COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 58
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Io fui stupida e lei anche.
ALBERTA È il destino.
TERESINA Il mio fu quello di gridare.
Poi, invecchiando tuo nonno divenne melenso e firmò delle cambiali per pagare le quali bisognò vendere tutto.
Papà morí poco dopo ed io andai a servire zio Enrico.
Anche là gridai molto.
Lo facevo per lo zio.
Gridai meno però perché lui gridava piú di me.
Come mi vedeva si metteva ad urlare.
Tacqui quando mi posero in questa seggiola.
Domandalo ad Alice e Clelia: Io non grido mai.
Eppure potrei fare ancora del bene, ma non mi lasciano.
Io potrei aiutare Alice ad educare i suoi bambini.
Ma non m'ingerisco di nulla io oramai.
Ho tanto bisogno di tutti.
ALBERTA Ma se è cosí Lei potrebbe addirittura venir a stare da me.
TERESINA Tu avevi paura di me? Perciò mi cacciasti in questa casa?
ALBERTA (imbarazzata).
No! No! Io allora non potevo; avevo un altro ospite in casa e non c'era spazio.
TERESINA Ah! cosí! (Poco convinta, poi.) Puoi immaginare come volentieri io verrei a stare nel tuo bel palazzo.
Ma tuttavia mi piacerebbe di piú andar a stare a Tricesimo.
Muoio dal desiderio di rivedere la campagna.
ALBERTA Vede, zia.
La primavera è tuttavia esitante.
Piove ogni giorno.
La casa di Tricesimo è un po' vecchia.
È una di quelle case nelle quali fa esattamente il tempo che c'è fuori.
Ora sarà molto umida.
TERESINA Ma non voglio venire da te perché non voglio offendere Alice.
Voi siete come cane e gatto.
Io non vorrei trovarmi fra voi due neppure quando vi guardate.
L'odio è una cosa terribile per gli ammalati.
ALBERTA Ma che cosa può importare a Lei di Alice che non seppe neppure dimostrarle abbastanza affetto per renderle sopportabile il soggiorno in questa casa?
TERESINA Ma io non dissi questo.
Se hai inteso cosí è stato un malinteso.
Essa è stata sempre buona, buonissima con me.
Solo poco fa perché credette ch'io mi fossi lagnata di lei mi diede un'occhiata, un'occhiata gialla e rossa, terribile.
ALBERTA Ma Lei Alice non vedrà piú se non vuole.
Che può importarle di lei?
TERESINA (esitante).
Io non ho che voi due a questo mondo.
Due per una vecchia come me pare molto.
Ma se perdo una di voi allora ne resta una e una è poco, molto poco.
Potrebbe avvenire che tu ti stancassi di me e allora? Non per mia colpa perché io passo le mie giornate su questa seggiola studiando come debbo comportarmi per non avere delle colpe.
Ma quelli che sono ricchi e forti si seccano di vedere sempre la stessa faccia implorante.
Non lo dico mica per te che sei tanto buona.
Lo dico per tutti.
Per me prima di tutto.
Ricordi la vecchia Anastasia? Io le diedi il piatto di zuppa ogni giorno per ben sei mesi.
Ma essa voleva mangiare anche dopo ed io m'arrabbiai.
Mi pareva che chi avesse protestato la sua riconoscenza per tanto tempo non potesse poi prendersela con chi le rifiutava il centottantunesimo piatto di zuppa.
Invece essa subito m'augurò tutti i malanni e m'arrabbiai anch'io e diedi un calcio al suo canestro.
È forse per questo ch'io fui poi ridotta a non poter dare degli altri calci.
(Con un sospiro.) Quella brutta strega.
(Poi).
So che tu non dài dei calci ma io, per quanto la mia vita possa essere ancora breve potrei aver bisogno di tutti e anche di Alice.
ALBERTA (ridendo).
Com'è strana Lei, cara zia.
Non sa che quello che faccio per Lei lo faccio anche per degli estranei? Lei non avrà mai bisogno di Alice.
Di lei non ha bisogno neppur ora.
Eppoi prima o poi Alice si sottometterà e saremo in due a curare la nostra cara zia.
Vedrà, vedrà.
Io conosco meglio di Lei la vita.
La necessità non conosce legge.
È stato quest'oggi il dottore?
TERESINA (seccamente).
Sí, grazie.
(Poi.) Viene proprio per me?
ALBERTA Certamente, cara zia.
TERESINA Sta con me per cinque minuti.
Poi, molto piú a lungo, con Alice.
ALBERTA L'ho pregato io di parlarle.
Vede zia ch'io faccio del mio meglio per arrivare alla meta che mi sono prefissa.
Quando Alice avrà riconosciuto il suo torto, noi tutt'e tre staremo meglio.
Alice, specialmente.
Voglio essere molto generosa con lei.
È evidente che le nostre relazioni non saranno piú le antiche.
Certe parole non si possono dimenticare.
TERESINA Sí, le parole sono ancora piú dure a sopportarsi delle occhiate.
Oh, se lo so.
Tutte queste cose io le so dacché son seduta su questa sedia.
(Poi.) Sapevo che il dottore non veniva per me.
ALBERTA Ma certo zia, per Lei.
In questa casa non ci sono degli altri malati.
TERESINA Io credo ch'egli si occupi tanto poco di me che ancora non sa ch'io sono malata alle gambe.
Esaminò gli occhi, la schiena e il petto.
E che cosa ti disse di Alice?
ALBERTA Deve venire questa sera da me e allora sentirò.
TERESINA (pensierosa).
Se tu fai la pace con Alice, io tanto piú debbo badare di non offenderla.
Essa certamente sarà per te piú importante di quanto io mai possa esserlo.
Perciò, te ne prego, mandami a Tricesimo.
Non mica ch'io stia male a Trieste.
Anche la vostra città mi piace moltissimo.
Cosí piena di pietre.
A Tricesimo, però, vi disturberei meno.
ALBERTA Non insista, zia.
Ella m'offende.
(Dura alquanto e Teresina n'è scossa.) Ma zia! Vedrà come staremo bene insieme.
Ella mi parlerà dei nostri vecchi e di mia madre e anche di me quand'ero bambina.
TERESINA E quando avrò finito?
ALBERTA Com'è sospettosa! Quando avrà finito parleremo di altro.
Di chi abbiamo parlato sinora? Eppure abbiamo passato insieme una mezz'ora ben gradevole.
TERESINA (facendo tanto d'occhi).
Davvero? Ma se vengo a stare da te voglio che Alice lo sappia solo al momento in cui me ne vado.
ALBERTA Ma Lei ha proprio paura di Alice?
TERESINA A torto perché essa mai mi disse una parola dura.
Ma io da questa sedia sento anche quello che non mi viene detto.
Devo averlo appreso da zio Enrico.
ALBERTA Era tanto delicato zio Enrico?
TERESINA No! Lui non sentiva niente.
Ma quand'era arrabbiato si moveva in modo che tutti capivano quello ch'egli pensava.
Cosí, a poco alla volta, quei medesimi movimenti, anche attenuati, io imparai a intendere da tutti.
ALBERTA Farò dunque come Ella desidera.
Nel pomeriggio manderò la macchina a prenderla e scriverò un biglietto ad Alice.
TERESINA No! No! Prima manderai la macchina eppoi scriverai il biglietto.
Cosí io me ne andrò e non la vedrò piú finché voi due non facciate la pace.
Per molto tempo, perciò, io credo.
ALBERTA Ella lo crede zia? (Interdetta.)
TERESINA (esitante).
Io non lo so.
Tante idee io mi faccio nella mia solitudine e potrebbero essere sbagliate.
A me pare...
io penso che se essa fosse tanto ansiosa di fare la pace con te ti avrebbe nominata con me che sa che ti vedo talvolta, mai sí a lungo come oggi ciò che essa non può sapere perché quando tu vieni essa è sempre via.
Mai essa fece il tuo nome in mia presenza altro che per dirmi di avvisarti che essa non sarebbe stata in casa per vederti.
ALBERTA (avvilita).
È infatti evidente.
TERESINA Già a te non può importare nulla.
Io credo anzi che questo litigio sia per te un buon affare.
Per lei è altra cosa.
Ma perché ha tanta superbia? Io so ma bada che non devi dirlo a nessuno che il tutore dei figliuoli finí col concederle degl'importi notevoli.
Non so quello che se ne faccia.
So che subito al mio arrivo prese per i bambini una maestrina che li conduce fuori.
(Con ira.) Dei bambini non s'occupa neppure quando sono liberi della scuola.
E della casa neppure.
Là in cucina c'è una serva che si mangia i migliori bocconi se poi non asporta anche una parte per il suo amante.
ALBERTA Eppure Alice fu sempre una buona madre.
(Sconfortata.) Deve odiarmi per decidersi a consumare il piccolo peculio dei bambini.
TERESINA Io non so come le madri sieno fatte in città.
Da noi in campagna usa altrimenti.
Del resto parla con Clelia.
Essa sa tutto, tutto.
(Ridendo istericamente.) Nulla le sfugge.
Sa quello che dice il pittore e quello che dice lei e come procede quel ritratto che non sarà finito mai.
Domanda, domanda a Clelia.
È il suo divertimento.
Essa ama questa casa perché c'è il pittore e perché sulla via c'è un signore attempatello che guarda con nostalgia a quella finestra.
È stato qui poco fa e forse Clelia sa quello che ha detto.
ALBERTA Ma fa allora la spia?
TERESINA (spaventatissima).
Naturalmente io la biasimo, voglio impedirle di star ad ascoltare.
Se vuoi mandiamola via.
Poi sto a sentirla perché non posso mica scappare io.
ALBERTA (dopo un istante d'esitazione va alla porta di fondo e chiama).
Clelia.
SCENA UNDICESIMA
CLELIA e DETTE
CLELIA C'è il fuoco in casa che gridate cosí?
TERESINA (mite e buona).
Senti, Clelia, racconta un poco a mia nipote quello che sai di questa casa!
CLELIA Dell'amante della signora Alice? Io ne so poco.
Si baciano ch'è un piacere a sentirli.
TERESINA (fingendosi irritata).
Che cosa dici? Io volevo che tu parli del disordine che c'è in questa casa.
CLELIA Oh! quello c'è dappertutto! Ma cosí una bella signora che si fa baciare da un amante cosí degno non c'è in nessun luogo.
Guai se non ci fosse! In questa casa fra me e voi ci sarebbe da morire di noia.
ALBERTA (indignata).
Ma voi mentite!
CLELIA E allora perché mi domandate se non avete da credermi? Volete che vi faccia anche vedere la casa ove abita l'amante della signora Alice! (Andando alla finestra con Alberta.) Abita quell'ultima casa là a destra!
ALBERTA (mormora).
Sereni!
CLELIA (ridendo).
E volete vederlo lui in persona? Guardate! Io espongo dalla finestra questo lembo di tendina e in dieci minuti lo vedrete comparire! È da tanto tempo che desideravo di farlo venire quando non c'è la signora Alice!
ALBERTA Non capisco!
CLELIA Quest'è il segnale! Se avete un po' di pazienza lo vedrete in persona.
ALBERTA (vivamente ritira la cortina).
Non fate ciò! Ve lo proibisco!
CLELIA (c.s.).
Una volta o l'altra voglio prendermi il gusto di far correre cosí un bel signore.
ALBERTA Non permettetevi di simili lazzi coi vostri padroni.
TERESINA (ridendo).
Anch'io le dico che fa male di parlare cosí.
E tu devi ricordare che non sono stata io a parlarti di queste cose.
Io volevo solo raccontarti del disordine che c'è in questa casa.
Di' la verità, Clelia, non siamo noi rimaste ieri a pranzo senza pane?
CLELIA Stimo io! Ieri il lembo della cortina prese aria e allora manca sempre in casa qualche cosa.
ALBERTA (incuriosita).
Siete un bel tipo voi!
CLELIA Credetemelo, se voi assisteste a tutte le storie che ci sono qui vi divertireste di certo anche voi.
Qui non si fa all'amore come si usa nelle altre case, di notte.
Qui lo si fa di giorno.
I bambini sono a scuola.
Berta è occupata a rubare in cucina ed io vengo esigliata in fondo al corridoio con la signora Teresina.
Che cosa pretendete di piú comodo? Il centro della casa è libero del tutto.
Ma io dal fondo del corridoio arrivo facilmente alla toppa di quella porta.
Guardo, poi vado a rallegrare la solitudine della signora Teresina e a raccontarle a che punto siamo arrivati.
Essa fa la schizzinosa ma...
ci si diverte.
TERESINA Impertinente!
CLELIA E le fa bene per le gambe.
Si figuri che ieri arrivò appoggiata al mio braccio fino a metà del corridoio.
Dovette ritornare alla sua seggiola solo perché le era impossibile di camminare sulle punte dei piedi.
Altrimenti essa avrebbe potuto giungere a quel buco della chiave come faccio io.
Guardate quello che fa l'amore!
TERESINA Volevo solo vedere se conoscevo quel signore.
ALBERTA Ma Lei non conosce nessuno di questa città!
TERESINA Poteva essere qualcuno delle nostre parti.
CLELIA (pregando).
Lasciate che metta alla finestra quel lembo di cortina.
Sarebbe bello vedere il muso che farebbe quel signore a trovarci qui adunate ad aspettarlo.
ALBERTA Ve lo proibisco assolutamente.
Lasciatemi sola con la signora.
CLELIA (mette il lembo della cortina fuori della finestra).
Oh! lasciate questa cortina al suo posto.
ALBERTA Volete smetterla d'immischiarvi negli affari altrui? Sfacciata! (Ritira la cortina.)
CLELIA Erano affari che se io non ve li dava non erano vostri.
ALBERTA Andatevene! Ricordatevi che in casa mia dovrete mostrarvi piú riservata e non creare pettegolezzi.
CLELIA Veniamo a stare da voi? (Dubbiosa.)
ALBERTA Oggi stesso!
TERESINA (sorridendo).
Vedrai che andiamo a stare meglio molto meglio.
CLELIA Sí! Ma perché cosí subito? Non ne avviserete nemmeno la signora?
TERESINA Anzi! Le cose saranno fatte come si deve! Nevvero, Alberta, che tu dirai ad Alice che non siamo state noi a chiederti di abbandonare questa casa?
CLELIA (alza le spalle).
Io certo non volevo andar via!
ALBERTA Meno chiacchiere! Andate a preparare le cose della zia! (Si volge subito a Teresina e intanto Clelia pian pianino si avvicina alla finestra ed espone il lembo della cortina, poi esce.)
SCENA DODICESIMA
ALBERTA e TERESINA
ALBERTA Dio mio! Quell'Alice! Cosí che subito dopo di aver litigato con me...
TERESINA Ma chissà se è vero? Io non posso crederlo.
Non ho visto niente.
Quello che dice Clelia non è poi vangelo.
ALBERTA Oh! è certo! Io ora capisco tutto! E forse essa litigò con me di proposito solo per staccarsi da me e dalla mia sorveglianza.
TERESINA Non lo credo! Con te deve averla sul serio.
ALBERTA Come lo sa?
TERESINA Eh! dacché sono obbligata a non movermi mi sono abituata a guardare bene in faccia le persone.
Quando si parla di te nei suoi occhi passa come un'ombra di rancore.
Se lo può evita persino di dire il tuo nome.
ALBERTA Eppure, me lo creda, io non le feci nulla di male.
Vuole sapere la causa della nostra disputa? Ella non lo crederà.
Si ebbe una conversazione sul suo futuro destino! Io non potevo prenderla in casa perché mio marito...
sí...
Ho tanto da fare che mi sarebbe stato difficile di dedicarmi a Lei.
Alice invece dichiarò formalmente ch'essa doveva aprirle la casa sua.
TERESINA (mortificata).
Mi vuole piú bene di quanto avrei creduto.
ALBERTA Meno di quanto Ella ora crede.
Perché io naturalmente sentendo che Alice riteneva suo dovere di prenderla in casa sua, glielo scrissi io.
Queste donne che non fanno nulla abbisognano di molto tempo per scrivere una lettera ed io credevo di farle un piacere scrivendola io in vece sua.
Questo ella prese a pretesto per litigare con me (commovendosi) in modo incredibile.
TERESINA Mi dispiace d'essere stata io la causa del vostro litigio.
ALBERTA Lei non c'entra per nulla.
Proprio per nulla.
Se essa m'avesse fatta un'osservazione io non mi sarei offesa affatto.
Prima voleva la zia Teresina, ora non la vuole piú.
È semplice!
TERESINA (con sforzo).
Già! È semplice!
ALBERTA Era una cosa che si poteva riparare tanto facilmente.
Non vuole Ella ora abbandonare la casa di Alice? E dovrebbe perciò Alice offendersene?
TERESINA Certamente, no! Ma ricorda, te ne prego che m'hai promesso di non dire ad Alice ch'io desidero di lasciare questa casa.
ALBERTA Non tema zia! Io le offersi anche di riparare all'errore se lo avevo commesso e scriverle.
E allora andò fuori dei gangheri e mi disse cose che non dimenticherò piú mai.
TERESINA Cosí è vero che tutta la colpa è mia ed io capisco perché Alice mi guardi biecamente.
ALBERTA Ma non lo creda, zia! Era un pretesto! Voleva liberarsi di me! Eppoi ora che ha l'amante non ha piú bisogno dei miei soccorsi! E per ringraziamento mi diede un ultimo calcio.
TERESINA Sta zitta, te ne prego.
(Tendendo l'orecchio.) Eccola! È il suo passo.
(Dopo una lieve pausa, entra Alice.)
SCENA TREDICESIMA
ALICE e DETTE
ALICE (ha una lievissima esitazione alla soglia).
Buon giorno!
ALBERTA Buon giorno, Alice! Ho fatto tardi.
Ma giacché ti trovo posso avvisarti che ho deciso di prendere con me la zia Teresina!
ALICE (guarda Teresina).
Spero bene che la zia non abbia avuto a lagnarsi di me?
TERESINA (abbassa gli occhi).
No! Alberta può dire che a me anzi dispiace di dover abbandonare questa casa.
ALICE E allora chi ve la obbliga?
ALBERTA La zia desidera di avere a sua disposizione un giardino e tu non ce l'hai.
ALICE Abitando in terzo piano non potrei avere che un giardino pensile.
ALBERTA E nessuno ti fa naturalmente un rimprovero di non averlo.
Ma giacché io l'ho è naturale ch'io l'offra alla zia.
TERESINA (balbettando).
Io forse potrei anche fare a meno del giardino fino a quest'estate in cui andrò a Tricesimo.
ALICE Ma no, zia, non faccia complimenti.
Io sono convinta che in casa di Alberta Ella si troverà meglio.
Io verrò anzi a trovarla come...
Alberta viene a trovarla qui.
TERESINA (sinceramente commossa).
Grazie, cara Alice.
Ti sono tanto riconoscente di avermi accettata in casa tua.
ALICE Oh! perché mi ringrazia? Io non feci nulla per Lei! (Sinceramente.) Non potrei fare nulla essendo tanto povera.
TERESINA Te ne sono tanto grata perché so che tu veramente hai dovuto restringerti per farmi posto.
ALICE L'ho fatto volentieri zia!
ALBERTA Dunque, zia, verrò a prenderla nelle prime ore pomeridiane.
Arrivederci! (Offre ad Alice la mano guardando altrove, bacia la zia e s'avvia.)
SCENA QUATTORDICESIMA
SERENI e DETTE
SERENI (entra quasi di corsa e resta stupito vedendo Alberta e Teresina).
ALBERTA (stupita scopre subito che il lembo della cortina è fuori della finestra e resta interdetta).
TERESINA (guarda anch'essa Sereni e la cortina alla finestra e mormora).
Quella Clelia.
SERENI La signora Bezzi!
ALBERTA (esitante).
Come state?
SERENI Mi fa piacere di vedere che siamo in pace...
Come sta Carlo?
ALBERTA Sta benissimo.
Mi domandò anzi di voi e perché non vi si veda mai.
SERENI (sempre imbarazzato).
Ma se mi si attende io non mancherò di venire.
ALBERTA E perché dubitare che vi si attende? Una parola di piú e una di meno non possono guastare vecchie amicizie come le nostre.
SERENI Grazie! E per dimostrarvi che non aspettavo che una vostra parola per rivedere il mio vecchio amico Carlo, se mi aspettate un istante io ho solo da domandare un'informazione alla signora Alice e sono con voi.
Ecco! La signora Carati mi telefonò di venire a domandare un'informazione su una serva che fu in vostro servizio per vario tempo.
Essa sa che siamo tanto vicini e volli compiacerla.
La serva si chiama...
La Carati non sa neppure di certo se fu in vostro servizio!
ALICE (dopo un istante di riflessione, con le guance infocate va verso Alberta).
Non affaticatevi, Sereni.
(A bassa voce ad Alberta coi denti stretti.) Come osasti un tanto?
ALBERTA (a bassa voce).
T'assicuro che io sono perfettamente innocente di tutto questo.
ALICE Non te lo credo! Anche ora che da te non prendo altro denaro, tu credi di avere un diritto in questa casa.
ALBERTA Ti ripeto che io non c'entro.
Dev'essere stata quella servaccia che mettesti accanto a zia Teresina a fare una cosa simile.
Domati ora!
ALICE (ad alta voce).
Per chi? Per te che sai, per la zia che sa o per noi due che sappiamo?
ALBERTA Per me che non voglio sapere.
Sereni, vi aspetto questa sera.
Io devo correre.
Addio.
(Via.)
ALICE (va alla zia).
Lei mi rimerita davvero della bontà ch'ebbi per lei e di cui Ella tanto parlò.
Fare la spia in casa mia.
TERESINA Oh! ti giuro che non è vero.
Te lo giuro! Dev'essere stata quella Clelia! (Terrorizzata.) Te ne prego, Alice, non guardarmi cosí che mi fai male.
Tu ora mi odii! Io non ti feci nulla, te lo giuro! (Si cela la faccia singhiozzando.)
ALICE (va alla porta a destra).
Clelia!
TERESINA (piangendo).
Tu non dirai a Clelia ch'io l'accusai!
ALICE Io non litigo con delle serve.
SCENA QUINDICESIMA
CLELIA e DETTI
ALICE La zia vuol ritornare nella sua stanza.
(Clelia guarda con grande curiosità Sereni e poi trascina fuori Teresina che piange.)
SERENI Io non ci capisco nulla.
Chi poté sorprendere il nostro segreto coll'esporre quella cortina?
ALICE (appoggiandosi con abbandono alla sua spalla).
Non mi importa di saperlo.
Ti mandarono a me e fecero bene! Ora resta!
SERENI E perché non mi lasciasti terminare la mia commedia?
ALICE M'accorsi ch'era inutile! Nessuno ti credeva! Non hai capito ch'erano tutti d'accordo? Alberta di solito resta qui pochi minuti.
Quando la servetta o la zia le rivelarono che esponendo un lembo della cortina si poteva vedere arrivare il mio amante, essa volle levarsi il capriccio di sapere di chi si trattasse.
Ti chiamò anzi prima ch'io venissi.
Fu un caso ch'io fossi qui.
SERENI Io penso che quando apprese che tu avevi un amante essa subito indovinò che si trattava di me.
Essa sapeva ch'io t'amavo.
ALICE Ma sapeva anche che amavi anche lei.
Dico in passato! (Rispondendo ad un movimento di Sereni).
Oh! quanto mi dispiace che colpita dall'inattesa tua comparsa non dissi ad alta voce: Ecco! Vi presento il mio amante!
SERENI A me dispiace di vederti compromessa cosí! Ci tenevo tanto al nostro dolce segreto!
ALICE Io non ci tengo che a te.
Segreto o pubblico il mio amore resta il medesimo.
SERENI Doveva finire cosí! Abbiamo cominciato col disertare quella casa ambedue lo stesso giorno...
la stessa sera.
ALICE Tu perché essa voleva che tu mi sposassi.
Fu cosí che essa fece precipitare le cose proprio dove essa non voleva.
SERENI Davvero? Credi che se essa non avesse parlato cosí, io sarei ancora solo ad aspettarti?
ALICE Forse ho torto di dire cosí.
Ti amavo sempre, dal primo giorno in cui mi dichiarasti il tuo amore e prima o poi sarei venuta a te ma...
se ricordi, tu non rinvenivi dallo stupore che le cose sieno andate cosí presto.
Tutti dicono che sei un uomo corrotto ma lo stupore non lo sai celare, ti si vede tanto bene.
Ebbene.
Le cose furono spinte a passo piú celere dall'ira.
SERENI Cosí che io debbo la mia felicità ad Alberta?
ALICE Io ti amavo e ti amo! È difficile dire perché una donna si dia.
Ricordo solo che avevo l'anima agitata dalla gelosia.
Dio mio! Essa m'appariva tanto potente! Tu non negavi mica di fare la corte ad ambedue! (Commossa.)
SERENI Sai! La corte...
(abbracciandola).
Insomma non so pentirmi di aver agito come agii se arrivai piú facilmente a te.
Si capisce che cosí si doveva agire.
Ma tu come sei pentita di esser divenuta mia!
ALICE No! No! Certo è ch'ero madre migliore prima!
SERENI Ma perché? Mi frappongo io forse fra te e i tuoi figliuoli che non vedo mai?
ALICE Se sapessi come sono lontana da loro.
Noi due ci vediamo un'ora al giorno e le altre ore sono tutte invase da quella piccola ora.
SERENI Se ci si fosse sposati sarebbe stato anche peggio!
ALICE (dubbiosa).
Lo credi?
SERENI Ho demeritato della tua fiducia tanto da farti pentire?
ALICE No! Io non sono pentita! Di' la verità! Se io non mi fossi arresa tu ancora penseresti che io sia una donna di facile conquista perché ho bisogno di denaro!
SERENI Oh! no!
ALICE Sí! Sí! Lo penseresti ancora! Non m'offristi subito subito del denaro? E fu Alberta a farti credere che io sia cosí!
SERENI No! Te l'assicuro! Io spiai, riseppi che Alberta ti dava del denaro e non te ne avrebbe dato piú...
ALICE Come sei vivo quando si tratta di difenderla! Sai che mi dava del denaro e sai anche che non me ne dà piú...
ed hai tutto indovinato per opera di qualche sortilegio.
Com'è stata delicata! Io credo che molte persone sanno che essa mi dava del denaro e che non me ne dà piú.
SERENI Non crederlo! Alberta è una buona donna! Certo gli affari di cui è obbligata ad occuparsi non servono ad ingentilirle l'animo.
Fa continuamente la carità! Ma è buona! Può sbagliare...
ALICE Se sapessi il male che mi fai difendendola...
SERENI E se io ti offersi del denaro ero nel mio diritto.
Mi doleva di pensare che mentre io godevo di tanta felicità tu forse ti arrovellavi in angustie e preoccupazioni.
Era il mio dovere e il mio diritto.
Ora che so che non ne hai bisogno posso solo rammaricarmi che mi togli uno dei godimenti dell'amore: Quello di dare!
ALICE Caro! Ti sei espresso bene e te ne ringrazio.
Ma se anche ne avessi bisogno (con energia violenta) non accetterei mai, mai.
Neppure da te!
SERENI Mi sento offeso da questa tua pazzia! Non è come se fossi tuo marito?
ALICE (seccamente).
No! Per questo riguardo no! E non parliamone piú, te ne prego.
SERENI (attirandola a sé).
E sia come vuoi.
Non sono certo qui per litigare.
Ma senti! La bugia - io penso - è una necessità anche quando non può essere creduta.
Io con la signora Alberta debbo pur mentire.
Come farò a spiegarle la scena strana di oggi?
ALICE Tu vuoi andare da Alberta? Mai! Mai! Tu non devi mai piú rivedere Alberta.
SERENI Ma sarà una conferma assoluta...
ALICE E lo sia! Che me ne importa? Io sono sicura che essa mi diffamerà presso di tutti.
Attendo ancora questo da lei con voluttà.
Avrò nuove ragioni per odiarla lei, la benefattrice.
SERENI (con disdegno).
Ma essa non lo farà.
ALICE Oh! lo farà! lo farà! Oggi si prende in casa quella vecchia maligna che mi spiò e cosí saprà tutto.
È fatto con intenzione!
SERENI Oh! tu vedi macchinazioni dove...
ALICE E questa storia della cortina non ti dice abbastanza di che cosa essa sia capace?
SERENI Non è certo ch'essa ci abbia avuto parte!
ALICE Come sei ingenuo...
quando vuoi.
SERENI Via piccola serpe! (Fermandosi.) Un'espressione del mio amico Carlo!
ALICE (fissandolo).
Perché pensi ad Alberta!
SERENI (seccato).
No! pensavo a Carlo, al solo Carlo.
Come farò io a rifiutare un suo invito? Siamo amici di gioventú sai.
ALICE (violentissima).
Tu menti! Tu vuoi andare da Alberta! Non so io forse che Carlo tu disprezzi? Non mi dicesti ch'eri felice di non piú vederlo! Ebbene! Vattene!
SERENI Ma Alice! Sta sicura che se tu non lo vuoi io Alberta non vedrò mai piú.
ALICE (piangendo).
M'hai fatto male!
SERENI Tu sei in uno stato d'animo...
che non mi piace.
Sai come ci tengo alla tua dolcezza!
ALICE E sarà intera, sempre, se non mi parli di Alberta.
SERENI Donde tanto odio, per una persona che si considerava tua sorella e che può averti offesa con qualche parola, forse senza saperlo?
ALICE Oh! tu non puoi capire! Sei giornalmente con una persona che non ti fa niente di male, anzi che crede di farti del bene! E ti avvilisce e ti toglie la tua libertà e tu t'abbassi, ti abbassi! Sorridi quando avresti voglia di piangere, ringrazi quando nell'intimo non senti gratitudine, vai quando vorresti restare e resti quando vorresti andare.
Son piccole, piccole cose ma pur insieme grandi tanto da riempire tutta la vita.
E tu neppure sai che lo sforzo cui sei costretta e t'è imposto da quella persona.
Un bel giorno quella persona preme piú del consueto su te e ti spinge finalmente a ribellarti.
E ora infine tu sai perché la tua vita per mesi ed anni fu tale da non valere di essere vissuta.
Respiri! Sei libera e sai chi ti avvilí e umiliò e la odii!
SERENI Non capisco!
ALICE Vivendo come viviamo noi due tante cose tu non puoi capire! Ma voglio dirti una cosa.
Certo, tu non sei sposato a me ma ora apprendilo: Io sono sposata a te.
Ricordi come arrivai tardi quando tu per la prima volta m'aspettavi? Io passai per una chiesa per venire a te.
Non c'era nessuno che m'assistesse ma io tuttavia mi legai a te.
Già che cosa domanda Dio per non punire o gli uomini per non spregiare una unione come la nostra? Che sia fatta per la vita intera! Ora io mi promisi a te per la vita intera! Che io mi ritolga non è possibile ma che tu m'interdica d'essere ancora tua, sí, questo può avvenire.
SERENI (molto seccato).
Ma che dici!
ALICE (commossa).
In quel caso per me non c'è che un mezzo per salvarmi dall'onta di veder considerata la nostra unione quale una tresca! Ed è qui! (Prende dal petto una boccetta appesa ad una catenella.)
SERENI (spaventato).
Un teschio! Del veleno!
ALICE Sí! E me lo procurai prima di darmi a te.
SERENI Spero bene che sia difficile di aprire questa boccettina.
ALICE Basta mettere l'unghia là! Vedi! Là! e fare un piccolo sforzo.
Ma aspetta! Se tu andassi da Alberta io riterrei subito che il momento di usare di questa boccettina sia giunto.
Non esiterei neppure un istante! E ora cedi pure al suo invito e va da lei.
SERENI Cosí che se io andassi da Carlo...?
ALICE Ma che Carlo! E tu credi ch'io non abbia letto nei vostri occhi quello che voi volete? Il suo invito era sfacciato! M'offese piú che l'esposizione di quella cortina! Era fatto proprio al mio amante e con grande compiacimento di poterlo fare in mia presenza.
Già! Essa è la mia padrona! Perché avrebbe da usarmi dei riguardi? Tu, poi, accettasti subito, subito con gli occhi lucenti!
SERENI Ma io avevo un unico pensiero: Quello di non comprometterti.
Perché avrei dovuto rifiutare dal momento che dovevo fingermi libero da ogni legame con te?
ALICE È vero! È vero! Caro! Perdonami! Ma giura che non andrai mai da Alberta!
SERENI Io vorrei vederti piú tranquilla, piú fidente nel mio affetto.
ALICE Se mi aiuti ad eliminare Alberta a gettarla fuori - l'intrusa! - allora mi riavrai tranquilla.
Senti! Senti! Son pochi giorni che sono tua e non penso che tu già senta il desiderio di altre donne! Ma questo tempo verrà e verrà il giorno che quando mi sarai accanto penserai ad altre ed io subito lo saprò.
Ebbene non sarà quello il momento di ricorrere a questa boccettina! No! Io sopporterò quello ch'è il destino di tante mogli! Finché tu mi permetterai di starti accanto - cosa tua! - io sopporterò.
Ma guai se fra queste donne ci sarà Alberta! Tu devi dimenticare di averla conosciuta, tu devi dimenticare Carlo che le appartiene e la casa sua e le parole che essa dice o che le vengono dette.
Tutto mi offende.
Non devi dirmi mai piú serpe! Chiamami magari col nome di un animale anche piú sozzo ma non con quello applicato a sua moglie da Carlo che ben sa quello che fa.
SERENI Quale esagerazione!
ALICE Io non domando la tua approvazione! Ma io ti diedi tanto che tu devi concedermi questo.
Giura che tu non vedrai piú Alberta.
Giuralo!
SERENI Ma è mio obbligo di non trattare neppure con lei come se fossi il tuo amante.
Con quale pretesto potrò esimermi dal farle la piú semplice visita?
ALICE Te lo dirò io il pretesto: Le dirai che sei l'amante mio e che io non ammetto che la persona che piú amo abbia contatti con la persona che piú odio.
SERENI Come mi sembri ingiusta!
ALICE Oh! te ne prego! Giura che non la vedrai piú! Salvami la vita!
SERENI Io non ci tengo affatto! Però...
ALICE Giura! Non discutere! È inutile!
SERENI Ebbene! Lo giuro! Ma adesso mi permetterai di dirti...
ALICE No! No! Adesso che hai giurato non parliamone piú! Eccomi tranquilla, eccomi lieta, eccomi amante! (Appendendosi a lui; poi si ricrede e va in punta di piedi alla porta di destra che spalanca; dietro di questa origliava Clelia.)
SCENA SEDICESIMA
CLELIA e DETTI
ALICE Che fate qui?
CLELIA (poco confusa, un po' sorridente).
Guardavo...
guardavo se fosse rimasto qui il fazzoletto della signora Teresina.
ALICE (calma).
E guardate, allora! Non osavate picchiare?
CLELIA Potevo aspettare per non disturbare.
ALICE Ora avete visto che il fazzoletto non c'è.
Potete andarvene! (Spalanca la porta.)
CLELIA (esce dopo di aver guardato Sereni).
ALICE (le sbatte sulla schiena la porta che copre con la tendina).
C'è la sua spia! Oh! come ne ho piacere! Come ti amo! Mi pare di baciarti in sua presenza.
CALA LA TELA
ATTO TERZO
Estate.
Salotto come al primo atto.
SCENA PRIMA
TERESINA e CLELIA
CLELIA La signora Alberta disse soltanto questo: Parlerò io oggi con la zia.
TERESINA Ti parve adirata?
CLELIA No! Solo un po' spazientita.
TERESINA Ma io ti dissi di dirle che mi trovavo tanto bene in questa casa e che se volevo uscirne era soltanto per andar a stare in quell'altra casa, pur sua, a Tricesimo, perché avevo tanto desiderio di verde e di aria.
CLELIA Credo di averle detto cosí ma tuttavia essa ne fu spazientita.
TERESINA Eppure non mi pare d'aver detto nulla di male.
CLELIA Ma io credo che ambedue noi sbagliamo sistema con la signora Alberta.
Con la signora Alice è tutt'altra cosa.
Là, certo, con un poco di moine era possibile di rabbonirla.
Qui invece bisogna essere brevi.
La signora Alberta non ha tempo.
Voglio dire che per noi non ha tempo.
Io andavo spiegandole che voi non volevate lasciare questa casa...
assolutamente...
Non credevate di poter restar priva di tutte queste comodità ma che tuttavia sapendo ch'era sua anche la casa di Tricesimo ecc.
ecc.
Essa dall'impazienza cominciò a pestare il suolo coi piedi, poi il tavolo con le mani.
Aveva capito subito tutto e mi disse due tre volte: Parlerò io con la zia! E finí che dovetti tacere.
TERESINA (spaventata).
Tanto arrabbiata ti parve?
CLELIA Non spaventatevi! Non vedete che esagero per farvi ridere? Certo è che mi fa un po' specie di vedermi tagliata la parola da chi finché ero in casa della signora Alice mi stava a sentire tanto volentieri!
TERESINA (guardandosi d'intorno).
Io, veramente, ho voluto sempre piú bene ad Alice che ad Alberta.
Alice, poverina, è infelice.
Mi voleva bene ma era sempre tanto distratta dalla propria sventura...
CLELIA Chiamatela sventura!
TERESINA Certo! Tu non puoi intenderlo ma è una sventura per Alice.
Oh! poverina! Non vedevi come soffriva?
CLELIA Talora, ma la vidi qualche volta tutt'altro che infelice.
Certo che anche a me era piú simpatica di questa signora piena di pretese.
Ad onta che certo la signora Alberta sa dirigere la sua casa un poco meglio che la signora Alice.
Come tutto qui cammina in regola.
Pare di vivere in un orologio.
TERESINA Bella bravura con tutti quei denari.
Alberta, sí, è buona fa molta carità, si dice.
Ma, come affetto, tutta la sua carità non vale le lagrime di cui Alice irrora le teste dei suoi bambini.
Povera mammina infelice! A me non manca nulla in questa casa ma ecco due giorni che non vedo Alberta.
Bada di non dirglielo ma a me sembra che avendo una zia in casa potrebbe curarsene un poco di piú.
Cominciò ch'essa mi propose di prendere i pasti in camera mia.
Era comodo anche per me, certo, perché mi turbava di mangiare in presenza di quel signor Carlo sempre intorno ai suoi affari e poco cortese.
In questa casa poi si parla molto di denari, un argomento che a me poco interessa perché non ne ho.
Parlavano di 100.000, di 200.000, anche di 300.000.
Ma però da parte di lei è stato una poco bella azione quella di cacciarmi fuori di tavola.
Alice non mi parlava molto ma quando mi guardava traverso le lagrime, nel suo sguardo non c'era che affetto.
SCENA SECONDA
CARLO dalla porta di fondo e DETTE
CARLO Non c'è Alberta?
TERESINA Buon giorno signor Carlo.
CARLO Buon giorno, signora.
Come sta? Ha una buona cera quest'oggi.
Me ne congratulo! Arrivederci! (Scappa a destra.)
SCENA TERZA
TERESINA e CLELIA
CLELIA (ridendo).
Com'è curioso di sapere come Ella stia.
TERESINA Non è mai stato a sentire una mia risposta.
Ogni giorno mi dice la stessa frase.
Se ne avessi il coraggio gli direi subito non appena lo vedo: «Sto bene! Sto bene!».
E cosí gli risparmierei la fatica di parlare lui.
Ma già io non posso osare una cosa simile.
CLELIA E allora lo farò io! La prossima volta che lo vedo arrivare a vele spiegate gli grido incontro: La signora sta bene, sta benissimo.
È inutile che s'incomodi.
TERESINA Oh! non farai una cosa simile! Promettimelo! Giuramelo!
CLELIA Non spaventatevi! Ve lo giuro se volete.
Ma quel signor Carlo! Come è antipatico! Io, non so nulla della signora Alberta ma lui, con tutti quei suoi affari, meriterebbe di portare i corni!
TERESINA Vuoi tacere?
CLELIA (saltando e ballando).
I corni, i corni...
TERESINA Pazza che sei! Vuoi star zitta? Mi fai morire di paura.
SCENA QUARTA
ALICE e DETTE
ALICE (entra; si sente ch'è agitatissima).
E Alberta?
TERESINA E neppur tu Alice ti degni di vedermi?
ALICE Scusi, zia; non v'avevo vista.
Io ero venuta per vedere Alberta.
TERESINA E in un mese che sono via di casa tua non trovasti un istante di tempo per venirmi a salutare?
ALICE Sa! Non volevo vedere Alberta.
TERESINA E adesso vuoi Alberta e tuttavia non vuoi me? (Piangendo.) Eppure io sempre ti volli bene.
ALICE Ma in casa mia non volle restare.
TERESINA Io non volli! Vergine Santa! Son io che volevo.
Dillo tu.
Clelia! Son stata forse io che volli andarmene.
Diglielo tu!
CLELIA Già a me la signora non crederebbe.
ALICE (un po' indifferente).
Perché no?
CLELIA E allora posso dirlo.
La signora è stata messa su dalla signora Alberta.
TERESINA (interrorita).
Ma parla piano, parla piano.
(Abbassando essa stessa la voce.) Eppoi, sai, io non sono andata via volentieri dalla tua casa.
Questa è la verità.
ALICE Credetemi zia che tutto ciò non ha importanza.
Io vi voglio bene lo stesso.
Alberta non è in casa?
TERESINA Te ne prego, Clelia, va di là a mettere in ordine la mia stanza.
CLELIA È già pulita.
TERESINA E allora vattene istesso te ne prego.
Voglio restare sola con mia nipote.
CLELIA (seccata, avviandosi).
Sta bene! Se non mi volete!
TERESINA Te ne prego, Clelia, non arrabbiarti.
Ti richiamo subito, subito.
(Clelia esce stringendosi nelle spalle.)
SCENA QUINTA
TERESINA e ALICE
TERESINA Quanto mi dispiace che s'è arrabbiata.
Poi le dirò tutto.
Ma dinanzi ad altri non potevo parlare.
(Con vivacità insolita.) Vieni, vieni, Alice.
Siedi, te ne prego.
Stammi piú vicina.
ALICE (eseguisce incuriosita).
Avete da dirmi qualche cosa?
TERESINA (esitante per un istante solo).
Sí! (Baciandole improvvisamente le mani.) Volevo dirti che ti voglio bene! Questo volevo dirti! Null'altro! Se sapessi quanto! Penso tanto a te, penso solo a te.
Cattiva! In un mese non sei stata a trovarmi una sola volta.
Ed io bruciavo dal desiderio di vederti.
Ma non importa! Tuttavia di notte quando mi desto mi sento un caldo intorno al cuore: Anch'io voglio bene a qualcuno.
Dopo tanti anni.
ALICE (tentando di ritirare le mani).
Ma zia mia.
TERESINA Tu non dir nulla perché già non puoi amarmi come io t'amo.
Ma questo non fa nulla! Dove s'è visto che i figli amino i genitori come ne sono amati? Io sono la madre e devo amare senza esigere nulla.
Guarda dacché ti voglio bene un nuovo calore è passato nelle mie vecchie membra! (Tenta d'alzarsi nella sedia e ricade subito.) È poco! Ma io so che se ti minacciasse un pericolo io saprei anche levarmi e correre per venire in tuo aiuto.
ALICE Povera zia! (La bacia.) Calmatevi! Potrebbe farvi male di agitarvi cosí.
Ma prima non mi volevate tanto bene?
TERESINA Sempre! Sempre ti ho voluto bene! Nella tua infanzia credetti di dover essere severa con te perché mi parevi molto testarda.
Ma anche di quell'epoca come ricordo il mio affetto! Quando t'avevo sgridata poi ricordavo con un sorriso certe tue miti ribellioni.
Ti piantavi sulle piccole gambe e mi guardavi coi grandi occhi azzurri come a vedere se i rimproveri t'erano fatti sul serio.
Quando venni in casa tua ero ossessionata dal pensiero di darti disturbo.
Ma quando arrivai in questa casa (abbassando la voce) l'unica cosa buona che vi trovai fu il mio affetto per te, l'intero mio affetto per te.
(Cambiando tono.) E come va che tu povera mammina ami tanto i tuoi bambini e non sai guidarli e non sai sgridarli? Sai solo piangere per essi? Come può essere questo? La casa tua è l'ultimo tuo pensiero.
Tu vai incontro alla tua rovina.
Non te ne accorgi, Alice mia?
ALICE (la guarda un momento esitante e poi s'abbandona piangendo nel suo grembo).
TERESINA (profondamente commossa e felice).
Sí! Resta cosí! Qui nessuno ti può far nulla! Adagiati meglio! Cosí! Cosí!
ALICE (con voce rotta dai singhiozzi).
Alberta ve lo disse ma essa non vi disse che fino a poco tempo addietro...
TERESINA Con Alberta io mai parlai.
Io vidi tutto, Alice cara, figliuola mia.
(Baciandola.) Perché tu sei la mia figliuola! L'unica!...
E sento acquistare tali forze per essere tua madre! E dico la verità, la posso dire: Tu manchi al tuo dovere verso i tuoi figliuoli, verso la tua casa, verso te stessa.
ALICE È vero! È vero! Ma sono tanto sventurata!
TERESINA Lo so! Lo so! Ma pensa con me come si potrebbe fare ad essere meno sventurati.
(Timidamente.) Non potresti lasciare quell'uomo che ti fa perdere la testa?
ALICE (tenta di rizzarsi).
Mai! Mai!
TERESINA Resta! Resta! Io mai ti farò un'imposizione che ti potrebbe indurre a lasciarmi.
Tu lo ami?
ALICE Sí! Non potrei vivere senza di lui.
TERESINA Ma e perché non ti sposa?
ALICE Mi lasci che mi levi zia! Se Alberta ci vedesse cosí! Penserebbe che abbiamo complottato contro di lei.
TERESINA Lasciami almeno la tua mano!
ALICE Eccola! Ma, zia mia, voi non potete capire.
Certo io sempre pensai ch'egli avrebbe finito con lo sposarmi.
E pareva! Egli mi sente inquieta, infelice e credo mi ami sinceramente.
Mi pareva poche settimane or sono ch'egli volesse portarmi questo sacrificio!
TERESINA Sacrificio!
ALICE Eh! sí! zietta mia! Non è mica piacevole al giorno d'oggi di sposare una vedova con due figli.
TERESINA Ma se ti ama!
ALICE Mi ama ma insomma...
Sono già la sua amante ed egli potrebbe non vedere la necessità di sposarmi.
TERESINA E dicevi che da qualche tempo lo vedi meno affettuoso con te.
ALICE Sí! Per colpa di costei!
TERESINA Chi costei? Alberta!
ALICE Sí! lei! Dovete sapere che Donato in passato fece la corte ad Alberta.
Essa ch'era una donna onesta gli fece capire chiaramente che perdeva il suo tempo.
Ma ora, per rovinarmi, civetta con lui, lo fa sperare e lui in cui il desiderio antico rinasce ne è turbato.
TERESINA Ama te e vuole lei?
ALICE Io di lui non so niente di certo.
Ma di lei sí! Guardate! (Leva una carta dal petto.) Questa la trovai addosso a Donato ed è già tanto tanto (disperata) grave che non me la fece vedere.
(Legge.) Carissimo signor Sereni, dunque quando manterrà la Sua promessa e verrà a trovarmi? Mi faccia sapere quando verrà acciocché mi trovi sicuramente in casa.
Alberta.
Tutto in questo biglietto tradisce la cattiva intenzione.
Ella intende che quel preavviso che domanda è necessario per farsi trovare sola? E immagini come deve aver interpretato tale biglietto lui che in passato l'ha amata.
TERESINA (riflessiva).
Io non credo ch'egli abbia corrisposto all'invito.
ALICE Come può saperlo lei?
TERESINA Io no! Ma Clelia di certo lo saprebbe.
Ella sa tutto! Io credo ch'essa veda traverso i muri.
ALICE Sí! In casa mia era facile! Ma in questo casone è tutt'altra cosa.
TERESINA Ti assicuro che se anche la casa fosse il doppio di quello che è, essa arriverebbe a sorvegliarla tutta.
ALICE Non si potrebbe interrogarla?
TERESINA E perché no? (Poi con malcelata soddisfazione.) Essa non può soffrire Alberta.
Cosí, d'istinto! Perciò non le direbbe mai che l'abbiamo interrogata.
ALICE E se glielo dicesse a me non importerebbe affatto.
(Corre alla porta a sinistra.) Clelia! Clelia!
SCENA SESTA
CLELIA e DETTE
CLELIA Ha bisogno di me?
TERESINA Sí cara Clelia.
CLELIA Si capisce che di me avete bisogno.
Divento anche "cara".
TERESINA Come puoi dire una cosa simile? Non ti dico sempre "cara"?
CLELIA Sí! Quando siamo sole ma quando siamo con altri voi ve ne vergognereste.
TERESINA Come puoi dire una cosa simile? Non siamo ora in presenza di Alice?
CLELIA Vuol dire che ambedue avete bisogno di me.
ALICE (fremendo).
Ebbene! Lasciamo stare! Fosti piú pronta a rispondere quando Alberta ti chiese di ciarlare sul mio conto.
CLELIA (ridendo).
È questo che volete da me.
Dio mio! Per quello che posso servirvi...
Non capisco quello che può giovarvi di sapere quello che avviene in cucina in anticamera e in giardino.
TERESINA Ma a noi importa di sapere quello che avviene giusto negli altri posti.
CLELIA E allora non posso servirvi perché da quegli altri posti io sono esclusa.
TERESINA (riflettendo).
Senti! Tu non hai viste qui in questa casa delle persone che hai viste in casa di Alice?
CLELIA Eh! tante! voi e me intanto.
TERESINA E nessun'altra? Pensaci, Clelia.
CLELIA Eh! sí! Vidi questa mattina qui per la prima volta quel giovanotto bello, dal profilo di statua, dai mustacchietti neri...
il signor Donato Sereni.
TERESINA E non me lo dicesti.
ALICE Ma ne siete sicura?
CLELIA Oh! bella! Io ne appresi il nome qui.
Perché qui venne annunziato in piene lettere: Donato Sereni.
ALICE (agitatissima).
Addio, zia! Io saprò subito la verità.
(S'avvia.)
SCENA SETTIMA
CARLO e DETTI
CARLO (vuol passare e vede Alice).
Buon giorno, signora! Come sta?
ALICE (arrestandosi).
Io sto benissimo!
CARLO Dopo tanto tempo è la prima volta ch'io la rivedo in casa nostra.
ALICE Infatti tutti gli amici finiscono col ritornare a questa casa.
CARLO (un po' stupito della frase dopo lieve esitazione).
È perché io ed Alberta amiamo i nostri amici.
ALICE Sí! Li amate! Anche Donato Sereni ritornò a questa casa.
CARLO Ritornò?
ALICE Voi non lo sapete? (Lo scruta.)
CARLO (balbettando).
Alberta si sarà dimenticata di dirmelo.
SCENA OTTAVA
ALBERTA e DETTI
ALBERTA (gentilmente).
Alice!
ALICE (con ribrezzo ritirandosi).
Sono venuta a trovare la zia.
ALBERTA Sta bene! (Si volge a Carlo.) E tu avevi tanta fretta...
CARLO (esitante).
Io vorrei, Alberta, che tu ti spiegassi un momento con tua cugina.
Da certe sue parole, io potrei comprendere ch'essa ti getta addosso un sospetto che non meriti - ne sono tanto certo! - (Piú franco.) Le vostre relazioni possono rimanere quali sono ma non c'è mica bisogno perciò che una persona che tu circondasti del tuo affetto abbia a pensare di te simili cose.
Se volete io mi ritiro e vi spiegate da sole.
ALICE Io non sento il bisogno di tali spiegazioni.
Voi Carlo avete inteso benissimo quello che io avevo voluto dire.
Glielo potete dire.
A me basta.
(S'avvia.)
ALBERTA Te ne prego, Alice! Resta un momento.
Ho anche da dirti qualche cosa.
Io non mi sono ancora rassegnata che per quel lieve malinteso ch'è avvenuto fra di noi causa quella storia della zia, debba regnare fra noi un'eterna inimicizia.
Vuoi che ci spieghiamo?
ALICE Chi ricorda quella storia? Ora si tratta di tutt'altra cosa.
ALBERTA So! So di che si tratta ma sono convinta che quando saprai come stanno le cose mi giudicherai altrimenti.
ALICE Ma io ero avviata a sentire come stanno le cose.
ALBERTA (calma).
Sta bene! Poi potrai verificare se quanto dico è vero.
Ma puoi stare a sentire anche quello che ti dico io? (A Teresina.) Zia! Non è questa l'ora ch'Ella di solito passa in giardino?
CLELIA Oggi vuol piovere.
ALICE Per quanto mi riguarda la zia può restare presente a qualsiasi spiegazione.
TERESINA Io vorrei andare in giardino.
Se pioverà mi rifugerò nella mia stanza.
Già la mia presenza non può giovarvi.
Che cosa potrei dire io e chi mi starebbe ad ascoltare?
ALICE (con sdegno).
Tutti devono stare ad ascoltare lei ch'è la sorella di nostra madre.
ALBERTA Resti pure zia! Io la onorai sempre quale sorella di mia madre e non temo affatto di aver da arrossire dinanzi a lei.
(A Clelia.) Quando avrò bisogno di voi vi chiamerò.
(Clelia esce.)
TERESINA (che ha riflettuto).
Ma io, cara Alberta, non dissi mai che tu abbia mancato con me di affetto o di rispetto.
ALBERTA (alzando le spalle).
Non ha importanza, cara zia.
(Ad Alice e Carlo).
È vero! Donato Sereni è stato a trovarmi.
Io non te l'ho detto perché ho dovuto promettergli di non dirlo neppure a te.
E sai perché? Perché Alice aveva dichiarato che se sapeva ch'egli avrebbe varcata quella soglia ella si sarebbe suicidata.
Capisci! A questo siamo arrivati!
ALICE (calma).
Non so se Carlo sa che Donato Sereni è il mio amante.
ALBERTA Lo sa! Lo sa! Chi non lo sa? Ma vieni qua Alice, vieni qua disgraziata! Tu da un momento all'altro hai cambiato carattere.
Tu eri l'immagine stessa della riservatezza anzi della purezza.
Tu addirittura vivevi nel rispetto del mondo e delle sue leggi.
E ad un tratto hai gettato tutto in disparte e ti compiaci in certi atteggiamenti di ribellione che ti rovinano.
Io voglio sapere da te una cosa sola: Sono io la colpa di tutto questo? Sono io che t'ho spinta a disprezzare tutto quello che onoravi, t'ho io spinta ad abbandonare quella via sulla quale dovevi trovare la felicità tua e della tua famiglia? Io non so ma la mia coscienza grida quando penso che un dato giorno tu mi volgesti le spalle e nello stesso tempo ti comportasti in modo come se della vita non t'importasse piú nulla! Son io la colpa di tutto ciò? (Alice la guarda esitante.) Come m'avviene di fare del male io che penso sempre al bene? Lo puoi dire tu stessa.
Non parlo dei soccorsi che ti concessi ma ti aiutai specialmente coi miei consigli e ti diedi tutto, tutto il mio affetto.
(Commovendosi.) Ne sono ben rimeritata!
ALICE (di nuovo decisa e offesa.) Ma non si tratta di quello che è stato.
Io ora voglio sapere perché esigesti che Donato venga da te.
ALBERTA (pallida).
Io non ebbi bisogno di esigerlo! Bastò che io gli aprissi la porta ed egli venne subito.
ALICE La apristi piú volte.
In mia presenza lo invitasti una volta ed egli non venne.
Non so quante volte tu abbia poi aperta questa porta per costringerlo ad entrare.
Mi dispiace di dover parlare cosí in presenza di tuo marito...
Ma già tutti quanti siamo qui sappiamo che non lo chiamasti per amore.
Lo chiamasti per odio, per avvilirmi.
TERESINA (prende la mano di Alberta che le è venuta vicina per caso).
Sii buona, Alberta! Se sapessi come essa è infelice.
ALICE Zia! Debbo dichiararle che qui non ho bisogno di nessuno.
TERESINA Scusami, Alice! Perdonami! Io credevo di far bene.
ALBERTA Dicesti tu stessa che noi dobbiamo star ad ascoltare la zia la sorella di nostra madre.
TERESINA No! No! Io non domando che mi ascoltiate.
Io non so, io non capisco.
Solo questo posso dire: Vorrei che facciate la pace.
Io non capisco nulla e dico una sciocchezza ma vorrei che vi baciate senza altre spiegazioni.
ALBERTA Stia buona, zia! Ella vedrà come tutto subito s'accomoderà.
ALICE (con aria di sfida).
Davvero?
ALBERTA Vorrei solo che tu mi stessi a sentire.
Io te l'ho detto: Ero turbata dal vederti battere una strada che - permetterai che te lo dica? - non era la tua ed ero turbata che, forse senza volerlo, senza aver neppure il sospetto di offenderti - lo giuro, consapevolmente io mai t'offesi - tu fossi stata spinta, fuori della strada retta da me, dall'odio per me.
ALICE Tu non hai nella mia vita l'importanza che tu credi.
ALBERTA E sia! Se avessi potuto avere tale dichiarazione da te prima io non avrei domandato di vedere Sereni.
Io pensai invece: Forse, senza saperlo, del tutto innocentemente ho collaborato alla rovina di Alice.
Ecco il mio obbligo di riparare.
Perciò chiamai Sereni.
ALICE Per riparare? Strano!
ALBERTA Sí, per riparare! Come mi vedi io sono incaricata da Sereni di domandare la tua mano.
Hai sentito?
ALICE Ed io rifiuto! Hai sentito anche tu? Io rifiuto! Ma è un po' strano! Egli sente il bisogno di domandare la mia mano col tuo mezzo.
È incredibile! Mi vede ogni giorno e sente il bisogno di venire a cercarti per chiederti la mia mano.
Di'! Hai dovuto affaticarti molto per indurre Sereni a sposarmi?
TERESINA Ma Alice! Non vedi ch'essa pensa a fare il bene tuo?
ALICE Zia! Ella non conosce Alberta come la conosco io.
Guardi! Anche se fossi convinta che Sereni mi sposa per fare un piacere a lei io tale piacere rifiuterei.
Io non voglio doverle nulla! Ma io so da lungo tempo che Sereni intende di sposarmi.
Non occorreva la sua intromissione che annebbia ogni felicità.
Ah! La sua coscienza le imponeva di aiutarmi! Ma che! La sua coscienza! Voleva ridurmi di nuovo in schiavitú.
Questo essa voleva.
CARLO Dio mio! Io credo signora Alice che Lei usi una ingiustizia ad Alberta.
ALICE (evidentemente vorrebbe dire a Carlo qualche cosa e si trattiene).
Lasci stare!
SCENA NONA
CAMERIERA e DETTI
CAMERIERA (va ad Alberta).
C'è da parecchio tempo il signor Chermis che aspetta.
Domanda se questa mattina Ella potrà riceverlo.
ALBERTA (con grande violenza).
Che non mi secchi.
Aspetti.
(Cameriera via.)
ALICE Addio, zia! Finché Ella resterà in questa casa io non la vedrò piú.
(A Carlo e Alberta.) Perché tante spiegazioni? Si finisce sempre col dire qualche cosa che non si vuole.
Questo però voglio dirti.
Ti darà qualche soddisfazione! Tu dicesti di aver temuto di essere entrata nella mia vita danneggiandomi.
Non tanto quanto tu credi ma qualche cosa c'è di vero.
Io m'imbattei in Donato (sempre con una lieve esitazione) quando ero avvilita da te, dai tuoi doni e anche dalla mia stessa ribellione.
Tu non lo crederai ma anch'io ho una coscienza e la mia ribellione mi rimordeva.
Chi non conosceva me e te avrebbe potuto crederla ingiusta.
E avvenne proprio cosí, proprio come tu supponesti: Egli solo poteva nettarmi della tua carità e della mia ingratitudine.
Io lo indovinai e fu vero perché poi io non pensai piú a te finché tu nella mia vita non entrasti di nuovo da nemica.
ALBERTA (abbattuta).
Da nemica?
ALICE Sí, da nemica.
Permettete Carlo? (S'avvicina ad Alberta e le parla a bassa voce quasi all'orecchio scandendo le sillabe.) Perché io ora so ch'egli vuole sposarmi ma non so piú se m'ami.
Tu sai perché egli corrispose al tuo invito e venne in questa casa? Tu lo sai? Gli scrivesti subito che volevi parlargli di me? Dimmelo! Glielo scrivesti?
ALBERTA (altiera).
Sí, glielo scrissi!
ALICE Ma egli non lo credette! Egli venne qui sperando che tu ora volessi parlargli...
di te! E tu lo sai! Non negarlo! Non parlammo noi di lui, insieme, tante volte? Lo conoscevi allora e ora l'hai obliato?
ALBERTA Tu dici una bugia.
ALICE (con un ghigno) Ah! Ah! (La guarda con aria di trionfo, poi.) E ora per nettarmi di questi nuovi benefici tuoi, a me non resterebbe che rinunziare al mio amore? Questo non so fare ma tu dovresti aver capito finalmente che l'unico beneficio che da te accetto è di esser lasciata in pace.
Addio! (Esce.)
SCENA DECIMA
ALBERTA, CARLO e TERESINA
ALBERTA (agitatissima).
Hai sentito?
CARLO Non sentii quello che ti parlò all'orecchio.
Che ti disse?
TERESINA Sii tu la piú buona, Alberta.
Essa è tanto infelice!
ALBERTA (irosa suona il campanello, va alla porta e chiama).
Clelia!
SCENA UNDICESIMA
CLELIA e DETTI
ALBERTA Portate via la zia!
TERESINA (mentre viene portata verso l'uscita, piagnucolando).
Tu sei adirata con me!
ALBERTA No! zia! V'assicuro che non sono adirata con voi.
(Le corre dietro e la bacia.) Scusatemi se vi mando via ma ho da parlare con mio marito.
Subito dopo vengo da voi a parlare di questa gita a Tricesimo a cui tanto tenete.
SCENA DODICESIMA
CARLO e ALBERTA
ALBERTA Tu hai il diritto di sapere quello ch'essa mi disse all'orecchio.
Voglio essere esatta.
Mi disse ch'essa ora sa che Donato la vuol sposare ma non sa se ancora l'ami.
Perché essa sa, sa intendi?, che se egli accorse al mio invito era nella speranza di trovare me, intendi? me disposta al suo amore.
CARLO E tu che cosa le rispondesti?
ALBERTA Io? Nulla! Che potevo risponderle? So io quello che passa per l'animo di Donato?
CARLO Non lo sai?
ALBERTA Non lo vedevo da tanti mesi.
CARLO Non vorrei agitarti facendoti anch'io dei rimproveri ma mi pare che tu avesti torto d'immischiarti ancora nei fatti di Alice.
ALBERTA Per te che non t'occupi dei fatti altrui è ben facile parlare cosí.
Ma come potevo io sopportare tutto questo disdegno dopo tutto quello che ho fatto per lei? Come non sente Alice che da parte sua è semplicemente abietto di trattarmi cosí, ora, perché non ha piú bisogno di me?
CARLO Donato in passato ti fece la corte! Tu ne ridesti tanto che io non pensai di proibirgli la mia porta! Io non sono geloso, lo sai, ma mi pare che tu abbia fatto male di riceverlo cosí in segreto.
ALBERTA In segreto? Lo ricevetti poco fa in questa stanza alla luce del giorno.
CARLO (abbracciandola).
Te ne prego non vederlo mai piú.
ALBERTA Certo non vedrò piú né lui né Alice.
Vedo che anche tu mi rimproveri.
Eppure io non volli nulla di male.
Mi pareva di aver scoperta la via migliore per fare la pace con Alice! Nient'altro! (S'abbandona con uno scoppio di pianto nelle braccia di Carlo.)
CARLO Eppure hai fatto male povera la mia moglietta! Piangi perché lo sai.
ALBERTA (piangendo).
No! Piango perché non c'è giustizia.
SCENA TREDICESIMA
CAMERIERA e DETTI
CAMERIERA Scusi! Signora! La signora Alice è caduta a terra svenuta qui nell'atrio.
ALBERTA La signora Alice! Ma come? Ancora qui? S'è fermata in atrio?
CAMERIERA (riservata).
Il signor Chermis le parlò e poi la vidi cadere a terra!
ALBERTA (s'avvia).
Chermis? Non capisco nulla! (Poi.) Te ne prego, Carlo! È meglio che tu vada.
(Alla cameriera.) Mi mandi subito Chermis.
(Carlo e cameriera via, Alberta va alla porta e grida.) Chermis!
SCENA QUATTORDICESIMA
CHERMIS e ALBERTA
CHERMIS Ma non è nulla! È già rinvenuta.
Io già lo dicevo sempre ch'è meglio aver da fare con mille uomini piuttosto che con una donna.
ALBERTA Insomma sei tu la causa di questo svenimento? Che le dicesti?
CHERMIS (esitante).
Io? Nulla! Sapete perché è caduta svenuta? Io le dissi: Dovrò dirlo alla signora Alberta.
Patapumf!
ALBERTA Ma che cosa volevi dirmi?
CHERMIS Posso ora dirlo? La sola minaccia di dirlo la fece cader svenuta.
Se lo dico sul serio essa ne morrà.
ALBERTA Non è il momento di lazzi questo.
Dimmi subito di che si tratta.
CHERMIS Voi sapete padrona ch'io sono un uomo economo che guarda al soldo...
ALBERTA (battendo i piedi).
Che c'entra questo?
CHERMIS Ebbene, io avevo risparmiati 2000 franchi e li prestai alla signora Alice...
SCENA QUINDICESIMA
Due servi portano ALICE e la adagiano su una poltrona, poi escono, CARLO e DETTI
ALBERTA (ai servi).
Chiamate il medico.
CARLO Forse non occorrerà.
È un semplice svenimento.
ALICE (apre gli occhi).
Alberta! (Li richiude.)
ALBERTA (piena d'affanno).
Oh! Alice! Come stai? Riapri gli occhi.
ALICE (piangendo).
Oh! Alberta! Aiutami! Non ne posso piú!
ALBERTA Sorella mia! Non hai mica bisogno di pregarmi.
CALA LA TELA
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
CHERMIS e ALBERTA
ALBERTA Qui hai i tuoi denari 2100 franchi.
CHERMIS Eccovi le cambiali.
Occorre però il saldato.
ALBERTA Non occorre! (Le straccia.)
CHERMIS Sembra che voi l'abbiate con me.
Supponete forse che io abbia rubato a voi questo denaro?
ALBERTA A me dispiace che tu abbia a fare l'usuraio.
CHERMIS (irato).
L'usuraio! Io!
ALBERTA Stimo io! Il 30 per cento...
CHERMIS Ma che 30 per cento.
Si parla del 2,1/2 % al mese.
ALBERTA Che fa il 30 per cento all'anno.
CHERMIS (a mezzo confuso a mezzo petulante).
Ma che! Questi affari si trattano a mese.
ALBERTA Bada che sentendoti parlare cosí finisco col perdere ogni fiducia nel mio grande uomo d'affari.
Veramente non capisci d'aver domandato troppo?
CHERMIS (con malizia avendo trovata la via da seguire).
No! Io non ho domandato troppo.
Sapete, padrona! Ci sono due specie di denari.
Quelli che guadagnate voi restando vestita come siete voi e abitando in questo palazzo e quelli che guadagno io vestito cosí e abitando un tugurio.
Certo i vostri si possono regalare verso un inchino, due, dieci inchini.
I miei no! I miei devono essere pagati.
Io degl'inchini non so che farmene.
ALBERTA (spazientita).
Ma io non t'impongo di regalare i tuoi denari.
Dovresti prendere un interesse da persona proba.
CHERMIS (scoppiando).
E se ci fossero delle persone che preferiscono di prendere il denaro all'interesse che lo do io piuttosto che di pagare quello che domandate voi?
ALBERTA Eh! via!
CHERMIS Oh! non occorre andare tanto lontano per trovare di tali persone.
La signora Alice per esempio!
ALBERTA Hai visto ch'essa ha finito col prendere i denari da me!
CHERMIS Perché io volli i miei! Stimo io! Era ridotta a non avere piú la libertà di scelta! A me non pagava neppure l'interesse! E non lo pagherà neppure a voi.
Quella lí non paga né interesse né capitali.
ALBERTA (un po' violenta).
Ma io non domando nulla.
CHERMIS E allora avrete tutto quello che domandate.
Ma non sarete contenta! Io sono un uomo comune, ma certe cose le capisco bene.
Voi non sarete contenta!
SCENA SECONDA
CARLO e DETTI
CARLO Buon giorno! Come sta?
ALBERTA Ha dormito tutto un sonno e mi parve del tutto rimessa.
CHERMIS Sta male la signora Alice?
ALBERTA No.
Ora sta benissimo! Puoi andartene, Chermis! Ritorna domani; per oggi non ho voglia di sentire altro.
CHERMIS Buon giorno! (Ridendo a Carlo.) Una buona signora la signora Alberta.
Ma non con tutti! Con me l'ha a morte.
ALBERTA Non dire sciocchezze e lasciaci, te ne prego.
CHERMIS Eh! vado, vado.
Che furia.
Arrivederci, padrone.
(Esce.)
SCENA TERZA
ALBERTA e CARLO
CARLO Donato sarà qui presto.
ALBERTA (lo guarda attenta).
Tu! mio povero amico soffri di gelosia.
Hai abbandonati gli affari e sei venuto qui per sorvegliarmi!
CARLO Oh, per sorvegliarti! Questo non si può dire.
ALBERTA Ma qualche cosa di simile.
CARLO (sorridendo).
Sí! Per sorvegliare Donato.
Di te non temo.
Temo di lui.
(Attirandola a sé.) Vedi! Egli è un noto donnaiolo eppure mai lo temetti come ora.
Si sapeva da tutti che ti faceva la corte.
Ma solo ora mi fa impressione.
ALBERTA Ora ch'è in procinto di sposarsi!
CARLO Sí, ma sembrerebbe che si sposi per far piacere a te.
ALBERTA Ma non hai sentito da Alice che anche senza il mio intervento egli l'avrebbe sposata tuttavia?
CARLO Ed è vero? (Pensieroso.)
ALBERTA Sai, io a Sereni dovetti promettere che mi sarei addossata le spese dell'educazione dei figliuoli di Alice.
Era la minima cosa che potevo fare.
(Abbracciandolo.) Te ne prego, non torturarmi.
Oggi che sono tanto felice di aver riconquistata la fiducia e l'affetto di Alice.
Quello che io finora ti dissi non è del tutto vero! Anch'io ebbi le mie colpe e sono pronta di riconoscerlo.
Con tutte queste mie beneficenze io finii col fare un po' di confusione.
Alice andava trattata come una sorella e non come una poverina che avesse avuto bisogno di sola carità e non prima di tutto di affetto.
CARLO Ma tu dicevi di averglielo dato tale affetto.
ALBERTA Sí! Io lo dicevo e lo credevo anche.
Ma pare non fosse cosí! Ella sentí che c'era una mia volontà di padroneggiare e si ribellò.
Può aver avuto torto perché mi fece male, molto male.
Ma io non posso che stimarla di piú.
Non accettò niente da lui e piuttosto si acconciò a far debiti.
Come è stata forte! Anche lui mi aveva detto di non averle mai dato un centesimo ma io non gli credetti.
È questo che mi fece sentire i miei torti.
CARLO Credimelo! Se vuoi conservare l'affetto di tua cugina devi stare attenta come procedi con Sereni.
Essa è gelosa di te.
ALBERTA (ridendo).
E tu, anche! Come va che solo Sereni e solo ora ti faccia paura!
CARLO Ho da dire la verità? Anche se ti può seccare? Ebbene! Ti vidi tanto accesa dal desiderio di vedere Alice ai tuoi piedi che ti stimai capace di comprometterti a questo scopo con Sereni.
ALBERTA Dio mio! Come avete potuto pensare tu ed Alice una cosa simile? Vedi che in qualche cosa io devo aver sbagliato per acquistare un simile aspetto ai tuoi occhi e ai suoi.
Ma non farti dei pensieri per Sereni! Io, se lo vuoi, non lo vedrò che quello che occorre per restare accanto ad Alice che di me ha bisogno.
CARLO Io non penso di farmene dei pensieri ma desidero che neppure Alice se ne faccia.
Hai visto che finché essa non venne ad accusarti a me io non dissi niente.
SCENA QUARTA
ALICE e DETTI
ALICE (appoggiata allo stipite della porta).
Vedete che sto in piedi abbastanza bene da sola.
Ora posso andare a casa.
ALBERTA Ma perché? Perché tanta fretta?
ALICE Lasciami andare.
Ho da fare tante cose.
ALBERTA Vuoi lavorare nello stato in cui ti trovi?
ALICE Non si tratta di lavorare.
Devo disporre di tante cose.
La zia me lo disse che io trascuro i nostri bambini.
Con un coraggio di cui né io né tu l'avremmo creduta capace.
Non voglio piú trascurarli.
Ora che le mie cose...
in grazia tua...
si trovano regolate, non voglio che si possa piú dire di me una cosa simile.
Il mio primo pensiero dev'essere per i miei figliuoli.
(Commovendosi, poi.) Me ne dispiace per mio marito...
Abbiamo stabilito di chiamarlo subito cosí, nevvero?
ALBERTA (è andata a prenderla e l'appoggia per condurla al tavolo.) Sarà subito qui.
Noi due vi lasceremo soli, vi spiegherete e tu avrai intera la tua serenità.
È una cosa tanto semplice!
ALICE (guardandola con curiosità).
Ti pare? Anche a me parve, allora...
In fondo quali doveri avevo io? Verso me stessa! Ma se a me stessa non ci tenevo! In complesso, debbo dirlo, ho avuto fortuna, grande fortuna.
(Abbattutissima.)
ALBERTA Non sembri abbastanza felice.
ALICE È che sto male! Eppoi le cose sono messe in modo che mi vergogno un poco dinanzi a voi.
CARLO Neppure agli occhi di un negoziante come son io un amore come il vostro non rappresenta una vergogna.
ALICE Vi ringrazio, Carlo.
Ma non è di ciò che io mi vergogno.
È di apparire quale una bambina cattiva e debole.
Sí! Cattiva! E debole! Una bambina che si ribella! Che si ribella! Che si sottomette! E trovo voi, buoni come dei genitori.
Mi accogliete come...
come...
il figliuolo prodigo.
(Ad Alberta a bassa voce.) Tu hai pagato quell'uomo?
ALBERTA Sí!
ALICE Ma gli hai dato tutto, tutto quello che gli avevo accordato e che a te pareva troppo?
ALBERTA Certo, tutto!
ALICE E quanto ti debbo?
ALBERTA (un momento resta stupita).
Non c'è premura.
Te lo dirò poi.
CARLO Capisco che avete da parlare insieme e vi lascio.
Io spero che queste spiegazioni faranno bene ad ambedue.
Arrivederci! Di qui a mezz'ora sarò di ritorno e spero di ritrovarvi, signora Alice.
(Le bacia la mano.)
ALBERTA (lo accompagna alla porta).
E ti sono passate le rane?
CARLO Bada che quella signora m'appare alquanto fosca.
È a lei che devi levare le rane.
(La bacia in fronte e via.)
SCENA QUINTA
ALBERTA e ALICE
ALBERTA (ritorna ad Alice e la contempla).
Di'! Alice! M'hai perdonata? Del tutto?
ALICE Quale domanda! (Con riso forzato.) È la stessa domanda che io volevo rivolgere a te.
ALBERTA Ma non avresti avuto da aspettare tanto per la risposta.
Non vedi come sto studiando la tua faccia per comprendere quello che tu attendi da me? Dimmelo, tu, come possiamo essere di nuovo le buone sorelle che siamo state nella nostra infanzia?
ALICE Lo vuoi? Lo vuoi davvero? Ecco! Se vuoi essere buona devi aiutarmi! Ma non farmi la carità!
ALBERTA Ma si può dire quella brutta parola quando io sono pronta di darti tutto, tutto? Carità significa una cosa piccola, meschina! Io invece ti dico che ti do tutto quanto ti può abbisognare e tutto quanto io posso dare.
Questo non è piú carità, mi sembra.
ALICE È una carità fatta senza misura ma è una carità ed io non la voglio.
Io ora ho bisogno di molti denari e se non avessi te sarei disperata ma non li voglio in dono.
Perché non me li presteresti? Io, fra poco, sarò abbastanza ricca.
Non potrei restituirti il tuo denaro?
ALBERTA (gelida).
Bisognerebbe allora stabilire anche un tasso congruo d'interessi come fa Chermis.
ALICE Tu sei offesa? (Con impeto improvviso.) E allora non li voglio i tuoi denari.
Farò quello che non avrei voluto fare a costo della mia vita.
Li domanderò a lui.
ALBERTA No! Non ho mai detto di non volerteli dare.
Quanti ti occorrono?
ALICE Oltre quelli che desti a Chermis mi occorrerebbero circa tremila franchi...
forse basterebbero 2500.
ALBERTA Li vuoi subito?
ALICE No! Non c'è premura! (Dopo una lieve esitazione.) Mi basteranno per domani.
(Con certa ansietà.) Puoi darmeli?
ALBERTA Come puoi dubitarne!
ALICE (con calore).
Grazie! Grazie! Mille grazie! Mi salvi proprio da un grave intrigo.
Perché...
devi sapere...
che io non dovevo dei denari mica al solo Chermis.
ALBERTA E preferivi tutti questi pensieri e intrighi al venirmi a dare un bacio quando io non desideravo altro?
ALICE Sí! Ero fatta cosí, io...
allora! E avevo tanto bisogno di denari! Dovevo pur farmi bella...
per lui.
ALBERTA Ma e come intendevi che sarebbe finita tutta questa storia?
ALICE Dio mio! Tutte le storie a questo mondo finiscono.
Io m'ero provveduta di una boccettina di veleno.
ALBERTA (coprendosi la faccia).
Oh! disgraziata! disgraziata! E i tuoi figliuoli?
ALICE I miei figliuoli? Quelli rappresentavano l'unico dolore.
Ma poi io ti conoscevo.
Saputami morta tu saresti accorsa.
E loro, giovinetti, avrebbero potuto essere cresciuti alla gratitudine che tu volevi.
ALBERTA Sicché tu pensi che per conservarsi la mia amicizia bisogna mostrarmi una grande gratitudine?
ALICE Non una grande gratitudine ma quella che ti spetta.
Io fui sconoscente.
Lo so! Lo so! Ma io non so essere altrimenti.
Per cambiarmi sarebbe occorso quella fialetta...
ALBERTA Non parlarne!
SCENA SESTA
CAMERIERA e DETTE
CAMERIERA (porge ad Alberta un biglietto di visita).
ALBERTA Sereni! Venga, venga.
ALICE (seccata).
Senza seccarvi qui non avrei potuto rivederlo in casa mia?
ALBERTA Te ne prego, Alice.
Rivedilo qui e non altrove.
Non ti domando altro.
Non gratitudine per esempio.
Di quella sei esonerata.
Non mi devi niente! Lo proclamo ad alta voce: Io ti sarò grata per sempre se mi lascerai condurre questa soluzione nel modo piú decoroso.
ALICE (con sguardo torvo).
Si tratta del decoro della famiglia.
Capisco!
SCENA SETTIMA
SERENI e DETTE
SERENI (lieto passando stringe la mano ad Alberta).
Grazie, grazie! (Corre ad Alice e le bacia la mano.) Vi sentite bene?
ALICE (offrendogli le labbra).
Perché non mi dai del tu? Capisco la tua intenzione e te ne ringrazio.
Ma davanti ad Alberta.
Dubiti ch'essa sappia?
SERENI La mia valorosa moglie! Hai ragione! Non ipocrisie davanti alla signora.
Le dobbiamo tanto! Essa intese meglio di me quello che faceva al caso nostro.
ALBERTA Ma via non ringraziate! Io non ho fatto proprio nulla.
(Accennando a Sereni di tacere.) Quello che ora debbo fare e sono sicura che per ciò e solo per ciò mi serberete riconoscenza è di lasciarvi soli.
Poi Alice desidera di ritornare a casa sua.
Io avrei voluto trattenere Alice finché è tanto debole ma essa dice ch'è attesa e che ha tante cose da fare.
SERENI Non ti troveresti meglio curata in questa casa piuttosto che nella tua ch'è tanto deserta?
ALICE (un po' nervosa).
No! Ve ne prego! Non fatemi parlare per cosa che non vale la pena.
Voglio ritornare a casa mia! Scusami, Alberta, ma non posso rimanere qui.
ALBERTA E chi vuol opporsi alla tua volontà? La carrozza sarà subito pronta.
E mi chiamerete quando avrete finito di spiegarvi.
SERENI Ma non possiamo parlarci anche dinanzi alla signora? Già! Quali segreti ci sono fra di noi? Essa sa che ti amo!
ALICE Già! Potremo parlare a casa!
ALBERTA No! Parlate qui! Ve ne prego! Eppoi desidererei che fino al vostro matrimonio non vi vediate piú che in questa casa! Volete farmi questo piacere?
SERENI Sarà forse meglio! (Guarda Alice che si stringe nelle spalle.)
ALBERTA Sorveglierò che vi si lasci in pace.
(Esce.)
SCENA OTTAVA
SERENI e ALICE
SERENI (s'inginocchia accanto alla sedia ove è seduta Alice).
Se sapessi come ho sofferto dacché ho appreso che stavi male.
Sapevi già di quanto s'era concordato con la signora Alberta?
La rigenerazione
Commedia in 3 atti
PERSONAGGI
GIOVANNI CHIERICI
ANNA, sua moglie
EMMA RICCA, loro figlia
UMBERTINO (10 anni), figlio di Emma
GUIDO CALACCI, nipote di Giovanni
ENRICO BIGGIONI
Dottor RAULLI
Signor BONCINI
RITA, cameriera
FORTUNATO, chauffeur
ATTO PRIMO
Stanza da pranzo nella villa di Giovanni Chierici.
Grande estate.
Una porta di fondo ed una a sinistra dello spettatore.
A destra una finestra da cui entra un sole abbacinante.
Tavola da pranzo in fondo.
Vicino al proscenio tavolino da lavoro.
SCENA PRIMA
EMMA, vestita tutta di nero, lavora al tavolino su un panno anch'esso nero.
ANNA pur essa vestita di nero guarda dalla finestra.
Poi RITA.
ANNA (urla) Rita! Rita! Ma vieni dunque.
(Si sporge per veder meglio.) Presto! Presto! Oh, la maledetta bestia! Li ha già tutti in bocca.
È finita.
(Va velocemente verso la porta di fondo, ma prima di arrivarci s'arresta.) Già non arrivo in tempo.
(Ritorna alla finestra.) Povere bestiole! La colpa è mia, tutta mia.
RITA Lei mi chiamava?
ANNA È da un'ora che grido e ti chiamo e tu arrivi qui con quell'aria melensa.
In giardino a quest'ora c'è la pace.
Sono stati divorati tutti.
RITA Divorati? Chi?
ANNA (quasi piangendo).
Gli uccellini.
I poveri passeri.
Progredivano a vista d'occhio.
Crescendo avevano riempito tutto il nido.
Pareva che dal nido stesso crescessero le piume.
Ed io li vedevo attraverso alla persiana.
Li spiavo e non mi vedevano.
Erano tanto fiduciosi a me da canto che mi pareva di trovarmi con loro nel nido caldo.
Neppure la madre mi vedeva.
Facevano silenzio quando noi si alzava la voce.
RITA Chi toccò la persiana? Ella aveva pur detto a tutti di non chiuderla.
ANNA Io! Io stessa fui tanto smemorata.
E non me la posso prendere con nessuno.
Però quella piccola madre ebbe l'istinto sbagliato.
Come poté pensarsi di fare il nido fra la persiana e il muro? Fu Giovanni ad ingannarli.
Vuole che non si chiudano mai le persiane in questa stanza.
Neppure di notte perché già i primi raggi del sole della mattina arrivino a questa stanza in cui egli poi soggiorna.
Crede che il sole apporti la forza.
Perciò gli uccellini credettero che la persiana fosse parte del muro.
Tutto congiurò contro quel nido.
Il sole fu troppo forte per me e pensai di approfittare dell'assenza di Giovanni per proteggermi.
Corsi e nulla ricordai.
Smemorata! Povere bestiole! Il nido si spezzò in due.
E c'era la madre.
Si fece sentire solo quando volò via.
Scioccherella! Stette zitta quando mi sporsi dalla finestra e mi lasciò fare.
RITA (guardando dalla finestra).
Ecco il gatto che se ne va leccandosi le labbra.
ANNA Povera bestia anche lui! È stato fatto cosí! (Pregando.) Dio mio! Uscirono dalle tue mani gli uccellini che per tanto tempo non sanno volare e anche il gatto che li insidia.
Si poteva impedire tanta tragedia? Certo no! Altrimenti l'avresti fatto tu che tutto puoi.
(Sporgendosi dalla finestra.) È vero, è molto contento.
RITA Chi?
ANNA Il gatto.
(Con un sospiro.) Beate voi che non amate le bestie.
È un mondo scomposto cotesto.
EMMA Lo dici a me? (Silenziosamente si mette a piangere.)
ANNA (imbarazzata).
Scusami, ho detto una cosa che non avrei dovuto.
(Va ad Emma per accarezzarla.) Perdonami.
EMMA (interrotta dal pianto).
Le bestie son sempre vive.
Gli uomini, quando sono morti sono ben morti.
ANNA Ma gli uccellini son morti anch'essi.
EMMA Ma il gatto vive e ti consoli.
ANNA (imbarazzata).
Si cercano le consolazioni...
si trovano.
Anche tu dovresti trovarle...
per noi e per tuo figlio.
EMMA (sempre in lacrime).
Non posso.
Era giovine, forte.
Venne il destino...
e lo abbatté senza misericordia disonorandolo prima, dandogli l'aspetto di un vecchio.
ANNA Poverino! Noi pure quando ci pensiamo gli dedichiamo le nostre lagrime.
Anche ieri Giovanni andando a letto mi disse: Guarda, noi andiamo nel nostro caldo letto e lui si trova sotto la fredda terra.
Eppoi ambedue cessammo di parlare, tutto il nostro pensiero rivolto al povero defunto.
EMMA Io non ho bisogno di aspettare il momento di coricarmi per pensare a lui.
Ci penso tutto il giorno quando brilla il sole e anche quando è fosco ma c'è l'aria e il movimento e sento che contro ogni giustizia a me è concessa la libertà di movermi che a lui è tolta.
ANNA Sii giusta figliuola mia.
Che ragione ci sarebbe per noi di pensarci il giorno intero con te? Non equivarrebbe ciò a uno sforzo per aumentare il tuo dolore?
EMMA (ironica).
Dunque non ci pensate solo per risparmiare me?
ANNA Certo, non vogliamo aumentare il tuo dolore.
EMMA (violenta).
Non può essere aumentato, tanto è grande.
La verità è che tu hai le pazienze, i passeri, il gatto.
Papà ha le sue eterne cure, la sua dieta, dorme due volte al giorno.
Non avete tempo voialtri né per me né per Valentino.
ANNA (le manca il fiato dall'indignazione).
Ma tu devi concederci di fare la nostra vita.
Papà, poi, alla sua età deve saper tutelare la sua.
Vorresti che muoia anche lui?
EMMA (sempre piangendo).
Io vorrei non morisse nessuno.
Io anche intendo che le cose sieno cosí.
È bene che papà tuteli la sua vita.
Magari Valentino avrebbe saputo tutelare meglio la sua.
ANNA Non sarebbe servito a nulla.
Anche Guido disse...
EMMA Che cosa vuoi ne sappia Guido?
ANNA Ha fatto i suoi studii.
Eppoi anche il dottor Raulli.
EMMA Quando uno muore il dottore dice che doveva morire.
Dice anzi che la vera prova che doveva morire è data dalla sua morte.
Ma dove sta scritto che Valentino tanto giovine doveva morire? Morí, sí, morí.
Quest'è vero ed è un'infamia.
RITA Povera signora! È stata una grande disgrazia.
Quand'io venni in casa era un bel giovinotto e subito dopo si fece brutto, brutto che non si poteva guardare.
EMMA (gridando).
No, brutto non fu mai.
RITA Non dico brutto, ma bruttino, malato, meno bello.
ANNA Brutto...
veramente brutto non fu mai.
EMMA Anzi la decadenza fisica lo fece apparire quale un angelo colpito al cuore.
L'espressione di mitezza che la sua faccia aveva avuto sempre era aumentata dai segni della sua malattia.
RITA Volevo dire proprio cosí io, signorina.
Non so spiegarmi tanto bene.
EMMA Perciò dovresti stare attenta alla tua lingua.
(Si leva e lascia cadere il pezzo di stoffa a cui lavorava; Rita accorre ad alzarlo ed essa dice seccamente.) Grazie.
(Ad Anna.) Io lascio questo lavoro.
Avevo pensato potesse distrarmi.
M'addolora di piú, perché al mio dolore tenta di sottrarmi.
ANNA Perché la stoffa è nera.
EMMA Perché non è nera abbastanza.
No! Neppure il lavoro m'è concesso o permesso.
Anche questa stoffa consegnerò alla sarta.
Andrò da lei prima di colazione.
Vado a vestirmi.
(Esce dalla porta a sinistra.)
SCENA SECONDA
ANNA e RITA
ANNA Io non vorrei dir male di questa mia figliuola e soffro anch'io vedendola soffrire tanto.
Ma ci fa una vita impossibile.
Abbiamo addirittura vergogna di vivere perché, secondo lei, tutti avrebbero l'obbligo di piangere il giorno intero.
I piú semplici passatempi dovrebbero esserci interdetti.
RITA Mi dispiace di aver detto che il povero signor Valentino era brutto.
Io non pensavo...
ANNA Era bruttissimo.
Con quella bocca eternamente semiaperta come quella di un ebete...
(Atteggia cosí la propria faccia.)
RITA È quello ch'io dissi e mi dispiace.
Sarebbe stato tanto poco pericoloso per me di dire che un morto fu bello.
Persino Fortunato me l'avrebbe permesso.
ANNA Ma una certa sincerità ci vuole.
Per il bene suo.
Tanto lutto, tanta esaltazione...
tanta sartoria! Se la prende persino con le mie povere bestie.
Dice che son sempre vive le bestie! Si può dire una bestialità maggiore nello stesso momento in cui quei poveri passerini arrivarono direttamente dal nido a quell'orribile morte? Anche lei invecchierà e il figliuolo suo la tratterà come essa tratta me imponendole i proprii dolori che a nessuno mancano e forse anche i propri piaceri, imponendole insomma di fare la propria vita.
Allora anche lei ricorrerà alle bestie.
RITA Io già adesso amo tanto le bestie.
E anche gli uccellini: Vivi, belli e lieti.
Ma anche con la polenta come si sa farli da noi.
ANNA Vergognati! Mangiare gli uccellini!
RITA Col lardo piacciono molto anche a Fortunato.
Ed io pur debbo associarmi nel gusto al mio futuro marito.
ANNA Ed intanto altercate furibondi.
Vi udii ieri in cucina.
Non intervenni perché pensai che siete tanto vicini al matrimonio da poter essere già considerati come marito e moglie e che mancavate di una casa vostra ove possiate svolgere i vostri litigi.
Ma pur dovreste portar rispetto e abbassare un po' le vostre voci.
Potete dirvi contenti che Giovanni è un po' duro d'orecchio e che non sentí.
RITA Ma non son stata io a gridare, signora.
Io sono la sgridata.
È quel Fortunato ch'è di una gelosia furibonda.
Io sto là zitta, rassegnata, aspettando che la tempesta passi.
ANNA E di chi è geloso?
RITA Del signor Guido.
ANNA Di Guido? Ma è pazzo.
Prima di tutto Guido è ancora un ragazzo.
Non è piú giovine di te?
RITA Di due mesi soltanto.
ANNA Ma poi che cosa si figura quel Fortunato? Guido ha molto da fare, Guido ha da studiare.
RITA E anch'io ho tanto da fare.
ANNA (colpita) Sorniona! Fortunato ha dunque ragione?
RITA Oh, non lo creda, signora.
È ingiusto.
Io voglio bene a Fortunato ma il suo contegno mi fa tanta ira che sarei capace di rinunziare a lui.
Io amo di scherzare ma sono una ragazza onesta.
ANNA Vorrei sapere con quali cose ami di scherzare.
Ve ne sono di quelle con le quali una ragazza che si dice onesta non deve scherzare.
RITA Io credo che quando si è molto serii si può scherzare di tutto.
ANNA (vivamente).
Ma non si deve, non si deve.
RITA So, so che la gente piú anziana ama che non si rida di niente.
Anche mia madre dice come Lei.
Io avevo cominciato a ridere con Fortunato.
Poi egli si fece serio ed io ne fui beata.
Per un momento fui d'accordo con mia madre.
Ma ora egli si fece troppo serio.
E con me, specialmente.
Non ha il coraggio di prendersela col signor Guido, il nipote dei padrone.
Causa quella casetta in giardino che Loro metteranno a sua disposizione con me dentro.
Perciò si fa subito violento con me.
ANNA Ma tu che cosa fai con Guido?
RITA Io rido, io ciarlo, io scherzo.
Niente di serio, proprio niente di serio, sia certa.
Io amo Fortunato, ma, passando, mi sarà permesso di star a sentire la parola gentile del garzone dello speziale qui accanto, e anche le parole serie, che mi fanno tanto ridere, del signor Guido.
ANNA Ah! Egli parla seriamente?
RITA No! Scientificamente! Con lui si impara.
Ieri mi disse ch'è strano che la faccia umana sia tanto bella e le due parti, quella di destra e di sinistra tanto simili, mentre di sotto pare che le due parti, il cervello e le altre cose che ci sono di sotto, che so io?, non si somigliano affatto.
ANNA Il birichino parlava della tua testa?
RITA No, no.
Cioè anche della mia perché è umana anch'essa.
Risi molto, e Fortunato se ne accorse perché arrivò improvvisamente in cucina.
Ciò fu tutto.
Sia certa che non c'è altro.
ANNA Ma che cosa viene a fare in cucina Guido?
RITA Aveva bisogno di un fiammifero per la sua sigaretta.
ANNA E allora è semplice.
Tieni in questa stanza sempre pronta una scatola di fiammiferi e sarà finita.
RITA E non sarebbe meglio di dire una parola a Fortunato che non alzi la voce in cucina, e in genere in questa casa? Allora appena si avrebbe la pace tutta la settimana fuori che alla domenica quando esco con lui.
ANNA (attirandola a sé e guardandola negli occhi).
Ma di' bambina dalle gonne e dai capelli corti.
Tu non t'accorgi che metti in pericolo il tuo matrimonio con Fortunato? Non t'accorgi che non lo ami?
RITA Non dica questo signora.
Io lo amo molto.
Quando è al volante lo ammiro.
È il padrone della via.
Talvolta perciò è un padrone anche lui come lei, come il signor Giovanni e anche come il signor Guido.
Poi è un uomo serio e perciò starò bene con lui da vecchia.
Mamma dice sempre che bisogna pensare al futuro.
Si può pensarci anche ridendo nevvero, signora?
ANNA Si può ridere di molte cose.
Ma non occorre mica che tu ti associ a Guido per ridere.
La vita è difficile per te e anche per noi.
Se tu perdi Fortunato non so come faremo.
Noi abbiamo già messo in ordine la casa in giardino per te.
Io e mio marito ti teniamo cara perché hai la faccina tanto lieta e giovine.
Ma è anche vero che c'importava di tenere lo chauffeur a nostra disposizione vicino in casa.
RITA Non abbia paura, signora.
Io, davvero, credo che Fortunato non possa piú fare a meno di me.
Da questo lato può essere tranquilla.
ANNA Tuttavia il tuo modo di parlare non mi rassicura tanto.
Davvero se ti avessi sentita parlare prima non sarei stata io a dare a mio marito l'idea di quella casa in giardino.
Una casa ha le fondamenta solide che non si fanno se non per famiglie solide.
Nella mia giovinezza non si parlava certo cosí.
RITA Lo so.
Temo che quando sarò vecchia lo dirò anch'io.
ANNA Sei un'impertinente.
(Squillo di campanello.)
RITA Mi scusi signora.
Non volevo dire nulla di male.
Io capisco che quando si è vecchi si amerebbe che tutti vivessero da vecchi.
ANNA Guarda quanta scienza in quella testina.
Certo il silenzio, la quiete ci piace.
Non la gioia sguaiata, né...
i dolori troppo prolungati.
Eppure alla giovinezza noi pensiamo.
Ecco che nella tua casuccia abbiamo fatto una camera di piú per i bambini che potranno giungere.
RITA Oh, bambini non ce ne saranno, almeno tanto presto.
Ecco un punto sul quale Fortunato ed io siamo ben d'accordo.
Nella stanzuccia destinata ai bambini metteremo un grammofono.
Quello almeno grida solo quand'è caricato.
ANNA (indignata).
Si può sentir di peggio? Di questo dunque parlate voi due? Mett