CANDELORA, di Luigi Pirandello - pagina 16
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il signor Zuccarello?...
sissignore...
è l'uso...
- Ah, è l'uso? - dissi, con un sorriso di trionfo.
- E il signor Zuccarello dunque lo sapeva? Lo sapeva e s'è qualificato da sé distinto melodista?
- Sissignore, da sé.
Ma io non capisco...
- Lo vedo bene, - gridai, - lo vedo bene che lei non capisce nulla! Scusi, che cosa c'è lassú?
Indicai, cosí dicendo, in alto, nella parete di fronte al palcoscenico, un riflettore per illuminare gli artisti alla ribalta.
All'improvvisa diversione, tutti nella sala scoppiarono a ridere e alzarono il capo a guardare dove io indicavo con fiero cipiglio.
Piú che mai sconcertato, il proprietario, guardò anche lui, rispose:
- Un riflettore...
- Ah, è un riflettore? E lei non pensa d'accenderlo per illuminare alla ribalta un artista come il signor Zuccarello? un artista che si qualifica da sé distinto melodista, pur sapendo che il suo nome sarà esposto sú, nella via, in quella tabella sfolgorante di luce?
Un nuovo scoppio di risa accolse queste mie parole.
Il proprietario ne fu scosso; il primo sbalordimento si cangiò in irritazione; forse gli balenò il sospetto ch'io fossi pagato dal signor Zuccarello per fare quella parte; si scrollò irosamente e disse:
- Ma io non debbo dar conto a lei, se accendo o non accendo...
- No no, scusi, scusi, - lo interruppi subito, facendomi manieroso, - lei deve rispettare in me un avventore attirato come una farfalletta dal lume di quella sua tabella nella via, un avventore che ha avuto fiducia nel signor Zuccarello e se ne promette una gioja, che lei non può neanche immaginarsi!
- Ma questo...
- si provò a interrompermi a sua volta il proprietario.
Non gli diedi tempo:
- Questo anche per suo tornaconto! Caro signore, qua siamo in un sotterraneo, lei lo sa bene; anzi in una catacomba! Dia ordine, via, che s'accenda il riflettore, e faccia un'altra cosa, sempre per suo tornaconto: inviti tutti gli avventori, che stanno a sbadigliare nella sala di sopra, a scendere qua, a sentire il signor Zuccarello! Gratis, non importa per una sera! È una vera indegnità che un distinto melodista come lui debba cantare alle sedie!
Tutte quelle mummie d'avventori, già richiamate alla vita, a questa mia inattesa proposta batterono festosamente le mani, approvando a coro; il proprietario mi guardò ancora per un momento accigliato e perplesso, poi sorrise anche lui, aprí le braccia, s'inchinò e corse sú a dare gli ordini.
Poco dopo, la sala era quasi piena, rumorosa, ansiosa per la promessa d'un godimento insperato.
Il riflettore di contro al palcoscenico cominciò a sfriggere, sbarbagliando, s'accese; l'orchestrina attaccò il preludio della prima romanza, e il signor Zuccarello in marsina, cravatta bianca, guanti bianchi, si fece avanti, raggiante, accolto da uno strepitoso applauso.
Ah, miei cari amici, se l'aveste veduto! Piuttosto piccolino, con una faccia che pareva intagliata in un saponetto da barbiere, color di rosa, con un che di caprigno nei capelli fitti, ricci e neri, e anche nella voce, quando cominciò a belare, appassionatamente.
Per me, la maggior prova, la prova piú lampante che non m'ero affatto ingannato sul suo conto, fu questa: che non si sforzò per nulla.
Tanto e non piú, cosí nella voce come nei gesti e nei sorrisi.
Dava quel che poteva, e perfettamente sapeva quanto poteva dare.
Nelle pause, cacciava fuori la lingua, sorridendo, per umettarsi le labbra, e graziosamente, con due dita, si tirava i polsini di sotto le maniche.
Perfetto!
Ma naturalmente nessuno degli spettatori riusciva a rendersi conto di quella perfezione.
Sentivo che tutti tenevano la loro disillusione sospesa in una aspettativa, che si volgeva dubbiosa da me a lui, da lui a me.
Per fortuna, un buon acuto finale, smorzato con arte, rialzò, sostenne le sorti; io mi affrettai ad applaudire con entusiasmo, tutti applaudirono con me, e il signor Zuccarello venne fuori due o tre volte a ringraziare, inchinandosi con una mano sul petto.
Ma voi capite, amici miei, che a me non importava tanto, quella sera, di salvare il signor Zuccarello, quanto di salvare "l'assoluto".
Ne avevo proprio bisogno! E lo salvai, non ostante tutto; voglio dire, non ostante che il signor Zuccarello, dopo lo spettacolo, mi venne incontro adiratissimo, quasi con le mani in faccia, a domandarmi conto e ragione di quanto avevo fatto, del pericolo a cui lo avevo esposto d'un fiasco clamoroso e anche di fargli perdere la scrittura per l'inqualificabile soperchieria usata al proprietario del caffè.
Stentai non poco a calmarlo, ma alla fine ci riuscii; non solo, ma riuscii anche a farmelo amico.
Lo condussi con me per piú d'un'ora per le vie già deserte, e lo feci entrare in un caffè notturno, perché seguitasse, bevendo una tazza di birra, a parlarmi di sé, della sua vita, delle sue speranze, dei suoi desiderii.
Vi figurate che m'abbia detto cose straordinarie? Siete veramente imbecilli! Mi disse le cose piú ovvie, piú comuni, piú semplici del mondo, quali poteva dirle uno che aveva saputo trovare in sé il punto giusto, il puntino infinitesimale, dove aveva inserito il seme che l'aveva fatto un dio modesto, padrone del suo piccolo mondo.
Era contento e soddisfatto di tutto, anche di cantare alle sedie in quel lugubre caffè sotterraneo.
Perché in quell'equilibrio perfetto che solamente può dare la piena soddisfazione di sé, egli aveva capito che a lui conveniva d'essere un piccolo dio provinciale, di condurre cioè nei paeselli di provincia la sua modesta divinità; e gli bastava perciò di poter dire, per accrescere colà il suo prestigio, d'aver cantato a Roma, in un caffè-concerto di Roma; quale, non importava.
La prova maggiore della sua divinità mi fu data però da un'ombra, che, appena usciti dal caffè sotterraneo, prese a seguirci a distanza per piú d'un'ora lungo le vie deserte; l'ombra d'una donna miserabile, che potei distinguere bene quando, schiudendo timidamente la porta a vetri del caffè notturno, strisciò dentro, dieci minuti dopo ch'eravamo entrati noi, e andò a rincantucciarsi in un angolo in fondo, vestita di un abito nero, inverdito e sfrittellato, con un cappellino frusto, guarnito di una piuma piangente da un lato; su le spalle curve, una vecchia mantiglia sfrangiata; ai piedi, un pajo di scarpacce da uomo.
Avevo notato che, andando via, egli di tanto in tanto, pian piano e come di nascosto, si voltava a lanciare indietro un' occhiata inquieta.
- Ma sí, lo so! - avrei voluto dirgli, per levarlo da quella inquietudine.
- Lo so ed è giusto che sia cosí: non credere che m'offenda il fatto che tu tenga cosí a distanza tua moglie e che ella sia cosí miserablle.
Ero sicuro che lui la teneva ancora con sé, non solo per farsi servire da lei, come da una schiava, ma anche per misurare da lei il cammino che aveva saputo percorrere; e parimenti ero sicuro che ella, senza muovere un lamento, faceva di tutto per tener lui come un damerino.
Dite di no? Lasciatemi ripetere, amici, che siete veramente imbecilli.
Sappiate che dopo aver accompagnato fino al portone dell'alberguccio il signor Zuccarello, nel ritornare indietro, io m'ebbi, nel bujo fitto della strada, un profondissimo inchino da quell'ombra.
E non potei fare a meno di considerare che era giusto che ella s'inchinasse a me cosí, perché lo voleva in lei quello stesso iddio, a cui io or ora avevo reso omaggio.
SERVITÚ
Due volte la mammina aveva sporto il capo dall'uscio a raccomandare alla Dolly di non parlar troppo, di non agitarsi tanto, ché altrimenti la febbre le sarebbe cresciuta.
- Parli sempre tu...
giuochi tu sola...
La Dolly, sostenuta da una pila di guanciali, sedeva sul lettino in compagnia di tutte le sue bambole belle.
E due volte, scotendo la testina per cacciar via dagli occhi i riccioli d'oro scappati nel calore del giuoco di sotto la cuffietta di raso celeste, aveva risposto alla mamma:
- No, io sola; giuoca anche Nenè...
Nenè era la figliuola della nurse.
Ma finora, per dir la verità, Nenè non aveva mai aperto bocca.
Tutt'e due le volte, invece, aveva guardato quasi atterrita la signora che sporgeva il capo dall'uscio; e il cricchio della maniglia, il cigolío dell'uscio schiuso, lo sporgersi di quel capo, la voce della mamma di Dolly, erano stati per lei un fracasso, un crollo, uno scompiglio.
Perché era come in un sogno Nenè da due ore, sospesa, quasi angosciata nel dubbio che non fosse vero ciò che pur si vedeva attorno e toccava.
L'abituccio color cece, di due anni fa, le segava il collo, le segava le ascelle, le opprimeva le spallucce; il nastrino di seta color di rosa, un po' stinto, attorno al capo le s'allentava a mano a mano e cedeva al goffo rizzarsi ispido e compatto dei capelli neri ancor zuppi d'acqua (poiché era stata lavata tutta con insolita cura): non sentiva nulla, non avvertiva nulla, incantata, abbagliata dal lusso di quella cameretta di bimba, imbottita di raso azzurro.
E lievemente, senza saperlo, con la manina tozza, gonfia per la manica troppo stretta e corta che le serrava il braccio come un salsicciotto, palpava la coperta cosí liscia, cosí morbida del lettino, mentre tutta occhi e con la boccuccia aperta seguiva il chiacchierío fitto, volubile della padroncina malata.
Sentiva bene la Dolly che il giuoco realmente lo faceva Nenè, quantunque finora non avesse aperto bocca.
Con la sua maraviglia intenta e muta dava un'anima nuova a quelle sette bambole sedute sul lettino come damine in visita, e un nuovo piacere, a lei, nel farle muovere e parlare.
Da tanto tempo, infatti, quelle sette bambole per Dolly quasi non vivevano piú: erano pezzi di legno, testine di cera o di porcellana, occhi di vetro, capelli di stoppa.
Ma ora riavevano anima, un anima nuova, e rivivevano una nuova vita maravigliosa anche per lei, quale ella non avrebbe mai immaginato di dar loro, un'anima, una vita che prendevano qualità appunto dalla maraviglia di Nenè, ch'era maraviglia di servetta.
Le faceva perciò parlare come signorone del gran mondo, piene di capriccio e di moine, press'a poco come parlavano le amiche di mammà.
Ecco: questa era la contessina Lulú che guidava da sé la sua auto, fumava sigarette col bocchino dorato e gridava sempre, agitando in aria un dito minacciosamente:
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Chi era Moringhi? Un mago? Chi sa! Forse un amico di mammà anche lui, un amico di tutte le amiche di mammà; ma il nome, a quel grido, si rappresentava a Nenè come quello d'un mago, poiché la Dolly diceva che era amico specialmente di quell'altra bambola lí, di Mistress Betsy.
- All right, thank you!
No, no, senza ridere! Parlava sempre inglese; Mistress Betsy.
Con mammà, con tutti.
E andava sempre a cavallo - op! op! - mica a sedere però: con le gambe aperte, cosí...
come i maschiacci, brutta scostumata! E spesso cadeva; e una volta, alla caccia della volpe, s'era ferita qua allo zigomo, ecco.
Oh, le stava bene, brutta americanaccia! Mostrava a tutti le sue ferite di cavallerizza, al petto, alle spalle, anche alle gambe; e quando stringeva la mano faceva male.
- All right! Thank you!
E quest'altra? Ah quest'altra qui, che ridere! Roba, roba proprio da morir dal ridere! Donna Mariú, questa: Sempre malata.
- "Oh Dio qua, oh Dio là..." - "La mia povera testa! il mio povero cuore!" - "Vi prego, Moringhi, siate buono! Moringhi, non mi fate male: non posso piú ridere, Moringhi! La mia povera testa! il mio povero cuore!" - Ma mica un cuore cosí...
Un cuore col q e staccato: qu-ore.
Moringhi diceva cosí.
Roba da morir dal ridere, un cuore col q!
Nenè non capiva nulla.
Poteva esser vero per lei che quella bambola lí fumasse e quell'altra andasse a cavallo.
Davvero allo zigomo, quello sgraffietto...
Ma se avevano finanche le mutandine coi merletti e i fiocchettini di seta e anche le calze di seta con le giarrettiere di velluto e le fibbie dorate e le scarpine di coppale, potevano anche veramente andare a cavallo, fumare, parlare quel linguaggio incomprensibile.
Qualunque prodigio poteva esser vero in quella cameretta lí, anche i cavallini veri, cavallini vivi, piccoli piccoli, potevano sbucar fuori da un momento all'altro e mettersi a caracollare sú per le campagne lontane lontane di quel tappeto azzurro vellutato, con quelle damine in groppa dai veli svolazzanti.
Affascinata da quella visione, Nenè stentava a credere, o veramente non riusciva ancora a capire che, stanca alla fine del giuoco, la Dolly stésse ora per regalarle una di quelle bambole e non sapesse ancor quale.
- No, questa no, - diceva la Dolly.
- Questa ha il braccino malato e deve stare a letto con me.
Ecco...
ti do...
ti do quest'altra, invece, Mistress Betsy...
Ma no, neanche...
Ti scappa via, Mistress Betsy: tanto cattiva è! Scostumata...
E poi, parla sempre in inglese, e non la capiresti.
Ti do quest'altra allora.
Si chiama Mimí.
Ma tu devi chiamarla sempre signora Marchesina.
Marchesina è, sai? La marchesina Mimí.
Esigente...
ah, esigente! Bisogna che trovi il bagno pronto ogni mattina, e poi la colazione di cioccolato e biscottini, e poi...
e poi...
non mangia niente, sai? non mangia altro che palline d'argento...
quelle che si comprano dove le compra mammà, dal farmacista Baker di fronte al Grand Hôtel.
Ti do Mimí, sí.
Ecco, prendila.
Per davvero te la do, sí...
per sempre...
prendila, ti dico...
Aspetta, che le do un bacio...
Ecco, te la puoi portar via.
Nenè guardava sbalordita e piú che mai sospesa e angosciata.
S'era levata in piedi alle insistenze di Dolly; ma restava lí, senza poter alzare la mano, quasi sul punto di piangere.
Entrò nella cameretta la signora, seguita dalla nurse, ch'era rimasta dopo il baliatico a servire in quella casa di signori.
Anche la mamma, vestita cosí bene, da nurse, con la cuffietta in capo e il grembiule bianco ricamato, accanto alla signora, apparve in quel punto a Nenè come trasfigurata nel lume di quella casa, come infusa nell'azzurro d'una meravigliosa lontananza.
Che diceva? Diceva di no a Dolly, che non doveva darle la bambola.
Non doveva dargliela prima di tutto perché troppo bella, troppo ben vestita, anche calzata e coi guanti e col cappello, ma figurarsi! una bambola cosí fina a Nenè! E poi, che se ne farebbe Nenè? È mammina di casa, Nenè: deve attendere a servire il babbo, e non ha tempo di giocare, ché guaj se il babbo non trova tutto pronto, la sera.
Il babbo? dove? Le sembrava tanto lontano ormai, a Nenè, quel suo babbo cattivo, che rincasava sempre ubriaco e scontento, e per nulla la batteva e l'afferrava pei capelli o le scaraventava addosso ciò che gli capitava prima sotto mano, gridandole:
- E non potevi morir tu, invece?
Lei, già, invece del fratellino che la madre aveva lasciato poppante per andare a bàlia.
Una vicina s'era incaricata d'allevarlo per poche lire al mese; e lei, Nenè, avrebbe dovuto fargli da mammina.
Ma il fatto è che il fratellino, un giorno, era morto in braccio a lei: morto; e lei che non lo sapeva, aveva per un pezzo seguitato a portarselo in braccio: freddo freddo, bianco bianco, e zitto e duro...
Da allora il babbo era diventato cattivo, cosí cattivo che la mamma non aveva voluto piú star con lui ed era rimasta a servire in quella casa, o piuttosto, a farvi la signora, come diceva il babbo e come ora veramente pareva anche a Nenè.
Certo, la mamma parlava ora e guardava e sorrideva e gestiva come una signora, come la mamma di Dolly appunto, e a lei non pareva piú la sua mamma.
- Ma, no, via, signorina! Ma le pare? Ma neanche per sogno! Una bambola cosí bella a questa mia povera Nenè!
Ma ecco, la signora le prendeva un braccino, poi le posava sul petto la bambola, quella Marchesina Mimí, e poi sulla bambola le ripiegava il braccino perché la reggesse forte.
- Grulla, e non si ringrazia nemmeno? Sú, come si dice?
Nulla.
Non poteva dir nulla, Nenè.
E non osava nemmeno guardare quella bambola marchesina contro il suo petto, sotto il suo braccino.
Se n'andò via come intronata, gli occhi sbarrati senza sguardo, la boccuccia aperta, e coi capelli che le si rizzavano sotto il nastro color di rosa, quanto piú la madre cercava d'assettarglieli sul capo.
Scese le scale, attraversò tante vie e si ridusse alla catapecchia, ove abitava col padre, senza veder nulla, senza sentir nulla, quasi alienata d'ogni senso di vita.
Le viveva invece lí sul petto, stretta sotto il braccio, quella bambola meravigliosa; d'una vita incomprensibile però, quale le sbarbagliava ancora nella mente attraverso il chiacchierío fitto e volubile della padroncina malata.
Oh Dio, se quella bambola parlava col linguaggio che le aveva messo in bocca la Dolly, come avrebbe fatto lei a comprenderla?
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Ah, Moringhi, certo, non sarebbe venuto lí, nella catapecchia a trovare la marchesina Mimí, e nessuna delle amiche sarebbe venuta.
E le sigarette col bocchino dorato? e le palline d'argento profumate? e i cavallini veri, i cavallini vivi, piccoli piccoli?
Non le s'affacciava neppur per ombra alla mente che avrebbe potuto giocarci, con quella bambola.
Servirla, sí, avrebbe potuto servirla; ma come, se non sapeva nemmeno parlarle? se non capiva nulla della vita a cui la bambola era avvezza?
Entrata nel bugigattolino ov'era la sua cuccia con una seggiola spagliata e una panchetta che le serviva da tavolino per far le aste e le vocali quand'ancora andava a scuola, si guardò attorno smarrita, avvilita, non per sé ma per la damina che portava in braccio.
Non osava ancora guardarla.
Certo, per sé, la marchesina Mimí, aveva gli occhi di vetro e non vedeva.
Ma vedeva lei, Nenè, ora, la miseria brutta di quel suo bugigattolino con gli occhi della marchesina Mimí abituati al lusso della cameretta da cui veniva.
Finché lei non la guardava, la marchesina Mimí, ancora stretta sotto il suo braccio, non vedeva nulla.
Avrebbe veduto però, appena lei si fosse risolta a guardarla.
Ebbene, bisognava che vedesse fin da principio il meno peggio possibile.
Pensò che nella cassetta dei panni sotto la cuccia c'era un grembiulino azzurro, smesso dalla Dolly e regalato dalla signora alla bàlia per lei: era stato lavato, rilavato tante volte; s'era stinto; aveva piú d'uno strappo; ma veniva di là; era stato della Dolly, e forse la marchesina Mimí lo avrebbe riconosciuto.
Senza posarla, senza guardarla, Nenè si chinò; trasse da quella cassetta il grembiulino e lo stese su la panca come un tappeto, badando che gli strappi, almeno i piú grossi, non venissero in mostra sul piano.
Ecco, per il momento poteva metterla a sedere lí, sul pulito di quel grembiule vecchio, ma fino.
La pose a sedere pian piano, con mani tremanti per paura di farle male e di sciuparle l'abito; e finalmente osò guardarla.
Un sentimento misto di pietà e d'adorazione espressero le manine rimaste innanzi al petto aperte, in un gesto d'incertezza angustiosa.
E a poco a poco si piegò su le ginocchia, guardando negli occhi la bambola.
Ahimè, la vita maravigliosa, di cui la Dolly nella sua cameretta la aveva fatta vivere, qua s'era come spenta.
La bambola le stava davanti, come se non vedesse nulla, in attesa ch'ella facesse qualche cosa per lei, per ridarle vita, la sua vita perduta, di gran signora.
Ma come? che cosa? le mancava tutto.
La Dolly le aveva detto ch'erano avvezze a cambiarsi d'abito piú volte al giorno le sue bambole, e che quella marchesina Mimí poi aveva anche tante vestaglie una piú bella dell'altra, rosse, gialle, viola, a fiorellini, a ombrellini giapponesi...
Possibile che ora stésse vestita sempre cosí, sempre con quel cappellino in capo, con quelle scarpine ai piedi, con quei braccialettini al polso, e quella catenella al collo da cui pendeva il ventaglino? Ah, com'era bello quel ventaglino di piume, ventaglino vero, che faceva un po' di vento davvero, poco poco, quanto poteva bastare a quella piccola marchesina Mimí...
Ah, là, sí, in casa di Dolly, con tutte le cose adatte, il lettuccio di legno bianco e gli altri mobiletti e il ricco corredo, là sí sarebbe stata felice lei di servire quella bambola marchesina.
Ma qua? Come non aveva pensato la Dolly che avrebbe dovuto anche darle almeno almeno il lettuccio e un po' di corredo, non per far piú ricco e compiuto il dono, ma perché la bambola non avesse a soffrire, e perché lei, Nenè, avesse modo di servirla? Come poteva cosí, senza nulla? Al piú al piú, col fiato e col dito, o con la punta d'una pezzuola, avrebbe potuto ripulirle le scarpettine di coppale.
Nient'altro.
Quasi quasi era meglio ritornare da Dolly, con la bambola, e dirle:
- O mi dài da farla vivere com'è avvezza, o te la tieni.
Chi sa! Forse Dolly le avrebbe dato tutto...
Un lungo, grosso grosso sospiro sollevò il petto di Nenè accosciata lí davanti alla panchetta.
Volse il capo, e in un momento, di nuovo abbagliata, vide in un angolo lercio del bugigattolino la cameretta della marchesina Mimí.
Cameretta? un gran camerone, col tappeto azzurro vellutato, lí per terra, e il lettino di legno bianco, col parato a padiglione di seta celeste, e di là l'armadietto a specchio, le sedioline dorate, la specchiera; e vide sé, vestita bene come la mamma, tutta intenta a servire quella sua padroncina esigente e capricciosa; a prevenirne tutti i desiderii, per non farsi sgridare, ché certo, per quanto ella facesse, la marchesina Mimí, lí sola con lei, benché circondata da tutti i suoi agi, da tutto il suo lusso, sarebbe stata a malincuore, senza piú visite d'amiche, né di Moringhi, né passeggiate a cavallo.
E, per sfogarsi, certo l'avrebbe comandata a bacchetta.
- Pronto il bagno?
- Ecco, un momentino, signora Marchesina...
- Ma il mio bagno dev'esser pronto subito, appena mi alzo! Che fate? Datemi adesso il mio cioccolato e i biscottini! La mia vestaglia, subito!
- Quale, signora Marchesina? Quella rossa? quella gialla? quella con gli ombrellini giapponesi?
- No, quella viola! Non lo sapete?
- Subito, signora Marchesina, eccola qua.
Vedeva, con gli occhi sbarrati, quel suo sogno là in quell'angolo incantato, Nenè, e parlava sola cosí da un pezzo, forte e imperiosa per conto della marchesina Mimí, umile e inchinevole per sé, da servetta amorosa che compatisce i capricci della padroncina tiranna; allorché, tutt'a un tratto, con un brivido di terrore alla schiena, vide una manaccia scabra, enorme, allungarsi sul suo capo e ghermire la bambola su la panchetta.
Insaccò la testa; poi, allibita, arrischiò di su la spalluccia, con la coda dell'occhio, uno sguardo.
Suo padre, dietro a lei, con un ghigno su le labbra ispide, guatava la bambola fragile in quella sua manaccia scabra e scrollava il capo, ripetendo:
- Ah, sí? ah, sí?
Con l'anima oppressa d'angoscia, gli vide levare l'altra mano, afferrare con due dita la falda del cappellino alla bambola, dare uno strappo violento.
Soffocò un gemito involontario.
Insieme col cappellino se n'era venuta la testa.
E quella testa col cappellino e il busto decapitato, due strazii orribili, informi, volarono via per la finestra presso il tetto, accompagnati da un calcio e da una esclamazione rabbiosa:
- Sú, in piedi! Non voglio signore, io, per casa!
"HO TANTE COSE DA DIRVI..."
La lettera, in un bel foglietto volgarissimo, di suprema eleganza provinciale, color di rosa e filettato d'oro, finiva cosí:
"...se parlo d'ansia, tu puoi ben dire: ma sei vecchio, sei, povero il mio Giorgio! Ed è vero, sono vecchio, sí; ma dêi pensare, Momolina, che fin da ragazzo io t'ho amata, e quanto! Dicevi d'amarmi anche tu, allora! Venne la bufera - proprio la bufera - e mi ti portò via.
Quanti mai anni sono passati? Vent'otto...
Ma come si fa che son rimasto sempre lo stesso? Dico meglio: il mio cuore! Non dovresti perciò farmi aspettare piú a lungo la risposta.
Sai? Io verrò a te domani.
Hai avuto circa un mese per riflettere.
Mi devi dire domani o sí o no.
Ma dev'essere sí Momolina! Non far crollare il bel castello che ho edificato in questo mese, il bel castello dove tu sarai regina e tutte le mie speranze ancora giovani ti serviranno come ancelle amorose..."
La signora Moma s'accorse che quest'ultima frase, cosí poetica, era stata aggiunta, appiccicata dopo scritta la lettera.
Il signor Giorgio, o non aveva voluto sprecare il bel foglietto color di rosa, filettato d'oro; o non aveva voluto sobbarcarsi alla fatica di rifar di nuovo, chi sa con quanto stento, in bella copia la lettera, con tutti quegli svolazzi in fine d'ogni parola; e, con molta industria allora, aveva costretto la poetica frase, sovvenutagli tardi, forse nel rileggere la lettera prima di chiuderla nella busta, a capir tutta, di minutissimo carattere, nel poco spazio che avanzava nel rigo dopo il tu sarai regina.
L'appiccicatura, saltando agli occhi evidente, rendeva piú che mai goffe quelle speranze ancora giovani che dovevano servirla come ancelle amorose.
E, ottenne questo bell'effetto: che la signora Moma, sbuffando, buttò via la lettera, senza leggerne le ultime righe.
- Oh Dio, viene domani? Ma come non capisce, cretino, che non voglio saperne?
E, ancora col cappello in capo, pestò un piede e alzò la mano guantata a un vivacissimo gesto di fastidio e di stizza.
Con quel cappello in capo la signora Moma stava, si può dire, da un anno e quattro mesi.
Non se lo levava che per qualche mezz'oretta, per qualche oretta al giorno; se lo ripiantava di furia in capo, e via di nuovo, fuori di casa.
La cacciava via cosí, sempre in giro di qua e di là, una smania, non sapeva di che, una smania che le si esasperava in corpo sopra tutto alla vista dei mobili della casa e specialmente alla vista del magnifico salone di ricevimento, con quelle ricche tende e quelle portiere di damasco, quei quadri antichi e moderni alle pareti e quel gran pianoforte a coda del marito e quei leggii che parevano di chiesa, innanzi ai quali sedevano con gli strumenti ad arco i colleghi del marito e anche Alda, la sua bella figliuola, adesso lontana lontana, anche lei col suo violino.
Da un anno e quattro mesi era vedova la signora Moma: dell'illustre maestro Aldo Sorave.
La lettera ricevuta quella mattina nella quale quel signor Giorgio la chiamava Momolina, le aveva per poco ridestato il ricordo del suo paesello nativo, di quel ferrigno borgo montano, tutto cinto di faggi, di querci e di castagni, ove un giorno il giovane maestro Sorave, sbattuto da chi sa quale tempesta, era venuto a rifugiarsi, genio incompreso, con un libretto da musicare, La bufera.
Ella era veramente Momolina, allora.
Sedici anni, rosea e fresca, bellina, grassottella e placida placida.
Ma s'era innamorata anche lei del giovane maestro Sorave.
Se n'era innamorata forse perché tutte le ragazze del paese se n'erano innamorate.
Non aveva mai però compreso bene perché egli fra tante avesse scelto lei, proprio lei, che certo gli s'era mostrata meno accesa di tutte le altre; tanto che innanzi a lui non aveva saputo se non arrossire e balbettare; e, forzata a dirgli qualche cosa, gli aveva dichiarato candidamente di non capir nulla, lei, né di musica, né di poesia, né d'alcun'altra arte.
Ebbene, appunto perciò, forse, il maestro Aldo Sorave se l'era sposata.
Pur non di meno ella credeva, era sicurissima d'aver condiviso per vent'otto anni la vita del marito, dapprima tempestosa, zingaresca, in viaggi affannosi da un paese all'altro, con la lingua fuori come una povera cagnetta dietro l'ansia smaniosa di lui che voleva a ogni costo raggiungere la mèta; poi - nata la figliuola - un'altra vita, non mai placida veramente, ma certo meno irrequieta, quella che seguiva ai ritorni di lui dopo i trionfi o d'un giro di concerti o d'una stagione musicale diretta in questa o in quella città; finché, conquistata solidamente con la fama l'agiatezza, egli non s'era stabilito a Roma.
Qua la figliuola era cresciuta, bionda e bellissima, in mezzo all'inebriante fulgore d'arte di cui era circondato il marito.
Ma un bel giorno, chi sa come, chi sa perché, rovesciando tutti i disegni ambiziosi del padre, s'era invaghita d'un giornalista, brutto e quasi vecchio; aveva voluto sposarlo, e se n'era andata in America, a Buenos Aires, dove al marito era stata offerta la direzione d'un grande giornale italiano.
Tre mesi appena dopo quelle nozze, il padre, che aveva negato fino all'ultimo il consenso e non aveva voluto rivedere la figliuola neanche prima della partenza per l'America, era morto di crepacuore.
Un gran dolore, sí, oh un gran dolore per la signora Moma l'allontanamento di quell'unica figliuola; e la piú grande delle sciagure era stata poi per lei la morte del marito.
Ma - ecco - che proprio proprio, con quell'allontanamento e con questa morte, fosse tutto finito, come se ella non fosse rimasta lí, come se non fosse rimasta la casa, tal quale, per l'agiatezza in cui la aveva lasciata il marito, la signora Moma non riusciva ancora a capacitarsi.
Certo, la vita d'un tempo, quella fervida vita, cosí bruscamente interrotta, le feste d'arte, le conversazioni, la corte delle splendide signore attorno al vecchio maestro illustre, piccoletto e capelluto, dagli occhi selvaggi sotto le folte ciglia spioventi come appariva dal ritratto a olio appeso alla parete del salone; la corte degli elegantissimi giovanotti attorno alla figliuola; non era piú possibile ormai: questo, sí, la signora Moma lo comprendeva bene.
Ma una vita quale ormai poteva essere nelle mutate condizioni, le tante e tante amiche, i tanti e tanti amici d'allora potevano bene ricondurla lí, nella casa rimasta tal quale, in quel magnifico salone, attorno a lei che v'era restata sola e vi s'aggirava come sperduta.
E col cappello in capo, dalla mattina alla sera, angosciata, esasperata, la signora Moma correva in cerca degli antichi frequentatori della casa, dall'uno all'altro, senza requie.
Dapprima era stata accolta con una certa cordialità; molti la avevano commiserata per la doppia sventura; qualcuno le aveva anche promesso che sarebbe venuto a trovarla.
Ma che!
Non era mai piú venuto nessuno.
E a poco a poco la signora Moma era divenuta quasi aggressiva.
- Birbante! birbante! Avevate promesso che sareste venuto...
- Signora mia, creda, non ho potuto.
- Verrete oggi? Fatemi il piacere, venite! Ho tante cose da dirvi...
Dalle quattro alle sei.
Ci conto.
- Oggi no, mi dispiace, signora, non potrei.
Spero domani.
- No! Domani certo.
V'aspetto, badate! Dalle quattro alle sei.
Ho tante cose da dirvi...
E dalle quattro alle sei la signora Moma stava ad aspettare in casa la visita.
Credeva veramente d'aver tante cose da dire, e ripeteva a tutti, dopo gl'inviti sempre piú pressanti, quella frase.
Passavano le quattro, passavano le cinque, passavano le sei; l'impazienza, la smania, l'angoscia, l'esasperazione della signora Moma crescevano; sbuffava, balzando in piedi; andava sú e giú per il salone; s'affacciava ora a questa ora a quella finestra a guardare se l'aspettato venisse; e, pur certa ormai che non sarebbe piú venuto, scoccate le sei, si costringeva, divorata dalla rabbia, ad aspettare ancora dieci minuti, un quarto d'ora, e ancora un altro quarto, e finanche un'ora! Alla fine, si ripiantava il cappello in capo, e via di nuovo per le strade, furiosa, imprecando al maleducato.
Non s'accorgeva nemmeno che ora amici e conoscenti, per non farsi aggredire avvistandola da lontano, scantonavano, si nascondevano e, quand'erano acchiappati, le porgevano la mano voltando la faccia, e scappavano via, senza darle il tempo di finir la solita frase:
- Domani, eh? V'aspetto domani.
Dalle quattro alle sei.
Ho tante cose da dirvi...
Ricordava, la poveretta, d'essersi mostrata sempre affabile e cordiale, con le amiche, con gli amici, ammiratrici del marito, corteggiatori della figliuola.
Amiche, amici, le sedevano accanto, allora, durante le riunioni, le rivolgevano anche la parola, la salutavano con aria complimentosa e deferente, entrando nel salone e uscendone.
Inchini, complimenti, sorrisi...
Ella udiva paziente tutta quella musica, tutte quelle dispute d'arte; qualche volta le era avvenuto di rispondere con un cenno del capo o con un sorriso a qualcuno che nel calore della discussione le aveva rivolto lo sguardo...
No, no, proprio no, non riusciva a capacitarsi ancora perché, allontanatasi la figliuola, morto il marito, tutti l'avessero abbandonata cosí, come se ella avesse commesso qualche indegnità; tutti avessero cosí disertato la bella casa dove quei preziosi oggetti d'arte erano rimasti attorno a lei come sospesi in una immobilità silenziosa e quasi solenne.
Erano suoi, tutti e assolutamente suoi, ora, quei mobili e la casa; ella era la signora e la padrona di tutto; eppure...
eppure da una smania orribile si sentiva presa, guardando, o, piuttosto, sentendosi guardata come un'estranea, lí, da tutti quegli oggetti che non le dicevano nulla, che non le sapevano dir nulla, perché avevano tutti un ricordo vivo ancora, o del marito o della figliuola; e per lei, nessuno.
Se alzava gli occhi a guardare, per esempio, un quadro del salone, sapeva ch'era antico, come no? sapeva ch'era di pregio; ma che cosa rappresentasse quel quadro, perché fosse bello, veramente non avrebbe saputo dire neanche a se stessa; e se guardava il pianoforte...
eh, in verità non poteva altro che guardarlo...
non s'arrischiava nemmeno a scoprirne la tastiera, perché il marito, prima di morire, le aveva espressamente raccomandato che non lo lasciasse piú toccare a nessuno.
Quanto a toccarlo lei, neppur ci pensava, perché lei, la musica...
- sí, c'era vissuta sempre in mezzo - ma neanche le note, il do dal re aveva imparato mai a distinguere.
Non le viveva, ecco, non poteva piú viverle attorno, quella casa.
Per riprendere a vivere bisognava assolutamente che un po' dell'antica vita, quella degli altri, quella della figliuola e del marito, tornasse a muoversi in essa.
Altra vita, lí, una sua vita, non era possibile; perché in realtà lei, la signora Moma (ditelo piano, per carità, se non volete esser troppo crudeli, voi che adesso la chiamate "una terribile seccatrice"), la signora Moma, lí, nella sua casa, non aveva mai avuto una vita sua e quasi non c'era mai stata.
Questo ella, naturalmente, non poteva intenderlo: lo avvertiva solo come una smania che le si esacerbava sempre piú e la cacciava fuori senza requie, incaponita a richiamare, a ricondurre attorno a sé quella vita, nell'angoscia smaniosa di sentirsela mancare e sfuggire, senza saper perché.
Il giorno appresso - s'intende - accolse a modo d'un cane quel povero signor Giorgio Fantini, suo compaesanello innamorato di vent'otto anni fa, che pure con la sua profferta di nozze intendeva di richiamare e di ricondurre lei piuttosto a quell'unica vita ch'ella veramente avrebbe potuto vivere, là nel ferrigno borgo montano tra i boschi di faggi, di querci e di castagni; modesta vita tranquilla, dai giorni semplici, uguali, dove non avveniva mai nulla ch'ella non potesse capire, dove in ogni cosa nota avrebbe potuto sentire e toccare la realtà sicura della propria esistenza.
E non era poi tanto vecchio quel signor Giorgio Fantini; ed era anche un bell'uomo, molto piú bello certamente di quel piccoletto e capelluto maestro-bufera Aldo Sorave; ed era anche ricco, padrone di molte terre e di molte case, e non privo d'una certa coltura antica e sana, se poteva leggere nel loro testo latino e senz'ajuto di traduzione le Georgiche di Virgilio.
Già non si fece neppur trovare in casa la signora Moma.
Quando, dopo circa due ore, rincasò tutta accaldata e sbuffante, piú che mai invelenita dalla stizza contro tutti quegli ingrati e maleducati che la sfuggivano e le mancavano di parola, lo investí malamente, là nel salone, senza neppur levarsi il cappello, sollevando soltanto la veletta per fargli scorgere bene, negli occhi, la sua collera e il fermo proposito di respingere quella proposta che le pareva quasi un insulto, anzi una tracotanza.
- Ma chi v'ha detto di venire, caro Fantini? Io non ve l'ho detto! Non v'ho neppure risposto! Ma sí, scusate: vi pare sul serio che sia una cosa possibile? Ma basta che vi guardiate un po' attorno, caro Fantini! Vedete? Questa è la mia casa...
Credete proprio possibile ch'io, alla mia età, rinunzii ormai a ciò che per tanti anni ha formato la mia vita? Via, via...
Un po' di riflessione...
Avreste dovuto riflettere un po' prima, veramente...
Basta; non ne parliamo piú.
Qua la mano, caro Fantini, senza rancore, e restiamo buoni amici.
Non ebbe il coraggio d'insistere il signor Giorgio Fantini; guardò in giro quel solenne salone dov'ella diceva d'aver la sua vita, e poco dopo uscí con lei che per un momento, a causa di lui, aveva dovuto interrompere la sua quotidiana inesorabile ricerca.
E la vide per via, nella tristezza brumosa della sera decembrina, fermarsi tre o quattro volte in mezzo a una fiumana di gente ad aggredire questo e quello; e s'accorse che quei signori aggrediti le porgevano la mano voltando la faccia; e ogni volta con una strana voce rabbiosa di pianto le udí ripetere quella sua solita frase:
- Ma avevate promesso di farvi vedere! Venite! venite! Dalle quattro alle sei.
Ho tante cose da dirvi...
MENTRE IL CUORE SOFFRIVA
Cominciarono le dita della mano sinistra.
Prima, il mignolo che, come il piú piccolo, era anche il piú irrequieto, e sempre era stato un tormento per il povero languido anulare che aveva la sventura di stargli vicino; ma un po' anche per le altre tre dita.
Buffo di forma, con l'ultima falangetta attaccata male, storta in dentro, dura, quasi inflessibile, pareva un dito col torcicollo fisso.
Ma di questo difetto non s'era mai afflitto.
Anzi se n'era sempre servito per non lasciare in pace un momento i suoi compagni di mano e, quasi se ne gloriasse, spesso anche si levava ritto, come per dire a tutti:
- Ecco, vedete? sono cosí!
Invece di nascondere per pudore quella falangetta storpia sotto il polpastrello dell'anulare, gliela imponeva prepotente sul dorso o, costringendolo a star sú, in una posizione incomodissima, si allungava a imporla sul medio o su l'indice, o andava con l'unghietta sbilenca a stuzzicar l'unghiona dura del pollice tozzo.
Ma questo, alle volte, seccato e stanco, gli s'opponeva con violenza, saltandogli addosso su la prima falange, e lo teneva sotto premendolo con l'ajuto delle tre altre dita fin quasi a stracollarlo.
Non si dava per vinto.
Cosí premuto, grattava al pollice il polpaccio come per dirgli:
- Vedi? Posso muovermi! Stai peggio tu che io.
E difatti il pollice, preso come in una morsa, presto lo lasciava andare.
Quel giorno però erano tutti d'accordo.
Che quel mignolo buffo fosse cosí dispettoso e prepotente e non si stésse quieto un momento, piaceva anzi alle altre quattro dita, che avevano una gran paura d'intorpidirsi nello smemorato abbandono in cui da circa una settimana tutto il corpo era lasciato.
Non solamente le dita delle mani, ma anche quelle dei piedi, imprigionate, e i piedi tutt'interi e le gambe e, sú sú, il busto, le spalle, le braccia, il collo e, nella testa, le guance, le labbra, le pinne del naso, gli occhi, le sopracciglia, la fronte, avvertivano confusamente in quell'abbandono cosí a lungo protratto una minaccia oscura e paurosa, a cui per proprio conto cercavano di sottrarsi.
Da piú giorni la vita s'era come alienata da loro per concentrarsi cupamente in una profonda, misteriosa intimità, dalla quale erano esclusi, tenuti estranei e come lontani, quasi non dovesse affatto riguardarli la decisione che in quell'intimità profonda e misteriosa nascostamente si maturava.
Eran lasciati lí da piú giorni, su un seggiolone di Vienna presso la finestra, in attesa che la decisione fosse matura.
E in quell'attesa essi, non sapendo che fare, per non intorpidirsi nell'abbandono, giocavano per conto loro.
Giocavano veramente come pazzi.
Bisognava veder le gambe come ballavano, ora l'una ora l'altra, ora tutt'e due insieme, con la punta dei piedi a terra e il tallone sospeso per modo che il tendine brandisse! come poi, stanche di quel giuoco, s'allungavano per farne un altro, che consisteva in un aprirsi e chiudersi ritmato, prima col piede sinistro sul destro, e poi col destro sul sinistro, per star sotto una volta per uno, senza soperchierie! E anche le scarpe col loro cigolío prendevano parte a quel giuoco.
Ma piú di tutti giocavano le mani, ora intrecciando le dita, ora infrontandole per le punte e movendole cosí a leva, per modo che prima si stirassero fino a combaciare l'un dito con l'altro e poi si staccassero molleggiando.
Oppure giocavan separatamente l'una e l'altra mano; ma, quasi sempre, ciò che faceva l'una, l'altra rifaceva, se la destra un tamburellío su la gamba destra, lo stesso tamburellío la sinistra su la gamba sinistra, come se non potesse farne a meno; un frullo o uno schiocco la destra, lo stesso frullo o lo stesso schiocco, poco dopo, la sinistra; oppure, sempre per giuoco, l'una stringeva le dita dell'altra e viceversa, o gliele pizzicava per poi carezzargliele con uno strofinío delicato, lento lento; o si metteva a grattare dove non c'era prurito, cosí che il dito grattato si ribellava con uno scatto violento e avveniva allora come una zuffa tra le due mani, uno stropicciamento convulso, troncato alla fine con l'afferrarsi l'una e l'altra e tenersi per un pezzo strette strette imprigionate.
Poi l'una, ecco, si levava o per andare a stirare il lobo d'uno degli orecchi, o nella bocca il labbro inferiore, o la borsa gonfia sotto l'occhio, o per grattare senza bisogno il mento irto di barba non rifatta da parecchi giorni.
Piú pietosi di tutti erano gli occhi, le sopracciglia, la fronte.
Avrebbero voluto giocare anch'essi; ma dalla cupa tensione dello spirito erano tenuti attoniti - gli occhi - o in una dura e truce fissità; le sopracciglia, aggrottate; la fronte, contratta.
Gli occhi potevano guardare e non vedere.
Se appena appena vedevano, eran subito distratti dalla cosa veduta e condannati a volgersi altrove senza attenzione.
Ma essi, con la coda, senza parere, seguivano il giuoco delle gambe o delle mani; suggerivano a queste, di sfuggita, di prendere, per esempio, dal tavolinetto presso il seggiolone il tagliacarte, per cominciare con esso un altro giuoco.
E le mani non se lo lasciavano dire due volte: cominciavano quel giuoco, sotto sotto, quasi di nascosto, per divertimento degli occhi, facendo girare e rigirare in tutti i versi quel tagliacarte.
Talvolta sospendevano il giuoco per richiamare a loro l'attenzione dello spirito con un mezzo violento: facendosi male.
Il terribile mignolo della mano sinistra ficcava la falangetta sbilenca in uno dei forellini del piano del seggiolone di Vienna e, non potendo piú tirarsi fuori, obbligava l'uomo a piegarsi tutto da un lato per trovare il verso d'estrarlo senza scorticature e senza sciupare il piano del seggiolone.
Subito il pollice e poi tutt'e cinque le dita dell'altra mano si davano a compensarlo con carezzine e strofinamenti amorosi del male che s'era fatto per il bene di tutti.
Tal'altra il pollice e l'indice della mano destra pizzicavano la gamba per fare avvertire a quell'uomo che - se aveva il cuore che gli soffriva dentro - aveva pure quella gamba e sensibilissima anch'essa, cioè capacissima di soffrire come gamba, d'un pizzicotto; di soffrire, ecco, quel bruciorino fitto...
piú fitto...
piú fitto...
No? non voleva avvertirlo? E allora, niente! L'indice stropicciava la gamba come per cancellarle la sofferenza inutilmente inflitta; poi tutt'e due le mani la prendevano e la accavalciavan su l'altra perché si spassasse un poco a dondolare il piede.
Oh guarda! Nello specchio dell'armadio, disposto ad angolo dall'altra parte della finestra, appariva e spariva la punta di quel piede dondolante, con una virgola di luce su la mascheretta di coppale.
Altro giuoco.
Gli occhi aggrottati lo seguivano, aspettavano fissi all'angolo dello specchio, che apparisse la punta del piede; ma pur fingevano di non accorgersene, sapendo che se avessero minimamente mostrato di farvi attenzione, l'uomo tutt'assorto nel suo intimo dolore, con uno sbuffo avrebbe fatto finir quel dondolío e prendere al corpo un'altra positura.
Chi sa! Forse non sarebbe stato male...
Appoggiando il gomito sul bracciuolo destro del seggiolone e allungando un po' il collo, tutta la testa si sarebbe mostrata nello specchio; e sarebbe bastato questo, cioè la vista della propria faccia, per far balzare in piedi, sdegnato e feroce, quell'uomo.
Quasi quasi...
No, via, non conveniva.
Meglio seguitare a giocare, non stuzzicare la fiera volontà nemica, penetrata nella profonda, misteriosa intimità, ove la decisione oscura e paurosa si maturava.
C'era il rischio che questa volontà, vedendo lo squallore della faccia stralunata, il capo calvo, quelle borse gonfie sotto gli occhi, quella barba non rifatta da tanti giorni, improvvisamente opponesse alla violenza un'altra violenza.
Non conveniva.
Ma ormai la tentazione di quello specchio era troppo forte; non piú per il corpo, adesso, ma per quella volontà nemica, la quale, ecco, costringeva gli occhi a fissarlo biecamente.
Maledetto il piede, che dapprima, dondolandosi, vi s'era riflesso! Ma gli occhi, piuttosto...
maledetti gli occhi che lo avevano scorto!
Ora, ecco...
- (no no! il corpo reluttava) - ma la volontà nemica lo costringeva a levarsi dal seggiolone e a presentarsi là, davanti a se stesso, nello specchio.
Eccolo!
Quanto disprezzo, quant'odio addensava quella volontà nemica negli occhi! Con quale maligna voluttà scopriva in quella povera faccia i guasti irrimediabili del tempo, le lente, sgraziate alterazioni dei tratti, la pelle sulle tempie, attorno agli zigomi, lisa e ingiallita, gli affossamenti, le rigonfiature, la calvizie umiliante, la meschinità ridicola e affliggente di quei pochi capelli superstiti, raffilati quasi a uno a uno sul cranio lucido, piú roseo della fronte tutta secata di aspre rughe.
E la faccia, che non poteva non riconoscer veri quei guasti, ma che tuttavia per l'addietro era usa a presentarsi innanzi allo specchio pietosamente nel modo piú favorevole, ora, quasi non comprendendo il perché di quell'esame cosí minuzioso, cosí acuto e spietato, restava come mortificata e attonita davanti a se stessa, come rassegata in una smorfia frigida, tra di schifo e di compassione.
Ma gli occhi, ecco, si provavano a far notare (non per iscusa però, non per opporsi all'accertamento, del resto ben noto, di quei guasti), ma cosí, quasi per proprio conto, si provavano a far notare che quelle borse gonfie, intanto, no, ecco, non ci sarebbero state, avrebbero potuto non esserci, o non essere almeno cosí pronunziate, se quattro notti - quattro notti - non fossero passate insonni, tra violente smanie e vaneggiamenti.
E poi, quella barba cresciuta...
Ma perché?
Ecco, una mano si levava adunca ad afferrar le guance flaccide e irsute.
Perché? perché tant'odio contro quell'aspetto di povero malato? Soffriva? di che soffriva?
All'improvviso, un tremor convulso partiva dalle viscere contratte, e gli occhi - quegli occhi - si riempivano di lagrime.
Sú, via, le mani, subito, subito in cerca d'un fazzoletto...
in questa...
no, nell'altra tasca...
nemmeno? Le chiavi, allora...
il mazzetto di chiavi per aprire il primo cassetto del canterano, ov'erano i fazzoletti...
subito!
Oh! Là...
- il fazzoletto, sí - la mano ne pigliava uno, tra i tanti riposti là, - ma lo pigliava quasi meccanicamente, andando a tasto tra gli altri capi di biancheria, mentre gli occhi, in fondo al cassetto, in un angolo...
sí, la piccola rivoltella...
(Con questa, sí...) Come se ne stava quieta, là nascosta, col suo manichino d'osso, liscio, bianco, emergente dalla custodia di feltro grigio...
L'altra mano, quasi di nascosto, si levava a richiudere il cassetto per impedire agli occhi di seguitare a fissar quella cosa lí, piccola come un giocattolo, da lasciar per ora nel cassetto, cosí come stava, quieta e nascosta.
Il mazzetto di chiavi rimaneva appeso alla toppa e ciondolante.
Dalla finestra sul giardino entrava la dolce frescura della sera imminente.
La pietà improvvisa, onde quelle lagrime erano sgorgate, ne provava un refrigerio ineffabile.
I polmoni, oppressi dall'angoscia, s'allargavano in lunghi sospiri, il naso sorsava le ultime lagrime.
E l'uomo ritornava a sedere sul seggiolone, col fazzoletto su gli occhi.
Stava un pezzo cosí; poi abbandonava le mani su le gambe, e la sinistra, ecco, s'avvicinava alla destra che teneva il fazzoletto, ne prendeva un lembo e timidamente, come per riprendere il giuoco, col pollice e l'indice si metteva a scorrerlo fino alla punta.
- Passiamo il tempo cosí, - pareva dicesse quella mano, - ma sarebbe ora veramente d'andare a cena; almeno a cena, poiché oggi, a mezzogiorno, non s'è desinato...
Prima d'andare a cena, però...
E la mano, levandosi di nuovo, ma non piú adunca, riafferrava le guance per grattar l'ispidume dei peli rinascenti.
- Che barbaccia! Bisognerebbe rifarla per non far voltare la gente, entrando nella trattoria...
Cosa strana! Anche la mente pareva scherzasse per proprio conto; vagolava, parlava tra sé di cose aliene, senza nesso tra loro; seguiva immagini note, che si presentavano, non richiamate affatto; aeree ma precise, fuori della coscienza; e dava suggerimenti, pur sicura di non essere ascoltata.
A un tratto, però, avveniva come dianzi, per la tentazione dello specchio: la volontà nemica, come in agguato d'ogni moto istintivo, d'ogni suggerimento che tendesse ad avversarla, lo ghermiva di sorpresa, lo faceva suo per ritorcerlo subito contro il corpo.
La barba, sí.
Presto presto.
E poi un bagno...
- Un bagno? come? di sera? perché?
Perché sí.
Pulito, da capo a piedi.
E cambiato tutto: maglia, mutande, calzini, camicia...
tutto.
Bisognava che, dopo, il corpo fosse trovato pulito.
Intanto, la barba, subito!
Contrariamente al loro primo desiderio, le mani si sentivano ora messe a servizio della volontà nemica per un atto che, da normale e consueto che era, diventava un'impresa oscura, decisiva e quasi solenne.
Sul cassettone era il pennello, la scatoletta della pasta di sapone, il rasojo...
Ma bisognava prima versar l'acqua nella catinella, prendere 1'accappatojo...
Non sapevano piú con precisione le mani quel che bisognasse far prima.
Prima l'accappatojo, sí...
Nel tondo specchietto a bilico, tirato innanzi sul piano di marmo del cassettone, appariva di tra gli sgonfii del candido accappatojo l'ispida faccia.
Dio, come stravolta! quasi aguzzata tutta negli occhi attoniti, truci: irriconoscibile.
Ed ecco, le mani, impaurite da quegli occhi, allungavano le dita tremolanti al pennello, scoperchiavano la scatoletta della pasta di sapone; ne prendevano una ditata, la inserivano tra i peli del pennello bagnato; cominciavano a insaponar le guance, il mento, la gola...
Godevano altre volte gli occhi e gli orecchi nel vedere e nell'udire il bollichío e il friggío della spuma, fresca, bianchissima, crescente morbida in volute bambagiose su le guance, sul mento; e le dita si compiacevano di quel godimento degli occhi e degli orecchi, e s'indugiavano con voluttà nel far gonfiare la saponata con altre volute piú boffici e dense.
Ma ora, no.
Ora tremavano; e i polpastrelli avevano quasi perduto il tatto.
Tremavano d'armarsi del rasojo, cosí non piú sicure com'erano di sé; guidate, come sarebbero tra poco, da quegli occhi spaventosi.
Il petto ansava; il cuore stesso, che pur soffriva in sé ed era la causa di tutto, batteva ora in tumulto; solo un sottil filo di respiro entrava, quasi fischiando, acuto, per una delle nari, dilatata.
Le mani aprivano il rasojo.
Per fortuna, il corpo, aderendo al cassettone, avvertiva a un tratto su la bocca dello stomaco una pressione dolorosa.
Era il mazzetto di chiavi rimasto appeso lí alla toppa del primo cassetto.
La mano destra, allora, quasi di sua iniziativa, o piuttosto, obbedendo a un istintivo moto di ribrezzo per l'arma volgarissima già impugnata, posava il rasojo sul marmo del cassettone e, invece di estrarre la chiave incomoda dalla toppa, tirava un po' fuori il cassetto, ne cavava la rivoltella e la poneva sul piano di marmo, discosta.
Era questo un venire a patti con la volontà nemica.
Posando la rivoltella sul cassettone, la mano diceva a quella volontà:
- Ecco, c'è questa per te Non hai detto con questa? E lasciami dunque rifar la barba in pace!
L'ànsito del petto cessava, la mano non piú tremante, riprendeva svelta e quasi con gioja il pennello, giacché la spuma s'era ormai tutta rappresa, frigida, tra i peli.
Allontanato il pericolo, alleggerito il respiro, le dita lavoravano con voluttà insieme col pennello a far ricrescere la saponata; poi, con la massima sicurezza, riprendevano il rasojo, lo passavano su la guancia destra, a tratti netti; su la sinistra; e infine, senz'ombra d'esitazione, su la gola, tornando come prima a compiacersi del godimento che gli orecchi prendevano del fitto raschío.
Gli occhi, a poco a poco, avevano perduto l'espressione truce, ma s'erano ora, quasi subito, velati d'una enorme stanchezza, dietro alla quale lo sguardo smarrito esprimeva una bontà pietosa, quasi infantile, lontana.
Si chiudevano da sé, quegli occhi di bimbo.
E la stanchezza repentinamente invadeva, appesantiva tutte le membra.
La volontà però aveva un ultimo guizzo sinistro, e prima che il corpo, cosí all'improvviso vuoto di forze, cascante, si trascinasse fino alla poltrona a piè del letto, imponeva alla mano di prendere con sé la rivoltella per posarla lí a piè del letto stesso, accanto alla poltrona; come a dire che concedeva, sí, al corpo un po' di riposo, ma che intanto non dimenticava il patto.
L'ultimo barlume del giorno smoriva squallido, umido, alla finestra; l'ombra, poi man mano il bujo, la tenebra entravano nella camera, e il rettangolo della finestra ora vaneggiava men nero, prossimo e lontanissimo, punto da un infinito formicolío di stelle.
Il corpo, tutto il corpo dormiva ora col capo appoggiato ai piedi del letto, un braccio proteso verso la piccola rivoltella.
Senza avvertire il freddo della notte, ch'entrava dalla finestra aperta, dormí quel corpo nell'incomoda positura fino a che il barlume primo del nuovo giorno, piú squallido, piú umido dell'ultimo del giorno precedente, non diradò appena appena con un brulichío indistinto l'ombra nel vano di quella finestra.
Ma non si svegliarono le membra; il primo a svegliarsi fu il cuore, róso da un tormento che il corpo non sapeva.
Si svegliò per avvertire una vacuità spaventevole, sospesa nella sua tetraggine, e un senso d'afrezza cruda, atroce, ch'emanava quasi da una realtà non vissuta e ov'era impossibile vivere.
Ecco, bisognava approfittare di quest'attimo, che il corpo indolenzito era ancora invaso dal torpore del sonno.
Sí, sí, ecco, la volontà poteva piombare su quella mano ancora inerte sul letto, farle impugnare la rivoltella...
Subito! Estratta dal fodero, cosí, qua, un attimo, in bocca, sí, qua, qua...
con gli occhi chiusi...
cosí...
- ah, quel grilletto, come duro!...
sú, forza...
ec...co...
sí...
Nel corpo traboccato pesantemente a terra, dopo il rimbombo, le dita delle mani, cedendo lo sforzo violento nel quale s'erano serrate, e riaprendosi, già morte, lentissimamente da sé, con quel mignolo sbilenco della sinistra innanzi a tutte, pareva chiedessero:
- E perché?
LA CARRIOLA
Quand'ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d'addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr'occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto.
Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d'una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto.
Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile.
Sarei un uomo finito.
Forse m'acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l'onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m'assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d'altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d'esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall'esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell'altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d'avvocato.
Guaj, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero.
Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro.
Sono costernato e inquieto.
Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è cosí chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all'altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito.
Il valore dell'atto ch'io compio può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d'un tratto s'è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile.
Mi proverò.
Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m'opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po' di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama.
L'unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un'altra nuova.
M'ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare.
A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura.
Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla.
Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra.
Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m'occupava, senza che per questo, intanto, mi s'avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida.
Ariosa.
Lo spirito mi s'era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichío d'una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell'infinita lontananza; d'una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d'atti, non d'aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichío, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora sí, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n'accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata.
Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all'arrivo, mi ritrovai d'un tratto in tutt'altro animo, con un senso d'atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m'apparvero come vôtati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d'una gravezza crudele, insopportabile.
Con quest'animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m'attendeva all'uscita, e m'avviai per ritornare a casa.
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d'ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da' miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
Spaventosamente d'un tratto mi s'impose la certezza, che l'uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l'uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io.
Conobbi d'un tratto d'essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell'uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita.
Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia.
Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m'appariva, cosí vestita, cosí messa sú, mi parve estranea a me; come se altri me l'avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s'accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai! Chi lo aveva fatto cosí, quell'uomo che figurava me? chi lo aveva voluto cosí? chi cosí lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare cosí? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell'altro? Commendatore, professore, avvocato, quell'uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l'opera, il consiglio, l'assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro - ero io? io? propriamente? ma quando mai? E che m'importava di tutte le brighe in cui quell'uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall'assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell'esercizio della sua professione?
Ed erano lí, dietro quella porta che recava su la targa ovale d'ottone il mio nome, erano lí una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch'era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell'uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico.
Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell'uomo, di quell'uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti quei doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sí, fors'anche la moglie...
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No.
Non li sentii miei.
Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d'atroce afa col quale m'ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.
Ora la mia tragedia è questa.
Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive...
Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina.
Come una cosa morta, la trascina.
Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s'affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d'aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d'esser vivi.
Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato.
Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla, e morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sé una morte, senza conoscerla.
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.
Conoscersi è morire.
Il mio caso è anche peggiore.
Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c'è stata mai.
Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un'anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo.
E grido, l'anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: - Ma come? io, questo? io, cosí? ma quando mai? - E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare.
Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m'importa nulla, fatta segno d'una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me; cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.
Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti.
Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te.
E come spire e tentacoli t'avviluppano le conseguenze delle tue azioni.
E ti grava attorno come un'aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta.
E come puoi piú liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quale tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l'hanno messa sú e la vogliono cosí e non altrimenti? Dev'essere questa, per forza.
Serve cosí, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitarii della facoltà di legge, ai signori clienti che mi hanno affidato la vita, l'onore, la libertà, gli averi.
Serve cosí, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l'atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.
Ecco.
Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.
Tra me e lei non c'erano mai stati buoni rapporti.
Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s'era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú in giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe.
Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura.
Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:
- Bravo, sí, caro: lavora; non ti muovere di lí, perché è sicuro che, finché stai lí a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.
Cosí pensava certamente la povera bestia.
La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all'improvviso, nel vedermi guardato cosí.
Non le faccio male; non le faccio nulla.
Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s'accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d'avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone; e in punta di piedi mi reco all'uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l'uscio a chiave, per un momentino solo; gli occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d'esser pazzo, d'esser pazzo per un attimo solo, d'uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d'annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia; corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.
Questo è tutto.
Non faccio altro.
Corro subito a riaprire l'uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l'austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.
Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore.
Vorrei farle intendere - ripeto - che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi cosí.
Comprende, la bestia, la terribilità dell'atto che compio.
Non sarebbe nulla, se per ischerzo glielo facesse uno dei miei ragazzi.
Ma sa ch'io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e séguita maledettamente a guardarmi, atterrita.
NELL'ALBERGO È MORTO UN TALE
Cento cinquanta camere, in tre piani, nel punto piú popoloso della città.
Tre ordini di finestre tutte uguali, le ringhierrine ai davanzali, le vetrate e le persiane grigie, chiuse, aperte, semiaperte, accostate.
La facciata è brutta e poco promettente.
Ma se non ci fosse, chi sa che effetto curioso farebbero queste cento cinquanta scatole, cinquanta per cinquanta le une sulle altre, e la gente che vi si muove dentro; a guardarla da fuori.
L'albergo, tuttavia, è decente e molto comodo: ascensore, numerosi camerieri, svelti e ben disciplinati, buoni letti, buon trattamento nella sala da pranzo, servizio d'automobile.
Qualche avventore (piú d'uno) si lamenta di pagar troppo; tutti però alla fine riconoscono che in altri alberghi, se si spende meno, si sta peggio e non si ha il vantaggio, che si vuole, d'alloggiare nel centro della città.
Delle lagnanze sui prezzi il proprietario può dunque non curarsi e rispondere ai malcontenti che vadano pure altrove.
L'albergo è sempre pieno d'avventori e parecchi, all'arrivo del piroscafo ogni mattina e dei treni durante il giorno, veramente se ne vanno altrove, non perché vogliano, ma perché non vi trovano posto.
Sono per la maggior parte commessi viaggiatori, uomini d'affari, gente della provincia che viene a sbrigare in città qualche faccenda, o per liti giudiziarie o per consulto in caso di malattia: avventori di passaggio, insomma, che non durano di piú di tre o quattro giorni; moltissimi arrivano la sera per ripartire il giorno dopo.
Molte valige; pochi bauli.
Un gran traffico, un continuo andirivieni, dunque, dalla mattina alle quattro fin dopo la mezzanotte.
Il maggiordomo ci perde la testa.
In un momento, tutto pieno; un momento dopo, tre, quattro, cinque camere vuote: parte il numero 15 del primo piano, il numero 32 del secondo, il 2, il 20, il 45 del terzo; e intanto due nuovi avventori si sono or ora rimandati.
Chi arriva tardi è facile che trovi sgombra la camera migliore al primo piano; mentre chi è arrivato un momento prima ha dovuto contentarsi del numero 51 del terzo.
(Cinquanta, le camere, per ogni piano; ma ogni piano ha il numero 51, perché in tutti e tre manca il 17: dal 16 si salta al 18: e chi alloggia al numero 18 è sicuro di non aver la disgrazia con sé.)
Ci sono i vecchi clienti che chiamano per nome i camerieri, con la soddisfazione di non esser per essi come tutti gli altri, il numero della stanza che occupano: gente senza casa propria, gente che viaggia tutto l'anno, con la valigia sempre in mano, gente che sta bene ovunque, pronta a tutte le evenienze e sicura di sé.
In quasi tutti gli altri è un'impazienza smaniosa o un'aria smarrita o una costernazione accigliata.
Non sono assenti soltanto dal loro paese, dalla loro casa; sono anche assenti da sé.
Fuori dalle proprie abitudini, lontani dagli aspetti e dagli oggetti consueti, in cui giornalmente vedono e toccano la realtà solita e meschina della propria esistenza, ora non si ritrovano piú; quasi non si conoscono piú perché tutto è come arrestato in loro, e sospeso in un vuoto che non sanno come riempire, nel quale ciascuno teme possano da un istante all'altro avvistarglisi aspetti di cose sconosciute o sorgergli pensieri, desiderii nuovi, da un nonnulla; strane curiosità che gli facciano vedere e toccare una realtà diversa, misteriosa, non soltanto attorno a lui, ma anche in lui stesso.
Svegliati troppo presto dai rumori dell'albergo e della via sottostante, si buttano a sbrigare in gran fretta i loro negozii.
Trovano tutte le porte ancora chiuse: l'avvocato scende in istudio fra un'ora; il medico comincia a ricevere alle nove e mezzo.
Poi, sbrigate le faccende, storditi, annojati, stanchi, tornano a chiudersi nella loro stanza con l'incubo delle due o tre ore che avanzano alla partenza del treno; passeggiano, sbuffano, guardano il letto che non li invita a sdrajarsi; le poltrone, il canapè che non li invitano a sedere; la finestra che non li invita ad affacciarsi.
Com'è strano quel letto! Che forma curiosa ha quel canapè! E quello specchio lí, che orrore! - Tutt'a un tratto, si sovvengono d'una commissione dimenticata: la macchinetta per la barba, le giarrettiere per la moglie, il collarino per il cane; suonano il campanello per domandare al cameriere indirizzi e informazioni.
- Un collarino, con la targhetta cosí e cosí, da farci incidere il nome.
- Del cane?
- No, mio, e l'indirizzo della casa.
Ne sentono di tutti i colori i camerieri.
Tutta la vita passa di là, la vita senza requie, mossa da tante vicende, sospinta da tanti bisogni.
C'è giú, per esempio, al numero 12 del secondo piano, una povera vecchia signora in gramaglie che vuol sapere da tutti se per mare si soffre o non si soffre.
Deve andare in America, e non ha viaggiato mai.
È arrivata jersera, cadente, sorretta di qua da un figliuolo, di là da una figliuola, anch'essi in gramaglie.
Specialmente il lunedí sera, alle ore sei, il proprietario vorrebbe che al bureau si sapesse con precisione di quante camere si può disporre.
Arriva il piroscafo da Genova, con la gente che rimpatria dalle Americhe, e contemporaneamente, dall'interno, il treno diretto piú affollato di viaggiatori.
Jersera, alle sei, si sono presentati al bureau piú di quindici forestieri.
Se ne son potuti accogliere quattro soltanto, in due sole camere: questa povera signora in gramaglie col figliuolo e la figliuola, al numero 12 del secondo piano; e, al numero 13 accanto, un signore sbarcato dal piroscafo di Genova.
Al bureau il maggiordomo ha segnato nel registro:
Signor Persico Giovanni, con madre e sorella provenienti da Vittoria.
Signor Funardi Rosario, intraprenditore, proveniente da New York.
Quella vecchia signora in gramaglie ha dovuto staccarsi con dolore da un'altra famigliuola, composta anch'essa di tre persone, con la quale aveva viaggiato in treno e da cui aveva avuto l'indirizzo dell'albergo.
Tanto piú se n'è doluta, quando ha saputo ch'essa avrebbe potuto alloggiare nella camera accanto, se il numero 13, un minuto prima, proprio un minuto prima, non fosse stato assegnato a quel signor Funardi, intraprenditore, proveniente da New York.
Vedendo la vecchia madre piangere aggrappata al collo della signora sua compagna di viaggio, jersera il figliuolo si volle provare a rivolgere al signor Funardi la preghiera di cedere a quell'altra famigliuola la stanza.
Lo pregò in inglese, perché anche lui, il giovanotto, è un americano, ritornato insieme con la sorella dagli Stati Uniti da appena una quarantina di giorni, per una disgrazia, per la morte d'un fratello che manteneva in Sicilia la vecchia madre.
Ora questa piange; ha pianto e ha sofferto tanto, lungo tutto il viaggio in treno, che è stato in sessantasei anni il suo primo viaggio: s'è staccata con strazio dalla casa dov'è nata e invecchiata, dalla tomba recente del figliuolo con cui era rimasta sola tant'anni, dagli oggetti piú cari, dai ricordi del paese natale, e vedendosi sul punto di staccarsi per sempre anche dalla Sicilia, s'aggrappa a tutto, a tutti: ecco, anche a quella signora con cui ha viaggiato.
Se dunque il signor Funardi volesse...
No.
Il signor Funardi non ha voluto.
Ha risposto di no, col capo, senz'altro, dopo aver ascoltato la preghiera del giovane in inglese: un no da bravo americano, con le dense ciglia aggrottate nella faccia tumida, giallastra, irta di barba incipiente; e se n'è salito in ascensore al numero 13 del secondo piano.
Per quanto il figliuolo e la figliuola abbiano insistito, non c'è stato verso d'indurre la vecchia madre a servirsi anche lei dell'ascensore.
Ogni congegno meccanico le incute spavento, terrore.
E pensare che ora deve andare in America, a New York! Passare tanto mare, l'Oceano...
I figliuoli la esortano a star tranquilla, che per mare non si soffre; ma lei non si fida; ha sofferto tanto in treno! E domanda a tutti, ogni cinque minuti, se è vero che per mare non si soffre.
I camerieri, le cameriere, i facchini, questa mattina, per levarsela d'addosso, si sono intesi di darle il consiglio di rivolgersi al signore della stanza accanto sbarcato or ora dal piroscafo di Genova, di ritorno dall'America.
Ecco, lui ch'è stato tanti e tanti giorni per mare, che ha passato l'Oceano, lui sí, e nessuno meglio di lui, le potrà dire se per mare si soffre o non si soffre.
Ebbene, dall'alba - poiché i figliuoli sono usciti a ritirare i bagagli dalla stazione e si sono messi in giro per alcune compere - dall'alba la vecchia signora schiude l'uscio pian piano, di cinque minuti in cinque minuti, e sporge il capo timidamente a guardar l'uscio della stanza accanto, per domandare all'uomo che ha passato l'Oceano se per mare si soffre o non si soffre.
Nella prima luce livida, soffusa dal finestrone in fondo allo squallido corridojo, ha veduto due lunghe file di scarpe, di qua e di là.
Innanzi a ogni uscio, un pajo.
Ha veduto di tratto in tratto crescere sempre piú i vuoti nelle due file; ha sorpreso piú d'un braccio stendersi fuori di questo o di quell'uscio a ritirare il pajo di scarpe che vi stava davanti.
Ora tutte le paja sono state ritirate.
Solo quelle dell'uscio accanto, giusto quelle dell'uomo che ha passato l'Oceano e da cui ella ha tanta smania di sapere se per mare non si soffre, eccole ancora lí.
Le nove.
Sono passate le nove; sono passate le nove e mezzo; sono passate le dieci: quelle scarpe, ancora lí, sempre lí.
Sole, l'unico pajo rimasto in tutto il corridojo, dietro quell'uscio solo, lí accanto, ancora chiuso.
Tanto rumore s'è fatto per quel corridojo, tanta gente è passata, camerieri, cameriere, facchini; tutti o quasi tutti i forestieri sono usciti dalle loro stanze; tanti vi sono rientrati; tutti i campanelli hanno squillato, seguitano di tratto in tratto a squillare, e non cessa un momento il sordo ronzio dell'ascensore, sú e giú, da questo a quel piano, al pianterreno; chi va, chi viene; e quel signore non si sveglia ancora.
Sono già vicine le undici: quel pajo di scarpe è ancora lí, davanti all'uscio.
Lí.
La vecchia signora non può piú reggere; vede passare un cameriere; lo ferma; gl'indica quelle scarpe:
- Ma come? dorme ancora?
- Eh, - fa il cameriere, alzando le spalle, - si vede che sarà stanco...
Ha viaggiato tanto!
E se ne va.
La vecchia signora fa un gesto, come per dire: - Uhm! - e ritira il capo dall'uscio.
Poco dopo lo riapre e sporge il capo di nuovo a riguardare con strano sgomento quelle scarpe lí.
Deve aver viaggiato molto, davvero, quell'uomo; devono aver fatto davvero tanto e tanto cammino quelle scarpe: son due povere scarpacce enormi, sformate, scalcagnate, con gli elastici, ai due lati, slabbrati, crepati: chi sa quanta fatica, quali stenti, quanta stanchezza, per quante vie...
Quasi quasi la vecchia signora ha la tentazione di picchiar con le nocche delle dita a quell'uscio.
Torna a ritirarsi in camera.
I figli tardano a rientrare in albergo.
La smania le cresce di punto in punto.
Chi sa se sono andati, come le hanno promesso, a guardare il mare, se è tranquillo?
Ma già, come si può vedere da terra, se il mare è tranquillo? il mare lontano, il mare che non finisce mai, l'Oceano...
Le diranno che è tranquillo.
Come credere a loro? Lui solo, il signore della stanza accanto, potrebbe dirle la verità.
Tende l'orecchio; appoggia l'orecchio alla parete, se le riesca d'avvertire di là qualche rumore.
Niente.
Silenzio.
Ma è già quasi mezzogiorno: possibile che dorma ancora?
Ecco: suona la campana del pranzo.
Da tutti gli usci sul corridojo escono i signori che si recano giú alla sala da mangiare.
Ella si riaffaccia all'uscio a osservare se facciano impressione a qualcuno quelle scarpe ancora lí.
No: ecco; a nessuno; tutti vanno via, senza farci caso.
Viene un cameriere a chiamarla: i figliuoli sono giú, arrivati or ora; la aspettano in sala da pranzo.
E la vecchia signora scende col cameriere.
Ora nel corridojo non c'è piú nessuno; tutte le stanze sono vuote: il pajo di scarpe resta in attesa, nella solitudine, nel silenzio, dietro quell'uscio sempre chiuso.
Pajono in gastigo.
Fatte per camminarci, lasciate lí disutili, cosí logore dopo aver tanto servito, pare che si vergognino e chiedano pietosamente d'esser tolte di lí o ritirate alla fine.
Al ritorno dal pranzo, dopo circa un'ora, tutti i forestieri si fermano finalmente, per l'indicazione piena di stupore e di paura della vecchia signora, a osservarle con curiosità.
Si fa il nome dell'americano, arrivato jersera.
Chi l'ha veduto? È sbarcato dal piroscafo di Genova.
Forse la notte scorsa non ha dormito...
Forse ha sofferto per mare...
Viene dall'America...
Se ha sofferto per mare, traversando l'Oceano, chi sa quante notti avrà passato insonni...
Vorrà rifarsi, dormendo un giorno intero.
Possibile? in mezzo a tanto frastuono...
È già il tocco...
E la ressa cresce attorno a quel pajo di scarpe innanzi all'uscio chiuso.
Ma tutti istintivamente, se ne tengono discosti, in semicerchio.
Un cameriere corre a chiamare il maggiordomo; questi manda a chiamare il proprietario, e tutti e due, prima l'uno, poi l'altro, picchiano all'uscio.
Nessuno risponde.
Si provano ad aprir l'uscio.
È chiuso di dentro.
Picchiano piú forte, piú forte.
Silenzio ancora.
Non c'è piú dubbio.
Bisogna correr subito ad avvertire la questura: per fortuna, c'è un ufficio qua a due passi.
Viene un delegato, con due guardie e un fabbro: l'uscio è forzato; le guardie impediscono l'entrata ai curiosi, che fanno impeto; entrano il delegato e il proprietario dell'albergo.
L'uomo che ha passato l'Oceano è morto, in un letto d'albergo, la prima notte che ha toccato terra.
È morto dormendo, con una mano sotto la guancia, come un bambino.
Forse di sincope.
Tanti vivi, tutti questi che la vita senza requie aduna qui per un giorno, mossi dalle piú opposte vicende, sospinti dai piú diversi bisogni, fanno ressa innanzi a una celletta d'alveare, ove una vita d'improvviso s'è arrestata.
La nuova s'è sparsa in tutto l'albergo.
Accorrono di sú, di giú; vogliono vedere, vogliono sapere, chi è morto, com'è morto...
- Non si entra!
C'è dentro il pretore e un medico necroscopo.
Dalla fessura dell'uscio, allo spigolo - ecco, ecco - s'intravede il cadavere sul letto - ecco la faccia...
uh, come bianca; con una mano sotto la guancia, pare che dorma...
come un bambino...
Chi è? come si chiama? Non si sa nulla.
Si sa soltanto che torna dall'America, da New York.
Dov'era diretto? Da chi era aspettato? Non si sa nulla.
Nessuna indicazione è venuta fuori dalle carte, che gli si sono trovate nelle tasche e nella valigia.
Intraprenditore - ma di che? Nel portafogli, solo sessantacinque lire, e poche monete spicciole in una borsetta nel taschino del panciotto.
Una delle guardie viene a posare sulla lastra di bardiglio del cassettone quelle povere scarpe scalcagnate che non cammineranno piú.
A poco a poco, per liberarsi dalla calca, tutti cominciano a sfollare, rientrano nelle loro stanze, sú al terzo piano, giú al primo; altri se ne vanno per i loro affari, ripresi dalle loro brighe.
Solo la vecchia signora, che voleva sapere se per mare non si soffre, rimane lí, innanzi all'uscio, non ostante la violenza che le fanno i due figliuoli; rimane lí a piangere atterrita per quell'uomo che è morto dopo aver passato l'Oceano, che anch'ella or ora dovrà passare.
Giú, tra le bestemmie e le imprecazioni dei vetturini e dei facchini che entrano ed escono di continuo, hanno chiuso in segno di lutto il portone dell'albergo, lasciando aperto soltanto lo sportello.
- Chiuso? Perché chiuso?
- Mah! Niente.
Nell'albergo è morto un tale...
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