COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 47
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.)
SCENA TERZA
SQUATTI e ALBERIGHI
SQUATTI Mi pare che sei bene avviato a perdere la tua scommessa.
ALBERIGHI Farò del mio meglio per guadagnarla.
Hai visto? Che vigliacco! Impallidí quando gliela proposi.
Peccato che non ci pensai subito.
Avrei potuto assaltarlo sulle scale dell'albergo.
Non avrebbe chiamato.
Dev'essere di quelli che perdono la parola.
(Spazientito.) Intanto con la tua sete eterna mi fai perdere tempo.
SQUATTI Come sei poco furbo! Già, voi uomini furbi siete sempre...
poco furbi.
Se bevo io, troverò il modo di far bere anche lui.
È la via piú facile per farti raggiungere il tuo scopo.
SCENA QUARTA
GIOVANNI e DETTI
GIOVANNI (apporta su di un vassoio una bottiglia e due bicchierini).
Eccoli serviti.
SQUATTI (riempiendo subito un bicchierino).
Oh! vediamo! (Sorseggiando il liquore.) Non c'è mica male! Chi l'ha pagato non ci bada alla spesa! (Si versa un secondo bicchierino.) Vivifica le piú intime fibre.
(Con invidia ingenua.) Canaglia di Alfredo! Ed io che credevo non sapesse vivere.
GIOVANNI (sorridendo con compiacenza e versando ad Alberighi).
Squisito eh? Io vengo dal paese dove si distilla piú che in tutta Italia, ma una cosa cosí...
cosí profumata...
lievemente...
non gustai giammai.
ALBERIGHI E il bicchierino per te?
GIOVANNI No! Io non posso prendere di questo liquore che quando il mio padrone me l'offre.
ALBERIGHI E allora berrai del mio.
GIOVANNI (esita, poi accetta).
Non credo di poter rifiutare.
Alla loro salute! (Beve.)
ALBERIGHI (vuole versargliene ancora).
Quello era il mio bicchierino! Eccoti il tuo!
GIOVANNI (deciso).
No! Grazie! La prego di voler dispensarmene.
ALBERIGHI (lo guarda dubbioso, poi s'adatta).
Sta bene! (Ripone la bottiglia.) Mi pare sia meglio che il contratto che ho da proporti sia fatto a mente serena.
Ho scommesso col tuo padrone...
Gli vuoi molto bene tu al tuo padrone?
GIOVANNI (un istante indeciso).
Bene? Sí...
gli sono affezionato.
Immagini! Ero quasi un ragazzo...
sí...
un giovanotto quando venni a servirlo; ed ecco che ora sono con lui da otto anni.
ALBERIGHI Insomma gli vuoi tanto bene che non t'importerebbe affatto se egli dovesse perdere una scommessa?
GIOVANNI (alzando le spalle).
No! Non m'importerebbe affatto! Ha tanti denari che in fondo non gliene importerebbe niente neppure a lui.
ALBERIGHI E allora andremo facilmente d'accordo.
Si tratta di cosa che ci darà argomento a ridere per degli anni.
GIOVANNI (già ridendo).
Se si tratta di ridere io sono pronto.
(Un po' melenso.) Io ho già fatto ridere anche al mio paese.
Ho collaborato ad una burla bellissima.
(Ridendo fortemente al ricordo.) Oh! Bellissima! C'era il vecchio Mari che aveva una casa.
Lui era un avaraccio famigerato e tutti sapevano che la casa non era stata assicurata.
Per burla, una sera, d'accordo con altri, andai ad avvisarlo che la sua casa ardeva.
Egli si trovava su un podere, lontano parecchi chilometri, ove sorvegliava la mietitura.
Vederlo correre! (Soffocando dal ridere.) Lui che era abituato a non muoversi che nella sua carrettina! Non me la perdonò piú! Aveva ragione.
Avrei fatto lo stesso anch'io.
Tanto piú che alcuni giorni piú tardi la casa pigliò fuoco per davvero! (Sorpresa di Alberighi mentre Giovanni continua a ridere.) In fondo i burlati eravamo stati noi perché chi poteva immaginare che, svegliato dalla nostra burla, il fuoco avrebbe fatto sul serio! (Facendosi serio.) Si figuri che poi io ebbi delle seccature perché il vecchio Mari m'accusò senz'altro di aver io accesa la casa.
La mia innocenza fu subito riconosciuta ma ancora adesso in paese si sospetta di certo Burrini che aveva organizzata la burla con me.
Io non lo credo, sa, ma pure il contegno di questo Burrini fu molto sospetto.
Ci fu un'inchiesta dalla quale egli uscí netto proprio perché si capí che non c'era stato per lui alcun movente di fare una cosa simile.
Né io lo credo, sa.
ALBERIGHI Dicesti invece che lo credevi!
GIOVANNI (cauto).
Son cose che non bisogna dire.
(Con forza.) Io non lo credo.
Ma è strano che dinanzi alla casa incendiata udii io stesso, con queste mie proprie orecchie, mormorare il Burrini: "Che bella burla!".
ALBERIGHI (ridendo).
Io non voglio di queste burle.
Si tratta di meno, di molto meno.
GIOVANNI E allora mi dica quello che ho da fare.
SQUATTI (versandosi ancora da bere).
Si tratta di prendere il proprietario di questo buon liquore per il collo...
e strangolarlo.
(Beve mentre Giovanni lo guarda non comprendendo.)
ALBERIGHI Non dargli bada.
(Con gesto espressivo.)
SQUATTI Io scherzo.
Si tratta bensí di prenderlo per il collo, ma con una certa delicatezza, badando di non stringere troppo.
(Alberighi guarda fiso Giovanni per indovinare la sua impressione.)
GIOVANNI Prendere per il collo il mio padrone? Io, prendere per il collo il mio padrone?
SQUATTI Hai paura?
GIOVANNI (alza le spalle).
Paura? Vorrei vedere chi avrebbe il coraggio di prendere per il collo il mio padrone in mia presenza.
(Agitato e iracondo.) Mi meraviglia...
(Poi si doma.) Oh, ma loro scherzano.
ALBERIGHI Si tratta infatti di uno scherzo.
(Giovanni respira.) Ed è per organizzare questo scherzo che siamo qui da te.
Senti! Questa sera a cena si scoperse che nel portafogli del tuo padrone c'erano ventimila lire.
GIOVANNI (ammirato).
Ventimila lire?
SQUATTI Belle da vedersi.
Una confusione! Pezzi da cinque e da dieci lire in mezzo a banconote da mille.
GIOVANNI (c.s.) Oh! lui è molto ricco! Solo mi pare una grande imprudenza di portare attorno con sé tanto denaro.
ALBERIGHI È quello che gli dissi anch'io.
GIOVANNI Curioso abbia fatto vedere quel denaro, lui tanto prudente.
SQUATTI Gli trassi dalla tasca il portafogli senza ch'egli se ne avvedesse ed ebbi tutto l'agio di contare il denaro.
ALBERIGHI Eravamo in compagnia di gentiluomini...
GIOVANNI Gentiluomini...
sí...
ma ventimila lire!
ALBERIGHI Lasciamo stare! Insomma di parola in parola arrivai a dirgli che un uomo come il tuo padrone, notoriamente poco coraggioso, non avrebbe dovuto portare con sé tanto denaro.
Egli, che aveva bevuto parecchio vino e lo chiamava coraggio, diceva che avrebbe saputo difendere il suo denaro quanto io il mio.
Cosí si giunse alla scommessa.
GIOVANNI (ridendo).
Lei scommise insomma di portargli via il portafogli?
ALBERIGHI Sí! Entro questa notte.
Ed ho contato su te...
GIOVANNI (protesta).
Mi dispiace.
Ma io non mi metterei mai in un simile affare.
Delle burle, sí, ma non di quelle che finiscono al cellulare.
SQUATTI Cellulare? Zotico che sei! Come vuoi finire al cellulare avendo da fare con noi?
ALBERIGHI Sta zitto, tu! Senti, Giovanni! È vero che tu aspetti di raggranellare cinquemila franchi per lasciare il tuo padrone ed aprire un'osteria al tuo paese natio?
GIOVANNI Come lo sa lei?
ALBERIGHI Me l'ha raccontato il tuo padrone.
E so anche che finora hai tremilacinquecento franchi e che il saldo si fa aspettare.
GIOVANNI Sí! Tremilacinquecento! Un po' di piú, anzi.
ALBERIGHI (con un sorriso).
Lasciamo stare le frazioni.
So anche che il tuo padrone era una volta piú generoso con te.
Sapendo che aspetti di avere quel gruzzoletto per abbandonarlo e sposare quella tua cugina Maria, egli ritarda come può il momento di perderti.
GIOVANNI (lascia trapelare amor proprio lusingato e rimpianto).
Sí! Egli ci tiene molto ai miei servigi ed io ho avuto torto di fargli conoscere le mie intenzioni.
Non si è mai abbastanza attenti alla propria lingua.
Tuttavia guadagno ancora abbastanza bene.
Una volta, quando mi obbligava di dormir vestito nel suo stanzino da bagno per avermi pronto e vicino, mi dava dieci lire.
Ora invece me ne dà cinque soltanto.
ALBERIGHI (ridendo).
Son questi i tuoi proventi straordinari?
GIOVANNI Eh! Non bisogna riderne! Egli dice che soffre di nervi! Io, appena venuto ne ridevo e pensavo si trattasse di paura, quella vera, quella grande paura degli uomini e degli spiriti, di tutto insomma.
Ma qualche sera egli arriva in casa assolutamente privo di paura.
Gliel'assicuro! Io che dormirei volentieri ogni notte in quel camerino, cerco di spaventarlo.
Minaccia un temporale! La notte è oscura come una cantina! No! Mi tocca andare a letto senza i cinque franchi.
Altre volte, invece, fa una bella notte lunare e devo non soltanto dormire vestito nel camerino ma chiudere porte e imposte sotto la sua sorveglianza.
ALBERIGHI E quanti denari ti occorrono per lasciare questo servizio tanto bene retribuito? Per sposarti, cioè, e mettere su l'osteria?
GIOVANNI Cinquemilacinquecento franchi almeno.
Spero di averne anche di piú, perché verrà il momento - quando il gruzzoletto sarà abbastanza forte - in cui potrò imporre la mia volontà al signor Alfredo e dirgli: «O mi dà dieci franchi o non dormo nel camerino...
e vestito.»
ALBERIGHI Insomma, a conti fatti, a te occorrerebbero altri duemila franchi e sei libero.
Ebbene! Io te li do se tu, entro questa notte, mi consegni il portafogli del tuo padrone.
Domani tu ritorni al tuo paese e sposi tua cugina.
GIOVANNI (a bocca aperta).
Ella scherza.
ALBERIGHI Ecco qui il mio impegno in iscritto.
Matita, ti basta?
GIOVANNI Se Ella vuole, c'è anche la penna.
Per me basta la matita, anzi mi basta la sua parola...
(Guarda con intensa attenzione quello che Alberighi scrive.)
ALBERIGHI Ecco qui.
(Legge.) Buono per franchi duemila da pagarsi verso consegna del portafogli del signor Alfredo Picchi contenente ventimila franchi.
GIOVANNI (guardando estatico il foglietto di carta).
A me pare d'impazzire! (Legge e rilegge.) E se il signor Picchi ha speso nel frattempo il suo denaro?
ALBERIGHI Un avaraccio simile vuoi che spenda tanto percorrendo di notte la via dal club a casa? Se mancherà una piccola parte...
GIOVANNI Ma se fosse stato derubato nel frattempo dell'intero portafogli?
SQUATTI (tenendosi la pancia dal ridere).
Neppure di questo v'è pericolo.
ALBERIGHI Abbiamo saputo che subito dopo fatta la scommessa il tuo padrone aveva trovata la via al telefono e s'era procurata la protezione di un questurino per farsi accompagnare a casa.
Ero là là per disdire la scommessa, quando mi venne l'idea di farmi aiutare da te.
Non farà mica dormire con lui il questurino.
GIOVANNI (esitante).
Ma io non posso sapere quanto denaro ci sia nel portafogli del mio padrone.
Non posso mica garantire che vi sieno ventimila franchi.
ALBERIGHI Io non pretendo neppure un tanto.
GIOVANNI (c.s.) E allora perché scriverlo qui?
ALBERIGHI Hai ragione! Cancelliamo! (Prende il biglietto di Giovanni, cancella e glielo restituisce.)
GIOVANNI (guarda attentamente il biglietto e lo ripone; dopo un tempo).
E quei ventimila franchi che io ho da consegnarle, cioè i diciottomila, perché duemila ne ricevo io...
ALBERIGHI Quel denaro va tutto restituito al suo legittimo proprietario.
Che diavolo! Altrimenti sí che si potrebbe finire al cellulare.
SQUATTI Non rubiamo mica noi.
ALBERIGHI Trattengo, come stabilito, l'importo della scommessa e domattina gli restituisco il saldo.
GIOVANNI (curioso e esitante).
Quanto?
ALBERIGHI L'importo della scommessa è di duemila franchi.
GIOVANNI (sorridendo e fingendo dispiacere).
Cosí che tutto finisce in tasca mia?
ALBERIGHI Capirai che per me non è quistione di danaro.
GIOVANNI Eh! lo so! Eppoi son io che faccio tutto.
Neppur io ci baderei al denaro se non ci fosse la mia sposa.
SQUATTI (a mezza voce).
E l'osteria.
GIOVANNI (interdetto).
L'osteria? Ma quella, anche quella, vien messa su per poter vivere.
Non mi sposo mica per andare poi per il mondo a fare il servitore.
ALBERIGHI (a Squatti).
Vuoi star zitto tu.
Non dargli bada.
Non capisce niente.
GIOVANNI (verso Squatti).
Per ora, certo, il denaro rappresenta per me tutto.
Quando ne avrò anch'io, allora sarà un'altra cosa.
(Ad Alberighi, deciso.) Io non posso rifiutare la sua proposta.
Io l'accetto.
Sí! In verità, l'accetto.
E di qui a pochi giorni lascio il mio padrone e me ne vado (cantando) al mio paese.
Oh! scusino.
ALBERIGHI Accomodati! Mi fa piacere di vederti tanto lieto.
Adesso bisogna mettersi d'accordo sul modo di procedere.
GIOVANNI È semplice! Quando il mio padrone si sarà addormentato - e lo saprò, perché russa che la casa ne trema -...
ALBERIGHI Aspetta perché la scommessa prevede tutt'altra cosa: Il portafogli non dev'essere né strappato con la violenza né sottratto con l'astuzia.
Egli deve consegnarlo per paura.
Tu devi prendere il tuo padrone per il collo e con la minaccia di violenze maggiori devi costringerlo a consegnarti il portafogli.
GIOVANNI (allibito).
Questo volete da me? Finora non lo diceste.
ALBERIGHI Era questo il momento di dirtelo.
GIOVANNI Ma io questo non faccio.
Non posso farlo.
(Avvilito.)
ALBERIGHI (spazientito).
E allora sia come non detto.
Quanto fiato sprecato! (Si leva.)
GIOVANNI Non si adiri, signor conte! Io non posso fare una cosa simile.
Lo comprende anche lei! Mi dispiace tanto...
oh! tanto! Quel denaro ch'Ella m'offriva era per me la ricchezza, la felicità...
(Quasi piangendo.) Già, io non ho mai avuto fortuna!
SQUATTI Hai paura?
GIOVANNI Non credo si chiami paura questa.
Io farei quello ch'Ella mi propone con qualunque...
(ripete guardando Squatti) con qualunque ma non col mio padrone.
Sono da otto anni con lui...
ALBERIGHI Senti, Giovanni.
Ti pare troppo piccolo il premio?
GIOVANNI (quasi spaventato).
No! No! Non si tratta di questo.
ALBERIGHI Dammi il mio bigliettino.
GIOVANNI (eseguisce in fretta).
Eccolo! Eccolo!
ALBERIGHI Ecco! Anziché duemila mettiamo duemilacinquecento.
(Scrive.) Ti va meglio cosí?
GIOVANNI Duemilacinquecento...
(Riluttante.) Ma prendere il padrone per il...
ALBERIGHI Ebbene! Lasciamo via quel gesto che ti offende.
Ti propongo di fare la cosa piú semplicemente.
(Leva dalla tasca un revolver.) Basta questo, ne son sicuro.
Alzi il revolver, gridando: «Il portafogli o sparo!».
Hai pratica di tali armi?
GIOVANNI (guardando il revolver con piacere).
Altro che pratica! Sono stato di cavalleria, io.
Questa è una Browning! Finissima! (Fa scattare la molla di sicurezza.)
SQUATTI Lascia la molla al suo posto.
GIOVANNI In mano mia non c'è pericolo.
(Rimette la molla a posto) Ebbene! (Passa il revolver da una mano all'altra quasi pesandolo.) Mi pare tuttavia che con questo qui la cosa sarebbe piú facile.
ALBERIGHI Allora l'affare è conchiuso.
Eccoti qui l'equivalente di duemilacinquecento franchi.
Lascio duemilacinquecento ad onta ch'eseguito cosí, l'atto non può costarti tanta fatica.
O vuoi regalarmi quei cinquecento franchi?
GIOVANNI (ridendo di cuore e intascando con un po' di fretta il bigliettino).
Quando il povero regala al ricco, il diavolo ride.
Farò cosí! Ammettiamo che il padrone sia là accanto alla porta.
Io alzerò il revolver (eseguisce) e dirò: «Signor padrone! Mi dia il suo portafogli!».
ALBERIGHI Ma che padrone e che signore! Quasi t'inchini! Sarebbe il vero modo di farti prendere a calci.
Intanto devi dargli del tu.
Ecco: «Dammi il portafogli! Fuori il portafogli, canaglia, o sparo!».
GIOVANNI (riluttante).
Canaglia? Occorre dire cosí?
ALBERIGHI Sei libero nella scelta: Canaglia, manigoldo, vigliacco od altra espressione equivalente.
GIOVANNI (imita).
Dammi il portafogli, canaglia, (con sforzo) fuori il portafogli, canaglia (c.s.) O sparo!
ALBERIGHI Non va bene ancora! Protenditi di piú in avanti come se stessi per saltargli addosso.
Cosí! Il revolver deve essere puntato sui suoi occhi perché sappia e veda che se il colpo parte egli ne sarà colpito.
Cosí! Adesso parti di nuovo dalla posizione di attenti e tenta di cogliere subito l'atteggiamento voluto di grande minaccia.
GIOVANNI (riprova un po' meglio).
Dammi il portafogli, fuori il portafogli o sparo!
ALBERIGHI (non molto contento).
Bisognerà contentarsi.
Forse per Alfredo basterà.
Se minacci me a questo modo, ti salto addosso.
GIOVANNI (Punto).
Oh, non creda, signor conte.
Quando faccio sul serio riesco meglio.
A me riesce difficile di simulare.
ALBERIGHI Ma qui non avrai da fare sul serio, avrai sempre da simulare e bisognerà simulare - come dire - sul serio.
GIOVANNI Ma se ad onta di tutto ciò il padrone resiste?
ALBERIGHI Allora non c'è rimedio; devi prenderlo per il collo.
GIOVANNI (pensieroso).
Questo mi sarà molto difficile.
ALBERIGHI E dunque fa che la minaccia col revolver sia efficace.
Deve bastare.
(Con improvvisa ispirazione.) Guarda! (Prende il revolver e minaccia Squatti.) Fuori il portafogli, imbecille che non sei altro!
SQUATTI (spaventatissimo si mette una mano davanti agli occhi).
Alberighi! Via! Non scherzare!
ALBERIGHI (gli va quasi addosso minacciosissimo ed urla).
Di quali scherzi parli? Sono stanco di vederti! Fuori il portafogli! Subito! Tiro, sai!
GIOVANNI (spaventato).
Stia attento! Credo di non aver rimesso a posto la molla.
SQUATTI Sei pazzo, tu.
Ecco il portafogli! Via quel revolver, ora.
ALBERIGHI (subito calmissimo).
Ecco il tuo portafogli! Non ho mica scommesso di portarlo via a tutti gli amici.
(A Giovanni.) Vedi? Sono riuscito nel mio intento ad onta che lo Squatti non potesse dubitare delle mie intenzioni a suo riguardo.
SQUATTI (rimettendosi).
Se son scherzi cotesti! (Adiratissimo che gli manca la parola.) Tu sei un pazzo pericoloso.
Me ne vado, io.
(S'avvia.)
ALBERIGHI Ma Squatti! Non capisci ch'era necessario dare un esempio a Giovanni?
SQUATTI Potevi almeno avvertirmi...
Col revolver che può scattare.
ALBERIGHI La lezione avrebbe perduto ogni efficacia.
Via! Resta!
GIOVANNI (dapprima ammira).
Bravissimo! (Poi pensieroso.) Io, intanto, ho capito che se faccio una cosa tale, il mio padrone non potrà piú perdonarmi.
Persino il suo amico non sa smettere il broncio.
ALBERIGHI (a Squatti).
Vedi quello che fai?
SQUATTI Sí! Ma c'è la differenza che io non ho scommesso.
Infatti! Ho io scommesso con qualcuno? Or dunque! (Ritorna al tavolo e si versa un bicchierino.)
ALBERIGHI Sei una bestia! Le scommesse e gli scherzi sono stati sempre scusati tra gentiluomini.
Eppoi che te ne importa a te, Giovanni? Una volta che hai i tuoi denari il tuo padrone non è piú il tuo padrone e te ne vai!
GIOVANNI Sí ma il mio padrone ha in consegna anche tutti i miei risparmi.
ALBERIGHI Quelli ti appartengono.
Oppure facciamo una cosa: Quando tu m'hai consegnato il portafogli, io vado da Alfredo e ottengo da lui il permesso di trattenere l'importo che ti spetta.
GIOVANNI Ma lo darà poi questo permesso?
ALBERIGHI Vuoi dubitare ch'egli rifiuti di sopportare tutte le conseguenze della scommessa? Che rispetto è questo per il tuo padrone?
GIOVANNI Il mio padrone è persona rispettabile, ma quando se la prende con qualcuno...
ALBERIGHI Insomma, assumo io la responsabilità di tutto.
Non avrò io il suo denaro col suo portafogli? (Stacca un altro foglietto e scrive; lo consegna poi a Giovanni.) Eccoti un altro biglietto.
GIOVANNI (legge).
M'impegno anche di trattenere dal denaro del signor Alfredo Picchi quello da lui dovuto a Giovanni.
(Dopo un istante di esitazione.) Non vorrebbe indicare anche l'importo? Tremilaseicentocinquantadue lire.
ALBERIGHI (spazientito).
Oh! In quanto all'importo credo che veramente sia superfluo.
Temi di essere truffato da me?
GIOVANNI (dopo una lieve esitazione guarda timoroso verso Alberighi e si rassegna).
E sia! (Intasca il biglietto e nell'occasione rilegge l'altro.)
ALBERIGHI L'importante è che tu sappia fare la tua parte.
Vuoi che la ripetiamo ancora una volta? Se lo desideri, io ti faccio vedere come riesco a farmi consegnare anche una seconda volta il portafogli da questo mio buon amico.
SQUATTI (protesta).
No! Te ne prego.
GIOVANNI Non occorre! Io so perfettamente il fatto mio.
Non è mica tanto difficile fare una faccia da mascalzone.
Se non si trattasse che di questo!...
E, scusi, perché ha avuto bisogno di me? Perché non ha fatto la cosa da solo, giacché sa farla tanto bene?
ALBERIGHI (esitante).
Ma nel furore di scommettere io esclusi me da tale ufficio.
SQUATTI Anzi, se ci penso bene, il tuo padrone potrebbe indovinare che sei tu delegato a togliergli il portafogli.
GIOVANNI Se lo sapesse tutto sarebbe piú semplice, perché il difficile precisamente è d'avvisarlo che io voglio il suo portafogli.
Il resto è facile.
ALBERIGHI Eh! Tanto non può indovinare! Certo che vedendosi assalito, penserà: "Guarda, guarda! Hanno incaricato Giovanni!".
Noi ci appostiamo là nella tua camera e quando hai il portafogli in mano spari un colpo di revolver e noi accorriamo.
GIOVANNI Un colpo di revolver? Che il padrone non abbia a morirne dalla paura!
ALBERIGHI Non ne morrà! Poi rideremo insieme.
GIOVANNI Non ne vedo l'ora.
(Con un sospiro.)
ALBERIGHI Dov'è la tua stanza?
GIOVANNI (confuso).
Non so se sia un soggiorno degno di lor signori...
ALBERIGHI A la guerre comme à la guerre.
Vieni, Squatti.
SQUATTI (sulla soglia).
Com'è piccola questa stanza! Non potresti offrirci di meglio? (Di fuori suono di un campanello.)
GIOVANNI (agitatissimo) Che sia il padrone? Chissà perché suona alla porta di casa? Egli ha la chiave.
ALBERIGHI (con disprezzo).
Suona perché ha paura di fare le scale da solo.
(Tutti e tre si recano un po' distante dalla finestra e guardano fuori.)
SQUATTI Due questurini! E parlano animatamente con Alfredo.
ALBERIGHI Devono discutere l'organizzazione della forza pubblica.
SQUATTI Domani sarà bellissimo poter descrivere questa sua gita in mezzo ai due fratelli Branca.
GIOVANNI Scusi se glielo dico, ma non sarebbe bello da parte sua.
ALBERIGHI Va a prendere il tuo padrone, Giovanni e non temere.
Se Squatti parlasse domani della paura del tuo padrone, io racconterei con quale facilità son riuscito a farmi consegnare da lui il portafogli.
(Giovanni esce con una candela accesa in mano.)
SQUATTI (mitemente).
Fai male a parlare davanti a questo zotico di me in questo modo.
ALBERIGHI Ne sei colpa tu stesso.
Ad ogni tratto con le tue parole inconsulte minacci di mandare a rotoli la mia diplomazia.
SQUATTI Diplomazia! Per lui è quistione di denaro.
(Poi.) Ha dimenticato di riporre quel vassoio e quei bicchieri.
Che ne dici? Li portiamo con noi per alleviare l'attesa?
ALBERIGHI Prendili pure.
Curiosa dimenticanza per un cameriere.
Salgono! Vieni.
(Escono a destra dello spettatore.)
SCENA QUINTA
ALFREDO PICCHI e GIOVANNI
ALFREDO (uomo sulla quarantina, ben nutrito, un po' cascante, in marsina).
Chiudi! (Assiste con attenzione alla chiusura della porta; si leva il cappello ed il pastrano.) Si sta bene qui! (Respira.) Senti, Giovanni.
Questa notte mi devi fare il piacere di venir a dormire sul sofà nella stanzetta da bagno.
Non mi sento troppo bene.
Resterai anche desto finché io non mi sia addormentato.
Per ogni buon conto chiudi la tua stanza.
(Giovanni eseguisce.) Gira due volte la chiave.
Non c'è stato nessuno qui? (Giovanni non risponde e si dà da fare intorno a delle sedie.) Insomma rispondi sí o no? C'è stato nessuno qui?
GIOVANNI Ma no! Vuole che a quest'ora vengano delle visite?
ALFREDO Non son mica io a desiderare delle visite.
Già! Chi potrebbe venire? La tua Maria non è piú in città.
GIOVANNI Purtroppo! (Lunga pausa durante la quale Alfredo si sdraia pensieroso su un'ottomana.)
ALFREDO (come continuando un suo pensiero).
Io chiacchiero troppo.
Mi lascio trascinare a discussioni senza senso ed eccomi qui inquieto ed infelice.
(Poi.) Senti, tu non mi tieni per molto coraggioso?
GIOVANNI (deciso).
Oh! No!
ALFREDO (un po' offeso).
Sei ben deciso, tu.
Si può dire di me che non sono un attaccabrighe e che le guasconate non mi piacciono.
Ma non coraggioso? Nervoso, sí.
La solitudine e l'oscurità mi rendono inquieto.
Ma non coraggioso? Dovevi vedermi questa sera.
Volevano impormi con le sole minacce.
GIOVANNI Io volevo dire soltanto che da noi i coraggiosi son fatti altrimenti.
ALFREDO Lascia stare la campagna dove abita una razza del tutto diversa.
Voi spaccate legna e domate bestie...
È tutt'altra cosa.
Vi tocca aver coraggio ogni giorno.
Noi una volta all'anno ed anche meno.
A me manca solo l'esercizio.
Io ho coraggio ma...
non sentivo affatto bisogno di fare delle scommesse.
GIOVANNI (melenso).
Scommesse?
ALFREDO Ti racconterò domani.
Andiamo! Spegni il gas.
(Giovanni eseguisce, Alfredo lo precede verso la porta di fondo con la candela in mano.
Giovanni estrae il revolver che tiene nascosto.
Alfredo ha raggiunta la porta che apre quando Giovanni si decide.)
GIOVANNI Signor padrone!
ALFREDO Che vuoi?
GIOVANNI (fa lezione).
Dammi il portafogli, padrone, fuori il portafogli, o tiro!
ALFREDO (lascia cader a terra la candela e si appoggia allo stipite della porta.
Guarda Giovanni con occhio smorto.
Oscurità profonda).
GIOVANNI (ripete).
Il portafogli, padrone, il portafogli! (Alfredo cade a terra svenuto.) Oh! Diamine! Cade come se avessi tirato.
(Ripone il revolver nella tasca posteriore dei calzoni; riaccende il gas e va a vedere Alfredo.) Dio mio! È livido! Che cosa ho fatto? (Prende dell'acqua e ne spruzza sulla faccia di Alfredo.) Padrone! Padrone mio! Non vedete che nessuno vuol farvi dei male? Signor Alfredo!
ALFREDO (rinvenendo).
Che c'è? (Terrorizzato va sino alla seggiola e vi siede senza forze.) Va via di qua.
Vattene subito.
GIOVANNI Ma padrone mio! Non vedete che sono il vostro servo fedelissimo? Come potete credere che io voglia farvi del male? (Ravvedendosi e con mitezza ridicola.) Volevo il vostro portafogli...
ALFREDO Eccolo! Eccolo! Ma va via! (Pone il portafogli sul tavolo e ricade sfinito.)
GIOVANNI (esitante).
Ma io non vi faccio del male.
Io non minaccio.
Vi prego di darmi il portafogli.
(Vuole afferrare il portafogli, ma non osa.)
ALFREDO Dammi un bicchiere d'acqua.
GIOVANNI Subito, padrone mio.
Eccolo.
ALFREDO (beve guardando torvamente Giovanni).
GIOVANNI Vi sentite meglio ora? Se sapeste come mi dispiace, di avervi spaventato cosí! Mi avete fatto prendere una paura.
(Curvandosi verso Alfredo trova il modo di intascare il portafogli senz'essere visto.)
ALFREDO Alzare il revolver contro il padrone...!
GIOVANNI (melenso, perché esitante).
Il revolver?
ALFREDO E non minacciasti di tirare?
GIOVANNI (costringendosi a ridere).
Dissi, sí, di tirare, ma dove avevo da prendere il revolver?
ALFREDO Non avevi revolver? (Si alza, guarda le mani che Giovanni tiene in alto e gli visita qualche tasca.
Balza contro Giovanni.) Dammi quel portafogli.
Subito, birbante.
Vuoi darmelo? (L'afferra per il collo.)
GIOVANNI Padrone, mi fate male.
ALFREDO Questo è il rispetto che mi porti? Non promettesti fedeltà? Traditore!
GIOVANNI (piagnucoloso).
Avete ragione, padrone mio.
Ho fatto male.
Ecco il vostro portafogli.
(Lo consegna.)
ALFREDO (lo prende, lo intasca e s'infiamma sempre piú).
E adesso fuori di qua.
Ti scaccio.
Preferisco la solitudine alla tua compagnia.
Vattene.
GIOVANNI Dove vuole che vada? A quest'ora? In fondo, poi, che cosa le ho fatto?
ALFREDO (esasperato).
E lo domanda!
GIOVANNI Io avevo già il portafogli in mano e lo restituii per solo rispetto.
ALFREDO (trionfante).
Per rispetto? No! Io vi ti ho costretto! Vigliacco!
GIOVANNI (con ironia).
Eh! Sí! Vigliacco! (Poi si riprende.) Sí! Che cosa le ho fatto? Io pensai che a Lei non sarebbe importato di perdere quella scommessa col conte Alberighi.
Invece io avrei sposata di qui a pochi giorni la mia Maria, benedicendo il mio buon padrone...
(Piagnucoloso.) Se lei volesse dimostrarsi generoso con me e consegnarmi il portafogli...
ALFREDO (si getta sul tavolo, apre un cassetto e ne estrae un revolver).
Minacci ancora? (Subito punta il revolver.) Vattene, ti dico, o sparo.
GIOVANNI (nient'affatto spaventato).
Oh! Lo so che lei non tirerà su un inerme.
ALFREDO (pone il revolver sul tavolo).
Non tiro finché non mi si fa nulla.
Ma non parlare piú del portafogli.
Per tuo bene! Ti lasciasti comperare da Alberighi?
GIOVANNI (esitante ad accettare la parola).
Comperare?
ALFREDO (imperioso).
Insomma?
GIOVANNI (sempre piagnucolando).
Sí, promise di darmi tutto quello di cui abbisognavo.
Domani stesso avrei potuto sposarmi e finire questa vita.
ALFREDO Eppure io ti trattai sempre bene.
GIOVANNI Ma per me questa vita non fa.
Ella sa come sono atteso, al mio paese.
ALFREDO E chi impedisce di andarvi? (Giovanni fa un gesto di sconforto.) E non io ti strappai al tuo paese.
Sei tu che venisti a me ad offrirti.
GIOVANNI Sí, è vero.
ALFREDO Quanto ti diede Alberighi?
GIOVANNI Mi promise duemilacinquecento franchi.
ALFREDO (stupito).
Cinquecento piú dell'importo della scommessa! (Dopo lieve riflessione.) Già, per avere il piacere di avvilirmi dinanzi a tutti.
E tu, fedele servitore, ti prestasti al suo giuoco.
GIOVANNI Duemilacinquecento franchi coi tremilaseicento e cinquantadue che già posseggo facevano giusto l'importo che mi occorreva e piú ancora...
ALFREDO Di quali denari parli?
GIOVANNI (subito agitato).
Di quelli che ha lei in consegna.
ALFREDO (ride ironicamente).
Parli di quelli! Ma sono poi ben tuoi?
GIOVANNI Sono guadagnati col sudore della mia fronte in otto anni di servizio fedele.
ALFREDO T'inganni! Non sono tuoi.
Tu dimentichi i patti che abbiamo fatti.
Solo ottocento franchi sono tuoi.
In quanto agli altri ne parleremo.
Ti farò vedere la lettera che firmasti quando entrasti al mio servizio.
Gl'importi che io notavo sarebbero stati tuoi solo quando tu m'avessi lasciato dopo un servizio di otto anni, inalteratamente fedele.
GIOVANNI Ma gli otto anni sono quasi trascorsi.
ALFREDO E la fedeltà? E la fedeltà? (Gridando.)
GIOVANNI Ma quei denari sono miei! (Cammina intorno quasi in cerca d'aiuto.) Oh! padrone! Sarebbe una cattiva azione.
Quei denari son miei ed io non ricordo il patto...
ALFREDO Dubiti della mia parola? Vedrai domani.
Voglio andare a coricarmi.
Riaccendi quella candela.
Presto!
GIOVANNI (corre a prendere la candela che giace ancora a terra).
Subito, subito, padrone.
Ma non vada senz'avermi perdonato.
Sono tanto disgraziato!
ALFREDO Vuoi finalmente accendere quella candela o dovrò servirmi da solo?
GIOVANNI (accende con mano tremante la candela che pone sul tavolo).
Ecco, padrone.
Ho sbagliato! Ma come potevo sapere io che l'andrebbe cosí.
Non ho fortuna io.
ALFREDO (si leva e intasca il revolver con grande prudenza).
Sono stanco di tante chiacchiere.
Coricati nella tua stanza.
Io mi chiuderò nella mia e domani...
GIOVANNI (agitatissimo).
Come vuole che io possa dormire con tale pensiero? Mi perdoni, signor padrone.
ALFREDO (s'avvia con la candela in mano).
Adesso non voglio sentire altro.
GIOVANNI E il conte Alberighi mi disse che s'incaricherà lui di farmi avere il denaro ch'ella mi deve.
ALFREDO E allora fatteli dare da lui.
GIOVANNI L'ha anche scritto.
(Nervosamente cerca il biglietto nella tasca del petto.) Ecco qui! Firmato!
ALFREDO (legge negligentemente).
Vale proprio molto! (Sorridendo.) Capirai che Alberighi fece tutto questo nella speranza di guadagnare la scommessa.
Se non la guadagna si curerà ben poco di te.
GIOVANNI Non la guadagna! (Pensieroso.)
ALFREDO (di nuovo iroso).
E domani vedremo anche chi ti diede il diritto di farti garantire da altri quello che ti devo io.
GIOVANNI Io non volevo offenderla.
ALFREDO (alza le spalle).
Ma che offesa! (Procede verso la porta.)
GIOVANNI (si lamenta).
Oh! Chi mi consiglia?
ALFREDO Dovevi cercar consiglio prima.
GIOVANNI (risoluto si mette davanti alla porta ed impedisce il passo ad Alfredo.) Non domani ma questa sera io debbo avere il fatto mio.
Mi perdoni, signor padrone, ma, capirà, io difendo qui la mia vita.
ALFREDO Impertinente! Vuoi lasciarmi passare? (Cerca il revolver ma Giovanni gli afferra il braccio.)
GIOVANNI (risoluto ma ancora rispettoso).
No, signor padrone, non si passa! (Poi, improvvisamente è preso dal piú violento furore.) Anzi, vieni qui, vieni qui.
(Trascina Alfredo per un braccio fino al tavolo.) Sieda e mi stia ad ascoltare.
Prima di tutto...
ecco...
fuori il portafogli!
ALFREDO (spaventato).
Eccolo! E adesso lasciami andare.
GIOVANNI (lascia il portafogli sul tavolo).
Vede, anche senza revolver.
E adesso viene il bello.
Perché io ho il revolver! (Lo estrae e fa scattare la molla di sicurezza.) Adesso il portafogli ce l'ho, ma bisogna pensare anche al mio denaro.
Come faccio io ad essere sicuro di averlo domani?
ALFREDO (balbetta).
Te lo prometto.
GIOVANNI (in pieno furore).
Me lo promette! E non me lo promettesti già una volta, piú volte, quasi ogni giorno e poi mancasti...
canaglia! Voleva derubarmi del denaro da me guadagnato con tanti stenti! Canaglia! Giura che mi darai domani il mio denaro.
Giuralo!
ALFREDO (terrorizzato).
Giuro, giuro!
GIOVANNI E su chi, canaglia! Non hai nessuno tu, su cui giurare.
E domani parlerai di nuovo come parlasti poco fa.
Il mio denaro.
Voglio subito il mio denaro! (Punta sul petto di Alfredo e tira subito.)
ALFREDO Nel portafogli...
nel portafogli.
(Stramazza a terra.)
GIOVANNI (si rimette a stento.
Poi in ginocchio accanto ad Alfredo).
Vi ho fatto male? Padrone, padrone! (A voce bassa.) Padrone! Ve ne prego, rinvenite! Mi darete il mio denaro e tutto sarà finito.
(Vede le proprie mani macchiate di sangue e allibisce.) Che cosa ho fatto? (Alla porta picchiano e si sente la voce di Alberighi chiamar Giovanni.) Padrone! Padrone! (Con immensa gioia vedendolo muoversi.) Oh! vive!
ALFREDO (balbetta negli ultimi rantoli).
Ecco, ecco, il portafogli...
(Muore.)
GIOVANNI (guardandolo fisso).
È morto.
(Corre per la stanza; ritorna al cadavere, l'afferra per un braccio e pensa di trascinarlo verso il fondo.) Oh! a che serve? (Si morde le mani dall'angoscia).
Padrone! Padrone! (Si cela la faccia e piange dirottamente.)
SCENA SESTA
ALBERIGHI e SQUATTI sempre chiusi nell'altra stanza e GIOVANNI
ALBERIGHI Ma insomma che fate?
SQUATTI Qui si muore soffocati.
Ho caldo! Ho caldo!
ALBERIGHI Alfredo! Apri! La scommessa l'hai già perduta.
Rassegnati e beviamo un bicchierino insieme.
GIOVANNI La scommessa! (Si rimette lentamente; corre al tavolo e intasca il portafogli.
Si avvia verso la porta.
Si ricrede, ritorna e indossa il soprabito di Alfredo ed un cappello.
Fa per scappare ma ritorna ancora richiamato dalla voce di Alberighi)
ALBERIGHI Vuoi tenerci rinchiusi per punizione?
GIOVANNI (dopo un'esitazione va accanto a quella porta).
Non fate rumore! Ve ne prego! Io non ho ancora il portafogli.
Per fortuna che il padrone è di là e non v'ha uditi.
ALBERIGHI (piú a bassa voce).
Ma il colpo di revolver?
GIOVANNI (per un istante interdetto).
Ah! Il colpo di revolver! È stato tirato dal signor Alfredo che si esercita.
Adesso ha riposto il revolver e ritorna subito qui.
Allora lo affronterò.
SQUATTI Sí, ma fa presto perché altrimenti perdo la pazienza e mi metto a urlare.
Io non ho scommesso con nessuno e non c'è ragione...
ALBERIGHI Sta zitto, tu, imbecille!
GIOVANNI Zitti ambedue! Ecco il padrone che viene.
Lo sento muoversi nella sua stanza.
Zitti! (In procinto di nuovo di fuggire s'arresta accanto al cadavere.
Lo ricompone con pietà.
Poi non gli basta.
Lo prende in braccio e lo pone su un'ottomana.
Gli bacia la mano piangendo.) Volevo abbandonarti ed ora sarai sempre, sempre con me.
(Fugge.)
CALA LA TELA
Con la penna d'oro
Quattro atti
PERSONAGGI
CARLO BEZZI
ALBERTA, sua moglie
ALICE, cugina di Alberta
TERESINA, zia di Alberta e Alice
CLELIA GOSTINI
DONATO SERENI
ROBERTO TELVI
Dottor PAOLI
CHERMIS
CAMERIERA
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
ALBERTA e CLELIA
Alberta Bezzi e Clelia Gostini.
Sera.
In una stanza contigua alla camera da pranzo che si vede in fondo e nella quale è occupata una cameriera.
ALBERTA Certamente è utile che abbiate fatto un corso di infermiera, ma non era necessario.
Mia zia è una malata cronica a quest'ora.
Anzi tutto il suo organismo è sano fuori che alle gambe.
Passa la giornata nella sua sediola ma dorme e mangia perfettamente.
Perciò il vostro ufficio non sarà difficile.
CLELIA Lo so.
Però il mio salario dovrebb'essere un po' conforme alla mia condizione.
ALBERTA (esitante).
Certo per la zia è preferibile di avere accanto una persona che sappia parlarle, divertirla, leggerle.
Ma qui bisogna vedere quello che sta meglio per me.
Pago io perché la zia non ha dei mezzi e debbo pagare perché essa abbia tutto quello che le è indispensabile, non altro.
Io non penso di pagarle anche dei divertimenti.
CLELIA Signora! Io capisco che facendo la carità se ne faccia meno ch'è possibile.
(Alberta ride.) Lei è però conosciuta come una persona generosa.
Io voglio dedicarmi interamente a sua zia.
Interamente! Ma da una persona com'è Lei posso aspettarmi anch'io un po' di carità.
ALBERTA (ride e ride anche Clelia).
Lei vuole dire che qui posso spendere un po' di piú perché invece che una sola carità ho da farne due?
CLELIA (non ride piú).
Io debbo anche vestirmi in modo degno delle persone che servo e anche degno della mia condizione e delle persone che mi raccomandarono tanto calorosamente.
ALBERTA (un po' seccata).
Mi disturba...
Ma sia...
Mi toccherà di rifare i conti per stabilire quello che la zia mi costerà.
Solo ciò mi disturba.
CLELIA Se vuole che L'assista? Io so fare i conti perché mi preparavo ad entrare in un ufficio quando m'accorsi che le condizioni della mia povera famiglia m'avrebbero obbligata di lavorare.
(Si asciuga delle lagrime pronte e abbondanti.) Scusi...
tanto...
ALBERTA (molto buona).
Mi dispiace di averla commossa.
Non era questa la mia intenzione.
Scusi Lei me.
Insomma, in quanto al salario siamo d'accordo.
Capisco anche ch'Ella non può aspettare per avere l'impiego che la zia arrivi.
Subito domani Ella potrà entrare da me.
Le darò qualche lavoro di cucito.
Se ne avrò il tempo passerò qualche ora con Lei a spiegarle come voglio sia trattata la zia.
Sarà Suo compito di apportare un po' d'ordine nella casa di quella disordinata ch'è mia cugina Alice.
CLELIA Chi?
ALBERTA Non Le dissi ancora che la zia non abiterà da me ma da Alice?
CLELIA (ansiosa).
Ed io con la zia?
ALBERTA Eh! Sí! Non lo sapeva?
CLELIA No.
ALBERTA (secca).
Ebbene! Ora lo sa.
Sta in Lei di accettare o rifiutare.
La casa di Alice non è quello ch'è questa casa ma neppure là non manca il cibo, il riscaldamento e tutto quello che occorre.
Capirà che altrimenti non vi metterei ad abitare la zia.
Accetta di provare? Non ci sposiamo mica.
Col debito preavviso che m'attendo da una ragazza a modo com'è Lei, Ella potrà restare o andarsene.
CLELIA Accetto, accetto.
Capirà signora che io mi figuravo mi sia concesso di restare presso di Lei.
Era il mio conforto nella mia grande sventura.
Sapevo della Sua bontà e mi sentivo tanto sicura presso di Lei! Avrei saputo farmi voler bene da Lei.
ALBERTA Stia sicura che anche abitando Lei da Alice io sarò spesso con Lei e i nostri rapporti saranno molto seguiti.
Della zia intendo di occuparmi come se stesse qui con me.
SCENA SECONDA
CARLO BEZZI e DETTI
CARLO Donato non è ancora venuto?
ALBERTA No.
CARLO Quando viene mandalo da me che gli faccio vedere quelle stampe che mi sono state offerte.
Devo decidermi domani.
L'avevo pregato di venire di buon'ora.
Non c'è di peggio che aver da fare con un artista.
(S'avvia.)
ALBERTA Aspetta un momento.
Avrei da dirti qualche cosa.
(A Clelia.) Arrivederci signorina.
Venga domattina senz'altro.
CLELIA A che ora?
ALBERTA (esitante).
Fra le 9 e le 11.
CLELIA (un po' sorpresa).
Verrò dunque alle dieci.
ALBERTA Sí! Le dieci o le dieci e mezzo.
(Clelia esce.)
CARLO Chi è costei?
ALBERTA L'infermiera per zia Teresina.
La scelsi accuratamente.
È carina e spero farà alla zia la vita meno greve.
Non mi costa poi troppo perché ho trovato una signorina a modo ad un prezzo non eccessivo.
Ed anche per lei la situazione che le offro è una fortuna.
Ciò è molto, molto bene.
Siamo accomodati in tre: Io, lei e la zia.
Sarà poi una buona compagnia anche per Alice.
CARLO Tu, lei, la zia e anche Alice.
Sono contento di vederti contenta.
(S'avvia.) Se viene Donato mandamelo.
ALBERTA (seccata).
Te ne prego, Carlo, stammi a sentire per un momento.
Non avviene mica di spesso ch'io ti strappi ai tuoi affari o alle tue stampe.
CARLO (affettuoso).
Me ne strappi piú di spesso di quanto credi.
Non sono col pensiero sempre a te?
ALBERTA Anche quando ti occupi delle stampe?
CARLO (esitante).
Anche allora.
C'è anche allora il sentimento che la mia collezione si trova in questa casa e che questa casa col suo ordine e la sua pace è tutta opera tua.
ALBERTA (leggermente).
Tu sai sempre dire delle cose gentili.
Ma non mi basta.
Ora devi pensare a me, dimenticando i tuoi affari e anche le stampe.
Senti! Alice dice di aver bisogno di un aumento di almeno 1000 lire al mese.
CARLO Eh! Capisco! La vita va diventando ogni giorno piú cara.
ALBERTA Sarebbe una buona ragione perché noi si spenda di meno.
Giusto perché il costo della vita sale non siamo al caso di aumentare il denaro ad Alice.
CARLO Come ragionamento non fa una grinza.
Se tu hai deciso cosí sta bene; si tratta di una cugina tua.
ALBERTA Proprio perché la cugina è mia, la mia posizione è alquanto piú difficile della tua.
Io le dirò che debbo parlare con te perché senza la tua autorizzazione io non posso darle nulla.
Ora è escluso ch'essa ch'è tanto fiera a te si rivolga ma pure potrebbe avvenire e allora voglio essere ben sicura che tu sia preparato.
CARLO È semplice: Le dirò che non vuoi.
ALBERTA Ma no! Se è questo che desidero di evitare.
Devi dirle che non puoi darle di piú: I tuoi affari non vanno bene, i tempi son difficili e cosí via.
Quando parlo con te non saprei credere che tu sia l'uomo d'affari astuto e accorto che dicono; a me sembri un semplicione qualunque e non capisco perché non ti truffino di tutto quanto possiedi.
CARLO Ma i miei affari sono piú semplici dei tuoi.
Ricorda che quasi tutti gli affari da me si fanno per telegrafo.
E il telegrafo costa.
Non posso dire piú di tante parole.
Perciò lascio via tutte le parole superflue e divento molto furbo.
Ma negli affari dove c'entrano le donne le parole costano meno ed è piú difficile di essere furbi.
In quella volta proprio con Alice tu volevi io le dicessi che tu eri uscita.
Glielo dissi ma poi si continuò a ciarlare insieme ed io, non so piú a che proposito, mi lasciai sfuggire le parole: Alberta or ora mi avvisò di non so che cosa.
ALBERTA Era chiaro: Or ora!
CARLO Sarebbe stato meno chiaro se tu, interpellata da lei, non avessi subito confessato d'essere stata a casa.
ALBERTA Conoscendoti ti credetti capace di averlo detto anche piú chiaro.
CARLO Fosti danneggiata dalla tua sfiducia.
C'è da me talvolta una piccola assenza.
Sto preparando quei dispacci.
Poche parole quelle ma bisogna pesarle.
Ora però ho capito: Devo far credere alla signora Alice che sono io che ti proibisco di darle una maggior quantità di denaro.
Non mi fai fare una bella figura perché io anzi penso che non bisognerebbe lasciar soffrire una signora tanto bella e due bambini.
ALBERTA Ma se le diamo tutto quello ch'essa domanda finirà con l'esigere molto; spenderà addirittura quello che spendiamo noi.
Io penso d'accordarle la metà di quanto domanda.
CARLO (ridendo).
Noi in commercio ribassiamo di dieci, di venti per cento, ma mai di cinquanta.
ALBERTA Quanto farebbe il venti per cento?
CARLO Dovresti darle ottocento invece di mille lire.
ALBERTA Mai piú! Sarebbe come concederle tutto.
Alice spende troppo.
Per i bambini e per se stessa.
S'addobba come una principessa ed i bambini li veste di bianco.
Dice che il bianco si può lavare.
Ma anche altri colori si possono lavare e occorre lavarli meno di spesso.
CARLO Capisco! È veramente male ch'essa spenda troppo.
Ma non porta di solito i vestiti che tu smetti? L'altro giorno m'imbattei in lei sulle scale e pensai: Ecco un vestito ch'io ho già abbracciato.
ALBERTA Bada che l'involucro non ti faccia sbagliare.
Io ho fiducia in te perché studiando quelle parole brevi brevi dei dispacci mi racconteresti tutto.
Poi ho fiducia in Alice.
(Sentitamente.) Quella poverina è l'orgoglio della nostra famiglia.
Rimasta vedova tanto giovine avrebbe potuto procurarsi tanto facilmente i denari che io le rifiuto.
(Commossa.) Sai! Io non penso mica di essere tanto crudele con lei.
Per il momento credo sia prudente di non accordarle tutto quello che domanda.
Poi vedremo.
Certamente non la lascerò soffrire.
CARLO (si china a lei per baciarla paternamente).
Brava la mia capretta.
Cosí ti amo.
SCENA TERZA
CAMERIERA e DETTI
CAMERIERA La signora Peretti.
ALBERTA Alice! Venga, venga.
CARLO Io mi salvo.
Se Donato viene mandamelo subito.
(Via.)
SCENA QUARTA
ALBERTA e ALICE
Alice è della stessi età di Alberta: 25 anni.
Bionda mentre Alberta è bruna.
Piú sottile di Alberta e di lei piú debole.
ALBERTA (che l'ha baciata e abbracciata).
I bimbi bene?
ALICE (sorridendo).
Li ho lasciati in pianto.
Emilio perché oggi è stato per la prima volta a scuola ed Elenuccia perché a scuola non può andare ancora.
Insomma un pianto che non mi dà pensiero.
Faremo tardi qui?
ALBERTA No! Potrai lasciarci alle dieci o alle dieci e mezzo.
Non abbiamo a cena altri che te, Sereni, Telvi e il dottore.
I tuoi due pretendenti e il dottore per calmarli.
Non è fatto mica a posta.
Carlo ha bisogno del consiglio di Sereni per certe stampe ch'è in procinto di acquistare.
In quanto a Telvi è tanto sperduto che quando non lo invitiamo finisce col passare le notti nel suo ufficio.
Mio marito dice che ruba il riposo ai guardiani e ai servi.
ALICE (commossa).
Poverino!
ALBERTA Sí! Poverino! Io, però, quando lo vedo mi fa un po' da ridere.
È irresistibile! (Ridendo.) Ricordi? Arriva a casa...
dice alla serva che non vuol cenare finché la moglie non rientri e l'aspetta.
Quando si rassegna di sedere alla tavola trova la lettera della moglie.
Insomma è come vedere qualcuno che scivola sul selciato.
Si spezzerà un braccio ma si ride.
ALICE (ridendo anche lei).
E...
finí col cenare solo?
ALBERTA Non so se abbia cenato.
Studiò la lettera.
La moglie non domandava perdono: Lo accusava.
L'aveva seccata.
L'aveva seccata con la sua pedanteria, e questo si capisce, ma anche col suo affetto sempre uguale e perciò monotono, con la sua compagnia, coi suoi affari, con le sue cure.
Era molto e non so come l'abbia sopportato.
Il giorno appresso era molto abbattuto ma due giorni dopo arrabbiato, eppoi furente.
Adesso, dopo averci pensato tanto, egli è sicuro di aver avuto la disgrazia d'essersi imbattuto in una donna ch'era un mostro e...
ne cerca un'altra che non sia tale.
ALICE (sorridendo).
E tu vorresti propormi a quel posto?
ALBERTA Ebbi per un momento tale idea.
Cioè avrei fatto del mio meglio per farvi trovare insieme e far venire a te l'idea di proporti.
Come affare sarebbe stato ottimo per tutti meno per te stessa forse.
Quando tu ti fossi rassegnata di sopportare un uomo buono, ma un po' vecchio, un po' gottoso; buono, ma metodico come una macchina; buono ma - come Emma me lo disse il giorno prima di scappare - tale che quando arriva a casa parla ancora di affari se non ha le mascelle tese dallo sbadiglio o abbandonate per una silenziosità ch'è come una qualità della sua bocca perché di dietro c'è una scatola riempita di una materia cerebrale poderosa ma priva di vitamine, nessuno potrebbe avere a ridirci nulla.
Ma tu non lo puoi fare perché non si può.
Egli è sposato definitivamente e dacché abbiamo perduto Fiume non c'è piú rimedio.
ALICE Meno male che cosí son salva.
ALBERTA (volubile).
Sí! proprio salva se cosí si può dire per significare di aver perduto una buona occasione per arricchire te e i tuoi bambini.
Io studiai la cosa.
Mi fu facile perché in un primo tempo egli sentiva il bisogno di avere un confidente, anzi una confidente, e quando sospirava di aver perduto con la donna anche la casa e la quiete, m'era facile di dirgli: Ma, vediamo, non tutte le donne sono scappate.
Mettiamo al suo posto un'altra e la casa e la quiete ritornerebbero.
Ma è un disgraziato! Deve restare italiano fino alla morte perché certi suoi interessi gl'impediscono di mutare di nazionalità, e perciò non c'è via al divorzio.
Perciò resta eliminato.
Io ti conosco bene e so come tu pensi.
ALICE Eh! già.
(Un po' ridente; poi spiega.) Fra l'impossibilità di avere il divorzio e quella mancanza di vitamine non c'è da avere dei dubbi.
Lasciamolo lí.
Mi dispiace di aver riso di lui visto ch'è tanto disgraziato.
Ti assicuro che se lo potessi...
gli restituirei la sua Emma ch'egli potrebbe riavere in piena legalità e che restò già con lui per due anni cosí che se durava ancora, un poco a lui si sarebbe abituata.
ALBERTA E anche Sereni ho dovuto mettertelo accanto questa sera, ma è per l'ultima volta.
Sopportalo ancora per una volta.
ALICE Ma Sereni è anzi un compagno gradevole.
Mi fa ridere e pensare.
A lui le vitamine non mancano.
ALBERTA È vero.
Ma d'altronde somiglia troppo anche lui a Telvi.
È legato, non vuole o non può avere il divorzio.
Insomma anche lui vuole le donne gratis.
ALICE Mi pare sia il vero prezzo che si possa e si debba pagare per le donne.
ALBERTA (vivacemente).
E allora che cosa ci resterebbe? L'amore?
ALICE È qualche cosa.
Se lo diamo, lo riceviamo in cambio.
ALBERTA Come sei sempre giovine tu.
La vita passa, la soffri e la vedi perché sei intelligente e resti del tuo parere, di quello che avevi alla nascita.
Quando io parlo di te con mio marito io dico: Alice è ostinata.
Tu chiudi gli occhi e fai come se nulla fosse avvenuto.
ALICE Non vedo che cosa abbia potuto istruirmi.
La cosa grave nella mia vita è stata la morte di mio marito: Una stupida polmonite priva di alcun senso.
Viene a casa, si mette a letto con un brivido e muore.
Non ci compresi nulla.
ALBERTA Ma prima, ma dopo ci fu dell'altro.
Io non so altro che quello che tu me ne dicesti.
ALICE Oh! Non dimentico! Quella polmonite fece piangere me, eppoi la signora Romeri al secondo piano, e la figlia del portinaio in soffitta.
Tutta la casa era irrorata di lagrime.
(Improvvisamente commossa fino alle lagrime.) La morte era entrata in casa e mi rivelava che cosa fosse stata la vita.
Ma il male maggiore fu la polmonite.
Sí! Il suo massimo delitto fu di avermi lasciata cosí...
improvvisamente...
sola.
Priva di denari forse perché egli ne spese troppi negli atti per casa.
ALBERTA Quanto mi dispiace di averti ricordate queste cose.
(Abbracciandola.) Via! Rasciughiamo presto gli occhiucci.
Gli occhi stupiti...
gli occhi che hanno per natura l'espressione della sorpresa come la faccia della Gioconda quella dell'ironia.
Una cosa non voluta, una costruzione casuale ma una stupefazione intera, meravigliosa, stupefacente.
ALICE (sorridendo).
Le parole di Sereni.
ALBERTA Te le spiattellò dunque anche a te? Che faccia tosta!
ALICE Sí, parecchie volte.
Ma già...
non me ne importa.
ALBERTA (teneramente).
Eh! Lo so! Quello lí fa la corte ogni sei mesi ad un'altra.
Dice che senza donne non si può dipingere.
Non si capisce perché! Fa tali mostri con le gambe fuori di posto, le anche gonfie le braccia contorte, che sembrerebbe gli occorressero per modelli degl'ippopotami.
Gli occorre invece l'amore, poverino! E non mica un amore, ma piú amori.
Quando faceva la corte a me dipinse una donna senza testa.
Fu allora che tagliai corto e mi dichiarai offesa che guardasse me per dipingere cosí.
ALICE (attenta).
Fece la corte anche a te?
ALBERTA Sí! Non te lo dissi prima perché mi secca di ricordarlo.
Che uomo di cattivo gusto! Per farmi meglio la corte si mise a dir male di mio marito, il suo grande amico.
Mi stomacò.
Io amo di ridere di mio marito cosí distratto, incapace di occuparsi nemmeno per un solo momento dei miei affari tanto è occupato dei suoi, ma per qualche cosa sono sua moglie.
Certo anche con te Sereni commetterà degli errori se non ne ha già commessi.
ALICE No che io ne sappia.
Lo vedo di rado, quando sono qui da te.
ALBERTA Abita vicinissimo a te in via Battisti, faccia a faccia, alcune case piú in su.
ALICE Lo so, ma non lo vedo mai.
ALBERTA (dopo una lieve esitazione).
Ho parlato con Carlo e con grande difficoltà sono riuscita di fargli aumentare il tuo mensile di cinquecento lire.
Non hai un'idea con quanta politica dovetti procedere.
Egli dice che i tempi sono cattivi, che ha dei pensieri e cosí via.
ALICE (abbracciandola).
Grazie, cara Alberta.
Tenterò di aiutarmi, di restringermi.
ALBERTA (commossa).
Perdonami.
Per ora non posso fare di piú.
Poi si vedrà.
Non è detta l'ultima parola.
Continuerò a lavorare Carlo.
Eccoti intanto il denaro in questa busta.
ALICE Grazie! Grazie! Hai già fatto tanto per me che non oso domandare di piú.
Se non ci fossi stata tu, a quest'ora il patrimonio dei bimbi sarebbe liquefatto, distrutto.
Solo per merito tuo, quando saranno grandi, potrò consegnare loro quel poco che il povero Silvio poté lasciare alla sua famiglia.
ALBERTA (esitante).
Io vorrei pure che tu facessi in modo di non toccare neppure gl'interessi di quel capitale.
Il piccolo sacrificio rappresenterebbe un grande beneficio per i bambini in avvenire.
Carlo mi spiegò come si accumulano gl'interessi.
ALICE Per ora m'è impossibile.
Vedrò...
in seguito...
ALBERTA (di malumore).
In questo già io non c'entro.
ALICE Ma sí! Tu hai il diritto di occuparti di tutto quanto mi riguarda.
Non sei tu che mantieni me ed i miei figliuoli? Ma devi intendere anche tu.
Ieri ti feci vedere i conti.
M'è impossibile per ora.
Anche quel poco denaro m'occorre.
ALBERTA Io al posto tuo farei ogni sforzo per non toccare quel denaro.
Vorrei anche poter dire a Carlo: Guarda come il nostro aiuto è importante per quella famigliuola.
Arricchisce continuamente.
ALICE (fa mentalmente dei conti e poi).
Impossibile! M'è veramente impossibile.
ALBERTA E allora lasciamo stare per il momento.
ALICE Vedrò! Ci penserò! Sai che sono forte.
Tenterò, farò ogni sforzo.
ALBERTA E sia! Non pensarci piú se non puoi.
(Ride.)
ALICE Ridi?
ALBERTA Rido perché dici che sei forte.
Non lo eri mai, biondina mia, biondina cara.
ALICE È piú facile d'essere forti in certe posizioni che in altre.
ALBERTA Tu sei buona e coraggiosa ma non saresti forte in nessuna posizione.
(Ridendo.) Guarda, io so ricordare il momento in cui pensai d'essere piú forte di te e lo pensai poi sempre, da allora.
È addirittura antico tale momento perché io allora avevo all'incirca 8 anni e tu 9 e qualche mese.
Un giorno un bimbo della nostra stessa età mi corse dietro per picchiarmi.
Io dapprima mi spaventai - in quell'età i maschietti fanno una grande impressione - e scappai.
M'avrebbe quasi raggiunta quando tu, decisa, piangendo e gridando, intervenisti.
Il maschietto ch'era veramente furibondo - pare fosse la prima volta che avesse avuto da fare con donne e non avesse ancora appresa la difficile cavalleria - con un solo colpo ti gettò a terra e, certo, le avresti pigliate, perché notai con grande stupore che tu non facevi altro che ripararti dai colpi.
Allora intervenni io e terminò che tu dovesti strapparmi di mano il fanciullo perché altrimenti l'avrei conciato per le feste.
E ricordo anche che, picchiando, io non ero offuscata dall'ira.
Ogni mio colpo era ben mirato e forte, solo per insegnare a te l'uso che si deve saper fare delle mani.
ALICE Curioso come del lontano passato ognuno ricordi solo quello che gli si confaccia.
Io non ricordo nulla di quella scaramuccia nella quale riempii una parte ben generosa...
ALBERTA Generosa e da debole.
ALICE Io ricordo invece una cosa tanto piú recente e tanto dolorosa per te che sicuramente non l'hai dimenticata in cui spettò a me la parte del forte.
Ricordi? Tu avevi già 13 anni ed io, perciò, 14 e qualche mese.
Avevi perduta la mamma tua ed io venni a stare con te perché tuo padre non sapeva come fare per consolarti.
Io credo di aver abitato con te, allora, per un due mesi.
Ma non li dimenticai mai piú.
Per tanti giorni tu passasti tutte le ore con la testa ricciuta posata nel mio grembo e dicevi di tener chiusi gli occhi per dimenticare che quello non era il grembo di tua madre.
Eri tanto debole e malata dal dolore che io pensavo: Eccomi madre! E voglio esserlo, voglio amarla e proteggerla la bimba mia di tanto poco di me piú giovane.
Poi il destino volle ch'io di te avessi bisogno.
ALBERTA Ma ciò io ricordo! Se lo ricordo o Alice mia.
Solo ricordo anche tutto quello ch'io pensavo in quella posizione.
Pensavo: Buona e dolce e debole come mia madre.
E se un cattivo bimbo l'aggredisse, io interverrei a proteggerla.
ALICE (esitante).
Ma i bimbi cattivi mi lasciano in pace oramai.
ALBERTA Sereni sta facendo il tuo ritratto?
ALICE (accesa) Che c'è di male? A casa mia.
ALBERTA Di male non ci sarà altro che il ritratto stesso.
ALICE Mi pare venga bene.
Me lo regala.
Mi fa in quel costume di contadina friulana che portavamo io e te da fanciulle a Tricesimo.
ALBERTA Bellissima l'idea.
Raccomandagli di non mettere la bocca al posto dell'orecchio.
Non occorre neppur essere un pittore per vedere dove stanno di casa le orecchie.
Piú difficile è di fare una donna nuda, di riprodurre il colore della carne.
Ma Sereni se la cava facendola tutta verde o tutta azzurra.
Quando dipinge guarda attraverso a qualche vetro colorato? E allora non capisco come faccia.
Buono che non ci pensi a sposarsi perché dovrebbe dar da mangiare dei colori alla sua famiglia.
Però ci sarebbe il vantaggio che una volta mangiati non si vedrebbero piú.
Finché è solo gli basta quella rendita della casa in via Battisti ove abita e ch'è sua.
ALICE (lievemente seccata).
Ma io non ci penso né a nutrirmi dei suoi colori né a dividere con lui quella sua magra rendita.
ALBERTA Lo so, lo so! E può essere anche che cosí, vestita di friulana, ti ritragga bene.
È un vestito ben chiuso quello dei contadini e, facendo delle stoffe, il pittore ha piena libertà nei colori.
E, a proposito di vestiti.
Il tuo, il mio cioè finora, giace pronto in camera da letto.
Io vorrei tu l'indossassi per cena.
Vedrai com'è stato adattato bene dalla nostra sartina.
Vieni.
(S'avviano.)
SCENA QUINTA
CAMERIERA e DETTE, poi ROBERTO TELVI
CAMERIERA Il signor Telvi.
ALBERTA Già qui? È alquanto presto.
Allora, senti Alice.
Aiutati da sola.
Trovi tutto pronto.
Te ne prego, fatti bella.
Vedrai come il vestito ti starà bene.
Io intanto subirò questa bella compagnia.
ALICE Te ne lagni di aver da subirla per dieci minuti e se si fosse potuto me l'avresti inflitta per tutta la vita?
ALBERTA Ma io e lui saremo del tutto soli per dieci interi minuti.
È una compagnia molto intensa.
Nella vita si dorme, si mangia, si va a passeggio.
Non è mica tutta compagnia intera la vita.
(Alice esce a sinistra ed entra Roberto Telvi.)
TELVI Come sta? (Le porge la mano.)
ALBERTA Bene, grazie.
E Lei, Telvi? Carlo è occupato con certe stampe.
Sarà qui subito.
S'accomodi, intanto.
TELVI Quelle sue stampe! Capirci se fossero quadri.
Ma bianco e nero, un disegno che non dice niente.
Io, già, non me ne intendo.
Eppoi sepolte in quei cartoni donde si devono scegliere se si vogliono vedere! Già, ognuno ha i suoi gusti ed io ho torto di giudicarlo.
Chissà quante cose discutibili ho io nella mia testa.
ALBERTA Certo! Sospetto talvolta che anche nella mia testa ci sieno delle cose discutibili.
TELVI Ma alle donne nessuno lo dice e con ragione perché delle donne si ha bisogno.
Adesso specialmente che la testa delle donne è tosata le hanno dato un po' d'ordine esteriore.
Al di dentro deve esserci anche una confusione maggiore.
Non parlo naturalmente di Lei, Alberta.
Le presenti sono escluse.
ALBERTA Mi esclude finché sono presente.
Poi, appena ci separiamo, eccomi inclusa.
TELVI Già, se le dicessi il contrario Ella non mi crederebbe.
Perciò non protesto.
Io poi sono di quelli che delle donne non hanno bisogno.
Non è una buona ragione per essere scortesi ma una buonissima per essere sinceri.
Trovo che hanno ragione di mostrare le gambe e celare la testa col cappello fino alle orecchie.
ALBERTA Badi, badi, Telvi, che prima di Lei ci sono stati tanti che credevano di non aver bisogno delle donne.
Mi pare di ricordare qualche cosa non so se nella storia o nella mitologia.
M'aiuti, Telvi.
TELVI Non occorre andare tanto lontano.
Si va in strada e fra quei tanti che camminano accompagnati perennemente da donne si trovano alcuni che credettero in altra epoca di poter camminare da soli.
(Pensieroso.) Lo so! Può toccare anche a me.
Ma perciò dovrei pensare e agire come se già da donne fossi accompagnato? Lei, Alberta, sa la mia storia.
Io non sono mica offeso se liberamente se ne parla.
Non domando di questi riguardi.
ALBERTA (soffocando uno sbadiglio).
Ha avuto notizie?
TELVI (offeso).
Io, notizie? Non ne ricerco, né altri si cura d'inviarmene.
Come potrei avere notizie, io?
ALBERTA Capisco, capisco.
Dissi cosí perché altre volte mi parlaste di notizie avute.
TELVI Sí, una volta.
Mi capita in casa un individuo ch'era stato nella casa loro.
Veniva proprio direttamente da quella casa.
E allora, se non volevo fuggire, dovetti sorbirmi quelle notizie.
Il mondo è veramente troppo piccolo.
Io non avevo alcuna ragione di fuggire.
Da quelle notizie poco si poteva intendere.
Mena una vita piuttosto povera.
Io credo che a quest'ora essa sia un po' pentita.
Se non lo è, tanto meglio.
Che ci guadagno io a saperla infelice?
ALBERTA E non c'è la possibilità di un vero, proprio divorzio?
TELVI No! Abbiamo le carte in regola, oramai.
Avrei potuto seccarla, perseguitarla.
Non ne feci nulla.
A che pro? Bisogna sapersi adattare a tutto a questo mondo.
(Amaramente.) Anche a questo.
(Poi.) Io già non vi penso piú.
Ho tanto da fare che non avrei neppure il tempo di pensarvi.
Il divorzio non è possibile.
L'avvocato studiò a fondo la cosa.
(Inquieto.) Credevo di trovare qui la signora Peretti.
ALBERTA È di là, viene subito.
TELVI Non mica per altro.
Mi sento bene accanto a quella signora.
Quello che a me ha portato via la vita, a lei è stato trafugato dalla morte.
Come risultato è quasi la stessa cosa.
(Stringendosi nelle spalle.) Chissà se è meglio una cosa o l'altra.
Però essa ha il rimpianto che io non debbo avere.
Forse è anche piú disgraziata di me.
ALBERTA (con emozione).
Il rimpianto lo ha, poverina! (Poi.) Ma a torto.
Egli la tradiva sconciamente.
TELVI (rasserenandosi).
Ed ella lo sa? Lo domando perché ciò dovrebbe diminuirle il dolore.
Non per altro.
ALBERTA Pare che in questa vita nulla serva a diminuire dei dolori e da Alice ciò è un dolore di piú.
TELVI (accorato).
Me ne dolgo.
ALBERTA (minacciando scherzosamente).
Telvi! Telvi! Mi pare rimpiangiate che Alice non sappia odiare la memoria del suo defunto marito.
TELVI Come potete pensare una cosa simile? A che scopo? Forse per me? (Stringendosi nelle spalle.) Come se un uomo della mia età e nelle mie condizioni potesse pensare alla signora Alice.
ALBERTA Perché no? Io a me d'intorno vedo che la durezza dei nostri legislatori non serve a nulla.
TELVI (abbattuto).
Serve! Serve! Nelle mie condizioni serve perfettamente.
Io non mi lagno.
Non gioverebbe.
Eppoi non sono uomo che saprebbe ispirare ad una donna un tale amore da ispirarle il sacrificio di convenzioni ridicole.
Ho esperienza di me stesso, io, perché vissi abbastanza a lungo.
Le donne non mi amano.
Una volta credevo che quando avessero la possibilità di vivermi accanto, di conoscere l'estensione di un mio affetto e il rispetto di cui so circondare chi ama...
Sono però un po' rude.
Non so discorrere.
La vita degli affari non rende piú dolci.
Non è mica l'arte, la pittura.
ALBERTA Fate allusione a Donato Sereni?
TELVI Non a lui precisamente, ma anche a lui.
L'ho osservato tante volte.
È dolce, è interessante.
Quando prende un oggetto in mano pare lo accarezzi con le mani e con lo sguardo.
Ciò deve piacere alle donne.
ALBERTA Che idea strana.
TELVI Ho pensato cosí l'altro giorno quando gli faceste vedere quell'avorio chinese.
Io invece ho l'aspetto di spezzare gli oggetti.
Lo credereste? Iersera presi un certo mio vasetto di Ginori in mano e lo girai nelle mani imitando i movimenti del Sereni.
Lo credereste? Dovetti smettere perché sentivo che il vasetto si sarebbe sottratto alle mie carezze cadendo a terra e spezzandosi.
È bene di conoscere se stesso e le proprie deficienze.
Se ne soffre poi meno.
SCENA SESTA
CAMERIERA, DETTI, poi DONATO SERENI
CAMERIERA Il signor Sereni.
ALBERTA Venga pure.
Lupo...
TELVI Dolce lupo, però, con gli oggetti.
Io non amo di voler meno bene ad un uomo perché può piú di me.
In certe cose, d'altronde, sono piú forte di lui.
ALBERTA Ma certe cose importano meno.
TELVI Perché? Anche i denari hanno la loro importanza.
SERENI Buona sera signora.
(Bacia la mano ad Alberta e la stringe a Telvi cui ora parla.) Sarete piú lieto questa sera? L'altra sera non somigliavate affatto al ritratto che vi feci, quello ch'io ancora considero la miglior espressione di salute e di forza.
TELVI Era un'altra epoca quella.
Non dico che la salute e la forza non possano ritornare.
Le aspetto serenamente.
SERENI Quello di saper aspettare è già una forza.
Io so tante cose a questo mondo ma non so aspettare.
ALBERTA E come fate? Se quello che aspettate non viene correte via e perdete la possibilità d'essere raggiunto?
SERENI Io aspetto soffrendo e urlando.
Non ho la scelta.
Se sono io anzi sempre in aspettativa.
Ecco giusto ora: Carlo m'aveva detto di venir qui piú presto.
Mi vestii eppoi mi parve che fosse ritornata...
TELVI Chi?
SERENI L'ispirazione.
Non volli perderla e disegnai una testa.
La disegnai finché riuscii a darle un'espressione.
Ma l'espressione fu immediatamente di derisione e la stracciai.
Vedete la mia sorpresa di fronte ad una faccia ch'io creai e che appena venuta alla luce del giorno per opera mia, subito deride me, il suo creatore? Con ira la stracciai.
ALBERTA Peccato se sapeva deridere sul serio.
SERENI Non poteva essere bella.
Io la disegnai a memoria, la testa di un mendico cui qualche minuto prima avevo regalata qualche lira e che mi guatò riconoscente e lieto con un'espressione sorprendente in questa dura vita.
TELVI Chissà che sulla sua faccia non ci sia stata la derisione velata? Tanti beneficati hanno quell'espressione.
SERENI No! No! La derisione c'era nelle mie dita.
La disegnai con noia indicibile.
Non poteva essere altrimenti.
Io sono un uomo finito.
L'ispirazione non passerà mai piú da me.
ALBERTA Io sto benissimo senza di essa.
TELVI Anch'io.
Ma comprendo il vostro dolore.
Quando manca qualche cosa cui si è abituati è una ferita, un dolore.
ALBERTA Del resto anch'io posso figurarmi tanto.
Ricordo come eravate quando dipingeste quel quadro che andò alla biennale.
Non ne parlavate ma eravate tutt'altro uomo.
Molto piú vivo di ora e piú distratto e piú raccolto.
Sí, certo.
L'ispirazione era stampata nella vostra faccia.
SERENI E quando il quadro partí, io subito lavorai ancora.
Lavorai tanto che quando vidi riprodotto il mio quadro in un giornale umoristico che aveva stroppiato e ingobbito la mia ninfa, io quasi ero d'accordo col caricaturista.
Adesso sono beato di abbandonare il mio studio.
Quando mi getterete fuori di questa casa io andrò a girare per la città per non coricarmi fino all'alba onde essere tanto stanco domani nelle ore della luce da poter sfuggirla dormendo.
ALBERTA Io, da buona borghese, vi consiglierei di andare a letto.
Ammettiamo che domani arrivi l'ispirazione, che cosa ne fareste voi se aveste sonno? Qualche bel sogno che non lascerebbe alcuna traccia di sé.
SERENI Non giunge l'ispirazione domani.
Io lo so! Non giunge domani né piú tardi.
Forse mai piú.
ALBERTA E allora avete tempo e potete perderne.
Andate dunque da Carlo che vi aspetta e guardate le sue stampe.
Egli crede di aver fatto un acquisto importante.
Gli importa enormemente di apparire furbo.
Quelle stampe gli fanno piacere perché le ha pagate poco.
Se le avesse pagate molto - e magari fossero state piú belle di cosí - non gl'importerebbero tanto.
SERENI S'accontenta facilmente lui che ha tutto.
ALBERTA Ha tanto il povero Carlo? In verità non mi pare tanto.
Una donna, i suoi affari e quelle povere stampe.
Voi volete una donna...
al mese.
SERENI Io non ho mai avuto una donna, una vera donna, una di quelle che possano bastare per tutta la vita.
ALBERTA Ve la procuro io, se volete.
Ma una vera donna la si prende davanti al sindaco.
SERENI E se poi risultasse che non è quella, che non è cioè la vera?
ALBERTA Le donne si comperano come le stampe.
Carlo le ha comperate e adesso appena vi domanda il vostro parere.
Se non avranno il valore ch'egli attribuí loro, tanto peggio.
SERENI (esitante).
È cosí che si fa? Si prende la donna e si sta a vedere se rappresenti proprio quello che in essa si vide?
ALBERTA Proprio cosí! Proprio cosí!
TELVI Purtroppo è cosí.
(Con un sospiro.)
SERENI Ma non si può continuare a provare altrimenti specialmente dopo le tante disillusioni ch'io ebbi?
ALBERTA Se ci fosse la prova non ci sarebbero dei matrimoni.
Guardate: C'è la possibilità che lui non piaccia a lei oppure che lei non piaccia a lui.
Ma poi ci sono altre possibilità negative: Che lui a lei e lei a lui non piaccia che per un periodo ristretto, mettiamo per una settimana o per un giorno.
O infine che lui a lei o lei a lui piaccia solo di notte o solo di giorno, o quando parla o - peggio - quando tace.
Non ci sarebbero altri matrimoni.
SERENI E che male ci sarebbe? Se ne farebbe a meno.
ALBERTA Andate, andate da Carlo che vi aspetta.
Per questa sera ditegli che quelle stampe sono del Piranesi.
Cosí sarà di buon umore a cena.
SERENI Avrebbe ragione di esserlo lui che ha tutto.
ALBERTA Gli manca l'ispirazione ma non se ne accorge.
SERENI Non gli manca, forse.
È un'ispirazione anche quella che guida alla felicità.
ALBERTA Grazie! Siete molto gentile.
(Sereni esce.)
SCENA SETTIMA
ALBERTA e TELVI
ALBERTA L'ispirazione? Anche lui ha bisogno di donne.
TELVI Ma io non ne ho bisogno.
Da me è proprio il contrario.
Magari non ne avessi mai avuta alcuna.
ALBERTA Non pensavo a voi, mio buon amico.
Pensavo a cinquecentomila altri uomini, ma non a voi.
TELVI Eppoi chissà se a lui occorre proprio una donna? Parlava sempre dell'ispirazione.
Chi dice si tratti di una donna?
ALBERTA Sí.
Può essere si tratti non di una donna sola, ma di piú donne.
È tanto evidente che mi pare ridicolo un uomo che vada proclamando il suo bisogno di donne.
Discrezione, diamine! È il vero modo per farsi evitare dalle donne cotesto di battere il tamburo per richiamarle.
È questo grido fuori di posto che poi lo induce a fare tutto fuori di posto, gambe, coscie e colori...
TELVI Non piace neppure a me ma forse è perché non me ne intendo.
Fu Emma che volle il mio ritratto fatto da lui.
Lo tengo come un ricordo che non mi piace.
Un altro ricordo della mia bestialità.
È molto istruttivo.
Brutto come sono, serio e triste come sono guardo quella faccia brutta e triste che guarda proprio me.
Mi pare di guardarmi in uno specchio.
Uno specchio bruttato da colori che non c'entrano, dei garofani al cioccolato.
ALBERTA E questo egli chiama pittura come poi sarà capace di dire amore quel suo bisogno d'ispirazione.
TELVI Ma sono questi gli uomini amati dalle donne.
Io non ci ho niente in contrario.
Che li amino.
Ma hanno torto.
Posso dirlo io...
che piú non c'entro.
SCENA OTTAVA
ALICE e DETTI
ALICE Ecco fatto.
Buona sera signor Telvi.
TELVI (animato, le bacia la mano).
Buona sera, signora.
Come sta?
ALBERTA (esaminando Alice che ha sempre in mano la busta col denaro).
Bene, bene, ma troppo scollata.
Troppo! Che cosa ha fatto di questo vestito quella sciocca? Certo da me non era cosí.
Io non ero tanto nuda.
ALICE (ridendo).
Io credo di sí.
È tutt'un'altra impressione quella che si ha della propria nudità o di quella degli altri.
Un po' di freddo come lo sento io ora non è mica tanto importante come la visione di tanta carne o - come penserà il signor Telvi - di tanta sfacciataggine.
TELVI (confuso).
Io, signora.
Io penso tutt'altra cosa.
Ognuno ha il diritto di vestire come crede.
Lei, poi, signora, è impossibile sia mai vestita male.
ALBERTA (decisa).
Non puoi restare cosí.
Senti! Io ho un velo di là che lenirà la tua sensazione di freddo.
Vieni! O resta qui.
Son subito di ritorno.
(Via a destra.)
SCENA NONA
ALICE e TELVI
ALICE (dinanzi allo specchio e lontano da esso per vedersi tutta) Com'è viva, Alberta.
Vuole quello che vuole.
Mi piace.
Magari sapessi io quello che voglio.
Senta, signor Telvi.
Dicono che Lei abbia studiato profondamente molte lingue.
C'è qualche lingua in cui si può dire il contrario di Io voglio.
Per esempio io sono voluta, altri mi vogliono.
TELVI Sí! In molte lingue si può dire che molti La vorrebbero.
ALICE (lo guarda per un istante stupita eppoi ritorna allo specchio).
Il vero, grande difetto, il solo difetto è nella gonna.
Cosí liscia.
Avevano torto l'anno scorso.
Che bestie.
Se in allora il sarto avesse avuto la buona idea che ebbero quest'anno, io sarei piú felice.
La moda è una cosa crudele.
Se non ci fosse, ci sarebbe meno differenza fra poveri e ricchi.
Peccato! Sarebbe tanto bello di restar poveri ed essere tuttavia vestiti alla moda.
TELVI La moda a me piace.
Quando avevo una moglie...
Oh, non faccia come se non lo sapesse.
Parlo di quella mia moglie ch'è scappata una sera perché non ne poteva piú.
Io non penso di dover fare dei segreti con Lei, Signora, per cui ho tanta ammirazione.
Eppoi io non so conversare che con chi sa quello che m'è toccato.
Con gli altri mi sento imbarazzato e seccato.
Quando, dunque, c'era mia moglie con me, e arrivavano alla casa tanti oggetti e vestiti che la moda impone, questa casa ingombrata mi pareva sempre piú casa, sempre piú mia...
nostra voglio dire, e salutavo questi oggetti inutili, ingombranti, di cui proprio non mi curo perché non so vederne né la bellezza né l'utilità, come tanti amici e tanti alleati.
ALICE (accorata).
Erano della donna sua.
TELVI Di quella ch'è ora di un altro.
La quale ora addobba un'altra casa.
Non credo che i suoi rapporti con la moda sieno piú tanto intimi.
Sarà anche lei condannata alla moda dell'anno scorso.
ALICE Poverina! (Poi.) Oh, scusi tanto.
TELVI Dica pure.
Da me non c'è odio.
A che servirebbe l'odio?
ALICE Mi Scusi.
Mi lasciai sfuggire quella parola di compianto proprio perché pensavo un poco a me.
Per farmi perdonare vede come mi rivelo a lei.
Mi denudo addirittura.
Mi perdona?
TELVI Se Le perdono? Stia a vedere.
Mi denudo anch'io con Lei.
Vuol vedere? (Alice è spaventata.) Senta! A me di mia moglie non importa affatto.
Io non so quello che Le abbiano detto di me, ma io mi credo autorizzato ad asserire che io non sono uno sciocco.
So cinque lingue.
Molti le sanno ma non molti come me hanno fatto dei buoni affari in cinque lingue.
Può credere perciò che io da molto tempo sospettavo quello che si moveva nell'animo di Emma.
Non ch'io credessi dovesse finire cosí.
Ero tanto buono io che pensavo che un po' di bontà per me ci dovesse essere anche nel suo cuore.
Non mi amava però; di questo io ero sicuro da oltre un anno.
Ma che importava? Il tempo trascorreva dolcemente nella casa piena di cose nostre.
Le ore di casa erano brevi, perché i miei affari mi rubavano la maggior parte del mio tempo, ma tanto dolci.
Io le raccontavo la mia giornata intera eppoi la guardavo come disponeva e regolava le cose pieno di gratitudine perché essa lavorava per me.
Adesso non è la donna che mi manca ma via lei tutto è crollato.
La mia casa è tuttora piena di roba ma è un magazzino.
Io non ci vado che quando a tastoni, traverso a tutta quella roba vado a cercare il mio letto.
ALICE Mi dispiace tanto di sentire ch'è infelice.
Peccato non abbia un figlio.
Sarebbe tutt'altra cosa.
TELVI Un figlio privo di madre.
Non so figurarmelo.
ALICE È vero.
Ma avendo dei denari si può provvedere al benessere del figlio.
Io ne ho due dei figli.
Sono la mia consolazione e il mio dolore perché i poverini sono privi di padre.
TELVI È per questo che mi trovo tanto bene con Lei.
La differenza fra noi due è che Lei rimpiange suo marito mentre io ho il dovere di non rimpiangere mia moglie.
ALICE È vero! Mio marito - poverino - non ha colpa se ha dovuto lasciarmi.
TELVI (che s'aspettava ad una confidenza resta disilluso).
Poverina! È quello che dico anch'io.
SCENA DECIMA
CARLO e DETTI
CARLO La signora Alice e Telvi.
(Saluta stringendo le mani ad ambedue.) Non sapevo ch'eravate qui.
Dov'è Alberta?
ALICE (che si copre il decolleté con le braccia).
Non so perché tardi tanto.
È andata a cercare un velo per diminuire il mio decolleté che trova eccessivo.
CARLO (piano ad Alice, ridendo).
Eppure, se non sbaglio, essa portava questo vestito senz'alcun'attenuante.
ALICE Può parlare ad alta voce.
Il signor Telvi sa e del vestito e della necessità del velo.
Sentí anche ch'io scoprii che la propria nudità appare sempre piú casta dell'altrui.
CARLO Io, da uomo, non conosco che il decolleté altrui.
(Guardando Alice che ha lasciato cadere le braccia.) C'è una differenza certo fra il decolleté della propria moglie e quello delle altre.
Il primo desta meno curiosità.
ALICE Non dica cattiverie, Carlo.
CARLO Mi scusi, signora Alice.
Volete venir a vedere le mie nuove stampe? Sereni le sta studiando.
ALICE Io debbo aspettare qui Alberta.
Se mi faccio vedere cosí da tutti, allora il velo non ha piú alcuno scopo almeno per questa sera.
S'accomodi, signor Telvi.
Se Alberta tarda ancora la raggiungerò nella sua stanza.
(Telvi s'inchina ed esce.
Carlo vuole seguirlo.)
ALICE Carlo! (Esitante.) Vorrei pur ringraziarla.
(Ha la busta in mano e vi accenna.) Ella è stato tanto buono.
Sono veramente addolorata di seccarvi tanto.
Non potevo fare altrimenti.
Il tutore è tanto rigido.
CARLO Ma che dice, Alice? Sa che m'è tale soddisfazione di compiacere Alberta.
Ho dovuto causa i miei affari i tempi difficili e cosí via rifiutarle parte di quello che a lei occorreva.
Ma dove occorrevano mille, ottocento sicuramente basteranno.
ALICE (esitante ma felice).
Bastano.
Sicuramente bastano.
CARLO Mi fa tanto piacere di vederla lieta.
Per Alberta e per lei stessa.
E non parliamone piú.
(Le stringe la mano.) Vado a godermi i miei Piranesi.
Pare sieno proprio del Piranesi.
(Via.)
ALICE (dubbiosa trae il denaro dalla busta, lo conta).
Uno, due, tre, quattro, cinque.
(Lo conta una seconda volta: poi lo rimette nella busta.)
SCENA UNDICESIMA
ALBERTA e ALICE
ALBERTA Scusa se ho tardato tanto.
C'è stato bisogno di qualche punto.
È un pizzo autentico.
Te lo presto per questa sera.
Questa roba vecchia è tanto delicata.
Guarda! Ti starà benissimo.
ALICE (ridendo).
Vuoi dire meglio di prima? Secondo i gusti.
Bisognerebbe domandarlo ai tuoi ospiti, Telvi e Sereni.
ALBERTA Quei maiali che vogliono vedere nude le donne senza sposarle.
ALICE Il pittore deve averne visti di nudi e credo non possa importargli di vederne altri.
ALBERTA Guardando i suoi quadri si crederebbe veramente che di vera carne egli non n'abbia vista mai.
ALICE Non tutti sono di questo parere.
Pare che un nudo possa avere tutti i colori.
ALBERTA Visto attraverso dei vetri colorati.
ALICE Egli dice ch'è come il mare e che dipende dalla posizione del sole cioè dal desiderio del pittore.
ALBERTA Come sa fingersi pittore per poter dire il suo desiderio.
ALICE (ridendo).
Non devi credere che abbia bisogno di infingersi tanto per proclamare i suoi desiderii.
ALBERTA Lo so, lo so per mia esperienza.
ALICE Quando facesti tale esperienza?
ALBERTA Sei mesi fa, mi pare.
O fa un anno? O un anno e mezzo? Non lo so piú.
Non annotai l'esperienza nel mio libro scadenze.
ALICE E come cessò?
ALBERTA M'arrabbiai quando vidi un suo quadro.
Ossia m'arrabbiai quando, dopo aver visto un suo quadro, egli osò dire ch'ero la sua musa.
Sai come sono rude talvolta.
SCENA DODICESIMA
Il dottor PAOLI e DETTI
PAOLI (saluta le due signore).
Non si dirà ch'io arrivi sempre in ritardo.
Per una volta eccomi qui quando non ci pensate ancora di andare a tavola.
ALBERTA Andiamo subito subito, dottore.
Non c'è da attendere che un quarto d'ora al massimo.
PAOLI Non ho fretta.
Nessuno sa che sono qui e cosí son certo di godermi una festa di qualche ora.
(Ad Alice.) I bambini bene?
ALICE Grazie, benissimo dottore.
PAOLI (sollevato).
Come sto bene fra persone che non hanno bisogno di me.
ALICE Io penso che le persone che non hanno bisogno di nessuno sono evidentemente le preferite.
ALBERTA (quasi risentita).
Perché? Io preferisco le persone che hanno bisogno di me.
ALICE Grazie, Alberta (ridendo).
ALBERTA (con sincerità studiando se stessa).
Credo mi facciano sentire me stessa meglio, la mia vita e la mia forza.
ALICE (con calore).
Eppoi c'è la riconoscenza.
ALBERTA (sempre confessandosi con una certa assenza).
Si sa che sulla riconoscenza non si deve contare.
Non parlo mica per te che non mi devi assolutamente niente.
PAOLI Ma siamo lontani da quello che dicevo io.
Quando hanno bisogno di me, io faccio la visita, mi pagano e siamo saldati.
Soltanto c'è una differenza.
Se la malattia è lieve o non c'è - perché anche questo succede - la cosa è gradevole.
Ma oggi fu un inferno.
Una chiamata, una polmonite in un organismo logoro, una seconda angina cardiaca, una terza un caso unico, un disastro, qualche cosa di fosco e incerto, ma diffuso in modo che la morte s'annunciava evidente nella nebbia.
Allora mi arrabbiai.
Era troppo.
ALICE È la compassione che la fa soffrire, dottore.
PAOLI Le direi in un orecchio quello che mi fa soffrire se ci fosse qui anche una sola persona oltre alla signora Alberta.
Ma con voi due posso essere sincero.
Siete tanto sane che non avete bisogno di fidarvi di me.
Toccatevi il naso, ve ne prego.
Non danneggia nessuno.
È la mia impotenza che mi fa soffrire.
Dei miei tre casi seppi provvedere al primo che dichiarai spedito, il secondo è già morto, senz'alcun rispetto, in mia presenza.
In quanto al terzo mi darà qualche consolazione.
Domani faremo un consulto e la mia ignoranza sarà abbondantemente scusata da quella degli altri.
Io già sono convinto che l'esercizio della medicina non fa per l'uomo.
Un buon medico dovrebb'essere un superuomo ma no, qualche bestia del tutto differente dall'uomo munita di molti piú sensi e piú potenti.
ALICE Ma io credo che mettendo questa bestia tanto potente a qualunque posto quaggiú farebbe meglio del meschino uomo.
Ciò non vale solo per i medici.
PAOLI (Guardandola con interessamento).
Ben detto.
È evidente che anche il commerciante, il facchino e il marinaio potrebbero essere migliori.
È una parola di consolazione ch'Ella dice.
ALBERTA Ma persino il tapino che stende la mano al canto della via s'avvantaggerebbe di avere un cuore piú grande e generoso.
Niente ira, tutto riconoscenza.
PAOLI Ma non stenderebbe piú la mano.
ALICE E anche chi mette il soldo in quella mano...
PAOLI Diventiamo spaventosamente profondi.
Siamo arrivati alla conclusione che per la vita in genere occorrerebbe qualche cosa che non sia l'uomo ma un essere superiore a lui.
L'ammalato se non fosse uomo, non sarebbe ammalato.
Avrei la divisione vuota.
Che bellezza.
Si sarebbe tutti superiori tanto che non ci sarebbero piú né medici né ammalati, né tapini né benefattori.
Io verrei a cena qui dalla mattina alla sera.
SCENA TREDICESIMA
CARLO, TELVI, SERENI e DETTI
CARLO Addio, dottore.
(Gli stringe la mano.)
SERENI (va ad Alice e le bacia la mano, poi anche lui stringe la mano al dottore).
Quel Carlo! Com'è fortunato.
Dieci Piranesi per un tozzo di pane.
CARLO (ad Alice, sorridendo).
Non soffre piú di freddo.
Chissà che gli altri (accenna a Telvi ch'è accanto a Paoli) abbiano meno caldo.
ALICE Lei dice delle cose ardite, Carlo.
È molto gentile.
PAOLI (a Sereni).
Son veri Piranesi?
SERENI (a bassa voce).
Io non me ne intendo molto.
Ma a lui fa tanto piacere.
Poi me li mostra quando li ha già comperati e non c'è compromissione.
(Ad alta voce.) Io quando guardo una stampa la copro di colore.
Nessuno sa guardarla come me.
(A bassa voce.) Mi sono confessato.
ALBERTA Già, chi non è un pittore non sa guardare neppure una donna.
Cito Sereni.
È curioso che tanti che non furono pittori da Adamo in poi le guardarono.
SERENI Ma il solo pittore sa guardarle con animo puro ammirando linee e colori.
ALBERTA (scoppiando).
È grossa.
Il prete sarebbe meno puro del pittore?
SERENI Il prete non le guarda o non le vede.
Io parlo di quelli che le guardano.
PAOLI In certi casi si suppone che anche il medico sappia guardare una donna con animo puro.
SERENI Quando è malata.
PAOLI Non è esatto.
Salvo in certi casi il medico s'abitua un po' a vedere in tutti dei clienti.
SERENI Quand'è vecchio specialmente.
PAOLI Sicuramente in certi casi la vecchiaia è una forza.
Nessuno lo nega.
Però anche i giovini medici diventano come i pittori vedendo però nella donna invece che linee e colori che sono sempre seducenti, malattie e sofferenze che sono abbominevoli.
Un mio giovine amico era proprio in procinto di baciare per la prima volta una donna quando s'accorse che l'ombra che gettava la propria testa sugli occhi dell'amata, non arrivava a produrre alcuna reazione sulla pupilla di costei.
Rinacque subito il medico in lui e fu salvo.
SERENI Una pupilla che non reagisce! Per un pittore ciò costituisce un occhio interessante.
PAOLI Orrore! Un uomo dalla pupilla che non reagisce è altrettanto inferiore quanto un corpo che puzzi.
È proprio una puzza e anche puzza di cadavere.
ALICE Guai aver da fare con un medico.
Ora che so lo rifiuterei quale marito.
Durante