CANDELORA, di Luigi Pirandello - pagina 6
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Perché un paese (ora il vecchio lo sa bene e lo può dire per esperienza) un paese nasce cosí.
Non è mica vero che gli uomini si mettono insieme per darsi conforto e ajuto a vicenda.
Insieme si mettono per farsi la guerra.
Quando una casa sorge in un punto, l'altra casa non le si mette mica accanto come una compagna o una buona sorella; di fronte le si mette, come una nemica, a toglierle la vista e il respiro.
Egli non aveva il diritto d'impedire che un'altra casa gli sorgesse di fronte.
La terra su cui sorgeva, non era sua.
Ma questa terra prima era un deserto.
Che vita aveva? La vita gliel'aveva data lui.
E l'usurpazione e la frode che quell'altro era venuto a commettere, non era della terra, ma della vita che egli a questa terra aveva dato.
- Qua non è tuo! - poteva soltanto dirgli quell'altro.
- Sí.
Ma che era qua prima per te? poteva gridargli lui.
- E ci saresti tu venuto, se prima non ci fossi venuto io? Qua non c'era nulla; e tu vieni adesso a rubarmi quello che ci ho messo io!
Troppo, però, veramente - doveva riconoscerlo - troppo ci aveva messo per uno solo.
Tutti i carri che passavano, spesso in lunga fila, si fermavano là ora, per una sosta abituale.
La moglie non riparava a servir tutti e non si reggeva piú in piedi dalla fatica; anch'egli, quelle due braccia sole che Dio gli aveva date, non se le sentiva piú, la sera, dalla stanchezza.
C'era dunque posto e lavoro non solo per un altro, ma anche forse per tre o quattro altri.
Il vecchio ora dice che l'avrebbe preferito.
Tre o quattro altri insieme sarebbero stati compagni, e si sarebbero diviso il lavoro; e sua moglie forse, allora, non sarebbe morta di fatica.
Ma quell'uno fu per forza nemico, un nemico da respingere, anche col coltello in pugno, dalla vita che egli aveva fatto nascere su quello stradone, e ch'era sua.
Di fronte a tre o quattro altri insieme, egli avrebbe cercato e stabilito un accordo; e certo sarebbe stato da essi riconosciuto e rispettato come il primo e come il capo.
Da quell'uno dovette invece accanitamente difendersi la vita, da non lasciargliene prendere nulla o quel poco soltanto che alle sue braccia non riusciva piú di contenere.
Ma l'effetto fu questo: che gli morí la moglie dalla troppa fatica.
- Dio! - dice il vecchio, adesso, alzando una mano con l'indice teso.
E lascia nell'ombra i casi e gli eventi passati, di cui riconosce in Dio la causa, e dunque l'obbligo per gli uomini d'accettarli con obbedienza e rassegnazione, per quanto dolorosi e crudeli possano parere.
I casi passano e vanità è ricordarli di fronte a questa certezza: che la giustizia di Dio trionfa sempre.
Romolo non può parlare altrimenti.
Deve riconoscere, Romolo, che fu giustizia di Dio la morte della moglie: che Dio, cioè, con questa morte lo volle punire del suo voler troppo.
Perché alla fine il trionfo della giustizia divina Romolo deve additarlo in lui che - morto Remo - ne sposò in seconde nozze la moglie.
E perché morí Remo? Ma anche lui per punizione di Dio, per una gran paura che Dio gli mise addosso; morí perché comprese che l'uomo, a cui egli era venuto a mettersi contro, ora, stroncato dalla morte della moglie, avrebbe certo rovesciato su lui il furore della sua disperazione.
Poteva Dio permettere che una sua punizione diventasse soverchia e dunque ingiusta, lasciando che quell'altro profittasse di quanto ora a lui era venuto a mancare con la morte della moglie? La punizione, ch'era dolore per lui, doveva essere paura per quell'altro; e tanta fu, che ne morí.
Romolo non dice altro.
Soggiunge però, che allora, nelle due case di contro, popolate tutte e due di figliuoli, a cui finora non era stato mai concesso d'accostarsi gli uni agli altri per mettere insieme i loro giuochi; nelle due case di contro restarono, qua un uomo senza donna, là una donna senza uomo.
E l'uno vestito di nero vide l'altra vestita di nero; e nel cuore dell'uno e dell'altra ecco che Dio allora fece sbocciare la carità, un reciproco bisogno d'ajuto e di conforto.
E la prima guerra finí.
Romolo tentenna il capo e sorride.
Vede in mente come, dopo le prime due, nacquero le altre case di questa borgata, quando i figliuoli da una parte e dall'altra crebbero, e alcuni fecero nozze tra loro e altri portarono da lontano chi la moglie, chi il marito.
Ah, una di qua, una di là, quelle case! Non propriamente nemiche.
No.
Scontrose.
Le spalle non se le voltavano; ma l'una s'era messa un po' di fianco e l'altra un po' di traverso, come se tra loro non volessero vedersi in faccia.
Finché, con l'andare degli anni, tra questa e quella una terza non sorse in mezzo, come paciera, a riunirle.
- Per questo, - dice Romolo, - le strade antiche dei piccoli paesi sono tutte storte, che ogni casa vi scantona.
Per questo, sí.
Ma poi viene, o Romolo, la civiltà coi piani regolatori, che obbligano le case a stare in riga.
- La guerra allineata, - tu dici.
Sí; ma civiltà vuol dire appunto il riconoscimento di questo fatto: che l'uomo, tra tanti altri istinti che lo portano a farsi guerra, ha anche quello che si chiama istinto gregario, per cui non vive se non coi suoi simili.
- E or dunque vedi da questo, tu concludi, se l'uomo può mai essere felice!
LA ROSA
I
Nel bujo fitto della sera invernale il trenino andava col passo di chi sa che tanto ormai non arriva piú a tempo.
In verità la signora Lucietta Nespi, vedova Loffredi, per quanto annojata e stanca del lungo viaggio in quella sudicia vettura di seconda classe, non aveva alcuna fretta d'arrivare a Pèola.
Pensava...
pensava...
Si sentiva trasportata da quel trenino, ma con l'anima era ancora nella lontana casa di Genova, abbandonata, le cui stanze, sgombre della bella mobilia ancor quasi nuova, miseramente svenduta, invece di sembrarle piú grandi, le erano sembrate piú piccole.
Che tradimento!
Aveva bisogno di vederle grandi, lei, molto grandi e belle, quelle stanze, nell'ultima visita d'addio, dopo lo sgombero, per poter dire un giorno, con orgoglio, nella miseria a cui discendeva:
- Eh, la casa che avevo a Genova...
Lo avrebbe detto lo stesso, di certo; ma in fondo all'anima, le era rimasta la disillusione di quelle stanze sgombre, cosí meschine.
E pensava anche alle buone amiche, dalle quali, all'ultimo, non era andata a licenziarsi, perché anch'esse, tutte, l'avevano tradita, pur dandosi l'aria di volerla ajutare a gara.
Oh sí, ajutarla, conducendole in casa tanti compratori onesti, a cui certo, prima, avevano magnificato l'occasione di potere aver per cinque ciò ch'era costato venti e trenta.
Cosí pensando, la signora Lucietta ora restringeva ora dilatava i begli occhietti vispi e, di tratto in tratto, con una rapida, speciosa mossetta che le era abituale levava una mano e si passava l'indice sul nasetto ardito e sospirava.
Era stanca veramente.
Avrebbe voluto addormentarsi.
I suoi due bimbi orfani, loro sí, poveri amorini, s'erano addormentati: uno, il maggiore, disteso sul sedile, sotto un mantelletto; l'altro qua, rinchioccito, col capino biondo su le gambe di lei.
Chi sa, si sarebbe forse anch'ella addormentata, se avesse potuto in qualche modo appoggiare un gomito o il capo, senza svegliare il piccino, a cui le sue gambe facevano da guanciale.
Il sedile di fronte serbava l'impronta de' suoi piedini, che vi avevano trovato un comodo sostegno, prima che fosse venuto a prender posto - ce n'erano tante di vetture, nossignori! -proprio lí, un omaccione su i trentacinque anni, barbuto, bruno in viso, ma con occhi chiari, verdastri: due occhi grandi, intenti e tristi.
La signora Lucietta ne aveva provato subito un gran fastidio.
Il color chiaro di quei grandi occhi le aveva - chi sa perché - destato confusamente l'idea che il mondo, ovunque ella andasse, le sarebbe rimasto sempre estraneo ormai, e come lontano, lontanissimo e ignoto; e ch'ella vi si sarebbe sperduta, invano chiedendo ajuto, tra tanti occhi che sarebbero rimasti a guardarla, come quelli, con qualche velo di tristezza, sí, ma in fondo indifferenti.
Per non vederli, teneva da un pezzo la faccia voltata verso il finestrino, quantunque di fuori non si scorgesse nulla.
Si vedeva solo, in alto, sospeso nella tenebra, il riflesso preciso della lampada a olio della vettura, con la rossa fiammella fumosa e vacillante, il vetro concavo dello schermo e l'olio caduto, che vi sguazzava.
Pareva proprio che ci fosse un'altra lampada di là, la quale seguisse con pena, nella notte, il treno, quasi per dargli insieme conforto e sgomento.
- La fede...
- mormorò, a un certo punto, quel signore.
La signora Lucietta si voltò con aria stordita:
- Che cosa?
- Quel lume che non c'è.
Ravvivando il sorriso e lo sguardo, la signora Lucietta levò un dito a indicar la lampada nel cielo della vettura.
- Eccolo qua!
Quel signore approvò piú volte col capo, lentamente; poi aggiunse, con un sorriso triste:
- Eh sí, come la fede...
Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c'è piú lume.
- È filosofo lei! - esclamò la signora Lucietta.
Quegli alzò una mano dal pomo del bastone a un gesto vago e sospirò con un altro sorriso:
- Osservo...
Il treno si fermò per un gran pezzo davanti a una stazionuccia di passaggio.
Non s'udiva alcuna voce e, cessato il rumor cadenzato delle ruote, l'attesa in quel silenzio pareva eterna e sbigottiva.
- Mazzàno, - mormorò il signore.
-s'aspetta al solito la coincidenza.
Alla fine, giunse da lontano, lamentoso, il fischio del treno in ritardo.
- Eccolo...
Nel lamento di quel treno, che correva nella notte per la stessa via su cui tra poco anche lei sarebbe passata, la signora Lucietta udí per un momento la voce del suo destino, che, sí, proprio, la voleva sperduta nella vita insieme con quelle due creaturine.
Si riscosse dall'angoscia momentanea e domandò al compagno di viaggio:
- Ci vorrà ancor molto a Pèola?
- Eh, - rispose quegli, - piú di un'ora...
Scende a Pèola anche lei?
- Io sí.
Sono la nuova telegrafista io.
Ho vinto il concorso.
Son riuscita la quinta, sa? M'hanno destinata a Pèola!
- Ah, guarda...
Sí, sí, la aspettavamo difatti per jeri sera.
La signora Lucietta s'animò tutta:
- E difatti, già, - cominciò a dire; ma subito frenò lo slancio per non rompere il sonno al suo piccino.
Aprí le braccia e, indicandolo con lo sguardo e poi indicando l'altro di là: - Ma vede come sono legata? - soggiunse.
- E da me sola...
a dovermi staccare da tante cose...
- Lei è la vedova Loffredi, è vero?
- Sí...
E la signora Lucietta chinò gli occhi.
- Ma non si è saputo piú nulla? - domandò, dopo un breve e grave silenzio, quel signore.
- Nulla.
Ma c'è chi sa! - disse con un lampo negli occhi la signora Lucietta.
- Il vero assassino del Loffredi, creda, non fu il sicario che lo colpí proditoriamente a le spalle e scomparve.
Hanno voluto insinuare, per motivo di donne...
No, sa! Vendetta.
È stata una vendetta politica.
Per il tempo che il Loffredi aveva da pensare alle donne, una gli era anche di troppo.
Gli bastavo io.
Si figuri, mi prese a quindici anni!
In cosí dire, il viso della signora Lucietta si fece rosso rosso, gli occhi le brillarono inquieti, sfuggirono di qua, di là, e alla fine si chinarono come dianzi.
Quel signore stette un pezzo ad osservarla, impressionato del rapido passaggio dall'eccitazione improvvisa all'improvvisa mortificazione.
Ma via! come prendere a lungo sul serio quell'eccitazione e questa mortificazione? Benché mamma di quei due piccini, pareva ancora una bambina, anzi una bamboletta; e s'era forse mortificata lei stessa d'aver con tanta fermezza e cosí in prima, asserito che il Loffredi, avendo per moglie una cosina cosí fresca e vispa come lei, non aveva potuto pensare ad altre donne.
Doveva essere sicura che nessuno, vedendola e sapendo che uomo era stato il Loffredi, le avrebbe creduto.
Vivo il Loffredi, ella aveva dovuto averne, certo, una gran suggezione; forse, ricordandolo, ne aveva ancora.
Ma non poteva soffrire si sospettasse che il Loffredi aveva potuto non curarsi di lei, e che ella era stata per lui una bamboletta e nient'altro.
Voleva esser l'erede unica almeno di tutto il chiasso, che la tragica fine del fiero e impetuoso giornalista genovese aveva sollevato, circa un anno addietro, in tutta la stampa quotidiana d'Italia.
Fu molto soddisfatto quel signore d'avere cosí bene indovinato l'animo e l'indole di lei, allorché, spintala con brevi e accorte domande a parlare de' suoi casi, n'ebbe la conferma dalla sua stessa bocca.
Una gran tenerezza s'impadroní allora di lui per le arie di libertà che si dava quella calandrella or ora uscita dal nido, inesperta ancora del volo; per le fiere proteste che faceva del suo avvedimento e del suo gran coraggio.
Ah, che! che! non sarebbe mai perita lei.
Figurarsi, dall'oggi al domani, sbalzata da uno stato all'altro, tra l'orrore e il trambusto della tragedia, non s'era perduta un momento; era corsa qua, era corsa là; aveva fatto questo e quest'altro, non tanto per sé, no, quanto per quei due poveri piccini...
ma via, sí, un po' anche per sé, che in fin dei conti aveva appena vent'anni.
Venti, già, e non li mostrava nemmeno.
Un altro ostacolo, questo, e il piú dispettoso di tutti.
Perché ognuno, vedendola accanita e disperata, si metteva a ridere, quasi ella non avesse il diritto d'accanirsi tanto, di disperarsi tanto.
Ah che rabbia! Ma piú s'arrabbiava, e piú gli altri ridevano.
E, ridendo, chi le prometteva una cosa e chi un'altra; ma tutti avrebbero voluto accompagnare la promessa con una carezzina che non osavano farle, ma che ella leggeva loro chiaramente negli occhi.
S'era stancata, alla fine; e, pur d'uscirsene, eccola là: telegrafista a Pèola!
- Povera signora! - sospirò, sorridendo anche lui, il compagno di viaggio.
- Povera perché?
- Eh...
perché...
vedrà, non si divertirà molto, a Pèola.
E le diede qualche ragguaglio del paesello.
Per tutte le viuzze e le piazzette la noja, a Pèola, era visibile e tangibile, sempre.
- Visibile? Come?
In una infinita moltitudine di cani, che dormivano da mane a sera, sdrajati su l'acciottolato delle vie.
Non si svegliavano neanche per grattarsi, quei cani; o meglio, si grattavano, seguitando a dormire.
E guaj a chi, a Pèola, apriva la bocca per sbadigliare! Gli restava aperta per un'infilata di almeno cinque sbadigli alla volta.
Entrata in bocca a uno, la noja non si risolveva a uscirne facilmente.
E tutti, a Pèola, per ogni cosa da fare chiudevano gli occhi e sospiravano:
- Domani...
Perché oggi o domani era lo stesso, cioè domani non era mai.
- Vedrà quanto poco avrà da fare all'ufficio del telegrafo, - concluse.
- Non se ne serve mai nessuno.
Vede questo trenino? Va col passo d'una diligenza.
E anche la diligenza rappresenterebbe un progresso per Pèola.
La vita, a Pèola, va ancora in lettiga.
- Dio Dio, lei mi spaventa! - disse la signora Lucietta.
- Non si spaventi, via! - sorrise quel signore.
- Ora le do una buona notizia: fra pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo.
- Ah...
E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei.
- Ballano i cani? - domandò.
- No: i "civili" di Pèola...
Ci vada: si divertirà.
Giusto il Circolo è su la piazza, vicino all'ufficio del telegrafo.
Ha trovato l'alloggio?
La signora Lucietta rispose di sí, che lo aveva trovato nella stessa casa che prima ospitava l'ufficiale telegrafico suo predecessore.
Poi domandò:
- E lei, scusi...
il suo nome?
- Silvagni, signora.
Fausto Silvagni.
Sono il segretario comunale.
- Oh, guarda! Piacere.
- Mah!
E il Silvagni levò una mano dal pomo del bastone a un gesto sconsolato, atteggiando il volto d'un sorriso amarissimo, che gli velò d'intensa malinconia i grandi occhi chiari.
Il treno salutò con un fischio lamentoso la stazionuccia di Pèola.
- Qua?
II
Tra quell'ampia chiostra di monti azzurrini qua e là spaccata da vaporose vallate, fosche di querci e d'abeti, gaje di castagni, Pèola, col suo mucchietto di tetti roggi e i suoi quattro campaniletti scuri, le anguste piazzette sbieche e le viuzze scoscese tra case piccole vecchie e case un po' piú grandi nuove, aveva dunque il privilegio d'ospitare la vedova di quel giornalista Loffredi, della cui tragica morte ancora avvolta nel mistero si seguitava di tanto in tanto a parlare nei giornali delle grandi città.
Privilegio non comune, poter sapere dalla viva voce di lei tante cose che gli altri, nelle grandi città, non sapevano; ma anche solamente vederla e poter dire:
- Il Loffredi, vivo, tenne stretta fra le braccia quella cosina lí!
I "civili" di Pèola ne erano tutti insuperbiti.
Quanto ai cani, credo che in verità avrebbero seguitato a dormire pacificamente sdrajati per le viuzze e le piazzette del paese, senza il minimo sentore di quel privilegio non comune, se tutt'a un tratto, essendosi sparsa la voce della cattiva impressione che avevano fatto e facevano col loro sonno continuo alla signora Lucietta la gente, specie i giovanotti, ma anche gli uomini maturi, non si fossero messi a disturbarli, e cacciarli via a calci, o pestando i piedi e battendo le mani, per chiasso.
Le povere bestie si levavano da terra, piú stupite che seccate; guardavano di traverso, alzando appena un'orecchia: poi, alcune, ballonzolando su tre zampe con la quarta aggranchita e rattratta, andavano a sdrajarsi piú là.
Ma che cos'era accaduto?
Forse l'avrebbero capito, se fossero stati cani un poco piú intelligenti e meno imbalorditi dal sonno.
Bastava, santo Dio, fermarsi un po' a guardare dalle imboccature della piazzetta ove a nessuno di loro era piú permesso, non che di sdrajarsi, ma neppur di passare di corsa.
C'era in quella piazzetta l'ufficio del telegrafo.
Si sarebbero accorti (se fossero stati cani un poco piú intelligenti) che tutti, passando di là, specialmente i giovinotti, ma anche gli uomini maturi, pareva entrassero in un'altra aria, piú vivida, per cui il passo, i moti della persona, diventavano subito piú svelti, piú agili; e le teste si rigiravano come per un tuffo di sangue improvviso, non trovassero piú da rassettarsi entro il giro del colletto inamidato, e le mani si davano un gran da fare per tirar giú il panciotto e accomodar la cravatta.
Attraversata la piazzetta, erano poi tutti com'ebbri, ilari e nervosi; e, vedendo un cane:
- Passa via!
- Fuori dai piedi!
- Via di qua, brutta bestiaccia!
E anche sassate - non bastavano i calci - anche sassate tiravano, ohé!
Per fortuna, in ajuto di quei poveri cani, qualche finestra si spalancava di furia, e una testa di donna, con occhi feroci, tra due pugna tese rabbiosamente s'avventava a gridare:
- Ma che v'ha preso, manigoldi, contro codeste povere bestie?
Oppure:
- Anche lei? Anche lei, signor notajo? Come non si vergogna, scusi? Ma guarda che calcio a tradimento, povera bestiolina! Qua, cara, vieni qua...
La zampina, guardate...
le ha storpiato la zampina e se ne va col sigaro in bocca, come se non sapesse niente, vergogna, un uomo serio!
In breve, una vivissima simpatia venne a stabilirsi tra le brutte donne di Pèola e quei poveri cani presi cosí tutt'a un tratto a perseguitare da' loro uomini, mariti, padri, fratelli, cugini, fidanzati e infine, per contagio, anche da tutti i ragazzacci.
Quell'aria nuova, che i loro uomini respiravano da alcuni giorni e per cui avevano gli occhi cosí lustri e l'aspetto stralunato, esse sí, le donne, un poco piú intelligenti dei cani (almeno alcune) l'avevano avvertita subito.
S'era come diffusa sui roggi tetti ammuffiti e in ogni angolo del vecchio sonnolento paesello e lo ilarava tutto (agli occhi degli uomini, s'intende).
Ma sí.
La vita...
- angustie, noje, amarezze...
- poi, tutt'a un tratto, ecco, si ride...
Oh Dio, cosí...
per niente - si ride.
Se dopo giorni e giorni di bruma e di pioggia spunta un occhio di sole, non s'allegrano tutti i cuori? non traggono tutti i petti un respiro di sollievo? Ebbene, che cos'è? Niente, un occhio di sole; e la vita appare subito un'altra.
Il peso della noja s'alleggerisce; i pensieri piú cupi s'inazzurrano; chi non è voluto uscir di casa, viene all'aperto...
Ma sentite che buon odore di terra bagnata? Oh Dio come si respira bene...
Frescura di funghi, eh? E tutti i disegni per la conquista dell'avvenire diventano facili, agevoli; e ciascuno si scrolla d'addosso il ricordo delle bussate piú solenni, riconoscendo che, via, aveva dato ad esse troppa importanza.
Che diamine, sú, sú! Che, sú? Ma sí, bisogna tenersi sú...
I baffi? Ma sí, anche i baffi sú!
- Cara, perché non ti pettini un pochino meglio?
Effetti dell'occhio di sole spuntato improvvisamente a Pèola nella piazzetta dell'ufficio telegrafico.
Oltre la persecuzione ai cani, questa domanda di tanti mariti alla loro moglie:
- Perché, cara, non ti pettini un pochino meglio?
E mai, certo, da anni e anni, al Circolo, per via, nelle case, a passeggio, avevano canticchiato tanto, senza volerlo, senza saperlo, i "civili" di Pèola.
La signora Lucietta vedeva e sentiva tutto questo.
Il guizzare di tanti desiderii da occhi accesi che la seguivano in tutte le mosse e la carezzavano con lo sguardo voluttuosamente, il calore di simpatia che la avvolgeva, inebriarono in breve anche lei.
Non ci sarebbe voluto tanto, perché già fremeva, friggeva di per sé, la signora Lucietta.
Che impiccio le davano certe ciocchette di capelli, che le cadevano su la fronte appena chinava il capo per seguire con gli occhi il nastro di carta punteggiato che si svolgeva dalla macchinetta ticchettante sul tavolino dell'ufficio! Scrollava il capo e quasi sobbalzava, come per un vellicamento di sorpresa.
E che improvvise caldane e che subitanei arresti di respiro, che finivano a un tratto in una stanca risatina! Oh, ma piangeva anche, sí, sí, piangeva in certi momenti, senza saper perché.
Lagrime calde, brucianti, per un oscuro, improvviso scompiglio nella mente, per uno strano orgasmo, che le dava un serpeggiar di smanie per tutto il corpo, un'insofferenza...
Non poteva frenarle, quelle lagrime, e sbuffava, sbuffava di stizza, ma poi, subito dopo, per un nonnulla, ecco, si rimetteva a ridere.
Per non pensare a niente, per non andare svolazzando con la fantasia dietro ogni immagine comica o pericolosa, per non sorprendersi assorta in certe previsioni inverosimili, l'unica era d'attendere giudiziosamente al suo ufficio; raccogliersi, prendere a due mani e tener ben ferma l'attenzione, perché tutto procedesse là dentro in perfetta regola, con perfetto ordine.
E ricordarsi, ricordarsi sempre che a casa intanto, affidati a una vecchia serva molto stupida e rozza, c'erano i suoi due poveri piccini orfani.
Che pensiero era questo! Tirarli sú, da sola, col suo lavoro, col suo sacrificio, quei figliuoli! miseramente, pur troppo; oggi qua, domani là, randagia con essi...
E poi, quando sarebbero cresciuti, quando si sarebbero fatta una vita per loro, forse del suo sacrificio, di tutte le sue pene non avrebbero tenuto alcun conto.
No, via! via! Erano ancor tanto piccini...
Perché immaginare queste cose brutte? Sarebbe stata vecchia, lei, allora; sarebbe passato comunque il suo tempo; e quando il tempo è passato e si è vecchi, anche ai ricordi tristi siamo già abituati a far buon viso...
Chi diceva cosí? Lei, lo diceva.
Ma non perché veramente le sorgessero spontanee nell'animo queste considerazioni affliggenti.
Passava ogni mattina dall'ufficio, e talvolta anche sul tramonto, quando usciva dal Municipio, il segretario comunale, quel signor Silvagni incontrato sul treno.
Si tratteneva un momento, lí sull'uscio o davanti lo sportello; le parlava di cose aliene, anche liete; rideva con lei della caccia che si dava ai cani, per esempio, e delle difese che ne prendevano le donne brutte del paese.
Ma negli occhi di quell'uomo, in quei grandi occhi chiari, intenti e tristi che le restavano a lungo impressi nella memoria dopo ch'egli se n'era andato via, la signora Lucietta leggeva quelle considerazioni affliggenti.
Il pensiero dei figliuoli, ogni volta, chi sa perché?, glielo richiamava lui, angosciosissimo; pur senza ch'egli ne avesse chiesto affatto o glien'avesse fatto parola per incidenza.
Tornava a sbuffare, a ripetersi che i suoi figliuoli erano ancor tanto piccini...
e dunque, via! perché avvilirsi? non doveva e non voleva.
Là, sú, sú, coraggio! Era giovine, lei, per ora...
tanto giovine...
e dunque...
- Come dice, signore? Ma sí: conti le parole del telegramma, e poi calcoli due soldi di piú.
Vuole un modulo a stampa? No? Ah, tanto per saperlo...
Ho capito.
A rivederla, signore...
Ma di niente, si figuri...
Quanti ne entravano all'ufficio a rivolgerle di quelle stupide domande! Come non ridere? Eran pur buffi davvero tutti quei signori di Pèola.
E quella commissione di giovinotti, soci del Circolo di compagnia, col loro bravo presidente anziano, entrata all'ufficio una mattina, per invitarla alla famosa festa da ballo annunziatale in treno dal signor Silvagni! Che scena! Tutti con gli occhi spiritati, che da un canto pareva se la volessero mangiare e dall'altro provassero una strana maraviglia nell'accorgersi che da vicino ella aveva il nasetto cosí e cosí, cosí e cosí la bocca e gli occhi e la fronte, per non parlare che della testa soltanto! Ma i piú impertinenti erano anche i piú impacciati.
Nessuno sapeva come cominciare:
- Vorrà farci l'onore...
- È consuetudine annuale, signora...
- Una piccola soirée dansante...
- Oh, ma senza pretese, si figuri! - Festa in famiglia...
- Ma sí, lasciate dire! - È consuetudine annuale, signora...
- Ma via, che dice! basta che voglia veramente onorarci...
Si torcevano, si strizzavano le mani, si guardavano in bocca l'un l'altro nell'atto che si buttavano a parlare, mentre il presidente, che era anche il sindaco del paese, s'intozzava sempre piú, paonazzo dalla stizza.
S'era preparato il discorso, lui, e non glielo lasciavano dire.
S'era passato anche il cerotto con gran cura su la lunga ciocca di capelli rigirata sul cranio, e aveva infilato i guanti canarini e inserito due dita, dignitosamente, tra i bottoni del panciotto.
- È consuetudine annuale, signora...
La signora Lucietta, confusa, per quanto con una gran voglia di ridere e tutta vermiglia in volto per quei pressanti inviti, piú degli occhi cupidi che delle labbra impacciate, cercò di schermirsi in prima: era ancora a lutto, lo sapevano...
e poi, i due figliuoli...
stava con loro la sera soltanto...
non li vedeva per tutto il giorno...
era usa metterli a letto lei...
e poi aveva tante cose a cui attendere....
- Ma via! per una sera...
- Poteva anche venire dopo averli messi a letto...
- E non c'era la serva?...
per una sera!
A uno dei giovanotti, nella furia, scappò detto finanche:
- Il lutto? Ma che sciocchezza!
Ebbe una gomitata in un fianco e non fiatò piú.
La signora Lucietta promise infine che sarebbe andata, o piuttosto, che avrebbe fatto di tutto per andare; ma poi, quando tutti se ne furono andati, rimase a guardarsi nella manina bianca posata su la veste nera il cerchietto d'oro che il Loffredi sposando le aveva messo al dito.
La sua manina era allora cosí gracile: manina di ragazzetta; e ora che le dita erano un po' ingrossate, quell'anellino le faceva male.
Cosí stretto era, che non poteva cavarselo piú.
III
Nella camera da letto del vecchio quartierino mobigliato, la signora Lucietta ora stava a dire a se stessa di no, che non sarebbe andata; e intanto dondolava - aòh - su le ginocchia il suo angioletto biondo, vestito di nero - aòh, aòh - questo suo piú piccino, caro caro, che voleva ogni sera addormentarsi in braccio a lei.
L'altro, il maggiore, spogliato dalla vecchia serva taciturna, s'era messo da sé per benino nel suo lettuccio e...
sí? Sí sí, che bellezza! già dormiva.
Con la maggior leggerezza di mano possibile la signora Lucietta prendeva ora a svestire il piccino già addormentato anch'esso in grembo a lei; pian pianino le scarpette, una e due; pian pianino i calzini, uno...
e due; e via ora i calzoncini insieme con le mutandine...
e ora, ah ora veniva il difficile: sfilare i braccini dalle maniche del giubbetto alla cacciatora: sú, piano piano, con l'ajuto della serva...
non cosí, di qua...
sí, giú...
piano...
piano, ecco fatto! E ora da quest'altra parte...
¾ No, amore...
Sí, qua, qua con la mamma tua...
è mamma tua qua...
Lasciate, faccio da me...
Rimboccate la coperta, piuttosto...
sí, costà, pian pianino...
Ma perché poi cosí tanto pian pianino?
A un anno appena dalla tragica morte del marito voleva proprio andare a ballare? No, non sarebbe andata forse la signora Lucietta, se tutt'a un tratto, uscita dalla camera da letto nell'attigua saletta d'ingresso, non avesse visto davanti la finestra chiusa di quella saletta un prodigio, un vero prodigio.
Stava da tanti giorni in quel quartierino d'affitto, e non s'era neanche accorta che davanti la finestra della saletta d'ingresso ci fosse un vecchio portafiori di legno, tutto impolverato.
In quel portafiori, quasi all'improvviso, fuor di stagione, era sbocciata una magnifica rosa rossa.
La signora Lucietta restò dapprima a mirarla, stupita, tra lo smortume della tappezzeria grigiastra, di quella sudicia saletta.
Poi, dalla gioja di quella rosa rossa ebbe come un tuffo nel sangue.
Vide vivo lí in quella rosa il suo desiderio ardente di godere una notte almeno.
E liberatasi d'un tratto dalla perplessità che finora la aveva tenuta, dall'orrore dello spettro del marito, dal pensiero dei figli, corse, staccò dal gambo quella rosa e istintivamente, presentandosi davanti allo specchio su la mensola, se la accostò al capo.
Sí, là! Con quella sola rosa tra i capelli sarebbe andata alla festa, e i suoi vent'anni, e la sua gioja vestita di nero...
Via!
IV
Fu l'ebbrezza, fu il delirio, fu la pazzia.
Al suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano perduto la speranza ch'ella venisse, le tre cupe sale del Circolo a pianterreno, divise da due larghe arcate, malamente illuminate da lampade a petrolio e da candele, parve che all'improvviso sfolgorassero di luce, tant'era acceso e quasi sbigottito dal fremito interno del sangue il suo visino, e cosí fulgidamente le sfavillarono gli occhi e cosí pazza di gioja le strideva quella rosa di fuoco tra i capelli neri.
Tutti gli uomini perdettero la testa.
Irresistibilmente, sciolti d'ogni freno di convenienza, d'ogni riguardo alla gelosia delle mogli o delle fidanzate, all'invidia delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto colore che bisognava accogliere con festa l'ospite forestiera, accorsero a lei in folla, con vivaci esclamazioni, e lí per lí, subito, poiché già le danze erano cominciate, senza neanche darle tempo di volgere un'occhiata attorno, presero a contendersela tra loro.
Quindici, venti braccia le s'offrirono col gomito teso.
Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta, sí...
Avrebbe un po' per volta ballato con tutti...
Ecco, largo! largo! Sú, e la musica? Ma che facevano i musicanti? S'erano anch'essi incantati a mirare? Musica! musica!
E via, tra i battimani, ecco spiccata la prima danza col vecchio sindaco e presidente del Circolo, in abito lungo.
Ma bravo! ma bravo!
- Che scosci, guardate!
- Uh, le falde della finanziera...
guardate, guardate quelle falde, come s'aprono e chiudono su i calzoni chiari!
- Ma bravo! ma bravo!
- Oh Dio, la ciocca! la ciocca incerottata...
gli si stacca la ciocca!
- Che? La conduce a sedere? Digià? - E altre quindici, venti braccia col gomito teso le si parano davanti.
- Con me! con me!
- Un momento! un momento!
- L'ha promesso a me!
- No, prima a me!
Dio, che scandalo! Per miracolo non facevano a strattarsi l'un l'altro.
I respinti, in attesa che venisse il loro turno, si recavano mogi mogi a invitare altre dame, delle loro; qualcuna piú brutta, accettava ingrugnata; le altre, indignate, stomacate, rifiutavano con un:
- Grazie tante! - a schizzo.
E si scambiavano tra loro con occhi feroci sguardi di schifo; qualcuna scattava da sedere, faceva cenni violenti di volersene andare; invitava questa o quell'amica a seguirla: via tutte! via tutte! Non s'era mai vista simile indecenza!
Alcune quasi piangenti, altre tremanti di rabbia, si sfogavano con certi omicelli stremenziti nei vecchi abitucci lustri, di taglio antico, odoranti di pepe e di canfora.
Come foglie secche, per non esser rapiti dal turbine, s'erano costoro ritratti al muro, riparati tra le oneste gonne di seta delle loro mogli o cognate o sorelle, goffe gonne a sbuffi e a falbalà, stridenti dei piú vivaci colori, verdi, gialle, rosse, celesti, che ermeticamente, con gran conforto delle loro nari e della loro coscienza, custodivano, cosí prese dal tanfo delle onorate cassapanche, gli arcigni pudori provinciali.
Il caldo a poco a poco nelle tre sale s'era fatto soffocante.
Quasi una nebbia s'era diffusa dal vaporare della bestialità di tutti quegli uomini; bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca, i capelli bagnati, irsuti.
E si ribellava ormai, quella bestialità, con tracotanza inaudita a ogni richiamo della ragione: veniva una volta l'anno la festa! Del resto, nulla di male! Zitte e a posto, le donne!
Fresca, leggera, tutta compresa nella sua gioja che respingeva ogni contatto brutale, ridendo e guizzando con scatti improvvisi, per appagarsi di se stessa, intatta e pura in quel suo momento di follia, agile fiamma volubile in mezzo al tetro fuoco di tutti quei ciocchi congestionati, la signora Lucietta, vinta la vertigine, divenuta lei stessa vertigine, ballava, ballava, senza piú nulla vedere, senza piú distinguere nessuno; e gli archi delle tre sale, i lumi, i mobili, le stoffe gialle, verdi, rosse, celesti delle signore, gli abiti neri e i candidi sparati delle camíce degli uomini, tutto le s'avvolgeva ormai attorno in strisci vorticosi.
Si staccava d'un balzo dalle braccia d'un ballerino, appena lo sentiva stanco, pesante, ansimante, e subito si buttava tra altre braccia, le prime che si vedeva tese davanti, e via, via per riavvolgersi in quegli strisci vorticosi, per farsi girare ancora attorno in frenetico scompiglio tutti quei lumi e tutti quei colori.
Seduto nell'ultima sala, accosto al muro in un canto quasi in ombra, Fausto Silvagni, con le mani sul pomo del bastone e su le mani la grossa barba fulva, da circa due ore la seguiva coi grandi occhi chiari, animati da un benigno sorriso.
Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua tenerezza a lei.
Tenerezza solo? ancora solo tenerezza? non gli palpitava già troppo dentro, per essere ancora solo tenerezza?
Da anni e anni Fausto Silvagni con quei suoi occhi intenti e tristi guardava come da lontano ogni cosa; come remote ombre evanescenti, gli aspetti vicini; e dentro di sé, i suoi stessi pensieri e i suoi sentimenti.
Fallita per avversità di casi, per gravosi obblighi meschini la sua vita, spenta sul piú bello la luce di tanti sogni tenuta fin da ragazzo accesa con l'ardore di tutta l'anima (sogni che ora non poteva richiamare al suo ricordo senza strazio e senza rossore), rifuggiva dalla realtà, nella quale era costretto a vivere.
Ci camminava; se la vedeva attorno; la toccava; ma nessun pensiero, nessun sentimento ne veniva piú a lui; e anche se stesso vedeva come lontano da sé, perduto in un esilio angoscioso.
Ora, in questo esilio, un sentimento all'improvviso era venuto a raggiungerlo; un sentimento ch'egli avrebbe voluto tener discosto per non riconoscerlo ancora.
Non avrebbe voluto riconoscerlo, ma non osava piú neanche scacciarlo.
Non era forse volata da' suoi sogni lontani, questa cara folle fatina vestita di nero, con una rosa di fiamma tra i capelli? Potevano anche essere i suoi sogni stessi, divenuti vivi, ora, in questa fatina, perché egli, non avendo potuto raggiungerli allora sott'altra forma, in questa se li stringesse vivi e spiranti tra le braccia...
Chi sa! Non poteva fermarla, trattenerla e ritornare per essa e con essa finalmente dal suo lontano esilio? Se egli non la fermava, se egli non la tratteneva, chi sa dove e come sarebbe andata a finire, quella povera fatina folle.
Aveva bisogno d'ajuto, anche lei, bisogno di guida e di consiglio, cosí sperduta anche lei in un mondo non suo, e con quella gran voglia di non perdersi, ma anche, ahimè, di godere.
Quella rosa lo diceva, quella rosa rossa tra i capelli...
Fausto Silvagni guardava da un pezzo, costernato, quella rosa.
Non sapeva perché.
La vedeva su quel capo come una fiamma...
Si scoteva tanto quella testolina folle; come non cascava quella rosa? Ebbene, temeva di questo? Non sapeva dirselo, e seguitava a guardarla, costernato.
Dentro, intanto, sotto sotto, il cuore gli diceva, tremando:
- "Domani; domani o uno di questi giorni, parlerai...
Ora lascia ch'ella balli cosí, come una fatina folle..."
Ma ormai la maggior parte dei cavalieri cascavano a pezzi dalla stanchezza; si dichiaravano vinti e si voltavano attorno, come ubriachi, in cerca delle loro donne andate via.
Solo sei o sette ancora resistevano, accaniti, tra cui due anziani - chi l'avrebbe creduto? - il vecchio sindaco in abito lungo e il notajo vedovo, tutt'e due in uno stato miserando, con gli occhi schizzanti dalle orbite, le facce sudate, infocate, impiastricciate di tintura, la cravatta di traverso, la camicia spiegazzata, tragici in quel loro furore senile.
Erano stati finora respinti dai giovanotti; ora, frenetici, si rilanciavano per farsi buttare uno dopo l'altro come balle su le seggiole, appena compiuti due giri.
Era la stretta finale, l'ultima danza.
Se li vide tutti e sette attorno, sopra, aggressivi, furibondi, la signora Lucietta.
- Con me! con me! con me! con me!
N'ebbe sgomento.
D'un tratto le s'avventò agli occhi la bestiale sovreccitazione di quegli uomini, e al pensiero ch'essi avessero potuto bestialmente accendersi per la sua innocente festosità, provò ribrezzo, onta.
Volle fuggire, sottrarsi a quell'aggressione; ma, allo scatto di cerbiatta, i capelli già un po' allentati le cascarono; e la rosa - giú a terra.
Fausto Silvagni si tirò sú a guardare, come sospinto dal presentimento oscuro d'un imminente pericolo.
Ma già quei sette s'eran precipitati a raccogliere la rosa.
Riuscí a ghermirla il vecchio sindaco, a costo d'un tremendo sgraffio alla mano.
- Eccola! - gridò, e corse con gli altri a porgerla alla signora Lucietta riparata in fondo alla seconda sala per ricomporsi alla meglio i capelli.
- Eccola qua...
Ma no, che grazie! Ora lei...
- (non aveva piú fiato da parlare, il vecchio sindaco; la testa gli ciondolava) - ...ora lei deve far la scelta...
ecco...
deve offrirla, qua, a uno...
- Bravo! bene!
- A uno...
a sua scelta...
bravissimo!
- Vediamo! Vediamo!
- A chi l'offre? A sua scelta!
- Il giudizio di Paride!
- Silenzio! Vediamo a chi l'offre!
Anelante, col braccio teso e la bellissima rosa alta nella mano, la signora Lucietta guardò quei sette infuriati, come, voltandosi nel sentirsi sopraffatta, una preda inseguita i suoi assalitori.
Intuí subito che volevano a ogni costo ch'ella si compromettesse.
- A uno? a mia scelta? - gridò all'improvviso, con un lampo negli occhi.
- Ebbene, sí...
a uno l'offrirò...
Ma scostatevi prima...
scostatevi tutti! No, piú...
piú...
ecco, cosí...
L'offrirò...
l'offrirò...
Saettava con lo sguardo ora l'uno ora l'altro, come fosse incerta nella scelta; e incerti e goffi, con le mani protese e nelle facce brutali e stravolte una smorfia d'implorazione sguajata, quei sette pendevano dal visino di lei ora sfolgorante di malizia, allorché d'un balzo ella, sguizzando tra gli ultimi due alla sua manca, prese la corsa verso la prima sala.
Aveva trovato lo scampo: offrire la rosa a uno di quelli che se n'erano stati tutta la serata quieti a guardare, seduti accosto al muro: a uno qual si fosse, il primo che capitava in direzione della corsa.
- Ecco qua! L'offro qua a...
Si trovò davanti i grandi occhi chiari di Fausto Silvagni.
Smorí d'un tratto; restò un momento come sospesa, confusa, tremante, alla vista del volto di lui; le sfuggí un'esclamazione sommessa:
¾ Oh Dio...
- ma si riprese subito:
¾ Sí, per carità...
ecco, a lei, prenda, prenda signor Silvagni!
Fausto Silvagni prese la rosa e si voltò con un sorriso vano, squallido, a guardare quei sette che s'erano precipitati appresso a lei gridando come ossessi:
- No, che c'entra lui? - A uno di noi! - Doveva offrirla uno di noi!
- Non è vero! - protestò la signora Lucietta battendo un piede fieramente.
- S'è detto a uno, e basta! E io l' ho offerta qua al signor Silvagni!
- Ma questa è una dichiarazione d'amore bell'e buona! - gridarono allora quelli.
- Che? - ripigliò la signora Lucietta, facendosi in volto di bragia.
- Ah, nossignori, prego! Sarebbe stata una dichiarazione, se la avessi offerta a uno di loro! Ma l'ho offerta al signor Silvagni, che non s'è mosso, tutta la serata, e che dunque non può crederlo, è vero? non può crederlo! Come non possono crederlo neanche loro!
- Ma sí, ma sí che noi lo crediamo! Lo crediamo invece benissimo! Anzi! tanto piú lo crediamo; - protestarono quelli a coro.
- Proprio a lui oh! proprio a lui!
La signora Lucietta si sentí tutta sconvolgere da un dispetto feroce.
Non era piú uno scherzo ormai! la malignità schizzava da quegli occhi, da quelle bocche; era chiara nei loro ammiccamenti, nei loro grugniti l'allusione alle visite del Silvagni all'ufficio, alla bontà ch'egli le aveva dimostrato fin dal suo arrivo.
E quel pallore, intanto, quel turbamento di lui davano esca ai sospetti maligni.
Perché quel pallore, quel turbamento? Poteva forse credere anche lui, che ella...? Non era possibile! E perché allora? Forse perché lo credevano gli altri! Invece d'impallidire e di turbarsi a quel modo, avrebbe dovuto protestare! Non protestava; impallidiva sempre piú, e una crudele sofferenza gli s'acuiva di punto in punto negli occhi.
Intuí tutto in un lampo la signora Lucietta, e n'ebbe come uno schianto.
Ma in quell'attimo d'angosciosa perplessità, di fronte alla sfida di quei sette impudenti sconfitti che seguitavano a strillarle intorno con furia dilaniatrice:
- Ecco! ecco, vede? Lo dice lei, ma non lo dice lui!
- Come non lo dice? - gridò, lasciando prevalere, tra il guizzare e il cozzare di tanti opposti sentimenti, il dispetto.
E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:
- Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?
Fausto Silvagni restò un momento a guardarla con quel sorriso squallido di nuovo sulle labbra.
Povera fatina, forzata dall'impeto bestiale di quegli uomini a uscire dal cerchio magico di quella pura gioja, di quell'innocente ebbrezza, nella quale come una pazzerella s'era aggirata! Ecco che ora, pur di difendere di tra l'accanimento dei brutali appetiti di quegli uomini l'innocenza del dono di quella rosa, l'innocenza di quella sua folle gioja d'una sera, esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durato per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella rosa.
Sorgendo in piedi e guardando con fredda fermezza quegli uomini negli occhi, disse:
- Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non lo crederà mai nessuno, signora.
Ecco a lei la rosa; io non posso, la butti via lei.
La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un canto.
- Ecco, sí...
grazie...
- disse; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d'un momento aveva buttato via per sempre.
DA SÉ
Un carro di prima classe, con cavalli bardati e impennacchiati, cocchiere e staffieri in parrucca, i suoi parenti non lo avrebbero preso di certo, per lui.
Ma uno di seconda, sí; almeno per gli occhi del mondo.
Duecentocinquanta lire: prezzo di tariffa.
La cassa, poi, se pure d'abete e non di noce o di faggio, nuda nuda non l'avrebbero certo lasciata (sempre per gli occhi del mondo).
Coperta di velluto rosso, anche d'infima qualità, con borchie e maniglie dorate: a dir poco, quattrocento lire.
Poi: una buona mancia a chi lo avrebbe lavato e vestito da morto (bel servizio!); spesa per la papalina di seta e per le pantofole di panno; spesa per le quattro torce da accendere ai quattro angoli del letto; mancia ai becchini che avrebbero portato a spalla il feretro fino al carro, e poi dal carro alla fossa; spesa per una corona di fiori, almeno una, santo Dio: poi lasciamo la banda municipale, che se ne poteva far di meno; ma un pajo di dozzine di ceri per l'accompagnamento delle orfanelle del Boccone del povero che vivevano di questo, cioè delle cinquanta lire che si davano loro per accompagnare tutti i morti della città; e chi sa quant'altre piccole spese imprevedibili.
Tutto questo Matteo Sinagra avrebbe fatto risparmiare ai parenti, andando co' suoi piedi a uccidersi, economicamente, al cimitero, davanti al cancelletto della sua gentilizia.
Dimodoché, con pochissima spesa, lí stesso, dopo l'accesso del pretore, avrebbero potuto cacciarlo dentro a quattro assi nude senza neanche dargli una spazzolata, e calarlo giú, dove riposavano da un pezzo il padre, la madre, la prima moglie e i due figliuoli che n'aveva avuti.
I morti hanno l'aria di credere che il forte sia perdere la vita e che tutto sia finito con essa.
Per loro, senza dubbio.
Ma non pensano all'orribile ingombro del corpo che resta lí duro sul letto uno o due giorni e ai fastidii e alle spese dei vivi che, pur piangendogli attorno, debbono liberarsene.
Sapendo quanto costa questa liberazione, in un caso come il suo, cioè di morte in buona salute, i signori morti volontarii potrebbero far due passi fino al cimitero e andare a riporsi tranquillamente da sé.
Ecco: non aveva ormai da pensare ad altro, Matteo Sinagra.
La vita gli s'era tutt'a un tratto come votata d'ogni senso.
Quasi non ricordava piú con precisione ciò che vi avesse fatto.
Ma sí, di certo, anche lui tutte le sciocchezze che si fanno di solito.
Senz'accorgersene.
Con molta leggerezza e grande facilità.
Sí, perché era stato anche abbastanza fortunato, lui, fino a tre anni fa.
Non gli era mai riuscito nulla difficile; né mai s'era fermato un momento perplesso, se fare o non fare una tal cosa, se prendere questa o quella via.
S'era gettato con gaja fiducia a tutte le imprese; s'era incamminato per tutte le vie, ed era andato sempre avanti; superando ostacoli che forse per gli altri sarebbero stati insormontabili.
Fino a tre anni fa.
Tutt'a un tratto, chi sa come, chi sa perché, quella specie d'estro che per tanti anni lo aveva assistito e spinto innanzi, àlacre e sicuro, gli s'era spento; quella gaja fiducia gli era crollata, e insieme eran crollate le imprese finora sostenute con mezzi e atti di cui ora, improvvisamente e quasi con sgomento, non si sapeva piú render conto egli stesso.
Tutto cosí, da un giorno all'altro, gli s'era cangiato, oscurato; anche l'aspetto delle cose e degli uomini.
S'era trovato all'improvviso a tu per tu con un altro se stesso, ch'egli non conosceva affatto, in un altro mondo che gli si scopriva adesso per la prima volta attorno: duro, ottuso, opaco, inerte.
In prima era rimasto quasi con quello stordimento che il silenzio cagiona a coloro che vivono in mezzo a un fracasso di macchine, allorché d'un subito vengono fermate.
Poi aveva considerato la rovina, non sua solamente, ma anche del padre e del fratello della seconda moglie, che gli avevano affidato grossi capitali.
Ma forse il suocero e il cognato, pur soffrendo gravi danni, si sarebbero rialzati.
La sua rovina, invece, era totale.
S'era chiuso in casa, schiacciato non tanto dal peso della sciagura, quanto dalla coscienza dell'irrimediabilità del guasto misterioso avvenuto cosí fulmineamente nel congegno della sua vita.
Muoversi? E perché? Perché uscire di casa? Inutile ogni atto, ogni passo; inutile anche parlare.
Zitto, rincantucciato in un angolo, era rimasto a guardar le smanie e le lacrime della moglie disperata, come un insensato.
Tutto barba e tutto capelli.
Finché non era venuto sulle furie il cognato a cacciarlo fuori a spintoni, dopo averlo fatto tosare a viva forza.
C'era da fare qualche cosa, da guadagnare dieci lirette al giorno, mettendosi per galoppino a servizio d'una piccola banca agraria, che s'era aperta or ora.
Che stava a covare lí su quella sedia? Fuori! Fuori! Non bastava il danno arrecato finora? Voleva anche vivere, con la moglie e le due piccine, alle spalle delle sue vittime? Fuori!
Fuori, ecco qua.
Era uscito di casa, da alcuni giorni.
S'era messo a fare il galoppino per conto di quella piccola banca agraria.
Il cappello spelato, l'abito stinto, le scarpe sdrucite, e un'aria d'allocco che consolava.
Nessuno lo riconosceva piú.
- Matteo Sinagra, quello lí?
Non si riconosceva piú neanche lui stesso, per dire la verità.
E quella mattina, finalmente...
Era stato un amico, un caro amico del buon tempo, a chiarirgli la situazione.
Chi era piú, lui? Nessuno.
Non solo perché aveva perduto tutto il suo; non solo perché s'era ridotto in quella misera, avvilente condizione di galoppino, con l'abito stinto, il cappello spelato, le scarpe sdrucite.
No, no.
Non era piú, veramente, nessuno, perché non c'era piú niente in lui, fuorché l'aspetto (e pur esso tanto cangiato, irriconoscibile!) di quel Matteo Sinagra ch'egli era stato fino a tre anni fa.
In questo galoppino uscito or ora di casa né lui si sentiva né gli altri lo riconoscevano.
E dunque? Chi era lui? Un altro, che ancora non viveva: che bisognava imparasse a vivere, se mai, una nuova vita, meschina, affliggente, da dieci lirette al giorno.
E ne valeva la pena? Matteo Sinagra, il vero Matteo Sinagra era morto, morto assolutamente, tre anni fa.
Questo gli avevano detto con la piú ingenua crudeltà gli occhi di quell'amico incontrato per caso quella mattina.
Ritornato in paese dopo circa sei anni d'assenza, questo amico non sapeva nulla della sciagura di lui.
Passando per via, non lo aveva riconosciuto.
- Matteo? Ma come? Sei tu Matteo Sinagra?
- Dicono...
- Ma come?
E gli occhi, quegli occhi, erano rimasti a mirarlo con tale espressione di smarrimento e insieme di pietà e di ribrezzo, ch'egli tutt'a un tratto s'era veduto in essi morto, assolutamente morto, senza piú neanche un briciolo in sé di quella vita che Matteo Sinagra aveva avuto.
E allora, appena quell'amico, non sapendo piú trovare una parola, uno sguardo, un sorriso da rivolgere a quest'ombra, gli aveva voltato le spalle, aveva avuto l'impressione strana che tutte le cose, a un tratto, proprio gli si fossero vôtate d'ogni senso, tutta la vita gli si fosse fatta vana.
Ma da ora soltanto? - No...
Perdio! Da tre anni cosí...
Da tre anni era morto, da ben tre anni...
E ancora stava lí, in piedi?...
camminava...
respirava...
guardava?...
Ma come?...
Se non era piú niente! se non era piú nessuno! Con quell'abito addosso, di tre anni fa...
con quelle scarpe di tre anni fa, ancora ai piedi...
Via, via, via: non si vergognava? Un morto, ancora in piedi? A cuccia, là, al cimitero!
Tolto di mezzo l'ingombro di questo morto, alla vedova, alle due orfanelle avrebbero pensato i parenti.
Matteo Sinagra s'era tastata nel taschino del panciotto la rivoltella, sua fida compagna di tant'anni.
E senz'altro, eccolo per la via che conduce al cimitero.
È una cosa davvero divertente, un godimento inaudito.
Un morto, che se ne va da sé, co' suoi piedi, piano piano, con tutto il comodo, al suo destino.
Matteo Sinagra lo sa perfettamente, che è un morto: un morto vecchio, anche; un morto di tre anni, che ha avuto tutto il tempo di votarsi d'ogni rimpianto della vita perduta.
Ora è leggero leggero: una piuma! Ha ritrovato se stesso; è entrato nella sua qualità, d'ombra di se stesso.
Libero d'ogni ostacolo, scevro d'ogni afflizione, esente d'ogni peso, va a riposarsi comodamente.
Ed ecco: quella via che conduce al cimitero, a farla cosí da morto, per l'ultima volta, senza ritorno, gli si rappresenta in un modo nuovo, che lo riempie d'una gioja di liberazione, che è veramente già fuori della vita, oltre la vita.
I morti la fanno in carrozza, chiusi e saldati in una doppia cassa, di zinco e di noce.
Egli cammina, respira, può volgere il collo di qua e di là, a guardare ancora.
E guarda con occhi nuovi le cose che non sono piú per lui, che per lui non hanno piú senso.
Gli alberi...
oh guarda! erano cosí gli alberi? erano questi? E quei monti laggiú...
perché? quei monti azzurri, con quella nuvola bianca sopra...
Le nuvole...
che cose strane!...
E là, in fondo, il mare...
Era cosí? Quello, il mare?
E un sapore nuovo ha l'aria, che gli entra nei polmoni, una soavità di refrigerio su le labbra, nelle narici...
L'aria...
ah, l'aria...
Che delizia! La respira...
ah, la beve ora, come non l'ha mai bevuta di là nella vita; come nessuno che stia nella vita, può berla! È aria come aria; non respiro per vivere.
Tutta questa infinita, avvolgente delizia mica la possono avere gli altri morti, che se ne vanno per quella via in carrozza, tesi, stirati, attuffati nel bujo d'una cassa.
Neanche i vivi la possono avere, i vivi che non sanno che cosa voglia dire goderla dopo, cosí, una volta e per sempre: eternità viva, presente, fremente!
Ancora è lunga, la via.
Ma egli già potrebbe fermarsi qui; è nell'eternità; vi cammina, vi respira, in un'ebbrezza divina, ignota ai vivi.
- Mi vuoi? Portami con te...
Un sasso.
Un sasso della via.
E perché no?
Matteo Sinagra si china, lo raccatta, lo pesa nella mano.
Un sasso...
Erano cosí i sassi? erano questi? Sí, eccolo, un piccolo frantume di roccia, un pezzo di terra viva, di tutta questa terra viva, un frantume dell'universo...
Eccolo qua: in tasca; verrà con lui.
E quel fiorellino?
Ma sí, anch'esso, qua qua, all'occhiello di questo morto, che se ne va da sé, cosí alieno e sereno e felice, coi suoi piedi, alla sua fossa, come a una festa, col fiorellino all'occhiello.
Ecco l'entrata del cimitero.
Un'altra ventina di passi, e il morto sarà a casa sua.
Niente lagrime.
Ci viene da sé, con passo svelto, e con quel fiorellino all'occhiello.
Fanno un bel vedere questi cipressi di guardia al cancello.
Oh, è una casa modesta, in vetta a un poggio, tra gli olivi.
Ci saranno, sí e no, un centinaio di gentilizie, senz'alcuna pretesa d'arte: cappellette con un altarino, il cancelletto e un po' di fiori attorno.
È proprio, per i morti, una dimora invidiabile, questo cimitero.
Lontano dal paese, i vivi ci vengono di raro.
Matteo Sinagra entra e saluta il vecchio custode che sta seduto davanti all'uscio della sua casetta, a destra dell'entrata, con lo scialle bigio di lana su le spalle ed il berretto gallonato sul naso.
- Ehi, Pignocco!
Pignocco dorme.
E Matteo Sinagra resta a contemplar quel sonno dell'unico vivo fra tanti morti, e - in qualità di morto - ne prova dispiacere, una certa irritazione.
S'ha un bel dire.
Fa bene ai morti pensare che un vivo vegli sul loro sonno e stia in faccende sopra la terra che li ricopre.
Sonno sopra, sonno sotto: troppo sonno.
Bisognerebbe svegliare Pignocco; dirgli:
- Eccomi qua; sono dei tuoi.
Sono venuto da me, co' miei piedi, per far risparmiare un po' di soldi ai miei parenti.
Ma è questa la cura che tu ti prendi di noi?
Oh via, che cura, povero Pignocco! Che bisogno di custodia hanno i morti? Quando ha annaffiato qua e là qualche ajuola; quando ha acceso in questa e in quella gentilizia qualche lampadino che non fa lume a nessuno; quando ha spazzato le foglie morte dai vialetti; che altro gli resta da fare? Non fiata nessuno lí dentro.
Il ronzío delle mosche allora e il lento stormire degli smemorati olivi sul poggio lo persuadono a dormire.
Sta in attesa anche lui della morte, povero Pignocco; e in quell'attesa, ecco qua, provvisoriamente dorme sopra i tanti morti che dormono per sempre sotto.
Forse si sveglierà tra poco, allo scoppio secco della rivoltella.
Ma forse, neppure.
È cosí piccola la rivoltella, e lui dorme cosí profondamente...
Piú tardi, verso sera, allorché prima di chiudere il cancello, si recherà in giro a fare un'ultima ispezione, troverà un ingombro nero in quel vialetto, là in fondo.
- Oh! E che roba è questa?
Niente, Pignocco.
Uno che deve andar sotto.
Chiama, chiama che gli apparecchino il letto, giú, alla meglio, senza tanti riguardi.
Per risparmio di spese ai parenti è venuto da sé, e anche per il piacere di vedersi cosí, prima, morto tra i morti, a casa sua, arrivato a destino in buona salute, con gli occhi aperti, in perfetta coscienza.
Lasciagli in tasca il sasso che si è seccato anch'esso di stare al sole su la strada.
E lasciagli anche il fiorellino all'occhiello, che è la sua civetteria di morto in questo momento.
Se l'è colto e se l'è offerto da sé, per tutte le corone che i parenti e gli amici non gli offriranno È qua ancora sopra la terra; ma è proprio come se fosse venuto da sotto, dopo tre anni, per curiosità di vedere che effetto fanno sul poggio queste tombe gentilizie, queste ajuole, questi vialetti inghiajati, queste croci nere e queste corone di latta nel campo dei poveri.
Un bell'effetto, veramente.
E zitto zitto, in punta di piedi, Matteo Sinagra, senza svegliare Pignocco, s'introduce.
È ancora presto per andare a dormire.
Vagherà per i vialetti fino a sera, curiosando (da morto, s'intende); aspetterà che sorga la luna, e buona notte.
LA REALTÀ DEL SOGNO
Tutto ciò che egli diceva, pareva avesse lo stesso valore incontestabile della sua bellezza; quasi che, non potendosi mettere in dubbio che fosse un bellissimo uomo, ma proprio bello tutto, non potesse parimenti esser mai contraddetto in nulla.
E non capiva niente, proprio non capiva niente di quanto avveniva in lei!
Nel sentire le interpretazioni che dava con tanta sicurezza di certi suoi moti istintivi, di certe sue fors'anche ingiuste antipatie, di certi suoi sentimenti, le veniva la tentazione di graffiarlo, di schiaffeggiarlo, di morderlo.
Anche perché poi, con quella freddezza e sicurezza, e quell'orgoglio di bel giovine, veniva a mancarle in certi altri momenti, allorché le s'accostava, perché aveva bisogno di lei.
Timido, umile, supplichevole, allora, come insomma in quei momenti ella non lo avrebbe desiderato; sicché, anche allora, per un altro verso si sentiva irritata; tanto che, pur essendo proclive a cedere, s'induriva restía; e il ricordo d'ogni abbandono, avvelenato sul piú bello da quell'irritazione, le si cangiava in rancore.
Sosteneva che fosse una fissazione in lei l'impaccio, l'imbarazzo che diceva di provare davanti a tutti gli uomini.
- Li provi, cara, perché ci pensi, - s'ostinava a ripeterle.
- Ci penso, caro, perché li provo! - ribatteva lei.
- Che fissazione! Li provo.
È cosí.
E debbo ringraziarne mio padre, la bella educazione che m'ha data! Vuoi mettere in dubbio anche questo?
Eh, almeno questo no, era sperabile.
Ne aveva fatto esperienza lui stesso durante il fidanzamento.
Nei quattro mesi prima del matrimonio, là, nella cittaduzza natale, non gli era stato concesso, non che di toccarle una mano, ma neppure di scambiare con lei due paroline a bassa voce.
Piú geloso d'un tigre, il padre, le aveva inculcato fin da bambina un vero terrore degli uomini; non ne aveva ammesso mai uno, che si dice uno, in casa; e tutte le finestre chiuse; e le rarissime volte che la aveva condotta fuori, le aveva imposto d'andare a capo chino come le monache, e guardando a terra quasi a fare il conto dei ciottoli del selciato.
Ebbene, che maraviglia se ora alla presenza d'un uomo provava quell'imbarazzo e non riusciva a guardar negli occhi nessuno e non sapeva piú né parlare né muoversi?
Già da sei anni, è vero, s'era liberata dall'incubo di quella feroce gelosia paterna; vedeva gente, per casa, per via; eppure...
Non era piú certamente quel puerile terrore di prima; ma quest'imbarazzo, ecco.
I suoi occhi, per quanto si sforzassero, non potevano proprio sostenere lo sguardo di nessuno; la lingua, parlando, le s'imbrogliava in bocca; e d'improvviso, senza saper perché, si faceva in volto di bragia; per cui tutti potevano credere che le passasse per la mente chi sa che cosa, mentre proprio non pensava a nulla; e insomma si vedeva condannata a far cattive figure, a passare per sciocca, per stupida, e non voleva.
Inutile insistere! Grazie al padre, doveva star chiusa, senza veder nessuno, per non provare almeno il dispetto di quello stupidissimo, ridicolissimo imbarazzo piú forte di lei.
Gli amici, i migliori, quelli a cui egli teneva di piú e che avrebbe voluto considerare come ornamento della sua casa, del piccolo mondo che, sei anni addietro, sposando, aveva sperato di formarsi attorno, già s'erano allontanati a uno a uno.
Sfido! Venivano in casa; domandavano:
- Tua moglie?
Sua moglie se n'era scappata a precipizio al primo squillo del campanello.
Fingeva d'andare a chiamarla; andava davvero; si presentava con la faccia afflitta, le mani aperte, pur sapendo che sarebbe stato inutile; che la moglie lo avrebbe fulminato con gli occhi accesi d'ira e gli avrebbe gridato tra i denti: - "Stupido!" -; voltava le spalle e ritornava, Dio sa come dentro, di fuori sorridente, ad annunziare:
- Abbi pazienza, caro, non si sente bene, s'è buttata sul letto.
E una e due e tre volte; alla fine, si sa, s'erano stancati.
Poteva loro dar torto?
Ne restavano ancora due o tre, piú fedeli o piú coraggiosi.
E questi, almeno questi voleva difenderseli, uno specialmente, il piú intelligente di tutti, dotto sul serio e odiatore della pedanteria, fors'anche un po' per ostentazione; giornalista argutissimo; insomma, amico prezioso.
Qualche volta da questi pochi amici superstiti sua moglie s'era fatta vedere, o perché colta di sorpresa, o perché, in un momento buono, s'era attesa alla preghiera di lui.
E nossignori, non era vero niente che avesse fatto cattiva figura: tutt'altro!
- Perché quando non ci pensi, vedi...
quando t'abbandoni al tuo naturale...
tu sei vivace...
- Grazie!
- Tu sei intelligente...
- Grazie!
- E sei tutt'altro che impacciata, te lo assicuro io! Scusa, che gusto avrei a farti fare una cattiva figura? Parli con franchezza, ma sí, anche troppa talvolta...
sí sí, graziosissima, te lo giuro! T'accendi tutta, e gli occhi...
altro che non saper guardare! ti sfavillano, cara mia...
E dici, e dici cose anche ardite, sí...
Ti maravigli? Non dico scorrette...
ma ardite per una donna; con scioltezza, con disinvoltura, con spirito insomma, te lo giuro!
S'infervorava nelle lodi, notando ch'ella, pur protestando di non credere affatto, ne provava in fondo piacere, arrossiva, non sapeva se sorridere o aggrottar le ciglia.
- È cosí, è proprio cosí; credi, è una vera fissazione la tua.
Avrebbe dovuto metterlo almeno in apprensione il fatto che ella non protestava contro questa sua cento volte asserita "fissazione", e accoglieva quelle lodi sul suo parlar franco e disinvolto e finanche ardito, con evidente compiacimento.
Quando e con chi aveva ella parlato cosí?
Pochi giorni addietro, con l'amico "prezioso"; con quello che le era, naturalmente, il piú antipatico di tutti.
È vero che ella ammetteva l'ingiustizia di certe sue antipatie, e che sopra tutti antipatici diceva quegli uomini, davanti ai quali si sentiva piú imbarazzata.
Ma ora il compiacimento d'aver saputo parlare davanti a quello anche con improntitudine, proveniva dal fatto che costui, (certo per pungerla sotto sotto) in una lunga discussione su l'eterno argomento dell'onestà delle donne, aveva osato sostenere che il soverchio pudore accusa infallibilmente un temperamento sensuale; sicché c'è da diffidare d'una donna che arrossisce di nulla, che non osa alzar gli occhi perché crede di scoprire da per tutto un attentato al proprio pudore, e in ogni sguardo, in ogni parola un'insidia alla propria onestà.
Vuol dire che questa donna ha l'ossessione di immagini tentatrici; teme di vederle dovunque; se ne turba al solo pensiero.
Come no? Mentre un'altra, tranquilla di sensi, non ha affatto di questi pudori e può parlare senza turbarsi anche di certe intimità amorose, non pensando che ci possa esser nulla di male in una...
che so, in una camicetta un po' scollata, in una calza traforata, in una gonna che lasci scorgere appena appena qualcosa piú sú del ginocchio.
Con questo, badiamo, non diceva mica che una donna, per non essere creduta sensuale, dovesse mostrarsi sfacciata, sguajata e far vedere quello che non si deve far vedere.
Sarebbe stato un paradosso.
Egli parlava del pudore.
E il pudore per lui era la vendetta dell'insincerità.
Non che non fosse sincero per se stesso.
Era anzi sincerissimo, ma come espressione della sensualità.
Insincera è la donna che voglia negare la sua sensualità mostrando in prova il rosso del suo pudore su le guance.
E questa donna può essere insincera anche senza volerlo, anche senza saperlo.
Perché nulla è piú complicato della sincerità.
Fingiamo tutti spontaneamente, non tanto innanzi agli altri, quanto innanzi a noi stessi; crediamo sempre di noi quello che ci piace credere, e ci vediamo non quali siamo in realtà, ma quali presumiamo d'essere secondo la costruzione ideale che ci siamo fatta di noi stessi.
Cosí può avvenire che una donna, anche a sua insaputa sensualissima, sinceramente creda d'esser casta e di provare sdegno e ribrezzo della sensualità, per il solo fatto che arrossisce di nulla.
Questo arrossir di nulla, che è per se stesso espressione sincerissima della reale sensualità di lei, è assunto invece come prova della creduta castità; e, cosí assunto, diventa naturalmente insincero.
- Via, signora, - aveva concluso alcune sere fa quell'amico prezioso, - la donna, per sua natura (salve, s'intende, le eccezioni) è tutta nei sensi.
Basta saperla prendere, accendere e dominare.
Le troppo pudiche non hanno neppur bisogno d'essere accese: s'accendono, avvampano subito da sé, appena toccate.
Non aveva dubitato un momento, ella, che tutto questo discorso si riferisse a lei; e, appena andato via l'amico, s'era rivoltata ferocemente contro il marito, che durante la lunga discussione non aveva fatto altro che sorridere come uno scimunito e approvare.
- M'ha insultata in tutti i modi per due ore, e tu, tu invece di difendermi, hai sorriso, hai approvato, lasciandogli intendere cosí, ch'era vero quel che diceva, perché tu, mio marito, eh tu, tu lo potevi sapere...
- Ma che cosa? - aveva esclamato lui, trasecolato.
- Tu farnetichi...
Io? che tu sii sensuale? Ma che dici? Se quello parlava della donna in genere, che c'entri tu? Ma se avesse per poco sospettato che tu potessi riferire a te il suo discorso, non avrebbe aperto bocca! E poi, scusa, come poteva crederlo, se non ti sei mostrata affatto con lui quella donna pudibonda di cui egli parlava? Non hai mica arrossito; hai difeso con impeto, con fervore la tua opinione.
E io ho sorriso perché me ne compiacevo, perché vedevo la prova di quanto ho sempre detto e sostenuto, che cioè quando tu non ci pensi, non sei punto impacciata, punto imbarazzata: e che tutto codesto tuo presunto imbarazzo non è altro che fissazione.
Che c'entra il pudore, di cui quello ti parlava?
Non aveva trovato da rispondere a questa giustificazione del marito.
S'era chiusa in sé, cupa, a rimuginare perché si fosse sentita cosí a dentro ferire dal discorso di colui.
Non era pudore, no, no e no, non era pudore il suo, quel tal pudore schifoso di cui quegli parlava; era imbarazzo, imbarazzo, imbarazzo; ma certo un maligno come quello poteva scambiare per pudore quell'imbarazzo, e perciò crederla una...
una a quel modo, ecco!
Se veramente, però, non s'era mostrata imbarazzata, come il marito asseriva; l'imbarazzo tuttavia lo provava; poteva qualche volta vincerlo, forzarsi a non mostrarlo; ma, lo provava.
Ora, se il marito negava in lei quest'imbarazzo, voleva dire che non s'accorgeva di nulla.
Non si sarebbe perciò neanche accorto se quest'imbarazzo fosse in lei un'altra cosa, cioè quel tal pudore di cui quello aveva parlato.
Possibile? Ah Dio, no! Il solo pensiero le faceva schifo, orrore.
Eppure..
Fu nel sogno la rivelazione.
Cominciò come una sfida, quel sogno, come una prova, a cui quell'uomo odiosissimo la sfidasse, in séguito alla discussione avuta con lei tre sere avanti.
Ella doveva dimostrargli che non avrebbe arrossito di nulla; che egli poteva fare su lei qualunque cosa gli piacesse, ch'ella non si sarebbe né turbata né punto scomposta.
Ed ecco, egli cominciava con fredda audacia la prova.
Le passava prima lievemente una mano sul volto.
Al tocco di quella mano ella faceva uno sforzo violento su se stessa per nascondere il brivido che le correva per tutta la persona, e non velare lo sguardo e tener fermi e impassibili gli occhi e appena sorridente la bocca.
Ed ecco, ora egli le accostava le dita alla bocca; le rovesciava delicatamente il labbro inferiore e annegava lí, nell'interno umidore, un bacio caldo, lungo, d'infinita dolcezza.
Ella serrava i denti; s'interiva tutta per dominare il tremito, il fremito del corpo; e allora egli prendeva tranquillamente a denudarle il seno, e...
Che c'era di male? No no, nulla, nulla di male.
Ma...
oh Dio, no...
egli s'indugiava perfidamente nella carezza...
no, no...
troppo...
e...
Vinta, perduta, dapprima senza concedere, cominciava a cedere, non per forza di lui, no, ma per il languore spasimoso del suo stesso corpo; e alla fine...
Ah! Balzò dal sogno convulsa, disfatta, tremante, piena di ribrezzo e d'orrore.
Guatò il marito, che le dormiva ignaro accanto; e l'onta che sentiva in sé si cangiò subito in abominazione per lui, come se lui fosse cagione dell'ignominia di cui provava ancora il piacere e il raccapriccio: lui, lui per la stupida ostinazione d'accogliere in casa quegli amici.
Ecco: ella lo aveva tradito in sogno; tradito, e non ne aveva rimorso, no, ma rabbia per sé, d'essere stata vinta, e rancore, rancore contro di lui, anche perché in sei anni di matrimonio non aveva saputo mai, mai farle provare quel che aveva or ora provato in sogno, con un altro.
Ah, tutta nei sensi...
Dunque, era vero?
No, no.
La colpa era di lui, del marito che, non volendo credere al suo imbarazzo, la forzava a vincersi, a far violenza alla sua natura, la esponeva a quelle prove, a quelle sfide, dond'era nato il sogno.
Come resistere a una tal prova? La aveva voluta lui, il marito.
E questo era il castigo.
Ne avrebbe goduto, se dalla gioja maligna che provava al pensiero del castigo per lui, avesse potuto staccare l'onta che provava per sé.
E ora?
L'urto avvenne nel pomeriggio del giorno appresso, dopo il duro silenzio mantenuto per tutta la giornata contro ogni insistente domanda del marito, che voleva sapere perché fosse cosí e che cosa le fosse accaduto.
Avvenne all'annunzio della solita visita di quell'amico prezioso.
Udendo nella saletta d'ingresso la voce di lui, ella sussultò, d'improvviso scontraffatta.
Un'ira furibonda le guizzò negli occhi.
Saltò addosso al marito e, fremente da capo a piedi, gl'intimò di non ricevere quell'uomo.
- Non voglio! Non voglio! Fallo andar via!
Egli restò in prima, piú che stupito, quasi sgomento di quello scatto furioso.
Non potendo comprendere la ragione di tanta ripugnanza, quando già credeva che l'amico anzi, per quanto egli aveva detto dopo quella discussione, fosse entrato un po' nelle grazie di lei, s'irritò fieramente all'assurda, perentoria intimazione.
- Ma tu sei pazza, o vuoi farmi impazzire! Debbo perdere davvero per la tua stupida follia tutti gli amici?
E, divincolandosi da lei, che gli s'era aggrappata addosso, ordinò alla serva di far passare il signore.
Ella balzò a rintanarsi nella camera accanto, lanciandogli, prima di scomparire dietro la portiera, uno sguardo d'odio e di sprezzo.
Cascò su la poltrona, come se le gambe d'un tratto le si fossero stroncate; ma tutto il sangue le frizzava per le vene e tutto l'essere le si rivoltava dentro, in quell'abbandono disperato, udendo attraverso l'uscio chiuso le espressioni di festosa accoglienza del marito a colui, con cui ella la notte avanti, nel sogno, lo aveva tradito.
E la voce di quell'uomo...
oh Dio...
le mani, le mani di quell'uomo...
D'improvviso, mentre si convelleva tutta su la poltrona, strizzandosi con le dita artigliate le braccia e il seno, cacciò un urlo e cadde a terra, in preda a una spaventosa crisi d
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