COMMEDIE, di Italo Svevo - pagina 80
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Voi che mi seccaste tanto con quella sciocca avventura dell'automobile, non potreste ora essere soddisfatti che mi si può affidare benissimo la tutela del fanciullo?
EMMA (singhiozzando).
Io credo che il mio fanciullo abbia bisogno dell'esempio di un vecchio e non di un giovine.
GIOVANNI Non capisco! Che cosa può sapere il bambino di quello ch'io sono? Non mi ricrescono né i capelli né i denti.
EMMA Oh, i bambini scoprono tutto, sentono tutto.
GIOVANNI (dubbioso).
Eh, via.
Tu credi che Umbertino sappia qualche cosa?
EMMA I fanciulli non sanno.
Sentono! Imitano.
Se resto qui chi verrà a contatto col bambino? Tu e Rita.
Vedi bene che non è possibile.
GIOVANNI (stupito).
Io e Rita! Io e Rita? Ma quando il bambino poté vedere insieme me e Rita?
EMMA Come mi trovai io, avrebbe potuto trovarti anche lui.
GIOVANNI Impossibile! C'era là fuori il signor...
Biggioni che stava attento.
EMMA Questa volta.
Ma intanto se io resto in questa casa esigerei che il signor Biggioni non ci metta piú piede.
GIOVANNI Anche a me è antipatico e non me ne importa affatto.
Lo sopportavo per fare un piacere a te.
Ieri lo misi fuori solo perché non lo volevo qui dentro e lui s'ostinava a rimanere qui.
Io di Pauletta non ho mica bisogno sempre.
Come fanno gli altri giovini? Hanno bisogno di dare scandalo?
EMMA (sbigottita).
Pauletta?
GIOVANNI (confuso).
Pauletta? (Poi.) Sí, Pauletta, Rita...
Non so bene.
EMMA (guardandolo spaventata).
E che cosa dirà la mamma?
GIOVANNI (stupito).
La mamma? Anna? Ah, sí.
Devo pregarti di non dire nulla.
Naturalmente nessun giovine dice nulla alla moglie.
EMMA Padre mio, io resto con te, io devo restarti accanto per proteggere te, per proteggere la mamma.
GIOVANNI Brava la mia figliuola.
Restami accanto ed io proteggerò sempre te e il tuo figliuolo se tu starai attenta che la mamma non sappia nulla.
Io ho capito bene quello che tu dici.
Tu hai paura della mia immoralità.
Ma non è mica grande, sai.
Io amo la moralità, io l'ho sempre amata.
Ma ora, con quella operazione addosso, io non posso essere morale per tutte le lunghe ventiquattro ore della giornata.
EMMA Ma perché la facesti?
GIOVANNI Posso però essere morale per la maggior parte di esse...
purtroppo.
Perciò è facile.
Una cosa un po' piú difficile è un'altra.
Io vorrei che oramai a Pauletta...
cioè a Rita sia fatta tutt'altra posizione in casa nostra.
Essa si lagnò molto con me del lavoro che ha in casa.
Non potresti adibirla alla sorveglianza del bambino? Il bambino è già grande.
Sa sorvegliare se stesso e guardarsi dalle automobili.
Perciò non ci sarebbe molto da fare intorno a lui.
Ti sarei tanto grato se tu potessi farmi questo piacere.
EMMA Come vuoi ch'io faccia una cosa simile? Mamma si accorgerebbe...
GIOVANNI Ma Anna non guarda e non vede.
Se tu sapessi come Anna è lontana da tutte codeste cose.
Dio mio! Da quanti anni non ci pensa.
M'aveva promesso amore e la nostra vita fu d'amore solo per un brevissimo periodo.
Essa vuole solo restare quieta, serena, attendere alle sue bestie.
Mi vuole bene, questo sí! Ma come a un padre, a un figlio, a un fratello.
Io anche le voglio bene cosí.
Questa notte feci un sogno strano.
Qualcuno, nel sogno, mi proponeva di uccidere Anna.
Puoi immaginare come soffersi e come protestai.
Come se qualcuno m'avesse proposto di uccidere mia madre, mia sorella, mia figlia.
(Un po' incantato.) Se sapessi come anche nel sogno io protestai e come soffersi perché m'era stata fatta una proposta simile.
Non era che un sogno, ma dice qualche cosa.
Tu m'intendi nevvero?
EMMA (con tristezza).
È tanto facile, padre mio.
GIOVANNI Noi due si può certamente andare d'accordo.
Perché dividerci? Io voglio bene a te e sopratutto al bambino.
Può essere che per il momento m'occupi meno di lui.
Ma se continuo a vivere, ridiverrò vecchio una buona volta e avrò bisogno di lui.
Noi due, io e te, abbiamo tante cose in comune.
Anche l'antipatia per quel signor...
Biggioni.
Non è il marito che faccia per te.
Disgraziato! È un bambino.
Si può fare di lui quello che si vuole.
Se sapessi! Io scommetto che se gli do l'ordine di scopare la mia stanza egli lo fa.
Di mala grazia, sai, ma lo fa.
Urlando minacciosamente, ma lo fa.
EMMA Poverino!
GIOVANNI Proprio poverino e un po'...
come dirò?...
abietto.
Non è un uomo quello lí.
Insomma siamo d'accordo figliuola mia.
Tu resti con me.
Hai bisogno di un appoggio perché sei ancora tanto giovine.
EMMA (decisa).
Sí, resto con te.
Ho bisogno di un appoggio e ti ringrazio di accordarmelo.
(Lo bacia in fronte.)
SCENA TERZA
FORTUNATO ed EMMA
FORTUNATO Il padrone non è qui?
EMMA Viene subito.
È andato di là a vestirsi.
FORTUNATO (imbarazzato e esitante).
Io volevo parlare con lui.
EMMA Sarà subito di ritorno.
È andato a vestirsi.
FORTUNATO L'aspetterò.
(Lunga pausa.)
EMMA Rita è tuttora a letto?
FORTUNATO Sí! Soffre tuttavia di mal di testa.
Non può levarsi per oggi.
La signora Anna ha fatto chiamare il dottore.
(Pausa).
Già, Lei a quest'ora sa l'argomento che ho da esporre al padrone.
Io non resto piú in questa casa ed io non sposo Rita.
Quella non è una donna che si sposa.
Come starei al volante? Le mie corna spezzerebbero il parabrise.
EMMA Io non capisco quello ch'Ella dice.
FORTUNATO Oh, Ella sa tutto.
Non posso credere che ogni parola di Rita sia bugiarda, tanto piú ch'essa parlò subito, ancora ubbriaca, offuscata dalla stanchezza, dal sonno.
Mi disse: Fummo svegliati dalla signora Emma che capitò nella stanza.
Dove la bugia cominciò è nell'asserire ch'essa si trovava qui assieme al vecchio signore, il mio padrone.
Come se il vecchio signore sarebbe disposto di perdere il suo tempo con una fantesca.
Con quale scopo poi? A quell'età egli ha altri pensieri.
Io da lungo tempo avevo indovinato due cose: Prima di tutto che Rita era insidiata da quel signor Guido che davvero non sembrerebbe possa appartenere alla stessa vostra famiglia.
Mi perdoni se parlo di lui con tanta libertà ma l'ora dei riguardi è passata per me.
La seconda cosa cui io avevo ragione d'aspettarmi era che Rita si preparava di difendersi dai miei sospetti sul signor Guido fingendo di essere insidiata dal vecchio signore.
Mi parlò a lungo di operazioni e che so io che dovrebbero rendere pericolosi anche i vecchi.
EMMA Le operazioni esistono.
FORTUNATO Ma non parliamone.
Nessuno che abbia un po' di pratica della vita ci crede.
E ieri quel signor Guido - quel furfante - io non posso avere riguardi per nessuno, ubbriacò Rita.
Era ubbriaca fracida.
Io me ne intendo.
Dica se non è un'azione obbrobriosa.
La fanciulla quasi vaneggiava.
Si capisce che in quello stato si poteva abusare di lei.
Io non la sposo.
Nel mio furore mi misi a parlarle del signor Guido e per tutta risposta ella si mise a ridere, ridere sgangheratamente.
Poi come si avviò al sonno il suo riso sguaiato si mitigò e quando s'addormentò sulla seggiola in cucina quel riso lasciò delle traccie in un sorriso che non sparí piú.
Forse ancora questa mattina essa sorride ancora se ancora dorme.
Io non la sposo e voglio subito lasciare questa casa.
EMMA Senta io posso andare di là da mio padre.
Vuole gli racconti tutto io? Non sarebbe meglio? Forse se apprende una cosa simile di Guido egli potrebbe anche essere capace di interdirgli l'accesso a questa casa.
FORTUNATO Non servirebbe piú a niente oramai.
Chiudere la stalla ora che la mucca è fuggita?
EMMA Ad ogni modo lasci che gli parli io.
Lei ritorni giú in giardino e aspetti che la chiamerò.
SCENA QUARTA
ENRICO e DETTI
ENRICO Signora, scusi se oso ancora presentarmi a Lei ma prima di rinunziare a vederla altro, vorrei darle qualche spiegazione...
EMMA (mitemente).
S'accomodi signor Enrico.
Sieda! Sono subito con Lei.
(A Fortunato.) Allora siamo d'accordo.
Io parlo con papà e La chiamo subito.
Papà ha da uscire ma lo indurrò, ad attenderla.
FORTUNATO Sta bene signora.
(Esce.)
ENRICO Signora, io vorrei una parola di spiegazione.
Ieri, per avermi trovato in quella posizione a questa porta Ella mi disse delle parole che profondamente mi ferirono.
EMMA (confusa).
Mi dispiace di averle detto quelle parole.
Poi ho saputo ch'Ella si trovava a quel posto per attendere Umbertino.
ENRICO (guardandola confuso e sorpreso).
Grazie signora.
M'è dolce ch'Ella mi rivolga una parola piú dolce ora che non avremo da rivederci piú.
Ma io vorrei dividermi da Lei con piena chiarezza e sincerità.
Io quella parola dolce, la prima ch'ebbi da Lei dopo ch'è morto il povero Valentino, io non la merito.
Perché è vero ch'io aspettavo Umbertino ma è anche vero che avevo l'incarico di rimanere a quella porta e sorvegliare che nessuno turbasse il vecchio signore intanto che faceva l'esperienza dei risultati dell'operazione.
EMMA (abbattuta).
Oh, oh!
ENRICO Ha visto che neppure il suo cocchiere non mi saluta? Ha ragione.
Un giorno, per compiacere il signor Guido, lo allontanai dalla cucina per pregarlo di darmi delle spiegazioni sul funzionamento della sua automobile.
Intanto Guido aveva mano libera in cucina.
EMMA Ma questo è turpe.
ENRICO Questo non lo so perché io non potevo vedere la macchina e la cucina allo stesso tempo.
Poi non m'importava d'altro che di conquistarmi l'amicizia del signor Guido.
Le spiegazioni dovevano durare un quarto d'ora ed infatti durarono precisamente un quarto d'ora.
Pensi la mia noia di farmi spiegare per lungo e per largo delle cose ch'io tanto meglio di lui conoscevo.
Passato il quarto d'ora Fortunato voleva continuare le sue spiegazioni ma io lo interruppi rudemente.
Forse fui troppo brusco e perciò egli s'accorse di qualche cosa, anzi...
di tutto.
Da allora non posso passare da quella parte del giardino perché immancabilmente mi piovono addosso proiettili di tutte le qualità: casseruole, pentole ancora calde e molto grosse.
Fortunato si scusa ma ridendo forte.
EMMA E Lei? Lei non reagisce in nessun modo.
ENRICO Io non posso reagire.
Come lo potrei quando è il mio compito d'essere simpatico a tutti? Come sarei simpatico a tutti se reagissi a tante insolenze.
Per tranquillarmi penso qualche cosa.
EMMA Pensa?
ENRICO Oramai posso anche dirle quello che pensavo.
Pensavo: Aspetta tu che mi perseguiti: Quando avrò sposata la signora Emma ti procurerò il premio che meriti.
Adesso a Lei può importare poco di me e perciò è Lei che permette io sia qui trattato come un servo come una persona di poco o di nessun conto.
Anzi mi pare ch'io sia qui trattato da tutti nel modo di cui Ella diede l'esempio.
Ma se fossi riuscito di prendere il posto del povero Valentino, anche a Lei sarebbe importato di vedermi trattare altrimenti.
Nevvero?
EMMA Non so.
Io mai finora pensai ch'Ella potesse divenire il mio marito...
ENRICO Lo so.
EMMA Ma anche coloro che non ho da sposare non amo di vederli subalterni, servitori, inferiori.
A me piacciono le persone sicure di sé e del proprio rango.
Il povero Valentino era compiacente a tutti ma guai se qualcuno lo toccava nel vivo.
ENRICO Io l'ho visto belare per avere l'aiuto del suo infermiere.
EMMA Ma a tutti Lei sa sottomettersi meno al povero Valentino che non Le domandò nulla?
ENRICO È vero! Sbagliai! Sbaglio sempre io dacché...
Oh, Lei sa da quale momento.
EMMA Io lo so.
E questo non so perdonarle.
Lei sbaglia in tutto dacché è morto il povero Valentino.
Non sarebbe meglio ch'egli fosse ancora vivo?
ENRICO (esita un istante).
Certo, certo.
Ed una cosa io posso assicurarle.
Io giammai pensai alla morte del povero Valentino finché egli non morí.
Lo giuro! Poi...
EMMA Non dica quello che avvenne poi.
Non continui a fare degli errori.
Io ricorderò sempre la Sua dichiarazione ch'Ella mai pensò alla morte di Valentino prima ch'egli morisse.
ENRICO E glielo confermo.
Poi era difficile non pensarci.
EMMA Neppur questo occorreva dirlo.
Ed ora senta ancora: Io intendo che le persone che mi vogliono bene si comportino dignitosamente, non facciano dei servizi che le abbassano.
Voglio piú naturalezza ed anche piú dignità.
Tutto il resto è sbagliato.
Se Le dissero che per conquistarmi bisognava comportarsi altrimenti, sbagliarono o Le mentirono.
M'intende?
ENRICO Una sola cosa io intendo: Che per la prima volta Ella di me si occupa.
Adesso almeno vengo istruito da chi meglio può istruirmi.
(Tenta di afferrarle una mano.) E l'istruzione potrebbe essere piú efficace ancora...
EMMA Lasci stare quello che non Le viene offerto.
ENRICO (calorosamente).
Io intendo, io intendo e certamente m'accomoderò a quello ch'Ella domanda.
Scusi se per seguirla meglio mando a mente le sue istruzioni.
Dunque: Del povero Valentino non bisogna piú parlare.
EMMA (con sdegno).
Già cosí ne parla troppo.
ENRICO Ma per l'ultima volta: Addio, povero Valentino, per me non esisti piú.
In secondo luogo non debbo fare il servitore a nessuno.
(Sospiro di sollievo.) Finalmente.
Quello era un peso impossibile.
Posso dire al signor Guido ch'io ritengo ch'egli è una canaglia?
EMMA Questo mi pare un'esagerazione.
ENRICO È vero.
Mi pare che le esagerazioni sieno il mio destino dacché è morto il povero Valentino.
EMMA Di nuovo...
ENRICO Oh, mi lasci il tempo di rifarmi naturale.
Io al signor Guido dirò che come suo futuro cugino ho il diritto di dargli qualche istruzione e mi permetterò di dargliela subito.
EMMA Intanto escludo che Lei parli ora di questa futura parentela con chicchessia.
ENRICO Anche questo è importante di sapere.
Con Lei, in privato, però...
EMMA No, no, neppure.
(Si commove profondamente e singhiozza).
Ella a forza di bestialità m'ha obbligata di deviare del tutto dai miei propositi.
ENRICO (commosso).
Non pianga, non so vederla piangere.
Aspetterò rispettoso l'anniversario della morte di...
Col signor Giovanni mi sarà facile di comportarmi correttamente.
Diamine! Lui sbaglia per troppa giovinezza e capirà subito.
Deve abituarsi a fare all'amore un po' piú celatamente.
Gli dirò: Fa pure, padre mio.
Ma con discrezione.
EMMA Certo ne hanno fatto un mostro in natura.
Lui che era l'onore della nostra famiglia.
ENRICO Vedrà, vedrà.
Contribuirò a rieducarlo.
SCENA QUINTA
GIOVANNI e DETTI
GIOVANNI Eccomi pronto per quel noioso signor...
EMMA Aspetta, papà.
Ho da dirti qualche cosa.
È per Fortunato.
È stato qui...
Non saluti il signor Biggioni?
GIOVANNI (leggermente).
Buon dí.
ENRICO (molto amabile ma semplice).
Buon giorno.
Spero ch'Ella abbia dormito bene dopo di quella formidabile sbornia.
GIOVANNI (stupito trae in disparte Emma).
Come ha detto? Ha detto "sbornia"?
EMMA Sí, papà.
GIOVANNI Come può osare? Ed ha, ora, un'aria tanto gentile per dirmi delle cose sgradevoli.
Vuoi che lo gettiamo fuori?
EMMA No, papà.
GIOVANNI (stupito).
No? (Ad Enrico.) Sbornia? Io? Non ne presi giammai.
Voglia notarlo.
ENRICO Ma noi giovani diciamo cosí quello stato in cui Ella si fece trovare iersera.
GIOVANNI (stupito eppoi ridendo).
Voi giovani? Sono cose che capitano spesso ai giovini?
ENRICO Ai giovanissimi specialmente.
GIOVANNI (esita, poi non ci pensa).
E che cosa vuole da me Fortunato? Perché non viene da me?
EMMA Perché io lo trattenni.
Pensa ch'egli non vuole piú sposare Rita e vuole invece immediatamente abbandonare questa casa.
GIOVANNI (interdetto).
Ma perché? perché?
ENRICO (sorpreso).
Come non l'indovina Lei? E non ricorda quello ch'è avvenuto qui, iersera, fra Lei e Rita? Eh! via!
GIOVANNI Non lo ricordavo.
Chi può prevedere tutto quello che può derivare da una cosa? Specialmente da una cosa di cui io non ho una grande pratica? Ma chi fu quel furfante che lo disse a Fortunato? (Minaccioso.) È stato forse Lei?
ENRICO L'assicuro che io non ne parlai con nessuno.
Ma Rita era ubbriaca e Lei dormiva russando che tremava tutta la casa...
GIOVANNI Davvero russo tanto forte? (Ad Emma.)
EMMA Certe volte se sei molto...
stanco.
(Poi.) Ma il signor Biggioni non era presente quando Fortunato parlò con me.
Egli sa che Rita era ubbriaca ma invece non sentí te dormire.
GIOVANNI Vede che non mi si sente dormire?
EMMA Fortunato era stato mandato da mamma in città per delle spese.
Ed ora nessuno gli leva dalla testa che ad ubbriacarla sia stato Guido.
GIOVANNI (riflettendo).
E credi che se la prenderà fortemente con Guido?
EMMA Mi parve di sentire nella sua voce un suono di minaccia.
Io ero là là per dirgli che Guido in questa storia non c'entrava e ch'eri stato tu a...
sí, a dare del vino a Rita.
Ma poi pensai d'interpellarti prima.
GIOVANNI E facesti benissimo.
Io non amo storie simili.
ENRICO A me sembra che la signora Emma abbia fatto male di non dire subito che si trattava di Lei.
GIOVANNI Ma che cosa va dicendo Lei? Eppoi che centra Lei?
ENRICO Non bisogna ancora parlarne, ma a lui, a Suo padre, posso dirlo? Tutti in questa casa sanno ch'io amo la signora Emma e che vivo nella speranza di divenire all'anniversario che so io e che prima o poi pur arriverà, il Suo figliuolo, signor Giovanni.
GIOVANNI Ma come potremo far credere a Fortunato che sia stato Lei ad ubbriacare Rita?
ENRICO Non credo si possa.
Io fui gettato fuori di questa casa e uscii quando Fortunato s'apprestava ad uscirne anche lui.
Perciò mi vide.
GIOVANNI Che peccato.
ENRICO Io volevo dirle un'altra cosa, signor Giovanni.
Quando a noi giovini tocca una cosa simile, noi subito accettiamo la nostra responsabilità.
Io sono convinto che quando Lei ci penserà un poco troverà che a Lei non resta da fare altro che confessare a Fortunato tutto.
Francamente io credo che la cosa si ridurrà a una questione di denaro.
GIOVANNI Una questione di denaro? Di molto denaro?
ENRICO Per Fortunato probabilmente non sarà che una questione di denaro.
Per Lei invece è tutt'altra cosa.
GIOVANNI Capisco! Lui incassa ed io pago.
ENRICO Non è questo ch'io voglio dire.
Lei ha fatto all'amore?
GIOVANNI (trasognato).
Io?
ENRICO Non occorre risponda.
Anzi Le dirò che quando i giovani hanno fatto all'amore non rispondono.
Il Suo dovere è di negare o almeno di tacere.
GIOVANNI (trasognato).
Ed io il mio dovere voglio farlo.
ENRICO Ma certo chi fa all'amore deve assumersi tutte le responsabilità che risultano dalla sua fortuna.
Ecco che qui, ora, Fortunato se la prende col signor Guido.
Questo Lei non può tollerare.
GIOVANNI Evidentemente.
ENRICO Certo sarebbe meglio di celare tutto.
Ma non si può.
Ella commise una leggerezza...
(Giovanni sorpreso fa un cenno di protesta) capisco ch'era scusabile per la Sua mancanza di pratica ad onta della Sua età...
però ringiovanita.
Ma ora in casa chi piú chi meno, sa di quella Sua avventura.
E perciò il Suo decoro esige...
GIOVANNI Il mio decoro? (Ergendosi.) Sappia, signor mio, che Ella è troppo giovine per insegnare a me quello che sia il mio decoro.
Io so che cosa esiga il mio decoro ed io vi ho corrisposto sempre.
ENRICO Questo ammetto.
GIOVANNI Dunque siamo d'accordo e non se ne parli piú.
Io ora vado a passeggio con quell'asino che si chiama...
ENRICO Boncini.
EMMA Padre mio, Fortunato vorrebbe parlare subito con te.
GIOVANNI Ma io ora non posso.
EMMA Il signor Boncini potrà aspettare un poco.
GIOVANNI E se non vuole aspettare?
ENRICO Che Gliene importa a Lei? Lo lasci correre.
GIOVANNI E lasciamolo correre allora.
EMMA Io chiamo Fortunato.
SCENA SESTA
RITA, subito dopo FORTUNATO e DETTI
RITA C'è fuori quel signor Boncini che vuole parlare con lei.
ENRICO Lo lasci correre.
RITA Non capisco.
GIOVANNI Oh, Rita.
Come stai? Anna mi disse ch'eri indisposta.
RITA Io sto benissimo.
FORTUNATO Scusi, volevo vedere se finalmente potevo parlare con Lei, signor padrone.
GIOVANNI (timoroso).
Tu ce l'hai con me?
FORTUNATO Io, signor padrone, io averla con Lei? Io ce l'ho con un membro della Sua famiglia e perciò sono costretto di lasciarla.
Mi dispiace molto, ma io in questa casa non posso piú restare.
GIOVANNI (riflettendo).
Con un membro della mia famiglia? Con Guido nevvero? Certo io non sono molto d'accordo col suo modo di trattare.
ENRICO Ma è un'altra cosa che il signor Giovanni Le vuol dire...
GIOVANNI Lasci che parli io.
Che c'entra Lei? So tutelare da solo il mio decoro.
Il mio decoro? Non soltanto quello, ma anche la mia felicità.
A questo mondo c'è anche Anna.
Io voglio ch'essa ignori del tutto quello di cui qui si tratta.
Mi promettete tutti il silenzio?
EMMA Ma certamente padre mio.
ENRICO Ne può essere sicuro.
GIOVANNI E tu Rita non hai detto nulla.
RITA Io non so di che si tratti.
GIOVANNI Hai da promettere di star zitta e di non dir nulla ad Anna di quanto qui si parlerà.
RITA Io so tacere.
Per me è la cosa piú facile di questo mondo.
Tant'è vero che m'è piuttosto difficile di parlare.
EMMA Ecco che parli troppo.
GIOVANNI Ed ora Lei signor Enrico si apposti al Suo posto, quello di iersera e se vede venire Anna, accorra subito.
EMMA Padre mio, non occorre.
Mamma non rientrerà che di qui a mezz'ora.
Lo so con precisione.
GIOVANNI E allora non c'è che da parlare.
Senti, Fortunato, tu credi che Rita abbia passato il suo tempo e si sia...
FORTUNATO Ubbriacata.
RITA Io non ero affatto ubbriaca.
È una menzogna.
GIOVANNI Lascia stare.
Qui non si tratta di sapere se eri o meno ubbriaca.
Si deve stabilire chi ti ha ubbriacata.
FORTUNATO Proprio cosí.
(Minaccioso.) Essa vuol darmi ad intendere ch'essa abbia passato quelle due ore con Lei, signore.
È una cosa incredibile? Lei, signore, passerebbe il Suo tempo con una fanciulla, una bambina che non sa dire niente?
GIOVANNI E che cosa diresti se fosse proprio cosí? (Timoroso.)
FORTUNATO (minaccioso).
Io comincerei col dire che tutti voi vi siete messi d'accordo per ingannarmi.
ENRICO Caro amico, di me non potete credere questo.
Io fui messo a guardia a quell'uscio dal signor Giovanni.
Vi stetti per due ore e v'assicuro che il signor Guido per di là non passò.
EMMA E che vuole che faccia a me che con Rita sia stato Guido o papà? Io so dirle che quando io qui arrivai Rita dormiva su quel sofà e papà sulla poltrona.
FORTUNATO Oh, potessi crederlo.
RITA A me non volevi crederlo.
Io ti dicevo che non ero stata con altri che col padrone.
FORTUNATO (corre verso Giovanni che, spaventato, si ritira).
Mi perdoni, signor padrone.
Io resto in casa Sua.
Mai piú non la lascerei.
Scusi se La disturbai.
GIOVANNI (siede per pigliar fiato).
Io perdono, io scuso.
Io perdono e scuso volentieri.
(Poi.) Solo che non bene capisco.
SCENA SETTIMA
ANNA e DETTI
ANNA La sarta non era in casa.
Che fate qui tutti riuniti? Rita, hai dato il pane agli uccellini?
RITA Non ancora signora padrona.
ANNA E sono già le dieci.
Vai a darlo subito.
L'hai almeno sminuzzato?
RITA Solo in piccola parte, signora.
Ma la colpa non è mia.
È stato Fortunato a turbarmi con le sue gelosie.
Credeva ch'io iersera sia stata in compagnia del signor Guido mentre io ero stata la sera intiera col signor Giovanni.
ANNA Cioè nettavi qui in questa camera le maniglie.
GIOVANNI (confessando).
Le permisi però di smettere e di tenermi un po' di compagnia.
ANNA E che male c'è?
FORTUNATO Ma quando seppi ch'essa era stata col signor Giovanni io stesso non trovai nulla a ridirci.
ANNA E a te fa piacere la compagnia di Rita?
GIOVANNI (parla con qualche stento).
Talvolta...
raramente...
sí.
ANNA E allora mi dirai quando la vuoi ed io la farò libera da ogni lavoro.
E adesso su, Rita.
Vengo ad aiutarti a sminuzzare il pane.
(Via con Rita subito seguite da Fortunato.)
GIOVANNI E adesso mi tocca andare a passeggio con quel signor...
ENRICO Boncini.
EMMA (abbracciandolo).
Addio, papà.
Come ti voglio piú bene, ora.
Mai piú mi staccherò da te.
GIOVANNI (riflettendo).
Oh, io non sono tanto ottuso come voi credete.
Ma aspettate.
Non è detta l'ultima parola.
Io voglio pensarci...
intendere.
(S'avvia per uscire, poi ritorna.) Io credo di aver capito quello che voi pensate.
Solo...
non so bene quello che pensi io.
(S'avvia e poi ritorna.) Certo, qui non vi possono essere dei dubbi.
O l'operazione c'è o non c'è.
Se c'è io debbo essere un altro di quello ch'ero e voi non potete ridere di me.
Ed io mi sentivo un altro.
Anche nel sogno, ma anche nella viva realtà con gli occhi aperti.
Perché riderne? Distruggere tutto questo?
ENRICO Ma chi ride di Lei?
EMMA Noi ridere di te?
GIOVANNI State zitti.
Tu e lui! Zitti vi dico.
Non è per nulla ch'io vissi tanto.
Intendo tutto.
Ci sono tanti modi di ridere di una persona.
Un uomo è tradito dalla moglie? Ecco, si ride di lui.
Ma si ride di lui anche se egli crede di tradirla e a lei non importa.
(Poi.) Non è questo ch'io voglio dire ma se state attenti potete intendere.
Io non dico che ad Anna non importi di me.
Essa non ride.
Ma voi, voi volete ridere.
E mi offendete.
Che cosa ho fatto io? Quello che mi dissero di fare.
Feci...
feci quello che la ricetta del medico prescriveva.
E per questo non si deve ridere.
Io terrò quella ricetta per mia legge, fino all'ultimo respiro.
Lo giuro.
(Commosso.)
EMMA Ma padre mio! Se tu ti commovessi, se tu piangessi, io piangerei con te.
GIOVANNI (accarezzandola).
Sí, figliuola mia, tu saresti capace di piangere per me.
Ti ringrazio.
(Poi.) Ma anche questo tuo pianto sarebbe una derisione.
Io sono vecchio solo perché non sono morto giovine.
Ed è una cosa che capiterà anche a te.
(Poi a Enrico con voce rude ed alta.) Ed anche a Lei.
ENRICO Speriamolo! Io allora mi farò operare.
GIOVANNI (dopo una pausa di riflessione).
Questo è detto molto bene.
Dire cosí è meglio che ridere - molto meglio - ma anche molto meglio che piangere.
È la prima volta ch'Ella dice una cosa intelligente ma quando la disse, la disse proprio al momento dovuto.
Bravo! Questa parola chiarisce tutto.
È tanto importante ch'io ammetto ch'Ella sposi mia figlia.
(Ad Emma.) Oh, sposalo pure.
Vale meglio un uomo che dice una volta tanto una parola intelligente quando occorre che un altro che t'inondi ogni giorno la casa di un'intelligenza di cui non sai che fartene.
Sposalo, sposalo.
È un uomo che può essere comodo di avere in casa.
Al momento dovuto salta fuori e dice la parola giusta.
Io non l'avrei trovata.
Sposalo pure.
EMMA Non è questo il momento, padre mio.
GIOVANNI So, so.
Aspettiamo il prossimo 22 di marzo.
ENRICO (agitato).
Il 22 di febbraio.
Il povero Valentino è morto proprio il 22 di febbraio.
EMMA (imperiosa).
Non parli cosí.
GIOVANNI Una grande parola Lei ha detto.
Io non la ricordavo.
Eppure prima di fare una cosa simile io consultai un collegio medico - vesti nere ampie e cravatte bianche - e tutti furono d'accordo.
Anche il dottor Raulli.
EMMA No, padre mio.
Il dottor Raulli non fu mai d'accordo.
GIOVANNI (confuso).
A me pareva...
Ma ora grazie al Cielo, non ho piú da pensarci perché l'operazione non è piú da farsi, è già fatta.
E bisogna goderne.
L'amore, sí, anche quello appartiene ai ringiovaniti...
per quanto nessuno ci creda.
Ma ci sono altre cose: La generosità, la bontà.
I vecchi sono meschini e miseri.
Guarda.
(Estrae dalla tasca un pugno di monete.) Ogni giorno distribuisco ai mendicanti dieci lire.
Oggi di piú perché sono con quel signor...
ENRICO Boncini.
GIOVANNI Boncini.
Oggi darò di piú perché il Boncini deve convincersi che sono giovine e seguirmi operandosi.
Quando saremo in molti ci consulteremo fra noi ci appoggeremo l'uno con l'altro e ci spiegheremo piú facilmente.
Intanto quando con tutta fiducia ci confesseremo l'uno all'altro si arriverà piú presto a distinguere quello ch'è sogno e quello ch'è realtà.
Ci assoceremo, saremo dei veri fratelli, tutti noi operati.
Io, vado, addio! (Preme il cappello in testa ed esce con passo deciso.)
SCENA OTTAVA
EMMA ed ENRICO
EMMA (lieta).
Oh, come lo amo cosí debole, malsicuro, vecchio, veramente vecchio.
Poverino! Voglio aiutarlo a uscire da tanta agitazione.
ENRICO Anch'io, molto volentieri.
A me riesce facilmente d'intenderlo.
Capirà.
Anche per noi giovini l'amore non è mica un grande divertimento.
Capirà quello che dev'essere per un uomo che non ci pensava piú da tanto tempo.
EMMA Oh, io non so se si tratti proprio di amore.
SCENA NONA
ANNA e DETTI
ANNA Quella Rita! Se non ci sono io dimentica le cose piú importanti.
A certe ore della giornata non dovrei mai uscire.
SCENA DECIMA
BONCINI e DETTI
BONCINI (agitato).
Son corso qui incaricato dal dottor Raulli di avvisarvi che non c'è nulla di male, che il signor Giovanni sarà subito qui, relativamente in buone condizioni.
TUTTI (spaventati).
Che cosa gli è avvenuto?
SCENA UNDICESIMA
GUIDO e DETTI
GUIDO Nulla, assolutamente nulla.
Io son passato di là e mi son fermato vedendo un assembramento accanto alla farmacia.
Si trattava proprio dello zio.
Non gli è avvenuto nulla, proprio nulla.
Buono che sono arrivato io perché altrimenti il signor Boncini v'avrebbe spaventato.
BONCINI (arrabbiato).
Ma v'ho spaventato io?
EMMA Tutt'altro.
Ma vorremmo finalmente sapere quello ch'è avvenuto.
BONCINI Ecco: adesso che v'ho tranquillate, posso dirvi quello ch'è avvenuto: È terribile e ammirabile! Dio mio! Quell'operazione è una cosa meravigliosa ed io voglio farla subito.
Si camminava dunque insieme ed io osservavo con la massima compiacenza il passo leggero e rapido del signor Chierici.
Glielo dissi ed egli mi parve molto contento.
Affrettò il passo in modo ch'io non potei piú seguirlo.
Era magnifico.
Poi si fermò per dare una manciata di monete.
Scendeva un'automobile la via con celerità discreta.
EMMA, ANNA ed ENRICO.
Un'automobile!
BONCINI Un bambino forse di otto anni gli correva accanto.
Forse dal punto avanzato a cui si trovava il signor Chierici non si potevano misurare tanto esattamente le distanze.
È certo che io vidi benissimo che il bambino non correva alcun rischio perché l'automobile l'aveva raggiunto e non lo toccava.
Ma il signor Chierici si mise a urlare: Io lo salvo, io lo salvo.
Saltò fuori del marciapiede e si mise a correre verso l'automobile.
Io spero non l'abbia raggiunto, ma cadde come se ne fosse stato urtato, riverso, le gambe all'aria.
ENRICO Che bestialità
EMMA Dio mio!
ANNA Dov'è? Dov'è?
BONCINI Si mandò a cercare una vettura.
Il dottor Raulli l'accompagnerà a casa.
Ma non vi ho detto tutto.
Quando ancora giaceva a terra cosí, supino, un'altra automobile s'avanzò e se non si fermava a tempo l'avrebbe schiacciato.
La fermai io mettendomi ad urlare e cosí l'arrestai.
Fui io a salvarlo...
urlando.
Già io correre non posso perché ancora non sono stato operato.
GUIDO Altrimenti vi sareste gettato anche voi contro l'automobile.
BONCINI A che pro? Avrei potuto urlare piú poderosamente.
(A Guido.) Dunque siamo intesi.
Vengo nel pomeriggio, da voi.
(Saluta tutti ed esce.)
SCENA DODICESIMA
GIOVANNI sostenuto dal dottor RAULLI e da FORTUNATO la testa bendata, e DETTI
ANNA Oh, Giovanni, che hai fatto?
GIOVANNI Avete portato il bambino che ho salvato per farlo vedere a mia moglie?
ANNA Oh, Giovanni, non occorre questo.
Sei stato bravo ma imprudente tanto.
GIOVANNI (che fu adagiato sulla poltrona sul cui schienale si adagia esausto).
Il proprio dovere bisogna farlo.
Dov'è il bambino? (Chiude gli occhi e si perde.)
RAULLI Lasciate che riposi un poco.
Poi lo adageremo su questo sofà perché dorma.
Le apra le vesti per facilitargli la respirazione.
(Anna eseguisce.
A Guido.) Vede la sua operazione?
GUIDO Già non c'è pericolo?
RAULLI Potrei garantirlo.
Non ha che una lieve escoriazione alla nuca.
GUIDO Vede che l'operazione non è tanto pericolosa.
RAULLI Perché non è abbastanza efficace.
Se egli avesse potuto correre di piú sarebbe finito sotto all'automobile.
GUIDO Speriamo che si perfezioni.
GIOVANNI Io vorrei dire qualche cosa a mia moglie.
Ma non voglio che nessuno senta.
(Tutti si fanno lontani e lui parla alla moglie che gli si è avvicinata chinandosi a lui.) Se qualcuno ti dicesse che io ho voluto ammazzarti non crederlo.
ANNA (verso Raulli).
Delira?
RAULLI (s'avvicina, lo guarda e gli tocca il polso).
No! È perfettamente in sé.
Solo ancora un po' sconvolto.
Deve dormire signor Giovanni.
Si corichi su quel sofà.
GIOVANNI Subito! Ma prima voglio dire qualche cosa a mia moglie.
(Poi.) Se qualcuno ti dicesse ch'io ti sposai senz'amore, non crederlo.
Io ti amai sempre.
ANNA (guardando verso Raulli).
Ma io sempre lo credetti.
GIOVANNI E facesti bene.
È cosí che bisogna credere per vivere felici uno accanto all'altro.
E prima quando mi misi a camminare con quel signor...
ENRICO Boncini.
GIOVANNI Manda via quel signor...
ENRICO Biggioni.
GIOVANNI Grazie.
Quando mi misi a camminare con Biggioni...
ENRICO Boncini.
GIOVANNI È vero, Boncini, pensai sempre: Io sono un vecchio morale che ama chi lo merita, dunque te.
Un vecchio morale benché ringiovanito.
E t'amai molto.
ANNA Sí, come sempre.
GIOVANNI Sí, come sempre e un poco di piú.
ANNA Grazie.
(Lo vuol baciare; egli si piega ed essa lo bacia sulla benda.)
GIOVANNI M'hai baciato sulla benda, la parte piú gloriosa dei mio corpo.
E adesso vorrei giacere piú comodo su un letto per pensare meglio e arrivare a intendere tutto.
RAULLI E allora portiamolo addirittura a letto.
Enrico, Fortunato, Guido, dott.
Raulli portano via Giovanni ed escono a sinistra seguiti dalle donne.
SOGNO
RITA e GIOVANNI
RITA Ecco, padrone.
Questo è il pezzo di terra che avete da lavorare.
GIOVANNI (bendato, una zappa sulla spalla).
Questo? Mi pare duro.
Non si potrebbe attendere che la pioggia venga e lo renda piú tenero?
RITA Siete stato scelto voi a questo lavoro perché siete forte essendo di una giovinezza tanto recente.
GIOVANNI E adesso va via e lasciami al lavoro.
La gente è tanto maligna che se ci vedessero insieme potrebbe pensare Dio sa che cosa.
Fatti in là e intanto ch'io lavoro canta.
RITA (allontanatasi canta).
"M'hanno detto che Beppe va soldato
E che v'han visto pianger di nascosto..."
ANNA Hai visto che ho lasciata libera Rita perché ti tenga compagnia.
GIOVANNI Allontanala.
Io sono un uomo serio e ho molto da fare.
Alle donne non voglio accordare nessuna libertà.
Alla larga.
(Lavora.) Già nella mia giovinezza osservai ch'erano tutte fuori di posto.
ANNA Fuori di posto.
GIOVANNI Non so come dire.
Forse erano gli uomini che erano fuori di posto.
Certo è che si prendeva una donna e non era quella.
ANNA Devo intendere che non m'amasti?
GIOVANNI Non parlo qui di te.
Lasciami dire.
Voialtre donne capitate sempre a interrompere: Domandate subito: Ed io? Che c'entriamo qui io e te? Io dico che ho saputo che di solito si va a letto con una donna e subito si vorrebbe cambiare...
di letto.
Questo è uno stato di cose che bisogna cambiare.
ANNA Ma non m'amasti?
GIOVANNI (seccato).
Che insistenza! Come fare a quietarla e pensare liberamente? (Lavora.) Io t'amai sempre.
Lavorai e lavoro per te.
Può però essere che una sola donna non basti per un uomo.
(Lavora.) O forse sia di troppo.
(Lavora.) Dico che tutto è fuori di posto.
Ma poi ci si abitua a stare fuori di posto e si vive come se a posto si fosse.
Perciò, perciò il dottor Raulli ha ragione di non voler l'operazione.
Perché quando capita quella ci si mette a rovistare nella propria vita e si scopre tutto, cioè tutto quello ch'è fuori di posto, tutta la vita.
E si vede che quello che si credeva fosse la vita era invece una specie di morte.
(Ad alta voce.) E qui parlo di noi.
Tu! Ricordi quando ci siamo visti l'ultima volta prima che io mi faccia operare? Perché appena operato, in fede mia, io ti guardai, non però tu me, perché tu guardavi gli uccellini, i cani, i gatti.
Io ti guardai e male me ne incolse.
ANNA (vergognandosi).
Sono molto vecchia.
GIOVANNI Non parlo di questo! Guardandoti mi ricordai che ci eravamo sposati molti anni prima e che avevamo fatto una cosa futilissima io in marsina e tu in abito bianco e bevemmo e mangiammo tanto come se ci si fosse apprestati a mangiare e bere tanto da allora ogni giorno.
Mentre poi arrivò un momento in cui quella bestia di Raulli mi proibí di bere dell'altro vino ed infatti io non ne presi fino a ieri in cui volli far piacere a Rita.
(Lavora, poi.) Una cosa futilissima quel matrimonio, ti dico, perché poi non si rimase insieme.
Occorreva quella marsina, quell'abito bianco e tutto quel vino e quel cibo?
ANNA Nacque però Emma...
GIOVANNI Sí, e poco dopo ci dividemmo.
ANNA Non credo sia andata cosí.
GIOVANNI Va bene! La cosa sarà durata per alcuni brevi anni, ma poi ci dividemmo definitivamente fino a che mi feci operare.
Trovai tutto il mondo sconvolto.
Non si dava piú alcun peso ai baci.
Io baciai Rita...
ANNA Sí, come un padre una figlia.
GIOVANNI (impaziente).
Sta bene, come un padre bacia la figlia di un altro.
Una cosa importantissima.
È vero ch'io l'avevo fatto solo per provare l'effetto dell'operazione.
Ma un bacio ai miei tempi era una cosa molto importante.
Invece fuori di me che ci pensai tanto e ci penso tuttora non ci fu che mia figlia che al bacio desse importanza.
Mia figlia...
Chissà perché? Forse perché le è morto il marito prima che da lui si fosse divisa.
Rita invece ne parlò a Fortunato come se nulla fosse.
L'avrebbe gridato senza vergogna in piazza Unità.
Fortunato che avrebbe dovuto uccidermi mi baciò la mano.
E tu, tu...
Mi proponesti di dare libertà a Rita ogni volta ch'io avessi sentito bisogno di lei.
ANNA Volevo esserti aggradevole.
GIOVANNI Ti ringrazio, ma mi davi troppo.
Molto piú di quanto domandai.
Mi pare che tu abbia sbagliato la misura.
ANNA Ma non puoi lagnarti.
Io speravo che ciò avrebbe reso la tua vita piú gradevole.
GIOVANNI Fu un inferno la mia vita dacché tu mi trattasti cosí ossia trattasti cosí l'operazione.
ANNA L'operazione? Chi vi poteva pensare? Dopo tre settimane? Si pensa forse al Pagliano?
GIOVANNI Mancasti di fede.
E perciò non so pensarci neppur io piú.
Di donne non voglio piú saperne.
ANNA Neppure di me? Vuoi darmi un bacio?
GIOVANNI Baci? No, assolutamente.
Io ti amo, io mai volli ucciderti.
Io ti amo.
Amerò per amor tuo tutte le tue bestie, i passeri, i gatti, i cani.
E lavoro per te.
Lavoro volentieri per te.
Per onorare te salvo la gente e la nutro.
Questo è il dovere di noi vecchi giovini.
Appendice prima
La parola
(Atto Unico)
PERSONAGGI
SILVIO ARCETRI
FANNY, sua moglie
ALFONSO BERTET
EMILIA, sorella di SILVIO
LUIGI, cameriere di SILVIO
La scena rappresenta una stanza di lavoro di un ricco signore.
Somiglia ad una stanza di ricco giovanotto, ma i mobili ne sono piú grevi piú sodi.
SCENA PRIMA
SILVIO e LUIGI
Silvio Arcetri è seduto al tavolo, pensieroso, la testa poggiata su una mano.
Il cameriere Luigi si dà da fare nella stanza.
LUIGI Oggi dovrei spazzolare questi mobili: sono carichi di polvere.
SILVIO Lascia stare finché sono qui.
Ho da fare.
È stato nessuno a domandare di me?
LUIGI Sí signore.
Una persona della quale però il signor padrone mi ha proibito di parlare.
SILVIO La piccola Elena? Nessun altro?
LUIGI Nessun altro.
(Dopo una piccola pausa.) La...
piccola mi chiese...
SILVIO Hai capito sí o no che se mi parli ancora una volta di essa, ti scaccio sul momento? Non ti vergogni d'aver fatto e di voler fare eternamente quel mestiere?
LUIGI (risentito).
Il signore me l'ha imposto e insegnato.
SILVIO E adesso ti dico di abbandonarlo.
Io non so piú se tu t'offristi di servirmi o se io t'imposi di aiutarmi...
La cosa data da tanto tempo! Ma ritorniamo ora insieme alla virtú!
LUIGI Signore! Mi dispiace ma io non posso ritornare insieme alla virtú perché da lungo tempo ho risoluto di abbandonare questa casa.
Ero stanco di quel mestiere...
come lo chiama Lei...
e trovai un impiego da una vecchia beghina.
Sono vecchio abbastanza e debbo pensare alla salvezza dell'anima mia.
Non potevo sapere che restando qui, l'anima avrebbe finito col trovarsi al sicuro come presso la vecchia beghina.
SILVIO Non la darai mica ad intendere a me, sai.
Tu scappi perché la metamorfosi che mi proposi non ti conviene.
Perché fingere? Confessa.
Non me ne adirerò mica.
LUIGI Ebbene...
giacché lo desidera! Finora io credetti che questa virtú fosse soltanto una nube di passaggio.
Ma oramai dura troppo.
Sono otto giorni che la signora ha abbandonata questa casa.
Non si sente piú parlare di essa e tuttavia...
Capirà! Noi poveri non possiamo mica essere oggi viziosi e domani virtuosi.
Ci si abitua a varie comodità cui è doloroso rinunziare e che non si potrebbero soddisfare se si fosse obbligati di non far altro che spazzolare dei mobili.
SILVIO Ah! se si tratta di solo denaro io sono disposto d'aumentare la tua paga anche di 20 franchi.
LUIGI (con amarezza).
Oh! signore! Neppure Lei sa quanto mi rendevano quei suoi magnifici slanci giovanili che ora chiama vizio.
Ella oramai è veramente virtuoso.
Lo vedo anche dalla sua offerta.
SILVIO Ebbene! Quanto ti rendevano?
LUIGI Circa duecento franchi al mese e qualche volta molto di piú.
SILVIO (borbotta).
Pare impossibile.
(Fuori suona un campanello.)
SILVIO Vai a vedere chi è.
Se fosse mia moglie fischia per avvisarmi.
Eccoti...
dieci franchi per dimostrarti che anche la virtú può rendere.
LUIGI Grazie! (Poi borbotta.) Si tratta però di virtú? (Esce e subito si ode un fischio leggero.)
SCENA SECONDA
SILVIO e ALFONSO BERTET
SILVIO (quando ha udito il fischio s'è gettato a sedere).
Mia moglie! finalmente!
ALFONSO (uomo di media età, vestito da persona che poco bada alle forme, un cappello a cencio in testa; si ferma alla porta a contemplare Silvio).
L'uno fischia e l'altro piange.
Che ci sia relazione fra' due fatti? (Ad alta voce.) Buon giorno.
SILVIO (si volge scuotendosi).
Tu? Sei tu? (Riprendendosi.) Sei tu? Finalmente! Arriverò a sapere che cosa mia moglie voglia da me?
ALFONSO Non lo sai ancora? Ebbene! Sono venuto qui appositamente per dirtelo! Essa vuole che tu confessi! Altro essa non domanda!
SILVIO Ma in nome di Dio! Che cosa vuole essa ch'io confessi quando sono innocente?
ALFONSO (ridendo).
Mia sorella non ha questa opinione.
Sai! Noialtri Bertet non siamo letterati come te, ma una certa dose di buon senso l'abbiamo ereditata anche noi.
SILVIO È però la vera pratica della vita che io dico vi manchi, non il buon senso.
Il buon senso? È il senso comune il senso volgare, stupido, basato sulla conoscenza di certe leggi costanti che poi non s'avverano che raramente.
A voi manca persino l'immaginazione per comprendere come le piú varie circostanze possano associarsi, di quelle circostanze ch'erano campate in aria e caddero in un luogo e in un dato tempo insieme per schiacciare un disgraziato.
ALFONSO Di' pure la parola: un cumulo di circostanze.
Questa parola è bellissima e l'hai impiegata varie volte con mia sorella.
Ne abbiamo riso abbastanza.
SILVIO Perché vi manca la facoltà di comprendere...
ALFONSO Famiglia d'agricoltori fortunati, capisco.
Ma debbo rettificare una cosa: Io risi di quella parola; mia sorella ne piange.
Piange non soltanto delle circostanze ma anche del cumulo.
Non soltanto mi tradisce - essa dice - ma mi disprezza credendo di poter farmi credere una cosa simile.
Vediamo, caro amico.
Mia sorella entra in una stanza e ti trova in un letto con una donna.
Nella stanza una dolce semioscurità; le finestre ermeticamente chiuse, però la porta aperta.
Tu dici che quella porta aperta prova da sé la tua innocenza.
Noi Bertet crediamo invece che certi uomini in certi momenti dimenticano di chiudere quello che veramente andrebbe chiuso.
Chiudono cioè le finestre e non la porta.
Sta bene! Tu ti sei gettato per caso, per una stanchezza fisica e morale che noi Bertet troviamo invece immorale in un letto ove c'era una donna.
Come va che questa donna non si sorprese affatto di vederti nel letto ove essa dormiva?
SILVIO Se dormiva non poteva sorprendersi.
ALFONSO Ma per non destarla tu devi essere entrato in punta di piedi in quella stanza, devi aver badato di non far cigolare la porta...
SILVIO Non cigolò infatti! Doveva essere stata unta da poco tempo.
ALFONSO E poi appena avevi della bella strada da percorrere per giungere al letto.
A mia sorella parve anche di aver visto che la testa della donna poggiava su un tuo braccio.
SILVIO È un'invenzione! Questo poi mi meraviglia di Anna!
ALFONSO Essa dice «mi parve».
È onesta! Se fosse certa, allora, credo, non avrebbe neppure il bisogno di avere la tua confessione.
SILVIO Stimo io! Come potrei negare allora?
ALFONSO Ed io ti consiglio di non negare neppur cosí.
SILVIO Già! tu sei mio nemico!
ALFONSO Non crederlo.
Non siamo amici perché tu, il tuo carattere e la tua...
immaginazione mi sono avversi.
Però siamo alleati naturali.
Infatti che cosa ne faccio io di mia sorella, io che non ho bisogno dei suoi denari? Figurati che l'ho tutto il giorno per i piedi a lagnarsi di te e della sua sventura; è una bella seccatura.
La sorpresi ieri che non trovando altri confidava le sue pene a mia figlia.
Dovetti proibirle di confondere le idee a quell'innocente.
Anche il suo denaro m'è d'impiccio.
Essa dice che in caso di separazione io dovrei assumere l'amministrazione.
SILVIO Separazione?
ALFONSO Non dubitare che abbiamo elementi sufficienti per ottenerla.
Mia sorella - come sai - colpita al cuore fuggí e non pensò di chiamare testimoni ma un testimonio l'abbiamo, la sua domestica che vide tutto.
SILVIO Tutto?
ALFONSO Non la testa della donna sul tuo braccio.
Questo no.
Si trova nel medesimo dubbio di mia sorella.
Lo capisci anche tu! Nella stanza regnava una dolce penombra ed era difficile percepire certi particolari.
La chiusura delle finestre serví pure a qualche cosa.
SILVIO Serví a peggiorare la mia condizione.
Perciò non s'avvidero che io mi trovavo bensí in quel letto, ma del tutto vestito e persino col cappello in mano.
ALFONSO Di ciò non s'avvidero infatti.
Ma non ti avrebbe servito gran che.
Noi Bertet avremmo pensato che, nella foga, non avevi ancora trovato il tempo di deporlo.
Ora non è mica un compito facile d'amministrare una simile sostanza, amministrare, dico, non sperperare.
Le belle terre che tu volesti vendere (con emozione) non si possono ricomprare.
Eppoi il denaro è tutto impiegato in miniere ed altri valori letterarii di cui io non m'intendo.
Per tutte queste ragioni, fammi il piacere, riprenditi tua moglie.
SILVIO Sei un bel tizio tu! Io vi sono dispostissimo, lo sai bene.
ALFONSO E allora perché non fai quello ch'è necessario per riaverla? Perché non confessi? Siamo giusti, mia sorella ha ragione.
Essa dice: Lo vedessi pentito di quanto ha fatto, volesse scusarsi, attribuire tutto ad un momentaneo smarrimento di sensi.
Ma invece mi deride per sopramercato.
Se gli perdono con tali premesse ricomincerà domani se non addirittura oggi.
Non vedi che ha ragione? Confessa, dunque, e finiamola.
SILVIO (dopo un istante d'intensa riflessione).
Ebbene! Dille che venga qui.
Le dirò tutta, tutta la verità.
Dille che venga e saprà il mio delitto, il mio nero delitto.
Le dirò il mio amore e il mio pentimento e torni la pace in questa casa infelice.
ALFONSO Fra un quarto d'ora al piú sono di ritorno.
(Fuori suona un campanello.)
SCENA TERZA
LUIGI e DETTI
LUIGI (annunzia).
La signora Resi.
SILVIO Falla pur entrare.
Fammi il piacere, se parli con mia sorella non dirle niente del nostro affare.
Le donne sono chiacchierine ed io faccio del mio meglio per evitare uno scandalo.
ALFONSO Sappi comportarti con mia sorella e non ci sarà scandalo.
SCENA QUARTA
EMILIA RESI e DETTI
EMILIA (entrando e salutando).
Il signor Bertet!
ALFONSO Buon giorno, signora.
Come sta?
EMILIA Passabilmente! Grazie! E mia cognata? S'è rimessa perfettamente nella vostra magnifica villa?
ALFONSO Rimessa? Oh! sí! quasi del tutto.
(Imbarazzato.) Scusi, signora! Devo scappare per un affare urgentissimo.
(Saluta e via.)
EMILIA Che cosa ha quel buon signore?
SILVIO Non badarci.
È gente strana! Agricoltori fortunati! E tu a quest'ora qui? Che cosa t'è avvenuto?
EMILIA Oggi niente ma da lungo tempo ho sul cuore qualche cosa di molto grave che vorrei confidarti.
Vorrei un tuo consiglio.
SILVIO Eccomi a tua disposizione.
Soltanto bisogna essere brevi perché col mezzo di Bertet ho mandato a pregare mia moglie di venir qui.
Abbiamo da trattare insieme un affare della massima importanza, un affare finanziario.
EMILIA Quando verranno io me ne andrò.
(Commovendosi.) Questa mattina mio marito m'ha dichiarato di voler dividersi da me.
SILVIO (stupito).
Tuo marito? Carlo? Tu scherzi!
EMILIA (piangendo).
Sí! Dichiarò che con me non poteva piú vivere.
Che bisognava dividersi.
Vuole ch'io venga a stare con te e mi fa la grande concessione che una volta al giorno mi permetterà di vedere mio figlio.
SILVIO (borbotta).
Che famiglia disgraziata la nostra! Ma perché tutto ciò? Hai tu commesso qualche cosa che legittimi un simile suo passo.
EMILIA (piangendo e a mezza voce).
Sí.
SILVIO (stupito).
Sí? Tu? Oh! non lo credo! Tu sei stata sempre il modello delle mogli.
EMILIA (piangendo violentemente).
No! io merito quanto mi succede.
Egli ha ragione!
SILVIO Se ha ragione allora lascialo fare.
Ma come può aver ragione? L'hai tradito forse?
EMILIA Sí.
SILVIO E allora non so cosa consigliarti.
L'hai tradito e vuoi consigli da me.
Cosa vuoi ch'io ti consigli ora? Se hai da continuare cosí o da cessare?
EMILIA Silvio, te ne prego.
SILVIO Mi meraviglia non t'abbia uccisa.
Io al suo posto sarei stato ben differente di lui.
EMILIA (con dignità).
Non ho mica tradito nel modo che tu sembri di credere.
Io non sono mica una donna disonesta.
SILVIO (borbotta).
Allora non capisco piú.
Che si trattasse di un altro cumulo di circostanze in famiglia? Sarebbe ben noioso.
Siedi là, Emilia, e raccontami tutto.
Fa presto fin che ne abbiamo tempo.
EMILIA È una storia che data da due anni.
SILVIO Due anni! E come capita ora a galla una storia che dovrebbe veramente essere già caduta in prescrizione?
EMILIA Ti ricordi che due anni or sono è venuto a morire in casa nostra un orfano cugino di Carlo, quel povero Marco Setti? Carlo aveva acconsentito di ricettarlo per compassione e per corrispondere a certa promessa che egli aveva fatta a sua zia.
Si esitò solamente perché si dice che il terribile male di cui soffriva il povero Setti fosse contagioso.
Il dottore di casa prese delle disposizioni di prudenza, scelse la stanza che doveva servire d'abitazione all'ammalato e ne regolò la vita in modo atto forse piú a salvaguardare la nostra esistenza che a prolungare la sua.
Il giovinetto doveva quando voleva pigliar aria uscire dalla casa per una porta speciale.
Non prendeva sempre i pasti con noi perché di spesso era obbligato di restare nella sua stanza, ma quando mangiava alla nostra tavola poteva accorgersi che il suo bicchiere ed il suo piatto, tutto quello ch'egli aveva toccato era evitato, trattato come cose di un appestato.
Si trattava però in fondo di salvaguardare la salute di nostro figlio.
Egli non si lagnava e per lungo tempo io non mi accorsi del suo avvilimento.
Mio marito, un giorno, in sua presenza, fece una scenaccia al servitore perché aveva posta la sua forchetta accanto al piatto di Paolino.
Fu allora ch'io lessi chiara negli occhi dell'ammalato una vera, profonda sofferenza.
Ne ebbi compassione e fu il primo passo.
SILVIO Caro quel moribondo! Ah! se ne sentono ogni giorno di nuove sul conto di voi donne!
EMILIA Un giorno, sbadatamente, presi il suo bicchiere e lo portai alle labbra.
«Badate!» mi gridò «potreste ammalarvi.» «Io non credo alla vostra malattia» dissi serenamente e bevetti.
Da allora cominciai ad occuparmi con maggior cura del povero giovine.
Avevamo presa per lui un'infermiera, una vecchia donna di animo poco mite ed egli mi rivelò che profondamente la odiava perché mancava d'ogni gentilezza.
Ne prendemmo un'altra giovine e lieta.
Dopo pochi giorni m'accorsi ch'essa divorava gli arrosti che si preparavano per l'ammalato.
In quel turno di tempo mio marito partí per quel suo viaggio d'affari che lo tenne assente per mesi.
Io congedai l'infermiera e, col consenso stesso di mio marito, presi il suo posto.
Puoi immaginare che non mi contentai di servirlo ma che dedicai ogni cura per fargli passare meglio le sue lunghissime giornate.
Pensavo fosse un'opera pia di cui il Signore m'avrebbe rimunerata in mio figlio.
Fu un voto! T'assicuro che fu un voto.
SILVIO Eh! te lo credo! Ma questa specie di voti bisogna farla col consenso del marito.
Diamine! È lui che ne perde!
EMILIA (ingenuamente).
Avevo il suo consenso! Io non so cosa capitò al povero Marco! Un giorno - eravamo poco dopo il tramonto sulla veranda, dopo una giornata lieta perché s'era sentito bene - mi disse d'amarmi.
Aggiunse che a lui, un moribondo, era permesso di dirlo e ch'egli non voleva morire col suo segreto.
Io cercai di stornare il discorso e finsi di credere si trattasse di un affetto filiale - era di poco piú giovine di me - ma egli s'agitò in modo da spaventarmi.
Voleva assolutamente ch'io sapessi ch'egli mi amava.
Era l'unica azione forte della sua breve gioventú e voleva compierla.
Egli mi amava e moriva volentieri perché vivendo gli sarebbe stato proibito di vivere con me.
Io m'arrabbiai, dissi che con ciò egli m'aveva impedito di continuare a curarlo e me ne andai.
Nella notte fui destata da movimenti insoliti nella casa.
M'alzai e sul corridoio mi trovai di faccia al dottore il quale era stato chiamato in fretta e furia per Marco il quale sembrava dovesse trapassare da un momento all'altro.
Il dottore mi disse: Per questa volta l'ha scapolata ma un'altra di queste crisi e dubito.
Puoi immaginare l'animo mio.
Andai subito da lui.
Pallido come un morto ma gli occhi iniettati di sangue mi disse che mi ringraziava d'aver dimenticato il mio rancore e d'esser venuta ma che già era inutile perché egli si trovava in stato tale che se avesse potuto mettere il suo pugno nei suoi polmoni per schiacciarli piú presto, l'avrebbe fatto.
Era evidentemente prossimo a una novella crisi, alla morte.
Io non so quello che avrei fatto per risparmiargliela.
Egli non domandò che parole.
Che lo amavo, che non amavo mio marito.
Pareva febbricitante e credeva subito a tutte le parole ch'egli non s'accorgeva che m'imponeva.
Poi volle un bacio.
Il suo fu frenetico il mio dovette parergli altrettanto perché mi sforzai di vincere il mio disgusto.
Credetti d'averlo salvato! Egli, esausto, si lasciò ricadere sul guanciale donde s'era sollevato per giungere alla mia bocca.
Tenne la mia mano nelle sue e, sempre con la stessa voce piccola ma imperiosa con cui m'aveva indotto a tanto, m'obbligò di sedere accanto al suo letto.
Il suo respiro era affannoso ma la sua faccia sorridente.
Stettimo un'ora e piú forse cosí.
Fu in quell'ora che io tradii mio marito.
SILVIO Come?
EMILIA Col pensiero! Lo guardavo, lo guardavo, in quella faccia di Cristo sofferente e me ne venne un tal dolore, una tale pietà che mi toccò di sforzarmi per non scoppiare in singulti.
E, ribellandomi alle leggi di Dio pensai: Giacché tu gli desti un simulacro di vita, ma tutto il dolore, io, se mi sarà concesso, diminuirò il suo dolore e renderò piú intensa la sua vita, dedicandomi a lui, tutta, tutta.
Non ne ebbi il tempo perché Marco morí la notte stessa.
Quando rinvenne mi pregò con gli occhi miti di chinarmi a lui e con voce fioca - già tanto piú fioca di prima - mi disse che il calore dei guanciale gli dava dolori al capo e mi pregò di porre il mio braccio sotto la testa.
Stette cosí per qualche tempo.
Poi si lagnò della mia veste rude e mi pregò di toglierla.
Io gli offersi di mettermene una di seta ma egli con voce roca, subito affannosa, mi obbligò di mettergli sotto la testa il braccio nudo.
Voltò la bocca sul braccio e si mise a baciarlo con dolcezza.
Certamente io non ho potuto indovinare quando il bacio si sia convertito in rantolo.
SILVIO E chi fu tanto malvagio da raccontare una cosa simile a tuo marito?
EMILIA Io stessa!
SILVIO (stupefatto).
Tu? Allora la parola malvagio non è piú a posto.
La cosa incomincia a interessarmi enormemente.
Tu gli raccontasti questo tuo tradimento, come tu lo chiami, ed egli non ti perdonò? Gli raccontasti tutta questa storia, tu, di tua iniziativa, senza ch'egli domandasse di saperla?
EMILIA Non ne aveva il menomo sospetto.
SILVIO Raccontami tutto, te ne prego, ogni minimo particolare perché la cosa incomincia ad essere molto interessante e per di piú istruttiva.
(Fuori suona il campanello e subito dopo dà il solito fischio.) Te ne prego ritirati nella mia stanza da letto qui accanto.
Attendo una persona con la quale ho da trattare un affare molto importante.
Non vorrei testimoni! Mi prometti di non ascoltare alla porta? Se me lo prometti, posso essere sicuro di te, vai vai; lascerei anche la porta aperta.
O tu saresti capace di tapparti le orecchie per non sentire.
(L'accompagna alla porta poi si getta nella poltrona e assume l'aria meditabonda e triste di prima.)
SCENA QUINTA
ALFONSO e SILVIO
ALFONSO (un po' acceso).
Sono qui.
SILVIO Tu? (Stupito.) E Fanny? Non ha voluto venire?
ALFONSO (scoraggiato).
Non ha voluto venire.
Chi le capisce queste benedette donne? Diceva sempre che per tranquillarsi le avrebbe bastato di vederti pentito e confesso...
Vado da essa, sicuro del fatto mio e le dico, aprendole la porta: Adesso puoi andare da tuo marito perché mi ha confessato tutto.
SILVIO Confessato tutto?
ALFONSO E non vuole altro che vederti subito per confessare tutto a te in faccia e domandarti perdono...
Santi del paradiso! È saltata su come una bestia e mise anche il cappello.
Evidentemente non voleva correre a perdonare ma voleva venire a cavarti gli occhi.
Gridò per 5 minuti le cose piu pazze e contradditorie.
Dapprima pareva una gioia, ma ben selvaggia, diminuita perché non ho potuto dirle con precisione subito se la testa della donna fosse stata poggiata sul tuo braccio.
Poi, gettandosi fra le mie braccia piangendo, esclamò: «Vedi se avevo ragione, vedi se avevo capito.» Per tranquillarla io le dissi che veramente non ne avevo mai dubitato.
«Ah! finalmente!...
anche tu mi dai ragione.
La sola che ancora sembri tenere per quel vigliacco assassino è quella canaglia di tua figlia.» Inveí contro quell'innocente di mia figlia che cosí seppi era stata messa a giorno di tutto.
Allora m'arrabbiai io e le rimproverai acerbamente di esser venuta a educare a quel bel modo mia figlia.
Lagrime, svenimenti, grida! Pareva ti avesse sorpreso in quel momento una seconda volta con un'altra donna.
Quando finalmente si arrivò a parlare da cristiani, io la rimproverai di avermi accalappiato con le sue promesse a venir qui e sedurti con la garanzia di un perdono a confessare tutto.
Altri pianti: Non poteva! Le dispiaceva! Ma non aveva la forza di rivederti.
Non ti avrebbe rivisto mai piú! Io non lo credo e anzi credo che la cosa potrebbe ben presto comporsi se tu volessi seguire il mio consiglio.
Io, se fossi in te, correrei a casa mia, mi butterei alle ginocchia di mia sorella e le confesserei tutto, tutto, anche quella storia della testa della donna che infine non puoi negare.
Potresti anche dire qualche bugia: Dire, per esempio, che sei stato tu il sedotto.
SILVIO Ma senti! Che cosa ti ho fatto io perché tu abbia a fare di tutto per rovinarmi? Comincio a credere che in verità il patrimonio di tua sorella t'interessi piú di quanto tu voglia lasciar credere.
Chi t'ha autorizzato a dire ch'io abbia confessato tutto? Che cosa, che il diavolo ti porti, ho confessato io?
ALFONSO (confuso).
Non hai confessato? Non hai detto: (pensando intensamente) Dille che venga qui; le dirò tutta la verità.
SILVIO (trionfante).
Dirò! Ma l'ho detta io questa...
verità? Non avevi capito, imbecille, che si trattava di un tranello per farla venir qui e convincerla della mia innocenza?
ALFONSO (ristucco).
Ah! siete pazzi ambedue ed io non voglio piú aver da fare con voi.
(Risoluto si dirige all'uscita.)
SILVIO (trattenendolo a viva forza).
Aspetta un momento, aspetta soltanto finché ci saremo intesi.
Dopo potrai andartene dove vorrai.
È permesso davvero di assaltare un uomo, come hai fatto tu, per danneggiarlo, per ucciderlo? Vieni qua con l'aspetto di un amico e a forza di chiacchiere mi strappi di bocca una parola che tu interpreti erroneamente e commetti un'azione, indelicata, sí, anzi disonesta.
Io sono innocente! Se mia moglie fosse venuta qui, glielo avrei detto e ripetuto! Oramai anzi ho le prove della mia innocenza e posso fornirle (Alfonso ride.) Capirai che a me non importa di convincere te e che io conservo le prove per mia moglie! Da te non domando che onestà! Dillo ad alta voce: T'ho io confessato qualche cosa? Dillo!
ALFONSO No! ma hai detto delle parole che equivalevano.
SILVIO Ammetto che per un istante tu abbia potuto considerarle come equivalenti.
Ma ora che sai la verità ti sembrano anche ora equivalenti?
ALFONSO La verità! (Ridendo.)
SILVIO Io non parlo che di una verità: Che io - sia o non sia vera la colpa che mi si attribuisce verso mia moglie - non ho mai confessato niente.
ALFONSO (dopo un istante di riflessione).
Infatti io ho sbagliato! In fondo tu mi avevi detto di voler avere qui tua moglie per dirle tutto.
Hai però detto che volevi confessare il tuo nero delitto.
Non equivale ciò ad una confessione?
SILVIO Era ironia! Come hai fatto a non capirlo? Ammettendo sia stato un delitto, nero di certo non era.
Mi piace di vedere che riconosci il tuo errore e sono convinto che vorrai ripararlo.
A me basta che tu vada da mia moglie e le racconti ma con tutta esattezza tutto quello che abbiamo parlato insieme.
Non ti domando altro! In fondo, è tuo dovere.
Le racconterai come hai riconosciuto tu stesso di aver errato e le racconterai anche che io abbia asserito di avere in mano le prove della mia innocenza.
ALFONSO Io faccio volentieri come tu desideri ma non capisco.
Come si fa essere tanto ostinati? In quale modo vorrai provare tale tua innocenza?
SILVIO Lasciane il pensiero a me e tu non pensare che al tuo compito.
Anzi aggiungi che io comincio a credere - tanto m'è difficile di spiegarmelo altrimenti - che tu abbia errato a bella posta.
ALFONSO Ah! questo poi no!
SILVIO Devi dire la verità insomma.
Io non voglio altro che la verità.
Parola d'onore che finché tu non mi fornisci la prova in contrario, io resterò convinto che tu hai errato a bella posta.
Devi dirlo! Devi anzi soggiungere che a te dispiace di essere preso per un raggiratore.
Non ti dispiace forse? In piena conformità dei fatti, devi provarle nel modo piú palmare che tu hai errato e che io non ho confessato nulla.
Capisci?
ALFONSO Giacché ho sbagliato, sta bene, confesserò il mio errore.
È troppo giusto.
Lo confesserò in modo che non se ne possa dubitare ma però né a me né a mia sorella non la darai ad intendere, caro amico.
Sono curioso di vedere le tue prove.
SILVIO A te le fornirò piú tardi.
Prima a mia moglie.
Sii intanto tu onesto.
Dimostrami che tu ci tieni alla verità e non mancherò di provarti che ci tengo anch'io.
ALFONSO Tale prova ti sarà fornita.
Io tengo sempre le mie promesse.
Ma non credere sai di truffare mia sorella.
Io lo desidererei, sinceramente lo desidererei, ma non è possibile.
(Via.)
SILVIO (lo segue fino alla porta, gli guarda dietro e poi parla in anticamera).
Imbecille! T'ho detto di fischiare soltanto quando viene mia moglie.
Hai capito? (Ritornando in scena borbotta.) Altrimenti mi toccherebbe tenermi la pezzuola agli occhi il giorno intero.
SCENA SESTA
SILVIO ed EMILIA
SILVIO (va ad aprire la porta a destra e chiama).
Emilia!
EMILIA Eccomi!
SILVIO Se sapessi come la tua storia m'interessa.
Continua, te ne prego! Come è avvenuto che ti sei risolta di raccontare un fatto simile a tuo marito?
EMILIA È stato il rimorso.
Lo sentii non appena morto il povero Marco.
Sentii il delitto enorme che avevo commesso verso mio marito in quelle ore in cui avevo rivolto tutta la mia tenerezza ad un altro.
Fu peggio quando ritornò mio marito, fidente e amoroso come sempre.
Ogni sua carezza mi faceva fremere.
E il peggio era che l'altro ch'era morto baciandomi e benedicendomi lo vedevo lo sentivo nei miei incubi, minaccioso.
Mi pareva che per staccarmi da mio marito sarebbe stato capace di alzarsi dalla tomba e raccontare tutto a mio marito.
Ben presto non ne potei piú.
In fondo era tale una cosa che ancora si poteva confessare.
Ci pensai lungamente! Mio marito certamente sarebbe stato commosso della mia sincerità e mi avrebbe perdonato.
Un giorno mi gettai ai piedi di mio marito e gli raccontai tutto.
Dapprima fu molto gentile.
Mi ringraziò della fiducia che avevo riposto in lui.
Mi fece qualche mite rimprovero.
Mi rialzò, mi baciò, mi guardò lungamente negli occhi e soggiunse: A patto che tu abbia confessata tutta la verità sei perdonata.
Perdonata! Da quel giorno non ebbi piú pace.
Egli s'agitava sempre piú.
Voleva quasi ogni giorno gli ripetessi quella orribile storia.
Analizzava, confrontava il racconto di un giorno con quello dell'altro e se c'era una sola parola di differenza m'ingiuriava, mi provava che avevo mentito e che potevo aver detto anche ben altre menzogne.
Insomma la sua fiducia se n'era andata.
Adesso, che quasi mi scacciò fuori di casa, mi disse con forzata serenità: Io so che forse tu sei migliore di quanto io ti ritengo ma non è possibile che viviamo piú insieme.
Vedi che sono ammalato! Infatti il poveretto ne è veramente ammalato.
Dovresti vedere in quale stato si trovi.
(Piangendo.) Ah! quel Marco cui noi non abbiamo fatto che del bene ci ha fatto molto del male!
SILVIO Eh! cara amica! non è stato mica lui.
Senti! Vuoi un mio consiglio? In tutto il fatto tuo a mio parere non ci sono che delle parole! Brutte parole, ne convengo, ma sole parole! Magari altri casi che conosco io somigliassero a questo! Guarda per nascondere un fatto che cosa ci vuole! (Prende dal tavolo un pezzo di carta.) Documenti! Documenti firmati! Ma per fare che una parola detta non sia detta? Altre parole! Ammettiamo molte! Ma parole!
EMILIA Non capisco!
SILVIO Scusa! Tu hai detto a tuo marito che hai fatto questo e questo con Marco! Ora devi dire che quello che hai detto era una finzione, era una commedia.
Volevi semplicemente provare che muso ci avrebbe fatto tuo marito.
EMILIA Io dovrei cominciare col revocare la mia confessione? Mai! Male sto ora ma stavo peggio prima.
SILVIO (subito spazientito).
Ma anima cara! La tua confessione l'hai fatta! Non l'hanno voluta! E tu ritirala!
EMILIA (risoluta).
No! questo no! Dacché ho parlato mi sento sollevata! Mio marito forse finirà col perdonarmi e se soffrirò ancora l'avrò meritato! È troppo giusto ch'io soffra dacché ho errato.
SILVIO Il caso tuo è assai disperato, allora.
Non lo vedevo cosí io prima.
Tu, certo, non v'è a dubitarne, finirai in paradiso; ma chissà per quali fasi dovrai passare prima.
EMILIA (singhiozzando).
Oh! non deridermi.
(Fuori suono di campanello e fischio prolungato.)
SILVIO Te ne prego, ritorna nella mia stanza.
Non ascoltare, veh! Trattasi...
Anzi no! Resta qui all'uscio e ascolta.
Ti do una lezione che ti potrà servire.
Te ne prego, ascolta.
SCENA SETTIMA
FANNY e SILVIO
Silvio s'è gettato sul divano, Fanny entra ancora esitante.
FANNY Ebbene? (Ancora sulla soglia.)
SILVIO Sei tu? (Con slancio.) Ah! sei tu! Sei venuta finalmente! Non ti aspettavo piú! Pochi istanti or sono avevo dato ordine a Luigi di fare i miei bagagli.
La casa è tua ed è troppo giusto che se uno di noi due ha da andarsene, devo essere io quello! Ma hai fatto bene di venire.
Dividiamoci pure ma dividiamoci da amici.
Perché separarsi in collera! Anzi ti prego di considerare tutte le spiegazioni ch'io ti darò come date ad un'amica, ad una sorella.
Non si tratta piú di costringerti di stare insieme con me.
Io mi sono rassegnato.
Ho dovuto rassegnarmi.
E adesso, te ne prego, accomodati e parliamo da buoni amici.
(Le offre da sedere.)
FANNY (sedendo).
Alfonso m'ha detto...
(Molto commossa.)
SILVIO T'ha detto che ho confessato e t'ha detto circa la verità.
Ha detto un po' troppo perché veramente io non avevo confessato ma avevo detto di voler confessare a te.
Egli ha sbagliato e basti! Io non posso attribuire delle cattive intenzioni a tuo fratello.
Gli ho detto di voler confessarti tutto e l'ho detto perché egli m'aveva dichiarato che se non promettevo di confessare non ti avrei rivista mai piú.
Ora a me premeva di rivederti anche una volta prima di dividerci.
(Con un sorriso amaro.) Chi mi avrebbe detto che questa sarebbe stata la mia fine?
FANNY Tu stesso avresti potuto prevederlo.
SILVIO Io? Io, no! E sentirai perché.
Ho avuto torto di celartelo ma io da lungo tempo so che probabilmente io sono un uomo condannato.
Riconosco di aver avuto torto ora che vedo come è andata a finire.
Ma non era forse mio dovere di risparmiarti un simile dolore come sarebbe stato per te...
in allora?
FANNY Nuove bugie! sempre bugie! (Piangendo.)
SILVIO (calmo).
Saranno bugie! Oggi dovendo partire pagai questo conto del dottor Cirri.
Centoventotto applicazioni elettriche.
FANNY Cirri non è quello ch'è stato all'università con te?
SILVIO No! Suo fratello! E del resto se anche fosse stato lui si sarebbe fatto pagare istesso.
Nell'ultimo tempo avevo cessato le applicazioni elettriche.
Diffidavo di Cirri e volevo avere la parola sicura di uno scienziato.
Consultai il dottor Seppi primario all'ospitale...
FANNY Ma da che malattia sei dunque colto?
SILVIO Finora nessuno lo sa.
Non lo so io, non lo sa il Cirri e non lo sa il dottor Seppi.
Quest'ultimo dubita si tratti di una paralisi progressiva, incipiente però.
Questo significa che di qui ad un mese o circa si saprà se la malattia farà il suo corso o meno.
FANNY Ed è per curarti della tua malattia ch'eri là in via Corsi N.
4? Ah! Ah! Ah! Rido perché non posso piangere.
SILVIO Aspetta! Te ne prego, non si tratta di riunirci, te lo ripeto.
Io voglio convincerti ad uno scopo solo: Voglio che ci dividiamo in buona pace.
Dunque stammi a sentire.
Io capisco che tutto quello che ti dico ti sembra inverosimile.
Ti dico anzi di piú: Se a te fosse accaduto quello ch'è accaduto a me e tu volessi convincermi, ti riderei semplicemente in faccia.
Non avrei avuto il tempo di ridere perché ti avrei uccisa.
Invece tocca apparire colpevole a me! Io sono sicuro della mia innocenza e per proclamarla mi tocca incorrere addirittura nel ridicolo.
Un cumulo di circostanze...
(Fanny protesta.) Insomma è o non è un cumulo di circostanze? Come ho da chiamarlo? Dapprima sono malato e te lo celo.
Ho sofferto, sai, sofferto...
diabolicamente.
Non della malattia che in fondo si concreta in una morbidezza alle gambe quasi scomparsa a forza di bagni freddi e caldi che mi fa fare il dottor Seppi, in una distrazione fenomenale che fa sí che talvolta dimentico il mio proprio nome e infine in certi accessi di stanchezza nei quali mi sento mancare le gambe, le braccia, la testa.
Adesso vorrei sapere una cosa! Quel giorno ti dissi sí o no ch'io dovevo andare in via Corsi N.
4 a prendere un bagno?
FANNY No!
SILVIO (avvilito).
Toh! E io che credevo di avertelo detto!
FANNY (forte).
No! Non me l'hai detto!
SILVIO Ecco! Di nuovo! Tutto congiura contro di me.
Se te lo avessi detto sarebbe stata una bugia perché invece io allora avevo l'intenzione di andare in via del Bosco N.
10 II p.
dal dottor Seppi, visita che naturalmente volevo celarti.
Ecco qui il biglietto col quale il dottor Seppi accettava di ricevermi per la seconda e mi dava l'appuntamento.
Eccolo! C'è la data?
FANNY (guardando).
No!
SILVIO Scrive "oggi" alle 4 pom.
e non mette la data.
Già quella non proverebbe niente.
Io esco di casa con l'intenzione di andare dal dottor Seppi e invece - credendo di aver detto a te che volevo andare al bagno in via Corsi N.
4 - mi resta, evidentemente nell'orecchio questo indirizzo e m'avvio incosciente.
Poi - quando ci sono - ricordando che il dottor Seppi sta al secondo piano, nella sua casa però, salgo al secondo piano.
Entro e mi trovo subito in una stanza oscura.
E il male mi coglie! Una stanchezza, un brivido...
brrr...
Vedo una sedia e siedo.
Sto peggio.
Vedo un'ottomana; mi vi sdraio.
Non sto meglio.
Vedo un letto; mi vi getto e mi vi assopisco quasi subito.
Vengo destato da un grido; il tuo.
Apro gli occhi e ti vedo segnare verso il letto: Con una donna, infame! Se ben ricordi io piú sorpreso di vedere te, fui sorpreso di vedere un'altra donna dall'altra parte.
Udisti il mio grido: Una donna!
FANNY No! Io non udii nulla!
SILVIO Perché fuggisti come pazza.
Io non te ne faccio un rimprovero mia cara, perché capisco benissimo come in certi istanti si possa perdere la testa ma se invece di fuggire saresti rimasta lí a vedere ancora, oggi noi due non saremmo a questi passi.
Avresti veduto me dapprima stupito volgermi a guardare se quella veramente fosse una donna.
Poi avresti dovuto vedere la donna: Svegliata dal tuo grido balzò dal letto corse a spalancare le imposte.
Stupefatta di vedermi nel suo letto si mise a chiamare: Mamma, mamma! Capitò fuori un donnone che mi venne addosso minaccioso domandandomi spiegazioni e mettendomi i pugni sotto il naso.
La mia situazione non era delle piú gradevoli perché non potevo mica dire loro nella fretta tutto quello che racconto ora a te con calma.
Il miglior partito era di fuggire.
Prendo il cappello e infilo le scale.
Le donne mi corrono dietro urlando.
Per le scale il portinaio mi arresta.
Arrivo a svincolarmi e fuggire ma prima di lasciarmi l'energumeno mi lascia andare un colpo poderoso sulla testa il quale mi fracassa il cappello e a mezzo mi stordisce.
Per fortuna arrivo a fuggire.
Altrimenti il mio nome sarebbe oggi in questo giornale.
Leggi! Qui! Qui!
FANNY Oh! fosse vero! (Legge.) Apprendiamo un fatto alquanto strano avvenuto 3 giorni or sono in via Corsi.
La persona che ce lo racconta merita piena fede altrimenti...
SILVIO Tre giorni fa...
il giornale è del 17.
FANNY (legge a bassa voce) ...
non senza aver ricevuto una benché inadeguata punizione in un poderoso pugno alla testa.
SILVIO Ecco il cappello.
Fu un colpo, ti dico!
FANNY Oh! fosse vero!
SILVIO Dal tuo affetto aspettavo tutt'altro.
Avrei aspettato che invece di gioire della mia fedeltà ti saresti spaventata del male che mi colse.
Raccontai il tutto a Cirri.
Egli disse - e puoi interrogarlo - che benché tutto ciò non provi un aggravamento del mio male pure tutta l'avventura potrebbe essere considerata come un accesso epilettiforme cui in avvenire potrei andare esposto.
Cerca di calmarmi lui! Anzi se tu non avessi deciso di abbandonarmi ti avrei pregata di andare tu stessa da lui.
A me già non dice la verità.
A me dice che con la quiete, la calma della vita coniugale, tutti questi sintomi potrebbero non avere importanza.
Calma della vita coniugale!!
FANNY Io andrò da lui! (Risoluta.)
SILVIO Te ne ringrazio.
Promettimi però che mi dirai tutto - anzi che mi scriverai se non vorrai piú vedermi! Io sono già pronto a udire il peggio.
Non mi spaventerò sai! Già in fondo la vera nostra riconciliazione sarà la morte! Allora tu comprenderai delle cose che finora non puoi capire! Io non pensavo mai che la stessa malattia che mi colse in tale modo m'avrebbe anche rubata l'infermiera di cui avrò tanto, tanto bisogno.
Al caso so però che mia sorella, quell'angelo di bontà, vorrà prendere il tuo posto.
FANNY (ancora dubbiosa).
No! Se la cosa si comporta come dici, il mio posto lo conserverò io.
Ma chi mi dice che tutto questo non sia un ammasso di bugie? Sta bene! C'è il giornale! (Lo rilegge mentre Silvio parla.)
SILVIO Certo! Te lo ripeto! È tale un cumulo di circostanze che mi opprime che se io fossi nel caso tuo non potrei credere.
Ci vuole la fede e indagare! Va da Cirri, va, magari, alla redazione del giornale.
Io ti permetto qualunque indagine! Già, da Cirri devi andare, me l'hai promesso, e, andandoci, potrai fare una strada e due servizi.
Io - in tutti i casi già sono disgraziato.
La malattia e questa storia che m'ha affranto.
Morire, sta bene, ma morire colpito due volte dalla stessa malattia: una volta nel tuo amore e una volta nella mia vita, è dura.
E a me sembra oramai d'essere un individuo che viene battuto da tutti, anche dalle cose, dalle stupide cose.
Lo so: Tu ti lagnasti che io abbia parlato di cumulo di circostanze, ma come non farlo quando vedo ogni oggetto in atteggiamento ostile? Non solo mi avviene quello che t'ho detto, ma tu, per un caso, per un mero caso, non per avermi spionato, passi per la via, sbagli una porta e capiti proprio accanto a quel letto ove il caso aveva gettato me stesso! Ma non devo qui parlare di cumulo di circostanze? Non vedi in quello che avviene a te la piú evidente rappresentazione di quello che avviene a me?
FANNY (pensierosa).
È vero!
SILVIO Ho finito coll'aver tale paura di quanto mi può avvenire che non esco piú di casa.
Pensa: Essere perseguitato in tale modo e sentirsi ammalato, aver motivo di dubitare della propria ragione! (Singhiozza.) La morte non mi spaventa! Ma i mesi di letto che devono precederla! (Piange; nella stanza vicina si ode un singhiozzo represso.)
FANNY Chi è là? (corre alla porta, la spalanca, con grido.) Una donna!
SCENA OTTAVA
EMILIA e DETTI
EMILIA (esce dalla stanza piangendo).
Sono io, cara cognata, sono io.
Per lasciarvi soli mi celai in quella stanza! Poi non seppi resistere alla curiosità ed ascoltai.
E tu non gli credi? (Poi con slancio.) Tanto ammalato sei? Oh! hai fatto bene di far calcolo su di me.
Io ti assisterò con tutta devozione, con tutto amore.
FANNY Piano Emilia! È il mio posto quello.
(Ancora riflette; poi si risolve.) È evidente che tu m'hai detto la verità.
Non posso dubitarne! Vorrai perdonarmi ora? Io ti curerò, io ti salverò, vedrai.
SILVIO Perdonarti? (Abbracciandola.) Se ti dico che l'unica mia speranza di salvezza era il saperti donna onesta e fiduciosa nell'onesto tuo marito.
Vuoi il mio perdono assoluto? Aiutami a convincere costei di riparare ad un errore che commise con suo marito.
FANNY (a Emilia).
Anche voi avete delle storie?
SILVIO Altro che storie.
Figurati che invece che andare in chiesa, andò a confessarsi dal marito.
FINE
TERZETTO SPEZZATO
sivamente...
CLELIA (dolcemente).
Lasciami andare.
IL MARITO Ma sei ben testarda! Procura d'intendermi! Hai conservato quel caratteraccio che finché fosti viva formò la mia infelicità.
Il prezzo del caffè è un fatto che dipende dal volere di pochi.
Bisogna scrutarne le intenzioni.
Quei pochi si trovano in America.
A te sarebbe facile...
(A Clelia che s'avvia.) Stammi a sentire! Da te dipende ora la fortuna di tutta la nostra famiglia.
CLELIA Famiglia costituita da un individuo solo.
IL MARITO E non mi consigliasti tu stessa di riprendere moglie? (Clelia esce, sparisce ridendo clamorosamente; il suo riso echeggia lungamente e si perde nella lontananza.)
SCENA QUARTA
IL MARITO e poi L'AMANTE
IL MARITO (dopo un'esitazione si rimette e va ad aprire la porta di fondo).
Sei stato a sentire?
L'AMANTE (triste).
No! Me ne sarei andato se, per uscire, non avessi dovuto passare per di qua e disturbarvi.
IL MARITO Io le domandai un piacere semplicissimo.
Me lo rifiutò e se ne andò ridendosi di me.
Queste sono le mogli d'oggidí.
Le domandai...
il prezzo del caffè.
L'AMANTE Non puoi guardare un listino?
IL MARITO Il prezzo futuro del caffè.
L'AMANTE.
Le avrai fatto schifo.
IL MARITO Schifo? Era un'occasione unica.
E anche tu le domandasti qualche cosa?
L'AMANTE Sí! Ma cose d'arte.
La mia preghiera ebbe la stessa sorte della tua.
IL MARITO Rifiutò? Rifiutò persino consigli che non hanno alcuna importanza? Cose d'arte? Che caratteraccio! Sai che se noi vogliamo possiamo costringerla a fare il volere nostro? Mi disse che le premeva enormemente che noi due si andasse d'accordo.
Io sospetto sia accorsa solo per metter pace fra di noi.
Pare non si perdoni a chi è causa di litigi.
Pigliamola per quella parte.
Facciamola soffrire.
Dovrà pur finire coll'arrendersi e fare il nostro volere.
L'AMANTE (ammirato).
Come siete intraprendenti voialtri commercianti! Che vuoi fare?
IL MARITO Incominciamo con una pressione massima.
Addirittura picchiamoci! (Si leva la giubba.)
L'AMANTE Se non vuoi altro! (Lo imita.) Sarà per me un piacevole diversivo! (Si prendono a pugni.)
IL MARITO Ah! Tu picchi sodo! (In lontananza si sente echeggiare il riso di Clelia.) Ride tuttavia, la senti? (Ambedue stanno ad ascoltare.) Malvagia creatura! Mi deridi dopo quello che ho fatto per te! Ma io in cimitero non vado piú!
SIPARIO
L'AVVENTURA DI MARIA
(Commedia in tre atti)
PRIMO
PERSONAGGI
ALBERTO GALLI, negoziante
GIULIA, sua moglie
PIERO, bambino dodicenne
GIORGIO, professore fratello di Giulia
CUPPI, vecchio possidente
CARLO TARELLI
MARIA, sua nipote
MAINERI, maestro di musica
AMELIA, vecchia fantesca
L'azione si svolge nell'epoca presente in una città italiana di provincia.
ATTO PRIMO
Tinello in casa Galli.
SCENA PRIMA
ALBERTO che dorme su un'ottomana, GIULIA e GIORGIO
GIULIA (a Giorgio che entra).
Pst! Piano che dorme.
GIORGIO Te lo avevo detto io che non c'era da impensierirsi.
Eccolo là che dorme e il rimorso di aver tolto a te il sonno di una notte intera non lo inquieta punto.
GIULIA Lui non ne ha colpa.
Ha perduto per distrazione due treni.
Subito egli telegrafò, ma per un caso malaugurato il suo dispaccio mi venne consegnato soltanto pochi minuti fa.
GIORGIO Diamine! Due treni ha perduto e i suoi dispacci da Firenze ci mettono ventiquattr'ore? Sono cose che non toccano che a lui.
Fammi vedere il dispaccio!
GIULIA L'ho gettato via.
GIORGIO Perché non indirizzare un reclamo all'ufficio telegrafico? Io non tollererei un simile disordine, per la massima!
GIULIA Che vuoi che ora a me importi che mettano ordine in quell'ufficio? Chissà quanti anni trascorreranno prima ch'io abbia a ricevere un altro dispaccio.
Come dorme! (guardando Alberto con affetto.) Mi dispiace che presto dovrò destarlo perché arrivano Maria Tarelli e suo zio.
Senza conoscerli non li ama molto; se incominciano poi dall'impedirgli il sonno, li amerà anche meno e saranno poco aggradevoli i pochi giorni che Maria passerà con noi, perché franco e sincero come è, non sa a celare la sua antipatia.
GIORGIO Spero che almeno non dirà loro in faccia che li tiene per istrioni.
A me fa ira di sentirlo parlare in tale modo di una grande artista.
GIULIA Che vuoi farci.
Lui è un buon borghese che ci tiene alla sua vita regolare e non ama la gente nomade come Maria e suo zio.
GIORGIO (con un po' di disprezzo).
Sí! Sí! è degno tuo marito.
GIULIA Che vuoi farci? Siamo felici cosí.
Tu sogni arte e scienza; noi vogliamo calma e felicità.
Ritengo però che Maria finirà col conquistare anche le simpatie di Alberto.
Delle tue può andar sicura.
Anche troppo e bada ch'io terrò gli occhi molto aperti.
GIORGIO Non temere! Certo è che a parlare con essa mi divertirà meglio che con la gente solita che mi tocca frequentare qui.
Però non ho tempo da perdere, io, e debbo riservarmi ad altre cose.
GIULIA Maria è molto bella; è inoltre distinta e cara.
Troverai in lei una donna fuori di certi suoi accenti bruschi, maschili, sorprendenti nella sua voce, ch'è adorabile.
SCENA SECONDA
AMELIA, PIERO e DETTI
AMELIA C'è fuori un signore che vuol parlare col signor Alberto.
GIULIA Pst! Va a vedere tu, Giorgio.
(Giorgio via.)
PIERO Mamma! Papà non ti ha detto niente del regalo?
GIULIA No! Gliene parleremo allorché si sarà svegliato.
Zitto, ora!
ALBERTO (svegliandosi si guarda d'intorno con sorpresa).
Mi pareva d'essere ancora in viaggio.
Quanto tempo ho dormito?
GIULIA Circa due ore.
Il sonno, no, non lo hai perduto.
ALBERTO Hai ragione di farmene un rimprovero.
Dopo quindici giorni di assenza doveva bastare la vista della mia cara moglie per tenermi desto.
Ma sono precisamente i quindici giorni di fatiche che mi fanno essere cosí.
Ho faticato molto.
(Stirandosi.)
GIULIA C'è fuori un signore che domanda di te.
Amelia, chiami il signor Giorgio.
ALBERTO (ancora assonnato).
Chi domanda di me?
GIULIA Non lo so; Giorgio ce lo dirà.
(Siede accanto a lui e attira a sé Piero.) Piero chiedeva se gli hai portato qualche dono.
ALBERTO (da prima sorpreso).
Un dono! Ah sí! Me ne sono dimenticato.
GIULIA (sorpresa e offesa).
Davvero?
ALBERTO Ho pensato ch'era meglio di fare tale acquisto qui, ove tutto è piú a buon mercato.
PIERO Allora potrò scegliere io? (Alberto lo bacia ridendo.)
GIULIA Avrei preferito che tu avessi fatto tale acquisto fuori.
Sarebbe stata una prova che anche lungi da noi, a noi sempre pensi.
ALBERTO (scherzosamente).
Io non ci ho mica pensato che il dono a Piero poteva valere per te quale una prova del mio affetto.
Altrimenti gli avrei portato non uno, ma dieci doni.
PIERO Dieci doni! Peccato che non ci hai pensato.
ALBERTO (ridendo).
Bravo Piero! Tu trovi sempre la parola giusta.
SCENA TERZA
CUPPI, GIORGIO e DETTI
GIORGIO S'accomodi.
(Presenta.) Il signor Cuppi, mia sorella, mio cognato Alberto Galli.
CUPPI (esageratamente cortese).
Ho tanto, tanto piacere.
(Stringe la mano a Giulia, poi ad Alberto.) Li conosco di vista da parecchio tempo e sempre mi auguravo che si presentasse l'occasione di fare una conoscenza piú intima...
(correggendosi)...
sí...
piú vicina, piú vicina, sí.
Ora l'occasione s'è presentata, perché io attendo i signori Tarelli.
ALBERTO Ah! cosí! sono raccomandati a Lei? Non avranno dunque bisogno di noi?
CUPPI No! No! non sono raccomandati a me! Ma come? (Ridendo.) Loro non mi conoscono affatto? Bisognerà che mi presenti da me? Non sanno ch'io sono l'amico degli artisti? Se non faccio altro io a questo mondo! Come si fa abitare questa città e non conoscermi? Oso asserire, sí oso, che in questa città di provincia io sono la cosa, la persona piú preziosa per gli artisti.
Sono loro servo devoto e li aiuto in tutte le piccolezze di cui possono abbisognare.
È un'occupazione che rende poco, ma che fa passare magnificamente, sí, aggradevolmente la vita.
La Ristori diceva di questa città: Di bello non c'è che la statua a Dante e Cuppi; paragone che non calza perfettamente, perché io servo a qualche cosa, a molto anzi.
Peccato che i signori Tarelli trovino qui l'alloggio pronto; ne avevo uno bellissimo da porre a loro disposizione, una vera occasione.
ALBERTO Se preferiscono quello, che si servano.
GIULIA Ma Alberto! (Poi a Cuppi.) Ho promesso a Maria di tenerla con me.
Viene qui piú allo scopo di vedermi che di dare quei due concerti.
CUPPI (ammirandola).
Era proprio amica sua intrinseca?
GIULIA Ma sí! amica di collegio.
CUPPI Tanto giovine e in poche settimane è divenuta famosa, conosciutissima.
Tutti i giornali parlano di lei.
SCENA QUARTA
AMELIA e DETTI, poi MAINERI, TARELLI e MARIA
AMELIA Sono qui, ma in tre.
ALBERTO In tre? Vanno aumentando continuamente?
AMELIA Una signora e due signori.
Sono ancora giú dinanzi alla porta di casa.
CUPPI Vuole che li vada a chiamare io?
MARIA (entra seguita da Maineri e Tarelli).
Ne parleremo piú tardi.
E Giulia? Come stai? (La bacia affettuosamente.) Uh! Che pezzo di donna.
Hai il volume che in passato avevamo in due.
Sei cambiata, molto cambiata.
Sempre una bella persona, ma non sei piú quella.
Che peccato! Io che speravo di ritrovare in te quella mia antica, dolce amica cui mi piaceva tanto di fare del male per vedere fin dove arrivasse la sua indulgenza.
Certo hai perduto quell'indulgenza! Chissà quanto cattiva sarai divenuta invecchiando.
GIULIA Tu sei sempre la stessa co' tuoi occhi serii e dolci.
(Presentando.) Mio marito...
ALBERTO (con lieve sorpresa).
Signorina!...
MARIA (ridendo dopo un istante di sorpresa).
Ooh! una vecchia conoscenza!
ALBERTO Infatti, abbiamo fatto una parte di viaggio insieme.
Da Bologna a Firenze.
MARIA Ancona, cioè.
TARELLI (intervenendo).
Firenze, Firenze.
Me ne ricordo benissimo.
Firenze!
ALBERTO In Ancona non sono stato questa volta.
(Un po' confuso.)
MARIA (sorpresa).
Ah! cosí!
ALBERTO (a Giulia).
L'altr'ieri siamo stati insieme.
Da Bologna a Firenze.
MARIA (molto sorpresa).
L'altr'ieri?
GIULIA E non vi siete conosciuti?
MARIA Non ve n'è stata l'occasione.
ALBERTO