BERECCHE E LA GUERRA, di Luigi Pirandello - pagina 7
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Io sono qua per te, se sono venuto per questa grande mamma comune, benché tu forse ora creda il contrario!
Le baci per me la mano, signor Fongi, e la assicuri che io le darò frequenti notizie di me; conforti mio padre, che forse soffre tanto di non potermi perdonare; baci le mie sorelle e dica a Carlotta che Gino è qua con me e che questa notte le scriverà a lungo.
A Lei, signor Fongi, i mie piú vivi ringraziamenti e un rispettoso e cordiale saluto.
Suo dev.mo FAUSTO BERECCHE
Piangono tutti.
Hanno pianto, durante la lettura, piano, per non perdere una sillaba.
Ora che la lettera è finita, seguitano a piangere piano, ancora per poco, come per non sperdere l'eco d'una voce lontana.
Fongi mormora, piano, quasi tra sé:
- Nobilissimo...
nobilissimo...
Berecche alla fine balza in piedi, soffocato, e si butta arrangolando sulla moglie; se la stringe tra le braccia, china di nuovo il viso sul capo di lei, e tutt'e due ora cosí stretti piangono forte, sussultando.
Carlotta abbraccia Margheritina e piangono forte anch'esse.
Il buon Fongi, dal canto suo, si torce per cavare dalla tasca di dietro della lunga finanziera il fazzoletto.
Il gran naso pacifico gli s'è proprio commosso alla fine, e se lo soffia a piú riprese, forte, ripetendo a ogni ripresa con un moto del capo di profonda convinzione:
- Nobilissimo...
nobilissimo...
VIII
NEL BUJO
La sera, quando il guardiano della villetta ha spento la luce della scala e il giardino resta al bujo, Berecche, guardingo, rabbuffato, col capo insaccato nelle spalle, riapre il portone, che quello ha chiuso or ora, e lo chiama:
- Pst! pst!
Il guardiano, che non se l'aspetta, si volta quasi impaurito; Berecche gli fa cenno con le mani d'accostarsi in silenzio, senza far troppo stridere la ghiaja, e si mette a confabulare con lui in gran mistero.
- Eh, per meno di seicento...
- dice quello a un certo punto.
- Piano, piano!
- Perché il Governo ha fatto già presso tutti i mercanti la requisizione...
almeno dicono...
Sa com'è, in questi momenti...
- Sí, sí; ma per seicento lire...
- Ah, un cavalluccio buono, sí...
anche da sella...
- Ma io dico da sella!
- Le serve per...?
- Piano, piano!
- Da sella, sicuro...
per seicento lire lo trova...
- Da accaparrare, per ora, versando una somma...
duecento...
che so? duecento cinquanta lire...
cosí...
Perché, io lo spero, ma se in caso non mi dovesse servire...
ecco, perderei soltanto la caparra...
Ma, oh! vi prego, di nascosto...
silenzio con tutti...
Ve n'occupate voi.
E Berecche, rabbuffato, col capo insaccato nelle spalle, in punta di piedi, rientra nella villetta e lascia lí, nel giardino bujo, il guardiano inchiodato dallo sbalordimento per quel misterioso acquisto d'un cavallo commessogli cosí di nascosto, al bujo, dall'unico inquilino della villetta, brav'uomo, serio, di studio...
uhm! Un cavallo da sella...
che nessuno lo sappia...
Richiuso pian piano il portone e rientrato nel suo appartamento, Berecche, sempre in punta di piedi, attraversa il corridojo, si chiude nello studio, siede al tavolino, trae dalla cartella un foglio di carta, vi scrive sú:
A S.
E.
il Ministro della Guerra - Roma; solleva l'indice della mano che regge la penna, e se lo applica sulle labbra.
Medita a lungo.
Ciò che vuol chiedere a S.
E.
il Ministro della Guerra gli è chiaro in mente; ma è in dubbio dell'esattezza dei termini militari.
Si dice Corpo guide volontarii a cavallo, o in altro modo? Sarà meglio informarsi, prima, al Ministero della Guerra.
E poi, dovendo dichiarare gli anni - cinquantatré - non converrà unire alla domanda un attestato medico di sana e robusta costituzione fisica? Potrà averlo da Fongi, domani.
- Da Fongi, no...
da Fongi, no...
- mormora.
Dev'essere un segreto per tutti.
E poi a Fongi ha fatto una dimostrazione cosí lampante di essere nel possesso della sua ragione e gli ha gridato con tanta violenza ch'egli è di nuovo, tutto, per la Germania...
- No: da Fongi, no...
Se non che, a rivolgersi a un medico qualunque, non amico, potrà esser sicuro d'avere questo attestato di sana e robusta costituzione fisica? Il cuore...
il cuore da un pezzo non gli batte piú in regola; ha il cuore stanco, e spesso il capo cosí greve...
Chi sa! Si rivolgerà prima a un medico qualunque; se non potrà averne l'attestato, ricorrerà al Fongi, raccomandandogli il segreto.
Berecche vuole andare in guerra anche lui.
Rimette il foglio intestato dentro la cartella, si alza e va a uno degli scaffali; ne cava un manuale Hoepli su l'Equitazione; ritorna a sedere innanzi al tavolino, vi appoggia i gomiti, si prende il capo tra le mani, e si sprofonda nella lettura preparatoria:
CAPITOLO PRIMO
Storia ed accenni preliminari
dell'equitazione
Il giorno appresso, alla Cavallerizza, in via Po.
Un involto sotto il braccio (i gambali di cuojo e un frustino, comperati or ora!) - un altro involto piú piccolo in mano - (gli speroni) - Berecche si presenta al signor Felder, maestro di maneggio.
- Corso accelerato? Ma, scusi, il signore ha già una certa pratica del cavallo?
Berecche scuote il capo:
- No.
- E allora? - esclama con un sorriso di pietosa meraviglia il signor Felder.
Contempla un po' quel pezzo d'omone grave, dalla quadrata corporatura che gli sta davanti aggrondato; poi, chiestogliene il permesso, gli tasta i muscoli delle gambe, veramente un po' fiacche, veramente un po' secche in proporzione dell'ampio torace; gli prende una mano - (scusi) - e lo invita a piegarsi su quelle gambe, tenendosi su la punta dei piedi giunti.
- La reggo io.
Berecche, piú che mai aggrondato, scuote di nuovo il capo; rifiuta quella mano: ha fatto in casa, chiuso a chiave nello studio, quell'esercizio; e lo eseguisce ora da sé, senza ajuto, una, due, tre volte, elasticamente, con gli occhi chiusi, innanzi al signor Felder che approva:
- Ah, bene...
ah, bene...
benissimo...
Berecche si rialza e al signor Felder, sempre piú stupito dell'aria fosca con cui quel nuovo cliente gli parla, annunzia di avere studiato tutta la notte e che perciò, quanto a nozioni teoriche, si può dire già a cavallo.
Indica in un punto della pésta il cavallo ginnastico di legno, e fa il gesto di scartarlo con la mano, che di quello, cioè, può farne a meno, perché, in teoria, conosce già tutte le posizioni e le arie e le difese del cavallo, evoluzione, mezz 'aria, parata, passata, piroetta...
- Un po' di pratica, solo un po' di pratica alla svelta - conclude.
- Ecco, ho portato qua questo pajo di gambali.
Me li metto.
Mi faccia montare e proviamo subito, anche su un cavallo un po' cattivo...
vivace, intendo.
Sarà meglio! Se casco, non fa nulla.
Il signor Felder si prova a fare parecchie obiezioni; ma Berecche lo interrompe, ripetendo ogni volta: - Le dico, che se casco non fa nulla! - con tono cosí perentorio, che alla fine alza le spalle e si sottomette a contentare lo strano cliente.
Non casca, quella prima volta, Berecche; ma se vuol fare cosí a modo suo, perché mai è venuto in una scuderia d'equitazione? Cosí, prima o poi, si romperà il collo, non una, ma dieci volte, e basta una.
Non glie n'importa? Ma importa a lui, al signor Felder, che non vuole responsabilità; perché, nella sua scuola...
- Ecco, guardi, - soggiunge, - provi piano, prima, all'inglese.
- Vale a dire? - domanda Berecche col fiato grosso, infiammato in volto, dall'alto del cavallo.
- Ecco, - ripiglia il signor Felder, - lei sa: c'è il modo di cavalcare all'italiana, e il modo all'inglese.
Provi piano all'inglese.
Guardi, che si tenga in sella un po' sospeso su le staffe...
cosí...
e che s'alzi e si abbassi, secondando l'andatura del cavallo...
sicuro, inchinando un po' il capo e la vita...
cosí, avanti, verso il collo della cavalcatura...
non troppo...
Dico, sa? per non aver troppe scosse alla testa...
Vedo che..
sí, lei si congestiona un poco...
- Ah, non se ne curi! esclama Berecche.
Ma proviamo pure all'inglese...
Dia, dia...
- Prima piano...
piano...
- Le dico: dia!
Il maestro dà; il cavallo si lancia al galoppo, e allora Berecche...
oh Dio...
oh Dio!...
- Si chiuda in sella!...
si chiuda in sella! - gli va urlando dietro per la pésta il signor Felder.
Rinsacca maledettamente Berecche, pencola, si storce di qua, di là, e alla fine patapunfete! rimanendo staffato, cosí che il cavallo se lo strascina per un pezzo per la pésta.
Niente! Non s'è fatto niente...
Ma all'inglese, ecco, non va!
- Niente, le dico, perdio! Sono contentissimo...
Niente...
un po' qua al piede...
ma è già passato...
All'inglese non va! Mi faccia rimontare.
Vado meglio all'italiana, come prima.
E mi dia il frustino!
Il signor Felder si tira un passo indietro, ponendosi il frustino dietro le spalle.
- Ah, frustino, niente, caro signore!
- Le dico, mi dia il frustino!
- Fossi matto!
- Ma lo sa lei che, se avevo il frustino, non cascavo?
Ride, ansando, dall'alto del cavallo, Berecche.
È proprio contento, anche della caduta, sí.
È stato un bel momento, una gran gioja è stata per lui: galoppando e rinsaccando a quel modo: pensava a Faustino, alla guerra, a Faustino che si lanciava a una carica alla bajonetta contro i Tedeschi, e...
via, via, via di galoppo con lui, cosí, a occhi chiusi, nella mischia.
Vuol riprovare la stessa gioja, ora.
- Sú, mi dia il frustino, senza storie!
S'avvicina col cavallo; si protende; strappa al signor Felder di dietro le spalle il frustino; e via, frustando il cavallo, si lancia di nuovo al galoppo per la pésta, con gli occhi chiusi, rituffandosi nella violenta visione dei garibaldini alla carica, con Faustino alla testa.
E piú il suo ragazzo gli corre davanti con la camicia rossa e la bajonetta in canna, e piú lui frusta il cavallo: avanti! avanti! viva l'Italia! Ah, come son rosse quelle camice! Un po' di gioventú...
un po' di gioventú sprecata!
Chi grida cosí nella pésta?...
Ah...
che turbine!...
Chi corre avanti? Com'è? qua fermo? Che è stato? Gridano, accorrono.
Berecche è stramazzato; bocconi, con la fronte spaccata.
Ha un ansito tremendo, ma è pieno di gioja; non soffre nulla; è dolente solo per quel buon signor Felder che grida su le furie; gli vorrebbe dire che non è niente; che non si dia pensiero di nulla; che nessuno lo chiamerà responsabile del male che lui s'è fatto alla testa.
- È grave? - domanda alla gente accorsa a sollevarlo da terra.
Dagli occhi con cui quella gente lo guarda, comprende che è grave; ma non sa, non può vedersi la faccia, con quella ferita aperta su la fronte; e ride, con la faccia cosí insanguinata, per rassicurare quella gente:
- Eh, - dice - e allora, alla guerra?
Lo prendono per le spalle e per i piedi e lo trasportano fuori; lo adagiano su una vettura e lo conducono al Policlinico.
- Ma allora, alla guerra?
Contro ogni supposizione diversa che altri possa fare, Berecche seguita a ragionare; e ne dà ancora una prova, la sera, allorquando con un turbante di bende che gli avvolge non solo tutto il capo ma anche mezza faccia nascondendogli tutt'e due gli occhi, lo riportano in casa dal Policlinico.
- Una caduta...
una caduta...
Non dice altro: né come, né dove sia caduto.
Una caduta.
Ma ragiona: tanto vero, che subito comprende che, dicendo cosí, senza spiegare come e dove sia caduto, la moglie, la figlia Carlotta possono supporre che egli abbia tentato d'uccidersi.
E allora soggiunge:
- Niente...
Per via, una vertigine...
Non vi spaventate...
gli occhi sono salvi: solo alla fronte, su le ciglia, uno spacco...
Niente.
Passerà.
Vuol essere condotto nello studio e posto a sedere al suo solito posto della sera.
Vuole solo con sé Margheritina.
Se la fa sedere su un ginocchio; la abbraccia.
Ragiona; ma gli sembra che Margheritina il lampadino rosso innanzi alla Madonnina del villino dirimpetto - almeno quello solo - sí, possa vederlo, se è acceso; e glielo domanda.
Margheritina non risponde.
Berecche comprende che no, neanche quello può vedere Margheritina, la sua animuccia cara; e se la stringe al petto piú forte.
Forse non sa neppure Margheritina che lí dirimpetto c'è un villino con una Madonnina a uno spigolo e un lampadino rosso acceso.
Che è il mondo per lei? ecco, ora egli può intenderlo bene.
Bujo Questo bujo.
Tutto può cambiare, fuori, diventare un altro, il mondo; un popolo sparire; ordinare altrimenti un intero continente; passare, anche vicina, una guerra, abbattere, distruggere...
Che importa? Bujo.
Questo bujo.
Per Margheritina, sempre questo bujo.
E se domani, là in Francia, Faustino sarà ucciso? Oh, allora anche per lui, senza piú quella benda, con gli occhi di nuovo aperti alla vista del mondo, sarà tutto bujo, sempre, cosí, anche per lui; ma forse peggio, perché condannato a vederla ancora la vita, questa atrocissima vita degli uomini.
Torna a stringersi forte al petto la sua cechina sempre chiusa nel suo silenzio nero; mormora:
- E di questo, figliuola mia, di tutto questo, siano rese grazie alla Germania!
UNO DI PIÚ
A vederlo passare, con quella faccia e quella furia, la gente si volta, si ferma e gli tien dietro a lungo con gli occhi.
Il cappello che ha in capo non pare il suo, o che gliel'abbia messo in capo cosí di traverso un altro.
I capelli, come impolverati, gli scappano da tutte le parti.
Non è un pazzo, no.
Quando vi va tutto a traverso, andate a badare come vi siete messo in capo il cappello! Si chiama Abele Nono; lo conosco bene e so perché va per via cosí.
Fino a pochi giorni fa, andava cosí anche con una piccina per mano, sua figlia; e non pensava neppure che non poteva, la piccina, con quelle sue gambette, camminargli a paro e che rischiava perciò da un momento all'altro d'incespicare e cadere o restargli appesa per il braccino alla mano.
Sottile come un virgulto, troppo cresciuta per i suoi cinque anni, con gli occhi troppo grandi e serii nel pallido visino irregolare incorniciato da una semplice cuffietta di lana celeste che, annodata sotto il mento, le disegnava tonda tonda la testina, quella figlietta quasi gli volava accanto, movendo cosí in fretta le gambette da parer tante e non due; e alzava di tratto in tratto gli occhioni angustiati a sogguardare il padre per scorgergli in viso se gli fosse già passata la rabbia da cui era preso ogni qual volta ritornava con lei, cosí verso sera, dalla visita alla nonna.
Quella rabbia certe volte era tanta ch'egli serrava i denti e li faceva scricchiare; e allora quasi le stritolava la manina serrata nel pugno; ma lei non diceva nulla perché capiva che il suo papà non le aveva voluto far male e che aveva stretto il pugno cosí per lo spasimo che gli dava ciò che portava in cuore.
Tanto vero che poi, arrivando a casa, prima di mettersi a salir la scala, gli vedeva cavar di tasca il fazzoletto per passarselo sugli occhi e sulle guance.
La ragione di quel soffrire del padre, fino a quegli accessi di rabbia che facevano voltar la gente per via, certo la piccina non riusciva a comprenderla chiaramente; ma intuiva bene che il pianto era per la nonna e che la rabbia era contro la mamma.
La mamma lei la studiava, per cercar di scoprire che avesse in sé da far tanto arrabbiare il babbo.
Era tanto bella la sua mamma.
Rossa, come la fiamma; mentre papà era verdolino; sí, come un gambo di garofano.
Rideva, e mostrava il ditino.
Per non farsi accorgere di studiarla la mamma, doveva sempre aspettare ch'ella non le badasse; perché altrimenti, come se lo sapesse e sospettasse di qualche segreto accordo tra lei e il babbo, subito vedendosi osservata, scoppiava a ridere, oh! d'una risata cosí crudele, quasi da folle, che piú che a lei era certo rivolta al babbo che se ne stava di là.
Stordita e mortificata, nello sbigottimento che quella risata improvvisa le cagionava, la piccina appassiva; la camera, la casa, tutto s'allontanava confusamente come tirato con violenza; e anche la luce pareva s'incupisse.
Con la boccuccia aperta, che le scopriva i denti davanti un po' troppo grandi, restava cosí appassita ad ascoltare i rumori della strada che prima non aveva avvertiti, finché tutt'a un tratto non le riveniva davanti sanguigna la bocca della madre e gli occhi che, in quel momento, li aveva proprio di cattiva, di cattiva.
Tutto il segreto, per cui il padre era pieno di tanta rabbia e la madre di tanto dispetto, doveva essere in quella risata.
La udiva anche di notte, talvolta, svegliandosi di soprassalto, nello sconquasso che pareva n'avesse tutta la casa.
La prima volta che l'aveva udita, dormiva ancora nella stessa camera coi genitori; e s'era messa a piangere atterrita, perché nel barlume vacillante del lumino da notte s'era vista prima come assaltata dalla parete da mostruose ombre scomposte, e poi, voltandosi, aveva sorpreso il babbo e la mamma che, levati in ginocchio sul letto e azzuffati, cercavano di abbattersi l'un l'altra; e in quegli sforzi, ecco, la madre rideva, e il padre pareva inferocito.
La notte appresso, dopo il gran pianto che aveva fatto, ch'erano stati fin quasi all'alba a cercar di quietarla e a dirle che non era vero niente che s'erano azzuffati, l'avevano messa a dormire nello stanzino accanto.
Ma poi la mamma l'aveva voluta di nuovo con sé, nel letto grande, al posto del babbo, passato a dormir lui di là, come in castigo, sul lettino di lei; e che gioja per lei allora nel sentirsi stretta nell'odore caldo del corpo materno! Senonché, tante mattine, svegliandosi, si ritrovava inaspettatamente di là, nel suo lettino, tutta avvolta sotto le coperte in uno scialletto di lana; e la sorpresa che ne provava era piena d'irritazione come per un tradimento che per lei aveva sapor di beffa, perché sotto a ogni cosa che non riusciva a spiegarsi della sua mamma ci sentiva sempre la crudeltà di quella risata.
Ed erano tante veramente le cose, oltre quella risata e quei passaggi a tradimento da un letto all'altro, che la piccina non riusciva a spiegarsi.
Non era bello, per esempio, che venisse ogni mattina col cestino delle uova tra le manine gonfie quel grosso bamboccione di campagna che non sapeva ancora dir nulla, le guance pavonazze dal freddo, gli occhi tra i peli e quei due belli candelotti al naso? E non era da ridere anche la visita giornaliera di quello spilungone in maniche di camicia, con quel grembiulone di traliccio a righe bianche e turchine tenuto da una cordellina alle spalle? Recava al braccio un'altra cesta, piú grande quest'altro, con tanti bei tocchi di carne rossa, tagliata di fresco; e aveva una testa, una testa da non credersi, di cipolla secca, di quelle col velo dorato.
Era proprio da ridere.
Difficile, per una testa di cipolla secca, reggersi ritta; e difatti quell'uomo la teneva un po' su una spalla e un po' sull'altra; e parlava sempre con le mani levate davanti la faccia, come a nasconderla, due manone lunghe lunghe e insanguinate; e la voce miagolante pareva gli uscisse da quelle mani, perché in tutto quel tondo dorato della testa chi sa poi se aveva una bocca per parlare quell'uomo.
Si ripigliava il tocco di carne, che aveva posato sulla tavola di cucina, e diceva: "Se debbo lasciarla, pagare; se no, me la riporto".
Se la riportava, perché di là, invece di ridere come a lei pareva si dovesse fare, tanto per la venuta di quel ragazzotto di campagna col cestino delle uova quanto di questo spilungone con la testa di cipolla secca, il babbo e la mamma litigavano, gridando da far tremare i muri.
La mamma specialmente, che s'accaniva a ripetere: - "Tua madre è di piú! Tua madre è di piú! Non sono di piú le uova! Non è di piú la carne! Dreina ha bisogno della carne e delle uova!".
Dreina era lei.
La mamma dunque gridava cosí per lei, e contro la nonna "che era di piú".
Perché di piú?
Perché il bilancio d'una famiglia è anch'esso una cosa tra le tante che le piccine non possono comprendere.
Se le entrate son queste, e non possono essere di piú, giacché tutte provengono da uno stipendio fisso per un impiego che non consente altre occupazioni, bisogna che le uscite siano anche queste, e non un soldo di piú; o altrimenti si farà un vuoto che non si saprà poi come colmare.
Ma se le piccine magroline hanno bisogno della carne e delle uova prescritte dal medico? Le entrate son queste; le uscite debbono esser queste.
Le piccine magroline debbono allora morire? E non deve rubare un papà, nel vedersele deperire sempre piú, di giorno in giorno? Far debiti? Eh, i debiti, non basta la volontà di farli; ci vuole anche il credito da parte degli altri; e se il credito manca, i debiti, anche volendo, non si possono fare.
Abele Nono non ne vuol fare.
Lo dice, perché sa bene di non poterli piú fare.
Quelli che ha fatti, forzato da qualche impellente necessità, li ha fatti con la coscienza di non poterli mai pagare, e ancora se ne sente scottato come dal ricordo d'uno scrocco.
Ora il guajo, almeno fino a pochi giorni fa, era questo: che su quel bilancio d'Abele Nono, che non si poteva in nessun modo né allargare né stringere, la madre, la moglie, la figlia e lui stesso, uno era di piú.
E ogni qual volta Abele Nono sentiva gridare alla moglie che quest'uno di piú era la madre, aveva la tentazione di scagliarle in faccia ciò che gli veniva sotto mano.
Perché non era vero, no, non era vero che sua madre sarebbe stata di piú, se avesse potuto vivere insieme con loro.
Ciò che basta per tre, può anche bastar per quattro, se raccolti sotto lo stesso tetto e attorno alla stessa tavola.
Ma nossignori! Un giorno, al suo ritorno dall'ufficio, era stato investito dalla moglie, furibonda, mentre la vecchia madre tremava tutta, riparata in un canto: "O fuori lei, o fuori io!".
Una scenata.
E senza nemmeno voler dire che cosa fosse accaduto di tanto grave da dover prendere lí per lí una cosí grave decisione, se n'era andata fuori lei, in casa di una sorella maritata, e v'era rimasta per tutt'un mese.
Abele Nono poteva giurare che mai e poi mai si sarebbe arreso ad andare in casa di quella sorella a riprendersela, mai e poi mai gliel'avrebbe data vinta, se la bambina, si sa, senza la mamma...
e se anche sua madre stessa, a veder piangere cosí la nipotina...
"Tu sai com'è, per la piccina, la mamma...
e poi anche la casa, cosí senza di lei...
per quanto io possa fare...".
Che cosa fosse propriamente accaduto quel giorno, non aveva potuto ancora saperlo.
La mamma gli assicurava che non era accaduto nulla.
"Solo che, dice, io l'ho guardata...
non so, guardata, dice, quand'è rientrata con la spesa, pochi momenti prima che tu rincasassi.
Ti giuro che non posso nemmeno dire d'averla veramente guardata; o se l'ho fatto, sarà stato cosí senza nessuna intenzione.
No, no, che sospetti, figlio? Sta' sicuro che non hai nulla, nulla da sospettare, come non ho potuto nemmeno io sospettar nulla, mai, sul suo conto, perché non c'è nulla, proprio nulla da sospettare.
È cosí, d'indole...
Ha avuto sempre l'idea ch'io la tenessi d'occhio.
E non può piú sopportare, dice, di vedersi addosso sempre i miei occhi; ne ha l'incubo, dice...
Tu capisci, sono tua madre...
è naturale...
nuora..."
Per farla rientrare in casa, aveva dovuto metter la madre a pensione presso una famiglia di povera gente che abitava in una di quelle ultime casette trascurate là su lo stradone dove la città smette e comincia la campagna, senza piú beneficio né d'acqua corrente né di luce.
Un lumetto a petrolio, la sera, in quella stanzuccia nuda, umida, col soffitto a travicelli, intonacato di calce.
Con l'umido, la crosta dell'intonaco su quel soffitto e a una parete s'era tutta raggrinzita e cascava a pezzettini, come se nevicasse.
- Anche di notte, sulla faccia, mentre dormo.
Glielo diceva come una cosa da ridere, povera mamma, per dargli a divedere che quella sua relegazione là lei l'aveva pigliata cosí.
E tirava sú le spallucce aggobbite.
Ma chi sa come dovevano passarle le giornate, là, sola, in quella stanzuccia, con quel lettino di ferro, il comodino, un vecchio canterano, il tavolino sotto la finestra e due sedie!
La finestra dava sull'aperto della vallata, ma cosí triste che, a guardarci, prendeva la malinconia.
Sotto, c'era la scarpata della ferrovia, e la sera, nel silenzio, si sentiva lo sferragliare dei treni in discesa e l'ansare di quelli in salita.
Il fumo nero di quei treni stava un pezzo a vagar lento sospeso e poi a sfilacciarsi sul grigio smortume della vallata.
E il silenzio, dentro, era tanto che s'avvertiva perfino il ronzare del lumetto acceso sul tavolino.
Star lí, cosí, su quella sedia a piè del lettino, o sull'altra davanti al tavolino sotto la finestra, con quei poveri occhi incavati, immobili nella faccia di cera, il fazzoletto nero in capo, e il pollice e l'indice della mano ischeletrita che si movevano di continuo sulla cocca di quel fazzoletto che le pendeva dal mento, come se n'assaggiassero la qualità; lí, che pareva una mendica all'anticamera della morte, in attesa che un uscio nell'ombra si aprisse e un dito di là si sporgesse a farle cenno di passare.
Ma quel cenno non veniva mai; e a star lí aspettando, senza piú nulla da fare, le pareva che il tempo, impedito da tutto quel silenzio d'attesa, si fosse fermato e non potesse piú trascorrere; e quelle povere cose, nella stanzuccia, perduto ormai ogni senso, le stessero intorno a guardare in uno stupore attonito.
Lei che aveva dato sempre tutto, senza mai pensare a sé, lei che era stata nella vita solo a servizio e per utilità degli altri, essere ora cosí di peso al figlio, peso inutile; sapersi di piú.
- Se potessi portarmi almeno un po' di lana, da lavorare...
qualche giubbetto per la piccina...
un pajo di gambalini...
Non gliel'aveva mai potuta portare.
- Qualche cosa almeno da rammendare...
Nulla.
Era da impazzire.
E anche la festa che sarebbe stata per lei, ogni volta, la visita della nipotina diventava invece un'afflizione, perché la piccina restava come trattenuta e sgomenta alla vista di quella stanzuccia cosí squallida, quasi che il padre volesse forzarla a entrare in una tana di scarafaggi.
Sulla soglia; si ritirava indietro.
- Non vuoi piú bene alla tua nonnina?
Diceva di sí; ma era come se, in quella stanzuccia, la sua nonnina non le sembrasse piú lei.
E il bacio che s'induceva a darle era quasi senza convinzione che fosse dato propriamente alla stessa nonnina di prima.
Dandolo, guardava quel canterano con tutta la impiallacciatura scoppiata e strappata, o quel tavolino nero sotto la finestra, o quel misero lettino di ferro, e le sembrava che tutte quelle deturpazioni e quello squallore e quell'angustia fossero state fatte e si fossero attaccate alla persona della nonna.
Vedeva poi il padre che se ne stava a sedere curvo, con le mani abbandonate, come morte, tra le gambe discoste, e con la fronte appoggiata allo spigolo del tavolino, a piangere con lo stomaco, sussultando.
Voleva capire; e stringendo con le due manine alla nonna le cocche del fazzoletto sotto il mento, le domandava:
- Perché la mamma dice che tu sei di piú?
Il padre levava irosamente la fronte dallo spigolo del tavolino.
- Perché? Perché tu non vuoi stare con la tua nonnina; ecco perché!
E, a uno sguardo smarrito della piccina:
- No, non dico qua! Non dico qua! A casa, con la tua nonnina e il tuo papà.
Ti metti a piangere, che vuoi anche la mamma...
- La mamma, sí!
- E dunque, vedi? Ma la mamma senza te c'è stata per tutt'un mese; e dice che potrebbe anche sempre; perché non ha bisogno di nulla, lei; né di nessuno; basta a sé, provvede da sé: ha le mani d'oro, lei! A casa sta perché la vuoi tu; lei per sé non ci starebbe!
La vecchia madre, benché avesse pietà di quello sfogo che il figlio aveva bisogno di offrirsi, pregava:
- Non dire cosí alla piccina!
Ma egli, nell'impeto, gliela levava dalle ginocchia, se l'alzava al petto:
- Guarda, facciamo allora cosí, vuoi? Tu con la mamma, sola; e io qua con la nonna.
- No! Tu con me, papà gridava subito Dreina, buttandogli le braccia al collo, per tenerselo stretto.
Egli si chinava per farle posare a terra i piedini e levarsela dal collo; e, mentre la madre di nuovo gli faceva cenno di non dir altro, soggiungeva:
- Dunque vedi, dunque vedi ch'è proprio per te che la nonnina è di piú.
E quella carogna se n'approfitta, perché lo sa bene che se non fosse per te...
Dreina non ascoltava piú il padre.
Ora stava a riflettere, sorpresa, che la colpa dunque non era della mamma, ma sua; e sua - possibile? - perché voleva che stessero con lei la mamma e il papà, tutt'e due.
Ah, quando le bambine si vogliono sforzare di capir certe cose che non possono né debbono capire! Ecco che cosa orrenda n'è venuta.
Se n'è andata via lei, la piccina.
Lei che non poteva in nessun modo essere di piú.
Lei che non pesava ancor nulla, o certo meno di tutti Via, in pochi giorni, senza mettere a posto nulla con la sua morte; perché non se n'è mica andata per conto suo la mamma; né lui, il suo papà, con la nonnina.
La nonnina è là sola, dove lei l'ha lasciata, in quella stanzuccia, ancora "di piú".
E il suo papà è rimasto qua con la mamma, disperato, e si morde le mani, dandosi del vigliacco, del vigliacco per aver dato a credere alla sua piccina quella cosa mostruosa, che fosse per colpa di lei; mentre era lui, era lui che la metteva avanti cosí, la sua piccina, per riparare dietro a lei la sua vergogna, la vergogna della sua inconfessabile soggezione alla moglie.
Voleva nasconderla a se stesso e alla madre, quella sua vergogna, e metteva avanti la piccina, dicendo che non lasciava la moglie per lei.
Ed eccolo ora scoperto.
E la moglie, che lo sa, gli grida, selvaggia, dall'altra stanza:
- Perché non te ne vai ora da tua madre? Vattene! Io non ho bisogno di te!
E lui non se ne va, non se ne può andare.
Pensa che, se trovasse un momento la forza d'andarsene, per aver faccia da ricomparire davanti alla madre, poi certo ritornerebbe qua, e sarebbe peggio.
Pensa come un pazzo che, quando si potrà riaccostare a questa selvaggia, senza piú negli occhi il pensiero della bambina morta, ella certo lo riaccoglierà con una di quelle sue orribili risate.
E torna a mordersi le mani, vigliacco, mettendo ancora avanti la piccina, come se ora stesse a mordersele per lo strazio della morte di lei, mentre non è vero, non è vero: è ancora e sempre quella sua stessa rabbia, per cui lo vedete andare per via come un pazzo.
SOFFIO
I
Certe notizie sopravvengono cosí inattese che si resta lí per lí sbalorditi, e dallo sbalordimento pare non si trovi piú modo a uscire se non ricorrendo a una delle frasi piú fruste o delle considerazioni piú ovvie.
Per esempio, quando il giovane Calvetti, segretario del mio amico Bernabò, m'annunziò la morte improvvisa del padre del Massari, da cui poco prima Bernabò e io eravamo stati a colazione, mi venne d'esclamare: "Ah la vita cos'è! Basta un soffio a portarsela via"; e congiunsi il pollice e l'indice d'una mano per soffiarci sú, come a far volare una piuma che tenessi tra quelle due dita.
Vidi, a quel soffio, il giovane Calvetti farsi brusco in volto, poi piegare il busto e portarsi una mano al petto, come quando s'avverte dentro, e non si sa dove, un malessere indefinito; ma non ne feci caso, parendomi assurdo ammettere che quel malessere potesse dipendere dalla stupida frase che avevo detta e dal ridicolo gesto con cui, non contento d'averla detta, avevo anche voluto accompagnarla; pensai a qualche fitta o puntura ch'egli avesse avvertito, forse al fegato o al rene o agl'intestini, momentanea a ogni modo e senz'alcuna gravità.
Senonché, prima di sera, mi piombò in casa costernatissimo Bernabò:
- Sai che m'è morto Calvetti?
- Morto?
- All'improvviso, nel pomeriggio.
- Ma se nel pomeriggio era qua da me! Aspetta, che ora poteva essere? Saranno state le tre.
- E alle, tre e mezzo è morto!
- Mezz'ora dopo?
- Mezz'ora dopo.
Lo guardai male, come se con quella conferma intendesse stabilire una relazione (ma quale?) tra la visita a me e la morte repentina del povero giovine.
Ebbi come un impeto dentro, che mi forzò a respingere subito quella relazione, foss'anche fortuita, come un sospetto di rimorso che me ne potessi fare; e a trovare a quella morte una ragione estranea alla visita; e dissi al Bernabò dell'avvertimento improvviso del malessere che il giovine aveva avuto mentr'era ancora con me.
- Ah sí? Un malessere?
- La vita cos'è! Basta un soffio a portarsela via.
Ecco, ripetevo meccanicamente la frase perché, sotto sotto, il pollice e l'indice della mia mano destra s'eran toccati da sé, e da sé ora la mano, senza parere, mi si levava fino all'altezza delle labbra.
Giuro che non fu tanto con la coscienza di darmi una riprova quanto piuttosto di fare a me stesso uno scherzo che solo cosí di nascosto, per non parer ridicolo, potevo fare: trovandomi quelle due dita davanti alla bocca, ci soffiai sú, appena appena.
Bernabò era alterato in volto per la morte di quel suo giovane segretario a cui era molto affezionato; e tante volte, dopo aver corso o soltanto affrettato un po' il passo, corpulento, sanguigno e quasi senza collo, m'era venuto avanti ansimando e s'era anche portata la mano al petto per calmare il cuore e riprender fiato; ora, vedendogli fare quello stesso gesto e udendogli dire che si sentiva soffocare e occupar la mente e la vista come da una strana tenebra, che cosa, in nome di Dio, dovevo credere?
Sull'istante, pur tutto smarrito e stravolto com'ero, mi gettai a soccorrere il povero amico piombato riverso e boccheggiante su una poltrona.
Ma mi vidi respinto furiosamente; e allora finii per non comprendere proprio piú nulla; mi sentii come gelare in un'attonita apatia, e stetti a vederlo sussultare su quella poltrona di velluto rosso, che mi parve tutta di sangue, sussultare non piú come un uomo ma come una bestia ferita, e smaniare il respiro, e diventare sempre piú pavonazzo, quasi nero.
Faceva leva con un piede sul tappeto forse per rizzarsi da sé, ma si sfiniva in quello sforzo; come nell'incubo d'un sogno, vedevo il tappeto scivolargli sotto, arricciandosi.
Sull'altra gamba, storta sul bracciuolo della poltrona, il calzone tirato gli aveva scoperto la giarrettiera di seta, d'un color verdolino a righine rosa.
Domando un po' di considerazione per la mia carità: tutta la mia inquietudine era come schiantata e sparsa qua e là, tanto che poteva come niente dimenticarsi, a un volger d'occhi, o nel fastidio che avevo sempre avuto dei miei brutti quadri appesi alle pareti, o anche nella curiosità che mi tratteneva lo sguardo, ecco, sul colore e le righine di quella giarrettiera.
Tutt'a un tratto però mi ripresi, inorridito d'essermi potuto in tal momento alienare fino a tanto, e urlai al mio cameriere che volasse a fermare davanti alla porta una vettura, e poi sú ad ajutarmi a trasportare l'agonizzante a un ospedale o a casa.
Preferii a casa, perché piú vicino.
Non abitava solo; aveva con sé una sorella, maggiore di lui, non so se vedova o vecchia zitella, insoffribile per la puntigliosa meticolosità con cui lo governava.
Allibita, la poverina, con le mani nei capelli: "Oh Dio, che è stato? com'è stato?", e non voleva levarcisi dai piedi, che rabbia! per sapere da me che era stato, com'era stato, proprio da me e proprio in quel momento che non ne potevo piú, con tutte le scale che avevo fatte, salendo all'indietro, col peso enorme sulle braccia di quel corpo abbandonato.
"Il letto! il letto!".
Pareva non lo sapesse piú nemmeno lei, dove fosse il letto, a cui mi sembrò non s'arrivasse mai.
Depostolo rantolante (ma rantolavo anch'io) mi buttai con le spalle, rifinito, a ridosso a una parete, e se non erano pronti a raccogliermi su una seggiola, cadevo giú tutto in un fascio sul pavimento.
Col capo ciondolante, potei dire tuttavia al cameriere: "Un medico! un medico!"; ma mi ricaddero le braccia al pensiero che ora restavo solo con la sorella, che certo m'avrebbe aggredito con altre domande.
Mi salvò il silenzio che d'improvviso si fece sul letto, cessato il rantolo.
Parve, per un attimo, silenzio di tutto il mondo, per il povero Bernabò rimasto lí sordo e inerte su quel letto.
Subito si levarono le disperazioni della sorella.
Ero annichilito.
Come immaginare, non dico credere, che una tale enormità fosse possibile? Le mie idee non potevano piú pigliar sesto.
E in quello sconvolgimento mi pareva tanto curioso che quella poverina, suo fratello Giulio, come lo aveva sempre chiamato, ora ch'era lí morto, corpulenza immobile che non consentiva diminutivi, lo chiamasse proprio Giulietto! Giulietto! A un certo punto, scattai in piedi, esterrefatto.
Il cadavere, come si fosse avuto a male di quel Giulietto! Giulietto! aveva risposto con un orribile brontolio dello stomaco.
Toccò a me questa volta parar la sorella, che sarebbe cascata indietro a terra, svenuta dal terrore; mi svenne invece tra le braccia; e allora, tra lei svenuta e quel morto sul letto, senza piú saper che fare né che pensare, mi sentii preso in un vortice di pazzia e cominciai a scrollare quella poverina, perché la finisse con quello svenimento ch'era proprio di piú.
Senonché, rinvenuta, non volle piú credere che il fratello fosse morto.
"Ha sentito? Non dev'esser morto! Non può essere morto!".
Bisognò venisse il medico ad accertarlo e ad assicurarla che quel brontolío non era stato nulla, un po' di vento o non so che altro, che quasi tutti i morti sogliono fare.
Allora lei, ch'era linda e ci teneva, fece un viso angustiato e si parò gli occhi con la mano, come se il medico le avesse detto che anche lei da morta lo avrebbe fatto.
Era quel medico uno di quei giovani calvi che portano quasi con dispettosa fierezza la loro precoce calvizie tra la violenza d'una selva di riccioli neri che, non si sa perché scomparsi dal sommo del capo, gremiscono poi tutt'intorno la testa.
Con gli occhi di smalto armati da forti lenti da miope, alto, piuttosto grasso ma vigoroso, due cespuglietti di peli mozzati sotto il naso piccolo, le labbra tumide, accese e cosí ben segnate da parer dipinte, guardava con tal derisoria commiserazione l'ignoranza di quella povera sorella e parlava della morte con cosí disinvolta familiarità, quasi che avendo da fare di continuo con essa nessuno dei suoi casi gli potesse esser dubbio od oscuro, che alla fine un ghigno di scherno mi proruppe dalla gola irresistibilmente.
Già mentre parlava, m'ero scorto per caso allo specchio dell'armadio e m'ero sorpreso con uno sguardo storto e freddo che subito m'era rientrato negli occhi strisciando come una serpe.
E il pollice e l'indice della mia destra si premevano, si premevano cosí fortemente l'un contro l'altro, ch'eran come insorditi dallo spasimo della reciproca pressione.
Appena egli a quel mio ghigno si voltò, gli mossi incontro, a petto, e, con la bocca atteggiata ancora di scherno nel pallore che m'aveva inteschiato il volto, gli sibilai: "Guardi", e gli mostrai le dita, "cosí! Lei che la sa cosí lunga sulla vita e la morte: ci soffi sú, e veda se le riesce di farmi morire!".
Si tirò indietro per squadrarmi, se non aveva da far con un pazzo.
Ma io gli andai a petto di nuovo: "Basta un soffio, creda! basta un soffio!".
Lasciai lui e afferrai per un polso la sorella.
"Lo faccia lei! Ecco, cosí!", e le portai la mano alla bocca, "congiunga le dita e ci soffi sú!".
La poverina, con gli occhi sbarrati, atterrita, tremava tutta; mentre il medico, senza piú pensare che lí sul letto c'era un morto, sghignazzava, divertito.
"Non lo faccio piú io, su voi, perché già lí ce n'è uno, e due con Calvetti, per oggi! Ma bisogna che me ne scappi, me ne scappi subito, me ne scappi!"
E me ne scappai, davvero come un pazzo.
Appena sulla via, la pazzia si scatenò.
S'era già fatto sera, e la via era affollatissima.
Sobbalzavano dall'ombra tutte le case ai lumi che s'accendevano, e tutta la gente correva per ripararsi la faccia dai guizzi di luce di tanti colori che l'assaltavano d'ogni parte, fanali, riverberi di vetrine, insegne luminose, in un subbuglio assillato da oscuri sospetti.
Benché no: ecco là, al contrario, una faccia di donna che s'allargava di contentezza al riflesso d'una luce rossa; e là quella d'un bimbo che rideva, tenuto alto sulle braccia da un vecchio, davanti allo specchio d'uno sporto di bottega che ruscellava d'un getto continuo di gocce smeraldine.
Fendevo la calca e con le due dita davanti alla bocca soffiavo, soffiavo su tutte quelle facce sfuggenti, senza scelta e senza voltarmi indietro ad accertarmi se davvero quei miei soffi producevano l'effetto già due volte sperimentato.
Se lo producevano, chi avrebbe potuto attribuirlo a me? Non ero padrone di tenere quelle due dita davanti alla bocca e di soffiarci sú per un mio innocente piacere? Chi poteva credere sul serio che un potere cosí inaudito e terribile mi fosse venuto in quelle due dita e nel soffio che emettevo appena su esse? Era ridicolo ammetterlo e poteva passare soltanto come uno scherzo puerile.
Io scherzavo, ecco.
E mi s'era già insugherita in bocca la lingua a furia di soffiare, e non avevo quasi piú fiato tra le labbra appuntite, arrivato in fondo alla via.
Se ciò che avevo sperimentato due volte era vero, eh perdio, dovevo avere ucciso, cosí scherzando scherzando, piú d'un migliajo di persone.
Non era possibile che il giorno dopo non si venisse a sapere, con terrore di tutta la città, di quella mortalità improvvisa e misteriosa.
Si venne difatti a sapere.
Tutti i giornali, la mattina dopo, ne furono pieni.
La città si svegliò sotto l'incubo tremendo d'una epidemia senza scampo scoppiata fulmineamente.
Novecento sedici morti in una sola notte.
Nel cimitero non si sapeva come riparare a seppellirli; non si sapeva come riparare a portarli via tutti dalle case.
Sintomi comuni accertati dai medici in tutti i colpiti, dapprima l'avvertimento d'un malessere indefinito, poi la soffocazione.
Dall'autopsia dei cadaveri, nessun indizio del male che aveva cagionato la morte quasi istantanea.
Restai, leggendo quei giornali, in preda a uno sgomento ch'era come lo sconcerto d'una orribile ubriachezza, confusione d'aspetti indistinti che s'avventavano, si sbattevano aggirati nel volume d'una nuvola che m'avvolgeva vorticosa; e un'ansia inesplicabile, un fremito pungente che urtava, urgeva contro qualcosa dentro che mi restava nero e immobile e a cui la mia coscienza, attratta ma tutta irta e in procinto di sbandarsi da ogni parte, si rifiutava d'accostarsi, toccava e subito se ne distaccava.
Non so propriamente che cosa volessi esprimere, strizzandomi con una mano convulsa la fronte e ripetendo: "È un'impressione! è un'impressione!".
Fatto si è che la parola, pur cosí vuota, m'ajutò a squarciare d'un lampo quella nuvola, e mi sentii per un momento sollevato, liberato.
"Dev'esser tutta pazzia", pensai, "che m'è entrata nel capo per essermi trovato jeri a far quel gesto ridicolo e puerile prima che la calamità si dichiarasse di quest'epidemia piombata cosí di colpo sulla città.
Sogliono spesso nascere da siffatte coincidenze le piú sciocche superstizioni e le fissazioni piú incredibili.
Del resto, per liberarmene non ho che da aspettar qualche giorno senza piú ripetere lo scherzo di questo gesto.
Se è epidemia, come certo dev'essere, questa spaventosa mortalità deve seguitare e non cessar cosí di colpo come è cominciata."
Bene; aspettai tre giorni, cinque giorni, una settimana, due settimane: nessun nuovo caso fu segnalato dai giornali: l'epidemia era di colpo cessata.
Eh, ma pazzo no, domando scusa; nella ossessione di un simile dubbio, ch'io potessi esser pazzo, non potevo restare; pazzo, d'una pazzia che, a dichiararla, avrebbe fatto scoppiare chiunque dalle risa, no, via.
Da una tale ossessione bisognava pur che mi levassi al piú presto.
E come? Rimettendomi a soffiar sulle dita? Si trattava di vite umane.
Bisognava che fossi anche convinto che il mio atto era per se stesso innocente, da bambino, e che se gli altri ne morivano, non era colpa mia.
Avrei sempre potuto credere a una ripresa dell'epidemia, dopo quella pausa di quindici giorni, poiché fino all'ultimo dovevo ritenere incredibile che la morte potesse dipendere da me.
Ma intanto la tentazione diabolica d'acquistare una simile certezza, ben piú terribile del dubbio che potessi esser pazzo, la certezza di sapermi dotato d'un cosí inaudito potere: come resistere a una tale tentazione?
II
Dovevo concedermi di fare ancora una prova, ma timida e cautelosa; una prova quanto piú fosse possibile "giusta".
La morte, si sa, non è giusta.
Quella che dipendeva da me (se dipendeva da me) doveva esser giusta.
Conoscevo una cara bambina che, mentre giocava con le sue bambole, uscendo da un sogno per entrare in un altro, tutti diversi l'uno dall'altro, questo che la portava a un villaggio sul monte e quello che la portava a una spiaggia di mare, e poi dal mare a un paese lontano lontano, dov'era altra gente che parlava una lingua tutt'altra dalla sua, alla fine da tutti quei sogni s'era svegliata ancora bambina a vent'anni, ma proprio bambina bambina, con uno accanto che, appena uscito dall'ultimo di quei sogni, s'era subito trasformato nella realtà in un omaccio straniero, in uno stangone alto due metri, stupido, infingardo e vizioso; e tra le braccia, invece della bambola, s'era trovato un povero esserino, che non si poteva dire un mostriciattolo perché aveva pure un visino d'angelo malato, quando la continua convulsione, a cui tutto il corpicciuolo era in preda, non gli deformava anche quello, orribilmente.
"Morbo di...", non so, il nome d'un medico straniero, inglese o americano, Pot mi pare, seppur si scrive cosí (cara gloria, dare a un morbo il proprio nome!), "morbo di Pot" in una delle sue forme piú gravi e senza rimedio.
Quel bimbo non avrebbe mai parlato, mai camminato, né mai si sarebbe servito di quelle sue manine scarnite e scontorte dalla violenza degli spasimi atroci.
Avrebbe potuto tirare cosí ancora per anni.
Ne aveva tre? Forse fino ai dieci.
Eppure, non pareva vero, tra le braccia di qualcuno che avesse imparato a reggerlo bene come quello stangone del padre, appena poteva, in qualche momento di tregua, il povero bimbo sorrideva d'un sorriso cosí beato in quel suo visino d'angelo, che subito, cessato l'orrore per quei contorcimenti, la piú tenera compassione faceva sgorgare le lagrime dagli occhi di quanti stavano a guardarlo.
Pareva impossibile che solo i medici non capissero che cosa chiedeva il bimbo con quel sorriso.
Ma forse lo capivano, perché avevano già dichiarato che certamente era uno dei casi davanti a cui non ci sarebbe stato da esitare, se la legge lo avesse permesso e ci fosse stato il consenso dei parenti.
La legge è legge, perché crudele può essere, come spesso è, ma pietosa no, se non a costo di finire d'esser legge.
Io dunque mi presentai a quella madre.
La stanza dov'ella m'accolse era invasa dall'ombra e si vedevano come lontane le due finestre velate sul livido barlume dell'ultimo crepuscolo.
Seduta sulla poltrona a piè del lettino, la madre reggeva tra le braccia il bimbo convulso.
Io mi chinai su lui, senza dir nulla, con le dita davanti alla bocca.
Il bimbo, al mio soffio, sorrise e spirò.
Come la madre, abituata alla continua tensione spasmodica e guizzante di quel corpicciuolo, se lo sentí quasi sciolto d'improvviso tra le braccia e molle, rattenne un grido, alzò il capo a guardarmi, guardò il bimbo:
- Oh Dio, che gli hai fatto?
- Niente, hai visto, appena un soffio..
- Ma è morto!
- Ora è beato.
Glielo levai dalle braccia e lo deposi cosí tutto sciolto e molle sul lettino, col suo sorriso d'angelo ancora sulla boccuccia pallida.
- Tuo marito dov'è? Di là? Ti libero anche di lui.
Non ha piú ragione d'opprimerti.
Ma poi tu resta sempre a sognare, bambina.
Vedi che si guadagna a uscire dai sogni?
Non ci fu bisogno che andassi in cerca del marito.
Si presentò, come un gigante sbalordito, sulla soglia.
Ma nell'esaltazione che mi dava la terribile certezza ormai acquisita, io mi sentivo già smisuratamente cresciuto, molto piú alto di lui.
"La vita che cos'è! Guarda, basta un soffio, cosí, a portarsela via!".
E, soffiatogli sul viso, uscii da quella casa, ingigantito nella sera.
Ero io, ero io; la morte ero io; la avevo lí, nelle due dita e nel fiato; potevo far morire tutti.
Per esser giusto verso quelli che avevo fatto morire prima, non dovevo ora far morire tutti? Non ci voleva nulla, purché mi fosse bastato il fiato.
Non l'avrei fatto per odio di nessuno; non conoscevo nessuno.
Come la morte.
Un soffio, e via.
Quanta umanità, prima di questa che ora mi passava ombra davanti, era stata soffiata via? Ma potevo mai tutta l'umanità? disabitare tutte le case? tutte le strade di tutte le città? e le campagne e i monti e i mari? disabitare tutta la terra? Non era possibile.
E allora no, non dovevo piú nessuno, piú nessuno.
Dovevo forse mozzarmi quelle due dita.
Ma chi sa se non sarebbe bastato il solo fiato.
Dovevo provare? No, no: basta! Mi sentivo raccapricciare, al solo pensiero, da capo a piedi.
Forse bastava un soffio soltanto.
Come impedirmelo? Come vincere la tentazione? Una mano sulla bocca? Potevo condannarmi a star sempre con una mano sulla bocca?
Cosí farneticando, m'avvenne di passare davanti al portone dell'ospedale, spalancato.
Nell'androne, erano alcuni infermieri, lí di guardia per il pronto soccorso, che conversavano con due questurini e col vecchio portinajo; e sulla soglia, intento a guardar nella strada, stava col lungo càmice di servizio e le mani sui fianchi quel giovane medico accorso al letto di morte del povero Bernabò.
Come mi vide passare, forse per i gesti che facevo in quel mio farneticare, mi riconobbe e si mise a ridere.
Non l'avesse mai fatto! Mi fermai; gli gridai: "Non mi cimenti in questo momento col suo sciocco sorriso! Sono io, sono io; l'ho qua", e gli mostrai di nuovo le dita congiunte, "forse nel soffio soltanto! Ne vuol fare la prova davanti a questi signori?".
Sorpresi e incuriositi, gl'infermieri, i due questurini e il vecchio portinajo s'erano appressati.
Col sorriso rassegato sulle labbra che parevano dipinte e senza levarsi le mani dai fianchi, quello sciagurato non si contentò di pensarlo, questa volta, osò dirmi, scrollando le spalle: "Ma lei è pazzo!".
"Sono pazzo?" incalzai.
"L'epidemia è cessata da quindici giorni.
Vuoi vedere che la riattizzo e la faccio divampare in un momento, spaventosamente?".
"Soffiandosi sulle dita?".
Le risa fragorose che seguirono a questa domanda del dottore mi fecero vacillare.
Avvertii che non avrei dovuto lasciarmi prendere dalla irritazione per l'avvilimento del ridicolo che quel mio gesto, appena fatto palese, inevitabilmente m'attirava.
Nessuno, fuor che io, poteva credere sul serio ai suoi terribili effetti.
Ma l'irritazione tuttavia mi vinse, come il bruciore d'un bottone di fuoco sulla carne viva, sentendo quel ridicolo quasi un marchio di scherno che la morte avesse voluto imprimermi concedendomi quell'incredibile potere.
S'aggiunse a questo, come una sferzata, la domanda del giovane medico: "Chi le ha detto che l'epidemia è cessata?".
Restai.
Non era cessata? Mi sentii avvampare di vergogna le guance.
"I giornali" dissi "non han piú segnalato alcun caso".
"I giornali", ribatté quello, "ma non noi, qua all'ospedale".
"Ancora casi?".
"Tre o quattro al giorno".
"E lei è sicuro che siano dello stesso male?".
"Ma sí, caro signore, sicurissimo.
Cosí si riuscisse a veder chiaro nel male! Risparmi, risparmi il suo fiato".
Gli altri tornarono a ridere.
"Sta bene", dissi allora.
"Se è cosí, io sono un pazzo e lei non avrà paura a offrirmene una prova.
S'assume la responsabilità anche per questi altri cinque signori?".
Il giovane medico, di fronte alla mia sfida, restò un momento perplesso; ma poi il sorriso gli ritornò sulle labbra: si volse a quei cinque: "Avete inteso? il signore presume che gli basta soffiarsi appena sulle dita per farci morire tutti quanti.
Ci state? Io ci sto".
Quelli esclamarono a coro, sghignazzando: "Ma sí, soffii, soffii, ci stiamo anche noi, eccoci qua!".
E mi si misero tutt'e sei in fila davanti, coi volti protesi.
Pareva una scena di teatro, in quell'androne d'ospedale, sotto la lanterna rossa del pronto soccorso.
Erano certi d'aver da fare con un pazzo.
Ormai non potevo piú tirarmi indietro.
"E l'epidemia, caso mai, non sono io, eh?".
E per esser piú sicuro, congiunsi come al solito le due dita davanti alla bocca.
Al soffio, tutt'e sei, uno dopo l'altro, s'alterarono in viso; tutt'e sei si piegarono sul busto; tutt'e sei si portarono una mano al petto, guardandosi l'un l'altro negli occhi infoscati.
Poi uno dei questurini mi saltò addosso, attanagliandomi il polso; ma subito si sentí soffocare, mancar le gambe, mi cadde ai piedi come a implorarmi ajuto.
Gli altri, chi vagellava, chi annaspava con le braccia, chi era restato con gli occhi sbarrati e la bocca aperta.
Istintivamente, col braccio libero feci per parare il giovane medico che s'abbatteva su me; ma anche lui, come già Bernabò, mi respinse furiosamente, e traboccò a terra con un gran tonfo.
Una frotta di gente, che a mano a mano diventava folla, s'era intanto raccolta davanti al portone.
I curiosi, di fuori, spingevano, mentre gli sgomenti rinculavano dalla soglia e pigiavano in mezzo gli ansiosi che volevano vedere che cosa stesse accadendo in quell'androne.
Lo domandavano a me, come a uno che lo dovesse sapere, forse perché il mio volto non esprimeva né la curiosità, né l'ansia, né lo sgomento che erano in loro.
Che aspetto avessi, non potrei dirlo; mi sentivo in quel momento come uno sperduto, d'improvviso assaltato da una muta di cani.
Non vedevo altro scampo che nel mio gesto puerile.
Dovevo aver negli occhi una espressione di paura e insieme di pietà per quei sei caduti e per tutti coloro che mi stavano intorno; fors'anche sorridevo dicendo a questo e a quello nel farmi largo: "Basta un soffio...
cosí...
cosí..."; mentre da terra il giovane medico, testardo sino alla fine, gridava contorcendosi: "L'epidemia! L'epidemia!".
Fu una fuga generale; e io mi vidi ancora per poco in mezzo a tutta quella gente che correva spaventata e all'impazzata, andare, io solo, a passo, ma come un ubriaco che parlasse tra sé, dolce e appenato; finché mi trovai, non so come, innanzi a uno specchio di bottega, sempre con quelle due dita davanti alla bocca e nell'atto di soffiare " ....cosí...
cosí...", forse per dare una prova dell'innocenza di quell'atto, mostrando che, ecco, lo facevo anche su di me, nel solo modo che mi fosse possibile.
M'intravidi per un attimo appena in quello specchio, con occhi che io stesso non sapevo piú come guardarmeli, cosí cavati dentro com'erano nella faccia da morto; poi, come se il vuoto m'avesse inghiottito, o colto una vertigine, non mi vidi piú; toccai lo specchio, era lí, davanti a me, lo vedevo e io non c'ero; mi toccai, la testa, il busto, le braccia; mi sentivo sotto le mani il corpo, ma non me lo vedevo piú e neanche le mani con cui me lo toccavo; eppure non ero cieco; vedevo tutto, la strada, la gente, le case, lo specchio; ecco, lo ritoccavo, m'appressavo a cercarmi in esso; non c'ero, non c'era nemmeno la mano che pur sentiva sotto le dita il freddo della lastra; un impeto mi prese, frenetico, di cacciarmi in quello specchio in cerca della mia immagine soffiata via, sparita; e mentre stavo cosí contro la lastra, uno, uscendo dalla bottega, m'investí e subito lo vidi balzare indietro inorridito e con la bocca aperta a un grido da pazzo che non gli usciva dalla gola: s'era imbattuto in qualcuno che doveva esser lí, e non c'era, non c'era nessuno; insorse in me allora prepotente il bisogno d'affermare che c'ero; parlai come nell'aria; gli soffiai sul volto: "L'epidemia!" e con una manata in petto lo abbattei.
Intanto la via, messa in subbuglio da coloro che prima erano fuggiti e che ora, con visi da spiritati, tornavano indietro, certo concitando tutti in cerca di me, s'empiva di gente che da ogni parte rampollava, strabocchevole, come un fumo denso di facce cangianti che mi soffocava, vaporandosi quasi nel delirio d'un sogno spaventoso; ma pur pigiato tra quella calca, potevo andare, aprirmi un solco col soffio sulle mie dita invisibili.
"L'epidemia! l'epidemia!".
Non ero piú io; ora finalmente lo capivo; ero l'epidemia, e tutte larve, ecco, tutte larve le vite umane che un soffio portava via.
Quanto durò quell'incubo? Tutta la notte e parte del giorno appresso stentai a uscire da quella calca, e liberato alla fine anche dallo stretto delle case della città orrenda, mi sentii nell'aria della campagna aria anch'io.
Tutto era dorato dal sole; non avevo corpo, non avevo ombra; il verde era cosí fresco e nuovo che pareva spuntato or ora dal mio estremo bisogno d'un refrigerio, ed era cosí mio, che mi sentivo toccare in ogni filo d'erba mosso dall'urto d'un insetto che veniva a posarsi; mi provavo a volare col volo quasi di carta, distaccato, di due farfalle bianche in amore; e come se veramente ora fosse uno scherzo, ecco, un soffio e via, e le ali distaccate di quelle farfalle cadevano lievi nell'aria come pezzi di carta; piú là, su un sedile guardato da oleandri, sedeva una giovinetta vestita d'un abito di velo celeste, con un gran cappello di paglia guarnito di roselline; batteva le ciglia; pensava, sorridendo d'un sorriso che me la rendeva lontana come un'immagine della mia giovinezza; forse non era altro veramente che una immagine rimasta lí della vita, sola ormai sulla terra.
Un soffio e via! Intenerito fino all'angoscia da tanta dolcezza, rimanevo lí invisibile, con le mani afferrate e trattenendo il respiro, a mirarla da lontano; e il mio sguardo era l'aria stessa che la carezzava senza che lei se ne sentisse toccare.
UN'IDEA
Lasciata la solita compagnia nel caffè (tra i lumi e gli specchi pieno di fumo) si trova davanti la notte: vitrea, quasi fragile nella purezza degli astri sfavillanti sulla vastissima piazza deserta.
Attraversarla, gli pare impossibile; la vita, in cui deve rientrare, irraggiungibilmente remota da essa; e tutta la città, come da secoli disabitata, coi fanali che ancora la vegliano nel chiarore misterioso di quella gelida azzurrità notturna.
Impossibile il rumore dei suoi passi in quel silenzio che pare eterno.
Ah se davvero per prodigio si fosse spenta la vita della città! Seduto come un mendico sul paracarro all'imboccatura della via, davanti la piazza, rimarrebbe come quei fanali vani a mirare e sostenere la stupefazione immota di tutte le cose ormai vuote per sempre d'ogni senso.
Si scuote alla fine da quel fascino, per attraversare la piazza.
Leggero come un'ombra, il suo corpo; e, andando, nessun rumore.
Dov'è piú il peso di cui s'è sentito gravare poc'anzi? Tutt'intorno, ora, la città ha come una vaporosa evanescenza di sogno; e il suo corpo vi si muove quasi fluido, ombra tra ombre.
È dunque un'idea.
Ancora, sempre quella idea ch'egli non riesce in alcun modo a precisare.
Appena ne avverte confusamente la presenza, si sente opprimere da quel peso.
Appena gli svanisce, ecco: vuoto come un'ombra.
Ma non dev'essere dell'idea, quel peso.
Il peso è del tempo che perde a guardar vivere gli altri.
Non riesce piú a capirne la ragione, o meglio, aspetta di capire che altro vi stiano a cercare, se è questa la vita, cosí tutta fatta di cose che si sanno, usuali e necessarie, le stesse ogni giorno, magari con l'illusione che ogni tanto ce ne possano esser di nuove solo perché hanno preso un giro piú largo, con qualche imprevisto in principio, una sensazione insospettata, tanto da parere che s'apra un altro mondo, e poi o ci s'abitua poco dopo o si ricasca subito, delusi, nel solito d'una indifferenza continua.
Prova per la mollezza di certe sue bontà, tutte un po' artificiose, un tale schifo che, tante volte, a ripensarci, vorrebbe essere piuttosto una bestia feroce.
E queste donne che si guastan la faccia per farsene una maschera! Se domandi a qualcuna: "A che pensi?" non pensano a nulla; ma basta che tu gliel'abbia domandato, perché subito s'affacci loro alla mente qualcosa che non ti possono dire.
Come svegliare le gatte.
E la vanità di tutti questi segreti ragionamenti, sempre con un sorriso da scemo pronto sulle labbra a un minimo richiamo dei cari amici che ti burlano perché non sai dir loro che cos'hai né che cosa vuoi.
Il peso è questo.
Mentre forse, per sé, quell'idea è la cosa piú lieve, la piú semplice e, chi sa? la piú comune, forse.
Ha attraversato la piazza.
Prima d'entrare nello stretto delle case torna a fermarsi.
Andare a chiudersi, nell'animo in cui è, piú che nausea gli fa paura.
Prende a destra per il lungo viale che conduce al ponte e, di là, ai sobborghi solitarii oltre il fiume.
È certo che tornerà indietro appena giunto al ponte.
Sul ponte non salirà.
Senza volerlo avvertire, un brivido, solo a pensarci.
Il freddo è pungente; perfino il selciato ne sembra illividito.
Nota, camminando, che ogni qual volta passa sotto una delle lampade elettriche sospese alte in fila in mezzo al viale, l'ombra del suo corpo s'allunga, crescendogli curiosamente da un piede e dall'altro, e piú s'allunga e piú si rarefà, finché non svanisce.
Anche l'ombra del suo corpo, come quell'idea.
Non può illudersi che, la mattina dopo, ristorato dal sonno della notte, si scrollerà d'addosso il ricordo di quei momenti d'ossessione, esclamando per non dar loro importanza:
- Stanchezza!
Troppe volte ha esclamato cosí.
Gli pare ormai l'esclamazione d'un altro, per certi conforti che, inutile darli, eppure si dànno.
Se è veramente stanchezza, del resto, non essendo piú di momenti e non bastando piú il sonno né altro a fargliela passare, che sollievo e che conforto può piú essere per lui chiamarla cosí quell'idea? E non è neppure disgusto di quella sua vita.
No, è che proprio non lo sa che cosa sia precisamente né donde gli venga, ormai cosí spesso, quella idea, come un arresto improvviso che lo tiene sospeso e assorto in una opaca attesa.
Ma come? È già entrato?
Da sé, i suoi piedi, in un portone ben noto di quel viale; e hanno anche salito la prima rampa d'una scala per cui altre volte, di tempo in tempo, egli è salito con una vaga speranza nel cuore, e da cui ogni volta è disceso col proposito di non tornare a salirla mai piú.
Una saletta, e poi lo scrittojo, tutto in ombra, rischiarato soltanto sui grandi fogli bianchi d'un registro aperto sul piano della scrivania.
Traspare appena in quell'ombra un paralume verde di vetro.
E su quei fogli illuminati due mani rosee, piccole, con tante fossette quante sono le dita.
Dall'ombra viene una voce.
Senza sorpresa, senza rimprovero, quasi sbocciata da un lieve, lieto sorriso:
- Ah tu ancora, qui?
Bisogna far gli occhi a discernere in quell'ombra; ma lui ci vede e va diritto alla voce e ha, come al solito, le mani troppo pronte; come al solito lei gliele prende e, piú che respingerle, fa il gesto di restituirgliele.
Cosí non le vuole; neppure se egli fosse ancora il suo fidanzato.
Ah, lo è ancora? Bel coraggio! Non si fa piú vedere da quattro mesi.
Lei non l'ha richiamato; ma non lo richiamerà mai lei.
Se vuol venire, è sempre il benvenuto, e la troverà tutte le sere al lavoro, in casa, dopo il servizio giornaliero alla banca, là coi suoi registri e tra le sue cifre, e due penne, già, e due inchiostri, cifre rosse e cifre nere, regoli, matite e la macchinetta per le operazioni automatiche.
- Zia!
Inutile svegliarla, povera zia.
Dorme al solito sul divano, fingendo di lavorare a maglia.
S'ostina ad aspettare, cosí con gli occhiali sul naso, che lei abbia finito, per andare a letto insieme.
La testa le ciondola ora su una spalla ora sull'altra; le mani le sono scivolate in grembo: anche gli occhiali a momenti le scivoleranno dal naso.
Quelle cifre? Ma no, che vuole che rappresentino per lei? Il suo lavoro, da eseguire con la massima attenzione.
Poi restano lí, per la banca.
Non la interessano affatto.
E cosí dicendo, si passa le mani sui biondi capelli lisci e lucidi e gli sorride coi chiari occhi azzurri.
La bocca è cosí fresca e la fronte cosí serena! Non ha mai desiderii?
- No.
Perché averne?
Oh Dio, qualcuno, momentaneo, solo se possibile.
È contenta cosí.
Se lui la sposasse?
Eh sí, perché no, tanto contenta.
Ma lui non la sposerà mai.
Ora glielo domanda soltanto per sapere che cosa lei gli risponderà.
Bene, lei gli risponde cosí.
È dolce supporlo anche senza crederci.
Per una donna come lei, del resto, meglio non sposare.
Non saprebbe immaginarsi in una vita diversa.
Questa casetta signorile, benché sú al quinto piano, tutta messa con gusto di colori appropriati, tende, tappeti, la soddisfazione che tutto è dovuto al suo lavoro, la tranquillità della zia, qualche piacere che di tanto in tanto si possono prendere, il mese ai bagni o in collina, qualche passeggiata, le feste, con questa o quella amica.
Ne ha, sí, qualcuna.
E sorride.
Perché non dovrebbe averne? E anche qualche giovanotto, perché no! Poche donne sanno sorridere con una cosí aliena dolcezza.
Pare lontana da tutto, lontana anche da sé, come se neppure il suo corpo le appartenga e non abbia il minimo sospetto né dei desiderii che può accendere né del piacere che può dare.
È difatti di una piacenza cosí nobilmente placida e pura, che nessuna bramosia carnale può sorgere in chi la miri.
Ma possibile che non pensi a nulla? Almeno al suo avvenire! Vivrà sempre cosí, in codesto ritegno, sempre con l'aria di ritrarsi da tutto? Ci sono gli altri; c'è la vita, solo a farsi un po' avanti.
Non vuole.
I pensieri della giornata, delle cose da fare.
Legge, a volte, qualche libro; ma ha cosí poco tempo per la lettura! Libri di viaggio.
Al polo? No.
Perché dice al polo? Un'altra bella risata, liquida, schietta, luminosa.
La crede proprio cosí fredda? Eppure, dicono che le donne esquimesi sono invece cosí calde!
- Io? Non so.
D'inverno soffro molto il freddo.
Giú le mani.
Le ho fredde, sí.
E questo silenzio.
Sempre questo silenzio.
- Dormo quieta.
Sogno di rado.
Sul ponte, quella sera, che purezza d'astri
Guarda il cielo, per non guardare, giú, l'acqua del fiume.
L'idea che non riesce a precisare è forse proprio questa.
Ma non ne ha il coraggio.
Poggia le mani sul parapetto del ponte; se le sente quasi restituire anche qui, dal freddo della pietra, come prima dal tepore di quelle altre mani.
E resta lí, di nuovo assorto, opacamente, in quella sua singolare attesa.
Il tempo s'è fermato e fra le cose rimaste tutt'intorno in uno stupore attonito pare che un segreto formidabile sia nel fatto che in tanta immobilità solo l'acqua del fiume si muova.
LUCILLA
(ORA CHE S'È GUASTATA CON LE MONACHE)
Prato al sole, erba nuova, fili di suono, nel silenzio che pare uno stupore.
Stupore di come s'accendono qua questi fiorellini d'oro e là bruciano quei rossi.
Ma già comincia a cadere, di sbieco e pericolante sul verde, l'ombra del conventino con la tozza crocetta in cima alla cuspide, cosí allungata che va a sbattere, e si rizza spezzata, su quel bianco muretto a riparo degli orti.
Lucilla, da un pezzo addossata al muro del conventino, smette di piangere, d'un tratto facendo caso all'ombra di quella crocetta.
Possibile, cosí lunga?
Ha sempre pensato, mandando gli occhi fin lassú, che veramente avrebbero potuto anche farla meno tozza, quella crocetta; ma in fondo, non dicendoselo, ha pure approvato che essa se ne stia lí quasi accovacciata su quella cuspide puntuta, senza mai desiderio di stirarsi un po' per diventare nel cielo una crocetta snella, alta.
Ed ecco che ora il sole, per conto suo, si piglia questo piacere, e anche cosí inverosimilmente esagerato: bum! fin addosso al muretto...
E allora, se lei Lucilla si mette al sole, dove arriverà?
Esce dall'ombra e s'espone al sole sul prato.
O com'è?
Uno sgorbio, di traverso.
Il dispetto che ne prova, con la sorpresa e l'incomprensione del fenomeno, si fa rabbia feroce, una rabbia che le torce le viscere dentro come una fune, non appena là sul prato l'ombra di qualcuno che sopravviene si stende accanto alla sua e subito la supera la supera, fino a far parere in un niente, la sua, men che l'ombra d'una bambina.
Si volta di scatto (perché ha riconosciuto dall'ombra la conversa che viene a cercarla) e, col faccino contratto dalla rabbia e certi occhi da gatta fustigata, le grida mostrando i pugni:
- No! No! No! Hanno voglia d'aspettarmi, non ci torno, non ci torno piú!
E corre all'ombra, a risedere sull'erba, con le spalle appoggiate al muro del conventino.
La conversa, a quello scatto furioso, resta lí; la segue con gli occhi; poi fa per accostarsi, ma la vede scattar di nuovo in piedi pronta a fuggire, e si riferma:
- Ma via, non far la sciocca - le dice.
- Non sei piú una bambina!
Proprio ciò che fa al caso, in quel momento, per Lucilla.
Tutta un fremito, col volto avvampato dal sangue che, a quelle parole, s'è sentito montare alla testa, torna a stringere i pugni e le viene innanzi gridando:
- Ah sí? lo sai dire? Ma appunto perché non sono piú una bambina!
Le parole stesse, man mano che le dice, dànno questo spettacolo atroce negli occhi e nella bocca di Lucilla: che gli occhi, insanguati dal pianto e fosforescenti dalla rabbia, schizzano lagrime, e subito, con quelle lagrime, nel faccino piccolo da bambina, diventano occhi da grande; mentre, nella bocca digrignata, la voce, la voce diventa quella di una donna che già sa tutto.
La conversa, a questo spettacolo, si chiude in sé rattristata; par che diventi piú gialla e piú magra; non trova piú nulla da dire; cava dallo scialle nero che le pende dalle spalle le mani, due mani secche che pajono di pietra logora, e le congiunge per scuoterle pietosamente.
- Ma che vuoi fare? - le domanda alla fine.
- Dove vuoi andare?
E Lucilla, scrollandosi:
- Lo so io! Non ve n'incaricate!
Quella si muove per ritornare al convento.
Fatti due passi, si volta appena, per nascondere il pianto, e, indicando con una di quelle mani, sospira:
- Il tuo conventino...
E se ne va.
Resta della voce, nel vano dell'aria, come l'ombra di quello che c'era: il rimpianto e il rimprovero.
E Lucilla guarda il conventino.
C'è nata.
Davvero, dentro di sé, pur senza volerlo piú riconoscere, sente che le è caro.
Caro perché, da convento grande grande, come potevano farlo, l'hanno fatto invece cosí piccolo piccolo, quasi apposta per lei.
Come apposta per lei, suo padre che vi fu tant'anni sagrestano, prima che morisse, costruí i mobiletti del suo stanzino là dentro: mobiletti quasi da bambola, per non farla avvilire: il lettino, le sedioline, il tavolinetto, tutto in proporzione della sua statura.
Perché lei per quel padre, e per quella madre che certo non poteva far figliuoli (tant'è vero che, appena fece lei cosí piccola piccola, morí), lei è rimasta come una figliuola guardata da lontano lontano, là dal punto della sua nascita, vent'anni fa.
E cosí guardata da quegli occhi di madre che si sono allontanati d'anno in anno sempre piú, tutto quello che ha potuto crescere, eccolo qua, è poco, è niente, si sa; di anni solo è cresciuta; ma a vederla, è rimasta come una bambina: tanta cosí.
Non nana, non nana! della nana non ha niente; tutti anzi si voltano a guardarla stupiti, da come è bella con la sua testina ricciuta sul collo svelto, che può girarla di qua e di là, come vuole, e tutti i riccioli intorno, come tanti serpentelli; il corpo perfetto, una miniatura.
E lei lo sa, lo sa meglio di tutti, com'è il suo corpo, dacché ha imparato a conoscerlo, da come certi maschiacci la guardano, imbecilli!
Il dispetto è questo, la rabbia, la tortura: che lei, dentro di sé, quando senza vedersi sta a pensare, pensa da grande, ormai, da donna, da donna fatta come tutte le altre.
Vedersi allora trattata come una bambina da quelle stupide teste fasciate delle suore, che loro sí, anche vecchie con quelle facce siero di latte, guardano parlano ridono e fanno attucci da bambine sceme; vedersi trattata come una bambola, come un giocattolo, presa in collo e passata dalle braccia dell'una a quelle dell'altra, che tutte per carezzarla la mungono e nessuna si vuole accorgere che lei è già tutta formata come una donna; no, no, no, questo non le è piú tollerabile, deve finire, deve finire; è già finito.
Ne ha sgraffiate oggi tre o quattro in un momento che s'è sentita artigliare le dita, e non sa piú che ingiurie e vituperii ha scagliato loro in faccia, con la schiuma alla bocca.
Le hanno fatto la carità di tenerla con loro, in quello stanzino, anche dopo morto il padre? Sí, grazie, per aver quello spasso della bambolina viva, da giocarci nelle ore di ricreazione! Le hanno cucito con le loro stesse mani, alla bambola, il corredino, abiti, biancheria? Lascerà loro tutto, tutto; non si porterà via nulla; cosí com'è, questa sera stessa, se n'andrà da Nino.
Da Nino, da Nino, sí.
Tra poco.
Alle sette.
Nino gliel'ha detto.
Si metterà con lui.
Lei sa far tutto: badare alla casa, preparargli da mangiare, curargli gli abiti, rammendare, stirare.
Col suo piccolo ferro da stiro, lei, barche di panni cosí, ha stirato in convento!
E Nino lo sa bene, che lei è già donna.
Fin dalla prima volta che anche lui per chiasso se la prese in collo, passando come fa spesso la sera qua dal prato, di ritorno dalla staccionata dov'ha l'allevamento dei cavalli, col suo cappellaccio da buttero, ma signore, e i bei gambali lucenti con gli sproni, nel sollevarla per le ascelle, subito, toccandole coi due pollici il petto, fece un atto furbesco col capo, lui, e sorrise d'una certa maniera, strascicando un ahh...
di sorpresa e d'ammirazione e guardandola con gli occhi imbambolati.
E lei si punse le mani, puntandogliele sulle guance per tenergli discosta la bocca che voleva baciarla, là proprio sul petto, Nino.
Che occhi! Neri e ridenti: forano, quegli occhi! E che denti, quando ride!
Già le sette?
Da quanto è stata a rimuginare tra sé là sul prato, presa la risoluzione di romperla con le monache, Lucilla è ormai come ubriaca; non vede piú nulla; va, vola come una farfallina abbarbagliata; e alla fine, quando si ritrova nell'androne della casa dove sta Nino, le par d'esservi giunta come una trottola, tra le vertigini, in un capogiro.
Non tira piú fiato; e ora, ah Dio, c'è da fare tutte quelle scale, e che scale! per salire fino all'ultimo piano di quel vecchio casone decaduto.
Finalmente, un po' reggendosi al muro, un po' alla ringhiera, ci arriva; ma una volta lassú, davanti alla porta, per quanto si rizzi sulla punta dei piedini, non arriva a premere col braccino levato il campanello troppo alto; e allora si mette a tempestare di pugni la porta:
- Apri, apri, Nino! Sono io! Sono venuta!
Nel bujo della saletta non discerne bene chi sia venuto ad aprirle.
Sente accosto come un tanfo di stalla, mentre una mano ruvida cerca goffamente la sua per prenderla, come si fa coi bambini quando si vogliono portare davanti a qualcuno.
La confusione, anzi peggio, lo sgomento da cui subito è presa, non è però per quel tanfo né per quell'atto goffo a cui lei istintivamente si sottrae; è per un gran baccano di voci e di risa che viene dalla stanza di là, attraverso l'uscio socchiuso, che dallo spiraglio dà a Lucilla l'impressione che crepiti e fiammeggi come un forno.
Lucilla comincia a tremare; vuol fuggire; ma l'uscio si spalanca: ominacci di campagna ubriachi, vestiti di velluto, con gambali e speroni ai piedi; facce bestiali pavonazze, urlando, barcollando, allungando le manacce, la tirano dentro, in mezzo a una nuvola di fumo; tutti sghignazzano come in un ribollimento di grassa sodisfazione; chi posa la pipa, chi la bottiglia e il bicchiere, e si buttano su lei; vogliono giocare con lei anche loro, ma in che altro modo! la spremono, la strizzano, la vogliono scoprire; e lei grida, strilla, si dibatte, finché Nino, sghignazzando anche lui e torcendosi tutto, con le lagrime agli occhi dal troppo ridere, con uno strattone non la libera e, tornando a sedere, non la ripara tra le sue gambe gridando:
- Basta! basta! Le sento battere il cuore, oh Dio, ma sí, ma sí, le sento battere il cuore qua sul ginocchio!
Non s'accorge che Lucilla gli s'è abbattuta su quel ginocchio e che, se egli apre le gambe, gli casca giú a terra, come un cencio, svenuta.
Afferra con una mano un sudicio ragazzaccio di campagna, sui quattordici anni, scemo, che gli sta accanto tutto arruffato e intenerito (quello stesso che è venuto ad aprir la porta) e scuote Lucilla per presentarglielo:
- Eccoti qua lo sposino! Abbiamo tutto preparato di là!
Lucilla non sa piú quanto tempo sia passato; che cosa le sia veramente accaduto là; s'è dibattuta, s'è svincolata, liberata, mordendo, graffiando, e ora va nella notte, non sa dove, piccola piccola, per strade grandi, deserte, ignote; è come impazzita, inebetita; e guarda, cosí piccola, i tronchi giganteschi degli alberi, di cui a stento riesce a scorgere le cime, e piú sú, piú sú, finestre vane illuminate come nel cielo, dove vorrebbe sparire, sparire, se Dio, come spera, vorrà alla fine darle le ali.
I PIEDI SULL'ERBA
Sono andati a svegliarlo sulla poltrona nella stanza di là, se voleva vederla un'ultima volta prima che il coperchio fosse saldato sulla cassa.
- Ma è bujo? Com'è?
No: le nove e mezzo del mattino.
Ma oggi è spuntato cosí: ci si vede appena.
Il trasporto è fissato per le dieci.
Guarda come un ebete.
Gli pare impossibile che abbia dormito, e tanto, tutta la notte, cosí bene.
Ancora insordito dal sonno; insordita dentro di lui la disperazione di quegli ultimi giorni; quelle facce insolite di vicini attorno alla poltrona in quel barlume di giorno; vorrebbe alzar le mani per difendersene; ma il sonno gli è colato e gli s'è fuso nel corpo come piombo; benché già alle dita dei piedi gli sia arrivata, chi sa come, una velleità di levarsi che subito cede.
Deve mostrarsi ancora disperato? Gli viene di dire: "Per sempre...", ma lo dice come uno che si ricomponga sotto le coperte per rimettersi a dormire.
Tanto che gli altri si guardano negli occhi senza comprendere.
Che, per sempre?
Che il giorno sia spuntato cosí.
Vorrebbe dir questo; ma non ha senso.
Il giorno dopo la morte, il giorno del funerale, cosí per sempre nella memoria, con quel barlume che appena ci si vede; e questo suo sonno; mentre di là, nella stanza della morta, forse le finestre...
- Le finestre?
Sí, chiuse.
Forse sono rimaste chiuse.
C'è ancora il lume caldo, immobile, dei grossi ceri sgocciolanti; il letto portato via; la morta a terra nella cassa, dura e illividita tra quell'imbottitura di raso crema.
No, basta: l'ha veduta.
E richiude le pàlpebre sugli occhi che gli bruciano dal tanto piangere dei giorni scorsi.
Basta.
Ora ha dormito, e con questo sonno è finito tutto, smaltito, sepolto tutto.
Ora, restare in questo rilascio di nervi, in questo senso di vuoto dolente e beato.
Chiudere, chiudere la cassa, e via con essa tutta la sua vita passata.
Ma se è ancora di là...
Scatta in piedi; vacilla; lo sorreggono; e, con gli occhi chiusi, si lascia trasportare fino alla cassa; là li apre e subito, alla vista, grida il nome della morta, il nome vivo, com'egli solo in quel nome la può vedere e sentire viva, tutta, in tutti gli aspetti e gli atti della vita, come fu per lui.
Guarda con feroce rancore gli astanti che non possono saperne nulla e stanno a vederla lí morta, com'è, e potrebbero almeno immaginare che cosa significhi per lui restarne privo.
Vorrebbe gridarlo; ma ecco che il figlio accorre a strapparlo dalla cassa, con una furia di cui egli subito sottintende il senso.
Un senso che lo fa gelare, come se si vedesse scoperto.
Vergogna, ancora codeste velleità fino all'ultimo, e dopo che se n'è stato a dormire tutta la notte.
Ora si deve far presto, per non far piú oltre aspettare gli amici invitati ad accompagnare in chiesa la salma.
- Va', va' di là; sii ragionevole, papà!
Con gli occhi cattivi e pur pietosi, da povero, se ne torna di là alla sua poltrona.
Ragionevole, eh già; inutile gridare ciò che sorge dalle viscere e non trova senso nelle parole che si gridano; tante volte neppure negli atti che si fanno.
Per un marito che resta vedovo a una certa età, quando ancora s'ha pur bisogno della moglie, la perdita è forse uguale a quella d'un figlio per cui è anzi una provvidenza restare orfano? Provvidenza, sí, provvidenza, in procinto com'è di sposare, appena trascorsi i tre mesi di lutto stretto, con la scusa che ora per tutti e due c'è bisogno d'una donna che subentri al governo della casa.
- Pardi! Pardi! - chiamano forte nella saletta d'ingresso.
E si sente gelare vieppiú, avvertendo ben distintamente per la prima volta che non chiamano piú lui, con quel cognome che è il suo, ma il figlio; e che quel cognome resta vivo, ora, per il figlio e non piú per lui.
E lui, invece, sciocco, è andato a gridar vivo di là il nome della mamma, come una profanazione, vergogna! Sí sí, velleità inutile, lo riconosce lui stesso, dopo quel gran sonno che l'ha liberato di tutto.
Ora, veramente, la cosa piú viva in lui è la curiosità di vedere come sarà la sua casa; come gliela trasformeranno; dove lo faranno dormire.
Il letto grande, a due, intanto, portato via.
Forse in un lettino? Già.
In quello del figlio.
Il lettino, ora, per lui.
E il figlio, domani, nel letto grande, da trovarsi accanto la moglie sporgendo il braccio.
Lui, dal lettino, il braccio lo sporgerà nel vuoto.
È tutto indolenzito e con una gran confusione nel capo e la sensazione già di quel vuoto, dentro e fuori di lui.
L'indolenzimento del corpo proviene dallo star seduto da cosí lungo tempo; se fa tanto d'alzarsi, è sicuro che in tutto quel vuoto ormai si solleverebbe leggero come una piuma; non ha piú nulla dentro di sé, ridotta a niente la sua vita.
Poca differenza tra lui e quella seggiola là.
Anzi quella seggiola può anche parer soddisfatta sulle sue quattro gambe; mentre lui, i suoi piedi, non sa piú dove posarli, né che farsi delle sue mani.
A chi importa piú la sua vita? Ah, ma nemmeno a lui quella degli altri.
Eppure, la sua vita, dato che gli è rimasta, deve seguitare.
Ricominciare.
Una vita a cui non può ancora pensare; a cui certo non avrebbe mai piú pensato, se gli fossero rimaste le condizioni in cui già s'era chiusa.
Ora, buttato fuori cosí, tutt'a un tratto; non ancora vecchio e non piú giovane...
Sorride e scrolla le spalle.
Per suo figlio, tutt'a un tratto, è diventato come un bambino.
Ma dopo tutto si sa che avviene quasi sempre cosí, i padri che diventano figli dei proprii figli cresciuti, che han preso mondo e si son fatti piú avanti del padre, una posizione piú importante che permette loro di tenere il padre in riposo, per ricompensarlo di quanto ne ebbero da piccoli, ora ch'egli a sua volta è divenuto di nuovo come piccolo.
Il lettino...
Non gli hanno assegnato nemmeno la cameretta in cui prima dormiva il figlio; ma un'altra, quasi nascosta, sul cortile, con la scusa che là sarebbe piú appartato e libero di fare il comodo suo, col meglio dei suoi mobili, disposti in modo che a nessuno potrebbe venire in mente che quella sia la cameretta dov'egli prima teneva la serva.
Nelle stanze poste sul davanti sono entrati mobili nuovi, pretenziosi, e nuovi arredamenti, perfino lusso di tappeti.
Non c'è ormai piú traccia delle sue vecchie abitudini nella casa cosí tutta rinnovata; e anche i mobili vecchi, i suoi, nelle stanzette oscure dove sono stati relegati, cosí come ora li hanno disposti, pare che non sappiano come intendersi tra loro.
Eppure - strano! - del disprezzo in cui con essi si vede caduto, non riesce ad aversi a male; non solo perché, ammirando le stanze rimesse a nuovo, prova pure una bella soddisfazione per il figlio; ma anche in fondo per un altro sentimento che non gli è ancora ben chiaro, di un'altra vita che, con la prepotenza degli aspetti nuovi, cosí tutta lustra e colorita, ha cancellato perfino il ricordo della vecchia.
Un che di nuovo che può anche rinascere in lui, di nascosto.
Senza farsene accorgere, lo intravede come dallo spiraglio luminoso e sconfinato d'una porta che gli si sia aperta alle spalle, donde potrebbe sparire, cogliendo un'occasione ormai facile, visto che nessuno piú si cura di lui, lasciato come in vacanza nell'ombra delle stanzette di là "per fare il comodo suo".
Si sente piú che mai leggero.
E gli è venuta negli occhi una luce che, ricolorandogli tutto, lo fa passare di maraviglia in maraviglia, veramente come se fosse ridivenuto bambino.
Gli occhi, come li aveva da piccolo.
Vispi.
Aperti su un mondo che gli par tutto nuovo.
Ha preso a uscir di mattina, proprio per iniziar le vacanze che dureranno ormai tutto il tempo che gli durerà ancora la vita.
Spogliato di tutte le cure, s'è accordato col figlio su quanto lascerà ogni mese della pensione per il suo mantenimento; poco; vorrebbe lasciar tutto pe
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