COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 77
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Allora io vado con l'automobile in cimitero.
Poi avrò da fare qualche spesuccia e non potrò essere di ritorno che di qui a qualche ora.
Non ti dispiace ch'io resti assente per tante ore?
GIOVANNI No! no! Anzi.
Anzi vuol dire che mi fa piacere che anche tu te la passi come puoi.
La vita è breve, dicevano gli antichi.
ANNA Pensa se hai bisogno di qualche cosa dalla città.
GIOVANNI I giornali.
Voglio anche il giornale umoristico della domenica.
Mi piace di ridere.
Devo imparare di nuovo a ridere.
ANNA E tu vuoi restare in tinello?
GIOVANNI Sí! Questo è il posto dove mi trovo meglio.
ANNA E non hai niente in contrario che intanto che tu sei qui Rita netti in questa stanza le maniglie, i vetri, i cristalli?
GIOVANNI (tentando di celare il proprio compiacimento).
Venga, venga, Rita.
Essa netterà.
Io leggerò e non la sentirò nemmeno.
ANNA Allora addio.
(Porge a Giovanni la guancia a un bacio, poi a Guido.) Se vuoi venire con me.
Mi farebbe piacere.
In due ci si raccoglie meglio al cimitero.
Solitarii si finisce col sentirsi molto soli.
GUIDO Mi dispiace, zia, ma non posso.
Fra una mezz'ora devo essere all'ospitale.
GIOVANNI Bravo! Voglio dire che mi compiaccio che hai molto da fare.
In quanto al cimitero io trovo anzi ch'è un posto ove si sta meglio soli.
I morti hanno diritto che per quel breve tempo si vada soli.
ANNA (avviandosi, ad Enrico).
Arrivederci, signor Enrico.
Mi raccomando per quella seta.
ENRICO Non dubiti, signora.
GIOVANNI E non potrebbe accompagnarti il signor Enrico.
ENRICO Mi dispiace ma non posso.
Io devo attendere qui Umbertino col quale ho da andare a passeggio alle 4.
(Guarda l'orologio.) Sono appena le tre.
(Anna esce.) Arrivederci.
GIOVANNI Ma scusi.
Io non ci ho niente in contrario.
La Sua compagnia mi fa piacere.
Ma non capisco.
Ella è un commerciante e perde a questo modo il Suo tempo?
ENRICO Oggi non ho molto da fare.
Eppoi, capirà che per me non è una perdita di tempo di stare con Lei.
(Con odio.)
GIOVANNI (spaventato).
Grazie! Grazie! Come Lei sa dire le cose piú gentili con tanta decisione.
(Poi.) Senta.
Intanto mi pare che sarebbe molto gentile da parte Sua di accompagnare la signora all'automobile.
ENRICO Questo posso fare subito.
(Esce.)
SCENA UNDICESIMA
GUIDO e GIOVANNI
GIOVANNI Senti, Guido.
Non potresti andare da Emma e pregarla di mandare Umbertino a passeggio subito alle tre?
GUIDO Perché?
GIOVANNI Mi pare che quest'ora di sole gli farebbe tanto bene.
GUIDO È proprio il grande sole ch'essa vuole evitargli.
GIOVANNI E tu, come medico, non potresti consigliarla altrimenti?
GUIDO (esitante).
Non credo di poterlo fare.
GIOVANNI Eh via! Il purgante fa bene quando volete e fa bene, quando volete, anche il bismuto.
Guarda se oggi non gli farebbe bene il sole.
Oggi, poi, il sole non è forte.
Mi pare sia un po' annuvolato.
GUIDO Non oso! Emma non s'è ancora rassegnata a considerarmi quale un medico.
Se apro bocca essa chiama il dottor Raulli.
Finisco sempre col promuovere l'interesse di un concorrente.
Ciò non mi garba troppo.
GIOVANNI (disperato).
E allora come faccio a liberarmi da quel signor Biagini?
GUIDO Biggioni vuol dire.
GIOVANNI Biggioni! È come una scopa che posa su una porta.
Se apri la porta ti viene addosso.
Come diecimila scope perché da un certo tempo quando entro in un luogo mi viene addosso.
GUIDO Procurerò di portarlo via io per un'oretta finché Umbertino non è pronto.
GIOVANNI Bravo! Te ne sarei molto riconoscente.
Rita posso sopportare...
(Inquieto.) Perché non è ancora qui? Senti, con te posso essere sincero.
Io guardo molto volentieri Rita.
GUIDO Di questo non mi meraviglio affatto.
GIOVANNI Tu dici? Ah, capisco.
Ti piace? Ma non è pane per i tuoi denti.
Da me è tutt'altra cosa.
Non la guardo mica perché è bella.
Io la guardo solo perché ha qualche cosa che ricorda Pauletta.
Non trovi?
GUIDO Come posso saperlo? Io non conobbi Pauletta.
GIOVANNI E che fa questo? Non vedi che anch'essa si muove come faceva Pauletta? Proprio cosí!
GUIDO Fuori del modo di andare nelle donne ci sono tante altre cose.
GIOVANNI Sí, certo, zotico che sei.
Ma mentre tutte le altre cose sono cose materiali, il modo di moversi di una donna è cosa spirituale.
In un certo modo non si movono che le donne che sono sicure della propria bellezza, della propria grande bellezza.
Le piú pericolose: Quelle che non si sposano e che poscia si rimpiange di non aver sposato.
GUIDO Movendosi come una vera bellezza, Rita perciò dovrebb'essere secondo Lei veramente bella?
GIOVANNI Ma a questo non guardo io, non mi concerne.
GUIDO Ah, cosí! (Diffidente.)
SCENA DODICESIMA
ENRICO e DETTI
Da sinistra entra Rita con una bacinella, una spugna e un pezzo di stoffa, dall'altra Enrico.
Rita si dedica subito al suo lavoro intorno alle maniglie.
GUIDO Senta, signor Enrico, vuole forse venire ad accompagnarmi fino all'ospedale? Mi annoio tanto di movermi cosí da solo.
ENRICO Mi dispiace tanto, signor Guido.
Lo farei tanto volentieri, ma non posso.
Devo essere qui in punto alle sei.
(A bassa voce.) Tento anche vedere la signora Emma che ancora non è uscita.
(Con ansia.) Almeno a quanto credo.
GUIDO No, no.
È di là.
(Poi a Giovanni.) Non vuole andarsene.
GIOVANNI (brontola).
Che il diavolo...
GUIDO Addio, zio, sarò qui a cena.
(Via fregandosi le mani.)
SCENA TREDICESIMA
RITA, GIOVANNI e ENRICO
Enrico si rimette con un sospiro a leggere il giornale.
Rita attende al suo lavoro, Giovanni s'è gettato in una poltrona e la guarda commosso e agitato.
Lunga pausa.
GIOVANNI (che ora di tempo in tempo guarda Enrico indeciso, prende finalmente una decisione).
Senta, per leggere un giornale io credo Lei starebbe meglio in quell'altra stanza in fondo al corridoio.
Già Umbertino quando esce passa proprio per di là.
ENRICO (con odio).
Scusi se non m'accorsi di disturbarla.
(Quasi minaccioso.) Io faccio tutto quello che Lei vuole.
GIOVANNI (che un po' spaventato retrocede).
E allora mi faccia il piacere, caro signor Biggioni.
Se qualcuno vuole entrare qui me ne avvisi.
ENRICO (c.s.) Sarà servito.
(Via.)
SCENA QUATTORDICESIMA
GIOVANNI e RITA
GIOVANNI (ritorna alla sua poltrona).
Un uomo gentile ha la voce minacciosa.
Cosí, per natura.
Dice delle cose gentili che spaventano.
Io non lo sposerei.
RITA (continuando il suo lavoro).
Pur troppo anche la signora Emma pensa cosí.
(Gridando.)
GIOVANNI (lieto).
Come sento bene.
Parola per parola.
S'aprono anche le orecchie.
(Pausa.) E tu credi sarebbe bene ch'Emma lo sposasse?
RITA (sempre a voce discretamente alta).
Chi non lo crederebbe? Un uomo distinto, ricco e che le vuol bene.
GIOVANNI Un uomo distinto? Dio sa che aspetto deve avere quand'è arrabbiato se quando vuol bene ha l'aspetto da furibondo.
RITA Ma io credo sia arrabbiato.
GIOVANNI Perché? Con chi? E perché non lo dice.
RITA Prima di tutto vuol farsi voler bene da Lei e non gli riesce.
GIOVANNI Perché non me lo dice.
Se me lo dicesse io gli direi volentieri che gli voglio bene.
RITA Il signor Guido gli vuol bene oramai e anche la signora Anna.
Non gli manca di conquistare che Lei e la signora Emma.
GIOVANNI Gli manca il piú, insomma.
Che moderi la sua voce.
Poi lo vedrò volentieri se non si farà vedere troppo.
(Pausa, Rita lavora.) Come si chiamava tua madre? Paula, Pauletta?
RITA No, no! Giovanna.
GIOVANNI Anna? (Stupito.)
RITA Giovanna.
GIOVANNI (piú quieto).
Ah, Giovanna! Ma quasi Anna! Pare voluto.
Cerco Paula e mi dànno Anna.
Ma tu sei Rita, proprio Rita?
RITA Eh, sí.
GIOVANNI E perché non vuoi darmi un bacio? Che fa a te?
RITA Non si deve, signor padrone.
Io sono la fidanzata di Fortunato.
GIOVANNI E che fa questo? Non ti voglio mica sposare.
Io vorrei darti solo un bacio.
Vorrei provare che effetto mi fa.
Ammettiamo che io fossi moribondo, che tu fossi al mio letto e venisse il dottore e ti dicesse: Per salvarlo dovete dargli un bacio.
Che faresti tu? Se vuoi un po' di bene a me e ad Anna e a mia figlia che faresti?
RITA Ma non è il caso, signor padrone.
Lei non è moribondo e se lo fosse i dottori prescriverebbero tutt'altre cose che sono molto piú care, roba di farmacia.
GIOVANNI Io per un bacio pagherei molto di piú.
Ti farei fare subito in quella casetta una camera di piú, quella che ancora ti occorre e di cui Fortunato tanto mi parlò.
E pensa che ho già pagato al dottor Giannottini per una roba da niente fior di quattrini.
(Pausa durante la quale Rita, imbarazzata, lavora piú forte alla maniglia.) In complesso io apparisco tuttavia vecchio, ma, ti assicuro, io ero un bel ragazzo e, se quello che spero s'avvera, sarò di nuovo non piú un ragazzo, ma un uomo forte, eretto, sicuro.
Ma per raggiungere questo sarebbe oggi necessario che tu mi dia un bacio.
RITA Ma io dovrei domandare il permesso a Fortunato.
GIOVANNI Un bacio col permesso? Mai piú! Non è un bacio cotesto.
Io devo rubare, conquistare il bacio.
Proprio come si fa in amore.
Guarda.
Io ci ho pensato lungamente a questo bacio.
Vorrei rubarlo, proprio rubarlo come fanno i giovini.
Tu siedi su quella poltrona, ti adagi e dormi o fingi di dormire.
Io ti vengo appresso e ti do un bacio.
RITA Sulla bocca?
GIOVANNI Non occorre, non occorre ancora.
Ti bacerò sulla guancia.
RITA E la stanza, la stanza nuova nella mia casetta sarà fatta?
GIOVANNI Darò l'ordine subito oggi acché compiano il lavoro prima che l'estate finisca.
RITA Padrone! Non si potrebbe fare tutto questo senza il bacio? Voi che siete tanto buono!
GIOVANNI Te ne prego, non parliamo piú del contratto e della camera perché allora addio bacio.
Parliamo solo del bacio.
Tu siedi su quella poltrona.
Vai, vai, te ne prego.
RITA (s'avvia alla poltrona alquanto riluttante e tenendo in mano la flanella con la quale aveva lavorato, siede sulla poltrona, chiude gli occhi e si protegge la bocca con la flanella).
GIOVANNI (si guarda d'attorno).
Mi pare benissimo tutto.
(S'accosta in punta di piedi molto malsicuro a Rita e vede la flanella.) Via quella pezzuola.
Quella è destinata alle maniglie.
(Rita la lascia cadere a terra e mette la mano sulla bocca.) Piú naturale, te ne prego.
Sdraiati come se tu fossi in un letto.
Cosí! Scusa se adesso aspetto un poco per pensarci.
Come si può rubare un bacio se si dovette prima prepararlo, confezionarlo.
(Siede su una sedia, si copre gli occhi e pensa per qualche istante, poi s'avanza verso Rita e si china a darle un bacio sulla guancia).
Oh, Pauletta!
RITA (lo guarda stupefatta).
Lei dice?
GIOVANNI (brusco).
Stai zitta, tu.
(Pensa lungamente.) Mi piacque, mi piacque molto.
RITA (timidamente).
Posso ritornare al mio lavoro?
GIOVANNI (brusco).
Vuoi stare zitta? (Pausa ancora.) Certo se tu m'avessi amato sarebbe andato meglio.
RITA Ma io sono la fidanzata di Fortunato.
GIOVANNI (brusco).
Che c'entra questo?
RITA Se c'entra! (Ritorna al lavoro.)
GIOVANNI Lascia stare quel lavoro lí.
Il bacio te l'ho già dato.
Non ti domando piú niente.
Non puoi restare con me?
RITA Ma se viene la signora Anna? Che dirà?
GIOVANNI (con aria d'importanza).
Puoi ben immaginare che io ho preparato tutto.
Anna non ritornerà che di qui a due ore.
RITA Se me l'aveste detto prima avrei lavorato meno.
GIOVANNI (siede al tavolo).
Siedi, siedi qui a me da canto.
RITA A patto siate buono.
GIOVANNI Non c'è scopo di non essere buono.
Io sarò buono...
sarò buono...
finché tu non mi dirai di essere altrimenti.
RITA Come dite?
GIOVANNI Lascia ch'io dica quello che voglio.
Non interrompermi, non correggermi.
RITA Sta bene, padrone.
GIOVANNI E non dirmi padrone.
Non posso sentire quella parola.
La dirai, la dirai ma soltanto in presenza di Anna.
Per oggi dovresti dirmi: Mio...
Dimmi semplicemente Giovanni.
RITA Non potrei signor padrone.
GIOVANNI E almeno non dirmi padrone.
Mi fa proprio male...
come una seconda operazione...
alla rovescia.
Cosí si va in dietro, anzi avanti, alla rovina e alla vecchiaia.
Capisci?
RITA Io non capisco, pa...
Io non capisco.
Dovrebbe essere tanto bello di essere il padrone.
GIOVANNI E che vuoi farci? Lo sono stato per tanti anni, per troppi anni e ne sono stufo.
(Carezzevole.) Io vorrei per oggi poter dire che tu sei la padrona.
Posso dirlo? E accostarti come un paggio che aggredisce la sua contessa.
Mi piacerebbe tanto.
RITA Come si può pensare una cosa simile?
GIOVANNI Tu non lo sai, ma si può pensare tutto a questo mondo.
Basta volere e si può credere che il polo nord sia andato al polo sud.
Poi resta tutto come prima ma si è pensata una cosa straordinaria e perciò si diventa forti e i veri padroni di se stessi e del mondo.
Intendi?
RITA No.
GIOVANNI Ciò non importa perché io non ti parlo perché tu intenda.
Io sto costruendo il mio mondo quest'è l'importante.
(Poi dopo una pausa.) Guarda, là, sotto il buffet c'è una bottiglia di Marsala appena aperta.
Apportamela con un bicchiere.
RITA (eseguendo).
Ecco, padrone.
GIOVANNI (versando).
E sia cosí giacché non sai dire altrimenti.
Forse mi piace anche di essere detto padrone di una bella donna come sei tu.
La sottomissione di una donna è una cosa dolce.
Essendo il tuo padrone si può supporre che io possa fare di te tutto quello che voglio.
RITA (spaventata).
Oh, oh!
GIOVANNI (spazientito).
Ho detto supporre! Perché m'interrompi? Lascia che io mi mova come voglio.
Che fa a te? (Poi.) Ecco, bevi.
RITA Io bere?
GIOVANNI Fammi questo piacere.
Che ti fa? Una volta si cominciava sempre col far bere le donne.
RITA Ma cosí sola? E Lei?
GIOVANNI A me il dottore ha proibito il vino.
RITA Ma io...
cosí...
in Sua presenza non bevo.
GIOVANNI E allora dà un bicchiere anche a me.
Già il dottor Raulli non sa che io non sono piú suo cliente.
RITA Eccolo.
(Eseguisce, Giovanni versa.)
GIOVANNI Beviamo insieme.
Uno, due, tre.
Su.
(Vuotano il bicchiere.) È buono.
A me fa grande piacere di bere insieme a te.
Prima di tutto si fa qualche cosa veramente insieme.
Eppoi anche a me piace che quelli che dipendono da me abbiano le loro ore di svago.
RITA Questo sí ch'è molto ben detto.
Nevvero?
GIOVANNI Oh, come sto bene.
Si capisce dal mio benessere che l'operazione è pienamente riuscita.
È la prova decisiva.
Quel vecchio maiale, quello che vuole domani andare a passeggio con me...
Come si chiama?
RITA Io non lo so.
GIOVANNI Il nome non ha importanza.
Quel vecchio maiale diceva che una volta fatta l'operazione era importante di vedere come ci si comportava con le donne.
Tante volte i vecchi maiali hanno ragione.
Nella mia lunga vita io l'ho osservato.
Il vecchio casto invece è piú vecchio dei vecchio maiale.
Con te io sto splendidamente bene.
(Stirandosi.) Gli ebrei diedero una donna al re Davide.
Il quale non la volle e per questo perí miseramente.
Io non sono tanto bestia.
Bevi.
(Le versa.)
RITA Se beve con me.
GIOVANNI (versando anche nel proprio bicchiere).
Perché no? Già il dottor Raulli con me non c'entra piú.
(Bevono, poi.) Ma io vorrei renderti contenta e felice.
Avevi cominciato ad approvarmi e saresti mia grande amica se ti facessi tante camere.
Se tu avessi un desiderio, dimmelo te ne prego.
Io darei la mia vita perché su quella faccina ci sia la gioia, la vera espressione della giovinezza.
La giovinezza non mi basta mai.
RITA Ma finché la casa è diretta dalla signora Anna non c'è nulla da fare per me.
Essa vuole l'ordine.
GIOVANNI (inquieto e guardandosi d'attorno).
Ma perché dici cosí? Anna è una buonissima donna, buona con le persone e buona persino con le bestie.
RITA Specialmente con le bestie.
GIOVANNI (ridendo di cuore).
Questa mi piace: Specialmente con le bestie...
con le bestie innocenti.
Ma è buonissima anche con me.
RITA Questo è facile.
Il marito è il marito.
Anche a me dice di voler bene.
Cento volte al giorno mi dice: Cara Rita, fai questo, fai quello...
e finisce che a forza di essere accarezzata alla sera le gambe non mi reggono.
GIOVANNI Ma un certo ordine in casa dev'esserci.
Che cosa farei io se non trovassi le mie cose al loro posto, quando alla sera mi corico e alla mattina mi levo?
RITA Per quelle poche cose, il bicchiere di latte, i vestiti e cosí via poco ci vorrebbe.
GIOVANNI E pensa che il latte io non lo prenderò piú.
L'ho deciso or ora.
Questo fa meglio.
(Beve.) Maledetto quel dottor Raulli.
Dev'essere vero quello che dice Guido: Quando si sa troppo di una cosa non se ne capisce piú una maledetta.
Guarda quello che a quello studentucolo di mio nipote riuscí di fare per me.
Eppure, in verità, io credo non sappia molto.
RITA (commossa).
È molto bravo quel signor Guido.
GIOVANNI Molto, molto bravo.
E dimmi: Volendo farti piacere e d'altronde tenere in ordine questa casa, che cosa si dovrebbe fare?
RITA Siamo in tre che serviamo e visto che vorremmo lavorare la metà di quello che si lavora ora, bisognerebbe prenderne altre tre.
E ancora una che tenesse in ordine le nostre stanze perché avendo da lavorare per gli altri non sappiamo lavorare per noi.
È tutto sudicio in quelle stanze.
GIOVANNI (imbarazzatissimo intanto beve, poi).
E bisognerebbe dar da mangiare a tutte queste donne?
RITA Eh, già.
Forse nella cucina si potrebbe fare una piccola differenza fra noi e loro.
GIOVANNI Davvero credo non si possa fare tanto.
Pensa che costerebbe piú che l'operazione...
all'ora, dico.
Ne farò il conto.
Aspetta.
(Prende dalla tasca il libriccino e la matita eppoi inforca gli occhiali.
Indi si pente e rimette tutto a posto.) Ma lasciamo stare.
Non ho tempo ora di far conti.
Eppoi che c'entrano ora qui la cuoca e la serva? Non mi pare ch'è questo il momento di proclamare uno sciopero generale.
Parliamo di te.
Non si potrebbe - quando io diverrò giovine sul serio e saprò saltare e sottopormi a degli sforzi - organizzare le cose in modo ch'io stesso t'aiuti nel tuo lavoro? Senza che Anna se ne avveda? Non costerebbe nulla e per me sarebbe un grande svago.
RITA (ridendo).
Sarebbe un bel lavoro cotesto.
GIOVANNI Ridi perché non sai.
Ma i dotti sono meglio informati di te.
Io troverò il modo di farti parlare una volta col dottor Giannottini.
L'operazione è d'esito sicuro.
Soltanto che quel vecchio maiale...
come si chiama?, ha detto che l'esito deve vedersi dal contegno con le donne.
Perciò occorrono le donne! Devi intendere: Non si tratta piú di un vizio, di una cosa abbominevole e abbominata, ma di una giusta, legittima...
santa difesa della propria salute e della propria giovinezza.
Io altrimenti non accetterei di dedicarmivi perché io sono e sono stato sempre un uomo casto.
In quanto a te, se collabori...
(Versa del vino nel proprio e nel bicchiere di Rita e beve.) Come dicevo? Ah, sí! Se collabori a tale opera igienica ne avrai sicuramente il premio.
Lo avrai da me, dapprima, che farò per te quante camere vorrai e poi anche lassú.
Certo anche lassú! Mi pare che tutte le religioni prescrivano di onorare, aiutare e proteggere i vecchi.
E si è vecchi anche quando si è ringiovaniti...
voglio dire che si ha tuttavia il diritto a rispetto e protezione...
sí, perché gli anni che si hanno, quelli restano tuttavia al loro posto.
Non si possono cancellare.
RITA Aiutare? E che cosa ne dirà Fortunato?
GIOVANNI (malsicuro e seccato).
Fortunato? A lui certamente è difficile di spiegare tante cose.
Eppoi anche se comprendesse...
non si lascerebbe convincere.
Oh, io ricordo tutto.
I maschi pensano all'onore.
Sono egoisti.
Neppure per aiutarmi in una cosa tanto importante, in questa semplice cura egli s'accontenterebbe.
(Imperioso.) Io direi di non dire nulla a Fortunato.
Che diritto ha lui di saperne qualche cosa? Non sono io il padrone suo e il padrone tuo?
RITA (maliziosa).
Io trovo che tutti dovrebbero essere avvisati.
Anche la padrona, la signora Anna.
GIOVANNI (pensieroso).
Anna? Eh, già! (Poi.) Ma io penso che se è una buona moglie ne sarebbe contentissima.
(Poi.) Ma pur credo sia meglio di non dirgliene nulla.
Aspetta che ci pensi.
(Beve.) Mi pare che il marsala chiarisca le idee.
Aspetta.
(Poi.) Lui, lei! Dio mio quali complicazioni per fare una cura.
(Poi.) Sai, non pensiamoci piú.
Io non dico nulla ad Anna e tu non dici nulla a Fortunato.
Cosí siamo pari e patta.
RITA (ridendo di cuore anch'essa presa un poco dal vino).
Bravo, bravo il vecchietto.
Come sa regolare tutto.
GIOVANNI (seccato).
Vecchietto? Già, vecchietto è già piú giovane di vecchione.
Ma non dirmi cosí.
Mi dispiace, mi turba, m'impedisce.
(Poi.) Si capisce che in quindici giorni l'operazione non poté ancora avere tutto il suo effetto.
Io vorrei solo vedere se ci sono avviato.
Senti! Vorresti sedere sulle mie ginocchia?
RITA No, no! (Infastidita.)
GIOVANNI Mi piace che tu non subito abbia accettato.
Te ne prego, siedi sulle mie ginocchia.
Guarda! Non ti toccherò, non ti bacerò.
Ma accetta di sedere sulle mie ginocchia.
Guarda come ti prego.
È il tuo padrone che prega.
RITA Ebbene! Se vi fa tanto piacere.
Visto che l'operazione non ebbe finora successo, si può.
GIOVANNI Non dire cosí, te ne prego.
M'impedisci.
Siedi, siedi, adagiati.
E adesso dovrei vedere la vita farsi bella, grande, lucente.
(Dopo un'esitazione.) Ahi! Ahi! Mi fai male.
Alzati, te ne prego.
Mi muore la gamba.
RITA (si leva ridendo).
Ma io non volevo.
Foste voi a volerlo.
(E mentre Giovanni si frega la gambe.) State meglio?
GIOVANNI Sí, sí! Devi aver poggiato su una vena.
(Si alza e cammina zoppicando.) Va meglio, va meglio.
S'era addormentata la gamba.
Adesso sento come un'inondazione di formicole.
Curioso.
RITA (versa il vino nei bicchieri, allegrissima).
Padrone un bicchiere vi farà bene.
Amore e vino.
GIOVANNI (bevendo pensieroso).
Ecco il vino.
Ma l'amore? Aspetta.
Siederemo su questo sofà.
Qua! Io porrò il mio braccio intorno alla tua vita.
Come se fosse un serpe, un vero serpe.
Il serpe di Eva.
Bella quella storia del serpe.
Cosí! L'amore dev'essere comodo.
(Pian pianino poggia la testa sulla spalla di Rita.) Sai cantare?
RITA Perché?
GIOVANNI Per cantare.
RITA Dovrei cantare qui nel tinello della signora?
GIOVANNI Se te lo permetto io.
Non sono anche il padrone, io?
RITA Ebbene, volete che vi canti Valencia? (A mezza voce canta "Valencia".)
GIOVANNI Aspetta, aspetta.
Non conosci qualche altra canzoncina piú espressiva, piú sentimentale? Che cosa può importare a me di quella città Valencia?
RITA Che canzone volete? Io le so tutte.
Un Charleston?
GIOVANNI Aspetta, aspetta che pensi.
(Beve, poi.) Conosci quella canzone (canta) Sempre sol Morettina tu mi lasci, sempre sol, senz'amor.
Io purtroppo non so cantare, non lo seppi mai per quanto mi piacesse.
Ma ricordo che una volta mi trovavo con Pauletta...
una certa Pauletta...
che si moveva come te...
ma del resto non ti somigliava...
era piú docile di te...
curioso...
quand'ero giovine le donne erano piú docili...
e anche piú belle.
Devi sapere che questa canzone era cantata da tutti.
Non cantavo io e non cantava Pauletta.
Ma quando eravamo insieme echeggiava dalla strada e dal piano di sotto e dal piano di su.
La conosci tu questa canzonetta? È la vera canzonetta dell'amore.
RITA Mai sentita.
GIOVANNI (che da qualche istante lotta col sonno).
Anche in questo sei differente da Pauletta che non la cantava, ma la sapeva.
Anna zufola talvolta, ma senza dolcezza e ciò è male.
È meglio allora di non sapere la canzone.
Tanto meglio!
RITA Ed io non la so.
GIOVANNI Brava, brava.
Per cantare quella canzone bisogna sentire.
Ascolta che te la spieghi.
Se Morettina mi lascia io sono solo anche in mezzo a milioni di miei simili.
Intendi tutto il grande senso delle poche parole? E sono senz'amore...
finché non ne trovo un'altra.
Come sono stanco! Mai non fui tanto stanco.
Dev'essere dal pensare all'amore, dal fare...
Stanchezza benefica.
Come la stanchezza dopo la battaglia e anche prima della battaglia...
non durante la battaglia.
Cosí, accanto a te.
Il sonno...
che dolcezza! (S'addormenta.)
RITA (se ne accorge, si svincola dolcemente da lui e gli fa posare la testa sul dorso del sofà).
GIOVANNI (mormora).
Vieni, Pauletta.
(Poi russa.)
RITA (in piedi si stira).
Che vecchio asfissiante! (Si mette a riposare sulla poltrona, zufolando "Valencia".
La canzone le muore poi sulle labbra perché s'addormenta anche lei.)
SCENA QUINDICESIMA
EMMA, ENRICO e DETTI
EMMA Che c'è qui?
RITA (subito destata).
Stava qui nettando le maniglie della stanza.
EMMA Non voglio sentire.
Netti avanti le maniglie.
(S'avvicina al padre.) Dorme! (Con un singhiozzo.) Dorme! Come se avesse la coscienza tranquilla.
RITA Badi, signora, che la coscienza tranquilla la può avere.
(Tentando invano di darsi un contegno.)
EMMA Taccia, lei.
ENRICO Io credo in verità...
EMMA E anche Lei potrebbe tacere.
Non ci fa mica una bella figura Lei d'essere stato a guardia là fuori.
Bisogna essere...
fuori di senno per fare una cosa simile.
ENRICO Ma io ero là fuori perché il signor Giovanni ha voluto cosí.
RITA (cadendo seduta su una poltrona).
Ero presente io, lo posso testificare.
EMMA (fuori di sé).
È ubbriaca, è ubbriaca.
(Corre via.)
ENRICO Ma signora! Che c'entro io se essa è ubbriaca? (La segue.
Lunga pausa durante la quale Rita stirandosi e fregandosi gli occhi tenta di riaversi e Giovanni russa.)
SCENA SEDICESIMA
ANNA, GUIDO e DETTI
GIOVANNI (mormora).
Sí, Pauletta.
Tutto quello che vuoi.
(Poco distinto.)
ANNA Che dice? Dorme? E che significa quella bottiglia e quei due bicchieri?
RITA Io netto qui le maniglie...
Il signor Giovanni offerse un bicchierino qui al signor Guido.
(Con un gesto di supplica verso Guido.)
GUIDO Sí, sí.
Fu molto gentile.
(Esitante.)
ANNA Bisognerebbe lasciarlo dormire.
Io credo che il suo berretto di notte si trovi nella tasca della sua giubba.
(Lo leva delicatamente di una tasca della giubba di Giovanni e lo pone sulla sua testa.) Ci vorrebbe anche una coperta per coprirlo.
Va a prendere quella ch'è sul sofà nella camera qui accanto.
(Rita obbedisce.) Davvero mi pare che l'operazione abbia avuto un effetto magnifico.
Soffriva tanto d'insonnia!
GUIDO Comincio a crederlo anch'io.
(Di malumore.)
ANNA Cominci appena a crederlo? Tu che l'operazione consigliasti?
GUIDO M'aspettavo un effetto piú tardo.
In quindici giorni! È meraviglioso persino per me.
(Rita apporta una coperta che Anna stende dolcemente sul dormente.)
ANNA E adesso chiudi quelle persiane.
Si può farlo liberamente ora.
(Nell'oscurità i tre stanno uscendo a sinistra.) Rita, tu rimarrai nella stanza accanto per sentirlo se chiama.
Avviserò tutti di non far rumore.
(Escono.)
GIOVANNI (interrompe il russare per mormorare).
Sempre insieme, Pauletta.
Scende un velario trasparente che lentamente s'addensa.
INTERMEZZO
Al proscenio.
Di tempo in tempo si sente il russare di Giovanni.
GIOVANNI (vestito e figura identici a quelli dell'atto II, ma i movimenti giovanili e sicuri).
Rita, Pauletta! A me, a me.
Fate presto perché il tempo va via.
RITA (accorre anch'essa esattamente vestita come nel secondo atto).
Eccomi, padrone.
GIOVANNI (va a lei correndo).
Ecco ti afferro.
(La prende per la mano.) Padrone, dicesti? Allora tu non sei Pauletta; tu sei Rita.
RITA Io sono Pauletta, padrone.
GIOVANNI Ma se m'appelli padrone non sei Pauletta che anzi - poco ci mancò - stava per divenire la padrona mia, la mia Anna.
RITA Tu sei il padrone di tutti perché sei vecchio, perché sei giovine.
GIOVANNI Oh, finalmente, la vita si fa bella e chiara.
Questa ci voleva.
Io sono il padrone delle donne.
Sai, Pauletta! Io lo merito perché sempre ti pensai.
Quando dicevano in mia presenza la sola parola morettina, sentivo un colpo al cuore.
La sai tu la canzone nostra, quella che noi due mai cantammo ma che si udiva da tutti quando noi due si parlava d'amore?
RITA L'ho dimenticata.
GIOVANNI (severo).
Questo è male.
Avresti potuto stare piú attenta.
Eppure sei giovine.
Lascia che ti veda.
Già, si capisce.
La morte conserva.
Anche di Valentino si potrà dire ch'è schifoso ma mai piú si potrà dargli del vecchio.
Ma che facesti per tanti anni senza di me?
RITA Ti attesi!
GIOVANNI Brava, brava.
Questo mi piace.
La donna passiva che attende.
Attende finché Sigfrido arriva.
Ma perché non venisti prima a me che t'attendevo?
RITA Aspettavo l'operazione.
GIOVANNI Ed io la feci solo per te.
Senti come parlo bene d'amore? L'ho riappresa quell'arte, l'ho intera.
Ti faccio un grande regalo dicendoti di essermi sottomesso all'operazione solo per te.
Già queste mie parole provano che l'operazione ebbe il suo effetto.
E lasciami parlare ancora intanto che ti tengo afferrata per la mano, resistendo al desiderio che già sento d'impadronirmi delle tue labbra.
Sai, Pauletta, io quella volta t'avrei sposata se tutti non mi fossero saltati addosso.
Ti movevi come una civetta, dicevano, eppoi si diceva che amavi il lusso e m'avresti succhiato il sangue.
RITA È vero il lusso l'amavo molto.
GIOVANNI E avevi ragione.
Anch'io l'amo.
Me ne intendo io.
Anche spogliate le donne son piú belle se erano state vestite bene.
E adesso che sei con me dovrai essere sempre spogliata oppure vestita bene.
Sempre.
Io ho speso molto per l'operazione ma questa spesa nuova sarà necessaria.
Perché altrimenti non c'era scopo di operarsi.
Io non son un uomo avaro e debbo pagare quello che occorre.
Non di piú ma tutto quello che occorre.
Però che c'entravano gli altri a gridarmi sulle orecchie che m'avresti rovinato e impedirmi di fare quello che avrei voluto per te e per la mia salute?
RITA Le donne belle sono amate da pochi e odiate da tutti gli altri.
GIOVANNI Sí, dev'essere questo.
Ed io, sciocco, che li ascoltai! Ma adesso che tutte le cose ricominciano, io farò quello che voglio.
Voglio te, non voglio altri.
RITA E mi darai tutto? La ricchezza, il tuo tempo, la tua salute?
GIOVANNI La mia salute? A che ti occorre? Quella occorre a me.
È proprio quella ch'io m'aspetto dall'operazione e da te.
RITA Sai, la donna dà la salute, ma la toglie anche.
GIOVANNI Perché? Perché la toglie se la dà?
RITA La toglie senza volerlo, poverina.
Poi piange essa stessa.
Ma è fatta cosí: Ha bisogno di tutto quello che hai eppoi di molto di piú.
GIOVANNI E allora io avevo ragione di non dire ad Anna quello che posseggo?
RITA Se s'accontentò non è una donna quella.
GIOVANNI (convinto).
Infatti, non è una donna quella.
E allora per farmi contento vuoi anche la mia salute?
RITA (sorridendo).
Non cosí subito.
GIOVANNI Ma io darò anche la salute per avere la salute.
Andiamo, sii mia.
RITA Io sarò tua.
Ma voglio che tu ammazzi Anna.
GIOVANNI Niente di piú facile.
Io mi sento forte ed essa è debolissima.
RITA Lo prometti?
GIOVANNI Ben volentieri.
Dammi le tue labbra.
VELARIO
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
EMMA e GUIDO
EMMA Ho voluto parlare con te prima di prendere una decisione.
Tu dunque credi che una volta fatta quell'orribile operazione non c'è piú salvezza?
GUIDO Non c'è piú salvezza? Anzi la salvezza è intera.
La salvezza è anzi troppa.
(Con una certa tristezza.) Quel benedetto vecchio sorprese me pure.
Com'è giovine! Intraprendente!
EMMA Ma sii sincero.
L'effetto dell'operazione durerà dieci, quindici, venti giorni.
Io ti perdono se hai fatto spendere tanti denari a papà ma sii sincero.
Io quasi quasi prima di prendere una decisione consulto il dottor Raulli.
GUIDO Che cosa saprebbe dirti il dottor Raulli che io non saprei dire meglio? L'operazione, una volta che ha raggiunto il suo primo effetto raggiunge il suo ultimo con piena sicurezza.
Io non mi sorprenderei neppure se vedessi ricrescere i suoi capelli.
Già mi pare che quella sua testa produca una lieve peluria.
EMMA E allora ho perduto anche il babbo.
Il marito mi morí perché fuori di tempo invecchiò...
(Singhiozza.)
GUIDO Ma non è mica detto che perché egli è ringiovanito si faccia meno affettuoso, meno paterno.
Anzi! Che cosa ve ne potevate fare voi di quel vecchio che lasciava andar sotto agli automobili i fanciulli che gli erano affidati?
EMMA Il fanciullo con lui era sicurissimo.
Mai gli avvenne nulla di male.
(Poi.) Io in questa casa non resto piú oltre.
Accanto ad un vecchio che si dedica agli amori ancillari! M'allontano se non altro per evitare ad Umbertino il cattivo esempio.
GUIDO E con chi vuoi ch'egli faccia all'amore? Non teniamo mica delle regine in casa.
EMMA Oh, non scherzare, te ne prego.
E quel signor Enrico! Faceva la guardia alla porta.
GUIDO Questo poi non è vero.
Il signor Biggioni aspettava Umbertino per andare a passeggio con lui.
EMMA Macché! Lo sorpresi proprio mentre attendeva al suo bel mestiere.
Non m'aveva ravvisata nell'oscurità del corridoio e saltò fuori dal suo camerino per fermarmi dicendo che babbo voleva rimanere solo.
Poi s'arrestò e si confuse in scuse.
È interessato in quell'affare dell'operazione.
È inutile negare.
Me lo raccontò lui stesso.
Presentò la cosa come se avesse partecipato all'impresa per favorire te.
Invece da quell'accorto commerciante ch'è, vi partecipò per far denari corrompendo anzi distruggendo i vecchi.
Ed ora assiste all'esito, lo sorveglia, ne gioisce.
Con un'immoralità da negriero.
GUIDO Ma che vuoi che gl'importi a un uomo ricco come lui? Sottoscrisse un'azione.
20/m.
lire.
Misere 20/m.
lire.
Le ho anzi ancora in tasca.
Ma è curioso dica di avervi partecipato per favorire me.
Mi permetti di fargli un rimprovero?
EMMA Oh, fa pure.
Io sapevo che non era vero.
Che può importare a te se egli vuole fare degli affari?
GUIDO Certo non m'importa proprio niente.
Io credo però ch'egli credette di fare un favore a me che sono tuo congiunto come fa dei favori alla zia e come si sbraccia per il tuo bambino.
EMMA In quanto al bambino non lo vedrà piú.
Non lo affido ad un uomo simile.
Già da tempo avevo osservato che il fanciullo diceva delle cose curiose dacché si trova tanto spesso insieme al signor Biggioni.
Aspetta che ricordi.
Ah, sí! Al figliuolo della nostra vicina che diceva di essere suo amico disse: Amici? Ma io mangerò te.
E quando l'altro stupito protestò egli aggiunse: Fra amici ci si mangia sempre, altrimenti non si può essere veri amici.
Da chi può aver sentito una cosa simile se non dal signor Biggioni?
GUIDO Ma è impossibile.
Il mite signor Biggioni avrebbe detto una simile cosa?
EMMA Dice, dice delle cose simili.
Niente gli è sacro a lui.
Finché visse Valentino non m'offese con una sola occhiata.
Valentino era ancora caldo nella bara che egli mi aggredí con proteste e proposte.
GUIDO Che tu faresti bene di considerare.
Specialmente adesso che vuoi staccarti da tuo padre.
Vivrai cosí sola, sola con quel bambino che già ti nasconde.
EMMA È il mio destino, è il mio dovere.
SCENA SECONDA
GIOVANNI e DETTI
GIOVANNI Dormii come un angelo, un angelo con un po' di male alla testa.
EMMA Il male di testa...
tu saprai a che cosa lo dovesti.
Bevesti troppo.
Quando io arrivai tu dormivi e la bottiglia era quasi vuota.
GIOVANNI lo bere? Bevetti un bicchierino e nient'altro.
Due bicchierini...
tre...
mi pare.
EMMA Molto, troppo.
GUIDO Davvero, zio, lei non fa bene di bere.
Mi permette di toccarle il polso? (Trae dalla tasca l'orologio e prende il polso di Giovanni.) Un polso ottimo.
Un po' troppo vivo.
GIOVANNI (lietissimo).
Un po' troppo vivo, eh? Era da molto tempo che non era tanto vivo.
GUIDO Non è bene di sfruttare in tale modo la propria forza.
GIOVANNI Tu dici che non bisogna sfruttare la propria forza? Ma allora sarebbe inutile di averla! Che cosa posso fare della mia forza se non debbo sfruttarla?
GUIDO Goderne.
GIOVANNI Goderne? (Fa dei piccoli movimenti che accennano a ginnastica.) Cosí?
GUIDO Circa.
EMMA Padre mio, io avrei da parlarti.
GIOVANNI Eccomi, di' pure, cara.
EMMA Io mi trovavo benissimo con te e la mamma, ma ora vorrei ritornare a stare sola col mio Umbertino.
Ho già trovato il quartiere.
Vi farò trasportare i miei mobili che avevamo depositato e di qui a otto giorni spero di poter andar a stare sola.
GIOVANNI (balbettando).
Tu vuoi...
tu vuoi lasciarci...
me e la mamma? E perché?
EMMA Vorrei mi sia permesso di non dirlo.
GIOVANNI Eh, già! Tu sei sposata, tu sei vedova, e sei padrona del tuo destino.
Certo, non hai bisogno di dare delle spiegazioni.
Vuoi andare a stare sola.
Ecco tutto.
È il tuo diritto.
Si capisce come io abbia fatto bene di non voler piú rimanere tanto vecchio.
Tutti abbandonano i vecchi.
EMMA Padre mio! Io non volevo parlare, ma tu mi vi costringi.
È proprio perché non sei piú vecchio ch'io debbo abbandonarti.
GIOVANNI E perché, perché? Non sono migliore di prima, piú vivo piú abile, piú accorto.
Voi che mi seccaste tanto con quella sciocca avventura dell'automobile, non potreste ora essere soddisfatti che mi si può affidare benissimo la tutela del fanciullo?
EMMA (singhiozzando).
Io credo che il mio fanciullo abbia bisogno dell'esempio di un vecchio e non di un giovine.
GIOVANNI Non capisco! Che cosa può sapere il bambino di quello ch'io sono? Non mi ricrescono né i capelli né i denti.
EMMA Oh, i bambini scoprono tutto, sentono tutto.
GIOVANNI (dubbioso).
Eh, via.
Tu credi che Umbertino sappia qualche cosa?
EMMA I fanciulli non sanno.
Sentono! Imitano.
Se resto qui chi verrà a contatto col bambino? Tu e Rita.
Vedi bene che non è possibile.
GIOVANNI (stupito).
Io e Rita! Io e Rita? Ma quando il bambino poté vedere insieme me e Rita?
EMMA Come mi trovai io, avrebbe potuto trovarti anche lui.
GIOVANNI Impossibile! C'era là fuori il signor...
Biggioni che stava attento.
EMMA Questa volta.
Ma intanto se io resto in questa casa esigerei che il signor Biggioni non ci metta piú piede.
GIOVANNI Anche a me è antipatico e non me ne importa affatto.
Lo sopportavo per fare un piacere a te.
Ieri lo misi fuori solo perché non lo volevo qui dentro e lui s'ostinava a rimanere qui.
Io di Pauletta non ho mica bisogno sempre.
Come fanno gli altri giovini? Hanno bisogno di dare scandalo?
EMMA (sbigottita).
Pauletta?
GIOVANNI (confuso).
Pauletta? (Poi.) Sí, Pauletta, Rita...
Non so bene.
EMMA (guardandolo spaventata).
E che cosa dirà la mamma?
GIOVANNI (stupito).
La mamma? Anna? Ah, sí.
Devo pregarti di non dire nulla.
Naturalmente nessun giovine dice nulla alla moglie.
EMMA Padre mio, io resto con te, io devo restarti accanto per proteggere te, per proteggere la mamma.
GIOVANNI Brava la mia figliuola.
Restami accanto ed io proteggerò sempre te e il tuo figliuolo se tu starai attenta che la mamma non sappia nulla.
Io ho capito bene quello che tu dici.
Tu hai paura della mia immoralità.
Ma non è mica grande, sai.
Io amo la moralità, io l'ho sempre amata.
Ma ora, con quella operazione addosso, io non posso essere morale per tutte le lunghe ventiquattro ore della giornata.
EMMA Ma perché la facesti?
GIOVANNI Posso però essere morale per la maggior parte di esse...
purtroppo.
Perciò è facile.
Una cosa un po' piú difficile è un'altra.
Io vorrei che oramai a Pauletta...
cioè a Rita sia fatta tutt'altra posizione in casa nostra.
Essa si lagnò molto con me del lavoro che ha in casa.
Non potresti adibirla alla sorveglianza del bambino? Il bambino è già grande.
Sa sorvegliare se stesso e guardarsi dalle automobili.
Perciò non ci sarebbe molto da fare intorno a lui.
Ti sarei tanto grato se tu potessi farmi questo piacere.
EMMA Come vuoi ch'io faccia una cosa simile? Mamma si accorgerebbe...
GIOVANNI Ma Anna non guarda e non vede.
Se tu sapessi come Anna è lontana da tutte codeste cose.
Dio mio! Da quanti anni non ci pensa.
M'aveva promesso amore e la nostra vita fu d'amore solo per un brevissimo periodo.
Essa vuole solo restare quieta, serena, attendere alle sue bestie.
Mi vuole bene, questo sí! Ma come a un padre, a un figlio, a un fratello.
Io anche le voglio bene cosí.
Questa notte feci un sogno strano.
Qualcuno, nel sogno, mi proponeva di uccidere Anna.
Puoi immaginare come soffersi e come protestai.
Come se qualcuno m'avesse proposto di uccidere mia madre, mia sorella, mia figlia.
(Un po' incantato.) Se sapessi come anche nel sogno io protestai e come soffersi perché m'era stata fatta una proposta simile.
Non era che un sogno, ma dice qualche cosa.
Tu m'intendi nevvero?
EMMA (con tristezza).
È tanto facile, padre mio.
GIOVANNI Noi due si può certamente andare d'accordo.
Perché dividerci? Io voglio bene a te e sopratutto al bambino.
Può essere che per il momento m'occupi meno di lui.
Ma se continuo a vivere, ridiverrò vecchio una buona volta e avrò bisogno di lui.
Noi due, io e te, abbiamo tante cose in comune.
Anche l'antipatia per quel signor...
Biggioni.
Non è il marito che faccia per te.
Disgraziato! È un bambino.
Si può fare di lui quello che si vuole.
Se sapessi! Io scommetto che se gli do l'ordine di scopare la mia stanza egli lo fa.
Di mala grazia, sai, ma lo fa.
Urlando minacciosamente, ma lo fa.
EMMA Poverino!
GIOVANNI Proprio poverino e un po'...
come dirò?...
abietto.
Non è un uomo quello lí.
Insomma siamo d'accordo figliuola mia.
Tu resti con me.
Hai bisogno di un appoggio perché sei ancora tanto giovine.
EMMA (decisa).
Sí, resto con te.
Ho bisogno di un appoggio e ti ringrazio di accordarmelo.
(Lo bacia in fronte.)
SCENA TERZA
FORTUNATO ed EMMA
FORTUNATO Il padrone non è qui?
EMMA Viene subito.
È andato di là a vestirsi.
FORTUNATO (imbarazzato e esitante).
Io volevo parlare con lui.
EMMA Sarà subito di ritorno.
È andato a vestirsi.
FORTUNATO L'aspetterò.
(Lunga pausa.)
EMMA Rita è tuttora a letto?
FORTUNATO Sí! Soffre tuttavia di mal di testa.
Non può levarsi per oggi.
La signora Anna ha fatto chiamare il dottore.
(Pausa).
Già, Lei a quest'ora sa l'argomento che ho da esporre al padrone.
Io non resto piú in questa casa ed io non sposo Rita.
Quella non è una donna che si sposa.
Come starei al volante? Le mie corna spezzerebbero il parabrise.
EMMA Io non capisco quello ch'Ella dice.
FORTUNATO Oh, Ella sa tutto.
Non posso credere che ogni parola di Rita sia bugiarda, tanto piú ch'essa parlò subito, ancora ubbriaca, offuscata dalla stanchezza, dal sonno.
Mi disse: Fummo svegliati dalla signora Emma che capitò nella stanza.
Dove la bugia cominciò è nell'asserire ch'essa si trovava qui assieme al vecchio signore, il mio padrone.
Come se il vecchio signore sarebbe disposto di perdere il suo tempo con una fantesca.
Con quale scopo poi? A quell'età egli ha altri pensieri.
Io da lungo tempo avevo indovinato due cose: Prima di tutto che Rita era insidiata da quel signor Guido che davvero non sembrerebbe possa appartenere alla stessa vostra famiglia.
Mi perdoni se parlo di lui con tanta libertà ma l'ora dei riguardi è passata per me.
La seconda cosa cui io avevo ragione d'aspettarmi era che Rita si preparava di difendersi dai miei sospetti sul signor Guido fingendo di essere insidiata dal vecchio signore.
Mi parlò a lungo di operazioni e che so io che dovrebbero rendere pericolosi anche i vecchi.
EMMA Le operazioni esistono.
FORTUNATO Ma non parliamone.
Nessuno che abbia un po' di pratica della vita ci crede.
E ieri quel signor Guido - quel furfante - io non posso avere riguardi per nessuno, ubbriacò Rita.
Era ubbriaca fracida.
Io me ne intendo.
Dica se non è un'azione obbrobriosa.
La fanciulla quasi vaneggiava.
Si capisce che in quello stato si poteva abusare di lei.
Io non la sposo.
Nel mio furore mi misi a parlarle del signor Guido e per tutta risposta ella si mise a ridere, ridere sgangheratamente.
Poi come si avviò al sonno il suo riso sguaiato si mitigò e quando s'addormentò sulla seggiola in cucina quel riso lasciò delle traccie in un sorriso che non sparí piú.
Forse ancora questa mattina essa sorride ancora se ancora dorme.
Io non la sposo e voglio subito lasciare questa casa.
EMMA Senta io posso andare di là da mio padre.
Vuole gli racconti tutto io? Non sarebbe meglio? Forse se apprende una cosa simile di Guido egli potrebbe anche essere capace di interdirgli l'accesso a questa casa.
FORTUNATO Non servirebbe piú a niente oramai.
Chiudere la stalla ora che la mucca è fuggita?
EMMA Ad ogni modo lasci che gli parli io.
Lei ritorni giú in giardino e aspetti che la chiamerò.
SCENA QUARTA
ENRICO e DETTI
ENRICO Signora, scusi se oso ancora presentarmi a Lei ma prima di rinunziare a vederla altro, vorrei darle qualche spiegazione...
EMMA (mitemente).
S'accomodi signor Enrico.
Sieda! Sono subito con Lei.
(A Fortunato.) Allora siamo d'accordo.
Io parlo con papà e La chiamo subito.
Papà ha da uscire ma lo indurrò, ad attenderla.
FORTUNATO Sta bene signora.
(Esce.)
ENRICO Signora, io vorrei una parola di spiegazione.
Ieri, per avermi trovato in quella posizione a questa porta Ella mi disse delle parole che profondamente mi ferirono.
EMMA (confusa).
Mi dispiace di averle detto quelle parole.
Poi ho saputo ch'Ella si trovava a quel posto per attendere Umbertino.
ENRICO (guardandola confuso e sorpreso).
Grazie signora.
M'è dolce ch'Ella mi rivolga una parola piú dolce ora che non avremo da rivederci piú.
Ma io vorrei dividermi da Lei con piena chiarezza e sincerità.
Io quella parola dolce, la prima ch'ebbi da Lei dopo ch'è morto il povero Valentino, io non la merito.
Perché è vero ch'io aspettavo Umbertino ma è anche vero che avevo l'incarico di rimanere a quella porta e sorvegliare che nessuno turbasse il vecchio signore intanto che faceva l'esperienza dei risultati dell'operazione.
EMMA (abbattuta).
Oh, oh!
ENRICO Ha visto che neppure il suo cocchiere non mi saluta? Ha ragione.
Un giorno, per compiacere il signor Guido, lo allontanai dalla cucina per pregarlo di darmi delle spiegazioni sul funzionamento della sua automobile.
Intanto Guido aveva mano libera in cucina.
EMMA Ma questo è turpe.
ENRICO Questo non lo so perché io non potevo vedere la macchina e la cucina allo stesso tempo.
Poi non m'importava d'altro che di conquistarmi l'amicizia del signor Guido.
Le spiegazioni dovevano durare un quarto d'ora ed infatti durarono precisamente un quarto d'ora.
Pensi la mia noia di farmi spiegare per lungo e per largo delle cose ch'io tanto meglio di lui conoscevo.
Passato il quarto d'ora Fortunato voleva continuare le sue spiegazioni ma io lo interruppi rudemente.
Forse fui troppo brusco e perciò egli s'accorse di qualche cosa, anzi...
di tutto.
Da allora non posso passare da quella parte del giardino perché immancabilmente mi piovono addosso proiettili di tutte le qualità: casseruole, pentole ancora calde e molto grosse.
Fortunato si scusa ma ridendo forte.
EMMA E Lei? Lei non reagisce in nessun modo.
ENRICO Io non posso reagire.
Come lo potrei quando è il mio compito d'essere simpatico a tutti? Come sarei simpatico a tutti se reagissi a tante insolenze.
Per tranquillarmi penso qualche cosa.
EMMA Pensa?
ENRICO Oramai posso anche dirle quello che pensavo.
Pensavo: Aspetta tu che mi perseguiti: Quando avrò sposata la signora Emma ti procurerò il premio che meriti.
Adesso a Lei può importare poco di me e perciò è Lei che permette io sia qui trattato come un servo come una persona di poco o di nessun conto.
Anzi mi pare ch'io sia qui trattato da tutti nel modo di cui Ella diede l'esempio.
Ma se fossi riuscito di prendere il posto del povero Valentino, anche a Lei sarebbe importato di vedermi trattare altrimenti.
Nevvero?
EMMA Non so.
Io mai finora pensai ch'Ella potesse divenire il mio marito...
ENRICO Lo so.
EMMA Ma anche coloro che non ho da sposare non amo di vederli subalterni, servitori, inferiori.
A me piacciono le persone sicure di sé e del proprio rango.
Il povero Valentino era compiacente a tutti ma guai se qualcuno lo toccava nel vivo.
ENRICO Io l'ho visto belare per avere l'aiuto del suo infermiere.
EMMA Ma a tutti Lei sa sottomettersi meno al povero Valentino che non Le domandò nulla?
ENRICO È vero! Sbagliai! Sbaglio sempre io dacché...
Oh, Lei sa da quale momento.
EMMA Io lo so.
E questo non so perdonarle.
Lei sbaglia in tutto dacché è morto il povero Valentino.
Non sarebbe meglio ch'egli fosse ancora vivo?
ENRICO (esita un istante).
Certo, certo.
Ed una cosa io posso assicurarle.
Io giammai pensai alla morte del povero Valentino finché egli non morí.
Lo giuro! Poi...
EMMA Non dica quello che avvenne poi.
Non continui a fare degli errori.
Io ricorderò sempre la Sua dichiarazione ch'Ella mai pensò alla morte di Valentino prima ch'egli morisse.
ENRICO E glielo confermo.
Poi era difficile non pensarci.
EMMA Neppur questo occorreva dirlo.
Ed ora senta ancora: Io intendo che le persone che mi vogliono bene si comportino dignitosamente, non facciano dei servizi che le abbassano.
Voglio piú naturalezza ed anche piú dignità.
Tutto il resto è sbagliato.
Se Le dissero che per conquistarmi bisognava comportarsi altrimenti, sbagliarono o Le mentirono.
M'intende?
ENRICO Una sola cosa io intendo: Che per la prima volta Ella di me si occupa.
Adesso almeno vengo istruito da chi meglio può istruirmi.
(Tenta di afferrarle una mano.) E l'istruzione potrebbe essere piú efficace ancora...
EMMA Lasci stare quello che non Le viene offerto.
ENRICO (calorosamente).
Io intendo, io intendo e certamente m'accomoderò a quello ch'Ella domanda.
Scusi se per seguirla meglio mando a mente le sue istruzioni.
Dunque: Del povero Valentino non bisogna piú parlare.
EMMA (con sdegno).
Già cosí ne parla troppo.
ENRICO Ma per l'ultima volta: Addio, povero Valentino, per me non esisti piú.
In secondo luogo non debbo fare il servitore a nessuno.
(Sospiro di sollievo.) Finalmente.
Quello era un peso impossibile.
Posso dire al signor Guido ch'io ritengo ch'egli è una canaglia?
EMMA Questo mi pare un'esagerazione.
ENRICO È vero.
Mi pare che le esagerazioni sieno il mio destino dacché è morto il povero Valentino.
EMMA Di nuovo...
ENRICO Oh, mi lasci il tempo di rifarmi naturale.
Io al signor Guido dirò che come suo futuro cugino ho il diritto di dargli qualche istruzione e mi permetterò di dargliela subito.
EMMA Intanto escludo che Lei parli ora di questa futura parentela con chicchessia.
ENRICO Anche questo è importante di sapere.
Con Lei, in privato, però...
EMMA No, no, neppure.
(Si commove profondamente e singhiozza).
Ella a forza di bestialità m'ha obbligata di deviare del tutto dai miei propositi.
ENRICO (commosso).
Non pianga, non so vederla piangere.
Aspetterò rispettoso l'anniversario della morte di...
Col signor Giovanni mi sarà facile di comportarmi correttamente.
Diamine! Lui sbaglia per troppa giovinezza e capirà subito.
Deve abituarsi a fare all'amore un po' piú celatamente.
Gli dirò: Fa pure, padre mio.
Ma con discrezione.
EMMA Certo ne hanno fatto un mostro in natura.
Lui che era l'onore della nostra famiglia.
ENRICO Vedrà, vedrà.
Contribuirò a rieducarlo.
SCENA QUINTA
GIOVANNI e DETTI
GIOVANNI Eccomi pronto per quel noioso signor...
EMMA Aspetta, papà.
Ho da dirti qualche cosa.
È per Fortunato.
È stato qui...
Non saluti il signor Biggioni?
GIOVANNI (leggermente).
Buon dí.
ENRICO (molto amabile ma semplice).
Buon giorno.
Spero ch'Ella abbia dormito bene dopo di quella formidabile sbornia.
GIOVANNI (stupito trae in disparte Emma).
Come ha detto? Ha detto "sbornia"?
EMMA Sí, papà.
GIOVANNI Come può osare? Ed ha, ora, un'aria tanto gentile per dirmi delle cose sgradevoli.
Vuoi che lo gettiamo fuori?
EMMA No, papà.
GIOVANNI (stupito).
No? (Ad Enrico.) Sbornia? Io? Non ne presi giammai.
Voglia notarlo.
ENRICO Ma noi giovani diciamo cosí quello stato in cui Ella si fece trovare iersera.
GIOVANNI (stupito eppoi ridendo).
Voi giovani? Sono cose che capitano spesso ai giovini?
ENRICO Ai giovanissimi specialmente.
GIOVANNI (esita, poi non ci pensa).
E che cosa vuole da me Fortunato? Perché non viene da me?
EMMA Perché io lo trattenni.
Pensa ch'egli non vuole piú sposare Rita e vuole invece immediatamente abbandonare questa casa.
GIOVANNI (interdetto).
Ma perché? perché?
ENRICO (sorpreso).
Come non l'indovina Lei? E non ricorda quello ch'è avvenuto qui, iersera, fra Lei e Rita? Eh! via!
GIOVANNI Non lo ricordavo.
Chi può prevedere tutto quello che può derivare da una cosa? Specialmente da una cosa di cui io non ho una grande pratica? Ma chi fu quel furfante che lo disse a Fortunato? (Minaccioso.) È stato forse Lei?
ENRICO L'assicuro che io non ne parlai con nessuno.
Ma Rita era ubbriaca e Lei dormiva russando che tremava tutta la casa...
GIOVANNI Davvero russo tanto forte? (Ad Emma.)
EMMA Certe volte se sei molto...
stanco.
(Poi.) Ma il signor Biggioni non era presente quando Fortunato parlò con me.
Egli sa che Rita era ubbriaca ma invece non sentí te dormire.
GIOVANNI Vede che non mi si sente dormire?
EMMA Fortunato era stato mandato da mamma in città per delle spese.
Ed ora nessuno gli leva dalla testa che ad ubbriacarla sia stato Guido.
GIOVANNI (riflettendo).
E credi che se la prenderà fortemente con Guido?
EMMA Mi parve di sentire nella sua voce un suono di minaccia.
Io ero là là per dirgli che Guido in questa storia non c'entrava e ch'eri stato tu a...
sí, a dare del vino a Rita.
Ma poi pensai d'interpellarti prima.
GIOVANNI E facesti benissimo.
Io non amo storie simili.
ENRICO A me sembra che la signora Emma abbia fatto male di non dire subito che si trattava di Lei.
GIOVANNI Ma che cosa va dicendo Lei? Eppoi che centra Lei?
ENRICO Non bisogna ancora parlarne, ma a lui, a Suo padre, posso dirlo? Tutti in questa casa sanno ch'io amo la signora Emma e che vivo nella speranza di divenire all'anniversario che so io e che prima o poi pur arriverà, il Suo figliuolo, signor Giovanni.
GIOVANNI Ma come potremo far credere a Fortunato che sia stato Lei ad ubbriacare Rita?
ENRICO Non credo si possa.
Io fui gettato fuori di questa casa e uscii quando Fortunato s'apprestava ad uscirne anche lui.
Perciò mi vide.
GIOVANNI Che peccato.
ENRICO Io volevo dirle un'altra cosa, signor Giovanni.
Quando a noi giovini tocca una cosa simile, noi subito accettiamo la nostra responsabilità.
Io sono convinto che quando Lei ci penserà un poco troverà che a Lei non resta da fare altro che confessare a Fortunato tutto.
Francamente io credo che la cosa si ridurrà a una questione di denaro.
GIOVANNI Una questione di denaro? Di molto denaro?
ENRICO Per Fortunato probabilmente non sarà che una questione di denaro.
Per Lei invece è tutt'altra cosa.
GIOVANNI Capisco! Lui incassa ed io pago.
ENRICO Non è questo ch'io voglio dire.
Lei ha fatto all'amore?
GIOVANNI (trasognato).
Io?
ENRICO Non occorre risponda.
Anzi Le dirò che quando i giovani hanno fatto all'amore non rispondono.
Il Suo dovere è di negare o almeno di tacere.
GIOVANNI (trasognato).
Ed io il mio dovere voglio farlo.
ENRICO Ma certo chi fa all'amore deve assumersi tutte le responsabilità che risultano dalla sua fortuna.
Ecco che qui, ora, Fortunato se la prende col signor Guido.
Questo Lei non può tollerare.
GIOVANNI Evidentemente.
ENRICO Certo sarebbe meglio di celare tutto.
Ma non si può.
Ella commise una leggerezza...
(Giovanni sorpreso fa un cenno di protesta) capisco ch'era scusabile per la Sua mancanza di pratica ad onta della Sua età...
però ringiovanita.
Ma ora in casa chi piú chi meno, sa di quella Sua avventura.
E perciò il Suo decoro esige...
GIOVANNI Il mio decoro? (Ergendosi.) Sappia, signor mio, che Ella è troppo giovine per insegnare a me quello che sia il mio decoro.
Io so che cosa esiga il mio decoro ed io vi ho corrisposto sempre.
ENRICO Questo ammetto.
GIOVANNI Dunque siamo d'accordo e non se ne parli piú.
Io ora vado a passeggio con quell'asino che si chiama...
ENRICO Boncini.
EMMA Padre mio, Fortunato vorrebbe parlare subito con te.
GIOVANNI Ma io ora non posso.
EMMA Il signor Boncini potrà aspettare un poco.
GIOVANNI E se non vuole aspettare?
ENRICO Che Gliene importa a Lei? Lo lasci correre.
GIOVANNI E lasciamolo correre allora.
EMMA Io chiamo Fortunato.
SCENA SESTA
RITA, subito dopo FORTUNATO e DETTI
RITA C'è fuori quel signor Boncini che vuole parlare con lei.
ENRICO Lo lasci correre.
RITA Non capisco.
GIOVANNI Oh, Rita.
Come stai? Anna mi disse ch'eri indisposta.
RITA Io sto benissimo.
FORTUNATO Scusi, volevo vedere se finalmente potevo parlare con Lei, signor padrone.
GIOVANNI (timoroso).
Tu ce l'hai con me?
FORTUNATO Io, signor padrone, io averla con Lei? Io ce l'ho con un membro della Sua famiglia e perciò sono costretto di lasciarla.
Mi dispiace molto, ma io in questa casa non posso piú restare.
GIOVANNI (riflettendo).
Con un membro della mia famiglia? Con Guido nevvero? Certo io non sono molto d'accordo col suo modo di trattare.
ENRICO Ma è un'altra cosa che il signor Giovanni Le vuol dire...
GIOVANNI Lasci che parli io.
Che c'entra Lei? So tutelare da solo il mio decoro.
Il mio decoro? Non soltanto quello, ma anche la mia felicità.
A questo mondo c'è anche Anna.
Io voglio ch'essa ignori del tutto quello di cui qui si tratta.
Mi promettete tutti il silenzio?
EMMA Ma certamente padre mio.
ENRICO Ne può essere sicuro.
GIOVANNI E tu Rita non hai detto nulla.
RITA Io non so di che si tratti.
GIOVANNI Hai da promettere di star zitta e di non dir nulla ad Anna di quanto qui si parlerà.
RITA Io so tacere.
Per me è la cosa piú facile di questo mondo.
Tant'è vero che m'è piuttosto difficile di parlare.
EMMA Ecco che parli troppo.
GIOVANNI Ed ora Lei signor Enrico si apposti al Suo posto, quello di iersera e se vede venire Anna, accorra subito.
EMMA Padre mio, non occorre.
Mamma non rientrerà che di qui a mezz'ora.
Lo so con precisione.
GIOVANNI E allora non c'è che da parlare.
Senti, Fortunato, tu credi che Rita abbia passato il suo tempo e si sia...
FORTUNATO Ubbriacata.
RITA Io non ero affatto ubbriaca.
È una menzogna.
GIOVANNI Lascia stare.
Qui non si tratta di sapere se eri o meno ubbriaca.
Si deve stabilire chi ti ha ubbriacata.
FORTUNATO Proprio cosí.
(Minaccioso.) Essa vuol darmi ad intendere ch'essa abbia passato quelle due ore con Lei, signore.
È una cosa incredibile? Lei, signore, passerebbe il Suo tempo con una fanciulla, una bambina che non sa dire niente?
GIOVANNI E che cosa diresti se fosse proprio cosí? (Timoroso.)
FORTUNATO (minaccioso).
Io comincerei col dire che tutti voi vi siete messi d'accordo per ingannarmi.
ENRICO Caro amico, di me non potete credere questo.
Io fui messo a guardia a quell'uscio dal signor Giovanni.
Vi stetti per due ore e v'assicuro che il signor Guido per di là non passò.
EMMA E che vuole che faccia a me che con Rita sia stato Guido o papà? Io so dirle che quando io qui arrivai Rita dormiva su quel sofà e papà sulla poltrona.
FORTUNATO Oh, potessi crederlo.
RITA A me non volevi crederlo.
Io ti dicevo che non ero stata con altri che col padrone.
FORTUNATO (corre verso Giovanni che, spaventato, si ritira).
Mi perdoni, signor padrone.
Io resto in casa Sua.
Mai piú non la lascerei.
Scusi se La disturbai.
GIOVANNI (siede per pigliar fiato).
Io perdono, io scuso.
Io perdono e scuso volentieri.
(Poi.) Solo che non bene capisco.
SCENA SETTIMA
ANNA e DETTI
ANNA La sarta non era in casa.
Che fate qui tutti riuniti? Rita, hai dato il pane agli uccellini?
RITA Non ancora signora padrona.
ANNA E sono già le dieci.
Vai a darlo subito.
L'hai almeno sminuzzato?
RITA Solo in piccola parte, signora.
Ma la colpa non è mia.
È stato Fortunato a turbarmi con le sue gelosie.
Credeva ch'io iersera sia stata in compagnia del signor Guido mentre io ero stata la sera intiera col signor Giovanni.
ANNA Cioè nettavi qui in questa camera le maniglie.
GIOVANNI (confessando).
Le permisi però di smettere e di tenermi un po' di compagnia.
ANNA E che male c'è?
FORTUNATO Ma quando seppi ch'essa era stata col signor Giovanni io stesso non trovai nulla a ridirci.
ANNA E a te fa piacere la compagnia di Rita?
GIOVANNI (parla con qualche stento).
Talvolta...
raramente...
sí.
ANNA E allora mi dirai quando la vuoi ed io la farò libera da ogni lavoro.
E adesso su, Rita.
Vengo ad aiutarti a sminuzzare il pane.
(Via con Rita subito seguite da Fortunato.)
GIOVANNI E adesso mi tocca andare a passeggio con quel signor...
ENRICO Boncini.
EMMA (abbracciandolo).
Addio, papà.
Come ti voglio piú bene, ora.
Mai piú mi staccherò da te.
GIOVANNI (riflettendo).
Oh, io non sono tanto ottuso come voi credete.
Ma aspettate.
Non è detta l'ultima parola.
Io voglio pensarci...
intendere.
(S'avvia per uscire, poi ritorna.) Io credo di aver capito quello che voi pensate.
Solo...
non so bene quello che pensi io.
(S'avvia e poi ritorna.) Certo, qui non vi possono essere dei dubbi.
O l'operazione c'è o non c'è.
Se c'è io debbo essere un altro di quello ch'ero e voi non potete ridere di me.
Ed io mi sentivo un altro.
Anche nel sogno, ma anche nella viva realtà con gli occhi aperti.
Perché riderne? Distruggere tutto questo?
ENRICO Ma chi ride di Lei?
EMMA Noi ridere di te?
GIOVANNI State zitti.
Tu e lui! Zitti vi dico.
Non è per nulla ch'io vissi tanto.
Intendo tutto.
Ci sono tanti modi di ridere di una persona.
Un uomo è tradito dalla moglie? Ecco, si ride di lui.
Ma si ride di lui anche se egli crede di tradirla e a lei non importa.
(Poi.) Non è questo ch'io voglio dire ma se state attenti potete intendere.
Io non dico che ad Anna non importi di me.
Essa non ride.
Ma voi, voi volete ridere.
E mi offendete.
Che cosa ho fatto io? Quello che mi dissero di fare.
Feci...
feci quello che la ricetta del medico prescriveva.
E per questo non si deve ridere.
Io terrò quella ricetta per mia legge, fino all'ultimo respiro.
Lo giuro.
(Commosso.)
EMMA Ma padre mio! Se tu ti commovessi, se tu piangessi, io piangerei con te.
GIOVANNI (accarezzandola).
Sí, figliuola mia, tu saresti capace di piangere per me.
Ti ringrazio.
(Poi.) Ma anche questo tuo pianto sarebbe una derisione.
Io sono vecchio solo perché non sono morto giovine.
Ed è una cosa che capiterà anche a te.
(Poi a Enrico con voce rude ed alta.) Ed anche a Lei.
ENRICO Speriamolo! Io allora mi farò operare.
GIOVANNI (dopo una pausa di riflessione).
Questo è detto molto bene.
Dire cosí è meglio che ridere - molto meglio - ma anche molto meglio che piangere.
È la prima volta ch'Ella dice una cosa intelligente ma quando la disse, la disse proprio al momento dovuto.
Bravo! Questa parola chiarisce tutto.
È tanto importante ch'io ammetto ch'Ella sposi mia figlia.
(Ad Emma.) Oh, sposalo pure.
Vale meglio un uomo che dice una volta tanto una parola intelligente quando occorre che un altro che t'inondi ogni giorno la casa di un'intelligenza di cui non sai che fartene.
Sposalo, sposalo.
È un uomo che può essere comodo di avere in casa.
Al momento dovuto salta fuori e dice la parola giusta.
Io non l'avrei trovata.
Sposalo pure.
EMMA Non è questo il momento, padre mio.
GIOVANNI So, so.
Aspettiamo il prossimo 22 di marzo.
ENRICO (agitato).
Il 22 di febbraio.
Il povero Valentino è morto proprio il 22 di febbraio.
EMMA (imperiosa).
Non parli cosí.
GIOVANNI Una grande parola Lei ha detto.
Io non la ricordavo.
Eppure prima di fare una cosa simile io consultai un collegio medico - vesti nere ampie e cravatte bianche - e tutti furono d'accordo.
Anche il dottor Raulli.
EMMA No, padre mio.
Il dottor Raulli non fu mai d'accordo.
GIOVANNI (confuso).
A me pareva...
Ma ora grazie al Cielo, non ho piú da pensarci perché l'operazione non è piú da farsi, è già fatta.
E bisogna goderne.
L'amore, sí, anche quello appartiene ai ringiovaniti...
per quanto nessuno ci creda.
Ma ci sono altre cose: La generosità, la bontà.
I vecchi sono meschini e miseri.
Guarda.
(Estrae dalla tasca un pugno di monete.) Ogni giorno distribuisco ai mendicanti dieci lire.
Oggi di piú perché sono con quel signor...
ENRICO Boncini.
GIOVANNI Boncini.
Oggi darò di piú perché il Boncini deve convincersi che sono giovine e seguirmi operandosi.
Quando saremo in molti ci consulteremo fra noi ci appoggeremo l'uno con l'altro e ci spiegheremo piú facilmente.
Intanto quando con tutta fiducia ci confesseremo l'uno all'altro si arriverà piú presto a distinguere quello ch'è sogno e quello ch'è realtà.
Ci assoceremo, saremo dei veri fratelli, tutti noi operati.
Io, vado, addio! (Preme il cappello in testa ed esce con passo deciso.)
SCENA OTTAVA
EMMA ed ENRICO
EMMA (lieta).
Oh, come lo amo cosí debole, malsicuro, vecchio, veramente vecchio.
Poverino! Voglio aiutarlo a uscire da tanta agitazione.
ENRICO Anch'io, molto volentieri.
A me riesce facilmente d'intenderlo.
Capirà.
Anche per noi giovini l'amore non è mica un grande divertimento.
Capirà quello che dev'essere per un uomo che non ci pensava piú da tanto tempo.
EMMA Oh, io non so se si tratti proprio di amore.
SCENA NONA
ANNA e DETTI
ANNA Quella Rita! Se non ci sono io dimentica le cose piú importanti.
A certe ore della giornata non dovrei mai uscire.
SCENA DECIMA
BONCINI e DETTI
BONCINI (agitato).
Son corso qui incaricato dal dottor Raulli di avvisarvi che non c'è nulla di male, che il signor Giovanni sarà subito qui, relativamente in buone condizioni.
TUTTI (spaventati).
Che cosa gli è avvenuto?
SCENA UNDICESIMA
GUIDO e DETTI
GUIDO Nulla, assolutamente nulla.
Io son passato di là e mi son fermato vedendo un assembramento accanto alla farmacia.
Si trattava proprio dello zio.
Non gli è avvenuto nulla, proprio nulla.
Buono che sono arrivato io perché altrimenti il signor Boncini v'avrebbe spaventato.
BONCINI (arrabbiato).
Ma v'ho spaventato io?
EMMA Tutt'altro.
Ma vorremmo finalmente sapere quello ch'è avvenuto.
BONCINI Ecco: adesso che v'ho tranquillate, posso dirvi quello ch'è avvenuto: È terribile e ammirabile! Dio mio! Quell'operazione è una cosa meravigliosa ed io voglio farla subito.
Si camminava dunque insieme ed io osservavo con la massima compiacenza il passo leggero e rapido del signor Chierici.
Glielo dissi ed egli mi parve molto contento.
Affrettò il passo in modo ch'io non potei piú seguirlo.
Era magnifico.
Poi si fermò per dare una manciata di monete.
Scendeva un'automobile la via con celerità discreta.
EMMA, ANNA ed ENRICO.
Un'automobile!
BONCINI Un bambino forse di otto anni gli correva accanto.
Forse dal punto avanzato a cui si trovava il signor Chierici non si potevano misurare tanto esattamente le distanze.
È certo che io vidi benissimo che il bambino non correva alcun rischio perché l'automobile l'aveva raggiunto e non lo toccava.
Ma il signor Chierici si mise a urlare: Io lo salvo, io lo salvo.
Saltò fuori del marciapiede e si mise a correre verso l'automobile.
Io spero non l'abbia raggiunto, ma cadde come se ne fosse stato urtato, riverso, le gambe all'aria.
ENRICO Che bestialità
EMMA Dio mio!
ANNA Dov'è? Dov'è?
BONCINI Si mandò a cercare una vettura.
Il dottor Raulli l'accompagnerà a casa.
Ma non vi ho detto tutto.
Quando ancora giaceva a terra cosí, supino, un'altra automobile s'avanzò e se non si fermava a tempo l'avrebbe schiacciato.
La fermai io mettendomi ad urlare e cosí l'arrestai.
Fui io a salvarlo...
urlando.
Già io correre non posso perché ancora non sono stato operato.
GUIDO Altrimenti vi sareste gettato anche voi contro l'automobile.
BONCINI A che pro? Avrei potuto urlare piú poderosamente.
(A Guido.) Dunque siamo intesi.
Vengo nel pomeriggio, da voi.
(Saluta tutti ed esce.)
SCENA DODICESIMA
GIOVANNI sostenuto dal dottor RAULLI e da FORTUNATO la testa bendata, e DETTI
ANNA Oh, Giovanni, che hai fatto?
GIOVANNI Avete portato il bambino che ho salvato per farlo vedere a mia moglie?
ANNA Oh, Giovanni, non occorre questo.
Sei stato bravo ma imprudente tanto.
GIOVANNI (che fu adagiato sulla poltrona sul cui schienale si adagia esausto).
Il proprio dovere bisogna farlo.
Dov'è il bambino? (Chiude gli occhi e si perde.)
RAULLI Lasciate che riposi un poco.
Poi lo adageremo su questo sofà perché dorma.
Le apra le vesti per facilitargli la respirazione.
(Anna eseguisce.
A Guido.) Vede la sua operazione?
GUIDO Già non c'è pericolo?
RAULLI Potrei garantirlo.
Non ha che una lieve escoriazione alla nuca.
GUIDO Vede che l'operazione non è tanto pericolosa.
RAULLI Perché non è abbastanza efficace.
Se egli avesse potuto correre di piú sarebbe finito sotto all'automobile.
GUIDO Speriamo che si perfezioni.
GIOVANNI Io vorrei dire qualche cosa a mia moglie.
Ma non voglio che nessuno senta.
(Tutti si fanno lontani e lui parla alla moglie che gli si è avvicinata chinandosi a lui.) Se qualcuno ti dicesse che io ho voluto ammazzarti non crederlo.
ANNA (verso Raulli).
Delira?
RAULLI (s'avvicina, lo guarda e gli tocca il polso).
No! È perfettamente in sé.
Solo ancora un po' sconvolto.
Deve dormire signor Giovanni.
Si corichi su quel sofà.
GIOVANNI Subito! Ma prima voglio dire qualche cosa a mia moglie.
(Poi.) Se qualcuno ti dicesse ch'io ti sposai senz'amore, non crederlo.
Io ti amai sempre.
ANNA (guardando verso Raulli).
Ma io sempre lo credetti.
GIOVANNI E facesti bene.
È cosí che bisogna credere per vivere felici uno accanto all'altro.
E prima quando mi misi a camminare con quel signor...
ENRICO Boncini.
GIOVANNI Manda via quel signor...
ENRICO Biggioni.
GIOVANNI Grazie.
Quando mi misi a camminare con Biggioni...
ENRICO Boncini.
GIOVANNI È vero, Boncini, pensai sempre: Io sono un vecchio morale che ama chi lo merita, dunque te.
Un vecchio morale benché ringiovanito.
E t'amai molto.
ANNA Sí, come sempre.
GIOVANNI Sí, come sempre e un poco di piú.
ANNA Grazie.
(Lo vuol baciare; egli si piega ed essa lo bacia sulla benda.)
GIOVANNI M'hai baciato sulla benda, la parte piú gloriosa dei mio corpo.
E adesso vorrei giacere piú comodo su un letto per pensare meglio e arrivare a intendere tutto.
RAULLI E allora portiamolo addirittura a letto.
Enrico, Fortunato, Guido, dott.
Raulli portano via Giovanni ed escono a sinistra seguiti dalle donne.
SOGNO
RITA e GIOVANNI
RITA Ecco, padrone.
Questo è il pezzo di terra che avete da lavorare.
GIOVANNI (bendato, una zappa sulla spalla).
Questo? Mi pare duro.
Non si potrebbe attendere che la pioggia venga e lo renda piú tenero?
RITA Siete stato scelto voi a questo lavoro perché siete forte essendo di una giovinezza tanto recente.
GIOVANNI E adesso va via e lasciami al lavoro.
La gente è tanto maligna che se ci vedessero insieme potrebbe pensare Dio sa che cosa.
Fatti in là e intanto ch'io lavoro canta.
RITA (allontanatasi canta).
"M'hanno detto che Beppe va soldato
E che v'han visto pianger di nascosto..."
ANNA Hai visto che ho lasciata libera Rita perché ti tenga compagnia.
GIOVANNI Allontanala.
Io sono un uomo serio e ho molto da fare.
Alle donne non voglio accordare nessuna libertà.
Alla larga.
(Lavora.) Già nella mia giovinezza osservai ch'erano tutte fuori di posto.
ANNA Fuori di posto.
GIOVANNI Non so come dire.
Forse erano gli uomini che erano fuori di posto.
Certo è che si prendeva una donna e non era quella.
ANNA Devo intendere che non m'amasti?
GIOVANNI Non parlo qui di te.
Lasciami dire.
Voialtre donne capitate sempre a interrompere: Domandate subito: Ed io? Che c'entriamo qui io e te? Io dico che ho saputo che di solito si va a letto con una donna e subito si vorrebbe cambiare...
di letto.
Questo è uno stato di cose che bisogna cambiare.
ANNA Ma non m'amasti?
GIOVANNI (seccato).
Che insistenza! Come fare a quietarla e pensare liberamente? (Lavora.) Io t'amai sempre.
Lavorai e lavoro per te.
Può però essere che una sola donna non basti per un uomo.
(Lavora.) O forse sia di troppo.
(Lavora.) Dico che tutto è fuori di posto.
Ma poi ci si abitua a stare fuori di posto e si vive come se a posto si fosse.
Perciò, perciò il dottor Raulli ha ragione di non voler l'operazione.
Perché quando capita quella ci si mette a rovistare nella propria vita e si scopre tutto, cioè tutto quello ch'è fuori di posto, tutta la vita.
E si vede che quello che si credeva fosse la vita era invece una specie di morte.
(Ad alta voce.) E qui parlo di noi.
Tu! Ricordi quando ci siamo visti l'ultima volta prima che io mi faccia operare? Perché appena operato, in fede mia, io ti guardai, non però tu me, perché tu guardavi gli uccellini, i cani, i gatti.
Io ti guardai e male me ne incolse.
ANNA (vergognandosi).
Sono molto vecchia.
GIOVANNI Non parlo di questo! Guardandoti mi ricordai che ci eravamo sposati molti anni prima e che avevamo fatto una cosa futilissima io in marsina e tu in abito bianco e bevemmo e mangiammo tanto come se ci si fosse apprestati a mangiare e bere tanto da allora ogni giorno.
Mentre poi arrivò un momento in cui quella bestia di Raulli mi proibí di bere dell'altro vino ed infatti io non ne presi fino a ieri in cui volli far piacere a Rita.
(Lavora, poi.) Una cosa futilissima quel matrimonio, ti dico, perché poi non si rimase insieme.
Occorreva quella marsina, quell'abito bianco e tutto quel vino e quel cibo?
ANNA Nacque però Emma...
GIOVANNI Sí, e poco dopo ci dividemmo.
ANNA Non credo sia andata cosí.
GIOVANNI Va bene! La cosa sarà durata per alcuni brevi anni, ma poi ci dividemmo definitivamente fino a che mi feci operare.
Trovai tutto il mondo sconvolto.
Non si dava piú alcun peso ai baci.
Io baciai Rita...
ANNA Sí, come un padre una figlia.
GIOVANNI (impaziente).
Sta bene, come un padre bacia la figlia di un altro.
Una cosa importantissima.
È vero ch'io l'avevo fatto solo per provare l'effetto dell'operazione.
Ma un bacio ai miei tempi era una cosa molto importante.
Invece fuori di me che ci pensai tanto e ci penso tuttora non ci fu che mia figlia che al bacio desse importanza.
Mia figlia...
Chissà perché? Forse perché le è morto il marito prima che da lui si fosse divisa.
Rita invece ne parlò a Fortunato come se nulla fosse.
L'avrebbe gridato senza vergogna in piazza Unità.
Fortunato che avrebbe dovuto uccidermi mi baciò la mano.
E tu, tu...
Mi proponesti di dare libertà a Rita ogni volta ch'io avessi sentito bisogno di lei.
ANNA Volevo esserti aggradevole.
GIOVANNI Ti ringrazio, ma mi davi troppo.
Molto piú di quanto domandai.
Mi pare che tu abbia sbagliato la misura.
ANNA Ma non puoi lagnarti.
Io speravo che ciò avrebbe reso la tua vita piú gradevole.
GIOVANNI Fu un inferno la mia vita dacché tu mi trattasti cosí ossia trattasti cosí l'operazione.
ANNA L'operazione? Chi vi poteva pensare? Dopo tre settimane? Si pensa forse al Pagliano?
GIOVANNI Mancasti di fede.
E perciò non so pensarci neppur io piú.
Di donne non voglio piú saperne.
ANNA Neppure di me? Vuoi darmi un bacio?
GIOVANNI Baci? No, assolutamente.
Io ti amo, io mai volli ucciderti.
Io ti amo.
Amerò per amor tuo tutte le tue bestie, i passeri, i gatti, i cani.
E lavoro per te.
Lavoro volentieri per te.
Per onorare te salvo la gente e la nutro.
Questo è il dovere di noi vecchi giovini.
Appendice prima
La parola
(Atto Unico)
PERSONAGGI
SILVIO ARCETRI
FANNY, sua moglie
ALFONSO BERTET
EMILIA, sorella di SILVIO
LUIGI, cameriere di SILVIO
La scena rappresenta una stanza di lavoro di un ricco signore.
Somiglia ad una stanza di ricco giovanotto, ma i mobili ne sono piú grevi piú sodi.
SCENA PRIMA
SILVIO e LUIGI
Silvio Arcetri è seduto al tavolo, pensieroso, la testa poggiata su una mano.
Il cameriere Luigi si dà da fare nella stanza.
LUIGI Oggi dovrei spazzolare questi mobili: sono carichi di polvere.
SILVIO Lascia stare finché sono qui.
Ho da fare.
È stato nessuno a domandare di me?
LUIGI Sí signore.
Una persona della quale però il signor padrone mi ha proibito di parlare.
SILVIO La piccola Elena? Nessun altro?
LUIGI Nessun altro.
(Dopo una piccola pausa.) La...
piccola mi chiese...
SILVIO Hai capito sí o no che se mi parli ancora una volta di essa, ti scaccio sul momento? Non ti vergogni d'aver fatto e di voler fare eternamente quel mestiere?
LUIGI (risentito).
Il signore me l'ha imposto e insegnato.
SILVIO E adesso ti dico di abbandonarlo.
Io non so piú se tu t'offristi di servirmi o se io t'imposi di aiutarmi...
La cosa data da tanto tempo! Ma ritorniamo ora insieme alla virtú!
LUIGI Signore! Mi dispiace ma io non posso ritornare insieme alla virtú perché da lungo tempo ho risoluto di abbandonare questa casa.
Ero stanco di quel mestiere...
come lo chiama Lei...
e trovai un impiego da una vecchia beghina.
Sono vecchio abbastanza e debbo pensare alla salvezza dell'anima mia.
Non potevo sapere che restando qui, l'anima avrebbe finito col trovarsi al sicuro come presso la vecchia beghina.
SILVIO Non la darai mica ad intendere a me, sai.
Tu scappi perché la metamorfosi che mi proposi non ti conviene.
Perché fingere? Confessa.
Non me ne adirerò mica.
LUIGI Ebbene...
giacché lo desidera! Finora io credetti che questa virtú fosse soltanto una nube di passaggio.
Ma oramai dura troppo.
Sono otto giorni che la signora ha abbandonata questa casa.
Non si sente piú parlare di essa e tuttavia...
Capirà! Noi poveri non possiamo mica essere oggi viziosi e domani virtuosi.
Ci si abitua a varie comodità cui è doloroso rinunziare e che non si potrebbero soddisfare se si fosse obbligati di non far altro che spazzolare dei mobili.
SILVIO Ah! se si tratta di solo denaro io sono disposto d'aumentare la tua paga anche di 20 franchi.
LUIGI (con amarezza).
Oh! signore! Neppure Lei sa quanto mi rendevano quei suoi magnifici slanci giovanili che ora chiama vizio.
Ella oramai è veramente virtuoso.
Lo vedo anche dalla sua offerta.
SILVIO Ebbene! Quanto ti rendevano?
LUIGI Circa duecento franchi al mese e qualche volta molto di piú.
SILVIO (borbotta).
Pare impossibile.
(Fuori suona un campanello.)
SILVIO Vai a vedere chi è.
Se fosse mia moglie fischia per avvisarmi.
Eccoti...
dieci franchi per dimostrarti che anche la virtú può rendere.
LUIGI Grazie! (Poi borbotta.) Si tratta però di virtú? (Esce e subito si ode un fischio leggero.)
SCENA SECONDA
SILVIO e ALFONSO BERTET
SILVIO (quando ha udito il fischio s'è gettato a sedere).
Mia moglie! finalmente!
ALFONSO (uomo di media età, vestito da persona che poco bada alle forme, un cappello a cencio in testa; si ferma alla porta a contemplare Silvio).
L'uno fischia e l'altro piange.
Che ci sia relazione fra' due fatti? (Ad alta voce.) Buon giorno.
SILVIO (si volge scuotendosi).
Tu? Sei tu? (Riprendendosi.) Sei tu? Finalmente! Arriverò a sapere che cosa mia moglie voglia da me?
ALFONSO Non lo sai ancora? Ebbene! Sono venuto qui appositamente per dirtelo! Essa vuole che tu confessi! Altro essa non domanda!
SILVIO Ma in nome di Dio! Che cosa vuole essa ch'io confessi quando sono innocente?
ALFONSO (ridendo).
Mia sorella non ha questa opinione.
Sai! Noialtri Bertet non siamo letterati come te, ma una certa dose di buon senso l'abbiamo ereditata anche noi.
SILVIO È però la vera pratica della vita che io dico vi manchi, non il buon senso.
Il buon senso? È il senso comune il senso volgare, stupido, basato sulla conoscenza di certe leggi costanti che poi non s'avverano che raramente.
A voi manca persino l'immaginazione per comprendere come le piú varie circostanze possano associarsi, di quelle circostanze ch'erano campate in aria e caddero in un luogo e in un dato tempo insieme per schiacciare un disgraziato.
ALFONSO Di' pure la parola: un cumulo di circostanze.
Questa parola è bellissima e l'hai impiegata varie volte con mia sorella.
Ne abbiamo riso abbastanza.
SILVIO Perché vi manca la facoltà di comprendere...
ALFONSO Famiglia d'agricoltori fortunati, capisco.
Ma debbo rettificare una cosa: Io risi di quella parola; mia sorella ne piange.
Piange non soltanto delle circostanze ma anche del cumulo.
Non soltanto mi tradisce - essa dice - ma mi disprezza credendo di poter farmi credere una cosa simile.
Vediamo, caro amico.
Mia sorella entra in una stanza e ti trova in un letto con una donna.
Nella stanza una dolce semioscurità; le finestre ermeticamente chiuse, però la porta aperta.
Tu dici che quella porta aperta prova da sé la tua innocenza.
Noi Bertet crediamo invece che certi uomini in certi momenti dimenticano di chiudere quello che veramente andrebbe chiuso.
Chiudono cioè le finestre e non la porta.
Sta bene! Tu ti sei gettato per caso, per una stanchezza fisica e morale che noi Bertet troviamo invece immorale in un letto ove c'era una donna.
Come va che questa donna non si sorprese affatto di vederti nel letto ove essa dormiva?
SILVIO Se dormiva non poteva sorprendersi.
ALFONSO Ma per non destarla tu devi essere entrato in punta di piedi in quella stanza, devi aver badato di non far cigolare la porta...
SILVIO Non cigolò infatti! Doveva essere stata unta da poco tempo.
ALFONSO E poi appena avevi della bella strada da percorrere per giungere al letto.
A mia sorella parve anche di aver visto che la testa della donna poggiava su un tuo braccio.
SILVIO È un'invenzione! Questo poi mi meraviglia di Anna!
ALFONSO Essa dice «mi parve».
È onesta! Se fosse certa, allora, credo, non avrebbe neppure il bisogno di avere la tua confessione.
SILVIO Stimo io! Come potrei negare allora?
ALFONSO Ed io ti consiglio di non negare neppur cosí.
SILVIO Già! tu sei mio nemico!
ALFONSO Non crederlo.
Non siamo amici perché tu, il tuo carattere e la tua...
immaginazione mi sono avversi.
Però siamo alleati naturali.
Infatti che cosa ne faccio io di mia sorella, io che non ho bisogno dei suoi denari? Figurati che l'ho tutto il giorno per i piedi a lagnarsi di te e della sua sventura; è una bella seccatura.
La sorpresi ieri che non trovando altri confidava le sue pene a mia figlia.
Dovetti proibirle di confondere le idee a quell'innocente.
Anche il suo denaro m'è d'impiccio.
Essa dice che in caso di separazione io dovrei assumere l'amministrazione.
SILVIO Separazione?
ALFONSO Non dubitare che abbiamo elementi sufficienti per ottenerla.
Mia sorella - come sai - colpita al cuore fuggí e non pensò di chiamare testimoni ma un testimonio l'abbiamo, la sua domestica che vide tutto.
SILVIO Tutto?
ALFONSO Non la testa della donna sul tuo braccio.
Questo no.
Si trova nel medesimo dubbio di mia sorella.
Lo capisci anche tu! Nella stanza regnava una dolce penombra ed era difficile percepire certi particolari.
La chiusura delle finestre serví pure a qualche cosa.
SILVIO Serví a peggiorare la mia condizione.
Perciò non s'avvidero che io mi trovavo bensí in quel letto, ma del tutto vestito e persino col cappello in mano.
ALFONSO Di ciò non s'avvidero infatti.
Ma non ti avrebbe servito gran che.
Noi Bertet avremmo pensato che, nella foga, non avevi ancora trovato il tempo di deporlo.
Ora non è mica un compito facile d'amministrare una simile sostanza, amministrare, dico, non sperperare.
Le belle terre che tu volesti vendere (con emozione) non si possono ricomprare.
Eppoi il denaro è tutto impiegato in miniere ed altri valori letterarii di cui io non m'intendo.
Per tutte queste ragioni, fammi il piacere, riprenditi tua moglie.
SILVIO Sei un bel tizio tu! Io vi sono dispostissimo, lo sai bene.
ALFONSO E allora perché non fai quello ch'è necessario per riaverla? Perché non confessi? Siamo giusti, mia sorella ha ragione.
Essa dice: Lo vedessi pentito di quanto ha fatto, volesse scusarsi, attribuire tutto ad un momentaneo smarrimento di sensi.
Ma invece mi deride per sopramercato.
Se gli perdono con tali premesse ricomincerà domani se non addirittura oggi.
Non vedi che ha ragione? Confessa, dunque, e finiamola.
SILVIO (dopo un istante d'intensa riflessione).
Ebbene! Dille che venga qui.
Le dirò tutta, tutta la verità.
Dille che venga e saprà il mio delitto, il mio nero delitto.
Le dirò il mio amore e il mio pentimento e torni la pace in questa casa infelice.
ALFONSO Fra un quarto d