CORTO VIAGGIO SENTIMENTALE, di Italo Svevo - pagina 2
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E il signor Aghios pensò col cuore pesante ai grandi pericoli che la bianca bestia correva.
"Guardati dal canicida!" pensò.
Grandi amici del viaggiatore sono i cani.
Persino in Inghilterra somigliano ai nostri e ci fanno ritrovare in essi un pezzo di patria.
Non meglio educati dei nostri, curiosi come questi di tutte le porcherie sulla via, invadenti, rumorosi, obbedienti quando conobbero la frusta, affettuosi e sempre stupiti che chi li ama non accetti di lasciar passarsi la loro lingua sulla faccia.
Parlano la stessa lingua.
E l'Aghios nella solitudine li amò e spiò scoprendone il carattere e le sue cause.
Radicalmente differenti da noi, che guardiamo mentre essi annusano, è strano che fra noi e loro si sia costituita una relazione tanto intima, nostra grande fortuna, dal cane basata certo su un malinteso.
Forse il gatto a noi s'accosta di più perché a noi meglio somiglia e meglio ci conosce.
E il cane deve la sua sincerità al suo senso predominante, l'olfatto.
Il suo modo di percepire gli fa credere che a questo mondo ogni tradimento sia subito scoperto perché egli non vede le superfici ingannevoli, egli analizza proprio l'anima delle cose, il loro odore.
Può essere che anche il suo senso lo truffi o ch'egli spesso addenti degl'innocenti dall'odore sgradevole, ma egli non lo sa e se è impedito nel suo proposito s'adatta, ma ringhiando.
Tante volte una legge superiore lo arresta e lo incatena e, senza convinzione, egli deve subirla; vi è abituato.
Ma il proposito di tradire egli non può accogliere, pensando ch'egli col suo senso sarebbe capace di scoprirlo e tanto meglio dunque il suo padrone, che non sarebbe il suo padrone se non avesse dei sensi più perfetti dei suoi.
Mondo sincero perciò quello degli odori.
Pare però che si allontani dalla realtà più di quello delle linee e dei colori.
Il povero cane è sempre il truffato perché male informato.
Tuttavia qualche dolore gli è risparmiato.
In nessun posto egli 'e straniero.
Il suo senso è essenzialmente socievole.
Ogni incontro casuale si fa subito intimo e al naso vengono offerte per la verifica le parti più recondite.
Rifiutarle è una vera sgarbatezza che provoca la reazione più violenta.
Che vita più naturale che non la nostra! Nella vita più affollata di Londra un uomo è all'altro nient'altro che un impedimento a procedere.
Come fare? Anche se il signor Aghios fosse stato accettato quale dittatore della vita di società, egli non avrebbe saputo imporre il sorriso reciproco di saluto fra sconosciuti.
Esso, imposto, sarebbe divenuto una smorfia orrida e mai avrebbe potuto significare un sincero saluto di fratello.
L'affetto è anch'esso una fatica; e nessuno vi si sottopone per regola; il vero riposo è l'indifferenza.
Dai cani, diretti dagli odori, l'indifferenza di fronte alla vita non c'è mai.
Non sono mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.
Un treno non è una cosa piccola, ma il signor Aghios nella vasta stazione non trovava il suo.
Doveva pur esserci nella stazione, in qualche posto, l'indicazione necessaria per trovarlo, ma il signor Aghios non la vedeva.
Di solito sua moglie lo dirigeva.
Il signor Aghios fiutò inutilmente a destra e a sinistra.
Vide un facchino che gli correva incontro.
Era il fatto suo.
Gli consegnò la piccola valigetta che tanto facilmente avrebbe potuto portare da solo e domandò del treno.
Sentì il bisogno di scusarsi: "È leggera, ma mi pesa perché sono vecchio".
Aveva parlato al facchino per farselo amico.
Già sentiva il bisogno degli amici occasionali che non attentano alla propria libertà.
Il facchino, un uomo tozzo e svelto, sorrise e borbottò qualche cosa in meneghino, che il signor Aghios non intese.
Buona che c'era stato il sorriso e il signor Aghios, con buona volontà e passo celere, seguì l'amico che, la valigetta in mano, lo precedeva correndo.
Lo seguiva e già l'amava.
Come era bella l'invenzione delle mance! Specialmente delle piccole, quelle che non dolgono.
Perciò egli era piuttosto avaro, perché regalando molto in una volta, il piacere era breve e si restava poi paralizzati per lungo tempo.
Sua moglie era più generosa e quando trovava un bisogno che non poteva essere lenito che con una somma grossa, essa la dava.
Ma era un modo di disporre della roba altrui, perché agli altri bisognava poi dire: "Ho disposto già altrimenti di quanto vi spettava".
Egli era veramente generoso solo talvolta, per volontà della moglie, com'era molte altre cose ancora quando essa lo voleva.
In viaggio bisognava conquistarsi degli amici, perché altrimenti si percorre questa terra ch'è la vera, la grande nostra patria, col cipiglio dello straniero.
Ed il signor Aghios sfruttava le sue piccole mance da vero avaro e voleva con esse comperare non molta, ma un'amicizia duratura.
Perciò cominciava col pagare un prezzo inferiore alla tariffa.
Di solito l'altro non protestava, ma restava a guardare, interdetto, il poco denaro che teneva nella mano aperta.
Allora appena il signor Aghios metteva in quella mano una moneta alla volta, finché essa si chiudeva e sulla faccia del facchino appariva un sorriso.
Così quel sorriso, che aveva tardato a nascere, si stampava meglio nel ricordo del signor Aghios e gli appianava qualche miglio di strada.
Talvolta, prima ch'egli arrivasse a dare tutta la mancia, il facchino si stancava e se ne andava con una brutta parola.
Il signor Aghios se ne andava allora con la mancia in tasca, ma aveva avuto tuttavia la sua soddisfazione perché egli si divideva da un nemico bensì, ma non da uno straniero.
Bisognò scendere per uno scalone sotto terra e risalire, dopo aver percorso un corridoio, alla banchina sulla quale bisognava aspettare il treno non ancora giunto da Torino.
Il facchino domandò al signor Aghios se doveva aspettare con lui.
Se non fosse stato necessario di parlare in meneghino il signor Aghios avrebbe trattenuto l'amico dell'ultima ora.
Così invece lo congedò e restò nella solitudine allietata dall'ultimo suo sorriso di ringraziamento.
S'erano guardati per un istante negli occhi quasi a dichiararsi la loro reciproca benevolenza.
E il signor Aghios, per aumentare tale benevolenza, aggiunse alla mancia una sigaretta.
Molta gente aspettava sulla banchina.
Accanto ad una colonna erano accatastati molti poveri bagagli, una sola valigia chiusa, due ceste legate, di cui una chiusa da un panno rosso e l'altra verde sbiadito.
Una donna sedeva sulla valigia con un poppante in grembo e una fanciullina di dieci anni, ben difesa dal freddo da un vestitino consunto, dormiva su una cesta, la testa appoggiata sul fianco della madre.
"Sloggiano?" pensò il signor Aghios.
Vide poi avvicinarsi un contadino che, mentre correva, esaminava dei biglietti ferroviari certo allora acquistati.
La giovine donna ebbe un respiro vedendolo.
Doveva aver sofferto di essere rimasta sola tanto a lungo.
Quello non era un viaggio con tutta quella famiglia.
Un'emigrazione, una fuga.
Poi il signor Aghios non guardò più la gente che lo circondava e s'incantò per qualche minuto a guardare il fumo che denso usciva dal camino di una locomotiva fuori della stazione.
Il vento lo spingeva.
Uscendo dal camino a nuclei, veniva subito diminuito e diffuso dal vento.
Ogni nucleo, nell'atto che subiva tale distruzione, pareva si spogliasse e tradisse l'esistenza entro di lui di una testa, un grugno, un essere animato.
E tale testa, prima di disfarsi, spalancava degli occhi smisurati per guardare meglio e per guardare meglio finiva con lo spalancarsi tutta.
Una processione di teste spaventate e minacciose.
"Poche linee di vita bastano a significare l'essenza della vita, la paura o minaccia" moralizzò il signor Aghios.
Il treno entrò sbuffando in stazione.
In quell'istante il signor Aghios sentì la voce della moglie che lo chiamava: "Giacomo!".
Si volse a lei e forse non seppe celare un gesto d'impazienza.
Egli l'amava com'essa meritava, ma la sua assenza non era stata lunga abbastanza per fargli desiderare di rivederla.
Proprio era bastato il suono della sua voce per strapparlo a quella lieta benevolenza ch'egli riversava su tutte e cose e persone.
Eppoi gli portava essa forse l'annunzio che non poteva più viaggiare solo? Ma egli sarebbe partito tuttavia.
La signora dovette indovinare parte del suo stato d'animo perché, interdetta, gli domandò: "Ti secco tanto?" e fece l'atto di ritornare sui suoi passi.
Fu un attimo brutto.
Questo poi no, il signor Aghios non l'avrebbe ammesso.
Si poteva pensare a questo mondo quello che si voleva, ma non bisognava rivelare quel pensiero tanto bello e giusto finché restava celato nel proprio animo e tanto ingiurioso quando sbucava alla luce del sole.
"Non ti avevo riconosciuta!" disse subito.
E, presala per la mano, l'attirò a sé.
Essa si sottrasse all'abbraccio, perché era tanto bene educata che non avrebbe ammesso una cosa simile in pubblico.
Ma fu subito convinta, perché essa credeva al marito.
Era una fede di cui il signor Aghios in passato era stato beato.
Da qualche tempo lo seccava.
Era proprio un modo di semplificare troppo la vita.
Oramai anche questa fede aveva qualche cosa di gelido come tutta la loro relazione.
Sorridendo essa gli disse che non era per rivederlo un'altra volta che gli era corsa dietro, ma perché aveva dimenticato di dirgli che la signora Luisi lo pregava di avvertire il gioielliere di Venezia che essa tratteneva il filo di perle offertole e che il signor Luisi avrebbe provveduto fra pochi giorni al pagamento.
Poi, sempre sorridendo, gli domandò: "Ricordi ancora quello che hai nella tasca di petto?".
L'Aghios portò subito la mano a quella tasca e, trovatala gonfia, ricordò: "Non dubitare! Ci penso sempre".
Ma qui essa non gli credette, perché s'era accorta che per ricordare di aver seco una somma forte di denaro, egli aveva dovuto toccare quella tasca.
E s'impensierì, per i denari e non per lui.
"Ho fatto tanto male di lasciarti partire solo." Si guardò irresoluta in giro.
Poi sospirò, "Già! Ora non c'è più tempo".
Erano ambedue contenti che non ci fosse più tempo, ma il signor Aghios era anche adirato di sentirsi trattare quale un bambino.
"Pensi forse ch'io perderò il denaro?" domandò risentito.
"M'hai trovato distratto così perché proprio pensavo di fare un giro per Trieste per vedere se non potevo trovare il denaro più a buon mercato per la rinnovazione di parte del nostro debito." E mentre parlava guardò ancora una volta il camino della lontana locomotiva donde continuava a sbucare del fumo denso.
Non era che fumo informe ora, non teste, non minaccia, non spavento.
"È una leggerezza di viaggiare con tanto contante in tasca" disse ancora la signora con voce calda che domandava scusa.
Sì! Era una leggerezza.
Dal giorno prima avevano deciso di comperare un vaglia, anche per rendere quella tasca più leggera.
Ma lo aveva disturbato di andare con quel denaro alla banca e aveva rimandato quell'operazione fino a quel giorno stesso.
Poi, sul più bello, erano venuti a trovare il figliuolo tre giovini che con lui studiavano.
Il vecchio s'era incantato a star a sentire i loro piani per l'avvenire ora che avevano finiti gli studii.
Egli non avrebbe aperto bocca per paura di sentirsi correggere da quei dotti, ma ricordava che all'uscita dalla scuola egli era stato più timido, esitante, pauroso.
Uno di loro trovava la sua posizione già fatta, ma riteneva che il suo intervento avrebbe significato un progresso per l'azienda in cui doveva entrare.
Il secondo, poi, che non trovava nulla di fatto dai suoi antenati, con tutta calma s'apprestava all'emigrazione.
Gli spettavano tante cose che l'Italia non poteva fornirgli.
Il terzo invece manifestava un grande disprezzo per la politica, ma pensava di dedicarvisi.
Non aveva alcun partito ancora e aveva tempo di pensarci.
Intanto sarebbe entrato in un ufficio governativo.
E il vecchio non s'accontentava di pensare che il mondo non fosse più quello in cui era nato lui, ma s'incantava a studiare quale dei due mondi avesse avuto ragione.
Non c'era verso! Uno dei due aveva sbagliato.
Forse egli non sapeva meglio, ma in sua gioventù gli avevano spiegato che sulla terra non ci fosse gioia abbastanza per contentare tutti ed egli l'aveva creduto e, uscito dalla scuola, timidamente aveva bussato alla porta del mondo per domandare: "C'è un posticino anche per me? Potrò conquistarlo?".
Questo era il mondo d'allora, quando a questo mondo si era in meno.
Che dopo il mondo si sia allungato e allargato? E il vecchio era stato tenuto al suo posto e impedito di andar a comperare il vaglia dal rancore di essere nato in un mondo più difficile.
"Già, adesso non c'è più tempo.
Sta sicura che per il denaro non c'è pensiero.
Addio!" e le offerse il bacio dell'addio.
Essa si lasciò baciare sulla guancia e lo baciò poi anche lei sulla guancia.
Egli si guardò d'intorno cercando di trovare un altro segno d'affetto da darle.
Trovò! Le prese la destra e la portò alle labbra.
Era lietissimo di aver trovato.
La solitudine a cui s'avviava sarebbe stata abbellita da tale congedo.
Egli s'accinse di montare sul vagone dimenticando di prendere la valigetta che il facchino aveva deposta in terra.
Essa la sollevò e gliela porse ridendo molto.
Per scusarsi il signor Aghios mormorò: "È il facchino che l'ha lasciata lì.
Non trovavo il treno..."
La signora Aghios rise ancora: "E come arriverai a Trieste senza il facchino?".
Era destino! Dovevano dividersi in broncio.
Il signor Aghios di malavoglia rispose: "Il difficile è di trovare il treno.
Poi non lo guido mica io".
E la signora, sempre ridendo insistentemente: "Per fortuna!" disse.
Non c'era più il tempo di pensare ad una risposta.
Avrebbe subito potuto dire che neppure lei avrebbe saputo dirigere il treno, poi che non era tanto difficile perché c'erano le rotaie e infine che la valigetta non conteneva niente d'importante, ma non disse niente.
Era meglio sorriderle ancora una volta e andare via in pace.
Ma il rancore c'era nell'animo suo ed era male.
Saltò esitante nel vagone.
Nel corridoio del vagone era difficile di muoversi, ma con decisione giovanile il signor Aghios con la valigetta in mano si fece posto ed arrivò alla prossima finestra che aperse.
Il treno in quel momento si mise in moto.
Il signor Aghios chiamò la moglie che aveva continuato a guardare la porta per la quale egli era sparito.
Essa corrispose vivamente al suo saluto.
La banchina era ormai deserta.
Egli per un istante stornò gli occhi dalla moglie per guardare il posto ove era giaciuto il bagaglio dei contadini.
Quel bagaglio era sparito e chissà che fatica per farlo entrare nel vagone.
Poi ritornò con l'occhio alla moglie che aveva levato di tasca il fazzoletto e gli faceva dei vivi segni di saluto.
Corrispose al suo saluto mandandole un bacio.
La fine elegante figura della moglie che da vicino si scorgeva un po' disseccata dall'età, ora, come il movimento del treno aumentava la distanza fra di loro, gli appariva veramente graziosa con quel velo roseo che, puntato sul cappello, si muoveva nella brezza.
E, avviandosi alla sua solitudine, guardando quella figura snella, volle avere il pensiero preciso e sincero e pensò: "Più m'allontano da lei e più l'amo".
Poi si sentì la coscienza tranquilla.
Per il momento, insomma, egli si trovava in ordine con la legge umana e divina, perché egli, sinceramente, amava la propria donna.
Per vederla più a lungo si sporse dalla finestra.
Vedeva bene? La moglie portava la mano al cuore con gesto esagerato.
Non era possibile ch'essa, una persona tanto equilibrata, volesse far vedere a degli estranei un dolore esagerato perché la lasciava sola.
Eppure pareva che quel grande gesto fosse accompagnato da grida.
Poi, quando non la vide più, indovinò.
Con quel gesto essa aveva voluto fargli un'ultima raccomandazione di badare ai denari che aveva nella tasca del petto.
Meno male! Sorrise e, obbediente, per attenuare il rimorso che sentiva di amare la moglie più che mai ora che non la vedeva affatto, si toccò con grande energia la tasca del petto.
Il portafogli, gonfio delle trenta banconote da mille, c'era tuttavia.
II.
Milano - Verona
Ora bisognava tentare di procurarsi un posto.
Intanto non era facile al vecchio signore di muoversi in quel corridoio mentre il treno filava a tutta velocità, sobbalzava e percorreva certe curve in modo da far sentire al corpo un'irresistibile attrazione ora da una parte ora dall'altra.
Deciso il signor Aghios si diresse al prossimo compartimento domandando scusa a destra e sinistra.
E subito ebbe la prima avventura amorosa.
Una graziosa giovinetta si fece in disparte, fin dove la parete lo permetteva, per fargli posto e il signor Aghios la guardò con un sorriso che volle paterno, pensando però che non sarebbe stato male se lo scompiglio in quel breve spazio l'avesse gettato su lei.
Ma il movimento del treno, quasi a farlo apposta, lo inchiodò sulla parete di faccia.
Continuò a sorridere alla signorina che lo guardava ansiosa con grandi occhi azzurri temendo di vedersi capitare addosso il grosso uomo malsicuro.
Egli dovette procedere e allontanarsi sorridendo alle cieche forze fisiche che s'erano messe al servizio della morale.
Altre volte altrettanto ciecamente avevano promosso il piacere degli uomini, come in quell'antica storiella dei due amanti chiusi da una valanga in una grotta provvista di alimenti.
La sorpresa in primavera di trovare in quella grotta tre anziché due esseri viventi.
Impossibile! Le cose per maturarsi hanno bisogno di nove mesi.
Arrivò al compartimento cui aveva mirato, ma i posti vi erano occupati ad esuberanza.
Anzi, da una parte, sedevano addirittura in cinque.
Fra quei cinque una donna elegante ma non bella, con uno di quei cappelli che coprono la fronte e anche una parte degli occhi.
Essa s'era un po' stesa: Le sue gambe calzate di seta, i piedini piccolissimi in scarpine nere di lacca.
Il signor Aghios, che per sfuggire alla ressa del corridoio s'era messo in mezzo allo scompartimento arrivando a tenersi alla stanga di ferro che sosteneva la rete dei bagagli, non fissò troppo la signora, perché dovette provvedere a tenersi in piedi.
Ma il suo disturbo non gl'impedì di pensare che quei cappelli che coprivano la testa, la fronte e gli occhi delle donne erano seccanti.
La moda era fatta dalla maggioranza e perciò bisognava ritenere che la massima parte delle donne avesse le gambe fatte bene e male la testa.
Poi il movimento del treno lo fece volgere alla signora e s'accorse ch'essa aveva accondisceso al suo desiderio non manifestato e che s'era levata il cappello che le giaceva ora in grembo.
No! La sua faccia non era bella, ma doveva esserlo stata.
Una faccia ch'era stata alterata e consumata dalla vita, ridotta a linee rigide, prodotte da un duro scalpello, che la rendevano lunga.
I capelli bruni, ricci ad arte, le coprivano gli orecchi.
Ma il piedino era grazioso, più piccolo della piccola scarpina di lacca.
Un giovinetto (il quinto su quel sedile) si alzò e offerse il suo posto al vecchio.
"Grazie! Grazie! Ma perché?" disse il signor Aghios.
"Posso rimanere qui."
"Io vado in corridoio" disse il giovinetto.
Non ebbe un sorriso di benevolenza pel vecchio cui usava tanta cortesia.
E uscì pestando il piede alla signora che non l'aveva ritirato in tempo.
Il signor Aghios s'assise sul breve spazio che gli era stato lasciato libero accanto alla finestra.
Peccato che il giovinetto (lungo, bruno, rude) non aveva accompagnato il suo dono di una parola gentile.
Sarebbe stato tale un bell'esordio al viaggio! Tuttavia non bisognava lagnarsi, perché il viaggio in piedi non sarebbe stato adatto alle sue vecchie membra.
Per non disturbare il vicino ch'egli non aveva neppure veduto, il signor Aghios restò per qualche tempo nella stessa posizione in cui sul suo posto era caduto, la faccia verso la finestra.
Dapprima pensò alla vita in quella vettura e a quel giovinetto burbero benefico.
Ecco! In certe posizioni è difficile di conservare la benevolenza.
Persino ora che stava tanto meglio egli sentiva una certa antipatia per il suo vicino che lo costringeva d'aderire alla finestra.
Era proprio un momento in cui si sente che l'uomo con la sua pancia, le larghe spalle e i duri gomiti è una bestia odiosa per il prossimo.
È una crudele lotta quella per lo spazio.
L'Aghios non volle perdere la sua gioia e relegò la sua benevolenza in un sogno perché non tutta andasse distrutta.
Il treno futuro, che avrebbe trasportata un'umanità più evoluta, sarebbe stato allungabile come sarebbe stato di bisogno e senza per questo aver bisogno di arrestarlo.
Ogni vagone avrebbe comportato delle enormi possibilità.
Si tocca un bottone ed i posti si moltiplicano.
E così le Ferrovie dello Stato creerebbero dei cavalieri, anziché come ora dei villani e non ci sarebbe stato bisogno di accettare sorridendo un posto offerto villanamente.
Col naso sui vetri il signor Aghios non poté finalmente fare a meno di vedere la campagna enorme che correva via.
Il raccolto era finito.
I covoni di fieno s'ergevano colossali, la provvista per tutto l'anno per gli animali della cucina tanto semplice.
I campi erano oziosi in aspettativa di essere incaricati del nuovo lavoro.
E il signor Aghios pensò ch'egli arrivava proprio in tempo coi suoi augurii per procurare un buon raccolto.
Ora cominciava a decidersi la sorte dell'anno prossimo.
Occorreva subito una lunga pioggia, che poi cessi, dopo di aver ammorbidita la terra e resa disposta al lavoro.
Doveva essere preparata a puntino: Né troppo dura, né troppo tenera.
E gli augurii del signor Aghios piovevano abbondanti, mentre correva accanto a quei campi a sessanta chilometri all'ora e una volta con grande sforzo si volse non per vedere il piedino di quella signora che ancora doveva trovarsi per aria, ma per inviare gli augurii anche dall'altra parte della ferrovia: "Producete, producete in grande abbondanza, perché chi vi lavora abbia il suo premio".
Esitò poi.
Ricordò la faccia triste di quel contadino che l'anno precedente gli aveva detto: "Abbiamo il vino triste quest'anno, perché ve n'è di troppo".
Ma che importa? Augurare bisogna a questo mondo.
Nessuno può togliere all'uomo tale diritto il cui esercizio allarga polmoni e cuore.
È vero che l'augurio finisce col ricordare l'ironia di chi, allontanandosi da un tavolo di gioco, augura la buona fortuna a tutti coloro che vi restano assisi, solo che a questo mondo l'evidenza non è tale e si può sempre credere che un grande sforzo della terra benefica debba produrre del bene.
Si raddrizzò e vide il piedino per aria.
Essa era la terza persona seduta dalla sua parte e direttamente non poteva scorgerne la faccia, ma s'accorse che ora poteva scorgerla riflessa in modo curioso da una lastra che copriva la fotografia.
Come era bella! Completato o sminuito il deperimento suo dai riflessi del tramonto o fors'anche da qualche linea della fotografia che la lastra copriva, quella faccia era tutta pensiero e bellezza.
Ricordava qualche ritratto celebre, ma il signor Aghios, che ne aveva visti tanti, non sapeva precisare quale.
Era in fondo solo un ritratto e neppure molto somigliante, ma il signor Aghios era felice di viaggiare con esso.
Nel breve tempo dacché aveva abbandonato la moglie, questo era il secondo suo desiderio, cioè il secondo tradimento e anche il secondo peccato.
Ogni ammirazione per una donna è un desiderio.
Le si attribuisce intelligenza o dolore per rendere più saporite quelle labbra che si vorrebbero baciare.
Il peccato non gli pesava troppo.
Quando si sta per arrivare ai sessant'anni - almeno il signor Aghios aveva per conto proprio tale esperienza e nella sua solitudine amava di generalizzare - si sa che il proprio organismo non è fatto per le grandi resistenze.
Lo stesso fatto che anche se il peccato fosse dichiarato lecito, si peccherebbe ora meno sovente che in epoche anteriori, prova che tutto dipendeva da quello che si può e si deve.
E il signor Aghios assurse anzi ad un pensiero altamente filosofico: Se il signor Iddio ci avesse fatti proprio allo scopo di vederci agire proprio come lui vuole, non ci sarebbe stato scopo alla creazione.
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