COSTANTINOPOLI, di Edmondo De Amicis - pagina 57
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All'improvviso il Bosforo s'allarga, la scena cangia, siamo di nuovo fra due baie, nel mezzo d'un vasto lago.
A sinistra è una baia stretta e profonda, intorno alla quale gira la cittadina greca d'Istenia; Sosthenios, dal tempio e dalla statua alata che innalzarono là gli Argonauti, in onore del Genio tutelare che li aveva resi vittoriosi nella lotta contro Amico, re di Bebrice.
Grazie a una leggera curva che descrive il bastimento verso l'Europa, vediamo distintamente i caffè e le casette schierate lungo la riva, le piccole ville sparse fra gli olivi e i vigneti, la valle che sbocca nel porto, il torrentello che precipita da un'altura e la famosa fontana moresca di marmo bianco nitidissimo, ombreggiata da un gruppo d'aceri enormi, da cui spenzolano le reti dei pescatori, in mezzo a un va e vieni di donnine greche, che portano le anfore sul capo.
In faccia a Istenia, sopra la baia della riva asiatica, fa capolino, fra gli alberi, il villaggio turco di Cibulkú, dove c'era il convento rinomato dei Vigili, che pregavano e cantavano, senza interruzione, il giorno e la notte.
Le due rive del Bosforo sono piene, da un mare all'altro, delle memorie di questi cenobiti e anacoreti fanatici del quinto secolo, che erravano per i colli, carichi di croci e di catene, tormentati da cilici e da collari di ferro, o che stavano settimane e mesi, immobili sulla cima d'una colonna o d'un albero, intorno a cui andavano a prostrarsi, a digiunare, a pregare, a percotersi il petto principi, soldati, magistrati e pastori, invocando una benedizione o un consiglio, come una grazia di Dio.
Ma è un potere singolare che ha il Bosforo, quello di sviare irresistibilmente dal passato il pensiero del viaggiatore che scorra per le prime volte lungo le sue rive.
Tutti i ricordi, tutte le immagini più grandi, più belle o più tristi, che possa fornire la storia o la leggenda di quei luoghi, rimangono offuscate, soverchiate, sto per dire sepolte da quel rigoglio prodigioso di vegetazione, da quello sfolgorio di colori festosi, da quella esuberanza di vita, dalla giovinezza poderosa e superba di quella bella natura tutta sorriso e tutta festa.
Bisogna fare uno sforzo per credere che in quelle acque, in mezzo a quella bellezza fatata, abbiano potuto urtarsi furiosamente, ardersi e insanguinarsi, le flotte dei bulgari, dei goti, degli eruli, dei bizantini, dei russi, dei turchi.
I castelli medesimi, che coronano le colline, non destano nemmeno un'idea di quel sentimento di terrore poetico, che ispirano in altri luoghi le rovine di quella natura; e paion piuttosto una decorazione artificiale del paesaggio, che monumenti veri di guerra, che un giorno abbiano vomitato la morte.
Tutto è come velato da una tinta di languore e di dolcezza che non desta se non pensieri sereni e un desiderio immenso di pace.
Di là da Istenia il Bosforo s'allarga ancora, e il bastimento arriva in pochi minuti in un punto da cui si gode la più stupenda veduta di quante se ne sono offerte sinora ai nostri occhi.
Voltandoci verso l'Europa, abbiamo davanti la piccola città greca ed armena di Ieni-Kioi, posta alle falde d'un'alta collina coperta di vigneti e di boschetti di pini, e distesa ad arco sporgente sopra una riva rocciosa, contro cui si rompe la corrente con grande strepito; e un po' più in là, la bellissima baia di Kalender, piena di barchette, contornata di casette da giardino, e inghirlandata da una vegetazione lussureggiante, sopra la quale sporgono le terrazze aeree d'un chiosco imperiale.
Voltandoci indietro, abbiamo davanti la riva asiatica che s'incurva in un grande arco, formando un meraviglioso anfiteatro di colli, di villaggi e di porti.
È Indgir-Kioi, il villaggio dei fichi, coronato di giardini; accanto a Indgir-Kioi, Sultanié, che par nascosto in un bosco; dopo Sultanié, il grosso villaggio di Beikos, circondato di orti e di vigneti, e ombreggiato da altissimi noci, il quale si specchia nel più bel golfo del Bosforo, che è l'antico golfo dove il re di Bebrice fu vinto da Polluce, e dov'era l'alloro prodigioso che faceva impazzire chi ne toccava le foglie; e di là da Beikos, lontano, il villaggio di Iali, l'antica Amea, che non par più che un mucchio di fiori gialli e vermigli sopra un grande tappeto verde.
Ma questo non è che un abbozzo del grande quadro.
Bisogna immaginare le forme indescrivibilmente gentili di quei colli, che si vorrebbero accarezzare colla mano; quegli innumerevoli piccolissimi villaggi senza nome, che paiono messi là dalla mano d'un pittore; quella vegetazione di tutti i climi, quelle architetture di tutti i paesi, quelle gradinate di giardini, quelle cascatelle d'acqua, quelle ombre cupe, quelle moschee luccicanti, quell'azzurro picchiettato di vele bianche e quel cielo rosato dal tramonto.
Ma arrivato là provai anch'io un senso di sazietà, come lo provan quasi tutti, a un certo punto del Bosforo.
Stanca quella successione interminabile di linee molli e di colori ridenti.
È una monotonia di gentilezza e di grazia in cui il pensiero si addormenta.
Si vorrebbe veder sorgere tutt'a un tratto sopra una di quelle rive una roccia smisurata e deforme o stendersi un lunghissimo tratto di spiaggia deserta e triste, sparsa degli avanzi d'un naufragio.
E allora, per distrarsi, non c'è che a fissar l'attenzione sulle acque.
Il Bosforo pare un porto continuo.
Si passa accanto alle corazzate splendide dell'armata ottomana; in mezzo a flotte di bastimenti mercantili di tutti i paesi, dalle vele variopinte e dalle poppe bizzarre, affollate di gente strana; s'incontrano i legni dalle forme antiche dei porti asiatici del Mar Nero, e le piccole corvette eleganti delle Ambasciate; passano, come saette, le barchette a vela dei signori, che volano a gara, sotto gli occhi degli spettatori schierati sulla riva; barche di tutte le forme, piene di gente di tutti i colori, si spiccano o approdano ai mille piccoli scali dei due continenti; i caicchi rimorchiati guizzano in mezzo a lunghe file di barconi carichi di mercanzie; le lancie imbandierate dei marinai si incrociano colle zattere dei pescatori, coi caicchi dorati dei Pascià, coi piroscafi di Costantinopoli, pieni di turbanti, di fez e di veli, che attraversano il canale a zig zag per toccare tutte le stazioni.
E siccome anche il nostro bastimento va innanzi serpeggiando, così tutto questo spettacolo par che ci giri intorno: i promontorii si spostano, le colline cambiano inaspettatamente di forma, i villaggi si nascondono e poi ricompaiono in un nuovo aspetto, e davanti e dietro di noi, ora il Bosforo si chiude come un lago, ora s'apre e lascia vedere una fuga di laghi e di colli lontani; poi, tutt'a un tratto, le colline tornano a congiungersi davanti e di dietro, e si rimane in una conca verde da cui non si capisce come si potrà uscire; ma s'ha appena il tempo di scambiar dieci parole con un vicino, che già la conca è sparita, e si vedono intorno nuove alture, nuove città, nuovi porti.
Si è fra la baia di Terapia, - Pharmacia, dei veleni di Medea -, e la baia di Hunchiar Iskelessi, scalo dei Sultani, dove fu segnato nel 1833 il trattato famoso che chiuse i Dardanelli alle flotte straniere.
Qui lo spettacolo del Bosforo è al penultimo grado della sua bellezza.
Terapia è la più splendida cittadina che orni le sue rive, dopo Bujukderè, e la valle che si apre dietro la baia di Hunchiar-Iskelessi è la più verde, la più cara, la più poetica valle che si possa ammirare fra il Mar di Marmara e il Mar Nero.
Terapia si stende in parte sopra una riva diritta, ai piedi di una grande collina, e parte intorno a un seno profondo, che è il suo porto, pieno di bastimenti e di barche, sul quale sbocca la valletta di Krio-nero, in cui un'altra parte della città s'appiatta fra la verzura.
La riva del mare è tutta coperta di caffè pittoreschi, che sporgono sull'acqua, di alberghi signorili, di casette pompose, di gruppi d'alberi altissimi, che ombreggiano piazzette e fontane; di là dai quali s'alzano i palazzi d'estate delle Ambasciate di Francia, d'Italia e di Inghilterra, e sopra questi, un chiosco imperiale; e tutt'intorno, e su per la collina, terrazze su terrazze, giardini su giardini, ville su ville, boschetti sopra boschetti; e gente vestita di vivi colori formicola nei caffè, nel porto, sulle rive, su per i sentieri delle alture, come in una piccola metropoli in festa.
Dalla parte dell'Asia, invece, tutto è pace.
Il piccolo villaggio di Hunchiar-Iskelessi, soggiorno prediletto dei ricchi armeni di Costantinopoli, dorme fra i platani e i cipressi, intorno al suo piccolo porto, percorso da poche barchette furtive; di là dal villaggio, sulla cima d'una vasta scala di giardini, torreggia, solitario, il chiosco magnifico d'Abdul-Aziz; e di là dal chiosco svolta e si nasconde, in mezzo a uno sfarzo indescrivibile di vegetazione tropicale, la valle favorita dei Padiscià, piena di misteri e di sogni.
Ma tutta questa bellezza non par più nulla, un miglio più innanzi, quando il bastimento è arrivato davanti al golfo di Bujuk-deré.
Qui è la maestà e la grazia suprema del Bosforo.
Qui chi era già stanco della sua bellezza, ed aveva pronunciato irriverentemente il suo nome, si scopre la fronte, e gli domanda perdono.
Si è in mezzo a un vasto lago coronato di meraviglie, che ispira l'idea di mettersi a girare, come i dervis, sulla prora del bastimento, per veder tutte le rive e tutte le colline in un punto.
Sulla riva d'Europa, intorno a un golfo profondo, dove va a morire la corrente in molli ondulazioni, alle falde d'una grande collina, sparsa di ville innumerevoli, s'allarga la città di Bujuk-derè, vasta, colorita come un'immensa aiuola di fiori, tutta palazzine, chioschi e villette tuffate in una verzura vivissima, che par che esca dai tetti e dai muri, e colmi le strade e le piazze.
La città si stende a destra fino ad un piccolo seno, che è come un golfo nel golfo, intorno a cui gira il villaggio di Kefele-Kioi; e dietro a questo s'apre una larga vallata, tutta verde di praterie, e biancheggiante di case, per la quale si va al grande acquedotto di Mahmud e alla foresta di Belgrado.
È la valle in cui, giusta la tradizione, si sarebbe accampato nel 1096 l'esercito della prima crociata; e uno dei sette platani giganteschi, a cui il luogo deve la sua fama, è chiamato il platano di Goffredo di Buglione.
Di là da Kefele-Kioi, s'apre un'altra baia, verde di cipressi e bianca di case, e di là dalla baia, si vede ancora Terapia, sparpagliata ai piedi della sua collina verdecupa.
Arrivati fin là collo sguardo, ci si volta indietro, verso l'Asia, e si prova un sentimento vivissimo di sorpresa.
Si è dinanzi al più alto monte del Bosforo, il monte del Gigante, della forma d'una enorme piramide verde, dov'è il sepolcro famoso, chiamato da tre leggende "letto d'Ercole, fossa d'Amico, tomba di Giosuè giudice degli Ebrei;" custodito ora da due dervis e visitato dai musulmani infermi, che vanno a deporvi i brandelli dei loro vestiti.
Il monte spinge le sue falde alberate e fiorite fin sulla riva, dove, fra due promontorii verdeggianti, s'apre la bella baia d'Umuryeri, macchiettata di cento colori dalle case d'un villaggio musulmano disperso capricciosamente sulle sue sponde, al quale fanno ala altri branchi di villini e di casette, disseminate, come fiori buttati via, per le praterie e per le alture vicine.
Ma lo spettacolo non è tutto in questo cerchio.
Diritto in faccia a noi luccica il Mar Nero; e voltandoci verso Costantinopoli, si vede ancora, di là da Terapia, in una lontananza violacea e confusa, la baia di Kalender, Kieni-Kioi, Indgir-Kioi, Sultanié, che paiono, piuttosto che prospetti veri, vedute immaginarie d'un mondo remoto.
Il sole tramonta; la riva d'Europa comincia a velarsi di ombre azzurrine e cineree; la riva d'Asia è ancora dorata; le acque lampeggiano; sciami di barchette, cariche di mariti e d'amanti, reduci da Costantinopoli, corrono verso la riva europea, incontrate, arrestate, circuite da altre barchette, cariche di signore e di fanciulli, che vengono dalle ville; dai caffè di Bujukderè ci arrivano suoni interrotti di musiche e di canti; le aquile ruotano sopra la montagna del Gigante, i marki bianchi svolazzano lungo la riva, gli alcioni radono le acque, i delfini guizzano intorno al bastimento, l'aria fresca del Mar Nero ci soffia nel viso.
Dove siamo? Dove andiamo? È un momento d'illusione e d'ebbrezza, in cui i ricordi di tutto quello che vediamo da due ore sulle due rive del Bosforo, si confondono nella nostra mente nella immagine d'una sola prodigiosa città, dieci volte più grande di Costantinopoli, abitata da popoli di tutta la terra, privilegiata di tutti i favori di Dio, e abbandonata a una festa perpetua, che ci riempie di tristezza e d'invidia.
Ma questa è l'ultima visione.
Il bastimento esce rapidamente fuori del golfo di Buiukderé.
Vediamo a sinistra il villaggio di Sariyer, circondato di cimiteri, dinanzi al quale s'apre una piccola baia, formata da quell'antico promontorio di Simas, dove s'innalzava il tempio a Venere meretricia, oggetto d'un culto particolare dei naviganti greci; poi il villaggio di Jeni-Makallé; poi il forte di Teli-Tabia, che fa fronte a un altro piccolo forte posto sulla riva asiatica, ai piedi del monte del Gigante; poi il castello Rumili-Cavak, che segna i suoi contorni severi sul cielo rosato dagli ultimi chiarori del crepuscolo.
Sull'altra riva, di fronte a Rumili-Kavak, s'alza un'altra fortezza, la quale corona il promontorio, ove sorgeva il tempio dei dodici Dei, costrutto dall'argivo Frygos, vicino a quello di Giove "distributore dei venti propizii", fondato dai Calcedonesi, e convertito poi da Giustiniano in una chiesa consacrata all'arcangelo Michele.
È quello il punto dove il Bosforo si restringe per l'ultima volta, fra l'estremo contrafforte delle montagne di Bitinia e l'estrema punta della catena dell'Hemus; considerato sempre come la prima porta del canale, da difendersi contro le invasioni del Settentrione, e teatro, perciò, di lotte ostinate fra bizantini e barbari, fra veneziani e genovesi.
Due castelli genovesi, posti l'uno in faccia all'altro, fra i quali era stesa una catena di ferro che chiudeva il canale, mostrano ancora confusamente, là presso, le loro torri e le loro mura rovinate.
Da quel punto il Bosforo va diritto, gradatamente allargandosi, al mare; le due rive sono alte e ripide, come due enormi bastioni, e non mostrano più che qualche gruppo di case meschine, qualche torre solitaria, qualche rovina di monastero, qualche avanzo di moli e d'argini antichi.
Dopo un lungo tragitto, vediamo ancora scintillare sulla riva europea i lumi del villaggio di Buiuk-Liman, e dall'altra parte la lanterna d'una fortezza, che domina il promontorio dell'Elefante; poi, a sinistra, la gran massa rocciosa dell'antica Gipopoli, dove sorgeva il palazzo di Fineo, infestato dalle Arpie; e a destra la fortezza del capo Poiraz, che ci appare come una vaga macchia oscura sul cielo grigiastro.
Qui le rive sono lontanissime; il canale par già un grande golfo; la notte discende, la brezza marina geme fra i cordami del bastimento, e il tristo mare cimmerium stende dinanzi a noi il suo infinito orizzonte livido e inquieto.
Ma il pensiero non si può ancora staccare da quelle rive piene di poesia e di memorie, non più sopraffatte dalla bellezza della natura; e vola, a sinistra, ai piedi dei piccoli Balcani, a cercare la torre d'Ovidio esule, e la muraglia meravigliosa d'Anastasio; e vaga, a destra, per una vasta terra vulcanica, a traverso le foreste infestate dai cinghiali e dagli sciacalli, in mezzo alle capanne d'un popolo selvaggio e malnoto, di cui ci par di vedere le ombre bizzarre affollate sull'alta riva, che c'imprechino un viaggio malavventurato sulle fera litora Ponti.
Due punti luminosi rompono per l'ultima volta l'oscurità, come gli occhi ardenti di due ciclopi, messi a guardia dello stretto fatato: l'Anaduli-Fanar, il fanale dell'Asia, a destra; e il Rumili-Fanar a sinistra, ai piedi del quale le Simplegadi favolose ci mostrano ancora vagamente, nell'ombra della riva, i profili tormentati delle loro roccie.
Poi i due lidi dell'Europa e dell'Asia non son più che due striscie nere, e poi quocumque adspicias, nihil est nisi pontus et aer, come cantava il povero Ovidio.
Ma la vedo ancora, la mia Costantinopoli, dietro a quelle due rive nere scomparse; la vedo più grande e più luminosa ch'io non l'abbia mai veduta dal ponte della Sultana Validé e dalle alture di Scutari; e le parlo e la saluto e l'adoro come l'ultima e la più cara visione della mia giovinezza che tramonta.
Ma uno spruzzo improvviso d'acqua salsa m'innaffia il volto e mi butta in terra il cappello; - mi sveglio; - mi guardo intorno;- la prora è deserta, il cielo è nebbioso, un vento rigido d'autunno mi agghiaccia le ossa, il mio buon Yunk, preso dal mal di mare, m'ha lasciato; non sento più che il tintinnio delle lanterne e lo scricchiolìo del bastimento che fugge, sballottato dalle onde, nell'oscurità della notte....
Il mio bel sogno orientale è finito.
FINE.
INDICE
L'arrivo
Cinque ore dopo
Il ponte
Stambul
Lungo il Corno d'oro
Il Gran Bazar
La vita a Costantinopoli
Santa Sofia
Dolma Bagcè
Le Turche
Ianghen Var
Le mura
L'antico Serraglio
Gli ultimi giorni
I Turchi
Il Bosforo
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