CANDELORA, di Luigi Pirandello - pagina 20
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- Passiamo il tempo cosí, - pareva dicesse quella mano, - ma sarebbe ora veramente d'andare a cena; almeno a cena, poiché oggi, a mezzogiorno, non s'è desinato...
Prima d'andare a cena, però...
E la mano, levandosi di nuovo, ma non piú adunca, riafferrava le guance per grattar l'ispidume dei peli rinascenti.
- Che barbaccia! Bisognerebbe rifarla per non far voltare la gente, entrando nella trattoria...
Cosa strana! Anche la mente pareva scherzasse per proprio conto; vagolava, parlava tra sé di cose aliene, senza nesso tra loro; seguiva immagini note, che si presentavano, non richiamate affatto; aeree ma precise, fuori della coscienza; e dava suggerimenti, pur sicura di non essere ascoltata.
A un tratto, però, avveniva come dianzi, per la tentazione dello specchio: la volontà nemica, come in agguato d'ogni moto istintivo, d'ogni suggerimento che tendesse ad avversarla, lo ghermiva di sorpresa, lo faceva suo per ritorcerlo subito contro il corpo.
La barba, sí.
Presto presto.
E poi un bagno...
- Un bagno? come? di sera? perché?
Perché sí.
Pulito, da capo a piedi.
E cambiato tutto: maglia, mutande, calzini, camicia...
tutto.
Bisognava che, dopo, il corpo fosse trovato pulito.
Intanto, la barba, subito!
Contrariamente al loro primo desiderio, le mani si sentivano ora messe a servizio della volontà nemica per un atto che, da normale e consueto che era, diventava un'impresa oscura, decisiva e quasi solenne.
Sul cassettone era il pennello, la scatoletta della pasta di sapone, il rasojo...
Ma bisognava prima versar l'acqua nella catinella, prendere 1'accappatojo...
Non sapevano piú con precisione le mani quel che bisognasse far prima.
Prima l'accappatojo, sí...
Nel tondo specchietto a bilico, tirato innanzi sul piano di marmo del cassettone, appariva di tra gli sgonfii del candido accappatojo l'ispida faccia.
Dio, come stravolta! quasi aguzzata tutta negli occhi attoniti, truci: irriconoscibile.
Ed ecco, le mani, impaurite da quegli occhi, allungavano le dita tremolanti al pennello, scoperchiavano la scatoletta della pasta di sapone; ne prendevano una ditata, la inserivano tra i peli del pennello bagnato; cominciavano a insaponar le guance, il mento, la gola...
Godevano altre volte gli occhi e gli orecchi nel vedere e nell'udire il bollichío e il friggío della spuma, fresca, bianchissima, crescente morbida in volute bambagiose su le guance, sul mento; e le dita si compiacevano di quel godimento degli occhi e degli orecchi, e s'indugiavano con voluttà nel far gonfiare la saponata con altre volute piú boffici e dense.
Ma ora, no.
Ora tremavano; e i polpastrelli avevano quasi perduto il tatto.
Tremavano d'armarsi del rasojo, cosí non piú sicure com'erano di sé; guidate, come sarebbero tra poco, da quegli occhi spaventosi.
Il petto ansava; il cuore stesso, che pur soffriva in sé ed era la causa di tutto, batteva ora in tumulto; solo un sottil filo di respiro entrava, quasi fischiando, acuto, per una delle nari, dilatata.
Le mani aprivano il rasojo.
Per fortuna, il corpo, aderendo al cassettone, avvertiva a un tratto su la bocca dello stomaco una pressione dolorosa.
Era il mazzetto di chiavi rimasto appeso lí alla toppa del primo cassetto.
La mano destra, allora, quasi di sua iniziativa, o piuttosto, obbedendo a un istintivo moto di ribrezzo per l'arma volgarissima già impugnata, posava il rasojo sul marmo del cassettone e, invece di estrarre la chiave incomoda dalla toppa, tirava un po' fuori il cassetto, ne cavava la rivoltella e la poneva sul piano di marmo, discosta.
Era questo un venire a patti con la volontà nemica.
Posando la rivoltella sul cassettone, la mano diceva a quella volontà:
- Ecco, c'è questa per te Non hai detto con questa? E lasciami dunque rifar la barba in pace!
L'ànsito del petto cessava, la mano non piú tremante, riprendeva svelta e quasi con gioja il pennello, giacché la spuma s'era ormai tutta rappresa, frigida, tra i peli.
Allontanato il pericolo, alleggerito il respiro, le dita lavoravano con voluttà insieme col pennello a far ricrescere la saponata; poi, con la massima sicurezza, riprendevano il rasojo, lo passavano su la guancia destra, a tratti netti; su la sinistra; e infine, senz'ombra d'esitazione, su la gola, tornando come prima a compiacersi del godimento che gli orecchi prendevano del fitto raschío.
Gli occhi, a poco a poco, avevano perduto l'espressione truce, ma s'erano ora, quasi subito, velati d'una enorme stanchezza, dietro alla quale lo sguardo smarrito esprimeva una bontà pietosa, quasi infantile, lontana.
Si chiudevano da sé, quegli occhi di bimbo.
E la stanchezza repentinamente invadeva, appesantiva tutte le membra.
La volontà però aveva un ultimo guizzo sinistro, e prima che il corpo, cosí all'improvviso vuoto di forze, cascante, si trascinasse fino alla poltrona a piè del letto, imponeva alla mano di prendere con sé la rivoltella per posarla lí a piè del letto stesso, accanto alla poltrona; come a dire che concedeva, sí, al corpo un po' di riposo, ma che intanto non dimenticava il patto.
L'ultimo barlume del giorno smoriva squallido, umido, alla finestra; l'ombra, poi man mano il bujo, la tenebra entravano nella camera, e il rettangolo della finestra ora vaneggiava men nero, prossimo e lontanissimo, punto da un infinito formicolío di stelle.
Il corpo, tutto il corpo dormiva ora col capo appoggiato ai piedi del letto, un braccio proteso verso la piccola rivoltella.
Senza avvertire il freddo della notte, ch'entrava dalla finestra aperta, dormí quel corpo nell'incomoda positura fino a che il barlume primo del nuovo giorno, piú squallido, piú umido dell'ultimo del giorno precedente, non diradò appena appena con un brulichío indistinto l'ombra nel vano di quella finestra.
Ma non si svegliarono le membra; il primo a svegliarsi fu il cuore, róso da un tormento che il corpo non sapeva.
Si svegliò per avvertire una vacuità spaventevole, sospesa nella sua tetraggine, e un senso d'afrezza cruda, atroce, ch'emanava quasi da una realtà non vissuta e ov'era impossibile vivere.
Ecco, bisognava approfittare di quest'attimo, che il corpo indolenzito era ancora invaso dal torpore del sonno.
Sí, sí, ecco, la volontà poteva piombare su quella mano ancora inerte sul letto, farle impugnare la rivoltella...
Subito! Estratta dal fodero, cosí, qua, un attimo, in bocca, sí, qua, qua...
con gli occhi chiusi...
cosí...
- ah, quel grilletto, come duro!...
sú, forza...
ec...co...
sí...
Nel corpo traboccato pesantemente a terra, dopo il rimbombo, le dita delle mani, cedendo lo sforzo violento nel quale s'erano serrate, e riaprendosi, già morte, lentissimamente da sé, con quel mignolo sbilenco della sinistra innanzi a tutte, pareva chiedessero:
- E perché?
LA CARRIOLA
Quand'ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d'addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr'occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto.
Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d'una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto.
Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile.
Sarei un uomo finito.
Forse m'acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l'onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m'assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d'altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d'esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall'esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell'altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d'avvocato.
Guaj, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero.
Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro.
Sono costernato e inquieto.
Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è cosí chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all'altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito.
Il valore dell'atto ch'io compio può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d'un tratto s'è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile.
Mi proverò.
Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m'opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po' di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama.
L'unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un'altra nuova.
M'ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare.
A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura.
Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla.
Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra.
Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m'occupava, senza che per questo, intanto, mi s'avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida.
Ariosa.
Lo spirito mi s'era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichío d'una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell'infinita lontananza; d'una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d'atti, non d'aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichío, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora sí, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n'accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata.
Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all'arrivo, mi ritrovai d'un tratto in tutt'altro animo, con un senso d'atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m'apparvero come vôtati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d'una gravezza crudele, insopportabile.
Con quest'animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m'attendeva all'uscita, e m'avviai per ritornare a casa.
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d'ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da' miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
Spaventosamente d'un tratto mi s'impose la certezza, che l'uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l'uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io.
Conobbi d'un tratto d'essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell'uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita.
Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia.
Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m'appariva, cosí vestita, cosí messa sú, mi parve estranea a me; come se altri me l'avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s'accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai! Chi lo aveva fatto cosí, quell'uomo che figurava me? chi lo aveva voluto cosí? chi cosí lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare cosí? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell'altro? Commendatore, professore, avvocato, quell'uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l'opera, il consiglio, l'assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro - ero io? io? propriamente? ma quando mai? E che m'importava di tutte le brighe in cui quell'uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall'assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell'esercizio della sua professione?
Ed erano lí, dietro quella porta che recava su la targa ovale d'ottone il mio nome, erano lí una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch'era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell'uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico.
Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell'uomo, di quell'uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti quei doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sí, fors'anche la moglie...
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No.
Non li sentii miei.
Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d'atroce afa col quale m'ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell'uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.
Ora la mia tragedia è questa.
Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive...
Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina.
Come una cosa morta, la trascina.
Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s'affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d'aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d'esser vivi.
Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato.
Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla, e morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sé una morte, senza conoscerla.
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.
Conoscersi è morire.
Il mio caso è anche peggiore.
Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c'è stata mai.
Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un'anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo.
E grido, l'anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: - Ma come? io, questo? io, cosí? ma quando mai? - E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare.
Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m'importa nulla, fatta segno d'una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me; cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.
Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti.
Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te.
E come spire e tentacoli t'avviluppano le conseguenze delle tue azioni.
E ti grava attorno come un'aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta.
E come puoi piú liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quale tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l'hanno messa sú e la vogliono cosí e non altrimenti? Dev'essere questa, per forza.
Serve cosí, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitarii della facoltà di legge, ai signori clienti che mi hanno affidato la vita, l'onore, la libertà, gli averi.
Serve cosí, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l'atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.
Ecco.
Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.
Tra me e lei non c'erano mai stati buoni rapporti.
Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s'era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú in giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe.
Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura.
Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:
- Bravo, sí, caro: lavora; non ti muovere di lí, perché è sicuro che, finché stai lí a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.
Cosí pensava certamente la povera bestia.
La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all'improvviso, nel vedermi guardato cosí.
Non le faccio male; non le faccio nulla.
Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s'accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d'avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone; e in punta di piedi mi reco all'uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l'uscio a chiave, per un momentino solo; gli occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d'esser pazzo, d'esser pazzo per un attimo solo, d'uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d'annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia; corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.
Questo è tutto.
Non faccio altro.
Corro subito a riaprire l'uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l'austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.
Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore.
Vorrei farle intendere - ripeto - che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi cosí.
Comprende, la bestia, la terribilità dell'atto che compio.
Non sarebbe nulla, se per ischerzo glielo facesse uno dei miei ragazzi.
Ma sa ch'io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e séguita maledettamente a guardarmi, atterrita.
NELL'ALBERGO È MORTO UN TALE
Cento cinquanta camere, in tre piani, nel punto piú popoloso della città.
Tre ordini di finestre tutte uguali, le ringhierrine ai davanzali, le vetrate e le persiane grigie, chiuse, aperte, semiaperte, accostate.
La facciata è brutta e poco promettente.
Ma se non ci fosse, chi sa che effetto curioso farebbero queste cento cinquanta scatole, cinquanta per cinquanta le une sulle altre, e la gente che vi si muove dentro; a guardarla da fuori.
L'albergo, tuttavia, è decente e molto comodo: ascensore, numerosi camerieri, svelti e ben disciplinati, buoni letti, buon trattamento nella sala da pranzo, servizio d'automobile.
Qualche avventore (piú d'uno) si lamenta di pagar troppo; tutti però alla fine riconoscono che in altri alberghi, se si spende meno, si sta peggio e non si ha il vantaggio, che si vuole, d'alloggiare nel centro della città.
Delle lagnanze sui prezzi il proprietario può dunque non curarsi e rispondere ai malcontenti che vadano pure altrove.
L'albergo è sempre pieno d'avventori e parecchi, all'arrivo del piroscafo ogni mattina e dei treni durante il giorno, veramente se ne vanno altrove, non perché vogliano, ma perché non vi trovano posto.
Sono per la maggior parte commessi viaggiatori, uomini d'affari, gente della provincia che viene a sbrigare in città qualche faccenda, o per liti giudiziarie o per consulto in caso di malattia: avventori di passaggio, insomma, che non durano di piú di tre o quattro giorni; moltissimi arrivano la sera per ripartire il giorno dopo.
Molte valige; pochi bauli.
Un gran traffico, un continuo andirivieni, dunque, dalla mattina alle quattro fin dopo la mezzanotte.
Il maggiordomo ci perde la testa.
In un momento, tutto pieno; un momento dopo, tre, quattro, cinque camere vuote: parte il numero 15 del primo piano, il numero 32 del secondo, il 2, il 20, il 45 del terzo; e intanto due nuovi avventori si sono or ora rimandati.
Chi arriva tardi è facile che trovi sgombra la camera migliore al primo piano; mentre chi è arrivato un momento prima ha dovuto contentarsi del numero 51 del terzo.
(Cinquanta, le camere, per ogni piano; ma ogni piano ha il numero 51, perché in tutti e tre manca il 17: dal 16 si salta al 18: e chi alloggia al numero 18 è sicuro di non aver la disgrazia con sé.)
Ci sono i vecchi clienti che chiamano per nome i camerieri, con la soddisfazione di non esser per essi come tutti gli altri, il numero della stanza che occupano: gente senza casa propria, gente che viaggia tutto l'anno, con la valigia sempre in mano, gente che sta bene ovunque, pronta a tutte le evenienze e sicura di sé.
In quasi tutti gli altri è un'impazienza smaniosa o un'aria smarrita o una costernazione accigliata.
Non sono assenti soltanto dal loro paese, dalla loro casa; sono anche assenti da sé.
Fuori dalle proprie abitudini, lontani dagli aspetti e dagli oggetti consueti, in cui giornalmente vedono e toccano la realtà solita e meschina della propria esistenza, ora non si ritrovano piú; quasi non si conoscono piú perché tutto è come arrestato in loro, e sospeso in un vuoto che non sanno come riempire, nel quale ciascuno teme possano da un istante all'altro avvistarglisi aspetti di cose sconosciute o sorgergli pensieri, desiderii nuovi, da un nonnulla; strane curiosità che gli facciano vedere e toccare una realtà diversa, misteriosa, non soltanto attorno a lui, ma anche in lui stesso.
Svegliati troppo presto dai rumori dell'albergo e della via sottostante, si buttano a sbrigare in gran fretta i loro negozii.
Trovano tutte le porte ancora chiuse: l'avvocato scende in istudio fra un'ora; il medico comincia a ricevere alle nove e mezzo.
Poi, sbrigate le faccende, storditi, annojati, stanchi, tornano a chiudersi nella loro stanza con l'incubo delle due o tre ore che avanzano alla partenza del treno; passeggiano, sbuffano, guardano il letto che non li invita a sdrajarsi; le poltrone, il canapè che non li invitano a sedere; la finestra che non li invita ad affacciarsi.
Com'è strano quel letto! Che forma curiosa ha quel canapè! E quello specchio lí, che orrore! - Tutt'a un tratto, si sovvengono d'una commissione dimenticata: la macchinetta per la barba, le giarrettiere per la moglie, il collarino per il cane; suonano il campanello per domandare al cameriere indirizzi e informazioni.
- Un collarino, con la targhetta cosí e cosí, da farci incidere il nome.
- Del cane?
- No, mio, e l'indirizzo della casa.
Ne sentono di tutti i colori i camerieri.
Tutta la vita passa di là, la vita senza requie, mossa da tante vicende, sospinta da tanti bisogni.
C'è giú, per esempio, al numero 12 del secondo piano, una povera vecchia signora in gramaglie che vuol sapere da tutti se per mare si soffre o non si soffre.
Deve andare in America, e non ha viaggiato mai.
È arrivata jersera, cadente, sorretta di qua da un figliuolo, di là da una figliuola, anch'essi in gramaglie.
Specialmente il lunedí sera, alle ore sei, il proprietario vorrebbe che al bureau si sapesse con precisione di quante camere si può disporre.
Arriva il piroscafo da Genova, con la gente che rimpatria dalle Americhe, e contemporaneamente, dall'interno, il treno diretto piú affollato di viaggiatori.
Jersera, alle sei, si sono presentati al bureau piú di quindici forestieri.
Se ne son potuti accogliere quattro soltanto, in due sole camere: questa povera signora in gramaglie col figliuolo e la figliuola, al numero 12 del secondo piano; e, al numero 13 accanto, un signore sbarcato dal piroscafo di Genova.
Al bureau il maggiordomo ha segnato nel registro:
Signor Persico Giovanni, con madre e sorella provenienti da Vittoria.
Signor Funardi Rosario, intraprenditore, proveniente da New York.
Quella vecchia signora in gramaglie ha dovuto staccarsi con dolore da un'altra famigliuola, composta anch'essa di tre persone, con la quale aveva viaggiato in treno e da cui aveva avuto l'indirizzo dell'albergo.
Tanto piú se n'è doluta, quando ha saputo ch'essa avrebbe potuto alloggiare nella camera accanto, se il numero 13, un minuto prima, proprio un minuto prima, non fosse stato assegnato a quel signor Funardi, intraprenditore, proveniente da New York.
Vedendo la vecchia madre piangere aggrappata al collo della signora sua compagna di viaggio, jersera il figliuolo si volle provare a rivolgere al signor Funardi la preghiera di cedere a quell'altra famigliuola la stanza.
Lo pregò in inglese, perché anche lui, il giovanotto, è un americano, ritornato insieme con la sorella dagli Stati Uniti da appena una quarantina di giorni, per una disgrazia, per la morte d'un fratello che manteneva in Sicilia la vecchia madre.
Ora questa piange; ha pianto e ha sofferto tanto, lungo tutto il viaggio in treno, che è stato in sessantasei anni il suo primo viaggio: s'è staccata con strazio dalla casa dov'è nata e invecchiata, dalla tomba recente del figliuolo con cui era rimasta sola tant'anni, dagli oggetti piú cari, dai ricordi del paese natale, e vedendosi sul punto di staccarsi per sempre anche dalla Sicilia, s'aggrappa a tutto, a tutti: ecco, anche a quella signora con cui ha viaggiato.
Se dunque il signor Funardi volesse...
No.
Il signor Funardi non ha voluto.
Ha risposto di no, col capo, senz'altro, dopo aver ascoltato la preghiera del giovane in inglese: un no da bravo americano, con le dense ciglia aggrottate nella faccia tumida, giallastra, irta di barba incipiente; e se n'è salito in ascensore al numero 13 del secondo piano.
Per quanto il figliuolo e la figliuola abbiano insistito, non c'è stato verso d'indurre la vecchia madre a servirsi anche lei dell'ascensore.
Ogni congegno meccanico le incute spavento, terrore.
E pensare che ora deve andare in America, a New York! Passare tanto mare, l'Oceano...
I figliuoli la esortano a star tranquilla, che per mare non si soffre; ma lei non si fida; ha sofferto tanto in treno! E domanda a tutti, ogni cinque minuti, se è vero che per mare non si soffre.
I camerieri, le cameriere, i facchini, questa mattina, per levarsela d'addosso, si sono intesi di darle il consiglio di rivolgersi al signore della stanza accanto sbarcato or ora dal piroscafo di Genova, di ritorno dall'America.
Ecco, lui ch'è stato tanti e tanti giorni per mare, che ha passato l'Oceano, lui sí, e nessuno meglio di lui, le potrà dire se per mare si soffre o non si soffre.
Ebbene, dall'alba - poiché i figliuoli sono usciti a ritirare i bagagli dalla stazione e si sono messi in giro per alcune compere - dall'alba la vecchia signora schiude l'uscio pian piano, di cinque minuti in cinque minuti, e sporge il capo timidamente a guardar l'uscio della stanza accanto, per domandare all'uomo che ha passato l'Oceano se per mare si soffre o non si soffre.
Nella prima luce livida, soffusa dal finestrone in fondo allo squallido corridojo, ha veduto due lunghe file di scarpe, di qua e di là.
Innanzi a ogni uscio, un pajo.
Ha veduto di tratto in tratto crescere sempre piú i vuoti nelle due file; ha sorpreso piú d'un braccio stendersi fuori di questo o di quell'uscio a ritirare il pajo di scarpe che vi stava davanti.
Ora tutte le paja sono state ritirate.
Solo quelle dell'uscio accanto, giusto quelle dell'uomo che ha passato l'Oceano e da cui ella ha tanta smania di sapere se per mare non si soffre, eccole ancora lí.
Le nove.
Sono passate le nove; sono passate le nove e mezzo; sono passate le dieci: quelle scarpe, ancora lí, sempre lí.
Sole, l'unico pajo rimasto in tutto il corridojo, dietro quell'uscio solo, lí accanto, ancora chiuso.
Tanto rumore s'è fatto per quel corridojo, tanta gente è passata, camerieri, cameriere, facchini; tutti o quasi tutti i forestieri sono usciti dalle loro stanze; tanti vi sono rientrati; tutti i campanelli hanno squillato, seguitano di tratto in tratto a squillare, e non cessa un momento il sordo ronzio dell'ascensore, sú e giú, da questo a quel piano, al pianterreno; chi va, chi viene; e quel signore non si sveglia ancora.
Sono già vicine le undici: quel pajo di scarpe è ancora lí, davanti all'uscio.
Lí.
La vecchia signora non può piú reggere; vede passare un cameriere; lo ferma; gl'indica quelle scarpe:
- Ma come? dorme ancora?
- Eh, - fa il cameriere, alzando le spalle, - si vede che sarà stanco...
Ha viaggiato tanto!
E se ne va.
La vecchia signora fa un gesto, come per dire: - Uhm! - e ritira il capo dall'uscio.
Poco dopo lo riapre e sporge il capo di nuovo a riguardare con strano sgomento quelle scarpe lí.
Deve aver viaggiato molto, davvero, quell'uomo; devono aver fatto davvero tanto e tanto cammino quelle scarpe: son due povere scarpacce enormi, sformate, scalcagnate, con gli elastici, ai due lati, slabbrati, crepati: chi sa quanta fatica, quali stenti, quanta stanchezza, per quante vie...
Quasi quasi la vecchia signora ha la tentazione di picchiar con le nocche delle dita a quell'uscio.
Torna a ritirarsi in camera.
I figli tardano a rientrare in albergo.
La smania le cresce di punto in punto.
Chi sa se sono andati, come le hanno promesso, a guardare il mare, se è tranquillo?
Ma già, come si può vedere da terra, se il mare è tranquillo? il mare lontano, il mare che non finisce mai, l'Oceano...
Le diranno che è tranquillo.
Come credere a loro? Lui solo, il signore della stanza accanto, potrebbe dirle la verità.
Tende l'orecchio; appoggia l'orecchio alla parete, se le riesca d'avvertire di là qualche rumore.
Niente.
Silenzio.
Ma è già quasi mezzogiorno: possibile che dorma ancora?
Ecco: suona la campana del pranzo.
Da tutti gli usci sul corridojo escono i signori che si recano giú alla sala da mangiare.
Ella si riaffaccia all'uscio a osservare se facciano impressione a qualcuno quelle scarpe ancora lí.
No: ecco; a nessuno; tutti vanno via, senza farci caso.
Viene un cameriere a chiamarla: i figliuoli sono giú, arrivati or ora; la aspettano in sala da pranzo.
E la vecchia signora scende col cameriere.
Ora nel corridojo non c'è piú nessuno; tutte le stanze sono vuote: il pajo di scarpe resta in attesa, nella solitudine, nel silenzio, dietro quell'uscio sempre chiuso.
Pajono in gastigo.
Fatte per camminarci, lasciate lí disutili, cosí logore dopo aver tanto servito, pare che si vergognino e chiedano pietosamente d'esser tolte di lí o ritirate alla fine.
Al ritorno dal pranzo, dopo circa un'ora, tutti i forestieri si fermano finalmente, per l'indicazione piena di stupore e di paura della vecchia signora, a osservarle con curiosità.
Si fa il nome dell'americano, arrivato jersera.
Chi l'ha veduto? È sbarcato dal piroscafo di Genova.
Forse la notte scorsa non ha dormito...
Forse ha sofferto per mare...
Viene dall'America...
Se ha sofferto per mare, traversando l'Oceano, chi sa quante notti avrà passato insonni...
Vorrà rifarsi, dormendo un giorno intero.
Possibile? in mezzo a tanto frastuono...
È già il tocco...
E la ressa cresce attorno a quel pajo di scarpe innanzi all'uscio chiuso.
Ma tutti istintivamente, se ne tengono discosti, in semicerchio.
Un cameriere corre a chiamare il maggiordomo; questi manda a chiamare il proprietario, e tutti e due, prima l'uno, poi l'altro, picchiano all'uscio.
Nessuno risponde.
Si provano ad aprir l'uscio.
È chiuso di dentro.
Picchiano piú forte, piú forte.
Silenzio ancora.
Non c'è piú dubbio.
Bisogna correr subito ad avvertire la questura: per fortuna, c'è un ufficio qua a due passi.
Viene un delegato, con due guardie e un fabbro: l'uscio è forzato; le guardie impediscono l'entrata ai curiosi, che fanno impeto; entrano il delegato e il proprietario dell'albergo.
L'uomo che ha passato l'Oceano è morto, in un letto d'albergo, la prima notte che ha toccato terra.
È morto dormendo, con una mano sotto la guancia, come un bambino.
Forse di sincope.
Tanti vivi, tutti questi che la vita senza requie aduna qui per un giorno, mossi dalle piú opposte vicende, sospinti dai piú diversi bisogni, fanno ressa innanzi a una celletta d'alveare, ove una vita d'improvviso s'è arrestata.
La nuova s'è sparsa in tutto l'albergo.
Accorrono di sú, di giú; vogliono vedere, vogliono sapere, chi è morto, com'è morto...
- Non si entra!
C'è dentro il pretore e un medico necroscopo.
Dalla fessura dell'uscio, allo spigolo - ecco, ecco - s'intravede il cadavere sul letto - ecco la faccia...
uh, come bianca; con una mano sotto la guancia, pare che dorma...
come un bambino...
Chi è? come si chiama? Non si sa nulla.
Si sa soltanto che torna dall'America, da New York.
Dov'era diretto? Da chi era aspettato? Non si sa nulla.
Nessuna indicazione è venuta fuori dalle carte, che gli si sono trovate nelle tasche e nella valigia.
Intraprenditore - ma di che? Nel portafogli, solo sessantacinque lire, e poche monete spicciole in una borsetta nel taschino del panciotto.
Una delle guardie viene a posare sulla lastra di bardiglio del cassettone quelle povere scarpe scalcagnate che non cammineranno piú.
A poco a poco, per liberarsi dalla calca, tutti cominciano a sfollare, rientrano nelle loro stanze, sú al terzo piano, giú al primo; altri se ne vanno per i loro affari, ripresi dalle loro brighe.
Solo la vecchia signora, che voleva sapere se per mare non si soffre, rimane lí, innanzi all'uscio, non ostante la violenza che le fanno i due figliuoli; rimane lí a piangere atterrita per quell'uomo che è morto dopo aver passato l'Oceano, che anch'ella or ora dovrà passare.
Giú, tra le bestemmie e le imprecazioni dei vetturini e dei facchini che entrano ed escono di continuo, hanno chiuso in segno di lutto il portone dell'albergo, lasciando aperto soltanto lo sportello.
- Chiuso? Perché chiuso?
- Mah! Niente.
Nell'albergo è morto un tale...
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