BERECCHE E LA GUERRA, di Luigi Pirandello - pagina 2
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Sembra loro di star lí come relegati, in esilio.
Ma Berecche - metodo, metodo, metodo - tien duro, e ha rinnovato l'affitto per tre anni.
Ora l'incubo della distruzione generale, che spegnerà ogni lume di scienza e di civiltà nella vecchia Europa, gli si fa su l'anima piú grave e opprimente quanto piú egli s'affonda nel bujo della via remota e deserta, sotto la quadruplice fila dei grandi alberi immoti.
Come sarà, quale sarà la nuova vita, quando lo spaventoso scompiglio sarà freddato nelle rovine? Con quale anima nuova ne uscirà lui, a cinquantatré anni?
Altri bisogni, altre speranze, altri pensieri, altri sentimenti.
Tutto muterà per forza.
Ma non questi grandi alberi, intanto, che non hanno per loro fortuna né pensieri né sentimenti! Mutata l'umanità attorno a loro, essi resteranno gli stessi alberi, tali e quali.
Ahi ahi, ha una gran paura Federico Berecche che ormai non gli verrà fatto di mutare, neanche a lui piú, nel fondo del cuore, qualunque cosa sia per accadere nel tempo che ancora gli avanza.
S'è abituato a conversar con le stelle, ogni notte; e, al freddo lume di esse, i sentimenti terreni gli si sono come rarefatti, dentro.
Non si direbbe, perché la volontà di vivere, esteriormente, in quel certo suo modo metodico, tedesco, s'appalesa ancora in lui tenace.
Ma in fondo è stanco e triste, di una tristezza che gli eventi del mondo difficilmente potranno alterare.
Vincano i Francesi, i Russi e gl'Inglesi, o vincano i Tedeschi e gli Austriaci; sia o no l'Italia trascinata anch'essa alla guerra, venga la miseria e lo squallore della sconfitta o tripudii frenetica la vittoria per tutte le città della penisola; si trasformi la carta geografica dell'Europa; non cangerà mai - questo è certo - il malanimo, il chiuso rancore di sua moglie contro di lui, il rammarico della sua vita tramontata senz'alcun ricordo di vera gioja.
E nessuna potenza umana o divina potrà ridar la luce degli occhi alla sua piú piccola figliuola, da sei anni cieca.
Ora, rientrando in casa, la ritroverà seduta in un angolo della saletta da pranzo, con le mani ceree su le gambe, la testina bionda appoggiata al muro, e poiché dal visino spento non si conoscerà se dorma o sia sveglia, le chiederà come ogni sera:
- Dormi, Ghetina?
E Margheritina senza rimuovere il capo dal muro, gli risponderà:
- No, papà, non dormo...
Non parla mai, non si lamenta mai, pare che dorma sempre; forse non dorme mai.
Berecche, proseguendo la via, sotto i grandi alberi, si raschia la gola, perché, da uomo forte, educato alla tedesca, non vuol lasciarsela serrare dall'angoscia.
Ma tutti vivono nella luce; lui stesso vive nella luce e può darsi pace, mentre c'è questa cosa orribile nella vita: che la sua figliuola vive nel bujo, sempre, e sta lí, in silenzio, con la testina appoggiata al muro, in attesa di morire: un'attesa che durerà chi sa quanto.
Un'altra vita: altri pensieri, altri sentimenti.
Già! sí! Carlotta, la figliuola maggiore, ha lasciato da un anno i corsi universitarii perché s'è fidanzata con un bravo ragazzo della Valle di Non nel Trentino, laureato appena da un anno in lettere e filosofia alla Università di Roma; bravo ragazzo, di animo acceso, di nobili sentimenti e pieno di buona volontà; ma ancora senza stato; e ora piú che mai incerto dell'avvenire.
Tre dei suoi fratelli, a San Zeno, sono stati richiamati sotto le armi.
Il padre è capocomune di San Zeno.
Quei tre poveri fratelli non han potuto perciò sottrarsi all'obbligo odioso di combattere per l'Austria e chi sa, se le cose per noi si mettono male, fors'anche contro l'Italia, domani.
Che orrore! Lui, intanto, non s'è presentato all'appello, e addio dunque Valle di Non, addio San Zeno, addio vecchi genitori: disertore di guerra, domani, se preso, sarebbe impiccato o fucilato alla schiena.
Ma spera che l'Italia...
chi sa! Correrebbe volontario, anche a costo di trovarsi a combattere contro quei suoi disgraziati fratelli.
Insieme con Faustino correrebbe.
Berecche torna a raschiarsi piú forte la gola fino a stracciarsela, al pensiero che Faustino, il suo unico maschio, il suo prediletto, che per fortuna quest'anno non è ancora di leva, andrebbe ad arruolarsi volontario insieme col futuro cognato.
Egli non potrebbe piú dirgli di no; ma perdio - maledetta la gola! maledetto l'umido della notte! - con tutti i suoi cinquantatré anni sonati, con tutta quella carnaccia che gli s'è appesantita addosso, andrebbe ad arruolarsi anche lui, allora, per non lasciare andar solo Faustino, per non morir di terrore una volta al giorno, a ogni annunzio di battaglia, sapendo Faustino in mezzo al fuoco: sissignori, anche lui Berecche andrebbe, volontario col pancione, anche...
anche contro i Tedeschi, sissignori!
Eccola...
eh, eccola subito già, l'altra vita! La guerra, col figliuolo giovinetto da un lato e, dall'altro lato, l'altro figliuolo nuovo, alla conquista delle terre irredente.
Chi sa? Forse domani.
Berecche è arrivato; volta a destra; imbocca la traversa solitaria.
Ecco nel bujo fitto il lumino rosso innanzi alla Madonnina.
Miracoli dell'altra vita.
Si ferma Berecche innanzi a quel lumino; si scopre, non visto da nessuno, per dire qualcosa a quella Madonnina.
E abbàino, abbàino pure, furibondi, dietro i cancelli, i cani.
III
LA GUERRA SULLA CARTA
Berecche ricorda.
Quarantaquattr'anni fa.
Bandierine francesi e bandierine prussiane - quelle sole, allora - infisse come ora con gli spilli su la carta geografica distesa su un tavolino della saletta da pranzo.
Teatro della guerra.
Che bel giuoco per lui, ragazzo allora di nove anni!
La rivede come in sogno quella saletta gialla da pranzo della casa paterna, coi lumi a petrolio, d'ottone, e i paralumi di mantino verde; tante casse in giro coperte da pancali di drappo a fiorami; un canterano panciuto di qua, una mensola di là, e due cantoniere agli angoli, con cestelli di frutta di marmo colorate e fiori di cera sui palchetti; su quella a sinistra, un orologetto di porcellana che figurava un mulino a vento, suo amore, con una delle ali rotte.
Attorno a quel tavolino che ora, unico decrepito superstite, nascosto da un tappetino nuovo, è in camera del suo figliuolo, rivede suo padre e alcuni amici discutere sulla guerra franco-prussiana.
Farsetti sgarbati, abbottonati fino al collo e calzoni larghi, a tubo.
Baffi insegati e moschetta alla Napoleone III o barba a collana alla Cavour.
Curvi su quella carta geografica, segnavano col dito la via degli eserciti, secondo le indicazioni e le previsioni degli scarsi e tardivi giornali d'allora, e parlavano accesi, e nessuno lasciava quieto su questa o quella traccia il dito dell'altro.
Un altro dito, e poi un altro, e un altro: ciascuno voleva metterci il suo.
E ognuno di quei diti - ricorda - ai suoi occhi infantili assumeva subito una strana personalità: quello, tozzo e duro, si piantava ostinato su un punto; l'altro, nervoso e spavaldo, gli fremeva davanti per passare da quello stesso punto; ed ecco il terzo, un ditino mignolo storto, sopravveniva di straforo, in ajuto di questo o di quello, e s'insinuava tra quei due che si scostavano per dargli passo.
E che grida, e che sbuffi, che esclamazioni o stridule risate su tutte quelle dita, tra una nuvola di fumo! Di tanto in tanto, un nome che tonava come una cannonata:
- Mac Mahon!
Berecche sorride al lontano ricordo, poi aggrotta le ciglia e resta assorto, con le mani a pugno chiuso sui ginocchi discosti.
Considera la carta geografica che gli sta davanti, ora, con tante bandierine di tanti colori.
Con tutte queste bandierine variopinte, se potesse venir fuori dal ricordo, lí nello scrittojo, innanzi a lui vecchio, il ragazzetto di nove anni che giocava allora alla guerra, chi sa come si divertirebbe al nuovo giuoco piú grande, piú vario e complicato! Belgio, Francia, Inghilterra, di qua, contro la Germania; contro la Russia di là, nella Prussia orientale, in Polonia; di giú, contro l'Austria, la Serbia e il Montenegro; e contro l'Austria ancora, la Russia, piú sú, in Galizia.
Che matta voglia avrebbe il ragazzetto di nove anni di far passare di corsa, sorvolare sul Belgio quelle bandierine tedesche tra gli inchini ossequiosi delle bandierine belghe; in quattro salti farle arrivare a Parigi; piantarne lí un pajo, vittoriose, e in altri quattro salti farle tornare indietro e avventarle contro la Russia insieme con quelle austriache!
Cosí, cosí - è incredibile - come nel giuoco avrebbe fatto lui ragazzetto di nove anni, hanno pensato sul serio di poter fare i Tedeschi, ora, dopo quarantaquattro anni di preparazione militare! Sul serio hanno pensato che il Belgio neutrale potesse lasciarsi invadere quietamente e lasciarli passare senza opporre la minima resistenza, a Liegi, a Namur, per dar tempo alla Francia impreparata di raccogliere gli eserciti e all'Inghilterra di sbarcare le sue prime milizie ausiliarie: cosí!
Gli amici della birreria strillano ogni sera come aquile contro l'iniqua invasione e gli atti di selvaggia ferocia; lui Berecche non insorge, sta zitto, pur sentendosi divorare dentro dalla rabbia, perché non può gridar loro in faccia, come vorrebbe:
- Imbecilli! che strillate! È la guerra!
Non insorge, e ingozza, perché è sbalordito.
Sbalordito non di quella invasione; non di quegli atti di ferocia, ma della colossale bestialità tedesca.
Sbalordito.
Dall'altezza del suo amore e della sua ammirazione per la Germania, cresciuti smisuratamente con gli anni, questa colossale bestialità è precipitata come una valanga a fracassargli tutto: l'anima, il mondo quale se l'era a mano a mano, dai nove anni in sú, tedescamente costruito, con metodo, con disciplina, in tutto: negli studii, nella vita, nelle abitudini della mente e del corpo.
Ah, che rovina! Il ragazzetto di nove anni era cresciuto, cresciuto; era il suo amore, era la sua ammirazione; diventato un gigante florido e prosperoso, che sapeva tutto meglio degli altri, che faceva tutto meglio degli altri, ecco, dopo quarantaquattro anni di preparazione, si rivelava un bestione: forzuto, sí, dalle mani e dalle zampe bene addestrate e poderose; ma che pensava sul serio di poter giocare alla guerra ancora come un ragazzaccio feroce di nove anni, o come se al mondo ci fosse lui solo e gli altri non contassero per nulla: in quattro salti passare a traverso il Belgio e andare a piantar le bandierine, un pajo, su Parigi, e poi via, di corsa, in altri quattro salti, su Pietroburgo e su Mosca.
E l'Inghilterra?
- Incredibile! incredibile!
Nello sbalordimento Berecche non finisce piú d'esclamare cosí, non trova piú da dir altro:
- Incredibile!
E con le mani si gratta la testa e sbuffa, e le bandierine, qualcuna vola, altre si piegano, altre s'abbattono su la carta geografica.
Lí tappato nel suo studio, che nessuno lo vede, Berecche si sente voltare il cuore in petto al ricordo di ciò ch'egli intendeva per metodo tedesco, al tempo dei suoi studii, al ricordo delle soddisfazioni ineffabili ch'esso gli dava quando con gli occhi stanchi della faticosa paziente interpretazione dei testi e dei documenti, ma con la coscienza tranquilla e sicura d'aver tenuto conto di tutto, di non essersi lasciato sfuggire nulla, di non aver trascurato nessuna ricerca utile e necessaria, palpeggiava, la sera, rincasando dalle biblioteche, là sul tavolino da studio, il tesoro dei suoi schedarii voluminosi.
E tanto piú si sente sanguinare il cuore, in quanto ora avverte con sordo livore, che per le soddisfazioni che gli dava quel metodo egli, sotto sotto, commetteva la vigliaccheria di non dare ascolto a una certa voce segreta della sua ragione insorgente contro alcune affermazioni tedesche, che offendevano in lui non soltanto la logica ma anche, in fondo in fondo, il suo sentimento latino: l'affermazione, per esempio, che ai Romani mancasse il dono della poesia; e, accanto a questa affermazione, la dimostrazione che poi fosse leggendaria tutta la prima storia di Roma.
Ora, o l'una cosa o l'altra.
Se leggendaria, cioè finta, quella storia, come negare il dono della poesia? O poesia o storia.
Impossibile negare l'una e l'altra cosa.
O storia vera, e grande; o poesia non meno grande e vera.
E con questo, gli tornano ora alla mente le parole del vecchio Goethe dopo aver letto i due primi volumi della Storia romana del Niebuhr, fino alla prima guerra punica:
- Finora credevamo alla grandezza di una Lucrezia, d'un Muzio Scevola; perché annientare con piccoli ragionamenti la grandezza di simili figure? Se i Romani furono cosí grandi da credersi capaci di tali cose, non dovremmo noi essere almeno cosí grandi da prestar loro fede?
Goethe, Schiller, e prima Lessing, e poi Kant, Hegel...
Ah, quand'era piccola, quando ancora non era, la Germania, questi giganti! E ora, gigante, ecco qua, s'è buttata, pancia a terra, con le mani afferrate sotto il petto e un gomito qua, sul Belgio e in Francia, l'altro là su la Russia in Polonia:
- Smovetemi, se siete capaci!
Quanto resisterà il bestione cosí piantato?
- Oh bestione, sono tanti! sono tanti! E tu contavi di sbrigarti in due zampate! Hai sbagliato! Non hai visto niente; non hai vinto subito; ti sei buttato cosí a terra puntando le gomita di qua e di là; potrai resistere a lungo? oggi o domani ti smoveranno, ti slogheranno, ti faranno a pezzi! Berecche balza in piedi congestionato, ansante, come se avesse fatto lo sforzo di smuovere da terra il bestione.
IV
LA GUERRA IN FAMIGLIA
Che avviene di là?
Strilli, pianti, nella saletta da pranzo.
Berecche accorre; vi trova il fidanzato della figliuola maggiore, il dottor Gino Viesi della Valle di Non nel Trentino, pallido, con gli occhi pieni di lagrime e una lettera in mano.
- Notizie?
- I fratelli! - grida Carlotta, fremente, guatandolo con occhi rossi di pianto, ma feroci.
Gino Viesi gli mostra senza guardarlo la lettera che gli trema in mano.
Due dei tre fratelli, Filippo di 35 anni, padre di quattro bambini, Erminio di 26, sposo di pochi giorni, richiamati dall'Austria sotto le armi e mandati in Galizia...
Ebbene? - Nessuno risponde.
- Tutte e due? Morti?
Il giovane, riassalito da un impeto di pianto, prima di nascondere il volto, fa cenno - uno - con un dito.
- Uno è certo, - dice a Berecche piano, con astio, anzi con rancore, la moglie, mentre Carlotta si alza per sorreggere il fidanzato e piangere con lui.
- Erminio?
La moglie, dura, tozza, scapigliata, scuote il capo: no.
- L'altro? il padre di quattro figliuoli?
Gino Viesi scoppia in piú forti singhiozzi su la spalla di Carlotta.
- Ed Erminio?
La moglie soggiunge, urtata:
- Non si sa: scomparso!
Margherita, la cechina, occhi per vedere come piangano gli altri, con quali aspetti (un aspetto, quello di Gino, fidanzato della sorella, che chiama anche lei Gino, non sa neppur come sia), occhi per vedere, no, ma per piangere, sí, li ha ancora; e piange in silenzio, lagrime che ella non vede, che nessuno vede, là nel suo cantuccio, appartata.
- E nemmeno uno grida per noi! - prorompe alla fine Gino Viesi, levando il capo dalla spalla di Carlotta e facendosi innanzi a Berecche.
- Nemmeno uno grida per noi! Nessuno fa niente! Li hanno mandati tutti al macello, i trentini e i triestini! E qua tutti voialtri sapete che il sentimento nostro è il vostro stesso; e che là vi si aspetta, lo sapete! Ma nessuno ora prova in sé lo strazio di vedere strappati a questo vostro sentimento i fratelli nostri, e mandati là al macello! Nessuno, nessuno...
E quei pochi che siamo qua di Trento e di Trieste, siamo come spatriati in patria; e per miracolo lei, lealista, non mi grida che il mio posto sarebbe là, a combattere e a morire per l'Austria con gli altri miei fratelli!
- Io? - esclama Berecche, trasecolato.
- Lei, tutti! - incalza il giovine nella furia del dolore.
- Ho veduto, ho sentito; non ve ne importa nulla; dite che non val la pena che l'Italia si muova per aver Trento, che forse l'Austria le darà un giorno pacificamente, per aver Trieste che non vuole essere italiana...
Non dite cosí? Lo dite e lo sentite! E perciò ci avete fatto calpestare sempre; e non siete stati mai buoni d'ottenerci nulla!
Gino Viesi è giovine e addolorato; cosí, col bel volto in fiamme e il bel ciuffo biondo scomposto, non può intendere che nulla irrita tanto quanto il porre innanzi, in certi momenti, e il far gridare un sentimento che è il nostro stesso in segreto, ma che noi vogliamo tener nascosto dentro, soffocato ancora da certe ragioni che ci si sono già scoperte false; queste ragioni allora s'infiammano del sentimento che, pur essendo nostro, ci vediamo opposto come nemico, e ci vediamo tratti a difendere ciò che in fondo stimiamo falso e ingiusto.
Questo avviene ora a Berecche.
Irritato, grida al giovine:
- Ma che vorresti? che l'Italia impedisse all'Austria in guerra di mandare contro la Russia e contro la Serbia i trentini e i triestini? Finché state sotto di lei, è nel suo diritto!
- Ah, sí! dice diritto, lei? - grida a sua volta Gino Viesi.
- E dunque, se questo è il diritto dell'Austria legittimo, io, secondo lei, che faccio? manco ai miei doveri, io, standomene qua? Dobbiamo andar tutti a morire per l'Austria, è vero? Lo dica! lo dica! Diritto...
ma sí, quello del padrone che manda a scudisciate gli schiavi dove gli pare e piace! Ma chi ha mai riconosciuto all'Austria il diritto di tenere sotto di sé Trento, Trieste, l'Istria, la Dalmazia? Se lei stessa, l'Austria, sa di non averlo questo diritto! Sí, tanto è vero che fa di tutto per sopprimerci, per cancellare ogni vestigio d'italianità da quelle terre nostre! L'Austria, sí, lo sa; e voi no, voi che la lasciate fare! E ora di fronte a una guerra che subito, dal principio s'è presentata come volta ai danni nostri, contro gl'interessi nostri, ora la neutralità, è vero? il partito da prendere, e non le armi per la liberazione nostra e la difesa di quegli interessi, là appunto dove prima l'Austria ha cominciato a minacciarli?
- Ma la neutralità...
- si prova a opporre Berecche.
Gino Viesi non gli lascia il tempo di proseguire:
- Sí, benissimo, per voi! - soggiunge.
- Perché nessuno poteva venire qua a costringervi a marciare e a combattere contro il sentimento vostro e i vostri interessi! Ma avete pensato a noi di là, che dovremmo essere appunto questo sentimento vostro, che siamo appunto ciò che chiamate "i vostri interessi"? Noi di là ci avete lasciati prendere, con la vostra neutralità, e trascinare al macello; e dite ancora ch'era il diritto dell'Austria, questo; e nessuno grida per il sangue dei miei fratelli uccisi! Gridano tutti, invece: Viva il Belgio! qua, Viva la Francia! Or ora, venendo, le ho incontrate le colonne dei dimostranti per le vie di Roma.
Un delirio!
- E Faustino? - domanda a un tratto Berecche rivolto alla moglie.
- Là, pure lui, coi dimostranti! - risponde subito Gino Viesi.
- Viva il Belgio, viva la Francia!
Berecche, furibondo, appunta minacciosamente l'indice contro la moglie:
- E tu me lo lasci scappare di casa? E non me ne dici niente? Ma che sono diventato io qua? Si rispettano cosí, adesso, le mie idee, i miei sentimenti? Lo dico a te e lo dico a tutti! Ah sí? Viva il Belgio, viva la Francia...
Ma la vorrò vedere io, domani, la Francia, quando con l'ajuto degli altri avrà vinto! Domani, addosso a noi di nuovo, il galletto, quando avrà rialzato la cresta vittoriosa, con l'ajuto degli altri...
Imbecilli! imbecilli! imbecilli!
E Berecche, dopo questa sfuriata, scappa a rinchiudersi nel suo studio, tutto sconvolto e tremante della violenza che ha dovuto fare a se stesso.
Ah, che cosa...
che cosa...
ah Dio, che cosa...
Crollato tutto, dentro.
Ma può forse permettere che gli altri se n'accorgano? La Germania, fino a jeri, è stata il suo prestigio, la sua autorità in casa; è stata tutto per lui, la Germania, fino a jeri.
E ora...
ecco qua: ora, ogni mattina, la moglie - anche questo! - appena la serva ritorna dalla spesa giornaliera, lo investe, domanda conto e ragione a lui di tutti i viveri rincarati - di tanto il pane, di tanto la carne, di tanto le uova - come se la avesse voluta lui, mossa lui, la guerra! Col cuore esulcerato, con la rovina dentro, gli tocca anche d'affogare in tutte queste volgarità della moglie, che per miracolo non lo vuole anche responsabile del pericolo a cui Faustino è esposto, d'esser chiamato prima del tempo sotto le armi e mandato a combattere, se l'Italia sarà anch'essa trascinata in guerra! Non rappresenta forse la Germania, lui, in casa; la Germania che ha voluto la guerra?
E sissignori, per il suo prestigio in famiglia, deve seguitare ancora a rappresentarla, se no...
Se no, che cosa? Ecco il bel risultato: il figliuolo che gli scappa di casa e va a gridare con gli altri imbecilli per le vie di Roma Viva la Francia; e quell'altro povero giovine di là, a cui hanno ucciso due fratelli, che lo accusa della neutralità dell'Italia e del macello dei trentini e dei triestini sotto Leopoli!
Ah, Germania infame, infame, infame! Non ha previsto neanche questo male, questa tragedia nel cuore di tanti e tanti, che in Italia e anche in altri paesi, con cosí duro sforzo e amari sacrifizii, soffocando tanti sbadigli, ingozzando tanta roba indigesta, erudizione, musica, filosofia, s'erano educati ad amarla e a far professione di questo amore! Germania infame, ecco, cosí adesso ripaga le sue vittime, dell'amore e dell'ammirazione professati a lei per tanti anni.
Berecche, non potendo far altro, la tempesterebbe di colpi di spillo, là, di nascosto, su la carta geografica, con tutte le bandierine francesi, inglesi, belghe, russe, serbe e montenegrine!
V
LA GUERRA NEL MONDO
S'è fatto sera.
Ma egli resta al bujo nel suo studio e passeggia con una mano su la bocca, guardando di tanto in tanto l'estremo barlume del crepuscolo ai vetri delle due finestre.
Scorge da una il lampadino rosso già acceso innanzi alla Madonnina del villino dirimpetto; aggrotta le ciglia e si appressa alla finestra.
Vede allora, al lume della grossa lampada che si projetta nel vestibolo, uscire di casa e attraversare il giardino sua moglie con Margheritina per mano.
Va, che non pare, la piccola cara.
Quasi non pare, se non si sapesse.
Almeno a guardarla cosí di dietro.
Forse perché si fida della mano che la guida.
Solo, a osservarla attentamente, tiene la testina un pochino rigida sul collo, e le spallucce un pochino rialzate.
La ghiaja non stride sotto i suoi piedini, perché l'anima è levata per non toccare quel che non vede, e il corpicciuolo quasi non pesa.
Ma dove va con la mamma a quest'ora? E Faustino, come non è ancora rincasato? Sarà andato via Gino Viesi?
Berecche si reca a far tutte queste domande a Carlotta.
Nella saletta da pranzo non c'è piú nessuno.
Carlotta s'è chiusa nella sua stanza e seguita a piangere, anch'essa al bujo; risponde alle domande col tono secco e sgarbato della madre: - Gino? Andato via.
Faustino? Che ne sa lei? - La mamma? Con Ghetina, da Monsignore, per la novena.
Da tre sere, nel villino di Monsignore dirimpetto, si fanno preghiere per il Papa che sta male, per il Papa che muore.
Berecche rientra nello studio, si riappressa alla finestra e guarda al villino dirimpetto, con l'animo ora oscurato e compreso di cordoglio per questo Papa, santo vecchio paesano, cui solo la schiettezza grande della fede fa degno del gran seggio.
Ah, chi piú di lui, Pio veramente, volle richiamar Cristo nel cuore dei fedeli? E muore in mezzo a tanta guerra, ucciso dal dolore di tanta guerra.
Certo, sul suo letto di morte, egli non dirà, come forse dice piano qualcuno accanto a lui, che questa guerra è per la Francia la retribuzione giusta di Dio per i suoi torti verso la Chiesa.
Piú nefandi peccatori per lui sono certo quegli altri che hanno osato chiamar Dio a proteggere la marcia e la carneficina dei loro eserciti e il segno della divina protezione hanno osato vedere ed esaltare nelle atrocità delle loro vittorie.
Egli non ha detto piú nulla; con orrore ha ritratto la mano, che altri voleva levata a benedire questa scelleraggine mostruosa; e s'è chiuso nel dolore che l'uccide.
Lume maledetto della ragione! Ragione maledetta, che non sa accecarsi nella fede! Lui Berecche vede, o crede di veder con questo lume tante cose che gl'impediscono ora di pregare con la sua picc
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