COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 51
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ALICE Ma Sereni è anzi un compagno gradevole.
Mi fa ridere e pensare.
A lui le vitamine non mancano.
ALBERTA È vero.
Ma d'altronde somiglia troppo anche lui a Telvi.
È legato, non vuole o non può avere il divorzio.
Insomma anche lui vuole le donne gratis.
ALICE Mi pare sia il vero prezzo che si possa e si debba pagare per le donne.
ALBERTA (vivacemente).
E allora che cosa ci resterebbe? L'amore?
ALICE È qualche cosa.
Se lo diamo, lo riceviamo in cambio.
ALBERTA Come sei sempre giovine tu.
La vita passa, la soffri e la vedi perché sei intelligente e resti del tuo parere, di quello che avevi alla nascita.
Quando io parlo di te con mio marito io dico: Alice è ostinata.
Tu chiudi gli occhi e fai come se nulla fosse avvenuto.
ALICE Non vedo che cosa abbia potuto istruirmi.
La cosa grave nella mia vita è stata la morte di mio marito: Una stupida polmonite priva di alcun senso.
Viene a casa, si mette a letto con un brivido e muore.
Non ci compresi nulla.
ALBERTA Ma prima, ma dopo ci fu dell'altro.
Io non so altro che quello che tu me ne dicesti.
ALICE Oh! Non dimentico! Quella polmonite fece piangere me, eppoi la signora Romeri al secondo piano, e la figlia del portinaio in soffitta.
Tutta la casa era irrorata di lagrime.
(Improvvisamente commossa fino alle lagrime.) La morte era entrata in casa e mi rivelava che cosa fosse stata la vita.
Ma il male maggiore fu la polmonite.
Sí! Il suo massimo delitto fu di avermi lasciata cosí...
improvvisamente...
sola.
Priva di denari forse perché egli ne spese troppi negli atti per casa.
ALBERTA Quanto mi dispiace di averti ricordate queste cose.
(Abbracciandola.) Via! Rasciughiamo presto gli occhiucci.
Gli occhi stupiti...
gli occhi che hanno per natura l'espressione della sorpresa come la faccia della Gioconda quella dell'ironia.
Una cosa non voluta, una costruzione casuale ma una stupefazione intera, meravigliosa, stupefacente.
ALICE (sorridendo).
Le parole di Sereni.
ALBERTA Te le spiattellò dunque anche a te? Che faccia tosta!
ALICE Sí, parecchie volte.
Ma già...
non me ne importa.
ALBERTA (teneramente).
Eh! Lo so! Quello lí fa la corte ogni sei mesi ad un'altra.
Dice che senza donne non si può dipingere.
Non si capisce perché! Fa tali mostri con le gambe fuori di posto, le anche gonfie le braccia contorte, che sembrerebbe gli occorressero per modelli degl'ippopotami.
Gli occorre invece l'amore, poverino! E non mica un amore, ma piú amori.
Quando faceva la corte a me dipinse una donna senza testa.
Fu allora che tagliai corto e mi dichiarai offesa che guardasse me per dipingere cosí.
ALICE (attenta).
Fece la corte anche a te?
ALBERTA Sí! Non te lo dissi prima perché mi secca di ricordarlo.
Che uomo di cattivo gusto! Per farmi meglio la corte si mise a dir male di mio marito, il suo grande amico.
Mi stomacò.
Io amo di ridere di mio marito cosí distratto, incapace di occuparsi nemmeno per un solo momento dei miei affari tanto è occupato dei suoi, ma per qualche cosa sono sua moglie.
Certo anche con te Sereni commetterà degli errori se non ne ha già commessi.
ALICE No che io ne sappia.
Lo vedo di rado, quando sono qui da te.
ALBERTA Abita vicinissimo a te in via Battisti, faccia a faccia, alcune case piú in su.
ALICE Lo so, ma non lo vedo mai.
ALBERTA (dopo una lieve esitazione).
Ho parlato con Carlo e con grande difficoltà sono riuscita di fargli aumentare il tuo mensile di cinquecento lire.
Non hai un'idea con quanta politica dovetti procedere.
Egli dice che i tempi sono cattivi, che ha dei pensieri e cosí via.
ALICE (abbracciandola).
Grazie, cara Alberta.
Tenterò di aiutarmi, di restringermi.
ALBERTA (commossa).
Perdonami.
Per ora non posso fare di piú.
Poi si vedrà.
Non è detta l'ultima parola.
Continuerò a lavorare Carlo.
Eccoti intanto il denaro in questa busta.
ALICE Grazie! Grazie! Hai già fatto tanto per me che non oso domandare di piú.
Se non ci fossi stata tu, a quest'ora il patrimonio dei bimbi sarebbe liquefatto, distrutto.
Solo per merito tuo, quando saranno grandi, potrò consegnare loro quel poco che il povero Silvio poté lasciare alla sua famiglia.
ALBERTA (esitante).
Io vorrei pure che tu facessi in modo di non toccare neppure gl'interessi di quel capitale.
Il piccolo sacrificio rappresenterebbe un grande beneficio per i bambini in avvenire.
Carlo mi spiegò come si accumulano gl'interessi.
ALICE Per ora m'è impossibile.
Vedrò...
in seguito...
ALBERTA (di malumore).
In questo già io non c'entro.
ALICE Ma sí! Tu hai il diritto di occuparti di tutto quanto mi riguarda.
Non sei tu che mantieni me ed i miei figliuoli? Ma devi intendere anche tu.
Ieri ti feci vedere i conti.
M'è impossibile per ora.
Anche quel poco denaro m'occorre.
ALBERTA Io al posto tuo farei ogni sforzo per non toccare quel denaro.
Vorrei anche poter dire a Carlo: Guarda come il nostro aiuto è importante per quella famigliuola.
Arricchisce continuamente.
ALICE (fa mentalmente dei conti e poi).
Impossibile! M'è veramente impossibile.
ALBERTA E allora lasciamo stare per il momento.
ALICE Vedrò! Ci penserò! Sai che sono forte.
Tenterò, farò ogni sforzo.
ALBERTA E sia! Non pensarci piú se non puoi.
(Ride.)
ALICE Ridi?
ALBERTA Rido perché dici che sei forte.
Non lo eri mai, biondina mia, biondina cara.
ALICE È piú facile d'essere forti in certe posizioni che in altre.
ALBERTA Tu sei buona e coraggiosa ma non saresti forte in nessuna posizione.
(Ridendo.) Guarda, io so ricordare il momento in cui pensai d'essere piú forte di te e lo pensai poi sempre, da allora.
È addirittura antico tale momento perché io allora avevo all'incirca 8 anni e tu 9 e qualche mese.
Un giorno un bimbo della nostra stessa età mi corse dietro per picchiarmi.
Io dapprima mi spaventai - in quell'età i maschietti fanno una grande impressione - e scappai.
M'avrebbe quasi raggiunta quando tu, decisa, piangendo e gridando, intervenisti.
Il maschietto ch'era veramente furibondo - pare fosse la prima volta che avesse avuto da fare con donne e non avesse ancora appresa la difficile cavalleria - con un solo colpo ti gettò a terra e, certo, le avresti pigliate, perché notai con grande stupore che tu non facevi altro che ripararti dai colpi.
Allora intervenni io e terminò che tu dovesti strapparmi di mano il fanciullo perché altrimenti l'avrei conciato per le feste.
E ricordo anche che, picchiando, io non ero offuscata dall'ira.
Ogni mio colpo era ben mirato e forte, solo per insegnare a te l'uso che si deve saper fare delle mani.
ALICE Curioso come del lontano passato ognuno ricordi solo quello che gli si confaccia.
Io non ricordo nulla di quella scaramuccia nella quale riempii una parte ben generosa...
ALBERTA Generosa e da debole.
ALICE Io ricordo invece una cosa tanto piú recente e tanto dolorosa per te che sicuramente non l'hai dimenticata in cui spettò a me la parte del forte.
Ricordi? Tu avevi già 13 anni ed io, perciò, 14 e qualche mese.
Avevi perduta la mamma tua ed io venni a stare con te perché tuo padre non sapeva come fare per consolarti.
Io credo di aver abitato con te, allora, per un due mesi.
Ma non li dimenticai mai piú.
Per tanti giorni tu passasti tutte le ore con la testa ricciuta posata nel mio grembo e dicevi di tener chiusi gli occhi per dimenticare che quello non era il grembo di tua madre.
Eri tanto debole e malata dal dolore che io pensavo: Eccomi madre! E voglio esserlo, voglio amarla e proteggerla la bimba mia di tanto poco di me piú giovane.
Poi il destino volle ch'io di te avessi bisogno.
ALBERTA Ma ciò io ricordo! Se lo ricordo o Alice mia.
Solo ricordo anche tutto quello ch'io pensavo in quella posizione.
Pensavo: Buona e dolce e debole come mia madre.
E se un cattivo bimbo l'aggredisse, io interverrei a proteggerla.
ALICE (esitante).
Ma i bimbi cattivi mi lasciano in pace oramai.
ALBERTA Sereni sta facendo il tuo ritratto?
ALICE (accesa) Che c'è di male? A casa mia.
ALBERTA Di male non ci sarà altro che il ritratto stesso.
ALICE Mi pare venga bene.
Me lo regala.
Mi fa in quel costume di contadina friulana che portavamo io e te da fanciulle a Tricesimo.
ALBERTA Bellissima l'idea.
Raccomandagli di non mettere la bocca al posto dell'orecchio.
Non occorre neppur essere un pittore per vedere dove stanno di casa le orecchie.
Piú difficile è di fare una donna nuda, di riprodurre il colore della carne.
Ma Sereni se la cava facendola tutta verde o tutta azzurra.
Quando dipinge guarda attraverso a qualche vetro colorato? E allora non capisco come faccia.
Buono che non ci pensi a sposarsi perché dovrebbe dar da mangiare dei colori alla sua famiglia.
Però ci sarebbe il vantaggio che una volta mangiati non si vedrebbero piú.
Finché è solo gli basta quella rendita della casa in via Battisti ove abita e ch'è sua.
ALICE (lievemente seccata).
Ma io non ci penso né a nutrirmi dei suoi colori né a dividere con lui quella sua magra rendita.
ALBERTA Lo so, lo so! E può essere anche che cosí, vestita di friulana, ti ritragga bene.
È un vestito ben chiuso quello dei contadini e, facendo delle stoffe, il pittore ha piena libertà nei colori.
E, a proposito di vestiti.
Il tuo, il mio cioè finora, giace pronto in camera da letto.
Io vorrei tu l'indossassi per cena.
Vedrai com'è stato adattato bene dalla nostra sartina.
Vieni.
(S'avviano.)
SCENA QUINTA
CAMERIERA e DETTE, poi ROBERTO TELVI
CAMERIERA Il signor Telvi.
ALBERTA Già qui? È alquanto presto.
Allora, senti Alice.
Aiutati da sola.
Trovi tutto pronto.
Te ne prego, fatti bella.
Vedrai come il vestito ti starà bene.
Io intanto subirò questa bella compagnia.
ALICE Te ne lagni di aver da subirla per dieci minuti e se si fosse potuto me l'avresti inflitta per tutta la vita?
ALBERTA Ma io e lui saremo del tutto soli per dieci interi minuti.
È una compagnia molto intensa.
Nella vita si dorme, si mangia, si va a passeggio.
Non è mica tutta compagnia intera la vita.
(Alice esce a sinistra ed entra Roberto Telvi.)
TELVI Come sta? (Le porge la mano.)
ALBERTA Bene, grazie.
E Lei, Telvi? Carlo è occupato con certe stampe.
Sarà qui subito.
S'accomodi, intanto.
TELVI Quelle sue stampe! Capirci se fossero quadri.
Ma bianco e nero, un disegno che non dice niente.
Io, già, non me ne intendo.
Eppoi sepolte in quei cartoni donde si devono scegliere se si vogliono vedere! Già, ognuno ha i suoi gusti ed io ho torto di giudicarlo.
Chissà quante cose discutibili ho io nella mia testa.
ALBERTA Certo! Sospetto talvolta che anche nella mia testa ci sieno delle cose discutibili.
TELVI Ma alle donne nessuno lo dice e con ragione perché delle donne si ha bisogno.
Adesso specialmente che la testa delle donne è tosata le hanno dato un po' d'ordine esteriore.
Al di dentro deve esserci anche una confusione maggiore.
Non parlo naturalmente di Lei, Alberta.
Le presenti sono escluse.
ALBERTA Mi esclude finché sono presente.
Poi, appena ci separiamo, eccomi inclusa.
TELVI Già, se le dicessi il contrario Ella non mi crederebbe.
Perciò non protesto.
Io poi sono di quelli che delle donne non hanno bisogno.
Non è una buona ragione per essere scortesi ma una buonissima per essere sinceri.
Trovo che hanno ragione di mostrare le gambe e celare la testa col cappello fino alle orecchie.
ALBERTA Badi, badi, Telvi, che prima di Lei ci sono stati tanti che credevano di non aver bisogno delle donne.
Mi pare di ricordare qualche cosa non so se nella storia o nella mitologia.
M'aiuti, Telvi.
TELVI Non occorre andare tanto lontano.
Si va in strada e fra quei tanti che camminano accompagnati perennemente da donne si trovano alcuni che credettero in altra epoca di poter camminare da soli.
(Pensieroso.) Lo so! Può toccare anche a me.
Ma perciò dovrei pensare e agire come se già da donne fossi accompagnato? Lei, Alberta, sa la mia storia.
Io non sono mica offeso se liberamente se ne parla.
Non domando di questi riguardi.
ALBERTA (soffocando uno sbadiglio).
Ha avuto notizie?
TELVI (offeso).
Io, notizie? Non ne ricerco, né altri si cura d'inviarmene.
Come potrei avere notizie, io?
ALBERTA Capisco, capisco.
Dissi cosí perché altre volte mi parlaste di notizie avute.
TELVI Sí, una volta.
Mi capita in casa un individuo ch'era stato nella casa loro.
Veniva proprio direttamente da quella casa.
E allora, se non volevo fuggire, dovetti sorbirmi quelle notizie.
Il mondo è veramente troppo piccolo.
Io non avevo alcuna ragione di fuggire.
Da quelle notizie poco si poteva intendere.
Mena una vita piuttosto povera.
Io credo che a quest'ora essa sia un po' pentita.
Se non lo è, tanto meglio.
Che ci guadagno io a saperla infelice?
ALBERTA E non c'è la possibilità di un vero, proprio divorzio?
TELVI No! Abbiamo le carte in regola, oramai.
Avrei potuto seccarla, perseguitarla.
Non ne feci nulla.
A che pro? Bisogna sapersi adattare a tutto a questo mondo.
(Amaramente.) Anche a questo.
(Poi.) Io già non vi penso piú.
Ho tanto da fare che non avrei neppure il tempo di pensarvi.
Il divorzio non è possibile.
L'avvocato studiò a fondo la cosa.
(Inquieto.) Credevo di trovare qui la signora Peretti.
ALBERTA È di là, viene subito.
TELVI Non mica per altro.
Mi sento bene accanto a quella signora.
Quello che a me ha portato via la vita, a lei è stato trafugato dalla morte.
Come risultato è quasi la stessa cosa.
(Stringendosi nelle spalle.) Chissà se è meglio una cosa o l'altra.
Però essa ha il rimpianto che io non debbo avere.
Forse è anche piú disgraziata di me.
ALBERTA (con emozione).
Il rimpianto lo ha, poverina! (Poi.) Ma a torto.
Egli la tradiva sconciamente.
TELVI (rasserenandosi).
Ed ella lo sa? Lo domando perché ciò dovrebbe diminuirle il dolore.
Non per altro.
ALBERTA Pare che in questa vita nulla serva a diminuire dei dolori e da Alice ciò è un dolore di piú.
TELVI (accorato).
Me ne dolgo.
ALBERTA (minacciando scherzosamente).
Telvi! Telvi! Mi pare rimpiangiate che Alice non sappia odiare la memoria del suo defunto marito.
TELVI Come potete pensare una cosa simile? A che scopo? Forse per me? (Stringendosi nelle spalle.) Come se un uomo della mia età e nelle mie condizioni potesse pensare alla signora Alice.
ALBERTA Perché no? Io a me d'intorno vedo che la durezza dei nostri legislatori non serve a nulla.
TELVI (abbattuto).
Serve! Serve! Nelle mie condizioni serve perfettamente.
Io non mi lagno.
Non gioverebbe.
Eppoi non sono uomo che saprebbe ispirare ad una donna un tale amore da ispirarle il sacrificio di convenzioni ridicole.
Ho esperienza di me stesso, io, perché vissi abbastanza a lungo.
Le donne non mi amano.
Una volta credevo che quando avessero la possibilità di vivermi accanto, di conoscere l'estensione di un mio affetto e il rispetto di cui so circondare chi ama...
Sono però un po' rude.
Non so discorrere.
La vita degli affari non rende piú dolci.
Non è mica l'arte, la pittura.
ALBERTA Fate allusione a Donato Sereni?
TELVI Non a lui precisamente, ma anche a lui.
L'ho osservato tante volte.
È dolce, è interessante.
Quando prende un oggetto in mano pare lo accarezzi con le mani e con lo sguardo.
Ciò deve piacere alle donne.
ALBERTA Che idea strana.
TELVI Ho pensato cosí l'altro giorno quando gli faceste vedere quell'avorio chinese.
Io invece ho l'aspetto di spezzare gli oggetti.
Lo credereste? Iersera presi un certo mio vasetto di Ginori in mano e lo girai nelle mani imitando i movimenti del Sereni.
Lo credereste? Dovetti smettere perché sentivo che il vasetto si sarebbe sottratto alle mie carezze cadendo a terra e spezzandosi.
È bene di conoscere se stesso e le proprie deficienze.
Se ne soffre poi meno.
SCENA SESTA
CAMERIERA, DETTI, poi DONATO SERENI
CAMERIERA Il signor Sereni.
ALBERTA Venga pure.
Lupo...
TELVI Dolce lupo, però, con gli oggetti.
Io non amo di voler meno bene ad un uomo perché può piú di me.
In certe cose, d'altronde, sono piú forte di lui.
ALBERTA Ma certe cose importano meno.
TELVI Perché? Anche i denari hanno la loro importanza.
SERENI Buona sera signora.
(Bacia la mano ad Alberta e la stringe a Telvi cui ora parla.) Sarete piú lieto questa sera? L'altra sera non somigliavate affatto al ritratto che vi feci, quello ch'io ancora considero la miglior espressione di salute e di forza.
TELVI Era un'altra epoca quella.
Non dico che la salute e la forza non possano ritornare.
Le aspetto serenamente.
SERENI Quello di saper aspettare è già una forza.
Io so tante cose a questo mondo ma non so aspettare.
ALBERTA E come fate? Se quello che aspettate non viene correte via e perdete la possibilità d'essere raggiunto?
SERENI Io aspetto soffrendo e urlando.
Non ho la scelta.
Se sono io anzi sempre in aspettativa.
Ecco giusto ora: Carlo m'aveva detto di venir qui piú presto.
Mi vestii eppoi mi parve che fosse ritornata...
TELVI Chi?
SERENI L'ispirazione.
Non volli perderla e disegnai una testa.
La disegnai finché riuscii a darle un'espressione.
Ma l'espressione fu immediatamente di derisione e la stracciai.
Vedete la mia sorpresa di fronte ad una faccia ch'io creai e che appena venuta alla luce del giorno per opera mia, subito deride me, il suo creatore? Con ira la stracciai.
ALBERTA Peccato se sapeva deridere sul serio.
SERENI Non poteva essere bella.
Io la disegnai a memoria, la testa di un mendico cui qualche minuto prima avevo regalata qualche lira e che mi guatò riconoscente e lieto con un'espressione sorprendente in questa dura vita.
TELVI Chissà che sulla sua faccia non ci sia stata la derisione velata? Tanti beneficati hanno quell'espressione.
SERENI No! No! La derisione c'era nelle mie dita.
La disegnai con noia indicibile.
Non poteva essere altrimenti.
Io sono un uomo finito.
L'ispirazione non passerà mai piú da me.
ALBERTA Io sto benissimo senza di essa.
TELVI Anch'io.
Ma comprendo il vostro dolore.
Quando manca qualche cosa cui si è abituati è una ferita, un dolore.
ALBERTA Del resto anch'io posso figurarmi tanto.
Ricordo come eravate quando dipingeste quel quadro che andò alla biennale.
Non ne parlavate ma eravate tutt'altro uomo.
Molto piú vivo di ora e piú distratto e piú raccolto.
Sí, certo.
L'ispirazione era stampata nella vostra faccia.
SERENI E quando il quadro partí, io subito lavorai ancora.
Lavorai tanto che quando vidi riprodotto il mio quadro in un giornale umoristico che aveva stroppiato e ingobbito la mia ninfa, io quasi ero d'accordo col caricaturista.
Adesso sono beato di abbandonare il mio studio.
Quando mi getterete fuori di questa casa io andrò a girare per la città per non coricarmi fino all'alba onde essere tanto stanco domani nelle ore della luce da poter sfuggirla dormendo.
ALBERTA Io, da buona borghese, vi consiglierei di andare a letto.
Ammettiamo che domani arrivi l'ispirazione, che cosa ne fareste voi se aveste sonno? Qualche bel sogno che non lascerebbe alcuna traccia di sé.
SERENI Non giunge l'ispirazione domani.
Io lo so! Non giunge domani né piú tardi.
Forse mai piú.
ALBERTA E allora avete tempo e potete perderne.
Andate dunque da Carlo che vi aspetta e guardate le sue stampe.
Egli crede di aver fatto un acquisto importante.
Gli importa enormemente di apparire furbo.
Quelle stampe gli fanno piacere perché le ha pagate poco.
Se le avesse pagate molto - e magari fossero state piú belle di cosí - non gl'importerebbero tanto.
SERENI S'accontenta facilmente lui che ha tutto.
ALBERTA Ha tanto il povero Carlo? In verità non mi pare tanto.
Una donna, i suoi affari e quelle povere stampe.
Voi volete una donna...
al mese.
SERENI Io non ho mai avuto una donna, una vera donna, una di quelle che possano bastare per tutta la vita.
ALBERTA Ve la procuro io, se volete.
Ma una vera donna la si prende davanti al sindaco.
SERENI E se poi risultasse che non è quella, che non è cioè la vera?
ALBERTA Le donne si comperano come le stampe.
Carlo le ha comperate e adesso appena vi domanda il vostro parere.
Se non avranno il valore ch'egli attribuí loro, tanto peggio.
SERENI (esitante).
È cosí che si fa? Si prende la donna e si sta a vedere se rappresenti proprio quello che in essa si vide?
ALBERTA Proprio cosí! Proprio cosí!
TELVI Purtroppo è cosí.
(Con un sospiro.)
SERENI Ma non si può continuare a provare altrimenti specialmente dopo le tante disillusioni ch'io ebbi?
ALBERTA Se ci fosse la prova non ci sarebbero dei matrimoni.
Guardate: C'è la possibilità che lui non piaccia a lei oppure che lei non piaccia a lui.
Ma poi ci sono altre possibilità negative: Che lui a lei e lei a lui non piaccia che per un periodo ristretto, mettiamo per una settimana o per un giorno.
O infine che lui a lei o lei a lui piaccia solo di notte o solo di giorno, o quando parla o - peggio - quando tace.
Non ci sarebbero altri matrimoni.
SERENI E che male ci sarebbe? Se ne farebbe a meno.
ALBERTA Andate, andate da Carlo che vi aspetta.
Per questa sera ditegli che quelle stampe sono del Piranesi.
Cosí sarà di buon umore a cena.
SERENI Avrebbe ragione di esserlo lui che ha tutto.
ALBERTA Gli manca l'ispirazione ma non se ne accorge.
SERENI Non gli manca, forse.
È un'ispirazione anche quella che guida alla felicità.
ALBERTA Grazie! Siete molto gentile.
(Sereni esce.)
SCENA SETTIMA
ALBERTA e TELVI
ALBERTA L'ispirazione? Anche lui ha bisogno di donne.
TELVI Ma io non ne ho bisogno.
Da me è proprio il contrario.
Magari non ne avessi mai avuta alcuna.
ALBERTA Non pensavo a voi, mio buon amico.
Pensavo a cinquecentomila altri uomini, ma non a voi.
TELVI Eppoi chissà se a lui occorre proprio una donna? Parlava sempre dell'ispirazione.
Chi dice si tratti di una donna?
ALBERTA Sí.
Può essere si tratti non di una donna sola, ma di piú donne.
È tanto evidente che mi pare ridicolo un uomo che vada proclamando il suo bisogno di donne.
Discrezione, diamine! È il vero modo per farsi evitare dalle donne cotesto di battere il tamburo per richiamarle.
È questo grido fuori di posto che poi lo induce a fare tutto fuori di posto, gambe, coscie e colori...
TELVI Non piace neppure a me ma forse è perché non me ne intendo.
Fu Emma che volle il mio ritratto fatto da lui.
Lo tengo come un ricordo che non mi piace.
Un altro ricordo della mia bestialità.
È molto istruttivo.
Brutto come sono, serio e triste come sono guardo quella faccia brutta e triste che guarda proprio me.
Mi pare di guardarmi in uno specchio.
Uno specchio bruttato da colori che non c'entrano, dei garofani al cioccolato.
ALBERTA E questo egli chiama pittura come poi sarà capace di dire amore quel suo bisogno d'ispirazione.
TELVI Ma sono questi gli uomini amati dalle donne.
Io non ci ho niente in contrario.
Che li amino.
Ma hanno torto.
Posso dirlo io...
che piú non c'entro.
SCENA OTTAVA
ALICE e DETTI
ALICE Ecco fatto.
Buona sera signor Telvi.
TELVI (animato, le bacia la mano).
Buona sera, signora.
Come sta?
ALBERTA (esaminando Alice che ha sempre in mano la busta col denaro).
Bene, bene, ma troppo scollata.
Troppo! Che cosa ha fatto di questo vestito quella sciocca? Certo da me non era cosí.
Io non ero tanto nuda.
ALICE (ridendo).
Io credo di sí.
È tutt'un'altra impressione quella che si ha della propria nudità o di quella degli altri.
Un po' di freddo come lo sento io ora non è mica tanto importante come la visione di tanta carne o - come penserà il signor Telvi - di tanta sfacciataggine.
TELVI (confuso).
Io, signora.
Io penso tutt'altra cosa.
Ognuno ha il diritto di vestire come crede.
Lei, poi, signora, è impossibile sia mai vestita male.
ALBERTA (decisa).
Non puoi restare cosí.
Senti! Io ho un velo di là che lenirà la tua sensazione di freddo.
Vieni! O resta qui.
Son subito di ritorno.
(Via a destra.)
SCENA NONA
ALICE e TELVI
ALICE (dinanzi allo specchio e lontano da esso per vedersi tutta) Com'è viva, Alberta.
Vuole quello che vuole.
Mi piace.
Magari sapessi io quello che voglio.
Senta, signor Telvi.
Dicono che Lei abbia studiato profondamente molte lingue.
C'è qualche lingua in cui si può dire il contrario di Io voglio.
Per esempio io sono voluta, altri mi vogliono.
TELVI Sí! In molte lingue si può dire che molti La vorrebbero.
ALICE (lo guarda per un istante stupita eppoi ritorna allo specchio).
Il vero, grande difetto, il solo difetto è nella gonna.
Cosí liscia.
Avevano torto l'anno scorso.
Che bestie.
Se in allora il sarto avesse avuto la buona idea che ebbero quest'anno, io sarei piú felice.
La moda è una cosa crudele.
Se non ci fosse, ci sarebbe meno differenza fra poveri e ricchi.
Peccato! Sarebbe tanto bello di restar poveri ed essere tuttavia vestiti alla moda.
TELVI La moda a me piace.
Quando avevo una moglie...
Oh, non faccia come se non lo sapesse.
Parlo di quella mia moglie ch'è scappata una sera perché non ne poteva piú.
Io non penso di dover fare dei segreti con Lei, Signora, per cui ho tanta ammirazione.
Eppoi io non so conversare che con chi sa quello che m'è toccato.
Con gli altri mi sento imbarazzato e seccato.
Quando, dunque, c'era mia moglie con me, e arrivavano alla casa tanti oggetti e vestiti che la moda impone, questa casa ingombrata mi pareva sempre piú casa, sempre piú mia...
nostra voglio dire, e salutavo questi oggetti inutili, ingombranti, di cui proprio non mi curo perché non so vederne né la bellezza né l'utilità, come tanti amici e tanti alleati.
ALICE (accorata).
Erano della donna sua.
TELVI Di quella ch'è ora di un altro.
La quale ora addobba un'altra casa.
Non credo che i suoi rapporti con la moda sieno piú tanto intimi.
Sarà anche lei condannata alla moda dell'anno scorso.
ALICE Poverina! (Poi.) Oh, scusi tanto.
TELVI Dica pure.
Da me non c'è odio.
A che servirebbe l'odio?
ALICE Mi Scusi.
Mi lasciai sfuggire quella parola di compianto proprio perché pensavo un poco a me.
Per farmi perdonare vede come mi rivelo a lei.
Mi denudo addirittura.
Mi perdona?
TELVI Se Le perdono? Stia a vedere.
Mi denudo anch'io con Lei.
Vuol vedere? (Alice è spaventata.) Senta! A me di mia moglie non importa affatto.
Io non so quello che Le abbiano detto di me, ma io mi credo autorizzato ad asserire che io non sono uno sciocco.
So cinque lingue.
Molti le sanno ma non molti come me hanno fatto dei buoni affari in cinque lingue.
Può credere perciò che io da molto tempo sospettavo quello che si moveva nell'animo di Emma.
Non ch'io credessi dovesse finire cosí.
Ero tanto buono io che pensavo che un po' di bontà per me ci dovesse essere anche nel suo cuore.
Non mi amava però; di questo io ero sicuro da oltre un anno.
Ma che importava? Il tempo trascorreva dolcemente nella casa piena di cose nostre.
Le ore di casa erano brevi, perché i miei affari mi rubavano la maggior parte del mio tempo, ma tanto dolci.
Io le raccontavo la mia giornata intera eppoi la guardavo come disponeva e regolava le cose pieno di gratitudine perché essa lavorava per me.
Adesso non è la donna che mi manca ma via lei tutto è crollato.
La mia casa è tuttora piena di roba ma è un magazzino.
Io non ci vado che quando a tastoni, traverso a tutta quella roba vado a cercare il mio letto.
ALICE Mi dispiace tanto di sentire ch'è infelice.
Peccato non abbia un figlio.
Sarebbe tutt'altra cosa.
TELVI Un figlio privo di madre.
Non so figurarmelo.
ALICE È vero.
Ma avendo dei denari si può provvedere al benessere del figlio.
Io ne ho due dei figli.
Sono la mia consolazione e il mio dolore perché i poverini sono privi di padre.
TELVI È per questo che mi trovo tanto bene con Lei.
La differenza fra noi due è che Lei rimpiange suo marito mentre io ho il dovere di non rimpiangere mia moglie.
ALICE È vero! Mio marito - poverino - non ha colpa se ha dovuto lasciarmi.
TELVI (che s'aspettava ad una confidenza resta disilluso).
Poverina! È quello che dico anch'io.
SCENA DECIMA
CARLO e DETTI
CARLO La signora Alice e Telvi.
(Saluta stringendo le mani ad ambedue.) Non sapevo ch'eravate qui.
Dov'è Alberta?
ALICE (che si copre il decolleté con le braccia).
Non so perché tardi tanto.
È andata a cercare un velo per diminuire il mio decolleté che trova eccessivo.
CARLO (piano ad Alice, ridendo).
Eppure, se non sbaglio, essa portava questo vestito senz'alcun'attenuante.
ALICE Può parlare ad alta voce.
Il signor Telvi sa e del vestito e della necessità del velo.
Sentí anche ch'io scoprii che la propria nudità appare sempre piú casta dell'altrui.
CARLO Io, da uomo, non conosco che il decolleté altrui.
(Guardando Alice che ha lasciato cadere le braccia.) C'è una differenza certo fra il decolleté della propria moglie e quello delle altre.
Il primo desta meno curiosità.
ALICE Non dica cattiverie, Carlo.
CARLO Mi scusi, signora Alice.
Volete venir a vedere le mie nuove stampe? Sereni le sta studiando.
ALICE Io debbo aspettare qui Alberta.
Se mi faccio vedere cosí da tutti, allora il velo non ha piú alcuno scopo almeno per questa sera.
S'accomodi, signor Telvi.
Se Alberta tarda ancora la raggiungerò nella sua stanza.
(Telvi s'inchina ed esce.
Carlo vuole seguirlo.)
ALICE Carlo! (Esitante.) Vorrei pur ringraziarla.
(Ha la busta in mano e vi accenna.) Ella è stato tanto buono.
Sono veramente addolorata di seccarvi tanto.
Non potevo fare altrimenti.
Il tutore è tanto rigido.
CARLO Ma che dice, Alice? Sa che m'è tale soddisfazione di compiacere Alberta.
Ho dovuto causa i miei affari i tempi difficili e cosí via rifiutarle parte di quello che a lei occorreva.
Ma dove occorrevano mille, ottocento sicuramente basteranno.
ALICE (esitante ma felice).
Bastano.
Sicuramente bastano.
CARLO Mi fa tanto piacere di vederla lieta.
Per Alberta e per lei stessa.
E non parliamone piú.
(Le stringe la mano.) Vado a godermi i miei Piranesi.
Pare sieno proprio del Piranesi.
(Via.)
ALICE (dubbiosa trae il denaro dalla busta, lo conta).
Uno, due, tre, quattro, cinque.
(Lo conta una seconda volta: poi lo rimette nella busta.)
SCENA UNDICESIMA
ALBERTA e ALICE
ALBERTA Scusa se ho tardato tanto.
C'è stato bisogno di qualche punto.
È un pizzo autentico.
Te lo presto per questa sera.
Questa roba vecchia è tanto delicata.
Guarda! Ti starà benissimo.
ALICE (ridendo).
Vuoi dire meglio di prima? Secondo i gusti.
Bisognerebbe domandarlo ai tuoi ospiti, Telvi e Sereni.
ALBERTA Quei maiali che vogliono vedere nude le donne senza sposarle.
ALICE Il pittore deve averne visti di nudi e credo non possa importargli di vederne altri.
ALBERTA Guardando i suoi quadri si crederebbe veramente che di vera carne egli non n'abbia vista mai.
ALICE Non tutti sono di questo parere.
Pare che un nudo possa avere tutti i colori.
ALBERTA Visto attraverso dei vetri colorati.
ALICE Egli dice ch'è come il mare e che dipende dalla posizione del sole cioè dal desiderio del pittore.
ALBERTA Come sa fingersi pittore per poter dire il suo desiderio.
ALICE (ridendo).
Non devi credere che abbia bisogno di infingersi tanto per proclamare i suoi desiderii.
ALBERTA Lo so, lo so per mia esperienza.
ALICE Quando facesti tale esperienza?
ALBERTA Sei mesi fa, mi pare.
O fa un anno? O un anno e mezzo? Non lo so piú.
Non annotai l'esperienza nel mio libro scadenze.
ALICE E come cessò?
ALBERTA M'arrabbiai quando vidi un suo quadro.
Ossia m'arrabbiai quando, dopo aver visto un suo quadro, egli osò dire ch'ero la sua musa.
Sai come sono rude talvolta.
SCENA DODICESIMA
Il dottor PAOLI e DETTI
PAOLI (saluta le due signore).
Non si dirà ch'io arrivi sempre in ritardo.
Per una volta eccomi qui quando non ci pensate ancora di andare a tavola.
ALBERTA Andiamo subito subito, dottore.
Non c'è da attendere che un quarto d'ora al massimo.
PAOLI Non ho fretta.
Nessuno sa che sono qui e cosí son certo di godermi una festa di qualche ora.
(Ad Alice.) I bambini bene?
ALICE Grazie, benissimo dottore.
PAOLI (sollevato).
Come sto bene fra persone che non hanno bisogno di me.
ALICE Io penso che le persone che non hanno bisogno di nessuno sono evidentemente le preferite.
ALBERTA (quasi risentita).
Perché? Io preferisco le persone che hanno bisogno di me.
ALICE Grazie, Alberta (ridendo).
ALBERTA (con sincerità studiando se stessa).
Credo mi facciano sentire me stessa meglio, la mia vita e la mia forza.
ALICE (con calore).
Eppoi c'è la riconoscenza.
ALBERTA (sempre confessandosi con una certa assenza).
Si sa che sulla riconoscenza non si deve contare.
Non parlo mica per te che non mi devi assolutamente niente.
PAOLI Ma siamo lontani da quello che dicevo io.
Quando hanno bisogno di me, io faccio la visita, mi pagano e siamo saldati.
Soltanto c'è una differenza.
Se la malattia è lieve o non c'è - perché anche questo succede - la cosa è gradevole.
Ma oggi fu un inferno.
Una chiamata, una polmonite in un organismo logoro, una seconda angina cardiaca, una terza un caso unico, un disastro, qualche cosa di fosco e incerto, ma diffuso in modo che la morte s'annunciava evidente nella nebbia.
Allora mi arrabbiai.
Era troppo.
ALICE È la compassione che la fa soffrire, dottore.
PAOLI Le direi in un orecchio quello che mi fa soffrire se ci fosse qui anche una sola persona oltre alla signora Alberta.
Ma con voi due posso essere sincero.
Siete tanto sane che non avete bisogno di fidarvi di me.
Toccatevi il naso, ve ne prego.
Non danneggia nessuno.
È la mia impotenza che mi fa soffrire.
Dei miei tre casi seppi provvedere al primo che dichiarai spedito, il secondo è già morto, senz'alcun rispetto, in mia presenza.
In quanto al terzo mi darà qualche consolazione.
Domani faremo un consulto e la mia ignoranza sarà abbondantemente scusata da quella degli altri.
Io già sono convinto che l'esercizio della medicina non fa per l'uomo.
Un buon medico dovrebb'essere un superuomo ma no, qualche bestia del tutto differente dall'uomo munita di molti piú sensi e piú potenti.
ALICE Ma io credo che mettendo questa bestia tanto potente a qualunque posto quaggiú farebbe meglio del meschino uomo.
Ciò non vale solo per i medici.
PAOLI (Guardandola con interessamento).
Ben detto.
È evidente che anche il commerciante, il facchino e il marinaio potrebbero essere migliori.
È una parola di consolazione ch'Ella dice.
ALBERTA Ma persino il tapino che stende la mano al canto della via s'avvantaggerebbe di avere un cuore piú grande e generoso.
Niente ira, tutto riconoscenza.
PAOLI Ma non stenderebbe piú la mano.
ALICE E anche chi mette il soldo in quella mano...
PAOLI Diventiamo spaventosamente profondi.
Siamo arrivati alla conclusione che per la vita in genere occorrerebbe qualche cosa che non sia l'uomo ma un essere superiore a lui.
L'ammalato se non fosse uomo, non sarebbe ammalato.
Avrei la divisione vuota.
Che bellezza.
Si sarebbe tutti superiori tanto che non ci sarebbero piú né medici né ammalati, né tapini né benefattori.
Io verrei a cena qui dalla mattina alla sera.
SCENA TREDICESIMA
CARLO, TELVI, SERENI e DETTI
CARLO Addio, dottore.
(Gli stringe la mano.)
SERENI (va ad Alice e le bacia la mano, poi anche lui stringe la mano al dottore).
Quel Carlo! Com'è fortunato.
Dieci Piranesi per un tozzo di pane.
CARLO (ad Alice, sorridendo).
Non soffre piú di freddo.
Chissà che gli altri (accenna a Telvi ch'è accanto a Paoli) abbiano meno caldo.
ALICE Lei dice delle cose ardite, Carlo.
È molto gentile.
PAOLI (a Sereni).
Son veri Piranesi?
SERENI (a bassa voce).
Io non me ne intendo molto.
Ma a lui fa tanto piacere.
Poi me li mostra quando li ha già comperati e non c'è compromissione.
(Ad alta voce.) Io quando guardo una stampa la copro di colore.
Nessuno sa guardarla come me.
(A bassa voce.) Mi sono confessato.
ALBERTA Già, chi non è un pittore non sa guardare neppure una donna.
Cito Sereni.
È curioso che tanti che non furono pittori da Adamo in poi le guardarono.
SERENI Ma il solo pittore sa guardarle con animo puro ammirando linee e colori.
ALBERTA (scoppiando).
È grossa.
Il prete sarebbe meno puro del pittore?
SERENI Il prete non le guarda o non le vede.
Io parlo di quelli che le guardano.
PAOLI In certi casi si suppone che anche il medico sappia guardare una donna con animo puro.
SERENI Quando è malata.
PAOLI Non è esatto.
Salvo in certi casi il medico s'abitua un po' a vedere in tutti dei clienti.
SERENI Quand'è vecchio specialmente.
PAOLI Sicuramente in certi casi la vecchiaia è una forza.
Nessuno lo nega.
Però anche i giovini medici diventano come i pittori vedendo però nella donna invece che linee e colori che sono sempre seducenti, malattie e sofferenze che sono abbominevoli.
Un mio giovine amico era proprio in procinto di baciare per la prima volta una donna quando s'accorse che l'ombra che gettava la propria testa sugli occhi dell'amata, non arrivava a produrre alcuna reazione sulla pupilla di costei.
Rinacque subito il medico in lui e fu salvo.
SERENI Una pupilla che non reagisce! Per un pittore ciò costituisce un occhio interessante.
PAOLI Orrore! Un uomo dalla pupilla che non reagisce è altrettanto inferiore quanto un corpo che puzzi.
È proprio una puzza e anche puzza di cadavere.
ALICE Guai aver da fare con un medico.
Ora che so lo rifiuterei quale marito.
Durante il fidanzamento o - peggio - dopo, ecco che arriccia il naso...
la condanna.
SERENI (passa al tavolo a cui siede Alice).
Non ci creda, signora.
Il medico è un uomo come ogni altro.
Anche in lui c'è quella piccola parte del pittore che la medicina non seppe uccidere e può baciare il rossore della tisi credendo sia quello della piú pura salute.
TELVI Anche noi non medici sospettiamo talvolta la malattia.
Presto si sa che non c'è piú rimedio! E allora si sopporta, si protegge e si ama di piú.
Piú tardi ci si accorge di aver avuto torto.
Torto? Cioè si credette di aver riparato tutto non vedendo e non dicendo.
Ma capita questo: l'ammalato non sopporta il sano e...
va via.
(Pausa d'imbarazzo.) Già, vi secca ch'io abbia alluso ai fatti miei.
Ma si può parlare liberamente; io ne parlo volentieri.
Poi io non so esprimermi e m'aiutai con l'esempio che mi stava piú vicino.
(Si stringe nelle spalle.)
PAOLI (si alza, va verso Telvi).
Ha fatto bene ed è interessante sentire che nei rapporti fra sani e malati la risoluzione possa spettare al malato.
(Pensando.) Può infatti avvenire che l'ammalato sia piú risoluto del sano.
Lo è anzi di spesso.
(Alberta vorrebbe parlare e non sa.
Carlo stringe la mano a Telvi.)
SERENI (a bassa voce).
Qui non oserei di farle la corte.
La signora Alberta non la sopporterebbe.
ALICE (con sdegno improvviso).
Non vorrà poi immischiarsi in cose che non la concernono.
CARLO A me sembra ch'è sempre il piú debole che dirige il mondo.
ALBERTA Vuoi alludere alle donne? (Tutti ridono.)
CARLO No, diamine! Alludo agli uomini.
ALBERTA (si leva e parlando s'avvicina al tavolo ove discorrono insieme Alice e Sereni).
Il mondo è infatti diretto dagli uomini.
Non tutto.
Una piccola, piccola parte è riservata alle donne.
CARLO Piccolissima.
L'uomo fa gli affari e la donna fa l'uomo d'affari, l'uomo governa come il cavallo tira la vettura ed è la donna ch'è il cocchiere, l'uomo fa l'arte e la scienza e la donna decreta il successo.
ALBERTA Se tu pensi cosí io sono perduta.
CARLO Perché? Non son perduto neppure io.
ALBERTA (ridendo di cuore).
Ipocrita.
Sa volere quando vuole.
CARLO Eh! già! Vuoi dire che se m'avvenisse di volere allora vorrei.
ALBERTA Chissà dove saresti tu se io non ci fossi?
CARLO Ma capretta mia - oh, scusa - io non asserisco mica che senza di te starei molto bene.
ALBERTA Anzi io dico che staresti meglio ma troppo tranquillo.
Faresti quel paio di dispacci al giorno, compreresti qualche paio di stampe e faresti venire Sereni per giudicarle.
Il quale Sereni forse non verrebbe.
Badi Sereni che io non dico che Lei venga perché ci sono io.
Ma viene volentieri perché ci vengono Telvi, Paoli e Alice.
Una possibilità d'ispirazione.
Se io non ci fossi chi verrebbe qui?
TELVI Io, certamente.
Specialmente se Lei fosse scappata.
Ci si consolerebbe insieme.
(Si guarda d'intorno aspettandosi che ridano.
Tutti sono seccati.) Già! Capisco che voi trovate ch'io parlo troppo di Emma.
CARLO Ma no, caro Telvi.
Abbiamo solo paura che a te non faccia piacere.
TELVI Se non mi facesse piacere starei zitto.
(Si stringe nelle spalle.)
ALBERTA (a bassa voce verso Alice e Sereni).
Poverino.
ALICE (con profondo sentimento).
Come soffre.
SERENI Gli passerà.
La ferita è ancora troppo recente.
TELVI Ma si può parlare anche d'altro se vi fa piacere.
V'aiuterei e starei attento di non interrompervi piú.
(Si abbandona sconfortato sul dosso della sedia, silenzio.)
PAOLI Io dei rapporti fra marito e moglie non so molto.
Precisamente quello che mi danno ad intendere i miei clienti.
Uno o l'altro è ammalato quando io intervengo e allora sono buoni tanto ambedue.
Perciò io sempre dico che il matrimonio è una buona cosa.
TELVI E anche se li vedete da sani v'appariranno amanti, dolci, miti.
E anche quando parlano insieme da soli può essere una dolce cosa.
Poi uno di loro scappa.
L'altro resta solo e...
SERENI (avvicinandosi a lui).
Impreca.
TELVI Oh, no.
Non impreca.
Resta un po' abbacinato dalla tanta luce...
e ne parla spesso per intendere meglio.
(Poi.) Scusatemi.
Di nuovo ci sono ricascato.
ALBERTA (ad Alice che s'è levata per abbandonare la sua sedia).
Avrei da parlarti Alice.
Ho tanto da fare io che avevo dimenticato di dirti una cosa molto importante.
ALICE Di che si tratta?
ALBERTA Della zia Teresina.
Guarda, ho ricevuto or ora da lei questa lettera.
(Le consegna una lettera.)
ALICE Non si potrebbe lasciare la cosa per domattina?
SCENA QUATTORDICESIMA
CAMERIERA e DETTI
CAMERIERA (s'avvicina ad Alberta e le dice).
È pronto, signora.
ALBERTA Ebbene, andiamo.
Alice, leggi quella lettera eppoi vieni anche tu.
Un istante.
SERENI Non possiamo aspettare la signora?
ALICE Vengo subito.
Permetta un momento.
(Tutti meno Alice escono.
Alberta rientra subito.)
ALBERTA (parlando in fretta).
Forse si fa piú presto se ti dico di che si tratta.
La zia Teresina viene a Trieste.
Non si poteva lasciarla tanto sola a Tricesimo.
ALICE Fai bene.
Fai benissimo.
(Vuole restituirle la lettera.)
ALBERTA Essa accetterebbe di venir a stare con te.
ALICE Ma è impossibile.
Dovrei cercarmi un altro quartiere per accoglierla.
Come vuoi che faccia?
ALBERTA Il tuo quartiere è sufficientemente grande.
I due ragazzini hanno quello stanzone sul davanti nel quale possono dormire, studiare e giuocare.
Che bisogno hanno di avere una stanza da studio speciale?
ALICE La comodità per studiare è un incitamento allo studio mentre l'incomodità...
ALBERTA Bisogna però vedere se tale comodità non costa troppo.
Anche di questo bisogna tener conto.
Son due bravi ragazzi i tuoi e studieranno tanto se avranno quanto se non l'avranno questa costosa comodità.
ALICE (vibrante dall'agitazione).
Senti, Alberta.
Io darei la vita per compiacerti, ma la zia Teresina io non la voglio in casa mia.
È una vecchia maligna, brontolona ed ora tanto malata che mi ruberebbe la mia quiete.
ALBERTA Ma noi abbiamo degli obblighi con la sorella della nostra madre.
ALICE (esitante per troppe parole che le vengono alla bocca).
Noi! Eh! sí.
ALBERTA (anch'essa esitante).
Noi! (Poi.) Io però non sono libera in casa mia perché io ho mio marito che non ammetterebbe fra di noi un terzo che però non è tanto incomodo come tu vuoi far credere.
Io però mi assumerò la spesa dell'infermiera e di tutto il resto di cui tu terrai un conto esatto.
ALICE (amara).
Ci saranno delle spese di registri.
ALBERTA E come vuoi che si faccia? Vuoi che mettiamo nostra zia all'ospedale?
ALICE Io non voglio niente.
La mia vita già cosí è abbastanza dura e complessa...
ALBERTA (decisa).
Non per rinfacciartelo ma certo io faccio del mio meglio per alleggerirla.
Devi riconoscerlo.
(Poi, piú mitemente.) Lo so, povera Alice, che non hai abbastanza.
Devi pensare alla mia difficile posizione.
Però non è mica detta l'ultima parola.
Io guarderò, se non oggi di qui a qualche mese di accontentarti...
accontentarti...
quasi interamente accontentarti.
ALICE (mormora, senza convinzione).
Grazie.
ALBERTA Neppure la mia posizione è poco complessa.
(Poi.) Guarda la lettera della zia.
Non si direbbe che sia come tu dici tanto maligna.
Vedi che belle parole trovò per ringraziarti del tuo invito.
ALICE (stupita).
Il mio invito? (Dà un'occhiata frettolosa alla lettera.) Tu le hai già scritto senz'interrogarmi che essa verrebbe a stare da me?
ALBERTA Certamente! Non eri già d'accordo?
SCENA QUINDICESIMA
DETTE.
Dalla sinistra CARLO.
Poi alla porta fanno capolino SERENI e TELVI che poi entrano.
ALICE D'accordo io?
ALBERTA Certamente.
C'era presente Sereni.
Potremo interrogarlo.
Io dissi subito: Non posso assumere alcun obbligo verso la zia.
E tu invece gridasti, veramente gridasti - mi pare di udirti (grida imitando un tono di voce piú alto): Io ho tanti obblighi con la zia che non posso rifiutarle un posto nella mia casa.
(Poi.) Non dovevo ritenermi autorizzata di trasmetterle le tue parole.
ALICE Macché! Io non dissi mai una cosa simile.
Avrò detto, sí, che la zia mi faceva compassione, ch'ero disposta a piangere per lei e con lei, ma prenderla in casa e rinunziare a qualunque ora di pace, mai.
CARLO Non sarebbe meglio che andiamo ora a pranzo e che lasciamo questa questione per dopo?
ALBERTA (non lo ascolta).
Se io t'assicuro che hai detto cosí, vorrai credermelo?
ALICE (irridendo).
Per crederti dovrei ammettere d'essere un'inconsapevole, una delirante.
Inventi ora per giustificarti.
CARLO (molto imbarazzato guardando verso la porta ove ci sono Telvi e Sereni).
Ma signore.
Non siete due cugine? V'intenderete facilmente quando sarete sole.
ALICE Io ora so come debbo comportarmi.
Non posso piú sopportare neppure per un istante una posizione simile.
Preferirei la fame, la nera fame per me e per i miei bambini.
L'aiuto che m'accordi non ti dà mica il diritto di considerarti la mia padrona.
In casa mia non ha da venire nessuno se non è invitato da me.
ALBERTA Io non ho alcun desiderio d'essere la padrona in casa altrui.
Magari non avessi il bisogno di occuparmi d'altre case.
ALICE Sei esonerata di occuparti della mia.
ALBERTA (affettando ribrezzo).
Non me ne occupo, non me ne occupo altro.
Scriverò alla zia che visto che tu non la vuoi in casa, le pagherò una stanza al sanatorio.
ALICE Cattiva! Cattiva! Tu vuoi ora dire alla zia che io la respingo.
Non voglio neppure questo.
Ora che l'hai invitata, venga, deve venire.
Io la voglio con me perché m'avveleni tutte le mie ore e a tutte le ore io ricordi che cosa tu mi facesti.
ALBERTA (spaventata come dinanzi ad un'improvvisa rivelazione).
Vedo il tuo odio, Alice, il tuo grande odio.
ALICE Il mio? Tu sei spaventata accorgendoti del tuo, dell'odio che da tanto tempo mi dedicasti.
Da te non voglio piú nulla.
M'hai fatto del bene ma ora basta.
Ecco il tuo denaro.
Ecco il tuo velo.
(Se lo strappa di dosso.) Domani ti manderò questo vestito.
Anche quello che smisi or ora di là è tuo.
Da te non voglio piú nulla.
(S'avvia per uscire.)
CARLO Signora, guardi se Lei non è ingiusta con Alberta che Le volle sempre bene.
ALICE (piangendo).
Oh, Carlo.
Lei è troppo buono per intendere...
Mi lasci andare.
(Via.)
SCENA SEDICESIMA
DETTI senza ALICE
CARLO Non bisognerebbe lasciarla andare sola in quello stato.
SERENI È vero.
Io l'accompagno.
(Via in fretta.)
ALBERTA Si calmerà.
Si calmerà.
Quando si ritroverà sola nella sua povera casa, intenderà subito il male che fece a me e a se stessa.
Dov'è Sereni? Egli ricorderà...
CARLO L'ho pregato di accompagnare Alice.
Non si poteva lasciarla sola in quello stato.
ALBERTA Capisco.
(Poi.) Ma perché Sereni? Non sarebbe stato meglio l'avessi accompagnata tu?
CARLO Vuoi che vada a sostituirlo? Forse arrivo in tempo.
Io pensavo di restare con te.
Non ti ho mai vista tanto agitata.
ALBERTA (quasi al pianto).
Adesso è tardi.
Non vorrei avere ancora una volta l'aspetto d'immischiarmi nei fatti suoi.
(Vedendo Telvi e Paoli.) Avete sentito? Vi ho invitati per farvi assistere ad una bella cosa.
Scusatemi.
Perché lasciaste partire Sereni? Lui è stato testimonio delle parole che Alice disse l'altro giorno.
A me importerebbe solo d'essere certa di aver ragione.
PAOLI La povera signora era tanto agitata che non sapeva piú quello che diceva.
Io so come vanno queste cose.
Uno dice una cosa, l'altro la ribatte, discutono, deviano e infine senza che nessuno ne sappia il perché arrivano ai pugni.
Se ammettessero una piccola sosta con intervento del medico e calmanti, nulla avverrebbe.
ALBERTA Essa disse delle parole ch'io mai piú dimenticherò.
(Pensierosa.) In quale luce mi vede? Se avesse ragione io dispererei.
Ma non ha ragione.
Io sempre volli il suo bene.
(Poi.) Sentite! Scusatemi.
Non posso rimanere a pranzo con voi.
Permettetemi di ritirarmi.
Chiamatemi se Sereni ritorna.
(S'avvia.)
CARLO Te ne prego, Alberta, resta.
Come vuoi lasciarci soli noi tre uomini?
ALBERTA (scoppiando in pianto).
Lasciami, Carlo.
Ho bisogno di restare sola.
(Ripete le parole di Alice.) M'hai fatto del bene ma ora basta.
Io la odiai, dunque? La odiai? Come può immaginare una cosa simile? E non la immaginò mica or ora cosí sconvolta com'è.
Deve averlo pensato da lungo tempo e rivelato il suo pensiero nell'ira.
PAOLI (bonario).
Non è cosí, non è cosí.
Disse le prime parole che le vennero in bocca nel calore della disputa per aver ragione.
Non hanno importanza.
Da voi donne le parole non hanno mai importanza.
ALBERTA Oh, dottore.
Ella non sa che cosa sieno le parole.
E il terribile è che a me pare di aver indovinato quelle parole prima.
Io credo di averle lette nel suo cuore ieri e prima ancora.
Le so però soltanto ora.
Che dolore.
(Piange.)
CARLO Calmati e resta con noi.
ALBERTA Non posso, non posso.
Scusatemi.
(Esce.)
CARLO (seguendola).
Ma via.
Capretta mia.
(Esce.)
SCENA DICIASSETTESIMA
TELVI e PAOLI
PAOLI Figurarsi che io a casa non dissi dove mi recavo per paura di essere disturbato dai miei malati.
Non pensai che avrei dovuto difendermi anche dai sani.
Ad una bella scena abbiamo dovuto assistere.
TELVI (trasognato).
Ad una grande cosa abbiamo assistito.
A cosa ch'io non dimenticherò piú.
PAOLI Lei dice?
TELVI Com'era bella, com'era bella!
PAOLI La signora Alice? (Telvi assente muto.) Allorché si levò il velo?
TELVI Quando scoperse la sua fiera alta anima.
Anche mia moglie andò via dimenticando ogni suo proprio interesse.
Ed io soffersi quando pensai che avrei dovuto ammirarla.
Ora non soffro piú.
Questa è alta e pura.
Respinge da sé tutto pur di poter conservare la sua libertà.
A mia moglie piacque di piú l'altro.
Ma io so che se questo fosse toccato alla signora Alice, essa avrebbe ricordato il mio grande dolore e sarebbe rimasta con me.
Cosí si sarebbe comportato chi sa abbandonare tutto in questa forma.
Oh! Com'era bella!
PAOLI Domani ritornerà e sarà tutto in ordine.
TELVI Oh! Lei non conosce Alice.
PAOLI Da quando la conosce Lei?
TELVI Da ora.
PAOLI Io direi che andiamo a pranzo al restaurant qui vicino.
SCENA DICIOTTESIMA
CARLO e DETTI
CARLO Non s'è lasciata convincere.
Dobbiamo pranzare soli.
In fondo io trovo che quella signora Alice avrebbe potuto attendere domani per fare quella scenata.
Venite! Venite! Guardo che tutto sia pronto.
(Li precede.)
PAOLI Magari questa sera.
Poteva aspettare che ce ne fossimo andati.
TELVI Perché? Se avesse saputo attendere sarebbe stata meno generosa.
Come quell'altra che attese la mia uscita e la mia piú lunga assenza nella giornata intera.
PAOLI Mio povero amico, voi siete innamorato.
TELVI Se questo è amore io allora lo sento per la prima volta nella mia vita.
Grazie al Cielo! È dunque vero che io non amai giammai quella che scappò?
CALA LA TELA
ATTO SECONDO
Stanza in casa di Alice.
Una porta di fondo e una a destra.
SCENA PRIMA
TERESINA (in sedile) e CLELIA (arriva e riceve la preghiera ad alta voce di Teresina)
CLELIA Si sta vestendo per uscire.
Passerà di qua e allora Lei le potrà parlare.
TERESINA Forse è meglio tu non le abbia detto niente.
Cosí vedrò...
ci penserò.
Si fa presto a parlare.
Poi si subiscono le conseguenze.
È tanto difficile di dire ad una persona: Mi trovo tanto, tanto bene in casa tua ma vorrei andarmene.
Come si fa?
CLELIA Si può benissimo.
Si dice: Come è cara e graziosa e comoda questa casa.
Giusto quella che fa per me perché io non la voglio né piú ricca né piú vasta.
Cosí mi piace.
Voglio però lasciarla perché io sono un po' bizzarra e le cose che mi piacciono troppo non le voglio.
TERESINA Tu scherzi invece che darmi un buon consiglio.
CLELIA Io il mio consiglio ve l'ho già dato.
Io trovo che qui si sta tanto bene.
C'è il pittore che a me piace tanto di vedere.
TERESINA Ne saresti innamorata?
CLELIA Innamorata no.
Io sono una poverina e non posso guardare tanto in alto.
A me basta di vedere gli altri come fanno all'amore.
Ho fatto quel forellino nella porta e da lí sto a guardare come s'avvicinano, s'avvicinano, s'avvicinano.
TERESINA Brutta cosa spiare la gente cosí.
E che cosa vedi?
CLELIA Finora egli dipinge ed essa sta ferma.
Ma s'avvicinano.
Lavora da un mese a quel quadro e non ha ancora stabilito la distanza dal modello.
Trova che ne è sempre troppo lontano.
Avevano cominciato cosí: Lui là ed essa accanto alla finestra.
Poi s'avvicinò sempre piú ma sulla finestra fu tesa una tenda.
Eccolo anche lui quasi nel cantuccio.
Però c'è un'oscurità tale che io dovetti allargare il forellino per poter scorgere qualche cosa.
E come ci vede per dipingere? Infatti non mi pare che il quadro proceda.
Io lo guardo ogni giorno e non vi scorgo nulla di nuovo.
(Prende il quadro e lo guarda.) Ieri lavorò piú del solito.
Ci mise la sua firma.
Eccola: Sereni.
Ma non mi pare che abbia fatto altro.
TERESINA Metti via quel quadro.
Alice viene.
(Attesa.) Mi pareva di aver sentito un rumore.
CLELIA E se mi trovasse col quadro in mano che male ci sarebbe? (Ripone il quadro al suo posto.) A me piace anche che in strada c'è quel signore grasso e vecchietto che cammina su e giú con pazienza infinita guardando la finestra.
Io mi diverto di affacciarmivi e fargli dei segni.
Lui non vede me ma solo il mio fazzoletto.
Ma io vedo lui.
Quando movo il fazzoletto egli s'arresta e si appoggia al colonnino quasi avesse paura di cader per terra per la grande speranza improvvisa.
TERESINA Fai male, molto male.
Te ne prego, cessa d'ingerirti in cose che non ti riguardano.
Se Alice ti scopre crederà sicuramente che sono stata io a indurti a spiare.
CLELIA Ma io, perché no?, dirò ch'è il mio piacere di veder l'amore in istrada e qui.
TERESINA Non ti crederanno.
Che senso c'è di aver piacere di veder fare all'amore? Crederanno sia una vecchia che vuol vedere fare all'amore perché i giovini non guardano ma lo fanno loro.
Crederanno ch'è stata la zia Teresina che vuole sapere come voleva sapere tutto nella casa in cui abitava quando disponeva di buone gambe e di buoni occhi.
Guardavo tutto io.
Come sarebbe differente questa casa se non fossi malata.
Quella serva che ruba i migliori bocconi, quei bambini che non hanno nessuno che li educhi.
Come sono cattivi! Quando io potevo movermi a questo mondo non c'erano di simili bambini.
CLELIA Che fortuna per me di non avervi conosciuta prima.
TERESINA Perché? Io ero buona, buona, ma anche molto attiva.
Non ebbi mai fortuna.
Ero la piú vecchia delle tre sorelle.
Esse si sposarono ed io restai in casa coi genitori.
Non si poteva mica sposarsi tutte.
Io rifiutai tanti buoni partiti! Se avessi voluto...
Ma bisognava che la persona piú assennata restasse in casa.
Questa fui io...
naturalmente.
La mamma di Alice era troppo testarda e non la vollero.
Testarda com'è la figlia.
La mamma di Alberta era troppo vana.
Avrebbe strappato le piante del giardino per addobbarsene.
Alberta è anch'essa vana, ma si vede meno perché sta nella grande città ed ha i suoi parrucchieri ed i suoi sarti.
È una grande signora.
Cosí stetti io a casa e in questa sediola dura ci stava mia madre mentre io ero al tuo posto.
Io ero però piú attenta.
Tu sei troppo giovine.
Quando spingi questa seggiola le dai di tali scosse che soffro come se dovessi correre io stessa.
CLELIA Ma è difficile di far andare una seggiola come volete voi.
TERESINA Vi era mia madre in questa seggiola ed io la movevo con maggior amore.
CLELIA E che diceva lei di questa seggiola?
TERESINA Essa, poverina, aveva un carattere guastato dall'età e dalle malattie.
Si poteva essere dolci e lenti quanto si poteva ed essa si lagnava.
La vetturetta andava soffice come sulle rotaie e tuttavia essa sentiva colpi e scosse.
Io sono contenta, contentissima di te, cara Clelia, non parlo mica per lagnarmi.
Anzi se lo domandi ad Alice o ad Alberta sentirai come io di te sempre mi lodi.
Finisco ogni mia parola con la constatazione che sarebbe male ch'io non t'avessi.
Sei la mia unica consolazione.
(Poi.) Hai il sonno un po' duro.
Questa notte cominciai a chiamarti alle cinque del mattino e mi rispondesti alle sette.
Furono due ore un po' lunghe.
Io, quando mia madre mi chiamava, con un balzo ero fuori del mio letto e accanto al suo.
CLELIA Ma avete mai domandato a vostra madre se proprio vi svegliavate tanto prontamente quando vi chiamava?
TERESINA Non mi rimproverò mai di avere il sonno troppo duro.
CLELIA Si vede che essendo vostra madre le faceva piacere di vedervi dormire tanto bene.
TERESINA Per me nessuno ebbe mai tanti riguardi.
SCENA SECONDA
ALICE e DETTE
ALICE Io devo uscire, cara zia.
So che Alberta deve venir a trovarla di qui a una mezz'ora.
Sia tanto buona di dirle che mi dispiace tanto, tanto di non poter attenderla qui.
Ho molto da fare fuori e non potrò essere di ritorno che di qua a un due ore.
Io credo ch'essa voglia parlarmi di Lei.
Forse Lei si sente male in casa mia? (Fredda.) Mi dispiacerebbe tanto.
TERESINA Chi t'ha detto una cosa simile? Io trovarmi male in questa casa? Io che amo tanto te e i bimbi? Sarei tanto dolente di lasciarvi.
Io non ci penso neppure di lasciarvi.
Per andare da Alberta - in quella casa di lusso ove non ci potrebbe essere posto per me? Mai piú.
Io preferisco di restare in questa casa.
ALICE (rude).
Senta, Clelia.
Lei vada un momento di là.
Ho da parlare con la zia.
CLELIA Vado subito, signora.
(Per errore trascina con sé anche la zia.)
ALICE Ma che cosa fa? Le dissi di andarsene sola.
Lasci qui la zia.
CLELIA (confusa).
Scusi tanto.
Avevo dimenticato di levare anche questa mano dalla sediola.
(Esce.)
SCENA TERZA
ALICE e TERESINA
ALICE Senta zia.
Senza dirle da chi l'ho risaputo...
perché mi secca, devo avvertirla ch'io so che Lei non si trova bene in casa mia.
Perché dunque fare dei complimenti? Lo dica a me, lo dica ad Alberta e la sia finita.
Io faccio quello che posso perché non Le manchi nulla ma di piú non posso fare.
TERESINA (cui manca il fiato).
Ma chi ti ha potuto dire una cosa simile? Chi?
ALICE (piú dolcemente).
Si calmi, cara zia.
Non c'è nulla di male.
Chi me l'ha detto vuole solo la sua comodità.
Vuole fare in modo ch'Ella non abbia piú da soffrire.
TERESINA Chi ha detto una cosa simile è un malvagio e nient'altro.
Perché io mai, mai ho detto una cosa simile.
Se fossi malcontenta verrei o cioè mi farei trasportare a te e ti direi: Nipote mia, cara nipote mia, io qui non mi sento bene.
Tu fai quello che puoi per me ma non mi basta.
Che male ci sarebbe? Me ne andrei sempre volendoti bene...
Ma io mi trovo benissimo in questa casa e non andrei via che se tu mi mandassi via.
ALICE Ma via zia! Come fa a dire una cosa simile? Io mandarla via? Mai piú! Io sono la sua nipote che farebbe di tutto per renderla contenta.
TERESINA (dubbiosa).
Davvero?
ALICE Ma allora Ella è malcontenta di Clelia? Perché certo qualche cosa le spiace in questa casa.
Ella s'è lagnata con qualcuno.
Forse non si spiegò bene.
TERESINA (caparbia).
Io non mi lagnai mai di niente con nessuno.
ALICE (la guarda indecisa).
E allora non so che farci.
(Con un sospiro).
Restiamo d'accordo cosí: Il momento in cui Ella fosse malcontenta di questa casa me lo dice e ci separiamo in buona pace.
TERESINA Forse ieri in un momento di malumore mi lagnai con la vostra vicina la signora Albi.
È lei che te ne parlò?
ALICE Io con la signora Albi non ho mai parlato.
TERESINA Ebbene! Con altri io non parlai.
Chi altri vedo io qui? Posso essermi lagnata di Clelia.
(Con uno sguardo diffidente verso la porta.) E non è mica tanto.
Ha il sonno un po' duro.
Ma io non mi lagno neppure di questo.
È tanto bello di vedere qualcuno a questo mondo che dorma bene.
T'assicuro, Alice, io non ci penso neppure di lasciare questa casa.
A quest'ora poi sono affezionata ai bambini.
Come sono cari.
Amo specialmente il piccolo Emilio che però per la sua età è un po' troppo progredito.
Bisognerebbe impedirgli di leggere tanto.
ALICE (spazientita).
Lo farò, lo farò, zia.
Ed ora addio.
Non dimenticherà di dire ad Alberta che mi dispiacque tanto di non aver potuto attenderla.
(S'avvia.)
SCENA QUARTA
TELVI e DETTE
TELVI Si può?
ALICE (sorpresa).
Il signor Telvi.
S'accomodi.
In che cosa posso servirla?
TELVI Servirmi? Non è mica la parola giusta.
Avrei bisogno di parlarle.
ALICE Ella conosce zia Teresina?
TELVI Solo di nome.
ALICE (presentando).
Il signor Telvi, la signora Baretti.
TELVI (porgendole la mano).
Tanto piacere.
Ella sta bene?
TERESINA Molto, molto bene.
Perfettamente.
In questa casa.
Perfettamente.
TELVI Giacché ho osato tanto vorrei osare ancora, osare fino in fondo.
Vorrei parlarle da solo a sola.
TERESINA Ma io me ne vado, me ne vado subito.
(Senza moversi.)
ALICE La zia non può muoversi da sola.
Però se Lei è incaricato di un'ambasciata da parte di Alberta, la zia, voglio dire la zia mia e la zia di Alberta può sentire tutto.
TERESINA Ma no, Alice.
Io non voglio sentire dei secreti.
Sto molto meglio se non li conosco.
Te l'assicuro.
TELVI Io ho da dire alla signora poche parole.
Sarà questione di qualche minuto.
ALICE (alla porta).
Clelia.
SCENA QUINTA
CLELIA e DETTI
CLELIA (guarda con sfacciata curiosità Telvi).
Ella desidera?
ALICE Per qualche momento porti di là la zia.
TELVI (quando Clelia sta trascinando fuori la sediola).
Signora, io spero di aver presto il piacere di rivederla.
TERESINA Anch'io, anch'io.
SCENA SESTA
ALICE e TELVI
TELVI Sí! Non c'è da esitare.
(Poi ad Alice che gli accenna di sedere.) Io non ho da dirle nulla da parte della signora Alberta.
Iersera essa disse che anelava a far la pace con Lei.
Io feci come se non avessi sentito.
Ma io pensai che questa pace non si farebbe.
ALICE (sorridendo).
Come lo può sapere lei? Alberta Le raccontò tutto?
TELVI Non mi disse proprio nulla.
Son io che mi feci quest'idea.
La vidi tanto dolce e fiera, terribilmente fiera che pensai che non era possibile di sottometterla.
Io penso che Lei sia cosí.
Lo penso dacché La vidi.
Ed io La vidi la prima volta quand'ero ancora con mia moglie.
Poi quando mia moglie fuggí, io non pensai altro che Lei e La pensai generosa e fiera.
(Timidamente.) Sí! Io non pensai altro che Lei.
Ho detto tutto.
(Quasi contento.)
ALICE (stupita ed imbarazzata).
Tutto? Non comprendo.
TELVI Ecco! Io da un mese cammino su e giú per questa via.
Guardo quella finestra...
credo sia quella.
Il sole manda talvolta dei raggi che non so come fanno credere a quella finestra la figura che si sogna.
Io mi stropiccio gli occhi...
ma non serve.
Capirà che per un uomo serio come me non è mica una posizione molto gradevole quella di sentinella davanti ad una finestra E allora ricordai che veramente io potevo osare tutto perché nulla avevo da perdere, nulla, proprio nulla.
Il ridicolo? Per una quantità di gente io sono già ridicolo.
ALICE (protesta).
Oh!
TELVI Grazie.
Eppure Lei conobbe mia moglie.
ALICE La conobbi benissimo.
M'era simpaticissima.
Io la consideravo quale una moglie modello...
TELVI Anch'io.
Questo non so perdonarle.
A mezzodí mi stampò un bacio su questa guancia, proprio qui, mi brucia ancora, e alle cinque o alle cinque e pochi minuti fuggí.
Poi disse ch'era impossibile di vivere con me.
Lo disse anche a Lei?
ALICE Eh, no.
Altrimenti certo non avrei potuto considerarla quale un modello di moglie.
TELVI È vero, è vero.
Lei non sa dire una bugia.
È questo che mi conquistò.
Ma non parliamo piú di mia moglie.
ALICE Senta, signor Telvi.
Io credo d'intendere quello che mi vuole dire.
TELVI (piuttosto lieto).
Grazie al cielo, lei lo ha inteso e non occorre io Le dica altro.
Soltanto Le domanderei una cosa.
ALICE Io vorrei dirle che mi sento onoratissima...
TELVI Scusi se L'interrompo.
È proprio questo che volevo domandarle.
Non vorrei una pronta risposta.
Anzi non vorrei una risposta...
se non ha da essere quale la voglio io.
Per Lei dovrebbe essere semplice di compiacermi.
Fare come se io non avessi detto niente.
Non è semplice? Ed invece io ho detto tutto.
Cosí, solo cosí, io sarò capace di non passare ogni giorno per tante volte per via Battisti.
Adesso questa finestra l'ho vista dall'altra parte...
È vuota...
per il momento.
ALICE (sorridendo).
Ma perché avrei da tacere? Io avrei da dirle anche tante cose buone.
Io ho ogni simpatia per lei.
Io so il dolore che Le è stato dato e vi partecipo con tutta l'anima mia.
TELVI E allora Le posso dare una buona nuova.
Le farà piacere se Lei ha detto la verità.
Io non soffro mica piú.
Ossia io soffro per altre cose.
Devo a Lei di non soffrire piú e devo a Lei di soffrire di nuovo.
Faccia come se non avessi detto nulla...
sia tanto buona.
Cosí io ho detto tutto e nulla di male è avvenuto.
(Sorridendo.) Siamo pratici noi uomini d'affari? È proprio per i miei affari ch'io faccio questo.
Nell'ultimo tempo non sapevo attendervi piú.
Prima causa mia moglie eppoi causa chi me la fece dimenticare.
Ma adesso sarò piú tranquillo.
Ho fatto tutto quello che dovevo fare.
Pensarci ancora sarebbe da ragazzo.
Il mio è un amore da uomo adulto.
Penso a me stesso, ma penso anche e soprattutto all'altra.
Vorrei avesse tutto.
Ogni comodità, ogni piacere.
Se avesse dei figli io li adotterei.
ALICE (imbarazzata).
Non so come ringraziarla...
TELVI Da ringraziare non c'è proprio nulla.
Neppure da rimproverare.
(Guardandola ansioso.) Nevvero? Io faccio quello che debbo e non può esserci rimprovero.
Ora vediamo l'altra parte.
Io voglio parlare per l'altra parte.
C'è qualcuno che mi conosce che dice ch'io sono un uomo molto noioso.
L'ha detto anche a Lei? (Alice assente.) Grazie per la sincerità.
È vero io sono un po' noioso.
Se vedo del disordine in casa non so tacere.
È una cosa che si può intendere e scusare da un uomo d'affari.
Nei miei affari io non abbandono nulla al caso.
Prevedo quanto si può prevedere ed esigo ordine.
Ma questa mia qualità finisce a vantaggio di chi mi sopporta...
parlo di quella ch'è scappata, solo cosí è possibile che quando essa volle un gioiello o delle toilettes costose le ebbe sempre.
È vero che poi talvolta m'arrabbiai se essa smarrí tali gioielli o se lasciava abbandonate al suolo le toilettes che tanto avevano costato.
(Arrabbiato.) Al suolo e magari sotto ad una sedia.
(Poi.) Io sono un uomo noioso.
E ora appena so come ebbi torto.
Chissà se saprei essere altrimenti? È troppo rischioso di provare, nevvero? Io proverei ma non posso mica consigliare gli altri di provare.
Ognuno ha la sua vita e deve poter disporne liberamente.
(Dopo una pausa.) Poi io sono noioso anche a tavola.
Il medico m'ordinò di astenermi dalla carne perché altrimenti ci sarebbe la possibilità di un colpo.
In una casa come la mia sarebbe stato facile di accontentarmi.
Ebbene, no! E sa perché? Perché talvolta quando ho finito di mangiare quella roba insipida cui sono condannato, finisco col mangiare anche l'altra roba.
che c'è sulla tavola.
E allora essa disse che non c'era ragione di seccarsi per preparare la mia dieta speciale.
Io m'arrabbiai.
È tutt'altra cosa se mi capita il colpo per mia elezione che se mi viene per opera di chi dovrebbe starmi accanto a tutelare la mia salute.
Ella dirà che un colpo è un colpo e che non c'è differenza fra un colpo e l'altro.
Ma io non sono di tale avviso.
Probabilmente anche qui sono ingiusto e un seccatore.
In questo momento mi pare impossibile di poter seccare il prossimo per una cosa simile, ma poi viene il momento che potrebbe sembrare meno impossibile.
Vede come cerco d'essere sincero? Io faccio del mio meglio per non ingannare il prossimo.
È vero che negli affari faccio altrimenti e che di tutta la mia vita solo gli affari vanno bene.
Non farei meglio di trattare tutta la vita come se fosse un affare?
ALICE (sempre imbarazzata).
A me la sincerità piace.
Ma...
TELVI So che la sincerità le piace, ne sono sicuro.
Mi lasci dirle ancora una cosa...
quella questione del divorzio.
Non è mica insolubile.
Bisogna cambiare di nazionalità e bisogna rinunziare alla religione.
La religione non costa molto.
Invece, come stanno le cose, la rinunzia alla nazionalità sarà costosa.
Io ci perderò molti denari e una gran parte della mia posizione.
Non fa niente.
Se bisogna farlo bisogna rassegnarsi.
Non posso mica domandare di sposarmi senza matrimonio.
Ciò può fare qualcuno che si aspetta amore, passione.
Un uomo piú bello di me e meno seccante.
ALICE (dolcemente).
Non dica di queste cose, signor Telvi.
Io non le ammetto.
Non ammetto che Lei sia seccante e che vi sia alcuna ragione per mancarle di rispetto o di riguardo.
Non posso in alcun modo...
Ma Ella mi domanda di non dirle nulla che somigli ad una risposta.
Perché dirle qualche cosa? Può essere ch'Ella abbia avuto ragione di parlare come ha fatto.
(Telvi ascolta ansioso.) Se ciò Le dà un po' di pace (L'ansietà di Telvi cede.) Io vorrei vederla piú lieto.
Disgraziatamente non posso far nulla per aiutarla.
TELVI E potrei rivederla, non spesso ma di tempo in tempo?
ALICE (dopo un'esitazione).
Ben volentieri La rivedrò presso amici comuni.
TELVI Ho paura che di amici comuni non ne abbiamo piú.
ALICE È vero.
Ma chissà? Alberta accenna a ricredersi.
Per il momento essa s'ostina a pensare che sarebbe il mio obbligo di fare il primo passo.
Ma potrebbe cambiare.
Io confido ch'essa si ravvedrà e intenderà quello che ora non intende.
TELVI Perciò io dovrei abituarmi di nuovo a frequentare la casa di Carlo?
ALICE (ridendo).
Aveva cessato di farlo?
TELVI Sí, a dire il vero.
Non per proposito, sa.
Io non uso arrogarmi dei diritti che non ho e perciò non potevo mica prendere le sue parti.
Ma Carlo mi seccava.
Non pareva neppure ricordarsi che in casa sua c'era stata una disputa alquanto vivace fra due donne sue congiunte.
Sta bene tenere per la propria moglie che...
altrimenti scappa (ridendo) ma non cosí.
ALICE Mi biasimò?
TELVI No, no.
Non mi disse nulla.
Non una parola.
Per lui la cosa non è avvenuta.
ALICE È sempre trasognato e non capisce niente.
Io ho ecceduto un po'.
Che gliene pare?
TELVI Non sono di questo parere.
ALICE Eh! via! Io ho ecceduto.
Ma che importa? Io mi compiaccio di quell'eccesso, io ne vivo.
È una grande soddisfazione: Dire proprio quello che si pensa.
Un eccesso significa un atto di cui ci si pente, non quello il cui ricordo dà tanto piacere.
TELVI (mormora).
Anch'io vivo di quell'eccesso.
ALICE (si ferma sorridendo).
Avevamo stabilito che io non risponda a simili frasi e voglio tacere.
Senta, signor Telvi.
La sua visita m'onorò moltissimo.
Sono anche onorata di certe sue espressioni, anche di quelle cui io non ho da rispondere.
Poi mi fece piacere che anche nel mio litigio con Alberta, Ella ha inteso da quale parte sia la ragione.
Ciò Le fa onore.
Ciò è da gentiluomo e gliene sono molto riconoscente.
Molti altri che sanno piú di Lei non hanno capito un tanto.
Carlo per esempio.
Ma adesso io devo uscire.
Ho da fare una visita eppoi non voglio essere in casa quando viene Alberta.
TELVI La signora Alberta? Qui?
ALICE Sí, viene a trovare la zia.
Non credo sia ancora arrivato il momento di ritrovarmi con lei.
Io sono tuttavia dispostissima di dirle le stesse parole che le dissi un mese fa.
E ho paura che neppure lei abbia cambiato qualche cosa nel suo modo di pensare.
È meglio dunque ch'io me ne vada.
TELVI Io ho da dirle due parole ancora eppoi la lascio libera.
Quando noi in affari non riusciamo a combinare un affare ci separiamo dicendoci: Ad altra volta.
Qui non è il caso di dire cosí.
Ma abbiamo proprio da dire a mai piú? È quasi sciocco di dire a mai piú.
Chi può dire come le cose finiscono? Eppoi finiscono le cose? Non c'è sempre la speranza?
ALICE Talvolta non c'è.
Davvero io so di molti casi in cui non c'è.
Ella m'aveva domandato di non rispondere.
TELVI E infatti non ha risposto.
Se ha detto qualche cosa io non ho sentito.
E se avesse detto qualche cosa io non ci crederei e, a costo di spiacerle, direi sempre che la speranza c'è.
ALICE (porgendogli la mano).
E lo dica.
Sarà di buon augurio anche per me.
TELVI (un po' alterato).
Se fosse solo per lei non la direi.
(Poi rassegnandosi.) Sí la direi anche per Lei, per Lei sola.
(Le bacia la mano ed esce.)
SCENA SETTIMA
ALICE poi CLELIA e TERESINA
ALICE (dalla porta di fondo).
Clelia! Può riportare di qua la zia.
(Si mette il cappello dinanzi ad uno specchio.)
TERESINA (trascinata in scena da Clelia, urla).
Ma perché, perché? Io stavo tanto bene di là.
ALICE Ma io non intendevo questo.
Se la zia preferiva di restare di là, ne era padronissima.
Suvvia! Riportatela di là.
TERESINA (urlando a Clelia che già la trascina).
Ma no! No! Adesso che sono qui lasciatemi qui.
ALICE Clelia! Non sentite?
CLELIA (confusa).
Scusi, signora, non avevo sentito.
ALICE Scusi, zia, se talvolta noi che Le stiamo d'intorno non intendiamo presto abbastanza quello ch'Ella domanda.
Giacché Lei ha da stare in questa casa io intendo assolutamente che Lei sia libera di moversi stando dove piú Le pare e piace.
Io La pregai di andare di là solo perché quel signore mi pregò di poter parlarmi a quattr'occhi.
Se le dispiacqui (con un po' di sforzo) mi scusi.
TERESINA Mi domandi scusa? Di che? Mi mandasti di là perché volevi parlare con quel signore due parole non destinate a tutti? Che male c'è? Non sei forse la padrona in casa tua?
ALICE Io non sono, io non voglio essere la padrona qui, quando c'è Lei, la sorella di mia madre.
(Esita come se prima di uscire volesse abbracciare la zia.) Intanto che parlavo con altri io continuavo a pensare a Lei.
Pare che proprio mi sia stata detta una bugia.
Io sono ben contenta di sentire che Lei si trova bene accanto a me.
Scusi se sono stata rude.
TERESINA (inquieta).
Ma non sei mai stata rude con me, te l'assicuro.
Io non me ne sono accorta.
ALICE Addio, zia.
(A Clelia.) E Lei badi d'intendere meglio quello che la zia domanda.
TERESINA Ma è anzi molto attenta.
Te l'ho detto poco fa che sono tanto contenta di lei.
ALICE (la guarda sorpresa, poi).
Sí, zia.
Lei è contenta di tutto e di tutti.
TERESINA Me ne fai rimprovero?
ALICE No, zia.
Io comincio a intendere tante cose.
Addio, zia.
Non vorrei ritardare troppo.
Uscirò dall'altra parte.
(Esce dal fondo.)
SCENA OTTAVA
CLELIA e TERESINA
CLELIA Si capisce che parlate di me in modo che se non mi mandano via è loro bontà.
TERESINA Non hai sentito anche tu che si lamentano che io sono troppo contenta di tutti? Questo poi io non arrivo ad intendere.
Sono malcontenti perché sono contenta.
Essa comincia a intendere tante cose.
(Spaventata.) Mi vuole male.
CLELIA (rabbonendola).
Ma perché volete vi voglia male? Essa ha fretta.
Vuole evitare la signora Alberta che avrebbe dovuto essere già qui perché sono le tre sonate.
Oppure vuole raggiungere quel signore grasso dal passo lento e pesante che partí di qua tanto prima di lei.
Chissà? Pare sia disposta di tradire il pittore ancora prima d'essere sua amante.
Davvero mi dispiace.
Per lui e anche per lei.
TERESINA Che cosa vai dicendo? Come osi parlare di amanti? (Poi) E come sai che non lo sono ancora?
CLELIA È evidente.
Se fossero amanti non fingerebbero di dipingere.
TERESINA Ma tu te ne intendi d'amore? Se non sei sposata?
CLELIA Me ne intendo infatti pochissimo.
Dedicai a quello studio solo le mie ore libere e voi sapete che non ne ho tante.
TERESINA Prima avevi libere tutte le 24 ore.
CLELIA Mai! Mai! Ero al servizio di mia madre ed è in famiglia propria che si lavora molto.
TERESINA Sí, questo è vero.
CLELIA Ed anche con voi sono come in famiglia propria.
TERESINA Con me hai ben poco da fare.
CLELIA Chi dà denaro crede di dare molto e chi dà da fare crede di dare poco.
Io vorrei mettere un contatore su questa carrozzella per vedere quante miglia al giorno debbo farle fare.
TERESINA Talvolta io vorrei tu lasciassi la carrozzella piú ferma.
Ma hai già avuto un amante tu cosí giovine?
CLELIA Io? (Stupita della domanda.) Mai.
E voi?
TERESINA Io? Mai, proprio mai.
CLELIA Eh! via! L'avete probabilmente dimenticato.
Ricordatevene, ve ne prego.
L'amante è un uomo.
Cammina, talvolta s'arrampica e grida e parla e talvolta, anzi molto spesso, tace.
TERESINA (studio il proprio ricordo).
Mai, proprio mai.
Vedi, come destino siamo circa uguali.
CLELIA Eh! Sí! Si direbbe.
(Ridendo, poi.) Ma io sono piú giovine di voi e potrei ancora riparare a tanta...
trascuranza.
TERESINA Guarda a quello che fai.
Presto l'onore di una ragazza è perduto.
CLELIA Eppure vedete che talvolta anche vivendo lungamente non lo si perde.
TERESINA Quello è il vanto.
Per una lunga vita sempre pura...
CLELIA E a che serve?
TERESINA Servire? L'onore non ha da servire.
Oppure...
Sí! Serve intanto a biasimare quelli che non lo hanno piú.
SCENA NONA
ALBERTA e DETTE
ALBERTA Buon giorno, zia.
Ha una buona cera quest'oggi.
(La bacia.) Ne son ben lieta.
TERESINA (guardandola).
Ho davvero una buona cera?
ALBERTA E Alice? È di là? Non bisognerebbe avvisarla che sono qui?
TERESINA Alice è uscita or ora.
CLELIA E disse pure che non sarebbe ritornata presto.
ALBERTA (alterata alla zia).
Le diceste ch'io dovevo venire?
TERESINA Certo, glielo dissi subito ieri.
CLELIA Ero presente anch'io che la zia glielo disse.
ALBERTA (con ira).
Chi vi domanda di fare delle testimonianze di cui la zia non ha bisogno?
CLELIA Credevo Lei me l'avesse domandato.
Mi scusi.
ALBERTA Sta bene.
Adesso mi lasci sola con la zia.
SCENA DECIMA
ALBERTA e TERESINA
ALBERTA Che sfacciata!
TERESINA È una buona ragazza...
con molti difetti.
Se tu lo vuoi mandiamola pur via.
Però se si ha da licenziarla vorrei non ne fosse avvisata che al momento in cui avrebbe da lasciarmi.
Te ne prego! Io sono del tutto in mano sua e se si arrabbiasse potrebbe sbattere me e la mia seggiola contro la parete.
È molto robusta.
ALBERTA Non ci penso neppure di privarla di persona che Le è gradita.
TERESINA Gradita! Non è la parola.
Non è mica piacevole di farsi spingere di qua e di là.
Ma quando occorre è bene di trovare chi lo faccia.
ALBERTA E ieri quando Lei disse ad Alice ch'io sarei venuta a farle visita essa subito disse che sarebbe uscita?
TERESINA No! No! Non disse nulla.
Oggi soltanto disse che sarebbe uscita e, infatti, uscí.
ALBERTA (un po' abbattuta).
Com'è ostinata!
TERESINA Anche sua madre era cosí.
Volle sposarsi quando e con chi volle lei.
Volle...
volle...
sempre volle.
ALBERTA (levandosi il cappello).
Ebbene! Io aspetterò Alice.
Vede zia! Qui siamo in due litiganti e questo sciocco litigio minaccia di farsi eterno.
È certo che spetta a me di mostrarmi arrendevole.
Facendo la pace io non ci guadagno nulla, anzi tutt'altro.
Se continuiamo il litigio lei addirittura è rovinata.
Tocca perciò a me di cedere.
TERESINA E continua a tenerti il broncio avendo da perderci tanto? Ma allora devi averle date delle forti ragioni a risentirsi.
ALBERTA No zia! No! Io neppure capisco come ciò avvenne.
Io avevo scritto a Lei zia di venire a Trieste e dimenticai di avvisare Alice che avevo destinato che Ella andasse a stare con lei.
In fondo che disturbo poteva arrecarle? Tutte le spese erano pagate da me.
Volevo proprio pagare tutto.
TERESINA (dolorosamente colpita).
Ed è dunque per causa mia che avete litigato.
Anche questo doveva capitarmi! Oh, se l'avessi saputo mai piú avrei accettato il tuo invito.
Perciò Alice mi ha accolto cosí.
ALBERTA Non capisco, zia.
Che c'entra Lei?
TERESINA Mi domandi come io c'entri e mi trovo cacciata dentro fra' vostri due odii? Oh! Oh! Tutto il corpo mi duole come se fossi posta fra due macine.
ALBERTA Ma zia mia! Non si tratta mica di due odii.
Tutt'altro.
Io amo Alice.
Da tre, quattr'anni io non penso che a lei.
Le diedi denari, vestiti e masserizie.
D'estate essa è mia ospite nella mia villa di Tricesimo ove anch'io starei tanto volentieri se non fossi obbligata di seguire mio marito che non si prende che un mese di permesso e deve dedicarlo alla cura del suo fegato.
Ma Alice ha proprio parlato d'odio?
TERESINA (vivamente).
No, non ha detto niente.
Io mai ho sentito qualche cosa.
ALBERTA (la guarda titubante).
Veramente io non credo che la disputa sia sorta per causa Sua.
(Poi.) Solamente allora dovrei pensare che ci sia sotto qualche risentimento piú profondo.
Ma come avrei dato io motivo a risentimento.
Invidia? Io da un mese studio e rivedo ogni parola della disputa e non riesco a intenderla.
Ebbene! Oggi voglio chiarirla.
Io resterò qui magari fino a questa sera ma voglio parlare con Alice.
(Si leva il cappello e lo depone.)
TERESINA (pensierosa).
Già, io non c'entro, nevvero? Se tu vuoi restare io non posso mica impedirtelo.
ALBERTA Certo Lei non c'entra.
Ma come passeremo qui tanto tempo? Intanto, zia, perché mandò a dirmi che m'aspettava con tanta impazienza?
TERESINA Ti fu detto impazienza? Non credo sia la vera parola.
Desideravo di vederti, ecco tutto.
ALBERTA (freddamente).
Grazie.
TERESINA Io in complesso qui mi trovo bene.
Però trovo che sarebbe bene per me di ritornare in campagna.
Come posso restare qui sapendo che il mio arrivo ha prodotto fra di voi un dissenso simile? Io, poverina, fra voi due.
(Piange.)
ALBERTA Ma zia, a mio sapere nessuna di noi due Le fece nulla di male.
TERESINA Ma non mi amate.
Non sai che quando si è deboli e malati si ha bisogno di aiuto e appoggio? Non mi amate.
(Piange ancora.)
ALBERTA Ma io Le voglio bene.
TERESINA Anche Alice dice cosí, proprio cosí.
(Poi.) E noi nati in campagna stiamo bene solo in campagna.
Se ci fossi io non potrei piú salire quei colli nostri ma respirerei l'aria che ne viene.
Poi potrei stendere i piedi fuori di questa seggiola e sentire l'erba, l'erba umida e fresca, l'erba piú soffice di qualunque piú soffice guanciale e sentirla e, forse, trarne qualche forza.
(Poi.) Perché non m'allogheresti nella tua villa di Tricesimo? Io non posso ritornare dal cugino che mi volle via.
ALBERTA Di solito d'estate in quella villa ci va Alice coi bambini.
TERESINA Anche adesso che non vi parlate?
ALBERTA Dipenderà da lei.
Certo io la porrò a sua disposizione come se nulla fosse avvenuto.
TERESINA Se non fate la pace essa non accetterà.
ALBERTA Lo crede? Io ritengo che per una stupida ostinazione essa non vorrà rinunziare ad un vantaggio alla salute dei bimbi.
TERESINA (con amarezza).
Quelli lí sono sani e forti e non hanno bisogno di nulla.
Dovresti sentire la loro voce.
Tanti tromboni.
Poi se anche vengono c'è posto per tutti.
Io occuperei quella piccola stanzuccia a cui s'accede da quella porticina accanto alla stalla.
Eppoi là sarei pure un poco utile ad Alice perché io so come si deve vivere e moversi in campagna.
Poco utile, certo, ma un poco piú che qui.
E a questo mondo per vivere felici bisogna pur essere un poco, un poco utili.
Se non si serve a niente, proprio a niente, tutti ti guardano con quegli occhi che distruggono.
ALBERTA Zia, se non vuole altro andrà a Tricesimo.
TERESINA (commovendosi e baciandole le mani).
Grazie, grazie.
ALBERTA Ma zia.
(Strappando le proprie mani dalla bocca di Teresina e subito baciandola in fronte.) Dica, zia: Com'è che Lei, invecchiando, si fece tanto dolce? Eppure dicono tutti che invecchiando il carattere s'inacerbisca.
Ricorda? Quando noi, d'estate, si veniva a stare in casa del povero nonno, le nostre mamme ci affidavano a Lei.
Bastava una sua occhiata per farci stare buone e (sorridendo) se ben ricordo anche le nostre mamme avevano un po' paura di Lei.
TERESINA In allora ero tanto utile a tutti...
era altra cosa.
Nostra madre, la tua nonna, morí quand'io avevo diciassett'anni e io dovetti assumere la direzione di tanti minorenni.
M'accorsi subito che l'interesse della casa esigeva ch'io alzassi la voce.
Piú gridavo e meglio andava tutto.
Gli armenti si moltiplicavano, il vino aumentava di ettolitri e con le patate si giunse a pesi mai visti prima.
Ed io gridai, gridai.
Mio padre me ne lodava.
Tanto piú gridai.
Tua madre si sposò giovanissima.
Era dolce, bella e buona e non gridava mai perché gridavo io.
Anche la mamma di Alice era bella e buona.
Ma testarda! Io gridavo e lei invece piangeva e faceva silenziosa quello che voleva.
Chi la sposò non poté accorgersene prima.
Invece me non occorreva sposarmi per sentirmi.
Ed io aspettai invano il marito perché - è strano - gli uomini sposano chi vogliono eppoi appena esigono si diventi quello che occorre.
Perciò il matrimonio della mamma di Alice non andò tanto bene.
Io fui stupida e lei anche.
ALBERTA È il destino.
TERESINA Il mio fu quello di gridare.
Poi, invecchiando tuo nonno divenne melenso e firmò delle cambiali per pagare le quali bisognò vendere tutto.
Papà morí poco d