CANDELORA, di Luigi Pirandello - pagina 12
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I due uomini si precipitarono nella camera; restarono un istante atterriti alla vista di lei che si contorceva per terra come una serpe, mugolando, ululando; il marito si provò a sollevarla; l'amico accorse ad ajutarlo.
Non l'avesse mai fatto! Sentendosi toccata da quelle mani, il corpo di lei, nell'incoscienza, nell'assoluto dominio dei sensi ancor memori, prese a fremere tutto, d'un fremito voluttuoso; e, sotto gli occhi del marito, s'aggrappò a quell'uomo, chiedendogli smaniosamente, con orribile urgenza, le carezze frenetiche del sogno.
Inorridito, egli la strappò dal petto dell'amico: ella gridò, si dibatté, poi gli si arrovesciò tra le braccia quasi esanime, e fu messa a letto.
I due uomini si guardarono esterrefatti, non sapendo che pensare, che dire.
L'innocenza era cosí evidente nello sbalordimento doloroso dell'amico che nessun sospetto fu possibile al marito.
Lo invitò ad uscire dalla camera; gli disse che dalla mattina la moglie era turbata, in uno stato di strana alterazione nervosa; lo accompagnò fino alla porta, domandandogli scusa se lo licenziava per quel doloroso, improvviso incidente; e ritornò di corsa alla camera di lei.
La ritrovò sul letto, già rinvenuta, aggruppata come una belva, con gli occhi invetrati: tremava in tutte le membra, come per freddo, con scatti violenti e sussultava di tratto in tratto.
Com'egli le si fece sopra, fosco, per domandarle conto di quanto era accaduto, ella lo respinse con ambo le braccia e a denti stretti, con voluttà dilaniatrice gli avventò in faccia la confessione del tradimento.
Diceva, con un sorriso convulso, malvagio, stringendosi in sé e aprendo le mani:
- Nel sogno!...
Nel sogno!...
E non gli fece grazia d'alcun particolare.
Il bacio nell'interno del labbro...
la carezza sul seno...
Con la perfida certezza ch'egli, pur sentendo come lei che quel tradimento era una realtà e, come tale, irrevocabile e irreparabile, perché consumato e assaporato fino all'ultimo, non poteva imputarglielo a colpa.
Il suo corpo - egli poteva batterlo, straziarlo, dilaniarlo - ma eccolo qua, era stato d'un altro, nell'incoscienza del sogno.
Non esisteva nel fatto, per quell'altro, il tradimento; ma era stato e rimaneva qua, qua, per lei, nel suo corpo che aveva goduto, una realtà.
Di chi la colpa? E che poteva egli farle?
PIUMA
Già s'era accorta che la pietà dei parenti non era tanto a costo delle sue sofferenze, quanto di quelle che ella dava loro, senza volerlo, col suo male inguaribile; e che insomma nasceva da un goffo rimorso quella loro affannata pietà.
Il grosso marito calvo e accigliato, quella grossa cugina povera, corazzata da due poppe prepotenti sotto il mento, i capelli che parevano un casco di ferro su la fronte bassa e quel pajo di spaventosi occhiali sul fiero naso, anche un po' baffuta, poverina; volevano soffrire per lei perché intendevano di pagare cosí il sollievo, il bene che sarebbe loro venuto dalla sua morte.
E difatti, quand'ella soffriva, le erano attorno ansanti e premurosi; ma poi, appena il male le dava requie e sul letto poteva gustare per ogni nonnulla una lieve gioja innocente, una dolcezza di respiro nuovo tra il candor fresco del letto rifatto, né l'uno né l'altra partecipavano alla sua gioja; si staccavano anzi dal letto e la lasciavano sola.
Dunque, patti chiari: non le concedevano il diritto di star bene; le concedevano in cambio il diritto di tormentarli col suo male, quanto piú potesse, quanto piú sapesse.
E pareva che di questo cambio volessero proprio essere ringraziati.
Non era troppo?
Tormentarli, doveva tormentarli per forza; non poteva farne a meno: non dipendeva da lei.
Che poi la lasciassero sola nei momenti di requie, non solo non le importava nulla, ma le faceva anzi un gran piacere, perché sapeva bene che quei due non avrebbero potuto neppur lontanamente immaginare di che cosa ella godesse, di che vivesse.
Pareva di nulla.
E veramente non viveva piú di ciò che agli altri bisogna per vivere.
Cosí anche poteva credere di non toglier nulla agli altri rimanendo lí in attesa della morte che non veniva.
Ma spesso gli occhi, che avevano ancora il limpido brillío dello zaffiro, vivi essi soli nella sparuta magrezza del visino diafano, le ridevano maliziosi.
Forse si vedeva come quella formichetta dell'apologo nel suo libro di lettura di quand'era bambina: la formichetta che, attraversando una via, chiedeva ai passanti:
- Che vi fa, buona gente, questa mia pagliuzza?
Una pagliuzza? Niente! Ma pretendeva la formichetta che tutto il traffico della via, gente, veicoli s'arrestassero per lasciarla passare con quella sua pagliuzza.
E fosse almeno passata! Ma non passava mai: non poteva passare, perché veramente il tempo per lei non passava piú.
In quella vana attesa di morte, la vita esterna s'era come assordita in lei.
Da anni e anni durava in quel suo male che nessun medico finora aveva saputo dichiarare; e non si capiva come.
Nella luce di quella vasta camera bianca, su quell'ampio letto bianco, s'era ridotta piú fragile di quegli insetti d'estate che, a toccarli appena, son lieve polvere d'oro tra le dita.
Come faceva, cosí fragile, a resistere agli spasimi di quei fieri accessi del male, non rari? Non pareva un dolore umano, poiché le strappava dalla gola cupi gridi d'animale.
Ma pure resisteva.
Poco dopo, calma, era come se non fosse stato nulla.
Diventava sempre piú magra, questo sí; e piú che a vederla, era uno spavento a immaginare a che punto di magrezza si sarebbe ridotta di qui a dieci, di qui a vent'anni, chi sa! perché forse per venti anni ancora, e piú, avrebbe seguitato su quel letto a incadaverirsi viva; pur senza sformarsi, pur senza perdere, anzi acquistando sempre piú una sua certa grazia infantile, per cui pareva non tanto dimagrisse, quanto si rimpiccolisse tutta a mano a mano che il tempo passava, quasi che, per prodigio, dovesse uscir di vita non già dalla vecchiaja, ma dall'infanzia, a ritroso.
Gli occhi però, gli occhi nel brillío dell'azzurra luce, in quello sparuto visino di bimba, non erano infantili; si facevano anzi sempre piú diabolicamente maliziosi; massime quando, dopo gli accessi del male, ancora aggruppata nel letto, con la testina arruffata giú dal guanciale, su la rimboccatura del lenzuolo scomposta, guardava i dorsi del grosso marito e della grossa cugina, che s'allontanavano curvi e mogi mogi dal letto.
Disperati, quei poverini! Chi sa che discorsi facevano tra loro di là, e che pensavano di qua, stando a vegliarla! Forse la vedevano come presa in uno strano impenetrabile incanto, che la rappresentava loro come lontana lontana, pur lí vicina, sotto i loro occhi.
Ciò che ella chiamava "sole", ciò che ella chiamava "aria", quando con una voce che non pareva piú umana diceva "sole", diceva "aria", forse a nessuno dei due pareva che fosse piú lo stesso loro sole, la stessa loro aria.
Era difatti come il sole d'un altro tempo, un'aria ch'ella chiedesse da respirare altrove, lontano; perché qui, ora, doveva loro sembrare ch'ella non avesse piú bisogno né di sole né d'aria né di nulla.
Lontano lontano, nel tempo suo lieto, col sole e l'aria di allora, quand'era bella e sana e gaja e i limpidi occhi di zaffiro avevano fremiti di desiderio o collere ridenti; e dove lucidi, precisi, con tutti i loro colori, quasi riflessi davanti a lei in uno specchio, le vivevano gli aspetti della sua vita, com'era allora.
Si dondolava andando, ma cosí leggera! per quel traforo verde del lungo pergolato opaco, con in fondo il sole abbarbagliante; le manine rosee appese alle falde del gran cappello di paglia stretto ai lati da un nastro di velluto nero annodato sotto il mento.
Oh quella paglia! Sul cristallo azzurro della fontana in fondo al pergolato, ove lei ora corre a specchiarsi, pare un cestello rovesciato.
- Amina! Amina!
Chi la chiama cosí? Scende la scalinata sotto il pergolato.
Sulla spiaggia non c'è nessuno.
E ora, in barca, sola, col mare agitato, si sente assalita dalle ondate che la sferzano, come di piombo.
E si sente acqua, si sente vento; viva in mezzo alla tempesta.
E ogni volta, a ogni sferzata, ah! è un divino imbevimento, che la fa quasi nitrire, ebbra.
Una forza agile, prodigiosa, tremenda, la lancia, poi la culla spaventosamente.
E in questo spavento vertiginoso, che voluttà!
Non bisogna abusarne; se no, è l'affanno di nuovo e il feroce morso di quei dolori al petto che la fanno urlare come una belva.
No no - bisogna tenerla lontana - cosí - la sua vita, per viverla soltanto lí, nel ricordo.
Oh come le piacciono lí certe giornate di nuvole chiare, dopo le piogge, con l'odore di terra bagnata e nella luce umida l'illusione delle piante e degl'insetti che sia di nuovo primavera.
La notte, le nuvole dilagano su le stelle e le annegano, per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure d'azzurro.
Ed ella, con l'anima piena della piú angosciosa dolcezza d'amore, ecco, affonda gli occhi in quel notturno azzurro, e si beve tutte quelle stelle.
Poche gocce d'acqua, qualche goccia di latte, ora, e nient'altro.
Ma nel sogno cosí, anche a occhi aperti, dov'ella perennemente viveva, venivano a nutrirla in abbondanza i ricordi che per lei erano vita.
Le recavano non piú la materialità, ma la fragranza e il sapore dei cibi d'allora, di quelli che piú le piacevano, frutta ed erbe, e l'aria d'allora e la gajezza e la salute.
Come poteva piú morire? Dopo un lieve sonno, la sua anima era pienamente ristorata, e bastava al suo corpo, cosí com'era ridotto, che quasi non era piú, una goccia d'acqua, una goccia di latte.
La grossolanità goffa dei corpi, non solo del marito e della cugina, ma di quanti le s'accostavano al letto era ormai ai suoi occhi, a tutti i suoi sensi acutissimi, d'una gravezza insopportabile, e cagione di ribrezzo e qualche volta anche di terrore.
La diafana gracilità delle pinne del suo nasino fremeva, spasimava, avvertendo i nauseanti odori di quei corpi, la densità acre dei loro fiati; e quasi avevan peso per lei anche i loro sguardi quando le si posavano addosso per commiserarla.
Sí, sí questa commiserazione, come tutti gli altri sentimenti e desiderii, in quei corpi, avevan peso per lei e anche cattivi odori.
Nascondeva perciò spesso la faccia sui guanciali, finché non si fossero allontanati dal letto.
Da lontano, con piú spazio attorno alla chiara, aerea levità del suo sogno, li guardava, e dentro di sé ne rideva, come di grosse bestie strane che non potevano vedersi, da sé, come le vedeva lei, condannate all'affanno di stupidi bisogni, di gravi e non pulite passioni.
Piú che per tutti gli altri rideva tra sé per il marito, quando lo vedeva piantato fermo in mezzo alla camera con la pensosità pesante e lugubre dei buoi.
Anche cosí da lontano, gli scorgeva la pelle spungosa, seminata di puntini neri.
Certo egli credeva di lavarsi bene ogni mattina; bene come si lavavano tutti gli altri; ma anche a tutti gli altri, per quanto si lavassero, restavano sempre nella pelle tutti quei puntini neri.
Poteva scorgerli lei sola, come lei sola scorgeva la granulosità dei nasi e tant'altre cose che, a guardar cosí da lontano, erano per lei divertentissime.
La grossa cugina con gli occhiali, per esempio, non poteva fare a meno d'abbassar le pàlpebre, appena ella la fissava col capo di solito reclinato giú dal guanciale, sul bianco della rimboccatura del lenzuolo.
In quel bianco, il suo visino quasi spariva, e solo si vedevano, acuti e brillanti, i due grandi occhi di zaffiro, come due vive gemme posate lí.
Ridevano però, ardevano diabolici di riso, non perché sotto gli occhiali della cugina scorgessero grossi e lunghi i peli della ciglia, quasi antenne d'insetto, ma perché ella sapeva bene che la cugina, venendo qua cosí pacifica, con l'aria di niente, ad assisterla, lasciava nelle altre stanze di là un dramma che piú goffo nella sua grossolanità non si sarebbe potuto immaginare: il dramma della sua passione, povera grossa cugina con gli occhiali; il dramma, certo, della sua vergogna e del suo rimorso; ma anche - oh Dio, perdono! - anche de' suoi segreti piaceri carnali col grosso cugino, attossicati da chi sa quante lagrime, poverina!
Avrebbe voluto dirle che, via, non stésse a pigliarsene tanto, perché ella sapeva, aveva indovinato da un pezzo, e le pareva naturalissimo che tutti e due, cugino e cugina, visto che la morte non veniva di qua a liberarli, di là si fossero messi insieme maritalmente, con quei loro grossi corpi - oh Dio, si sa - tentati l'uno verso l'altro dalla vicinanza e dal bisogno d'un conforto reciproco.
Naturalissimo.
E già due volte, in sei anni, la poverina era stata costretta a sparire, la prima volta per tre mesi, la seconda per due.
Perché - si sa, oh Dio - non è senza conseguenze, il piú delle volte, questo cocente bisogno di conforto reciproco.
Il marito le aveva detto che era andata in campagna a riposarsi un poco.
Glie lo aveva detto però con tale aria smarrita e vergognosa, che certo ella sarebbe scoppiata a ridergli in faccia, se veramente avesse ancora potuto ridere.
Ma non poteva, altro che con gli occhi, ormai.
Ridere, ridere forte, con la sua bocca rossa, coi suoi denti splendidi, ridere come una pazza, poteva là soltanto, nel sogno vivo in cui si vedeva, con la sua immagine rosea e fresca di salute; e là, sí, là aveva riso riso riso, ma tanto, come una pazza!
Avrebbe forse dovuto pentirsene, come d'un peccato, perché costava necessariamente lagrime agli altri questo suo inutile riso.
Ma che poteva farci se non moriva? E del resto, che pentimento, se l'uno e l'altra, stanchi d'aspettare invano la sua morte, s'erano di là accomodati tra loro? Perché non potevano, con lei ancora lí, regolare la loro unione, la nascita dei due figliuoli? Avrebbero dovuto pensarci prima, ai figliuoli! Li avevano fatti e ora piangevano? Per fortuna, certo, i due piccini non potevano ancora prender parte a quel loro affanno, fuori come lei dalla goffaggine delle grossolane e complicate passioni.
N'ebbe la prova, un giorno.
Nell'ampia camera luminosa non c'era nessuno.
Di tanto in tanto alla cugina faceva comodo credere ch'ella dormisse e che poteva perciò lasciarla sola, non ostante l'espressa raccomandazione del marito.
(S'erano messi insieme i due, ma certo in un modo molto curioso, salvando cioè nei loro cuori grossi ma teneri l'affetto per lei, un affetto che appariva tanto piú comico quanto piú si dimostrava sincero e commovente, ma che pur forse doveva dare alla cugina, qualche volta, una cert'ombra di gelosia, se egli, per esempio, nel sostenerla negli accessi del male, le ravviava con dita tremanti i lunghi capelli d'oro, ricordo d'intime carezze lontane.)
Quel giorno, la cugina la aveva lasciata con tanto d'occhi aperti; ma non importa: doveva credere che dormisse, ed era uscita da un pezzo dalla camera, quando a un tratto l'uscio s'era schiuso ed era entrata una grossa bamboccetta con gli occhiali, che reggeva con un braccino sul petto una bambola tignosa, in camicino rosso e senza un piede, e nell'altra mano una mela sbocconcellata.
Smarrita e titubante, pareva una pollastrotta scappata dalla stia e penetrata per caso in un salotto.
Ella, sorridente, le aveva fatto cenno con la mano d'accostarsi al letto; ma la bimba era rimasta come incantata a mirarla da lontano.
Con gli occhiali, povera mimma, chi sa qualcuno non volesse credere di chi era figlia; ma ben pasciuta poi, sana, placida e - si poteva giurare - perfettamente ignara dell'affanno che aveva dovuto costare alla madre il metterla al mondo illecitamente; ignara e beata de le belle rosse mele che si potevano intanto mangiare, cosí con tutta la buccia e col solo ajuto dei dentini, in questo illecito mondo, dove per lei forse solamente alle bambole poteva capitare la disgrazia di perdere un piede e il parrucchino di stoppa.
Volle avere pietà; e quando, poco dopo, la madre accorse tutta sossopra e quasi atterrita a ritirar di furia quella bimba dalla camera, ove certo s'era introdotta eludendo la rigorosa vigilanza, chiuse gli occhi e finse di dormire davvero.
Finse di dormire anche quando la cugina, ancora tutta rimescolata, venne a riprendere il suo posto d'assistenza presso il letto; ma, Dio Dio, che tentazione d'aprire a un tratto gli occhi ridenti e di domandarle all'improvviso:
- Come si chiama?
Sí, via, bisognava un giorno o l'altro venire a questa risoluzione.
Chi sa quali disordini cagionava di là il mantenere ancora, qua, tutto questo inutile mistero! E poi anche si moriva dalla curiosità di sapere se l'altro figliuolo fosse un bamboccetto o un'altra bamboccetta, e se anche questa seconda, per non sbagliare, fosse con gli occhiali.
Ma s'infranse da sé il mistero, in un modo inopinato, pochi giorni dopo l'entrata furtiva di quella bimba nella camera.
Urli, pianti, fracasso di seggiole rovesciate, un gran subbuglio, quel giorno, venne dalle stanze di là, nell'ora del desinare.
Ella indovinò che qualcuno era trascinato con molto stento, sorretto per la testa e pei piedi, da una stanza all'altra, dalla sala da pranzo a un letto.
Il marito? Un colpo d'apoplessia? I pianti, gli urli erano disperati.
Doveva esser morto.
Non per lei, che da tanto tempo stava qui ad aspettarla, sua preda accaparrata, ma per un altro che non se l'aspettava, la morte era entrata nella casa.
Era entrata, forse passando innanzi all'uscio schiuso di quella camera bianca; forse s'era fermata un momento a guardarla sul bianco letto; poi s'era introdotta di là nella sala da pranzo per picchiar di dietro col dito adunco sul cranio lucido del grosso marito intento a divorare senza sospetto il suo pranzo quotidiano.
Doveva ora piangere di questa disgrazia? Era per quelli che restavano in vita.
Le feste, i lutti, le gioje, i dolori degli altri non erano piú da gran tempo per lei, che dal suo letto li considerava solo come buffi aspetti di qualche cosa che piú non la riguardasse.
Era anche lei della morte.
Quell'esile filo di vita che conservava ancora, serviva per condurla fuori, lontano, nel passato, tra le cose morte, in cui solo il suo spirito viveva ancora, non chiedendo altro di qua, alla vita degli altri, che una goccia d'acqua, una goccia di latte; non poteva dunque legarla piú a questa vita degli altri, ormai estranea a lei, come un sogno senza senso.
Chiuse gli occhi e aspettò che di là quel subbuglio a poco a poco si quietasse.
Dopo alcuni giorni vide entrare nella camera, vestita di nero, tra le due bambine vestite anch'esse di nero, la grossa cugina con gli occhiali, disfatta dal pianto.
Le si piantò come un incubo lí davanti al letto; poi prese a sussultare, arrangolando; e infine stimò giustizia gridarle in faccia tra infinite lagrime la sua disperazione, mostrando le due piccine orfane, e il danno ormai irreparabile ch'ella aveva fatto loro non morendo prima.
Come, come sarebbero rimaste adesso quelle due piccine?
Ella ascoltò da prima sbigottita; ma poi, protraendosi a lungo lo spettacolo un po' teatrale di quella disperazione pur sincera, non ascoltò piú; fissò l'altra bimba che ancora non conosceva e notò con piacere che questa era senza occhiali.
Le parve un refrigerio sentirsi cosí esile, quasi impalpabile, tra il fresco delle lenzuola bianche, bianca, di fronte a tutto quel nero angoscioso tempestoso bagnato di lagrime, che involgeva e sconvolgeva la grossa cugina; e ben buffo le parve, che se lo fosse assunto lei, cosí, il lutto del marito, e lo avesse anche imposto a quelle due povere piccine che fortunatamente avevano l'aria di non ricordarsi piú di nulla e una gran maraviglia avevano negli occhi spalancati d'esser penetrate finalmente in quella camera proibita e di veder sul letto lei che le guardava con curiosità affettuosa.
Non comprendevano, certo, quelle due bambine ch'ella avesse loro fatto un gran danno, quel gran danno che la loro mamma gridava cosí disperatamente.
Ma non c'era proprio rimedio? nessun rimedio? Lo chiese a nome delle due piccine, per risparmiar loro lo sbigottimento di tutto quel pianto e di tutte quelle grida.
C'era? E dunque, perché quel pianto e quelle grida? di che si trattava? di lasciar tutto ciò che ella possedeva a quelle due piccine? Ma subito! ma pronta! Veramente, per sé, ella credeva di non possedere piú altro che quell'esile filo di vita, il quale aveva soltanto bisogno di qualche goccia d'acqua, di qualche goccia di latte.
Che le importava di tutto il resto? Che le importava di lasciare agli altri ciò che non era piú suo da tanto tempo? Era una faccenda difficile e molto complicata? Ah sí? e come? perché? Ma dunque davvero era una goffaggine insopportabile la vita, se una cosa cosí semplice poteva diventar difficile e complicata.
E le parve di vedersela entrare in camera, alcuni giorni dopo, la complicata goffaggine della vita nella persona d'un notajo, il quale alla presenza di due testimonii, prese a leggere un atto interminabile, di cui non comprese nulla.
Alla fine, con molta delicatezza, si vide presentare un oggetto che non vedeva piú da tanto tempo.
Una penna, perché apponesse la firma a quell'atto, non solo in fondo, ma parecchie volte, in margine a ogni foglio di esso.
La sua firma?
Prese la penna; la osservò.
Quasi non sapeva piú reggerla tra le dita.
E alzò poi in faccia al notajo i limpidi occhi di zaffiro con un'espressione smarrita e ridente.
La sua firma? Aveva ancora dunque il peso d'un nome ella? un nome da lasciare là su quella carta?
Amina...
e poi come? Il nome di zitella, e poi quello di maritata.
Oh, e anche vedova bisognava mettere? Vedova...
lei? E guardò la cugina.
Poi scrisse: Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara.
Rimase a contemplarla un pezzo quella sua incerta scrittura sulla carta.
E le parve cosí buffo che si potesse credere che in quel rigo di scrittura lí ci fosse veramente lei, e che gli altri se ne potessero contentare, non solo, ma se ne beassero tanto, come d'un atto di grande generosità, che costituiva una vera fortuna per le due povere piccine vestite di nero, quella firma.
Sí? E ancora, dunque! ancora...
Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara...
Per lei era come uno scherzo, strascicare quel lungo nome goffo su per tutti quei fogli di carta bollata, come una bambina parata da grande, la lunga coda della veste di mamma.
UN RITRATTO
- Stefano Conti?
- Sí, signore...
Venga, s'accomodi.
E la servetta m'introdusse in un ricco salottino.
Che effetto curioso, quella parola "signore" rivolta a me su la soglia di casa di quel mio amico della prima giovinezza! Ero un "signore" adesso: e Stefano Conti, di certo un "signore" di trentacinque o trentasei anni anche lui.
Nel salottino, tenuto in una triste penombra, restai in piedi a guardare con un senso indefinibile di fastidio i mobiletti nuovi, disposti in giro, ma come per non servire.
Non stavano certo ad aspettar nessuno quei mobiletti in quel salottino appartato e sempre chiuso.
E il senso di pena, con cui li guardavo, me li faceva ora sembrare intorno come stupiti di vedermi tra loro; non ostili, ma neppure invitanti.
Ero ormai abituato da un pezzo agli antichi mobili delle case di campagna, comodi, massicci e confidenziali, che dalla lunga consuetudine e da tutti i ricordi d'una vita placida e sana hanno acquistato quasi un'anima patriarcale che ce li rende cari.
Quei mobiletti nuovi mi stavano attorno rigidi e come compresi di tutte le regole della buona società.
Si capiva che avrebbero sofferto e si sarebbero offesi d'una trasgressione anche minima a quelle regole.
- Viva il mio divanaccio, - pensavo, - il mio vecchio divanaccio di juta, ampio e soffice, che sa i miei sonni saporosi dei lunghi pomeriggi d'estate, e non s'offende del contatto delle mie scarpacce cretose e della cenere che cade dalla mia vecchia pipa!
Ma nell'alzar gli occhi a una parete, all'improvviso e con stupore misto a uno strano turbamento, mi parve di scorgere in un ritratto a olio, che raffigurava un giovanetto dai sedici ai diciassette anni, il mio stesso disagio e la mia stessa pena; ma molto piú intensa, quasi angosciosa.
Restai a mirarlo, come colto in fallo a tradimento.
Mi parve come se a mia insaputa, zitto zitto, mentr'io facevo quelle considerazioni sui mobiletti del salottino, uno avesse aperto lí in alto nella parete una finestretta e si fosse affacciato a spiarmi di là.
- Lei ha ragione: è proprio cosí, signore! - mi dissero, per togliermi subito d'impaccio, gli occhi di quel giovinetto.
- Noi siamo qua tanto tristi d'esser lasciati cosí soli, senza vita, in questo stanzino privo d'aria e di luce, esclusi per sempre dall'intimità della casa!
Chi era quel giovinetto? Come e dond'era venuto in quel salottino questo ritratto? Forse era prima nell'antico salotto dei genitori di Stefano Conti, nella casa dov'io andavo, tanti e tanti anni fa, a trovarlo.
In quel salotto non ero mai entrato, perché Stefano m'accoglieva nella sua stanzetta da studio o nella sala da pranzo.
Il ritratto appariva d'una trentina d'anni fa.
Misteriosamente però, e pur nel modo piú certo, la vista di quell'immagine escludeva che questi trent'anni, dal giorno ch'era stata fissata lí dal pittore, fossero stati comunque vivi per lei.
Doveva essersi fermato lí, quel giovinetto, alle soglie della vita.
Negli occhi stranamente aperti, intenti e come smarriti in una disperata tristezza, aveva la rinunzia di chi resta indietro in una marcia di guerra, estenuato, abbandonato senza soccorso in terra nemica, e guarda gli altri che vanno avanti e sempre piú s'allontanano portandosi con loro ogni romor di vita, cosí che presto nel silenzio che gli si farà vicino, intorno, sentirà certa e imminente la morte.
Nessun uomo di quarantasei o quarantasette anni di sicuro, avrebbe mai aperto l'uscio di quel salottino per dire, indicando nella parete il ritratto:
- Eccomi, quand'io avevo sedici anni.
Era senza dubbio il ritratto d'un giovinetto morto, e lo dimostrava chiaramente anche il posto che occupava nel salottino, come in segno di ricordo, ma non molto caro, se era lasciato lí, tra quei mobiletti nuovi, fuori d'ogni intimità della casa: posto piú di considerazione, che d'affetto.
Sapevo che Stefano Conti non aveva né aveva avuto mai fratelli; né del resto quell'immagine aveva alcun tratto caratteristico della famiglia del mio amico; neppure un'ombra di somiglianza con Stefano o con le due sorelle di lui, già da un pezzo maritate.
La data del ritratto, poi, e quel che si scorgeva del vestiario non potevano far pensare che fosse qualche antico parente della madre o del padre, morto nell'adolescenza lontana.
Quando, di lí a poco Stefano sopravvenne e, dopo le prime esclamazioni nel ritrovarci tanto mutati l'uno e l'altro, ci mettemmo a rievocare i nostri ricordi, provai, alzando gli occhi di nuovo a quel ritratto e domandandone al mio amico qualche notizia, lo strano sentimento di commettere una violenza, di cui mi dovessi vergognare, o piuttosto, un tradimento, che tanto piú doveva rimordermi in quanto approfittavo che nessuno potesse rinfacciarmelo, se non lo stesso mio sentimento.
Mi parve che il giovinetto lí effigiato, con la disperata tristezza degli occhi mi dicesse: "Perché chiedi di me? Io t'ho confidato che sento la stessa pena che tu, entrando qui, hai sentito.
Perché esci ora da questa pena e vuoi da altri intorno a me notizie che io, qui muta immagine, non posso correggere o smentire?".
Stefano Conti, alla mia domanda, storse la testa e levò un braccio, come per ripararsi dalla vista di quel ritratto.
- Per carità, non me ne parlare! Non posso neanche guardarlo!
- Scusami, non credevo...
- balbettai.
- No! Non immaginare niente di male, - s'affrettò a soggiungere Stefano.
- Il male che mi fa la vista di questo ritratto è cosí difficile a dire, se sapessi!
- È un tuo parente? - m'arrischiai a domandare.
- Parente? - ripeté Stefano Conti, stringendosi ne le spalle, piú forse per ritrarsi da un contatto ideale che gli faceva ribrezzo, che per non saper come dire.
- Era...
era un figliuolo della mamma.
Tal maraviglia afflitta e tanto imbarazzo mi si dipinsero in volto, che Stefano Conti, arrossendo improvvisamente, esclamò:
- Non illegittimo, ti prego di credere! Mia madre fu una santa!
- Ma dici tuo fratellastro, allora! - gli gridai quasi con ira.
- Me lo avvicini troppo, con questa parola, e mi fai male, - rispose Stefano, contraendo il volto dolorosamente.
- Ecco, ti dirò, mi forzerò a spiegarti una difficilissima complicazione di sentimenti, che ha poi, come vedi, questo effetto, di farmi tener lí, come per un'ammenda, questo ritratto.
La sua vista mi sconvolge ancora; e sono passati tanti anni! Sappi che io ebbi attossicata l'infanzia nel modo piú crudele da questo ragazzo, morto di sedici anni.
Attossicata, nell'amore piú santo: quello della madre.
Sta' a sentire.
Vivevamo allora nella campagna dove son nato e dove dimorai fino ai dieci anni, cioè fino a quando mio padre, disgraziatissimo, non abbandonò l'impresa della Mandrana, che poi ad altri fruttò onori e ricchezza.
Vivevamo lí, soli, come esiliati dal mondo.
Ma quest'esilio lo penso adesso: allora non lo sentivo, perché non immaginavo neppure che lontano da quella terra, da quella casa solitaria ov'ero nato e crescevo, di là dai colli che scorgevo grigi e tristi all'orizzonte, ci fosse altro mondo.
Tutto il mio mondo era lí, né c'era altra vita per me fuori di quella de la mia casa, cioè di mio padre e di mia madre, delle mie due sorelle e delle persone di servizio.
Io sono per esperienza con coloro che stimano cattivo consiglio lasciare i fanciulli nell'ignoranza di tante cose che, scoperte alla fine improvvisamente per caso, sconvolgono l'animo e lo guastano talvolta irreparabilmente.
Sono convinto che non c'è altra realtà fuori delle illusioni che il sentimento ci crea.
Se un sentimento cangia all'improvviso, crolla l'illusione e con essa quella realtà in cui vivevamo, e allora ci vediamo subito sperduti nel vuoto.
Questo avvenne a me a sette anni, per il cangiare improvviso d'un sentimento che, a quell'età, è tutto: quello, ripeto, dell'amor materno.
Nessuna madre, io credo, fu cosí tutta de' suoi figli come la mia.
Né io, né certo le mie sorelle, nel vederla dalla mattina alla sera attorno a noi, proprio dentro la vita nostra, nelle lunghe assenze di mio padre dalla villa, c'immaginavamo che potesse avere una vita per sé fuori della nostra.
Andava, è vero, di tanto in tanto, una volta ogni due o tre mesi, in città col babbo per tutto un giorno; ma credevamo che non s'allontanasse affatto da noi con quelle gite, fatte come ci sembravano per rinnovar le provviste della casa di campagna.
Anzi, tante volte avevamo l'illusione d'averla spinta noi ad andare in città, per i regalucci, i giocattoli che ci recava al ritorno.
Ritornava qualche volta pallida come una morta e con gli occhi gonfi e rossi; ma quel pallore, seppure ce n'accorgevamo, era spiegato con la stanchezza del lungo tragitto in vettura; e quanto agli occhi, possibile che avesse pianto? Erano cosí rossi e gonfi per la polvere dello stradone.
Se non che, una sera, vedemmo ritornare in villa, solo e fosco, nostro padre.
- La mamma?
Ci guardò con occhi quasi feroci.
La mamma? Era rimasta in città, perché...
perché s'era sentita male.
Ci disse cosí, dapprima.
S'era sentita male; doveva trattenersi per qualche giorno in città; niente di grave; aveva bisogno di cure, che in campagna non poteva avere.
Restammo in tale sbigottimento, che mio padre pur di scuotercene, ci maltrattò aspramente, con un'ira che non solo accrebbe il nostro sbigottimento, ma ci offese e ci ferí come una crudelissima ingiustizia.
Non avrebbe dovuto sembrargli naturale che restassimo cosí, a quella notizia inattesa?
Ma l'ira ingiusta e l'asprezza non erano per noi.
Lo comprendemmo una decina di giorni appresso, allorché mia madre ritornò in villa: non sola.
Vivessi cent'anni, non potrei dimenticare l'arrivo di lei in carrozza, davanti al portone della villa.
Udendo dal fondo del viale l'allegro scampanellío dei sonaglioli, ci precipitammo giú, io e le mie sorelle, per accoglierla in festa: ma su la soglia del portone fummo bruscamente fermati da nostro padre, smontato allora allora da cavallo, tutto ansante e polveroso, per prevenir di qualche passo l'arrivo della vettura che conduceva la mamma.
Non sola! Capisci? Accanto a lei, sorretto da guanciali, tutto avvolto in scialli di lana, pallido come di cera; con questi occhi smarriti che tu gli vedi nel ritratto, c'era questo ragazzo: suo figlio! Ed ella era cosí intenta a lui, cosí tutta di lui in quel momento, costernata tanto della difficoltà di calarlo giú in braccio dalla vettura senza fargli male, che neppure ci salutava - noi, suoi figli soli, fino a jeri - neppure ci vedeva!
Un altro figlio, quello? La mamma nostra, la mamma tutta di noi fino a jeri, aveva avuto fuori della nostra un'altra vita? fuori di noi un altro figlio? quello? e lo amava come noi, piú di noi?
Non so se le mie sorelle provarono quel che provai io, nella stessa misura.
Io ero il piú piccolo, avevo appena sette anni.
Mi sentii strappare le viscere, il cuore, soffocare d'angoscia, occupar l'animo da un sentimento oscuro, violentissimo, d'odio, di gelosia, di ribrezzo, di non so che altro, perché tutto l'essere mi s'era rivoltato, stravolto allo spettacolo di quella cosa inconcepibile: che fuori di me mia madre potesse avere un altro figlio, che non era mio fratello, e che potesse amarlo come me, piú di me!
Mi sentii rubare la madre...
No, che dico? Nessuno me la rubava.
Lei, lei commetteva davanti a me e in me una violenza disumana, come se mi rubasse lei la vita che mi aveva data, staccandosi da me, escludendosi dalla vita mia, per dare l'amore, che doveva esser tutto mio, quello stesso amore che dava a me a un altro, che come me ci aveva diritto, lo stesso diritto che ci avevo io.
Grido ancora, vedi? Risento, a pensarci, la stessa esasperazione d'allora, l'odio che non poté mai piú placarsi, per quanto poi mi narrassero la storia pietosa di quel ragazzo, da cui mia madre aveva dovuto staccarsi quando passò a seconde nozze con mio padre.
Non lo aveva preteso mio padre quel distacco.
Lo avevano preteso i parenti del primo marito.
Sembra che costui per gravi dissapori con mia madre, allora giovinetta, dopo quattro o cinque anni di tempestosa vita coniugale, si fosse ucciso.
Tu intendi ora: le rare volte che mia madre si recava dalla campagna in città, andava lí a vedere quel suo figliuolo, di cui noi non sapevamo nulla; che gli cresceva lontano, affidato a un fratello e a una sorella del primo marito.
Ora questo fratello era morto; poco dopo il ragazzo s'era mortalmente ammalato e mia madre era accorsa al suo capezzale, lo aveva conteso alla morte, e appena convalescente se l'era portato con sé in campagna, sperando di fargli riacquistare la salute col suo amore, con le sue cure.
Fu tutto invano; morí tre o quattro mesi dopo.
Ma né le sofferenze valsero mai a suscitare in me un moto di pietà, né la sua morte a placare il mio odio.
Io avrei voluto ch'egli guarisse, anzi; ch'egli rimanesse lí, tra noi, per riempire con l'odio che la sua presenza m'ispirava il vuoto orrendo rimasto dopo la sua morte tra me e mia madre.
Il vederla riattaccarsi a noi, dopo la morte di lui, come se ormai ella potesse ridivenir tutta nostra come prima, fu per me uno strazio anche maggiore, perché mi fece intendere ch'ella non aveva affatto sentito quel che avevo sentito io; e non poteva difatti sentirlo, perché quello per lei era un figliuolo, com'ero io.
Ella forse pensava: - "Ma io non ti amo solo! Non amo anche le tue sorelle?".
Senza intendere che nell'amore ch'ella aveva per le mie sorelle c'ero anch'io, mi sentivo anch'io, sentivo ch'era lo stesso amore ch'ella aveva per me: mentre lí, no, nell'amore che aveva per quel suo ragazzo, no! lí non c'ero, io, lí non potevo entrarci, perché quel ragazzo era suo, e quand'ella era di lui e con lui, non poteva esser mia, con me.
Tu capisci: non mi offendeva tanto per me questa sottrazione d'amore; quanto m'offendeva il fatto che quel ragazzo era suo.
Questo non sapevo tollerare! Perché la mamma ora non mi pareva piú mia.
Non mi pareva piú la mamma ch'era stata per me prima.
Da allora - credi - ti dico una cosa orrenda...
da allora io non mi sentii piú la mamma nel cuore.
L'ho perduta due volte, io, la madre.
Ma ne ho anche avute quasi due.
Questa che m'è morta di recente non era piú la mamma, la mamma vera, la mamma di cui si dice che ce n'è una sola.
La mia vera mamma, la mia sola mamma, mi morí allora, quand'avevo sett'anni.
E allora la piansi davvero: lagrime di sangue, come non ne verserò mai piú in vita mia, lagrime che scavano e lasciano un solco eterno, incolmabile.
Me le sento ancora dentro, queste lagrime che m'avvelenarono l'infanzia; e le devo a lui.
Perciò t'ho detto che non posso neanche guardarlo.
Riconosco che fu un disgraziato anche lui.
Ma ebbe almeno la fortuna di non vivere la sua disgrazia; mentr'io, non per colpa, ma certo per causa sua, vissi tant'anni accanto a mia madre senza piú sentirmela nel cuore come prima.
ZUCCARELLO DISTINTO MELODISTA
Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal cane, non tanto per ridere, quanto per guardarsi dal pericolo di prender moglie sul serio, s'era dato da un pezzo, per non so quale connessione, allo studio della filosofia.
Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello come il suo, era facile a noi tutti immaginare.
Ma ce ne volle lui stesso rappresentare uno, l'altra sera, raccontandoci a suo modo la seguente avventura.
- Ero, - cominciò a dire, guardandosi al solito le unghie, - ero, amici miei, in uno di quei momenti, purtroppo non rari, in cui la ragione (ne ho, per disgrazia, ancora un poco), sicura d'aver raggiunto alla fine quell'"assoluto" che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita...
- Io, no,
(
- Io, no,
lo interrompemmo a coro.
- Io, no,
- Bestie, se vi dico senza saperlo! La ragione, del resto, s'accorge a un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece dell'assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca, a cui s'aggrappava l'ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno, nel quale era caduto.
Protestammo che, se seguitava a parlare cosí difficile, non gli avremmo piú dato ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò, paziente, con gli occhi chiusi e le mani avanti:
- Ecco qua.
Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?; appena raggiunto, o anche prima d'essere raggiunto, ci si scopre vano.
- Come? perché vano?
- Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine, qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso.
Perché l'assoluto, cari miei, quell'assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si raggiunge mai.
- Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, - osservò uno di noi.
- Bravo! Quel che dico io, - approvò Perazzetti.
- Ma lasciatemi dire, per favore.
Ogni principio è difficile; poi viene il bello.
Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s'illude di poter toccare e sentire la propria realtà.
Crolla o svanisce quel fine, crolla e svanisce all'improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l'illusione della nostra realtà.
E allora (che è, che non è) privi d'un tratto della realtà che c'immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia e, come niente, metterci a conversare con essa (che potrebbe anche essere l'ombra del nostro stesso corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e delicatezza:
- Chi piú ombra, o cara, di noi due?
State a sentire.
Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il codino della mia ragione.
Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle vie piú popolose della nostra città.
Mi pareva che la gente, tutta quanta impazzita come me, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero ajuto, allorché, per caso, m'avvenne di posare lo sguardo su una tabella tra le due finestre ferrate d'un sotterraneo.
Dalle grate di queste finestre s'intravedevano giú un banco di méscita di lacca verde e luccicante di specchi, una diecina di tavolini di marmo, attorno a cui stavano seduti molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, ecc.
Su quella tabella due arrabbiatissime lampade elettriche scaraventavano friggendo un violento sbarbaglio livido su un manifesto rosso, che recava a grossi caratteri la scritta:
IL SIGNOR ZUCCARELLO
DISTINTO MELODISTA
Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da quelle due lampade, io mi fermai con la certezza acquistata lí per lí che questo signor Zuccarello, il quale si qualificava da sé con dolce probità distinto melodista, doveva aver raggiunto l'assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio.
- Un dio?
Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un dio chi abbia raggiunto l'assoluto.
Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi altezze inaccessibili.
No, amici miei.
Niente fuori di noi, nessun'altezza.
Coi mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s'inserisca quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo.
Tutto è qui.
Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d'un mondo.
Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell'errore che debba essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii.
Abbagliati da vane illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a scoprirlo.
Ma ecco qua questo signor Zuccarello.
- "La dolcezza stessa del suo nome, - io mi diedi a pensare, - l'avrà portato un bel giorno a cantare, cosí, naturalmente, come fanno gli uccellini.
S'è trovata in gola una discreta vocetta, e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli altri.
Un falso dio si sarebbe proclamato senz'altro: celebre melodista.
Lui, no.
Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista.
Tanto e non piú.
Cioè, quanto basta per esser lui, e non un altro."
Assolutamente bisognava ch'io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa.
La sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita.
Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo.
Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che s'intravedeva dalla via.
Piú giú di molto.
Ma in fondo non mi dispiacque l'idea che dovessi andare a conoscere sottoterra l'uomo che aveva raggiunto l'assoluto.
Mi parve anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti.
- Quanto, il biglietto? - domandai allo sportellino.
- Sedie o poltrone?
- Ci sono anche poltrone?
- Poltrone, sissignore.
Tre lire, compreso l'ingresso e, a scelta, anche una consumazione.
Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli:
- Tutto questo, col signor Zuccarello?
Dio sa che cosa il bigliettajo arguí dalla mia aria smarrita, perché evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del programma, e:
- Prezzi normali, - soggiunse, come per tenersi fermo a un dato di fatto nell'incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo lo teneva sospeso.
- Bene bene, - dissi per tranquillarlo.
Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala.
Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo grembo.
Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e cosí oscenamente, ad archi scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse lampade, e il silenzio cosí profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii di strumenti, acciottolío di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no, questo non lo poteva tollerare.
Ed ecco la sua vendetta: non ostanti gli sforzi del proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè-concerto aveva il rigido squallore d'una tomba.
Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per vie sotterranee a quel loro caffè-concerto, con gli abiti neri, lustri d'umido, spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa.
Trovai di peggio.
Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi d'una disperata tristezza.
Ogni stato incerto è peggiore d'ogni cattivo stato certo.
Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il bicchiere di menta, col gesto di chi pensa:
- Poiché è ancora necessario ch'io lo beva...
E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una scheletrica stella italiana miagolava, prima levando le braccia come per tentare d'aggrapparsi a un acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia squacquerata.
La voce di questa canzonettista e il rombo dell'orchestrina facevano una violenza orribile, d'indegno stordimento, alla tragica, sconsolata solitudine di quelle poche mummie di avventori.
Zitto zitto, in punta di piedi m'appressai a un cameriere e gli presentai il biglietto per avere indicato il mio posto.
- Ma segga dove vuole, - mi rispose il cameriere.
- Vede che non c'è nessuno?
- Già, possibile? È cosí ogni sera?
- Sú per giú...
- Dunque il signor Zuccarello non richiama gente?
- Chi?
- Il signor Zuccarello.
Il cameriere guardò nel programma.
- Ah, già, - disse.
- Nossignore, chi vuole che richiami?
Avvilito, presi posto in una poltrona.
La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra le quinte; l'orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè sotterraneo.
Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di mettermi a battere fragorosamente le mani, per rompere, per fracassare quel silenzio, per far balzare in piedi atterriti quei pochi, taciturni, oppressi avventori, aspiranti morti.
Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A restare lí ancora per poco, in quel vuoto sotterraneo, in quel silenzio di morte, non sarei impazzito davvero?
Soffocato, m'alzai rumorosamente, con una smania esasperata di parlar forte, di gridare, di pigliarmela con qualcuno.
E, come il cameriere mi s'appressò per domandarmi:
- Che cosa ordina il signore?
- Niente, - gli risposi ad alta voce.
- Non ordino niente! Lei ha detto che il signor Zuccarello non richiama nessuno? Sappia intanto, che ha richiamato me!
Avvenne quel che avevo immaginato.
Tutti, anche i sonatori dell'orchestrina, si voltarono sbalorditi a guardarmi; parecchi si levarono da sedere; il cameriere, quasi basito, mormorò:
- Ma io non ho mica inteso d'offenderla, signore...
- No, no, - seguitai con sdegno e con ira.
- Tanto perché lei lo sappia! E lo dica al suo direttore o al signor proprietario del caffè, che fa di queste belle speculazioni, impiantare qua, in un sotterraneo, un caffè per fare impazzire i suoi avventori!
Un signore, a questo punto, mi si fece incontro, turbato, pallidissimo.
Lo fissai, per fermarlo a una certa distanza, e lo interpellai altezzosamente:
- Lei è il proprietario?
- Il proprietario, a servirla.
- Ah, bravo! La prego di dirmi, se lei, scritturando il signor Zuccarello, gli aveva detto che il suo nome sarebbe apparso sú, nella via, in quella tabella folgorata da due lampade elettriche!
Il proprietario mi guardò inebetito, balbettò:
- Io...
nella tabella...
il signor Zuccarello?...
sissignore...
è l'uso...
- Ah, è l'uso? - dissi, con un sorriso di trionfo.
- E il signor Zuccarello dunque lo sapeva? Lo sapeva e s'è qualificato da sé distinto melodista?
- Sissignore, da sé.
Ma io non capisco...
- Lo vedo bene, - gridai, - lo vedo bene che lei non capisce nulla! Scusi, che cosa c'è lassú?
Indicai, cosí dicendo, in alto, nella parete di fronte al palcoscenico, un riflettore per illuminare gli artisti alla ribalta.
All'improvvisa diversione, tutti nella sala scoppiarono a ridere e alzarono il capo a guardare dove io indicavo con fiero cipiglio.
Piú che mai sconcertato, il proprietario, guardò anche lui, rispose:
- Un riflettore...
- Ah, è un riflettore? E lei non pensa d'accenderlo per illuminare alla ribalta un artista come il signor Zuccarello? un artista che si qualifica da sé distinto melodista, pur sapendo che il suo nome sarà esposto sú, nella via, in quella tabella sfolgorante di luce?
Un nuovo scoppio di risa accolse queste mie parole.
Il proprietario ne fu scosso; il primo sbalordimento si cangiò in irritazione; forse gli balenò il sospetto ch'io fossi pagato dal signor Zuccarello per fare quella parte; si scrollò irosamente e disse:
- Ma io non debbo dar conto a lei, se accendo o non accendo...
- No no, scusi, scusi, - lo interruppi subito, facendomi manieroso, - lei deve rispettare in me un avventore attirato come una farfalletta dal lume di quella sua tabella nella via, un avventore che ha avuto fiducia nel signor Zuccarello e se ne promette una gioja, che lei non può neanche immaginarsi!
- Ma questo...
- si provò a interrompermi a sua volta il proprietario.
Non gli diedi tempo:
- Questo anche per suo tornaconto! Caro signore, qua siamo in un sotterraneo, lei lo sa bene; anzi in una catacomba! Dia ordine, via, che s'accenda il riflettore, e faccia un'altra cosa, sempre per suo tornaconto: inviti tutti gli avventori, che stanno a sbadigliare nella sala di sopra, a scendere qua, a sentire il signor Zuccarello! Gratis, non importa per una sera! È una vera indegnità che un distinto melodista come lui debba cantare alle sedie!
Tutte quelle mummie d'avventori, già richiamate alla vita, a questa mia inattesa proposta batterono festosamente le mani, approvando a coro; il proprietario mi guardò ancora per un momento accigliato e perplesso, poi sorrise anche lui, aprí le braccia, s'inchinò e corse sú a dare gli ordini.
Poco dopo, la sala era quasi piena, rumorosa, ansiosa per la promessa d'un godimento insperato.
Il riflettore di contro al palcoscenico cominciò a sfriggere, sbarbagliando, s'accese; l'orchestrina attaccò il preludio della prima romanza, e il signor Zuccarello in marsina, cravatta bianca, guanti bianchi, si fece avanti, raggiante, accolto da uno strepitoso applauso.
Ah, miei cari amici, se l'aveste veduto! Piuttosto piccolino, con una faccia che pareva intagliata in un saponetto da barbiere, color di rosa, con un che di caprigno nei capelli fitti, ricci e neri, e anche nella voce, quando cominciò a belare, appassionatamente.
Per me, la maggior prova, la prova piú lampante che non m'ero affatto ingannato sul suo conto, fu questa: che non si sforzò per nulla.
Tanto e non piú, cosí nella voce come nei gesti e nei sorrisi.
Dava quel che poteva, e perfettamente sapeva quanto poteva dare.
Nelle pause, cacciava fuori la lingua, sorridendo, per umettarsi le labbra, e graziosamente, con due dita, si tirava i polsini di sotto le maniche.
Perfetto!
Ma naturalmente nessuno degli spettatori riusciva a rendersi conto di quella perfezione.
Sentivo che tutti tenevano la loro disillusione sospesa in una aspettativa, che si volgeva dubbiosa da me a lui, da lui a me.
Per fortuna, un buon acuto finale, smorzato con arte, rialzò, sostenne le sorti; io mi affrettai ad applaudire con entusiasmo, tutti applaudirono con me, e il signor Zuccarello venne fuori due o tre volte a ringraziare, inchinandosi con una mano sul petto.
Ma voi capite, amici miei, che a me non importava tanto, quella sera, di salvare il signor Zuccarello, quanto di salvare "l'assoluto".
Ne avevo proprio bisogno! E lo salvai, non ostante tutto; voglio dire, non ostante che il signor Zuccarello, dopo lo spettacolo, mi venne incontro adiratissimo, quasi con le mani in faccia, a domandarmi conto e ragione di quanto avevo fatto, del pericolo a cui lo avevo esposto d'un fiasco clamoroso e anche di fargli perdere la scrittura per l'inqualificabile soperchieria usata al proprietario del caffè.
Stentai non poco a calmarlo, ma alla fine ci riuscii; non solo, ma riuscii anche a farmelo amico.
Lo condussi con me per piú d'un'ora per le vie già deserte, e lo feci entrare in un caffè notturno, perché seguitasse, bevendo una tazza di birra, a parlarmi di sé, della sua vita, delle sue speranze, dei suoi desiderii.
Vi figurate che m'abbia detto cose straordinarie? Siete veramente imbecilli! Mi disse le cose piú ovvie, piú comuni, piú semplici del mondo, quali poteva dirle uno che aveva saputo trovare in sé il punto giusto, il puntino infinitesimale, dove aveva inserito il seme che l'aveva fatto un dio modesto, padrone del suo piccolo mondo.
Era contento e soddisfatto di tutto, anche di cantare alle sedie in quel lugubre caffè sotterraneo.
Perché in quell'equilibrio perfetto che solamente può dare la piena soddisfazione di sé, egli aveva capito che a lui conveniva d'essere un piccolo dio provinciale, di condurre cioè nei paeselli di provincia la sua modesta divinità; e gli bastava perciò di poter dire, per accrescere colà il suo prestigio, d'aver cantato a Roma, in un caffè-concerto di Roma; quale, non importava.
La prova maggiore della sua divinità mi fu data però da un'ombra, che, appena usciti dal caffè sotterraneo, prese a seguirci a distanza per piú d'un'ora lungo le vie deserte; l'ombra d'una donna miserabile, che potei distinguere bene quando, schiudendo timidamente la porta a vetri del caffè notturno, strisciò dentro, dieci minuti dopo ch'eravamo entrati noi, e andò a rincantucciarsi in un angolo in fondo, vestita di un abito nero, inverdito e sfrittellato, con un cappellino frusto, guarnito di una piuma piangente da un lato; su le spalle curve, una vecchia mantiglia sfrangiata; ai piedi, un pajo di scarpacce da uomo.
Avevo notato che, andando via, egli di tanto in tanto, pian piano e come di nascosto, si voltava a lanciare indietro un' occhiata inquieta.
- Ma sí, lo so! - avrei voluto dirgli, per levarlo da quella inquietudine.
- Lo so ed è giusto che sia cosí: non credere che m'offenda il fatto che tu tenga cosí a distanza tua moglie e che ella sia cosí miserablle.
Ero sicuro che lui la teneva ancora con sé, non solo per farsi servire da lei, come da una schiava, ma anche per misurare da lei il cammino che aveva saputo percorrere; e parimenti ero sicuro che ella, senza muovere un lamento, faceva di tutto per tener lui come un damerino.
Dite di no? Lasciatemi ripetere, amici, che siete veramente imbecilli.
Sappiate che dopo aver accompagnato fino al portone dell'alberguccio il signor Zuccarello, nel ritornare indietro, io m'ebbi, nel bujo fitto della strada, un profondissimo inchino da quell'ombra.
E non potei fare a meno di considerare che era giusto che ella s'inchinasse a me cosí, perché lo voleva in lei quello stesso iddio, a cui io or ora avevo reso omaggio.
SERVITÚ
Due volte la mammina aveva sporto il capo dall'uscio a raccomandare alla Dolly di non parlar troppo, di non agitarsi tanto, ché altrimenti la febbre le sarebbe cresciuta.
- Parli sempre tu...
giuochi tu sola...
La Dolly, sostenuta da una pila di guanciali, sedeva sul lettino in compagnia di tutte le sue bambole belle.
E due volte, scotendo la testina per cacciar via dagli occhi i riccioli d'oro scappati nel calore del giuoco di sotto la cuffietta di raso celeste, aveva risposto alla mamma:
- No, io sola; giuoca anche Nenè...
Nenè era la figliuola della nurse.
Ma finora, per dir la verità, Nenè non aveva mai aperto bocca.
Tutt'e due le volte, invece, aveva guardato quasi atterrita la signora che sporgeva il capo dall'uscio; e il cricchio della maniglia, il cigolío dell'uscio schiuso, lo sporgersi di quel capo, la voce della mamma di Dolly, erano stati per lei un fracasso, un crollo, uno scompiglio.
Perché era come in un sogno Nenè da due ore, sospesa, quasi angosciata nel dubbio che non fosse vero ciò che pur si vedeva attorno e toccava.
L'abituccio color cece, di due anni fa, le segava il collo, le segava le ascelle, le opprimeva le spallucce; il nastrino di seta color di rosa, un po' stinto, attorno al capo le s'allentava a mano a mano e cedeva al goffo rizzarsi ispido e compatto dei capelli neri ancor zuppi d'acqua (poiché era stata lavata tutta con insolita cura): non sentiva nulla, non avvertiva nulla, incantata, abbagliata dal lusso di quella cameretta di bimba, imbottita di raso azzurro.
E lievemente, senza saperlo, con la manina tozza, gonfia per la manica troppo stretta e corta che le serrava il braccio come un salsicciotto, palpava la coperta cosí liscia, cosí morbida del lettino, mentre tutta occhi e con la boccuccia aperta seguiva il chiacchierío fitto, volubile della padroncina malata.
Sentiva bene la Dolly che il giuoco realmente lo faceva Nenè, quantunque finora non avesse aperto bocca.
Con la sua maraviglia intenta e muta dava un'anima nuova a quelle sette bambole sedute sul lettino come damine in visita, e un nuovo piacere, a lei, nel farle muovere e parlare.
Da tanto tempo, infatti, quelle sette bambole per Dolly quasi non vivevano piú: erano pezzi di legno, testine di cera o di porcellana, occhi di vetro, capelli di stoppa.
Ma ora riavevano anima, un anima nuova, e rivivevano una nuova vita maravigliosa anche per lei, quale ella non avrebbe mai immaginato di dar loro, un'anima, una vita che prendevano qualità appunto dalla maraviglia di Nenè, ch'era maraviglia di servetta.
Le faceva perciò parlare come signorone del gran mondo, piene di capriccio e di moine, press'a poco come parlavano le amiche di mammà.
Ecco: questa era la contessina Lulú che guidava da sé la sua auto, fumava sigarette col bocchino dorato e gridava sempre, agitando in aria un dito minacciosamente:
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Chi era Moringhi? Un mago? Chi sa! Forse un amico di mammà anche lui, un amico di tutte le amiche di mammà; ma il nome, a quel grido, si rappresentava a Nenè come quello d'un mago, poiché la Dolly diceva che era amico specialmente di quell'altra bambola lí, di Mistress Betsy.
- All right, thank you!
No, no, senza ridere! Parlava sempre inglese; Mistress Betsy.
Con mammà, con tutti.
E andava sempre a cavallo - op! op! - mica a sedere però: con le gambe aperte, cosí...
come i maschiacci, brutta scostumata! E spesso cadeva; e una volta, alla caccia della volpe, s'era ferita qua allo zigomo, ecco.
Oh, le stava bene, brutta americanaccia! Mostrava a tutti le sue ferite di cavallerizza, al petto, alle spalle, anche alle gambe; e quando stringeva la mano faceva male.
- All right! Thank you!
E quest'altra? Ah quest'altra qui, che ridere! Roba, roba proprio da morir dal ridere! Donna Mariú, questa: Sempre malata.
- "Oh Dio qua, oh Dio là..." - "La mia povera testa! il mio povero cuore!" - "Vi prego, Moringhi, siate buono! Moringhi, non mi fate male: non posso piú ridere, Moringhi! La mia povera testa! il mio povero cuore!" - Ma mica un cuore cosí...
Un cuore col q e staccato: qu-ore.
Moringhi diceva cosí.
Roba da morir dal ridere, un cuore col q!
Nenè non capiva nulla.
Poteva esser vero per lei che quella bambola lí fumasse e quell'altra andasse a cavallo.
Davvero allo zigomo, quello sgraffietto...
Ma se avevano finanche le mutandine coi merletti e i fiocchettini di seta e anche le calze di seta con le giarrettiere di velluto e le fibbie dorate e le scarpine di coppale, potevano anche veramente andare a cavallo, fumare, parlare quel linguaggio incomprensibile.
Qualunque prodigio poteva esser vero in quella cameretta lí, anche i cavallini veri, cavallini vivi, piccoli piccoli, potevano sbucar fuori da un momento all'altro e mettersi a caracollare sú per le campagne lontane lontane di quel tappeto azzurro vellutato, con quelle damine in groppa dai veli svolazzanti.
Affascinata da quella visione, Nenè stentava a credere, o veramente non riusciva ancora a capire che, stanca alla fine del giuoco, la Dolly stésse ora per regalarle una di quelle bambole e non sapesse ancor quale.
- No, questa no, - diceva la Dolly.
- Questa ha il braccino malato e deve stare a letto con me.
Ecco...
ti do...
ti do quest'altra, invece, Mistress Betsy...
Ma no, neanche...
Ti scappa via, Mistress Betsy: tanto cattiva è! Scostumata...
E poi, parla sempre in inglese, e non la capiresti.
Ti do quest'altra allora.
Si chiama Mimí.
Ma tu devi chiamarla sempre signora Marchesina.
Marchesina è, sai? La marchesina Mimí.
Esigente...
ah, esigente! Bisogna che trovi il bagno pronto ogni mattina, e poi la colazione di cioccolato e biscottini, e poi...
e poi...
non mangia niente, sai? non mangia altro che palline d'argento...
quelle che si comprano dove le compra mammà, dal farmacista Baker di fronte al Grand Hôtel.
Ti do Mimí, sí.
Ecco, prendila.
Per davvero te la do, sí...
per sempre...
prendila, ti dico...
Aspetta, che le do un bacio...
Ecco, te la puoi portar via.
Nenè guardava sbalordita e piú che mai sospesa e angosciata.
S'era levata in piedi alle insistenze di Dolly; ma restava lí, senza poter alzare la mano, quasi sul punto di piangere.
Entrò nella cameretta la signora, seguita dalla nurse, ch'era rimasta dopo il baliatico a servire in quella casa di signori.
Anche la mamma, vestita cosí bene, da nurse, con la cuffietta in capo e il grembiule bianco ricamato, accanto alla signora, apparve in quel punto a Nenè come trasfigurata nel lume di quella casa, come infusa nell'azzurro d'una meravigliosa lontananza.
Che diceva? Diceva di no a Dolly, che non doveva darle la bambola.
Non doveva dargliela prima di tutto perché troppo bella, troppo ben vestita, anche calzata e coi guanti e col cappello, ma figurarsi! una bambola cosí fina a Nenè! E poi, che se ne farebbe Nenè? È mammina di casa, Nenè: deve attendere a servire il babbo, e non ha tempo di giocare, ché guaj se il babbo non trova tutto pronto, la sera.
Il babbo? dove? Le sembrava tanto lontano ormai, a Nenè, quel suo babbo cattivo, che rincasava sempre ubriaco e scontento, e per nulla la batteva e l'afferrava pei capelli o le scaraventava addosso ciò che gli capitava prima sotto mano, gridandole:
- E non potevi morir tu, invece?
Lei, già, invece del fratellino che la madre aveva lasciato poppante per andare a bàlia.
Una vicina s'era incaricata d'allevarlo per poche lire al mese; e lei, Nenè, avrebbe dovuto fargli da mammina.
Ma il fatto è che il fratellino, un giorno, era morto in braccio a lei: morto; e lei che non lo sapeva, aveva per un pezzo seguitato a portarselo in braccio: freddo freddo, bianco bianco, e zitto e duro...
Da allora il babbo era diventato cattivo, cosí cattivo che la mamma non aveva voluto piú star con lui ed era rimasta a servire in quella casa, o piuttosto, a farvi la signora, come diceva il babbo e come ora veramente pareva anche a Nenè.
Certo, la mamma parlava ora e guardava e sorrideva e gestiva come una signora, come la mamma di Dolly appunto, e a lei non pareva piú la sua mamma.
- Ma, no, via, signorina! Ma le pare? Ma neanche per sogno! Una bambola cosí bella a questa mia povera Nenè!
Ma ecco, la signora le prendeva un braccino, poi le posava sul petto la bambola, quella Marchesina Mimí, e poi sulla bambola le ripiegava il braccino perché la reggesse forte.
- Grulla, e non si ringrazia nemmeno? Sú, come si dice?
Nulla.
Non poteva dir nulla, Nenè.
E non osava nemmeno guardare quella bambola marchesina contro il suo petto, sotto il suo braccino.
Se n'andò via come intronata, gli occhi sbarrati senza sguardo, la boccuccia aperta, e coi capelli che le si rizzavano sotto il nastro color di rosa, quanto piú la madre cercava d'assettarglieli sul capo.
Scese le scale, attraversò tante vie e si ridusse alla catapecchia, ove abitava col padre, senza veder nulla, senza sentir nulla, quasi alienata d'ogni senso di vita.
Le viveva invece lí sul petto, stretta sotto il braccio, quella bambola meravigliosa; d'una vita incomprensibile però, quale le sbarbagliava ancora nella mente attraverso il chiacchierío fitto e volubile della padroncina malata.
Oh Dio, se quella bambola parlava col linguaggio che le aveva messo in bocca la Dolly, come avrebbe fatto lei a comprenderla?
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Ah, Moringhi, certo, non sarebbe venuto lí, nella catapecchia a trovare la marchesina Mimí, e nessuna delle amiche sarebbe venuta.
E le sigarette col bocchino dorato? e le palline d'argento profumate? e i cavallini veri, i cavallini vivi, piccoli piccoli?
Non le s'affacciava neppur per ombra alla mente che avrebbe potuto giocarci, con quella bambola.
Servirla, sí, avrebbe potuto servirla; ma come, se non sapeva nemmeno parlarle? se non capiva nulla della vita a cui la bambola era avvezza?
Entrata nel bugigattolino ov'era la sua cuccia con una seggiola spagliata e una panchetta che le serviva da tavolino per far le aste e le vocali quand'ancora andava a scuola, si guardò attorno smarrita, avvilita, non per sé ma per la damina che portava in braccio.
Non osava ancora guardarla.
Certo, per sé, la marchesina Mimí, aveva gli occhi di vetro e non vedeva.
Ma vedeva lei, Nenè, ora, la miseria brutta di quel suo bugigattolino con gli occhi della marchesina Mimí abituati al lusso della cameretta da cui veniva.
Finché lei non la guardava, la marchesina Mimí, ancora stretta sotto il suo braccio, non vedeva nulla.
Avrebbe veduto però, appena lei si fosse risolta a guardarla.
Ebbene, bisognava che vedesse fin da principio il meno peggio possibile.
Pensò che nella cassetta dei panni sotto la cuccia c'era un grembiulino azzurro, smesso dalla Dolly e regalato dalla signora alla bàlia per lei: era stato lavato, rilavato tante volte; s'era stinto; aveva piú d'uno strappo; ma veniva di là; era stato della Dolly, e forse la marchesina Mimí lo avrebbe riconosciuto.
Senza posarla, senza guardarla, Nenè si chinò; trasse da quella cassetta il grembiulino e lo stese su la panca come un tappeto, badando che gli strappi, almeno i piú grossi, non venissero in mostra sul piano.
Ecco, per il momento poteva metterla a sedere lí, sul pulito di quel grembiule vecchio, ma fino.
La pose a sedere pian piano, con mani tremanti per paura di farle male e di sciuparle l'abito; e finalmente osò guardarla.
Un sentimento misto di pietà e d'adorazione espressero le manine rimaste innanzi al petto aperte, in un gesto d'incertezza angustiosa.
E a poco a poco si piegò su le ginocchia, guardando negli occhi la bambola.
Ahimè, la vita maravigliosa, di cui la Dolly nella sua cameretta la aveva fatta vivere, qua s'era come spenta.
La bambola le stava davanti, come se non vedesse nulla, in attesa ch'ella facesse qualche cosa per lei, per ridarle vita, la sua vita perduta, di gran signora.
Ma come? che cosa? le mancava tutto.
La Dolly le aveva detto ch'erano avvezze a cambiarsi d'abito piú volte al giorno le sue bambole, e che quella marchesina Mimí poi aveva anche tante vestaglie una piú bella dell'altra, rosse, gialle, viola, a fiorellini, a ombrellini giapponesi...
Possibile che ora stésse vestita sempre cosí, sempre con quel cappellino in capo, con quelle scarpine ai piedi, con quei braccialettini al polso, e quella catenella al collo da cui pendeva il ventaglino? Ah, com'era bello quel ventaglino di piume, ventaglino vero, che faceva un po' di vento davvero, poco poco, quanto poteva bastare a quella piccola marchesina Mimí...
Ah, là, sí, in casa di Dolly, con tutte le cose adatte, il lettuccio di legno bianco e gli altri mobiletti e il ricco corredo, là sí sarebbe stata felice lei di servire quella bambola marchesina.
Ma qua? Come non aveva pensato la Dolly che avrebbe dovuto anche darle almeno almeno il lettuccio e un po' di corredo, non per far piú ricco e compiuto il dono, ma perché la bambola non avesse a soffrire, e perché lei, Nenè, avesse modo di servirla? Come poteva cosí, senza nulla? Al piú al piú, col fiato e col dito, o con la punta d'una pezzuola, avrebbe potuto ripulirle le scarpettine di coppale.
Nient'altro.
Quasi quasi era meglio ritornare da Dolly, con la bambola, e dirle:
- O mi dài da farla vivere com'è avvezza, o te la tieni.
Chi sa! Forse Dolly le avrebbe dato tutto...
Un lungo, grosso grosso sospiro sollevò il petto di Nenè accosciata lí davanti alla panchetta.
Volse il capo, e in un momento, di nuovo abbagliata, vide in un angolo lercio del bugigattolino la cameretta della marchesina Mimí.
Cameretta? un gran camerone, col tappeto azzurro vellutato, lí per terra, e il lettino di legno bianco, col parato a padiglione di seta celeste, e di là l'armadietto a specchio, le sedioline dorate, la specchiera; e vide sé, vestita bene come la mamma, tutta intenta a servire quella sua padroncina esigente e capricciosa; a prevenirne tutti i desiderii, per non farsi sgridare, ché certo, per quanto ella facesse, la marchesina Mimí, lí sola con lei, benché circondata da tutti i suoi agi, da tutto il suo lusso, sarebbe stata a malincuore, senza piú visite d'amiche, né di Moringhi, né passeggiate a cavallo.
E, per sfogarsi, certo l'avrebbe comandata a bacchetta.
- Pronto il bagno?
- Ecco, un momentino, signora Marchesina...
- Ma il mio bagno dev'esser pronto subito, appena mi alzo! Che fate? Datemi adesso il mio cioccolato e i biscottini! La mia vestaglia, subito!
- Quale, signora Marchesina? Quella rossa? quella gialla? quella con gli ombrellini giapponesi?
- No, quella viola! Non lo sapete?
- Subito, signora Marchesina, eccola qua.
Vedeva, con gli occhi sbarrati, quel suo sogno là in quell'angolo incantato, Nenè, e parlava sola cosí da un pezzo, forte e imperiosa per conto della marchesina Mimí, umile e inchinevole per sé, da servetta amorosa che compatisce i capricci della padroncina tiranna; allorché, tutt'a un tratto, con un brivido di terrore alla schiena, vide una manaccia scabra, enorme, allungarsi sul suo capo e ghermire la bambola su la panchetta.
Insaccò la testa; poi, allibita, arrischiò di su la spalluccia, con la coda dell'occhio, uno sguardo.
Suo padre, dietro a lei, con un ghigno su le labbra ispide, guatava la bambola fragile in quella sua manaccia scabra e scrollava il capo, ripetendo:
- Ah, sí? ah, sí?
Con l'anima oppressa d'angoscia, gli vide levare l'altra mano, afferrare con due dita la falda del cappellino alla bambola, dare uno strappo violento.
Soffocò un gemito involontario.
Insieme col cappellino se n'era venuta la testa.
E quella testa col cappellino e il busto decapitato, due strazii orribili, informi, volarono via per la finestra presso il tetto, accompagnati da un calcio e da una esclamazione rabbiosa:
- Sú, in piedi! Non voglio signore, io, per casa!
"HO TANTE COSE DA DIRVI..."
La lettera, in un bel foglietto volgarissimo, di suprema eleganza provinciale, color di rosa e filettato d'oro, finiva cosí:
"...se parlo d'ansia, tu puoi ben dire: ma sei vecchio, sei, povero il mio Giorgio! Ed è vero, sono vecchio, sí; ma dêi pensare, Momolina, che fin da ragazzo io t'ho amata, e quanto! Dicevi d'amarmi anche tu, allora! Venne la bufera - proprio la bufera - e mi ti portò via.
Quanti mai anni sono passati? Vent'otto...
Ma come si fa che son rimasto sempre lo stesso? Dico meglio: il mio cuore! Non dovresti perciò farmi aspettare piú a lungo la risposta.
Sai? Io verrò a te domani.
Hai avuto circa un mese per riflettere.
Mi devi dire domani o sí o no.
Ma dev'essere sí Momolina! Non far crollare il bel castello che ho edificato in questo mese, il bel castello dove tu sarai regina e tutte le mie speranze ancora giovani ti serviranno come ancelle amorose..."
La signora Moma s'accorse che quest'ultima frase, cosí poetica, era stata aggiunta, appiccicata dopo scritta la lettera.
Il signor Giorgio, o non aveva voluto sprecare il bel foglietto color di rosa, filettato d'oro; o non aveva voluto sobbarcarsi alla fatica di rifar di nuovo, chi sa con quanto stento, in bella copia la lettera, con tutti quegli svolazzi in fine d'ogni parola; e, con molta industria allora, aveva costretto la poetica frase, sovvenutagli tardi, forse nel rileggere la lettera prima di chiuderla nella busta, a capir tutta, di minutissimo carattere, nel poco spazio che avanzava nel rigo dopo il tu sarai regina.
L'appiccicatura, saltando agli occhi evidente, rendeva piú che mai goffe quelle speranze ancora giovani che dovevano servirla come ancelle amorose.
E, ottenne questo bell'effetto: che la signora Moma, sbuffando, buttò via la lettera, senza leggerne le ultime righe.
- Oh Dio, viene domani? Ma come non capisce, cretino, che non voglio saperne?
E, ancora col cappello in capo, pestò un piede e alzò la mano guantata a un vivacissimo gesto di fastidio e di stizza.
Con quel cappello in capo la signora Moma stava, si può dire, da un anno e quattro mesi.
Non se lo levava che per qualche mezz'oretta, per qualche oretta al giorno; se lo ripiantava di furia in capo, e via di nuovo, fuori di casa.
La cacciava via cosí, sempre in giro di qua e di là, una smania, non sapeva di che, una smania che le si esasperava in corpo sopra tutto alla vista dei mobili della casa e specialmente alla vista del magnifico salone di ricevimento, con quelle ricche tende e quelle portiere di damasco, quei quadri antichi e moderni alle pareti e quel gran pianoforte a coda del marito e quei leggii che parevano di chiesa, innanzi ai quali sedevano con gli strumenti ad arco i colleghi del marito e anche Alda, la sua bella figliuola, adesso lontana lontana, anche lei col suo violino.
Da un anno e quattro mesi era vedova la signora Moma: dell'illustre maestro Aldo Sorave.
La lettera ricevuta quella mattina nella quale quel signor Giorgio la chiamava Momolina, le aveva per poco ridestato il ricordo del suo paesello nativo, di quel ferrigno borgo montano, tutto cinto di faggi, di querci e di castagni, ove un giorno il giovane maestro Sorave, sbattuto da chi sa quale tempesta, era venuto a rifugiarsi, genio incompreso, con un libretto da musicare, La bufera.
Ella era veramente Momolina, allora.
Sedici anni, rosea e fresca, bellina, grassottella e placida placida.
Ma s'era innamorata anche lei del giovane maestro Sorave.
Se n'era innamorata forse perché tutte le ragazze del paese se n'erano innamorate.
Non aveva mai però compreso bene perché egli fra tante avesse scelto lei, proprio lei, che certo gli s'era mostrata meno accesa di tutte le altre; tanto che innanzi a lui non aveva saputo se non arrossire e balbettare; e, forzata a dirgli qualche cosa, gli aveva dichiarato candidamente di non capir nulla, lei, né di musica, né di poesia, né d'alcun'altra arte.
Ebbene, appunto perciò, forse, il maestro Aldo Sorave se l'era sposata.
Pur non di meno ella credeva, era sicurissima d'aver condiviso per vent'otto anni la vita del marito, dapprima tempestosa, zingaresca, in viaggi affannosi da un paese all'altro, con la lingua fuori come una povera cagnetta dietro l'ansia smaniosa di lui che voleva a ogni costo raggiungere la mèta; poi - nata la figliuola - un'altra vita, non mai placida veramente, ma certo meno irrequieta, quella che seguiva ai ritorni di lui dopo i trionfi o d'un giro di concerti o d'una stagione musicale diretta in questa o in quella città; finché, conquistata solidamente con la fama l'agiatezza, egli non s'era stabilito a Roma.
Qua la figliuola era cresciuta, bionda e bellissima, in mezzo all'inebriante fulgore d'arte di cui era circondato il marito.
Ma un bel giorno, chi sa come, chi sa perché, rovesciando tutti i disegni ambiziosi del padre, s'era invaghita d'un giornalista, brutto e quasi vecchio; aveva voluto sposarlo, e se n'era andata in America, a Buenos Aires, dove al marito era stata offerta la direzione d'un grande giornale italiano.
Tre mesi appena dopo quelle nozze, il padre, che aveva negato fino all'ultimo il consenso e non aveva voluto rivedere la figliuola neanche prima della partenza per l'America, era morto di crepacuore.
Un gran dolore, sí, oh un gran dolore per la signora Moma l'allontanamento di quell'unica figliuola; e la piú grande delle sciagure era stata poi per lei la morte del marito.
Ma - ecco - che proprio proprio, con quell'allontanamento e con questa morte, fosse tutto finito, come se ella non fosse rimasta lí, come se non fosse rimasta la casa, tal quale, per l'agiatezza in cui la aveva lasciata il marito, la signora Moma non riusciva ancora a capacitarsi.
Certo, la vita d'un tempo, quella fervida vita, cosí bruscamente interrotta, le feste d'arte, le conversazioni, la corte delle splendide signore attorno al vecchio maestro illustre, piccoletto e capelluto, dagli occhi selvaggi sotto le folte ciglia spioventi come appariva dal ritratto a olio appeso alla parete del salone; la corte degli elegantissimi giovanotti attorno alla figliuola; non era piú possibile ormai: questo, sí, la signora Moma lo comprendeva bene.
Ma una vita quale ormai poteva essere nelle mutate condizioni, le tante e tante amiche, i tanti e tanti amici d'allora potevano bene ricondurla lí, nella casa rimasta tal quale, in quel magnifico salone, attorno a lei che v'era restata sola e vi s'aggirava come sperduta.
E col cappello in capo, dalla mattina alla sera, angosciata, esasperata, la signora Moma correva in cerca degli antichi frequentatori della casa, dall'uno all'altro, senza requie.
Dapprima era stata accolta con una certa cordialità; molti la avevano commiserata per la doppia sventura; qualcuno le aveva anche promesso che sarebbe venuto a trovarla.
Ma che!
Non era mai piú venuto nessuno.
E a poco a poco la signora Moma era divenuta quasi aggressiva.
- Birbante! birbante! Avevate promesso che sareste venuto...
- Signora mia, creda, non ho potuto.
- Verrete oggi? Fatemi il piacere, venite! Ho tante cose da dirvi...
Dalle quattro alle sei.
Ci conto.
- Oggi no, mi dispiace, signora, non potrei.
Spero domani.
- No! Domani certo.
V'aspetto, badate! Dalle quattro alle sei.
Ho tante cose da dirvi...
E dalle quattro alle sei la signora Moma stava ad aspettare in casa la visita.
Credeva veramente d'aver tante cose da dire, e ripeteva a tutti, dopo gl'inviti sempre piú pressanti, quella frase.
Passavano le quattro, passavano le cinque, passavano le sei; l'impazienza, la smania, l'angoscia, l'esasperazione della signora Moma crescevano; sbuffava, balzando in piedi; andava sú e giú per il salone; s'affacciava ora a questa ora a quella finestra a guardare se l'aspettato venisse; e, pur certa ormai che non sarebbe piú venuto, scoccate le sei, si costringeva, divorata dalla rabbia, ad aspettare ancora dieci minuti, un quarto d'ora, e ancora un altro quarto, e finanche un'ora! Alla fine, si ripiantava il cappello in capo, e via di nuovo per le strade, furiosa, imprecando al maleducato.
Non s'accorgeva nemmeno che ora amici e conoscenti, per non farsi aggredire avvistandola da lontano, scantonavano, si nascondevano e, quand'erano acchiappati, le porgevano la mano voltando la faccia, e scappavano via, senza darle il tempo di finir la solita frase:
- Domani, eh? V'aspetto domani.
Dalle quattro alle sei.
Ho tante cose da dirvi...
Ricordava, la poveretta, d'essersi mostrata sempre affabile e cordiale, con le amiche, con gli amici, ammiratrici del marito, corteggiatori della figliuola.
Amiche, amici, le sedevano accanto, allora, durante le riunioni, le rivolgevano anche la parola, la salutavano con aria complimentosa e deferente, entrando nel salone e uscendone.
Inchini, complimenti, sorrisi...
Ella udiva paziente tutta quella musica, tutte quelle dispute d'arte; qualche volta le era avvenuto di rispondere con un cenno del capo o con un sorriso a qualcuno che nel calore della discussione le aveva rivolto lo sguardo...
No, no, proprio no, non riusciva a capacitarsi ancora perché, allontanatasi la figliuola, morto il marito, tutti l'avessero abbandonata cosí, come se ella avesse commesso qualche indegnità; tutti avessero cosí disertato la bella casa dove quei preziosi oggetti d'arte erano rimasti attorno a lei come sospesi in una immobilità silenziosa e quasi solenne.
Erano suoi, tutti e assolutamente suoi, ora, quei mobili e la casa; ella era la signora e la padrona di tutto; eppure...
eppure da una smania orribile si sentiva presa, guardando, o, piuttosto, sentendosi guardata come un'estranea, lí, da tutti quegli oggetti che non le dicevano nulla, che non le sapevano dir nulla, perché avevano tutti un ricordo vivo ancora, o del marito o della figliuola; e per lei, nessuno.
Se alzava gli occhi a guardare, per esempio, un quadro del salone, sapeva ch'era antico, come no? sapeva ch'era di pregio; ma che cosa rappresentasse quel quadro, perché fosse bello, veramente non avrebbe saputo dire neanche a se stessa; e se guardava il pianoforte...
eh, in verità non poteva altro che guardarlo...
non s'arrischiava nemmeno a scoprirne la tastiera, perché il marito, prima di morire, le aveva espressamente raccomandato che non lo lasciasse piú toccare a nessuno.
Quanto a toccarlo lei, neppur ci pensava, perché lei, la musica...
- sí, c'era vissuta sempre in mezzo - ma neanche le note, il do dal re aveva imparato mai a distinguere.
Non le viveva, ecco, non poteva piú viverle attorno, quella casa.
Per riprendere a vivere bisognava assolutamente che un po' dell'antica vita, quella degli altri, quella della figliuola e del marito, tornasse a muoversi in essa.
Altra vita, lí, una sua vita, non era possibile; perché in realtà lei, la signora Moma (ditelo piano, per carità, se non volete esser troppo crudeli, voi che adesso la chiamate "una terribile seccatrice"), la signora Moma, lí, nella sua casa, non aveva mai avuto una vita sua e quasi non c'era mai stata.
Questo ella, naturalmente, non poteva intenderlo: lo avvertiva solo come una smania che le si esacerbava sempre piú e la cacciava fuori senza requie, incaponita a richiamare, a ricondurre attorno a sé quella vita, nell'angoscia smaniosa di sentirsela mancare e sfuggire, senza saper perché.
Il giorno appresso - s'intende - accolse a modo d'un cane quel povero signor Giorgio Fantini, suo compaesanello innamorato di vent'otto anni fa, che pure con la sua profferta di nozze intendeva di richiamare e di ricondurre lei piuttosto a quell'unica vita ch'ella veramente avrebbe potuto vivere, là nel ferrigno borgo montano tra i boschi di faggi, di querci e di castagni; modesta vita tranquilla, dai giorni semplici, uguali, dove non avveniva mai nulla ch'ella non potesse capire, dove in ogni cosa nota avrebbe potuto sentire e toccare la realtà sicura della propria esistenza.
E non era poi tanto vecchio quel signor Giorgio Fantini; ed era anche un bell'uomo, molto piú bello certamente di quel piccoletto e capelluto maestro-bufera Aldo Sorave; ed era anche ricco, padrone di molte terre e di molte case, e non privo d'una certa coltura antica e sana, se poteva leggere nel loro testo latino e senz'ajuto di traduzione le Georgiche di Virgilio.
Già non si fece neppur trovare in casa la signora Moma.
Quando, dopo circa due ore, rincasò tutta accaldata e sbuffante, piú che mai invelenita dalla stizza contro tutti quegli ingrati e maleducati che la sfuggivano e le mancavano di parola, lo investí malamente, là nel salone, senza neppur levarsi il cappello, sollevando soltanto la veletta per fargli scorgere bene, negli occhi, la sua collera e il fermo proposito di respingere quella proposta che le pareva quasi un insulto, anzi una tracotanza.
- Ma chi v'ha detto di venire, caro Fantini? Io non ve l'ho detto! Non v'ho neppure risposto! Ma sí, scusate: vi pare sul serio che sia una cosa possibile? Ma basta che vi guardiate un po' attorno, caro Fantini! Vedete? Questa è la mia casa...
Credete proprio possibile ch'io, alla mia età, rinunzii ormai a ciò che per tanti anni ha formato la mia vita? Via, via...
Un po' di riflessione...
Avreste dovuto riflettere un po' prima, veramente...
Basta; non ne parliamo piú.
Qua la mano, caro Fantini, senza rancore, e restiamo buoni amici.
Non ebbe il coraggio d'insistere il signor Giorgio Fantini; guardò in giro quel solenne salone dov'ella diceva d'aver la sua vita, e poco dopo uscí con lei che per un momento, a causa di lui, aveva dovuto interrompere la sua quotidiana inesorabile ricerca.
E la vide per via, nella tristezza brumosa della sera decembrina, fermarsi tre o quattro volte in mezzo a una fiumana di gente ad aggredire questo e quello; e s'accorse che quei signori aggrediti le porgevano la mano voltando la faccia; e ogni volta con una strana voce rabbiosa di pianto le udí ripetere quella sua solita frase:
- Ma avevate promesso di farvi vedere! Venite! venite! Dalle quattro alle sei.
Ho tante cose da dirvi...
MENTRE IL CUORE SOFFRIVA
Cominciarono le dita della mano sinistra.
Prima, il mignolo che, come il piú piccolo, era anche il piú irrequieto, e sempre era stato un tormento per il povero languido anulare che aveva la sventura di stargli vicino; ma un po' anche per le altre tre dita.
Buffo di forma, con l'ultima falangetta attaccata male, storta in dentro, dura, quasi inflessibile, pareva un dito col torcicollo fisso.
Ma di questo difetto non s'era mai afflitto.
Anzi se n'era sempre servito per non lasciare in pace un momento i suoi compagni di mano e, quasi se ne gloriasse, spesso anche si levava ritto, come per dire a tutti:
- Ecco, vedete? sono cosí!
Invece di nascondere per pudore quella falangetta storpia sotto il polpastrello dell'anulare, gliela imponeva prepotente sul dorso o, costringendolo a star sú, in una posizione incomodissima, si allungava a imporla sul medio o su l'indice, o andava con l'unghietta sbilenca a stuzzicar l'unghiona dura del pollice tozzo.
Ma questo, alle volte, seccato e stanco, gli s'opponeva con violenza, saltandogli addosso su la prima falange, e lo teneva sotto premendolo con l'ajuto delle tre altre dita fin quasi a stracollarlo.
Non si dava per vinto.
Cosí premuto, grattava al pollice il polpaccio come per dirgli:
- Vedi? Posso muovermi! Stai peggio tu che io.
E difatti il pollice, preso come in una morsa, presto lo lasciava andare.
Quel giorno però erano tutti d'accordo.
Che quel mignolo buffo fosse cosí dispettoso e prepotente e non si stésse quieto un momento, piaceva anzi alle altre quattro dita, che avevano una gran paura d'intorpidirsi nello smemorato abbandono in cui da circa una settimana tutto il corpo era lasciato.
Non solamente le dita delle mani, ma anche quelle dei piedi, imprigionate, e i piedi tutt'interi e le gambe e, sú sú, il busto, le spalle, le braccia, il collo e, nella testa, le guance, le labbra, le pinne del naso, gli occhi, le sopracciglia, la fronte, avvertivano confusamente in quell'abbandono cosí a lungo protratto una minaccia oscura e paurosa, a cui per proprio conto cercavano di sottrarsi.
Da piú giorni la vita s'era come alienata da loro per concentrarsi cupamente in una profonda, misteriosa intimità, dalla quale erano esclusi, tenuti estranei e come lontani, quasi non dovesse affatto riguardarli la decisione che in quell'intimità profonda e misteriosa nascostamente si maturava.
Eran lasciati lí da piú giorni, su un seggiolone di Vienna presso la finestra, in attesa che la decisione fosse matura.
E in quell'attesa essi, non sapendo che fare, per non intorpidirsi nell'abbandono, giocavano per conto loro.
Giocavano veramente come pazzi.
Bisognava veder le gambe come ballavano, ora l'una ora l'altra, ora tutt'e due insieme, con la punta dei piedi a terra e il tallone sospeso per modo che il tendine brandisse! come poi, stanche di quel giuoco, s'allungavano per farne un altro, che consisteva in un aprirsi e chiudersi ritmato, prima col piede sinistro sul destro, e poi col destro sul sinistro, per star sotto una volta per uno, senza soperchierie! E anche le scarpe col loro cigolío prendevano parte a quel giuoco.
Ma piú di tutti giocavano le mani, ora intrecciando le dita, ora infrontandole per le punte e movendole cosí a leva, per modo che prima si stirassero fino a combaciare l'un dito con l'altro e poi si staccassero molleggiando.
Oppure giocavan separatamente l'una e l'altra mano; ma, quasi sempre, ciò che faceva l'una, l'altra rifaceva, se la destra un tamburellío su la gamba destra, lo stesso tamburellío la sinistra su la gamba sinistra, come se non potesse farne a meno; un frullo o uno schiocco la destra, lo stesso frullo o lo stesso schiocco, poco dopo, la sinistra; oppure, sempre per giuoco, l'una stringeva le dita dell'altra e viceversa, o gliele pizzicava per poi carezzargliele con uno strofinío delicato, lento lento; o si metteva a grattare dove non c'era prurito, cosí che il dito grattato si ribellava con uno scatto violento e avveniva allora come una zuffa tra le due mani, uno stropicciamento convulso, troncato alla fine con l'afferrarsi l'una e l'altra e tenersi per un pezzo strette strette imprigionate.
Poi l'una, ecco, si levava o per andare a stirare il lobo d'uno degli orecchi, o nella bocca il labbro inferiore, o la borsa gonfia sotto l'occhio, o per grattare senza bisogno il mento irto di barba non rifatta da parecchi giorni.
Piú pietosi di tutti erano gli occhi, le sopracciglia, la fronte.
Avrebbero voluto giocare anch'essi; ma dalla cupa tensione dello spirito erano tenuti attoniti - gli occhi - o in una dura e truce fissità; le sopracciglia, aggrottate; la fronte, contratta.
Gli occhi potevano guardare e non vedere.
Se appena appena vedevano, eran subito distratti dalla cosa veduta e condannati a volgersi altrove senza attenzione.
Ma essi, con la coda, senza parere, seguivano il giuoco delle gambe o delle mani; suggerivano a queste, di sfuggita, di prendere, per esempio, dal tavolinetto presso il seggiolone il tagliacarte, per cominciare con esso un altro giuoco.
E le mani non se lo lasciavano dire due volte: cominciavano quel giuoco, sotto sotto, quasi di nascosto, per divertimento degli occhi, facendo girare e rigirare in tutti i versi quel tagliacarte.
Talvolta sospendevano il giuoco per richiamare a loro l'attenzione dello spirito con un mezzo violento: facendosi male.
Il terribile mignolo della mano sinistra ficcava la falangetta sbilenca in uno dei forellini del piano del seggiolone di Vienna e, non potendo piú tirarsi fuori, obbligava l'uomo a piegarsi tutto da un lato per trovare il verso d'estrarlo senza scorticature e senza sciupare il piano del seggiolone.
Subito il pollice e poi tutt'e cinque le dita dell'altra mano si davano a compensarlo con carezzine e strofinamenti amorosi del male che s'era fatto per il bene di tutti.
Tal'altra il pollice e l'indice della mano destra pizzicavano la gamba per fare avvertire a quell'uomo che - se aveva il cuore che gli soffriva dentro - aveva pure quella gamba e sensibilissima anch'essa, cioè capacissima di soffrire come gamba, d'un pizzicotto; di soffrire, ecco, quel bruciorino fitto...
piú fitto...
piú fitto...
No? non voleva avvertirlo? E allora, niente! L'indice stropicciava la gamba come per cancellarle la sofferenza inutilmente inflitta; poi tutt'e due le mani la prendevano e la accavalciavan su l'altra perché si spassasse un poco a dondolare il piede.
Oh guarda! Nello specchio dell'armadio, disposto ad angolo dall'altra parte della finestra, appariva e spariva la punta di quel piede dondolante, con una virgola di luce su la mascheretta di coppale.
Altro giuoco.
Gli occhi aggrottati lo seguivano, aspettavano fissi all'angolo dello specchio, che apparisse la punta del piede; ma pur fingevano di non accorgersene, sapendo che se avessero minimamente mostrato di farvi attenzione, l'uomo tutt'assorto nel suo intimo dolore, con uno sbuffo avrebbe fatto finir quel dondolío e prendere al corpo un'altra positura.
Chi sa! Forse non sarebbe stato male...
Appoggiando il gomito sul bracciuolo destro del seggiolone e allungando un po' il collo, tutta la testa si sarebbe mostrata nello specchio; e sarebbe bastato questo, cioè la vista della propria faccia, per far balzare in piedi, sdegnato e feroce, quell'uomo.
Quasi quasi...
No, via, non conveniva.
Meglio seguitare a giocare, non stuzzicare la fiera volontà nemica, penetrata nella profonda, misteriosa intimità, ove la decisione oscura e paurosa si maturava.
C'era il rischio che questa volontà, vedendo lo squallore della faccia stralunata, il capo calvo, quelle borse gonfie sotto gli occhi, quella barba non rifatta da tanti giorni, improvvisamente opponesse alla violenza un'altra violenza.
Non conveniva.
Ma ormai la tentazione di quello specchio era troppo forte; non piú per il corpo, adesso, ma per quella volontà nemica, la quale, ecco, costringeva gli occhi a fissarlo biecamente.
Maledetto il piede, che dapprima, dondolandosi, vi s'era riflesso! Ma gli occhi, piuttosto...
maledetti gli occhi che lo avevano scorto!
Ora, ecco...
- (no no! il corpo reluttava) - ma la volontà nemica lo costringeva a levarsi dal seggiolone e a presentarsi là, davanti a se stesso, nello specchio.
Eccolo!
Quanto disprezzo, quant'odio addensava quella volontà nemica negli occhi! Con quale maligna voluttà scopriva in quella povera faccia i guasti irrimediabili del tempo, le lente, sgraziate alterazioni dei tratti, la pelle sulle tempie, attorno agli zigomi, lisa e ingiallita, gli affossamenti, le rigonfiature, la calvizie umiliante, la meschinità ridicola e affliggente di quei pochi capelli superstiti, raffilati quasi a uno a uno sul cranio lucido, piú roseo della fronte tutta secata di aspre rughe.
E la faccia, che non poteva non riconoscer veri quei guasti, ma che tuttavia per l'addietro era usa a presentarsi innanzi allo specchio pietosamente nel modo piú favorevole, ora, quasi non comprendendo il perché di quell'esame cosí minuzioso, cosí acuto e spietato, restava come mortificata e attonita davanti a se stessa, come rassegata in una smorfia frigida, tra di schifo e di compassione.
Ma gli occhi, ecco, si provavano a far notare (non per iscusa però, non per opporsi all'accertamento, del resto ben noto, di quei guasti), ma cosí, quasi per proprio conto, si provavano a far notare che quelle borse gonfie, intanto, no, ecco, non ci sarebbero state, avrebbero potuto non esserci, o non essere almeno cosí pronunziate, se quattro notti - quattro notti - non fossero passate insonni, tra violente smanie e vaneggiamenti.
E poi, quella barba cresciuta...
Ma perché?
Ecco, una mano si levava adunca ad afferrar le guance flaccide e irsute.
Perché? perché tant'odio contro quell'aspetto di povero malato? Soffriva? di che soffriva?
All'improvviso, un tremor convulso partiva dalle viscere contratte, e gli occhi - quegli occhi - si riempivano di lagrime.
Sú, via, le mani, subito, subito in cerca d'un fazzoletto...
in questa...
no, nell'altra tasca...
nemmeno? Le chiavi, allora...
il mazzetto di chiavi per aprire il primo cassetto del canterano, ov'erano i fazzoletti...
subito!
Oh! Là...
- il fazzoletto, sí - la mano ne pigliava uno, tra i tanti riposti là, - ma lo pigliava quasi meccanicamente, andando a tasto tra gli altri capi di biancheria, mentre gli occhi, in fondo al cassetto, in un angolo...
sí, la piccola rivoltella...
(Con questa, sí...) Come se ne stava quieta, là nascosta, col suo manichino d'osso, liscio, bianco, emergente dalla custodia di feltro grigio...
L'altra mano, quasi di nascosto, si levava a richiudere il cassetto per impedire agli occhi di seguitare a fissar quella cosa lí, piccola come un giocattolo, da lasciar per ora nel cassetto, cosí come stava, quieta e nascosta.
Il mazzetto di chiavi rimaneva appeso alla toppa e ciondolante.
Dalla finestra sul giardino entrava la dolce frescura della sera imminente.
La pietà improvvisa, onde quelle lagrime erano sgorgate, ne provava un refrigerio ineffabile.
I polmoni, oppressi dall'angoscia, s'allargavano in lunghi sospiri, il naso sorsava le ultime lagrime.
E l'uomo ritornava a sedere sul seggiolone, col fazzoletto su gli occhi.
Stava un pezzo cosí; poi abbandonava le mani su le gambe, e la sinistra, ecco, s'avvicinava alla destra che teneva il fazzoletto, ne prendeva un lembo e timidamente, come per riprendere il giuoco, col pollice e l'indice si metteva a scorrerlo fino alla punta.
- Passiamo il tempo cosí, - pareva dicesse quella mano, - ma sarebbe ora veramente d'andare a cena; almeno a cena, poiché oggi, a mezzogiorno, non s'è desinato...
Prima d'andare a cena, però...
E la mano, levandosi di nuovo, ma non piú adunca, riafferrava le guance per grattar l'ispidume dei peli rinascenti.
- Che barbaccia! Bisognerebbe rifarla per non far voltare la gente, entrando nella trattoria...
Cosa strana! Anche la mente pareva scherzasse per proprio conto; vagolava, parlava tra sé di cose aliene, senza nesso tra loro; seguiva immagini note, che si presentavano, non richiamate affatto; aeree ma precise, fuori della coscienza; e dava suggerimenti, pur sicura di non essere ascoltata.
A un tratto, però, avveniva come dianzi, per la tentazione dello specchio: la volontà nemica, come in agguato d'ogni moto istintivo, d'ogni suggerimento che tendesse ad avversarla, lo ghermiva di sorpresa, lo faceva suo per ritorcerlo subito contro il corpo.
La barba, sí.
Presto presto.
E poi un bagno...
- Un bagno? come? di sera? perché?
Perché sí.
Pulito, da capo a piedi.
E cambiato tutto: maglia, mutande, calzini, camicia...
tutto.
Bisognava che, dopo, il corpo fosse trovato pulito.
Intanto, la barba, subito!
Contrariamente al loro primo desiderio, le mani si sentivano ora messe a servizio della volontà nemica per un atto che, da normale e consueto che era, diventava un'impresa oscura, decisiva e quasi solenne.
Sul cassettone era il pennello, la scatoletta della pasta di sapone, il rasojo...
Ma bisognava prima versar l'acqua nella catinella, prendere 1'accappatojo...
Non sapevano piú con precisione le mani quel che bisognasse far prima.
Prima l'accappatojo, sí...
Nel tondo specchietto a bilico, tirato innanzi sul piano di marmo del cassettone, appariva di tra gli sgonfii del candido accappatojo l'ispida faccia.
Dio, come stravolta! quasi aguzzata tutta negli occhi attoniti, truci: irriconoscibile.
Ed ecco, le mani, impaurite da quegli occhi, allungavano le dita tremolanti al pennello, scoperchiavano la scatoletta della pasta di sapone; ne prendevano una ditata, la inserivano tra i peli del pennello bagnato; cominciavano a insaponar le guance, il mento, la gola...
Godevano altre volte gli occhi e gli orecchi nel vedere e nell'udire il bollichío e il friggío della spuma, fresca, bianchissima, crescente morbida in volute bambagiose su le guance, sul mento; e le dita si compiacevano di quel godimento degli occhi e degli orecchi, e s'indugiavano con voluttà nel far gonfiare la saponata con altre volute piú boffici e dense.
Ma ora, no.
Ora tremavano; e i polpastrelli avevano quasi perduto il tatto.
Tremavano d'armarsi del rasojo, cosí non piú sicure com'erano di sé; guidate, come sarebbero tra poco, da quegli occhi spaventosi.
Il petto ansava; il cuore stesso, che pur soffriva in sé ed era la causa di tutto, batteva ora in tumulto; solo un sottil filo di respiro entrava, quasi fischiando, acuto, per una delle nari, dilatata.
Le mani aprivano il rasojo.
Per fortuna, il corpo, aderendo al cassettone, avvertiva a un tratto su la bocca dello stomaco una pressione dolorosa.
Era il mazzetto di chiavi rimasto appeso lí alla toppa del primo cassetto.
La mano destra, allora, quasi di sua iniziativa, o piuttosto, obbedendo a un istintivo moto di ribrezzo per l'arma volgarissima già impugnata, posava il rasojo sul marmo del cassettone e, invece di estrarre la chiave incomoda dalla toppa, tirava un po' fuori il cassetto, ne cavava la rivoltella e la poneva sul piano di marmo, discosta.
Era questo un venire a patti con la volontà nemica.
Posando la rivoltella sul cassettone, la mano diceva a quella volontà:
- Ecco, c'è questa per te Non hai detto con questa? E lasciami dunque rifar la barba in pace!
L'ànsito del petto cessava, la mano non piú tremante, riprendeva svelta e quasi con gioja il pennello, giacché la spuma s'era ormai tutta rappresa, frigida, tra i peli.
Allontanato il pericolo, alleggerito il respiro, le dita lavoravano con voluttà insieme col pennello a far ricrescere la saponata; poi, con la massima sicurezza, riprendevano il rasojo, lo passavano su la guancia destra, a tratti netti; su la sinistra; e infine, senz'ombra d'esitazione, su la gola, tornando come prima a compiacersi del godimento che gli orecchi prendevano del fitto raschío.
Gli occhi, a poco a poco, avevano perduto l'espressione truce, ma s'erano ora, quasi subito, velati d'una enorme stanchezza, dietro alla quale lo sguardo smarrito esprimeva una bontà pietosa, quasi infantile, lontana.
Si chiudevano da sé, quegli occhi di bimbo.
E la stanchezza repentinamente invadeva, appesantiva tutte le membra.
La volontà però aveva un ultimo guizzo sinistro, e prima che il corpo, cosí all'improvviso vuoto di forze, cascante, si trascinasse fino alla poltrona a piè del letto, imponeva alla mano di prendere con sé la rivoltella per posarla lí a piè del letto stesso, accanto alla poltrona; come a dire che concedeva, sí, al corpo un po' di riposo, ma che intanto non dimenticava il patto.
L'ultimo barlume del giorno smoriva squallido, umido, alla finestra; l'ombra, poi man mano il bujo, la tenebra entravano nella camera, e il rettangolo della finestra ora vaneggiava men nero, prossimo e lontanissimo, punto da un infinito formicolío di stelle.
Il corpo, tutto il corpo dormiva ora col capo appoggiato ai piedi del letto, un braccio proteso verso la piccola rivoltella.
Senza avvertire il freddo della notte, ch'entrava dalla finestra aperta, dormí quel corpo nell'incomoda positura fino a che il barlume primo del nuovo giorno, piú squallido, piú umido dell'ultimo del giorno precedente, non diradò appena appena con un brulichío indistinto l'ombra nel vano di quella finestra.
Ma non si svegliarono le membra; il primo a svegliarsi fu il cuore, róso da un tormento che il corpo non sapeva.
Si svegliò per avvertire una vacuità spaventevole, sospesa nella sua tetraggine, e un senso d'afrezza cruda, atroce, ch'emanava quasi da una realtà non vissuta e ov'era impossibile vivere.
Ecco, bisognava approfittare di quest'attimo, che il corpo indolenzito era ancora invaso dal torpore del sonno.
Sí, sí, ecco, la volontà poteva piombare su quella mano ancora inerte sul letto, farle impugnare la rivoltella...
Subito! Estratta dal fodero, cosí, qua, un attimo, in bocca, sí, qua, qua...
con gli occhi chiusi...
cosí...
- ah, quel grilletto, come duro!...
sú, forza...
ec...co...
sí...
Nel corpo traboccato pesantemente a terra, dopo il rimbombo, le dita delle mani, cedendo lo sforzo violento nel quale s'erano serrate, e riaprendosi, già morte, lentissimamente da sé, con quel mignolo sbilenco della sinistra innanzi a tutte, pareva chiedessero:
- E perché?
LA CARRIOLA
Quand'ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d'addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr'occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto.
Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d'una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto.
Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile.
Sarei un uomo finito.
Forse m'acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l'onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m'assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d'altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d'esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall'esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell'altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d'avvocato.
Guaj, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero.
Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro.
Sono costernato e inquieto.
Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è cosí chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all'altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito.
Il valore dell'atto ch'io compio può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d'un tratto s'è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile.
Mi proverò.
Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m'opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po' di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama.
L'unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un'altra nuova.
M'ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare.
A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura.
Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla.
Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra.
Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m'occupava, senza che per questo, intanto, mi s'avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida.
Ariosa.
Lo spirito mi s'era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichío d'una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell'infinita lontananza; d'una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d'atti, non d'aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichío, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora sí, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n'accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata.
Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all'arrivo, mi ritrovai d'un tratto in tutt'altro animo, con un senso d'atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m'apparvero come vôtati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d'una gravezza crudele, insopportabile.
Con quest'animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m'attendeva all'uscita, e m'avviai per ritornare a casa.
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d'ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da' miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
Spaventosamente d'un tratto mi s'impose la certezza, che l'uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l'uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io.
Conobbi d'un tratto d'essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell'uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita.
Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia.
Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m'appariva, cosí vestita, cosí messa sú, mi parve estranea a me; come se altri me l'avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s'accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai! Chi lo aveva fatto cosí, quell'uomo che figurava me? chi lo aveva voluto cosí? chi cosí lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare cosí? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell'altro? Commendatore, professore, avvocato, quell'uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l'opera, il consiglio, l'assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro - ero io? io? propriamente? ma quando mai? E che m'importava di tutte le brighe in cui quell'uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall'assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell'esercizio della sua professione?
Ed erano lí, dietro quella porta che recava su la targa ovale d'ottone il mio nome, erano lí una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch'era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell'uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico.
Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell'uomo, di quell'uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti quei doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sí, fors'anche la moglie...
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No.
Non li sentii miei.
Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d'atroce afa col quale m'ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.
Ora la mia tragedia è questa.
Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive...
Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina.
Come una cosa morta, la trascina.
Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s'affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d'aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d'esser vivi.
Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato.
Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla, e morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sé una morte, senza conoscerla.
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.
Conoscersi è morire.
Il mio caso è anche peggiore.
Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c'è stata mai.
Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un'anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo.
E grido, l'anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: - Ma come? io, questo? io, cosí? ma quando mai? - E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare.
Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m'importa nulla, fatta segno d'una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me; cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.
Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti.
Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te.
E come spire e tentacoli t'avviluppano le conseguenze delle tue azioni.
E ti grava attorno come un'aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta.
E come puoi piú liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quale tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l'hanno messa sú e la vogliono cosí e non altrimenti? Dev'essere questa, per forza.
Serve cosí, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitarii della facoltà di legge, ai signori clienti che mi hanno affidato la vita, l'onore, la libertà, gli averi.<