COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 63
...
.)
ALBERTA Sai, io a Sereni dovetti promettere che mi sarei addossata le spese dell'educazione dei figliuoli di Alice.
Era la minima cosa che potevo fare.
(Abbracciandolo.) Te ne prego, non torturarmi.
Oggi che sono tanto felice di aver riconquistata la fiducia e l'affetto di Alice.
Quello che io finora ti dissi non è del tutto vero! Anch'io ebbi le mie colpe e sono pronta di riconoscerlo.
Con tutte queste mie beneficenze io finii col fare un po' di confusione.
Alice andava trattata come una sorella e non come una poverina che avesse avuto bisogno di sola carità e non prima di tutto di affetto.
CARLO Ma tu dicevi di averglielo dato tale affetto.
ALBERTA Sí! Io lo dicevo e lo credevo anche.
Ma pare non fosse cosí! Ella sentí che c'era una mia volontà di padroneggiare e si ribellò.
Può aver avuto torto perché mi fece male, molto male.
Ma io non posso che stimarla di piú.
Non accettò niente da lui e piuttosto si acconciò a far debiti.
Come è stata forte! Anche lui mi aveva detto di non averle mai dato un centesimo ma io non gli credetti.
È questo che mi fece sentire i miei torti.
CARLO Credimelo! Se vuoi conservare l'affetto di tua cugina devi stare attenta come procedi con Sereni.
Essa è gelosa di te.
ALBERTA (ridendo).
E tu, anche! Come va che solo Sereni e solo ora ti faccia paura!
CARLO Ho da dire la verità? Anche se ti può seccare? Ebbene! Ti vidi tanto accesa dal desiderio di vedere Alice ai tuoi piedi che ti stimai capace di comprometterti a questo scopo con Sereni.
ALBERTA Dio mio! Come avete potuto pensare tu ed Alice una cosa simile? Vedi che in qualche cosa io devo aver sbagliato per acquistare un simile aspetto ai tuoi occhi e ai suoi.
Ma non farti dei pensieri per Sereni! Io, se lo vuoi, non lo vedrò che quello che occorre per restare accanto ad Alice che di me ha bisogno.
CARLO Io non penso di farmene dei pensieri ma desidero che neppure Alice se ne faccia.
Hai visto che finché essa non venne ad accusarti a me io non dissi niente.
SCENA QUARTA
ALICE e DETTI
ALICE (appoggiata allo stipite della porta).
Vedete che sto in piedi abbastanza bene da sola.
Ora posso andare a casa.
ALBERTA Ma perché? Perché tanta fretta?
ALICE Lasciami andare.
Ho da fare tante cose.
ALBERTA Vuoi lavorare nello stato in cui ti trovi?
ALICE Non si tratta di lavorare.
Devo disporre di tante cose.
La zia me lo disse che io trascuro i nostri bambini.
Con un coraggio di cui né io né tu l'avremmo creduta capace.
Non voglio piú trascurarli.
Ora che le mie cose...
in grazia tua...
si trovano regolate, non voglio che si possa piú dire di me una cosa simile.
Il mio primo pensiero dev'essere per i miei figliuoli.
(Commovendosi, poi.) Me ne dispiace per mio marito...
Abbiamo stabilito di chiamarlo subito cosí, nevvero?
ALBERTA (è andata a prenderla e l'appoggia per condurla al tavolo.) Sarà subito qui.
Noi due vi lasceremo soli, vi spiegherete e tu avrai intera la tua serenità.
È una cosa tanto semplice!
ALICE (guardandola con curiosità).
Ti pare? Anche a me parve, allora...
In fondo quali doveri avevo io? Verso me stessa! Ma se a me stessa non ci tenevo! In complesso, debbo dirlo, ho avuto fortuna, grande fortuna.
(Abbattutissima.)
ALBERTA Non sembri abbastanza felice.
ALICE È che sto male! Eppoi le cose sono messe in modo che mi vergogno un poco dinanzi a voi.
CARLO Neppure agli occhi di un negoziante come son io un amore come il vostro non rappresenta una vergogna.
ALICE Vi ringrazio, Carlo.
Ma non è di ciò che io mi vergogno.
È di apparire quale una bambina cattiva e debole.
Sí! Cattiva! E debole! Una bambina che si ribella! Che si ribella! Che si sottomette! E trovo voi, buoni come dei genitori.
Mi accogliete come...
come...
il figliuolo prodigo.
(Ad Alberta a bassa voce.) Tu hai pagato quell'uomo?
ALBERTA Sí!
ALICE Ma gli hai dato tutto, tutto quello che gli avevo accordato e che a te pareva troppo?
ALBERTA Certo, tutto!
ALICE E quanto ti debbo?
ALBERTA (un momento resta stupita).
Non c'è premura.
Te lo dirò poi.
CARLO Capisco che avete da parlare insieme e vi lascio.
Io spero che queste spiegazioni faranno bene ad ambedue.
Arrivederci! Di qui a mezz'ora sarò di ritorno e spero di ritrovarvi, signora Alice.
(Le bacia la mano.)
ALBERTA (lo accompagna alla porta).
E ti sono passate le rane?
CARLO Bada che quella signora m'appare alquanto fosca.
È a lei che devi levare le rane.
(La bacia in fronte e via.)
SCENA QUINTA
ALBERTA e ALICE
ALBERTA (ritorna ad Alice e la contempla).
Di'! Alice! M'hai perdonata? Del tutto?
ALICE Quale domanda! (Con riso forzato.) È la stessa domanda che io volevo rivolgere a te.
ALBERTA Ma non avresti avuto da aspettare tanto per la risposta.
Non vedi come sto studiando la tua faccia per comprendere quello che tu attendi da me? Dimmelo, tu, come possiamo essere di nuovo le buone sorelle che siamo state nella nostra infanzia?
ALICE Lo vuoi? Lo vuoi davvero? Ecco! Se vuoi essere buona devi aiutarmi! Ma non farmi la carità!
ALBERTA Ma si può dire quella brutta parola quando io sono pronta di darti tutto, tutto? Carità significa una cosa piccola, meschina! Io invece ti dico che ti do tutto quanto ti può abbisognare e tutto quanto io posso dare.
Questo non è piú carità, mi sembra.
ALICE È una carità fatta senza misura ma è una carità ed io non la voglio.
Io ora ho bisogno di molti denari e se non avessi te sarei disperata ma non li voglio in dono.
Perché non me li presteresti? Io, fra poco, sarò abbastanza ricca.
Non potrei restituirti il tuo denaro?
ALBERTA (gelida).
Bisognerebbe allora stabilire anche un tasso congruo d'interessi come fa Chermis.
ALICE Tu sei offesa? (Con impeto improvviso.) E allora non li voglio i tuoi denari.
Farò quello che non avrei voluto fare a costo della mia vita.
Li domanderò a lui.
ALBERTA No! Non ho mai detto di non volerteli dare.
Quanti ti occorrono?
ALICE Oltre quelli che desti a Chermis mi occorrerebbero circa tremila franchi...
forse basterebbero 2500.
ALBERTA Li vuoi subito?
ALICE No! Non c'è premura! (Dopo una lieve esitazione.) Mi basteranno per domani.
(Con certa ansietà.) Puoi darmeli?
ALBERTA Come puoi dubitarne!
ALICE (con calore).
Grazie! Grazie! Mille grazie! Mi salvi proprio da un grave intrigo.
Perché...
devi sapere...
che io non dovevo dei denari mica al solo Chermis.
ALBERTA E preferivi tutti questi pensieri e intrighi al venirmi a dare un bacio quando io non desideravo altro?
ALICE Sí! Ero fatta cosí, io...
allora! E avevo tanto bisogno di denari! Dovevo pur farmi bella...
per lui.
ALBERTA Ma e come intendevi che sarebbe finita tutta questa storia?
ALICE Dio mio! Tutte le storie a questo mondo finiscono.
Io m'ero provveduta di una boccettina di veleno.
ALBERTA (coprendosi la faccia).
Oh! disgraziata! disgraziata! E i tuoi figliuoli?
ALICE I miei figliuoli? Quelli rappresentavano l'unico dolore.
Ma poi io ti conoscevo.
Saputami morta tu saresti accorsa.
E loro, giovinetti, avrebbero potuto essere cresciuti alla gratitudine che tu volevi.
ALBERTA Sicché tu pensi che per conservarsi la mia amicizia bisogna mostrarmi una grande gratitudine?
ALICE Non una grande gratitudine ma quella che ti spetta.
Io fui sconoscente.
Lo so! Lo so! Ma io non so essere altrimenti.
Per cambiarmi sarebbe occorso quella fialetta...
ALBERTA Non parlarne!
SCENA SESTA
CAMERIERA e DETTE
CAMERIERA (porge ad Alberta un biglietto di visita).
ALBERTA Sereni! Venga, venga.
ALICE (seccata).
Senza seccarvi qui non avrei potuto rivederlo in casa mia?
ALBERTA Te ne prego, Alice.
Rivedilo qui e non altrove.
Non ti domando altro.
Non gratitudine per esempio.
Di quella sei esonerata.
Non mi devi niente! Lo proclamo ad alta voce: Io ti sarò grata per sempre se mi lascerai condurre questa soluzione nel modo piú decoroso.
ALICE (con sguardo torvo).
Si tratta del decoro della famiglia.
Capisco!
SCENA SETTIMA
SERENI e DETTE
SERENI (lieto passando stringe la mano ad Alberta).
Grazie, grazie! (Corre ad Alice e le bacia la mano.) Vi sentite bene?
ALICE (offrendogli le labbra).
Perché non mi dai del tu? Capisco la tua intenzione e te ne ringrazio.
Ma davanti ad Alberta.
Dubiti ch'essa sappia?
SERENI La mia valorosa moglie! Hai ragione! Non ipocrisie davanti alla signora.
Le dobbiamo tanto! Essa intese meglio di me quello che faceva al caso nostro.
ALBERTA Ma via non ringraziate! Io non ho fatto proprio nulla.
(Accennando a Sereni di tacere.) Quello che ora debbo fare e sono sicura che per ciò e solo per ciò mi serberete riconoscenza è di lasciarvi soli.
Poi Alice desidera di ritornare a casa sua.
Io avrei voluto trattenere Alice finché è tanto debole ma essa dice ch'è attesa e che ha tante cose da fare.
SERENI Non ti troveresti meglio curata in questa casa piuttosto che nella tua ch'è tanto deserta?
ALICE (un po' nervosa).
No! Ve ne prego! Non fatemi parlare per cosa che non vale la pena.
Voglio ritornare a casa mia! Scusami, Alberta, ma non posso rimanere qui.
ALBERTA E chi vuol opporsi alla tua volontà? La carrozza sarà subito pronta.
E mi chiamerete quando avrete finito di spiegarvi.
SERENI Ma non possiamo parlarci anche dinanzi alla signora? Già! Quali segreti ci sono fra di noi? Essa sa che ti amo!
ALICE Già! Potremo parlare a casa!
ALBERTA No! Parlate qui! Ve ne prego! Eppoi desidererei che fino al vostro matrimonio non vi vediate piú che in questa casa! Volete farmi questo piacere?
SERENI Sarà forse meglio! (Guarda Alice che si stringe nelle spalle.)
ALBERTA Sorveglierò che vi si lasci in pace.
(Esce.)
SCENA OTTAVA
SERENI e ALICE
SERENI (s'inginocchia accanto alla sedia ove è seduta Alice).
Se sapessi come ho sofferto dacché ho appreso che stavi male.
Sapevi già di quanto s'era concordato con la signora Alberta?
La rigenerazione
Commedia in 3 atti
PERSONAGGI
GIOVANNI CHIERICI
ANNA, sua moglie
EMMA RICCA, loro figlia
UMBERTINO (10 anni), figlio di Emma
GUIDO CALACCI, nipote di Giovanni
ENRICO BIGGIONI
Dottor RAULLI
Signor BONCINI
RITA, cameriera
FORTUNATO, chauffeur
ATTO PRIMO
Stanza da pranzo nella villa di Giovanni Chierici.
Grande estate.
Una porta di fondo ed una a sinistra dello spettatore.
A destra una finestra da cui entra un sole abbacinante.
Tavola da pranzo in fondo.
Vicino al proscenio tavolino da lavoro.
SCENA PRIMA
EMMA, vestita tutta di nero, lavora al tavolino su un panno anch'esso nero.
ANNA pur essa vestita di nero guarda dalla finestra.
Poi RITA.
ANNA (urla) Rita! Rita! Ma vieni dunque.
(Si sporge per veder meglio.) Presto! Presto! Oh, la maledetta bestia! Li ha già tutti in bocca.
È finita.
(Va velocemente verso la porta di fondo, ma prima di arrivarci s'arresta.) Già non arrivo in tempo.
(Ritorna alla finestra.) Povere bestiole! La colpa è mia, tutta mia.
RITA Lei mi chiamava?
ANNA È da un'ora che grido e ti chiamo e tu arrivi qui con quell'aria melensa.
In giardino a quest'ora c'è la pace.
Sono stati divorati tutti.
RITA Divorati? Chi?
ANNA (quasi piangendo).
Gli uccellini.
I poveri passeri.
Progredivano a vista d'occhio.
Crescendo avevano riempito tutto il nido.
Pareva che dal nido stesso crescessero le piume.
Ed io li vedevo attraverso alla persiana.
Li spiavo e non mi vedevano.
Erano tanto fiduciosi a me da canto che mi pareva di trovarmi con loro nel nido caldo.
Neppure la madre mi vedeva.
Facevano silenzio quando noi si alzava la voce.
RITA Chi toccò la persiana? Ella aveva pur detto a tutti di non chiuderla.
ANNA Io! Io stessa fui tanto smemorata.
E non me la posso prendere con nessuno.
Però quella piccola madre ebbe l'istinto sbagliato.
Come poté pensarsi di fare il nido fra la persiana e il muro? Fu Giovanni ad ingannarli.
Vuole che non si chiudano mai le persiane in questa stanza.
Neppure di notte perché già i primi raggi del sole della mattina arrivino a questa stanza in cui egli poi soggiorna.
Crede che il sole apporti la forza.
Perciò gli uccellini credettero che la persiana fosse parte del muro.
Tutto congiurò contro quel nido.
Il sole fu troppo forte per me e pensai di approfittare dell'assenza di Giovanni per proteggermi.
Corsi e nulla ricordai.
Smemorata! Povere bestiole! Il nido si spezzò in due.
E c'era la madre.
Si fece sentire solo quando volò via.
Scioccherella! Stette zitta quando mi sporsi dalla finestra e mi lasciò fare.
RITA (guardando dalla finestra).
Ecco il gatto che se ne va leccandosi le labbra.
ANNA Povera bestia anche lui! È stato fatto cosí! (Pregando.) Dio mio! Uscirono dalle tue mani gli uccellini che per tanto tempo non sanno volare e anche il gatto che li insidia.
Si poteva impedire tanta tragedia? Certo no! Altrimenti l'avresti fatto tu che tutto puoi.
(Sporgendosi dalla finestra.) È vero, è molto contento.
RITA Chi?
ANNA Il gatto.
(Con un sospiro.) Beate voi che non amate le bestie.
È un mondo scomposto cotesto.
EMMA Lo dici a me? (Silenziosamente si mette a piangere.)
ANNA (imbarazzata).
Scusami, ho detto una cosa che non avrei dovuto.
(Va ad Emma per accarezzarla.) Perdonami.
EMMA (interrotta dal pianto).
Le bestie son sempre vive.
Gli uomini, quando sono morti sono ben morti.
ANNA Ma gli uccellini son morti anch'essi.
EMMA Ma il gatto vive e ti consoli.
ANNA (imbarazzata).
Si cercano le consolazioni...
si trovano.
Anche tu dovresti trovarle...
per noi e per tuo figlio.
EMMA (sempre in lacrime).
Non posso.
Era giovine, forte.
Venne il destino...
e lo abbatté senza misericordia disonorandolo prima, dandogli l'aspetto di un vecchio.
ANNA Poverino! Noi pure quando ci pensiamo gli dedichiamo le nostre lagrime.
Anche ieri Giovanni andando a letto mi disse: Guarda, noi andiamo nel nostro caldo letto e lui si trova sotto la fredda terra.
Eppoi ambedue cessammo di parlare, tutto il nostro pensiero rivolto al povero defunto.
EMMA Io non ho bisogno di aspettare il momento di coricarmi per pensare a lui.
Ci penso tutto il giorno quando brilla il sole e anche quando è fosco ma c'è l'aria e il movimento e sento che contro ogni giustizia a me è concessa la libertà di movermi che a lui è tolta.
ANNA Sii giusta figliuola mia.
Che ragione ci sarebbe per noi di pensarci il giorno intero con te? Non equivarrebbe ciò a uno sforzo per aumentare il tuo dolore?
EMMA (ironica).
Dunque non ci pensate solo per risparmiare me?
ANNA Certo, non vogliamo aumentare il tuo dolore.
EMMA (violenta).
Non può essere aumentato, tanto è grande.
La verità è che tu hai le pazienze, i passeri, il gatto.
Papà ha le sue eterne cure, la sua dieta, dorme due volte al giorno.
Non avete tempo voialtri né per me né per Valentino.
ANNA (le manca il fiato dall'indignazione).
Ma tu devi concederci di fare la nostra vita.
Papà, poi, alla sua età deve saper tutelare la sua.
Vorresti che muoia anche lui?
EMMA (sempre piangendo).
Io vorrei non morisse nessuno.
Io anche intendo che le cose sieno cosí.
È bene che papà tuteli la sua vita.
Magari Valentino avrebbe saputo tutelare meglio la sua.
ANNA Non sarebbe servito a nulla.
Anche Guido disse...
EMMA Che cosa vuoi ne sappia Guido?
ANNA Ha fatto i suoi studii.
Eppoi anche il dottor Raulli.
EMMA Quando uno muore il dottore dice che doveva morire.
Dice anzi che la vera prova che doveva morire è data dalla sua morte.
Ma dove sta scritto che Valentino tanto giovine doveva morire? Morí, sí, morí.
Quest'è vero ed è un'infamia.
RITA Povera signora! È stata una grande disgrazia.
Quand'io venni in casa era un bel giovinotto e subito dopo si fece brutto, brutto che non si poteva guardare.
EMMA (gridando).
No, brutto non fu mai.
RITA Non dico brutto, ma bruttino, malato, meno bello.
ANNA Brutto...
veramente brutto non fu mai.
EMMA Anzi la decadenza fisica lo fece apparire quale un angelo colpito al cuore.
L'espressione di mitezza che la sua faccia aveva avuto sempre era aumentata dai segni della sua malattia.
RITA Volevo dire proprio cosí io, signorina.
Non so spiegarmi tanto bene.
EMMA Perciò dovresti stare attenta alla tua lingua.
(Si leva e lascia cadere il pezzo di stoffa a cui lavorava; Rita accorre ad alzarlo ed essa dice seccamente.) Grazie.
(Ad Anna.) Io lascio questo lavoro.
Avevo pensato potesse distrarmi.
M'addolora di piú, perché al mio dolore tenta di sottrarmi.
ANNA Perché la stoffa è nera.
EMMA Perché non è nera abbastanza.
No! Neppure il lavoro m'è concesso o permesso.
Anche questa stoffa consegnerò alla sarta.
Andrò da lei prima di colazione.
Vado a vestirmi.
(Esce dalla porta a sinistra.)
SCENA SECONDA
ANNA e RITA
ANNA Io non vorrei dir male di questa mia figliuola e soffro anch'io vedendola soffrire tanto.
Ma ci fa una vita impossibile.
Abbiamo addirittura vergogna di vivere perché, secondo lei, tutti avrebbero l'obbligo di piangere il giorno intero.
I piú semplici passatempi dovrebbero esserci interdetti.
RITA Mi dispiace di aver detto che il povero signor Valentino era brutto.
Io non pensavo...
ANNA Era bruttissimo.
Con quella bocca eternamente semiaperta come quella di un ebete...
(Atteggia cosí la propria faccia.)
RITA È quello ch'io dissi e mi dispiace.
Sarebbe stato tanto poco pericoloso per me di dire che un morto fu bello.
Persino Fortunato me l'avrebbe permesso.
ANNA Ma una certa sincerità ci vuole.
Per il bene suo.
Tanto lutto, tanta esaltazione...
tanta sartoria! Se la prende persino con le mie povere bestie.
Dice che son sempre vive le bestie! Si può dire una bestialità maggiore nello stesso momento in cui quei poveri passerini arrivarono direttamente dal nido a quell'orribile morte? Anche lei invecchierà e il figliuolo suo la tratterà come essa tratta me imponendole i proprii dolori che a nessuno mancano e forse anche i propri piaceri, imponendole insomma di fare la propria vita.
Allora anche lei ricorrerà alle bestie.
RITA Io già adesso amo tanto le bestie.
E anche gli uccellini: Vivi, belli e lieti.
Ma anche con la polenta come si sa farli da noi.
ANNA Vergognati! Mangiare gli uccellini!
RITA Col lardo piacciono molto anche a Fortunato.
Ed io pur debbo associarmi nel gusto al mio futuro marito.
ANNA Ed intanto altercate furibondi.
Vi udii ieri in cucina.
Non intervenni perché pensai che siete tanto vicini al matrimonio da poter essere già considerati come marito e moglie e che mancavate di una casa vostra ove possiate svolgere i vostri litigi.
Ma pur dovreste portar rispetto e abbassare un po' le vostre voci.
Potete dirvi contenti che Giovanni è un po' duro d'orecchio e che non sentí.
RITA Ma non son stata io a gridare, signora.
Io sono la sgridata.
È quel Fortunato ch'è di una gelosia furibonda.
Io sto là zitta, rassegnata, aspettando che la tempesta passi.
ANNA E di chi è geloso?
RITA Del signor Guido.
ANNA Di Guido? Ma è pazzo.
Prima di tutto Guido è ancora un ragazzo.
Non è piú giovine di te?
RITA Di due mesi soltanto.
ANNA Ma poi che cosa si figura quel Fortunato? Guido ha molto da fare, Guido ha da studiare.
RITA E anch'io ho tanto da fare.
ANNA (colpita) Sorniona! Fortunato ha dunque ragione?
RITA Oh, non lo creda, signora.
È ingiusto.
Io voglio bene a Fortunato ma il suo contegno mi fa tanta ira che sarei capace di rinunziare a lui.
Io amo di scherzare ma sono una ragazza onesta.
ANNA Vorrei sapere con quali cose ami di scherzare.
Ve ne sono di quelle con le quali una ragazza che si dice onesta non deve scherzare.
RITA Io credo che quando si è molto serii si può scherzare di tutto.
ANNA (vivamente).
Ma non si deve, non si deve.
RITA So, so che la gente piú anziana ama che non si rida di niente.
Anche mia madre dice come Lei.
Io avevo cominciato a ridere con Fortunato.
Poi egli si fece serio ed io ne fui beata.
Per un momento fui d'accordo con mia madre.
Ma ora egli si fece troppo serio.
E con me, specialmente.
Non ha il coraggio di prendersela col signor Guido, il nipote dei padrone.
Causa quella casetta in giardino che Loro metteranno a sua disposizione con me dentro.
Perciò si fa subito violento con me.
ANNA Ma tu che cosa fai con Guido?
RITA Io rido, io ciarlo, io scherzo.
Niente di serio, proprio niente di serio, sia certa.
Io amo Fortunato, ma, passando, mi sarà permesso di star a sentire la parola gentile del garzone dello speziale qui accanto, e anche le parole serie, che mi fanno tanto ridere, del signor Guido.
ANNA Ah! Egli parla seriamente?
RITA No! Scientificamente! Con lui si impara.
Ieri mi disse ch'è strano che la faccia umana sia tanto bella e le due parti, quella di destra e di sinistra tanto simili, mentre di sotto pare che le due parti, il cervello e le altre cose che ci sono di sotto, che so io?, non si somigliano affatto.
ANNA Il birichino parlava della tua testa?
RITA No, no.
Cioè anche della mia perché è umana anch'essa.
Risi molto, e Fortunato se ne accorse perché arrivò improvvisamente in cucina.
Ciò fu tutto.
Sia certa che non c'è altro.
ANNA Ma che cosa viene a fare in cucina Guido?
RITA Aveva bisogno di un fiammifero per la sua sigaretta.
ANNA E allora è semplice.
Tieni in questa stanza sempre pronta una scatola di fiammiferi e sarà finita.
RITA E non sarebbe meglio di dire una parola a Fortunato che non alzi la voce in cucina, e in genere in questa casa? Allora appena si avrebbe la pace tutta la settimana fuori che alla domenica quando esco con lui.
ANNA (attirandola a sé e guardandola negli occhi).
Ma di' bambina dalle gonne e dai capelli corti.
Tu non t'accorgi che metti in pericolo il tuo matrimonio con Fortunato? Non t'accorgi che non lo ami?
RITA Non dica questo signora.
Io lo amo molto.
Quando è al volante lo ammiro.
È il padrone della via.
Talvolta perciò è un padrone anche lui come lei, come il signor Giovanni e anche come il signor Guido.
Poi è un uomo serio e perciò starò bene con lui da vecchia.
Mamma dice sempre che bisogna pensare al futuro.
Si può pensarci anche ridendo nevvero, signora?
ANNA Si può ridere di molte cose.
Ma non occorre mica che tu ti associ a Guido per ridere.
La vita è difficile per te e anche per noi.
Se tu perdi Fortunato non so come faremo.
Noi abbiamo già messo in ordine la casa in giardino per te.
Io e mio marito ti teniamo cara perché hai la faccina tanto lieta e giovine.
Ma è anche vero che c'importava di tenere lo chauffeur a nostra disposizione vicino in casa.
RITA Non abbia paura, signora.
Io, davvero, credo che Fortunato non possa piú fare a meno di me.
Da questo lato può essere tranquilla.
ANNA Tuttavia il tuo modo di parlare non mi rassicura tanto.
Davvero se ti avessi sentita parlare prima non sarei stata io a dare a mio marito l'idea di quella casa in giardino.
Una casa ha le fondamenta solide che non si fanno se non per famiglie solide.
Nella mia giovinezza non si parlava certo cosí.
RITA Lo so.
Temo che quando sarò vecchia lo dirò anch'io.
ANNA Sei un'impertinente.
(Squillo di campanello.)
RITA Mi scusi signora.
Non volevo dire nulla di male.
Io capisco che quando si è vecchi si amerebbe che tutti vivessero da vecchi.
ANNA Guarda quanta scienza in quella testina.
Certo il silenzio, la quiete ci piace.
Non la gioia sguaiata, né...
i dolori troppo prolungati.
Eppure alla giovinezza noi pensiamo.
Ecco che nella tua casuccia abbiamo fatto una camera di piú per i bambini che potranno giungere.
RITA Oh, bambini non ce ne saranno, almeno tanto presto.
Ecco un punto sul quale Fortunato ed io siamo ben d'accordo.
Nella stanzuccia destinata ai bambini metteremo un grammofono.
Quello almeno grida solo quand'è caricato.
ANNA (indignata).
Si può sentir di peggio? Di questo dunque parlate voi due? Mettersi d'accordo per non aver dei bambini? È lo stesso che mettersi d'accordo per averne.
Una sconcezza.
In casa mia!
RITA (sconcertata).
Di questo veramente si parlò, là, fuori della villa.
(Tre lunghi squilli di campanello.)
ANNA Mi pare che alla porta abbia suonato ripetutamente.
Non c'è Fortunato?
RITA (corre alla finestra).
Fortunato! Ohè! Destati.
Non senti che suona?
SCENA TERZA
FORTUNATO dal giardino, poi ENRICO BIGGIONI e DETTI
FORTUNATO (urla dal giardino).
E se sentivi non avevi le gambe per andar tu ad aprire?
RITA (indignata).
Non ho alcuna intenzione di addossarmi il tuo lavoro.
FORTUNATO E chi ti dice che sia proprio mio quel lavoro? (Squilli del campanello.)
ANNA (corre alla finestra).
E allora dovrò andar io ad aprire la porta?
RITA (ch'è rimasta alla finestra).
Piú presto, Fortunato, piú presto.
Quando l'avrai fatto studieremo di chi sia il lavoro.
ANNA Vuoi tacere? Non ti vergogni? (Vuol essere arrabbiata ma ride fino a cedere.) Buona! Buonissima questa.
Voglio raccontarla a Giovanni.
RITA Dacché è tanto geloso non vuol piú lavorare per me.
Ma vuole sposarmi tuttavia.
Come farà se non vuole lavorare? Forse alla gelosia s'abituerà.
Il signor Giovanni dice che ci si abitua a tutto, anche alla vecchiaia.
(Poi.) È il signor Biggioni, l'amico del povero signor Valentino.
ANNA Vorrà veder Emma.
Essa sta preparandosi per uscire.
Vuoi avvisarla? (Rita esce a sinistra.)
SCENA QUARTA
ENRICO BIGGIONI e ANNA
ENRICO Buon giorno, signora.
Son passato per di qua, per caso.
E visto che ho da consegnare qualche cosa alla signora Emma, mi son permesso di salire per un momento.
Ho solo un quarto d'ora di tempo e neppure tanto perché non ho la mia macchina e dovrò rientrare in città a piedi.
ANNA S'accomodi.
Ho già fatto avvisare Emma.
Verrà subito.
ENRICO (lieto).
Bella giornata quest'oggi.
Io spero che la signora Emma uscirà, si prenderà qualche svago.
ANNA Svago? Uscirà, sí, per andare dalla sarta e rientrare subito.
ENRICO Eppure farebbe bene di moversi.
Perché non si accompagna al nonno e ad Umbertino nelle loro passeggiate di ogni giorno? Li vidi poco fa.
Camminavano ambedue occupatissimi a correre.
Li seguii per un tratto e udii Umbertino che diceva al nonno: A te, nonno, fa bene di camminare ed oggi camminerai sul serio.
Veramente correvano.
Io salutai il bimbo che mi rispose con un cenno ma senza dir verbo.
In quanto al nonno mi guardò diffidente e si fece in parte per evitarmi.
Credo non m'abbia riconosciuto.
Eppure mi vede ogni giorno.
ANNA Giovanni è un po' distratto.
Lo era sempre, causa i molti affari.
Adesso che non ne ha affatto gli è rimasta solo la distrazione.
SCENA QUINTA
RITA e DETTI
RITA La signora saluta il signor Biggioni e si scusa di non poter riceverlo.
Ha da scrivere una lettera eppoi dovrà subito uscire.
(Esce dalla porta di fondo.)
ENRICO Anche ieri ha scritto una lettera.
Ne scrive una al giorno.
Io volevo salutarla e darle anche le lettere di suo marito ch'essa m'aveva domandato.
Gliele regalavo volentieri.
Se non le vuole, tanto peggio.
Guardi son tutte qui quelle che ricevetti dal povero Valentino nel corso della sua vita.
ANNA (stendendo la mano).
Se vuole gliele darò io.
ENRICO (è in procinto di consegnare le lettere eppoi si pente).
Meglio gliele consegni io stesso.
Ho da spiegarle qualche cosa.
Questa è la sola lettera che mi scrisse dacché s'era sposato.
Sí! meglio gliele consegni io.
(Siede.) Fa molto caldo.
ANNA S'accomodi.
ENRICO (con risoluzione improvvisa).
Signora! Le ha mai detto la signora Emma ch'io vorrei sposarla?
ANNA (stupita).
Mai! Quella Emma! Mi parla continuamente di tante cose sgradevoli e di questo non mi disse mai verbo.
E che cosa disse Emma di tale Sua proposta? (Curiosa e felice.)
ENRICO Non la sentí.
Ossia dacché la sentí da altri fa in modo di non sentirmi di non vedermi.
Per lei io non esisto piú.
(Con tristezza.) Io so ch'essa sa della mia proposta solo per questo suo contegno.
Non ebbi altre sue spiegazioni.
ANNA Peccato! Vuole che gliene parli io? Vuole cioè che mi prepari a parlargliene di qui a qualche tempo quando il suo dolore si sarà un po' attenuato?
ENRICO (grato).
Grazie, signora.
(Poi, disperato.) Solo non capisco proprio questo, come io possa aspettare senza far nulla.
Questo è il difficile.
Se mi si proponesse di correre dietro al povero Valentino per tentare di raggiungerlo mi rassegnerei piú facilmente.
Ma non fare nulla! Sperare e disperare! Riconosco di aver cominciato un po' troppo presto.
Quando morí il povero Valentino eravamo tutti disperati...
io poi...
un mio amico della prima giovinezza, quasi un fratello.
E per consolare Umbertino che vedendo piangere tutti piangeva disperatamente anche lui, lo presi in braccio e gli dissi: Calmati, perché se hai perduto un padre ne hai qui pronto un altro.
ANNA Cosí subito, subito, quando il povero Valentino giaceva ancora sul suo letto mortuario?
ENRICO (correggendo).
No! No! Si era ritornati dal funerale.
Tutto era già finito.
ANNA Tuttavia mi pare un po' presto.
ENRICO Magari avessi aspettato fino ad ora ed ora non mi toccasse di aspettare piú oltre.
Quattro mesi! Sembrano tanto brevi ora.
Io però non avevo incaricato Umbertino di parlare e speravo anche non m'avrebbe inteso.
Invece è tanto vivo quel fanciullo lí! Bisognerà pensare sul serio di regolarlo ed educarlo.
Ogni volta che mi vede mi dice: Mamma non ne vuol sapere di te.
ANNA Le da del tu?
ENRICO Di questo non ha colpa lui perché l'ho voluto io.
Anzi è l'unica intimità che ottenni in quella famiglia.
Ed anche di questa il fanciullo approfitta per mandarmi meglio a quel paese.
ANNA (pensierosa).
Che peccato ch'Ella non si sia confidato prima in me.
Avrei saputo dirigerla tanto meglio!
ENRICO Oh, l'avessi saputo! (Baciandole la mano.) Tanto volentieri mi sarei confidato in Lei, mamma.
ANNA (sorridendo).
Adagio, adagio! (Poi.) Che il mio intervento non arrivi troppo tardo? Io conosco Emma.
Buona, buona, ma ostinata come una porta di ferro arrugginita.
Non si passa se non si sa.
ENRICO Ma Lei sa, signora.
Per tutti c'è rimedio meno per il povero Valentino che giace irrigidito laggiú a Sant'Anna.
Io dissi ad Umbertino solo che m'offrivo di diventare suo padre...
è però vero che la signora Emma può aver inteso per quale via io volessi arrivare a tale paternità.
Si potrebbe anche asserire che Umbertino, povero innocente, m'abbia frainteso e che soltanto ora, dopo quattro mesi interi io sia arrivato all'idea di sposare la signora Emma.
Che gliene pare?
ANNA Dato il suo stato neppure questo ad Emma sembrerebbe il momento di gradire la Sua corte.
ENRICO Ma almeno la mia precipitazione le sembrerà meno grande.
E a Lei posso dirlo che veramente non mi si può assolutamente rimproverare una precipitazione.
Son passati dieci anni dacché il povero Valentino mi presentò la sua fidanzata.
Io, vedendola, non pensai nulla di male, glielo giuro.
Pensai: Guarda, guarda, un altro che osa di sposarsi.
Un grande coraggio: io avevo allora 28 anni e non ci avevo mai pensato ad avere un coraggio simile.
Lavoravo intensamente, ogni giorno e vivevo nella gioia di veder progredire ogni giorno il mio commercio.
Certo ci sono state delle donne nella mia vita ma sempre per istanti.
Alla larga, era il mio motto per esse.
Quelle donne di cui l'occupazione principale è di fare delle spese.
Valentino invece aveva osato.
Io studiai il suo amore, lo studiai troppo.
M'accorsi che anche la signora Emma aveva il bisogno di fare delle spese e...
non m'importò.
ANNA Ma lei dice delle cose impossibili.
Lei dunque si sarebbe innamorato di Emma subito quando divenne la moglie di Valentino?
ENRICO Se Lei ha da aiutarmi, deve pur sapere tutto.
Non subito, non subito, ma prima che si sposasse.
Dapprima io credetti mio dovere d'impedire a Valentino il matrimonio.
Non vedi com'è vana e leggera quella donna? Ti rovinerà.
E quando m'accorsi ch'egli stava per sposare la donna che io avevo prescelto che insomma era la vera moglie mia, ebbi facile il compito di continuar a parlare come avevo parlato sino ad allora.
Non sarebbe stato meglio di non aver da aspettare la morte di Valentino? Non vedi gli dicevo com'essa s'adorna, dalla testa ricciuta ai piedi, cioè ai piedini? Una vanerella che ti rovinerà.
Poi venne il matrimonio con me testimonio.
Ed è vero che quando essi si misero a fare quel figliuolo io ero già innamorato.
E son dieci anni!
ANNA Ma io ora intendo l'atteggiamento di Emma.
ENRICO Io, affatto.
Perché io sono sicuro ch'essa mai seppe nulla dei miei sentimenti.
Tenni al fonte battesimale Umbertino e non lo lasciai cadere per terra.
Essa non era civetta, ed io poi volevo sposarla, non mica sedurla.
Perciò in quella casa fui sempre l'amico di Valentino e null'altro.
Avrebbe dovuto però finire questa mia tortura quando Valentino elesse di morire.
ANNA Elesse? Poverino!
ENRICO Sí, poverino! Io sono dispostissimo di piangere con Lei quel mio povero grande amico.
Ma è morto, ora.
Non c'è rimedio che valga per lui.
(Poi.) Io gli volli bene, molto bene.
Naturalmente che quando in seguito alla malattia fece quella faccia rincagnata, gli occhi cisposi, la mandibola cascante come quella di un ebete, pensai subito: Come saprà sopportarlo la signora Emma? Lo sopportò.
Ciò aumentò la mia ammirazione per lei e anche la mia rabbia e non impedí ch'egli mi facesse schifo.
ANNA Attento di non parlare cosí con Emma.
ENRICO Non occorre dirmelo.
Un giorno per consolarla le dissi che per lui era meglio d'essere morto ed essere liberata cosí da quelle bave che gli piovevano dalla bocca.
Risultò ch'essa non le aveva mai viste.
Non c'erano state.
Io volevo chiamare dei testimoni, ma essa si mise a piangere cosí che io giunsi fino ad ammettere di aver visto male.
Essa ora pensa ch'io non sia un vero amico del povero Valentino.
Ed è vero.
Un amico morto non è piú un amico.
Se ben ricordo ci fu una sola eccezione a tale regola.
Si ricorda Lei di quei due amici abbandonati per settimane su una zattera in balia delle onde sull'Atlantico? Per fortuna uno di essi morí e l'altro se lo mangiò salvando la propria pelle.
Quella è un'amicizia che può durare oltre la tomba se di tomba si può parlare.
ANNA (rabbrividendo).
Non mi dica di coteste cose.
Io che non posso sentir dire che si possono mangiare gli uccelletti.
ENRICO (stupito).
Perché non si possono?
ANNA Lasciamo stare.
Ella non m'intenderebbe.
Restiamo all'argomento nostro.
Dalla morte di Valentino sono trascorsi solo quattro mesi e presso tutte le persone civili il lutto deve durare almeno un anno.
ENRICO Si può sposarsi anche in lutto.
Per la cerimonia che mi renderebbe congiunto del povero Valentino lo indosserei anch'io.
ANNA Vuole lasciarsi guidare da me? Può fidarsi perché è proprio vero che noi andiamo d'accordo in tutti i nostri desiderii.
Non nel modo di esprimerci, questo poi no.
Io ho amato quel mio povero figliuolo, Valentino, e voglio onorarne sempre la memoria.
È certo però che non sono d'accordo neppure con la mia figliuola e che vorrei ch'essa sapesse adattarsi a quello ch'è irreparabile.
Con quel suo grande dolore essa certo danneggia il ricordo del povero morto.
Ecco che io che tanto l'amavo sono seccata di sentirmelo ricordare continuamente.
ENRICO È quello che dico anch'io.
Non dico altro.
I morti che putono non appartengono nelle case fatte per i vivi.
ANNA Ma non occorre neppur parlare cosí.
Non si dice mai dei nostri poveri morti che puzzino.
ENRICO Non è mica colpa loro.
È un destino e toccherà domani a me come toccò ieri a loro.
ANNA (spazientita).
Ma Lei che cosa vuole? Ama di dire certe cose o ottenere certe altre? Dio mio! Arriva ad inquietare me e si meraviglia di aver destato il ribrezzo di Emma? Vuole ascoltarmi? Vuole seguire il mio consiglio?
ENRICO Ma io non domando di meglio.
ANNA Intanto abolisca le parole.
Non ce n'è di bisogno...
per ora.
Non nomini mai Valentino.
Faccia come se non fosse esistito mai.
ENRICO Questo posso fare molto facilmente.
Non esiste piú questo è certo.
ANNA Non lo nomini.
A Lei basta di nominarlo per rivelare come lo odii.
ENRICO Questo poi non è vero.
Lei mi ha frainteso, del tutto frainteso.
Io fui il suo fedele amico.
ANNA (con ribrezzo).
Non dica neppure cosí e neppure quand'è solo con me perché io non so starla a sentire.
(Enrico è stupito ed essa continua.) Lasci parlare me.
Se Lei crede di ottenere il consenso di Emma prima che trascorra l'anno di lutto, sbaglia.
Se lo cavi dalla testa.
ENRICO (abbattuto).
E questi hanno da essere i consigli di chi si dice mia amica, mia alleata.
Che bisogno ho io dei Suoi consigli se questi non hanno da giovarmi ad altro che a indurmi a rassegnarmi al malanno che mi tocca?
ANNA (stupita).
Dico che bisogna aspettare solo altri otto mesi.
ENRICO Sarebbero pochi se non fossi esausto dall'averne aspettati già 128.
Perché ho da aspettarne ora altri otto?
ANNA E di chi è la colpa?
ENRICO Io dico...
(Con voce forte).
ANNA (veemente).
Taccia, taccia.
Se Lei arriva a dirmi che la colpa è di Valentino che avrebbe dovuto morire prima, allora si rivolga ad altri per aiuto perché io non voglio piú parlare con Lei.
ENRICO Io non volevo dire questo.
Sarebbe stata una constatazione del fatto senz'alcun malanimo da parte mia.
Evidentemente il povero Valentino non ha alcuna colpa né di essere morto né di non essere morto prima.
ANNA Ma non lo dica, non lo dica cosí.
ENRICO Ma io non volevo dir nulla.
Io volevo solo dirle ch'io m'innamorai a 28 anni, che ora ne ho 38 e varii mesi e che se aspetto il tempo che Lei dice io ne avrò 40.
Ricordi anche che fra' giovini si asserisce che occorre un solo anno quando si giunse ai 40 per arrivare ai 60.
Non arriverà troppo tardi il compimento del mio desiderio? E se il mio amore nel frattempo morisse, che me ne farei io quaggiú?
ANNA Rassegnarsi...
Morí anche il povero Valentino...
ENRICO Vede che ne parla anche Lei per riderne?
ANNA (protesta altamente).
No! No! Lo giuro.
Io ridere dei mio povero defunto figliuolo? Oh, ma Lei è una persona con la quale non si deve parlare.
Cerca di ferire.
Lei non vuole altro.
Lei vuol fare del male.
Io non merito questo.
Nello stesso momento in cui tentavo di darle un aiuto...
ENRICO (un po' spaventato).
Sia sicura signora che io mai Le attribuii l'intenzione di ridere del povero Valentino.
Feci male ma io credetti Ella volesse ridere della morte in genere.
Sarebbe questa una cosa ch'io so Ella neppure farebbe.
Insomma sbagliai...
Mi perdoni.
ANNA Io non risi della morte.
Ridere io della cosa piú orrenda che ci sia e che perciò è sacra? Dissi soltanto che se il Suo amore morirà sarà una morte di piú.
Una disgrazia che tocca ad esseri piú reali di quello ch'è il Suo amore, una disgrazia che piomba sulla terra ogni giorno, tante tante volte ogni giorno.
ENRICO Ho avuto torto.
Mi perdoni.
Io - anche qui forse ho torto - rido talvolta della morte perché mi pare che a questo mondo ci sieno delle disgrazie piú forti.
Lei che ha tanta compassione per i morti, ne abbia anche per me che so invidiare ai morti la loro quiete.
Mi perdoni!
ANNA Ebbene, Le perdono.
Ma ora m'ascolti: Che Lei voglia o no, non c'è altra via per Lei ora che di un grande riserbo.
Tenti di far dimenticare le parole dette in un istante di leggerezza.
ENRICO (amaramente).
Di leggerezza? Quello era l'istante che poteva essere il piú importante della mia vita.
Pensi che se in quell'istante il figlio del povero Valentino mi avesse accettato quale padre e la moglie sua quale marito, quello sarebbe stato l'istante in cui tutti avrebbero offerto il massimo omaggio alla memoria del povero, compianto defunto.
ANNA (seccata).
Ma lo lasci in pace e lasci che io finisca.
Il riserbo non ha da equivalere ad una rinunzia.
Venga di tempo in tempo in questa casa senza mai dire quale scopo ve la conduca.
Venga a trovare i congiunti del Suo povero amico ma senza mai nominarlo visto che Lei non sa nominarlo come dovrebbe.
E cerchi di diventare amico di tutti.
Faccia qualche sforzo.
Emma - per quanto non sembri - è attaccatissima a me e a mio marito.
Quando saremo morti è certo che ci piangerà - poverina - come ora piange il marito.
La mia amicizia Gliela dono per quanto Ella non la meriti.
In quanto a mio marito è facile conquistarne l'amicizia.
ENRICO Facile? È invece impossibile.
Se dacché vengo qui non faccio altro che fargli la corte.
Di me non si accorse.
Non sa neppure dire il mio nome.
Passo il mio tempo a suggerirglielo.
ANNA Questa è un'avventura come gli tocca talvolta coi nomi con le cifre e anche coi luoghi.
Sbagliò la prima volta chiamandola Baglioni.
Fu corretto e da allora quando ha da dire Biggioni esita.
Ma quale importanza può avere ciò?
ENRICO A me sembra ne abbia.
Perché quando il vecchio signore esita finisce coll'avercela con me.
Si fa furibondo.
E ieri, per designarmi disse: Quel coso lí.
Ciò non è molto gentile.
ANNA E che importanza può aver questo? Ella non ha mica da sposare mio marito.
ENRICO Ma Lei dice che per sposarmi ho bisogno del suo appoggio ed io Le racconto che tale appoggio non avrò giammai.
È come col piccolo Umbertino che non accetta neppure i giocattoli che gli porto.
Insomma la famiglia Sua per me si compendia in Emma che non mi vuole nel suo capo che non mi vede e in Umbertino che non solo mi vede ma m'indovina.
Sto fresco io.
E non ho da invidiare Valentino che di tutte sí meste cose si liberò?
ANNA Ma mio marito non è mica imbecillito.
ENRICO (stupito).
Eh, no! (Poi.) Non è affatto imbecillito.
Può immaginare ch'io dica una cosa simile? Solo mi è difficile di conquistarmi la sua amicizia.
Se già tentai.
Lui lavorò fino a dieci anni or sono in tessuti ed io per conoscere l'articolo di cui dovevo parlare per destare la sua attenzione, feci un affare in tessuti, per vedere l'articolo, per saperne dire.
Perdetti una quantità di denari.
ANNA (dottrinale).
È un articolo molto difficile.
Bisogna conoscerlo.
ENRICO Ora lo conosco anch'io abbastanza per evitarlo.
Tutto contento corro da lui.
Avrebbe anche lui potuto dirmi quello che disse lei, darmi della bestia e vantarsi della sua abilità, lui che coi tessuti fece tanti denari.
Si sarebbe divenuti amici.
Poter dare dell'imbecille a qualcuno lo rende molto caro.
Ma niente affatto.
M'indusse a suggerirgli il mio nome che cercò di mandare a memoria.
Poi mi raccontò ch'egli non aveva addosso un solo pezzo di vestiario che non fosse di lana e che cosí si sentiva bene.
Abbandonai il mio affare per unirmi a lui e gli dissi che lo ringraziavo del suo consiglio e che lo avrei imitato.
Parve seccato! Parve proprio rimpiangesse di avermi dato un consiglio che avrebbe potuto allungare la mia vita.
ANNA Ma mio marito è buono, intimamente buono e Lei non lo ha inteso.
Certo! Settantaquattro anni sono molti.
Non può mica essere vivace come Umbertino.
ENRICO Se lo fosse io non ci guadagnerei molto.
ANNA Ma Lei parla della nostra famiglia come se fosse composta di mostricciattoli.
Abbandoni il Suo progetto e non tenti di unirsi a noi.
ENRICO Sto dunque per perdere l'unica amica che potevo conquistarmi?
ANNA No, se Lei sta un po' piú attento alla Sua lingua che taglia e abbrucia.
Io ho il piú vivo desiderio di aiutarla, di guidarla.
Non desidero altro.
Ma non posso star a sentire certe cose.
Me lo creda! A 74 anni neppure Lei sarà piú accorto di mio marito.
Già adesso non vede esattamente le cose.
ENRICO Volevo solo dirle che quegli otto mesi...
ANNA Ho capito, ho capito, son troppo lunghi.
ENRICO No, no, son troppo corti per arrivar a conquistare l'amicizia del vecchio signore.
Son molto, molto lunghi, ma non bastano.
ANNA E allora lasci stare.
ENRICO Se dipendesse da me.
Doveva darmi questo consiglio dieci anni or sono.
Adesso m'arriva come a quel disgraziato che si gettò dal quarto piano e nel suo volo, giunto al secondo, si sente gridare: Fermati, non vedi che fra poco ti sfracellerai? O di uno che ha già comperato dei tessuti, o di un altro come il povero Valentino che ha già pigliata la malattia...
ANNA Vedrà che anche gli otto mesi passeranno presto e che tuttavia basteranno.
Se mio marito vuole bene a tutti.
Anche a quel suo nipote ch'è molto interessante ma che gli costa tanti denari.
A proposito.
Io direi che Lei cerchi l'amicizia di tutti, anche di Guido.
ENRICO Quello lí è almeno facile.
Già mi dimostra della simpatia.
Fingo ad ogni tratto di sentirmi male e gli domando dei consigli.
ANNA Ma non bisogna fidarsi.
È appena studente in medicina.
ENRICO Non abbia paura.
Arrivò a prescrivere qualche cosa al povero Valentino?
ANNA No, no.
Ha pochi mesi d'Università.
È già qualche cosa per Lei di avere la mia amicizia e quella di Guido.
Guido poi potrà servirla magnificamente.
È furbo, ricco di risorse.
E soprattutto abbia pazienza.
Non tema di divenire troppo vecchio per il matrimonio.
Guardi me e mio marito.
Questi ultimi nostri anni sarebbero stati i piú felici della nostra vita se non ci fosse stata la disgrazia di questa nostra bambina cioè del suo marito.
Lui attende alle sue cure ed io l'aiuto in tutte quelle pratiche.
Perciò mi è molto attaccato.
È vero che amerebbe io non m'occupassi tanto delle mie bestie.
È una piccola nube ma senza importanza perché egli finisce col lasciarmi fare quello che voglio.
E si va avanti quieti uno accanto all'altro come fummo posti 40 anni or sono allo stesso posto.
ENRICO Ma passarono per tutt'altre avventure...
furono messi insieme per tutt'altro scopo.
Io dovrò invece di qui a otto mesi mettermi accanto a mia moglie, subito per farmi curare da lei se lo vorrà, e assisterla nelle sue cure per le bestie.
ANNA Eh, via.
Sono pochi anni soltanto ch'io mi dedico tanto alle bestie.
Dacché mia figlia si sposò.
ENRICO Voi vecchi siete piú solidi di noi giovini.
Sembra tutt'un'altra razza.
Io m'aspetto la vecchiaia a ogni settimana che passa.
Ho 40 anni...
ANNA Dieci minuti fa erano 38.
ENRICO E siano 38.
Ma mi viene imposto, per sposarmi, non di fare la corte a mia moglie, ma intanto a tutte le persone che la circondano, padre, madre, figlio, cugino...
ANNA La madre è già conquistata.
ENRICO Grazie! E spero per sempre.
Noi due abbiamo tanti punti di contatto.
Anche le bestie.
Io le amo tutte, meno i gatti che non posso soffrire.
ANNA Povera bestia! La creatura piú calunniata di questo mondo.
Cercherò di convertirla anche su questo punto.
ENRICO Gliene sarò tanto riconoscente.
(Dopo una pausa.) E quando ritorna il signor Giovanni perché io possa cominciare a fargli la corte?
ANNA (ridendo).
Sarà qui fra poco.
Ma non si mova come se andasse all'assalto.
Può spaventarlo.
Con Giovanni bisogna usare un po' di riguardo.
Lui è alquanto lento.
ENRICO Lo so, lo so.
Ma però se con lui non procedo con un po' di vigore non si accorgerà neppure di me.
Io penso intanto di attaccare su quella parete un affisso col mio nome in lettere cubitali.
Quando esita faccio un solo gesto e continuo il discorso.
ANNA Cessi di deridere mio marito.
Non è lui che non intende Lei; è Lei che non intende lui.
Lui è piú fine di Lei.
Lei crede di poterlo deridere senza che lui se ne accorga.
Invece a quest'ora egli ha inteso la Sua antipatia e la ricambia di cuore.
Oh! mio marito è stato sempre considerato e anche temuto quale una persona accorta.
Se Lei si fosse tratto l'insegnamento che avrebbe dovuto da quel magnifico risultato ch'Ella ottenne con quel Suo affare nei tessuti adesso starebbe meglio con mio marito.
Ricordando quello ch'egli fu in quel commercio avrebbe dovuto ammirarlo.
Questo egli avrebbe sentito e le vostre relazioni sarebbero state diverse.
ENRICO Io non credo di avergli mai mancato di rispetto.
Non può aver indovinato niente.
ANNA Ella non lo conosce.
Parla poco, si esprime con qualche impaccio ma intende e anche indovina tutto.
Oh, se indovina tutto.
ENRICO Avrebbe allora anche indovinato il mio desiderio di volergli bene e di conquistarmi la sua benevolenza.
ANNA Questo era quello ch'Ella voleva fargli credere, ma egli vede le cose fino in fondo.
Lo so io come le indovina.
SCENA SESTA
Il dottor RAULLI, vecchio, vivo, sicuro, troppo sicuro; GUIDO CALACCI e DETTI
GUIDO Buon giorno, zia.
A che ora ritorna a casa lo zio?
ANNA (levandosi con grande rispetto).
Il dottor Raulli! Che peccato ch'Ella si disturbò inutilmente.
Giovanni non è in casa.
RAULLI E non m'è possibile di aspettarlo perché devo correre via subito.
Ma insomma posso parlare anche con Lei.
(Seccato guarda Enrico.)
ANNA (presentando).
Il signor Enrico Biggioni, un amico di famiglia.
(Guido gli stringe la mano.)
RAULLI (stringe la mano ad Enrico).
Piacere! E allora posso parlare anche dinanzi al signore.
Già non ha infine da essere un segreto.
Io sono venuto solo per avvisare il signor Chierici ch'io assolutamente m'oppongo che gli venga praticata la operazione del ringiovanimento.
A me basta questo.
State un po' lontani voialtri e a me è difficile di ritornare qui.
Mi basta che il signor Chierici sia avvisato di questo.
(Scandendo le sillabe.) Io sono assolutamente contrario a quell'operazione.
Quel Giannottini è capitato qui ad agitare tutti i vecchi di Trieste.
E invece che dar loro la giovinezza procura a se stesso una giovinezza...
agiata.
ANNA Io ne ho sentito parlare, ma non sapevo che si trattasse proprio di Giovanni.
(A Guido.) Davvero si trattava di far operare Giovanni?
GUIDO Sí, zia.
Se ne parlò anche in Sua presenza.
RAULLI Questo giovinotto è un bravo ragazzo.
Della medicina ha intanto l'intraprendenza.
È già qualche cosa, è molto, ma non basta.
Quando saprà, quando conoscerà il corpo umano e i suoi segreti, l'intraprendenza non gli starà male.
Ma intanto è un pericolo.
È come...
è come se un treno corresse sulla via senz'avere le rotaie.
GUIDO Ma io, signor primario, non applico mica le idee mie.
Adottai le idee del signor Giannottini, un dottore abbastanza vecchio.
RAULLI Ha 35 anni.
Che aspetti di giudicare dell'operazione quando ne avrà bisogno lui stesso.
Che cosa è un medico a 35 anni? Può curare le malattie che furono studiate e curate prima del suo avvento.
Ma che per l'amor del cielo non venga ad innovare e ad inventare.
Occorrono i capelli bianchi solo per saper giudicare dell'idea di un altro.
A quell'età si vive e si scrive solo sotto dettatura.
In quanto a Lei aspetti di aver laurea eppoi parli.
Verrà anche per Lei il momento di disporre liberamente dei corpi di chi vorrà affidarglieli.
Sarà - nel primo tempo - un disastro per questa povera città.
GUIDO Via.
signor primario, la città passerà la stessa avventura che le toccò quando Ella aperse la Sua ambulanza.
È abituata a tali disastri.
RAULLI Mi lasci parlare.
Io non ci pensai allora di consigliare delle riforme.
Lasciai le cose come le trovai.
E Lei capirà quando...
sí quando avrà visti un maggior numero di uomini nudi come quel dottor Giannottini sia uno sventato...
sí...
un delinquente.
Fa una cosa cosí...
taglia...
sperando, aspettando, credendo.
Dove sono i casi registrati? Mi facciano vedere i ringiovaniti.
GUIDO Ce ne sono, signor primario, ce ne sono.
In altre città.
I risultati sono documentati.
RAULLI Mi pare sopratutto per prove fatte sui topi.
Io non seguii tante fantasticherie.
Io mi fermai ad un documento molto pubblico, evidentemente accertato.
Un presidente ottantenne dell'Accademia Francese delle Scienze si proclamò convinto dell'efficacia delle pratiche ringiovanitrici.
Ebbene! L'Accademia nella prima sua tornata dichiarò che da allora non poteva essere suo presidente chi avesse sorpassato i 60 anni.
È il solo processo di ringiovanimento in cui credo.
Capisce, giovinotto?
GUIDO Se m'è già permesso di capire.
RAULLI Mi lasci parlare.
E se l'operazione avesse un'efficacia? Se cioè avesse l'efficacia di accelerare la vita e di abbreviarla? Il signor Chierici ha certo il desiderio di continuare la vita sua come l'ha ora, cioè digerendo, vedendo, ascoltando, parlando, vivendo insomma, un po' meno intensamente degli altri ma non avendo in complesso alcun altro disturbo che di guardarsi e seguire qualche cura.
Perché volete ammazzarlo?
ANNA Dio mio! Ma Giovanni non ha mai pensato seriamente a tale operazione.
RAULLI Ci ha pensato, ci ha pensato, signora.
O meglio ci ha pensato questo Suo nipote, il futuro Esculapio.
Guardarsi da chi di medicina sa solo un poco.
È piú dotto chi non ne sa niente.
GUIDO Ma signor primario.
Se non avessero potuto parlare tutti quei medici che ci precedettero e che certamente non sapevano nulla delle grandi scoperte dei nostri tempi, quanto silenzio ci sarebbe stato nei secoli passati.
Una bella noia!
RAULLI Non è la stessa cosa.
Ella, giovinotto, non sa quello che si dica.
Esculapio sapeva tutta la medicina del suo tempo.
Sapeva tutto quello che a quell'epoca si poteva sapere.
(Scandendo le sillabe.) Sapeva, dico.
Neppure lui non si sarebbe messo ad agire su un corpo umano per fare degli esperimenti.
GUIDO Ma gli esperimenti di ringiovanimento si sono fatti.
E a quest'ora si sono fatti anche sul corpo umano.
Se si dovesse procedere come dice Lei, signor primario, non si potrebbe mai arrivare ad una conclusione.
RAULLI Lasci che le cose si maturino, lasci che vediamo e che sentiamo.
Non ammazziamo la gente che quando non si può fare altrimenti.
GUIDO Non si può mai fare altrimenti.
Perché è evidente che le cose stanno cosí: Io che ho appena iniziati i miei studii mi trovo nell'ignoranza.
Ma Lei, professore, Lei che sa tutto quello che ora si sa, certamente si trova nell'errore.
Basta aprire un libro di storia per accertarsene.
E perciò se si aspettasse di ammazzare la gente quando tutto fosse noto non si ammazzerebbe piú.
Come andrebbe allora il mondo?
ANNA Come parli bene!
RAULLI (dopo un momento di esitazione).
Sí, benissimo.
(Poi sicuro.) Ma sbaglia.
Io sono sicurissimo che sbaglia.
Se avesse parlato cosí una trentina d'anni or sono quando la medicina stava nascendo, potrei essere d'accordo con lui.
Ma ora...
ora sbaglia.
È questo! Non conoscendo tutta la medicina, non l'ama abbastanza.
È un giovine che ha dello spirito, costui.
Sbaglia solo per ignoranza.
ANNA (ammirando).
Ma è un giovine di spirito!
RAULLI Peccato che in medicina per lo spirito non ci sia posto.
Lo impieghiamo solo per conservarci delle parti anatomiche.
Ah, ah, ah! (Ride.)
GUIDO (ride con sforzo).
Buonissima.
RAULLI E a me lo spirito non piace.
Per me vale la legge americana.
Proibizionismo.
(Ride di nuovo soddisfatto.)
GUIDO (ride).
Anche questa è buonissima.
RAULLI Io credo poi che l'operazione del ringiovanimento non possa essere altro che un atto di spirito.
Ah! Ah! Ah!
GUIDO (tenta di ridere, ma non gli riesce).
RAULLI Un atto di spirito soggetto a dazio altissimo.
(Ride lungamente.)
GUIDO (c.s.).
RAULLI Solo che qui quelli che avrebbero dovuto essere i doganieri si mettono a praticare il contrabbando.
(Ridendo.) Comprende quello che voglio dire?
GUIDO (c.s.).
Sí, sí.
RAULLI E c'è anche da dire che il dazio non è pagato da chi lo beve lo spirito.
Ah! Ah! Tutt'altro.
È come se uno avesse il gusto di bere lo spirito e all'altro toccasse il danno di ubbriacarsene.
GUIDO Non si crederebbe che Lei abbia odio per lo spirito.
RAULLI Lo abbomino e mi vergogno di averne.
Sia tanto buono! Dimentichi che ne ho fatto.
In compenso io dimenticherò che Ella in Sua vita patrocinò l'operazione del ringiovanimento e quando di qui a 10 anni La vedrò lavorare a me da canto giurerò: Il dottor Calacci giammai si lasciò prendere ad una ciarlataneria simile.
(Poi.) Allora, signora, m'affido in Lei.
Dica al signor Giovanni tutto quello che Le ho detto.
ANNA (spaventata).
Tutto?
RAULLI Insomma che non voglio si lasci toccare.
E se si opera, si cerchi un altro medico.
Io non voglio curare che dei corpi umani che conosco alterati dalle malattie che pure conosco.
Se furono alterati per capriccio, vadano a farsi curare a Norimberga dai fabbricanti di giocattoli.
Buon giorno, signora.
E del resto come va il signor Giovanni? Sta benissimo? Non ha finito ancora quel medicinale che gli prescrissi? Certo quella confusione che gli era rimasta per lo spavento provato per quel furto gli è passata?
ANNA Interamente.
Mangia e dorme benissimo.
RAULLI Vede? E parlano di operazioni? Che bisogno c'è di operazioni? Per capriccio? Se un medicinale non raggiunge l'effetto io ne propino un altro.
Ma se la vostra operazione non lo raggiunge? Che resta a fare? Un'altra operazione? Tagliargli il collo? E non sarebbe stato piú utile tagliarlo a voi? (Poi.) Me lo saluti tanto.
Tenterò di vederlo la prossima settimana.
Buon giorno, signora.
(Stringe la mano ad Anna, poi ad Enrico.) Tanto piacere di averla conosciuta.
(Cenno di saluto a Guido ed esce.)
GUIDO Che turbine di uomo! Capisco che non c'è da sperare nulla.
Quando lo zio conoscerà il parere del suo dottore non ci penserà neppure di lasciarsi operare.
ANNA E farà bene.
GUIDO Zia mia, non giudichi troppo precipitosamente.
In complesso il dottor Raulli dice che l'operazione non si deve fare perché non è stata provata.
Ma quando sarà provata? Lo zio ha 76 anni a quest'ora.
Saprà anche lui attendere finché la operazione sia provata?
ENRICO È evidente.
A 76 anni è difficile aspettare.
È già tanto difficile aspettare a 38! E dica: Io avevo già sentito parlare di cotesta operazione, ma non ci avevo pensato tanto.
Sentendosi un po' esausto, un po' vecchio, si può praticarla?
GUIDO Oh, sui giovini è di effetto assolutamente sicuro.
ENRICO (respirando profondamente).
Una prolungazione della gioventú! Anzi due gioventú! Una si può impiegarla per fare i denari e l'altra per spenderli.
ANNA Ha visto che il dottor Raulli non ci crede...
ENRICO Grazie al cielo io non sono in cura al dottor Raulli.
Se tale operazione fosse efficace, chi non vi si sottometterebbe? Il tempo non incomberebbe in tale modo sulla gente e tutto si potrebbe aspettare con maggiore comodità.
GUIDO Ma Ella non pensa mica all'operazione per Lei?
ENRICO Certamente non adesso.
Ma chissà se non m'occorrerà di qui a...
8 anni o piú?
GUIDO E neppure di qui ad 8 anni.
A meno ch'Ella non fosse colpito da senilità precoce ciò che non Le auguro.
ENRICO (spaventato).
Senilità precoce? Non si chiamava cosí la malattia del povero Valentino? Cosí che se Lei avesse conosciuta quell'operazione soli sei mesi prima, il povero Valentino sarebbe stato salvo?
GUIDO Sarebbe stato meglio l'avessi conosciuta parecchio tempo prima.
ANNA Ma hai sentito che il dottor Raulli non ci crede affatto?
GUIDO Si capisce! Altrimenti non sarebbe un medico vecchio.
Se c'è stato un vecchio capitano marittimo che quando fu inventato il vapore non ci credette e non volle ammainare le vele! Per lo zio purtroppo non c'è piú da parlarne.
Per lui una parola del dottor Raulli è decisiva.
ENRICO Non potrei provarmi io di convincerlo?
GUIDO Crede di avere una grande influenza su lui?
ENRICO Non ancora, non ancora, ma col tempo chissà?
ANNA Se fossi ben convinta di fare il suo bene potrei provarmici io.
Già io di solito quando si tratta di cose serie sono capace di non badarci molto al medico.
Quanto di quel Pagliano fu trangugiato senza che il dottor Raulli ne sappia.
E in fondo in questa casa stiamo tutti bene fuori che il povero Valentino cui il Pagliano non fece né bene né male.
Ma qui si tratta di un'operazione.
Che diamine!
GUIDO Un'operazione che equivale al taglio delle unghie.
Niente di piú.
ANNA (pensierosa).
E può fare tanto bene? Se la farebbero tutti allora.
GUIDO Tutti? Solo i vecchi.
Io per esempio non la farei.
Se ringiovanisco un poco mi rimandano a scuola.
Io che sono tanto contento d'essere arrivato finalmente all'Università ne verrei scacciato per comportamento troppo infantile.
ENRICO Per il momento, secondo me, la cosa piú importante sarebbe di non dire nulla alla signora Emma della possibilità di tale operazione.
GUIDO Perché?
ENRICO Perché ho paura ammattisca dal dolore all'apprendere che se Valentino avesse pazientato un po', avrebbe potuto essere salvato.
GUIDO Questo è facile finché lo zio non ci si sottopone.
ENRICO Ma anche dopo.
Del resto non siamo obbligati di tenerla celata anche ad un altro? Non ne avviseremo neppure il dottor Raulli.
Anzi se il signor Giovanni ammalasse la dovremo anche celare.
Con cataplasmi o che so io?
ANNA Perché Giovanni dovrebbe ammalare? In seguito all'operazione?
GUIDO Io faccio le fiche.
Perché va a pensare Lei alla malattia?
ENRICO (disperato).
Ma se non faccio altro che pensare come io possa aiutarvi prevedendo tutto? Non auguro la malattia, io, al povero vecchio signore.
Ma si sa che i giovani - e lui ad operazione fatta sarebbe giovine - sono piú facilmente soggetti a malattie.
Ha avuto la scarlattina?
GUIDO Si ringiovanisce solo del 20%.
Perciò lo zio avrebbe ad operazione riuscita 59 anni suonati.
ENRICO (pensieroso).
Ed un uomo di 40 ne avrebbe 32.
Non c'è male.
GUIDO Ecco (levando una carta dalla tasca): Io ho qui la prova che per lo zio l'operazione arriva in buon punto.
Per mio suggerimento e suo incarico gli feci fare l'analisi.
Guardi qui, zia.
Tutto normale.
ANNA (inforcando gli occhiali).
Io già non ci capirò niente.
GUIDO Anzi zia.
Per compiacermi si espressero cristianamente.
Tre volte normale.
L'analisi costerebbe a qualunque 50 lire mentre a me la fanno per 25.
Perciò lo zio ne dà l'incarico a me.
ANNA E tu veramente troveresti che il beneficio spetterebbe a te?
GUIDO No, zia.
Io trovo il mio premio già nel risultato dell'analisi.
Assolutamente mi bastano le 25 lire.
ANNA (traendo dal tavolino un portamonete ne leva il denaro e glielo dà).
Sei un buon ragazzo, tu.
GUIDO Purtroppo questo è denaro sprecato.
L'analisi era stata fatta per vedere se si poteva procedere all'operazione con piena sicurezza.
Adesso che la sicurezza l'abbiamo ecco che l'operazione non si fa.
Peccato.
ANNA (scossa).
Veramente peccato.
Io naturalmente dirò a Giovanni tutto quello che disse il dottore.
È mio dovere.
Poi resta a lui da decidere.
ENRICO E non si potrebbe mandar via il dottor Raulli e assumere quale medico di casa il dottor Giannottini?
ANNA (vivamente).
Questo non si può fare.
Il dottor Raulli ci fu un grande conforto durante la malattia del povero Valentino.
Era qui notte e giorno.
ENRICO Che io mi sappia non lo salvò però.
GUIDO Ciò non prova nulla, assolutamente nulla.
Guai se si dovesse addebitare a ogni medico la morte del suo cliente.
Di innocente non ci sarei che io a questo mondo.
Io credo che se lo zio si decidesse per l'operazione, si potrebbe farla senza che il dottor Raulli ne sappia.
Poi egli non se ne accorgerebbe neppure.
ANNA Ma non dovrebbe accorgersene dal suo ringiovanimento?
GUIDO Gli si farebbe credere che sia l'effetto del suo ioduro.
Ciò gli farà piacere.
Zia mia! Badi ch'è questo l'ultimo momento in cui si può sperare di ottenere per lo zio un effetto buono.
Diamine! 76 anni! Se si aspetta di piú, in tante parti del vecchio organismo subentrerebbe la morte fisiologica.
ANNA La morte? (Con un brivido.) Perché la morte se ha tutto normale?
GUIDO Ma non è di quella morte di cui voi sapete ch'io parlo.
In medicina noi diciamo morte anche la paralisi.
Quando voi vedete un vecchio procedere tentennante dovete figurarvi ch'è composto di mezza vita e mezza morte.
Quello ch'è vivo in lui porta a spasso quello ch'è morto.
Perciò tentenna come se portasse un peso.
Ora non c'è operazione che tenga che possa vivificarci la parte ch'è morta, morta definitivamente.
ANNA Ma Giovanni non è tentennante.
ENRICO (dubbioso dopo un'esitazione).
Infatti non è...
GUIDO Certo, finora non lo è.
Se lo fosse l'operazione potrebbe rendere piú viva la parte viva, l'altra parte non ne risentirebbe alcun vantaggio.
Io cerco di spiegarvi le cose con le parole piú accessibili a voi che di medicina non sapete proprio niente.
La morte fisiologica interviene là dove il lavoro è impedito dall'indebolimento: Non è minacciato di morte l'occhio perché lavora aiutato dagli occhiali, non l'orecchio perché s'aiuta con la tromba acustica...
(Subito mettendosi a ridere.) Dove le macchine non aiutano, nell'inerzia assoluta gli organi muoiono.
ENRICO (rattristato).
Sí, è vero, dove il lavoro è impedito, c'è subito l'insidia della morte.
SCENA SETTIMA
EMMA e DETTI
EMMA (è vestita a lutto pronta per uscire con abbondanza di veli.
Saluta leggermente Guido ed Enrico).
Papà e Umbertino non sono ancora rientrati?
ANNA Non ancora.
EMMA Mi dà un po' di pensiero.
Da qualche tempo papà è tanto distratto e assorto che temo che su queste nostre terribili strade possa toccare a lui o al bambino qualche sventura.
ANNA (imbarazzata).
Vorresti interdire al nonno quella passeggiata di ogni giorno in compagnia del nipotino, quella passeggiata ch'egli dice tanto importante per lui perché se ne sente ringiovanito?
EMMA (subito spazientita).
Io non dico questo.
Ma d'altronde se queste passeggiate implicassero un pericolo per il fanciullo non si potrebbe permetterle.
Bisognerà che io vi prenda parte per tutelare Umbertino.
So che la mia triste compagnia toglierebbe qualunque gaiezza a quelle passeggiate e d'altronde l'ora mi è incomoda...
ENRICO Non potrei sostituirla io, signora? Anch'io uso di camminare al sole prima della colazione e mi sarebbe un piacere grande di passare il mio tempo con quel caro ragazzo e anche col suo nonno che io amo e venero.
EMMA Non vorrei disturbarla.
ENRICO Non è un disturbo.
Glielo domando quale un favore.
EMMA Non sta in me di accordarglielo.
Parli con papà.
Io non dubito che sarà molto lieto di avere la Sua compagnia.
ENRICO E non potrebbe dirgli che a quell'età non si deve star soli con un fanciullo sulle nostre vie e che Lei esige ch'io li accompagni?
ANNA Non ci mancherebbe altro!
EMMA Sente? Sarebbe una bella offesa per il mio povero papa.
Dovrò invece fingere ogni giorno di essere presa dal desiderio di uscire proprio a quell'ora e di approfittare della sua compagnia per fare quattro passi.
Forse allora mi sopporterà e neppure con grande piacere perché egli è superbo che il fanciullo sia affidato a lui solo e a lui solo possa dirigere la parola.
Quand'è con altri si capisce che Umbertino per quanto ami il nonno si diriga con maggior piacere a chi piú facilmente lo intende.
ENRICO E non potrei trovarmi io qui come per caso e esclamare al momento giusto: Non mi fareste il piacere di condurmi con voi? Umbertino non mi vuole male se anche non mi ama troppo.
EMMA (esitante e seccata).
Mi pare difficile.
ENRICO (avvilito).
Se non si può allora passeggerò solo come è il mio destino dacché ho perduto il mio povero amico Valentino.
EMMA Mio marito non usciva quasi mai con Lei.
ENRICO Prima di sposarsi ogni giorno.
EMMA Cosí che Lei perdette l'amico quando egli si sposò?
ENRICO Tutt'altro anzi.
Quando lo rividi tanto felice a Lei da canto e mi fu permesso di passare qualche serata nella Loro intimità io ritrovai il mio antico amico intero anzi aumentato perché io volli bene a lui alla sua casa...
sí...
alla sua casa.
Me lo creda, la sua morte fu per me una grande perdita.
Quelle serate in casa sua erano motto importanti nella mia vita solitaria.
EMMA È che la casa andò distrutta con lui.
Non c'è piú.
ENRICO Lo so, lo so.
Non me ne lagno mica.
Non vorrei farlo accanto a Lei che perdette tanto, che perdette tutto o quasi.
Quell'uomo bravo buono e bello! M'è di conforto di pensare a lui e vengo spesso qui per ricordarlo meglio.
Ne ho parlato finora con la signora Anna e fu un vero conforto.
ANNA Quest'è vero.
Parla sempre del povero Valentino.
EMMA (molto riservata).
Grazie.
(Poi.) Io allora, vado, mamma.
Non so perché ma mi sento un poco inquieta.
Quel babbo mi pare da qualche giorno addirittura trasognato.
La settimana scorsa si lasciò portar via l'orologio e non se ne accorse che quando giunse a casa.
GUIDO Ciò non prova molto.
I ladri a Trieste sono tanto evoluti che sarebbero capaci di strappare dal collo la testa piú accorta senza che il proprietario se ne accorga.
Non lo fanno solo perché non saprebbero che farsene di una testa di piú.
Ognuno crede che la propria basti alla bisogna.
EMMA Ma fu dopo il furto che il contegno del babbo non mi piacque.
Mamma comperò per lui subito un altro orologio, ma egli voleva quello, proprio quello che gli era stato rubato, il ricordo di suo suocero e pareva ci tenesse addirittura rancore perché non eravamo capaci di procurarglielo.
ANNA Io fui invece commossa dalla venerazione per il povero babbo mio, che il suo dolore rivelava.
EMMA (spazientita).
Non era dolore soltanto; era ira, era rancore per noi che pur non avevamo alcuna colpa.
Pareva che avessimo noi incaricato il ladro del furto.
Ciò dimostrava in lui un'intelligenza diminuita.
GUIDO Eh, già.
I vecchi son vecchi e rappresentano un danno per la famiglia.
È quello che dico io.
EMMA Io non dico questo, povero babbo.
Io dico solo che siamo imprudenti di affidargli il fanciullo.
ANNA Io, invece, trovo che lui aveva ragione di averla con noi.
Piccola, piccola, ma qualche ragione ce l'aveva.
Io avevo comperato un orologio buono, solido, ma che non somigliava affatto a quello ch'egli aveva smarrito, il ricordo del suo suocero.
Riparai all'errore e comperai un orologio che all'altro somigliava.
Ora Giovanni s'è rifatto gentile e buono com'è stato sempre ed anzi crede di aver ritrovato proprio l'orologio che gli fu rubato.
EMMA Ciò che proverebbe proprio la verità di quello che dico io.
ANNA Non capisco.
EMMA (spazientita).
Non c'è scopo di discutere una cosa simile.
(Poi.) Mamma.
Io vado.
Sarò di ritorno fra una mezz'ora.
(Saluta leggermente gli altri ed esce dalla porta di fondo.)
SCENA OTTAVA
ANNA, ENRICO e GUIDO
ANNA Bisogna scusarla.
Vive tanto nel suo dolore che perde la pazienza non appena qualcuno non è della sua opinione.
GUIDO Vedrà, zia.
Quando lo zio sarà ringiovanito, sarà meno attaccato agli orologi.
I giovani hanno tutt'altri pensieri.
Veda me, per esempio.
Il mio orologio, quello magnifico che lo zio mi regalò per la prima comunione, fu dapprima trasformato in un comunissimo orologio di metallo eppoi anche questo andò a respirare l'aria alpina...
al Monte di pietà.
ANNA Birichino! E cosí sei senza orologio?
GUIDO Quando m'occorre di saper l'ora, fermo il primo passante e gliela domando.
Chi non ha un orologio oggidí?
ANNA Un dottore senz'orologio! E come fai a misurare un polso?
GUIDO Lo confronto col mio ch'è come un orologio.
ANNA Eppure lo zio ti passa un mensile sufficiente.
GUIDO Se non ci fossero quei maledetti libri che costano tanto il mensile mi basterebbe.
Ma per tenersi a giorno nella nostra scienza occorrono libri, riviste e giornali.
È cosí ch'io riseppi del processo di ringiovanimento prima del Giannottini.
Fui io che gli portai l'affare.
ANNA Un affare? Non dicevi ch'è un'operazione?
GUIDO Sbagliai, zia.
È un'operazione.
ANNA E quanto ti occorrerebbe per riscattare l'orologio di metallo?
GUIDO Fu impegnato per 25 lire.
ANNA (prende dal portamonete le lire e gliele dà).
Ecco qui le lire.
Non ne dirò niente a Giovanni perché s'inquieterebbe.
GUIDO Grazie, zia.
ANNA Ma domani voglio vedere l'orologio.
GUIDO Domani lo vedrà zia.
Proprio quello che impegnai.
ANNA Io non lo conosco.
GUIDO È un orologio come quello dei ferrovieri, comunissimo.
ANNA Capisco, capisco.
E adesso devo andare in cucina per verificare se tutto è pronto.
(Congedando Enrico.) Dunque, signor Biggioni, siamo d'accordo.
Ella farà del Suo meglio per essere abile, attento, calmo.
ENRICO Farò certo del mio meglio.
Ha già visto.
Oggi ho tentato e non sono riuscito.
Ritenterò domani perché oggi nel pomeriggio ho da fare in ufficio.
ANNA Meglio sia talvolta occupato anche altrove.
Cosí i nove mesi trascorreranno piú presto.
ENRICO Nove? Otto, signora, non piú di otto.
ANNA (ridendo).
Scusi.
Sono soltanto otto.
Arrivederci.
(Esce a sinistra.)
SCENA NONA
GUIDO e ENRICO
GUIDO Nove o otto? Non capisco nulla.
Dei nove mesi so qualche cosa.
Ma subito poi vengono i 7 e mai gli otto! Gli otto significano disastro.
ENRICO Non si tratta di ciò, purtroppo.
Le racconterò, le spiegherò un'altra volta.
Non è una cosa a scadenza tanto fissa.
Purtroppo.
Altrimenti potrei prendere un calendario e ogni ventiquattr'ore potrei cancellare un giorno intero.
Cosí passano i giorni e non cancello niente.
(Poi, intraprendente e perfettamente libero da abbattimento.) Senta signor Guido.
Ella accetterebbe da me un dono, il dono del mio orologio? È un perfetto cronometro.
Io assolutamente non ne ho bisogno.
(Leva dal taschino l'orologio con la catena che stacca e ripone in tasca.) A Lei gioverà meglio che a me perché non è per il polso ch'io prendo i miei clienti.
GUIDO (cui riesce difficile di celare la propria gioia).
Ma...
perché?
ENRICO Io voglio premiare come so lo studioso intraprendente che apporta alla nostra città tanti vantaggi.
Lo accetti! Sia tanto buono.
È un lieve compenso alle insolenze immeritate ch'Ella ebbe da quel dottor Raulli.
Come ero arrabbiato! Mi bolliva il sangue.
Probabilmente se la prende con Lei perché non ebbe lui per primo la fortuna di sapere di quell'operazione.
Io Le auguro ogni fortuna.
Possa fra breve essere questa la prima città del mondo priva di vecchi.
Che città sarebbe questa!
GUIDO (sempre con l'orologio in mano).
Ma io non posso accettare.
Certo io non sono molto restio di aiutarmi con un po' di furberia quando mi trovo in difficoltà come alla fine di ogni mese, dal 15 in poi.
Ma si tratta di piccolezze eppoi si tratta di miei congiunti i quali sia pure per bontà si sono addossati il mio mantenimento.
Io con le mie furberie non faccio altro che correggere il concetto ch'essi si sono fatti del costo della mia vita o, in altre parole, del mio valore.
Piccole cose! Mi faccio pagare quest'analisi che a me non costa niente oppure il riscatto di un orologio che mai impegnai ma che subito vendetti poiché io non sono un finanziere tanto ingenuo da mettermi in mano degli usurai del Monte di Pietà.
(Sempre con l'orologio in mano.) Qui invece si tratta di un importo alquanto grosso.
Eppoi Lei non è mio congiunto.
(Con risoluzione improvvisa.) Sa come facciamo? Per il momento Lei tiene l'orologio, ma è mio.
Me lo restituirà non appena Ella diverrà mio congiunto.
ENRICO Oh, come Lei ha parlato bene.
(Afferrandogli la mano e stringendogliela affettuosamente.) Siamo d'accordo! L'orologio sarà Suo soltanto quando io sarò divenuto Suo congiunto.
Ma intanto lo tenga Lei.
È una garanzia, è una garanzia sicura che io Suo congiunto diverrò.
Tenga anche la catena alle stesse condizioni.
Eccola! Mi faccia il favore! Non rifiuti.
Pensi quanto bene Ella mi fece.
Dalla morte del povero Valentino la vita non mi concesse una gioia simile.
Ma sia buono! Non per quest'orologio o per questa catena che non hanno alcun valore, ma per rimeritarmi della sincera amicizia che Le offro m'aiuti, m'appoggi.
GUIDO (altrettanto cordiale).
Ma volentieri! Con tutto il cuore.
Io voglio aiutarla.
Anche per il mio affetto a quella Emma che non vuole intendere come le sia offerta la possibilità di ricominciare la vita sotto i piú begli auspici.
Terrò - lo prometto - l'orologio e la catena fino al momento delle nozze fino al momento in cui sarò sicuro che sono proprio miei.
ENRICO E subito ho bisogno del Suo aiuto, cioè del Suo consiglio.
Da mezz'ora, dacché si parlò di quella portentosa operazione, io non penso ad altro.
Crede Ella che sia meglio avvisare subito la signora Emma?
GUIDO Avvisarla di che?
ENRICO Di quell'operazione.
Ammettiamo che senza saperne nulla essa mi sposi e poi l'apprenda.
Non c'è il pericolo che ricada nel suo grande dolore? Per spiegarmi meglio: Non sarebbe meglio ch'essa subito possa...
smaltire il suo grande dolore per la morte del marito e anche il rimpianto che la nuova cura non sia arrivata in tempo per salvarlo piuttosto ch'essere informata piú tardi di questa seconda sventura?
GUIDO La questione è molto importante e prima di rispondervi vorrei studiarla.
Cosí, a prima vista, a me sembrerebbe opportuno di lasciare Emma per il momento in pace.
Quando essa finalmente avesse dimenticato il marito, io credo in verità che nessun fatto nuovo varrebbe a ridestargliene il ricordo, voglio dire il ricordo.
Se apprendesse ora dell'operazione sarebbe certo un rincrudimento di dolore.
Ma poi? Poi direbbe: Guarda, guarda, se l'operazione fosse arrivata in tempo, io ora avrei due mariti.
Sarebbe un bell'imbarazzo.
ENRICO (ridendo).
Magari dicesse cosí.
Ma chissà? Forse direbbe invece che se l'altro fosse rimasto al suo posto essa non avrebbe conosciuto il secondo.
Questo è il pericolo.
SCENA DECIMA
ANNA e DETTI
ANNA Eccomi qui.
(Urla.) Rita! Rita! Già non sente.
E deve preparare la tavola.
(Ad Enrico, ridendo.) Ho piacere di rivederla.
ENRICO Sono di un'indiscrezione imperdonabile.
Ma avevo da dire qualche cosa al signor Guido.
SCENA UNDICESIMA
RITA e DETTI
RITA (entra affannata e correndo).
Quale sventura, quale orribile cosa.
(Non sa tenersi in piedi e siede.) Mi perdoni signora...
(Si abbandona sullo schienale della poltrona, si copre la faccia col grembiule e s'abbandona ad un pianto dirotto.) Oh, signora Anna, come faremo, come farà Lei...
ANNA (le mancano le forze e siede anche lei).
Parla, che c'è? Vuoi parlare, scimunita? (Poi.) Non è forse uno scherzo questo? (Rita non può parlare e accenna di no.)
GUIDO Via, Rita.
Lei spaventa orribilmente la zia.
RITA (singhiozzando).
C'è il nonno dabbasso...
non ha la forza di salire le scale...
ANNA (si leva).
E perché non ha tale forza? È malato?
RITA (c.s.).
È solo...
ANNA (ricade).
E Umbertino?
RITA Umbertino non c'è...
è morto, sfracellato da un'automobile...
ENRICO Se Lei lo permette, Signora, vado io a prendere il signor Giovanni.
(Nessuno gli risponde ed egli esce.)
RITA E la povera signora Emma che non lo sa.
ANNA Ma come sai tutto questo? È sicuro? L'hai visto?
RITA È morto, morto, il povero fanciullo.
Lo disse il padrone.
Lui l'ha visto...
sfracellato.
GUIDO (avvicinandosi alla porta di fondo per uscire).
Non è possibile.
SCENA DODICESIMA
GIOVANNI, ENRICO che lo sostiene e DETTI
GIOVANNI (confuso, eccitato, le vesti in disordine, il cappello in testa fuori di posto).
Lo spavento, il dolore, la fuga mi ridussero in questo stato.
(Poi.) Povero il mio caro fanciullo! (Singhiozza.) E povero io stesso.
Sí! Povero Chierici! Due volte dissi ad Umbertino: Tieni ferma la mia mano.
E infatti lui vi si afferrò anche troppo saldamente.
Io gridai: Molla, molla...
Non era dalla parte giusta.
Ma lui non mollò finché l'automobile non lo trasse via...
per schiacciarlo.
(Brivido.) E io mi salvai a malapena perché lui mi teneva e mi traeva verso l'automobile.
(Enrico gli leva il cappello e cerca di rimettergli in ordine la giubba.) Ma mi lasci stare! Non vede che sono occupato?
ANNA Non può essere vero! Di' la verità! Non è vero.
GIOVANNI (singhiozzando).
Magari non lo fosse ma è vero, è proprio vero.
Io lo vidi andare sotto a quelle ruote di ferro.
(Brivido.) Mi mancava il fiato, ma pur arrivai a gridare allo chauffeur: Assassino! E lui, invece, indisturbato, se ne andò via mostrandomi la lingua.
Sí! Fece anche questo.
GUIDO E Lei non lo fece arrestare?
GIOVANNI Non seppi gridare abbastanza perché mi mancò il fiato, ma pur chiamai.
E credo di aver anche visto nelle vicinanze un vigile che non si mosse però.
E allora io vidi che ero circondato solo da nemici e corsi via.
Ero anche terrorizzato all'idea che forse mi sarebbe potuto avvenire di vedere la testa sfracellata del povero bambino.
(Brivido.)
ANNA Ed ora, Guido, di' tu quello che dobbiamo fare.
GUIDO (rattristato).
È certo che il suo corpo esanime sarà stato portato all'ospitale.
Io ora vi andrò subito.
ANNA No, no, tu non ci lascerai.
Noi abbiamo qui bisogno di te.
Io poi verrò con te all'ospitale.
Voglio vederlo anch'io il mio angioletto.
GIOVANNI (terrorizzato).
Vuoi vederlo?
GUIDO Stia tranquillo, zio, lo vedrò prima io e vedrò se la zia potrà vederlo.
Adesso purtroppo non c'è tanta premura di vedere il povero morto quanto di assistere la povera viva, Emma.
(Sconfortato.) Che colpo, mio Dio! Come lo sopporterà?
GIOVANNI (commosso).
Non son morto io ch'ero là...
GUIDO Capisco, capisco.
(Perplesso.)
ENRICO Volete che vada io ad avvisarla?
GIOVANNI Oh, le saremmo tanto grati signor...
ENRICO Biggioni.
GIOVANNI Biggioni.
Emma - poverina - apprenderebbe tutto lontana da noi...
(A Guido.) Che te ne pare?
GUIDO (calorosamente).
Sí, signor Biggioni, mi faccia questo piacere.
Vada Lei.
ANNA È dalla sua sarta.
ENRICO In Corso.
Lo so, lo so.
Conosco la casa benché non ne ricordi il numero.
ANNA Neppure io saprei dirne il numero.
(Poi.) Quale colpo! Se le mie povere gambe mi reggessero verrei anch'io con Lei.
Povera la mia Emma.
In pochi mesi cosí perdette il marito e il figliuolo.
ENRICO (ansioso di partire).
Corro e subito dopo, se lo volete, vado anche all'ospitale.
Faccio io, tutto.
ANNA Stia però attento come parla con Emma.
Una parola troppo precipitosa potrebbe ucciderla.
(A Guido.) Non ti pare?
GUIDO (un po' importante).
Stia a sentire! Le dica dapprima che il fanciullo fu gravemente ferito.
Poi aumenti, aumenti la ferita.
Arrivi a dire che gli furono sfracellate le gambe e danneggiato al petto.
Arrivato cosí al pericolo di vita è facile il passo alla morte.
GIOVANNI (mormora).
La ruota però io credo gli passò sulla testa.
Arrivai a chiudere in tempo gli occhi per non vedere uno spettacolo...
(Brivido.)
ANNA (gridando).
Oh, la testina.
(Poi.) Ma non deve dirlo ad Emma.
ENRICO Si calmi, signora.
Si prepari alla rassegnazione.
Bisogna che tutti - ad onta del nostro dolore - ci prepariamo a consolare la signora Emma.
Io, intanto, Le assicuro che farò quello che posso.
(Le bacia la mano e corre via.)
ANNA (stupita ripete).
Quello che posso? Che cosa può quello scimunito?
GUIDO È tanto buono quel poverino!
ANNA Io non posso, io non voglio veder Emma prima che non si sia calmata.
Rita, accompagnami in camera mia.
Non voglio esser sola.
GIOVANNI Hai paura che Emma ti mangi? Dove non c'è colpa...
E non c'è stata colpa.
Io avvertii subito il fanciullo del pericolo.
Tieni stretta la mia mano, gli dissi...
GUIDO (sconfortato).
Ed egli la tenne troppo stretta.
GIOVANNI Sí! Povera, piccola, soffice manina.
Mi pare di tenerla ancora nella mia.
ANNA (a Guido).
Tu resti con lo zio finché non viene Emma.
(A Giovanni.) Povero Giovanni! Anche tu devi aver sofferto orribilmente.
(Bacia Giovanni sulla guancia.)
GIOVANNI (commovendosi).
Puoi immaginare come soffersi.
Mentre venivo a casa correndo sempre pensavo: Oh, perché l'automobile non ha ucciso me invece del povero innocente? E se il fanciullo si fosse trovato dalla parte giusta ciò sarebbe avvenuto.
ANNA Poverino! So che avresti preferito di trovarti sotto l'automobile piuttosto che qui.
Anche Emma, se è ragionevole, ne sarà convinta.
Vuoi un bicchiere di vino per rianimarti?
GIOVANNI (dopo una lieve esitazione).
No, no.
Il dottor Raulli tanto mi raccomandò di astenermi dall'alcool.
ANNA Anche Emma vorrà venire con noi all'ospitale.
GIOVANNI Di' a Fortunato di tener pronta l'automobile.
ANNA Sta bene.
Io mi vestirò a lutto per uscire come il giorno della morte del povero Valentino.
(Esce piangendo.) Oh, povero il nostro Umbertino.
Non lo vedrò mai piú.
RITA (veramente disfatta dal dolore).
Sí, povero padroncino.
Cosí lieto e fiero e sicuro.
SCENA TREDICESIMA
GIOVANNI e GUIDO
GUIDO Come il dolore abbellisce le persone.
GIOVANNI Parli per Anna? Un bell'abbellimento quello.
Io vorrei restare eternamente brutto.
(Poi.) Povera Emma! Chissà quello che dirà di me.
Eppoi ci saranno i nonni, i genitori del povero Valentino che verranno da Gorizia.
Loro che sempre volevano avere il bambino con sé.
Curioso! Il fatto avvenne in un istante.
Non avevo finito di dire al bimbo che si tenesse afferrato alla mia mano e lui era già morto.
Un attimo! Mentre adesso: (contando sulle dita) Il dolore di Anna, la disperazione di Emma, eppoi l'ira dei Goriziani...
li chiamiamo cosí, noi, i genitori di Valentino.
Interminabile! Per me è finita.
Farei meglio di morire.
Eppoi la mia coscienza.
Neppure quella mi lascia in pace.
È sicuro ch'io non ebbi alcuna colpa.
Ma è certo che poco prima, poco prima non in quel preciso istante io ero un po' distratto.
Colpa del povero fanciullo.
Ci eravamo arrampicati per quel viottolo che conduce alla Maddalena; magari non l'avessimo mai abbandonato! Avremmo dovuto correre su e giú per quel viottolo, su e giú per quel viottolo.
Su e giú! Sarebbe stato monotono ma non mi troverei ora qui in questo stato! (Trasognato.) Un viottolo benedetto su cui le automobili non possono passare.
Ne vidi una volta una sola, e lenta, lenta come un coccodrillo in terra.
(Pausa.)
GUIDO E perché era Lei distratto, zio?
GIOVANNI Io distratto? Ah, sí.
Dunque su quel viottolo, in piena solitudine, c'imbattemmo in due carabinieri in alta tenuta.
Il fanciullo si fece ansioso e domandò: Sanno i carabinieri che noi non siamo dei ladri?
GUIDO Oh, caro e povero ragazzino.
GIOVANNI Sí, poverino.
Dapprima dissi che certamente lo sapevano.
Ma poi mi parve di non aver detto tutto quello che si doveva per istruire un fanciullo.
Ma non era facile.
È certo che i carabinieri non arrestano tutti i ladri.
Arrestano solo alcuni di quelli che rubano.
Gli altri e ve ne sono tanti che non rubano perché son troppo pigri o perché hanno tanto che non trovano qualche cosa che valga il loro sforzo, vanno liberi anche quando si sa che sono ladri.
Ma era difficile trovare le parole giuste...
ed ora che mi hanno portato via il fanciullo non vale la pena di cercarle.
(Commosso.)
GUIDO L'imprudenza fu degli altri che La lasciarono uscire alla Sua età solo col bambino.
GIOVANNI (subito arrabbiato).
Questo non posso sentire.
Tu dici delle sciocchezze.
Che c'entra l'età? Se ti dissi che non ero affatto distratto.
Sono forse istupidito? Tu parli cosí per sedurmi a quell'operazione di cui non voglio sentire.
Che c'entra l'età? (Poi.) Forse in parte c'entra.
Non perché io senta peggio degli altri o vegga o pensi peggio.
Ma perché io so di un'epoca in cui le automobili non c'erano.
Nella mia giovinezza ci si faceva schiacciare da un ronzino che tirava una leggera carrozzella.
La bestialità dell'uomo, voglio dire del guidatore, era attenuata dalla debolezza della bestia, voglio dire del ronzino.
Ma t'assicuro, che ci fu della gente che morí schiacciata da quelle carrozzelle.
Ma oggi se le nostre automobili arrivassero improvvisamente fra la gente abituata ai ronzini, tutta quella gente finirebbe sotto alle ruote di gomma e di ferro.
Ed io sono uno di quella gente.
Aspettate ancora una diecina di anni e sarò anch'io piú abituato a tali diavolerie.
(Poi dopo una pausa.) Solo che io non mi vi abituerò giammai.
Adesso, poi.
SCENA QUATTORDICESIMA
UMBERTINO e DETTI
UMBERTINO (dal di fuori).
Nonno, nonno.
GIOVANNI E sento continuamente, nella mia delicata coscienza, echeggiare la voce del bambino: Nonno, nonno, aiuto.
GUIDO Ma questa non è la voce della vostra coscienza, zio.
Questa è proprio la voce del fanciullo.
UMBERTINO (entra correndo).
Ma nonno, perché m'hai lasciato solo?
GIOVANNI (balbettando).
Io?...
Ti lasciai solo? (Si passa la mano sulla fronte.) Dove sei stato finora?
GUIDO (chinandosi sul fanciullo e baciandolo).
Sulla terra.
Dio sia ringraziato.
(Urlando.) Zia, zia.