CANDELORA, di Luigi Pirandello - pagina 3
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E i pensieri che ciascuno, pur andando alla festa, aveva in mente; forse non del padre o della madre, ma di qualche amico o della nipote o dello zio, che lo scorso anno partecipavano anche loro allegri alla festa campestre, bevevano anche loro quella bell'aria aperta, e adesso, rinserrati nel bujo sottoterra, poverini...
Sospiri, rimpianti, e anche qualche rimorso.
Ma sí! Non erano tutti lieti quei visi; la promessa del godimento d'una giornata grassa non spianava su la fronte di tanti magri le rughe delle cure opprimenti e i segni delle fatiche e delle sofferenze.
E parecchi compassionevolmente portavano a quella festa d'un giorno la loro miseria di tutto l'anno, per provare se trovasse piú il verso, là tra tanti sanguigni ben pasciuti, d'aprire i denti gialli a uno squallido sorriso.
E poi pensavo a tutte le arti, a tutti i mestieri a cui quegli uomini attendevano con tanto studio, con tanti travagli e tanti rischi, che i porci certamente non conoscono.
Perché un porco è porco e basta; ma un uomo, no, signori, potrà anche esser porco, non dico, ma porco e medico, per esempio, porco e avvocato, porco e professore di belle lettere e filosofia, e notajo e cancelliere e orologiajo e fabbro...
Tutti i lavori, le afflizioni, le cure dell'umanità vedevo con soddisfazione rappresentati in quella folla che procedeva per lo stradone.
A un certo punto, il signor Lavaccara, reggendo per mano, uno di qua, uno di là, i due figliuoli piú piccoli, m'è passato davanti, con la moglie dietro, rosea e prosperosa come lui, tra le due figliuole maggiori.
Tutt'e sei han fatto finta di non vedermi; ma le due figliuole, tirando via di lungo, si sono tutte invermigliate e uno dei piccini, dopo pochi passi, s'è voltato tre volte a sbirciarmi.
La terza volta, cosí per ridere, io ho cacciato fuori la lingua e l'ho salutato di nascosto con la mano; s'è fatto serio serio, con un viso lungo lungo distratto e s'è subito messo a guardare altrove.
Mangerà il porco anche lui, povero piccino; forse ne mangerà troppo; ma speriamo che non gli faccia male.
Quand'anche però gli dovesse far male, la previdenza umana c'è pure per qualche cosa.
Andate a cercarla nei porci, la previdenza; trovatemi un porco farmacista che prepari con l'alchermes l'olio di ricino per i porcellini che si siano guastati lo stomaco per intemperanza!
Ho seguíto da lontano, per un buon tratto, la cara famigliuola del signor Lavaccara che si avviava sicuramente incontro a un solennissimo guasto di stomaco; ma ecco che mi son potuto consolare pensando che domani troverà da un farmacista la purghetta che li guarirà.
Quante baracche improvvisate con grandi lenzuola palpitanti, nello spiazzo davanti la chiesa di San Nicola, attraversato dallo stradone!
Taverne all'aperto; tavole, tavole e panche; caratelli e barili di vino; fornelli portatili; banchi e ceppi di macellaj.
Un velo di fumo grasso misto alla polvere annebbiava lo spettacolo tumultuoso della festa; ma pareva che non tanto quella grassa fumicaja, quanto lo stordimento cagionato dalla confusione e dal baccano impedisse di vedere chiaramente.
Non erano però grida giulive, di festa, ma grida strappate dalla violenza d'un ferocissimo dolore.
Oh sensibilità umana! I venditori ambulanti, gridando la loro merce; i tavernaj, invitando alle loro mense apparecchiate; i macellai, ai loro banchi di vendita, intonavano il bando, senza forse saperlo, su le strida terribili dei porci che là stesso, in mezzo alla folla, erano macellati, sparati, scorticati, squartati.
E le campane della gentile chiesina ajutavano le voci umane, rintronando all'impazzata, senza posa, a coprire pietosamente quelle strida.
Voi dite: ma perché almeno non si macellavano lontano dalla folla tutti quei porci? E io vi rispondo: ma perché la festa allora avrebbe perduto uno dei suoi caratteri tradizionali, forse il suo primitivo carattere sacro, d'immolazione.
Voi non pensate al sentimento religioso, signori.
Ho visto tanti impallidire, turarsi con le mani gli orecchi, torcere il viso per non vedere l'accoratojo brandito cacciarsi nella gola del porco convulso tenuto violentemente da otto braccia sanguinose smanicate; e per dir la verità, ho torto il viso anch'io, ma lamentando dentro di me amaramente che l'uomo a mano a mano, col progredire della civiltà, si fa sempre piú debole, perde sempre piú, pur cercando d'acquistarlo meglio, il sentimento religioso.
Seguita, sí, a mangiarsi il porco; volentieri assiste alla manifattura delle salsicce, alla lavatura della corata, al taglio netto del fegato lucido compatto tremolante; ma torce poi il viso all'atto dell'immolazione.
E certo è ormai cancellato il ricordo dell'antica Maja, madre del dio Mercurio, da cui il porco ripete il suo secondo nome.
Ho rivisto sul tardi il signor Lavaccara, sudato e stravolto, senza giacca, recando tra le mani un gran piatto bislungo, avviarsi, seguito dai due piccini, al banco del macellajo al quale aveva venduta quella sua bestia intelligente.
Andava a riceverne - patto della vendita - la testa e tutto il fegato.
Anche questa volta, ma con piú ragione, il signor Lavaccara ha finto di non vedermi.
Uno dei due piccini piangeva; ma voglio credere che non piangesse per la prossima vista della pallida testa insanguinata della cara grossa bestia carezzata per circa due anni nel cortile della casa.
La contemplerà il padre quella testa dalle larghe orecchie abbattute, dagli occhi gravemente socchiusi tra i peli, per lodarne forse, con rimpianto ancora una volta, l'intelligenza, e per questa maledetta ostinazione si guasterà il piacere di mangiarsela.
Ah mi avesse invitato a tavola con lui! Mi sarei risparmiato certamente il grande affanno di vedere, io solo a digiuno, io solo con gli occhi non offuscati dai vapori del vino, tutta quella umanità, degna di tanta considerazione e di tanto rispetto, ridursi a poco a poco in uno stato miserando, senza piú neppure un'ombra di coscienza, senza la piú lontana memoria delle innumerevoli benemerenze che in tanti secoli ha saputo acquistarsi sopra le altre bestie della terra con le sue fatiche e con le sue virtú.
Scamiciati gli uomini, discinte le donne; teste ciondolanti, facce paonazze, occhi imbambolati, danze folli tra tavole capovolte, panche rovesciate, canti sguajati, falò, spari di mortaretti, urli di bimbi, risa sgangherate.
Un pandemonio sotto le rosse nubi dense e gravi del tramonto, sopravvenute quasi con spavento.
Sotto queste nubi divenute a mano a mano piú cupe e fumolente, ho veduto poco dopo, al richiamo delle campane sante, raccogliersi alla meglio tra spinte e urtoni tutta quella folla ubriaca, e imbrancarsi in processione dietro a quel terribile Cristo flagellato su la croce nera, tratto fuori dalla chiesa, sorretto da un chierico pallido e seguito da alcuni preti digiuni, col càmice e la stola.
Due porcelloni, per loro somma ventura scampati al macello, sdrajati a piè d'un fico, vedendo passare quella processione, m'è parso si guardassero tra loro come per dirsi:
- Ecco, fratello, vedi? e poi dicono che i porci siamo noi.
Mi sentii fino all'anima ferire da quello sguardo, e fissai anch'io la folla ubriaca che mi passava davanti.
Ma no, no, ecco - oh consolazione! - vidi che piangeva, piangeva tutta quella folla ubriaca, singhiozzava, si dava pugni sul petto, si strappava i capelli scarmigliati, cempennando, barellando dietro a quel Cristo flagellato.
S'era mangiato il porco, sí, s'era ubriacata, è vero, ma ora piangeva disperatamente dietro a quel suo Cristo, l'umanità.
- Morire scannate è niente, o stupidissime bestie! - io allora esclamai, trionfante.
- Voi, o porci, la passate grassa e in pace la vostra vita, finché vi dura.
Guardate a questa degli uomini adesso! Si sono imbestiati, si sono ubriacati, ed eccoli qua che piangono ora inconsolabilmente, dietro a questo loro Cristo sanguinante su la croce nera! eccoli qua che piangono il porco che si sono mangiato! E volete una tragedia piú tragedia di questa?
LA CAMERA IN ATTESA
Si dà pur luce ogni mattino a questa camera, quando una delle tre sorelle a turno viene a ripulirla senza guardarsi attorno.
L'ombra, tuttavia, appena le persiane e le vetrate della finestra sono richiuse e raccostati gli scuri, si fa subito cruda, come in un sotterraneo; e subito, come se quella finestra non sia stata aperta da anni, il crudo di quest'ombra s'avverte, diventa quasi l'alito sensibile del silenzio sospeso vano sui mobili e gli oggetti, i quali, a lor volta, par che rimangano sgomenti, ogni giorno, della cura con cui sono stati spolverati, ripuliti e rimessi in ordine.
Il calendario a muro presso la finestra è certo che rimane col senso dello strappo d'un altro fogliolino, come se gli paja una inutile crudeltà che gli si faccia segnar la data in quell'ombra vana e in quel silenzio.
E il vecchio orologio di bronzo, in forma d'anfora, sul piano di marmo del cassettone, pare che avverta la violenza che gli fanno costringendolo a staccare ancora là dentro il suo cupo tic-tac.
Sul tavolino da notte, però, la boccetta dell'acqua, di cristallo verde dorato, panciuta, incappellata del suo lungo bicchiere capovolto, pigliando di tra gli scuri accostati della finestra dirimpetto un filo di luce, sembra ridere di tutto quello sgomento diffuso nella camera.
C'è, in realtà, alcunché di vivo e d'arguto su quel tavolino da notte.
Il riso della boccetta dell'acqua viene sí senza dubbio dal filo di luce, ma forse perché con questo filo di luce quella boccetta panciuta può scorgere su la lucida lastra di bardiglio le smorfie delle due figurine d'una scatola di fiammiferi posata lí da quattordici mesi ormai, perché sia pronta a un bisogno ad accendere la candela, anch'essa da quattordici mesi confitta nella bugia di ferro smaltato, in forma di trifoglio, col manichetto e il bocciuolo d'ottone.
Nell'attesa della fiamma che deve consumarla, s'è ingiallita quella candela sul trifoglio della bugia, come una vergine matura.
E c'è da scommettere che le due figurine monellescamente smorfiose della scatola di fiammiferi la paragonino alle tre sorelle stagionate che vengono un giorno per una a ripulire e a rimettere in ordine la camera.
Via, benché intatta ancora, povera vergine candela, dovrebbero cambiarla le tre sorelle, se non proprio ogni giorno come fanno per l'acqua della boccetta (che anche perciò è cosí viva e pronta a ridere a ogni filo di luce), almeno a ogni quindici giorni, a ogni mese, via! per non vederla cosí gialla, per non vedere in quel giallore i quattordici mesi che sono passati senza che nessuno sia venuto ad accenderla, la sera, su quel tavolino da notte.
È veramente una dimenticanza deplorevole, perché non solo l'acqua della boccetta, ma cambiano tutto quelle tre sorelle: ogni quindici giorni le lenzuola e le foderette del letto, rifatto con amorosa diligenza ogni mattina come se davvero qualcuno vi abbia dormito; due volte la settimana, la camicia da notte, che ogni sera, dopo rimboccate le coperte, vien tratta dal sacchetto di raso appeso col nastrino azzurro alla testata della lettiera bianca, e distesa sul letto con la falda di dietro debitamente rialzata.
E han cambiato, oh Dio, finanche le pantofole davanti la poltroncina a piè del letto.
Sicuro: le vecchie buttate via, dentro il comodino, e al loro posto, lí su lo scendiletto, un pajo di nuove, di velluto, ricamate dall'ultima delle tre.
E il calendario? Quello lí, presso la finestra, è già il secondo.
L'altro, dell'anno scorso, s'è sentito strappare a uno a uno tutti i giorni dei dodici mesi, uno ogni mattina, con inesorabile puntualità.
E non c'è pericolo che la maggiore delle tre sorelle, ogni sabato alle quattro del pomeriggio, si dimentichi d'entrare nella camera per ridar la corda a quel vecchio orologio di bronzo sul cassettone, che con tanto risentimento rompe il silenzio ticchettando e muove le due lancette sul quadrante piano piano, che non si veda, come se voglia dire che non lo fa apposta, lui, per suo piacere, ma perché forzato dalla corda che gli dànno.
Le due figurine smorfiose della scatola evidentemente non vedono, come possono vederlo il vecchio orologio di bronzo col bianco occhio tondo del quadrante e il calendario dall'alto della parete col numero rosso che segna la data, il lugubre effetto di quella camicia da notte stesa lí sul letto e di quelle due pantofole nuove in attesa su lo scendiletto davanti la poltroncina.
Quanto alla candela confitta lí sul trifoglio della bugia, oh essa è cosí diritta e assorta nella sua gialla rigidità, che non si cura del dileggio di quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene che cosa sta ad attendere lí, ancora intatta, cosí ingiallita.
Che cosa?
Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre inferma credono di potere e di dovere aspettare cosí il probabile ritorno del fratello e figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento nel 25o fanteria, partito (ormai son piú di due anni) per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.
Da quattordici mesi, è vero, non hanno piú notizia di lui.
C'è di piú.
Dopo tante ricerche angosciose, suppliche e istanze, è arrivata alla fine dal Comando della Colonia la comunicazione ufficiale che il sottotenente Mochi Cesare, dopo un combattimento coi ribelli, non trovandosi né tra i morti né tra i feriti né tra i prigionieri, di cui si è riuscito ad aver notizia certa, deve ritenersi disperso, anzi scomparso senz'alcuna traccia.
Il caso ha destato in principio molta pietà in tutti i vicini e conoscenti di quella mamma e di quelle tre sorelle.
A poco a poco però la pietà s'è raffreddata ed è cominciata invece una certa irritazione, in qualcuno anche una vera indignazione per questa che pare "una commedia", della camera cioè tenuta cosí puntualmente in ordine, finanche con la camicia da notte stesa sul letto rimboccato; quasi che con questa "commedia" quelle quattro donne vogliano negare il tributo di lagrime a quel povero giovine e risparmiare a se stesse il dolore di piangerlo morto.
Troppo presto han dimenticato vicini e conoscenti che essi, proprio essi, all'arrivo della comunicazione del Comando della Colonia, quando quella madre e quelle tre sorelle s'eran pur messe a piangere morto il loro caro levando grida strazianti, le han persuase a lungo e con tanti argomenti uno piú efficace dell'altro a non disperarsi cosí.
Perché piangerlo morto - hanno detto - se chiaramente in quella comunicazione s'annunziava che l'ufficiale Mochi tra i morti non s'era trovato? Era disperso; poteva ritornare da un momento all'altro: ma anche dopo un anno, chi sa! Nell'Africa, ramingo, nascosto...
E sono stati pur essi a sconsigliare e quasi impedire che quella madre e quelle tre sorelle si vestissero di nero, come volevano anche nell'incertezza.
- No, di nero - hanno detto; perché quel malaugurio? E alla prima speranza di quelle poverine che s'esprimeva ancora in forma di dubbio: "Chi sa...
sí, forse è vivo", si sono affrettati a rispondere:
- Ma sarà vivo sí! È vivo certamente!
Ebbene, non è naturale adesso che, mancando davvero ogni fondamento di certezza alla supposizione che il loro caro sia morto, e accolta invece, come tutti hanno voluto, l'illusione che sia vivo, quella povera mamma inferma, quelle tre sorelle diano quanto piú possono consistenza di realtà a questa illusione? Ma sí, appunto, lasciando la camera in attesa, rifacendola con cura minuziosa, traendo ogni sera dal sacchetto la camicia da notte e stendendola su le coperte rimboccate.
Perché, se si son lasciate persuadere a non piangerlo morto, a non disperarsi della sua morte, devono per forza far vedere a lui, vivo per loro, a lui che veramente può sopravvenire da un momento all'altro, che ecco, tanto esse ne sono state certe, che gli hanno finanche preparato ogni sera la camicia da notte lí sul letto, sul suo lettino rifatto ogni mattina, come se egli davvero la notte vi abbia dormito.
Ed ecco là le nuove pantofole che Margheritina, aspettando, non si è contentata soltanto di ricamare, ma ha voluto anche far mettere sú da un calzolajo, perché egli appena tornato le trovi pronte al posto delle vecchie.
Scusate tanto:
- O che non son forse morti il vostro figliuolo, la vostra figliuola, quando sono partiti per gli studii nella grande città lontana?
Ah, voi fate gli scongiuri? mi date sulla voce, gridando che non sono morti nient'affatto? che saran di ritorno a fin d'anno e che intanto ricevete puntualmente loro notizie due volte la settimana?
Calmatevi, sí, via, lo credo bene.
Ma come va che, passato l'anno, quando il vostro figliuolo o la vostra figliuola ritornano con un anno di piú dalla grande città, voi restate stupiti, storditi davanti a loro; e voi, proprio voi, con le mani aperte come a parare un dubbio che vi sgomenta, esclamate:
- Oh Dio, ma sei proprio tu? Oh Dio, come s'è fatta un'altra!
Non solo nell'anima, un'altra, cioè nel modo di pensare e di sentire; ma anche nel suono della voce, anche nel corpo un'altra, nel modo di gestire, di muoversi, di guardare, di sorridere...
E, con smarrimento, vi domandate:
- Ma come? erano proprio cosí i suoi occhi? Avrei potuto giurare che il suo nasino, quand'è partita, era un pochino all'insú...
La verità è che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o nella vostra figliuola, ritornati dopo un anno, quella stessa realtà che davate loro prima che partissero.
Non c'è piú, è morta quella realtà.
Eppure voi non vi vestite di nero per questa morte e non piangete...
ovvero sí, ne piangete, se vi fa dolore quest'altro che vi è ritornato invece del vostro figliuolo, quest'altro che voi non potete, non sapete piú riconoscere.
Il vostro figliuolo, quello che voi conoscevate prima che partisse, è morto, credetelo, è morto.
Solo l'esserci d'un corpo (e pur esso tanto cambiato!) vi fa dire di no.
Ma lo avvertite bene, voi, ch'era un altro, quello partito un anno fa, che non è piú ritornato.
Ebbene, precisamente come non ritorna piú alla sua mamma e alle sue tre sorelle questo Cesarino Mochi partito da due anni per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.
Voi lo sapete bene, ora, che la realtà non dipende dall'esserci o dal non esserci d'un corpo.
Può esserci il corpo, ed esser morto per la realtà che voi gli davate.
Quel che fa la vita, dunque, è la realtà che voi le date.
E dunque realmente può bastare alla mamma e alle tre sorelle di Cesarino Mochi la vita ch'egli seguita ad avere per esse, qua nella realtà degli atti che compiono per lui, in questa camera che lo attende in ordine, pronta ad accoglierlo tal quale egli era prima che partisse.
Ah, non c'è pericolo per quella mamma e per quelle tre sorelle ch'egli ritorni un altro, com'è avvenuto per il vostro figliuolo a fin d'anno.
La realtà di Cesarino è inalterabile qua nella sua camera e nel cuore e nella mente di quella mamma e di quelle tre sorelle, che per sé, fuori di questa, non ne hanno altra.
- Tittí, quanti ne abbiamo del mese? - domanda dal seggiolone la mamma inferma all'ultima delle tre figliuole.
- Quindici, - risponde Margherita, alzando il capo dal libro; ma non ne è ben certa e domanda a sua volta alle due sorelle: - Quindici, è vero?
- Quindici, sí, - conferma Nanda, la maggiore, dal telajo.
- Quindici, - ripete Flavia che cuce.
Su la fronte di tutt'e tre s'incide, per quella domanda della madre a cui hanno risposto, la stessa ruga.
Nella quiete della vasta sala da pranzo luminosa, velata da candide tendine di mussolo, è entrato un pensiero, che di solito, non per istudio, ma istintivamente è tenuto lontano dalle quattro donne: il pensiero del tempo che passa.
Le tre sorelle hanno indovinato il perché di questo pensiero pauroso nella mente della madre inferma, abbandonata sul seggiolone; e perciò han corrugato la fronte.
Non è già per Cesarino.
C'è un'altra, c'è un'altra - non qua, nella casa, ma che della casa, forse domani, chi sa! potrebbe essere la regina - Claretta, la fidanzata del fratello - c'è lei, sí, purtroppo, che fa pensare al tempo che passa.
La mamma, domandando a quanti si è del mese, ha voluto contare i giorni che son passati dall'ultima visita di Claretta.
Veniva prima ogni giorno la cara bambina (bambina veramente, Claretta, per quelle tre sorelle anziane) quasi ogni giorno, con la speranza che fosse arrivata la notizia; perché era certa, piú certa di tutte, lei, che la notizia sarebbe presto arrivata.
E allora entrava festosa nella camera del fidanzato e vi lasciava sempre qualche fiore e una lettera.
Sí, perché seguitava a scrivere lei, come al solito, ogni sera, a Cesarino.
Le lettere, invece di spedirle, ecco, veniva a lasciarle qua perché le trovasse, Cesarino, subito appena arrivato.
Il fiore avvizziva, la lettera restava.
Pensava forse Claretta, nel trovare sotto il fiore vizzo la lettera del giorno precedente, che anche il profumo di questa era svanito senz'avere inebriato nessuno? La riponeva nel cassetto della piccola scrivania presso la finestra, e al suo pasto lasciava la nuova e sopra vi posava un fiore nuovo.
Durò a lungo, per mesi e mesi, questa cura gentile.
Ma un giorno la piccina venne, con piú fiori, sí, ma senza lettera.
Disse che aveva scritto la sera precedente, oh anche piú a lungo del solito, e che ogni sera avrebbe seguitato a scrivere, ma in un taccuino, perché la mamma le aveva fatto notare ch'era un inutile sciupío di carta da lettere e di buste.
Veramente era cosí: ciò che importava era il pensiero di scrivere ogni giorno; che poi scrivesse in carta da lettere o nel taccuino, era lo stesso.
Se non che, con quella lettera cominciò anche a mancare la visita giornaliera di Claretta.
Dapprima tre volte, poi due, poi prese a venire una sola volta per settimana.
Poi, con la scusa del lutto per la morte della nonna materna, stette piú di quindici giorni senza venire.
E alla fine, - quando non spontaneamente, ma condotta dalle sorelle - rientrò per la prima volta, vestita di nero, nella camera di Cesarino, avvenne una scena inattesa, che per poco non fece scoppiare d'angoscia il cuore di quelle tre poverine.
Tutt'a un tratto, cosí vestita di nero, appena entrata, si rovesciò sul lettino bianco di Cesarino, rompendo in un pianto disperato.
Perché? che c'entrava? Rimase stordita, come smarrita, dopo, di fronte allo stupore angoscioso, al tremore di quelle tre sorelle pallide, livide; disse che non sapeva lei stessa come era stato, come le era avvenuto...
Si scusò; ne incolpò il suo abito nero, il dolore per la morte della nonna...
Riprese, a ogni modo, a venire una volta la settimana.
Ma le tre sorelle provavano ora un certo ritegno a condurla nella camera in attesa; ed ella né c'entrava da sé, né chiedeva alle tre sorelle che ve la conducessero.
E di Cesarino quasi non parlavano piú.
Tre mesi fa, venne di nuovo vestita di abiti gaj, primaverili, risbocciata come un fiore, tutta accesa e vivace come da gran tempo le tre sorelle e la loro povera mamma non l'avevano piú veduta.
Recò tanti, tanti fiori e volle lei stessa con le sue mani portarli nella camera di Cesarino e distribuirli in vasetti su la piccola scrivania, sul tavolino da notte, sul cassettone.
Disse che aveva fatto un bel sogno.
Rimasero con l'affanno, oppresse e quasi sgomente di quella vivacità esuberante, di quella rinata gajezza della bambina, le tre sorelle sempre piú pallide e piú livide.
Sentirono, appena cessato il primo stordimento, come l'urto d'una violenza crudele, l'urto della vita che rifioriva prepotente in quella bambina e che non poteva piú esser contenuta nel silenzio di quell'attesa, a cui esse con le religiose cure delle loro mani gracili e fredde davano ancora e tenacemente volevano dar sempre una larva di vita, tanta che bastasse a loro.
E non fecero nessuna opposizione, quando Claretta, facendosi rossa rossa, disse che le era nata una grande curiosità di sapere che cosa aveva scritto a Cesarino nelle sue prime lettere di piú d'un anno fa, chiuse nel cassetto della scrivania.
Piú di cento dovevano essere quelle lettere, centoventidue o centoventitré.
Le voleva rileggere; le avrebbe poi conservate lei, per Cesarino, insieme coi taccuini.
E a dieci per volta se l'era tutte riportate a casa.
Da allora le visite si sono diradate.
La vecchia mamma inferma, guardando fiso il bracciolo del seggiolone, conta i giorni che son passati dall'ultima visita; ed è curioso, che tanto per lei, quanto per le tre figliuole con la fronte corrugata, questi giorni s'assommino e si facciano troppi, mentre per Cesarino che non torna, il tempo non passa mai; è come se fosse partito jeri, Cesarino, anzi come se non fosse partito affatto, ma fosse solo uscito di casa e dovesse rientrare da un momento all'altro, per sedersi a tavola con loro e poi andare a dormire nel suo lettino lí pronto.
Il crollo è dato alla povera mamma dalla notizia che Claretta s'è rifatta sposa.
Era da attendersela, questa notizia, poiché già da due mesi, Claretta non si faceva piú vedere.
Ma le tre sorelle, meno vecchie e perciò meno deboli della mamma, s'ostinano a dire di no, che questo tradimento non se l'aspettavano.
Vogliono a ogni costo resistere al crollo, esse, e dicono che Claretta s'è fatta sposa con un altro, non perché Cesarino sia morto ed ella non abbia perciò veramente nessuna ragione piú d'aspettarne ancora il ritorno, ma perché dopo sedici mesi s'è stancata d'aspettarlo.
Dicono che la loro mamma muore, non perché il nuovo fidanzamento di Claretta le abbia fatto crollare l'illusione sempre piú fievole del ritorno del suo figliuolo, ma per la pena che il suo Cesarino sentirà, al suo ritorno, di questo crudele tradimento di Claretta.
E la mamma, dal letto, dice di sí, che muore di questa pena; ma negli occhi ha come un riso di luce.
Le tre figliuole glieli guardano, quegli occhi, con invidia accorata.
Ella, tra poco, andrà a vedere di là se lui c'è; si leverà da quest'ansia della lunghissima attesa; avrà la certezza, lei; ma non potrà tornare per darne l'annunzio a loro.
Vorrebbe dire, la mamma, che non c'è bisogno di questo annunzio, perché è già certa lei che lo troverà di là, il suo Cesarino; ma no, non lo dice; sente una grande pietà per le sue tre povere figliuole che restano sole qua e hanno tanto bisogno di pensare e di credere che Cesarino sia ancora vivo, per loro, e che un giorno o l'altro debba ritornare; ed ecco, vela dolcemente la luce degli occhi e fino all'ultimo, fino all'ultimo vuol rimanere attaccata all'illusione delle tre figliuole, perché anche dal suo ultimo respiro quest'illusione tragga alito e seguiti a vivere per loro.
Con l'estremo filo di voce sospira:
- Glielo direte che l'ho tanto aspettato...
Nella notte i quattro ceri funebri ardono ai quattro angoli del letto, e di tratto in tratto hanno un lieve scoppiettío che fa vacillare appena la lunga fiamma gialla.
Tanto è il silenzio della casa, che gli scoppiettii di quei ceri, per quanto lievi, arrivano di là alla camera in attesa, e quella candela ingiallita, da sedici mesi confitta sul trifoglio della bugia, quella candela derisa dalle due figurine smorfiose della scatola di fiammiferi, ad ogni scoppiettío pare che abbia un sussulto da cui possa trar fiamma anche lei, per vegliare un altro morto qui, sul letto intatto.
È per quella candela una rivincita.
Difatti, quella sera, non è stata cambiata l'acqua della boccetta, né tratto dal sacchetto e stesa sulle coperte rimboccate la camicia da notte.
E segna la data di jeri il calendario a muro.
S'è arrestata d'un giorno, e pare per sempre, nella camera, quell'illusione di vita.
Solo il vecchio orologio di bronzo sul cassettone séguita cupo e piú sgomento che mai a parlare del tempo in quella buja attesa senza fine.
ROMOLO
Nelle società cosí dette civili, o dette anche storiche, la leggenda - si sa - non può piú nascere.
Potrebbe nascere e spesso anche nasce, ma umile, e striscia timida, tra il popolino: lumachella che ha gli occhi nelle corna e subito li ritira tra il bollichío della vana bava, appena col dito rigido e sporco d'inchiostro un professore di storia glieli tocchi.
Crede, il professore di storia, che in quel suo dito rigido e sporco d'inchiostro sia la santa verità, e che sia un bene far ritirare le corna alla lumachella.
Disgraziato! E piú disgraziati i posteri che avranno minuto per minuto documentati i fatti degli avi e dei padri, che forse, abbandonati alla memoria e all'immaginazione, a poco a poco, come ogni cosa lontana, s'inazzurrerebbero di qualche poesia.
Storia, storia.
Finiamola con la poesia.
Ecco qua, senza lupa, senza il fratello Remo, senza volo d'avvoltoj, Romolo, come ce lo fanno conoscere gli storici; come l'ho conosciuto io, jeri, vivo.
Romolo: un fondatore di città.
E dire che, a guardarlo bene negli occhi di lupo, peccato! si poteva credere benissimo che davvero una lupa lo avesse allattato, bambino, circa novanta anni fa.
Il suo Remo di fronte, rivale, quantunque non fratello, lo aveva avuto davvero.
Non l'aveva ucciso, solo perché Remo aveva pensato lui di morire prima, a tempo, da sé.
Ma non andate ora a cercare nelle carte geografiche la città fondata da questo Romolo.
Non la trovereste.
La troveranno i posteri di sicuro, di qui a tre o quattrocent'anni, e anche segnata vi so dire con uno di quei cerchietti che indicano le città capoluogo di provincia e il suo bravo nome accanto: Riparo, che ciascuno dentro ci potrà immaginare le belle cose che vi saranno, vie, piazze, palazzi, chiese, monumenti, col signor prefetto e la signora prefettessa, se dureranno ancora questi saggi ordinamenti sociali e se un terremoto prima (con l'ajuto di Dio che castiga le ambizioni degli uomini) non l'avrà fatta crollare dalle fondamenta; ma speriamo di no.
Per ora, è piú che un casale; di già una bella borgata, con presto due chiesine.
Una è questa qua.
Stalla un tempo, per consiglio di Romolo adattata a chiesina; con un solo altarino dentro, di vecchio legno ingrassato al tanfo caldo del letame, e una stampa del sacro cuore di Gesú attaccata al muro coi chiodini; alla meglio, si sa, ma che importa? Gesú ce la respira davvero, qui dentro, la sua natività.
Da miglia e miglia lontano, ogni domenica, ci viene con la mula un prete a dir messa, tutto sudato e impolverato, d'estate; intabarrato fino agli occhi e con l'ombrellone di seta verde, d'inverno, come nelle oleografie.
La mula, legata per la cavezza all'anello accanto alla porta, aspetta, sbuffando e scalciando per le mosche culaje.
Ecco qua in terra il segno delle scalciature.
Povera bestia, non lo sa che è ufficio divino.
Le pare una gran seccatura e mill'anni che finisca.
L'altra, la nuova, sarà presto terminata e sarà una vera galanteria, col campanile e tutto, tre altarini e il pulpito e la sagrestia; tutto insomma; chiesa, per davvero, levata di pianta per chiesa, con un tanto a testa di tutti i borghigiani.
Ora, quando qui sarà città, nessuno dei tanti figli di essa saprà di questo Romolo primo loro padre; come, perché sia nata la città; perché qui e non altrove.
Su la terra, in un luogo, non si riesce piú a vedere questa terra e questo luogo com'erano prima che la città vi sorgesse.
Cancellare la vita è difficile, quando la vita in un luogo si sia espressa e imposta con tanto ingombro di pesanti aspetti: case, vie, piazze, chiese.
C'era il deserto, un beato deserto, qua.
Uomini che come un nastro svolgevano la vita da lontano lontano, passarono allungando il nastro per questo deserto.
Uno stradone.
E carri cominciarono a poco a poco a passare, nella solitudine, per questo stradone, e qualche uomo a cavallo, armato, che volgeva attorno gli occhi guardinghi, dallo sgomento che si scoprisse per la prima volta a lui solo la vista di tanta solitudine cosí lontana e ignota a tutti.
Silenzio intorno e aperto, sotto la vastità cupa del cielo.
Quando, di qui a quattrocent'anni, campanelli di tram elettrici, trombe d'automobili squilleranno, streperanno tra la confusione delle vie affollate, illuminate da lampade ad arco, con luccichii e sbarbagli di vetri, di specchi negli sporti, nelle vetrine delle ricche botteghe, chi penserà a una lampada sola, in cielo, la Luna, che nel silenzio e nella solitudine, guardava dall'alto il nastro bianco dello stradone in mezzo al deserto sterminato, e ai grilli e alle raganelle che qui scampanellavano soli? Chi penserà tra le chiacchiere vane dei caffè alle cicale che qui arrabbiate tra le stoppie segate segavano la vasta e ferma afa nell'abbagliamento delle eterne giornate estive?
Carri, uomini a cavallo, qualcuno raro a piedi, passavano e tutti sentivano di quella solitudine uno sgomento che a mano a mano diveniva oppressione intollerabile.
Che era per essi quello stradone? Lunghezza di cammino; via da fare.
Chi poteva pensare di fermarcisi?
Un uomo.
Questo vecchio qua.
Allora sui trent'anni, andando un giorno d'estate appresso ai pensieri che lo traevano fuori del consorzio degli altri uomini a cercare nella solitudine la sua ventura, ebbe il coraggio di fermare in mezzo a questo stradone l'ombra del suo corpo.
Sentí forse che in quel punto tanti come lui, passando, avevano, avrebbero sentito il bisogno d'un poco di riposo, d'un poco di conforto e d'ajuto.
E disse qua.
Si guardò attorno a osservare ciò che prima aveva soltanto guardato con l'occhio distratto di chi passa e non pensa a fermarsi; guardò col senso della sua presenza, non per un solo momento qua, ma stabile; e si provò a respirare l'aria allora deserta, a vedere intorno le cose, come quelle che dovevano essere la sua aria e la sua vista di tutti i giorni.
E col coraggio che gli sorgeva dentro per distendersi e imporsi attorno comparò la tristezza infinita di quella solitudine, se il suo coraggio avrebbe saputo resisterle e durarvi, quando - non ora - d'inverno, col cielo aggrondato e il freddo, nell'eterne giornate di pioggia, si sarebbe fatta piú squallida e paurosa.
Parla per apologhi il vecchio; e narra che da ragazzo aveva una sorellina malatuccia e disappetente, che faceva tanto penar la madre per contentarla.
Ora un giorno, mentr'egli giocava per istrada coi compagni a un gioco furioso, la madre, che se ne stava seduta allo scalino davanti la porta, lo chiamò perché piano piano, con un sorsellino càuto si sorbisse da un uovo, ch'ella teneva in mano, la chiara soltanto, non ben cotta, la chiara soltanto, di cui la sorellina malatuccia e disappetente aveva schifo.
Ebbene, con quel sorsellino che avrebbe dovuto scoronar l'uovo appena appena, egli, nella furia del gioco interrotto, senza farlo apposta, s'era tirato dentro tutto l'uovo, chiara e torlo, tutto quanto, lasciando con tanto d'occhi sbarrati per la sorpresa e il guscio in mano, vuoto, la madre e la sorellina.
Lo stesso ora qua, per lo stradone.
Quando disse "qua" non aveva certo in mente questa borgata d'oggi, la città di domani.
Pensava che sarebbe restato sempre lui solo a offrire ajuto a tutti quelli che sarebbero passati di là.
Ma dentro quel suo primo respiro, tratto in mezzo allo stradone, non c'era soltanto aria per un solo tetto di paglia; c'era dentro l'aria per tutta questa borgata d'oggi, per la città di domani.
E tanto era stato il suo coraggio nel levare quel primo tetto di paglia, che altri per forza dovevano sentirsene attirati.
Quando però una necessità non pensata si para davanti a una illusione, questa necessità ci sembra un tradimento.
Ecco qua: dopo che lui, sfidando gli orrori della solitudine, per mesi e mesi solo, era riuscito a far fermare davanti a quel suo tetto di paglia i carri che passavano, e poi, levata a poco a poco la casetta di pietra e fatta venir la moglie coi figliuoli, era riuscito a far sedere sotto la pergola i carrettieri a bere il vino, di cui una bottiglina di saggio pendeva appesa con una frasca d'insegna alla porta, e a mangiare in rozze scodelle campestri i cibi cucinati dalla moglie, mentr'egli attendeva a riparare una ruota o una molla a qualche carro o a ferrar la mula o il cavallo; un altro era venuto su lo stradone, un po' piú in giú, a levare contro alla sua casa un'altra casa.
Perché un paese (ora il vecchio lo sa bene e lo può dire per esperienza) un paese nasce cosí.
Non è mica vero che gli uomini si mettono insieme per darsi conforto e ajuto a vicenda.
Insieme si mettono per farsi la guerra.
Quando una casa sorge in un punto, l'altra casa non le si mette mica accanto com
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