COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 49
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Tutte queste immagini mi venivano alla mente, girando per quel recinto, e alzando gli occhi alle grate di quei chioschi abbandonati e tristi come sepolcri.
Eppure, in mezzo a quelle memorie sinistre, provavo di tratto in tratto un certo batticuore piacevole, una specie di trepidazione voluttuosa d'adolescente, mista di malinconia e di tenerezza, pensando che le scalette per cui salivo e scendevo, avevano sentito il peso di quelle donne bellissime e famose; che i sentieri che calpestavo avevano udito il fruscìo delle loro vesti, che le vôlte di quei piccoli portici di cui accarezzavo, passando, le colonnine, avevano ripercosso il suono delle loro risa infantili.
Mi pareva che qualche cosa di loro ci dovesse ancora essere dietro quei muri, in quell'aria.
Avrei voluto cercare, gridare quei nomi memorabili, chiamarle a una a una cento volte, e mi pareva che qualche risposta di voce lontana l'avrei sentita, che qualchecosa di bianco l'avrei visto passare sulle alte terrazze o in fondo ai boschetti solitarii.
E giravo gli occhi qua e là, e interrogavo le grate e le porte.
Quanto avrei dato per sapere dove era stata chiusa la vedova di Alessio Comneno, la più bella delle prigioniere di Lesbo e la più seducente greca del suo secolo, o dov'era stata pugnalata la cara figliuola d'Erizzo, governatore di Negroponte, che preferì la morte all'amplesso brutale di Maometto II! E Currem, la favorita di Solimano, a che finestra si affacciava, coi suoi belli atteggiamenti languidi di persiana, per fissare nel Mar di Marmara i suoi potenti occhi neri, velati dalle lunghissime ciglia di seta? Qui, su questo sentiero, non avrà lasciato molte volte le traccie del suo passo leggiero la bella danzatrice ungherese che levò Saffiè dal cuore di Murad III, scattando come una lama d'acciaio fra le braccia imperiali? E da quest'aiuola non avrà mai strappato un fiore, passando, Kesem, la bella greca, la gelosa feroce, dal viso pallido e malinconico, che vide il regno di sette Sultani? E l'armena gigantesca, che fece impazzir d'amore Ibrahim, non avrà mai immerso il suo enorme braccio bianco nell'acqua di questa fontana? E chi aveva il piede più piccino, la piccola favorita di Maometto IV, di cui due babbuccie non facevano la lunghezza d'uno stiletto, o Rebia Gulnuz, la bevanda delle rose di primavera, che aveva i più begli occhi azzurri dell'Arcipelago, e non lasciava traccia del suo passo sulle sabbie bianche del suo giardino? E i capelli più dorati e più morbidi chi li possedeva, Marhfiruz, la favorita dell'astro delle notti, o Miliclia, la giovane odalisca russa, che soggiogò la ferocia del secondo Otmano? E le fanciulle persiane ed arabe che addormentavano colle loro favole Ibrahim? E le quaranta giovinette che bevettero il sangue del terzo Murad? Non ne rimane più nulla, nemmeno una ciocca di capelli, nemmeno il filo d'un velo, nemmeno un segno nelle pareti? E queste fantasie terminavano tutte in una visione dolorosa e spaventevole.
Le vedevo passare, a file interminabili, lontano, fra i tronchi fitti degli alberi e sotto i lunghi portici, l'una dietro l'altra, sultane validè, sultane sorelle, cadine, odalische, schiave, fanciulle appena sbocciate, donne trentenni, vecchie coi capelli bianchi, visi timidi di vergini e visi terribili di gelose, dominatrici d'imperi, favorite d'un giorno, trastulli d'un'ora; creature di dieci generazioni e di cento popoli, coi loro bimbi strozzati fra le braccia o per mano; una col laccio al collo, una con un pugnale nel cuore, un'altra grondante d'acqua del Mar di Marmara, splendenti di gemme, coperte di ferite, moribonde di veleno, trasfigurate dalle lunghe agonie del vecchio Serraglio; e passavano mute e leggiere come fantasime, e si perdevano in file interminabili nell'oscurità dei boschetti, lasciando dietro di sè una lunga traccia di fiori appassiti e di goccie di pianto e di sangue; e un'immensa pietà mi stringeva il cuore.
Di là dal terzo recinto, si stende un tratto di terreno piano, tutto coperto d'una vegetazione rigogliosa, e sparso di piccoli edifizi gentili, in mezzo ai quali s'innalza la così detta colonna di Teodosio, di granito grigio, sormontata da un bel capitello corinzio, e sorretta da un largo piedestallo, su cui si leggono ancora le due ultime parole d'una iscrizione latina che diceva: Fortunae reduci ob devictos Gothos.
E qui finisce l'alto piano sul quale si distende il grande rettangolo centrale degli edifizi del Serraglio.
Di qui fino al capo del Serraglio, e in tutto lo spazio compreso fra il circuito dei tre recinti e le mura esteriori, lungo i fianchi della collina, era tutto un bosco di grandi platani, di cipressi altissimi, di filari di pini, di gruppi d'allori e di terebinti e di pioppi inghirlandati di pampini, che ombreggiavano una successione di giardini pieni di rose e d'elitropie, disposti a scaglioni, e attraversati da larghe gradinate di marmo per le quali si scendeva fino al mare.
Lungo le mura, in faccia a Scutari, c'era il nuovo palazzo del Sultano Mahmud, che s'apriva sul mare in una grande porta rivestita di rame dorato.
Vicino al Capo del Serraglio, s'innalzava l'arem d'estate, che era un vastissimo edifizio semicircolare, capace di cinquecento donne, con vasti cortili e bagni splendidi e giardini, dove si facevano quelle luminarie fantastiche, che diventarono celebri sotto il nome di feste dei tulipani.
Davanti a quest'arem, fuori delle mura, sopra la riva del mare, c'era la batteria famosa del Serraglio, formata di venti cannoni di forme bizzarre, scolpiti e istoriati, ch'erano stati tolti agli eserciti cristiani nelle prime guerre europee.
Le mura avevano otto porte, tre dalla parte della città, e cinque dalla parte del mare.
Grandi terrazze di marmo s'avanzavano dalle mura sulla riva.
Strade sotterranee conducevano dalla reggia alle porte del Mar di Marmara, in modo che i Sultani potevano salvarsi da un assalto imbarcandosi segretamente, e riparando a Scutari o a Top-Hané.
Nè qui era tutto il Serraglio.
Vicino alle mura esterne e per i fianchi della collina s'innalzavano ancora molti chioschi, della forma di piccole moschee, di fortini e di gallerie, da ognuno dei quali, per un sentiero nascosto da alte spalliere di verzura, si riusciva alle porte secondarie del terzo recinto.
V'era il chiosco Yali, ora distrutto, che si specchiava nel Corno d'oro.
C'è ancora, quasi intatto, il Nuovo chiosco, che è una piccola reggia rotonda, tutta ornata di dorature e di pitture, nella quale i Sultani andavano, sul tramonto, a godere la vista delle mille navi del porto.
Vicino all'arem d'estate v'era il chiosco degli Specchi, dove fu segnato il trattato di pace del 1784, con cui la Turchia cedette la Crimea alla Russia, e il chiosco d'Hassan Pascià, tutto splendente d'oro, le cui pareti coperte di specchi rallegravano con un gioco fantastico di riflessi le feste e le orgie notturne dei Sultani.
Il chiosco del Cannone per le cui finestre si gettavano nel mare i cadaveri, sorgeva vicino alla batteria del Capo del Serraglio.
Il chiosco del Mare, in cui teneva i suoi divani segreti la Validè di Maometto IV, pendeva a filo sulle correnti confuse del Mar di Marmara e del Bosforo.
Il chiosco delle Rose dominava la spianata in cui facevano gli esercizi i paggi, e dove fu proclamata, nel 1839, la nuova costituzione dell'Impero, col famoso hatti-scerif di Gul-Hané.
Dall'altra parte del Serraglio c'era ancora il chiosco delle Riviste, da cui i Sultani vedevano passare, non visti, tutti coloro che andavano al divano; sull'angolo delle mura vicino a Santa Sofia, il chiosco d'Alai, dal quale Maometto IV gittò all'esercito ribelle la sua favovita Meleki, e ventinove ufficiali della Corte, sbranati sotto i suoi occhi; e all'altra estremità delle mura, il chiosco Sepedgiler, vicino al quale i Padiscià davano congedo ai grandi ammiragli che partivano per le guerre lontane.
Così la reggia formidabile, dall'alto del colle, dov'erano raccolte e nascoste le sue parti più vitali, si sparpagliava per la china e lungo la riva del mare, coronata di torri, irta di cannoni, inghirlandata di rose; slanciava da tutte le parti le sue barchette dorate, levava al cielo un nuvolo di profumi come un enorme altare, specchiava nelle acque le mille fiammelle delle sue feste, gettava dall'alto delle sue mura oro alla folla e cadaveri alle onde, ieri in balìa d'una schiava, oggi in potere d'un forsennato, domani ludibrio della soldatesca, bella come un'isola fatata e sinistra come un sepolcro di vivi...
La notte è alta; il Mar di Marmara riflette il cielo ardente di stelle; la luna inargenta le cento cupole del Serraglio e imbianca le cime dei cipressi e dei platani, che distendono le loro grandi ombre nei vasti recinti, circondati da innumerevoli finestrine illuminate che si vanno spegnendo a una a una.
I chioschi e le moschee risaltano con una bianchezza di neve in mezzo al verde lugubre dei boschetti.
Le guglie, le punte dei minareti, le mezzelune aeree, le porte di bronzo, le graticole dorate luccicano fra gli alberi, presentando l'apparenza vaga d'una città d'oro e d'argento.
La città imperiale s'addormenta.
Le tre grandi porte son state chiuse ora ora, e le chiavi enormi suonano ancora fra le mani dei capigì, sotto le vôlte degli alti vestiboli.
Un drappello di capigì veglia dinanzi alla porta della Salute; trenta eunuchi bianchi custodiscono la porta della Felicità, appiccicati ai muri e immobili come bassorilievi, col volto nell'ombra.
Centinaia di sentinelle invisibili, vigilano dalle mura e dalle torri, guardando il mare, il porto, le strade tenebrose di Stambul, e la mole enorme e muta di Santa Sofia.
Nelle grandi cucine del primo cortile si vede ancora un saliscendi di lanterne, che rischiarano gli ultimi lavori; poi tutto l'edifizio rimane oscuro.
Un lume brilla ancora nelle case del Veznedar agà e del Defterdar effendi.
Qualche cosa brulica, nel secondo recinto, dinanzi alla casa del Grand'Eunuco nero.
Nel labirinto dell'arem si vanno chiudendo le ultime porte.
Gli eunuchi girano per i viali deserti, intorno ai chioschi oscuri, non udendo altro rumore che lo stormire degli alberi agitati dall'aria marina e il mormorio monotono delle fontane.
Un'alta pace par che regni su tutta la reggia.
Eppure una vita febbrile ribolle ancora fra quelle mura.
Da tutto quel popolo di schiave, di soldati, di prigionieri, di servi, i pensieri della notte si levano confusamente, e superate le mura del Serraglio, volano ai quattro angoli del mondo a cercar luoghi cari e madri abbandonate dall'infanzia, e a riandare vicende strane e terribili di tempi lontani.
Le preghiere e i lamenti muti s'incrociano per gli anditi e per i boschetti oscuri coi propositi di vendetta e di sangue, e coi desiderii insensati delle ambizioni segrete.
La grande reggia dorme un sonno torbido, interrotto da riscotimenti improvvisi di diffidenza e di paura.
Un bisbiglio diffuso di parole di cento lingue si confonde col suono dei respiri e col mormorio della vegetazione ventilata.
A breve distanza, divisi da poche pareti, dorme il paggio che s'è prostituito, l'iman che ha predicato la parola di Dio, il carnefice che ha strozzato un innocente, il principe prigioniero che aspetta la morte, la sultana innamorata che si prepara alle nozze.
Creature diseredate d'ogni bene, riposano accanto a ricchezze favolose; la bellezza divina, la deformità derisa, tutti i vizii, tutte le sventure, tutte le prostituzioni dell'anima e della carne, si trovano rinchiuse fra le stesse mura.
Le architetture moresche, che s'innalzano sopra gli alberi, profilano nel cielo stellato le loro mille forme bizzarre ed aeree; sui muri si allungano ombre graziose di frangie, di festoni e di trine; le fontane illuminate dalla luna schizzano zaffiri e diamanti; e tutti i profumi del giardino volano, portati dall'aria notturna, confusi in una fragranza potente che entra per le grate nelle sale a destar fremiti di piacere e sogni lascivi.
È l'ora in cui gli eunuchi, seduti sotto gli alberi, cogli occhi fissi nel lume fioco che traluce dalle finestre dei chioschi, si rodono l'anima e il cuore, tastando colle dita tremanti la punta del pugnale; l'ora in cui la povera giovinetta, rubata e venduta di fresco, dal finestrino alto della sua cella, guarda cogli occhi umidi di lagrime gli orizzonti sereni dell'Asia, rimpiangendo la capanna dov'è nata e la valle dove sono sepolti i suoi padri; l'ora in cui il galeotto incatenato, il muto macchiato di sangue, il nano spregiato, misurano con un tremito di sgomento l'infinita distanza che li separa dall'uomo che è sopra tutti, e interrogano dolorosamente il potere ascoso che tolse all'uno la libertà, all'altro la parola, al terzo la forma umana per dare ogni cosa ad un solo.
È l'ora in cui piangono i reietti e in cui tremano i grandi, malsicuri del domani.
Le lanterne sparse per gli edifizi multiformi rischiarano fronti pallide di tesorieri curvi sulle carte; teste scarmigliate d'odalische, disperate d'un lungo abbandono, che cercano il sonno invano sui guanciali infocati; visi abbronzati di giannizzeri erculei, addormentati con un sorriso feroce, che tradisce la visione di una strage.
I muri sottili sentono aneliti di voluttà e singhiozzi rotti da parole disperate.
E mentre in un chiosco spuma il liquore maledetto in mezzo a un cerchio di baccanti seminude; mentre in una sala semioscura, una povera sultana, madre da un istante, nasconde, urlando, il viso nei guanciali, per non vedere un lago di sangue nel quale spira la sua creatura, a cui, per ordine del Padiscià, la levatrice lasciò aperto il tubo ombelicale; mentre le teste dei bey, uccisi al cader della notte, stillano le loro ultime goccie di sangue sui marmi delle nicchie di Bab-Umaiun; nel chiosco più alto del terzo recinto, in una sala tappezzata di damasco vermiglio, sopra un letto di zibellino, in mezzo a un disordine sfarzoso di cuscini imperlati e di coperte di velluto splendenti d'oro, su cui scende la luce vaga d'una lanterna moresca d'argento cesellato, appesa al soffitto di cedro, una bella fanciulla bruna, ravvolta in un grande velo bianco, che pochi anni sono conduceva l'armento a traverso le pianure dell'Arabia Felice, chinata sul viso pallido del terzo Murad, che riposa, sonnecchiando, ai suoi piedi, gli mormora con una voce timida e dolce: - V'era una volta a Damasco un mercante chiamato Abu-Eiub che aveva raccolte molte ricchezze e viveva onorevolmente.
E possedeva un figliuolo, ch'era bello e che sapeva molte cose e che si chiamava Schiavo d'amore, e una figliuola bellissima, che aveva per soprannome Forza dei cuori.
Ora Abu-Eiub venne a morire e lasciò tutte le sue mercanzie fasciate e legate, e su tutte c'era scritto: Per Bagdad.
E Schiavo d'amore domandò alla madre: - Perchè c'è scritto per Bagdad su tutte le mercanzie di mio padre? - E la madre rispose: - Figliuol mio....
- Ma il Padiscià s'è addormentato e la schiava abbandona dolcemente il suo capo sopra i guanciali.
Tutte le porte dell'arem son chiuse, tutti i lumi son spenti, la luna inargenta le cento cupole, le mezzelune e le finestre dorate luccicano tra gli alberi, le fontane zampillano rumorosamente nell'alto silenzio della notte: tutto il Serraglio riposa.
E così riposa da trent'anni, abbandonato sulla sua collina solitaria; e si possono ripetere per esso i versi del poeta persiano che vennero sulle labbra a Maometto il conquistatore quando pose il piede nel palazzo devastato degl'Imperatori d'Oriente: L'immondo ragno ordisce le sue tele nelle sale dei re, e dalle vette superbe d'Erasciab, il corvo vibra nell'aria il suo canto sinistro.
GLI ULTIMI GIORNI
A questo punto mi trovo spezzata la catena delle reminiscenze minute e lucide, che permettono le lunghe descrizioni; e non ricordo più che una serie di corse affannose da una riva all'altra del Corno d'oro e dall'Europa all'Asia, dopo le quali, la sera, mi vedevo passare davanti rapidissimamente, come in sogno, città luminose, folle immense, boschi, flotte, colline, e il pensiero della partenza vicina dava a ogni cosa un leggiero colore di tristezza, come se già quelle visioni non fossero più che ricordi d'un paese lontano.
[Le moschee]
Eppure alcune immagini rimangono immobili in mezzo alla fuga di persone e di cose, a cui mi sembra d'assistere quando penso a quei giorni.
Ricordo la bella mattinata in cui visitai la maggior parte delle moschee imperiali, e pensandoci, mi pare ancora che si faccia intorno a me un immenso vuoto e un silenzio solenne.
L'immagine di Santa Sofia non scema affatto la meraviglia che si prova al primo entrare in mezzo a quelle mura titaniche.
Anche là, come altrove, la religione dei vincitori s'è appropriata l'arte della religione dei vinti.
Quasi tutte le moschee sono imitate dalla Basilica di Giustiniano; hanno la grande cupola, le mezze cupole sottoposte, i cortili, i portici; qualcheduna, la forma della croce greca.
Ma l'islamismo ha sparso su ogni cosa il colore e la luce propria, in modo che il complesso di quelle forme note presenta l'apparenza d'un edifizio nuovo, in cui s'intravvedono gli orizzonti d'un mondo sconosciuto e si sente l'aura d'un altro Dio.
Sono navate enormi, d'una semplicità austera e grandiosa, bianche in ogni parte, e rischiarate da finestre innumerevoli, che mettono per tutto una luce dolce ed uguale, in cui l'occhio vede ogni cosa, da un'estremità all'altra, e riposa, insieme col pensiero, quasi addormentato in una quiete soave e diffusa, che somiglia a quella d'una valle nevosa, coperta da un cielo bianco.
Non si crederebbe d'essere in un luogo chiuso se non si sentisse l'eco sonora del proprio passo.
Non v'è nulla che distragga la mente: il pensiero va dritto, a traverso quel vuoto e quella chiarezza, all'oggetto dell'adorazione.
Non v'è argomento nè di malinconie nè di terrori; non vi sono nè illusioni, nè misteri, nè angoli oscuri, in cui brillino vagamente le immagini d'una gerarchia complicata d'esseri sovrumani, che confondon la mente; non v'è che l'idea chiara, netta, abbagliante, formidabile d'un Dio solitario, che predilige la nudità severa dei deserti inondati di luce, e non ammette altro simulacro di sè stesso che il cielo.
Tutte le moschee imperiali di Costantinopoli presentano questo medesimo aspetto di grandezza che solleva la mente, e di semplicità che la fissa in un solo pensiero, e differiscono così poco nei particolari, che è difficile il ricordarle a una, a una.
La moschea d'Ahmed, enorme, e pure graziosa e leggera, all'esterno, come un edifizio aereo, appoggia la sua cupola sopra quattro smisurati pilastri rotondi di marmo bianco, nel cui seno si potrebbero aprire quattro piccole moschee, ed è la sola di Stambul che abbia la corona gloriosa di sei minareti.
La moschea di Solimano, che è, più che un tempio, una città sacra, nella quale lo straniero si smarrisce, è formata da tre navate, e la sua cupola, più alta di quella di Santa Sofia, riposa sopra quattro colonne meravigliose di granito roseo, che fanno pensare ai fusti dei famosi alberi giganteschi della California.
La moschea di Maometto è una Santa Sofia bianca ed allegra; quella di Baiazet gode la primazia dell'eleganza delle forme; quella di Osmano è tutta di marmo; quella di Scià-Zadé ha i due più graziosi minareti di Stambul; quella di Ak-Serai è il più gentile modello del rinascimento dell'arte turca; quella di Selim è la più grave, quella di Mahmud la più capricciosa, quella della Sultana Validè la più ornata.
Ognuna ha qualche bellezza sua propria o una leggenda o un privilegio.
Sultan-Ahmed custodisce lo stendardo del Profeta, Sultan-Baizit è coronata di colombi, Solimaniè vanta le iscrizioni di Karà-hissari, Validè Sultan ha la falsa colonna d'oro che costò la vita al conquistatore della Canea; Sultan-Mehemet vede "undici moschee imperiali chinar la testa intorno a lei, come davanti al manipolo di Giuseppe s'inchinavano i manipoli dei fratelli".
In una s'innalzano le colonne del palazzo imperiale e dell'Augusteon di Giustiniano, che portarono le statue di Venere, di Teodora e d'Eudossia; in altre si ritrovano i marmi delle chiese antiche di Calcedonia, colonne delle rovine di Troia, pilastri di templi d'Egitto, vetri preziosi rapiti alle reggie persiane, materiali di circhi, di fori, di acquedotti, di basiliche: tutto confuso e svanito nell'immensa bianchezza della religione vincitrice.
Dentro differiscono anche meno che nella forma esterna.
In fondo v'è un pulpito di marmo; in faccia, la loggia del Sultano chiusa da una grata dorata; accanto al Mihrab, due candelabri enormi che sorreggono torcie alte come fusti di palme; e per tutta la navata, lampade innumerevoli formate di grandi globi di vetro, e disposte in una maniera bizzarra, che par più propria a una grande festa di ballo che a una solennità religiosa.
Le grandi iscrizioni sacre che girano intorno ai pilastri, alle porte, alle finestre delle cupole, qualche finto fregio dipinto a imitazione del marmo, e i vetri disegnati e coloriti a fiorami, sono i soli ornamenti che risaltino nella nudità bianca di quelle mura monumentali.
Tesori di marmo sono profusi nei pavimenti dei vestiboli, nei portici che circondano i cortili, nelle fontane per le abluzioni, nei minareti; ma non alterano il carattere graziosamente sobrio ed austero dell'edifizio, tutto bianco, circondato di verde e coronato di cupole, scintillanti sull'azzurro del cielo.
E la moschea non occupa che la parte minore del recinto, il quale abbraccia un labirinto di cortili e di case.
E qui ci sono auditorii per la lettura del Corano e luoghi di deposito per i tesori dei privati, biblioteche e accademie, scuole di medicina e scuole pei bambini, quartieri per gli studenti e cucine per i poveri, manicomi, infermerie, ricoveri per i viaggiatori, sale da bagno: una piccola città ospitale e benefica, affollata intorno alla mole altissima del tempio, come ai piedi d'una montagna, e ombreggiata da alberi giganteschi.
Ma tutte queste immagini si sono oscurate nella mia mente; e non vedo più, in questo punto, che la piccola macchietta nera della mia persona, quasi smarrita, come un atomo, nelle enormi navate, in mezzo a lunghe file di piccolissimi turchi prostrati che pregano; e vo innanzi abbagliato da quella bianchezza, stupito da quella luce strana, sbalordito da quella immensità, strascicando le mie babbuccie sdruscite e il mio orgoglio schiacciato di descrittore; e mi par che una moschea si confonda coll'altra, e che mi si stenda d'intorno, in tutte le direzioni, una successione interminabile di pilastri e di volte, e una folla bianca infinita, nella quale il mio sguardo si perde.
[Le cisterne]
Le reminiscenze d'un altro giorno son tutte oscure e piene di misteri e di fantasmi.
Entro nel cortile d'una casa musulmana, discendo, al lume di una fiaccola, sino all'ultimo gradino di una scala tetra e umida, e mi trovo sotto le volte di Kere-batan Serai, la grande cisterna basilica di Costantino, della quale il volgo di Stambul dice che non si conoscono i confini.
Le acque verdastre si perdono sotto le volte nere, rischiarate qua e là da un barlume di luce livida che accresce l'orrore delle tenebre.
La fiaccola colora di fuoco gli archi vicini alla porta, fa luccicare i muri sgocciolanti, e rivela confusamente file sterminate di colonne che intercettano lo sguardo da tutte le parti, come i tronchi degli alberi in una fittissima foresta allagata.
La fantasia, attratta dalla voluttà del terrore, si slancia per quelle fughe di portici sepolcrali, sorvolando le acque sinistre, e si smarrisce in infiniti giri vertiginosi in mezzo alle colonne innumerevoli, mentre la voce sommessa d'un dracomanno racconta le storie paurose di chi s'avventurò sopra una barca in quel sotterraneo per scoprirne i confini, e tornò indietro molte ore dopo, remando disperatamente, col volto trasfigurato e coi capelli irti, mentre le volte lontane echeggiavano di risate fragorose e di fischi acuti; e d'altri che non tornarono più, che finirono chi sa come, forse impazziti dal terrore, forse morti di fame, forse trascinati da una corrente misteriosa in un abisso sconosciuto, molto lontano da Stambul, Dio solo sa dove.
Questa visione lugubre sparisce improvvisamente nella grande luce della piazza dell'At-meidan, e pochi minuti dopo mi trovo daccapo sotto terra, fra le duecento colonne della cisterna asciutta Bin-birdirek, dove cento operai greci filano la seta, cantando con voci acute una canzone guerriera, rischiarati da un raggio di luce pallida che si rompe negl'incrociamenti delle arcate; e sento sopra il mio capo lo strepito confuso d'una carovana che passa.
Poi daccapo l'aria aperta e la luce del sole, e poi di nuovo l'oscurità, sotto altre arcate secolari, in mezzo ad altre file di colonne, in una quiete di sepolcro, turbata da un suono fioco di voci lontane; e così fino a sera, un pellegrinaggio misterioso e pensieroso, dopo il quale mi rimane per molto tempo dinanzi agli occhi l'immagine di un vasto lago sotterraneo, in cui sia sprofondata la metropoli dell'impero greco, e in cui Stambul, ridente ed incauta debba un giorno alla sua volta sparire.
[Scutari]
Tutta questa oscurità svanisce dinanzi all'immagine splendida di Scutari.
Andando a Scutari, sopra un piroscafo affollato, discutevamo sempre, il mio amico ed io, se il primato della bellezza appartenesse a quella riva o alle due rive del Corno d'oro.
Yunk preferiva Scutari; io, Stambul.
Ma Scutari m'innamorava coi suoi improvvisi cangiamenti d'aspetto, coi quali pare che voglia pigliarsi gioco di chi le s'avvicina dal mare.
Guardata dal Mar di Marmara, non pare che un grande villaggio disteso sopra una collina.
Guardata dal Corno d'oro, presenta già l'aspetto d'una città.
Ma quando il piroscafo, girando intorno alla punta più avanzata della riva asiatica, va dritto verso il suo porto, allora la cittadina s'allarga e s'innalza; le colline coperte d'edifizi saltan fuori l'una di dietro all'altra; i sobborghi sbucano dalle valli, le villette si sparpagliano sulle alture; la riva, tutta variopinta di casette, si svolge a perdita d'occhi; una città enorme, pomposa, teatrale, che non si comprende dove potesse stare nascosta, si scopre allo sguardo in pochi momenti come all'alzarsi d'un telone immenso, e fa rimaner là stupefatti come aspettando che torni a sparire.
Si scende sopra uno scalo di legno, fra un visibilio di barcaiuoli, di noleggiatori di cavalli e di dracomanni, e si va su per la via principale che sale dolcemente, serpeggiando, in mezzo a casette rosse e gialle, vestite d'edera e di pampini, fra muri di giardini riboccanti di verzura, sotto alti pergolati, all'ombra di grandi platani che chiudono quasi il passaggio; si passa dinanzi a caffè turchi, ingombri di fannulloni asiatici, che fumano, sdraiati, cogli occhi fissi non si sa dove; s'incontrano branchi di capre, carri pesanti di campagna, tirati da bufali colla testa infiorata, contadini in fez e in turbante, convogli funebri musulmani, e brigatelle di hanum villeggianti, che portano mazzi di fiori e ramoscelli.
Par di vedere un'altra Stambul, meno maestosa, ma più gaia e più fresca di quella delle sette colline.
È come una grande città villereccia.
La campagna l'invade da tutte le parti.
Le stradicciuole, fiancheggiate da casine da presepio, scendono e salgono per valli e per colline, e si perdono nel verde dei giardini e degli orti.
Nelle parti alte della città regna la pace profonda della campagna; nelle parti basse brulica la vita affaccendata delle città di mare; dalle grandi caserme che sorgono qua e là, esce un frastuono confuso di grida, di canti e di tamburi, e migliaia d'uccelletti saltellano, per le viuzze solitarie.
Seguitando un convoglio mortuario, usciamo dalla città, ci addentriamo nel cimitero famoso, ci smarriamo in una grande foresta di cipressi altissimi, che si stende da una parte verso il Mar di Marmara e dall'altra verso il Corno d'oro, sopra un vasto terreno montuoso.
Le pietre sepolcrali biancheggiano tutt'intorno fin dove arriva lo sguardo, a mucchi, a file sterminate, in mezzo ai cespugli e ai fiori selvatici, in una rete infinita di sentieri, fra i tronchi fittissimi, che lasciano appena vedere l'orizzonte come una lontana striscia luminosa e ondeggiante.
Andiamo innanzi, a caso, in mezzo ai cippi dipinti e dorati, ritti e rovesci, fra le cancellate dei sepolcri di famiglia, fra i piccoli mausolei dei pascià, fra le colonnette rozze del volgo, vedendo qua e là mazzi di fiori appassiti e cocuzzoli di cranii che spuntano fra la terra smossa, udendo grugare da ogni parte i colombi nascosti nei cipressi; e via via, pare che la foresta si allarghi, che le pietre pullulino, che i sentieri si moltiplichino, che la striscia luminosa dell'orizzonte si allontani, che il regno della morte s'avanzi a passo a passo con noi; e cominciamo a domandarci come n'usciremo, quando sbocchiamo inaspettatamente in un larghissimo viale, che ci conduce nella vasta pianura aperta d'Haidar pascià, dove si raccoglievano gli eserciti musulmani per muovere alle guerre dell'Asia, e di là abbracciamo con uno sguardo il Mar di Marmara, Stambul, l'imboccatura del Corno d'oro, Galata e Pera, tutto velato leggermente dai vapori della mattina e tinto di colori di paradiso, che ci fanno risentire un fremito della meraviglia e della gioia dell'arrivo.
[Palazzo di Ceragan]
Un'altra mattina ci troviamo in un carrozzone del tramway, in mezzo a due colossali eunuchi neri, incaricati da un aiutante di campo d'Abdul-Aziz di condurci a visitare il palazzo imperiale di Ceragan, posto sulla riva del Bosforo ai piedi del sobborgo di Bescic-Tass.
Mi ricordo del sentimento indefinibile, misto di curiosità e di ribrezzo, che provavo guardando colla coda dell'occhio l'eunuco che m'era accanto, il quale mi sorpassava di quasi tutta la testa, e teneva stesa sul ginocchio una mano smisurata; e ogni volta che mi voltavo, sentivo un profumo leggiero di essenza di bergamotto che usciva dai suoi panni lucidi e corretti di cortigiano.
Quando il carrozzone si fermò, misi la mano in tasca per prendere il portamonete; ma la mano smisurata dell'eunuco m'afferrò il braccio come una tanaglia di ferro, e i suoi grandi occhi di negro si fissarono nei miei, come per dire: - Cristiano, non mi far questo affronto o ti slogo le ossa.
- Si discese dinanzi a una piccola porta arabescata, si percorse un lunghissimo corridoio, dove ci venne incontro un drappello di servitori in livrea, e infilate le babbuccie, si salì per una larga scala, che metteva alle sale della reggia.
Qui non ci fu bisogno d'evocare i ricordi storici per procurarsi un'illusione di vita.
L'aria era ancora calda dell'alito della Corte.
I larghissimi divani coperti di velluto e di raso, che si stendevano lungo le pareti, erano proprio quelli su cui, poche settimane prima, si erano sedute le odalische del Gran Signore.
Un vago profumo di vita molle e fastosa riempiva ancora l'aria.
Si passò per un lungo giro di sale, decorate con uno stile misto di europeo e di moresco, nitidissime e belle d'una certa semplicità superba, che ci faceva abbassare la voce; mentre gli eunuchi, borbottando spiegazioni incomprensibili, ci indicavano ora un angolo, ora una porta, con un gesto circospetto, come se accennassero a un mistero.
Le cortine di seta, i tappeti di mille colori, le tavole di musaico, i bei quadri a olio messi a contrallume, i begli archi a stalattiti delle porte tramezzate da colonnine arabe, gli altissimi candelabri simili ad alberi di cristallo che tintinnavano rumorosamente al nostro passaggio, si succedevano e si confondevano, appena visti, nella nostra fantasia, tutta intesa a inseguire immagini fuggenti di cadine sorprese.
Non mi è rimasta dinanzi agli occhi che la sala da bagno del Sultano, tutta di marmo bianchissimo, scolpito a stalattiti, a fiori penzoli, a frangio e a ricami aerei, d'una delicatezza, da far temere che si stacchino a toccarli colla punta delle dita.
La disposizione delle sale mi ricordava vagamente l'Alhambra.
Camminavamo in fretta sui tappeti spessissimi, senza far rumore, quasi furtivamente.
Di tanto in tanto un eunuco tirava un cordone, una tenda verde s'alzava, e vedevamo, per un'ampia finestra, il Bosforo, l'Asia, mille navi, una gran luce; poi tutto spariva ad un tratto lasciandoci come abbarbagliati da un lampo.
Da una finestra vedemmo di sfuggita un piccolo giardino, chiuso da alti muri, lindo, compassato, monacale, che ci rivelò in un momento mille segrete malinconie di belle donne assetate d'amore e di libertà, e disparve improvvisamente dietro la tenda.
E le sale non finivan mai, e alla vista d'ogni nuova porta, affrettavamo il passo per affacciarci inaspettati alla nuova sala; ma non si vedeva più nemmeno lo strascico d'una veste, le odalische erano scomparse, un silenzio profondo regnava in ogni parte, il fruscìo che ci faceva voltare indietro curiosamente non era che il fruscìo delle tende pesanti di broccato che ricadevano sulla soglia della porta; e il tintinnìo dei candelabri di cristallo c'indispettiva come se fosse la risata argentina di qualche bella nascosta, che ci schernisse.
E infine ci venne in uggia quell'andare e venire senza fine per quella reggia muta, fra quelle ricchezze morte, vedendo riflesse a ogni passo, dai grandi specchi, quelle faccie nere d'eunuchi, quel drappello sinistro di servitori pensierosi, e i nostri due visi attoniti di vagabondi; e uscimmo quasi correndo, e provammo un gran piacere nel ritrovarci all'aria libera, fra le case miserabili, in mezzo alla popolaglia cenciosa e vociferante del quartiere di Top-hanè.
Eyub
E la necropoli d'Eyub come dimenticarla? Ci andammo una sera al tramonto, e m'è sempre rimasta nella memoria, così come la vidi, illuminata dagli ultimi raggi del sole.
Un caicco leggerissimo ci condusse fino in fondo al Corno d'oro, e salimmo alla "terra santa" degli Osmani per un sentiero ripido, fiancheggiato di sepolcri.
In quell'ora gli scalpellini che lavorano il giorno intorno ai cippi, e fanno echeggiare la vasta necropoli dei loro colpi sonori, erano già partiti; il luogo era deserto.
Andammo innanzi, circospetti, guardando intorno se apparisse il volto severo d'un iman o d'un dervis, poichè là, meno che in ogni altro luogo sacro, è tollerata la curiosità profana di un giaurro; ma non vedemmo nè cappelli conici nè turbanti.
Arrivammo, con qualche trepidazione, sino a quella misteriosa moschea d'Eyub, della quale avevamo visto mille volte dalle colline dell'altra riva e da tutti i seni del Corno d'oro le cupolone scintillanti e i minareti leggieri.
Nel cortile, all'ombra d'un grande platano, s'innalza in forma di chiosco, perpetuamente rischiarato da una corona di lampade, il mausoleo che racchiude il corpo del portastendardo famoso del Profeta, morto coi primi musulmani sotto Bisanzio, e ritrovato otto secoli dopo, sepolto su quella riva, da Maometto il conquistatore.
Maometto gli consacrò quella moschea, nella quale vanno i Padiscià a cingere solennemente la spada d'Otmano; poichè è quella la moschea più santa di Costantinopoli, come il cimitero che la circonda è il più sacro dei cimiteri.
Intorno alla moschea, all'ombra di grandi alberi, s'innalzano turbè di Sultane, di vizir, di grandi della Corte, circondati di fiori, splendidi di marmi e di rabeschi d'oro, e decorati d'iscrizioni pompose.
In disparte v'è il tempietto mortuario dei muftì coperto da una cupola ottagona, nel quale riposano i grandi sacerdoti chiusi in enormi catafalchi neri, sormontati da altissimi turbanti di mussolina.
È una città di tombe, tutta bianca e ombrosa, e regalmente gentile, che insieme alla tristezza religiosa ispira non so che sentimento di soggezione mondana, come un quartiere aristocratico, muto d'un silenzio superbo.
Si passa in mezzo a muri bianchi e a cancellate delicatissime da cui scende a ghirlande e a ciocche la verzura dei giardini funebri, e sporgono i rami delle acacie, delle quercie e dei mirti, e per le trine di ferro dorato che chiudono le finestre arcate dei turbè, si vedono dentro, in una luce soave, i mausolei marmorei, tinti dei riflessi verdi degli alberi.
In nessun altro luogo di Stambul si spiega così graziosamente l'arte musulmana di illeggiadrire l'immagine della morte e di farvi fissare il pensiero senza terrore.
È una necropoli, una reggia, un giardino, un panteon, pieno di malinconia e di grazia, che chiama insieme sulle labbra la preghiera e il sorriso.
E da tutte le parti gli si stendono intorno i cimiteri, ombreggiati da cipressi secolari, attraversati da viali serpeggianti, bianchi di miriadi di cippi che par che si precipitino giù per le chine per andarsi a tuffare nelle acque o che si affollino lungo i sentieri per veder passare delle larve.
E da mille recessi oscuri, allargando i rami dei cespugli, si vede a destra, confusamente, Stambul lontana, che presenta l'aspetto d'una fuga di città azzurrine, staccate l'una dall'altra; sotto, il Corno d'oro, su cui lampeggia l'ultimo raggio del sole; in faccia, i sobborghi di Sudlugé, di Halidgi-Ogli, di Piri-Pascià, di Hass-kioi, e più lontano il grande quartiere di Kassim e il profilo vago di Galata, perduti in una dolcezza infinita di tinte tremole e morenti, che non paion cosa di questa terra.
[Il museo dei Giannizzeri]
Tutto questo svanisce, e mi trovo a passeggiare per lunghissimi cameroni nudi, in mezzo a due schiere immobili di figure sinistre, che paiono cadaveri inchiodati alle pareti.
Non ricordo d'aver mai provato un senso così vivo di ribrezzo fuorchè a Londra, nell'ultima sala del museo Tussaud, dove s'intravvedono nell'oscurità i più orrendi assassini d'Inghilterra.
È come un museo di spettri, o piuttosto un sepolcro aperto, in cui si trovano, mummificati, i più famosi personaggi di quella vecchia Turchia splendida, stravagante e feroce, che non esiste più se non nella memoria dei vecchi e nella fantasia dei poeti.
Sono centinaia di grandi figure di legno, colorite, vestite dei vecchi costumi, ritte, in atteggiamenti rigidi e superbi, coi visi alti, cogli occhi spalancati, colle mani sull'else, che par che aspettino un cenno per snudare le lame e far sangue, come al buon tempo antico.
Prima viene la casa del Padiscià: il grand'eunuco, il gran vizir, il muftì, ciambellani e grandi ufficiali, col capo coperto di turbanti d'ogni colore, piramidali, sferici, quadrati, spropositati, prodigiosi, con caffettani di broccato di colori smaglianti, coperti di ricami, con tuniche di seta vermiglia e di seta bianca, strette alla vita da sciarpe di casimir, con vesti dorate, coi petti coperti di lastre d'oro e d'argento, con armi principesche: due lunghe file di spauracchi bizzarri e splendidi, che rivelano in modo ammirabile la natura dell'antica corte ottomana, spudoratamente fastosa e barbaricamente superba.
Seguono i paggi che portano le pelliccie del Padiscià, il turbante, lo sgabello, la spada.
Poi le guardie delle porte e dei giardini, le guardie del Sultano, gli eunuchi bianchi e gli eunuchi neri, con visi di magi e d'idoli, scintillanti, impennacchiati, colle teste coperte di cappelli persiani e di caschi metallici, di berrette purpuree, di turbanti strani, della forma di mezzelune, di coni, di piramidi rovescie; armati di verghe d'acciaio, di pugnalacci e di fruste come un branco d'assassini e di carnefici; e l'uno guarda in aria di disprezzo, un altro digrigna i denti, un terzo caccia fuor dell'orbita due occhi assetati di sangue, un quarto sorride con un'espressione di sarcasmo satanico.
E in fine, il corpo dei giannizzeri, col suo santo patrono, Emin babà, scheletrito, vestito d'una tunica bianca, e ufficiali di tutti i gradi simboleggiati dai varii uffici della cucina, e soldati di ogni classe con tutti gli emblemi e tutte le divise di quell'esercito insolente sterminato dalla mitraglia di Mahmud.
E qui la bizzarria grottesca e puerile dei vestiari, mista al terrore delle memorie, produce l'impressione d'una pagliacciata feroce.
La più sbrigliata fantasia di pittore non riuscirebbe mai a formare una così pazza confusione di vestimenti da re, da sacerdoti, da briganti, da giullari.
I "portatori d'acqua", i "preparatori della minestra", i "cuochi superiori", i "capi dei guatteri", i soldati incaricati di servizii speciali, si succedono in lunghe file, colle scope e coi cucchiai nei turbanti, cui sonagli appesi alle tuniche, cogli otri, colle marmitte famose che davano il segnale delle rivolte, coi grandi berretti di pelo, colle larghe stoffe cadenti, come mantelli di negromanti, dalla nuca sui lombi, colle larghe cinture di dischi di metallo cesellato, colle sciabole gigantesche, cogli occhi di granchio, coi busti enormi, coi volti contratti in atteggiamenti di beffa, di minaccia e d'insulto.
Ultimi vengono i muti del Serraglio, col cordone di seta alla mano, e i nani e i buffoni, con visi ributtanti di cretini inviperiti, e corone burlesche sul capo.
Le grandi vetrine in cui è chiusa tutta questa gente, danno al luogo una cert'aria di museo anatomico, che rende più verosimile l'apparenza cadaverica dei simulacri e fa qualche volta torcere il viso con orrore.
Arrivati in fondo, sembra d'esser passati per una sala dell'antico serraglio, in mezzo a tutta la Corte, agghiacciata di terrore da un grido minaccioso del Padiscià; ed uscendo e incontrando sulla piazza dell'Atmeidan i pascià in abito nero e i nizam vestiti modestamente alla zuava, oh come par mite ed amabile la Turchia dei nostri giorni!
E anche di là ritorno irresistibilmente fra le tombe, in mezzo agli innumerevoli turbé imperiali sparsi per la città turca, che rimarranno sempre nella mia memoria come una delle più gentili manifestazioni dell'arte e della filosofia musulmana.
Un firmano ci fece aprire, per il primo, il turbè di Mahmud il riformatore, posto poco lontano dall'Atmeidan, in un giardino pieno di rose e di gelsomini.
È un bel tempietto esagono, di marmo bianco, coperto di una cupola rivestita di piombo, sostenuto da pilastri ionici e rischiarato da sette finestre chiuse da inferriate dorate, alcune delle quali guardano in una delle vie principali di Stambul.
Le pareti interne sono ornate di bassorilievi e decorate di tappeti di seta e di broccato.
Nel mezzo sorge il sarcofago coperto di bellissimi scialli persiani; e v'è sopra il fez, emblema della riforma, col pennacchietto scintillante di diamanti, e intorno una graziosa balaustrata, intarsiata di madreperla, che racchiude quattro grandi candelabri d'argento.
Lungo le pareti ci sono i sarcofagi di sette sultane.
Il pavimento è coperto di stuoie finissime e di tappeti variopinti.
Qua e là, sopra ricchi leggii, brillano dei corani preziosi, scritti in caratteri d'oro.
In una cassetta d'argento v'è un lungo pezzo di mussolina, arrotolato, tutto coperto di minutissimi caratteri arabi, tracciati dalla mano di Mahmud.
Prima di salire al trono, quando viveva prigioniero nell'antico serraglio, egli trascrisse pazientemente su quel pezzo di stoffa una gran parte del Corano, e morendo, ordinò che quel suo ricordo giovanile fosse posto sulla sua tomba.
Dall'interno del turbé si vede a traverso le inferriate dorate il verde del giardino e si sente l'odor delle rose; una luce viva rischiara tutto il tempietto; tutti i rumori della città vi risuonano come sotto un portico aperto; le donne e i fanciulli, dalla strada, s'affacciano alle finestre e bisbigliano una preghiera.
V'è in tutto questo un che di primitivo e di dolce, che tocca il cuore.
Pare che non il cadavere, ma l'anima del Sultano sia chiusa fra quelle pareti, e che veda e senta ancora il suo popolo, che passa e lo saluta.
Morendo, egli non ha fatto che cambiare di chiosco; dai chioschi del Serraglio è venuto in quest'altro, non meno ridente, ed è sempre alla luce del sole, in mezzo allo strepito della vita di Stambul, tra i suoi figli, anzi più vicino ad essi, sull'orlo della via, sotto gli occhi di tutti, e mostra ancora al popolo il suo pennacchietto scintillante come quando andava alla moschea, pieno di vita e di gloria, a pregare per la prosperità dell'Impero.
E così son quasi tutti gli altri turbé, quello d'Ahmed, quello di Bajazet, che appoggia la testa sopra un mattone composto colla polvere raccolta dai suoi abiti e dalle sue babbuccie; quello di Solimano, quello di Mustafà e di Selim III, quello d'Abdul-Hamid, quello della sultana Rosellana.
Son tempietti sostenuti da pilastri di marmo bianco e di porfido, luccicanti d'ambra e di madreperla; in alcuni dei quali scende l'acqua piovana, per un'apertura della cupola, a bagnare i fiori e l'erbe intorno ai sarcofagi, coperti di velluti e di trine; e dalle volte pendono ova di struzzo e lampade dorate che rischiarano le tombe dei principi, disposte a corona intorno al sepolcro paterno, con su i fazzoletti che servirono a strozzarli bambini o giovinetti; forse per indurre nei fedeli, colla pietà delle vittime, il sentimento della necessità fatale di quei delitti.
E ricordo, che a furia di vedere immagini di quelle morti, cominciavo a sentire in me come un principio di asservimento del pensiero e del cuore alla iniqua ragione di Stato che le sanciva; come a furia di trovare a ogni passo, nelle moschee, nelle fontane, nei turbé, in mille immagini, ricordato e glorificato il nome d'un uomo, una potenza assoluta e suprema, qualche cosa, dentro di me, cominciava a sottomettersi; come a furia di errare all'ombra dei cimiteri e di fissare il pensiero nei sepolcri, cominciavo a considerare sotto un nuovo aspetto, quasi sereno, la morte; a provare un sentimento più queto e più noncurante della vita; a abbandonarmi a non so che filosofia odiosa, a un vagare indefinito del pensiero, a uno stato nuovo dell'animo, in cui mi pareva che il meglio fosse passare il tempo placidamente sognando e lasciare che quello che è scritto si compia.
E provavo un sentimento improvvido di uggia e d'avversione quando in mezzo a quelle fantasie serene e quiete, mi s'affacciava l'immagine delle nostre città affaticate, delle nostre chiese oscure, dei nostri cimiteri murati e deserti.
[I dervis]
E anche i dervis mi passano dinanzi, fra le immagini di quegli ultimi giorni; e sono i dervis Mevlevi (il più famoso dei trentadue ordini) che hanno un notissimo tekké in via di Pera.
Ci andai preparato a vedere dei volti luminosi di santi, rapiti da allucinazioni paradisiache.
Ma ci ebbi una gran delusione.
Ahimè! anche nei dervis la fiamma della fede "lambe l'arido stame".
La famosa danza divina non mi parve che una fredda rappresentazione teatrale.
Sono curiosi a vedersi, senza dubbio, quando entrano nella moschea circolare, l'un dietro l'altro, ravvolti in un grande mantello bruno, col capo basso, colle braccia nascoste, accompagnati da una musica barbara, monotona e dolcissima, che somiglia al gemito del vento fra i cipressi del cimitero di Scutari, e fa sognare a occhi aperti; e quando girano intorno, e s'inchinano a due a due dinanzi al Mirab, con un movimento maestoso e languido che fa nascere un dubbio improvviso sul loro sesso.
Così è pure una bella scena quando buttano in terra il mantello con un gesto vivace, e appariscono tutti vestiti di bianco, colla lunga gonnella di lana, e allargando le braccia in atto amoroso e rovesciando la testa, si abbandonano l'un dopo l'altro ai giri, come se fossero slanciati da una mano invisibile; e quando girano tutti insieme nel mezzo della moschea, equidistanti fra loro, senza scostarsi d'un filo dal proprio posto, come automi sur un perno, bianchi, leggeri, rapidissimi, colla gonnella gonfia e ondeggiante, e cogli occhi socchiusi; e quando si precipitano tutti insieme, come atterrati da una apparizione sovrumana, soffocando contro il pavimento il grido tonante di Allà; e quando ricominciano a inchinarsi e a baciarsi le mani e a girare intorno, rasente il muro, con un passo grazioso tra l'andatura e la danza.
Ma le estasi, i rapimenti, i volti trasfigurati, che tanti viaggiatori videro e descrissero, io non li vidi.
Non vidi che dei ballerini agilissimi e infaticabili che facevano il loro mestiere colla massima indifferenza.
Vidi anzi delle risa represse; scopersi un giovane dervis che non pareva punto scontento d'esser guardato fisso da una signora inglese affacciata a una tribuna in faccia a lui; e ne colsi sul fatto parecchi che, nell'atto di baciar le mani ai compagni, tiravano a morderli di nascosto, e questi li respingevano a pizzicotti.
Ah gl'ipocriti! Quello che mi fece più senso fu il vedere in tutti quegli uomini, e ce n'eran d'ogni età e d'ogni aspetto, una grazia e un'eleganza di mosse e d'atteggiamenti, che potrebbero invidiare molti dei nostri ballerini da salotto; e che è certo un pregio naturale delle razze orientali, dovuto ad una particolare struttura del corpo.
E lo notai anche meglio un altro giorno, in cui potei penetrare in una celletta del tekké, e veder da vicino un dervis che si preparava alla funzione.
Era un giovane imberbe, alto e snello, di fisonomia femminea.
Si stringeva ai fianchi la sottana bianca, guardandosi nello specchio; si voltava verso di noi e sorrideva; si tastava colle mani la vita sottile; si accomodava in fretta, ma con garbo, e con un occhio d'artista, tutte le parti del vestimento, come una signora che dia gli ultimi tocchi alla sua acconciatura; e visto di dietro, con quello strascico, presentava infatti il profilo di un bel fusto di ragazza vestita da ballo che domandasse un giudizio allo specchio....
Ed era un frate!.
Oh strane cose in vero, come diceva Desdemona a Otello.
[Ciamligià]
Ma il più bello dei miei ultimi ricordi è sulla cima del monte Ciamligià, che s'alza alle spalle di Scutari.
Di là diedi alla città il mio ultimo saluto, e fu l'ultima e la più splendida delle mie grandi visioni di Costantinopoli.
Andammo a Scutari allo spuntare del giorno con un tempo nebbioso.
La nebbia c'era ancora, quando s'arrivò sulla cima del monte; ma il cielo prometteva una giornata serena.
Sotto di noi, tutto era nascosto.
Era uno spettacolo singolarissimo.
Una immensa tenda grigia orizzontale, che noi dominavamo tutta collo sguardo, copriva Scutari, il Bosforo, il Corno d'oro, tutta Costantinopoli.
Non si vedeva assolutamente nulla.
La grande città, con tutti i suoi sobborghi e tutti i suoi porti, pareva che fosse sparita.
Era come un mare di nebbia da cui non usciva che la cima di Ciamligià, come un'isola.
E noi guardavamo quel mare grigio, immaginando di essere due poveri pellegrini, venuti d'in fondo all'Asia Minore, e arrivati là, prima dell'alba, sopra quella gran nebbia, senza sapere che ci fosse sotto la grande metropoli dell'Impero ottomano, e provavamo un gran piacere a seguire colla fantasia il sentimento crescente di stupore e di meraviglia che quei pellegrini avrebbero provato vedendo apparire a poco a poco, al levarsi del sole, sotto quell'immenso velo grigio, la città meravigliosa e inaspettata.
E infatti, di là a poco, il velo fittissimo si cominciò a rompere nello stesso tempo in varii punti.
Si videro apparire qua e là, su quella vasta superficie grigia, come tanti principii di città, che parevano isolette; un arcipelago di cittadine nuotanti nella nebbia, e sparpagliate a grandi distanze: la cima di Scutari, le sette cime delle colline di Stambul, la sommità di Pera, i sobborghi più alti della riva europea del Bosforo, la cresta di Kassim Pascià, qualcosa di confuso dei più lontani sobborghi del Corno d'Oro, laggiù verso Eyub e Hass-Kioi; venti piccole Costantinopoli, rosate ed aree, irte di innumerevoli punte bianche, verdi e argentine.
Poi ciascheduna prese a allargarsi, a allargarsi, come se s'innalzasse lentamente sopra quel mare vaporoso, e venivan su, a galla, da tutte le parti, migliaia di tetti, di cupole, di torri, di minareti, che pareva s'affollassero, o si schierassero in furia, per trovarsi al proprio posto prima di esser sorprese dal sole.
Già si vedeva sotto tutta Scutari; in faccia, quasi tutta Stambul; sull'altra riva del Corno d'oro, la parte più alta di tutti i sobborghi che si stendono da Galata alle Acque dolci; e sulla riva europea del Bosforo, Top-hané, Funduclú, Dolma bagcè, Besci-tass, e via, a perdita d'occhi, città accanto a città, gradinate immense di edifizi, e città più lontane che non mostravano che la fronte, suffuse dall'aurora d'un soavissimo rossore di corallo.
Ma il Corno d'oro, il Bosforo, il mare erano ancora nascosti.
I pellegrini non ci avrebbero capito nulla.
Avrebbero potuto immaginare che l'immensa città fosse fabbricata sopra due valli profonde, e perpetuamente nebbiose, di cui l'una entrasse nell'altra, e domandarsi che cosa si potesse nascondere in quei due abissi misteriosi.
Ma ecco, in pochi momenti, il grigio delle ultime nebbie si chiarisce - azzurreggia - splende - è acqua - è una rada - uno stretto - un mare - due mari: tutta Costantinopoli è là, immersa in un oceano di luce, d'azzurro e di verde, che par creato da un'ora.
Ah! in quel punto, s'ha un bell'avere già contemplato da mille altezze quella bellezza, s'ha un bell'averla scrutata in tutti i suoi particolari, e aver espresso in mille modi lo stupore e l'ammirazione; ma bisogna strepitare e gridare ancora; e pensando che fra pochi giorni tutto sparirà dai nostri occhi, per non esser più che un ricordo confuso, che quel velo di nebbia non si alzerà mai più, che è quello il momento di dare l'ultimo addio a ogni cosa...
non so...
sembra di dover partire per l'esilio e che l'orizzonte della nostra vita s'oscuri.
Eppure anche a Costantinopoli, negli ultimi giorni, ci colse la noia.
La mente affaticata si rifiutava alle nuove impressioni.
Passavamo sul ponte senza voltarci.
Tutto ci pareva d'un colore.
Giravamo senza scopo, sbadigliando, coll'aria di vagabondi sconclusionati.
Passavamo ore ed ore dinanzi a un caffè turco, cogli occhi fissi sui ciottoli, o alla finestra dall'albergo a guardare i gatti che vagavano sui tetti delle case dirimpetto.
Eravamo sazii d'Oriente; cominciavamo a sentire un bisogno prepotente di raccoglimento e di lavoro.
Poi piovve per due giorni: Costantinopoli si convertì in un immenso pantano e diventò tutta grigia.
E quello fu il colpo di grazia.
Ci pigliò l'umor nero, dicevamo corna della città, eravamo diventati insolenti, sfrontati, pieni di pretese e di boria europea.
Chi ce l'avesse detto il giorno dell'arrivo! E a che punto si giunse! Si giunse a far festa il giorno che s'uscì dall'ufficio del Lloyd austriaco con due biglietti d'imbarco per Varna e per il Danubio! Ma c'era un punto nero in quella festa, ed era il dispiacere di doverci separare dai nostri buoni amici di Pera, coi quali passammo tutte quelle ultime sere, affettuosamente.
Com'è tristo questo dover sempre dire addio, e spezzar sempre dei legami, e lasciare un briciolo del proprio cuore da per tutto! Non c'è dunque proprio in nessuna parte del mondo una bacchetta fatata con cui io possa un giorno, a una data ora, far ricomparire tutti insieme intorno a una gran tavola imbandita tutti i miei buoni amici sparsi alle quattro plaghe dei venti: te da Costantinopoli, Santoro; te dalle rive dell'Affrica, Selam; te dalle dune dell'Olanda, Ten Brink; te, Segovia, dal Guadalguivir, e te, Saavedra, dal Tago, per gridarvi che vi avrò sempre nel cuore? Ahimè! la bacchetta non si trova, e intanto gli anni passano e le speranze volano via.
I TURCHI
Ora, prima di salire sul bastimento austriaco che fuma nel Corno d'oro, in faccia a Galata, pronto a partire per il Mar Nero, mi rimane da esporre modestamente, da povero viaggiatore, alcune osservazioni generali, che rispondano alla domanda: - Che cosa t'è parso dei Turchi? - osservazioni spontanee, liberissime da ogni considerazione degli avvenimenti presenti, e ricavate tali e quali dalle mie memorie di quei giorni.
A quella domanda: - Che cosa t'è parso dei Turchi? - mi si ravviva, per prima cosa, l'impressione che produsse in me, così il primo giorno che l'ultimo, l'aspetto esteriore della popolazione maschia di Stambul.
Anche non tenendo conto della differenza delle forme fisiche, è un'impressione affatto diversa da quella che produce la gente di qualunque altra città europea.
Sembra di vedere un popolo - non so come render meglio la mia idea - nel quale tutti pensino perpetuamente alla medesima cosa.
La stessa impressione possono produrre, in un abitante dell'Europa meridionale, che osservi superficialmente, gli abitanti delle città nordiche; ma la cosa è molto diversa.
Questi hanno la serietà e il raccoglimento di gente affaccendata, che pensi ai fatti proprii; i turchi hanno l'aspetto di gente che pensi a qualche cosa remota e indeterminata.
Paiono tutti filosofi assorti in un'idea fissa, o sonnambuli, che camminino senza accorgersi del luogo dove sono e delle cose che hanno intorno.
Guardano tutti diritto e lontano come chi è abituato a contemplare dei grandi orizzonti, e hanno una vaga espressione di tristezza negli occhi e nella bocca, come chi è abituato a vivere molto chiuso in sè stesso.
È in tutti la stessa gravità, la stessa compostezza di modi, lo stesso riserbo del linguaggio, dello sguardo, dei gesti.
Paiono tutti signori, educati tutti ad un modo, dal pascià al merciaiolo, e ammantati d'una specie di dignità aristocratica, la quale fa sì che nessuno s'accorgerebbe, a primo aspetto, che ci sia una plebe a Stambul, se non fosse la differenza dei vestimenti.
Son quasi tutti visi freddi, che non rivelano affatto l'animo e il pensiero.
È rarissimo trovare una di quelle fisonomie chiare, così frequenti tra noi, che sono come lo specchio d'un'indole amorevole o appassionata o bisbetica, e che consentono un giudizio pronto e sicuro dell'uomo.
Fra loro ogni viso è un enimma; il loro sguardo interroga, ma non risponde; la loro bocca non tradisce nessun movimento del cuore.
Non si può dire quanto pesi sull'animo dello straniero questo mutismo dei volti, questa freddezza, questa uniformità d'atteggiamenti statuarii e di sguardi fissi, che non dicono nulla.
A volte vien voglia di gridare in mezzo alla folla: - Ma scotetevi una volta! diteci chi siete, che cosa pensate, che cosa vedete dinanzi a voi, per aria, con quegli occhi di vetro! - E la cosa par tanto strana, che si stenta quasi a credere che sia naturale; si dubita, in qualche momento, che sia una finzione convenuta, o l'effetto passeggiero di qualche malattia morale comune a tutti i musulmani di Costantinopoli.
Dà nell'occhio alle prime, però, in quella uniformità di modi e d'atteggiamenti, una differenza notevole d'aspetto fra una parte e l'altra della popolazione.
I tratti originali della razza turca, che è bella e robusta, non son rimasti inalterati che nel basso popolo, che serba per necessità o per sentimento religioso la sobrietà di vita dei suoi padri.
In esso si vedono i corpi asciutti e vigorosi, le teste ben formate, gli occhi vivi, il naso aquilino, le ossa mascellari prominenti, e un che di forte e d'ardito in tutte le forme della persona.
I turchi delle alte classi, per contro, in cui è antica la corruzione e maggiore la mescolanza del sangue straniero, hanno per lo più dei corpi grossi d'una molle pinguedine, teste piccine, fronti basse, occhi senza lampo, labbra cadenti.
E a questa differenza fisica corrisponde una non meno grande, o forse maggiore differenza morale, che è quella che corre fra il turco vero, schietto, antico, e quell'essere ambiguo, senza colore e senza sapore, che si chiama il turco della riforma.
Dal che nasce una grande difficoltà allo studiare quello che si chiama in modo generale il popolo turco; poichè colla parte di esso, che ha serbato intatto il carattere nazionale, o non c'è modo di mescolarsi o non c'è verso d'intendersi; e l'altra parte, colla quale c'è facilità di commercio e d'osservazione, non rappresenta fedelmente nè l'indole ne le idee della nazione.
Ma nè la corruzione nè la nuova tinta di civiltà europea ha ancora tolto ai turchi delle classi superiori quel non so che d'austero e di vagamente triste, che si osserva nel popolo basso, e che, non considerato negli individui, ma nella generalità della popolazione, produce un'impressione innegabilmente favorevole.
A giudicarne, in fatti, dall'apparenza, la popolazione turca di Costantinopoli parrebbe la più civile e la più onesta dell'Europa.
Non si dà caso, nemmeno per le strade più solitarie di Stambul, che uno straniero sia insultato; si possono visitare le moschee, anche durante le preghiere, con assai più sicurezza d'essere rispettati che non potrebbe averne un turco che visitasse le nostre chiese; tra la folla, non s'incontra mai uno sguardo, non dico insolente, ma neanche troppo curioso; rarissime le risse, rarissima la gente del popolo che si scanagli in mezzo alla strada, nessun vocìo di donnacole alle porte, alle finestre, nelle botteghe; nessun'apparenza pubblica di prostituzione, nessun atto indecente; il mercato poco meno dignitoso della moschea; per tutto una gran parsimonia di gesti e di parole; non canti, non risate clamorose, non schiamazzi plebei, non crocchi importuni che impediscano il passo; visi, mani e piedi puliti; rari i cenci, e raramente sudici; punto becerume; e una manifestazione universale e reciproca di rispetto fra tutte le classi sociali.
Ma ciò non è che apparenza.
Il marcio è nascosto.
La corruzione è dissimulata dalla separazione dei due sessi, l'ozio è larvato dalla quiete, la dignità fa da maschera all'orgoglio, la compostezza grave dei visi, che pare indizio di profondi pensieri, nasconde l'inerzia mortale dell'intelletto, e quella che sembra temperanza civile di vita, non è che mancanza di vera vita.
La natura, la filosofia, l'intera vita di questo popolo è significata da uno stato particolare dello spirito e del corpo, che si chiama Kief, e che è il supremo dei suoi piaceri.
Aver mangiato parcamente, aver bevuto un bicchiere d'acqua di fonte, aver detto le preghiere, sentire la carne quieta e la coscienza tranquilla, e star così, in un punto da cui si veda un vasto orizzonte, seduti all'ombra d'un albero, seguitando collo sguardo i colombi del cimitero sottoposto, i bastimenti lontani, gl'insetti vicini, le nuvole del cielo e il fumo del narghilé, pensando vagamente a Dio, alla morte, alla vanità dei beni della terra e alla dolcezza del riposo eterno d'un'altra vita: ecco il Kief.
Star spettatore inoperoso del gran teatro del mondo: ecco la grande aspirazione del turco.
A questo lo porta la sua natura antica di pastore contemplativo e lento, la sua religione che lega le braccia all'uomo, rimettendo ogni cosa a Dio, la sua tradizione di soldato dell'islamismo, per il quale non c'è altra azione veramente grande e necessaria che combattere e vincere per la propria fede, e finita la battaglia, ogni dovere è compiuto.
Per lui, tutto è fatale; l'uomo non è che uno strumento nelle mani della Provvidenza; è inutile che egli si agiti per dare alle cose umane altro corso da quello che è prescritto nel cielo; la terra è un caravanserai; Dio ha creato l'uomo perchè vi passi, pregando e ammirando le suo opere; lasciamo fare a Dio; lasciamo cadere quello che cade e passare quello che passa; non ci affanniamo per rinnovare, non ci affanniamo per conservare.
Così il suo supremo desiderio è la quiete, ed egli si preserva con somma cura da tutte le commozioni che possono turbare l'armonia pacata della sua vita.
Quindi nè avidità di sapere, nè febbre di guadagni, nè furore di viaggi, nè passioni vaghe e inappagabili d'amore e d'ambizione.
La mancanza dei moltissimi bisogni intellettuali e fisici, per soddisfare i quali noi lottiamo con un lavoro continuo, fa sì ch'egli non comprenda nemmeno in noi la ragione di questo lavoro.
Egli lo considera come un indizio di aberrazione morbosa del nostro spirito.
L'ultimo scopo d'ogni fatica parendogli necessariamente la pace di cui egli gode senza affaticarsi, gli pare altresì che sia più saggio e più utile l'arrivarci per la via breve e piana per cui egli ci arriva.
Tutto il grande lavorìo di pensieri e di braccia dei popoli europei, gli pare un anfanamento puerile, perchè non ne vede gli effetti in una possessione maggiore della sua felicità ideale.
Non lavorando, non ha sentimento del valore del tempo; e mancandogli questo sentimento, non può nè desiderare nè pregiare tutti i trovati dell'ingegno umano che tendono ad accelerare la vita e il cammino dell'umanità.
È capace di domandarsi a che cosa giovi una strada ferrata se non conduce a una città dove si possa viver più felici che in quella da cui si parte.
La sua fede fatalista, che gli fa parer vano il darsi pensiero dell'avvenire, è cagione pure ch'egli non pregi nessuna cosa se non per quel tanto di godimento sicuro e immediato che gli può procurare.
Perciò non gli pare che un sognatore l'europeo che prevede e che prepara, che getta le fondamenta d'un edifizio di cui non vedrà il compimento, che consuma le sue forze, che sacrifica la sua pace ad un fine dubbio e lontano.
Perciò giudica la nostra razza una razza frivola, meschina, presuntuosa, imbastardita, di cui il solo pregio è una scienza orgogliosa delle cose terrene, ch'egli disdegna, se non in quanto è costretto a valersene per non rimanerci al di sotto.
E ci disprezza.
Per me è questo il sentimento dominante che ispiriamo noi europei ai veri turchi che costituiscono ancora la grande maggioranza della nazione; e si potrà negare e fingere di non crederci; ma non si può non sentire da chi sia vissuto poco o molto in mezzo a loro.
E questo sentimento di disprezzo deriva da molte cagioni: la prima delle quali è la considerazione d'un fatto significantissimo per essi: che cioè, da più di quattro secoli, benchè relativamente scarsi di numero, dominano una gran parte di Europa di fede avversa alla loro, e vi si mantengono malgrado tutto quello che accadde e che accade.
La parte minima della nazione vede la cagione di questo fatto nelle gelosie e nelle discordie degli Stati d'Europa; la parte maggiore la vede invece nella superiorità delle proprie forze, e nel nostro avvilimento.
Non cade neppur nella mente, infatti, a nessun turco del volgo che un'Europa islamitica avrebbe subito e subirebbe l'affronto d'una conquista cristiana dai Dardanelli al Danubio.
Ai vanti della nostra civiltà, essi oppongono il fatto della loro dominazione.
Orgogliosi di sangue, fortificati in quest'orgoglio dalla consuetudine dell'impero, abituati a sentirsi dire, in nome di Dio, ch'essi appartengono a una razza conquistatrice, nata alla guerra, non al lavoro, abituati anzi a vivere del lavoro dei vinti, non comprendono nemmeno come i popoli soggetti a loro possano accampare un diritto qualsiasi all'eguaglianza civile.
Per loro, posseduti da una fede cieca nel regno sensibile della Provvidenza, la conquista dell'Europa è stata l'adempimento di un decreto di Dio; è Dio che li ha investiti, in segno di predilezione, di questa sovranità terrena; e il fatto ch'essi la conservino, contro tante forze ostili, è una prova incontestabile del loro diritto divino, e nello stesso tempo un argomento luminoso in favore della verità della loro fede.
Contro questo loro sentimento si spezzano tutti i ragionamenti di civiltà, di diritto, d'eguaglianza.
La civiltà per loro non è che una forza ostile che vuol disarmarli senza combattere, a poco a poco, a tradimento, per abbassarli a paro dei loro soggetti e spogliarli della loro dominazione.
Quindi, oltre al disprezzarla come vana, la temono come nemica; e poichè non possono respingerla colla forza, le oppongono la invincibile resistenza della loro inerzia.
Trasformarsi, incivilirsi, eguagliarsi ai loro soggetti, essi comprendono che significa doversi mettere a gareggiare con quelli d'ingegno, di studio e di lavoro; acquistare una superiorità nuova; rifare colle forze dello spirito la conquista già fatta colla spada; e a questo s'oppone, oltre il loro interesse materiale di dominatori, il loro disprezzo religioso per gli infedeli, la loro alterezza soldatesca, la loro indolenza fatta seconda natura, l'indole del loro ingegno mancante d'ogni facoltà iniziatrice, e intorpidito nell'immobilità di quelle cinque idee tradizionali, che formano tutto il patrimonio intellettuale della nazione.
Essi non vedono, d'altra parte, in quella classe sociale, che accetta, secondo loro, la civiltà europea, e che rappresenta ai loro occhi lo stato in cui l'Europa vorrebbe veder ridotti tutti i figli d'Osmano, non vedono in quei loro fratelli in soprabito e in guanti, che balbettano il francese e non vanno alla moschea, un esempio che possa ragionevolmente convertirli.
Come rappresenta la civiltà quella parte della nazione ottomana? Su questo son presso a poco tutti d'accordo.
Il nuovo turco non vale il vecchio.
Egli ha preso i nostri panni, i nostri comodi, i nostri vizii, le nostre vanità; ma non ha accolto, per ora, nè i nostri sentimenti, nè le nostre idee; e in questa trasformazione parziale, ha perduto quello che c'era di buono in fondo alla sua natura genuina di Osmano.
Il vecchio turco non vede per ora altri frutti dell'incivilimento che una più diffusa peste dicasterica, un'impiegataglia innumerevole, oziosa, inetta, miscredente, rapace, mascherata alla franca, che disprezza tutte le tradizioni nazionali, e una specie di jeunesse dorée, corrotta e sfrontata, che promette di riuscire assai peggiore dei suoi padri.
Così vestire e così vivere, giusta il concetto del vero turco, è esser civili; e infatti egli chiama fare, pensare, vivere alla franca, tutti gli usi e tutte le azioni che non solo la sua coscienza di maomettano, ma la coscienza di qualunque uomo onesto condanna.
Considera quindi gli "inciviliti", non come musulmani più avanzati degli altri sulla via d'un miglioramento qualsiasi; ma come gente scaduta, traviata, poco meno che apostata e che traditrice della nazione; e diffida delle novità, e le respinge per quanto è in lui, non foss'altro che perchè gli vengono da quella parte, in cui egli ne vede tutto giorno gli effetti funesti.
Ogni novità europea è per lui un attentato contro il suo carattere e contro i suoi interessi.
Il governo è rivoluzionario, il popolo è conservatore; la semenza delle nuove idee casca in un terreno rigido e unito che le rifiuta gli umori per la fecondazione; la mano di chi regge le cose, stringe ed agita l'elsa; ma la lama gira nel manico.
Questa è la ragione per cui tutta l'opera riformatrice che si va tentando da cinquant'anni, non ha ancora passato la prima pelle della nazione.
Si sono mutati i nomi, sono rimaste le cose.
Il poco che fu fatto, fu fatto colla violenza, e a questo il popolo attribuisce l'audacia crescente degl'infedeli, la corruzione che piglia campo nel cuore dell'impero, e tutte le sventure nazionali.
Perchè mutare le nostre istituzioni, egli si domanda, se son quelle colle quali abbiamo vinto e dominato per secoli? Perchè adottar quelle che non ebbero forza di resistere all'urto della nostra spada? L'organesimo, la vita, le tradizioni del popolo turco son quelle d'un esercito vincitore accampato in Europa; esso ne esercita il comando, ne gode i privilegi e gli ozii, e ne sente l'orgoglio; e come tutti gli eserciti, preferisce la disciplina di ferro, che gli concede la prepotenza sui vinti, a una disciplina più mite, ma che incatena il suo arbitrio di vincitore.
Ora lo sperare che questo stato di cose, immobile da secoli, possa mutare nel giro di pochi anni, è un sogno.
Le avanguardie leggere della civiltà possono procedere quanto vogliono rapidamente; ma il grosso dell'esercito, carico ancora delle pesanti armature medioevali, o non si muove, o non le segue che alla lontana, a lentissimo passo.
Non sono che cose di ieri, convien ricordarsi, il dispotismo cieco, i giannizzeri, il serraglio coronato di teste, il sentimento dell'invincibilità degli osmani, il raià considerato e trattato con un essere immondo, gli ambasciatori di Francia vestiti e pasciuti sul limitare della sala del trono, per simboleggiare la vile povertà degl'infedeli al cospetto del Gran Signore.
Ma su questo argomento, non c'è, credo, gran disparità di pareri nemmeno fra gli Europei e i Turchi medesimi.
La disparità dei giudizii, e quindi la difficoltà per uno straniero di dare un giudizio proprio, è nell'estimazione delle intime qualità individuali del turco; poichè a interrogarne i raià, non si sentono che i vilipendii dell'oppresso contro l'oppressore; a domandarne gli Europei liberi delle colonie, i quali non hanno ragione nè di temere nè di odiare gli Osmani, non solo, ma hanno mille ragioni di compiacersi dello stato attuale delle cose, non si ottengono in generale che giudizii, forse coscienziosamente, ma certo eccessivamente favorevoli.
I più di questi sono concordi nel riconoscere il turco probo, franco, leale, e sinceramente religioso.
Ma riguardo al sentimento religioso, la cui conservazione gli potrebbe esser tenuta in conto d'un grande merito, è da notarsi che la religione in cui si mantiene saldo, non s'oppone ad alcune delle sue tendenze e ad alcuno dei suoi interessi; accarezza, anzi, la sua natura sensuale, giustifica la sua inerzia, sancisce la sua dominazione; egli vi si attiene tenacemente, poichè sente che la sua nazionalità è nel suo dogma e il suo destino nella sua fede.
Riguardo alla probità, si citano molte prove di fatti individuali dei quali si potrebbero citare esempi innumerevoli anche fra il più corrotto popolo europeo.
Ma è da considerarsi, anche a questo riguardo, che non ha poca parte l'ostentazione nella probità che mostra il turco nei suoi commerci coi cristiani, coi quali fa spesso per orgoglio quello che non farebbe per semplice impulso della coscienza, poichè gli ripugna di comparire dappoco in faccia a gente a cui si tiene superiore di razza e di valore morale.
Così nascono pure dalla sua stessa condizione di dominatore certe qualità, astrattamente pregevoli, di franchezza, di fierezza, di dignità, che non è ben certo se avrebbe conservate, messo nella condizione di chi gli è soggetto.
Non gli si può negare, però, nè il sentimento della carità, il quale è il solo balsamo agl'infiniti mali della sua società mal ordinata, benchè incoraggi l'indolenza e moltiplichi la miseria; nè altri sentimenti che sono indizii di gentilezza d'animo, come la gratitudine ch'egli serba per i più piccoli benefizii, il culto dei morti, la cortesia ospitale, il rispetto degli animali.
È bello il suo sentimento dell'eguaglianza di tutte le classi sociali.
È innegabile una certa moderazione severa della sua indole, che traspare dagli innumerevoli proverbi pieni di saggezza e di prudenza; una certa semplicità patriarcale, una tendenza vaga alla solitudine e alla malinconia, che esclude la volgarità e la tristizia dell'animo.
Senonchè tutte queste qualità galleggiano, per così dire, al sommo dell'anima sua, nella quiete non turbata della vita ordinaria; e v'è in fondo, come addormentata, la sua violenta natura asiatica, il suo fanatismo, il suo furore di soldato, la sua ferocia di barbaro, che, stimolati, prorompono, e ne balza fuori un altr'uomo.
Il perchè è giusta la sentenza che il turco ha un'indole mitissima quando non taglia le teste.
Il tartaro è come rannicchiato dentro di lui, e assopito.
Il vigore nativo è rimasto intero in lui, quasi custodito dalla indolente mollezza della sua vita, la quale non se ne serve che nelle occasioni supreme.
Così gli è rimasto intero il coraggio di cui la cultura dell'intelligenza rallenta la molla, raffinando il sentimento della vita, resa più cara dal concetto e dalla speranza di godimenti maggiori.
In lui la passione religiosa e guerriera trova un campo non guasto nè da dubbi, nè da ribellioni dello spirito, nè da cozzi d'idee; una sostanza tutta e istantaneamente infiammabile; un uomo tutto d'un pezzo che scatta, a un tocco, tutto intero; una lama sempre affilata, su cui non è scritto che il nome d'un Dio e d'un Sovrano.
La vita sociale ha appena digrossato in lui l'uomo antico della steppa e della capanna.
Spiritualmente, egli vive ancora nella città presso a poco come viveva nella tribù, in mezzo alla gente, ma solitario coi suoi pensieri.
Non c'è, anzi, fra loro, una vera vita sociale.
La vita dei due sessi dà l'immagine di due fiumi paralleli, i quali non confondono le loro acque, se non qua e là per via di comunicazioni sotterranee.
Gli uomini si raccolgono fra loro, ma non vivono in intimità di pensiero gli uni cogli altri; si avvicinano, ma non si legano; ciascuno preferisce alla espansione di sè medesimo, quella che un grande poeta definì mirabilmente la vegetazione sorda delle idee.
La nostra conversazione, agile e varia, che scherza, discute, insegna, ricrea, il nostro bisogno di dare e di ricevere sentimenti e pensieri, questa estrinsecazione reciproca del nostro essere, in cui l'intelligenza si esercita e il cuore si riscalda, pochissimi tra loro la conoscono.
I loro discorsi radono quasi sempre la terra e trattano per lo più di cose materialmente necessarie.
L'amore è escluso, la letteratura è privilegio di pochi, la scienza è un mito, la politica si riduce per lo più a una quistione di nomi, gli affari non occupano che una piccolissima parte nella vita del maggior numero.
Alle discussioni astratte la natura della loro intelligenza si rifiuta.
Essi non comprendono bene che quello che vedono e quello che toccano; del che è una prova la loro lingua stessa, la quale difetta ogni volta che c'è da esprimere un'astrazione; per il che i turchi istruiti sono costretti a ricorrere all'arabo e al persiano, o a una lingua europea.
Essi non sentono il bisogno, d'altra parte, di forzare la mente a comprendere cose che son fuori dei loro desiderii, e quasi della loro vita.
Il persiano è più investigatore, l'arabo è più curioso: il turco non ha che una suprema indifferenza per quello che non conosce.
E non avendo idee da scambiare, non cerca la compagnia degli europei; e non ama nè le loro interminabili e sottili discussioni, nè loro stessi.
Nè ci può esser intera confidenza fra gli uni e gli altri, dacchè l'uno dei due nasconde perpetuamente una parte di sè: i suoi affetti più intimi, la sua casa, i suoi piaceri, e quello che più importa, il vero sentimento che nutre verso l'altro; che è un sentimento invincibile di diffidenza.
Il turco tollera l'armeno, sprezza l'ebreo, odia il greco, diffida del franco.
Sopporta, in generale, tutti quanti, come un grosso animale che si lascia passeggiare sulla schiena una miriade di mosche, riserbandosi a darci su una codata quando si senta pungere nel vivo.
Lascia che tutti facciano, armeggino, rimestino ogni cosa intorno a lui; si vale degli europei che gli possono essere utili; accetta le novazioni materiali di cui riconosce il vantaggio immediato; sta a sentire senza batter palpebra le lezioni di civiltà che gli si danno; muta leggi, foggie e cerimoniali; impara a ripetere correttamente le nostre sentenze filosofiche; si lascia travestire, imbellettare, mascherare; ma dentro è sempre, immutabilmente, invincibilmente lo stesso.
Eppure ripugna alla ragione il rassegnarsi a credere che l'azione lenta e continua della civiltà non possa, in un periodo di tempo indeterminato, infondere la scintilla d'una nuova vita in questo gigantesco soldato asiatico, che dorme a traverso ai due continenti, e non si sveglia mai che per brandire la spada.
Ma considerando gli sforzi fatti e i frutti ottenuti sinora, questo periodo di tempo appare alla mente tanto lungo, in confronto ai bisogni e alle impazienze dei popoli cristiani d'Oriente, da rendere vana la speranza che la quistione intorno a cui s'affanna ora l'Europa si possa risolvere coll'incivilimento progressivo del popolo turco.
Questa è l'opinione che mi son formata nel mio breve soggiorno a Costantinopoli.
- O in che altro modo si può dunque risolvere la quistione? Ah! signori, qui proprio non mi credo obbligato a rispondere, perchè non potrei rispondere senz'aver l'aria di dar consigli all'Europa; e a questo si rifiuta inesorabilmente la mia modestia.
E poi...
l'ho già detto che v'è un bastimento austriaco che fuma sul Corno d'oro, in faccia a Galata, pronto a partire per il Mar Nero; e il lettore lo sa dove deve passare, questo bastimento!
IL BOSFORO
Appena saliti a bordo, vediamo come un velo grigio stendersi su Costantinopoli, e su questo velo disegnarsi le montagne della Moravia e dell'Ungheria, e le alpi della bassa Austria.
È un rapido cangiamento di scena che si vede sempre salendo sopra un bastimento in cui s'incontrano già i visi e si sentono già gli accenti del paese per cui si parte.
Siamo imprigionati in un cerchio di faccie tedesche che ci fanno sentire innanzi tempo il freddo e l'uggia del settentrione.
I nostri amici ci hanno lasciati: non vediamo più che tre fazzoletti bianchi che sventolano sopra un caicco lontano, in mezzo a un via vai di barconi neri, in faccia alla casa della dogana.
Siamo nello stessissimo punto in cui si fermò il nostro bastimento siciliano il giorno dell'arrivo.
È una bella sera d'autunno, splendida e tiepida.
Costantinopoli non ci è mai parsa così ridente e così grande.
Per l'ultima volta cerchiamo di fissarci nella mente i suoi contorni immensi e i suoi colori vaghi di città fatata; e slanciamo lo sguardo per l'ultima volta in fondo a quel meraviglioso Corno d'oro, che ci si nasconderà fra pochi momenti per sempre.
I fazzoletti bianchi sono scomparsi.
Il bastimento si muove.
Tutto pare che si sposti.
Scutari viene avanti, Stambul si tira indietro, Galata gira sopra sè stessa, come per vederci partire.
Addio al Corno d'oro! Un guizzo del bastimento ci rapisce il sobborgo di Kassim-Pascià, un altro guizzo ci porta via Eyub, un altro, la sesta collina di Stambul; scompare la quinta, si nasconde la quarta, svanisce la terza, sfuma la seconda; non rimane più che la collina del Serraglio, la quale, grazie al cielo, non ci lascierà per un pezzo.
Navighiamo già nel bel mezzo del Bosforo, rapidamente.
Passa il quartiere di Top-hané, passa il quartiere di Funduclù; fuggono le facciate bianche e cesellate del palazzo di Dolma-Bagcé; e Scutari distende, per l'ultima volta, il suo anfiteatro di colli coperti di giardini e di ville.
Addio, Costantinopoli! cara e immensa città, sogno della mia infanzia, sospiro della mia giovinezza, ricordo incancellabile della mia vita! Addio, bella e immortale regina dell'Oriente! Che il tempo muti le tue sorti, senza offendere la tua bellezza, e possano vederti un giorno i miei figli colla stessa ebbrezza d'entusiasmo giovanile colla quale io ti vidi e t'abbandono.
La mestizia dell'addio, però, non durò che pochi momenti, perchè un'altra Costantinopoli, più vasta, più bella, più allegra di quella che lasciavo sul Corno d'oro, mi si stendeva dinanzi per la lunghezza di ventisettemila metri, sulle due più belle rive della terra.
Il primo villaggio che si presenta a sinistra, sulla riva europea del Bosforo, è Bescik-Tass; un grosso villaggio turco, o piuttosto un grande sobborgo di Costantinopoli, che si stende ai piedi d'una collina, intorno a un piccolo porto.
Dietro gli s'apre una bella valle; l'antica valle degli allori di Stefano, di Bisanzio, che rimonta verso Pera; fra le case s'innalza un gruppo di platani che ombreggiano il sepolcro del famoso corsaro Barbarossa; un gran caffè, stipato di gente, sporge sulle acque, sorretto da una selva di palafitte; il porto è pieno di barche e di caicchi; la riva affollata; la collina coperta di verzura, la valle piena di case e di giardini.
Ma non c'è più l'aspetto dei sobborghi di Costantinopoli.
C'è già la grazia e la gaiezza tutta propria e indimenticabile dei villaggi del Bosforo.
Le forme son più piccine, la verzura più fitta, i colori più arditi.
È come una nidiata di casette ridenti, che paiono sospese fra la terra e l'acqua, una cittadina da innamorati e da poeti, destinata a durare quanto una passione od un estro, piantata là per un capriccio, in una bella notte d'estate.
Non vi si è ancora fissato lo sguardo, che già è lontana, e ci passa davanti il palazzo di Ceragan, o piuttosto una schiera di palazzi di marmo bianco, semplici e magnifici, decorati di lunghe file di colonne e coronati di terrazze a balaustri, sui quali si drizza una merlatura vivente d'innumerevoli uccelli bianchi del Bosforo, messi in rilievo dal verde vigoroso delle colline della riva.
Ma qui comincia il caro tormento di veder fuggire mille bellezze, nel punto che se ne ammira una sola.
Mentre noi contempliamo Bescik-Tass e Ceragan, dall'altra parte fugge la riva asiatica, coperta di villaggi deliziosi, che si vorrebbero poter comprare e portar via, come gioielli.
Fugge Kuzgundgiuk, tinto di tutti i colori dell'iride, col suo piccolo porto, dove dice la tradizione che approdasse la giovenca Io, dopo aver attraversato il Bosforo, per salvarsi dai tafani di Giunone; passa Istauros, colla sua bella moschea dai due minareti; scompare il palazzo imperiale di Beylerbey, coi suoi tetti conici e piramidali, e le sue mura gialle e grigie, che presenta l'aspetto misterioso e bizzarro di un convento di principesse; e poi il villaggio di Beylerbey, riflesso dalle acque, dietro al quale s'innalza il monte di Bulgurlù; e tutti questi villaggi, raccolti o sparsi ai piedi di piccole colline verdissime, e tuffati in una vegetazione opulenta, che par che tenda a coprirli, sono legati fra loro da ghirlande di ville e di casette e da lunghi filari d'alberi che corrono lungo la riva, o scendono a zig zag dalle alture al mare, a traverso a innumerevoli giardini e orti e piccoli prati, disposti a scacchi e a scaglioni, e coloriti d'infinite sfumature di verde.
Bisogna dunque rassegnarsi a veder tutto di volo, girando continuamente la testa a destra e a sinistra, con una regolarità automatica.
Oltrepassato di poco Ceragan, si vede, a sinistra, sulla riva europea, il grande villaggio Orta-Kioi, al di sopra del quale mostra la sua cupola luccicante la moschea della Sultana Validè, madre d'Abdul-Aziz, e sporge i suoi tetti graziosi il palazzo di Riza-Pascià; ai piedi d'una collina, sulla cui cima, in mezzo a una folta vegetazione, s'alzano le muraglie bianche e leggiere del chiosco imperiale della Stella.
Orta-Kioi è abitato da molti banchieri armeni, franchi e greci.
In quel momento vi approdava il piroscafo di Costantinopoli.
Una folla sbarcava, un'altra folla stava aspettando sullo scalo, per imbarcarsi.
Erano signore turche, signore europee, ufficiali, frati, eunuchi, zerbinotti, fez, turbanti, cappellini, cappelli a staio, confusi: spettacolo che si vede in tutte le venti stazioni del Bosforo, principalmente la sera.
In faccia a Orta-Kioi, sulla riva asiatica, brilla di mille colori, in mezzo a una corona di ville, il villaggio di Cengel, dell'ancora, da una vecchia ancora di ferro che trovò su quella riva Maometto II; e gli si alza alle spalle il chiosco bianco, di trista memoria, da cui Murad IV, roso da un'invidia feroce, ordinava la morte della gente allegra che passava pei campi cantando.
Guardando daccapo verso l'Europa, ci troviamo in faccia al bel villaggio e al porto grazioso di Kuru-Cesmé, l'antica Anaplos, dove Medea, sbarcata con Giasone, piantò l'alloro famoso; e voltandoci nuovamente verso l'Asia, vediamo i due villaggi ridenti di Kulleli e di Vani-Kioi, sparsi lungo la riva, a destra e a sinistra d'una smisurata caserma, simile a un palazzo reale, che si specchia nelle acque.
Dietro ai due villaggi s'alza una collina coronata da un grande giardino, in mezzo al quale biancheggia, quasi tutto nascosto dagli alberi, il chiosco dove Solimano il Grande visse tre anni, nascosto in una piccola torre, per sottrarsi alle ricerche delle spie e dei carnefici di suo padre Selim.
Mentre noi cerchiamo la torre fra gli alberi, il bastimento passa dinanzi ad Arnot-Kioi, il villaggio degli Albanesi, ora abitato da Greci, disteso in forma di mezzaluna, sulla riva europea, intorno a un piccolo seno, pieno di bastimenti a vela.
Ma come si può vedere ogni cosa? Un villaggio ci ruba l'altro, una bella moschea ci distrae da un paesaggio gentile, e mentre si guardano i villaggi ed i porti, passano i palazzi dei vizir, dei pascià, delle Sultane, dei grandi eunuchi, dei gran signori; case gialle, azzurre e purpuree, che paiono galleggianti sull'acqua, vestite d'edera e di liane, coperte di terrazze colme di fiori, e mezzo nascoste in boschetti di cipressi, d'allori e d'aranci; edifizi sormontati da frontoni corinzii e decorati di colonne di marmo bianco; villette svizzere, casine giapponesi, piccole reggie moresche, chioschi turchi, di tre piani, sporgenti l'uno sull'altro, che sospendono sull'azzurro del Bosforo i balconi ingraticolati degli arem, e spingono innanzi i loro piccoli scali a gradinate e i loro giardinetti accarezzati dalla corrente; tutti piccoli edifizii leggeri e passeggieri, che rappresentano appunto la fortuna dei loro abitatori: il trionfo d'una giovinetta, il buon successo d'un intrigo, un'alta carica che sarà perduta domani, una gloria che finirà nell'esilio, una ricchezza che svapora, una grandezza che crolla.
Non c'è quasi tratto delle due rive che non sia coperto di case.
È una specie di Canal grande d'una smisurata Venezia campestre.
Le ville, i chioschi, i palazzi s'alzano l'un dietro l'altro, disposti in modo che tutta la facciata di ciascheduno è visibile, e quei di dietro paiono piantati sul tetto di quei davanti, e in mezzo agli uni e agli altri, e di là dai più lontani, tutto è verde, per tutto s'alzano punte e chiome di quercie, di platani, d'aceri, di pioppi, di pini, di fichi, fra cui biancheggiano fontane e scintillano cupolette di turbé e di moschee solitarie.
Voltandoci verso Costantinopoli, vediamo ancora, confusamente, la collina del Serraglio, e la cupola enorme di Santa Sofia, che nereggia sul cielo limpido e dorato.
Intanto sparisce Arnot-Kioi, Vani, Kulleli, Cengel, Orta, e tutto è mutato intorno a noi.
Par di essere in un vasto lago.
Una piccola baia si apre a sinistra, sulla riva europea; un'altra piccola baia a destra, sulla riva asiatica.
Sulla riva di sinistra si stende a semicerchio la bella cittadina greca di Bebek, ombreggiata da alberi altissimi, fra i quali sorge una bella moschea antica e il chiosco imperiale d'Humaiun-Habad, dove altre volte i Sultani ricevevano a convegni segreti gli ambasciatori europei.
Una parte della città si nasconde nella verzura folta d'una piccola valle; un'altra parte si sparpaglia alle falde d'una collina, coperta di quercie, sulla cima della quale è un bosco famoso per un'eco potentissima, che risponde alla pesta d'un cavallo collo scalpitìo d'uno squadrone.
È un paesaggio grazioso e ridente da incapricciare una regina; ma si dimentica, voltandosi dalla parte opposta.
Qui la riva dell'Asia offre una veduta da paradiso terrestre.
Sopra un largo promontorio si distende, ad arco sporgente, il villaggio di Kandilli, variopinto come un villaggio olandese, con una moschea bianchissima, e un folto corteo di villette; dietro al quale s'alza la collina florida di Igiadié, sormontata da una torre merlata, che spia gl'incendii sulle due rive.
A destra di Kandilli, sboccano sulla baia, a breve distanza l'una dall'altra, due valli: quella del grande e quella del piccolo ruscello celeste, fra le quali si stende la prateria deliziosa delle Acque dolci d'Asia, coperta di sicomori, di quercie e di platani, e dominata dal chiosco ricchissimo della madre d'Abdul-Megid, disegnato e scolpito sullo stile del palazzo di Dolma-Bagcé, e circondato di alti giardini, rosseggianti di rose.
E di là dal "gran ruscello celeste" si vedono ancora i mille colori del villaggio d'Anaduli-Hissar, steso alle falde d'un'altura, su cui si drizzano le torri snelle del castello di Baiazet-Ilderim, che fronteggia il castello di Maometto II, posto sulla riva europea.
Tutto questo bel tratto del Bosforo, in quel momento, era pieno di vita.
Nella baia di Europa guizzavano centinaia di barchette; passavano legni a vela e a vapore, diretti al porto di Bebek; i pescatori turchi gettavano le reti dai loro gabbiotti aerei, sostenuti sull'acqua da altissime travi incrociate; un piroscafo di Costantinopoli versava sullo scalo della cittadina europea una folla di signore greche, di Lazzaristi, di allievi della scuola protestante americana, di famigliuole cariche d'involti e di vesti; e dalla parte opposta, si vedevano, col cannocchiale, gruppi di signore musulmane, che passeggiavano sotto gli alberi delle Acque dolci, o stavano sedute in crocchio sulla sponda del ruscello celeste, mentre un gran numero di caicchi e di barche a baldacchino, piene di turchi e di turche, andavano e venivano lungo la riva.
Pareva una festa.
Era un non so che d'arcadico e d'amoroso, che metteva voglia di buttarsi giù dal bastimento, di raggiungere a nuoto una delle due rive, e di piantarsi là, e di dire: - Nasca che nasca, non mi voglio più muovere di qui; voglio vivere e morir qui, in mezzo a questa beatitudine musulmana.
Ma a un tratto lo spettacolo cangia e tutte quelle fantasie pigliano il volo.
Il Bosforo si stende diritto dinanzi a noi, e presenta una vaga immagine del Reno; ma d'un Reno ingentilito, e tinto sempre dei colori caldi e pomposi dell'oriente.
A sinistra, un cimitero coperto da un bosco di cipressi e di pini, rompe la linea delle case, sino a quel punto non interrotta; e subito appresso, alle falde del piccolo monte roccioso d'Hermaion, s'innalzano le tre grandi torri di Rumili-Hissar, il castello d'Europa, circondate di avanzi di mura merlate e di torri minori, che scendono in una gradinata pittoresca di rovine fin sull'orlo della riva.
È il castello famoso che innalzò Maometto II un anno prima della presa di Costantinopoli, malgrado le calde rimostranze di Costantino, i cui ambasciatori, come tutti sanno, furono rimandati indietro minacciati di morte.
È quello il punto in cui è più impetuosa la corrente (chiamata perciò "gran corrente" dai Greci e corrente di Satana dai Turchi) ed è pure il tratto più stretto del Bosforo, non distando le due rive che poco più di cinquecento metri.
Là fu gettato da Mandocle di Samo il ponte di barche su cui passarono i settecentomila soldati di Dario, e là pure si crede che siano passati i diecimila, ritornando dall'Asia.
Ma non rimane più traccia nè delle due colonne di Mandocle, nè del trono scavato nella roccia del monte Hermaion, dal quale il re persiano avrebbe assistito al passaggio del suo esercito.
Un piccolo villaggio turco sorride segretamente, rannicchiato ai piedi del castello, e la riva asiatica fugge sempre più verde e più allegra.
È una successione continua di casette di barcaioli e di giardinieri, di vallette che riboccano di vegetazione, di piccoli seni solitarii quasi coperti dai rami giganteschi degli alberi della riva, sotto i quali passano lentamente delle velette bianche di pescatori; di prati fioriti che scendono con un declivio dolcissimo fino all'orlo della riva; di piccole roccie da giardino fasciate d'edera; di piccoli cimiteri che biancheggiano sulla sommità di alti poggi tagliati a picco.
Improvvisamente, balza fuori sulla stessa riva asiatica, il bel villaggio di Kanlidgié, tutto vermiglio, posto su due promontorii rocciosi, contro i quali si rompono le onde rumorosamente, e ornato d'una bella moschea che slancia i suoi due minareti candidi fuori d'una macchia di cipressi e di pini a ombrello.
E qui ricominciano a innalzarsi i giardini, a modo di belvederi, l'uno dietro l'altro, e a spesseggiare le ville, fra le quali splende il palazzo incantevole di quel celebre Fuad-Pascià, diplomatico e poeta, vanitoso, voluttuoso e gentile, che fu chiamato il Lamartine ottomano.
Poco più innanzi, sulla riva europea, si mostra il villaggio amenissimo di Balta-Liman, posto all'imboccatura d'una valletta, per cui scende nel porto un piccolo fiume, e dominato da una collina sparsa di ville, fra le quali s'alza l'antico palazzo di Rescid-Pascià; e poi la piccola baia d'Emir-Ghian-Ogli Bagcè, tutta verde di cipressi, in mezzo ai quali brilla d'una bianchezza di neve una moschea solitaria, lambita dalle acque, e sormontata da un grande globo irto di raggi d'oro.
Intanto il bastimento s'avvicina ora all'una ora all'altra riva, e allora si vedono mille particolari del grande paesaggio: qui il vestibolo del selamlik d'una ricca casa turca, aperto sulla sponda, in fondo al quale fuma un grosso maggiordomo, coricato sopra un divano; là un eunuco, ritto sull'ultimo gradino della scala esterna d'una villa, che aiuta due turche velate a scendere in un caicco; più oltre un giardinetto circondato di siepi, e quasi interamente coperto da un platano, ai piedi del quale riposa, a gambe incrociate, un vecchio turco dalla barba bianca, che medita sul Corano; famiglie di villeggianti raccolte sulle terrazze; branchi di capre e di pecore che pascolano per i prati alti; cavalieri che galoppano lungo la riva, carovane di cammelli che passano sulla sommità delle colline, disegnando i loro contorni bizzarri sul cielo sereno.
All'improvviso il Bosforo s'allarga, la scena cangia, siamo di nuovo fra due baie, nel mezzo d'un vasto lago.
A sinistra è una baia stretta e profonda, intorno alla quale gira la cittadina greca d'Istenia; Sosthenios, dal tempio e dalla statua alata che innalzarono là gli Argonauti, in onore del Genio tutelare che li aveva resi vittoriosi nella lotta contro Amico, re di Bebrice.
Grazie a una leggera curva che descrive il bastimento verso l'Europa, vediamo distintamente i caffè e le casette schierate lungo la riva, le piccole ville sparse fra gli olivi e i vigneti, la valle che sbocca nel porto, il torrentello che precipita da un'altura e la famosa fontana moresca di marmo bianco nitidissimo, ombreggiata da un gruppo d'aceri enormi, da cui spenzolano le reti dei pescatori, in mezzo a un va e vieni di donnine greche, che portano le anfore sul capo.
In faccia a Istenia, sopra la baia della riva asiatica, fa capolino, fra gli alberi, il villaggio turco di Cibulkú, dove c'era il convento rinomato dei Vigili, che pregavano e cantavano, senza interruzione, il giorno e la notte.
Le due rive del Bosforo sono piene, da un mare all'altro, delle memorie di questi cenobiti e anacoreti fanatici del quinto secolo, che erravano per i colli, carichi di croci e di catene, tormentati da cilici e da collari di ferro, o che stavano settimane e mesi, immobili sulla cima d'una colonna o d'un albero, intorno a cui andavano a prostrarsi, a digiunare, a pregare, a percotersi il petto principi, soldati, magistrati e pastori, invocando una benedizione o un consiglio, come una grazia di Dio.
Ma è un potere singolare che ha il Bosforo, quello di sviare irresistibilmente dal passato il pensiero del viaggiatore che scorra per le prime volte lungo le sue rive.
Tutti i ricordi, tutte le immagini più grandi, più belle o più tristi, che possa fornire la storia o la leggenda di quei luoghi, rimangono offuscate, soverchiate, sto per dire sepolte da quel rigoglio prodigioso di vegetazione, da quello sfolgorio di colori festosi, da quella esuberanza di vita, dalla giovinezza poderosa e superba di quella bella natura tutta sorriso e tutta festa.
Bisogna fare uno sforzo per credere che in quelle acque, in mezzo a quella bellezza fatata, abbiano potuto urtarsi furiosamente, ardersi e insanguinarsi, le flotte dei bulgari, dei goti, degli eruli, dei bizantini, dei russi, dei turchi.
I castelli medesimi, che coronano le colline, non destano nemmeno un'idea di quel sentimento di terrore poetico, che ispirano in altri luoghi le rovine di quella natura; e paion piuttosto una decorazione artificiale del paesaggio, che monumenti veri di guerra, che un giorno abbiano vomitato la morte.
Tutto è come velato da una tinta di languore e di dolcezza che non desta se non pensieri sereni e un desiderio immenso di pace.
Di là da Istenia il Bosforo s'allarga ancora, e il bastimento arriva in pochi minuti in un punto da cui si gode la più stupenda veduta di quante se ne sono offerte sinora ai nostri occhi.
Voltandoci verso l'Europa, abbiamo davanti la piccola città greca ed armena di Ieni-Kioi, posta alle falde d'un'alta collina coperta di vigneti e di boschetti di pini, e distesa ad arco sporgente sopra una riva rocciosa, contro cui si rompe la corrente con grande strepito; e un po' più in là, la bellissima baia di Kalender, piena di barchette, contornata di casette da giardino, e inghirlandata da una vegetazione lussureggiante, sopra la quale sporgono le terrazze aeree d'un chiosco imperiale.
Voltandoci indietro, abbiamo davanti la riva asiatica che s'incurva in un grande arco, formando un meraviglioso anfiteatro di colli, di villaggi e di porti.
È Indgir-Kioi, il villaggio dei fichi, coronato di giardini; accanto a Indgir-Kioi, Sultanié, che par nascosto in un bosco; dopo Sultanié, il grosso villaggio di Beikos, circondato di orti e di vigneti, e ombreggiato da altissimi noci, il quale si specchia nel più bel golfo del Bosforo, che è l'antico golfo dove il re di Bebrice fu vinto da Polluce, e dov'era l'alloro prodigioso che faceva impazzire chi ne toccava le foglie; e di là da Beikos, lontano, il villaggio di Iali, l'antica Amea, che non par più che un mucchio di fiori gialli e vermigli sopra un grande tappeto verde.
Ma questo non è che un abbozzo del grande quadro.
Bisogna immaginare le forme indescrivibilmente gentili di quei colli, che si vorrebbero accarezzare colla mano; quegli innumerevoli piccolissimi villaggi senza nome, che paiono messi là dalla mano d'un pittore; quella vegetazione di tutti i climi, quelle architetture di tutti i paesi, quelle gradinate di giardini, quelle cascatelle d'acqua, quelle ombre cupe, quelle moschee luccicanti, quell'azzurro picchiettato di vele bianche e quel cielo rosato dal tramonto.
Ma arrivato là provai anch'io un senso di sazietà, come lo provan quasi tutti, a un certo punto del Bosforo.
Stanca quella successione interminabile di linee molli e di colori ridenti.
È una monotonia di gentilezza e di grazia in cui il pensiero si addormenta.
Si vorrebbe veder sorgere tutt'a un tratto sopra una di quelle rive una roccia smisurata e deforme o stendersi un lunghissimo tratto di spiaggia deserta e triste, sparsa degli avanzi d'un naufragio.
E allora, per distrarsi, non c'è che a fissar l'attenzione sulle acque.
Il Bosforo pare un porto continuo.
Si passa accanto alle corazzate splendide dell'armata ottomana; in mezzo a flotte di bastimenti mercantili di tutti i paesi, dalle vele variopinte e dalle poppe bizzarre, affollate di gente strana; s'incontrano i legni dalle forme antiche dei porti asiatici del Mar Nero, e le piccole corvette eleganti delle Ambasciate; passano, come saette, le barchette a vela dei signori, che volano a gara, sotto gli occhi degli spettatori schierati sulla riva; barche di tutte le forme, piene di gente di tutti i colori, si spiccano o approdano ai mille piccoli scali dei due continenti; i caicchi rimorchiati guizzano in mezzo a lunghe file di barconi carichi di mercanzie; le lancie imbandierate dei marinai si incrociano colle zattere dei pescatori, coi caicchi dorati dei Pascià, coi piroscafi di Costantinopoli, pieni di turbanti, di fez e di veli, che attraversano il canale a zig zag per toccare tutte le stazioni.
E siccome anche il nostro bastimento va innanzi serpeggiando, così tutto questo spettacolo par che ci giri intorno: i promontorii si spostano, le colline cambiano inaspettatamente di forma, i villaggi si nascondono e poi ricompaiono in un nuovo aspetto, e davanti e dietro di noi, ora il Bosforo si chiude come un lago, ora s'apre e lascia vedere una fuga di laghi e di colli lontani; poi, tutt'a un tratto, le colline tornano a congiungersi davanti e di dietro, e si rimane in una conca verde da cui non si capisce come si potrà uscire; ma s'ha appena il tempo di scambiar dieci parole con un vicino, che già la conca è sparita, e si vedono intorno nuove alture, nuove città, nuovi porti.
Si è fra la baia di Terapia, - Pharmacia, dei veleni di Medea -, e la baia di Hunchiar Iskelessi, scalo dei Sultani, dove fu segnato nel 1833 il trattato famoso che chiuse i Dardanelli alle flotte straniere.
Qui lo spettacolo del Bosforo è al penultimo grado della sua bellezza.
Terapia è la più splendida cittadina che orni le sue rive, dopo Bujukderè, e la valle che si apre dietro la baia di Hunchiar-Iskelessi è la più verde, la più cara, la più poetica valle che si possa ammirare fra il Mar di Marmara e il Mar Nero.
Terapia si stende in parte sopra una riva diritta, ai piedi di una grande collina, e parte intorno a un seno profondo, che è il suo porto, pieno di bastimenti e di barche, sul quale sbocca la valletta di Krio-nero, in cui un'altra parte della città s'appiatta fra la verzura.
La riva del mare è tutta coperta di caffè pittoreschi, che sporgono sull'acqua, di alberghi signorili, di casette pompose, di gruppi d'alberi altissimi, che ombreggiano piazzette e fontane; di là dai quali s'alzano i palazzi d'estate delle Ambasciate di Francia, d'Italia e di Inghilterra, e sopra questi, un chiosco imperiale; e tutt'intorno, e su per la collina, terrazze su terrazze, giardini su giardini, ville su ville, boschetti sopra boschetti; e gente vestita di vivi colori formicola nei caffè, nel porto, sulle rive, su per i sentieri delle alture, come in una piccola metropoli in festa.
Dalla parte dell'Asia, invece, tutto è pace.
Il piccolo villaggio di Hunchiar-Iskelessi, soggiorno prediletto dei ricchi armeni di Costantinopoli, dorme fra i platani e i cipressi, intorno al suo piccolo porto, percorso da poche barchette furtive; di là dal villaggio, sulla cima d'una vasta scala di giardini, torreggia, solitario, il chiosco magnifico d'Abdul-Aziz; e di là dal chiosco svolta e si nasconde, in mezzo a uno sfarzo indescrivibile di vegetazione tropicale, la valle favorita dei Padiscià, piena di misteri e di sogni.
Ma tutta questa bellezza non par più nulla, un miglio più innanzi, quando il bastimento è arrivato davanti al golfo di Bujuk-deré.
Qui è la maestà e la grazia suprema del Bosforo.
Qui chi era già stanco della sua bellezza, ed aveva pronunciato irriverentemente il suo nome, si scopre la fronte, e gli domanda perdono.
Si è in mezzo a un vasto lago coronato di meraviglie, che ispira l'idea di mettersi a girare, come i dervis, sulla prora del bastimento, per veder tutte le rive e tutte le colline in un punto.
Sulla riva d'Europa, intorno a un golfo profondo, dove va a morire la corrente in molli ondulazioni, alle falde d'una grande collina, sparsa di ville innumerevoli, s'allarga la città di Bujuk-derè, vasta, colorita come un'immensa aiuola di fiori, tutta palazzine, chioschi e villette tuffate in una verzura vivissima, che par che esca dai tetti e dai muri, e colmi le strade e le piazze.
La città si stende a destra fino ad un piccolo seno, che è come un golfo nel golfo, intorno a cui gira il villaggio di Kefele-Kioi; e dietro a questo s'apre una larga vallata, tutta verde di praterie, e biancheggiante di case, per la quale si va al grande acquedotto di Mahmud e alla foresta di Belgrado.
È la valle in cui, giusta la tradizione, si sarebbe accampato nel 1096 l'esercito della prima crociata; e uno dei sette platani giganteschi, a cui il luogo deve la sua fama, è chiamato il platano di Goffredo di Buglione.
Di là da Kefele-Kioi, s'apre un'altra baia, verde di cipressi e bianca di case, e di là dalla baia, si vede ancora Terapia, sparpagliata ai piedi della sua collina verdecupa.
Arrivati fin là collo sguardo, ci si volta indietro, verso l'Asia, e si prova un sentimento vivissimo di sorpresa.
Si è dinanzi al più alto monte del Bosforo, il monte del Gigante, della forma d'una enorme piramide verde, dov'è il sepolcro famoso, chiamato da tre leggende "letto d'Ercole, fossa d'Amico, tomba di Giosuè giudice degli Ebrei;" custodito ora da due dervis e visitato dai musulmani infermi, che vanno a deporvi i brandelli dei loro vestiti.
Il monte spinge le sue falde alberate e fiorite fin sulla riva, dove, fra due promontorii verdeggianti, s'apre la bella baia d'Umuryeri, macchiettata di cento colori dalle case d'un villaggio musulmano disperso capricciosamente sulle sue sponde, al quale fanno ala altri branchi di villini e di casette, disseminate, come fiori buttati via, per le praterie e per le alture vicine.
Ma lo spettacolo non è tutto in questo cerchio.
Diritto in faccia a noi luccica il Mar Nero; e voltandoci verso Costantinopoli, si vede ancora, di là da Terapia, in una lontananza violacea e confusa, la baia di Kalender, Kieni-Kioi, Indgir-Kioi, Sultanié, che paiono, piuttosto che prospetti veri, vedute immaginarie d'un mondo remoto.
Il sole tramonta; la riva d'Europa comincia a velarsi di ombre azzurrine e cineree; la riva d'Asia è ancora dorata; le acque lampeggiano; sciami di barchette, cariche di mariti e d'amanti, reduci da Costantinopoli, corrono verso la riva europea, incontrate, arrestate, circuite da altre barchette, cariche di signore e di fanciulli, che vengono dalle ville; dai caffè di Bujukderè ci arrivano suoni interrotti di musiche e di canti; le aquile ruotano sopra la montagna del Gigante, i marki bianchi svolazzano lungo la riva, gli alcioni radono le acque, i delfini guizzano intorno al bastimento, l'aria fresca del Mar Nero ci soffia nel viso.
Dove siamo? Dove andiamo? È un momento d'illusione e d'ebbrezza, in cui i ricordi di tutto quello che vediamo da due ore sulle due rive del Bosforo, si confondono nella nostra mente nella immagine d'una sola prodigiosa città, dieci volte più grande di Costantinopoli, abitata da popoli di tutta la terra, privilegiata di tutti i favori di Dio, e abbandonata a una festa perpetua, che ci riempie di tristezza e d'invidia.
Ma questa è l'ultima visione.
Il bastimento esce rapidamente fuori del golfo di Buiukderé.
Vediamo a sinistra il villaggio di Sariyer, circondato di cimiteri, dinanzi al quale s'apre una piccola baia, formata da quell'antico promontorio di Simas, dove s'innalzava il tempio a Venere meretricia, oggetto d'un culto particolare dei naviganti greci; poi il villaggio di Jeni-Makallé; poi il forte di Teli-Tabia, che fa fronte a un altro piccolo forte posto sulla riva asiatica, ai piedi del monte del Gigante; poi il castello Rumili-Cavak, che segna i suoi contorni severi sul cielo rosato dagli ultimi chiarori del crepuscolo.
Sull'altra riva, di fronte a Rumili-Kavak, s'alza un'altra fortezza, la quale corona il promontorio, ove sorgeva il tempio dei dodici Dei, costrutto dall'argivo Frygos, vicino a quello di Giove "distributore dei venti propizii", fondato dai Calcedonesi, e convertito poi da Giustiniano in una chiesa consacrata all'arcangelo Michele.
È quello il punto dove il Bosforo si restringe per l'ultima volta, fra l'estremo contrafforte delle montagne di Bitinia e l'estrema punta della catena dell'Hemus; considerato sempre come la prima porta del canale, da difendersi contro le invasioni del Settentrione, e teatro, perciò, di lotte ostinate fra bizantini e barbari, fra veneziani e genovesi.
Due castelli genovesi, posti l'uno in faccia all'altro, fra i quali era stesa una catena di ferro che chiudeva il canale, mostrano ancora confusamente, là presso, le loro torri e le loro mura rovinate.
Da quel punto il Bosforo va diritto, gradatamente allargandosi, al mare; le due rive sono alte e ripide, come due enormi bastioni, e non mostrano più che qualche gruppo di case meschine, qualche torre solitaria, qualche rovina di monastero, qualche avanzo di moli e d'argini antichi.
Dopo un lungo tragitto, vediamo ancora scintillare sulla riva europea i lumi del villaggio di Buiuk-Liman, e dall'altra parte la lanterna d'una fortezza, che domina il promontorio dell'Elefante; poi, a sinistra, la gran massa rocciosa dell'antica Gipopoli, dove sorgeva il palazzo di Fineo, infestato dalle Arpie; e a destra la fortezza del capo Poiraz, che ci appare come una vaga macchia oscura sul cielo grigiastro.
Qui le rive sono lontanissime; il canale par già un grande golfo; la notte discende, la brezza marina geme fra i cordami del bastimento, e il tristo mare cimmerium stende dinanzi a noi il suo infinito orizzonte livido e inquieto.
Ma il pensiero non si può ancora staccare da quelle rive piene di poesia e di memorie, non più sopraffatte dalla bellezza della natura; e vola, a sinistra, ai piedi dei piccoli Balcani, a cercare la torre d'Ovidio esule, e la muraglia meravigliosa d'Anastasio; e vaga, a destra, per una vasta terra vulcanica, a traverso le foreste infestate dai cinghiali e dagli sciacalli, in mezzo alle capanne d'un popolo selvaggio e malnoto, di cui ci par di vedere le ombre bizzarre affollate sull'alta riva, che c'imprechino un viaggio malavventurato sulle fera litora Ponti.
Due punti luminosi rompono per l'ultima volta l'oscurità, come gli occhi ardenti di due ciclopi, messi a guardia dello stretto fatato: l'Anaduli-Fanar, il fanale dell'Asia, a destra; e il Rumili-Fanar a sinistra, ai piedi del quale le Simplegadi favolose ci mostrano ancora vagamente, nell'ombra della riva, i profili tormentati delle loro roccie.
Poi i due lidi dell'Europa e dell'Asia non son più che due striscie nere, e poi quocumque adspicias, nihil est nisi pontus et aer, come cantava il povero Ovidio.
Ma la vedo ancora, la mia Costantinopoli, dietro a quelle due rive nere scomparse; la vedo più grande e più luminosa ch'io non l'abbia mai veduta dal ponte della Sultana Validé e dalle alture di Scutari; e le parlo e la saluto e l'adoro come l'ultima e la più cara visione della mia giovinezza che tramonta.
Ma uno spruzzo improvviso d'acqua salsa m'innaffia il volto e mi butta in terra il cappello; - mi sveglio; - mi guardo intorno;- la prora è deserta, il cielo è nebbioso, un vento rigido d'autunno mi agghiaccia le ossa, il mio buon Yunk, preso dal mal di mare, m'ha lasciato; non sento più che il tintinnio delle lanterne e lo scricchiolìo del bastimento che fugge, sballottato dalle onde, nell'oscurità della notte....
Il mio bel sogno orientale è finito.
FINE.
INDICE
L'arrivo
Cinque ore dopo
Il ponte
Stambul
Lungo il Corno d'oro
Il Gran Bazar
La vita a Costantinopoli
Santa Sofia
Dolma Bagcè
Le Turche
Ianghen Var
Le mura
L'antico Serraglio
Gli ultimi giorni
I Turchi
Il Bosforo
...
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