COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 43
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Ma dopo quanto m'ha detto, esse significano crudamente: «Vorrei passare con te qualche giorno.
Assecondami!...» ed ascoltarla...
io! Oh, via! Per chi mi prende? Poco fa ero già pentita del mio agire, ma ora lo trovo giustificato e ne ho piacere.
Tanto! (Molto commossa.)
ALBERTO (sorpreso, dopo un momento di sospensione).
Mi perdoni! So di averla offesa.
Darei la mia vita per asciugare quella lagrima!
MARIA Ebbene! Se vuole farò tuttavia uno sforzo e andrò a dire a Giulia che ho mentito.
(Vicinissima a lui.) Rinunzio anche al piacere di essermi vendicata delle sue offese.
Vedrà che riuscirò a farmi credere.
(Alberto accenna di no, che non lo crede.) Le dirò ch'è stata una mia fantasia di artista...
Chissà cosa ella si figura per fantasia di artista!
ALBERTO Non vada, Maria! (Attirandola a sé e guardandosi attorno con paura.) Io preferisco il suo amore...
MARIA (svincolandosi).
Mi lasci! Lo sappia! Io non amerò mai un uomo che non sia libero o che per me non si sia reso libero.
ALBERTO Oh, Maria! Io non posso abbandonare il mio figliuolo!
MARIA (ironicamente).
Ecco.
È giusto.
Il suo figliuolo! Non ci avevo pensato! Ebbene! Allora stia lontano da me! Ascolti! Nella mia vita attiva io non ho molto sognato l'amore, ma non lo ignoro tanto da non comprendere che quello che mi offre non è amore.
ALBERTO (con forza).
È amore.
Se non è amore un sentimento per cui forse vedrò rovinare la mia vita, la mia felicità, allora...
MARIA Non è amore, finché lei sa che la sua felicità non è affatto compromessa.
Di parole non mi accontento, io!
ALBERTO (con piú forza).
È amore.
Lo sento forse per la prima volta in vita mia.
È un misto di rispetto e di desiderio che mi confonde.
Lei sa, glielo ho già detto.
Nella mia vita sono passate parecchie figure di donna.
La sua...
Ah, come si distingue da tutte le altre! Non posso neppure concepire l'idea che ben presto debba rimanere privo di lei! (Con fuoco.) Lei calcola, lei ragiona...
Io sento solamente, e se mi oppongo, se resisto, è invano...
Io l'amo! Lei non mi ama!
MARIA (pacatamente).
S'inganna.
Ascolti! io l'amo.
(Alberto si avvicina.) Mi lasci! Non so, non arrivo a comprendere la ragione di questo amore.
Che una fanciulla come sono io giunga a confessarlo è tale prova di amore, quale non mi ebbi da lei finora.
Lo so da poco; lo compresi dalla collera che mi assalse un'ora fa nel vedere quante cure lei prodigava a Giulia...
in mia presenza.
Ma pur amando, io riconosco, purtroppo, che mai una donna fu piú volgarmente desiderata.
Sappia perciò che questa è la prima e l'ultima volta che sente da me una simile confessione.
D'ora in poi sul mio volto non vedrà che indifferenza.
È tanto ingiusto il sentimento che provo che mi sarà facile ben presto di soffocarlo e di sostituirlo con l'indifferenza anche nel cuore.
ALBERTO Ma che vuole che faccia? Mi comandi!
MARIA (in collera).
A me lo chiede? Io le ripeto che il suo modo di amarmi, che le sue parole mi offendono.
(Ironicamente.) Vuole amarmi fra le pareti domestiche ed allo stesso tempo tener delle prediche a sua moglie sul modo di allevare il figliuolo...
ALBERTO Oh, Maria! Se veramente mi amasse, parlerebbe altrimenti! Non merito tanta ironia!
MARIA Me lo dimostri!...
Vogliamo...
fuggire insieme? Vuole abbandonare tutto per me?...
No! (Pausa.) E allora mi lasci in pace e attenda alla sua famiglia.
ALBERTO (confuso).
Non ho detto di no...
MARIA (avviandosi).
Ma neppure di sí, mi pare...
ALBERTO Fra noi due...
chi ha maggior esperienza per l'età (esitante, cercando le parole)...
sono io.
Lasci, quindi, ch'io...
veda il bene di tutti e due.
MARIA (ironicamente)....
di tutti e due?
ALBERTO Di tutti e due, sí.
(Deciso.) Può esservi dubbio che per egoismo io rifiuti la felicità che mi offre? Io sono un uomo in età, ed una giovinetta bella, divina, che amo mi offre il suo amore.
Può esservi dubbio che per egoismo rifiuti? Impossibile! Dunque...
Ma potrà una tanto cara creatura accontentarsi della vita modesta che potrò offrirle? Ci ha pensato? Abituata com'è alla vita di artista, alle soddisfazioni dell'amor proprio, della vanità, dell'ambizione...
MARIA (sorridendo).
Oh, sí.
All'arte chi ci pensa piú? Desidero anzi di condurre una vita tutta diversa da quella menata fin qui...
ALBERTO Sarà una vita, naturalmente, molto modesta.
La mia proprietà appartiene, ben inteso, a Giulia ed a mio figlio.
(Maria assente.) Bisognerà vivere in qualche cantuccio della terra, molto lontano da qui...
in una casa un po' meno ricca di questa.
MARIA (con entusiasmo).
Piccola e povera, ma nostra.
La felicità mite e quieta di gente modesta...
ALBERTO Oh, sei divinamente bella cosí! Maria! (L'abbraccia, con violenza.) Un bacio! Maria!...
Un solo bacio!
MARIA (difendendosi debolmente).
No, no...
Laggiú nella nostra casa...
Ivi sarò tutta tua!...
ALBERTO (la bacia lungamente).
Come pegno...
MARIA Via! Alberto...
SCENA DODICESIMA
GIORGIO e DETTI
GIORGIO (dà un grido).
Ah!
MARIA (si svincola e si allontana lentamente).
ALBERTO Oh, Giorgio!
GIORGIO (ironicamente).
Scusino l'incomodo!...
(Via.)
MARIA Non c'è dubbio.
Quello lí è corso a raccontarlo a Giulia.
Mi dispiace per lei, per le scene che ne deriveranno...
ALBERTO (smaniando).
Oh, sí.
Anche a me dispiace per questo...
(Grida.) Giorgio! (Va alla porta.) Giorgio!
MARIA (osservandolo).
Ecco che l'entusiasmo è caduto e ben presto.
Badi ch'è sempre libero! Badi!...
Vedrà che riuscirà facilmente a calmare Giulia, anche se il professore ci ha già denunziati.
ALBERTO Oh, non è questo che m'importa! È lo scandalo! È Giulia.
Per piacere, Maria, mi lasci solo con mia moglie! Non vorrei che fra voi due vi fosse uno scambio di parole troppo dure.
(L'accompagna alla porta.
Ravvedendosi le bacia una mano prima di lasciarla.)
Maria via.
Entra Giulia.
GIULIA E Maria?...
È fuggita?
ALBERTO Non scene, Giulia, te ne prego!
GIULIA Chi ti dice che ne voglia fare? Maria avrebbe potuto rimanere...
L'avrei pregata pulitamente di andare a far all'amore con te fuori di casa mia.
Gliel'ho già detto...
(Grida.) Non voglio che insozzi questa casa! (Piú calma.) No, no.
Voglio mostrarti che sono calma e che quanto ancora ho da dirti, non è ispirato dall'ira.
Che Maria rimanga.
Può rimanere per questo poco di tempo.
Già so che tu saprai contenerti.
Però, in ogni caso, sappi che...
ti farò sorvegliare...
da tuo figlio.
Cosí su questo riguardo sono tranquilla.
Ti pare?
ALBERTO Ma Giulia, credi! Non è cosa sí grave che meriti il tuo risentimento!...
GIULIA Niente bugie, te ne prego! Posso disprezzare Maria, ritenere che sia stata fatta com'è dall'arte sua, non una ganza volgare, insomma, ma una donna passionale, trascinata dalle tue persuasioni, dal tuo amore.
Non si tratta di una inclinazione ideale, di quelle che...
una donna per bene saprebbe celare e combattere, né di una tresca futile che una donna onesta può scusare e fingere d'ignorare.
Si tratta di una concatenazione di ambedue i casi, e a me non resta che piegare la testa (con un singhiozzo represso)...
vinta.
Non mi sento abbassata affatto e nel mio dolore non vi è traccia di vanità e di amor proprio offeso.
E perciò che non tollero piú proteste, perché non so che farmene.
Da poco tempo so di essere stata tradita in modo sí grave, però mi è abbisognato ben poco tempo per decidere la via da seguire.
Rimango in questa casa per mio figlio, (vinta dalla commozione parla piú rapidamente) vivremo l'uno accanto all'altro come due fratelli...
due fratelli che non si amano.
(Si avvia.)
ALBERTO (vuole fermarla).
Giulia!
GIULIA (calmissima).
Di questo argomento, basta! Già non potresti dirmi nulla ch'io non sappia, a meno che non fossero delle bugie.
Dunque, basta! (Via.)
ALBERTO (si cela il volto e cade seduto).
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AMELIA Signore, la padrona l'avverte che il pranzo è in tavola.
CALA LA TELA
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
TARELLI e MARIA
MARIA (sta gettando della biancheria in una cassa e canta).
«Ed io lieto me ne vado al reggimento...
».
TARELLI (infastidito).
Te ne prego, non cantare! La tua voce e la tua gioia mi ricordano quella di uno stupido animale...
che non voglio precisare.
MARIA Grazie.
TARELLI Tanta gioia dopo l'insuccesso di ieri.
Sta bene non curarsi di questi cretini, ma in un'artista dovrebbe pur esserci un po' di dolore dopo un insuccesso.
MARIA E se nel mio cuore non c'è questo dolore, che farci? Il mio non sarà un cuore di artista...
TARELLI Oh, questa frase in bocca tua mi addolora anche piú del tuo canto e della tua falsa gioia.
Hai suonato tanto male ieri sera che in luogo dell'archetto pareva tu maneggiassi una scopa.
Quell'adagio poi! Ne accelerasti il tempo a tal segno! Non era un adagio quello! Era un cavallo ansioso di giungere alla sua stalla.
MARIA (allegramente).
Davvero? Cosí ad un tratto, ora suono tanto male?
TARELLI Con trascuratezza.
Lo riconobbe persino Maineri, il buon Maineri che di solito s'inginocchia davanti ad ogni tua nota.
"Ha poca voglia questa sera" mi disse.
Per me era troppo indulgente.
Io ero là là per dare il segnale dei fischi.
Oh, peggio ancora! Ti avrei bastonata! Pochi momenti prima il professore mi viene a dire di averti vista abbracciata al signor Alberto! Non credo che siano stati i miei rimproveri ad impedirti di suonar bene.
Temo tu abbia qualche altra preoccupazione.
Oh, Maria! È la prima volta, questa, in vita mia che anelo proprio di allontanarmi da un luogo! Chi me lo avrebbe mai detto che sarei fuggito in questo modo da una innocua e ridicola casa borghese come questa!
MARIA Povero zio mio!
TARELLI E attendo ancor sempre le spiegazioni promesse...
per calmare la mia collera...
Avevi da darmele al piú tardi entro la mattina? Hai cambiato parere?
MARIA No zio.
Mi permetti, però, di dartele...
in iscritto?
TARELLI Perché in iscritto?
MARIA Perché...
scrivendo si arrossisce meno.
TARELLI (minaccioso).
Ah, hai dunque da arrossire? Anche tu?
MARIA Sai che arrossisco facilmente.
Dici anch'io! Anzi, francamente, se qualcuno ha da arrossire sono io solo quella.
Egli, poveretto, è del tutto innocente.
Mi prometti di non dirgli manco una parola di rimprovero?
TARELLI Me lo hai già fatto promettere.
MARIA (che fin qui avrà sempre lavorato intorno al baule).
Intanto io ho terminato i miei preparativi per la partenza.
È la prima volta che faccio questo lavoro da sola e non lo trovo mica noioso! Ho pregato Amelia di occuparsi dei tuoi bauli.
Ora andrò nella mia camera a scriverti una lunga lunga lettera.
TARELLI Ma è ridicolo scrivere ad una persona con la quale ci si può intendere in breve a voce.
È tanto piú facile.
MARIA Piú facile, sí, ma solo in certi casi.
Insomma che tu lo voglia o no questa volta sarai obbligato di decifrare le mie zampe di mosca.
La prefazione soltanto vorrei fare a viva voce, perché non so maneggiare tanto bene la penna da esplicare certe cose in iscritto.
TARELLI Ebbene?
MARIA (gettandogli le braccia al collo).
Senti, zio, sei convinto che ti voglio bene? Qualunque cosa avessi da scriverti sapresti perdonarmelo subito, senza esitazione?
TARELLI Capirai, pazzerella, che la spiegazione non potrà mai farmi andare in collera piú del fatto stesso.
(Accarezzandola.) Ora anche senza i tuoi schiarimenti penso che sei molto, ma molto colpevole, eppure, come vedi non ti tengo il broncio.
(Dolcemente.)
MARIA Qualche volta quando le spiegazioni son date con tutta franchezza aggravano i fatti.
(E ridendo.) E vedrai come son franca io, quando scrivo.
TARELLI Ti diverti a tormentarmi facendo la sfinge.
MARIA Abbi pazienza, ancora per poco.
Volevo dirti, zio, che ti voglio molto, molto bene.
Tu mi hai fatto da padre e da madre.
Oh, non l'ho dimenticato, (ad un gesto di protesta di Tarelli) meglio ancora di quanto avrebbero potuto farlo essi stessi.
Sei tu che hai scoperto, o forse inventato il mio genio.
Che ne so io? Voglio anzi darti una prova del mio amore.
Figurati che nei miei sogni di fanciulla io previdi il momento in cui tu, troppo vecchio, non avresti piú potuto continuare questa vita.
Ebbene.
Fra i miei sogni e te non ho mai esitato.
Avrei abbandonato il violino per seguirti e menare con te una vita ritirata e tranquilla.
Non mi stai a sentire? Sono cose molto importanti quelle che ti dico e dovresti imprimerti nella memoria ogni mia singola parola.
TARELLI Sto a sentire, ma non vedo l'importanza dei tuoi discorsi.
Ho io mai dubitato del tuo affetto per me?
MARIA Eppure potresti dubitarne ed io non voglio.
Dunque, ammettiamo, ch'io dovessi cambiare condizione...
TARELLI Questo non ammetto.
MARIA Ammettilo solo per un istante, acciocché io possa parlare con piú facilità.
Ammesso, dunque, ch'io avessi a cambiar condizione anche allora, specialmente allora, ti vedrei tanto tanto volentieri accanto a me.
Capisci, mio buon zio? (Lo abbraccia commossa.)
TARELLI (riflettendo).
Non capisco.
MARIA (sorridendo).
E la prefazione è terminata.
Adesso lascia che vada a scrivere il volume.
TARELLI Potrò stare dietro alla tua sedia a leggere oltre alla tua spalla mentre scrivi? Cosí il mezzo di comunicazione sarebbe pur sempre piú rapido.
MARIA No, lasciami sola.
Fra due orette circa avrai la lettera.
Fino allora cercati una occupazione qualunque per passare il tempo.
TARELLI Ma che cosa ho da fare per due ore intere con questa agitazione nell'anima?
MARIA Va a passeggiare.
Eccoti cappello e bastone e va a passeggiare da buon figliuolo.
Addio, zio.
(Abbracciandolo e baciandolo lo accompagna alla porta e poi corre piangendo nella sua stanza.)
TARELLI (ritorna lentamente con cappello e bastone, pensieroso, irresoluto).
Passeggiare? (Lentamente va alla porta e guarda nella direzione donde è uscita Maria.)
SCENA SECONDA
CUPPI e DETTO
CUPPI Prego, signor Tarelli, si potrebbe parlare con la signorina Maria?
TARELLI Ah, il signor Cuppi! Pel momento mia nipote è occupata.
CUPPI Ciò m'incomoda...
mi dispiace molto.
TARELLI Perché?
CUPPI Perché...
avrei premura di prender congedo.
Vorrei salutarla.
TARELLI Partiamo appena questa sera...
CUPPI Sí.
Loro.
Ma non io...
Per un affare che mi è capitato...
inaspettatamente devo partire subito.
TARELLI Dunque fuorché agli artisti lei si dedica anche a qualche cos'altro in questo mondo?
CUPPI No.
Si tratta sempre di un affare...
artistico.
Senta quello che mi capita.
Per combinazione la Mara, la grande riformatrice del teatro moderno, recandosi a Genova, passa per una stazione a due ore da qui.
TARELLI Ebbene?
CUPPI Ebbene, al suo passaggio io devo assolutamente salutarla.
Capirà, son due anni che non ci vediamo.
A quella sosta farò io gli onori di casa...
o meglio gli onori di quella stazione.
Farò in modo che durante la fermata...
non le manchi nessuna comodità.
TARELLI Quanto tempo si ferma il treno?
CUPPI Quattro minuti e mezzo.
Causa le congiunzioni ferroviarie questo viaggio a me costa due giorni di tempo.
Se partissi domattina arriverei sul posto due minuti e mezzo dopo la partenza della Mara.
E, capirà, per quanto la differenza sia piccola...
Debbo quindi partire fra mezz'ora.
TARELLI Capisco, capisco.
M'interesserò io dei suoi saluti per Maria.
CUPPI Ma, scusi, non potrei parlarle, (imbarazzato) col suo permesso, un solo momento?
TARELLI Mi dispiace, ma non è possibile.
È occupata.
CUPPI È in quella stanza.
(Avviandosi.)
TARELLI (tagliandogli la via).
Scusi, mi dispiace, ma pel momento mia nipote è impedita.
CUPPI Ah, cosí (quasi piangendo) ma cosí io perdo il treno...
TARELLI Non le ho detto che m'incarico io di portarle i suoi saluti? Può andarsene liberamente.
CUPPI Non posso, perché alla signorina Maria ho da dire e da dare qualche cosa.
TARELLI Ebbene, dica e dia a me.
CUPPI (con rapida transazione).
Già fra lei e sua nipote non ci sono segreti, è vero?
TARELLI Si figuri!
CUPPI Ed anche se la signorina mi raccomandasse tanto e poi tanto di serbare il segreto, e di serbarlo proprio con lei, non è possibile che si tratti d'altro che di uno scherzo per cui non vale la pena ch'io perda l'occasione di salutare la Mara.
Lei già immaginerà di che si tratta?
TARELLI (agitatissimo, ma sorridendo).
Certamente, me lo immagino, certamente!
CUPPI Ecco, dunque, qui i due biglietti.
Mi sono costati esattamente l'importo consegnatomi dalla signorina.
TARELLI Ah, i due...
biglietti postali.
(Non avendoli ancora ben visti.)
CUPPI No.
Della "Florio Rubattino"...
da Genova a Buenos Aires...
TARELLI (cui manca il respiro).
Ah, sí, sí, i nostri due biglietti.
CUPPI (curioso).
Ma perché la signorina Maria desiderava che non dicessi niente particolarmente a lei dell'incarico che mi aveva affidato?
TARELLI Un suo capriccio...
CUPPI Sí, sí.
Da musicista, da artista...
TARELLI Già si sa come sono gli artisti...
CUPPI Lo so molto, troppo bene.
TARELLI (riavutosi del tutto).
Il fatto sta cosí.
Io voleva continuare il nostro giro in Italia, mentre Maria desiderava portarsi immediatamente in America.
Adesso, naturalmente, sono costretto di fare la sua volontà.
Me l'ha fatta...
quella furba.
CUPPI (ridendo di cuore).
Ah, ah, ah, bellissima...
proprio bella!
TARELLI Si, sí.
Bellissima.
Proprio bella.
CUPPI Io non ho piú che dieci minuti per prendere il treno.
Mi scusi con la signorina Maria.
Le chieda anche scusa se non ho potuto serbare il segreto confidatomi.
Acciocché non mi serbi rancore, faccia il suo volere, non la contrari, la conduca in America.
Me lo promette?
TARELLI Senz'altro.
Non dubiti.
CUPPI Prima di andarmene...
prima di partire...
debbo dirle ancora una cosa.
Io ho molta influenza sul pubblico di qui e l'assicuro, la impiegai tutta per far ottenere a sua nipote il migliore dei successi.
Se non serví non è stata mia la colpa.
Sua nipote dovrebbe anzitutto mettersi a suonare tutti altri autori.
Quelli tedeschi qui non piacciono...
TARELLI (conducendolo alla porta).
Sta bene...
ho capito.
CUPPI Non si gustano qui.
E poi sua nipote dovrebbe acquistare tutt'altra arcata...
TARELLI (spingendolo).
Sta bene, sta bene...
CUPPI Meno sdolcinata...
TARELLI (lo getta fuori).
Grazie! Addio!
CUPPI (mette la testa in scena).
Assicuri...
dica ai signori Galli...
TARELLI Va benone! Grazie!...
Addio! (Gli chiude la porta in faccia.)
SCENA TERZA
TARELLI e dietro le quinte MARIA
TARELLI (ritorna verso il proscenio coi biglietti in mano, ora guardando quelli, ora la stanza di Maria.
Poi mette i biglietti in tasca, va verso sinistra, apre la porta di Maria e guarda).
Hai ancora molto da scrivere?
MARIA Sí, zio, ancora per mezz'ora, circa.
TARELLI (ridendo rabbiosamente).
Un romanzo, dunque.
Un intiero romanzo.
(Chiude la porta a chiave ed intasca la chiave.) Scrivi con tutta calma, carina, abbiamo tempo.
SCENA QUARTA
GIORGIO e TARELLI
GIORGIO Oh, il signor Tarelli.
TARELLI (concitato).
Mi saprebbe dire dove posso trovare il suo degno cognato?
GIORGIO Degno? Non riconosco mio cognato neppure per prossimo.
TARELLI Ciò non mi concerne.
Dove posso trovare suo cognato?
GIORGIO A rischio che mi ritenga l'assassino di mio cognato, risponderò biblicamente: «Sono io forse il custode di mio cognato?».
TARELLI Ebbene.
Mi dirigerò direttamente alla signora Giulia.
Ella deve pur sapere dove si trovi suo marito.
GIORGIO Ma perché cerca mio cognato? Ha già mancato a qualche sua promessa? a qualche sua promessa verso di lei?
TARELLI (sorpreso si ferma).
A qualche promessa? (Concitato.) Mi vorrebbe spiegare questa sua frase?
GIORGIO Non posso spiegare nulla io.
Poteva darsi che mio cognato le avesse fatto delle promesse, e, visto che non è abituato a mantenerle, poteva darsi che avesse mancato anche verso di lei.
Ecco tutto.
Io cerco di spiegarmi la sua concitazione e niente piú.
Se non lo sa, l'avverto ch'è molto concitato.
TARELLI E ne ho le mie buone ragioni.
In questo istante ho appreso che suo cognato ha l'intenzione di fuggire con mia nipote.
GIORGIO Possibile?
TARELLI Non lo sapeva, dunque?
GIORGIO Io lo sapevo.
(Calmo.) E mi meraviglia come mai lei non lo avesse saputo.
TARELLI (ironicamente).
Cosí? Ah, lei credeva ch'io fossi perfettamente d'accordo di cedere mia nipote al suo signor cognato? Pare, al contrario, che voi siate tutti d'accordo in questo affare poco pulito.
GIORGIO (calmo).
Infatti siamo tutti d'accordo.
TARELLI Ed io che credevo di essere entrato in una casa onesta!
GIORGIO (c.s.) Mi creda, quando lei vi è entrato, questa casa era onesta.
Adesso dipende dal modo di giudicare le cose.
TARELLI E la signora Giulia?
GIORGIO Anch'ella lo sa, da mezz'ora soltanto, però.
Glielo dissi io stesso.
TARELLI E lei pure diede immediatamente il suo assenso?
GIORGIO Per essere sincero questo assenso non le venne chiesto.
Giulia però è una donna ragionevole.
Dal momento in cui apprese che suo marito faceva...
la corte a sua nipote, ella, risolutamente si levò l'amore dal cuore e non si curò piú che di assicurare l'avvenire al suo figliuolo.
Capirà.
si tratta della sua dignità.
In questa famiglia non si è abituati a domandare in carità neppure l'amore.
TARELLI A tutto ciò non ho niente a ridire e voialtri sarete completamente liberi di comportarvi come vorrete.
In quanto a me è un altro paio di maniche.
Non so ancora in qual modo, ma le garantisco che saprò impedire la fuga di mia nipote.
Se l'altro vuol fuggire che se ne vada con Dio.
GIORGIO E noi dal canto nostro staremo a veder perfettamente indifferenti ciò che farà mio cognato, sua nipote e lei stesso.
La sorte di mia sorella è decisa.
Il resto non mi preoccupa.
TARELLI Oh, agirà da solo.
Il ghiribizzo che evidentemente ha rannuvolato il cervello di mia nipote, fra poco sarà passato.
GIORGIO Sí, in alto mare, all'aria pura il cervello facilmente si snebbia.
TARELLI In alto mare? Né mia nipote né suo cognato vedranno mai il mare, se hanno da vederlo insieme.
Avrei fatto di lei un'artista, avrei faticato dieci anni per educarla, per poi consegnarla al primo imbecille cui piacessero i suoi begli occhi! Che il signor Alberto sia pronto di andare in America e anche piú lontano...
oh non ne dubito! Va da sé.
A lui l'avventura deve apparire carina!
GIORGIO Non tanto.
TARELLI Non capisco.
GIORGIO Ecco.
Mio cognato si trovava bene nella sua famiglia, e ci sarebbe rimasto ben volentieri, se la sua famiglia stessa non si fosse staccata da lui...
TARELLI Davvero?
GIORGIO Naturalmente.
Una donna che avesse avuto meno dignità di mia sorella, avrebbe potuto trattenere Alberto facilmente.
Ma gliel'ho già detto.
Nella nostra famiglia non si è usi a mendicare.
TARELLI Cosicché mia nipote avrebbe dovuto accontentarsi del rifiuto altrui?
GIORGIO Non dico questo, anzi mi consta che la signorina piaceva ad Alberto già prima di entrare in questa casa.
(Ridendo.) Il suo ideale sarebbe stato di tenere la signorina Maria come...
dama di compagnia di sua moglie.
TARELLI (alza la mano per batterlo).
GIORGIO (reagendo).
Olà!
TARELLI (avvilito).
Mi perdoni! È stato un movimento istintivo.
Le sue parole mi parvero sferzate e mi misi sulla difesa.
GIORGIO Le mie parole sono aspre, ma anche il fatto è ben aspro in se stesso.
Bisognava intenderci nel modo piú chiaro.
Con permesso.
(Avviandosi.) Vado a far un po' di compagnia alla mia povera sorella.
SCENA QUINTA
TARELLI e MARIA
TARELLI (rimane trasognato per qualche istante, poi deciso va alla porta di sinistra, la apre e chiama).
Maria!
MARIA (dall'interno).
Non ho ancora finito, zio.
TARELLI (gridando).
Non importa, cara; risparmiati la fatica di scrivermi cose che già conosco.
(Piccola pausa.
Maria entra.) Ecco qui i due biglietti acquistati da Cuppi per incarico tuo.
(Le consegna i biglietti.) Mi meraviglia (gridando) che non ti sia rivolta a me.
Ti avrei servita altrettanto bene.
(Siede.)
MARIA (intimidita).
Zio!
TARELLI Chi vuoi?
MARIA (pregando).
Zio mio!
TARELLI Me?! Io non sono tuo zio.
Sicuramente io non sono zio della ganza del signor Alberto.
MARIA Oh, zio! Una parola simile a me! Perdono il tuo dolore.
TARELLI Non ho dolori, io.
MARIA Ma non sei stato tu ad insegnarmi a pensare con la mia testa, senza pregiudizi, senza paure? Ed ora che si tratta di raggiungere la mia felicità, soltanto perché non curo il giudizio della gente, tu fai causa comune con essa e mi chiami una ganza.
Ebbene! Sia! Sarò la ganza del signor Alberto.
TARELLI Ed io (esitante) non ho detto altro, se non che lo sei già.
MARIA Ti sei ben ingannato! (Tarelli respira.) Noi faremo una famiglia onestamente borghese laggiú in America, una famiglia che per non essere stata consacrata né dal prete né dal codice non sarà perciò meno felice.
TARELLI Vi sarà una piccola contraddizione nella vostra famiglia.
Onestamente borghese! Borghese, sí, ve lo concedo.
Lui un bottegaio, quindi un borghese.
Tu una femmina innamorata di un bottegaio, quindi borghese.
Ma onestamente! I borghesi non fondano cosí le loro famiglie.
Scelgono le coppie, le uniscono, spesso per accomunare degli interessi, non si accontentano della legge civile, ma vogliono inoltre la garanzia della chiesa, e fanno camminare insieme i due sposi, consenzienti al legame che solidamente li lega.
Cosí si diventa solidamente borghesi.
La famiglia dev'essere stata fondata col consenso dei genitori, della legge e del prete.
Voi due vi legate insieme con un delitto.
(Maria protesta.) Un delitto verso una donna ed un fanciullo ed un delitto non può fare le veci delle benedizioni.
MARIA (freddamente).
Cosí dicono i preti.
TARELLI Oh, Maria! Dimentica per un poco tutto quanto ti ho detto nella mia vita, perché non una delle mie teorie si adatta alla situazione che vuoi prepararti.
Fin qui noi abbiamo corso il mondo, liberi, come gli uccelli dell'aria e indipendenti, senza obblighi né conseguenze.
Dal nostro punto vista potevamo guardare sorridendo i nostri simili che per sentirsi felici e sicuri non hanno soltanto bisogno di piume e di fiori, ma pure di catene.
Tu adesso vorresti vivere a modo loro.
In tal caso non è ai miei passati insegnamenti cui devi rivolgerti, bensí alle leggi borghesi; senza delle quali non vi è famiglia.
So bene come pervenisti alla determinazione di fuggire con quell'individuo.
Non è amore il tuo, no.
Come potresti sentirne per un simile animale?
MARIA (indignata).
Oh, zio!
TARELLI Un po' alla volta ti è piaciuta l'idea di avere anche tu una casa come questa, dei mobili come questi, della biancheria da riordinare, dei bambini da allevare.
Tutte le donne prima o poi hanno di queste nostalgie, ma nella tua mente di artista il capriccio passerà presto, e la casa ti sembrerà troppo ristretta, i bambini, se ne avrai, troppo stupidi, la biancheria un imbarazzo.
Come non intendi che tale vita non è fatta per te? Oh, io mi ci perdo!
MARIA So che questa vita non è fatta per me.
È con sacrificio ch'io l'offro ad Alberto, ma gliel'offro volentieri e lietamente, perché...
l'amo.
TARELLI (fosco).
Davvero? Ed è questa la ragione per cui, come già dissi, non sento piú di essere tuo zio.
MARIA Oh, zio mio, non dire cosí.
Vieni invece con noi! Io volevo proporti di seguirci.
Vuoi vedere la lettera? Essa ti spiega quanto sarebbero stati importanti laggiú per me...
la tua presenza, il tuo appoggio.
Tanto importanti da significare la legittimazione del nostro nodo.
TARELLI No.
No.
Giammai! Non vedi come mi offendi con tale proposta? Mi sento ad un tratto borghese anch'io da capo a piedi e la tua disonestà mi offende, mi nausea.
Oh, Maria! Come può esserti accaduto di amare un animalaccio simile, che te poi, in fondo, non ama.
MARIA Mi ama.
TARELLI (ridendo) Tu non conosci l'aspetto, il contegno di un uomo che ama.
Per quanto legato alla sua famiglia, l'uomo innamorato non aspetta di venir messo alla porta della sua casa, ma l'abbandona risoluto egli stesso.
Se questo Galli ti avesse amata, veramente amata, avrebbe sentito di essere capace di ammazzare moglie e figlio, e nemmeno allora ti avrebbe ancor meritata.
MARIA (ridendo).
Avrebbe dovuto anche suicidarsi e tu, naturalmente, saresti stato contento.
TARELLI Non ti ama.
Dopo averti avvilita col suo amore, ti abbandonerà; e tu dovrai ricorrere nuovamente all'arte, che allora ti volterà le spalle anch'essa, perché l'arte non è una mala femmina, cui basti un solo invito, perché si dia; bisogna accarezzarla ed amarla lungamente per averne i piú piccoli favori.
Tu avrai perduto quella serenità di coscienza e d'anima che rendevano tanto belle le tue interpretazioni; ed infine ti mancherà il mio appoggio, perché ciò mi darà semplicemente la morte.
MARIA Oh, zio!
TARELLI Dopo un disinganno simile non so come potrei continuare a vivere.
Non avrei piú scopo.
In te erano riposte le mie speranze, nel tuo avvenire l'ideale della mia vita.
Ciò che non era riuscito a me, vedevo riuscire in te, ed io stavo a guardare affascinato e beato l'opera mia, quasi che in essa la mia vita si ripetesse, ma in forma piú bella, oh, tanto piú bella! E adesso capita un bottegaio qualunque a rovesciare il mio superbo edifizio.
(Risoluto.) Ascolta, cara! Sei tu certa che, se la moglie di quel tuo Alberto facesse un cenno per richiamarlo, egli non si affretterebbe ad obbedire? E non ti lascierebbe partire per l'America sola?
MARIA T'inganni.
Vuoi leggere la lettera che mi scrive oggi, in cui mi comunica la sua risoluzione?
TARELLI Non leggo i manoscritti di quell'individuo.
E se li leggessi, per quanto ben scritti - il tuo Alberto deve anche avere una bella calligrafia - non mi commoverebbero.
Che ora era fissata per la fuga?
MARIA Io doveva partire sola per Brindisi da qui ad un'ora.
Egli sarebbe partito questa sera.
TARELLI Maria, per quanto ho fatto per te in questi ultimi dieci anni, vuoi accordarmi un piccolo, un ultimo favore? Dilaziona di qualche ora la tua partenza.
Partirai questa sera insieme con lui e che Dio vi accompagni! Questa sera, te lo prometto, non farò piú alcun tentativo per trattenerti.
Ma fino allora, promettimi, che non avrai alcuna comunicazione col tuo complice.
MARIA Complice?
TARELLI Chiamalo come vuoi...
Me lo prometti?
MARIA Te lo prometto.
Ma devi permettermi di avvertire Alberto.
TARELLI (dopo un istante di riflessione).
Non farlo, te ne prego.
Già per lui, non sarà che una bella sorpresa l'apprendere di dover fare con te anche il viaggio fino a Brindisi.
Devi promettermi di non mettere piede fuori di quella stanza prima di questa sera.
Sarà per te una seccatura, ma forse per me puoi sopportarla, vero?
MARIA Sí, zio mio.
Vedi che cerco in tutti i modi di renderti piú gradito il mio ricordo e di diminuire il rancore che, credo, mi serberai.
TARELLI A te rancore? Oh, no.
Ricordo, sí, come...
per una morta rapita improvvisamente.
Adesso va nella tua prigione, te ne prego!
MARIA (a Tarelli che suona il campanello).
Che fai?
TARELLI Chiamo la cameriera.
SCENA SESTA
AMELIA e DETTI
AMELIA Il signore desidera?
TARELLI Dica, per piacere, alla signora Giulia che per cosa di somma premura desidererei parlarle.
L'attendo qui, o se la signora lo desidera, verrò io di là nelle sue stanze.
AMELIA Subito, signore.
TARELLI (la trattiene).
Io parto oggi (le dà del denaro).
Mia nipote ed io siamo stati molto soddisfatti di lei.
AMELIA Grazie, signore.
Mi dispiace di non aver potuto dedicarmi esclusivamente al loro servizio, ma ho tanto da fare in questa casa.
TARELLI Non importa.
Adesso vada subito dalla signora Giulia.
AMELIA Immediatamente.
Grazie anche a lei, signorina.
Sono stati troppo buoni.
MARIA Povero zio! Mi dispiace veder che ti agiti tanto e...
inutilmente.
TARELLI A me non dispiace affatto.
Mi sarebbe spiaciuto invece di non poter fare alcun tentativo per trattenerti.
Almeno, non riuscendo, potrò sempre dare un po' di colpa a me stesso del tuo fallo, e ciò mi sarà un po' di conforto.
Mi bastonerò da solo non potendo bastonare altri.
Ma invece, se riuscissi nell'intento di far sí che il signor Alberto mancasse alla sua parola...
tu, ne soffriresti?
MARIA (dopo una breve esitazione).
No zio.
Mi consolerei all'idea che, anche una volta, avrò fatto il tuo volere.
TARELLI (le bacia le mani).
Grazie, grazie.
(L'accompagna alla porta e Maria esce.)
SCENA SETTIMA
GIULIA e TARELLI
GIULIA Mi ha fatto chiamare, signor Tarelli?
TARELLI Sí, signora.
Accadono delle cose molto strane in questa casa.
GIULIA Strane davvero.
Ma s'è per farmelo sapere, l'avverto che le conosco già.
TARELLI Lo so.
Anzi mi consta che le sapeva prima di me e non me ne disse nulla.
GIULIA Io a mia volta credeva che le sapesse e...
che fosse d'accordo.
TARELLI S'ingannava e...
mi offendeva.
Ma non gliene faccio carico non potendo esigere stima da chi non mi conosce.
Io, al contrario, credeva di conoscere lei, e mi sono ingannato.
Mi sono ingannato, sí, sul suo conto.
GIULIA Sentiamo che cosa credeva di me.
SCENA OTTAVA
GIORGIO e DETTI
TARELLI Io credeva anzitutto che lei amasse suo marito, e mi sono ingannato; poi credeva che lei amasse suo figlio e mi sono ingannato ancora.
Potrei sbagliare nel giudicarla in tal guisa, ma allora dovrei ricredermi su di un altro punto.
Io la riteneva intelligente, mentre ora mi avvedo che in una fase tanto importante della sua vita lei agisce precisamente da persona che...
non capisce niente.
GIULIA La prego di credere ch'io ho amato mio marito ed amo mio figlio.
Ne parli a mio marito ed egli le potrà levare ogni dubbio in proposito.
Mi creda piuttosto poco intelligente, lo preferisco, piuttosto che credermi poco amante.
Ma come, dica, avrei potuto agire diversamente? Che cosa potevo io in questa...
disgraziata faccenda? Non ho colpa alcuna, perché non ho fatto alcun male.
Ho assistito all'avvicendarsi di fatti imprevedibili ed ho creduto meglio di non dover intervenire.
GIORGIO Cosí la consigliai io stesso, e non mi parve di averla consigliata male.
TARELLI Oh, professore, lei qui? Ho tanto piacere di vederla, ma le sarei molto grato, se in questo colloquio lei non mettesse la sua parola.
E non si mettesse in lotta con me.
Io già conosco la sua opinione, la signora, pure, tant'è vero che tutte le assurdità commesse dalla signora Giulia, le furono suggerite da lei.
Dunque lasci ora ch'io esponga le mie idee.
La signora poi sceglierà fra i miei ed i suoi consigli.
GIORGIO Non riconosco di aver suggerito delle assurdità.
TARELLI Ma non è di ciò che dobbiamo discutere.
Non perdiamo tempo.
Io le chiedo soltanto di lasciarmi parlare.
Vuol lasciarmi parlare?
GIORGIO Parli pure.
TARELLI Anzi, a dire il vero, io mi sentirei meglio, se volesse lasciarci soli, perché a quattr'occhi ci si intende piú facilmente.
No? Rimanga, dunque.
Ma, non piú una parola da parte sua! (A Giulia.) Signora! Lei è responsabile di tutte le cose qui accadute che lei vuol far credere di deplorare.
Questo è ciò che voleva dirle.
GIORGIO Ma lei dice una sciocchezza! La colpa ricade su tutt'altre spalle!
TARELLI Lei mi ha promesso di tacere...
GIULIA Mi può spiegare in qual modo io mi sia caricata di una sí grave responsabilità?
TARELLI Lo ignora?
GIULIA Sí, lo ignoro.
E la scongiuro di spiegarmelo.
Mia la colpa? (Agitatissima.) Se colpa è quella di essere stata troppo ingenua e fidente, allora sono stata, sí, veramente colpevole.
Altra colpa in me non vedo...
TARELLI Eppure, ne sono certo, l'unica responsabile è lei.
GIULIA Ebbene si spieghi, dunque! Se lei saprà provare che in me ci sia anche una piccola colpa, andrò magari ad abbracciare Maria prima che parta, e mi congederò da Alberto chiedendogli scusa del male che gli ho fatto.
TARELLI Non questo le chiedo.
Chi ha fatto il male, ripari.
Non è stata lei a scacciare suo marito, perché un imbecille qualunque è corso a riferirle che Maria si era lasciata baciare...
una mano da lui?
GIORGIO Una mano? La faccia...
In bocca!...
TARELLI Lei ha promesso di stare zitto!
GIULIA Io non l'ho scacciato.
Gli ho detto soltanto che i nostri rapporti avrebbero cambiato natura.
Ci saremmo trattati come fratello e sorella.
Potevo agire altrimenti?
TARELLI E lei credeva di aver cosí rimediato a tutto e di aver vincolato a lei per sempre quel povero diavolo che avrebbe dovuto starle accanto in eterna ammirazione della sua dignità?
GIORGIO Non era compito di mia sorella di rimediare al male che avevano fatto gli altri.
Il suo compito si limitava a levarsi al piú presto da una posizione equivoca e penosa, punire in quanto stava nelle sue forze, chi aveva mancato ai suoi doveri; infine contenersi proprio come lei non vorrebbe: dignitosamente.
TARELLI Ed ora seguendo i suoi consigli la signora si trova coll'aver salvato la dignità e nient'altro.
Crede che le basti?
GIORGIO A mia sorella deve bastare.
TARELLI Ah, sí; deve bastarle, naturalmente, le basterà.
Ma dica, signora.
Non vede lei la diretta relazione che c'è fra le due determinazioni, quella, cioè, presa da lei verso suo marito, e quella presa da suo marito verso di lei?
GIULIA No, non la vedo.
Se mi avesse amata, se avesse amato mio figlio, avrebbe tentato di far dimenticare i suoi trascorsi e di riconquistare il mio affetto.
TARELLI Ciò sarebbe stato dignitoso.
Ma pare che a suo marito la dignità importi meno.
Signora, io non posso convincerla, Lei ha la testa piena di parole altrui.
Dignità...
amor proprio...
e che so io.
E le offuscano il buon senso, questo l'ho capito subito.
Se però suo marito al solo vederla si pentisse, cadesse ai suoi piedi, sarebbe pronta a perdonargli, definitivamente, stendendo un velo sul passato?
GIULIA Mi sarebbe difficile, ma perdonerei.
TARELLI Bene, professore, è d'accordo che, prima di dividersi, marito e moglie si rivedano ancora una volta?
GIORGIO Ha parlato forse con mio cognato per sapere con tanta sicurezza che al solo vederla egli cadrà ai suoi piedi?
TARELLI No.
Non ho parlato con lui, ma credo di conoscerlo meglio di voi tutti.
Ho insomma la convinzione che se gli fosse dato di parlare un'ultima volta con la signora, riconoscerebbe tutti i suoi torti e...
mia nipote potrebbe partire in pace.
Unica difficoltà che mi si presenta nel condurre a termine questa faccenda si è di far giungere marito e moglie a questo colloquio senza che da nessuna parte venga meno...
la dignità.
Vede, professore, che alla dignità ci penso anch'io.
GIORGIO Non sta dalla parte di Alberto la difficoltà, poiché egli aveva chiesto di salutare sua moglie prima di partire, e Giulia vi si era rifiutata, temendo di non saper contenersi a dovere.
Il difficile è di convincere Giulia...
TARELLI Me ne incarico io.
Lei vada a chiamare suo cognato.
Sa dove si trova?
GIORGIO Sí.
Che te ne pare, Giulia?
GIULIA Che venga.
Non sarò certo io che mi opporrò ad un tentativo che possa conservare il padre al mio figliuolo.
GIORGIO Sta bene.
Vado a chiamarlo.
Già al vostro colloquio sarò presente anch'io.
TARELLI D'accordo.
Li sorveglierà acciocché la dignità non soffra.
(Giorgio via.)
GIULIA La ringrazio di avermi fatto comprendere che il mio dovere è di sacrificarmi.
TARELLI Sacrificarsi? Io voglio che lei sia felice!
GIULIA Checché avvenga la mia felicità è distrutta per sempre...
da sua nipote.
TARELLI Da mia nipote? Pel momento non ho nessuna intenzione di difenderla, e capisco che mi sarebbe difficile.
Però lei s'inganna, signora.
Non so, se faccia bene o male ad aprirle gli occhi, ma conosco il cuore umano, per cui sono certo che il suo risentimento verso suo marito diminuirà, quando saprà che non è di Maria...
o meglio che non è solo di Maria che ha da temere.
GIULIA Cosa dice?
TARELLI Devo proprio io farle sapere che suo marito non le è stato fedele mai nel senso con cui lei intende la fedeltà.
Delle Marie, da quando Alberto è sposato, egli se l'è viste passare parecchie nella sua vita.
Tutta roba che gli serviva di svago, senza ch'egli vi desse mai troppa importanza.
Egli nemmeno credeva di mancare ai suoi doveri matrimoniali correndo dietro a qualunque gonnella che incontrasse nei suoi viaggi di affari.
Lo confidò egli stesso a Maria subito dopo il nostro arrivo qui.
Disgrazia volle che la gonnella incontrata in questo suo ultimo viaggio gli capitasse dritta dritta in casa.
GIULIA E crede lei che questo diminuirà il mio risentimento verso mio marito?
TARELLI Lei, signora, non ebbe mai alcun sospetto?
GIULIA Nessuno, in verità.
Ho sempre creduto ch'egli mi amasse quanto io l'amavo.
TARELLI Né s'ingannava, sicuramente.
Però mi figuravo che la pace fosse stabilita nella loro famiglia in tutto altro modo.
Pensavo ch'ella fosse edotta di tutte le teorie di suo marito e che chiudesse uno, anzi tutti due gli occhi.
(Gesto di protesta di Giulia.) "Beato lui e beata lei" pensavo.
Cosí dunque è fatta la maglia, che a chi non la conosce fa tanta paura.
La legge che la regola è rigida, ma i caratteri che la compongono hanno una dolcezza che può toglierle qualsiasi durezza.
Cosí, e soltanto cosí si può naturalmente vivere l'uno accanto all'altro, amichevolmente e anche affettuosamente.
Lei, signora, mi appariva quale l'immagine della purezza della famiglia, non solo, ma pure quale un'eroina nella dura lotta della vita.
Conoscendo il cuore umano, comprendevo che non tutto il suo compito fosse facile e piacevole.
A lei bastava, cosí mi sembrava, che il sacro suolo su cui ella moveva nella sua nobile attività restasse puro, incontaminato.
Perciò, io pensava, Ella non agiva contro le tendenze del signor Alberto.
Le bastava di sorvegliare ch'esse non si esplicassero in questo recinto...
Tutto era bello qui, infatti...
tranne, secondo me...
la cameriera.
GIULIA È un caso (con disprezzo) creda.
Se crede ch'io mi degni di considerare quale mia rivale una cameriera, s'inganna.
TARELLI Sí, lo so ora.
Mi sono ingannato.
Ma rivale? Chi dice rivale? Né secondo me né secondo suo marito lei non aveva rivali.
Le altre donne erano altre donne, non rivali.
Naturalmente, lei mi ha fatto ricredere, facendo procedere troppo oltre un'avventura, che si sarebbe risolta in limiti modesti.
Il fatto che suo marito nelle gioie di novelli amori non saprebbe rimpiangere la famiglia perduta, pare la consoli, la tranquillizzi, e suo fratello, poi, sembra piú che soddisfatto di avere la sorella vedova prima della morte del cognato.
SCENA NONA
GIORGIO e DETTI
GIORGIO Alberto ti attende in questa stanza.
Volle abbracciare Piero ed io gliel'ho accordato.
Non si poteva impedirglielo...
GIULIA (avviandosi lentamente).
No...
no.
GIORGIO Sii dignitosa, non dura.
Già vi dividete per sempre, non vi è piú scopo di litigare.
TARELLI Sente? Anche suo fratello le ripete i miei consigli.
Sia dolce e buona com'è stata tutta la sua vita.
GIULIA Mi proverò.
(Guarda nell'altra stanza.) Egli bacia Piero...
e piange...
TARELLI Poveretto! (Con simulata commozione.)
(Giulia via seguita da Giorgio.)
SCENA DECIMA
MARIA e TARELLI
MARIA (vestita per uscire).
Sai che non ti conoscevo come oratore? Hai convinto me pure...
TARELLI Davvero?
MARIA Senza averne alcun indizio ho capito ch'eri riuscito a convincere Giulia.
Poverina! Se ora Alberto non si lascia convertire con altrettanta facilità, ella resterà molto male.
TARELLI (inquieto guardando verso l'altra stanza).
Credi che Alberto resisterà?
MARIA Dopo i tuoi ragionamenti, ne dubito.
TARELLI (trionfante si allontana dalla porta).
Guarda, guarda, Maria...
MARIA (senza muoversi).
Che cosa ho da guardare?
TARELLI Hai piú fortuna che giudizio.
Sei libera! Si abbracciano.
MARIA (avvilita).
Tanto presto?
SCENA UNDICESIMA
GIORGIO e DETTI
GIORGIO Fate pure! Io non posso impedirvelo.
Oh, le donne, le donne!...
Questo ella chiama dignità.
(Maria si tira in disparte.)
TARELLI Che cosa le è accaduto, professore? Si sono ammazzati e di marito e moglie non rimangono piú che le code?
GIORGIO Ma che! Cominciarono col baciare ed abbracciare il figliolo e finirono col piangere ed abbracciarsi fra di loro, pacificati.
Senza dire una parola, senza porre alcuna condizione.
Facciano pure, ma io non rimetto piú piede in questa casa! (Via.)
TARELLI (a Maria).
Vedi che non abbiamo da sentire rimorsi, poiché a questa gente non abbiamo fatto che del bene...
Che te ne pare? Possiamo andarcene? (Le offre il braccio.) Diremo ad Amelia che c'invii i bauli con un servo alla stazione.
Io davvero non me la sento di andare a ringraziare per l'ospitalità ricevuta in questa casa.
Approfitteremo di questi due biglietti, giacché tanto ci tieni a vedere l'America.
Ma, aspetta.
Dobbiamo prima andare a salutare Maineri! Sai che neppur in questo luogo il tuo successo non è stato poi disprezzabile? Trovare una persona come Maineri, pronta ad abbandonare tutto e tutti per seguirci, perché egli dichiara che senza il tuo violino non può piú vivere, e vorrebbe accompagnarti attraverso il mondo, che ne dici, è mica poco?
MARIA Fa come vuoi.
TARELLI Ti rammarichi davvero che l'avventura debba finire cosí? Ah, non lo credo! Non capisci che non appena vorrai ricominciarla potrai farlo sotto auspici piú favorevoli.
Anzitutto tu non avrai bisogno di abbandonare l'arte per maritarti.
Sposerai un girovago come te.
Moglie, marito e buoi dei paesi tuoi! Compreremo un casotto ambulante e cosí avrai anche la tua casa...
MARIA Non scherzare, te ne prego! Non scherzare per giunta!
TARELLI Allora presto presto andiamocene! Quando non vuoi scherzare c'è sempre da aver paura...
MARIA No, cosí non parto.
Voglio salutare...
TARELLI (spaventato).
Chi?
MARIA Giulia.
TARELLI L'idea non mi dispiace.
(Va alla porta.) Signora Giulia, scusi, un momento solo!
SCENA DODICESIMA
GIULIA e DETTI
TARELLI Prima di partire vorrei ringraziarla per l'ospitalità accordataci.
MARIA Giulia, vorrei salutarti anch'io...
Sii felice! Io non ti ho mai voluto male! È stata una cosa che mi è capitata senza che lo volessi o ne dubitassi...
Davvero che ancora non so spiegarmela, ma so di certo che non ho mai avuto l'idea di farti del male, e, lo comprendo ora, non mi sarei mai rassegnata ad essere odiata da te.
Vedi? La danneggiata, chi ne soffre son io, perché nasconderlo? Non lo ha voluto, altrimenti sarei partita con lui...
È meglio cosí.
Anzi, la mia scappata non può che lusingarti.
Lo amavo e perché? Perché volevo la tua casa, la tua felicità, tuo marito, e sognavo di divenire buona e dolce come sei tu.
Già non mi sarebbe riuscito, lo riconosco! Io al tuo posto, vedendo la mia felicità minacciata, avrei ammazzato lui, la sua complice e me.
(Agitatissima.
Piú dolcemente.) Sii buona fino in fondo e...
dammi la mano! Perché avremmo a dividerci cosí? È probabilmente l'ultima volta che ci vediamo!
CALA LA TELA
Inferiorità
PERSONAGGI
ALFREDO PICCHI
GIOVANNI, il suo domestico
Conte ALBERIGHI
Barone SQUATTI
Stanza riccamente arredata nella villa di Alfredo Picchi.
Due porte di fondo.
Quella a destra rappresenta l'uscita; l'altra è la porta della stanza da letto di Alfredo.
A destra dello spettatore c'è la porta della stanza di Giovanni.
Tavolo in mezzo e varie ottomane e sedie.
Sul tavolo una boccia d'acqua e dei bicchieri.
Sono le ventiquattro e oltre.
SCENA PRIMA
GIOVANNI, uomo robusto di circa 30 anni, sdraiato su di un'ottomana, dorme.
Suono di campanello.
Giovanni, destato, si leva di malumore.
GIOVANNI Diamine! Le ventiquattro suonate.
(Va ad aprire.)
SCENA SECONDA
Entrano il barone SQUATTI e il conte ALBERIGHI.
Ambedue in marsina e soprabito.
Il primo di circa 40 anni, tozzo e panciuto, apparisce alquanto preso dal vino; il secondo di circa 25 anni, sportsman agile e forte.
GIOVANNI (con sorpresa attenuata dal rispetto).
Lor signori!? Il mio padrone...
ALBERIGHI Lo sappiamo.
Non c'è.
Siamo stati con lui fino a poco fa.
Veniamo a far visita proprio a te.
Ci offrirai almeno da sedere? (Si getta sull'ottomana piú vicina intanto che Giovanni ne offre un'altra al barone Squatti.)
SQUATTI (ridendo).
Non hai nulla da offrirci?
ALBERIGHI Lascia stare.
Hai bevuto abbastanza.
SQUATTI Ma perché? Vediamo quello che Alfredo beve in casa sua.
GIOVANNI (risoluto).
Sono certo che il signor Picchi non avrebbe nulla in contrario che io offra loro - se loro aggrada - un certo liquore ch'egli predilige.
Francese,...
credo.
Buonissimo, sanno.
SQUATTI (lieto e sorridente).
Ben risposto, ben risposto.
Vediamo, dunque, questo liquore prelibato che, a quanto pare, tu conosci tanto bene.
GIOVANNI (serio).
Il mio padrone mi permette spesso di prenderne.
(Esce dalla porta di fondo a sinistra dello spettatore.)
SCENA TERZA
SQUATTI e ALBERIGHI
SQUATTI Mi pare che sei bene avviato a perdere la tua scommessa.
ALBERIGHI Farò del mio meglio per guadagnarla.
Hai visto? Che vigliacco! Impallidí quando gliela proposi.
Peccato che non ci pensai subito.
Avrei potuto assaltarlo sulle scale dell'albergo.
Non avrebbe chiamato.
Dev'essere di quelli che perdono la parola.
(Spazientito.) Intanto con la tua sete eterna mi fai perdere tempo.
SQUATTI Come sei poco furbo! Già, voi uomini furbi siete sempre...
poco furbi.
Se bevo io, troverò il modo di far bere anche lui.
È la via piú facile per farti raggiungere il tuo scopo.
SCENA QUARTA
GIOVANNI e DETTI
GIOVANNI (apporta su di un vassoio una bottiglia e due bicchierini).
Eccoli serviti.
SQUATTI (riempiendo subito un bicchierino).
Oh! vediamo! (Sorseggiando il liquore.) Non c'è mica male! Chi l'ha pagato non ci bada alla spesa! (Si versa un secondo bicchierino.) Vivifica le piú intime fibre.
(Con invidia ingenua.) Canaglia di Alfredo! Ed io che credevo non sapesse vivere.
GIOVANNI (sorridendo con compiacenza e versando ad Alberighi).
Squisito eh? Io vengo dal paese dove si distilla piú che in tutta Italia, ma una cosa cosí...
cosí profumata...
lievemente...
non gustai giammai.
ALBERIGHI E il bicchierino per te?
GIOVANNI No! Io non posso prendere di questo liquore che quando il mio padrone me l'offre.
ALBERIGHI E allora berrai del mio.
GIOVANNI (esita, poi accetta).
Non credo di poter rifiutare.
Alla loro salute! (Beve.)
ALBERIGHI (vuole versargliene ancora).
Quello era il mio bicchierino! Eccoti il tuo!
GIOVANNI (deciso).
No! Grazie! La prego di voler dispensarmene.
ALBERIGHI (lo guarda dubbioso, poi s'adatta).
Sta bene! (Ripone la bottiglia.) Mi pare sia meglio che il contratto che ho da proporti sia fatto a mente serena.
Ho scommesso col tuo padrone...
Gli vuoi molto bene tu al tuo padrone?
GIOVANNI (un istante indeciso).
Bene? Sí...
gli sono affezionato.
Immagini! Ero quasi un ragazzo...
sí...
un giovanotto quando venni a servirlo; ed ecco che ora sono con lui da otto anni.
ALBERIGHI Insomma gli vuoi tanto bene che non t'importerebbe affatto se egli dovesse perdere una scommessa?
GIOVANNI (alzando le spalle).
No! Non m'importerebbe affatto! Ha tanti denari che in fondo non gliene importerebbe niente neppure a lui.
ALBERIGHI E allora andremo facilmente d'accordo.
Si tratta di cosa che ci darà argomento a ridere per degli anni.
GIOVANNI (già ridendo).
Se si tratta di ridere io sono pronto.
(Un po' melenso.) Io ho già fatto ridere anche al mio paese.
Ho collaborato ad una burla bellissima.
(Ridendo fortemente al ricordo.) Oh! Bellissima! C'era il vecchio Mari che aveva una casa.
Lui era un avaraccio famigerato e tutti sapevano che la casa non era stata assicurata.
Per burla, una sera, d'accordo con altri, andai ad avvisarlo che la sua casa ardeva.
Egli si trovava su un podere, lontano parecchi chilometri, ove sorvegliava la mietitura.
Vederlo correre! (Soffocando dal ridere.) Lui che era abituato a non muoversi che nella sua carrettina! Non me la perdonò piú! Aveva ragione.
Avrei fatto lo stesso anch'io.
Tanto piú che alcuni giorni piú tardi la casa pigliò fuoco per davvero! (Sorpresa di Alberighi mentre Giovanni continua a ridere.) In fondo i burlati eravamo stati noi perché chi poteva immaginare che, svegliato dalla nostra burla, il fuoco avrebbe fatto sul serio! (Facendosi serio.) Si figuri che poi io ebbi delle seccature perché il vecchio Mari m'accusò senz'altro di aver io accesa la casa.
La mia innocenza fu subito riconosciuta ma ancora adesso in paese si sospetta di certo Burrini che aveva organizzata la burla con me.
Io non lo credo, sa, ma pure il contegno di questo Burrini fu molto sospetto.
Ci fu un'inchiesta dalla quale egli uscí netto proprio perché si capí che non c'era stato per lui alcun movente di fare una cosa simile.
Né io lo credo, sa.
ALBERIGHI Dicesti invece che lo credevi!
GIOVANNI (cauto).
Son cose che non bisogna dire.
(Con forza.) Io non lo credo.
Ma è strano che dinanzi alla casa incendiata udii io stesso, con queste mie proprie orecchie, mormorare il Burrini: "Che bella burla!".
ALBERIGHI (ridendo).
Io non voglio di queste burle.
Si tratta di meno, di molto meno.
GIOVANNI E allora mi dica quello che ho da fare.
SQUATTI (versandosi ancora da bere).
Si tratta di prendere il proprietario di questo buon liquore per il collo...
e strangolarlo.
(Beve mentre Giovanni lo guarda non comprendendo.)
ALBERIGHI Non dargli bada.
(Con gesto espressivo.)
SQUATTI Io scherzo.
Si tratta bensí di prenderlo per il collo, ma con una certa delicatezza, badando di non stringere troppo.
(Alberighi guarda fiso Giovanni per indovinare la sua impressione.)
GIOVANNI Prendere per il collo il mio padrone? Io, prendere per il collo il mio padrone?
SQUATTI Hai paura?
GIOVANNI (alza le spalle).
Paura? Vorrei vedere chi avrebbe il coraggio di prendere per il collo il mio padrone in mia presenza.
(Agitato e iracondo.) Mi meraviglia...
(Poi si doma.) Oh, ma loro scherzano.
ALBERIGHI Si tratta infatti di uno scherzo.
(Giovanni respira.) Ed è per organizzare questo scherzo che siamo qui da te.
Senti! Questa sera a cena si scoperse che nel portafogli del tuo padrone c'erano ventimila lire.
GIOVANNI (ammirato).
Ventimila lire?
SQUATTI Belle da vedersi.
Una confusione! Pezzi da cinque e da dieci lire in mezzo a banconote da mille.
GIOVANNI (c.s.) Oh! lui è molto ricco! Solo mi pare una grande imprudenza di portare attorno con sé tanto denaro.
ALBERIGHI È quello che gli dissi anch'io.
GIOVANNI Curioso abbia fatto vedere quel denaro, lui tanto prudente.
SQUATTI Gli trassi dalla tasca il portafogli senza ch'egli se ne avvedesse ed ebbi tutto l'agio di contare il denaro.
ALBERIGHI Eravamo in compagnia di gentiluomini...
GIOVANNI Gentiluomini...
sí...
ma ventimila lire!
ALBERIGHI Lasciamo stare! Insomma di parola in parola arrivai a dirgli che un uomo come il tuo padrone, notoriamente poco coraggioso, non avrebbe dovuto portare con sé tanto denaro.
Egli, che aveva bevuto parecchio vino e lo chiamava coraggio, diceva che avrebbe saputo difendere il suo denaro quanto io il mio.
Cosí si giunse alla scommessa.
GIOVANNI (ridendo).
Lei scommise insomma di portargli via il portafogli?
ALBERIGHI Sí! Entro questa notte.
Ed ho contato su te...
GIOVANNI (protesta).
Mi dispiace.
Ma io non mi metterei mai in un simile affare.
Delle burle, sí, ma non di quelle che finiscono al cellulare.
SQUATTI Cellulare? Zotico che sei! Come vuoi finire al cellulare avendo da fare con noi?
ALBERIGHI Sta zitto, tu! Senti, Giovanni! È vero che tu aspetti di raggranellare cinquemila franchi per lasciare il tuo padrone ed aprire un'osteria al tuo paese natio?
GIOVANNI Come lo sa lei?
ALBERIGHI Me l'ha raccontato il tuo padrone.
E so anche che finora hai tremilacinquecento franchi e che il saldo si fa aspettare.
GIOVANNI Sí! Tremilacinquecento! Un po' di piú, anzi.
ALBERIGHI (con un sorriso).
Lasciamo stare le frazioni.
So anche che il tuo padrone era una volta piú generoso con te.
Sapendo che aspetti di avere quel gruzzoletto per abbandonarlo e sposare quella tua cugina Maria, egli ritarda come può il momento di perderti.
GIOVANNI (lascia trapelare amor proprio lusingato e rimpianto).
Sí! Egli ci tiene molto ai miei servigi ed io ho avuto torto di fargli conoscere le mie intenzioni.
Non si è mai abbastanza attenti alla propria lingua.
Tuttavia guadagno ancora abbastanza bene.
Una volta, quando mi obbligava di dormir vestito nel suo stanzino da bagno per avermi pronto e vicino, mi dava dieci lire.
Ora invece me ne dà cinque soltanto.
ALBERIGHI (ridendo).
Son questi i tuoi proventi straordinari?
GIOVANNI Eh! Non bisogna riderne! Egli dice che soffre di nervi! Io, appena venuto ne ridevo e pensavo si trattasse di paura, quella vera, quella grande paura degli uomini e degli spiriti, di tutto insomma.
Ma qualche sera egli arriva in casa assolutamente privo di paura.
Gliel'assicuro! Io che dormirei volentieri ogni notte in quel camerino, cerco di spaventarlo.
Minaccia un temporale! La notte è oscura come una cantina! No! Mi tocca andare a letto senza i cinque franchi.
Altre volte, invece, fa una bella notte lunare e devo non soltanto dormire vestito nel camerino ma chiudere porte e imposte sotto la sua sorveglianza.
ALBERIGHI E quanti denari ti occorrono per lasciare questo servizio tanto bene retribuito? Per sposarti, cioè, e mettere su l'osteria?
GIOVANNI Cinquemilacinquecento franchi almeno.
Spero di averne anche di piú, perché verrà il momento - quando il gruzzoletto sarà abbastanza forte - in cui potrò imporre la mia volontà al signor Alfredo e dirgli: «O mi dà dieci franchi o non dormo nel camerino...
e vestito.»
ALBERIGHI Insomma, a conti fatti, a te occorrerebbero altri duemila franchi e sei libero.
Ebbene! Io te li do se tu, entro questa notte, mi consegni il portafogli del tuo padrone.
Domani tu ritorni al tuo paese e sposi tua cugina.
GIOVANNI (a bocca aperta).
Ella scherza.
ALBERIGHI Ecco qui il mio impegno in iscritto.
Matita, ti basta?
GIOVANNI Se Ella vuole, c'è anche la penna.
Per me basta la matita, anzi mi basta la sua parola...
(Guarda con intensa attenzione quello che Alberighi scrive.)
ALBERIGHI Ecco qui.
(Legge.) Buono per franchi duemila da pagarsi verso consegna del portafogli del signor Alfredo Picchi contenente ventimila franchi.
GIOVANNI (guardando estatico il foglietto di carta).
A me pare d'impazzire! (Legge e rilegge.) E se il signor Picchi ha speso nel frattempo il suo denaro?
ALBERIGHI Un avaraccio simile vuoi che spenda tanto percorrendo di notte la via dal club a casa? Se mancherà una piccola parte...
GIOVANNI Ma se fosse stato derubato nel frattempo dell'intero portafogli?
SQUATTI (tenendosi la pancia dal ridere).
Neppure di questo v'è pericolo.
ALBERIGHI Abbiamo saputo che subito dopo fatta la scommessa il tuo padrone aveva trovata la via al telefono e s'era procurata la protezione di un questurino per farsi accompagnare a casa.
Ero là là per disdire la scommessa, quando mi venne l'idea di farmi aiutare da te.
Non farà mica dormire con lui il questurino.
GIOVANNI (esitante).
Ma io non posso sapere quanto denaro ci sia nel portafogli del mio padrone.
Non posso mica garantire che vi sieno ventimila franchi.
ALBERIGHI Io non pretendo neppure un tanto.
GIOVANNI (c.s.) E allora perché scriverlo qui?
ALBERIGHI Hai ragione! Cancelliamo! (Prende il biglietto di Giovanni, cancella e glielo restituisce.)
GIOVANNI (guarda attentamente il biglietto e lo ripone; dopo un tempo).
E quei ventimila franchi che io ho da consegnarle, cioè i diciottomila, perché duemila ne ricevo io...
ALBERIGHI Quel denaro va tutto restituito al suo legittimo proprietario.
Che diavolo! Altrimenti sí che si potrebbe finire al cellulare.
SQUATTI Non rubiamo mica noi.
ALBERIGHI Trattengo, come stabilito, l'importo della scommessa e domattina gli restituisco il saldo.
GIOVANNI (curioso e esitante).
Quanto?
ALBERIGHI L'importo della scommessa è di duemila franchi.
GIOVANNI (sorridendo e fingendo dispiacere).
Cosí che tutto finisce in tasca mia?
ALBERIGHI Capirai che per me non è quistione di danaro.
GIOVANNI Eh! lo so! Eppoi son io che faccio tutto.
Neppur io ci baderei al denaro se non ci fosse la mia sposa.
SQUATTI (a mezza voce).
E l'osteria.
GIOVANNI (interdetto).
L'osteria? Ma quella, anche quella, vien messa su per poter vivere.
Non mi sposo mica per andare poi per il mondo a fare il servitore.
ALBERIGHI (a Squatti).
Vuoi star zitto tu.
Non dargli bada.
Non capisce niente.
GIOVANNI (verso Squatti).
Per ora, certo, il denaro rappresenta per me tutto.
Quando ne avrò anch'io, allora sarà un'altra cosa.
(Ad Alberighi, deciso.) Io non posso rifiutare la sua proposta.
Io l'accetto.
Sí! In verità, l'accetto.
E di qui a pochi giorni lascio il mio padrone e me ne vado (cantando) al mio paese.
Oh! scusino.
ALBERIGHI Accomodati! Mi fa piacere di vederti tanto lieto.
Adesso bisogna mettersi d'accordo sul modo di procedere.
GIOVANNI È semplice! Quando il mio padrone si sarà addormentato - e lo saprò, perché russa che la casa ne trema -...
ALBERIGHI Aspetta perché la scommessa prevede tutt'altra cosa: Il portafogli non dev'essere né strappato con la violenza né sottratto con l'astuzia.
Egli deve consegnarlo per paura.
Tu devi prendere il tuo padrone per il collo e con la minaccia di violenze maggiori devi costringerlo a consegnarti il portafogli.
GIOVANNI (allibito).
Questo volete da me? Finora non lo diceste.
ALBERIGHI Era questo il momento di dirtelo.
GIOVANNI Ma io questo non faccio.
Non posso farlo.
(Avvilito.)
ALBERIGHI (spazientito).
E allora sia come non detto.
Quanto fiato sprecato! (Si leva.)
GIOVANNI Non si adiri, signor conte! Io non posso fare una cosa simile.
Lo comprende anche lei! Mi dispiace tanto...
oh! tanto! Quel denaro ch'Ella m'offriva era per me la ricchezza, la felicità...
(Quasi piangendo.) Già, io non ho mai avuto fortuna!
SQUATTI Hai paura?
GIOVANNI Non credo si chiami paura questa.
Io farei quello ch'Ella mi propone con qualunque...
(ripete guardando Squatti) con qualunque ma non col mio padrone.
Sono da otto anni con lui...
ALBERIGHI Senti, Giovanni.
Ti pare troppo piccolo il premio?
GIOVANNI (quasi spaventato).
No! No! Non si tratta di questo.
ALBERIGHI Dammi il mio bigliettino.
GIOVANNI (eseguisce in fretta).
Eccolo! Eccolo!
ALBERIGHI Ecco! Anziché duemila mettiamo duemilacinquecento.
(Scrive.) Ti va meglio cosí?
GIOVANNI Duemilacinquecento...
(Riluttante.) Ma prendere il padrone per il...
ALBERIGHI Ebbene! Lasciamo via quel gesto che ti offende.
Ti propongo di fare la cosa piú semplicemente.
(Leva dalla tasca un revolver.) Basta questo, ne son sicuro.
Alzi il revolver, gridando: «Il portafogli o sparo!».
Hai pratica di tali armi?
GIOVANNI (guardando il revolver con piacere).
Altro che pratica! Sono stato di cavalleria, io.
Questa è una Browning! Finissima! (Fa scattare la molla di sicurezza.)
SQUATTI Lascia la molla al suo posto.
GIOVANNI In mano mia non c'è pericolo.
(Rimette la molla a posto) Ebbene! (Passa il revolver da una mano all'altra quasi pesandolo.) Mi pare tuttavia che con questo qui la cosa sarebbe piú facile.
ALBERIGHI Allora l'affare è conchiuso.
Eccoti qui l'equivalente di duemilacinquecento franchi.
Lascio duemilacinquecento ad onta ch'eseguito cosí, l'atto non può costarti tanta fatica.
O vuoi regalarmi quei cinquecento franchi?
GIOVANNI (ridendo di cuore e intascando con un po' di fretta il bigliettino).
Quando il povero regala al ricco, il diavolo ride.
Farò cosí! Ammettiamo che il padrone sia là accanto alla porta.
Io alzerò il revolver (eseguisce) e dirò: «Signor padrone! Mi dia il suo portafogli!».
ALBERIGHI Ma che padrone e che signore! Quasi t'inchini! Sarebbe il vero modo di farti prendere a calci.
Intanto devi dargli del tu.
Ecco: «Dammi il portafogli! Fuori il portafogli, canaglia, o sparo!».
GIOVANNI (riluttante).
Canaglia? Occorre dire cosí?
ALBERIGHI Sei libero nella scelta: Canaglia, manigoldo, vigliacco od altra espressione equivalente.
GIOVANNI (imita).
Dammi il portafogli, canaglia, (con sforzo) fuori il portafogli, canaglia (c.s.) O sparo!
ALBERIGHI Non va bene ancora! Protenditi di piú in avanti come se stessi per saltargli addosso.
Cosí! Il revolver deve essere puntato sui suoi occhi perché sappia e veda che se il colpo parte egli ne sarà colpito.
Cosí! Adesso parti di nuovo dalla posizione di attenti e tenta di cogliere subito l'atteggiamento voluto di grande minaccia.
GIOVANNI (riprova un po' meglio).
Dammi il portafogli, fuori il portafogli o sparo!
ALBERIGHI (non molto contento).
Bisognerà contentarsi.
Forse per Alfredo basterà.
Se minacci me a questo modo, ti salto addosso.
GIOVANNI (Punto).
Oh, non creda, signor conte.
Quando faccio sul serio riesco meglio.
A me riesce difficile di simulare.
ALBERIGHI Ma qui non avrai da fare sul serio, avrai sempre da simulare e bisognerà simulare - come dire - sul serio.
GIOVANNI Ma se ad onta di tutto ciò il padrone resiste?
ALBERIGHI Allora non c'è rimedio; devi prenderlo per il collo.
GIOVANNI (pensieroso).
Questo mi sarà molto difficile.
ALBERIGHI E dunque fa che la minaccia col revolver sia efficace.
Deve bastare.
(Con improvvisa ispirazione.) Guarda! (Prende il revolver e minaccia Squatti.) Fuori il portafogli, imbecille che non sei altro!
SQUATTI (spaventatissimo si mette una mano davanti agli occhi).
Alberighi! Via! Non scherzare!
ALBERIGHI (gli va quasi addosso minacciosissimo ed urla).
Di quali scherzi parli? Sono stanco di vederti! Fuori il portafogli! Subito! Tiro, sai!
GIOVANNI (spaventato).
Stia attento! Credo di non aver rimesso a posto la molla.
SQUATTI Sei pazzo, tu.
Ecco il portafogli! Via quel revolver, ora.
ALBERIGHI (subito calmissimo).
Ecco il tuo portafogli! Non ho mica scommesso di portarlo via a tutti gli amici.
(A Giovanni.) Vedi? Sono riuscito nel mio intento ad onta che lo Squatti non potesse dubitare delle mie intenzioni a suo riguardo.
SQUATTI (rimettendosi).
Se son scherzi cotesti! (Adiratissimo che gli manca la parola.) Tu sei un pazzo pericoloso.
Me ne vado, io.
(S'avvia.)
ALBERIGHI Ma Squatti! Non capisci ch'era necessario dare un esempio a Giovanni?
SQUATTI Potevi almeno avvertirmi...
Col revolver che può scattare.
ALBERIGHI La lezione avrebbe perduto ogni efficacia.
Via! Resta!
GIOVANNI (dapprima ammira).
Bravissimo! (Poi pensieroso.) Io, intanto, ho capito che se faccio una cosa tale, il mio padrone non potrà piú perdonarmi.
Persino il suo amico non sa smettere il broncio.
ALBERIGHI (a Squatti).
Vedi quello che fai?
SQUATTI Sí! Ma c'è la differenza che io non ho scommesso.
Infatti! Ho io scommesso con qualcuno? Or dunque! (Ritorna al tavolo e si versa un bicchierino.)
ALBERIGHI Sei una bestia! Le scommesse e gli scherzi sono stati sempre scusati tra gentiluomini.
Eppoi che te ne importa a te, Giovanni? Una volta che hai i tuoi denari il tuo padrone non è piú il tuo padrone e te ne vai!
GIOVANNI Sí ma il mio padrone ha in consegna anche tutti i miei risparmi.
ALBERIGHI Quelli ti appartengono.
Oppure facciamo una cosa: Quando tu m'hai consegnato il portafogli, io vado da Alfredo e ottengo da lui il permesso di trattenere l'importo che ti spetta.
GIOVANNI Ma lo darà poi questo permesso?
ALBERIGHI Vuoi dubitare ch'egli rifiuti di sopportare tutte le conseguenze della scommessa? Che rispetto è questo per il tuo padrone?
GIOVANNI Il mio padrone è persona rispettabile, ma quando se la prende con qualcuno...
ALBERIGHI Insomma, assumo io la responsabilità di tutto.
Non avrò io il suo denaro col suo portafogli? (Stacca un altro foglietto e scrive; lo consegna poi a Giovanni.) Eccoti un altro biglietto.
GIOVANNI (legge).
M'impegno anche di trattenere dal denaro del signor Alfredo Picchi quello da lui dovuto a Giovanni.
(Dopo un istante di esitazione.) Non vorrebbe indicare anche l'importo? Tremilaseicentocinquantadue lire.
ALBERIGHI (spazientito).
Oh! In quanto all'importo credo che veramente sia superfluo.
Temi di essere truffato da me?
GIOVANNI (dopo una lieve esitazione guarda timoroso verso Alberighi e si rassegna).
E sia! (Intasca il biglietto e nell'occasione rilegge l'altro.)
ALBERIGHI L'importante è che tu sappia fare la tua parte.
Vuoi che la ripetiamo ancora una volta? Se lo desideri, io ti faccio vedere come riesco a farmi consegnare anche una seconda volta il portafogli da questo mio buon amico.
SQUATTI (protesta).
No! Te ne prego.
GIOVANNI Non occorre! Io so perfettamente il fatto mio.
Non è mica tanto difficile fare una faccia da mascalzone.
Se non si trattasse che di questo!...
E, scusi, perché ha avuto bisogno di me? Perché non ha fatto la cosa da solo, giacché sa farla tanto bene?
ALBERIGHI (esitante).
Ma nel furore di scommettere io esclusi me da tale ufficio.
SQUATTI Anzi, se ci penso bene, il tuo padrone potrebbe indovinare che sei tu delegato a togliergli il portafogli.
GIOVANNI Se lo sapesse tutto sarebbe piú semplice, perché il difficile precisamente è d'avvisarlo che io voglio il suo portafogli.
Il resto è facile.
ALBERIGHI Eh! Tanto non può indovinare! Certo che vedendosi assalito, penserà: "Guarda, guarda! Hanno incaricato Giovanni!".
Noi ci appostiamo là nella tua camera e quando hai il portafogli in mano spari un colpo di revolver e noi accorriamo.
GIOVANNI Un colpo di revolver? Che il padrone non abbia a morirne dalla paura!
ALBERIGHI Non ne morrà! Poi rideremo insieme.
GIOVANNI Non ne vedo l'ora.
(Con un sospiro.)
ALBERIGHI Dov'è la tua stanza?
GIOVANNI (confuso).
Non so se sia un soggiorno degno di lor signori...
ALBERIGHI A la guerre comme à la guerre.
Vieni, Squatti.
SQUATTI (sulla soglia).
Com'è piccola questa stanza! Non potresti offrirci di meglio? (Di fuori suono di un campanello.)
GIOVANNI (agitatissimo) Che sia il padrone? Chissà perché suona alla porta di casa? Egli ha la chiave.
ALBERIGHI (con disprezzo).
Suona perché ha paura di fare le scale da solo.
(Tutti e tre si recano un po' distante dalla finestra e guardano fuori.)
SQUATTI Due questurini! E parlano animatamente con Alfredo.
ALBERIGHI Devono discutere l'organizzazione della forza pubblica.
SQUATTI Domani sarà bellissimo poter descrivere questa sua gita in mezzo ai due fratelli Branca.
GIOVANNI Scusi se glielo dico, ma non sarebbe bello da parte sua.
ALBERIGHI Va a prendere il tuo padrone, Giovanni e non temere.
Se Squatti parlasse domani della paura del tuo padrone, io racconterei con quale facilità son riuscito a farmi consegnare da lui il portafogli.
(Giovanni esce con una candela accesa in mano.)
SQUATTI (mitemente).
Fai male a parlare davanti a questo zotico di me in questo modo.
ALBERIGHI Ne sei colpa tu stesso.
Ad ogni tratto con le tue parole inconsulte minacci di mandare a rotoli la mia diplomazia.
SQUATTI Diplomazia! Per lui è quistione di denaro.
(Poi.) Ha dimenticato di riporre quel vassoio e quei bicchieri.
Che ne dici? Li portiamo con noi per alleviare l'attesa?
ALBERIGHI Prendili pure.
Curiosa dimenticanza per un cameriere.
Salgono! Vieni.
(Escono a destra dello spettatore.)
SCENA QUINTA
ALFREDO PICCHI e GIOVANNI
ALFREDO (uomo sulla quarantina, ben nutrito, un po' cascante, in marsina).
Chiudi! (Assiste con attenzione alla chiusura della porta; si leva il cappello ed il pastrano.) Si sta bene qui! (Respira.) Senti, Giovanni.
Questa notte mi devi fare il piacere di venir a dormire sul sofà nella stanzetta da bagno.
Non mi sento troppo bene.
Resterai anche desto finché io non mi sia addormentato.
Per ogni buon conto chiudi la tua stanza.
(Giovanni eseguisce.) Gira due volte la chiave.
Non c'è stato nessuno qui? (Giovanni non risponde e si dà da fare intorno a delle sedie.) Insomma rispondi sí o no? C'è stato nessuno qui?
GIOVANNI Ma no! Vuole che a quest'ora vengano delle visite?
ALFREDO Non son mica io a desiderare delle visite.
Già! Chi potrebbe venire? La tua Maria non è piú in città.
GIOVANNI Purtroppo! (Lunga pausa durante la quale Alfredo si sdraia pensieroso su un'ottomana.)
ALFREDO (come continuando un suo pensiero).
Io chiacchiero troppo.
Mi lascio trascinare a discussioni senza senso ed eccomi qui inquieto ed infelice.
(Poi.) Senti, tu non mi tieni per molto coraggioso?
GIOVANNI (deciso).
Oh! No!
ALFREDO (un po' offeso).
Sei ben deciso, tu.
Si può dire di me che non sono un attaccabrighe e che le guasconate non mi piacciono.
Ma non coraggioso? Nervoso, sí.
La solitudine e l'oscurità mi rendono inquieto.
Ma non coraggioso? Dovevi vedermi questa sera.
Volevano impormi con le sole minacce.
GIOVANNI Io volevo dire soltanto che da noi i coraggiosi son fatti altrimenti.
ALFREDO Lascia stare la campagna dove abita una razza del tutto diversa.
Voi spaccate legna e domate bestie...
È tutt'altra cosa.
Vi tocca aver coraggio ogni giorno.
Noi una volta all'anno ed anche meno.
A me manca solo l'esercizio.
Io ho coraggio ma...
non sentivo affatto bisogno di fare delle scommesse.
GIOVANNI (melenso).
Scommesse?
ALFREDO Ti racconterò domani.
Andiamo! Spegni il gas.
(Giovanni eseguisce, Alfredo lo precede verso la porta di fondo con la candela in mano.
Giovanni estrae il revolver che tiene nascosto.
Alfredo ha raggiunta la porta che apre quando Giovanni si decide.)
GIOVANNI Signor padrone!
ALFREDO Che vuoi?
GIOVANNI (fa lezione).
Dammi il portafogli, padrone, fuori il portafogli, o tiro!
ALFREDO (lascia cader a terra la candela e si appoggia allo stipite della porta.
Guarda Giovanni con occhio smorto.
Oscurità profonda).
GIOVANNI (ripete).
Il portafogli, padrone, il portafogli! (Alfredo cade a terra svenuto.) Oh! Diamine! Cade come se avessi tirato.
(Ripone il revolver nella tasca posteriore dei calzoni; riaccende il gas e va a vedere Alfredo.) Dio mio! È livido! Che cosa ho fatto? (Prende dell'acqua e ne spruzza sulla faccia di Alfredo.) Padrone! Padrone mio! Non vedete che nessuno vuol farvi dei male? Signor Alfredo!
ALFREDO (rinvenendo).
Che c'è? (Terrorizzato va sino alla seggiola e vi siede senza forze.) Va via di qua.
Vattene subito.
GIOVANNI Ma padrone mio! Non vedete che sono il vostro servo fedelissimo? Come potete credere che io voglia farvi del male? (Ravvedendosi e con mitezza ridicola.) Volevo il vostro portafogli...
ALFREDO Eccolo! Eccolo! Ma va via! (Pone il portafogli sul tavolo e ricade sfinito.)
GIOVANNI (esitante).
Ma io non vi faccio del male.
Io non minaccio.
Vi prego di darmi il portafogli.
(Vuole afferrare il portafogli, ma non osa.)
ALFREDO Dammi un bicchiere d'acqua.
GIOVANNI Subito, padrone mio.
Eccolo.
ALFREDO (beve guardando torvamente Giovanni).
GIOVANNI Vi sentite meglio ora? Se sapeste come mi dispiace, di avervi spaventato cosí! Mi avete fatto prendere una paura.
(Curvandosi verso Alfredo trova il modo di intascare il portafogli senz'essere visto.)
ALFREDO Alzare il revolver contro il padrone...!
GIOVANNI (melenso, perché esitante).
Il revolver?
ALFREDO E non minacciasti di tirare?
GIOVANNI (costringendosi a ridere).
Dissi, sí, di tirare, ma dove avevo da prendere il revolver?
ALFREDO Non avevi revolver? (Si alza, guarda le mani che Giovanni tiene in alto e gli visita qualche tasca.
Balza contro Giovanni.) Dammi quel portafogli.
Subito, birbante.
Vuoi darmelo? (L'afferra per il collo.)
GIOVANNI Padrone, mi fate male.
ALFREDO Questo è il rispetto che mi porti? Non promettesti fedeltà? Traditore!
GIOVANNI (piagnucoloso).
Avete ragione, padrone mio.
Ho fatto male.
Ecco il vostro portafogli.
(Lo consegna.)
ALFREDO (lo prende, lo intasca e s'infiamma sempre piú).
E adesso fuori di qua.
Ti scaccio.
Preferisco la solitudine alla tua compagnia.
Vattene.
GIOVANNI Dove vuole che vada? A quest'ora? In fondo, poi, che cosa le ho fatto?
ALFREDO (esasperato).
E lo domanda!
GIOVANNI Io avevo già il portafogli in mano e lo restituii per solo rispetto.
ALFREDO (trionfante).
Per rispetto? No! Io vi ti ho costretto! Vigliacco!
GIOVANNI (con ironia).
Eh! Sí! Vigliacco! (Poi si riprende.) Sí! Che cosa le ho fatto? Io pensai che a Lei non sarebbe importato di perdere quella scommessa col conte Alberighi.
Invece io avrei sposata di qui a pochi giorni la mia Maria, benedicendo il mio buon padrone...
(Piagnucoloso.) Se lei volesse dimostrarsi generoso con me e consegnarmi il portafogli...
ALFREDO (si getta sul tavolo, apre un cassetto e ne estrae un revolver).
Minacci ancora? (Subito punta il revolver.) Vattene, ti dico, o sparo.
GIOVANNI (nient'affatto spaventato).
Oh! Lo so che lei non tirerà su un inerme.
ALFREDO (pone il revolver sul tavolo).
Non tiro finché non mi si fa nulla.
Ma non parlare piú del portafogli.
Per tuo bene! Ti lasciasti comperare da Alberighi?
GIOVANNI (esitante ad accettare la parola).
Comperare?
ALFREDO (imperioso).
Insomma?
GIOVANNI (sempre piagnucolando).
Sí, promise di darmi tutto quello di cui abbisognavo.
Domani stesso avrei potuto sposarmi e finire questa vita.
ALFREDO Eppure io ti trattai sempre bene.
GIOVANNI Ma per me questa vita non fa.
Ella sa come sono atteso, al mio paese.
ALFREDO E chi impedisce di andarvi? (Giovanni fa un gesto di sconforto.) E non io ti strappai al tuo paese.
Sei tu che venisti a me ad offrirti.
GIOVANNI Sí, è vero.
ALFREDO Quanto ti diede Alberighi?
GIOVANNI Mi promise duemilacinquecento franchi.
ALFREDO (stupito).
Cinquecento piú dell'importo della scommessa! (Dopo lieve riflessione.) Già, per avere il piacere di avvilirmi dinanzi a tutti.
E tu, fedele servitore, ti prestasti al suo giuoco.
GIOVANNI Duemilacinquecento franchi coi tremilaseicento e cinquantadue che già posseggo facevano giusto l'importo che mi occorreva e piú ancora...
ALFREDO Di quali denari parli?
GIOVANNI (subito agitato).
Di quelli che ha lei in consegna.
ALFREDO (ride ironicamente).
Parli di quelli! Ma sono poi ben tuoi?
GIOVANNI Sono guadagnati col sudore della mia fronte in otto anni di servizio fedele.
ALFREDO T'inganni! Non sono tuoi.
Tu dimentichi i patti che abbiamo fatti.
Solo ottocento franchi sono tuoi.
In quanto agli altri ne parleremo.
Ti farò vedere la lettera che firmasti quando entrasti al mio servizio.
Gl'importi che io notavo sarebbero stati tuoi solo quando tu m'avessi lasciato dopo un servizio di otto anni, inalteratamente fedele.
GIOVANNI Ma gli otto anni sono quasi trascorsi.
ALFREDO E la fedeltà? E la fedeltà? (Gridando.)
GIOVANNI Ma quei denari sono miei! (Cammina intorno quasi in cerca d'aiuto.) Oh! padrone! Sarebbe una cattiva azione.
Quei denari son miei ed io non ricordo il patto...
ALFREDO Dubiti della mia parola? Vedrai domani.
Voglio andare a coricarmi.
Riaccendi quella candela.
Presto!
GIOVANNI (corre a prendere la candela che giace ancora a terra).
Subito, subito, padrone.
Ma non vada senz'avermi perdonato.
Sono tanto disgraziato!
ALFREDO Vuoi finalmente accendere quella candela o dovrò servirmi da solo?
GIOVANNI (accende con mano tremante la candela che pone sul tavolo).
Ecco, padrone.
Ho sbagliato! Ma come potevo sapere io che l'andrebbe cosí.
Non ho fortuna io.
ALFREDO (si leva e intasca il revolver con grande prudenza).
Sono stanco di tante chiacchiere.
Coricati nella tua stanza.
Io mi chiuderò nella mia e domani...
GIOVANNI (agitatissimo).
Come vuole che io possa dormire con tale pensiero? Mi perdoni, signor padrone.
ALFREDO (s'avvia con la candela in mano).
Adesso non voglio sentire altro.
GIOVANNI E il conte Alberighi mi disse che s'incaricherà lui di farmi avere il denaro ch'ella mi deve.
ALFREDO E allora fatteli dare da lui.
GIOVANNI L'ha anche scritto.
(Nervosamente cerca il biglietto nella tasca del petto.) Ecco qui! Firmato!
ALFREDO (legge negligentemente).
Vale proprio molto! (Sorridendo.) Capirai che Alberighi fece tutto questo nella speranza di guadagnare la scommessa.
Se non la guadagna si curerà ben poco di te.
GIOVANNI Non la guadagna! (Pensieroso.)
ALFREDO (di nuovo iroso).
E domani vedremo anche chi ti diede il diritto di farti garantire da altri quello che ti devo io.
GIOVANNI Io non volevo offenderla.
ALFREDO (alza le spalle).
Ma che offesa! (Procede verso la porta.)
GIOVANNI (si lamenta).
Oh! Chi mi consiglia?
ALFREDO Dovevi cercar consiglio prima.
GIOVANNI (risoluto si mette davanti alla porta ed impedisce il passo ad Alfredo.) Non domani ma questa sera io debbo avere il fatto mio.
Mi perdoni, signor padrone, ma, capirà, io difendo qui la mia vita.
ALFREDO Impertinente! Vuoi lasciarmi passare? (Cerca il revolver ma Giovanni gli afferra il braccio.)
GIOVANNI (risoluto ma ancora rispettoso).
No, signor padrone, non si passa! (Poi, improvvisamente è preso dal piú violento furore.) Anzi, vieni qui, vieni qui.
(Trascina Alfredo per un braccio fino al tavolo.) Sieda e mi stia ad ascoltare.
Prima di tutto...
ecco...
fuori il portafogli!
ALFREDO (spaventato).
Eccolo! E adesso lasciami andare.
GIOVANNI (lascia il portafogli sul tavolo).
Vede, anche senza revolver.
E adesso viene il bello.
Perché io ho il revolver! (Lo estrae e fa scattare la molla di sicurezza.) Adesso il portafogli ce l'ho, ma bisogna pensare anche al mio denaro.
Come faccio io ad essere sicuro di averlo domani?
ALFREDO (balbetta).
Te lo prometto.
GIOVANNI (in pieno furore).
Me lo promette! E non me lo promettesti già una volta, piú volte, quasi ogni giorno e poi mancasti...
canaglia! Voleva derubarmi del denaro da me guadagnato con tanti stenti! Canaglia! Giura che mi darai domani il mio denaro.
Giuralo!
ALFREDO (terrorizzato).
Giuro, giuro!
GIOVANNI E su chi, canaglia! Non hai nessuno tu, su cui giurare.
E domani parlerai di nuovo come parlasti poco fa.
Il mio denaro.
Voglio subito il mio denaro! (Punta sul petto di Alfredo e tira subito.)
ALFREDO Nel portafogli...
nel portafogli.
(Stramazza a terra.)
GIOVANNI (si rimette a stento.
Poi in ginocchio accanto ad Alfredo).
Vi ho fatto male? Padrone, padrone! (A voce bassa.) Padrone! Ve ne prego, rinvenite! Mi darete il mio denaro e tutto sarà finito.
(Vede le proprie mani macchiate di sangue e allibisce.) Che cosa ho fatto? (Alla porta picchiano e si sente la voce di Alberighi chiamar Giovanni.) Padrone! Padrone! (Con immensa gioia vedendolo muoversi.) Oh! vive!
ALFREDO (balbetta negli ultimi rantoli).
Ecco, ecco, il portafogli...
(Muore.)
GIOVANNI (guardandolo fisso).
È morto.
(Corre per la stanza; ritorna al cadavere, l'afferra per un braccio e pensa di trascinarlo verso il fondo.) Oh! a che serve? (Si morde le mani dall'angoscia).
Padrone! Padrone! (Si cela la faccia e piange dirottamente.)
SCENA SESTA
ALBERIGHI e SQUATTI sempre chiusi nell'altra stanza e GIOVANNI
ALBERIGHI Ma insomma che fate?
SQUATTI Qui si muore soffocati.
Ho caldo! Ho caldo!
ALBERIGHI Alfredo! Apri! La scommessa l'hai già perduta.
Rassegnati e beviamo un bicchierino insieme.
GIOVANNI La scommessa! (Si rimette lentamente; corre al tavolo e intasca il portafogli.
Si avvia verso la porta.
Si ricrede, ritorna e indossa il soprabito di Alfredo ed un cappello.
Fa per scappare ma ritorna ancora richiamato dalla voce di Alberighi)
ALBERIGHI Vuoi tenerci rinchiusi per punizione?
GIOVANNI (dopo un'esitazione va accanto a quella porta).
Non fate rumore! Ve ne prego! Io non ho ancora il portafogli.
Per fortuna che il padrone è di là e non v'ha uditi.
ALBERIGHI (piú a bassa voce).
Ma il colpo di revolver?
GIOVANNI (per un istante interdetto).
Ah! Il colpo di revolver! È stato tirato dal signor Alfredo che si esercita.
Adesso ha riposto il revolver e ritorna subito qui.
Allora lo affronterò.
SQUATTI Sí, ma fa presto perché altrimenti perdo la pazienza e mi metto a urlare.
Io non ho scommesso con nessuno e non c'è ragione...
ALBERIGHI Sta zitto, tu, imbecille!
GIOVANNI Zitti ambedue! Ecco il padrone che viene.
Lo sento muoversi nella sua stanza.
Zitti! (In procinto di nuovo di fuggire s'arresta accanto al cadavere.
Lo ricompone con pietà.
Poi non gli basta.
Lo prende in braccio e lo pone su un'ottomana.
Gli bacia la mano piangendo.) Volevo abbandonarti ed ora sarai sempre, sempre con me.
(Fugge.)
CALA LA TELA
Con la penna d'oro
Quattro atti
PERSONAGGI
CARLO BEZZI
ALBERTA, sua moglie
ALICE, cugina di Alberta
TERESINA, zia di Alberta e Alice
CLELIA GOSTINI
DONATO SERENI
ROBERTO TELVI
Dottor PAOLI
CHERMIS
CAMERIERA
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
ALBERTA e CLELIA
Alberta Bezzi e Clelia Gostini.
Sera.
In una stanza contigua alla camera da pranzo che si vede in fondo e nella quale è occupata una cameriera.
ALBERTA Certamente è utile che abbiate fatto un corso di infermiera, ma non era necessario.
Mia zia è una malata cronica a quest'ora.
Anzi tutto il suo organismo è sano fuori che alle gambe.
Passa la giornata nella sua sediola ma dorme e mangia perfettamente.
Perciò il vostro ufficio non sarà difficile.
CLELIA Lo so.
Però il mio salario dovrebb'essere un po' conforme alla mia condizione.
ALBERTA (esitante).
Certo per la zia è preferibile di avere accanto una persona che sappia parlarle, divertirla, leggerle.
Ma qui bisogna vedere quello che sta meglio per me.
Pago io perché la zia non ha dei mezzi e debbo pagare perché essa abbia tutto quello che le è indispe