BERECCHE E LA GUERRA, di Luigi Pirandello - pagina 4
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Lume maledetto della ragione! Ragione maledetta, che non sa accecarsi nella fede! Lui Berecche vede, o crede di veder con questo lume tante cose che gl'impediscono ora di pregare con la sua piccola figliuola Margherita, cieca nella cieca fede, per il Papa buono che muore.
Ma è contento, sí, ch'ella preghi di là, la sua Margheritina; è contento che una parte di lui, cosí angosciosamente amata, priva di quel suo lume di ragione, cieca preghi di là per il buon Papa che muore.
Gli sembra veramente che con le pallide gracili mani di quella sua piccola cieca, giunte nella preghiera, egli, della sua anima che per sé non sa pregare, dia adesso qualcosa - quel che può - in suffragio del buon Papa che muore.
Intanto, si fanno le otto della sera; poi le nove, poi le dieci, e Faustino ancora non rincasa.
La madre, ritornata da un pezzo con Ghetina dal villino di Monsignore, e la sorella Carlotta sono entrate piú volte nello studio a manifestare la loro costernazione, a scongiurarlo a mani giunte di muoversi, d'andare in cerca di lui, per sapere almeno se qualche disgrazia, Dio liberi, non sia accaduta con quelle maledette dimostrazioni.
Berecche le ha cacciate via, furente, ha gridato loro in faccia di non volersi muovere perché di quel mascalzoncino là non gliene importa piú nulla, non lo considera piú come suo figliuolo, e se l'hanno calpestato, ferito, arrestato, piacere, piacere, piacere.
Finalmente, poco dopo le dieci e mezzo, Faustino rincasa, con addosso una gran paura del padre, ma pure acceso e vibrante ancora di quanto gli è accaduto.
Lo hanno arrestato.
Ma vibra di sdegno, di nausea, per l'ira dei soldati, ah, per fortuna pochi, che lo hanno arrestato, malmenandolo e gridandogli:
- Vigliacco, fai cosí perché non dovrai andarci tu, domani, alla guerra!
E ora lui vuole andarci, vuole andarci, vuole andarci, alla guerra, per dare a quei soldati che lo hanno arrestato una degna risposta.
- Zitto! - gli grida la madre piú scarmigliata che mai.
- Se tuo padre ti sente di là!
Ma Berecche non si muove dallo studio.
Non vuole vederlo.
Alla moglie che viene ad annunziargli che è ritornato, ordina di dirgli che non s'arrischi a farsi vedere.
Poco dopo, Carlotta sporge il capo dall'uscio:
- La cena è pronta.
Fausto è in camera sua.
- Resto io, qua! Mi porti qua da cena la serva.
Non voglio veder nessuno!
Ma non può cenare.
Ha un nodo alla gola, piú di rabbia che d'angoscia.
A poco a poco però comincia a calmarsi, a cadere quasi in un letargo grave, attonito, a lui ben noto.
È la ragione filosofica, che pian piano, come si fa sera, riprende in lui il predominio.
Berecche si alza, s'appressa alla finestra piú vicina, siede e si mette a guardare le stelle.
La vede per gli spazii senza fine, come forse nessuna o appena forse qualcuna di quelle stelle la può vedere, questa piccola Terra che va e va, senza un fine che si sappia, per quegli spazii di cui non si sa la fine.
Va, granellino infimo, gocciolina d'acqua nera, e il vento della corsa cancella in uno striscio violento di tenue barlume i segni accesi dell'abitazione degli uomini in quella poca parte in cui il granellino non è liquido.
Se nei cieli si sapesse che in quello striscio di tenue barlume son milioni e milioni d'esseri irrequieti, che da quel granellino lí credono sul serio di potere dettar legge a tutto quanto l'universo, imporgli la loro ragione, il loro sentimento, il loro Dio, il piccolo Dio nato nelle animucce loro e ch'essi credono creatore di quei cieli, di tutte quelle stelle: ed ecco, se lo pigliano, questo Dio che ha creato i cieli e tutte le stelle, e se lo adorano e se lo vestono a modo loro e gli chiedono conto delle loro piccole miserie e protezione anche nei loro affari piú tristi, nelle loro stolide guerre.
Se nei cieli si sapesse, che in quest'ora del tempo che non ha fine questi milioni e milioni d'esseri impercettibili, in questo striscio di tenue barlume, sono tutti quanti tra loro in furibonda zuffa per ragioni che credono supreme per la loro esistenza e di cui i cieli, le stelle, il Dio creatore di questi cieli, di tutte queste stelle, debbano occuparsi minuto per minuto, seriamente impegnati in favore degli uni o degli altri.
C'è qualcuno che pensi che nei cieli non c'è tempo? che tutto s'inabissa e vanisce in questo vuoto tenebroso senza fine? e che su questo stesso granellino, domani, tra mille anni, non sarà piú nulla o ben poco si dirà di questa guerra ch'ora ci sembra immane e formidabile?
Ricorda Berecche com'egli insegnava, or sono pochi anni, la storia ai suoi alunni di liceo: - Intorno al 950, ridotti in obbedienza i Danesi che gli si erano ribellati, passò Ottone in Boemia a combattere il duca Bodeslao, ch'erasi costituito indipendente, e spintosi fin davanti a Praga costrinse quel duca a ritornare vassallo del germanico regno.
Nel tempo stesso il fratel suo Enrico usciva in campo contro gli Ungari e li cacciava oltre la Theiss togliendo loro le conquiste fatte sotto il regno di Lodovico il Bimbo...
Domani, tra mille anni, un altro Berecche professore di storia dirà ai suoi alunni, che intorno al 1914 c'erano ancora potenti e fiorenti nel centro d'Europa due imperi: uno detto di Germania, su cui sedeva un Guglielmo II d'una dinastia scomparsa, che pare fosse detta degli Hohenzollern; e detto, l'altro, impero d'Austria, su cui sedeva vecchissimo un Francesco Giuseppe della dinastia degli Absburgo.
Erano questi due imperatori tra loro alleati e forse entrambi, almeno a quanto si suppone per certi dati, benché a lume di logica non paja verosimile, alleati anche col re d'Italia, un Vittorio Emanuele Terzo della dinastia di Savoja, il quale però, almeno in principio, mancò alla guerra che quell'imperatore di Germania, togliendo - pare - a pretesto l'uccisione per mano dei Serbi d'un tal Francesco Ferdinando arciduca ereditario d'Austria, stupidamente mosse contro la Russia, la Francia e l'Inghilterra, allora anche esse alleate tra loro e potentissime, una segnatamente, l'Inghilterra, padrona in quel tempo dei mari e d'innumerevoli colonie.
Cosí, tra mille anni - pensa Berecche - questa atrocissima guerra, che ora riempie d'orrore il mondo intero, sarà in poche righe ristretta nella grande storia degli uomini; e nessun cenno di tutte le piccole storie di queste migliaja e migliaja di esseri oscuri, che ora scompajono travolti in essa, ciascuno dei quali avrà pure accolto il mondo, tutto il mondo in sé e sarà stato almeno per un attimo della sua vita eterno, con questa terra e questo cielo sfavillante di stelle nell'anima e la propria casetta lontana lontana, e i proprii cari, il padre, la madre, la sposa, le sorelle, in lagrime e, forse, ignari ancora e intenti ai loro giuochi, i piccoli figli, lontani lontani.
Quanti, feriti non raccolti, morenti su la neve, nel fango, si ricompongono in attesa della morte e guardano innanzi a sé con occhi pietosi e vani, e piú non sanno vedere la ragione della ferocia che ha spezzato sul meglio, d'un tratto, la loro giovinezza, i loro affetti, tutto per sempre, come niente! Nessun cenno.
Nessuno saprà.
Chi le sa, anche adesso, tutte le piccole, innumerevoli storie, una in ogni anima dei milioni e milioni d'uomini di fronte gli uni agli altri per uccidersi? Anche adesso, poche righe nei bollettini degli Stati Maggiori: - s'è progredito, s'è indietreggiato; tre, quattro mila tra morti, feriti e scomparsi.
E basta.
Che resterà domani dei diarii della guerra sú per i giornali, ove una minima parte di queste piccole innumerevoli storie sono appena, in brevi tratti, accennate? Quei galletti, quei galletti che all'alba cantavano a Belgrado deserta e bombardata dai cannoni austriaci, al principio della guerra...
Oh, cari galletti, ecco, di qui a mill'anni Berecche, se potesse ritornare al mondo a insegnare la storia di mill'anni addietro, quando ogni memoria dei fatti che ora ci sembrano enormi sarà cancellata e tutta questa immane guerra sarà per gli uomini venturi ristretta in poche righe, ecco, di voi, cari galletti, vorrebbe ricordarsi Berecche e dire che voi cantavate all'alba, a Belgrado, come se nulla fosse, tra le bombe che scoppiavano su le case deserte, fumanti.
No: questa non è una grande guerra; sarà un macello grande; una grande guerra non è perché nessuna grande idealità la muove e la sostiene.
Questa è guerra di mercato: guerra d'un popolo bestione, troppo presto cresciuto e troppo faccente e saccente, che ha voluto aggredire per imporre a tutti la sua merce e, bene armata e azzampata, la sua saccenteria.
Con quest'ultima considerazione Berecche si leva; passeggia, aggrondato, ancora un po' per lo studio; poi esce sul corridojo; vede accostato l'uscio della camera del suo figliuolo; stende una mano e pian piano lo schiude.
Faustino è a letto, con le coperte tirate fin sotto il naso; ma ha gli occhi sbarrati nel bujo della cameretta, accesi ancora e brillanti di sdegno.
Subito, vedendo entrare il padre, li chiude e finge di dormire placidamente.
Berecche lo guata, accigliato; tentenna il capo, vedendo in giro la cameretta in disordine; poi, con le mani in tasca, avviandosi per uscire, dice piano, strascicato, con un tono apparentemente di derisione per il figliuolo, ma che in realtà esprime il suo sentimento cangiato:
- Viva...
già! viva il Belgio...
viva la Francia...
VI
IL SIGNOR LIVO TRUPPEL
Teutonia, la primogenita, che la madre finché la ebbe con sé chiamò sempre Tonia, come del resto lei stessa ha voluto sempre esser chiamata dalle due sorelle piú piccole e dal fratello e poi anche dal marito, è da tre anni fuori di casa, sposa del signor Livo Truppel, ottima pasta d'uomo, alieno dalla politica, oriundo svizzero tedesco, ma ormai non piú svizzero e tanto meno tedesco.
Non se l'è mica dato né scelto da sé, il signor Truppel, quel cognome; gli è venuto da suo padre, morto a Zurigo da tanti anni; e non ci tiene.
Forse lí a Zurigo, chiamarsi Truppel voleva dire qualche cosa; ma fuori del paese natale, cioè fuori delle relazioni, parentele e conoscenze, che cos'è piú un cognome? Per uno sconosciuto, tanto vale chiamarsi Truppel quanto chiamarsi in un altro modo qualsiasi.
Se non fosse per aver le carte in regola...
Il signor Livo, per conto suo, dentro di sé si conosce un anima pacifica, senza cognome, senza stato civile, né nazionalità; un'anima per due occhi aperta qua, come altrove, all'inganno delle cose che certamente non sono come appajono, se un po' si vedono in un modo e un po' in un altro, a seconda dell'animo e degli umori.
Egli fa di tutto per non alterarselo mai, il suo modo, e si contenta di poco, perché quel poco sa gustarselo in pace e con saggezza, come gli innocenti piaceri della natura, la quale, a dir vero, è una di tutti e non sa né di patrie né di confini.
Candido com'è, e di tenero cuore, al signor Truppel piacciono specialmente le giornate di nuvole chiare, quelle dopo le piogge, quando c'è sapore di terra bagnata e nell'umida luce l'illusione delle piante e degli insetti, che sia di nuovo primavera.
Di notte, guarda quelle nuvole che dilagano su le stelle e le annegano per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure d'azzurro.
Guarda anche lui, come il suocero, quelle stelle; sogna senza sogni, e sospira.
Di giorno, il signor Truppel si considera un brav'uomo nella vita.
Un brav'uomo, cosí, e basta.
Non già a Roma, cioè in Italia, o altrove; no, nella vita.
Cosí, e basta.
Anzi, propriamente, un bravo orologiajo, nella vita.
Tutto circoscritto nei limiti del suo banco ricoperto di candida tela cerata dietro la vetrina della sua bottega in via Condotti, s'incastra nell'occhio destro il monocolo a cannoncino e, curvo su la pinzetta fissata al banco, prova e riprova con inesauribile pazienza sul pezzo da accomodare i tanti piccoli attrezzi del suo pazientissimo mestiere, lime, seghe e calibri, nel silenzio trapunto dall'assiduo acuto sottile pulsare dei cento orologi.
Non gli passa minimamente per il capo, nell'adoperare con infinita delicatezza quegli esili strumentini sul fragile congegno complicato degli orologi, che in quello stesso momento, altrove, per tanta parte d'Europa, uomini come lui a milioni ben altri strumenti adoperano, fucili, cannoni, bajonette, bombe a mano, per un lavoro ben diverso da questo suo, d'accomodare orologi; e che il silenzio vibrante qua attorno a lui dall'acuzie di quel ticchettío continuo, appena percettibile, è straziato altrove dall'orrendo rimbombo d'obici e di mortaj.
Il suo mondo, la sua vita son concentrati lí, di giorno, in una calotta d'orologio; come, di notte, sciolta ormai da quasi tutte le passioni terrene, la vita del suo spirito è assorbita nella contemplazione dell'armonia di ben altre sfere: quelle celesti.
Benché il signor Truppel paja uno stupido, si può giurare dal modo come sorride voltandosi, a richiamarlo da quelle sue celesti contemplazioni, ch'egli non considera il firmamento come un sistema d'orologeria.
È rimasto perciò propriamente come uno che caschi dalle nuvole, l'altra sera, allorché, uscito sulla strada per abbassare la saracinesca, s'è vista addosso una grossa frotta di dimostranti, la quale, passando come un uragano, s'è avventata contro la sua bottega di orologiajo e gli ha fracassato in un batter d'occhio insegna, sporti, vetrina, ogni cosa.
Passato il primo sbalordimento per il fracasso dei vetri rotti, il signor Livo Truppel non temette tanto per sé, quanto per il fratello, suo socio nell'orologeria e di natura ben altra dalla sua: ispido, cupo e bestiale.
Tondo tondo, biondo biondo, il signor Livo si buttò avanti, parando con le manine bianche grassocce, con gli occhi pieni di lagrime, quegli occhi che di solito hanno la limpida chiarità ridente dello zaffiro, a gridare a quei dimostranti ch'egli era svizzero e non tedesco, svizzero e non tedesco, svizzero, svizzero, da piú di venticinque anni in Italia, e genero di un italiano, il signor professor Berecche.
Sí, a chi lo gridò? ai suoi vicini di bottega che lo conoscevano bene e sanno tutti che perla d'uomo sia.
I dimostranti, fatto il danno, s'erano già allontanati da un pezzo, sicurissimi d'aver compiuto un atto, se non proprio eroico, certo molto patriottico.
Ma il danno, anche quello, via, roba da poco.
Il guajo, il vero guajo, è stato per il fratello, che il signor Truppel credeva ancora dentro la bottega, e invece no, non c'era piú.
Terteuffel!, corso dietro a quei dimostranti, imbestialito.
Orbene, questo fatto, che per il pacifico signor Truppel ha avuto l'importanza di un semplice malinteso tra lui e la popolazione romana, a causa del suo cognome tedesco (malinteso, deplorevole sí, ma da non farne poi un gran caso), certamente non sarebbe stato cagione di gravi dispiaceri in famiglia, se il fratello non avesse riconosciuto tra quella frotta di dimostranti Faustino, il suo piccolo cognato.
Il fratello, bisogna dire la verità, non gli ha imposto d'abbandonare la moglie e il tetto coniugale per seguitare a convivere con lui in una casa a parte.
No, ma ha preteso e si è fatto promettere e giurare che almeno non avrebbe rimesso piede mai piú nella casa del suocero e che se il suocero verrà qualche sera da lui a visitare la figliuola egli, ove non riesca lí per lí a trovare una scusa per andarsene fuori di casa, oltre il saluto non gli rivolgerà la parola e, dopo il saluto, sputerà in terra: cosí!
Sputare in terra?
Sí, sputare in terra; cosí!
Il signor Truppel ha guardato afflittissimo per terra lo sputo del fratello, ed è stato lí lí per cavare di tasca un fazzoletto per andare a pulire.
- No! no! sputare in terra - gli ha gridato il fratello - sputare in terra.
Cosí!
E ha sputato di nuovo.
Santo nome di Dio benedetto! Se non sa sputare, lui, se non sputa mai neppure nel fazzoletto, da quella brava persona che è! Sí, sí, va bene: il signor Truppel ha promesso, giurato, per placare il fratello; ma, passato il primo momento, si sa che valore hanno certe promesse e certi giuramenti anche per coloro a cui sono fatti.
Il signor Livo Truppel, intanto, per ogni buon fine si propone d'andar di nascosto in casa del suocero per scongiurarlo di non venire da lui almeno per qualche tempo.
Ma il giorno che ci va, trova nella casa del suocero un tale scompiglio, e per una ragione cosí inopinata, che il signor Livo Truppel stima prudente tornarsene indietro senza farsi vedere da nessuno.
VII
BERECCHE RAGIONA
Partito, partiti entrambi, scomparsi da sei giorni, Faustino e l'altro, Gino Viesi - scomparsi.
Il quartierino nella villetta fuorimano, la pace sognata per gli ultimi anni in quel ritiro quasi campestre, con la villa patrizia davanti - quella cortina di cipressi là, maledetti dalle donne come un tristo presagio di morte - ma pur belli quei cipressi a vedere, che non sanno del funebre ufficio a cui l'uomo li destina e s'indorano al sole, al bel sole che entra per le quattro finestre sul giardino e si stende nelle stanze; e pur belli sotto la luna, la sera, mentre la fontanella chioccola vicino...
- ah la fontanella, sí; ma chi l'ascolta piú? e c'è il sole? chi lo vede? chi bada alla luna? Solo quei cipressi là maledetti, ora, si parano davanti, saltano agli occhi, ispidi, lugubri, appena la ghiaja si sente scricchiolare nel giardino sotto i passi di qualcuno.
- No...
no...
Il guardiano...
E pianti, strilli, strepiti, che s'odono da lontano; fin dalla via Nomentana, s'odono - e perdio, di questi tempi il cuore d'un galantuomo!...
se questa è vita! - Il passante irascibile, col giornale aperto in mano, da cima a fondo occupato dalle notizie della guerra, si ferma e altri passanti fa fermare.
- Sarà una rissa? che diavolo? S'ammazzano anche per niente?
Due, tre, non reggono alla curiosità, imboccano di corsa la traversa appena tracciata, altri due, tre, li seguono, ma perplessi; si voltano a guardare quelli rimasti su la via, meno curiosi o piú prudenti; guardano intorno (che buon odore di fieno! pare in campagna!); si risolvono, accorrono anch'essi: davanti al cancello guardano inquieti alle quattro finestre da cui quei pianti, quegli strilli, quegli strepiti s'avventano.
Che avviene? Nessuno si muove.
Strepitano lí dentro; ma intorno tutto è tranquillo, e il guardiano della villetta, oh eccolo là, pacifico, sta a mangiare.
Ma niente, dunque! Qualche disgrazia, una morte, forse?
- Ah, non si sa neppure, e strillano cosí?
- Scomparsi, come?
- Alla guerra? dove, alla guerra? in Francia?
Bello, quel villino! s'affitta? sei quartierini? Non sarà mica tanto alta la pigione.
Ah, sí, tanto? Per questo è tutto sfitto...
Bello, sí, al sole...
un bel giardino...
troppo lontano però...
quasi in campagna...
Dio, ma strillare cosí, poi...
Sarà la madre, è vero?
- La fidanzata?
- No, questa è la madre...
Il guardiano fa un cenno come per dire: - "Impazzita..." - e se ne torna a mangiare.
Se ci son pazzi al mondo, perdio, con la guerra che pende sul capo di tutti, volerci andar prima, come fosse una festa a cui non sembri l'ora d'arrivare...
- No, per questo, ecco, se ne sono andati in Francia...
- Ma che Francia, mi faccia il piacere! La Francia, caro signore...
- Si difende, aggredita! Il pericolo vero, per noi...
- Ma lasci stare, via, che o di qua o di là...
- Siamo neutrali, siamo neutrali...
- E se n'annamo a magna', - conclude filosoficamente un operajo: - romano.
Poterlo fare! Da sei giorni, non si mangia, non si dorme in casa Berecche.
Due furie scatenate, la moglie e la figliuola Carlotta.
Specialmente la moglie.
Scarduffata, strozzata dagli strilli, dal continuo mugolare, corre per casa annaspando, come se cercasse una via di scampo al suo folle dolore.
Le corre appresso Carlotta; appresso, le tre povere zitellone sorelle di Monsignore, venute dal villino dirimpetto: magre tutt'e tre allo stesso modo; pettinate e vestite allo stesso modo tutt'e tre, di grigio, con uno scialletto nero sul seno per la morte del Santo Padre; appresso, una dietro l'altra, con la bocca appuntita, gli occhi sbarrati e pietosi, accomodandosi lo scialletto sul seno con le mani inquiete, in un dito il ditale tutt'e tre, perché sono accorse agli strilli mentre stavano a cucire e non sanno come confortare quella madre.
- Signora...
- dice una.
E l'altra dice:
- Ma signora...
E la terza:
- Ma signora mia...
Non può sentirsi dir nulla la madre disperata: grida, grida fino a stracciarsi la gola, levando le braccia e scotendo le mani, frenetica, appena qualcuno accenni di volgerle una parola.
Oh benedetto il nome di Dio, benedetto il nome di Dio! Anche Monsignore, venuto jeri, è stato accolto cosí.
La serva...
spazzare? Le ha strappato di mano la scopa e l'ha inseguita per dargliela in testa! Ha lanciato per aria guanciali, coperte, lenzuola dai letti che quella s'era messa a rifare; dalla tavola da pranzo ha strappato la tovaglia con tutto il vasellame apparecchiato; un fracasso di piatti bicchieri bottiglie, in frantumi, giú a terra...
Vedesse almeno il terrore della povera Margheritina, che al fracasso è balzata dal pianto silenzioso nel suo solito cantuccio, con le manine aggricchiate e tremanti innanzi al petto! Non vede nulla; non ode nulla; di tratto in tratto s'avventa contro l'uscio dello studio; lo sforza a furia di manate, di spallate, di ginocchiate e si scaglia contro il marito, gli si para davanti con le dita artigliate su la faccia, come volesse sbranarlo, e gli urla, feroce:
- Voglio mio figlio! Voglio mio figlio! Assassino! voglio mio figlio! voglio mio figlio!
Berecche, piú vecchio di vent'anni in sei giorni, non dice nulla: per quanto offeso in fondo dalla volgarità della manifestazione, rispetta lo strazio di quella madre, che è lo strazio suo stesso.
Vederlo però con tal furia volgare ritorto contro di lui gli provoca sdegno, e per poco lo strazio accenna d'arrabbiarsi anche in lui e d'insorgere allo stesso modo feroce.
Ma lo frena e guarda con cosí acuto spasimo negli occhi la moglie, che questa in prima sbarra i suoi da folle, poi disperatamente rompendo in pianto che spezza il cuore, gli s'aggrappa al petto, sul petto gli fruga con la testa scarmigliata e geme:
- Dammi mio figlio! Dammi mio figlio!
E allora Berecche, dapprima con un muto sussultare del petto e delle spalle, poi con un fitto singultío nel naso, si piega a piangere anche lui sul grigio capo scarmigliato della vecchia compagna non amata.
Tutto il primo giorno - sei giorni addietro - passato in un'ansia crescente d'ora in ora, tra un'oscura costernazione e un'irritazione sorda man mano anch'esse crescenti, per il ritardo del figliuolo a rincasare; ritardo sempre piú inescusabile e inesplicabile, perché non c'erano piú dimostrazioni per Roma che potessero far pensare a un arresto, come l'altra volta; - poi, la sera, le corse affannose di qua e di là in cerca di lui, dove si fosse potuto attardare tanto, nei caffè, in casa di qualche amico, nella camera mobiliata di Gino Viesi - e la sorpresa, qui, nel sapere che anche lui, Gino Viesi, uscito dalla mattina alle sette, non s'era piú fatto vedere; poi, la notte, quella prima notte senza il figliuolo in casa, con la casa che sembrava vuota e paurosa, come vuoto e pauroso l'animo di lui; e le ore che passavano a una a una lente, eterne, su la sua ansia pure angosciata dallo sgomento di vederle passare, cosí, a una a una, nella vana attesa alla finestra, con l'ossessione delle vie per cui il figliuolo poteva essersi incamminato, per cui forse camminava ancora nella notte, per allontanarsi sempre piú, sempre piú dalla sua casa, sciagurato! ingrato! ma dove? dove diretto? - e poi l'alba e il silenzio di tutta la casa, orribile, con le donne cedute al sonno tra il pianto, là su le seggiole, col capo su la tavola, sotto il lume ancora acceso - ah, quel lume giallo nell'alba, e quei corpi là, che da sé a poco a poco s'erano composti in atteggiamenti pietosi, rassettati per non soffrir tanto, per trovare un po' di requie essi almeno, se l'anima nel sonno angoscioso non poteva trovarne! - e poi, al mattino e durante tutto il giorno seguente, le altre corse, tre, quattro, alla Questura, prima per denunziare la scomparsa del figliuolo e di quell'altro là, perché fosse spiccato subito e diramato da per tutto un ordine d'arresto; poi per sapere se qualche notizia fosse giunta; e mai nessuna! - quei no, quel no del delegato rosso lentigginoso, che pure la mattina pareva avesse preso con impegno la cosa nel sentire che forse si trattava di due giovanotti che tentavano di passare in Francia per arruolarsi nella legione garibaldina; e ora piú niente, tutto intento ad altro ora, come se non si ricordasse piú neanche dell'ordine dato; - e le invettive, le aggressioni d'ora in ora piú violente della moglie e della figlia Carlotta, perché erano sicure che Faustino e quell'altro erano scappati via per lui, ma sí, per lui, che aveva fin dall'infanzia oppresso quel figliuolo col metodo tedesco, con la disciplina tedesca, con la coltura tedesca, fino a fargli concepire un odio indomabile, inestinguibile per la Germania, che Dio la danni in eterno! e - ultimamente, in faccia all'altro che piangeva due fratelli uccisi, non aveva forse avuto il coraggio di gridare che l'Austria aveva tutto il diritto di mandarglieli al macello quei due fratelli? - lui! lui! - per questo erano scappati, per dargli una giusta risposta, per fare una giusta vendetta dei sentimenti da lui offesi nell'uno e oppressi nell'altro fin dall'infanzia: ebbene, non basta tutto questo? Ce n'è anche d'avanzo per spiegare come Berecche si sia in sei giorni invecchiato di venti anni.
Ma no, non basta invecchiato.
Berecche ora sostiene che non soffre piú nulla, proprio piú nulla.
Al massimo, ecco, può ammettere, ammette d'avere l'idea astratta del suo dolore.
L'idea astratta, forse sí.
Ma non del suo dolore propriamente.
Del dolore d'un padre, cosí in genere, a cui sia accaduto quello che è accaduto a lui.
In realtà però non sente nulla.
Piange, sí...
forse, ma come un commediante, come un commediante su la scena, per l'idea soltanto del suo dolore, non perché lo senta.
Si figura di sentirlo e lo dà a vedere.
Che c'è da spaventarsi, se dice cosí? La prova piú convincente è questa: ch'egli ragiona, ra-gio-na; è in grado di ragionare perfettamente, perfettissimamente.
- Ti dico, perdio, che ragiono! - grida al buon Fongi sonnacchioso, che è venuto dalla birreria a fargli visita.
- Ragiono!
Come se il buon Fongi sonnacchioso sostenesse che non è vero.
- E guaj se non ragionassi almeno io, qua dentro! Le hai vedute, le hai sentite, quelle due furie? La colpa è mia! Via, dimmi anche tu, dimmi anche tu che la colpa è mia! Mi faresti piacere, sai? Mi rialzerei di piú in mezzo a tutti questi pianti, in mezzo a tutti questi strilli, con l'orgoglio d'esser certo che io solo ho la mia ragione ancora qua! qua! qua!
E si picchia forte su la fronte.
- Qua per compatire chi m'accusa! qua per compiangere con quelle due disgraziate anche questa miserabile Italia, donna come loro, che non avrà mai ciò che si chiama DISCIPLINA DELLA VITA! Ma non vedi, non vedi che avviene in questa miserabile Italia, perché si è presa una misura di tremenda disciplina - la neutralità? I figli che ti scappano! le madri che urlano! Ti sembra che io non ragioni?
Il buon Fongi, dal gran naso carnuto, tiene la testa bassa e lo guarda come impaurito di sui cerchietti di platino degli occhiali a staffa.
Medico in ritiro, forse pensa, entro di sé, che nessun segno piú manifesto di pazzia che il ragionare, o il credere di ragionare, in certi momenti.
A ogni modo, se non proprio impaurito, si mostra per lo meno sbalordito, il buon Fongi, e non risponde né no né sí, quantunque Berecche lo miri con certi occhi che aspettano irosi una risposta affermativa.
- No? dici di no?
- Io? io, veramente...
- Pensi forse che al primo annunzio della dichiarazione di neutralità da parte dell'Italia io mi scagliai contro il governo?
- No, non penso...
- Ma devi pensare, devi pensare, per dio! Io ho bisogno di pensare in questo momento! Mi stai davanti come una marmotta!
Il buon Fongi si scuote un po'; s'affretta a dirgli:
- Ma sí, pensa..., se ti fa bene...
- Tu devi pensare con me! - gli grida Berecche.
- Devi pensare che io obbedivo allora, di primo lancio, a un sentimento di lealtà, capisci? A un sentimento di lealtà verso quella nazione che m'aveva insegnato LA DISCIPLINA, la quale...
- sai che vuol dire? - vuol dire frenare, frenare, soffocare, se occorre, i sentimenti naturali, di padre, di figlio, tutti i sentimenti naturali, che non vogliono aver legge! Hai capito? Frenare la natura che insorge contro la ragione.
Hai capito? Ma mi sono ravveduto subito; ho compreso che la vera disciplina per noi doveva consistere nel soffocare anche questo sentimento di lealtà; e l'ho soffocato! E sono arrivato anche a riconoscere che la Germania ha agito sconsideratamente, capisci? che la Germania ha sbagliato, che la Germania ha perduto la testa...
A questo, a questo sono arrivato!
Si fa sempre piú piccolo il buon Fongi, e pare che il naso gli diventi sempre piú grande.
Glielo guarda Berecche, quel naso, e a mano a mano si sente crescere contro di esso un'irritazione ingiustificabile.
Che naso è quello! che insopportabile realtà, quel naso! Gli scaglia addosso una confessione cosí grave, e niente, ecco, niente: resta lí, immobile; non si commuove.
Pacifico, per quanto voluminoso.
Non si commuove.
Naso romano!
- Sono arrivato a questo! - urla Berecche.
- E ad ammettere anche, se vuoi, che s'è messa contro di noi, la Germania, ajutando, per puro pretesto, l'Austria in una guerra offensiva che, rompendo i patti d'alleanza, doveva renderci per forza l'Austria nemica.
Era disciplina per noi l'alleanza con l'Austria! La Germania l'ha spezzata, perché, dichiarando una guerra, doveva capirlo che noi, con l'Austria, non potevamo essere piú; non solo, ma dovevamo per forza esser contro l'Austria! A questo ero arrivato! E anche a pensare che se ci saremmo mossi anche noi, e il mio figliuolo, o perché chiamato prima del tempo sotto le armi o perché spinto da un sentimento, a cui io allora non avrei saputo oppormi, sarebbe andato volontario alla guerra, ci sarei andato anch'io, anch'io cosí come mi vedi, volontario, a cinquantatré anni e con questa pancia, ci sarei andato anch'io! Ma ora, questo figlio, eccolo qua, vedi? s'è voluto mettere contro di me! ha inteso di mettersi contro di me! E perché? Perché, come tutti gli altri, non conosce la disciplina della vita! E contro di me ha messo questa povera madre e la sorella; e spavèntati, Fongi, ora sí, spavèntati: contro di me ha messo anche me stesso! sí, perché c'è anche un padre in me che piange, e a cui io, che conosco la disciplina della vita, sono costretto a gridare: - "Va' là, buffone, non piangere, perché tu hai torto di piangere!".
- Piangano gli altri! io non piango, non piango piú, neanche se m'arriva la notizia, vedi? che è morto! Non solo; ma ti dico questo, e te lo dico forte, perché lo sentano anche di là, quelle due furie che vorrebbero impedirmi di ragionare, venendo qua a gridarmi che vogliono da me il fratello, il fidanzato, come se io fossi pazzo come loro; ti dico questo: che adesso io sono di nuovo per la Germania, sí, sí, te lo dico forte, per la Germania, per la Germania, che avrà commesso una pazzia, anzi l'ha commessa di certo, ma vedi che spettacolo offre ancora a tutto il mondo? Se l'è concitato contro e lo tiene a bada tutto il mondo! Impotenti tutti contro lei potente! Che spettacolo è questo! E volete abbatterla? distruggerla? Chi? La Francia, fradicia, la Russia coi piedi di creta, l'Inghilterra? E valgono forse piú di lei? Che valgono di fronte a lei? Niente! Niente! Non la vince nessuno!
Ah, finalmente! dalla sua balordaggine, cosí battuta, cosí pestata, cosí accoppata dalla fiera invettiva, sorge tutt'a un tratto il buon Fongi col suo gran naso.
Per protestare? No.
Ha una notizia con sé, una notizia che si tiene in corpo fin dal suo arrivo e che, assalito da tanti pianti, da tanti strilli, non ha trovato ancor modo di metter fuori.
- Io - dice - ho qua una lettera di Faustino.
Per miracolo Berecche non trabocca giú, tutt'in un fascio.
Diventa pallidissimo, poi, tutt'a un tratto, paonazzo; si scaglia addosso al Fongi, come se Fongi se ne volesse scappare:
- Tu? - gli grida.
- Una lettera? di Faustino?
E piange e ride e trema tutto e col passo legato corre a gridar nel corridojo:
- Una lettera...
una lettera di Faustino!...
subito!...
Margheritina, Margheritina, conducete anche Margheritina!
E mentre la moglie e Carlotta con Margheritina per mano irrompono nello studio, ansanti, frementi d'impazienza, strappa con le mani che gli ballano dalle mani del Fongi la lettera e si prova a leggerla forte.
- Diretta a lui.
- A lei?
- Già...
- Caro...
ecco...
Caro signor...
oh Dio...
caro signor Fongi...
Non può.
La vista, la voce, il fiato, anche le gambe gli mancano.
S'abbandona su una seggiola e cede a Carlotta la lettera, perché la legga lei.
La lettera è datata da Nizza e dice cosí:
Caro signor Fongi,
So l'affetto che Ella ha per mio padre e mi rivolgo a Lei per pregarla di recarsi da lui, appena riceverà questa mia, ad annunziargli ciò che del resto forse a quest'ora avrà indovinato, e lascio immaginare a Lei con quale sdegno e con quanto dolore.
Ma gli dica, signor Fongi, che io non sono venuto qua a combattere per la Francia.
Ne sarà contento! Sono venuto qua, perché convinto (e Dio volesse a torto) che l'Italia, "ancella" come sempre e ora senza padroni, non farà nulla.
I due che aveva - l'uno cattivo, che l'ha sempre angariata; l'altro che s'è dato sempre l'aria di proteggerla, piccola vecchia signora decaduta - tutt'a un tratto, senza neppur licenziarla, senza neppur dirle che potevano anche fare a meno dei suoi servizii, l'hanno lasciata sola e si sono messi a sbrigare da sé le loro faccende.
Ora la povera Italia, neppur certa d'essere stata licenziata, non sa che fare né dove andare.
Ha paura degli antichi padroni, e ha paura di mettersi a servizio di nuovi che dalle agenzie di collocamento, dette Ambasciate, la richiedono e le fanno pressanti esibizioni.
Da che parte voltarsi, tra chi le dice di stendere questo o quel braccio per riprendersi di qua o di là quello che era suo e che tutti le hanno preso? Star sola, da sé, la povera signora decaduta non sa e non può, avvezza come è ormai da tanto tempo a servire padroni per poca mercede negli appartamenti della sua casa antica, magnifica, ariosa, piena di sole, in luogo ridente e fiorito.
Molte cose belle, lo so, e molte cose grandi e gloriose sono in questa casa antica, di cui la povera signora decaduta ha fatto una locanda; ma vi son pure cose tristi e una grande miseria, specialmente nell'anima dei figli di questa signora, nati servitori.
La mamma li ha educati alla prudenza, alla tolleranza, a far le viste di non capire, di non sentire, a prendersi anche in santa pace, se càpita, uno schiaffo per mancia, rispondendo con un bell'inchino: - Grazie, signore! -; li ha educati a portare con disinvoltura tutte le livree come l'abito a loro piú proprio, a spazzolare con disinvoltura dalle falde di ciascuna l'impronta dei calci ricevuti, e a star bene attenti nel fare i conti, che spesso, ahimè, povera mamma, le sono venuti sbagliati a suo danno.
Ebbene, signor Fongi, dica a mio padre che io sono qua in Francia, non per la Francia, con altri miei compagni - non molti, oh non molti! - ma soltanto per dimostrare che tra tanta prudenza, tra tanta tolleranza, tra tanta accortezza per non sbagliare i conti e tanta perplessità nel decidere quale livrea convenga meglio indossare in questo momento, c'è pure in Italia...
niente, un po' di gioventú sprecata, anche un po' di gioventú che non sa fare i conti e non sa essere accorta e prudente, un po' di gioventú; ecco.
Alla nostra madre Italia non serve, forse non servirà; anzi le farà danno dentro; siamo venuti a gettarla qua fuori per lei.
La mia mamma piccola dirà: - Ma come? e non c'ero io, che sono pur mamma? a me sí tu mi servi! - È vero, mamma, ma pensa che questo è un momento che tutte le piccole mamme, come i loro figli, bisogna che si sentano figlie piccole anche esse d'una mamma piú grande.
Io sono qua per te, se sono venuto per questa grande mamma comune, benché tu forse ora creda il contrario!
Le baci per me la mano, signor Fongi, e la assicuri che io le darò frequenti notizie di me; conforti mio padre, che forse soffre tanto di non potermi perdonare; baci le mie sorelle e dica a Carlotta che Gino è qua con me e che questa notte le scriverà a lungo.
A Lei, signor Fongi, i mie piú vivi ringraziamenti e un rispettoso e cordiale saluto.
Suo dev.mo FAUSTO BERECCHE
Piangono tutti.
Hanno pianto, durante la lettura, piano, per non perdere una sillaba.
Ora che la lettera è finita, seguitano a piangere piano, ancora per poco, come per non sperdere l'eco d'una voce lontana.
Fongi mormora, piano, quasi tra sé:
- Nobilissimo...
nobilissimo...
Berecche alla fine balza in piedi, soffocato, e si butta arrangolando sulla moglie; se la stringe tra le braccia, china di nuovo il viso sul capo di lei, e tutt'e due ora cosí stretti piangono forte, sussultando.
Carlotta abbraccia Margheritina e piangono forte anch'esse.
Il buon Fongi, dal canto suo, si torce per cavare dalla tasca di dietro della lunga finanziera il fazzoletto.
Il gran naso pacifico gli s'è proprio commosso alla fine, e se lo soffia a piú riprese, forte, ripetendo a ogni ripresa con un moto del capo di profonda convinzione:
- Nobilissimo...
nobilissimo...
VIII
NEL BUJO
La sera, quando il guardiano della villetta ha spento la luce della scala e il giardino resta al bujo, Berecche, guardingo, rabbuffato, col capo insaccato nelle spalle, riapre il portone, che quello ha chiuso or ora, e lo chiama:
- Pst! pst!
Il guardiano, che non se l'aspetta, si volta quasi impaurito; Berecche gli fa cenno con le mani d'accostarsi in silenzio, senza far troppo stridere la ghiaja, e si mette a confabulare con lui in gran mistero.
- Eh, per meno di seicento...
- dice quello a un certo punto.
- Piano, piano!
- Perché il Governo ha fatto già presso tutti i mercanti la requisizione...
almeno dicono...
Sa com'è, in questi momenti...
- Sí, sí; ma per seicento lire...
- Ah, un cavalluccio buono, sí...
anche da sella...
- Ma io dico da sella!
- Le serve per...?
- Piano, piano!
- Da sella, sicuro...
per seicento lire lo trova...
- Da accaparrare, per ora, versando una somma...
duecento...
che so? duecento cinquanta lire...
cosí...
Perché, io lo spero, ma se in caso non mi dovesse servire...
ecco, perderei soltanto la caparra...
Ma, oh! vi prego, di nascosto...
silenzio con tutti...
Ve n'occupate voi.
E Berecche, rabbuffato, col capo insaccato nelle spalle, in punta di piedi, rientra nella villetta e lascia lí, nel giardino bujo, il guardiano inchiodato dallo sbalordimento per quel misterioso acquisto d'un cavallo commessogli cosí di nascosto, al bujo, dall'unico inquilino della villetta, brav'uomo, serio, di studio...
uhm! Un cavallo da sella...
che nessuno lo sappia...
Richiuso pian piano il portone e rientrato nel suo appartamento, Berecche, sempre in punta di piedi, attraversa il corridojo, si chiude nello studio, siede al tavolino, trae dalla cartella un foglio di carta, vi scrive sú:
A S.
E.
il Ministro della Guerra - Roma; solleva l'indice della mano che regge la penna, e se lo applica sulle labbra.
Medita a lungo.
Ciò che vuol chiedere a S.
E.
il Ministro della Guerra gli è chiaro in mente; ma è in dubbio dell'esattezza dei termini militari.
Si dice Corpo guide volontarii a cavallo, o in altro modo? Sarà meglio informarsi, prima, al Ministero della Guerra.
E poi, dovendo dichiarare gli anni - cinquantatré - non converrà unire alla domanda un attestato medico di sana e robusta costituzione fisica? Potrà averlo da Fongi, domani.
- Da Fongi, no...
da Fongi, no...
- mormora.
Dev'essere un segreto per tutti.
E poi a Fongi ha fatto una dimostrazione cosí lampante di essere nel possesso della sua ragione e gli ha gridato con tanta violenza ch'egli è di nuovo, tutto, per la Germania...
- No: da Fongi, no...
Se non che, a rivolgersi a un medico qualunque, non amico, potrà esser sicuro d'avere questo attestato di sana e robusta costituzione fisica? Il cuore...
il cuore da un pezzo non gli batte piú in regola; ha il cuore stanco, e spesso il capo cosí greve...
Chi sa! Si rivolgerà prima a un medico qualunque; se non potrà averne l'attestato, ricorrerà al Fongi, raccomandandogli il segreto.
Berecche vuole andare in guerra anche lui.
Rimette il foglio intestato dentro la cartella, si alza e va a uno degli scaffali; ne cava un manuale Hoepli su l'Equitazione; ritorna a sedere innanzi al tavolino, vi appoggia i gomiti, si prende il capo tra le mani, e si sprofonda nella lettura preparatoria:
CAPITOLO PRIMO
Storia ed accenni preliminari
dell'equitazione
Il giorno appresso, alla Cavallerizza, in via Po.
Un involto sotto il braccio (i gambali di cuojo e un frustino, comperati or ora!) - un altro involto piú piccolo in mano - (gli speroni) - Berecche si presenta al signor Felder, maestro di maneggio.
- Corso accelerato? Ma, scusi, il signore ha già una certa pratica del cavallo?
Berecche scuote il capo:
- No.
- E allora? - esclama con un sorriso di pietosa meraviglia il signor Felder.
Contempla un po' quel pezzo d'omone grave, dalla quadrata corporatura che gli sta davanti aggrondato; poi, chiestogliene il permesso, gli tasta i muscoli delle gambe, veramente un po' fiacche, veramente un po' secche in proporzione dell'ampio torace; gli prende una mano - (scusi) - e lo invita a piegarsi su quelle gambe, tenendosi su la punta dei piedi giunti.
- La reggo io.
Berecche, piú che mai aggrondato, scuote di nuovo il capo; rifiuta quella mano: ha fatto in casa, chiuso a chiave nello studio, quell'esercizio; e lo eseguisce ora da sé, senza ajuto, una, due, tre volte, elasticamente, con gli occhi chiusi, innanzi al signor Felder che approva:
- Ah, bene...
ah, bene...
benissimo...
Berecche si rialza e al signor Felder, sempre piú stupito dell'aria fosca con cui quel nuovo cliente gli parla, annunzia di avere studiato tutta la notte e che perciò, quanto a nozioni teoriche, si può dire già a cavallo.
Indica in un punto della pésta il cavallo ginnastico di legno, e fa il gesto di scartarlo con la mano, che di quello, cioè, può farne a meno, perché, in teoria, conosce già tutte le posizioni e le arie e le difese del cavallo, evoluzione, mezz 'aria, parata, passata, piroetta...
- Un po' di pratica, solo un po' di pratica alla svelta - conclude.
- Ecco, ho portato qua questo pajo di gambali.
Me li metto.
Mi faccia montare e proviamo subito, anche su un cavallo un po' cattivo...
vivace, intendo.
Sarà meglio! Se casco, non fa nulla.
Il signor Felder si prova a fare parecchie obiezioni; ma Berecche lo interrompe, ripetendo ogni volta: - Le dico, che se casco non fa nulla! - con tono cosí perentorio, che alla fine alza le spalle e si sottomette a contentare lo strano cliente.
Non casca, quella prima volta, Berecche; ma se vuol fare cosí a modo suo, perché mai è venuto in una scuderia d'equitazione? Cosí, prima o poi, si romperà il collo, non una, ma dieci volte, e basta una.
Non glie n'importa? Ma importa a lui, al signor Felder, che non vuole responsabilità; perché, nella sua scuola...
- Ecco, guardi, - soggiunge, - provi piano, prima, all'inglese.
- Vale a dire? - domanda Berecche col fiato grosso, infiammato in volto, dall'alto del cavallo.
- Ecco, - ripiglia il signor Felder, - lei sa: c'è il modo di cavalcare all'italiana, e il modo all'inglese.
Provi piano all'inglese.
Guardi, che si tenga in sella un po' sospeso su le staffe...
cosí...
e che s'alzi e si abbassi, secondando l'andatura del cavallo...
sicuro, inchinando un po' il capo e la vita...
cosí, avanti, verso il collo della cavalcatura...
non troppo...
Dico, sa? per non aver troppe scosse alla testa...
Vedo che..
sí, lei si congestiona un poco...
- Ah, non se ne curi! esclama Berecche.
Ma proviamo pure all'inglese...
Dia, dia...
- Prima piano...
piano...
- Le dico: dia!
Il maestro dà; il cavallo si lancia al galoppo, e allora Berecche...
oh Dio...
oh Dio!...
- Si chiuda in sella!...
si chiuda in sella! - gli va urlando dietro per la pésta il signor Felder.
Rinsacca maledettamente Berecche, pencola, si storce di qua, di là, e alla fine patapunfete! rimanendo staffato, cosí che il cavallo se lo strascina per un pezzo per la pésta.
Niente! Non s'è fatto niente...
Ma all'inglese, ecco, non va!
- Niente, le dico, perdio! Sono contentissimo...
Niente...
un po' qua al piede...
ma è già passato...
All'inglese non va! Mi faccia rimontare.
Vado meglio all'italiana, come prima.
E mi dia il frustino!
Il signor Felder si tira un passo indietro, ponendosi il frustino dietro le spalle.
- Ah, frustino, niente, caro signore!
- Le dico, mi dia il frustino!
- Fossi matto!
- Ma lo sa lei che, se avevo il frustino, non cascavo?
Ride, ansando, dall'alto del cavallo, Berecche.
È proprio contento, anche della caduta, sí.
È stato un bel momento, una gran gioja è stata per lui: galoppando e rinsaccando a quel modo: pensava a Faustino, alla guerra, a Faustino che si lanciava a una carica alla bajonetta contro i Tedeschi, e...
via, via, via di galoppo con lui, cosí, a occhi chiusi, nella mischia.
Vuol riprovare la stessa gioja, ora.
- Sú, mi dia il frustino, senza storie!
S'avvicina col cavallo; si protende; strappa al signor Felder di dietro le spalle il frustino; e via, frustando il cavallo, si lancia di nuovo al galoppo per la pésta, con gli occhi chiusi, rituffandosi nella violenta visione dei garibaldini alla carica, con Faustino alla testa.
E piú il suo ragazzo gli corre davanti con la camicia rossa e la bajonetta in canna, e piú lui frusta il cavallo: avanti! avanti! viva l'Italia! Ah, come son rosse quelle camice! Un po' di gioventú...
un po' di gioventú sprecata!
Chi grida cosí nella pésta?...
Ah...
che turbine!...
Chi corre avanti? Com'è? qua fermo? Che è stato? Gridano, accorrono.
Berecche è stramazzato; bocconi, con la fronte spaccata.
Ha un ansito tremendo, ma è pieno di gioja; non soffre nulla; è dolente solo per quel buon signor Felder che grida su le furie; gli vorrebbe dire che non è niente; che non si dia pensiero di nulla; che nessuno lo chiamerà responsabile del male che lui s'è fatto alla testa.
- È grave? - domanda alla gente accorsa a sollevarlo da terra.
Dagli occhi con cui quella gente lo guarda, comprende che è grave; ma non sa, non può vedersi la faccia, con quella ferita aperta su la fronte; e ride, con la faccia cosí insanguinata, per rassicurare quella gente:
- Eh, - dice - e allora, alla guerra?
Lo prendono per le spalle e per i piedi e lo trasportano fuori; lo adagiano su una vettura e lo conducono al Policlinico.
- Ma allora, alla guerra?
Contro ogni supposizione diversa che altri possa fare, Berecche seguita a ragionare; e ne dà ancora una prova, la sera, allorquando con un turbante di bende che gli avvolge non solo tutto il capo ma anche mezza faccia nascondendogli tutt'e due gli occhi, lo riportano in casa dal Policlinico.
- Una caduta...
una caduta...
Non dice altro: né come, né dove sia caduto.
Una caduta.
Ma ragiona: tanto vero, che subito comprende che, dicendo cosí, senza spiegare come e dove sia caduto, la moglie, la figlia Carlotta possono supporre che egli abbia tentato d'uccidersi.
E allora soggiunge:
- Niente...
Per via, una vertigine...
Non vi spaventate...
gli occhi sono salvi: solo alla fronte, su le ciglia, uno spacco...
Niente.
Passerà.
Vuol essere condotto nello studio e posto a sedere al suo solito posto della sera.
Vuole solo con sé Margheritina.
Se la fa sedere su un ginocchio; la abbraccia.
Ragiona; ma gli sembra che Margheritina il lampadino rosso innanzi alla Madonnina del villino dirimpetto - almeno quello solo - sí, possa vederlo, se è acceso; e glielo domanda.
Margheritina non risponde.
Berecche comprende che no, neanche quello può vedere Margheritina, la sua animuccia cara; e se la stringe al petto piú forte.
Forse non sa neppure Margheritina che lí dirimpetto c'è un villino con una Madonnina a uno spigolo e un lampadino rosso acceso.
Che è il mondo per lei? ecco, ora egli può intenderlo bene.
Bujo Questo bujo.
Tutto può cambiare, fuori, diventare un altro, il mondo; un popolo sparire; ordinare altrimenti un intero continente; passare, anche vicina, una guerra, abbattere, distruggere...
Che importa? Bujo.
Questo bujo.
Per Margheritina, sempre questo bujo.
E se domani, là in Francia, Faustino sarà ucciso? Oh, allora anche per lui, senza piú quella benda, con gli occhi di nuovo aperti alla vista del mondo, sarà tutto bujo, sempre, cosí, anche per lui; ma forse peggio, perch
...
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