere che la riattizzo e la faccio divampare in un momento, spaventosamente?".
"Soffiandosi sulle dita?".
Le risa fragorose che seguirono a questa domanda del dottore mi fecero vacillare.
Avvertii che non avrei dovuto lasciarmi prendere dalla irritazione per l'avvilimento del ridicolo che quel mio gesto, appena fatto palese, inevitabilmente m'attirava.
Nessuno, fuor che io, poteva credere sul serio ai suoi terribili effetti.
Ma l'irritazione tuttavia mi vinse, come il bruciore d'un bottone di fuoco sulla carne viva, sentendo quel ridicolo quasi un marchio di scherno che la morte avesse voluto imprimermi concedendomi quell'incredibile potere.
S'aggiunse a questo, come una sferzata, la domanda del giovane medico: "Chi le ha detto che l'epidemia è cessata?".
Restai.
Non era cessata? Mi sentii avvampare di vergogna le guance.
"I giornali" dissi "non han piú segnalato alcun caso".
"I giornali", ribatté quello, "ma non noi, qua all'ospedale".
"Ancora casi?".
"Tre o quattro al giorno".
"E lei è sicuro che siano dello stesso male?".
"Ma sí, caro signore, sicurissimo.
Cosí si riuscisse a veder chiaro nel male! Risparmi, risparmi il suo fiato".
Gli altri tornarono a ridere.
"Sta bene", dissi allora.
"Se è cosí, io sono un pazzo e lei non avrà paura a offrirmene una prova.
S'assume la responsabilità anche per questi altri cinque signori?".
Il giovane medico, di fronte alla mia sfida, restò un momento perplesso; ma poi il sorriso gli ritornò sulle labbra: si volse a quei cinque: "Avete inteso? il signore presume che gli basta soffiarsi appena sulle dita per farci morire tutti quanti.
Ci state? Io ci sto".
Quelli esclamarono a coro, sghignazzando: "Ma sí, soffii, soffii, ci stiamo anche noi, eccoci qua!".
E mi si misero tutt'e sei in fila davanti, coi volti protesi.
Pareva una scena di teatro, in quell'androne d'ospedale, sotto la lanterna rossa del pronto soccorso.
Erano certi d'aver da fare con un pazzo.
Ormai non potevo piú tirarmi indietro.
"E l'epidemia, caso mai, non sono io, eh?".
E per esser piú sicuro, congiunsi come al solito le due dita davanti alla bocca.
Al soffio, tutt'e sei, uno dopo l'altro, s'alterarono in viso; tutt'e sei si piegarono sul busto; tutt'e sei si portarono una mano al petto, guardandosi l'un l'altro negli occhi infoscati.
Poi uno dei questurini mi saltò addosso, attanagliandomi il polso; ma subito si sentí soffocare, mancar le gambe, mi cadde ai piedi come a implorarmi ajuto.
Gli altri, chi vagellava, chi annaspava con le braccia, chi era restato con gli occhi sbarrati e la bocca aperta.
Istintivamente, col braccio libero feci per parare il giovane medico che s'abbatteva su me; ma anche lui, come già Bernabò, mi respinse furiosamente, e traboccò a terra con un gran tonfo.
Una frotta di gente, che a mano a mano diventava folla, s'era intanto raccolta davanti al portone.
I curiosi, di fuori, spingevano, mentre gli sgomenti rinculavano dalla soglia e pigiavano in mezzo gli ansiosi che volevano vedere che cosa stesse accadendo in quell'androne.
Lo domandavano a me, come a uno che lo dovesse sapere, forse perché il mio volto non esprimeva né la curiosità, né l'ansia, né lo sgomento che erano in loro.
Che aspetto avessi, non potrei dirlo; mi sentivo in quel momento come uno sperduto, d'improvviso assaltato da una muta di cani.
Non vedevo altro scampo che nel mio gesto puerile.
Dovevo aver negli occhi una espressione di paura e insieme di pietà per quei sei caduti e per tutti coloro che mi stavano intorno; fors'anche sorridevo dicendo a questo e a quello nel farmi largo: "Basta un soffio...
cosí...
cosí..."; mentre da terra il giovane medico, testardo sino alla fine, gridava contorcendosi: "L'epidemia! L'epidemia!".
Fu una fuga generale; e io mi vidi ancora per poco in mezzo a tutta quella gente che correva spaventata e all'impazzata, andare, io solo, a passo, ma come un ubriaco che parlasse tra sé, dolce e appenato; finché mi trovai, non so come, innanzi a uno specchio di bottega, sempre con quelle due dita davanti alla bocca e nell'atto di soffiare " ....cosí...
cosí...", forse per dare una prova dell'innocenza di quell'atto, mostrando che, ecco, lo facevo anche su di me, nel solo modo che mi fosse possibile.
M'intravidi per un attimo appena in quello specchio, con occhi che io stesso non sapevo piú come guardarmeli, cosí cavati dentro com'erano nella faccia da morto; poi, come se il vuoto m'avesse inghiottito, o colto una vertigine, non mi vidi piú; toccai lo specchio, era lí, davanti a me, lo vedevo e io non c'ero; mi toccai, la testa, il busto, le braccia; mi sentivo sotto le mani il corpo, ma non me lo vedevo piú e neanche le mani con cui me lo toccavo; eppure non ero cieco; vedevo tutto, la strada, la gente, le case, lo specchio; ecco, lo ritoccavo, m'appressavo a cercarmi in esso; non c'ero, non c'era nemmeno la mano che pur sentiva sotto le dita il freddo della lastra; un impeto mi prese, frenetico, di cacciarmi in quello specchio in cerca della mia immagine soffiata via, sparita; e mentre stavo cosí contro la lastra, uno, uscendo dalla bottega, m'investí e subito lo vidi balzare indietro inorridito e con la bocca aperta a un grido da pazzo che non gli usciva dalla gola: s'era imbattuto in qualcuno che doveva esser lí, e non c'era, non c'era nessuno; insorse in me allora prepotente il bisogno d'affermare che c'ero; parlai come nell'aria; gli soffiai sul volto: "L'epidemia!" e con una manata in petto lo abbattei.
Intanto la via, messa in subbuglio da coloro che prima erano fuggiti e che ora, con visi da spiritati, tornavano indietro, certo concitando tutti in cerca di me, s'empiva di gente che da ogni parte rampollava, strabocchevole, come un fumo denso di facce cangianti che mi soffocava, vaporandosi quasi nel delirio d'un sogno spaventoso; ma pur pigiato tra quella calca, potevo andare, aprirmi un solco col soffio sulle mie dita invisibili.
"L'epidemia! l'epidemia!".
Non ero piú io; ora finalmente lo capivo; ero l'epidemia, e tutte larve, ecco, tutte larve le vite umane che un soffio portava via.
Quanto durò quell'incubo? Tutta la notte e parte del giorno appresso stentai a uscire da quella calca, e liberato alla fine anche dallo stretto delle case della città orrenda, mi sentii nell'aria della campagna aria anch'io.
Tutto era dorato dal sole; non avevo corpo, non avevo ombra; il verde era cosí fresco e nuovo che pareva spuntato or ora dal mio estremo bisogno d'un refrigerio, ed era cosí mio, che mi sentivo toccare in ogni filo d'erba mosso dall'urto d'un insetto che veniva a posarsi; mi provavo a volare col volo quasi di carta, distaccato, di due farfalle bianche in amore; e come se veramente ora fosse uno scherzo, ecco, un soffio e via, e le ali distaccate di quelle farfalle cadevano lievi nell'aria come pezzi di carta; piú là, su un sedile guardato da oleandri, sedeva una giovinetta vestita d'un abito di velo celeste, con un gran cappello di paglia guarnito di roselline; batteva le ciglia; pensava, sorridendo d'un sorriso che me la rendeva lontana come un'immagine della mia giovinezza; forse non era altro veramente che una immagine rimasta lí della vita, sola ormai sulla terra.
Un soffio e via! Intenerito fino all'angoscia da tanta dolcezza, rimanevo lí invisibile, con le mani afferrate e trattenendo il respiro, a mirarla da lontano; e il mio sguardo era l'aria stessa che la carezzava senza che lei se ne sentisse toccare.
UN'IDEA
Lasciata la solita compagnia nel caffè (tra i lumi e gli specchi pieno di fumo) si trova davanti la notte: vitrea, quasi fragile nella purezza degli astri sfavillanti sulla vastissima piazza deserta.
Attraversarla, gli pare impossibile; la vita, in cui deve rientrare, irraggiungibilmente remota da essa; e tutta la città, come da secoli disabitata, coi fanali che ancora la vegliano nel chiarore misterioso di quella gelida azzurrità notturna.
Impossibile il rumore dei suoi passi in quel silenzio che pare eterno.
Ah se davvero per prodigio si fosse spenta la vita della città! Seduto come un mendico sul paracarro all'imboccatura della via, davanti la piazza, rimarrebbe come quei fanali vani a mirare e sostenere la stupefazione immota di tutte le cose ormai vuote per sempre d'ogni senso.
Si scuote alla fine da quel fascino, per attraversare la piazza.
Leggero come un'ombra, il suo corpo; e, andando, nessun rumore.
Dov'è piú il peso di cui s'è sentito gravare poc'anzi? Tutt'intorno, ora, la città ha come una vaporosa evanescenza di sogno; e il suo corpo vi si muove quasi fluido, ombra tra ombre.
È dunque un'idea.
Ancora, sempre quella idea ch'egli non riesce in alcun modo a precisare.
Appena ne avverte confusamente la presenza, si sente opprimere da quel peso.
Appena gli svanisce, ecco: vuoto come un'ombra.
Ma non dev'essere dell'idea, quel peso.
Il peso è del tempo che perde a guardar vivere gli altri.
Non riesce piú a capirne la ragione, o meglio, aspetta di capire che altro vi stiano a cercare, se è questa la vita, cosí tutta fatta di cose che si sanno, usuali e necessarie, le stesse ogni giorno, magari con l'illusione che ogni tanto ce ne possano esser di nuove solo perché hanno preso un giro piú largo, con qualche imprevisto in principio, una sensazione insospettata, tanto da parere che s'apra un altro mondo, e poi o ci s'abitua poco dopo o si ricasca subito, delusi, nel solito d'una indifferenza continua.
Prova per la mollezza di certe sue bontà, tutte un po' artificiose, un tale schifo che, tante volte, a ripensarci, vorrebbe essere piuttosto una bestia feroce.
E queste donne che si guastan la faccia per farsene una maschera! Se domandi a qualcuna: "A che pensi?" non pensano a nulla; ma basta che tu gliel'abbia domandato, perché subito s'affacci loro alla mente qualcosa che non ti possono dire.
Come svegliare le gatte.
E la vanità di tutti questi segreti ragionamenti, sempre con un sorriso da scemo pronto sulle labbra a un minimo richiamo dei cari amici che ti burlano perché non sai dir loro che cos'hai né che cosa vuoi.
Il peso è questo.
Mentre forse, per sé, quell'idea è la cosa piú lieve, la piú semplice e, chi sa? la piú comune, forse.
Ha attraversato la piazza.
Prima d'entrare nello stretto delle case torna a fermarsi.
Andare a chiudersi, nell'animo in cui è, piú che nausea gli fa paura.
Prende a destra per il lungo viale che conduce al ponte e, di là, ai sobborghi solitarii oltre il fiume.
È certo che tornerà indietro appena giunto al ponte.
Sul ponte non salirà.
Senza volerlo avvertire, un brivido, solo a pensarci.
Il freddo è pungente; perfino il selciato ne sembra illividito.
Nota, camminando, che ogni qual volta passa sotto una delle lampade elettriche sospese alte in fila in mezzo al viale, l'ombra del suo corpo s'allunga, crescendogli curiosamente da un piede e dall'altro, e piú s'allunga e piú si rarefà, finché non svanisce.
Anche l'ombra del suo corpo, come quell'idea.
Non può illudersi che, la mattina dopo, ristorato dal sonno della notte, si scrollerà d'addosso il ricordo di quei momenti d'ossessione, esclamando per non dar loro importanza:
- Stanchezza!
Troppe volte ha esclamato cosí.
Gli pare ormai l'esclamazione d'un altro, per certi conforti che, inutile darli, eppure si dànno.
Se è veramente stanchezza, del resto, non essendo piú di momenti e non bastando piú il sonno né altro a fargliela passare, che sollievo e che conforto può piú essere per lui chiamarla cosí quell'idea? E non è neppure disgusto di quella sua vita.
No, è che proprio non lo sa che cosa sia precisamente né donde gli venga, ormai cosí spesso, quella idea, come un arresto improvviso che lo tiene sospeso e assorto in una opaca attesa.
Ma come? È già entrato?
Da sé, i suoi piedi, in un portone ben noto di quel viale; e hanno anche salito la prima rampa d'una scala per cui altre volte, di tempo in tempo, egli è salito con una vaga speranza nel cuore, e da cui ogni volta è disceso col proposito di non tornare a salirla mai piú.
Una saletta, e poi lo scrittojo, tutto in ombra, rischiarato soltanto sui grandi fogli bianchi d'un registro aperto sul piano della scrivania.
Traspare appena in quell'ombra un paralume verde di vetro.
E su quei fogli illuminati due mani rosee, piccole, con tante fossette quante sono le dita.
Dall'ombra viene una voce.
Senza sorpresa, senza rimprovero, quasi sbocciata da un lieve, lieto sorriso:
- Ah tu ancora, qui?
Bisogna far gli occhi a discernere in quell'ombra; ma lui ci vede e va diritto alla voce e ha, come al solito, le mani troppo pronte; come al solito lei gliele prende e, piú che respingerle, fa il gesto di restituirgliele.
Cosí non le vuole; neppure se egli fosse ancora il suo fidanzato.
Ah, lo è ancora? Bel coraggio! Non si fa piú vedere da quattro mesi.
Lei non l'ha richiamato; ma non lo richiamerà mai lei.
Se vuol venire, è sempre il benvenuto, e la troverà tutte le sere al lavoro, in casa, dopo il servizio giornaliero alla banca, là coi suoi registri e tra le sue cifre, e due penne, già, e due inchiostri, cifre rosse e cifre nere, regoli, matite e la macchinetta per le operazioni automatiche.
- Zia!
Inutile svegliarla, povera zia.
Dorme al solito sul divano, fingendo di lavorare a maglia.
S'ostina ad aspettare, cosí con gli occhiali sul naso, che lei abbia finito, per andare a letto insieme.
La testa le ciondola ora su una spalla ora sull'altra; le mani le sono scivolate in grembo: anche gli occhiali a momenti le scivoleranno dal naso.
Quelle cifre? Ma no, che vuole che rappresentino per lei? Il suo lavoro, da eseguire con la massima attenzione.
Poi restano lí, per la banca.
Non la interessano affatto.
E cosí dicendo, si passa le mani sui biondi capelli lisci e lucidi e gli sorride coi chiari occhi azzurri.
La bocca è cosí fresca e la fronte cosí serena! Non ha mai desiderii?
- No.
Perché averne?
Oh Dio, qualcuno, momentaneo, solo se possibile.
È contenta cosí.
Se lui la sposasse?
Eh sí, perché no, tanto contenta.
Ma lui non la sposerà mai.
Ora glielo domanda soltanto per sapere che cosa lei gli risponderà.
Bene, lei gli risponde cosí.
È dolce supporlo anche senza crederci.
Per una donna come lei, del resto, meglio non sposare.
Non saprebbe immaginarsi in una vita diversa.
Questa casetta signorile, benché sú al quinto piano, tutta messa con gusto di colori appropriati, tende, tappeti, la soddisfazione che tutto è dovuto al suo lavoro, la tranquillità della zia, qualche piacere che di tanto in tanto si possono prendere, il mese ai bagni o in collina, qualche passeggiata, le feste, con questa o quella amica.
Ne ha, sí, qualcuna.
E sorride.
Perché non dovrebbe averne? E anche qualche giovanotto, perché no! Poche donne sanno sorridere con una cosí aliena dolcezza.
Pare lontana da tutto, lontana anche da sé, come se neppure il suo corpo le appartenga e non abbia il minimo sospetto né dei desiderii che può accendere né del piacere che può dare.
È difatti di una piacenza cosí nobilmente placida e pura, che nessuna bramosia carnale può sorgere in chi la miri.
Ma possibile che non pensi a nulla? Almeno al suo avvenire! Vivrà sempre cosí, in codesto ritegno, sempre con l'aria di ritrarsi da tutto? Ci sono gli altri; c'è la vita, solo a farsi un po' avanti.
Non vuole.
I pensieri della giornata, delle cose da fare.
Legge, a volte, qualche libro; ma ha cosí poco tempo per la lettura! Libri di viaggio.
Al polo? No.
Perché dice al polo? Un'altra bella risata, liquida, schietta, luminosa.
La crede proprio cosí fredda? Eppure, dicono che le donne esquimesi sono invece cosí calde!
- Io? Non so.
D'inverno soffro molto il freddo.
Giú le mani.
Le ho fredde, sí.
E questo silenzio.
Sempre questo silenzio.
- Dormo quieta.
Sogno di rado.
Sul ponte, quella sera, che purezza d'astri
Guarda il cielo, per non guardare, giú, l'acqua del fiume.
L'idea che non riesce a precisare è forse proprio questa.
Ma non ne ha il coraggio.
Poggia le mani sul parapetto del ponte; se le sente quasi restituire anche qui, dal freddo della pietra, come prima dal tepore di quelle altre mani.
E resta lí, di nuovo assorto, opacamente, in quella sua singolare attesa.
Il tempo s'è fermato e fra le cose rimaste tutt'intorno in uno stupore attonito pare che un segreto formidabile sia nel fatto che in tanta immobilità solo l'acqua del fiume si muova.
LUCILLA
(ORA CHE S'È GUASTATA CON LE MONACHE)
Prato al sole, erba nuova, fili di suono, nel silenzio che pare uno stupore.
Stupore di come s'accendono qua questi fiorellini d'oro e là bruciano quei rossi.
Ma già comincia a cadere, di sbieco e pericolante sul verde, l'ombra del conventino con la tozza crocetta in cima alla cuspide, cosí allungata che va a sbattere, e si rizza spezzata, su quel bianco muretto a riparo degli orti.
Lucilla, da un pezzo addossata al muro del conventino, smette di piangere, d'un tratto facendo caso all'ombra di quella crocetta.
Possibile, cosí lunga?
Ha sempre pensato, mandando gli occhi fin lassú, che veramente avrebbero potuto anche farla meno tozza, quella crocetta; ma in fondo, non dicendoselo, ha pure approvato che essa se ne stia lí quasi accovacciata su quella cuspide puntuta, senza mai desiderio di stirarsi un po' per diventare nel cielo una crocetta snella, alta.
Ed ecco che ora il sole, per conto suo, si piglia questo piacere, e anche cosí inverosimilmente esagerato: bum! fin addosso al muretto...
E allora, se lei Lucilla si mette al sole, dove arriverà?
Esce dall'ombra e s'espone al sole sul prato.
O com'è?
Uno sgorbio, di traverso.
Il dispetto che ne prova, con la sorpresa e l'incomprensione del fenomeno, si fa rabbia feroce, una rabbia che le torce le viscere dentro come una fune, non appena là sul prato l'ombra di qualcuno che sopravviene si stende accanto alla sua e subito la supera la supera, fino a far parere in un niente, la sua, men che l'ombra d'una bambina.
Si volta di scatto (perché ha riconosciuto dall'ombra la conversa che viene a cercarla) e, col faccino contratto dalla rabbia e certi occhi da gatta fustigata, le grida mostrando i pugni:
- No! No! No! Hanno voglia d'aspettarmi, non ci torno, non ci torno piú!
E corre all'ombra, a risedere sull'erba, con le spalle appoggiate al muro del conventino.
La conversa, a quello scatto furioso, resta lí; la segue con gli occhi; poi fa per accostarsi, ma la vede scattar di nuovo in piedi pronta a fuggire, e si riferma:
- Ma via, non far la sciocca - le dice.
- Non sei piú una bambina!
Proprio ciò che fa al caso, in quel momento, per Lucilla.
Tutta un fremito, col volto avvampato dal sangue che, a quelle parole, s'è sentito montare alla testa, torna a stringere i pugni e le viene innanzi gridando:
- Ah sí? lo sai dire? Ma appunto perché non sono piú una bambina!
Le parole stesse, man mano che le dice, dànno questo spettacolo atroce negli occhi e nella bocca di Lucilla: che gli occhi, insanguati dal pianto e fosforescenti dalla rabbia, schizzano lagrime, e subito, con quelle lagrime, nel faccino piccolo da bambina, diventano occhi da grande; mentre, nella bocca digrignata, la voce, la voce diventa quella di una donna che già sa tutto.
La conversa, a questo spettacolo, si chiude in sé rattristata; par che diventi piú gialla e piú magra; non trova piú nulla da dire; cava dallo scialle nero che le pende dalle spalle le mani, due mani secche che pajono di pietra logora, e le congiunge per scuoterle pietosamente.
- Ma che vuoi fare? - le domanda alla fine.
- Dove vuoi andare?
E Lucilla, scrollandosi:
- Lo so io! Non ve n'incaricate!
Quella si muove per ritornare al convento.
Fatti due passi, si volta appena, per nascondere il pianto, e, indicando con una di quelle mani, sospira:
- Il tuo conventino...
E se ne va.
Resta della voce, nel vano dell'aria, come l'ombra di quello che c'era: il rimpianto e il rimprovero.
E Lucilla guarda il conventino.
C'è nata.
Davvero, dentro di sé, pur senza volerlo piú riconoscere, sente che le è caro.
Caro perché, da convento grande grande, come potevano farlo, l'hanno fatto invece cosí piccolo piccolo, quasi apposta per lei.
Come apposta per lei, suo padre che vi fu tant'anni sagrestano, prima che morisse, costruí i mobiletti del suo stanzino là dentro: mobiletti quasi da bambola, per non farla avvilire: il lettino, le sedioline, il tavolinetto, tutto in proporzione della sua statura.
Perché lei per quel padre, e per quella madre che certo non poteva far figliuoli (tant'è vero che, appena fece lei cosí piccola piccola, morí), lei è rimasta come una figliuola guardata da lontano lontano, là dal punto della sua nascita, vent'anni fa.
E cosí guardata da quegli occhi di madre che si sono allontanati d'anno in anno sempre piú, tutto quello che ha potuto crescere, eccolo qua, è poco, è niente, si sa; di anni solo è cresciuta; ma a vederla, è rimasta come una bambina: tanta cosí.
Non nana, non nana! della nana non ha niente; tutti anzi si voltano a guardarla stupiti, da come è bella con la sua testina ricciuta sul collo svelto, che può girarla di qua e di là, come vuole, e tutti i riccioli intorno, come tanti serpentelli; il corpo perfetto, una miniatura.
E lei lo sa, lo sa meglio di tutti, com'è il suo corpo, dacché ha imparato a conoscerlo, da come certi maschiacci la guardano, imbecilli!
Il dispetto è questo, la rabbia, la tortura: che lei, dentro di sé, quando senza vedersi sta a pensare, pensa da grande, ormai, da donna, da donna fatta come tutte le altre.
Vedersi allora trattata come una bambina da quelle stupide teste fasciate delle suore, che loro sí, anche vecchie con quelle facce siero di latte, guardano parlano ridono e fanno attucci da bambine sceme; vedersi trattata come una bambola, come un giocattolo, presa in collo e passata dalle braccia dell'una a quelle dell'altra, che tutte per carezzarla la mungono e nessuna si vuole accorgere che lei è già tutta formata come una donna; no, no, no, questo non le è piú tollerabile, deve finire, deve finire; è già finito.
Ne ha sgraffiate oggi tre o quattro in un momento che s'è sentita artigliare le dita, e non sa piú che ingiurie e vituperii ha scagliato loro in faccia, con la schiuma alla bocca.
Le hanno fatto la carità di tenerla con loro, in quello stanzino, anche dopo morto il padre? Sí, grazie, per aver quello spasso della bambolina viva, da giocarci nelle ore di ricreazione! Le hanno cucito con le loro stesse mani, alla bambola, il corredino, abiti, biancheria? Lascerà loro tutto, tutto; non si porterà via nulla; cosí com'è, questa sera stessa, se n'andrà da Nino.
Da Nino, da Nino, sí.
Tra poco.
Alle sette.
Nino gliel'ha detto.
Si metterà con lui.
Lei sa far tutto: badare alla casa, preparargli da mangiare, curargli gli abiti, rammendare, stirare.
Col suo piccolo ferro da stiro, lei, barche di panni cosí, ha stirato in convento!
E Nino lo sa bene, che lei è già donna.
Fin dalla prima volta che anche lui per chiasso se la prese in collo, passando come fa spesso la sera qua dal prato, di ritorno dalla staccionata dov'ha l'allevamento dei cavalli, col suo cappellaccio da buttero, ma signore, e i bei gambali lucenti con gli sproni, nel sollevarla per le ascelle, subito, toccandole coi due pollici il petto, fece un atto furbesco col capo, lui, e sorrise d'una certa maniera, strascicando un ahh...
di sorpresa e d'ammirazione e guardandola con gli occhi imbambolati.
E lei si punse le mani, puntandogliele sulle guance per tenergli discosta la bocca che voleva baciarla, là proprio sul petto, Nino.
Che occhi! Neri e ridenti: forano, quegli occhi! E che denti, quando ride!
Già le sette?
Da quanto è stata a rimuginare tra sé là sul prato, presa la risoluzione di romperla con le monache, Lucilla è ormai come ubriaca; non vede piú nulla; va, vola come una farfallina abbarbagliata; e alla fine, quando si ritrova nell'androne della casa dove sta Nino, le par d'esservi giunta come una trottola, tra le vertigini, in un capogiro.
Non tira piú fiato; e ora, ah Dio, c'è da fare tutte quelle scale, e che scale! per salire fino all'ultimo piano di quel vecchio casone decaduto.
Finalmente, un po' reggendosi al muro, un po' alla ringhiera, ci arriva; ma una volta lassú, davanti alla porta, per quanto si rizzi sulla punta dei piedini, non arriva a premere col braccino levato il campanello troppo alto; e allora si mette a tempestare di pugni la porta:
- Apri, apri, Nino! Sono io! Sono venuta!
Nel bujo della saletta non discerne bene chi sia venuto ad aprirle.
Sente accosto come un tanfo di stalla, mentre una mano ruvida cerca goffamente la sua per prenderla, come si fa coi bambini quando si vogliono portare davanti a qualcuno.
La confusione, anzi peggio, lo sgomento da cui subito è presa, non è però per quel tanfo né per quell'atto goffo a cui lei istintivamente si sottrae; è per un gran baccano di voci e di risa che viene dalla stanza di là, attraverso l'uscio socchiuso, che dallo spiraglio dà a Lucilla l'impressione che crepiti e fiammeggi come un forno.
Lucilla comincia a tremare; vuol fuggire; ma l'uscio si spalanca: ominacci di campagna ubriachi, vestiti di velluto, con gambali e speroni ai piedi; facce bestiali pavonazze, urlando, barcollando, allungando le manacce, la tirano dentro, in mezzo a una nuvola di fumo; tutti sghignazzano come in un ribollimento di grassa sodisfazione; chi posa la pipa, chi la bottiglia e il bicchiere, e si buttano su lei; vogliono giocare con lei anche loro, ma in che altro modo! la spremono, la strizzano, la vogliono scoprire; e lei grida, strilla, si dibatte, finché Nino, sghignazzando anche lui e torcendosi tutto, con le lagrime agli occhi dal troppo ridere, con uno strattone non la libera e, tornando a sedere, non la ripara tra le sue gambe gridando:
- Basta! basta! Le sento battere il cuore, oh Dio, ma sí, ma sí, le sento battere il cuore qua sul ginocchio!
Non s'accorge che Lucilla gli s'è abbattuta su quel ginocchio e che, se egli apre le gambe, gli casca giú a terra, come un cencio, svenuta.
Afferra con una mano un sudicio ragazzaccio di campagna, sui quattordici anni, scemo, che gli sta accanto tutto arruffato e intenerito (quello stesso che è venuto ad aprir la porta) e scuote Lucilla per presentarglielo:
- Eccoti qua lo sposino! Abbiamo tutto preparato di là!
Lucilla non sa piú quanto tempo sia passato; che cosa le sia veramente accaduto là; s'è dibattuta, s'è svincolata, liberata, mordendo, graffiando, e ora va nella notte, non sa dove, piccola piccola, per strade grandi, deserte, ignote; è come impazzita, inebetita; e guarda, cosí piccola, i tronchi giganteschi degli alberi, di cui a stento riesce a scorgere le cime, e piú sú, piú sú, finestre vane illuminate come nel cielo, dove vorrebbe sparire, sparire, se Dio, come spera, vorrà alla fine darle le ali.
I PIEDI SULL'ERBA
Sono andati a svegliarlo sulla poltrona nella stanza di là, se voleva vederla un'ultima volta prima che il coperchio fosse saldato sulla cassa.
- Ma è bujo? Com'è?
No: le nove e mezzo del mattino.
Ma oggi è spuntato cosí: ci si vede appena.
Il trasporto è fissato per le dieci.
Guarda come un ebete.
Gli pare impossibile che abbia dormito, e tanto, tutta la notte, cosí bene.
Ancora insordito dal sonno; insordita dentro di lui la disperazione di quegli ultimi giorni; quelle facce insolite di vicini attorno alla poltrona in quel barlume di giorno; vorrebbe alzar le mani per difendersene; ma il sonno gli è colato e gli s'è fuso nel corpo come piombo; benché già alle dita dei piedi gli sia arrivata, chi sa come, una velleità di levarsi che subito cede.
Deve mostrarsi ancora disperato? Gli viene di dire: "Per sempre...", ma lo dice come uno che si ricomponga sotto le coperte per rimettersi a dormire.
Tanto che gli altri si guardano negli occhi senza comprendere.
Che, per sempre?
Che il giorno sia spuntato cosí.
Vorrebbe dir questo; ma non ha senso.
Il giorno dopo la morte, il giorno del funerale, cosí per sempre nella memoria, con quel barlume che appena ci si vede; e questo suo sonno; mentre di là, nella stanza della morta, forse le finestre...
- Le finestre?
Sí, chiuse.
Forse sono rimaste chiuse.
C'è ancora il lume caldo, immobile, dei grossi ceri sgocciolanti; il letto portato via; la morta a terra nella cassa, dura e illividita tra quell'imbottitura di raso crema.
No, basta: l'ha veduta.
E richiude le pàlpebre sugli occhi che gli bruciano dal tanto piangere dei giorni scorsi.
Basta.
Ora ha dormito, e con questo sonno è finito tutto, smaltito, sepolto tutto.
Ora, restare in questo rilascio di nervi, in questo senso di vuoto dolente e beato.
Chiudere, chiudere la cassa, e via con essa tutta la sua vita passata.
Ma se è ancora di là...
Scatta in piedi; vacilla; lo sorreggono; e, con gli occhi chiusi, si lascia trasportare fino alla cassa; là li apre e subito, alla vista, grida il nome della morta, il nome vivo, com'egli solo in quel nome la può vedere e sentire viva, tutta, in tutti gli aspetti e gli atti della vita, come fu per lui.
Guarda con feroce rancore gli astanti che non possono saperne nulla e stanno a vederla lí morta, com'è, e potrebbero almeno immaginare che cosa significhi per lui restarne privo.
Vorrebbe gridarlo; ma ecco che il figlio accorre a strapparlo dalla cassa, con una furia di cui egli subito sottintende il senso.
Un senso che lo fa gelare, come se si vedesse scoperto.
Vergogna, ancora codeste velleità fino all'ultimo, e dopo che se n'è stato a dormire tutta la notte.
Ora si deve far presto, per non far piú oltre aspettare gli amici invitati ad accompagnare in chiesa la salma.
- Va', va' di là; sii ragionevole, papà!
Con gli occhi cattivi e pur pietosi, da povero, se ne torna di là alla sua poltrona.
Ragionevole, eh già; inutile gridare ciò che sorge dalle viscere e non trova senso nelle parole che si gridano; tante volte neppure negli atti che si fanno.
Per un marito che resta vedovo a una certa età, quando ancora s'ha pur bisogno della moglie, la perdita è forse uguale a quella d'un figlio per cui è anzi una provvidenza restare orfano? Provvidenza, sí, provvidenza, in procinto com'è di sposare, appena trascorsi i tre mesi di lutto stretto, con la scusa che ora per tutti e due c'è bisogno d'una donna che subentri al governo della casa.
- Pardi! Pardi! - chiamano forte nella saletta d'ingresso.
E si sente gelare vieppiú, avvertendo ben distintamente per la prima volta che non chiamano piú lui, con quel cognome che è il suo, ma il figlio; e che quel cognome resta vivo, ora, per il figlio e non piú per lui.
E lui, invece, sciocco, è andato a gridar vivo di là il nome della mamma, come una profanazione, vergogna! Sí sí, velleità inutile, lo riconosce lui stesso, dopo quel gran sonno che l'ha liberato di tutto.
Ora, veramente, la cosa piú viva in lui è la curiosità di vedere come sarà la sua casa; come gliela trasformeranno; dove lo faranno dormire.
Il letto grande, a due, intanto, portato via.
Forse in un lettino? Già.
In quello del figlio.
Il lettino, ora, per lui.
E il figlio, domani, nel letto grande, da trovarsi accanto la moglie sporgendo il braccio.
Lui, dal lettino, il braccio lo sporgerà nel vuoto.
È tutto indolenzito e con una gran confusione nel capo e la sensazione già di quel vuoto, dentro e fuori di lui.
L'indolenzimento del corpo proviene dallo star seduto da cosí lungo tempo; se fa tanto d'alzarsi, è sicuro che in tutto quel vuoto ormai si solleverebbe leggero come una piuma; non ha piú nulla dentro di sé, ridotta a niente la sua vita.
Poca differenza tra lui e quella seggiola là.
Anzi quella seggiola può anche parer soddisfatta sulle sue quattro gambe; mentre lui, i suoi piedi, non sa piú dove posarli, né che farsi delle sue mani.
A chi importa piú la sua vita? Ah, ma nemmeno a lui quella degli altri.
Eppure, la sua vita, dato che gli è rimasta, deve seguitare.
Ricominciare.
Una vita a cui non può ancora pensare; a cui certo non avrebbe mai piú pensato, se gli fossero rimaste le condizioni in cui già s'era chiusa.
Ora, buttato fuori cosí, tutt'a un tratto; non ancora vecchio e non piú giovane...
Sorride e scrolla le spalle.
Per suo figlio, tutt'a un tratto, è diventato come un bambino.
Ma dopo tutto si sa che avviene quasi sempre cosí, i padri che diventano figli dei proprii figli cresciuti, che han preso mondo e si son fatti piú avanti del padre, una posizione piú importante che permette loro di tenere il padre in riposo, per ricompensarlo di quanto ne ebbero da piccoli, ora ch'egli a sua volta è divenuto di nuovo come piccolo.
Il lettino...
Non gli hanno assegnato nemmeno la cameretta in cui prima dormiva il figlio; ma un'altra, quasi nascosta, sul cortile, con la scusa che là sarebbe piú appartato e libero di fare il comodo suo, col meglio dei suoi mobili, disposti in modo che a nessuno potrebbe venire in mente che quella sia la cameretta dov'egli prima teneva la serva.
Nelle stanze poste sul davanti sono entrati mobili nuovi, pretenziosi, e nuovi arredamenti, perfino lusso di tappeti.
Non c'è ormai piú traccia delle sue vecchie abitudini nella casa cosí tutta rinnovata; e anche i mobili vecchi, i suoi, nelle stanzette oscure dove sono stati relegati, cosí come ora li hanno disposti, pare che non sappiano come intendersi tra loro.
Eppure - strano! - del disprezzo in cui con essi si vede caduto, non riesce ad aversi a male; non solo perché, ammirando le stanze rimesse a nuovo, prova pure una bella soddisfazione per il figlio; ma anche in fondo per un altro sentimento che non gli è ancora ben chiaro, di un'altra vita che, con la prepotenza degli aspetti nuovi, cosí tutta lustra e colorita, ha cancellato perfino il ricordo della vecchia.
Un che di nuovo che può anche rinascere in lui, di nascosto.
Senza farsene accorgere, lo intravede come dallo spiraglio luminoso e sconfinato d'una porta che gli si sia aperta alle spalle, donde potrebbe sparire, cogliendo un'occasione ormai facile, visto che nessuno piú si cura di lui, lasciato come in vacanza nell'ombra delle stanzette di là "per fare il comodo suo".
Si sente piú che mai leggero.
E gli è venuta negli occhi una luce che, ricolorandogli tutto, lo fa passare di maraviglia in maraviglia, veramente come se fosse ridivenuto bambino.
Gli occhi, come li aveva da piccolo.
Vispi.
Aperti su un mondo che gli par tutto nuovo.
Ha preso a uscir di mattina, proprio per iniziar le vacanze che dureranno ormai tutto il tempo che gli durerà ancora la vita.
Spogliato di tutte le cure, s'è accordato col figlio su quanto lascerà ogni mese della pensione per il suo mantenimento; poco; vorrebbe lasciar tutto per esser piú leggero e non aver tentazioni: non ha bisogno di nulla; ma il figlio dice, non si sa mai, qualche desiderio; no, e di che? gli basta ormai soltanto vedere cosí da fuori la vita.
Scrollato d'addosso il peso di tutte le esperienze, coi vecchi non sa piú farsela; li sfugge; coi giovani, non può, perché lo considerano vecchio; se ne va alla villa, dove ci sono i bambini.
Ricominciare la vita cosí, coi bambini, sull'erba dei prati.
Dov'è piú alta, e cosí folta e fresca che stordisce con l'ebbrezza del suo odore, i bambini vanno a nascondersi; vi spariscono.
Lo scroscio perenne di un'acqua che scorre coperta non fa avvertire il fruscío delle foglie smosse.
Ma presto i bambini si dimenticano del loro gioco; si denudano i piedini; eccone là uno, roseo, in mezzo a tutto quel verde.
Chi sa che delizia immergere i piedi nel fresco di quell'erba nuova! Si prova a liberare un piede anche lui, di nascosto; sta per slacciare la scarpa dell'altro, allorché gli sorge davanti tutt'accesa in volto e con gli occhi fulminanti una giovinetta che gli grida: "Vecchio porco!" riparandosi subito con le mani le gambe, poiché egli la guarda da sotto in sú e i cespugli le hanno un po' sollevato il vestitino davanti.
Resta come basito.
No! Che ha creduto? È scomparsa.
Lui voleva prendersi un piacere innocente.
Si copre con tutt'e due le mani il piede nudo, indurito.
Che ci ha visto di male? Perché vecchio, non può piú provare il gusto che provano i bambini a denudarsi i piedi sull'erba? Si pensa subito al male, perché è vecchio? Eh lo sa che, da bambino, lui d'un balzo può diventare anche uomo; è ancora uomo, uomo; ma non ci vuol piú pensare; non ci pensava; era proprio come un bambino nell'atto di togliersi le scarpe.
Ah che infamia, ingiuriarlo cosí! Vigliacca! E si butta con la faccia a terra sull'erba.
Tutto il suo lutto, e la sua perdita, e che non ha piú nessuno, e che perciò ha potuto ridursi a far quel gesto interpretato come di sudicia malizia; tutto gli rivien sú come un rigurgito amaro.
Stupida! Se lo volesse fare, gliel'ammette anche il figlio "qualche desiderio": ha in tasca il denaro per questo.
Stravolto dallo sdegno, si tira sú.
Con le mani che gli ballano, si rimette vergognoso la calza, la scarpa; il sangue gli è tutto montato alla testa e gli occhi gli sbattono truci.
Lo sa dove andare per questo, lo sa.
Ma poi, per via, si placa e se ne torna a casa: Tra quella confusione di mobili, che par fatta apposta perché gli dia di volta il cervello, va a buttarsi sul letto, con la faccia al muro.
CINCI
Un cane, davanti una porta chiusa, s'accula paziente aspettando che gli s'apra; al piú, alza ogni tanto una zampa e la gratta, emettendo qualche sommesso guaito.
Cane, sa che non può fare di piú.
Di ritorno dalle lezioni del pomeriggio, Cinci, col fagotto dei libri e dei quaderni legati con la cinghia sotto il braccio, trova il cane lí davanti alla porta e, irritato da quell'attesa paziente - un calcio; calci anche alla porta, pur sapendo che è chiusa a chiave e che in casa non c'è nessuno; alla fine, ciò che gli pesa di piú, quel fagotto di libri, rabbiosamente per sbarazzarsene lo scaraventa contro la porta, come se attraverso il legno possa passare e andare a finir dentro casa.
La porta, invece, con la stessa forza glielo rimanda subito sul petto.
Cinci ne resta sorpreso, come d'un bel gioco che la porta gli abbia proposto, e rilancia il fagotto.
Allora, poiché già sono in tre a giocare, Cinci il fagotto e la porta, ci si mette anche il cane e springa a ogni lancio, a ogni rimbalzo, abbajando.
Qualche passante si ferma a guardare: chi sorride, quasi avvilito della sciocchezza di quel gioco e del cane che ci si diverte; chi s'indigna per quei poveri libri; costano danari; non dovrebbe esser lecito trattarli con tanto disprezzo.
Cinci leva lo spettacolo; a terra il fagotto e, strisciando con la schiena sul muro, ci si cala a sedere; ma il fagotto gli sguscia di sotto e lui sbatte a sedere in terra; fa un sorriso balordo e si guarda attorno, mentre il cane salta indietro e lo mira.
Tutte le diavolerie che gli passano per il capo Cinci le dà quasi a vedere in quei ciuffi scompigliati dei suoi capelli di stoppa e negli occhi verdi aguzzi che sembrano vermicarne.
È nell'età sgraziata della crescenza, ispido e giallo.
Tornando a scuola, quel pomeriggio, ha dimenticato a casa il fazzoletto, per cui ora, di tanto in tanto, lí seduto a terra, sorsa col naso Si fa venire quasi sulla faccia le ginocchia enormi delle grosse gambe scoperte perché porta ancora, e non dovrebbe piú, i calzoni corti.
Butta sbiechi i piedi, camminando; e non ci sono scarpe che gli durino; queste che ha ai piedi sono già rotte.
Ora, stufo, s'abbraccia le gambe, sbuffa e si tira sú con la schiena contro il muro.
Si leva anche il cane e pare gli domandi dove si vada adesso.
Dove? In campagna, a far merenda, rubando qualche fico o qualche mela.
È un'idea; non ne è ancora ben sicuro.
Il lastricato della strada finisce lí, dopo la casa; poi comincia la via sterrata del sobborgo che conduce in fondo in fondo alla campagna.
Chi sa che bella sensazione deve provarsi, andando in carrozza, quando i ferri dei cavalli e le ruote passano dal duro del lastricato strepitoso al molle silenzioso dello sterrato.
Sarà forse come quando il professore, dopo aver tanto sgridato perché lui l'ha fatto arrabbiare, tutt'a un tratto si mette a parlargli con una molle bontà soffusa di rassegnata malinconia, che tanto piú gli piace quanto piú l'allontana dal temuto castigo.
Sí, andare in campagna; uscire dallo stretto delle ultime case di quel puzzolente sobborgo, fin dove la via allarga laggiú nella piazzetta all'uscita del paese.
C'è ora l'ospedale nuovo laggiú, i cui muri intonacati di calce sono ancora cosí bianchi che al sole bisogna chiudere gli occhi, da come accecano.
Vi hanno trasportato ultimamente tutti gli ammalati che erano nel vecchio, con le ambulanze e le lettighe; è parsa quasi una festa, vederne tante in fila; le ambulanze avanti, con tutte le tele svolazzanti ai finestrini; e, per gli.
ammalati piú gravi, quelle belle lettighe traballanti sulle molle, come ragni.
Ma ora è tardi; il sole sta per tramontare, e qua e là ai finestroni non staranno piú affacciati i convalescenti, in càmice grigio e zucchetto bianco, a guardare con tristezza la chiesina vecchia dirimpetto, che sorge là tra poche altre case, vecchie anch'esse, e qualche albero.
Dopo quella piazzetta la strada si fa di campagna e monta alla costa del poggio.
Cinci si ferma; torna a sbuffare.
Ci deve andare davvero? Si riavvia svogliato, perché comincia a sentirsi ribollire nelle viscere tutto il cattivo che gli viene da tante cose che non sa spiegarsi: sua madre, come viva, di che viva, sempre fuori di casa, e ostinata a mandarlo ancora a scuola; maledetta, cosí lontana: ogni giorno, a volare, almeno tre quarti d'ora, di quaggiú dove sta, per arrivarci; e poi per tornare a mezzogiorno; e poi di nuovo per ritornarci, finito che ha di buttar giú due bocconi; come fare a tempo? e sua madre dice che il tempo gli passa a giocare col cane, e che è un bighellone, e insomma a sbattergli in faccia sempre le stesse cose: che non studia, che è sudicio, che se lo manda a comprare qualcosa, la peggio roba l'appiccicano a lui...
Dov'è Fox?
Eccolo: gli trotta dietro, povera bestia.
Eh, lui almeno lo sa che cosa deve fare: seguire il suo padrone.
Fare qualche cosa: la smania è proprio questa: non sapere che cosa.
Potrebbe pur lasciargliela, sua madre, la chiave, quando va a cucire a giornata, come gli dà a intendere, nelle case dei signori.
Ma no, dice che non si fida, e che al suo ritorno dalla scuola, se lei non è rincasata, poco potrà tardare, e che dunque l'aspetti.
Dove? Lí fermo davanti alla porta? Certe volte ha aspettato perfino due ore, al freddo, e anche sotto la pioggia; e apposta allora, in luogo di ripararsi, è andato al cantone a pigliarsi lo sgrondo, per farsi trovare da lei tutto intinto da strizzare.
Vederla alla fine arrivare, affannata, con un ombrello prestato, il volto in fiamme, gli occhi lustri sfuggenti, e cosí nervosa che non trova neanche piú la chiave nella borsetta.
- Ti sei bagnato? Abbi pazienza, ho dovuto far tardi.
Cinci aggrotta le ciglia.
A certe cose non vuol pensare.
Ma suo padre, lui, non l'ha conosciuto; gli è stato detto che è morto, prima ancora che lui nascesse; ma chi era non gli è stato detto; e ora lui non vuole piú né domandarlo né saperlo.
Può essere anche quell'accidentato che si trascina perso da una parte - sí, bravo - ancora alla taverna.
Fox gli si para davanti e gli abbaja.
Gli farà impressione la stampella.
Ed ecco qua tutte queste donne a crocchio, con tanto di pancia senz'esser gravide; forse una sí; quella con la sottana rizzata davanti un palmo dal suolo e che dietro spazza la strada; e quest'altra col bambino in braccio che ora cava dal busto...
ah, peuh, che pellàncica! La sua mamma è bella, ancora tanto giovane, e a lui bambino il latte, cosí dal seno, lo diede anche lei, forse in una casa di campagna, in un'aja, al sole.
Ha il ricordo vago d'una casa di campagna, Cinci; dove forse, se non l'ha sognata, abitò nell'infanzia, o che forse vide allora in qualche parte, chi sa dove.
Certo ora, a guardarle da lontano, le case di campagna, sente la malinconia che deve invaderle quando comincia a farsi sera, col lume che vi s'accende a petrolio, di quelli che si portano a mano da questa stanza a quella, che si vedono scomparire da una finestra e ricomparire dall'altra.
È arrivato alla piazzetta.
Ora si vede tutta la cala del cielo dove il tramonto s'è già ammorzato, e sopra il poggio, che pare nero, il celeste tenero tenero.
Sulla terra è già l'ombra della sera, e il grande muro bianco dell'ospedale è illividito.
Qualche vecchia in ritardo s'affretta alla chiesina per il Vespro.
Cinci d'improvviso s'invoglia d'entrarci anche lui, e Fox si ferma a guardarlo, perché sa bene che a lui non è permesso.
Davanti all'entrata la vecchina in ritardo s'affanna e pígola alle prese col coltrone di cuojo troppo pesante.
Cinci l'ajuta a sollevarlo, ma quella invece di ringraziarlo, lo guarda male, perché capisce che non entra in chiesa per divozione.
La chiesina ha il rigido d'una grotta; sull'altare maggiore i guizzi baluginanti di due ceri e qua e là qualche lampadino smarrito.
Ha preso tanta polvere, povera chiesina, per la vecchiaja; e la polvere sa d'appassito in quella cruda umidità; il silenzio tenebroso pare che stia con tutti gli echi in agguato d'ogni minimo rumore.
Cinci ha la tentazione di gettare un bercio per farli tutti sobbalzare.
Le beghine si sono infilate nelle panche, ciascuna al suo posto.
Il bercio no, ma gettare a terra quel fagotto di libri che gli pesa, come se gli cadesse per caso di mano, perché no? Lo getta, e subito gli echi saltano addosso al colpo che rintrona e lo schiacciano, quasi con dispetto.
Questa dell'eco che salta addosso a un rumore come un cane infastidito nel sonno e lo schiaccia, è un'esperienza che Cinci ha fatta con gusto altre volte.
Non bisogna abusare della pazienza delle povere beghine scandalizzate.
Esce dalla chiesina; ritrova Fox pronto a seguirlo e riprende la strada che sale al poggio.
Qualche frutto da addentare bisogna che lo trovi, scavalcando piú là una muriccia e buttandosi tra gli alberi.
Ha lo struggimento; ma non sa propriamente se per bisogno di mangiare o per quella smania che gli s'è messa allo stomaco, di fare qualche cosa.
Strada di campagna, in salita, solitaria; ciottoli che gli asinelli alle volte si prendono tra gli zoccoli e fanno ruzzolare per un tratto e poi, dove si fermano, stanno; eccone uno lí: un colpo con la punta della scarpa: godi, vola! erba che spunta sulle prode o a piè delle muricce, lunghi fili d'avena impennacchiti che fa piacere brucare: tutti i pennacchietti restano a mazzo nelle dita; si gettano addosso a qualcuno, e quanti se n'attaccano, tanti mariti (se è una donna) prenderà, e tante mogli se un uomo.
Cinci vuol far la prova su Fox.
Sette mogli, nientemeno.
Ma non è prova, perché sul pelo nero di Fox son rimasti impigliati tutti quanti.
E Fox, vecchio stupido, ha chiuso gli occhi ed è rimasto, senza capir lo scherzo, con quelle sette mogli addosso.
Non ha piú voglia d'andare avanti, Cinci.
È stanco e seccato.
Si tira a sedere sulla muriccia a manca della strada e di là si mette a guardare nel cielo la larva della luna che comincia appena appena a ravvivarsi d'un pallido oro nel verde che s'estenua nel crepuscolo morente.
La vede e non la vede; come le cose che gli vagano nella mente e l'una si cangia nell'altra e tutte l'allontanano sempre piú dal suo corpo lí seduto inerte, tanto che non se lo sente piú; la sua stessa mano, se gli s'avvistasse, posata sul ginocchio, gli sembrerebbe quella d'un estraneo, o quel suo piede penzoloni nella scarpa rotta, sporca: non è piú nel suo corpo: è nelle cose che vede e non vede, il cielo morente, la luna che s'accende, e là quelle masse cupe d'alberi che si stagliano nell'aria fatta vana, e qua la terra solla, nera, zappata da poco, da cui esala ancora quel senso d'umido corrotto nell'afa delle ultime giornate d'ottobre, ancora di sole caldo.
A un tratto, tutt'assorto com'è, chi sa che gli passa per le carni, stolza, e istintivamente alza la mano a un orecchio.
Una risatina stride da sotto la muriccia.
Un ragazzo della sua età, contadinotto, s'è nascosto laggiú, dalla parte della campagna.
Ha strappato e brucato anche lui un lungo filo d'avena, gli ha fatto un cappio in cima e, zitto zitto, con esso, alzando il braccio, ha tentato d'accappiare a Cinci l'orecchio.
Appena Cinci, risentito, si volta, subito quello gli fa cenno di tacere e tende il filo d'avena lungo la muriccia, dove tra una pietra e l'altra spunta il musetto d'una lucertola, a cui con quel cappio egli dà la caccia da un'ora.
Cinci si sporge a guardare, ansioso.
La bestiola, senz'accorgersene, ha infilato da sé il capo nel cappio lí appostato; ma ancora è poco; bisogna aspettare che lo sporga un tantino di piú, e può darsi che invece lo ritragga, se la mano che regge il filo d'avena trèmola e le fa avvertire l'insidia.
Forse ora è sul punto d'assaettarsi per evadere da quel rifugio divenuto una prigione.
Sí, sí; ma attenti allora a dare a tempo la stratta per accappiarla.
È un attimo.
Eccola! E la lucertola guizza come un pesciolino in cima a quel filo d'avena.
Irresistibilmente Cinci salta giú dalla muriccia; ma l'altro, forse temendo che voglia impadronirsi della bestiola, rotea piú volte in aria il braccio e poi la sbatte con ferocia su un lastrone che si trova lí tra gli sterpi.
- No! - grida Cinci; ma è troppo tardi: la lucertola giace immobile su quel lastrone col bianco della pancia al lume della luna.
Cinci se ne adira.
Ha voluto sí, anche lui, che quella povera bestiola fosse presa, preso lui stesso per un momento da quell'istinto della caccia che è in tutti agguattato; ma ucciderla cosí, senza prima vederla da vicino, negli occhietti acuti fino allo spasimo, nel palpito dei fianchi, nel fremito di tutto il verde corpicciuolo; no, è stato stupido e vile.
E Cinci avventa con tutta la forza un pugno in petto a quel ragazzo e lo manda a ruzzolare in terra tanto piú lontano quanto piú quegli, cosí tutto squilibrato indietro, tenta di riprendersi per non cadere.
Ma caduto, subito si rizza inferocito, ghermisce un toffo di terra e lo scaglia in faccia a Cinci, che ne resta accecato e con quel senso d'umido in bocca che piú gli sa di sfregio e l'imbestialisce.
Prende anche lui di quella terra e la scaglia.
Il duello si fa subito accanito.
Ma l'altro è piú svelto e piú bravo; non fallisce colpo, e gli viene sempre piú addosso, avanzando, con quei toffi di terra che, se non feriscono, percuotono sordi e duri e, sgretolandosi, sono come una grandinata da per tutto, in petto e sulla faccia tra i capelli agli orecchi e fin dentro le scarpe.
Soffocato, non sapendo piú come ripararsi e difendersi, Cinci, furibondo, si volta, spicca un salto e col braccio alzato strappa una pietra dalla muriccia.
Qualcuno di là si ritrae: sarà Fox.
Scagliata la pietra, d'un tratto - com'è? - da che tutto prima gli si sconvolgeva, balzandogli davanti agli occhi, quelle masse d'alberi, in cielo la luna come uno striscio di luce, ora ecco nulla si muove piú, quasi che il tempo stesso e tutte le cose si siano fermati in uno stupore attonito intorno a quel ragazzo traboccato a terra.
Cinci, ancora ansante e col cuore in gola, mira esterrefatto, addossato alla muriccia, quell'incredibile immobilità silenziosa della campagna sotto la luna, quel ragazzo che vi giace con la faccia mezzo nascosta nella terra, e sente crescere in sé formidabilmente il senso d'una solitudine eterna, da cui deve subito fuggire.
Non è stato lui; lui non l'ha voluto; non ne sa nulla.
E allora, proprio come se non sia stato lui, proprio come se s'appressi per curiosità, muove un passo e poi un altro, e si china a guardare.
Il ragazzo ha la testa sfragellata, la bocca nel sangue colato a terra nero, una gamba un po' scoperta, tra il calzone che s'è ritirato e la calza di cotone.
Morto, come da sempre.
Tutto resta lí, come un sogno.
Bisogna che lui se ne svegli per andar via in tempo.
Lí, come in un sogno, quella lucertola arrovesciata sul lastrone, con la pancia alla luna e il filo di avena che pende ancora dal collo.
Lui se ne va, col suo fagotto di libri di nuovo sotto il braccio, e Fox dietro, che anche lui non sa nulla.
A mano a mano che s'allontana, discendendo dal poggio, diviene sempre piú cosí stranamente sicuro, che non s'affretta nemmeno.
Arriva alla piazzetta deserta; c'è anche qui la luna; ma è un'altra, se ora qui rischiara, senza saper nulla, la bianca facciata dell'ospedale.
Ecco ora la via del sobborgo, come prima.
Arriva a casa: sua madre non è ancora rientrata.
Non dovrà dunque dirle neppure dove è stato.
È stato lí ad aspettarla.
E questo, che ora diventa vero per sua madre, diventa subito vero anche per lui; difatti, eccolo con le spalle appoggiate al muro accanto alla porta.
Basterà che si faccia trovare cosí.
DI SERA, UN GERANIO
S'è liberato nel sonno, non sa come; forse come quando s'affonda nell'acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà sú da sé, e sú invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giú.
Dormiva, e non è piú nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell'aria della sua camera chiusa.
Alienato dai sensi, ne serba piú che gli avvertimenti il ricordo, com'erano; non ancora lontani ma già staccati: là l'udito, dov'è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov'è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giú il pavimento col tappeto, e quell'uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s'indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia cosí lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull'occhio.
Lui, quello! Uno che non è piú.
Uno a cui quel corpo pesava già tanto.
E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d'addormentarsi.
Difatti poi, nel sonno...
Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:
- Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un'operazione cosí rischiosa?
- Al punto in cui siamo, il rischio veramente...
- Non è il rischio.
Dico se c'è qualche speranza.
- Ah, poca.
- E allora...
La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.
Ma dopo tutto, ora s'è liberato, e prova per quel suo corpo là, piú che antipatia, rancore.
Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell'immagine come la cosa piú sua.
Non era vero.
Non è vero.
Lui non era quel suo corpo; c'era anzi cosí poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s'agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza piú vedere se stesso.
Case strade cielo.
Tutto il mondo.
Già, ma ora, senza piú il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d'addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza piú lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.
Lui è ora quelle cose; non piú com'erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono piú niente per lui.
E questo è morire.
Il muro della villa.
Ma come, n'è già fuori? La luna vi batte sopra; e giú è il giardino.
La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta.
Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.
L'acqua, nella vasca, piomba a stille.
Ora è uno sbruffo di bolle.
Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.
Come chiara quest'acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta.
E cosí esile il filo, cosí rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d'acqua già caduta è come un'eternità di oceano.
A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite.
E a fior d'acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell'acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno.
Il risucchio della bocca che s'ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di sparire ingojate, come se non fosse bello nuotar lievi e cosí bianche sul cupo verde vitreo dell'acqua.
Ma se sono cadute! se sono cosí lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!
Sparire.
Sorpresa che si fa di mano in mano piú grande, infinita: l'illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c'erano; suoni, colori, non c'erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com'era.
Quel verde...
Ah come, all'alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde cosí fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l'umore della terra nera.
Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un'erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz'aver piú nulla vicino; sí, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza piú tempo, nella tristezza infinita d'una cosí vana eternità.
Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra.
O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio...
- Oh guarda giú, nel giardino, quel geranio rosso.
Come s'accende! Perché?
Di sera, qualche volta, nei giardini s'accende cosí, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.
...
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