CLIZIA, di Niccolo' Machiavelli - pagina 3
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SO.
A chi andremo?
NI.
E' non si può andare ad altri che a fra' Timoteo, che è nostro confessoro di casa, ed è uno santerello, ed ha fatto già qualche miracolo.
SO.
Quale?
NI.
Come, quale? Non sai tu che, per le sue orazioni, mona Lucrezia di messer Nicia Calfucci, che era sterile, ingravidò?
SO.
Gran miracolo, un frate fare ingravidare una donna! Miracolo sarebbe se una monaca la facessi ingravidare ella!
NI.
È egli possibile che tu non mi attraversi sempre la via con queste novelle?
SO.
Io voglio ire alla messa, e non voglio rimettere le cose mia in persona.
NI.
Orsù, va' e torna: io ti aspetterò in casa.
[Sofronia parte] Io credo che sia bene non si discostare molto, perché non trafugassino Clizia in qualche lato.
Scena quarta
SOFRONIA SOLA
SO.
Chi conobbe Nicomaco uno anno fa, e lo pratica ora, ne debbe restare maravigliato, considerando la gran mutazione, che gli ha fatta, perché soleva essere uno uomo grave, resoluto, respettivo.
Dispensava il tempo suo onorevolmente, e si levava la mattina di buon'ora, udiva la sua messa, provedeva al vitto del giorno; dipoi, s'egli aveva faccenda in piazza, in mercato, o a' magistrati, e' le faceva; quanto che no, o e' si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e' si ritirava in casa nello scrittoio, dove raguagliava sue scritture, riordinava suoi conti; dipoi, piacevolmente con la sua brigata desinava; e, desinato, ragionava con il figliuolo, ammunivalo, davagli a conoscere gli uomini, e con qualche essemplo antico e moderno gl'insegnava vivere; andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende o in diporti gravi ed onesti; venuta la sera, sempre l'Avemaria lo trovava in casa: stavasi un poco con esso noi al fuoco, se gli era di verno; dipoi, se n'entrava nello scrittoio, a rivedere le faccende sue; alle tre ore si cenava allegramente.
Questo ordine della sua vita era uno essemplo a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non lo imitare.
E così andavano le cose ordinate e liete.
Ma, dipoi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si straccurano, e poderi si guastono, e trafichi rovinano; grida sempre, e non sa di che, entra ed esce di casa ogni dì mille volte, sanza sapere quello che si vada faccendo; non torna mai ad ora, che si possa cenare o desinare a tempo; se tu gli parli, o e' non ti risponde, o e' ti risponde non a proposito.
I servi, vedendo questo, si fanno beffe di lui, il figliuolo ha posto giù la reverenzia, ognuno fa a suo modo, ed infine niuno dubita di fare quello che vede fare a lui: in modo che io dubito, se Iddio non ci remedia, che questa povera casa non rovini.
Io voglio pure andare alla messa, e raccomandarmi a Dio quanto io posso.
Io veggo Eustachio e Pirro che si bisticciano: be' mariti che si apparecchiano a Clizia!
Scena quinta
PIRRO, EUSTACHIO
PI.
Che fa' tu in Firenze, trista cosa?
EU.
Io non l'ho a dire a te.
PI.
Tu se' così razzimato! Tu mi pari un cesso ripulito!
EU.
Tu hai sì poco cervello, che io mi maraviglio ch'e fanciulli non ti gettino drieto e sassi.
PI.
Presto ci avvedremo chi arà più cervello, o tu o io.
EU.
Prega Iddio che 'l padrone non muoia, che tu andrai un dì accattando!
PI.
Hai tu veduto Nicomaco?
EU.
Che ne vuoi tu sapere, se io l'ho veduto o no?
PI.
E' toccherà bene a te a saperlo, che se e' non si rimuta, se tu non torni in villa da te, e' vi ti farà portare a' birri.
EU.
E' ti dà una gran briga questo mio essere in Firenze!
PI.
E' dà più briga ad altri che a me.
EU.
E però ne lascia el pensiero ad altri.
PI.
Pure le carne tirano.
EU.
Tu guardi, e ghigni.
PI.
Guardo che tu saresti el bel marito.
EU.
Orbè, sai quello ch'io ti voglio dire? «Ed anche il duca murava!» Ma, s'ella prende te, la sarà salita in su' muricciuoli.
Quanto sarebbe meglio che Nicomaco la affogassi in quel suo pozzo! Almeno la poverina morrebbe ad uno tratto.
PI.
Doh! villan poltrone, profumato nel litame! Part'egli avere carni da dormire allato a sì dilicata figlia?
EU.
Ell'arà bene carni teco! che, se la sua trista sorte te la dà, o ella in uno anno diventerà puttana, o ella si morrà di dolore: ma del primo ne sarai tu d'accordo seco, che, per uno becco pappataci, tu sarai desso!
PI.
Lasciamo andare! Ognuno aguzzi e sua ferruzzi: vedreno a chi e' dirà meglio.
Io me ne voglio ire in casa, ch'io t'arei a rompere la testa.
EU.
Ed io mi tornerò in chiesa.
PI.
Tu fai bene a non uscire di franchigia!
Canzona
Quanto in cor giovanile è bello amore.
Ranto si disconviene
in chi degli anni suoi passato ha il fiore.
Amore ha sua virtute agli anni uguale,
e nelle fresche etati assai s'onora,
e nelle antiche poco o nulla vale:
sì che, o vecchi amorosi, el meglio fora
lasciar la impresa a' giovinetti ardenti,
ch'a più fort'opra intenti,
far ponno al suo signor più largo onore.
ATTO TERZO
Scena prima
NICOMACO, CLEANDRO
NI.
Cleandro! o Cleandro!
CLE.
Messere!
NI.
Esci giù, esci giù, dico io! Che fai tu, tanto el dì, in casa? Non te ne vergogni tu, che dài carico a cotesta fanciulla? Sogliono a simili dì di carnasciale e giovani tuoi pari andarsi a spasso veggendo le maschere, o ire a fare al calcio.
Tu se' uno di quelli uomini, che non sai far nulla, e non mi pari né morto né vivo.
CLE.
Io non mi diletto di coteste cose, e non me ne dilettai mai, e piacemi più lo stare solo che con coteste compagnie, e tanto più stavo ora volentieri in casa veggendovi stare voi, per potere, se voi volevi cosa alcuna, farla.
NI.
Deh! guarda dove l'aveva! Tu se' el buon figliuolo! Io non ho bisogno di averti tuttodì drieto! Io tengo dua famigli ed uno fattore, per non avere a comandare a te.
CLE.
Al nome d'Iddio! e' non è però che quello ch'io fo no 'l faccia per bene.
NI.
Io non so per quel che tu te 'l fai, ma io so bene che tua madre è una pazza, e rovinerà questa casa.
Tu faresti el meglio a ripararci.
CLE.
O lei, o altri.
NI.
Chi altri?
CLE.
Io non so.
NI.
E' mi pare bene che tu no 'l sappi.
Ma che di' tu di questi casi di Clizia?
CLE.
[a parte] Vedi che vi capitamo!
NI.
Che di' tu? Di' forte, ch'io t'intenda.
CLE.
Dico ch'io non so che me ne dire.
NI.
Non ti par egli che questa tua madre pigli un granchio, a non volere che Clizia sia moglie di Pirro?
CLE.
Io non me ne intendo.
NI.
Io son chiaro! tu hai preso la parte sua! E' ci cova sotto altro che favole! Parrebbet'egli però che la stessi bene con Eustachio?
CLE.
Io non lo so, e non me ne intendo .
NI.
Di che diavolo t'intendi tu?
CLE.
Non di cotesto.
NI.
Tu ti sei pur inteso di far venire in Firenze Eustachio, e trafugarlo, perché io non lo vegga, e tendermi lacciuoli per guastare queste nozze.
Ma te e lui caccerò io nelle Stinche; a Sofronia renderò io la sua dota, e manderolla via, perché io voglio essere io signore di casa mia, e ognuno se ne sturi gli orecchi! E voglio che questa sera queste nozze si faccino, o io, quando non arò altro rimedio, caccerò fuoco in questa casa.
Io aspetterò qui tua madre, per vedere s'io posso essere d'accordo con lei; ma quando io non possa, ad ogni modo ci voglio l'onor mio, che io non intendo ch'e paperi menino a bere l'oche.
Va', pertanto, se tu desideri el bene tuo e la pace di casa, a pregarla che facci a mio modo.
Tu la troverrai in chiesa, ed io aspetterò te e lei qui in casa.
E se tu vedi quel ribaldo di Eustachio digli che venghi a me, altrimenti non farà bene e casi suoi.
CLE.
Io vo.
Scena seconda
CLEANDRO SOLO
CLE.
O miseria di chi ama! Con quanti affanni passo io il mio tempo! Io so bene che qualunque ama una cosa bella, come è Clizia, ha di molti rivali, che gli dànno infiniti dolori; ma io non intesi mai che ad alcuno avvenissi di avere per rivale il padre; e, dove molti giovani hanno trovato appresso al padre qualche remedio, io vi truovo el fondamento e la cagione del male mio; e, se mia madre mi favorisce, la non fa per favorire me, ma per disfavorire la impresa del marito.
E perciò io non posso scoprirmi in questa cosa gagliardamente, perché sùbito la crederrebbe che io avessi fatti quelli patti con Eustachio che mio padre ha fatti con Pirro, e come la credesse questo, mossa dalla conscienzia, lascerebbe ire l'acqua alla china, e non se ne travaglierebbe più, e io al tutto sarei spacciato, e ne piglierei tanto dispiacere, ch'io non crederrei più vivere.
Io veggio mia madre, che esce di chiesa: io voglio parlare seco, ed intendere la fantasia sua, e vedere quali rimedii ella apparecchi contro a' disegni del vecchio.
Scena terza
CLEANDRO, SOFRONIA
CLE.
Dio vi salvi, madre mia!
SO.
O Cleandro! Vieni tu di casa?
CLE.
Madonna sì.
SO.
Sèvvi tu stato tuttavia, poi ch'io vi ti lasciai?
CLE.
Sono.
SO.
Nicomaco, dove è?
CLE.
È in casa, e per cosa che sia accaduta non è uscito.
SO.
Lascialo fare, al nome d'Iddio! Una ne pensa el ghiotto, e l'altra el tavernaio.
Hatt'egli detto cosa alcuna?
CLE.
Un monte di villanie; e parmi che gli sia entrato el diavolo addosso.
E' vuole mettere nelle Stinche Eustachio e me, a voi vuole rendere la dota, e cacciarvi via, e minaccia, nonché altro, di cacciare fuoco in casa, e mi ha imposto ch'io vi truovi e vi persuada a consentire a queste nozze, altrimenti non si farà per voi.
SO.
Tu, che ne di'?
CLE.
Dicone quello che voi, perché io amo Clizia come sorella, e dorrebbemi infino all'anima, che la capitassi in mano di Pirro.
SO.
Io non so come tu te la ami, ma io ti dico bene questo, che s'io credessi trarla delle mani di Nicomaco e metterla nelle tua, che io non me ne impaccerei.
Ma io penso che Eustachio la vorrebbe per sé, e che il tuo amore, per la sposa tua (che siamo per dartela presto), si potessi cancellare.
CLE.
Voi pensate bene; e però io vi prego, che voi facciate ogni cosa, perché queste nozze non si faccino; e, quando non si possa fare altrimenti che darla ad Eustachio, dìesili; ma, quando si possa, sarebbe meglio, secondo me, lasciarla stare così, perché l'è ancora giovinetta, e non le fugge il tempo: potrebbono e Cieli farle trovare e sua parenti, e, quando e' fussino nobili, arebbono un poco obligo con voi, trovando che voi l'avessi maritata o ad uno famiglio, o ad uno contadino!
SO.
Tu di' bene: io ancora ci avevo pensato, ma la rabbia di questo vecchio mi sbigottisce.
Nondimeno, e' mi si aggirano tante cose per il capo, che io credo che qualcuna gli guasterà ogni suo disegno.
Io me ne voglio ire in casa, perché io veggo Nicomaco aliare intorno all'uscio.
Tu, va' in chiesa, e di' ad Eustachio che venga a casa, e non abbia paura di cosa alcuna.
CLE.
Così farò.
Scena quarta
NICOMACO, SOFRONIA
NI.
[solo]Io veggo mogliama, che torna: io la voglio un poco berteggiare, per vedere se le buone parole mi giovano.
O fanciulla mia, ha' tu però a stare sì malinconosa, quando tu vedi la tua speranza? Sta' un poco meco!
SO.
Lasciami ire!
NI.
Fermati, dico!
SO.
Io non voglio: tu mi par' cotto!
NI.
Io ti verrò drieto.
SO.
Se' tu impazzato?
NI.
Pazzo, perch'io ti voglio troppo bene?
SO.
Io non voglio che tu me ne voglia.
NI.
Questo non può essere!
SO.
Tu m'uccidi! Uh, fastidioso!
NI.
Io vorrei che tu dicessi il vero.
SO.
Credotelo.
NI.
Eh! guatami un poco, amor mio.
SO.
Io ti guato, ed odoroti anche: tu sai di buono! Bembè, tu mi riesci!
NI.
[a parte] Ohimé, che la se ne è avveduta! Che maladetto sia quel poltrone, che me l'arrecò dinanzi!
SO.
Onde son venuti questi odori, di che sai tu, vecchio impazzato?
NI.
E' passò dianzi uno di qui, che ne vendeva: io gli trassinai, e mi rimase di quello odore addosso.
SO.
[a parte] Egli ha già trovato la bugia! [A Nicomaco] Non ti vergogni tu di quello che tu fai da uno anno in qua? Usi sempre con sei giovanetti, vai alla taverna, ripariti in casa femmine, e dove si giuoca, spendi sanza modo.
Begli essempli, che tu dai al tuo figliuolo! Date moglie a questi valenti uomini!
NI.
Ah! moglie mia, non mi dir tanti mali ad un tratto! Serba qualche cosa a domani! Ma non è egli ragionevole che tu faccia più tosto a mio modo, che io a tuo?
SO.
Sì, delle cose oneste.
NI.
Non è egli onesto maritare una fanciulla?
SO.
Sì, quando ella si marita bene.
NI.
Non starà ella bene con Pirro?
SO.
No.
NI.
Perché?
SO.
Per quelle cagioni, ch'io t'ho dette altre volte.
NI.
Io m'intendo di queste cose più di te.
Ma, se io facessi tanto con Eustachio, ch'e' non la volessi?
SO.
E se io facessi con Pirro tanto, che non la volessi anch'egli?
NI.
Da ora innanzi, ciascuno di noi si pruovi, e chi di noi dispone el suo, abbi vinto.
SO.
Io son contenta.
Io vo in casa a parlare a Pirro, e tu parlerai con Eustachio, che io lo veggo uscir di chiesa.
NI.
Sia fatto.
Scena quinta
EUSTACHIO, NICOMACO
EU.
[solo] Poiché Cleandro mi ha detto che io vadia a casa e non dubiti, io voglio fare buono cuore, ed andarvi.
NI.
[a parte] Io volevo dire a questo ribaldo una carta di villanie, e non potrò, poiché io l'ho a pregare.
[ad Eustachio] Eustachio!
EU.
O padrone!
NI.
Quando fusti tu in Firenze?
EU.
Iarsera.
NI.
Tu hai penato tanto a lasciarti rivedere! Dove se' tu stato tanto?
EU.
Io vi dirò.
Io mi cominciai iermattina a sentir male: e' mi doleva el capo, avevo una anguinaia, e parevami avere la febre; ed essendo questi tempi sospetti di peste, io ne dubitai forte, e iersera venni a Firenze, e mi stetti all'osteria, né mi volli rappresentare, per non fare male a voi o a la famiglia vostra, se pure e' fussi stato desso.
Ma, grazia di Dio, ogni cosa è passata via, e sentomi bene.
NI.
[a parte] E' mi bisogna fare vista di crederlo.
[ad Eustachio] Ben facesti tu! Se' or bene guarito?
EU.
Messer sì.
NI.
[a parte] Non del tristo.
[ad Eustachio] Io ho caro che tu ci sia.
Tu sai la contenzione, che è tra me e mogliama circa al dar marito a Clizia: ella la vuole dare a te, ed io la vorrei dare a Pirro.
EU.
E dunque, volete meglio a Pirro che a me?
NI.
Anzi, voglio meglio a te che a lui.
Ascolta un poco.
Che vuoi tu fare di moglie? Tu hai oggimai trentotto anni, ed una fanciulla non ti sta bene; ed è ragionevole che, come la fussi stata teco qualche mese, che la cercassi un più giovane di te, e viveresti disperato.
Dipoi, io non mi potrei più fidare di te, perderesti lo aviamento, diventeresti povero, ed andresti, tu ed ella, accattando.
EU.
In questa terra, chi ha bella moglie non può essere povero: e del fuoco e della moglie si può essere liberale con ognuno, perché quanto più ne dai, più te ne rimane.
NI.
Dunque, vuoi tu fare questo parentado, per farmi dispiacere?
EU.
Anzi, lo vo' fare, per fare piacere a me!
NI.
Or tira, vanne in casa.
Io ero pazzo, s'io credevo avere da questo villano una risposta piacevole.
Io muterò teco verso.
Ordina di rimettermi e conti, e di andarti con Dio, e fa' stima d'essere il maggior nimico ch'io abbia, e ch'io ti abbia a fare il peggio che io posso.
EU.
A me non dà briga nulla, purch'io abbia Clizia.
NI.
Tu arai le forche!
Scena sesta
PIRRO, NICOMACO
PI.
[verso l'interno, a Sofronia] Prima ch'io facessi ciò che voi volete, io mi lascerei scorticare!
NI.
[a parte] La cosa va bene.
Pirro sta nella fede.
[A Pirro] Che hai tu? Con chi combatti tu, Pirro?
PI.
Combatto ora con chi voi combattete sempre.
NI.
Che dic'ella? Che vuol ella?
PI.
Pregami che io non tolga Clizia per donna.
NI.
Che l'hai tu detto?
PI.
Che io mi lascerei prima ammazzare, che io la rifiutassi.
NI.
Ben dicesti.
PI.
Se io ho ben detto, io dubito non avere mal fatto, perché io mi sono fatto nimico la vostra donna, ed il vostro figliuolo, e tutti gli altri di casa.
NI.
Che importa a te? Sta' bene con Cristo, e fatti beffe de' santi!
PI.
Sì, ma se voi morissi, i santi mi tratterebbono assai male.
NI.
Non dubitare, io ti farò tal parte, ch'e santi ti potranno dare poca briga; e, se pur e' volessino, e magistrati e le legge ti difenderanno, purch'io abbia facultà, per tuo mezzo, di dormire con Clizia.
PI.
Io dubito che voi non possiate, tanta infiammata vi veggio contro la donna.
NI.
Io ho pensato che sarà bene, per uscire una volta di questo farnetico, che si getti per sorte di chi sia Clizia; da che la donna non si potrà discostare.
PI.
Se la sorte vi venissi contro?
NI.
Io ho speranza in Dio, che la non verrà.
PI.
[a parte] O vecchio impazzato! vuol che Dio tenga le mani a queste sua disonestà! [A Nicomaco] Io credo, che se Dio s'impaccia di simil' cose, che Sofronia ancora speri in Dio.
NI.
Ella si speri! E, se pur la sorte mi venissi contro, io ho pensato al rimedio.
Va', chiamala, e dilli che venga fuora con Eustachio.
PI.
O Sofronia! Venite, voi ed Eustachio, al padrone.
Scena settima
SOFRONIA, NICOMACO, EUSTACHIO, PIRRO
SO.
Eccomi: che sarà di nuovo?
NI.
E' bisogna pur pigliare verso a questa cosa.
Tu vedi, poiché costoro non si accordano, e' conviene che noi ci accordiano.
SO.
Questa tua furia è estraordinaria.
Quel che non si farà oggi, si farà domani.
NI.
Io voglio farla oggi.
SO.
Faccisi, in buon'ora.
Ecco qui tutti a duoi e competitori.
Ma come vuoi tu fare?
NI.
Io ho pensato, poiché noi non consentiano l'uno all'altro, che la si rimetta nella Fortuna.
SO.
Come nella Fortuna?
NI.
Che si ponga in una borsa e nomi loro, ed in un'altra el nome di Clizia ed una polizza bianca, e che si tragga prima el nome d'uno di loro e che, a chi tocca Clizia, se l'abbia, e l'altro abbi pazienza.
Che pensi tu? Non rispondi?
SO.
Orsù, io son contenta.
EU.
[A Sofronia]Guardate quel che voi fate.
SO.
[A Eustachio] Io guardo, e so quel ch'io fo.
Va' 'n casa, scrivi le polizze, e reca dua borse, ch'io voglio uscire di questo travaglio, o io enterrò in uno maggiore.
EU.
Io vo.
NI.
A questo modo ci accordereno noi.
Prega Dio, Pirro, per te.
PI.
Per voi!
NI.
Tu di' bene, a dire per me: io arò una gran consolazione che tu l'abbia.
EU.
Ecco le borse e le sorte.
NI.
Da' qua.
Questa, che dice? Clizia.
E quest'altra? È bianca.
Sta bene.
Mettile in questa borsa di qua.
Questa, che dice? Eustachio.
E quest'altra? Pirro.
Ripiegale, e mettile in quest'altra.
Serrale, tienvi su gli occhi, Pirro, che non ci andassi nulla in capperuccia: e' ci è chi sa giucare di macatelle!
SO.
Gli uomini sfiducciati non son buoni.
NI.
Son parole, coteste! Tu sai che non è ingannato, se non chi si fida.
Chi voglian noi che tragga?
SO.
Tragga chi ti pare.
NI.
Vien' qua, fanciullo.
SO.
E' bisognerebbe che fussi vergine.
NI.
Vergine o no, io non v'ho tenute le mani.
[al fanciullo] Tra' di questa borsa una polizza, detto che io ho certe orazioni: - O santa Apollonia, io prego te e tutti e santi e le sante avvocate de' matrimonii, che concediate a Clizia tanta grazia, che di questa borsa esca la polizza di colui, che sia per essere più a piacere nostro.
Trai, col nome di Dio! Dàlla qua.
Ohimé, io son morto! Eustachio.
SO.
Che avesti? O Dio! fa' questo miracolo, acciò che costui si disperi.
NI.
[al fanciullo] Tra' di quell'altra.
Dalla qua.
Bianca.
Oh, io sono resucitato! Noi abbiam vinto, Pirro! Buon pro ti faccia! Eustachio è caduto morto.
Sofronia, poiché Dio ha voluto che Clizia sia di Pirro, vogli anche tu.
SO.
Io voglio.
NI.
Ordina le nozze.
SO.
Tu hai sì gran fretta: non si potrebb'egli indugiare a domani?
NI.
No, no, no! Non odi tu che no? Che? vuoi tu pensare a qualche trappola?
SO.
Voglian noi fare le cose da bestie? Non ha ella a udir la messa del congiunto?
NI.
La messa della fava! La la può udire un altro dì! Non sai tu che si dà le perdonanze a chi si confessa poi, come a chi s'è confessato prima?
SO.
Io dubito che la non abbia l'ordinario delle donne.
NI.
Adoperi lo straordinario delli uomini! Io voglio che la meni stasera .E' par che tu non mi intenda.
SO.
Menila, in mal'ora! Andianne in casa, e fa' questa imbasciata tu a questa povera fanciulla, che non fia da calze!
NI.
La fia da calzoni! Andiano dentro.
SO.
[a parte] Io non voglio già venire, perché io vo' trovar Cleandro, perché e' pensi, se a questo male è rimedio alcuno.
Canzona
Chi già mai donna offende,
a torto o a ragion, folle è se crede
trovar per prieghi o pianti in lei merzede.
Come la scende in questa mortal vita,
con l'alma insieme porta
Superbia, Ingegno e di perdono Oblio;
Inganno e Crudeltà le sono scorta,
e tal le dànno aita,
che d'ogni impresa appaga el suo desio;
e, se sdegno aspro e rio
la muove, o gelosia, addopra e vede,
e la sua forza mortal forza eccede.
ATTO QUARTO
Scena prima
CLEANDRO, EUSTACHIO
CLE.
Come è egli possibile che mia madre sia stata sì poco avveduta, che la si sia rimessa a questo modo alla sorta d'una cosa, che ne vadi in tutto l'onore di casa nostra?
EU.
Egli è come io t'ho detto.
CLE.
Ben sono sventurato! Ben sono infelice! Vedi s'i' trovai appunto uno, che mi tenne tanto a bada, che si è, sanza mia saputa, concluso el parentado, e deliberate le nozze ed ogni cosa! E seguirà secondo el desiderio del vecchio! O Fortuna, tu suòi pure, sendo donna, essere amica de' giovani: a questa volta tu se' stata amica de' vecchi! Come non ti vergogni tu, ad avere ordinato che sì dilicato viso sia da sì fetida bocca scombavato, sì dilicate carne da sì tremanti mani, da sì grinze e puzzolente membra tocche? Perché, non Pirro, ma Nicomaco, come io mi stimo, la possederà.
Tu non mi possevi fare la maggior ingiuria, avendomi con queste colpo tolto ad un tratto l'amata e la roba, perché Nicomaco, se questo amore dura, è per lasciare delle sue sustanze più a Pirro che a me.
E' mi par mille anni di vedere mia madre, per dolermi e sfogarmi con lei di questo partito.
EU.
Confòrtati, Cleandro, che mi parve che la ne andassi in casa ghignando, in modo che mi pare essere certo che 'l vecchio non abbia ad avere questa pera monda, come e' crede.
Ma ecco che viene fuora, egli e Pirro, e son tutti allegri.
CLE.
Vanne, Eustachio, in casa: io voglio stare da parte, per intendere qualche loro consiglio, che facessi per me.
EU.
Io vo.
Scena seconda
NICOMACO, CLEANDRO, PIRRO
NI.
Oh, come è ella ita bene! Hai tu veduto come la brigata sta malinconosa, come mogliama sta disperata? Tutte queste cose accrescono la mia allegrezza; ma molto più sarò allegro, quando io terrò in braccio Clizia, quando io la toccherò, bacerò, strignerò.
O dolce notte! giugnerovv'io mai? E questo obligo, che io ho teco, io sono per pagarlo a doppio!
CLE.
[a parte] O vecchio impazzato!
PI.
Io lo credo; ma io non credo già che voi possiate fare cosa nessuna questa sera, né ci veggo commodità alcuna.
NI.
Come?! Io ti vo' dire come io ho pensato di governare la cosa.
PI.
Io l'arò caro.
CLE.
[a parte] Ed io molto più, che potrei udir cosa, che guasterebbe e fatti d'altri, e racconcerebbe e mia.
NI.
Tu cognosci Damone, nostro vicino, da chi io ho tolto la casa a pigione per tuo conto?
PI.
Sì, cognosco.
NI.
Io fo pensiero che tu la meni stasera in quella casa, ancora ch'egli vi abiti e che non l'abbia sgombera, perch'io dirò ch'io voglio che tu la meni in casa dove l'ha a stare.
PI.
Che sarà poi?
CLE.
[a parte] Rizza gli orecchi, Cleandro!
NI.
Io ho imposto a mogliama che chiami Sostrata, moglie di Damone, perché gli aiuti ad ordinare queste nozze ed acconciare la nuova sposa; ed a Damone dirò che solleciti che la donna vi vadia.
Fatto questo, e cenato che si sarà, la sposa da queste donne sarà menata in casa di Damone, e messa teco in camera e nel letto, ed io dirò di volere restare con Damone ad albergo e Sostrata ne verrà con Sofronia qui in casa.
Tu, rimaso solo in camera, spegnerai il lume, e ti baloccherai per camera, faccendo vista di spogliarti; intanto io, pian piano, me ne verrò in camera, e mi spoglierò, ed enterrò allato a Clizia.
Tu ti potrai stare pianamente in sul lettuccio.
La mattina, avanti giorno, io mi uscirò del letto, mostrando di volere ire ad orinare, rivestirommi, e tu enterrai nel letto.
CLE.
[a parte] O vecchio poltrone! Quanta è stata la mia felicità intendere questo tuo disegno! Quanta la tua disgrazia ch'io l'intenda.
PI.
[a parte] E' mi pare che voi abbiate divisata bene questa faccenda.
Ma e' conviene che voi vi armiate in modo che voi paiate giovane, perché io dubito che la vecchiaia non si riconosca al buio.
CLE.
E' mi basta quel che io ho inteso: io voglio ire a raguagliare mia madre.
NI.
Io ho pensato a tutto, e fo conto, a dirti il vero, di cenare con Damone, ed ho ordinato una cena a mio modo.
Io piglierò prima una presa d'uno lattovaro, che si chiama satirionne.
PI.
Che nome bizzarro è cotesto?
NI.
Gli ha più bizzarri e fatti, perché gli è un lattovare, che farebbe, quanto a quella faccenda, ringiovanire uno uomo di novanta anni, nonché di settanta, come ho io.
Preso questo lattovaro, io cenerò poche cose, ma tutte sustanzevole: in prima, una insalata di cipolle cotte; dipoi, una mistura di fave e spezierie...
PI.
Che fa cotesto?
NI.
Che fa? Queste cipolle, fave e spezierie, perché sono cose calde e ventose, farebbono far vela ad una caracca genovese.
Sopra queste cose si vuole uno pippione grosso arrosto, così verdemezzo, che sanguini un poco.
PI.
Guardate che non vi guasti lo stomaco, perché bisognerà, o che vi sia masticato, o che voi lo 'ngoiate intero: non vi vegg'io tanti o sì gagliardi denti in bocca!
NI.
Io non dubito di cotesto, ché, bench'io non abbia molti denti, io ho le mascella che paiono d'acciaio.
PI.
Io penso che, poi che voi ne sarete ito, ed io entrato nel letto, che io potrò fare sanza toccarla, perché io ho viso di trovare quella povera fanciulla fracassata.
NI.
Bàstiti ch'io arò fatto l'ufficio tuo e quel d'un compagno.
PI.
Io ringrazio Dio, poiché mi ha dato una moglie in modo fatta, ch'io non arò a durare fatica né a 'mpregnarla, né a darli le spese.
NI.
Vanne in casa, sollecita le nozze, ed io parlerò un poco con Damone, ch'io lo veggo uscir di casa sua.
PI.
Così farò.
Scena terza
NICOMACO, DAMONE
NI.
Egli è venuto quello tempo, o Damone, che mi hai a mostrare se tu mi ami.
E' bisogna che tu sgomberi la casa, e non vi rimanga né la tua donna, né altra persona, perché io vo' governare questa cosa, come io t'ho già detto.
DA.
Io son parato a fare ogni cosa, purché io ti contenti.
NI.
Io ho detto a mogliama che chiami Sostrata tua, che vadia ad aiutarla ordinare le nozze.
Fa' che la vadia subito, come la chiama, e che vadia con lei la serva, sopratutto.
DA.
Ogni cosa è ordinato: chiamala a tua posta.
NI.
Io voglio ire infino allo speziale a fare una faccenda, e tornerò ora: tu aspetti qui, che mogliama eschi fuora, e chiami la tua.
Ecco che la viene: sta' parato.
Addio.
Scena quarta
SOFRONIA, DAMONE
SO.
[sola] Non maraviglia che 'l mio marito mi sollecitava ch'io chiamassi Sostrata di Damone! E' voleva la casa libera, per potere giostrare a suo modo.
Ecco Damone di qua.
O specchio di questa città, e colonna del suo quartieri, che accomoda la casa sua a sì disonesta e vituperosa impresa! Ma io gli tratterò in modo, che si vergogneranno sempre di loro medesimi.
E voglio or cominciare ad uccellare costui.
DA.
[stesso gioco]Io mi maraviglio che Sofronia si sia ferma, e non venga avanti a chiamare la mia donna.
Ma ecco che la viene.
[A Sofronia] Dio ti salvi, Sofronia!
SO.
E te, Damone! Ove è la tua donna?
DA.
La è in casa, ed è parata a venire, se tu la chiami, perché el tuo marito me ne ha pregato.
Vo io a chiamarla?
SO.
No, no! la debbe avere faccenda.
DA.
Non ha faccenda alcuna.
SO.
Lasciala stare, io non le voglio dare briga: io la chiamerò, quando fia tempo.
DA.
Non ordinate voi le nozze?
SO.
Sì, ordiniamo.
DA.
Non hai tu necessità di chi ti aiuti?
SO.
E' vi è brigata un mondo, per ora.
DA.
[a parte] Che farò ora io? Ho fatto uno errore grandissimo a cagione di questo vecchio impazzato, bavoso, cisposo, e sanza denti.
E' mi ha fatto offerire la donna per aiuto a costei, che non la vuole, in modo che la crederrà ch'io vadi mendicando un pasto, e terrammi uno sciagurato.
SO.
[stesso gioco] Io ne rimando costui tutto inviluppato.
Guarda come ne va ristretto nel mantello! E' mi resta ora ad uccellare un poco el mio vecchio.
Eccolo che viene dal mercato.
Io voglio morire, se non ha comperato qualche cosa, per parere gagliardo o odorifero!
Scena quinta
NICOMACO, SOFRONIA
NI.
[solo]Io ho comperato el lattovaro e certa unzione appropriata a fare risentire le brigate.
Quando si va armato alla guerra, si va con più animo la metà.
- Io ho veduta la donna: ohimé, che la m'arà sentito!
SO.
[a parte] Sì, ch'io t'ho sentito, e con tuo danno e vergogna, s'io vivo insino a domattina!
NI.
Sono ad ordine le cose? Hai tu chiamata questa tua vicina, che ti aiuti?
SO.
Io la chiamai, come tu mi dicesti, ma questo tuo caro amico le favellò non so che nell'orecchio, in modo che la mi rispose che non poteva venire.
NI.
Io non me ne maraviglio, perché tu se' un poco rozza, e non sai accomodarti con le persone, quando tu vuoi alcuna cosa da loro.
SO.
Che volevi tu, ch'io lo toccassi sotto 'l mento? Io non son usa a fare carezze a' mariti d'altri.
Va', chiamala tu, poiché ti giova andare drieto alle moglie d'altri, ed io andrò in casa ad ordinare il resto.
Scena sesta
DAMONE, NICOMACO
DA.
[solo] Io vengo a vedere, se questo amante è tornato dal mercato.
Ma eccolo davanti all'uscio.
[A Nicomaco] Io venivo appunto a te.
NI.
Ed io a te, uomo da farne poco conto! Di che t'ho io pregato? Di che t'ho io richiesto? Tu m'hai servito così bene!
DA.
Che cosa è?
NI.
Tu mandasti mogliata! Tu hai vòta la casa di brigata, che fu un sollazzo! In modo che, alle tua cagione, io son morto e disfatto!
DA.
Va' t'impicca! Non mi dices'tu che mogliata chiamerebbe la mia?
NI.
La l'ha chiamata, e non è voluta venire.
DA.
Anzi, che gliene offersi! Ella, non volle che la venissi; e così mi fai uccellare, e poi ti duoli di me.
Che 'l diavolo ne 'l porti, te e le nozze ed ognuno!
NI.
Infine, vuoi tu che la venga?
DA.
Sì, voglio, in mal'ora! ed ella, e la fante, e la gatta, e chiunque vi è! Va', se tu hai a fare altro: io andrò in casa, e, per l'orto, la farò venire or ora.
NI.
[solo] Ora, m'è costui amico! Ora, andranno le cose bene! Ohimè! ohimè! che romore è quel che è in casa?
Scena settima
DORIA, NICOMACO
DO.
Io son morta! Io son morta! Fuggite, fuggite! Toglietele quel coltello di mano! Fuggitevi, Sofronia!
NI.
Che hai tu, Doria? Che ci è?
DO.
Io son morta!
NI.
Perché se' tu morta?
DO.
Io son morta, e voi spacciato!
NI.
Dimmi quel che tu hai!
DO.
Io non posso per lo affanno! Io sudo! Fatemi un poco di vento col mantello!
NI.
Deh! dimmi quel che tu hai, ch'io ti romperò la testa!
DO.
Ah! padron mio, voi siate troppo crudele!
NI.
Dimmi quel che tu hai, e qual romore è in casa!
DO.
Pirro aveva dato l'anello a Clizia, ed era ito ad accompagnare el notaio infino all'uscio di drieto.
Ben sai che Clizia, non so da che furore mossa, prese uno pugnale, e, tutta scapigliata, tutta furiosa, grida: - Ove è Nicomaco? Ove è Pirro? Io gli voglio ammazzare! - Cleandro, Sofronia, tutte noi la volavamo pigliare, e non potemo.
La si è arrecata in uno canto di camera, e grida che vi vuole ammazzare in ogni modo, e per paura chi fugge di qua e chi di là.
Pirro si è fuggito in cucina, e si è nascosto drieto alla cesta de' capponi.
Io son mandata qui, per avvertirvi, che voi non entriate in casa.
NI.
Io son il più misero di tutti gli uomini! Non si può egli trarle di mano il pugnale?
DO.
Non, per ancora.
NI.
Chi minacc'ella?
DO.
Voi e Pirro.
NI.
Oh! che disgrazia è questa! Deh! figliuola mia, io ti prego che tu torni in casa, e con buone parole vegga, che se le cavi questa pazzia del capo, e che la ponga giù il pugnale; ed io ti prometto ch'io ti comperrò un paio di pianelle ed uno fazzoletto.
Deh! va', amor mio!
DO.
Io vo: ma non venite in casa, se io non vi chiamo.
NI.
[solo] O miseria! O infelicità mia! Quante cose mi si intraversano, per fare infelice questa notte, ch'io aspettavo felicissima! Ha ella posto giù il coltello? Vengo io? [Verso l'interno, a Doria]
DO.
Non, ancora! non venite!
NI.
O Iddio! che sarà poi? [Verso l'interno, a Doria] Poss'io venire?
DO.
Venite, ma non entrate in camera, dove ella è.
Fate che la non vi vegga.
Andate in cucina, da Pirro.
NI.
Io vo.
Scena ottava
NICOMACO, DORIA, PIRRO
DO.
In quanti modi uccelliamo noi questo vecchio! Che festa è egli vedere e travagli di questa casa! Il vecchio e Pirro sono paurosi in cucina, in sala son quelli che apparecchiano la cena; ed in camera sono le donne, Cleandro, ed il resto della famiglia; ed hanno spogliato Siro, nostro servo, e de' sua panni vestita Clizia, e de' panni di Clizia vestito Siro, e vogliono che Siro ne vadia a marito in scambio di Clizia; e perché il vecchio e Pirro non scuoprino questa fraude, gli hanno, sotto ombra che Clizia sia cruciata, confinati in cucina.
Che belle risa! Che bello inganno! Ma ecco fuora Nicomaco e Pirro.
At.4, sc.9
NI.
Che fai tu costì, Doria? Clizia è quietata?
DO.
Messer sì, ed ha promesso a Sofronia di volere fare ciò che voi volete.
Egli è ben vero che Sofronia giudica che sia bene che voi e Pirro non li capitiate innanzi, acciò che non se li riaccendessi la collera; poi, messa che la fia al letto, se Pirro non la saprà dimesticare, suo danno!
NI.
Sofronia ci consiglia bene, e così faremo.
Ora, vattene in casa; e, perché gli è cotto ogni cosa, sollecita che si ceni; Pirro ed io ceneremo a casa Damone; e, come gli hanno cenato, fa' che la menino fuora.
Sollecita, Doria, per l'amore d'Iddio, ché sono già sonate le tre ore, e non è bene stare tutta notte in queste pratiche.
DO.
Voi dite el vero.
Io vo.
NI.
Tu, Pirro, riman' qui: io andrò a bere un tratto con Damone.
Non andare in casa, acciò che Clizia non si infuriassi di nuovo; e, se cosa alcuna accade, corri a dirmelo.
PI.
Andate, io farò quanto mi imponete.
[Nicomaco parte] Poiché questo mio padrone vuole ch'io stia sanza moglie e sanza cena, io son contento.
Né credo che in uno anno intervenghino tante cose, quante sono intervenute oggi e dubito non ne intervenghino dell'altre, perché io ho sentito per casa certi sghignazzamenti, che non mi piacciano.
- Ma ecco ch'io veggo apparire un torchio: e debbe uscir fuora la pompa, la sposa ne debbe venire.
Io voglio correre per il vecchio.
O Nicomaco! O Damone! Venite da basso! La sposa ne viene.
Scena decima
NICOMACO, SOFRONIA, SOSTRATA, DAMONE
NI.
Eccoci.
Vanne, Pirro, in casa, perché io credo che sia bene che la non ti vegga.
Tu, Damone, pàramiti innanzi, e parla tu con queste donne.
Eccoli tutti fuora.
SO.
O povera fanciulla! la ne va piangendo.
Vedi che la non si lieva el fazzoletto dagli occhi.
SOS.
Ella riderà domattina! Così usano di fare le fanciulle.
Dio vi dia la buona sera, Nicomaco e Damone!
DA.
Voi siate le ben venute.
Andatevene su, voi donne, mettete al letto la fanciulla, e tornate giù.
Intanto, Pirro sarà ad ordine anche egli.
SOS.
Andiamo, col nome d'Iddio.
Scena undecima
NICOMACO, DAMONE
NI.
Ella ne va molto malinconosa.
Ma hai tu veduto come l'è grande? La si debbe essere aiutata con le pianelle.
DA.
La pare anche a me maggiore, che la non suole.
O Nicomaco, tu se' pur felice! La cosa è condotta dove tu vuoi.
Portati bene, altrimenti tu non vi potrai tornare più.
NI.
Non dubitare! Io sono per fare el debito, che, poi ch'io presi il cibo, io mi sento gagliardo come una spada.
Ma ecco le donne, che tornano.
Scena duodecima
NICOMACO, SOSTRATA, DAMONE, SOFRONIA
NI.
Avetela voi messa al letto?
SOS.
Sì, abbiamo.
DA.
Bene sta; noi fareno questo resto.
Tu, Sostrata, vanne con Sofronia a dormire e Nicomaco rimarrà qui meco.
SO.
Andianne, che par lor mille anni di avercisi levate dinanzi.
DA.
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