CANDELORA, di Luigi Pirandello - pagina 9
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Aveva bisogno d'ajuto, anche lei, bisogno di guida e di consiglio, cosí sperduta anche lei in un mondo non suo, e con quella gran voglia di non perdersi, ma anche, ahimè, di godere.
Quella rosa lo diceva, quella rosa rossa tra i capelli...
Fausto Silvagni guardava da un pezzo, costernato, quella rosa.
Non sapeva perché.
La vedeva su quel capo come una fiamma...
Si scoteva tanto quella testolina folle; come non cascava quella rosa? Ebbene, temeva di questo? Non sapeva dirselo, e seguitava a guardarla, costernato.
Dentro, intanto, sotto sotto, il cuore gli diceva, tremando:
- "Domani; domani o uno di questi giorni, parlerai...
Ora lascia ch'ella balli cosí, come una fatina folle..."
Ma ormai la maggior parte dei cavalieri cascavano a pezzi dalla stanchezza; si dichiaravano vinti e si voltavano attorno, come ubriachi, in cerca delle loro donne andate via.
Solo sei o sette ancora resistevano, accaniti, tra cui due anziani - chi l'avrebbe creduto? - il vecchio sindaco in abito lungo e il notajo vedovo, tutt'e due in uno stato miserando, con gli occhi schizzanti dalle orbite, le facce sudate, infocate, impiastricciate di tintura, la cravatta di traverso, la camicia spiegazzata, tragici in quel loro furore senile.
Erano stati finora respinti dai giovanotti; ora, frenetici, si rilanciavano per farsi buttare uno dopo l'altro come balle su le seggiole, appena compiuti due giri.
Era la stretta finale, l'ultima danza.
Se li vide tutti e sette attorno, sopra, aggressivi, furibondi, la signora Lucietta.
- Con me! con me! con me! con me!
N'ebbe sgomento.
D'un tratto le s'avventò agli occhi la bestiale sovreccitazione di quegli uomini, e al pensiero ch'essi avessero potuto bestialmente accendersi per la sua innocente festosità, provò ribrezzo, onta.
Volle fuggire, sottrarsi a quell'aggressione; ma, allo scatto di cerbiatta, i capelli già un po' allentati le cascarono; e la rosa - giú a terra.
Fausto Silvagni si tirò sú a guardare, come sospinto dal presentimento oscuro d'un imminente pericolo.
Ma già quei sette s'eran precipitati a raccogliere la rosa.
Riuscí a ghermirla il vecchio sindaco, a costo d'un tremendo sgraffio alla mano.
- Eccola! - gridò, e corse con gli altri a porgerla alla signora Lucietta riparata in fondo alla seconda sala per ricomporsi alla meglio i capelli.
- Eccola qua...
Ma no, che grazie! Ora lei...
- (non aveva piú fiato da parlare, il vecchio sindaco; la testa gli ciondolava) - ...ora lei deve far la scelta...
ecco...
deve offrirla, qua, a uno...
- Bravo! bene!
- A uno...
a sua scelta...
bravissimo!
- Vediamo! Vediamo!
- A chi l'offre? A sua scelta!
- Il giudizio di Paride!
- Silenzio! Vediamo a chi l'offre!
Anelante, col braccio teso e la bellissima rosa alta nella mano, la signora Lucietta guardò quei sette infuriati, come, voltandosi nel sentirsi sopraffatta, una preda inseguita i suoi assalitori.
Intuí subito che volevano a ogni costo ch'ella si compromettesse.
- A uno? a mia scelta? - gridò all'improvviso, con un lampo negli occhi.
- Ebbene, sí...
a uno l'offrirò...
Ma scostatevi prima...
scostatevi tutti! No, piú...
piú...
ecco, cosí...
L'offrirò...
l'offrirò...
Saettava con lo sguardo ora l'uno ora l'altro, come fosse incerta nella scelta; e incerti e goffi, con le mani protese e nelle facce brutali e stravolte una smorfia d'implorazione sguajata, quei sette pendevano dal visino di lei ora sfolgorante di malizia, allorché d'un balzo ella, sguizzando tra gli ultimi due alla sua manca, prese la corsa verso la prima sala.
Aveva trovato lo scampo: offrire la rosa a uno di quelli che se n'erano stati tutta la serata quieti a guardare, seduti accosto al muro: a uno qual si fosse, il primo che capitava in direzione della corsa.
- Ecco qua! L'offro qua a...
Si trovò davanti i grandi occhi chiari di Fausto Silvagni.
Smorí d'un tratto; restò un momento come sospesa, confusa, tremante, alla vista del volto di lui; le sfuggí un'esclamazione sommessa:
¾ Oh Dio...
- ma si riprese subito:
¾ Sí, per carità...
ecco, a lei, prenda, prenda signor Silvagni!
Fausto Silvagni prese la rosa e si voltò con un sorriso vano, squallido, a guardare quei sette che s'erano precipitati appresso a lei gridando come ossessi:
- No, che c'entra lui? - A uno di noi! - Doveva offrirla uno di noi!
- Non è vero! - protestò la signora Lucietta battendo un piede fieramente.
- S'è detto a uno, e basta! E io l' ho offerta qua al signor Silvagni!
- Ma questa è una dichiarazione d'amore bell'e buona! - gridarono allora quelli.
- Che? - ripigliò la signora Lucietta, facendosi in volto di bragia.
- Ah, nossignori, prego! Sarebbe stata una dichiarazione, se la avessi offerta a uno di loro! Ma l'ho offerta al signor Silvagni, che non s'è mosso, tutta la serata, e che dunque non può crederlo, è vero? non può crederlo! Come non possono crederlo neanche loro!
- Ma sí, ma sí che noi lo crediamo! Lo crediamo invece benissimo! Anzi! tanto piú lo crediamo; - protestarono quelli a coro.
- Proprio a lui oh! proprio a lui!
La signora Lucietta si sentí tutta sconvolgere da un dispetto feroce.
Non era piú uno scherzo ormai! la malignità schizzava da quegli occhi, da quelle bocche; era chiara nei loro ammiccamenti, nei loro grugniti l'allusione alle visite del Silvagni all'ufficio, alla bontà ch'egli le aveva dimostrato fin dal suo arrivo.
E quel pallore, intanto, quel turbamento di lui davano esca ai sospetti maligni.
Perché quel pallore, quel turbamento? Poteva forse credere anche lui, che ella...? Non era possibile! E perché allora? Forse perché lo credevano gli altri! Invece d'impallidire e di turbarsi a quel modo, avrebbe dovuto protestare! Non protestava; impallidiva sempre piú, e una crudele sofferenza gli s'acuiva di punto in punto negli occhi.
Intuí tutto in un lampo la signora Lucietta, e n'ebbe come uno schianto.
Ma in quell'attimo d'angosciosa perplessità, di fronte alla sfida di quei sette impudenti sconfitti che seguitavano a strillarle intorno con furia dilaniatrice:
- Ecco! ecco, vede? Lo dice lei, ma non lo dice lui!
- Come non lo dice? - gridò, lasciando prevalere, tra il guizzare e il cozzare di tanti opposti sentimenti, il dispetto.
E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:
- Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?
Fausto Silvagni restò un momento a guardarla con quel sorriso squallido di nuovo sulle labbra.
Povera fatina, forzata dall'impeto bestiale di quegli uomini a uscire dal cerchio magico di quella pura gioja, di quell'innocente ebbrezza, nella quale come una pazzerella s'era aggirata! Ecco che ora, pur di difendere di tra l'accanimento dei brutali appetiti di quegli uomini l'innocenza del dono di quella rosa, l'innocenza di quella sua folle gioja d'una sera, esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durato per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella rosa.
Sorgendo in piedi e guardando con fredda fermezza quegli uomini negli occhi, disse:
- Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non lo crederà mai nessuno, signora.
Ecco a lei la rosa; io non posso, la butti via lei.
La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un canto.
- Ecco, sí...
grazie...
- disse; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d'un momento aveva buttato via per sempre.
DA SÉ
Un carro di prima classe, con cavalli bardati e impennacchiati, cocchiere e staffieri in parrucca, i suoi parenti non lo avrebbero preso di certo, per lui.
Ma uno di seconda, sí; almeno per gli occhi del mondo.
Duecentocinquanta lire: prezzo di tariffa.
La cassa, poi, se pure d'abete e non di noce o di faggio, nuda nuda non l'avrebbero certo lasciata (sempre per gli occhi del mondo).
Coperta di velluto rosso, anche d'infima qualità, con borchie e maniglie dorate: a dir poco, quattrocento lire.
Poi: una buona mancia a chi lo avrebbe lavato e vestito da morto (bel servizio!); spesa per la papalina di seta e per le pantofole di panno; spesa per le quattro torce da accendere ai quattro angoli del letto; mancia ai becchini che avrebbero portato a spalla il feretro fino al carro, e poi dal carro alla fossa; spesa per una corona di fiori, almeno una, santo Dio: poi lasciamo la banda municipale, che se ne poteva far di meno; ma un pajo di dozzine di ceri per l'accompagnamento delle orfanelle del Boccone del povero che vivevano di questo, cioè delle cinquanta lire che si davano loro per accompagnare tutti i morti della città; e chi sa quant'altre piccole spese imprevedibili.
Tutto questo Matteo Sinagra avrebbe fatto risparmiare ai parenti, andando co' suoi piedi a uccidersi, economicamente, al cimitero, davanti al cancelletto della sua gentilizia.
Dimodoché, con pochissima spesa, lí stesso, dopo l'accesso del pretore, avrebbero potuto cacciarlo dentro a quattro assi nude senza neanche dargli una spazzolata, e calarlo giú, dove riposavano da un pezzo il padre, la madre, la prima moglie e i due figliuoli che n'aveva avuti.
I morti hanno l'aria di credere che il forte sia perdere la vita e che tutto sia finito con essa.
Per loro, senza dubbio.
Ma non pensano all'orribile ingombro del corpo che resta lí duro sul letto uno o due giorni e ai fastidii e alle spese dei vivi che, pur piangendogli attorno, debbono liberarsene.
Sapendo quanto costa questa liberazione, in un caso come il suo, cioè di morte in buona salute, i signori morti volontarii potrebbero far due passi fino al cimitero e andare a riporsi tranquillamente da sé.
Ecco: non aveva ormai da pensare ad altro, Matteo Sinagra.
La vita gli s'era tutt'a un tratto come votata d'ogni senso.
Quasi non ricordava piú con precisione ciò che vi avesse fatto.
Ma sí, di certo, anche lui tutte le sciocchezze che si fanno di solito.
Senz'accorgersene.
Con molta leggerezza e grande facilità.
Sí, perché era stato anche abbastanza fortunato, lui, fino a tre anni fa.
Non gli era mai riuscito nulla difficile; né mai s'era fermato un momento perplesso, se fare o non fare una tal cosa, se prendere questa o quella via.
S'era gettato con gaja fiducia a tutte le imprese; s'era incamminato per tutte le vie, ed era andato sempre avanti; superando ostacoli che forse per gli altri sarebbero stati insormontabili.
Fino a tre anni fa.
Tutt'a un tratto, chi sa come, chi sa perché, quella specie d'estro che per tanti anni lo aveva assistito e spinto innanzi, àlacre e sicuro, gli s'era spento; quella gaja fiducia gli era crollata, e insieme eran crollate le imprese finora sostenute con mezzi e atti di cui ora, improvvisamente e quasi con sgomento, non si sapeva piú render conto egli stesso.
Tutto cosí, da un giorno all'altro, gli s'era cangiato, oscurato; anche l'aspetto delle cose e degli uomini.
S'era trovato all'improvviso a tu per tu con un altro se stesso, ch'egli non conosceva affatto, in un altro mondo che gli si scopriva adesso per la prima volta attorno: duro, ottuso, opaco, inerte.
In prima era rimasto quasi con quello stordimento che il silenzio cagiona a coloro che vivono in mezzo a un fracasso di macchine, allorché d'un subito vengono fermate.
Poi aveva considerato la rovina, non sua solamente, ma anche del padre e del fratello della seconda moglie, che gli avevano affidato grossi capitali.
Ma forse il suocero e il cognato, pur soffrendo gravi danni, si sarebbero rialzati.
La sua rovina, invece, era totale.
S'era chiuso in casa, schiacciato non tanto dal peso della sciagura, quanto dalla coscienza dell'irrimediabilità del guasto misterioso avvenuto cosí fulmineamente nel congegno della sua vita.
Muoversi? E perché? Perché uscire di casa? Inutile ogni atto, ogni passo; inutile anche parlare.
Zitto, rincantucciato in un angolo, era rimasto a guardar le smanie e le lacrime della moglie disperata, come un insensato.
Tutto barba e tutto capelli.
Finché non era venuto sulle furie il cognato a cacciarlo fuori a spintoni, dopo averlo fatto tosare a viva forza.
C'era da fare qualche cosa, da guadagnare dieci lirette al giorno, mettendosi per galoppino a servizio d'una piccola banca agraria, che s'era aperta or ora.
Che stava a covare lí su quella sedia? Fuori! Fuori! Non bastava il danno arrecato finora? Voleva anche vivere, con la moglie e le due piccine, alle spalle delle sue vittime? Fuori!
Fuori, ecco qua.
Era uscito di casa, da alcuni giorni.
S'era messo a fare il galoppino per conto di quella piccola banca agraria.
Il cappello spelato, l'abito stinto, le scarpe sdrucite, e un'aria d'allocco che consolava.
Nessuno lo riconosceva piú.
- Matteo Sinagra, quello lí?
Non si riconosceva piú neanche lui stesso, per dire la verità.
E quella mattina, finalmente...
Era stato un amico, un caro amico del buon tempo, a chiarirgli la situazione.
Chi era piú, lui? Nessuno.
Non solo perché aveva perduto tutto il suo; non solo perché s'era ridotto in quella misera, avvilente condizione di galoppino, con l'abito stinto, il cappello spelato, le scarpe sdrucite.
No, no.
Non era piú, veramente, nessuno, perché non c'era piú niente in lui, fuorché l'aspetto (e pur esso tanto cangiato, irriconoscibile!) di quel Matteo Sinagra ch'egli era stato fino a tre anni fa.
In questo galoppino uscito or ora di casa né lui si sentiva né gli altri lo riconoscevano.
E dunque? Chi era lui? Un altro, che ancora non viveva: che bisognava imparasse a vivere, se mai, una nuova vita, meschina, affliggente, da dieci lirette al giorno.
E ne valeva la pena? Matteo Sinagra, il vero Matteo Sinagra era morto, morto assolutamente, tre anni fa.
Questo gli avevano detto con la piú ingenua crudeltà gli occhi di quell'amico incontrato per caso quella mattina.
Ritornato in paese dopo circa sei anni d'assenza, questo amico non sapeva nulla della sciagura di lui.
Passando per via, non lo aveva riconosciuto.
- Matteo? Ma come? Sei tu Matteo Sinagra?
- Dicono...
- Ma come?
E gli occhi, quegli occhi, erano rimasti a mirarlo con tale espressione di smarrimento e insieme di pietà e di ribrezzo, ch'egli tutt'a un tratto s'era veduto in essi morto, assolutamente morto, senza piú neanche un briciolo in sé di quella vita che Matteo Sinagra aveva avuto.
E allora, appena quell'amico, non sapendo piú trovare una parola, uno sguardo, un sorriso da rivolgere a quest'ombra, gli aveva voltato le spalle, aveva avuto l'impressione strana che tutte le cose, a un tratto, proprio gli si fossero vôtate d'ogni senso, tutta la vita gli si fosse fatta vana.
Ma da ora soltanto? - No...
Perdio! Da tre anni cosí...
Da tre anni era morto, da ben tre anni...
E ancora stava lí, in piedi?...
camminava...
respirava...
guardava?...
Ma come?...
Se non era piú niente! se non era piú nessuno! Con quell'abito addosso, di tre anni fa...
con quelle scarpe di tre anni fa, ancora ai piedi...
Via, via, via: non si vergognava? Un morto, ancora in piedi? A cuccia, là, al cimitero!
Tolto di mezzo l'ingombro di questo morto, alla vedova, alle due orfanelle avrebbero pensato i parenti.
Matteo Sinagra s'era tastata nel taschino del panciotto la rivoltella, sua fida compagna di tant'anni.
E senz'altro, eccolo per la via che conduce al cimitero.
È una cosa davvero divertente, un godimento inaudito.
Un morto, che se ne va da sé, co' suoi piedi, piano piano, con tutto il comodo, al suo destino.
Matteo Sinagra lo sa perfettamente, che è un morto: un morto vecchio, anche; un morto di tre anni, che ha avuto tutto il tempo di votarsi d'ogni rimpianto della vita perduta.
Ora è leggero leggero: una piuma! Ha ritrovato se stesso; è entrato nella sua qualità, d'ombra di se stesso.
Libero d'ogni ostacolo, scevro d'ogni afflizione, esente d'ogni peso, va a riposarsi comodamente.
Ed ecco: quella via che conduce al cimitero, a farla cosí da morto, per l'ultima volta, senza ritorno, gli si rappresenta in un modo nuovo, che lo riempie d'una gioja di liberazione, che è veramente già fuori della vita, oltre la vita.
I morti la fanno in carrozza, chiusi e saldati in una doppia cassa, di zinco e di noce.
Egli cammina, respira, può volgere il collo di qua e di là, a guardare ancora.
E guarda con occhi nuovi le cose che non sono piú per lui, che per lui non hanno piú senso.
Gli alberi...
oh guarda! erano cosí gli alberi? erano questi? E quei monti laggiú...
perché? quei monti azzurri, con quella nuvola bianca sopra...
Le nuvole...
che cose strane!...
E là, in fondo, il mare...
Era cosí? Quello, il mare?
E un sapore nuovo ha l'aria, che gli entra nei polmoni, una soavità di refrigerio su le labbra, nelle narici...
L'aria...
ah, l'aria...
Che delizia! La respira...
ah, la beve ora, come non l'ha mai bevuta di là nella vita; come nessuno che stia nella vita, può berla! È aria come aria; non respiro per vivere.
Tutta questa infinita, avvolgente delizia mica la possono avere gli altri morti, che se ne vanno per quella via in carrozza, tesi, stirati, attuffati nel bujo d'una cassa.
Neanche i vivi la possono avere, i vivi che non sanno che cosa voglia dire goderla dopo, cosí, una volta e per sempre: eternità viva, presente, fremente!
Ancora è lunga, la via.
Ma egli già potrebbe fermarsi qui; è nell'eternità; vi cammina, vi respira, in un'ebbrezza divina, ignota ai vivi.
- Mi vuoi? Portami con te...
Un sasso.
Un sasso della via.
E perché no?
Matteo Sinagra si china, lo raccatta, lo pesa nella mano.
Un sasso...
Erano cosí i sassi? erano questi? Sí, eccolo, un piccolo frantume di roccia, un pezzo di terra viva, di tutta questa terra viva, un frantume dell'universo...
Eccolo qua: in tasca; verrà con lui.
E quel fiorellino?
Ma sí, anch'esso, qua qua, all'occhiello di questo morto, che se ne va da sé, cosí alieno e sereno e felice, coi suoi piedi, alla sua fossa, come a una festa, col fiorellino all'occhiello.
Ecco l'entrata del cimitero.
Un'altra ventina di passi, e il morto sarà a casa sua.
Niente lagrime.
Ci viene da sé, con passo svelto, e con quel fiorellino all'occhiello.
Fanno un bel vedere questi cipressi di guardia al cancello.
Oh, è una casa modesta, in vetta a un poggio, tra gli olivi.
Ci saranno, sí e no, un centinaio di gentilizie, senz'alcuna pretesa d'arte: cappellette con un altarino, il cancelletto e un po' di fiori attorno.
È proprio, per i morti, una dimora invidiabile, questo cimitero.
Lontano dal paese, i vivi ci vengono di raro.
Matteo Sinagra entra e saluta il vecchio custode che sta seduto davanti all'uscio della sua casetta, a destra dell'entrata, con lo scialle bigio di lana su le spalle ed il berretto gallonato sul naso.
- Ehi, Pignocco!
Pignocco dorme.
E Matteo Sinagra resta a contemplar quel sonno dell'unico vivo fra tanti morti, e - in qualità di morto - ne prova dispiacere, una certa irritazione.
S'ha un bel dire.
Fa bene ai morti pensare che un vivo vegli sul loro sonno e stia in faccende sopra la terra che li ricopre.
Sonno sopra, sonno sotto: troppo sonno.
Bisognerebbe svegliare Pignocco; dirgli:
- Eccomi qua; sono dei tuoi.
Sono venuto da me, co' miei piedi, per far risparmiare un po' di soldi ai miei parenti.
Ma è questa la cura che tu ti prendi di noi?
Oh via, che cura, povero Pignocco! Che bisogno di custodia hanno i morti? Quando ha annaffiato qua e là qualche ajuola; quando ha acceso in questa e in quella gentilizia qualche lampadino che non fa lume a nessuno; quando ha spazzato le foglie morte dai vialetti; che altro gli resta da fare? Non fiata nessuno lí dentro.
Il ronzío delle mosche allora e il lento stormire degli smemorati olivi sul poggio lo persuadono a dormire.
Sta in attesa anche lui della morte, povero Pignocco; e in quell'attesa, ecco qua, provvisoriamente dorme sopra i tanti morti che dormono per sempre sotto.
Forse si sveglierà tra poco, allo scoppio secco della rivoltella.
Ma forse, neppure.
È cosí piccola la rivoltella, e lui dorme cosí profondamente...
Piú tardi, verso sera, allorché prima di chiudere il cancello, si recherà in giro a fare un'ultima ispezione, troverà un ingombro nero in quel vialetto, là in fondo.
- Oh! E che roba è questa?
Niente, Pignocco.
Uno che deve andar sotto.
Chiama, chiama che gli apparecchino il letto, giú, alla meglio, senza tanti riguardi.
Per risparmio di spese ai parenti è venuto da sé, e anche per il piacere di vedersi cosí, prima, morto tra i morti, a casa sua, arrivato a destino in buona salute, con gli occhi aperti, in perfetta coscienza.
Lasciagli in tasca il sasso che si è seccato anch'esso di stare al sole su la strada.
E lasciagli anche il fiorellino all'occhiello, che è la sua civetteria di morto in questo momento.
Se l'è colto e se l'è offerto da sé, per tutte le corone che i parenti e gli amici non gli offriranno È qua ancora sopra la terra; ma è proprio come se fosse venuto da sotto, dopo tre anni, per curiosità di vedere che effetto fanno sul poggio queste tombe gentilizie, queste ajuole, questi vialetti inghiajati, queste croci nere e queste corone di latta nel campo dei poveri.
Un bell'effetto, veramente.
E zitto zitto, in punta di piedi, Matteo Sinagra, senza svegliare Pignocco, s'introduce.
È ancora presto per andare a dormire.
Vagherà per i vialetti fino a sera, curiosando (da morto, s'intende); aspetterà che sorga la luna, e buona notte.
LA REALTÀ DEL SOGNO
Tutto ciò che egli diceva, pareva avesse lo stesso valore incontestabile della sua bellezza; quasi che, non potendosi mettere in dubbio che fosse un bellissimo uomo, ma proprio bello tutto, non potesse parimenti esser mai contraddetto in nulla.
E non capiva niente, proprio non capiva niente di quanto avveniva in lei!
Nel sentire le interpretazioni che dava con tanta sicurezza di certi suoi moti istintivi, di certe sue fors'anche ingiuste antipatie, di certi suoi sentimenti, le veniva la tentazione di graffiarlo, di schiaffeggiarlo, di morderlo.
Anche perché poi, con quella freddezza e sicurezza, e quell'orgoglio di bel giovine, veniva a mancarle in certi altri momenti, allorché le s'accostava, perché aveva bisogno di lei.
Timido, umile, supplichevole, allora, come insomma in quei momenti ella non lo avrebbe desiderato; sicché, anche allora, per un altro verso si sentiva irritata; tanto che, pur essendo proclive a cedere, s'induriva restía; e il ricordo d'ogni abbandono, avvelenato sul piú bello da quell'irritazione, le si cangiava in rancore.
Sosteneva che fosse una fissazione in lei l'impaccio, l'imbarazzo che diceva di provare davanti a tutti gli uomini.
- Li provi, cara, perché ci pensi, - s'ostinava a ripeterle.
- Ci penso, caro, perché li provo! - ribatteva lei.
- Che fissazione! Li provo.
È cosí.
E debbo ringraziarne mio padre, la bella educazione che m'ha data! Vuoi mettere in dubbio anche questo?
Eh, almeno questo no, era sperabile.
Ne aveva fatto esperienza lui stesso durante il fidanzamento.
Nei quattro mesi prima del matrimonio, là, nella cittaduzza natale, non gli era stato concesso, non che di toccarle una mano, ma neppure di scambiare con lei due paroline a bassa voce.
Piú geloso d'un tigre, il padre, le aveva inculcato fin da bambina un vero terrore degli uomini; non ne aveva ammesso mai uno, che si dice uno, in casa; e tutte le finestre chiuse; e le rarissime volte che la aveva condotta fuori, le aveva imposto d'andare a capo chino come le monache, e guardando a terra quasi a fare il conto dei ciottoli del selciato.
Ebbene, che maraviglia se ora alla presenza d'un uomo provava quell'imbarazzo e non riusciva a guardar negli occhi nessuno e non sapeva piú né parlare né muoversi?
Già da sei anni, è vero, s'era liberata dall'incubo di quella feroce gelosia paterna; vedeva gente, per casa, per via; eppure...
Non era piú certamente quel puerile terrore di prima; ma quest'imbarazzo, ecco.
I suoi occhi, per quanto si sforzassero, non potevano proprio sostenere lo sguardo di nessuno; la lingua, parlando, le s'imbrogliava in bocca; e d'improvviso, senza saper perché, si faceva in volto di bragia; per cui tutti potevano credere che le passasse per la mente chi sa che cosa, mentre proprio non pensava a nulla; e insomma si vedeva condannata a far cattive figure, a passare per sciocca, per stupida, e non voleva.
Inutile insistere! Grazie al padre, doveva star chiusa, senza veder nessuno, per non provare almeno il dispetto di quello stupidissimo, ridicolissimo imbarazzo piú forte di lei.
Gli amici, i migliori, quelli a cui egli teneva di piú e che avrebbe voluto considerare come ornamento della sua casa, del piccolo mondo che, sei anni addietro, sposando, aveva sperato di formarsi attorno, già s'erano allontanati a uno a uno.
Sfido! Venivano in casa; domandavano:
- Tua moglie?
Sua moglie se n'era scappata a precipizio al primo squillo del campanello.
Fingeva d'andare a chiamarla; andava davvero; si presentava con la faccia afflitta, le mani aperte, pur sapendo che sarebbe stato inutile; che la moglie lo avrebbe fulminato con gli occhi accesi d'ira e gli avrebbe gridato tra i denti: - "Stupido!" -; voltava le spalle e ritornava, Dio sa come dentro, di fuori sorridente, ad annunziare:
- Abbi pazienza, caro, non si sente bene, s'è buttata sul letto.
E una e due e tre volte; alla fine, si sa, s'erano stancati.
Poteva loro dar torto?
Ne restavano ancora due o tre, piú fedeli o piú coraggiosi.
E questi, almeno questi voleva difenderseli, uno specialmente, il piú intelligente di tutti, dotto sul serio e odiatore della pedanteria, fors'anche un po' per ostentazione; giornalista argutissimo; insomma, amico prezioso.
Qualche volta da questi pochi amici superstiti sua moglie s'era fatta vedere, o perché colta di sorpresa, o perché, in un momento buono, s'era attesa alla preghiera di lui.
E nossignori, non era vero niente che avesse fatto cattiva figura: tutt'altro!
- Perché quando non ci pensi, vedi...
quando t'abbandoni al tuo naturale...
tu sei vivace...
- Grazie!
- Tu sei intelligente...
- Grazie!
- E sei tutt'altro che impacciata, te lo assicuro io! Scusa, che gusto avrei a farti fare una cattiva figura? Parli con franchezza, ma sí, anche troppa talvolta...
sí sí, graziosissima, te lo giuro! T'accendi tutta, e gli occhi...
altro che non saper guardare! ti sfavillano, cara mia...
E dici, e dici cose anche ardite, sí...
Ti maravigli? Non dico scorrette...
ma ardite per una donna; con scioltezza, con disinvoltura, con spirito insomma, te lo giuro!
S'infervorava nelle lodi, notando ch'ella, pur protestando di non credere affatto, ne provava in fondo piacere, arrossiva, non sapeva se sorridere o aggrottar le ciglia.
- È cosí, è proprio cosí; credi, è una vera fissazione la tua.
Avrebbe dovuto metterlo almeno in apprensione il fatto che ella non protestava contro questa sua cento volte asserita "fissazione", e accoglieva quelle lodi sul suo parlar franco e disinvolto e finanche ardito, con evidente compiacimento.
Quando e con chi aveva ella parlato cosí?
Pochi giorni addietro, con l'amico "prezioso"; con quello che le era, naturalmente, il piú antipatico di tutti.
È vero che ella ammetteva l'ingiustizia di certe sue antipatie, e che sopra tutti antipatici diceva quegli uomini, davanti ai quali si sentiva piú imbarazzata.
Ma ora il compiacimento d'aver saputo parlare davanti a quello anche con improntitudine, proveniva dal fatto che costui, (certo per pungerla sotto sotto) in una lunga discussione su l'eterno argomento dell'onestà delle donne, aveva osato sostenere che il soverchio pudore accusa infallibilmente un temperamento sensuale; sicché c'è da diffidare d'una donna che arrossisce di nulla, che non osa alzar gli occhi perché crede di scoprire da per tutto un attentato al proprio pudore, e in ogni sguardo, in ogni parola un'insidia alla propria onestà.
Vuol dire che questa donna ha l'ossessione di immagini tentatrici; teme di vederle dovunque; se ne turba al solo pensiero.
Come no? Mentre un'altra, tranquilla di sensi, non ha affatto di questi pudori e può parlare senza turbarsi anche di certe intimità amorose, non pensando che ci possa esser nulla di male in una...
che so, in una camicetta un po' scollata, in una calza traforata, in una gonna che lasci scorgere appena appena qualcosa piú sú del ginocchio.
Con questo, badiamo, non diceva mica che una donna, per non essere creduta sensuale, dovesse mostrarsi sfacciata, sguajata e far vedere quello che non si deve far vedere.
Sarebbe stato un paradosso.
Egli parlava del pudore.
E il pudore per lui era la vendetta dell'insincerità.
Non che non fosse sincero per se stesso.
Era anzi sincerissimo, ma come espressione della sensualità.
Insincera è la donna che voglia negare la sua sensualità mostrando in prova il rosso del suo pudore su le guance.
E questa donna può essere insincera anche senza volerlo, anche senza saperlo.
Perché nulla è piú complicato della sincerità.
Fingiamo tutti spontaneamente, non tanto innanzi agli altri, quanto innanzi a noi stessi; crediamo sempre di noi quello che ci piace credere, e ci vediamo non quali siamo in realtà, ma quali presumiamo d'essere secondo la costruzione ideale che ci siamo fatta di noi stessi.
Cosí può avvenire che una donna, anche a sua insaputa sensualissima, sinceramente creda d'esser casta e di provare sdegno e ribrezzo della sensualità, per il solo fatto che arrossisce di nulla.
Questo arrossir di nulla, che è per se stesso espressione sincerissima della reale sensualità di lei, è assunto invece come prova della creduta castità; e, cosí assunto, diventa naturalmente insincero.
- Via, signora, - aveva concluso alcune sere fa quell'amico prezioso, - la donna, per sua natura (salve, s'intende, le eccezioni) è tutta nei sensi.
Basta saperla prendere, accendere e dominare.
Le troppo pudiche non hanno neppur bisogno d'essere accese: s'accendono, avvampano subito da sé, appena toccate.
Non aveva dubitato un momento, ella, che tutto questo discorso si riferisse a lei; e, appena andato via l'amico, s'era rivoltata ferocemente contro il marito, che durante la lunga discussione non aveva fatto altro che sorridere come uno scimunito e approvare.
- M'ha insultata in tutti i modi per due ore, e tu, tu invece di difendermi, hai sorriso, hai approvato, lasciandogli intendere cosí, ch'era vero quel che diceva, perché tu, mio marito, eh tu, tu lo potevi sapere...
- Ma che cosa? - aveva esclamato lui, trasecolato.
- Tu farnetichi...
Io? che tu sii sensuale? Ma che dici? Se quello parlava della donna in genere, che c'entri tu? Ma se avesse per poco sospettato che tu potessi riferire a te il suo discorso, non avrebbe aperto bocca! E poi, scusa, come poteva crederlo, se non ti sei mostrata affatto con lui quella donna pudibonda di cui egli parlava? Non hai mica arrossito; hai difeso con impeto, con fervore la tua opinione.
E io ho sorriso perché me ne compiacevo, perché vedevo la prova di quanto ho sempre detto e sostenuto, che cioè quando tu non ci pensi, non sei punto impacciata, punto imbarazzata: e che tutto codesto tuo presunto imbarazzo non è altro che fissazione.
Che c'entra il pudore, di cui quello ti parlava?
Non aveva trovato da rispondere a questa giustificazione del marito.
S'era chiusa in sé, cupa, a rimuginare perché si fosse sentita cosí a dentro ferire dal discorso di colui.
Non era pudore, no, no e no, non era pudore il suo, quel tal pudore schifoso di cui quegli parlava; era imbarazzo, imbarazzo, imbarazzo; ma certo un maligno come quello poteva scambiare per pudore quell'imbarazzo, e perciò crederla una...
una a quel modo, ecco!
Se veramente, però, non s'era mostrata imbarazzata, come il marito asseriva; l'imbarazzo tuttavia lo provava; poteva qualche volta vincerlo, forzarsi a non mostrarlo; ma, lo provava.
Ora, se il marito negava in lei quest'imbarazzo, voleva dire che non s'accorgeva di nulla.
Non si sarebbe perciò neanche accorto se quest'imbarazzo fosse in lei un'altra cosa, cioè quel tal pudore di cui quello aveva parlato.
Possibile? Ah Dio, no! Il solo pensiero le faceva schifo, orrore.
Eppure..
Fu nel sogno la rivelazione.
Cominciò come una sfida, quel sogno, come una prova, a cui quell'uomo odiosissimo la sfidasse, in séguito alla discussione avuta con lei tre sere avanti.
Ella doveva dimostrargli che non avrebbe arrossito di nulla; che egli poteva fare su lei qualunque cosa gli piacesse, ch'ella non si sarebbe né turbata né punto scomposta.
Ed ecco, egli cominciava con fredda audacia la prova.
Le passava prima lievemente una mano sul volto.
Al tocco di quella mano ella faceva uno sforzo violento su se stessa per nascondere il brivido che le correva per tutta la persona, e non velare lo sguardo e tener fermi e impassibili gli occhi e appena sorridente la bocca.
Ed ecco, ora egli le accostava le dita alla bocca; le rovesciava delicatamente il labbro inferiore e annegava lí, nell'interno umidore, un bacio caldo, lungo, d'infinita dolcezza.
Ella serrava i denti; s'interiva tutta per dominare il tremito, il fremito del corpo; e allora egli prendeva tranquillamente a denudarle il seno, e...
Che c'era di male? No no, nulla, nulla di male.
Ma...
oh Dio, no...
egli s'indugiava perfidamente nella carezza...
no, no...
troppo...
e...
Vinta, perduta, dapprima senza concedere, cominciava a cedere, non per forza di lui, no, ma per il languore spasimoso del suo stesso corpo; e alla fine...
Ah! Balzò dal sogno convulsa, disfatta, tremante, piena di ribrezzo e d'orrore.
Guatò il marito, che le dormiva ignaro accanto; e l'onta che sentiva in sé si cangiò subito in abominazione per lui, come se lui fosse cagione dell'ignominia di cui provava ancora il piacere e il raccapriccio: lui, lui per la stupida ostinazione d'accogliere in casa quegli amici.
Ecco: ella lo aveva tradito in sogno; tradito, e non ne aveva rimorso, no, ma rabbia per sé, d'essere stata vinta, e rancore, rancore contro di lui, anche perché in sei anni di matrimonio non aveva saputo mai, mai farle provare quel che aveva or ora provato in sogno, con un altro.
Ah, tutta nei sensi...
Dunque, era vero?
No, no.
La colpa era di lui, del marito che, non volendo credere al suo imbarazzo, la forzava a vincersi, a far violenza alla sua natura, la esponeva a quelle prove, a quelle sfide, dond'era nato il sogno.
Come resistere a una tal prova? La aveva voluta lui, il marito.
E questo era il castigo.
Ne avrebbe goduto, se dalla gioja maligna che provava al pensiero del castigo per lui, avesse potuto staccare l'onta che provava per sé.
E ora?
L'urto avvenne nel pomeriggio del giorno appresso, dopo il duro silenzio mantenuto per tutta la giornata contro ogni insistente domanda del marito, che voleva sapere perché fosse cosí e che cosa le fosse accaduto.
Avvenne all'annunzio della solita visita di quell'amico prezioso.
Udendo nella saletta d'ingresso la voce di lui, ella sussultò, d'improvviso scontraffatta.
Un'ira furibonda le guizzò negli occhi.
Saltò addosso al marito e, fremente da capo a piedi, gl'intimò di non ricevere quell'uomo.
- Non voglio! Non voglio! Fallo andar via!
Egli restò in prima, piú che stupito, quasi sgomento di quello scatto furioso.
Non potendo comprendere la ragione di tanta ripugnanza, quando già credeva che l'amico anzi, per quanto egli aveva detto dopo quella discussione, fosse entrato un po' nelle grazie di lei, s'irritò fieramente all'assurda, perentoria intimazione.
- Ma tu sei pazza, o vuoi farmi impazzire! Debbo perdere davvero per la tua stupida follia tutti gli amici?
E, divincolandosi da lei, che gli s'era aggrappata addosso, ordinò alla serva di far passare il signore.
Ella balzò a rintanarsi nella camera accanto, lanciandogli, prima di scomparire dietro la portiera, uno sguardo d'odio e di sprezzo.
Cascò su la poltrona, come se le gambe d'un tratto le si fossero stroncate; ma tutto il sangue le frizzava per le vene e tutto l'essere le si rivoltava dentro, in quell'abbandono disperato, udendo attraverso l'uscio chiuso le espressioni di festosa accoglienza del marito a colui, con cui ella la notte avanti, nel sogno, lo aveva tradito.
E la voce di quell'uomo...
oh Dio...
le mani, le mani di quell'uomo...
D'improvviso, mentre si convelleva tutta su la poltrona, strizzandosi con le dita artigliate le braccia e il seno, cacciò un urlo e cadde a terra, in preda a una spaventosa crisi di nervi, a un vero assalto di pazzia.
I due uomini si precipitarono nella camera; restarono un istante atterriti alla vista di lei che si contorceva per terra come una serpe, mugolando, ululando; il marito si provò a sollevarla; l'amico accorse ad ajutarlo.
Non l'avesse mai fatto! Sentendosi toccata da quelle mani, il corpo di lei, nell'incoscienza, nell'assoluto dominio dei sensi ancor memori, prese a fremere tutto, d'un fremito voluttuoso; e, sotto gli occhi del marito, s'aggrappò a quell'uomo, chiedendogli smaniosamente, con orribile urgenza, le carezze frenetiche del sogno.
Inorridito, egli la strappò dal petto dell'amico: ella gridò, si dibatté, poi gli si arrovesciò tra le braccia quasi esanime, e fu messa a letto.
I due uomini si guardarono esterrefatti, non sapendo che pensare, che dire.
L'innocenza era cosí evidente nello sbalordimento doloroso dell'amico che nessun sospetto fu possibile al marito.
Lo invitò ad uscire dalla camera; gli disse che dalla mattina la moglie era turbata, in uno stato di strana alterazione nervosa; lo accompagnò fino alla porta, domandandogli scusa se lo licenziava per quel doloroso, improvviso incidente; e ritornò di corsa alla camera di lei.
La ritrovò sul letto, già rinvenuta, aggruppata come una belva, con gli occhi invetrati: tremava in tutte le membra, come per freddo, con scatti violenti e sussultava di tratto in tratto.
Com'egli le si fece sopra, fosco, per domandarle conto di quanto era accaduto, ella lo respinse con ambo le braccia e a denti stretti, con voluttà dilaniatrice gli avventò in faccia la confessione del tradimento.
Diceva, con un sorriso convulso, malvagio, stringendosi in sé e aprendo le mani:
- Nel sogno!...
Nel sogno!...
E non gli fece grazia d'alcun particolare.
Il bacio nell'interno del labbro...
la carezza sul seno...
Con la perfida certezza ch'egli, pur sentendo come lei che quel tradimento era una realtà e, come tale, irrevocabile e irreparabile, perché consumato e assaporato fino all'ultimo, non poteva imputarglielo a colpa.
Il suo corpo - egli poteva batterlo, straziarlo, dilaniarlo - ma eccolo qua, era stato d'un altro, nell'incoscienza del sogno.
Non esisteva nel fatto, per quell'altro, il tradimento; ma era stato e rimaneva qua, qua, per lei, nel suo corpo che aveva goduto, una realtà.
Di chi la colpa? E che poteva egli farle?
PIUMA
Già s'era accorta che la pietà dei parenti non era tanto a costo delle sue sofferenze, quanto di quelle che ella dava loro, senza volerlo, col suo male inguaribile; e che insomma nasceva da un goffo rimorso quella loro affannata pietà.
Il grosso marito calvo e accigliato, quella grossa cugina povera, corazzata da due poppe prepotenti sotto il mento, i capelli che parevano un casco di ferro su la fronte bassa e quel pajo di spaventosi occhiali sul fiero naso, anche un po' baffuta, poverina; volevano soffrire per lei perché intendevano di pagare cosí il sollievo, il bene che sarebbe loro venuto dalla sua morte.
E difatti, quand'ella soffriva, le erano attorno ansanti e premurosi; ma poi, appena il male le dava requie e sul letto poteva gustare per ogni nonnulla una lieve gioja innocente, una dolcezza di respiro nuovo tra il candor fresco del letto rifatto, né l'uno né l'altra partecipavano alla sua gioja; si staccavano anzi dal letto e la lasciavano sola.
Dunque, patti chiari: non le concedevano il diritto di star bene; le concedevano in cambio il diritto di tormentarli col suo male, quanto piú potesse, quanto piú sapesse.
E pareva che di questo cambio volessero proprio essere ringraziati.
Non era troppo?
Tormentarli, doveva tormentarli per forza; non poteva farne a meno: non dipendeva da lei.
Che poi la lasciassero sola nei momenti di requie, non solo non le importava nulla, ma le faceva anzi un gran piacere, perché sapeva bene che quei due non avrebbero potuto neppur lontanamente immaginare di che cosa ella godesse, di che vivesse.
Pareva di nulla.
E veramente non viveva piú di ciò che agli altri bisogna per vivere.
Cosí anche poteva credere di non toglier nulla agli altri rimanendo lí in attesa della morte che non veniva.
Ma spesso gli occhi, che avevano ancora il limpido brillío dello zaffiro, vivi essi soli nella sparuta magrezza del visino diafano, le ridevano maliziosi.
Forse si vedeva come quella formichetta dell'apologo nel suo libro di lettura di quand'era bambina: la formichetta che, attraversando una via, chiedeva ai passanti:
- Che vi fa, buona gente, questa mia pagliuzza?
Una pagliuzza? Niente! Ma pretendeva la formichetta che tutto il traffico della via, gente, veicoli s'arrestassero per lasciarla passare con quella sua pagliuzza.
E fosse almeno passata! Ma non passava mai: non poteva passare, perché veramente il tempo per lei non passava piú.
In quella vana attesa di morte, la vita esterna s'era come assordita in lei.
Da anni e anni durava in quel suo male che nessun medico finora aveva saputo dichiarare; e non si capiva come.
Nella luce di quella vasta camera bianca, su quell'ampio letto bianco, s'era ridotta piú fragile di quegli insetti d'estate che, a toccarli appena, son lieve polvere d'oro tra le dita.
Come faceva, cosí fragile, a resistere agli spasimi di quei fieri accessi del male, non rari? Non pareva un dolore umano, poiché le strappava dalla gola cupi gridi d'animale.
Ma pure resisteva.
Poco dopo, calma, era come se non fosse stato nulla.
Diventava sempre piú magra, questo sí; e piú che a vederla, era uno spavento a immaginare a che punto di magrezza si sarebbe ridotta di qui a dieci, di qui a vent'anni, chi sa! perché forse per venti anni ancora, e piú, avrebbe seguitato su quel letto a incadaverirsi viva; pur senza sformarsi, pur senza perdere, anzi acquistando sempre piú una sua certa grazia infantile, per cui pareva non tanto dimagrisse, quanto si rimpiccolisse tutta a mano a mano che il tempo passava, quasi che, per prodigio, dovesse uscir di vita non già dalla vecchiaja, ma dall'infanzia, a ritroso.
Gli occhi però, gli occhi nel brillío dell'azzurra luce, in quello sparuto visino di bimba, non erano infantili; si facevano anzi sempre piú diabolicamente maliziosi; massime quando, dopo gli accessi del male, ancora aggruppata nel letto, con la testina arruffata giú dal guanciale, su la rimboccatura del lenzuolo scomposta, guardava i dorsi del grosso marito e della grossa cugina, che s'allontanavano curvi e mogi mogi dal letto.
Disperati, quei poverini! Chi sa che discorsi facevano tra loro di là, e che pensavano di qua, stando a vegliarla! Forse la vedevano come presa in uno strano impenetrabile incanto, che la rappresentava loro come lontana lontana, pur lí vicina, sotto i loro occhi.
Ciò che ella chiamava "sole", ciò che ella chiamava "aria", quando con una voce che non pareva piú umana diceva "sole", diceva "aria", forse a nessuno dei due pareva che fosse piú lo stesso loro sole, la stessa loro aria.
Era difatti come il sole d'un altro tempo, un'aria ch'ella chiedesse da respirare altrove, lontano; perché qui, ora, doveva loro sembrare ch'ella non avesse piú bisogno né di sole né d'aria né di nulla.
Lontano lontano, nel tempo suo lieto, col sole e l'aria di allora, quand'era bella e sana e gaja e i limpidi occhi di zaffiro avevano fremiti di desiderio o collere ridenti; e dove lucidi, precisi, con tutti i loro colori, quasi riflessi davanti a lei in uno specchio, le vivevano gli aspetti della sua vita, com'era allora.
Si dondolava andando, ma cosí leggera! per quel traforo verde del lungo pergolato opaco, con in fondo il sole abbarbagliante; le manine rosee appese alle falde del gran cappello di paglia stretto ai lati da un nastro di velluto nero annodato sotto il mento.
Oh quella paglia! Sul cristallo azzurro della fontana in fondo al pergolato, ove lei ora corre a specchiarsi, pare un cestello rovesciato.
- Amina! Amina!
Chi la chiama cosí? Scende la scalinata sotto il pergolato.
Sulla spiaggia non c'è nessuno.
E ora, in barca, sola, col mare agitato, si sente assalita dalle ondate che la sferzano, come di piombo.
E si sente acqua, si sente vento; viva in mezzo alla tempesta.
E ogni volta, a ogni sferzata, ah! è un divino imbevimento, che la fa quasi nitrire, ebbra.
Una forza agile, prodigiosa, tremenda, la lancia, poi la culla spaventosamente.
E in questo spavento vertiginoso, che voluttà!
Non bisogna abusarne; se no, è l'affanno di nuovo e il feroce morso di quei dolori al petto che la fanno urlare come una belva.
No no - bisogna tenerla lontana - cosí - la sua vita, per viverla soltanto lí, nel ricordo.
Oh come le piacciono lí certe giornate di nuvole chiare, dopo le piogge, con l'odore di terra bagnata e nella luce umida l'illusione delle piante e degl'insetti che sia di nuovo primavera.
La notte, le nuvole dilagano su le stelle e le annegano, per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure d'azzurro.
Ed ella, con l'anima piena della piú angosciosa dolcezza d'amore, ecco, affonda gli occhi in quel notturno azzurro, e si beve tutte quelle stelle.
Poche gocce d'acqua, qualche goccia di latte, ora, e nient'altro.
Ma nel sogno cosí, anche a occhi aperti, dov'ella perennemente viveva, venivano a nutrirla in abbondanza i ricordi che per lei erano vita.
Le recavano non piú la materialità, ma la fragranza e il sapore dei cibi d'allora, di quelli che piú le piacevano, frutta ed erbe, e l'aria d'allora e la gajezza e la salute.
Come poteva piú morire? Dopo un lieve sonno, la sua anima era pienamente ristorata, e bastava al suo corpo, cosí com'era ridotto, che quasi non era piú, una goccia d'acqua, una goccia di latte.
La grossolanità goffa dei corpi, non solo del marito e della cugina, ma di quanti le s'accostavano al letto era ormai ai suoi occhi, a tutti i suoi sensi acutissimi, d'una gravezza insopportabile, e cagione di ribrezzo e qualche volta anche di terrore.
La diafana gracilità delle pinne del suo nasino fremeva, spasimava, avvertendo i nauseanti odori di quei corpi, la densità acre dei loro fiati; e quasi avevan peso per lei anche i loro sguardi quando le si posavano addosso per commiserarla.
Sí, sí questa commiserazione, come tutti gli altri sentimenti e desiderii, in quei corpi, avevan peso per lei e anche cattivi odori.
Nascondeva perciò spesso la faccia sui guanciali, finché non si fossero allontanati dal letto.
Da lontano, con piú spazio attorno alla chiara, aerea levità del suo sogno, li guardava, e dentro di sé ne rideva, come di grosse bestie strane che non potevano vedersi, da sé, come le vedeva lei, condannate all'affanno di stupidi bisogni, di gravi e non pulite passioni.
Piú che per tutti gli altri rideva tra sé per il marito, quando lo vedeva piantato fermo in mezzo alla camera con la pensosità pesante e lugubre dei buoi.
Anche cosí da lontano, gli scorgeva la pelle spungosa, seminata di puntini neri.
Certo egli credeva di lavarsi bene ogni mattina; bene come si lavavano tutti gli altri; ma anche a tutti gli altri, per quanto si lavassero, restavano sempre nella pelle tutti quei puntini neri.
Poteva scorgerli lei sola, come lei sola scorgeva la granulosità dei nasi e tant'altre cose che, a guardar cosí da lontano, erano per lei divertentissime.
La grossa cugina con gli occhiali, per esempio, non poteva fare a meno d'abbassar le pàlpebre, appena ella la fissava col capo di solito reclinato giú dal guanciale, sul bianco della rimboccatura del lenzuolo.
In quel bianco, il suo visino quasi spariva, e solo si vedevano, acuti e brillanti, i due grandi occhi di zaffiro, come due vive gemme posate lí.
Ridevano però, ardevano diabolici di riso, non perché sotto gli occhiali della cugina scorgessero grossi e lunghi i peli della ciglia, quasi antenne d'insetto, ma perché ella sapeva bene che la cugina, venendo qua cosí pacifica, con l'aria di niente, ad assisterla, lasciava nelle altre stanze di là un dramma che piú goffo nella sua grossolanità non si sarebbe potuto immaginare: il dramma della sua passione, povera grossa cugina con gli occhiali; il dramma, certo, della sua vergogna e del suo rimorso; ma anche - oh Dio, perdono! - anche de' suoi segreti piaceri carnali col grosso cugino, attossicati da chi sa quante lagrime, poverina!
Avrebbe voluto dirle che, via, non stésse a pigliarsene tanto, perché ella sapeva, aveva indovinato da un pezzo, e le pareva naturalissimo che tutti e due, cugino e cugina, visto che la morte non veniva di qua a liberarli, di là si fossero messi insieme maritalmente, con quei loro grossi corpi - oh Dio, si sa - tentati l'uno verso l'altro dalla vicinanza e dal bisogno d'un conforto reciproco.
Naturalissimo.
E già due volte, in sei anni, la poverina era stata costretta a sparire, la prima volta per tre mesi, la seconda per due.
Perché - si sa, oh Dio - non è senza conseguenze, il piú delle volte, questo cocente bisogno di conforto reciproco.
Il marito le aveva detto che era andata in campagna a riposarsi un poco.
Glie lo aveva detto però con tale aria smarrita e vergognosa, che certo ella sarebbe scoppiata a ridergli in faccia, se veramente avesse ancora potuto ridere.
Ma non poteva, altro che con gli occhi, ormai.
Ridere, ridere forte, con la sua bocca rossa, coi suoi denti splendidi, ridere come una pazza, poteva là soltanto, nel sogno vivo in cui si vedeva, con la sua immagine rosea e fresca di salute; e là, sí, là aveva riso riso riso, ma tanto, come una pazza!
Avrebbe forse dovuto pentirsene, come d'un peccato, perché costava necessariamente lagrime agli altri questo suo inutile riso.
Ma che poteva farci se non moriva? E del resto, che pentimento, se l'uno e l'altra, stanchi d'aspettare invano la sua morte, s'erano di là accomodati tra loro? Perché non potevano, con lei ancora lí, regolare la loro unione, la nascita dei due figliuoli? Avrebbero dovuto pensarci prima, ai figliuoli! Li avevano fatti e ora piangevano? Per fortuna, certo, i due piccini non potevano ancora prender parte a quel loro affanno, fuori come lei dalla goffaggine delle grossolane e complicate passioni.
N'ebbe la prova, un giorno.
Nell'ampia camera luminosa non c'era nessuno.
Di tanto in tanto alla cugina faceva comodo credere ch'ella dormisse e che poteva perciò lasciarla sola, non ostante l'espressa raccomandazione del marito.
(S'erano messi insieme i due, ma certo in un modo molto curioso, salvando cioè nei loro cuori grossi ma teneri l'affetto per lei, un affetto che appariva tanto piú comico quanto piú si dimostrava sincero e commovente, ma che pur forse doveva dare alla cugina, qualche volta, una cert'ombra di gelosia, se egli, per esempio, nel sostenerla negli accessi del male, le ravviava con dita tremanti i lunghi capelli d'oro, ricordo d'intime carezze lontane.)
Quel giorno, la cugina la aveva lasciata con tanto d'occhi aperti; ma non importa: doveva credere che dormisse, ed era uscita da un pezzo dalla camera, quando a un tratto l'uscio s'era schiuso ed era entrata una grossa bamboccetta con gli occhiali, che reggeva con un braccino sul petto una bambola tignosa, in camicino rosso e senza un piede, e nell'altra mano una mela sbocconcellata.
Smarrita e titubante, pareva una pollastrotta scappata dalla stia e penetrata per caso in un salotto.
Ella, sorridente, le aveva fatto cenno con la mano d'accostarsi al letto; ma la bimba era rimasta come incantata a mirarla da lontano.
Con gli occhiali, povera mimma, chi sa qualcuno non volesse credere di chi era figlia; ma ben pasciuta poi, sana, placida e - si poteva giurare - perfettamente ignara dell'affanno che aveva dovuto costare alla madre il metterla al mondo illecitamente; ignara e beata de le belle rosse mele che si potevano intanto mangiare, cosí con tutta la buccia e col solo ajuto dei dentini, in questo illecito mondo, dove per lei forse solamente alle bambole poteva capitare la disgrazia di perdere un piede e il parrucchino di stoppa.
Volle avere pietà; e quando, poco dopo, la madre accorse tutta sossopra e quasi atterrita a ritirar di furia quella bimba dalla camera, ove certo s'era introdotta eludendo la rigorosa vigilanza, chiuse gli occhi e finse di dormire davvero.
Finse di dormire anche quando la cugina, ancora tutta rimescolata, venne a riprendere il suo posto d'assistenza presso il letto; ma, Dio Dio, che tentazione d'aprire a un tratto gli occhi ridenti e di domandarle all'improvviso:
- Come si chiama?
Sí, via, bisognava un giorno o l'altro venire a questa risoluzione.
Chi sa quali disordini cagionava di là il mantenere ancora, qua, tutto questo inutile mistero! E poi anche si moriva dalla curiosità di sapere se l'altro figliuolo fosse un bamboccetto o un'altra bamboccetta, e se anche questa seconda, per non sbagliare, fosse con gli occhiali.
Ma s'infranse da sé il mistero, in un modo inopinato, pochi giorni dopo l'entrata furtiva di quella bimba nella camera.
Urli, pianti, fracasso di seggiole rovesciate, un gran subbuglio, quel giorno, venne dalle stanze di là, nell'ora del desinare.
Ella indovinò che qualcuno era trascinato con molto stento, sorretto per la testa e pei piedi, da una stanza all'altra, dalla sala da pranzo a un letto.
Il marito? Un colpo d'apoplessia? I pianti, gli urli erano disperati.
Doveva esser morto.
Non per lei, che da tanto tempo stava qui ad aspettarla, sua preda accaparrata, ma per un altro che non se l'aspettava, la morte era entrata nella casa.
Era entrata, forse passando innanzi all'uscio schiuso di quella camera bianca; forse s'era fermata un momento a guardarla sul bianco letto; poi s'era introdotta di là nella sala da pranzo per picchiar di dietro col dito adunco sul cranio lucido del grosso marito intento a divorare senza sospetto il suo pranzo quotidiano.
Doveva ora piangere di questa disgrazia? Era per quelli che restavano in vita.
Le feste, i lutti, le gioje, i dolori degli altri non erano piú da gran tempo per lei, che dal suo letto li considerava solo come buffi aspetti di qualche cosa che piú non la riguardasse.
Era anche lei della morte.
Quell'esile filo di vita che conservava ancora, serviva per condurla fuori, lontano, nel passato, tra le cose morte, in cui solo il suo spirito viveva ancora, non chiedendo altro di qua, alla vita degli altri, che una goccia d'acqua, una goccia di latte; non poteva dunque legarla piú a questa vita degli altri, ormai estranea a lei, come un sogno senza senso.
Chiuse gli occhi e aspettò che di là quel subbuglio a poco a poco si quietasse.
Dopo alcuni giorni vide entrare nella camera, vestita di nero, tra le due bambine vestite anch'esse di nero, la grossa cugina con gli occhiali, disfatta dal pianto.
Le si piantò come un incubo lí davanti al letto; poi prese a sussultare, arrangolando; e infine stimò giustizia gridarle in faccia tra infinite lagrime la sua disperazione, mostrando le due piccine orfane, e il danno ormai irreparabile ch'ella aveva fatto loro non morendo prima.
Come, come sarebbero rimaste adesso quelle due piccine?
Ella ascoltò da prima sbigottita; ma poi, protraendosi a lungo lo spettacolo un po' teatrale di quella disperazione pur sincera, non ascoltò piú; fissò l'altra bimba che ancora non conosceva e notò con piacere che questa era senza occhiali.
Le parve un refrigerio sentirsi cosí esile, quasi impalpabile, tra il fresco delle lenzuola bianche, bianca, di fronte a tutto quel nero angoscioso tempestoso bagnato di lagrime, che involgeva e sconvolgeva la grossa cugina; e ben buffo le parve, che se lo fosse assunto lei, cosí, il lutto del marito, e lo avesse anche imposto a quelle due povere piccine che fortunatamente avevano l'aria di non ricordarsi piú di nulla e una gran maraviglia avevano negli occhi spalancati d'esser penetrate finalmente in quella camera proibita e di veder sul letto lei che le guardava con curiosità affettuosa.
Non comprendevano, certo, quelle due bambine ch'ella avesse loro fatto un gran danno, quel gran danno che la loro mamma gridava cosí disperatamente.
Ma non c'era proprio rimedio? nessun rimedio? Lo chiese a nome delle due piccine, per risparmiar loro lo sbigottimento di tutto quel pianto e di tutte quelle grida.
C'era? E dunque, perché quel pianto e quelle grida? di che si trattava? di lasciar tutto ciò che ella possedeva a quelle due piccine? Ma subito! ma pronta! Veramente, per sé, ella credeva di non possedere piú altro che quell'esile filo di vita, il quale aveva soltanto bisogno di qualche goccia d'acqua, di qualche goccia di latte.
Che le importava di tutto il resto? Che le importava di lasciare agli altri ciò che non era piú suo da tanto tempo? Era una faccenda difficile e molto complicata? Ah sí? e come? perché? Ma dunque davvero era una goffaggine insopportabile la vita, se una cosa cosí semplice poteva diventar difficile e complicata.
E le parve di vedersela entrare in camera, alcuni giorni dopo, la complicata goffaggine della vita nella persona d'un notajo, il quale alla presenza di due testimonii, prese a leggere un atto interminabile, di cui non comprese nulla.
Alla fine, con molta delicatezza, si vide presentare un oggetto che non vedeva piú da tanto tempo.
Una penna, perché apponesse la firma a quell'atto, non solo in fondo, ma parecchie volte, in margine a ogni foglio di esso.
La sua firma?
Prese la penna; la osservò.
Quasi non sapeva piú reggerla tra le dita.
E alzò poi in faccia al notajo i limpidi occhi di zaffiro con un'espressione smarrita e ridente.
La sua firma? Aveva ancora dunque il peso d'un nome ella? un nome da lasciare là su quella carta?
Amina...
e poi come? Il nome di zitella, e poi quello di maritata.
Oh, e anche vedova bisognava mettere? Vedova...
lei? E guardò la cugina.
Poi scrisse: Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara.
Rimase a contemplarla un pezzo quella sua incerta scrittura sulla carta.
E le parve cosí buffo che si potesse credere che in quel rigo di scrittura lí ci fosse veramente lei, e che gli altri se ne potessero contentare, non solo, ma se ne beassero tanto, come d'un atto di grande generosità, che costituiva una vera fortuna per le due povere piccine vestite di nero, quella firma.
Sí? E ancora, dunque! ancora...
Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara...
Per lei era come uno scherzo, strascicare quel lungo nome goffo su per tutti quei fogli di carta bollata, come una bambina parata da grande, la lunga coda della veste di mamma.
UN RITRATTO
- Stefano Conti?
- Sí, signore...
Venga, s'accomodi.
E la servetta m'introdusse in un ricco salottino.
Che effetto curioso, quella parola "signore" rivolta a me su la soglia di casa di quel mio amico della prima giovinezza! Ero un "signore" adesso: e Stefano Conti, di certo un "signore" di trentacinque o trentasei anni anche lui.
Nel salottino, tenuto in una triste penombra, restai in piedi a guardare con un senso indefinibile di fastidio i mobiletti nuovi, disposti in giro, ma come per non servire.
Non stavano certo ad aspettar nessuno quei mobiletti in quel salottino appartato e sempre chiuso.
E il senso di pena, con cui li guardavo, me li faceva ora sembrare intorno come stupiti di vedermi tra loro; non ostili, ma neppure invitanti.
Ero ormai abituato da un pezzo agli antichi mobili delle case di campagna, comodi, massicci e confidenziali, che dalla lunga consuetudine e da tutti i ricordi d'una vita placida e sana hanno acquistato quasi un'anima patriarcale che ce li rende cari.
Quei mobiletti nuovi mi stavano attorno rigidi e come compresi di tutte le regole della buona società.
Si capiva che avrebbero sofferto e si sarebbero offesi d'una trasgressione anche minima a quelle regole.
- Viva il mio divanaccio, - pensavo, - il mio vecchio divanaccio di juta, ampio e soffice, che sa i miei sonni saporosi dei lunghi pomeriggi d'estate, e non s'offende del contatto delle mie scarpacce cretose e della cenere che cade dalla mia vecchia pipa!
Ma nell'alzar gli occhi a una parete, all'improvviso e con stupore misto a uno strano turbamento, mi parve di scorgere in un ritratto a olio, che raffigurava un giovanetto dai sedici ai diciassette anni, il mio stesso disagio e la mia stessa pena; ma molto piú intensa, quasi angosciosa.
Restai a mirarlo, come colto in fallo a tradimento.
Mi parve come se a mia insaputa, zitto zitto, mentr'io facevo quelle considerazioni sui mobiletti del salottino, uno avesse aperto lí in alto nella parete una finestretta e si fosse affacciato a spiarmi di là.
- Lei ha ragione: è proprio cosí, signore! - mi dissero, per togliermi subito d'impaccio, gli occhi di quel giovinetto.
- Noi siamo qua tanto tristi d'esser lasciati cosí soli, senza vita, in questo stanzino privo d'aria e di luce, esclusi per sempre dall'intimità della casa!
Chi era quel giovinetto? Come e dond'era venuto in quel salottino questo ritratto? Forse era prima nell'antico salotto dei genitori di Stefano Conti, nella casa dov'io andavo, tanti e tanti anni fa, a trovarlo.
In quel salotto non ero mai entrato, perché Stefano m'accoglieva nella sua stanzetta da studio o nella sala da pranzo.
Il ritratto appariva d'una trentina d'anni fa.
Misteriosamente però, e pur nel modo piú certo, la vista di quell'immagine escludeva che questi trent'anni, dal giorno ch'era stata fissata lí dal pittore, fossero stati comunque vivi per lei.
Doveva essersi fermato lí, quel giovinetto, alle soglie della vita.
Negli occhi stranamente aperti, intenti e come smarriti in una disperata tristezza, aveva la rinunzia di chi resta indietro in una marcia di guerra, estenuato, abbandonato senza soccorso in terra nemica, e guarda gli altri che vanno avanti e sempre piú s'allontanano portandosi con loro ogni romor di vita, cosí che presto nel silenzio che gli si farà vicino, intorno, sentirà certa e imminente la morte.
Nessun uomo di quarantasei o quarantasette anni di sicuro, avrebbe mai aperto l'uscio di quel salottino per dire, indicando nella parete il ritratto:
- Eccomi, quand'io avevo sedici anni.
Era senza dubbio il ritratto d'un giovinetto morto, e lo dimostrava chiaramente anche il posto che occupava nel salottino, come in segno di ricordo, ma non molto caro, se era lasciato lí, tra quei mobiletti nuovi, fuori d'ogni intimità della casa: posto piú di considerazione, che d'affetto.
Sapevo che Stefano Conti non aveva né aveva avuto mai fratelli; né del resto quell'immagine aveva alcun tratto caratteristico della famiglia del mio amico; neppure un'ombra di somiglianza con Stefano o con le due sorelle di lui, già da un pezzo maritate.
La data del ritratto, poi, e quel che si scorgeva del vestiario non potevano far pensare che fosse qualche antico parente della madre o del padre, morto nell'adolescenza lontana.
Quando, di lí a poco Stefano sopravvenne e, dopo le prime esclamazioni nel ritrovarci tanto mutati l'uno e l'altro, ci mettemmo a rievocare i nostri ricordi, provai, alzando gli occhi di nuovo a quel ritratto e domandandone al mio amico qualche notizia, lo strano sentimento di commettere una violenza, di cui mi dovessi vergognare, o piuttosto, un tradimento, che tanto piú doveva rimordermi in quanto approfittavo che nessuno potesse rinfacciarmelo, se non lo stesso mio sentimento.
Mi parve che il giovinetto lí effigiato, con la disperata tristezza degli occhi mi dicesse: "Perché chiedi di me? Io t'ho confidato che sento la stessa pena che tu, entrando qui, hai sentito.
Perché esci ora da questa pena e vuoi da altri intorno a me notizie che io, qui muta immagine, non posso correggere o smentire?".
Stefano Conti, alla mia domanda, storse la testa e levò un braccio, come per ripararsi dalla vista di quel ritratto.
- Per carità, non me ne parlare! Non posso neanche guardarlo!
- Scusami, non credevo...
- balbettai.
- No! Non immaginare niente di male, - s'affrettò a soggiungere Stefano.
- Il male che mi fa la vista di questo ritratto è cosí difficile a dire, se sapessi!
- È un tuo parente? - m'arrischiai a domandare.
- Parente? - ripeté Stefano Conti, stringendosi ne le spalle, piú forse per ritrarsi da un contatto ideale che gli faceva ribrezzo, che per non saper come dire.
- Era...
era un figliuolo della mamma.
Tal maraviglia afflitta e tanto imbarazzo mi si dipinsero in volto, che Stefano Conti, arrossendo improvvisamente, esclamò:
- Non illegittimo, ti prego di credere! Mia madre fu una santa!
- Ma dici tuo fratellastro, allora! - gli gridai quasi con ira.
- Me lo avvicini troppo, con questa parola, e mi fai male, - rispose Stefano, contraendo il volto dolorosamente.
- Ecco, ti dirò, mi forzerò a spiegarti una difficilissima complicazione di sentimenti, che ha poi, come vedi, questo effetto, di farmi tener lí, come per un'ammenda, questo ritratto.
La sua vista mi sconvolge ancora; e sono passati tanti anni! Sappi che io ebbi attossicata l'infanzia nel modo piú crudele da questo ragazzo, morto di sedici anni.
Attossicata, nell'amore piú santo: quello della madre.
Sta' a sentire.
Vivevamo allora nella campagna dove son nato e dove dimorai fino ai dieci anni, cioè fino a quando mio padre, disgraziatissimo, non abbandonò l'impresa della Mandrana, che poi ad altri fruttò onori e ricchezza.
Vivevamo lí, soli, come esiliati dal mondo.
Ma quest'esilio lo penso adesso: allora non lo sentivo, perché non immaginavo neppure che lontano da quella terra, da quella casa solitaria ov'ero nato e crescevo, di là dai colli che scorgevo grigi e tristi all'orizzonte, ci fosse altro mondo.
Tutto il mio mondo era lí, né c'era altra vita per me fuori di quella de la mia casa, cioè di mio padre e di mia madre, delle mie due sorelle e delle persone di servizio.
Io sono per esperienza con coloro che stimano cattivo consiglio lasciare i fanciulli nell'ignoranza di tante cose che, scoperte alla fine improvvisamente per caso, sconvolgono l'animo e lo guastano talvolta irreparabilmente.
Sono convinto che non c'è altra realtà fuori delle illusioni che il sentimento ci crea.
Se un sentimento cangia all'improvviso, crolla l'illusione e con essa quella realtà in cui vivevamo, e allora ci vediamo subito sperduti nel vuoto.
Questo avvenne a me a sette anni, per il cangiare improvviso d'un sentimento che, a quell'età, è tutto: quello, ripeto, dell'amor materno.
Nessuna madre, io credo, fu cosí tutta de' suoi figli come la mia.
Né io, né certo le mie sorelle, nel vederla dalla mattina alla sera attorno a noi, proprio dentro la vita nostra, nelle lunghe assenze di mio padre dalla villa, c'immaginavamo che potesse avere una vita per sé fuori della nostra.
Andava, è vero, di tanto in tanto, una volta ogni due o tre mesi, in città col babbo per tutto un giorno; ma credevamo che non s'allontanasse affatto da noi con quelle gite, fatte come ci sembravano per rinnovar le provviste della casa di campagna.
Anzi, tante volte avevamo l'illusione d'averla spinta noi ad andare in città, per i regalucci, i giocattoli che ci recava al ritorno.
Ritornava qualche volta pallida come una morta e con gli occhi gonfi e rossi; ma quel pallore, seppure ce n'accorgevamo, era spiegato con la stanchezza del lungo tragitto in vettura; e quanto agli occhi, possibile che avesse pianto? Erano cosí rossi e gonfi per la polvere dello stradone.
Se non che, una sera, vedemmo ritornare in villa, solo e fosco, nostro padre.
- La mamma?
Ci guardò con occhi quasi feroci.
La mamma? Era rimasta in città, perché...
perché s'era sentita male.
Ci disse cosí, dapprima.
S'era sentita male; doveva trattenersi per qualche giorno in città; niente di grave; aveva bisogno di cure, che in campagna non poteva avere.
Restammo in tale sbigottimento, che mio padre pur di scuotercene, ci maltrattò aspramente, con un'ira che non solo accrebbe il nostro sbigottimento, ma ci offese e ci ferí come una crudelissima ingiustizia.
Non avrebbe dovuto sembrargli naturale che restassimo cosí, a quella notizia inattesa?
Ma l'ira ingiusta e l'asprezza non erano per noi.
Lo comprendemmo una decina di giorni appresso, allorché mia madre ritornò in villa: non sola.
Vivessi cent'anni, non potrei dimenticare l'arrivo di lei in carrozza, davanti al portone della villa.
Udendo dal fondo del viale l'allegro scampanellío dei sonaglioli, ci precipitammo giú, io e le mie sorelle, per accoglierla in festa: ma su la soglia del portone fummo bruscamente fermati da nostro padre, smontato allora allora da cavallo, tutto ansante e polveroso, per prevenir di qualche passo l'arrivo della vettura che conduceva la mamma.
Non sola! Capisci? Accanto a lei, sorretto da guanciali, tutto avvolto in scialli di lana, pallido come di cera; con questi occhi smarriti che tu gli vedi nel ritratto, c'era questo ragazzo: suo figlio! Ed ella era cosí intenta a lui, cosí tutta di lui in quel momento, costernata tanto della difficoltà di calarlo giú in braccio dalla vettura senza fargli male, che neppure ci salutava - noi, suoi figli soli, fino a jeri - neppure ci vedeva!
Un altro figlio, quello? La mamma nostra, la mamma tutta di noi fino a jeri, aveva avuto fuori della nostra un'altra vita? fuori di noi un altro figlio? quello? e lo amava come noi, piú di noi?
Non so se le mie sorelle provarono quel che provai io, nella stessa misura.
Io ero il piú piccolo, avevo appena sette anni.
Mi sentii strappare le viscere, il cuore, soffocare d'angoscia, occupar l'animo da un sentimento oscuro, violentissimo, d'odio, di gelosia, di ribrezzo, di non so che altro, perché tutto l'essere mi s'era rivoltato, stravolto allo spettacolo di quella cosa inconcepibile: che fuori di me mia madre potesse avere un altro figlio, che non era mio fratello, e che potesse amarlo come me, piú di me!
Mi sentii rubare la madre...
No, che dico? Nessuno me la rubava.
Lei, lei commetteva davanti a me e in me una violenza disumana, come se mi rubasse lei la vita che mi aveva data, staccandosi da me, escludendosi dalla vita mia, per dare l'amore, che doveva esser tutto mio, quello stesso amore che dava a me a un altro, che come me ci aveva diritto, lo stesso diritto che ci avevo io.
Grido ancora, vedi? Risento, a pensarci, la stessa esasperazione d'allora, l'odio che non poté mai piú placarsi, per quanto poi mi narrassero la storia pietosa di quel ragazzo, da cui mia madre aveva dovuto staccarsi quando passò a seconde nozze con mio padre.
Non lo aveva preteso mio padre quel distacco.
Lo avevano preteso i parenti del primo marito.
Sembra che costui per gravi dissapori con mia madre, allora giovinetta, dopo quattro o cinque anni di tempestosa vita coniugale, si fosse ucciso.
Tu intendi ora: le rare volte che mia madre si recava dalla campagna in città, andava lí a vedere quel suo figliuolo, di cui noi non sapevamo nulla; che gli cresceva lontano, affidato a un fratello e a una sorella del primo marito.
Ora questo fratello era morto; poco dopo il ragazzo s'era mortalmente ammalato e mia madre era accorsa al suo capezzale, lo aveva conteso alla morte, e appena convalescente se l'era portato con sé in campagna, sperando di fargli riacquistare la salute col suo amore, con le sue cure.
Fu tutto invano; morí tre o quattro mesi dopo.
Ma né le sofferenze valsero mai a suscitare in me un moto di pietà, né la sua morte a placare il mio odio.
Io avrei voluto ch'egli guarisse, anzi; ch'egli rimanesse lí, tra noi, per riempire con l'odio che la sua presenza m'ispirava il vuoto orrendo rimasto dopo la sua morte tra me e mia madre.
Il vederla riattaccarsi a noi, dopo la morte di lui, come se ormai ella potesse ridivenir tutta nostra come prima, fu per me uno strazio anche maggiore, perché mi fece intendere ch'ella non aveva affatto sentito quel che avevo sentito io; e non poteva difatti sentirlo, perché quello per lei era un figliuolo, com'ero io.
Ella forse pensava: - "Ma io non ti amo solo! Non amo anche le tue sorelle?".
Senza intendere che nell'amore ch'ella aveva per le mie sorelle c'ero anch'io, mi sentivo anch'io, sentivo ch'era lo stesso amore ch'ella aveva per me: mentre lí, no, nell'amore che aveva per quel suo ragazzo, no! lí non c'ero, io, lí non potevo entrarci, perché quel ragazzo era suo, e quand'ella era di lui e con lui, non poteva esser mia, con me.
Tu capisci: non mi offendeva tanto per me questa sottrazione d'amore; quanto m'offendeva il fatto che quel ragazzo era suo.
Questo non sapevo tollerare! Perché la mamma ora non mi pareva piú mia.
Non mi pareva piú la mamma ch'era stata per me prima.
Da allora - credi - ti dico una cosa orrenda...
da allora io non mi sentii piú la mamma nel cuore.
L'ho perduta due volte, io, la madre.
Ma ne ho anche avute quasi due.
Questa che m'è morta di recente non era piú la mamma, la mamma vera, la mamma di cui si dice che ce n'è una sola.
La mia vera mamma, la mia sola mamma, mi morí allora, quand'avevo sett'anni.
E allora la piansi davvero: lagrime di sangue, come non ne verserò mai piú in vita mia, lagrime che scavano e lasciano un solco eterno, incolmabile.
Me le sento ancora dentro, queste lagrime che m'avvelenarono l'infanzia; e le devo a lui.
Perciò t'ho detto che non posso neanche guardarlo.
Riconosco che fu un disgraziato anche lui.
Ma ebbe almeno la fortuna di non vivere la sua disgrazia; mentr'io, non per colpa, ma certo per causa sua, vissi tant'anni accanto a mia madre senza piú sentirmela nel cuore come prima.
ZUCCARELLO DISTINTO MELODISTA
Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal cane, non tanto per ridere, quanto per guardarsi dal pericolo di prender moglie sul serio, s'era dato da un pezzo, per non so quale connessione, allo studio della filosofia.
Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello come il suo, era facile a noi tutti immaginare.
Ma ce ne volle lui stesso rappresentare uno, l'altra sera, raccontandoci a suo modo la seguente avventura.
- Ero, - cominciò a dire, guardandosi al solito le unghie, - ero, amici miei, in uno di quei momenti, purtroppo non rari, in cui la ragione (ne ho, per disgrazia, ancora un poco), sicura d'aver raggiunto alla fine quell'"assoluto" che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando nella vita...
- Io, no,
(
- Io, no,
lo interrompemmo a coro.
- Io, no,
- Bestie, se vi dico senza saperlo! La ragione, del resto, s'accorge a un tratto di tenere vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece dell'assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di parrucca, a cui s'aggrappava l'ineffabile barone di Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno, nel quale era caduto.
Protestammo che, se seguitava a parlare cosí difficile, non gli avremmo piú dato ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò, paziente, con gli occhi chiusi e le mani avanti:
- Ecco qua.
Prima o poi, il fine che ci siamo proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore assoluto, capite?; appena raggiunto, o anche prima d'essere raggiunto, ci si scopre vano.
- Come? perché vano?
- Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine, qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato vano lo stesso.
Perché l'assoluto, cari miei, quell'assoluto in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si raggiunge mai.
- Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, - osservò uno di noi.
- Bravo! Quel che dico io, - approvò Perazzetti.
- Ma lasciatemi dire, per favore.
Ogni principio è difficile; poi viene il bello.
Ecco: la vita nostra corre protesa tutta verso quel fine, nel quale s'illude di poter toccare e sentire la propria realtà.
Crolla o svanisce quel fine, crolla e svanisce all'improvviso con esso la nostra realtà, o, piuttosto, l'illusione della nostra realtà.
E allora (che è, che non è) privi d'un tratto della realtà che c'immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder passare la follia e, come niente, metterci a conversare con essa (che potrebbe anche essere l'ombra del nostro stesso corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e delicatezza:
- Chi piú ombra, o cara, di noi due?
State a sentire.
Ero dunque in uno di questi deliziosi momenti, con in mano il codino della mia ragione.
Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle vie piú popolose della nostra città.
Mi pareva che la gente, tutta quanta impazzita come me, andasse in tumulto, e che i campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero ajuto, allorché, per caso, m'avvenne di posare lo sguardo su una tabella tra le due finestre ferrate d'un sotterraneo.
Dalle grate di queste finestre s'intravedevano giú un banco di méscita di lacca verde e luccicante di specchi, una diecina di tavolini di marmo, attorno a cui stavano seduti molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, ecc.
Su quella tabella due arrabbiatissime lampade elettriche scaraventavano friggendo un violento sbarbaglio livido su un manifesto rosso, che recava a grossi caratteri la scritta:
IL SIGNOR ZUCCARELLO
DISTINTO MELODISTA
Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da quelle due lampade, io mi fermai con la certezza acquistata lí per lí che questo signor Zuccarello, il quale si qualificava da sé con dolce probità distinto melodista, doveva aver raggiunto l'assoluto, e dunque, senza meno, essere un dio.
- Un dio?
Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un dio chi abbia raggiunto l'assoluto.
Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi altezze inaccessibili.
No, amici miei.
Niente fuori di noi, nessun'altezza.
Coi mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il punto giusto, preciso, dove s'inserisca quel seme piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà un mondo.
Tutto è qui.
Saper trovare in noi questo punto giusto per inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci farà padroni d'un mondo.
Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in quell'errore che debba essere altissimo e che ci vogliano mezzi straordinarii.
Abbagliati da vane illusioni, aberrati da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a scoprirlo.
Ma ecco qua questo signor Zuccarello.
- "La dolcezza stessa del suo nome, - io mi diedi a pensare, - l'avrà portato un bel giorno a cantare, cosí, naturalmente, come fanno gli uccellini.
S'è trovata in gola una discreta vocetta, e gli è bastata per distinguersi senza sforzo dagli altri.
Un falso dio si sarebbe proclamato senz'altro: celebre melodista.
Lui, no.
Al signor Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere, quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista.
Tanto e non piú.
Cioè, quanto basta per esser lui, e non un altro."
Assolutamente bisognava ch'io lo vedessi, gli parlassi quella sera stessa.
La sua vista, una conversazione con lui, mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto lo spirito, ridato la calma e la fiducia nella vita.
Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo.
Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che s'intravedeva dalla via.
Piú giú di molto.
Ma in fondo non mi dispiacque l'idea che dovessi andare a conoscere sottoterra l'uomo che aveva raggiunto l'assoluto.
Mi parve anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti.
- Quanto, il biglietto? - domandai allo sportellino.
- Sedie o poltrone?
- Ci sono anche poltrone?
- Poltrone, sissignore.
Tre lire, compreso l'ingresso e, a scelta, anche una consumazione.
Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli:
- Tutto questo, col signor Zuccarello?
Dio sa che cosa il bigliettajo arguí dalla mia aria smarrita, perché evidentemente il signor Zuccarello era per lui un numero come un altro del programma, e:
- Prezzi normali, - soggiunse, come per tenersi fermo a un dato di fatto nell'incertezza penosa, in cui quel mio strano modo di guardarlo lo teneva sospeso.
- Bene bene, - dissi per tranquillarlo.
Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe rampe di scala.
Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della violazione del suo grembo.
Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e muto dei morti, la terra lo poteva tollerare; ma che fosse aperto, e cosí oscenamente, ad archi scosciati, e la cecità fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse lampade, e il silenzio cosí profanamente offeso da canti sguajati, strimpellii di strumenti, acciottolío di stoviglie, risa sconce e applausi, questo no, questo non lo poteva tollerare.
Ed ecco la sua vendetta: non ostanti gli sforzi del proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi, quel caffè-concerto aveva il rigido squallore d'una tomba.
Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle poltrone e nelle sedie, serii e composti, con la loro brava consumazione davanti, intatta, velata di polvere e con qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti per vie sotterranee a quel loro caffè-concerto, con gli abiti neri, lustri d'umido, spiegazzati e chiazzati qua e là da bianche gromme di muffa.
Trovai di peggio.
Morti in anticamera, aspiranti morti, pochissimi e oppressi d'una disperata tristezza.
Ogni stato incerto è peggiore d'ogni cattivo stato certo.
Si recavano alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il bicchiere di menta, col gesto di chi pensa:
- Poiché è ancora necessario ch'io lo beva...
E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una scheletrica stella italiana miagolava, prima levando le braccia come per tentare d'aggrapparsi a un acuto che non riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia squacquerata.
La voce di questa canzonettista e il rombo dell'orchestrina facevano una violenza orribile, d'indegno stordimento, alla tragica, sconsolata solitudine di quelle poche mummie di avventori.
Zitto zitto, in punta di piedi m'appressai a un cameriere e gli presentai il biglietto per avere indicato il mio posto.
- Ma segga dove vuole, - mi rispose il cameriere.
- Vede che non c'è nessuno?
- Già, possibile? È cosí ogni sera?
- Sú per giú...
- Dunque il signor Zuccarello non richiama gente?
- Chi?
- Il signor Zuccarello.
Il cameriere guardò nel programma.
- Ah, già, - disse.
- Nossignore, chi vuole che richiami?
Avvilito, presi posto in una poltrona.
La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o quattro volte, si ritirò tra le quinte; l'orchestrina tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè sotterraneo.
Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione di mettermi a battere fragorosamente le mani, per rompere, per fracassare quel silenzio, per far balzare in piedi atterriti quei pochi, taciturni, oppressi avventori, aspiranti morti.
Mi avrebbero preso per pazzo? Ma che ero io? A restare lí ancora per poco, in quel vuoto sotterraneo, in quel silenzio di morte, non sarei impazzito davvero?
Soffocato, m'alzai rumorosamente, con una smania esasperata di parlar forte, di gridare, di pigliarmela con qualcuno.
E, come il cameriere mi s'appressò per domandarmi:
- Che cosa ordina il signore?
- Niente, - gli risposi ad alta voce.
- Non ordino niente! Lei ha detto che il signor Zuccarello non richiama nessuno? Sappia intanto, che ha richiamato me!
Avvenne quel che avevo immaginato.
Tutti, anche i sonatori dell'orchestrina, si voltarono sbalorditi a guardarmi; parecchi si levarono da sedere; il cameriere, quasi basito, mormorò:
- Ma io non ho mica inteso d'offenderla, signore...
- No, no, - seguitai con sdegno e con ira.
- Tanto perché lei lo sappia! E lo dica al suo direttore o al signor proprietario del caffè, che fa di queste belle speculazioni, impiantare qua, in un sotterraneo, un caffè per fare impazzire i suoi avventori!
Un signore, a questo punto, mi si fece incontro, turbato, pallidissimo.
Lo fissai, per fermarlo a una certa distanza, e lo interpellai altezzosamente:
- Lei è il proprietario?
- Il proprietario, a servirla.
- Ah, bravo! La prego di dirmi, se lei, scritturando il signor Zuccarello, gli aveva detto che il suo nome sarebbe apparso sú, nella via, in quella tabella folgorata da due lampade elettriche!
Il proprietario mi guardò inebetito, balbettò:
- Io...
nella tabella...
il signor Zuccarello?...
sissignore...
è l'uso...
- Ah, è l'uso? - dissi, con un sorriso di trionfo.
- E il signor Zuccarello dunque lo sapeva? Lo sapeva e s'è qualificato da sé distinto melodista?
- Sissignore, da sé.
Ma io non capisco...
- Lo vedo bene, - gridai, - lo vedo bene che lei non capisce nulla! Scusi, che cosa c'è lassú?
Indicai, cosí dicendo, in alto, nella parete di fronte al palcoscenico, un riflettore per illuminare gli artisti alla ribalta.
All'improvvisa diversione, tutti nella sala scoppiarono a ridere e alzarono il capo a guardare dove io indicavo con fiero cipiglio.
Piú che mai sconcertato, il proprietario, guardò anche lui, rispose:
- Un riflettore...
- Ah, è un riflettore? E lei non pensa d'accenderlo per illuminare alla ribalta un artista come il signor Zuccarello? un artista che si qualifica da sé distinto melodista, pur sapendo che il suo nome sarà esposto sú, nella via, in quella tabella sfolgorante di luce?
Un nuovo scoppio di risa accolse queste mie parole.
Il proprietario ne fu scosso; il primo sbalordimento si cangiò in irritazione; forse gli balenò il sospetto ch'io fossi pagato dal signor Zuccarello per fare quella parte; si scrollò irosamente e disse:
- Ma io non debbo dar conto a lei, se accendo o non accendo...
- No no, scusi, scusi, - lo interruppi subito, facendomi manieroso, - lei deve rispettare in me un avventore attirato come una farfalletta dal lume di quella sua tabella nella via, un avventore che ha avuto fiducia nel signor Zuccarello e se ne promette una gioja, che lei non può neanche immaginarsi!
- Ma questo...
- si provò a interrompermi a sua volta il proprietario.
Non gli diedi tempo:
- Questo anche per suo tornaconto! Caro signore, qua siamo in un sotterraneo, lei lo sa bene; anzi in una catacomba! Dia ordine, via, che s'accenda il riflettore, e faccia un'altra cosa, sempre per suo tornaconto: inviti tutti gli avventori, che stanno a sbadigliare nella sala di sopra, a scendere qua, a sentire il signor Zuccarello! Gratis, non importa per una sera! È una vera indegnità che un distinto melodista come lui debba cantare alle sedie!
Tutte quelle mummie d'avventori, già richiamate alla vita, a questa mia inattesa proposta batterono festosamente le mani, approvando a coro; il proprietario mi guardò ancora per un momento accigliato e perplesso, poi sorrise anche lui, aprí le braccia, s'inchinò e corse sú a dare gli ordini.
Poco dopo, la sala era quasi piena, rumorosa, ansiosa per la promessa d'un godimento insperato.
Il riflettore di contro al palcoscenico cominciò a sfriggere, sbarbagliando, s'accese; l'orchestrina attaccò il preludio della prima romanza, e il signor Zuccarello in marsina, cravatta bianca, guanti bianchi, si fece avanti, raggiante, accolto da uno strepitoso applauso.
Ah, miei cari amici, se l'aveste veduto! Piuttosto piccolino, con una faccia che pareva intagliata in un saponetto da barbiere, color di rosa, con un che di caprigno nei capelli fitti, ricci e neri, e anche nella voce, quando cominciò a belare, appassionatamente.
Per me, la maggior prova, la prova piú lampante che non m'ero affatto ingannato sul suo conto, fu questa: che non si sforzò per nulla.
Tanto e non piú, cosí nella voce come nei gesti e nei sorrisi.
Dava quel che poteva, e perfettamente sapeva quanto poteva dare.
Nelle pause, cacciava fuori la lingua, sorridendo, per umettarsi le labbra, e graziosamente, con due dita, si tirava i polsini di sotto le maniche.
Perfetto!
Ma naturalmente nessuno degli spettatori riusciva a rendersi conto di quella perfezione.
Sentivo che tutti tenevano la loro disillusione sospesa in una aspettativa, che si volgeva dubbiosa da me a lui, da lui a me.
Per fortuna, un buon acuto finale, smorzato con arte, rialzò, sostenne le sorti; io mi affrettai ad applaudire con entusiasmo, tutti applaudirono con me, e il signor Zuccarello venne fuori due o tre volte a ringraziare, inchinandosi con una mano sul petto.
Ma voi capite, amici miei, che a me non importava tanto, quella sera, di salvare il signor Zuccarello, quanto di salvare "l'assoluto".
Ne avevo proprio bisogno! E lo salvai, non ostante tutto; voglio dire, non ostante che il signor Zuccarello, dopo lo spettacolo, mi venne incontro adiratissimo, quasi con le mani in faccia, a domandarmi conto e ragione di quanto avevo fatto, del pericolo a cui lo avevo esposto d'un fiasco clamoroso e anche di fargli perdere la scrittura per l'inqualificabile soperchieria usata al proprietario del caffè.
Stentai non poco a calmarlo, ma alla fine ci riuscii; non solo, ma riuscii anche a farmelo amico.
Lo condussi con me per piú d'un'ora per le vie già deserte, e lo feci entrare in un caffè notturno, perché seguitasse, bevendo una tazza di birra, a parlarmi di sé, della sua vita, delle sue speranze, dei suoi desiderii.
Vi figurate che m'abbia detto cose straordinarie? Siete veramente imbecilli! Mi disse le cose piú ovvie, piú comuni, piú semplici del mondo, quali poteva dirle uno che aveva saputo trovare in sé il punto giusto, il puntino infinitesimale, dove aveva inserito il seme che l'aveva fatto un dio modesto, padrone del suo piccolo mondo.
Era contento e soddisfatto di tutto, anche di cantare alle sedie in quel lugubre caffè sotterraneo.
Perché in quell'equilibrio perfetto che solamente può dare la piena soddisfazione di sé, egli aveva capito che a lui conveniva d'essere un piccolo dio provinciale, di condurre cioè nei paeselli di provincia la sua modesta divinità; e gli bastava perciò di poter dire, per accrescere colà il suo prestigio, d'aver cantato a Roma, in un caffè-concerto di Roma; quale, non importava.
La prova maggiore della sua divinità mi fu data però da un'ombra, che, appena usciti dal caffè sotterraneo, prese a seguirci a distanza per piú d'un'ora lungo le vie deserte; l'ombra d'una donna miserabile, che potei distinguere bene quando, schiudendo timidamente la porta a vetri del caffè notturno, strisciò dentro, dieci minuti dopo ch'eravamo entrati noi, e andò a rincantucciarsi in un angolo in fondo, vestita di un abito nero, inverdito e sfrittellato, con un cappellino frusto, guarnito di una piuma piangente da un lato; su le spalle curve, una vecchia mantiglia sfrangiata; ai piedi, un pajo di scarpacce da uomo.
Avevo notato che, andando via, egli di tanto in tanto, pian piano e come di nascosto, si voltava a lanciare indietro un' occhiata inquieta.
- Ma sí, lo so! - avrei voluto dirgli, per levarlo da quella inquietudine.
- Lo so ed è giusto che sia cosí: non credere che m'offenda il fatto che tu tenga cosí a distanza tua moglie e che ella sia cosí miserablle.
Ero sicuro che lui la teneva ancora con sé, non solo per farsi servire da lei, come da una schiava, ma anche per misurare da lei il cammino che aveva saputo percorrere; e parimenti ero sicuro che ella, senza muovere un lamento, faceva di tutto per tener lui come un damerino.
Dite di no? Lasciatemi ripetere, amici, che siete veramente imbecilli.
Sappiate che dopo aver accompagnato fino al portone dell'alberguccio il signor Zuccarello, nel ritornare indietro, io m'ebbi, nel bujo fitto della strada, un profondissimo inchino da quell'ombra.
E non potei fare a meno di considerare che era giusto che ella s'inchinasse a me cosí, perché lo voleva in lei quello stesso iddio, a cui io or ora avevo reso omaggio.
SERVITÚ
Due volte la mammina aveva sporto il capo dall'uscio a raccomandare alla Dolly di non parlar troppo, di non agitarsi tanto, ché altrimenti la febbre le sarebbe cresciuta.
- Parli sempre tu...
giuochi tu sola...
La Dolly, sostenuta da una pila di guanciali, sedeva sul lettino in compagnia di tutte le sue bambole belle.
E due volte, scotendo la testina per cacciar via dagli occhi i riccioli d'oro scappati nel calore del giuoco di sotto la cuffietta di raso celeste, aveva risposto alla mamma:
- No, io sola; giuoca anche Nenè...
Nenè era la figliuola della nurse.
Ma finora, per dir la verità, Nenè non aveva mai aperto bocca.
Tutt'e due le volte, invece, aveva guardato quasi atterrita la signora che sporgeva il capo dall'uscio; e il cricchio della maniglia, il cigolío dell'uscio schiuso, lo sporgersi di quel capo, la voce della mamma di Dolly, erano stati per lei un fracasso, un crollo, uno scompiglio.
Perché era come in un sogno Nenè da due ore, sospesa, quasi angosciata nel dubbio che non fosse vero ciò che pur si vedeva attorno e toccava.
L'abituccio color cece, di due anni fa, le segava il collo, le segava le ascelle, le opprimeva le spallucce; il nastrino di seta color di rosa, un po' stinto, attorno al capo le s'allentava a mano a mano e cedeva al goffo rizzarsi ispido e compatto dei capelli neri ancor zuppi d'acqua (poiché era stata lavata tutta con insolita cura): non sentiva nulla, non avvertiva nulla, incantata, abbagliata dal lusso di quella cameretta di bimba, imbottita di raso azzurro.
E lievemente, senza saperlo, con la manina tozza, gonfia per la manica troppo stretta e corta che le serrava il braccio come un salsicciotto, palpava la coperta cosí liscia, cosí morbida del lettino, mentre tutta occhi e con la boccuccia aperta seguiva il chiacchierío fitto, volubile della padroncina malata.
Sentiva bene la Dolly che il giuoco realmente lo faceva Nenè, quantunque finora non avesse aperto bocca.
Con la sua maraviglia intenta e muta dava un'anima nuova a quelle sette bambole sedute sul lettino come damine in visita, e un nuovo piacere, a lei, nel farle muovere e parlare.
Da tanto tempo, infatti, quelle sette bambole per Dolly quasi non vivevano piú: erano pezzi di legno, testine di cera o di porcellana, occhi di vetro, capelli di stoppa.
Ma ora riavevano anima, un anima nuova, e rivivevano una nuova vita maravigliosa anche per lei, quale ella non avrebbe mai immaginato di dar loro, un'anima, una vita che prendevano qualità appunto dalla maraviglia di Nenè, ch'era maraviglia di servetta.
Le faceva perciò parlare come signorone del gran mondo, piene di capriccio e di moine, press'a poco come parlavano le amiche di mammà.
Ecco: questa era la contessina Lulú che guidava da sé la sua auto, fumava sigarette col bocchino dorato e gridava sempre, agitando in aria un dito minacciosamente:
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Chi era Moringhi? Un mago? Chi sa! Forse un amico di mammà anche lui, un amico di tutte le amiche di mammà; ma il nome, a quel grido, si rappresentava a Nenè come quello d'un mago, poiché la Dolly diceva che era amico specialmente di quell'altra bambola lí, di Mistress Betsy.
- All right, thank you!
No, no, senza ridere! Parlava sempre inglese; Mistress Betsy.
Con mammà, con tutti.
E andava sempre a cavallo - op! op! - mica a sedere però: con le gambe aperte, cosí...
come i maschiacci, brutta scostumata! E spesso cadeva; e una volta, alla caccia della volpe, s'era ferita qua allo zigomo, ecco.
Oh, le stava bene, brutta americanaccia! Mostrava a tutti le sue ferite di cavallerizza, al petto, alle spalle, anche alle gambe; e quando stringeva la mano faceva male.
- All right! Thank you!
E quest'altra? Ah quest'altra qui, che ridere! Roba, roba proprio da morir dal ridere! Donna Mariú, questa: Sempre malata.
- "Oh Dio qua, oh Dio là..." - "La mia povera testa! il mio povero cuore!" - "Vi prego, Moringhi, siate buono! Moringhi, non mi fate male: non posso piú ridere, Moringhi! La mia povera testa! il mio povero cuore!" - Ma mica un cuore cosí...
Un cuore col q e staccato: qu-ore.
Moringhi diceva cosí.
Roba da morir dal ridere, un cuore col q!
Nenè non capiva nulla.
Poteva esser vero per lei che quella bambola lí fumasse e quell'altra andasse a cavallo.
Davvero allo zigomo, quello sgraffietto...
Ma se avevano finanche le mutandine coi merletti e i fiocchettini di seta e anche le calze di seta con le giarrettiere di velluto e le fibbie dorate e le scarpine di coppale, potevano anche veramente andare a cavallo, fumare, parlare quel linguaggio incomprensibile.
Qualunque prodigio poteva esser vero in quella cameretta lí, anche i cavallini veri, cavallini vivi, piccoli piccoli, potevano sbucar fuori da un momento all'altro e mettersi a caracollare sú per le campagne lontane lontane di quel tappeto azzurro vellutato, con quelle damine in groppa dai veli svolazzanti.
Affascinata da quella visione, Nenè stentava a credere, o veramente non riusciva ancora a capire che, stanca alla fine del giuoco, la Dolly stésse ora per regalarle una di quelle bambole e non sapesse ancor quale.
- No, questa no, - diceva la Dolly.
- Questa ha il braccino malato e deve stare a letto con me.
Ecco...
ti do...
ti do quest'altra, invece, Mistress Betsy...
Ma no, neanche...
Ti scappa via, Mistress Betsy: tanto cattiva è! Scostumata...
E poi, parla sempre in inglese, e non la capiresti.
Ti do quest'altra allora.
Si chiama Mimí.
Ma tu devi chiamarla sempre signora Marchesina.
Marchesina è, sai? La marchesina Mimí.
Esigente...
ah, esigente! Bisogna che trovi il bagno pronto ogni mattina, e poi la colazione di cioccolato e biscottini, e poi...
e poi...
non mangia niente, sai? non mangia altro che palline d'argento...
quelle che si comprano dove le compra mammà, dal farmacista Baker di fronte al Grand Hôtel.
Ti do Mimí, sí.
Ecco, prendila.
Per davvero te la do, sí...
per sempre...
prendila, ti dico...
Aspetta, che le do un bacio...
Ecco, te la puoi portar via.
Nenè guardava sbalordita e piú che mai sospesa e angosciata.
S'era levata in piedi alle insistenze di Dolly; ma restava lí, senza poter alzare la mano, quasi sul punto di piangere.
Entrò nella cameretta la signora, seguita dalla nurse, ch'era rimasta dopo il baliatico a servire in quella casa di signori.
Anche la mamma, vestita cosí bene, da nurse, con la cuffietta in capo e il grembiule bianco ricamato, accanto alla signora, apparve in quel punto a Nenè come trasfigurata nel lume di quella casa, come infusa nell'azzurro d'una meravigliosa lontananza.
Che diceva? Diceva di no a Dolly, che non doveva darle la bambola.
Non doveva dargliela prima di tutto perché troppo bella, troppo ben vestita, anche calzata e coi guanti e col cappello, ma figurarsi! una bambola cosí fina a Nenè! E poi, che se ne farebbe Nenè? È mammina di casa, Nenè: deve attendere a servire il babbo, e non ha tempo di giocare, ché guaj se il babbo non trova tutto pronto, la sera.
Il babbo? dove? Le sembrava tanto lontano ormai, a Nenè, quel suo babbo cattivo, che rincasava sempre ubriaco e scontento, e per nulla la batteva e l'afferrava pei capelli o le scaraventava addosso ciò che gli capitava prima sotto mano, gridandole:
- E non potevi morir tu, invece?
Lei, già, invece del fratellino che la madre aveva lasciato poppante per andare a bàlia.
Una vicina s'era incaricata d'allevarlo per poche lire al mese; e lei, Nenè, avrebbe dovuto fargli da mammina.
Ma il fatto è che il fratellino, un giorno, era morto in braccio a lei: morto; e lei che non lo sapeva, aveva per un pezzo seguitato a portarselo in braccio: freddo freddo, bianco bianco, e zitto e duro...
Da allora il babbo era diventato cattivo, cosí cattivo che la mamma non aveva voluto piú star con lui ed era rimasta a servire in quella casa, o piuttosto, a farvi la signora, come diceva il babbo e come ora veramente pareva anche a Nenè.
Certo, la mamma parlava ora e guardava e sorrideva e gestiva come una signora, come la mamma di Dolly appunto, e a lei non pareva piú la sua mamma.
- Ma, no, via, signorina! Ma le pare? Ma neanche per sogno! Una bambola cosí bella a questa mia povera Nenè!
Ma ecco, la signora le prendeva un braccino, poi le posava sul petto la bambola, quella Marchesina Mimí, e poi sulla bambola le ripiegava il braccino perché la reggesse forte.
- Grulla, e non si ringrazia nemmeno? Sú, come si dice?
Nulla.
Non poteva dir nulla, Nenè.
E non osava nemmeno guardare quella bambola marchesina contro il suo petto, sotto il suo braccino.
Se n'andò via come intronata, gli occhi sbarrati senza sguardo, la boccuccia aperta, e coi capelli che le si rizzavano sotto il nastro color di rosa, quanto piú la madre cercava d'assettarglieli sul capo.
Scese le scale, attraversò tante vie e si ridusse alla catapecchia, ove abitava col padre, senza veder nulla, senza sentir nulla, quasi alienata d'ogni senso di vita.
Le viveva invece lí sul petto, stretta sotto il braccio, quella bambola meravigliosa; d'una vita incomprensibile però, quale le sbarbagliava ancora nella mente attraverso il chiacchierío fitto e volubile della padroncina malata.
Oh Dio, se quella bambola parlava col linguaggio che le aveva messo in bocca la Dolly, come avrebbe fatto lei a comprenderla?
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Ah, Moringhi, certo, non sarebbe venuto lí, nella catapecchia a trovare la marchesina Mimí, e nessuna delle amiche sarebbe venuta.
E le sigarette col bocchino dorato? e le palline d'argento profumate? e i cavallini veri, i cavallini vivi, piccoli piccoli?
Non le s'affacciava neppur per ombra alla mente che avrebbe potuto giocarci, con quella bambola.
Servirla, sí, avrebbe potuto servirla; ma come, se non sapeva nemmeno parlarle? se non capiva nulla della vita a cui la bambola era avvezza?
Entrata nel bugigattolino ov'era la sua cuccia con una seggiola spagliata e una panchetta che le serviva da tavolino per far le aste e le vocali quand'ancora andava a scuola, si guardò attorno smarrita, avvilita, non per sé ma per la damina che portava in braccio.
Non osava ancora guardarla.
Certo, per sé, la marchesina Mimí, aveva gli occhi di vetro e non vedeva.
Ma vedeva lei, Nenè, ora, la miseria brutta di quel suo bugigattolino con gli occhi della marchesina Mimí abituati al lusso della cameretta da cui veniva.
Finché lei non la guardava, la marchesina Mimí, ancora stretta sotto il suo braccio, non vedeva nulla.
Avrebbe veduto però, appena lei si fosse risolta a guardarla.
Ebbene, bisognava che vedesse fin da principio il meno peggio possibile.
Pensò che nella cassetta dei panni sotto la cuccia c'era un grembiulino azzurro, smesso dalla Dolly e regalato dalla signora alla bàlia per lei: era stato lavato, rilavato tante volte; s'era stinto; aveva piú d'uno strappo; ma veniva di là; era stato della Dolly, e forse la marchesina Mimí lo avrebbe riconosciuto.
Senza posarla, senza guardarla, Nenè si chinò; trasse da quella cassetta il grembiulino e lo stese su la panca come un tappeto, badando che gli strappi, almeno i piú grossi, non venissero in mostra sul piano.
Ecco, per il momento poteva metterla a sedere lí, sul pulito di quel grembiule vecchio, ma fino.
La pose a sedere pian piano, con mani tremanti per paura di farle male e di sciuparle l'abito; e finalmente osò guardarla.
Un sentimento misto di pietà e d'adorazione espressero le manine rimaste innanzi al petto aperte, in un gesto d'incertezza angustiosa.
E a poco a poco si piegò su le ginocchia, guardando negli occhi la bambola.
Ahimè, la vita maravigliosa, di cui la Dolly nella sua cameretta la aveva fatta vivere, qua s'era come spenta.
La bambola le stava davanti, come se non vedesse nulla, in attesa ch'ella facesse qualche cosa per lei, per ridarle vita, la sua vita perduta, di gran signora.
Ma come? che cosa? le mancava tutto.
La Dolly le aveva detto ch'erano avvezze a cambiarsi d'abito piú volte al giorno le sue bambole, e che quella marchesina Mimí poi aveva anche tante vestaglie una piú bella dell'altra, rosse, gialle, viola, a fiorellini, a ombrellini giapponesi...
Possibile che ora stésse vestita sempre cosí, sempre con quel cappellino in capo, con quelle scarpine ai piedi, con quei braccialettini al polso, e quella catenella al collo da cui pendeva il ventaglino? Ah, com'era bello quel ventaglino di piume, ventaglino vero, che faceva un po' di vento davvero, poco poco, quanto poteva bastare a quella piccola marchesina Mimí...
Ah, là, sí, in casa di Dolly, con tutte le cose adatte, il lettuccio di legno bianco e gli altri mobiletti e il ricco corredo, là sí sarebbe stata felice lei di servire quella bambola marchesina.
Ma qua? Come non aveva pensato la Dolly che avrebbe dovuto anche darle almeno almeno il lettuccio e un po' di corredo, non per far piú ricco e compiuto il dono, ma perché la bambola non avesse a soffrire, e perché lei, Nenè, avesse modo di servirla? Come poteva cosí, senza nulla? Al piú al piú, col fiato e col dito, o con la punta d'una pezzuola, avrebbe potuto ripulirle le scarpettine di coppale.
Nient'altro.
Quasi quasi era meglio ritornare da Dolly, con la bambola, e dirle:
- O mi dài da farla vivere com'è avvezza, o te la tieni.
Chi sa! Forse Dolly le avrebbe dato tutto...
Un lungo, grosso grosso sospiro sollevò il petto di Nenè accosciata lí davanti alla panchetta.
Volse il capo, e in un momento, di nuovo abbagliata, vide in un angolo lercio del bugigattolino la cameretta della marchesina Mimí.
Cameretta? un gran camerone, col tappeto azzurro vellutato, lí per terra, e il lettino di legno bianco, col parato a padiglione di seta celeste, e di là l'armadietto a specchio, le sedioline dorate, la specchiera; e vide sé, vestita bene come la mamma, tutta intenta a servire quella sua padroncina esigente e capricciosa; a prevenirne tutti i desiderii, per non farsi sgridare, ché certo, per quanto ella facesse, la marchesina Mimí, lí sola con lei, benché circondata da tutti i suoi agi, da tutto il suo lusso, sarebbe stata a malincuore, senza piú visite d'amiche, né di Moringhi, né passeggiate a cavallo.
E, per sfogarsi, certo l'avrebbe comandata a bacchetta.
- Pronto il bagno?
- Ecco, un momentino, signora Marchesina...
- Ma il mio bagno dev'esser pronto subito, appena mi alzo! Che fate? Datemi adesso il mio cioccolato e i biscottini! La mia vestaglia, subito!
- Quale, signora Marchesina? Quella rossa? quella gialla? quella con gli ombrellini giapponesi?
- No, quella viola! Non lo sapete?
- Subito, signora Marchesina, eccola qua.
Vedeva, con gli occhi sbarrati, quel suo sogno là in quell'angolo incantato, Nenè, e parlava sola cosí da un pezzo, forte e imperiosa per conto della marchesina Mimí, umile e inchinevole per sé, da servetta amorosa che compatisce i capricci della padroncina tiranna; allorché, tutt'a un tratto, con un brivido di terrore alla schiena, vide una manaccia scabra, enorme, allungarsi sul suo capo e ghermire la bambola su la panchetta.
Insaccò la testa; poi, allibita, arrischiò di su la spalluccia, con la coda dell'occhio, uno sguardo.
Suo padre, dietro a lei, con un ghigno su le labbra ispide, guatava la bambola fragile in quella sua manaccia scabra e scrollava il capo, ripetendo:
- Ah, sí? ah, sí?
Con l'anima oppressa d'angoscia, gli vide levare l'altra mano, afferrare con due dita la falda del cappellino alla bambola, dare uno strappo violento.
Soffocò un gemito involontario.
Insieme col cappellino se n'era venuta la testa.
E quella testa col cappellino e il busto decapitato, due strazii orribili, informi, volarono via per la finestra presso il tetto, accompagnati da un calcio e da una esclamazione rabbiosa:
- Sú, in piedi! Non voglio signore, io, per casa!
"HO TANTE COSE DA DIRVI..."
La lettera, in un bel foglietto volgarissimo, di suprema eleganza provinciale, color di rosa e filettato d'oro, finiva cosí:
"...se parlo d'ansia, tu puoi ben dire: ma sei vecchio, sei, povero il mio Giorgio! Ed è vero, sono vecchio, sí; ma dêi pensare, Momolina, che fin da ragazzo io t'ho amata, e quanto! Dicevi d'amarmi anche tu, allora! Venne la bufera - proprio la bufera - e mi ti portò via.
Quanti mai anni sono passati? Vent'otto...
Ma come si fa che son rimasto sempre lo stesso? Dico meglio: il mio cuore! Non dovresti perciò farmi aspettare piú a lungo la risposta.
Sai? Io verrò a te domani.
Hai avuto circa un mese per riflettere.
Mi devi dire domani o sí o no.
Ma dev'essere sí Momolina! Non far crollare il bel castello che ho edificato in questo mese, il bel castello dove tu sarai regina e tutte le mie speranze ancora giovani ti serviranno come ancelle amorose..."
La signora Moma s'accorse che quest'ultima frase, cosí poetica, era stata aggiunta, appiccicata dopo scritta la lettera.
Il signor Giorgio, o non aveva voluto sprecare il bel foglietto color di rosa, filettato d'oro; o non aveva voluto sobbarcarsi alla fatica di rifar di nuovo, chi sa con quanto stento, in bella copia la lettera, con tutti quegli svolazzi in fine d'ogni parola; e, con molta industria allora
...
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