CLIZIA, di Niccolo' Machiavelli - pagina 5
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La mattina, avanti giorno, io mi uscirò del letto, mostrando di volere ire ad orinare, rivestirommi, e tu enterrai nel letto.
CLE.
[a parte] O vecchio poltrone! Quanta è stata la mia felicità intendere questo tuo disegno! Quanta la tua disgrazia ch'io l'intenda.
PI.
[a parte] E' mi pare che voi abbiate divisata bene questa faccenda.
Ma e' conviene che voi vi armiate in modo che voi paiate giovane, perché io dubito che la vecchiaia non si riconosca al buio.
CLE.
E' mi basta quel che io ho inteso: io voglio ire a raguagliare mia madre.
NI.
Io ho pensato a tutto, e fo conto, a dirti il vero, di cenare con Damone, ed ho ordinato una cena a mio modo.
Io piglierò prima una presa d'uno lattovaro, che si chiama satirionne.
PI.
Che nome bizzarro è cotesto?
NI.
Gli ha più bizzarri e fatti, perché gli è un lattovare, che farebbe, quanto a quella faccenda, ringiovanire uno uomo di novanta anni, nonché di settanta, come ho io.
Preso questo lattovaro, io cenerò poche cose, ma tutte sustanzevole: in prima, una insalata di cipolle cotte; dipoi, una mistura di fave e spezierie...
PI.
Che fa cotesto?
NI.
Che fa? Queste cipolle, fave e spezierie, perché sono cose calde e ventose, farebbono far vela ad una caracca genovese.
Sopra queste cose si vuole uno pippione grosso arrosto, così verdemezzo, che sanguini un poco.
PI.
Guardate che non vi guasti lo stomaco, perché bisognerà, o che vi sia masticato, o che voi lo 'ngoiate intero: non vi vegg'io tanti o sì gagliardi denti in bocca!
NI.
Io non dubito di cotesto, ché, bench'io non abbia molti denti, io ho le mascella che paiono d'acciaio.
PI.
Io penso che, poi che voi ne sarete ito, ed io entrato nel letto, che io potrò fare sanza toccarla, perché io ho viso di trovare quella povera fanciulla fracassata.
NI.
Bàstiti ch'io arò fatto l'ufficio tuo e quel d'un compagno.
PI.
Io ringrazio Dio, poiché mi ha dato una moglie in modo fatta, ch'io non arò a durare fatica né a 'mpregnarla, né a darli le spese.
NI.
Vanne in casa, sollecita le nozze, ed io parlerò un poco con Damone, ch'io lo veggo uscir di casa sua.
PI.
Così farò.
Scena terza
NICOMACO, DAMONE
NI.
Egli è venuto quello tempo, o Damone, che mi hai a mostrare se tu mi ami.
E' bisogna che tu sgomberi la casa, e non vi rimanga né la tua donna, né altra persona, perché io vo' governare questa cosa, come io t'ho già detto.
DA.
Io son parato a fare ogni cosa, purché io ti contenti.
NI.
Io ho detto a mogliama che chiami Sostrata tua, che vadia ad aiutarla ordinare le nozze.
Fa' che la vadia subito, come la chiama, e che vadia con lei la serva, sopratutto.
DA.
Ogni cosa è ordinato: chiamala a tua posta.
NI.
Io voglio ire infino allo speziale a fare una faccenda, e tornerò ora: tu aspetti qui, che mogliama eschi fuora, e chiami la tua.
Ecco che la viene: sta' parato.
Addio.
Scena quarta
SOFRONIA, DAMONE
SO.
[sola] Non maraviglia che 'l mio marito mi sollecitava ch'io chiamassi Sostrata di Damone! E' voleva la casa libera, per potere giostrare a suo modo.
Ecco Damone di qua.
O specchio di questa città, e colonna del suo quartieri, che accomoda la casa sua a sì disonesta e vituperosa impresa! Ma io gli tratterò in modo, che si vergogneranno sempre di loro medesimi.
E voglio or cominciare ad uccellare costui.
DA.
[stesso gioco]Io mi maraviglio che Sofronia si sia ferma, e non venga avanti a chiamare la mia donna.
Ma ecco che la viene.
[A Sofronia] Dio ti salvi, Sofronia!
SO.
E te, Damone! Ove è la tua donna?
DA.
La è in casa, ed è parata a venire, se tu la chiami, perché el tuo marito me ne ha pregato.
Vo io a chiamarla?
SO.
No, no! la debbe avere faccenda.
DA.
Non ha faccenda alcuna.
SO.
Lasciala stare, io non le voglio dare briga: io la chiamerò, quando fia tempo.
DA.
Non ordinate voi le nozze?
SO.
Sì, ordiniamo.
DA.
Non hai tu necessità di chi ti aiuti?
SO.
E' vi è brigata un mondo, per ora.
DA.
[a parte] Che farò ora io? Ho fatto uno errore grandissimo a cagione di questo vecchio impazzato, bavoso, cisposo, e sanza denti.
E' mi ha fatto offerire la donna per aiuto a costei, che non la vuole, in modo che la crederrà ch'io vadi mendicando un pasto, e terrammi uno sciagurato.
SO.
[stesso gioco] Io ne rimando costui tutto inviluppato.
Guarda come ne va ristretto nel mantello! E' mi resta ora ad uccellare un poco el mio vecchio.
Eccolo che viene dal mercato.
Io voglio morire, se non ha comperato qualche cosa, per parere gagliardo o odorifero!
Scena quinta
NICOMACO, SOFRONIA
NI.
[solo]Io ho comperato el lattovaro e certa unzione appropriata a fare risentire le brigate.
Quando si va armato alla guerra, si va con più animo la metà.
- Io ho veduta la donna: ohimé, che la m'arà sentito!
SO.
[a parte] Sì, ch'io t'ho sentito, e con tuo danno e vergogna, s'io vivo insino a domattina!
NI.
Sono ad ordine le cose? Hai tu chiamata questa tua vicina, che ti aiuti?
SO.
Io la chiamai, come tu mi dicesti, ma questo tuo caro amico le favellò non so che nell'orecchio, in modo che la mi rispose che non poteva venire.
NI.
Io non me ne maraviglio, perché tu se' un poco rozza, e non sai accomodarti con le persone, quando tu vuoi alcuna cosa da loro.
SO.
Che volevi tu, ch'io lo toccassi sotto 'l mento? Io non son usa a fare carezze a' mariti d'altri.
Va', chiamala tu, poiché ti giova andare drieto alle moglie d'altri, ed io andrò in casa ad ordinare il resto.
Scena sesta
DAMONE, NICOMACO
DA.
[solo] Io vengo a vedere, se questo amante è tornato dal mercato.
Ma eccolo davanti all'uscio.
[A Nicomaco] Io venivo appunto a te.
NI.
Ed io a te, uomo da farne poco conto! Di che t'ho io pregato? Di che t'ho io richiesto? Tu m'hai servito così bene!
DA.
Che cosa è?
NI.
Tu mandasti mogliata! Tu hai vòta la casa di brigata, che fu un sollazzo! In modo che, alle tua cagione, io son morto e disfatto!
DA.
Va' t'impicca! Non mi dices'tu che mogliata chiamerebbe la mia?
NI.
La l'ha chiamata, e non è voluta venire.
DA.
Anzi, che gliene offersi! Ella, non volle che la venissi; e così mi fai uccellare, e poi ti duoli di me.
Che 'l diavolo ne 'l porti, te e le nozze ed ognuno!
NI.
Infine, vuoi tu che la venga?
DA.
Sì, voglio, in mal'ora! ed ella, e la fante, e la gatta, e chiunque vi è! Va', se tu hai a fare altro: io andrò in casa, e, per l'orto, la farò venire or ora.
NI.
[solo] Ora, m'è costui amico! Ora, andranno le cose bene! Ohimè! ohimè! che romore è quel che è in casa?
Scena settima
DORIA, NICOMACO
DO.
Io son morta! Io son morta! Fuggite, fuggite! Toglietele quel coltello di mano! Fuggitevi, Sofronia!
NI.
Che hai tu, Doria? Che ci è?
DO.
Io son morta!
NI.
Perché se' tu morta?
DO.
Io son morta, e voi spacciato!
NI.
Dimmi quel che tu hai!
DO.
Io non posso per lo affanno! Io sudo! Fatemi un poco di vento col mantello!
NI.
Deh! dimmi quel che tu hai, ch'io ti romperò la testa!
DO.
Ah! padron mio, voi siate troppo crudele!
NI.
Dimmi quel che tu hai, e qual romore è in casa!
DO.
Pirro aveva dato l'anello a Clizia, ed era ito ad accompagnare el notaio infino all'uscio di drieto.
Ben sai che Clizia, non so da che furore mossa, prese uno pugnale, e, tutta scapigliata, tutta furiosa, grida: - Ove è Nicomaco? Ove è Pirro? Io gli voglio ammazzare! - Cleandro, Sofronia, tutte noi la volavamo pigliare, e non potemo.
La si è arrecata in uno canto di camera, e grida che vi vuole ammazzare in ogni modo, e per paura chi fugge di qua e chi di là.
Pirro si è fuggito in cucina, e si è nascosto drieto alla cesta de' capponi.
Io son mandata qui, per avvertirvi, che voi non entriate in casa.
NI.
Io son il più misero di tutti gli uomini! Non si può egli trarle di mano il pugnale?
DO.
Non, per ancora.
NI.
Chi minacc'ella?
DO.
Voi e Pirro.
NI.
Oh! che disgrazia è questa! Deh! figliuola mia, io ti prego che tu torni in casa, e con buone parole vegga, che se le cavi questa pazzia del capo, e che la ponga giù il pugnale; ed io ti prometto ch'io ti comperrò un paio di pianelle ed uno fazzoletto.
Deh! va', amor mio!
DO.
Io vo: ma non venite in casa, se io non vi chiamo.
NI.
[solo] O miseria! O infelicità mia! Quante cose mi si intraversano, per fare infelice questa notte, ch'io aspettavo felicissima! Ha ella posto giù il coltello? Vengo io? [Verso l'interno, a Doria]
DO.
Non, ancora! non venite!
NI.
O Iddio! che sarà poi? [Verso l'interno, a Doria] Poss'io venire?
DO.
Venite, ma non entrate in camera, dove ella è.
Fate che la non vi vegga.
Andate in cucina, da Pirro.
NI.
Io vo.
Scena ottava
NICOMACO, DORIA, PIRRO
DO.
In quanti modi uccelliamo noi questo vecchio! Che festa è egli vedere e travagli di questa casa! Il vecchio e Pirro sono paurosi in cucina, in sala son quelli che apparecchiano la cena; ed in camera sono le donne, Cleandro, ed il resto della famiglia; ed hanno spogliato Siro, nostro servo, e de' sua panni vestita Clizia, e de' panni di Clizia vestito Siro, e vogliono che Siro ne vadia a marito in scambio di Clizia; e perché il vecchio e Pirro non scuoprino questa fraude, gli hanno, sotto ombra che Clizia sia cruciata, confinati in cucina.
Che belle risa! Che bello inganno! Ma ecco fuora Nicomaco e Pirro.
At.4, sc.9
NI.
Che fai tu costì, Doria? Clizia è quietata?
DO.
Messer sì, ed ha promesso a Sofronia di volere fare ciò che voi volete.
Egli è ben vero che Sofronia giudica che sia bene che voi e Pirro non li capitiate innanzi, acciò che non se li riaccendessi la collera; poi, messa che la fia al letto, se Pirro non la saprà dimesticare, suo danno!
NI.
Sofronia ci consiglia bene, e così faremo.
Ora, vattene in casa; e, perché gli è cotto ogni cosa, sollecita che si ceni; Pirro ed io ceneremo a casa Damone; e, come gli hanno cenato, fa' che la menino fuora.
Sollecita, Doria, per l'amore d'Iddio, ché sono già sonate le tre ore, e non è bene stare tutta notte in queste pratiche.
DO.
Voi dite el vero.
Io vo.
NI.
Tu, Pirro, riman' qui: io andrò a bere un tratto con Damone.
Non andare in casa, acciò che Clizia non si infuriassi di nuovo; e, se cosa alcuna accade, corri a dirmelo.
PI.
Andate, io farò quanto mi imponete.
[Nicomaco parte] Poiché questo mio padrone vuole ch'io stia sanza moglie e sanza cena, io son contento.
Né credo che in uno anno intervenghino tante cose, quante sono intervenute oggi e dubito non ne intervenghino dell'altre, perché io ho sentito per casa certi sghignazzamenti, che non mi piacciano.
- Ma ecco ch'io veggo apparire un torchio: e debbe uscir fuora la pompa, la sposa ne debbe venire.
Io voglio correre per il vecchio.
O Nicomaco! O Damone! Venite da basso! La sposa ne viene.
Scena decima
NICOMACO, SOFRONIA, SOSTRATA, DAMONE
NI.
Eccoci.
Vanne, Pirro, in casa, perché io credo che sia bene che la non ti vegga.
Tu, Damone, pàramiti innanzi, e parla tu con queste donne.
Eccoli tutti fuora.
SO.
O povera fanciulla! la ne va piangendo.
Vedi che la non si lieva el fazzoletto dagli occhi.
SOS.
Ella riderà domattina! Così usano di fare le fanciulle.
Dio vi dia la buona sera, Nicomaco e Damone!
DA.
Voi siate le ben venute.
Andatevene su, voi donne, mettete al letto la fanciulla, e tornate giù.
Intanto, Pirro sarà ad ordine anche egli.
SOS.
Andiamo, col nome d'Iddio.
Scena undecima
NICOMACO, DAMONE
NI.
Ella ne va molto malinconosa.
Ma hai tu veduto come l'è grande? La si debbe essere aiutata con le pianelle.
DA.
La pare anche a me maggiore, che la non suole.
O Nicomaco, tu se' pur felice! La cosa è condotta dove tu vuoi.
Portati bene, altrimenti tu non vi potrai tornare più.
NI.
Non dubitare! Io sono per fare el debito, che, poi ch'io presi il cibo, io mi sento gagliardo come una spada.
Ma ecco le donne, che tornano.
Scena duodecima
NICOMACO, SOSTRATA, DAMONE, SOFRONIA
NI.
Avetela voi messa al letto?
SOS.
Sì, abbiamo.
DA.
Bene sta; noi fareno questo resto.
Tu, Sostrata, vanne con Sofronia a dormire e Nicomaco rimarrà qui meco.
SO.
Andianne, che par lor mille anni di avercisi levate dinanzi.
DA.
Ed a voi il simile.
Guardate a non vi far male.
SOS.
Guardatevi pur voi, che avete l'arme: noi siamo disarmate.
DA.
Andiamone in casa.
SO.
E noi ancora.
[A parte] Va' pur là, Nicomaco, tu troverrai riscontro, perché questa tua dama sarà come le mezzine da Santa Maria Impruneta.
Canzona
Sì suave è lo inganno,
al fin condotto immaginato e caro,
ch'altri spoglia d'affanno,
e dolce face ogni gustato amaro!
O remedio alto e raro,
tu monstri el dritto calle all'alme erranti;
tu, col tuo gran valore,
nel far beato altrui, fai ricco Amore;
tu vinci, sol con tua consigli santi,
pietre, veneni, e incanti.
ATTO QUINTO
Scena prima
DORIA SOLA
DO.
Io non risi mai più tanto, né credo mai più ridere tanto; né, in casa nostra, questa notte si è fatto altro che ridere.
Sofronia, Sostrata, Cleandro, Eustachio, ognuno ride.
E si è consumata la notte in misurare el tempo, e dicevàno: - Ora entra in camera Nicomaco, or si spoglia, or si corica allato alla sposa, or le dà la battaglia, ora è combattuto gagliardamente -.
E, mentre noi stavamo in su questi pensieri, giunsono in casa Siro e Pirro, e ci raddoppiorno le risa; e, quel che era più bel vedere, era Pirro, che rideva più di Siro: tanto che io non credo che ad alcuno sia tocco, questo anno, ad avere il più bello, né il maggiore piacere.
Quelle donne mi hanno mandata fuora, sendo già giorno, per vedere quel che fa il vecchio, e come egli comporta questa sciagura.
- Ma ecco fuora egli e Damone.
Io mi voglio tirare da parte, per vedergli, ed avere materia di ridere di nuovo.
Scena seconda
DAMONE, NICOMACO, DORIA
DA.
Che cosa è stata questa, tutta notte.
Come è ella ita? Tu stai cheto.
Che rovigliamenti di vestirsi, di aprire uscia, di scender e salire in sul letto sono stati questi, che mai vi siate fermi? Ed io, che nella camera terrena vi dormivo sotto, non ho mai potuto dormire; tanto che per dispetto mi levai, e truovoti, che tu esci fuori tutto turbato.
Tu non parli? Tu mi par' morto.
Che diavolo hai tu?
NI.
Fratel mio, io non so dove io mi fugga, dove io mi nasconda, o dove io occulti la gran vergogna, nella quale io sono incorso.
Io sono vituperato in eterno, non ho più rimedio, né potrò mai più innanzi a mogliama, a' figliuoli, a' parenti, a' servi capitare.
Io ho cerco il vituperio mio, e la mia donna me lo ha aiutato a trovare: tanto che io sono spacciato; e tanto più mi duole, quanto di questo carico tu anche ne participi, perché ciascuno saprà che tu ci tenevi le mani.
DA.
Che cosa è stata? Hai tu rotto nulla?
NI.
Che vuoi tu ch'io abbia rotto? che rotto avess'io el collo!
DA.
Che è stato, adunque? Perché non me lo di'?
NI.
Uh! uh! uh! Io ho tanto dolore ch'io non credo poterlo dire.
DA.
Deh! tu mi pari un bambino! Che domine può egli essere?
NI.
Tu sai l'ordine dato, ed io, secondo quell'ordine, entrai in camera, e chetamente mi spogliai; ed in cambio di Pirro, che sopra el lettuccio s'era posto a dormire, non vi essendo lume, allato alla sposa mi coricai.
DA.
Orbè, che fu poi?
NI.
Uh! uh! uh! Accosta'migli.
Secondo l'usanza de' nuovi mariti, vollile porre le mani sopra il petto, ed ella, con la sua, me le prese, e non mi lasciò.
Vollila baciare, ed ella con l'altra mano mi spinse el viso indrieto.
Io me li volli gittare tutto addosso: ella mi porse un ginocchio, di qualità che la m'ha infranto una costola.
Quando io viddi che la forza non bastava, io mi volsi a' prieghi, e con dolce parole ed amorevole, pur sottovoce, che la non mi cognoscessi, la pregavo fussi contenta fare e piacer' miei, dicendoli: - Deh! anima mia dolce, perché mi strazii tu? Deh! ben mio, perché non mi concedi tu volentieri quello, che l'altre donne a' loro mariti volentieri concedano? - Uh! uh! uh!
DA.
Rasciùgati un poco gli occhi.
NI.
Io ho tanto dolore, ch'io non truovo luogo, né posso tenere le lacrime.
Io potetti cicalare: mai fece segno di volerme, nonché altro, parlare.
Ora, veduto questo, io mi volsi alle minacce, e cominciai a dirli villania, e che le farei, e che le direi.
Ben sai che, ad un tratto, ella raccolse le gambe, e tirommi una coppia di calci, che, se la coperta del letto non mi teneva, io sbalzavo nel mezzo dello spazzo.
DA.
Può egli essere?
NI.
E ben che può essere! Fatto questo, ella si volse bocconi, e stiacciossi col petto in su la coltrice, che tutte le manovelle dell'Opera non l'arebbono rivolta.
Io, veduto che forza, preghi e minacci non mi valevano, per disperato le volsi le stiene, e deliberai di lasciarla stare, pensando che verso el dì la fussi per mutare proposito.
DA.
Oh, come facesti bene! Tu dovevi, el primo tratto, pigliar cotesto partito, e, chi non voleva te, non voler lui!
NI.
Sta' saldo, la non è finita qui: or ne viene el bello.
Stando così tutto smarrito, cominciai, fra per il dolore e per lo affanno avuto, un poco a sonniferare.
Ben sai che, ad un tratto, io mi sento stoccheggiare un fianco, e darmi qua, sotto el codrione, cinque o sei colpi de' maladetti.
Io, così, fra il sonno, vi corsi subito con la mano, e trovai una cosa soda ed acuta, di modo che, tutto spaventato, mi gittai fuora del letto, ricordandomi di quello pugnale, che Clizia aveva il dì preso, per darmi con esso.
A questo romore, Pirro, che dormiva, si risentì; al quale io dissi, cacciato più dalla paura che dalla ragione, che corressi per uno lume, che costei era armata, per ammazzarci tutti a dua.
Pirro corse, e, tornato con il lume, in scambio di Clizia vedemo Siro, mio famiglio, ritto sopra il letto, tutto ignudo che per dispregio (uh! uh! uh! ) e' mi faceva bocchi (uh! uh! uh! ) e manichetto dietro.
DA.
Ah! ah! ah!
NI.
Ah! Damone, tu te ne ridi?
DA.
E' m'incresce assai di questo caso; nondimeno egli è impossibile non ridere.
DO.
[a parte] Io voglio andare a raguagliare di quello, che io ho udito, la padrona, acciò che se le raddoppino le risa.
NI.
Questo è il mal mio, che toccherà a ridersene a ciascuno, ed a me a piagnerne! E Pirro e Siro, alla mia presenzia, or si dicevano villania, or ridevano; dipoi, così vestiti a bardosso, se n'andorno, e credo che sieno iti a trovare le donne, e tutti debbono ridere.
E così ognuno rida, e Nicomaco pianga!
DA.
Io credo che tu creda che m'incresca di te e di me, che sono, per tuo amore, entrato in questo lecceto.
NI.
Che mi consigli ch'io faccia? Non mi abbandonare, per lo amor d'Iddio!
DA.
A me pare, che se altro di meglio non nasce, che tu ti rimetta tutto nelle mani di Sofronia tua, e dicale che, da ora innanzi, e di Clizia e di te faccia ciò che la vuole.
La doverrebbe anch'ella pensare all'onore tuo, perché, sendo suo marito, tu non puoi avere vergogna, che quella non ne participi.
- Ecco che la vien fuora.
Va', parlale, ed io n'andrò intanto in piazza ed in mercato, ad ascoltare, s'io sento cosa alcuna di questo caso, e ti verrò ricoprendo el più ch'io potrò.
NI.
Io te ne priego.
Scena terza
SOFRONIA, NICOMACO
SO.
[sola] Doria, mia serva, mi ha detto che Nicomaco è fuora, e che egli è una compassione a vederlo.
Io vorrei parlargli, per vedere quel ch'e' dice a me di questo nuovo caso.
Eccolo di qua.
[a Nicomaco] O Nicomaco!
NI.
Che vuoi?
SO.
Dove va' tu sì a buon'ora? Esci tu di casa sanza fare motto alla sposa? Hai tu saputo, come lo abbia fatto questa notte con Pirro?
NI.
Non so.
SO.
Chi lo sa, se tu non lo sai, che hai messo sottosopra Firenze, per fare questo parentado? Ora che gli è fatto, tu te ne mostri nuovo e malcontento!
NI.
Deh, lasciami stare! Non mi straziare!
SO.
Tu, se' quello che mi strazii, che, dove tu dovresti racconsolarmi, io ho da racconsolare te; e, quando tu gli aresti a provedere, e' tocca a me, che vedi ch'io porto loro queste uova.
NI.
Io crederrei che fussi bene che tu non volessi il giuoco di me affatto.
Bastiti averlo avuto tutto questo anno, e ieri e stanotte più che mai.
SO.
Io non lo volli mai, el giuoco di te; ma tu, sei quello che lo hai voluto di tutti noi altri, ed alla fine di te medesimo! Come non ti vergognavi tu, ad avere allevata in casa tua una fanciulla con tanta onestade, ed in quel modo che si allevano le fanciulle da bene, di volerla maritare poi ad uno famiglio cattivo e disutile, perché fussi contento che tu ti giacessi con lei? Credevi tu però avere a fare con ciechi o con gente che non sapessi interrompere le disonestà di questi tuoi disegni? Io confesso avere condotti tutti quelli inganni, che ti sono stati fatti, perché, a volerti fare ravvedere, non ci era altro modo, se non giugnerti in sul furto, con tanti testimonii, che tu te ne vergognassi, e dipoi la vergogna ti facessi fare quello, che non ti arebbe potuto fare fare niuna altra cosa.
Ora, la cosa è qui: se tu vorrai ritornare al segno, ed essere quel Nicomaco che tu eri da uno anno indrieto, tutti noi vi tornereno, e la cosa non si risaprà; e, quando la si risapessi, egli è usanza errare ed emendarsi.
NI.
Sofronia mia, fa' ciò che tu vuoi: io sono parato a non uscire fuora de' tua ordini, pure che la cosa non si risappia.
SO.
Se tu vuoi fare cotesto, ogni cosa è acconcio.
NI.
Clizia, dove è?
SO.
Manda'la, subito che si fu cenato iersera, vestita con panni di Siro, in uno monistero.
NI.
Cleandro, che dice?
SO.
È allegro che queste nozze sien guaste, ma egli è ben doloroso, che non vede come e' si possa avere Clizia.
NI.
Io lascio avere ora a te il pensiero delle cose di Cleandro; nondimeno, se non si sa chi costei è, non mi parrebbe da dargliene.
SO.
E' non pare anche a me; ma conviene differire il maritarla, tanto che si sappia di costei qualcosa, o che gli sia uscita questa fantasia; ed intanto si farà annullare il parentado di Pirro.
NI.
Governala come tu vuoi.
Io voglio andare in casa a riposarmi, che per la mala notte, ch'io ho avuta, io non mi reggo ritto, ed anche perché io veggo Cleandro ed Eustachio uscir fuora, con i quali io non mi voglio abboccare.
Parla con loro tu, di' la conclusione fatta da noi, e che basti loro avere vinto, e di questo caso più non me ne ragionino.
Scena quarta
CLEANDRO, SOFRONIA, EUSTACHIO
CLE.
Tu hai udito come el vecchio n'è ito chiuso in casa; e debbe averne tocco una rimesta da Sofronia.
E' par tutto umile! Accostianci a lei, per intendere la cosa.
Dio vi salvi, mia madre! Che dice Nicomaco?
SO.
È tutto scorbacchiato, il povero uomo! Pargli essere vituperato; hammi dato il foglio bianco, e vuole ch'io governi per lo avvenire a mio senno ogni cosa.
EU.
E' l'andrà bene! Io doverrò avere Clizia!
CLE.
Adagio un poco! E' non è boccone da te.
EU.
Oh, questa è bella! Ora, che io credetti avere vinto, ed io arò perduto, come Pirro?
SO.
Né tu, né Pirro l'avete avere, né tu, Cleandro, perché io voglio che la stia così.
CLE.
Fate almeno che la torni a casa, acciò ch'io non sia privo di vederla.
SO.
La vi tornerà, e non vi tornerà, come mi parrà.
Andianne noi a rassettare la casa; e tu, Cleandro, guarda, se tu vedi Damone, perché gli è bene parlargli, per rimanere come s'abbia a ricoprire il caso seguito.
CLE.
Io sono mal contento.
SO.
Tu ti contenterai un'altra volta.
Scena quinta
CLEANDRO, DAMONE
CLE.
Quando io credo essere navigato, e la Fortuna mi ripigne nel mezzo al mare e tra più turbide e tempestose onde! Io combattevo prima con lo amore di mio padre; ora combatto con la ambizione di mia madre.
A quello io ebbi per aiuto lei, a questo sono solo: tanto che io veggo meno lume in questo, che io non vedevo in quello.
Duolmi della mia male sorte, poiché io nacqui, per non avere mai bene e posso dire, da che questa fanciulla ci venne in casa, non avere cognosciuti altri diletti che di pensare a lei; dove sono sì radi stati e piaceri, che i giorni di quegli si annoverrebbono facilmente.
Ma chi veggo io venire verso me? È egli Damone? Egli è esso, ed è tutto allegro.
Che ci è, Damone, che novelle portate? Donde viene tanta allegrezza?
DA.
Né migliori novelle, né più felice, né che io portassi più volentieri potevo sentire!
CLE.
Che cosa è?
DA.
Il padre di Clizia vostra è venuto in questa terra, e chiamasi Ramondo, ed è gentiluomo napolitano, ed è ricchissimo, ed è solamente venuto, per ritrovare questa sua figliuola.
CLE.
Che ne sai tu?
DA.
Sòllo, ch'io gli ho parlato, ed ho inteso il tutto, e non c'è dubbio alcuno.
CLE.
Come sta la cosa? Io impazzo per la allegrezza.
DA.
Io voglio che voi la intendiate da lui.
Chiama fuora Nicomaco e Sofronia, tua madre.
CLE.
Sofronia! o Nicomaco! Venite da basso a Damone.
Scena sesta
NICOMACO, DAMONE, RAMONDO, SOFRONIA
NI.
Eccoci! Che buone novelle?
DA.
Dico che 'l padre di Clizia, chiamato Ramondo, gentiluomo napolitano, è in Firenze, per ritrovare quella, ed hogli parlato, e già l'ho disposto di darla per moglie a Cleandro, quando tu voglia.
NI.
Quando e' fia cotesto, io sono contentissimo.
Ma dove è egli?
DA.
Alla Corona, e gli ho detto ch'e' venga in qua.
Eccolo che viene.
Egli è quello che ha dirieto quelli servidori.
Faccianceli incontro.
NI.
Eccoci.
Dio vi salvi, uomo da bene!
DA.
Ramondo, questo è Nicomaco, e questa è la sua donna, ed hanno con tanto onore allevato la figliuola tua; e questo è il loro figliuolo, e sarà tuo genero, quando ti piaccia.
RA.
Voi siate tutti e ben trovati! E ringrazio Iddio, che mi ha fatto tanta grazia, che, avanti ch'io muoia, rivegga la figliuola mia, e possa ristorare questi gentiluomini, che l'hanno onorata.
Quanto al parentado, a me non può essere più grato, acciò che questa amicizia, fra noi per i meriti vostri cominciata, per il parentado si mantenga.
DA.
Andiamo dentro, dove da Ramondo tutto il caso intenderete appunto, e queste felice nozze ordinerete.
SO.
Andiamo.
E voi, spettatori, ve ne potrete andare a casa, perché, sanza uscir più fuora, si ordineranno le nuove nozze, le quali fieno femmine, e non maschie, come quelle di Nicomaco.
Canzona
Voi, che sì intente e quete,
anime belle, esemplo onesto umile,
mastro saggio e gentile
di nostra umana vita udito avete;
e per lui conoscete
qual cosa schifar dèsi, e qual seguire,
per salir dritti al cielo,
e sotto rado velo
più altre assai, ch'or fora lungo a dire:
di cui preghian tal frutto appo voi sia,
qual merta tanta vostra cortesia.
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