CUORE, di Edmondo De Amicis - pagina 10
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All'improvviso, Giulio diè un grido acuto, - due braccia convulse gli avevan serrata la testa.
- O babbo! babbo, perdonami! perdonami! - gridò, riconoscendo suo padre al pianto.
- Tu, perdonami! - rispose il padre, singhiozzando e coprendogli la fronte di baci, - ho capito tutto, so tutto, son io, son io che ti domando perdono, santa creatura mia, vieni, vieni con me! - E lo sospinse, o piuttosto se lo portò al letto di sua madre, svegliata, e glielo gettò tra le braccia e le disse: - Bacia quest'angiolo di figliuolo che da tre mesi non dorme e lavora per me, e io gli contristo il cuore, a lui che ci guadagna il pane! - La madre se lo strinse e se lo tenne sul petto, senza poter raccoglier la voce; poi disse: - A dormire, subito, bambino mio, va' a dormire, a riposare! Portalo a letto! - Il padre lo pigliò fra le braccia, lo portò nella sua camera, lo mise a letto, sempre ansando e carezzandolo, e gli accomodò i cuscini e le coperte.
- Grazie, babbo, - andava ripetendo il figliuolo, - grazie; ma va' a letto tu ora; io sono contento; va' a letto, babbo.
- Ma suo padre voleva vederlo addormentato, sedette accanto al letto, gli prese la mano e gli disse:
- Dormi, dormi figliuol mio! - E Giulio, spossato, s'addormentò finalmente, e dormì molte ore, godendo per la prima volta, dopo vari mesi, d'un sonno tranquillo, rallegrato da sogni ridenti; e quando aprì gli occhi, che splendeva già il sole da un pezzo, sentì prima, e poi si vide accosto al petto, appoggiata sulla sponda del letticciolo, la testa bianca del padre, che aveva passata la notte così, e dormiva ancora, con la fronte contro il suo cuore.
La volontà
28, mercoledì
C'è Stardi, nella mia classe, che avrebbe la forza di fare quello che fece il piccolo fiorentino.
Questa mattina ci furono due avvenimenti alla scuola: Garoffi, matto dalla contentezza, perché gli han restituito il suo album, con l'aggiunta di tre francobolli della repubblica di Guatemala, ch'egli cercava da tre mesi; e Stardi che ebbe la seconda medaglia.
Stardi, primo della classe dopo Derossi! Tutti ne rimasero meravigliati.
Chi l'avrebbe mai detto, in ottobre, quando suo padre lo condusse a scuola rinfagottato in quel cappottone verde, e disse al maestro, in faccia a tutti: - Ci abbia molta pazienza perché è molto duro di comprendonio! - Tutti gli davan della testa di legno da principio.
Ma egli disse: - O schiatto, o riesco, - e si mise per morto a studiare, di giorno, di notte, a casa, in iscuola, a passeggio, coi denti stretti e coi pugni chiusi, paziente come un bove, ostinato come un mulo, e così, a furia di pestare, non curando le canzonature e tirando calci ai disturbatori, è passato innanzi agli altri, quel testone.
Non capiva un'acca di aritmetica, empiva di spropositi la composizione, non riesciva a tener a mente un periodo, e ora risolve i problemi, scrive corretto e canta la lezione come un artista.
E s'indovina la sua volontà di ferro a veder com'è fatto, così tozzo, col capo quadro e senza collo, con le mani corte e grosse e con quella voce rozza.
Egli studia perfin nei brani di giornale e negli avvisi dei teatri, e ogni volta che ha dieci soldi si compera un libro: s'è già messo insieme una piccola biblioteca, e in un momento di buon umore si lasciò scappar di bocca che mi condurrà a casa a vederla.
Non parla a nessuno, non gioca con nessuno, è sempre lì al banco coi pugni alle tempie, fermo come un masso, a sentire il maestro.
Quanto deve aver faticato, povero Stardi! Il maestro glielo disse questa mattina, benché fosse impaziente e di malumore, quando diede le medaglie: - Bravo Stardi; chi la dura la vince.
- Ma egli non parve affatto inorgoglito, non sorrise, e appena tornato al banco con la sua medaglia, ripiantò i due pugni alle tempie e stette più immobile e più attento di prima.
Ma il più bello fu all'uscita, che c'era a aspettarlo suo padre, - un flebotomo, - grosso e tozzo come lui, con un faccione e un vocione.
Egli non se l'aspettava quella medaglia, e non ci voleva credere, bisognò che il maestro lo assicurasse, e allora si mise a ridere di gusto, e diede una manata sulla nuca al figliuolo, dicendo forte: - Ma bravo, ma bene, caro zuccone mio, va'! - e lo guardava stupito, sorridendo.
E tutti i ragazzi intorno sorridevano, eccettuato Stardi.
Egli ruminava già nella cappadoccia la lezione di domani mattina.
Gratitudine
31, sabato
Il tuo compagno Stardi non si lamenta mai del suo maestro, ne son certo.
- Il maestro era di malumore, era impaziente; - tu lo dici in tono di risentimento.
Pensa un po' quante volte fai degli atti d'impazienza tu, e con chi? con tuo padre e con tua madre, coi quali la tua impazienza è un delitto.
Ha ben ragione il tuo maestro di essere qualche volta impaziente! Pensa che da tanti anni fatica per i ragazzi; e che se n'ebbe molti affettuosi e gentili, ne trovò pure moltissimi ingrati, i quali abusarono della sua bontà, e disconobbero le sue fatiche; e che pur troppo, fra tutti, gli date più amarezze che soddisfazioni.
Pensa che il più santo uomo della terra, messo al suo posto, si lascerebbe vincere qualche volta dall'ira.
E poi, se sapessi quante volte il maestro va a far lezione malato, solo perché non ha un male grave abbastanza da farsi dispensar dalla scuola, ed è impaziente perché soffre, e gli è un grande dolore il vedere che voi altri non ve n'accorgete o ne abusate! Rispetta, ama il tuo maestro, figliuolo.
Amalo perché tuo padre lo ama e lo rispetta; perché egli consacra la vita al bene di tanti ragazzi che lo dimenticheranno, amalo perché ti apre e t'illumina l'intelligenza e ti educa l'animo; perché un giorno, quando sarai uomo, e non saremo più al mondo né io né lui, la sua immagine ti si presenterà spesso alla mente accanto alla mia, e allora, vedi, certe espressioni di dolore e di stanchezza del suo buon viso di galantuomo, alle quali ora non badi, te le ricorderai, e ti faranno pena, anche dopo trent'anni; e ti vergognerai, proverai tristezza di non avergli voluto bene, d'esserti portato male con lui.
Io non son contento dell'affetto che hai per me, se non ne hai pure per tutti coloro che ti fanno del bene, e fra questi il tuo maestro è il primo, dopo i tuoi parenti.
Amalo come ameresti un mio fratello, amalo quando ti accarezza e quando ti rimprovera, quando è giusto e quando ti par che sia ingiusto, amalo quando è allegro e affabile, e amalo anche di più quando lo vedi triste.
Amalo sempre.
E pronuncia sempre con riverenza questo nome - maestro - che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo a un altro uomo.
TUO PADRE
GENNAIO
Il maestro supplente
4, mercoledì
Aveva ragione mio padre: il maestro era di malumore perché non stava bene, e da tre giorni, infatti, viene in sua vece il supplente, quello piccolo e senza barba, che pare un giovinetto.
Una brutta cosa accadde questa mattina.
Già il primo e il secondo giorno avevan fatto chiasso nella scuola, perché il supplente ha una gran pazienza, e non fa che dire: - State zitti, state zitti, vi prego.
- Ma questa mattina si passò la misura.
Si faceva un ronzìo che non si sentivan più le sue parole, ed egli ammoniva, pregava: ma era fiato sprecato.
Due volte il Direttore s'affacciò all'uscio e guardò.
Ma via lui, il sussurro cresceva, come in un mercato.
Avevano un bel voltarsi Garrone e Derossi a far dei cenni ai compagni che stessero buoni, che era una vergogna.
Nessuno ci badava.
Non c'era che Stardi che stesse quieto, coi gomiti sul banco e i pugni alle tempie, pensando forse alla sua famosa libreria, e Garoffi, quello del naso a uncino e dei francobolli, che era tutto occupato a far l'elenco dei sottoscrittori a due centesimi per la lotteria d'un calamaio da tasca.
Gli altri cicalavano e ridevano, sonavano con punte di pennini piantate nei banchi e si tiravano dei biascicotti di carta con gli elastici delle calze.
Il supplente afferrava per un braccio ora l'uno ora l'altro, e li scrollava, e ne mise uno contro il muro: tempo perso.
Non sapeva più a che santo votarsi, pregava: - Ma perché fate in codesto modo? volete farmi rimproverare per forza? - Poi batteva il pugno sul tavolino, e gridava con voce di rabbia e di pianto: - Silenzio! Silenzio! Silenzio! - Faceva pena a sentirlo.
Ma il rumore cresceva sempre.
Franti gli tirò una frecciuola di carta, alcuni facevan la voce del gatto, altri si scappellottavano; era un sottosopra da non descriversi; quando improvvisamente entrò il bidello e disse: - Signor maestro, il Direttore la chiama.
- Il maestro s'alzò e uscì in fretta, facendo un atto disperato.
Allora il baccano ricominciò più forte.
Ma tutt'a un tratto Garrone saltò su col viso stravolto e coi pugni stretti, e gridò con la voce strozzata dall'ira: - Finitela.
Siete bestie.
Abusate perché è buono.
Se vi pestasse le ossa stareste mogi come cani.
Siete un branco di vigliacchi.
Il primo che gli fa ancora uno scherno lo aspetto fuori e gli rompo i denti, lo giuro, anche sotto gli occhi di suo padre! - Tutti tacquero.
Ah! Com'era bello a vedere, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme! Un leoncello furioso, pareva.
Guardò uno per uno i più arditi, e tutti chinaron la testa.
Quando il supplente rientrò, con gli occhi rossi, non si sentiva più un alito.
- Egli rimase stupito.
Ma poi, vedendo Garrone ancora tutto acceso e fremente, capì, e gli disse con l'accento d'un grande affetto, come avrebbe detto a un fratello: - Ti ringrazio, Garrone.
La libreria di Stardi
Sono andato da Stardi, che sta di casa in faccia alla scuola, e ho provato invidia davvero a veder la sua libreria.
Non è mica ricco, non può comprar molti libri; ma egli conserva con gran cura i suoi libri di scuola, e quelli che gli regalano i parenti, e tutti i soldi che gli danno, li mette da parte e li spende dal libraio: in questo modo s'è già messo insieme una piccola biblioteca, e quando suo padre s'è accorto che aveva quella passione, gli ha comperato un bello scaffale di noce con la tendina verde, e gli ha fatto legare quasi tutti i volumi coi colori che piacevano a lui.
Così ora egli tira un cordoncino, la tenda verde scorre via e si vedono tre file di libri d'ogni colore, tutti in ordine, lucidi, coi titoli dorati sulle coste; dei libri di racconti, di viaggi e di poesie; e anche illustrati.
Ed egli sa combinar bene i colori, mette i volumi bianchi accanto ai rossi, i gialli accanto ai neri, gli azzurri accanto ai bianchi, in maniera che si vedan di lontano e facciano bella figura; e si diverte poi a variare le combinazioni.
S'è fatto il suo catalogo.
È come un bibliotecario.
Sempre sta attorno ai suoi libri, a spolverarli, a sfogliarli, a esaminare le legature; bisogna vedere con che cura gli apre, con quelle sue mani corte e grosse, soffiando tra le pagine: paiono ancora tutti nuovi.
Io che ho sciupato tutti i miei! Per lui, ad ogni nuovo libro che compera, è una festa a lisciarlo, a metterlo al posto e a riprenderlo per guardarlo per tutti i versi e a covarselo come un tesoro.
Non m'ha fatto veder altro in un'ora.
Aveva male agli occhi dal gran leggere.
A un certo momento passò nella stanza suo padre, che è grosso e tozzo come lui, con un testone come il suo, e gli diede due o tre manate sulla nuca, dicendomi con quel vocione: - Che ne dici, eh, di questa testaccia di bronzo? E una testaccia che riuscirà a qualcosa, te lo assicuro io! - E Stardi socchiudeva gli occhi sotto quelle ruvide carezze come un grosso cane da caccia.
Io non so; non osavo scherzare con lui; non mi pareva vero che avesse solamente un anno più di me, e quando mi disse - A rivederci - sull'uscio, con quella faccia che par sempre imbronciata, poco mancò che gli rispondessi: - La riverisco - come a un uomo.
Io lo dissi poi a mio padre, a casa: - Non capisco, Stardi non ha ingegno, non ha belle maniere, è una figura quasi buffa; eppure mi mette soggezione.
- E mio padre rispose: - È perché ha carattere.
- Ed io soggiunsi: - In un'ora che son stato con lui non ha pronunciato cinquanta parole, non m'ha mostrato un giocattolo, non ha riso una volta; eppure ci son stato volentieri.
- E mio padre rispose: - È perché lo stimi.
Il figliuolo del fabbro ferraio
Sì, ma anche Precossi io stimo, ed è troppo poco il dire che lo stimo.
Precossi, il figliuolo del fabbro ferraio, quello piccolo, smorto, che ha gli occhi buoni e tristi, e un'aria di spaventato così timido, che dice a tutti: scusami; sempre malaticcio, e che pure studia tanto.
Suo padre rientra in casa ubriaco d'acquavite, e lo batte senza un perché al mondo, gli butta in aria i libri e i quaderni con un rovescione; ed egli viene a scuola coi lividi sul viso, qualche volta col viso tutto gonfio e gli occhi infiammati dal gran piangere.
Ma mai, mai che gli si possa far dire che suo padre l'ha battuto.
- È tuo padre che t'ha battuto! - gli dicono i compagni.
Ed egli grida subito: - Non è vero! Non è vero! - per non far disonore a suo padre.
- Questo foglio non l'hai bruciato tu, - gli dice il maestro, mostrandogli il lavoro mezzo bruciato.
- Sì, - risponde lui, con la voce tremante; - son io che l'ho lasciato cadere sul fuoco.
- Eppure noi lo sappiamo bene che è suo padre briaco che ha rovesciato tavolo e lume con una pedata, mentr'egli faceva il suo lavoro.
Egli sta in una soffitta della nostra casa, dall'altra scala, la portinaia racconta tutto a mia madre; mia sorella Silvia lo sentì gridare dal terrazzo un giorno che suo padre gli fece far la scala a capitomboli perché gli aveva chiesto dei soldi da comperare la Grammatica.
Suo padre beve, non lavora, e la famiglia patisce la fame.
Quante volte il povero Precossi viene a scuola digiuno, e rosicchia di nascosto un panino che gli dà Garrone, o una mela che gli porta la maestrina della penna rossa, che fu sua maestra di prima inferiore! Ma mai ch'egli dica: - Ho fame, mio padre non mi dà da mangiare.
- Suo padre vien qualche volta a prenderlo, quando passa per caso davanti alla scuola, pallido, malfermo sulle gambe, con la faccia torva, coi capelli sugli occhi e il berretto per traverso; e il povero ragazzo trema tutto quando lo vede nella strada; ma tanto gli corre incontro sorridendo, e suo padre par che non lo veda e pensi ad altro.
Povero Precossi! Egli si ricuce i quaderni stracciati, si fa imprestare i libri per studiare la lezione, si riattacca i brindelli della camicia con degli spilli, ed è una pietà a vederlo far la ginnastica con quelli scarponi che ci sguazza dentro, con quei calzoni che strascicano, e quel giacchettone troppo lungo, con le maniche rimboccate sino ai gomiti.
E studia, s'impegna; sarebbe uno dei primi se potesse lavorare a casa tranquillo.
Questa mattina è venuto alla scuola col segno d'un'unghiata sopra una gota, e tutti a dirgli: - È stato tuo padre, non lo puoi negare sta volta, è tuo padre che t'ha fatto quello.
Dillo al Direttore, che lo faccia chiamare in questura.
- Ma egli s'alzò tutto rosso con la voce che tremava dallo sdegno: - Non è vero! Non è vero! Mio padre non mi batte mai! - Ma poi, durante la lezione, gli cascavan le lacrime sul banco, e quando qualcuno lo guardava, si sforzava di sorridere, per non parere.
Povero Precossi! Domani verranno a casa mia Derossi, Coretti e Nelli; lo voglio dire anche a lui, che venga.
E voglio fargli far merenda con me, regalargli dei libri, metter sossopra la casa per divertirlo e empirgli le tasche di frutte, per vederlo una volta contento, povero Precossi, che è tanto buono e ha tanto coraggio!
Una bella visita
12, giovedì
Ecco uno dei giovedì più belli dell'anno, per me.
Alle due in punto vennero a casa Derossi e Coretti, con Nelli, il gobbino; Precossi, suo padre non lo lasciò venire.
Derossi e Coretti ridevano ancora ché avevano incontrato per strada Crossi, il figliuolo dell'erbivendola, - quello del braccio morto e dei capelli rossi, - che portava a vendere un grossissimo cavolo, e col soldo del cavolo doveva poi andar a comperare una penna; ed era tutto contento perché suo padre ha scritto dall'America che lo aspettassero di giorno in giorno.
Oh le belle due ore che abbiamo passate insieme! Sono i due più allegri della classe Derossi e Coretti; mio padre ne rimase innamorato.
Coretti aveva la sua maglia color cioccolata e il suo berretto di pel di gatto.
È un diavolo, che sempre vorrebbe fare, rimestare, sfaccendare.
Aveva già portato sulle spalle una mezza carrata di legna, la mattina presto; eppure galoppò per tutta la casa, osservando tutto e parlando sempre, arzillo e lesto come uno scoiattolo, e passando in cucina domandò alla cuoca quanto ci fanno pagare le legna il miriagramma, ché suo padre le dà a quarantacinque centesimi.
Sempre parla di suo padre, di quando fu soldato nel 49° reggimento, alla battaglia di Custoza, dove si trovò nel quadrato del principe Umberto; ed è così gentile di maniere! Non importa che sia nato e cresciuto fra le legna: egli l'ha nel sangue, nel cuore la gentilezza, come dice mio padre.
E Derossi ci divertì molto: egli sa la geografia come un maestro: chiudeva gli occhi e diceva: - Ecco, io vedo tutta l'Italia, gli Appennini che s'allungano sino al Mar Jonio, i fiumi che corrono di qua e di là, le città bianche, i golfi, i seni azzurri, le isole verdi; - e diceva i nomi giusti, per ordine, rapidissimamente, come se leggesse sulla carta; e a vederlo così con quella testa alta, tutta riccioli biondi, con gli occhi chiusi, tutto vestito di turchino coi bottoni dorati, diritto e bello come una statua, tutti stavamo in ammirazione.
In un'ora egli aveva imparato a mente quasi tre pagine che deve recitare dopo domani, per l'anniversario dei funerali di re Vittorio.
E anche Nelli lo guardava con meraviglia e con affetto, stropicciando la falda del suo grembialone di tela nero, e sorridendo con quegli occhi chiari e melanconici.
Mi fece un grande piacere quella visita, mi lasciò qualche cosa, come delle scintille, nella mente e nel cuore.
E anche mi piacque, quando se n'andarono, vedere il povero Nelli in mezzo agli altri due, grandi e forti, che lo portavano a casa a braccetto, facendolo ridere come non l'ho visto ridere mai.
Rientrando nella stanza da mangiare, m'accorsi che non c'era più il quadro che rappresenta Rigoletto, il buffone gobbo.
L'aveva levato mio padre perché Nelli non lo vedesse.
I funerali di Vittorio Emanuele
17, martedì
Quest'oggi alle due, appena entrato nella scuola, il maestro chiamò Derossi, il quale s'andò a mettere accanto al tavolino, in faccia a noi, e cominciò a dire col suo accento vibrato, alzando via via la voce limpida e colorandosi in viso:
- Quattro anni sono, in questo giorno, a quest'ora, giungeva davanti al Pantheon, a Roma, il carro funebre che portava il cadavere di Vittorio Emanuele II, primo re d'Italia, morto dopo ventinove anni di regno, durante i quali la grande patria italiana, spezzata in sette Stati e oppressa da stranieri e da tiranni, era risorta in uno Stato solo, indipendente e libero, dopo un regno di ventinove anni, ch'egli aveva fatto illustre e benefico col valore, con la lealtà, con l'ardimento nei pericoli, con la saggezza nei trionfi, con la costanza nelle sventure.
Giungeva il carro funebre, carico di corone, dopo aver percorso Roma sotto una pioggia di fiori, tra il silenzio di una immensa moltitudine addolorata, accorsa da ogni parte d'Italia, preceduto da una legione di generali e da una folla di ministri e di principi, seguito da un corteo di mutilati, da una selva di bandiere, dagli inviati di trecento città, da tutto ciò che rappresenta la potenza e la gloria d'un popolo, giungeva dinanzi al tempio augusto dove l'aspettava la tomba.
In questo momento dodici corazzieri levavano il feretro dal carro.
In questo momento l'Italia dava l'ultimo addio al suo re morto, al suo vecchio re, che l'aveva tanto amata, l'ultimo addio al suo soldato, al padre suo, ai ventinove anni più fortunati e più benedetti della sua storia.
Fu un momento grande e solenne.
Lo sguardo, l'anima di tutti trepidava tra il feretro e le bandiere abbrunate degli ottanta reggimenti dell'esercito d'Italia, portate da ottanta ufficiali, schierati sul suo passaggio; poiché l'Italia era là, in quegli ottanta segnacoli, che ricordavano le migliaia di morti, i torrenti di sangue, le nostre più sacre glorie, i nostri più santi sacrifici, i nostri più tremendi dolori.
Il feretro, portato dai corazzieri, passò, e allora si chinarono tutte insieme in atto di saluto, le bandiere dei nuovi reggimenti, le vecchie bandiere lacere di Goito, di Pastrengo, di Santa Lucia, di Novara, di Crimea, di Palestro, di San Martino, di Castelfidardo, ottanta veli neri caddero, cento medaglie urtarono contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che rimescolò il sangue di tutti, fu come il suono di mille voci umane che dicessero tutte insieme: - Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l'Italia.
- Dopo di che le bandiere si rialzarono alteramente verso il cielo, e re Vittorio entrò nella gloria immortale della tomba.
Franti, cacciato dalla scuola
21, sabato
Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise.
Io detesto costui.
È malvagio.
Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride.
Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino.
Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s'inferocisce e tira a far male.
Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata.
Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse.
Dicono che sua madre è malata dagli affanni ch'egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo.
Egli odia la scuola, odia i compagni odia il maestro.
Il maestro finge qualche volta di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio.
Provò a pigliarlo con le buone, ed egli se ne fece beffe.
Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva.
Fu sospeso dalla scuola per tre giorni, e tornò più tristo e più insolente di prima.
Derossi gli disse un giorno: - Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, - ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre.
Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane.
Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una fucilata.
Tutta la classe ebbe un riscossone.
Il maestro balzò in piedi e gridò: - Franti! fuori di scuola! - Egli rispose: - Non son io! - Ma rideva.
Il maestro ripeté: - Va' fuori! - Non mi muovo, - rispose.
Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco.
Egli si dibatteva, digrignava i denti; si fece trascinar fuori di viva forza.
Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un'espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo.
- Dopo trent'anni che faccio scuola! - esclamò tristamente, crollando il capo.
Nessuno fiatava.
Le mani gli tremavano dall'ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che pareva una ferita.
Povero maestro! Tutti ne pativano.
Derossi s'alzò e disse: - Signor maestro, non si affligga.
Noi le vogliamo bene.
- E allora egli si rasserenò un poco e disse: - Riprendiamo la lezione, ragazzi.
Il tamburino sardo
Racconto mensile
Nella prima giornata della battaglia di Custoza, il 24 luglio del 1848, una sessantina di soldati d'un reggimento di fanteria del nostro esercito, mandati sopra un'altura a occupare una casa solitaria, si trovarono improvvisamente assaliti da due compagnie di soldati austriaci, che tempestandoli di fucilate da varie parti, appena diedero loro il tempo di rifugiarsi nella casa e di sbarrare precipitosamente le porte, dopo aver lasciato alcuni morti e feriti pei campi.
Sbarrate le porte, i nostri accorsero a furia alle finestre del pian terreno e del primo piano, e cominciarono a fare un fuoco fitto sopra gli assalitori, i quali, avvicinandosi a grado a grado, disposti in forma di semicerchio, rispondevano vigorosamente.
Ai sessanta soldati italiani comandavano due ufficiali subalterni e un capitano, un vecchio alto, secco e austero, coi capelli e i baffi bianchi; e c'era con essi un tamburino sardo, un ragazzo di poco più di quattordici anni, che ne dimostrava dodici scarsi, piccolo, di viso bruno olivastro, con due occhietti neri e profondi, che scintillavano.
Il capitano, da una stanza del primo piano, dirigeva la difesa, lanciando dei comandi che parean colpi di pistola, e non si vedeva sulla sua faccia ferrea nessun segno di commozione.
Il tamburino, un po' pallido, ma saldo sulle gambe, salito sopra un tavolino, allungava il collo, trattenendosi alla parete, per guardar fuori dalle finestre; e vedeva a traverso al fumo, pei campi, le divise bianche degli Austriaci, che venivano avanti lentamente.
La casa era posta sulla sommità d'una china ripida, e non aveva dalla parte della china che un solo finestrino alto, rispondente in una stanza a tetto; perciò gli Austriaci non minacciavan la casa da quella parte, e la china era sgombra: il fuoco non batteva che la facciata e i due fianchi.
Ma era un fuoco d'inferno, una grandine di palle di piombo che di fuori screpolava i muri e sbriciolava i tegoli, e dentro fracassava soffitti, mobili, imposte, battenti, buttando per aria schegge di legno e nuvoli di calcinacci e frantumi di stoviglie e di vetri, sibilando, rimbalzando, schiantando ogni cosa con un fragore da fendere il cranio.
Di tratto in tratto uno dei soldati che tiravan dalle finestre stramazzava indietro sul pavimento ed era trascinato in disparte.
Alcuni barcollavano di stanza in stanza, premendosi le mani sopra le ferite.
Nella cucina c'era già un morto, con la fronte spaccata.
Il semicerchio dei nemici si stringeva.
A un certo punto fu visto il capitano, fino allora impassibile, fare un segno d'inquietudine, e uscir a grandi passi dalla stanza, seguito da un sergente.
Dopo tre minuti ritornò di corsa il sergente e chiamò il tamburino, facendogli cenno che lo seguisse.
Il ragazzo lo seguì correndo su per una scala di legno ed entrò con lui in una soffitta nuda, dove vide il capitano, che scriveva con una matita sopra un foglio, appoggiandosi al finestrino, e ai suoi piedi, sul pavimento, c'era una corda da pozzo.
Il capitano ripiegò il foglio e disse bruscamente, fissando negli occhi al ragazzo le sue pupille grigie e fredde, davanti a cui tutti i soldati tremavano: - Tamburino!
Il tamburino si mise la mano alla visiera.
Il capitano disse: - Tu hai del fegato
Gli occhi del ragazzo lampeggiarono.
- Sì, signor capitano, - rispose.
- Guarda laggiù, - disse il capitano, spingendolo al finestrino, - nel piano, vicino alle case di Villafranca, dove c'è un luccichìo di baionette.
Là ci sono i nostri, immobili.
Tu prendi questo biglietto, t'afferri alla corda, scendi dal finestrino, divori la china, pigli pei campi, arrivi fra i nostri, e dai il biglietto al primo ufficiale che vedi.
Butta via il cinturino e lo zaino.
Il tamburino si levò il cinturino e lo zaino, e si mise il biglietto nella tasca del petto; il sergente gettò la corda e ne tenne afferrato con due mani l'uno dei capi; il capitano aiutò il ragazzo a passare per il finestrino, con la schiena rivolta verso la campagna.
- Bada, - gli disse, - la salvezza del distaccamento è nel tuo coraggio e nelle tue gambe.
- Si fidi di me, signor capitano - rispose il tamburino, spenzolandosi fuori.
- Cùrvati nella discesa, - disse ancora il capitano, afferrando la corda insieme al sergente
- Non dubiti.
- Dio t'aiuti.
In pochi momenti il tamburino fu a terra; il sergente tirò su la corda e disparve; il capitano s'affacciò impetuosamente al finestrino, e vide il ragazzo che volava giù per la china.
Sperava già che fosse riuscito a fuggire inosservato quando cinque o sei piccoli nuvoli di polvere che si sollevarono da terra davanti e dietro al ragazzo, l'avvertirono che era stato visto dagli Austriaci, i quali gli tiravano addosso dalla sommità dell'altura: quei piccoli nuvoli eran terra buttata in aria dalle palle.
Ma il tamburino continuava a correre a rompicollo.
A un tratto, stramazzò.
- Ucciso! - ruggì il capitano, addentandosi il pugno.
Ma non aveva anche detto la parola, che vide il tamburino rialzarsi.
- Ah! una caduta soltanto! - disse tra sé, e respirò.
Il tamburino, infatti, riprese a correre di tutta forza; ma zoppicava.
- Un torcipiede, - pensò il capitano.
Qualche nuvoletto di polvere si levò ancora qua e là intorno al ragazzo, ma sempre più lontano.
Egli era in salvo.
Il capitano mise un'esclamazione di trionfo.
Ma seguitò ad accompagnarlo con gli occhi, trepidando, perché era un affar di minuti: se non arrivava laggiù il più presto possibile col biglietto che chiedeva immediato soccorso, o tutti i suoi soldati cadevano uccisi, o egli doveva arrendersi e darsi prigioniero con loro.
Il ragazzo correva rapido un tratto, poi rallentava il passo zoppicando, poi ripigliava la corsa, ma sempre più affaticato, e ogni tanto incespicava, si soffermava.
- Lo ha forse colto una palla di striscio, pensò il capitano, e notava tutti i suoi movimenti, fremendo, e lo eccitava, gli parlava, come se quegli avesse potuto sentirlo; misurava senza posa, con l'occhio ardente, lo spazio interposto fra il ragazzo fuggente e quel luccichìo d'armi che vedeva laggiù nella pianura in mezzo ai campi di frumento dorati dal sole.
E intanto sentiva i sibili e il fracasso delle palle nelle stanze di sotto, le grida imperiose e rabbiose degli ufficiali e dei sergenti, i lamenti acuti dei feriti, il rovinìo dei mobili e dei calcinacci.
- Su! Coraggio! - gridava, seguitando con lo sguardo il tamburino lontano, - avanti! corri! Si ferma, maledetto! Ah! riprende la corsa.
- Un ufficiale venne a dirgli ansando che i nemici, senza interrompere il fuoco, sventolavano un panno bianco per intimare la resa.
- Non si risponda! - egli gridò, senza staccar lo sguardo dal ragazzo, che già era nel piano, ma che più non correva, e parea che si trascinasse stentatamente.
- Ma va'! ma corri! - diceva il capitano stringendo i denti e i pugni; - ammazzati, muori, scellerato, ma va'! - Poi gettò un'orribile imprecazione.
- Ah! l'infame poltrone, s'è seduto! - Il ragazzo, infatti, di cui fino allora egli aveva visto sporgere il capo al disopra d'un campo di frumento, era scomparso, come se fosse caduto.
Ma dopo un momento, la sua testa venne fuori daccapo; infine si perdette dietro alle siepi, e il capitano non lo vide più.
Allora discese impetuosamente; le palle tempestavano; le stanze erano ingombre di feriti, alcuni dei quali giravano su sé stessi come briachi, aggrappandosi ai mobili; le pareti e il pavimento erano chiazzati di sangue; dei cadaveri giacevano a traverso alle porte; il luogotenente aveva il braccio destro spezzato da una palla; il fumo e il polverio avvolgevano ogni cosa.
- Coraggio! Arrivan soccorsi! Ancora un po' di coraggio! - Gli Austriaci s'erano avvicinati ancora; si vedevano giù tra il fumo i loro visi stravolti, si sentiva tra lo strepito delle fucilate le loro grida selvagge, che insultavano, intimavan la resa, minacciavan l'eccidio.
Qualche soldato, impaurito, si ritraeva dalle finestre; i sergenti lo ricacciavano avanti.
Ma il fuoco della difesa infiacchiva, lo scoraggiamento appariva su tutti i visi, non era più possibile protrarre la resistenza.
A un dato momento, i colpi degli Austriaci rallentarono, e una voce tonante gridò prima in tedesco, poi in italiano: - Arrendetevi! - No! - urlò il capitano da una finestra.
E il fuoco ricominciò più fitto e più rabbioso dalle due parti.
Altri soldati caddero.
Già più d'una finestra era senza difensori.
Il momento fatale era imminente.
Il capitano gridava con voce smozzicata fra i denti: - Non vengono! Non vengono! - e correva intorno furioso, torcendo la sciabola con la mano convulsa, risoluto a morire.
Quando un sergente, scendendo dalla soffitta, gettò un grido altissimo: - Arrivano! - Arrivano! - ripeté con un grido di gioia il capitano.
- A quel grido tutti, sani, feriti, sergenti, ufficiali si slanciarono alle finestre, e la resistenza inferocì un'altra volta.
Di lì a pochi momenti, si notò come un'incertezza e un principio di disordine fra i nemici.
Subito, in furia, il capitano radunò un drappello nella stanza a terreno, per far impeto fuori, con le baionette inastate.
- Poi rivolò di sopra.
Era appena arrivato, che sentirono uno scalpitìo precipitoso, accompagnato da un urrà formidabile, e videro dalle finestre venir innanzi tra il fumo i cappelli a due punte dei carabinieri italiani, uno squadrone lanciato ventre a terra, e un balenìo fulmineo di lame mulinate per aria, calate sui capi, sulle spalle, sui dorsi; - allora il drappello irruppe a baionette basse fuor della porta; - i nemici vacillarono, si scompigliarono, diedero di volta, il terreno rimase sgombro, la casa fu libera, e poco dopo due battaglioni di fanteria italiana e due cannoni occupavan l'altura.
Il capitano, coi soldati che gli rimanevano, si ricongiunse al suo reggimento, combatté ancora, e fu leggermente ferito alla mano sinistra da una palla rimbalzante, nell'ultimo assalto alla baionetta.
La giornata finì con la vittoria dei nostri.
Ma il giorno dopo, essendosi ricominciato a combattere, gli italiani furono oppressi, malgrado la valorosa resistenza, dal numero soverchiante degli Austriaci, e la mattina del ventisei dovettero prender tristamente la via della ritirata, verso il Mincio.
Il capitano, benché ferito, fece il cammino a piedi coi suoi soldati, stanchi e silenziosi, e arrivato sul cader del giorno a Goito, sul Mincio, cercò subito del suo luogotenente, che era stato raccolto col braccio spezzato dalla nostra Ambulanza, e doveva esser giunto là prima di lui.
Gli fu indicata una chiesa, dov'era stato installato affrettatamente un ospedale da campo.
Egli v'andò.
La chiesa era piena di feriti, adagiati su due file di letti e di materassi distesi sul pavimento; due medici e vari inservienti andavano e venivano, affannati; e s'udivan delle grida soffocate e dei gemiti.
Appena entrato, il capitano si fermò, e girò lo sguardo all'intorno, in cerca del suo ufficiale.
In quel punto si sentì chiamare da una voce fioca, vicinissima: - Signor capitano!
Si voltò: era il tamburino
Era disteso sopra un letto a cavalletti, - coperto fino al petto da una rozza tenda da finestra, a quadretti rossi e bianchi, - con le braccia fuori; pallido e smagrito, ma sempre coi suoi occhi scintillanti, come due gemme nere.
- Sei qui, tu? - gli domandò il capitano, stupito ma brusco.
- Bravo.
Hai fatto il tuo dovere.
- Ho fatto il mio possibile, - rispose il tamburino.
- Sei stato ferito, - disse il capitano, cercando con gli occhi il suo ufficiale nei letti vicini.
- Che vuole! - disse il ragazzo, a cui dava coraggio a parlare la compiacenza altiera d'esser per la prima volta ferito, senza di che non avrebbe osato d'aprir bocca in faccia a quel capitano; - ho avuto un bel correre gobbo, m'han visto subito.
Arrivavo venti minuti prima se non mi coglievano.
Per fortuna che ho trovato subito un capitano di Stato Maggiore da consegnargli il biglietto.
Ma è stato un brutto discendere dopo quella carezza! Morivo dalla sete, temevo di non arrivare più, piangevo dalla rabbia a pensare che ad ogni minuto di ritardo se n'andava uno all'altro mondo, lassù.
Basta, ho fatto quello che ho potuto.
Son contento.
Ma guardi lei, con licenza, signor capitano, che perde sangue.
Infatti dalla palma mal fasciata del capitano colava giù per le dita qualche goccia di sangue.
- Vuol che le dia una stretta io alla fascia, signor capitano? Porga un momento.
Il capitano porse la mano sinistra, e allungò la destra per aiutare il ragazzo a sciogliere il nodo e a rifarlo; ma il ragazzo, sollevatosi appena dal cuscino, impallidì, e dovette riappoggiare la testa.
- Basta, basta, - disse il capitano, guardandolo, e ritirando la mano fasciata, che quegli volea ritenere: - bada ai fatti tuoi, invece di pensare agli altri, ché anche le cose leggiere, a trascurarle, possono farsi gravi.
Il tamburino scosse il capo.
- Ma tu, - gli disse il capitano, guardandolo attentamente, - devi aver perso molto sangue, tu, per esser debole a quel modo.
- Perso molto sangue? - rispose il ragazzo, con un sorriso.
- Altro che sangue.
Guardi.
E tirò via d'un colpo la coperta.
Il capitano diè un passo indietro, inorridito.
Il ragazzo non aveva più che una gamba: la gamba sinistra gli era stata amputata al di sopra del ginocchio: il troncone era fasciato di panni insanguinati.
In quel momento passò un medico militare, piccolo e grasso, in maniche di camicia.
- Ah! signor capitano, disse rapidamente, accennandogli il tamburino, - ecco un caso disgraziato; una gamba che si sarebbe salvata con niente s'egli non l'avesse forzata in quella pazza maniera; un'infiammazione maledetta; bisognò tagliar lì per lì.
Oh, ma...
un bravo ragazzo, gliel'assicuro io; non ha dato una lacrima, non un grido! Ero superbo che fosse un ragazzo italiano, mentre l'operavo, in parola d'onore.
Quello è di buona razza, perdio!
E se n'andò di corsa.
Il capitano corrugò le grandi sopracciglia bianche, e guardò fisso il tamburino, ristendendogli addosso la coperta; poi, lentamente, quasi non avvedendosene, e fissandolo sempre, alzò la mano al capo e si levò il cheppì.
- Signor capitano! - esclamò il ragazzo meravigliato.
- Cosa fa, signor capitano? Per me!
E allora quel rozzo soldato che non aveva mai detto una parola mite ad un suo inferiore, rispose con una voce indicibilmente affettuosa e dolce: - Io non sono che un capitano; tu sei un eroe.
Poi si gettò con le braccia aperte sul tamburino, e lo baciò tre volte sul cuore.
L'amor di patria
24, martedì
Poiché il racconto del Tamburino t'ha scosso il cuore ti doveva esser facile, questa mattina, far bene il componimento d'esame: - Perché amate l'Italia.
Perché amo l'Italia? Non ti si son presentate subito cento risposte? Io amo l'Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano perché è italiana la terra dove son sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove son nato, la lingua che parlo, i libri che m'educano, perché mio fratello, mia sorella, i miei compagni, e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano.
Oh tu non puoi ancora sentirlo intero quest'affetto.
Lo sentirai quando sarai un uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una lunga assenza, e affacciandoti una mattina al parapetto del bastimento, vedrai all'orizzonte le grandi montagne azzurre del tuo paese; lo sentirai allora nell'onda impetuosa di tenerezza che t'empirà gli occhi di lagrime e ti strapperà un grido dal cuore.
Lo sentirai in qualche grande città lontana, nell'impulso dell'anima che ti spingerà fra la folla sconosciuta verso un operaio sconosciuto dal quale avrai inteso passandogli accanto, una parola della tua lingua.
Lo sentirai nello sdegno doloroso e superbo che ti getterà il sangue alla fronte, quando udrai ingiuriare il tuo paese dalla bocca d'uno straniero.
Lo sentirai più violento e più altero il giorno in cui la minaccia d'un popolo nemico solleverà una tempesta di fuoco sulla tua patria, e vedrai fremere armi d'ogni parte, i giovani accorrere a legioni, i padri baciare i figli, dicendo: - Coraggio! - e le madri dire addio ai giovinetti, gridando: - Vincete! - Lo sentirai come una gioia divina se avrai la fortuna di veder rientrare nella tua città i reggimenti diradati, stanchi, cenciosi, terribili, con lo splendore della vittoria negli occhi e le bandiere lacerate dalle palle, seguiti da un convoglio sterminato di valorosi che leveranno in alto le teste bendate e i moncherini, in mezzo a una folla pazza che li coprirà di fiori, di benedizioni e di baci.
Tu comprenderai allora l'amor di patria, sentirai la patria allora, Enrico.
Ella è una così grande e sacra cosa, che se un giorno io vedessi te tornar salvo da una battaglia combattuta per essa, salvo te, che sei la carne e l'anima mia, e sapessi che hai conservato la vita perché ti sei nascosto alla morte, io tuo padre, che t'accolgo con un grido di gioia quando torni dalla scuola, io t'accoglierei con un singhiozzo d'angoscia, e non potrei amarti mai più, e morirei con quel pugnale nel cuore.
TUO PADRE
Invidia
25, mercoledì
Anche il componimento sulla patria chi l'ha fatto meglio di tutti è Derossi.
E Votini che si teneva sicuro della prima medaglia! Io gli vorrei bene a Votini, benché sia un po' vanesio e si rilisci troppo; ma mi fa dispetto, ora che gli son vicino di banco, veder com'è invidioso di Derossi.
E vorrebbe gareggiare con lui, studia; ma non ce ne può, in nessuna maniera, ché l'altro lo rivende dieci volte in tutte le materie; e Votini si morde le dita.
Anche Carlo Nobis lo invidia; ma ha tanta superbia in corpo che, appunto per superbia, non si fa scorgere.
Votini invece si tradisce, si lamenta dei punti a casa sua, e dice che il maestro fa delle ingiustizie; e quando Derossi risponde alle interrogazioni così pronto e bene, come fa sempre, egli si rannuvola, china la testa, finge di non sentire, o si sforza di ridere, ma ride verde.
E siccome tutti lo sanno, così quando il maestro loda Derossi tutti si voltano a guardar Votini, che mastica veleno, e il muratorino gli fa il muso di lepre.
Stamani, per esempio, l'ha fatta bigia.
Il maestro entra nella scuola e annunzia il risultato dell'esame: - Derossi, dieci decimi e la prima medaglia.
- Votini fece un grande starnuto.
Il maestro lo guardò: ci voleva poco a capire.
- Votini, - gli disse, - non vi lasciate entrare in corpo il serpe dell'invidia: è un serpe che rode il cervello e corrompe il cuore.
- Tutti lo guardarono, fuorché Derossi; Votini volle rispondere, non poté; restò come impietrato, col viso bianco.
Poi, mentre il maestro faceva lezione, si mise a scrivere a grossi caratteri sopra un foglietto: - Io non sono invidioso di quelli che guadagnano la prima medaglia con le protezioni e le ingiustizie.
- Era un biglietto che voleva mandare a Derossi.
Ma intanto vedevo che i vicini di Derossi macchinavano fra loro, parlandosi all'orecchio, e uno ritagliava col temperino una gran medaglia di carta, su cui avevan disegnato un serpe nero.
E Votini pure se ne accorse.
Il maestro uscì per pochi minuti.
Subito i vicini di Derossi s'alzarono per uscir dal banco e venire a presentar solennemente la medaglia di carta a Votini.
Tutta la classe si preparava a una scenata.
Votini tremava già tutto.
Derossi gridò: - Datela a me! - Sì, meglio, - quelli risposero, - sei tu che gliela devi portare.
Derossi pigliò la medaglia e la fece in tanti pezzetti.
In quel punto il maestro rientrò, e riprese la lezione.
Io tenni d'occhio Votini; - era diventato rosso di bragia; - prese il foglietto adagio adagio, come se facesse per distrazione, lo appallottolò di nascosto, se lo mise in bocca, lo masticò per un poco, e poi lo sputò sotto il banco...
Nell'uscir dalla scuola passando davanti a Derossi, Votini ch'era un po' confuso, lasciò cascar la carta asciugante.
Derossi, gentile, la raccattò e gliela mise nello zaino e l'aiutò ad agganciare la cinghia.
Votini non osò alzare la fronte.
La madre di Franti
28, sabato
Ma Votini è incorreggibile.
Ieri, alla lezione di religione, in presenza del Direttore, il maestro domandò a Derossi se sapeva a mente quelle due strofette del libro di lettura: Dovunque il guardo io giro, immenso Iddio ti vedo.
- Derossi rispose di no, e Votini subito: - Io le so! - con un sorriso come per fare una picca a Derossi.
Ma fu piccato lui, invece, che non poté recitare la poesia, perché entrò tutt'a un tratto nella scuola la madre di Franti, affannata, coi capelli grigi arruffati, tutta fradicia di neve, spingendo avanti il figliuolo che è stato sospeso dalla scuola per otto giorni.
Che triste scena ci toccò di vedere! La povera donna si gettò quasi in ginocchio davanti al Direttore giungendo le mani, e supplicando: - Oh signor Direttore, mi faccia la grazia, riammetta il ragazzo alla scuola! Son tre giorni che è a casa, l'ho tenuto nascosto, ma Dio ne guardi se suo padre scopre la cosa, lo ammazza; abbia pietà, che non so più come fare! mi raccomando con tutta l'anima mia! - Il Direttore cercò di condurla fuori; ma essa resistette, sempre pregando e piangendo.
- Oh! se sapesse le pene che m'ha dato questo figliuolo avrebbe compassione! Mi faccia la grazia! Io spero che cambierà.
Io già non vivrò più un pezzo, signor Direttore, ho la morte qui, ma vorrei vederlo cambiato prima di morire perché...
- e diede in uno scoppio di pianto, - è il mio figliuolo, gli voglio bene, morirei disperata; me lo riprenda ancora una volta, signor Direttore, perché non segua una disgrazia in famiglia, lo faccia per pietà d'una povera donna! - E si coperse il viso con le mani singhiozzando.
Franti teneva il viso basso, impassibile.
Il Direttore lo guardò, stette un po' pensando, poi disse: - Franti, va' al tuo posto.
- Allora la donna levò le mani dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore, e s'avviò verso l'uscio, asciugandosi gli occhi, e dicendo affollatamente: - Figliuol mio, mi raccomando.
Abbiano pazienza tutti.
Grazie, signor Direttore, che ha fatto un'opera di carità.
Buono, sai figliuolo.
Buon giorno, ragazzi.
Grazie, a rivederlo, signor maestro.
E scusino tanto, una povera mamma.
- E data ancora di sull'uscio un'occhiata supplichevole a suo figlio, se n'andò, raccogliendo lo scialle che strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire giù per le scale.
Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: - Franti, tu uccidi tua madre! - Tutti si voltarono a guardar Franti.
E quell'infame sorrise.
Speranza
29, domenica
Bello Enrico lo slancio con cui ti sei gettato sul cuore di tua madre tornando dalla scuola di religione.
Si, t'ha detto delle cose grandi e consolanti il maestro.
Dio che ci ha gettati l'uno nelle braccia dell'altro, non ci separerà per sempre; quando io morirò, quando tuo padre morrà, non ce le diremo quelle tremende e disperate parole: - mamma, babbo, Enrico, non ti vedrò mai più! - Noi ci rivedremo in un'altra vita, dove chi ha molto sofferto in questa sarà compensato, dove chi ha molto amato sulla terra ritroverà le anime che ha amate, in un mondo senza colpe, senza pianto e senza morte.
Ma dobbiamo rendercene degni, tutti, di quell'altra vita.
Senti, figliuolo: ogni tua azione buona, ogni tuo moto d'affetto per coloro che ti amano, ogni tuo atto cortese per i tuoi compagni, ogni tuo pensiero gentile è come uno slancio in alto verso quel mondo.
E anche ti solleva verso quel mondo ogni disgrazia, ogni dolore, perché ogni dolore è l'espiazione d'una colpa, ogni lacrima cancella una macchia.
Proponiti oggi giorno di essere più buono e più amoroso che il giorno innanzi.
Di' ogni mattina: oggi voglio far qualche cosa di cui la coscienza mi lodi e mio padre sia contento; qualche cosa che mi faccia voler bene da questo o da quel compagno, dal maestro, da mio fratello, o da altri.
E domanda a Dio che ti dia la forza di mettere in atto il tuo proposito.
Signore, io voglio essere buono, nobile, coraggioso gentile, sincero, aiutatemi, fate che ogni sera, quando mia madre mi dà l'ultimo saluto, io possa dirle.
Tu baci questa sera un fanciullo più onesto e più degno di quello che baciasti ieri.
Abbi sempre nel tuo pensiero quell'altro Enrico sovrumano e felice, che tu potrai essere dopo questa vita.
E prega.
Tu non puoi immaginare che dolcezza provi, quanto si senta migliore una madre quando vede il suo fanciullo con le mani giunte.
Quando io vedo te che preghi mi pare impossibile che non ci sia nessuno che ti guardi e ti ascolti.
Io credo allora più fermamente che c'è una bontà suprema e una pietà infinita, io t'amo di più, lavoro con più ardore, soffro con più forza, perdono con tutta l'anima e penso alla morte serenamente.
Oh Dio grande e buono! Risentir dopo morte la voce di mia madre, ritrovare i miei bambini, rivedere il mio Enrico, il mio Enrico benedetto e immortale, e stringerlo in un abbraccio che non si scioglierà mai più, mai più in eterno! Oh prega, preghiamo, amiamoci, siamo buoni, portiamo quella celeste speranza nell'anima, adorato fanciullo mio.
TUA MADRE
FEBBRAIO
Una medaglia ben data
4, sabato
Questa mattina venne a dar le medaglie il Sovrintendente scolastico, un signore con la barba bianca, vestito di nero.
Entrò col Direttore, poco prima del finis, e sedette accanto al maestro.
Interrogò parecchi, poi diede la prima medaglia a Derossi, e prima di dar la seconda, stette qualche momento a sentire il maestro e il Direttore, che gli parlavano a voce bassa.
Tutti domandavano: - A chi darà la seconda? - Il Sovrintendente disse a voce alta: - La seconda medaglia l'ha meritata questa settimana l'alunno Pietro Precossi: meritata per i lavori di casa, per le lezioni, per la calligrafia, per la condotta, per tutto.
- Tutti si voltarono a guardar Precossi, si vedeva che ci avevan tutti piacere.
Precossi s'alzò, confuso che non sapeva più dove fosse.
- Vieni qua, - disse il Sovrintendente.
Precossi saltò giù dal banco e andò accanto al tavolino del maestro.
Il sovrintendente guardò con attenzione quel visino color di cera, quel piccolo corpo insaccato in quei panni rimboccati e disadatti, quegli occhi buoni e tristi, che sfuggivano i suoi, ma che lasciavano indovinare una storia di patimenti, poi gli disse con voce piena di affetto, attaccandogli la medaglia alla spalla: - Precossi, ti dò la medaglia.
Nessuno è più degno di te di portarla.
Non la dò soltanto alla tua intelligenza e al tuo buon volere, la dò al tuo cuore, la dò al tuo coraggio, al tuo carattere di bravo e buon figliuolo.
Non è vero, - soggiunse, voltandosi verso la classe, - che egli la merita anche per questo? - Sì, sì, - risposero tutti a una voce.
Precossi fece un movimento del collo come per inghiottire qualche cosa, e girò sui banchi uno sguardo dolcissimo, che esprimeva una gratitudine immensa.
- Va', dunque, gli disse il Sovrintendente, - caro ragazzo! E Dio ti protegga! - Era l'ora d'uscire.
La nostra classe uscì avanti le altre.
Appena siamo fuori dell'uscio...
chi vediamo lì nel camerone, proprio sull'entrata? Il padre di Precossi, il fabbro ferraio, pallido, come al solito, col viso torvo, coi capelli negli occhi, col berretto per traverso, malfermo sulle gambe.
Il maestro lo vide subito e parlò nell'orecchio al Sovrintendente; questi cercò Precossi in fretta e, presolo per mano, lo condusse da suo padre.
Il ragazzo tremava.
Anche il maestro e il Direttore s'avvicinarono, molti ragazzi si fecero intorno.
- Lei è il padre di questo ragazzo, è vero? - domandò il Sovrintendente al fabbro, con fare allegro, come se fossero amici.
E senz'aspettar la risposta: - Mi rallegro con lei.
Guardi: egli ha guadagnato la seconda medaglia, sopra cinquantaquattro compagni; l'ha meritata nella composizione, nell'aritmetica, in tutto.
È un ragazzo pieno d'intelligenza e di buona volontà, che farà molto cammino: un bravo ragazzo, che ha l'affezione e la stima di tutti; lei ne può andar superbo, gliel'assicuro.
- Il fabbro, che era stato a sentire con la bocca aperta, guardò fisso il Sovrintendente e il Direttore, e poi fissò il suo figliuolo, che gli stava davanti, con gli occhi bassi, tremando; e come se ricordasse e capisse allora per la prima volta tutto quello che aveva fatto soffrire a quel povero piccino, e tutta la bontà, tutta la costanza eroica con cui egli aveva sofferto, mostrò a un tratto nel viso una certa meraviglia stupida, poi un dolore accigliato, infine una tenerezza violenta e triste, e con un rapido gesto afferrò il ragazzo per il capo e se lo strinse sul petto.
Noi gli passammo tutti davanti; io l'invitai a venir a casa giovedì, con Garrone e Crossi; altri lo salutarono; chi gli faceva una carezza, chi gli toccava la medaglia, tutti gli dissero qualche cosa.
E il padre guardava stupito, tenendosi sempre serrato al petto il capo del figliuolo, che singhiozzava.
Buoni propositi
5, domenica
M'ha destato un rimorso quella medaglia data a Precossi.
Io che non ne ho ancora guadagnata una! Io da un po' di tempo non studio, e sono scontento di me, e il maestro, mio padre e mia madre sono scontenti.
Non provo più neppure il piacere di prima a divertirmi, quando lavoravo di voglia, e poi saltavo su dal tavolino e correvo ai miei giochi pieno d'allegrezza, come se non avessi più giocato da un mese.
Neanche a tavola coi miei non mi siedo più con la contentezza d'una volta.
Sempre ho come un'ombra nell'animo, una voce dentro che mi dice continuamente: - non va, non va.
- Vedo la sera passar per la piazza tanti ragazzi che tornan dal lavoro, in mezzo a gruppi d'operai tutti stanchi ma allegri, che allungano il passo, impazienti di arrivar a casa a mangiare, e parlano forte, ridendo, e battendosi sulle spalle le mani nere di carbone o bianche di calce, e penso che hanno lavorato dallo spuntar dell'alba fino a quell'ora; e con quelli tanti altri anche più piccoli, che tutto il giorno son stati sulle cime dei tetti, davanti alle fornaci, in mezzo alle macchine, e dentro all'acqua, e sotto terra, non mangiando che un po' di pane; e provo quasi vergogna, io che in tutto quel tempo non ho fatto che scarabocchiare di mala voglia quattro paginuccie.
Ah sono scontento, scontento! Io vedo bene che mio padre è di malumore, e vorrebbe dirmelo, ma gli rincresce, e aspetta ancora; caro padre mio, che lavori tanto! Tutto è tuo, tutto quello che mi vedo intorno in casa, tutto quello che tocco, tutto quello che mi veste e che mi ciba, tutto quello che mi ammaestra e mi diverte, tutto è frutto del tuo lavoro, ed io non lavoro, tutto t'è costato pensieri, privazioni, dispiaceri, fatiche, e io non fatico! Ah no, è troppo ingiusto e mi fa troppa pena.
Io voglio cominciare da oggi, voglio mettermi a studiare, come Stardi, coi pugni serrati e coi denti stretti, mettermici con tutte le forze della mia volontà e del mio cuore; voglio vincere il sonno la sera, saltar giù presto la mattina, martellarmi il cervello senza riposo, sferzare la pigrizia senza pietà, faticare, soffrire anche, ammalarmi; ma finire una volta di trascinare questa vitaccia fiacca e svogliata che avvilisce me e rattrista gli altri.
Animo, al lavoro! Al lavoro con tutta l'anima e con tutti i nervi! Al lavoro che mi renderà il riposo dolce, i giochi piacevoli, il desinare allegro; al lavoro che mi ridarà il buon sorriso del mio maestro e il bacio benedetto di mio padre.
Il vaporino
10, venerdì
Precossi venne a casa ieri, con Garrone.
Io credo che se fossero stati due figliuoli di principi non sarebbero stati accolti con più festa.
Garrone era la prima volta che veniva, perché è un po' orso, e poi si vergogna di lasciarsi vedere, che è così grande e fa ancora la terza.
Andammo tutti ad aprir la porta, quando suonarono.
Crossi non venne perché gli è finalmente arrivato il padre dall'America, dopo sei anni.
Mia madre baciò subito Precossi mio padre le presentò Garrone, dicendo: - Ecco qui; questo non è solamente un buon ragazzo; questo è un galantuomo e un gentiluomo.
- Ed egli abbassò la sua grossa testa rapata, sorridendo di nascosto con me.
Precossi aveva la sua medaglia, ed era contento perché suo padre s'è rimesso a lavorare, e son cinque giorni che non beve più, lo vuol sempre nell'officina a tenergli compagnia, e pare un altro.
Ci mettemmo a giocare, io tirai fuori tutte le cose mie; Precossi rimase incantato davanti al treno della strada ferrata, con la macchina che va da sé, a darle la corda; non n'aveva visto mai; divorava con gli occhi quei vagoncini rossi e gialli.
Io gli diedi la chiavetta perché giocasse, egli s'inginocchiò a giocare, e non levò più la testa.
Non l'avevo mai visto contento così.
Sempre diceva: - Scusami, scusami, - a ogni proposito, facendoci in là con le mani, perché non fermassimo la macchina, e poi pigliava e rimetteva i vagoncini con mille riguardi, come se fossero di vetro, aveva paura di appannarli col fiato, e li ripuliva, guardandoli di sotto e di sopra, e sorridendo da sé.
Noi, tutti in piedi, lo guardavamo; guardavamo quel collo sottile, quelle povere orecchine che un giorno io avevo visto sanguinare, quel giacchettone con le maniche rimboccate, da cui uscivano due braccini di malato, che s'erano alzati tante volte per difendere il viso dalle percosse...
Oh! in quel momento io gli avrei gettato ai piedi tutti i miei giocattoli e tutti i miei libri, mi sarei strappato di bocca l'ultimo pezzo di pane per darlo a lui, mi sarei spogliato per vestirlo, mi sarei buttato in ginocchio per baciargli le mani - Almeno il treno glielo voglio dare, - pensai; ma bisognava chiedere il permesso a mio padre.
In quel momento mi sentii mettere un pezzetto di carta in una mano; guardai: era scritto da mio padre col lapis; diceva: - A Precossi piace il tuo treno.
Egli non ha giocattoli.
Non ti suggerisce nulla il tuo cuore? - Subito io afferrai a due mani la macchina e i vagoni e gli misi ogni cosa sulle braccia dicendogli: - Prendilo, è tuo.
- Egli mi guardò, non capiva.
- È tuo, - dissi, - te lo regalo.
- Allora egli guardò mio padre e mia madre, ancora più stupito, e mi domandò: - Ma perché? - Mio padre gli disse: - Te lo regala Enrico perché è tuo amico, perché ti vuol bene...
per festeggiare la tua medaglia.
- Precossi domandò timidamente: - Debbo portarlo via...
a casa? - Ma sicuro! - rispondemmo tutti.
Era già sull'uscio, e non osava ancora andarsene.
Era felice! Domandava scusa, con la bocca che tremava e rideva.
Garrone lo aiutò a rinvoltare il treno nel fazzoletto, e chinandosi, fece crocchiare i grissini che gli empivan le tasche.
- Un giorno, - mi disse Precossi, - verrai all'officina a veder mio padre a lavorare.
Ti darò dei chiodi.
- Mia madre mise un mazzettino nell'occhiello della giacchetta a Garrone perché lo portasse alla mamma in nome suo.
Garrone le disse col suo vocione: - Grazie, - senza alzare il mento dal petto.
Ma gli splendeva tutta negli occhi l'anima nobile e buona.
Superbia
11, sabato
E dire che Carlo Nobis si pulisce la manica con affettazione quando Precossi lo tocca, passando! Costui è la superbia incarnata perché suo padre è un riccone.
Ma anche il padre di Derossi è ricco! Egli vorrebbe avere un banco per sé solo, ha paura che tutti lo insudicino, guarda tutti dall'alto al basso, ha sempre un sorriso sprezzante sulle labbra: guai a urtargli un piede quando s'esce in fila a due a due! Per un nulla butta in viso una parola ingiuriosa o minaccia di far venire alla scuola suo padre.
E sì che suo padre gli ha dato la sua brava polpetta quando trattò da straccione il figliuolo del carbonaio! Io non ho mai visto una muffa compagna! Nessuno gli parla, nessuno gli dice addio quando s'esce, non c'è un cane che gli suggerisce quando non sa la lezione.
E lui non può patir nessuno, e finge di disprezzar sopra tutti Derossi, perché è il primo, e Garrone perché tutti gli voglion bene.
Ma Derossi non lo guarda neppure quant'è lungo, e Garrone, quando gli riportarono che Nobis sparlava di lui, rispose: - Ha una superbia così stupida che non merita nemmeno i miei scapaccioni.
- Coretti pure, un giorno ch'egli sorrideva con disprezzo del suo berretto di pel di gatto, gli disse: - Va' un poco da Derossi a imparare a far il signore! - Ieri si lamentò col maestro perché il calabrese gli toccò una gamba col piede.
Il maestro domandò al calabrese: - L'hai fatto apposta? - No, signore, - rispose franco.
E il maestro: - Siete troppo permaloso, Nobis.
- E Nobis, con quella sua aria: - Lo dirò a mio padre.
- Allora il maestro andò in collera: - Vostro padre vi darà torto, come fece altre volte.
E poi non c'è che il maestro, in iscuola, che giudichi e punisca.
- Poi soggiunse con dolcezza: - Andiamo, Nobis, cambiate modi, siate buono e cortese coi vostri compagni.
Vedete, ci sono dei figliuoli d'operai e di signori, dei ricchi e dei poveri, e tutti si voglion bene, si trattan da fratelli, come sono.
Perché non fate anche voi come gli altri? Vi costerebbe così poco farvi benvolere da tutti, e sareste tanto più contento voi pure!...
Ebbene, non avete nulla da rispondermi? - Nobis, ch'era stato a sentire col suo solito sorriso sprezzante, rispose freddamente: - No, signore.
- Sedete, - gli disse il maestro.
- Vi compiango.
Siete un ragazzo senza cuore.
- Tutto pareva finito così; ma il muratorino, che è nel primo banco, voltò la sua faccia tonda verso Nobis, che è nell'ultimo, e gli fece un muso di lepre così bello e così buffo, che tutta la classe diede in una sonora risata.
Il maestro lo sgridò; ma fu costretto a mettersi una mano sulla bocca per nascondere il riso.
E Nobis pure fece un riso; ma di quello che non si cuoce.
I feriti del lavoro
13, lunedì
Nobis può fare il paio con Franti: non si commossero né l'uno né l'altro, questa mattina, davanti allo spettacolo terribile che ci passò sotto gli occhi.
Uscito dalla scuola, stavo con mio padre a guardar certi birbaccioni della seconda, che si buttavan ginocchioni per terra a strofinare il ghiaccio con le mantelline e con le berrette, per far gli sdruccioloni più lesti, quando vedemmo venir d'in fondo alla strada una folla di gente, a passo affrettato, tutti seri e come spaventati, che parlavano a voce bassa.
Nel mezzo c'erano tre guardie municipali, dietro alle guardie, due uomini che portavano una barella.
I ragazzi accorsero da ogni parte.
La folla s'avanzava verso di noi.
Sulla barella c'era disteso un uomo, bianco come un cadavere, con la testa ripiegata sopra una spalla, coi capelli arruffati e insanguinati, che perdeva sangue dalla bocca e dalle orecchie; e accanto alla barella camminava una donna con un bimbo in braccio che pareva pazza e gridava di tratto in tratto: - È morto! È morto! È morto! - Dietro alla donna veniva un ragazzo, che aveva la cartella sotto il braccio, e singhiozzava.
- Cos'è stato? - domandò mio padre.
Un vicino rispose che era un muratore, caduto da un quarto piano, mentre lavorava.
I portatori della barella si soffermarono un momento.
Molti torsero il viso inorriditi.
Vidi la maestrina della penna rossa che sorreggeva la mia maestra di prima superiore quasi svenuta.
Nello stesso tempo mi sentii urtare nel gomito: era il muratorino, pallido, che tremava da capo a piedi.
Egli pensava a suo padre, certo.
Anch'io ci pensai.
Io sto con l'animo in pace, almeno, quando sono a scuola, io so che mio padre è a casa, seduto a tavolino, lontano da ogni pericolo; ma quanti miei compagni pensano che i loro padri lavorano sopra un ponte altissimo o vicino alle ruote d'una macchina, e che un gesto, un passo falso può costar loro la vita! Sono come tanti figliuoli di soldati, che abbiano i loro padri in battaglia.
Il muratorino guardava, guardava, e tremava sempre più forte, e mio padre se n'accorse e gli disse: - Vattene a casa, ragazzo, va subito da tuo padre, che lo troverai sano e tranquillo; va'! - Il muratorino se n'andò voltandosi indietro a ogni passo.
E intanto la folla si rimise in moto, e la donna gridava, da straziar l'anima: - È morto! È morto! È morto! - No, no, non è morto, - le dicevan da tutte la parti.
Ma essa non ci badava e si strappava i capelli.
Quando sentii una voce sdegnata che disse: - Tu ridi! - e vidi nello stesso tempo un uomo barbuto che guardava in faccia Franti, il quale sorrideva ancora.
Allora l'uomo gli cacciò in terra il berretto con un ceffone, dicendo: - Scopriti il capo, malnato, quando passa un ferito del lavoro! - La folla era già passata tutta, e si vedeva in mezzo alla strada una lunga striscia di sangue.
Il prigioniero
17, venerdì
Ah! questo è certamente il caso più strano di tutto l'anno! Mio padre mi condusse ieri mattina nei dintorni di Moncalieri, a vedere una villa da prendere a pigione per l'estate prossima, perché quest'anno non andiamo più a Chieri; e si trovò che chi aveva le chiavi era un maestro, il quale fa da segretario al padrone.
Egli ci fece vedere la casa, e poi ci condusse nella sua camera, dove ci diede da bere.
C'era sul tavolino, in mezzo ai bicchieri, un calamaio di legno, di forma conica, scolpito in una maniera singolare.
Vedendo che mio padre lo guardava, il maestro gli disse: - Quel calamaio lì mi è prezioso: se sapesse, signore, la storia di quel calamaio! - E la raccontò: Anni sono, egli era maestro a Torino, e andò per tutto un inverno a far lezione ai prigionieri, nelle Carceri giudiziarie.
Faceva lezione nella chiesa delle carceri, che è un edificio rotondo, e tutt'intorno, nel muri alti e nudi, ci son tanti finestrini quadrati, chiusi da due sbarre di ferro incrociate, a ciascuno dei quali corrisponde di dentro una piccolissima cella.
Egli faceva lezione passeggiando per la chiesa fredda e buia, e i suoi scolari stavano affacciati a quelle buche, coi quaderni contro le inferriate, non mostrando altro che i visi nell'ombra, dei visi sparuti e accigliati, delle barbe arruffate e grigie, degli occhi fissi d'omicidi e di ladri.
Ce n'era uno, fra gli altri, al numero 78, che stava più attento di tutti, e studiava molto, e guardava il maestro con gli occhi pieni di rispetto e di gratitudine.
Era un giovane con la barba nera, più disgraziato che malvagio, un ebanista, il quale, in un impeto di collera, aveva scagliato una pialla contro il suo padrone, che da un pezzo lo perseguitava, e l'aveva ferito mortalmente al capo; e per questo era stato condannato a vari anni di reclusione.
In tre mesi egli aveva imparato a leggere e a scrivere, e leggeva continuamente, e quanto più imparava, tanto più pareva che diventasse buono e che fosse pentito del suo delitto.
Un giorno, sul finire della lezione, egli fece cenno al maestro che s'avvicinasse al finestrino, e gli annunziò, con tristezza, che la mattina dopo sarebbe partito da Torino, per andare a scontare la sua pena nelle carceri di Venezia; e dettogli addio, lo pregò con voce umile e commossa che si lasciasse toccare la mano.
Il maestro ritirò la mano: era bagnata di lacrime.
Dopo d'allora non lo vide più.
Passarono sei anni.
- «Io pensavo a tutt'altro che a quel disgraziato, - disse il maestro, - quando ieri l'altro mattina mi vedo capitare a casa uno sconosciuto, con una gran barba nera, già un po' brizzolata, vestito malamente; il quale mi dice: - È lei signore, il maestro tale dei tali? - Chi siete? - gli domando io - Sono il carcerato del numero 78, - mi riponde; - m'ha insegnato lei a leggere e a scrivere, sei anni fa: se si rammenta, all'ultima lezione m'ha dato la mano: ora ho scontato la mia pena e son qui...
a pregarla che mi faccia la grazia d'accettare un mio ricordo, una cosuccia che ho lavorato in prigione.
La vuol accettare per mia memoria, signor maestro? - Io rimasi lì, senza parola.
Egli credette che non volessi accettare, e mi guardò, come per dire: - Sei anni di patimenti non sono dunque bastati a purgarmi le mani! - ma con espressione così viva di dolore mi guardò, che tesi subito la mano e presi l'oggetto.
Eccolo qui.» Guardammo attentamente il calamaio: pareva stato lavorato con la punta d'un chiodo, con lunghissima pazienza; c'era su scolpita una penna a traverso a un quaderno, e scritto intorno: «Al mio maestro.
- Ricordo del numero 78 - Sei anni» - E sotto, in piccoli caratteri: - «Studio e speranza...».
Il maestro non disse altro; ce n'andammo.
Ma per tutto il tragitto da Moncalieri a Torino, io non potei più levarmi dal capo quel prigionero affacciato al finestrino, quell'addio al maestro, quel povero calamaio lavorato in carcere, che diceva tante cose, e lo sognai la notte, e ci pensavo ancora questa mattina...
quanto lontano dall'immaginare la sorpresa che m'aspettava alla scuola! Entrato appena nel mio nuovo banco, accanto a Derossi, e scritto il problema d'aritmetica dell'esame mensile, raccontai al mio compagno tutta la storia del prigioniero e del calamaio e come il calamaio era fatto, con la penna a traverso al quaderno, e quell'iscrizione intorno: - Sei anni! - Derossi scattò a quelle parole, e cominciò a guardare ora me ora Crossi, il figliuolo dell'erbivendola, che era nel banco davanti, con la schiena rivolta a noi, tutto assorto nel suo problema.
- Zitto! - disse poi, a bassa voce, pigliandomi per un braccio.
- Non sai? Crossi mi disse avant'ieri d'aver visto di sfuggita un calamaio di legno tra le mani di suo padre ritornato dall'America: un calamaio conico, lavorato a mano, con un quaderno e una penna: - è quello; - sei anni! - egli diceva che suo padre era in America: - era invece in prigione; - Crossi era piccolo al tempo del delitto, non si ricorda, sua madre lo ingannò, egli non sa nulla; non ci sfugga una sillaba di questo! - Io rimasi senza parola, con gli occhi fissi su Crossi.
E allora Derossi risolvette il problema e lo passò sotto il banco a Crossi; gli diede un foglio di carta; gli levò di mano L'Infermiere di Tata, il racconto mensile, che il maestro gli aveva dato a ricopiare, per ricopiarlo lui in sua vece; gli regalò dei pennini, gli accarezzò la spalla, mi fece promettere sul mio onore che non avrei detto nulla a nessuno; e quando uscimmo dalla scuola mi disse in fretta: - Ieri suo padre è venuto a prenderlo, ci sarà anche questa mattina: fa come faccio io.
Uscimmo nella strada, il padre di Crossi era là, un po' in disparte: un uomo con la barba nera, già un po' brizzolata, vestito malamente, con un viso scolorito e pensieroso.
Derossi strinse la mano a Crossi; in modo da farsi vedere, e gli disse forte: - A riverderci, Crossi, - e gli passò la mano sotto mento, io feci lo stesso.
Ma facendo quello, Derossi diventò color di porpora, io pure; e il padre di Crossi ci guardò attentamente, con uno sguardo benevolo; ma in cui traluceva un'espressione d'inquietudine e di sospetto, che ci mise freddo nel cuore.
L'infermiere di Tata
Racconto mensile
La mattina d'un giorno piovoso di marzo, un ragazzo vestito da campagnuolo, tutto inzuppato d'acqua e infangato, con un involto di panni sotto il braccio, si presentava al portinaio dell'Ospedale maggiore di Napoli e domandava di suo padre, presentando una lettera.
Aveva un bel viso ovale d'un bruno pallido, gli occhi pensierosi e due grosse labbra semiaperte, che lasciavan vedere i denti bianchissimi.
Veniva da un villaggio dei dintorni di Napoli.
Suo padre, partito di casa l'anno addietro per andare a cercar lavoro in Francia, era tornato in Italia e sbarcato pochi dì prima a Napoli, dove, ammalatosi improvvisamente, aveva appena fatto in tempo a scrivere un rigo alla famiglia per annunziarle il suo arrivo e dirle che entrava all'ospedale.
Sua moglie, desolata di quella notizia, non potendo moversi di casa perché aveva una bimba inferma e un'altra al seno, aveva mandato a Napoli il figliuolo maggiore, con qualche soldo, ad assistere suo padre, il suo Tata, come là si dice; il ragazzo aveva fatto dieci miglia di cammino.
Il portinaio, data un'occhiata alla lettera, chiamò un infermiere e gli disse che conducesse il ragazzo dal padre.
- Che padre? - domandò l'infermiere.
Il ragazzo, tremante per il timore d'una trista notizia, disse il nome.
L'infermiere non si rammentava quel nome.
- Un vecchio operaio venuto di fuori? - domandò.
- Operaio sì, - rispose il ragazzo, sempre più ansioso; non tanto vecchio.
Venuto di fuori, sì.
- Entrato all'ospedale quando? - domandò l'infermiere.
Il ragazzo diede uno sguardo alla lettera.
- Cinque giorni fa, credo.
L'infermiere stette un po' pensando; poi, come ricordandosi a un tratto: - Ah! - disse, - il quarto camerone, il letto in fondo.
- È malato molto? Come sta? - domandò affannosamente il ragazzo.
L'infermiere lo guardò, senza rispondere.
Poi disse: - Vieni con me.
Salirono due branche di scale, andarono in fondo a un largo corridoio e si trovarono in faccia alla porta aperta d'un camerone, dove s'allungavano due file di letti.
- Vieni, - ripeté l'infermiere, entrando.
Il ragazzo si fece animo e lo seguitò, gettando sguardi paurosi a destra e a sinistra, sui visi bianchi e smunti dei malati, alcuni dei quali avevan gli occhi chiusi, e parevano morti, altri guardavan per aria con gli occhi grandi e fissi, come spaventati.
Parecchi gemevano, come bambini.
Il camerone era oscuro, l'aria impregnata d'un odore acuto di medicinali.
Due suore di carità andavano attorno con delle boccette in mano.
Arrivato in fondo al camerone, l'infermiere si fermò al capezzale d'un letto, aperse le tendine e disse: - Ecco tuo padre.
Il ragazzo diede in uno scoppio di pianto, e lasciato cadere l'involto, abbandonò la testa sulla spalla del malato, afferrandogli con una mano il braccio che teneva disteso immobile sopra la coperta.
Il malato non si scosse.
Il ragazzo si rialzò e guardò il padre, e ruppe in pianto un'altra volta.
Allora il malato gli rivolse uno sguardo lungo e parve che lo riconoscesse.
Ma le sue labbra non si muovevano.
Povero Tata, quanto era mutato! Il figliuolo non l'avrebbe mai riconosciuto.
Gli s'erano imbiancati i capelli, gli era cresciuta la barba, aveva il viso gonfio, d'un color rosso carico, con la pelle tesa e luccicante, gli occhi rimpiccioliti, le labbra ingrossate, la fisionomia tutta alterata: non aveva più di suo che la fronte e l'arco delle sopracciglia.
Respirava con affanno.
- Tata, tata mio! - disse il ragazzo.
- Son io, non mi riconoscete? Sono Cicillo, il vostro Cicillo, venuto dal paese, che m'ha mandato la mamma.
Guardatemi bene, non mi riconoscete? Ditemi una parola.
Ma il malato, dopo averlo guardato attentamente, chiuse gli occhi.
- Tata! Tata! che avete? Sono il vostro figliuolo, Cicillo vostro.
Il malato non si mosse più, e continuò a respirare affannosamente.
Allora, piangendo, il ragazzo prese una seggiola, sedette e stette aspettando, senza levar gli occhi dal viso di suo padre.
- Un medico passerà bene a far la visita, - pensava.
- Egli mi dirà qualche cosa.
- E s'immerse ne' suoi pensieri tristi, ricordando tante cose del suo buon padre, il giorno della partenza, quando gli aveva dato l'ultimo addio sul bastimento, le speranze che aveva fondato la famiglia su quel suo viaggio, la desolazione di sua madre all'arrivo della lettera; e pensò alla morte, vide suo padre morto, sua madre vestita di nero, la famiglia nella miseria.
E stette molto tempo così.
Quando una mano leggiera gli toccò una spalla, ed ei si riscosse: era una monaca.
- Che cos'ha mio padre? - le domandò subito.
- È tuo padre? - disse la suora, dolcemente.
- Sì, è mio padre, son venuto.
Che cos'ha? - Coraggio, ragazzo, - rispose la suora; - ora verrà il medico.
- E s'allontanò, senza dir altro.
Dopo mezz'ora, sentì il tocco d'una campanella, e vide entrare in fondo al camerone il medico, accompagnato da un assistente; la suora e un infermiere li seguivano.
Cominciaron la visita, fermandosi a ogni letto.
Quell'aspettazione pareva eterna al ragazzo, e ad ogni passo del medico gli cresceva l'affanno.
Finalmente arrivò al letto vicino.
Il medico era un vecchio alto e curvo, col viso grave.
Prima ch'egli si staccasse dal letto vicino, il ragazzo si levò in piedi, e quando gli s'avvicinò, si mise a piangere.
Il medico lo guardò.
- È il figliuolo del malato - disse la suora; - è arrivato questa mattina dal suo paese.
Il medico gli posò una mano sulla spalla, poi si chinò sul malato, gli tastò il polso, gli toccò la fronte, e fece qualche domanda alla suora, la quale rispose: - nulla di nuovo.
Rimase un po' pensieroso, poi disse: - Continuate come prima.
Allora il ragazzo si fece coraggio e domandò con voce di pianto: - Che cos'ha mio padre?
- Fatti animo, figliuolo, - rispose il medico, rimettendogli una mano sulla spalla.
- Ha una risipola facciale.
È grave, ma c'è ancora speranza.
Assistilo.
La tua presenza gli può far del bene.
- Ma non mi riconosce! - esclamò il ragazzo in tuono desolato.
- Ti riconoscerà...
domani, forse.
Speriamo bene, fatti coraggio.
Il ragazzo avrebbe voluto domandar altro; ma non osò.
Il medico passò oltre.
E allora egli cominciò la sua vita d'infermiere.
Non potendo far altro accomodava le coperte al malato, gli toccava ogni tanto la mano, gli cacciava i moscerini, si chinava su di lui ad ogni gemito, e quando la suora portava da bere, le levava di mano il bicchiere o il cucchiaio, e lo porgeva in sua vece.
Il malato lo guardava qualche volta; ma non dava segno di riconoscerlo.
Senonché il suo sguardo si arrestava sempre più a lungo sopra di lui, specialmente quando si metteva agli occhi il fazzoletto.
E così passò il primo giorno.
La notte il ragazzo dormì sopra due seggiole, in un angolo del camerone, e la mattina riprese il suo ufficio pietoso.
Quel giorno parve che gli occhi del malato rivelassero un principio di coscienza.
Alla voce carezzevole del ragazzo pareva che un'espressione vaga di gratitudine gli brillasse un momento nelle pupille, e una volta mosse un poco le labbra come se volesse dir qualche cosa.
Dopo ogni breve assopimento, riaprendo gli occhi, sembrava che cercasse il suo piccolo infermiere.
Il medico, ripassato due volte, notò un poco di miglioramento.
Verso sera, avvicinandogli il bicchiere alle labbra, il ragazzo credette di veder guizzare sulle sue labbra gonfie un leggerissimo sorriso.
E allora cominciò a riconfortarsi, a sperare.
E con la speranza d'essere inteso, almeno confusamente, gli parlava, gli parlava a lungo, della mamma, delle sorelle piccole, del ritorno a casa, e lo esortava a farsi animo, con parole calde e amorose.
E benché dubitasse sovente di non esser capito, pure parlava, perché gli pareva che, anche non comprendendo, il malato ascoltasse con un certo piacere la sua voce, quell'intonazione insolita di affetto e di tristezza.
E in quella maniera passò il secondo giorno, e il terzo, e il quarto, in una vicenda di miglioramenti leggieri e di peggioramenti improvvisi; e il ragazzo era così tutto assorto nelle sue cure, che appena sbocconcellava due volte al giorno un po' di pane e un po' di formaggio, che gli portava la suora, e non vedeva quasi quel che seguiva intorno a lui, i malati moribondi, l'accorrere improvviso delle suore di notte, i pianti e gli atti di desolazione dei visitatori che uscivano senza speranza, tutte quelle scene dolorose e lugubri della vita d'un ospedale, che in qualunque altra occasione l'avrebbero sbalordito e atterrito.
Le ore, i giorni passavano, ed egli era sempre là col suo Tata, attento, premuroso, palpitante ad ogni suo sospiro e ad ogni suo sguardo, agitato senza riposo tra una speranza che gli allargava l'anima e uno sconforto che gli agghiacciava il cuore.
Il quinto giorno, improvvisamente, il malato peggiorò.
Il medico, interrogato, scrollò il capo, come per dire che era finita, e il ragazzo s'abbandonò sulla seggiola, rompendo in singhiozzi.
Eppure una cosa lo consolava.
Malgrado che peggiorasse, a lui sembrava che il malato andasse riacquistando lentamente un poco d'intelligenza.
Egli guardava il ragazzo sempre più fissamente e con un'espressione crescente di dolcezza, non voleva più prender bevanda o medicina che da lui, e sempre più spesso faceva quel movimento forzato delle labbra, come se volesse pronunciare una parola; e lo faceva così spiccato qualche volta, che il figliuolo gli afferrava il braccio con violenza, sollevato da una speranza improvvisa, e gli diceva con accento quasi di gioia: - Coraggio, coraggio, Tata, guarirai, ce n'andremo, torneremo a casa con la mamma, ancora un po' di coraggio!
Erano le quattro della sera, e allora appunto il ragazzo s'era abbandonato a uno di quegli impeti di tenerezza e di speranza, quando di là dalla porta più vicina del camerone udì un rumore di passi, e poi una voce forte, due sole parole: - Arrivederci, suora! - che lo fecero balzare in piedi, con un grido strozzato nella gola.
Nello stesso momento entrò nel camerone un uomo, con un grosso involto alla mano, seguito da una suora.
Il ragazzo gettò un grido acuto e rimase inchiodato al suo posto.
L'uomo si voltò, lo guardò un momento, gittò un grido anch'egli: - Cicillo! - e si slanciò verso di lui.
Il ragazzo cadde fra le braccia di suo padre, soffocato.
Le suore, gl'infermieri, l'assistente accorsero, e rimasero lì, pieni di stupore.
Il ragazzo non poteva raccogliere la voce.
- Oh Cicillo mio! - esclamò il padre, dopo aver fissato uno sguardo attento sul malato, baciando e ribaciando il ragazzo.
- Cicillo, figliuol mio, come va questo? T'hanno condotto al letto d'un altro.
E io che mi disperavo di non vederti, dopo che mamma scrisse: l'ho mandato.
Povero Cicillo! Da quanti giorni sei qui? Com'è andato questo imbroglio? Io me la son cavata con poco.
Sto bene in gamba, sai! E la mamma? E Concettella? E 'u nennillo, come vanno? Io me n'esco dall'ospedale.
Andiamo dunque.
O signore Iddio! Chi l'avrebbe mai detto!
Il ragazzo stentò a spiccicar quattro parole per dar notizie della famiglia.
- Oh come sono contento! - balbettò.
- Come sono contento! Che brutti giorni ho passati! E non rifiniva di baciar suo padre.
Ma non si muoveva.
- Vieni dunque - gli disse il padre.
- Arriveremo ancora a casa stasera.
Andiamo.
- E lo tirò a sé.
Il ragazzo si voltò a guardare il suo malato.
- Ma...
vieni o non vieni? - gli domandò il padre, stupito.
Il ragazzo diede ancora uno sguardo al malato, il quale, in quel momento, aperse gli occhi e lo guardò fissamente.
Allora gli sgorgò dall'anima un torrente di parole.
- No, Tata, aspetta...
ecco...
non posso.
C'è quel vecchio.
Da cinque giorni son qui.
Mi guarda sempre.
Credevo che fossi tu.
Gli volevo bene.
Mi guarda, io gli do da bere, mi vuol sempre accanto, ora sta molto male, abbi pazienza, non ho coraggio, non so, mi fa troppo pena, tornerò a casa domani, lasciami star qui un altro po', non va mica bene che lo lasci, vedi in che maniera mi guarda, io non so chi sia, ma mi vuole, morirebbe solo, lasciami star qui, caro Tata!
- Bravo, piccerello! - gridò l'assistente.
Il padre rimase perplesso, guardando il ragazzo; poi guardò il malato.
- Chi è? - domandò.
- Un contadino come voi - rispose l'assistente, - venuto di fuori, entrato all'ospedale lo stesso giorno che c'entraste voi.
Lo portaron qui ch'era fuor di senso, e non poté dir nulla.
Forse ha una famiglia lontana, dei figliuoli.
Crederà che sia un dei suoi, il vostro.
Il malato guardava sempre il ragazzo.
Il padre disse a Cicillo: - Resta.
- Non ha più da restar che per poco, - mormorò l'assistente.
- Resta -, ripeté il padre.
- Tu hai cuore.
Io vado subito a casa a levar di pena la mamma.
Ecco uno scudo pei tuoi bisogni.
Addio, bravo figliuolo mio.
A rivederci.
Lo abbracciò, lo guardò fisso, lo ribaciò in fronte, e partì.
Il ragazzo tornò accanto al letto, e l'infermo parve racconsolato.
E Cicillo ricominciò a far l'infermiere, non piangendo più, ma con la stessa premura, con la stessa pazienza di prima; ricominciò a dargli da bere, ad accomodargli le coperte, a carezzargli la mano, a parlargli dolcemente, per fargli coraggio.
Lo assistette tutto quel giorno, lo assistette tutta la notte, gli restò ancora accanto il giorno seguente.
Ma il malato s'andava sempre aggravando; il suo viso diventava color violaceo, il suo respiro ingrossava, gli cresceva l'agitazione, gli sfuggivan dalla bocca delle grida inarticolate, l'enfiagione si faceva mostruosa.
Alla visita della sera, il medico disse che non avrebbe passata la notte.
E allora Cicillo raddoppiò le sue cure e non lo perdette più d'occhio un minuto.
E il malato lo guardava, lo guardava, e muoveva ancora le labbra, tratto tratto, con un grande sforzo, come se volesse dir qualche cosa, e un'espressione di dolcezza straordinaria passava a quando a quando nei suoi occhi, che sempre più si rimpiccolivano e s'andavano velando.
E quella notte il ragazzo lo vegliò fin che vide biancheggiare alle finestre il primo barlume di giorno, e comparire la suora.
La suora s'avvicinò al letto, diede un'occhiata al malato e andò via a rapidi passi.
Pochi momenti dopo ricomparve col medico assistente e con un infermiere, che portava una lanterna.
- È all'ultimo momento, - disse il medico.
Il ragazzo afferrò la mano del malato.
Questi aprì gli occhi, lo fissò, e li richiuse.
In quel punto parve al ragazzo di sentirsi stringere la mano.
- M'ha stretta la mano! - esclamò.
Il medico rimase un momento chino sul malato, poi s'alzò.
La suora staccò un crocifisso dalla parte.
- E morto! - gridò il ragazzo.
- Va', figliuolo, - disse il medico.
- La tua santa opera è compiuta.
Va' e abbi fortuna, che la meriti.
Dio ti proteggerà.
Addio.
La suora che s'era allontanata un momento, tornò con un mazzettino di viole, tolte da un bicchiere sulla finestra, e lo porse al ragazzo, dicendo: - Non ho altro da darti.
Tieni questo per memoria dell'ospedale.
- Grazie, - rispose il ragazzo, - pigliando il mazzetto con una mano e asciugandosi gli occhi con l'altra; - ma ho tanta strada da fare a piedi...
lo sciuperei.
- E sciolto il mazzolino sparpagliò le viole sul letto, dicendo: - Le lascio per ricordo al mio povero morto.
Grazie, sorella.
Grazie, signor dottore.
- Poi, rivolgendosi al morto: - Addio...
- E mentre cercava un nome da dargli, gli rivenne dal cuore alle labbra il dolce nome che gli aveva dato per cinque giorni: - Addio, povero Tata!
Detto questo, si mise sotto il braccio il suo involtino di panni, e a lenti passi, rotto dalla stanchezza, se n'andò.
L'alba spuntava.
L'officina
18, sabato
Precossi venne ieri sera a rammentarmi che andassi a vedere la sua officina, che è sotto nella strada, e questa mattina, uscendo con mio padre, mi ci feci condurre un momento.
Mentre noi ci avvicinavamo all'officina, ne usciva di corsa Garoffi, con un pacco in mano, facendo svolazzare il suo gran mantello, che copre le mercanzie.
Ah! ora lo so dove va a raspare la limatura di ferro, che vende per dei giornali vecchi, quel trafficone di Garoffi! Affacciandoci alla porta, vedemmo Precossi, seduto sur una torricella di mattoni, che studiava la lezione, col libro sulle ginocchia.
S'alzò subito e ci fece entrare: era uno stanzone pien di polvere di carbone, colle pareti tutte irte di martelli, di tanaglie, di spranghe, di ferracci d'ogni forma, e in un angolo ardeva il fuoco d'un fornello, in cui soffiava un mantice, tirato da un ragazzo.
Precossi padre era vicino all'incudine, e un garzone teneva una spranga di ferro nel fuoco.
- Ah! eccolo qui, - disse il fabbro appena ci vide, levandosi la berretta, - il bravo ragazzo che regala i treni delle strade ferrate! È venuto a vedere un po' lavorare, non è vero? Eccolo servito sul momento.
- E dicendo questo sorrideva, non aveva più quella faccia torva, quegli occhi biechi dell'altre volte.
Il garzone gli porse una lunga spranga di ferro arroventata da un capo, e il fabbro l'appoggiò sull'incudine.
Faceva una di quelle spranghe a voluta per le ringhiere a gabbia dei terrazzini.
Alzò un grosso martello e cominciò a picchiare, spingendo la parte rovente ora di qua ora di là tra una punta dell'incudine e il mezzo, e rigirandola in vari modi, ed era una meraviglia a vedere come sotto ai colpi rapidi e precisi del martello il ferro s'incurvava, s'attorceva, pigliava via via la forma graziosa della foglia arricciata d'un fiore, come un cannello di pasta, ch'egli avesse modellato con le mani.
E intanto il suo figliuolo ci guardava, con una cert'aria altera, come per dire: - Vedete come lavora mio padre! - Ha visto come si fa, il signorino? - mi domandò il fabbro, quand'ebbe finito, mettendomi davanti la spranga, che pareva il pastorale d'un vescovo.
Poi la mise in disparte e ne ficcò un'altra nel fuoco.
- Ben fatto davvero, - gli disse mio padre.
E soggiunse: - Dunque...
si lavora, eh? La buona voglia è tornata.
- È tornata, sì - rispose l'operaio, asciugandosi il sudore, e arrossendo un poco.
- E sa chi me l'ha fatta tornare? - Mio padre finse di non capire.
- Quel bravo ragazzo, - disse il fabbro, accennando il figliuolo col dito, - quel bravo figliuolo là, che studiava e faceva onore a suo padre mentre suo padre...
faceva baldoria e lo trattava come una bestia.
Quando ho visto quella medaglia...
Ah! il piccinetto mio, alto come un soldo di cacio, vieni un po' qua che ti guardi bene nel muso! - Il ragazzo corse subito, il fabbro lo prese e lo mise diritto sull'incudine, tenendolo sotto le ascelle, e gli disse: - Pulite un poco il frontespizio a questo bestione di babbo.
- E allora Precossi coprì di baci il viso nero di suo padre fin che fu anche lui tutto nero.
- Così va bene, - disse il fabbro, e lo rimise in terra.
- Così va bene davvero, Precossi! - esclamò mio padre, contento.
E detto a rivederci al fabbro e al figliuolo, mi condusse fuori.
Mentre uscivo, Precossino mi disse: - Scusami, - e mi cacciò in tasca un pacchetto di chiodi; io l'invitai a venir a vedere il carnevale da casa mia.
- Tu gli hai regalato il tuo treno di strada ferrata, - mi disse mio padre per la strada; - ma se fosse stato d'oro e pieno di perle, sarebbe stato ancora un piccolo regalo per quel santo figliuolo che ha rifatto il cuore a suo padre.
Il piccolo pagliaccio
20, lunedì
Tutta la città è in ribollimento per il carnevale, che è sul finire, in ogni piazza si rizzan baracche di saltimbanchi e giostre, e noi abbiamo sotto le finestre un circo di tela, dove dà spettacolo una piccola compagnia veneziana, con cinque cavalli.
Il circo è nel mezzo della piazza, e in un angolo ci son tre carrozzoni grandi, dove i saltimbanchi dormono e si travestono; tre casette con le ruote, coi loro finestrini e un caminetto ciascuna, che fuma sempre; e tra finestrino e finestrino sono stese delle fasce da bambini.
C'è una donna che allatta un putto, fa da mangiare e balla sulla corda.
Povera gente! Si dice saltimbanco come un'ingiuria; eppure si guadagnano il pane onestamente, divertendo tutti; e come faticano! Tutto il giorno corrono tra il circo e i carrozzoni, in maglia, con questi freddi; mangian due bocconi a scappa e fuggi, in piedi, tra una rappresentazione e l'altra, e a volte, quando hanno già il circo affollato, si leva un vento che strappa le tele e spegne i lumi, e addio spettacolo! debbon rendere i denari e lavorar tutta la sera a rimetter su la baracca.
Ci hanno due ragazzi che lavorano; e mio padre riconobbe il più piccolo mentre attraversava la piazza: è il figliuolo del padrone lo stesso che vedemmo fare i giochi a cavallo l'anno passato, in un circo di piazza Vittorio Emanuele.
È cresciuto, avrà otto anni, è un bel ragazzo, un bel visetto rotondo e bruno di monello, con tanti riccioli neri che gli scappan fuori dal cappello a cono.
È vestito da pagliaccio, ficcato dentro a una specie di saccone con le maniche, bianco ricamato di nero, e ha le scarpette di tela.
È un diavoletto.
Piace a tutti.
Fa di tutto.
Lo vediamo ravvolto in uno scialle, la mattina presto, che porta il latte alla sua casetta di legno; poi va a prendere i cavalli alla rimessa di via Bertola; tiene in braccio il bimbo piccolo; trasporta cerchi cavalletti, sbarre, corde; pulisce i carrozzoni, accende il fuoco, e nei momenti di riposo è sempre appiccicato a sua madre.
Mio padre lo guarda sempre dalla finestra, e non fa che parlar di lui e dei suoi, che han l'aria di buona gente, e di voler bene ai figliuoli.
Una sera ci siamo andati, al circo; faceva freddo, non c'era quasi nessuno; ma tanto il pagliaccino si dava un gran moto per tener allegra quella po' di gente: faceva dei salti mortali, s'attaccava alla coda dei cavalli, camminava con le gambe per aria, tutto solo, e cantava, sempre sorridente, col suo visetto bello e bruno; e suo padre che aveva un vestito rosso e i calzoni bianchi, con gli stivali alti e la frusta in mano, lo guardava; ma era triste.
Mio padre n'ebbe compassione, e ne parlò il dì dopo col pittore Delis, che venne a trovarci.
Quella povera gente s'ammazza a lavorare e fa così cattivi affari! Quel ragazzino gli piaceva tanto! Che cosa si poteva fare per loro? Il pittore ebbe un'idea.
- Scrivi un bell'articolo sulla Gazzetta, - gli disse, - tu che sai scrivere: tu racconti i miracoli del piccolo pagliaccio e io faccio il suo ritratto; la Gazzetta la leggon tutti, e almeno per una volta accorrerà gente.
- E così fecero.
Mio padre scrisse un articolo, bello e pieno di scherzi, che diceva tutto quello che noi vediamo dalla finestra, e metteva voglia di conoscere e di carezzare il piccolo artista; e il pittore schizzò un ritrattino somigliante e grazioso, che fu pubblicato sabato sera.
Ed ecco, alla rappresentazione di domenica, una gran folla che accorre al circo.
Era annunziato: Rappresentazione a beneficio del pagliaccino; del pagliaccino, com'era chiamato nella Gazzetta.
Mio padre mi condusse nei primi posti.
Accanto all'entrata avevano affisso la Gazzetta.
Il circo era stipato; molti spettatori avevano la Gazzetta in mano, e la mostravano al pagliaccino, che rideva e correva or dall'uno or dall'altro, tutto felice.
Anche il padrone era contento.
Figurarsi! Nessun giornale gli aveva mai fatto tanto onore, e la cassetta dei soldi era piena.
Mi padre sedette accanto a me.
Tra gli spettatori trovammo delle persone di conoscenza.
C'era vicino all'entrata dei cavalli, in piedi, il maestro di Ginnastica, quello che è stato con Garibaldi; e in faccia a noi, nei secondi posti, il muratorino, col suo visetto tondo, seduto accanto a quel gigante di suo padre...
e appena mi vide, mi fece il muso di lepre.
Un po' più in là vidi Garoffi, che contava gli spettatori, calcolando sulle dita quanto potesse aver incassato la Compagnia.
C'era anche nelle seggiole dei primi posti, poco lontano da noi, il povero Robetti, quello che salvò il bimbo dall'omnibus, con le sue stampelle fra le ginocchia, stretto al fianco di suo padre, capitano d'artiglieria, che gli teneva una mano sulla spalla.
La rappresentazione cominciò.
Il pagliaccino fece meraviglie sul cavallo, sul trapezio e sulla corda, e ogni volta che saltava giù, tutti gli battevan le mani e molti gli tiravano i riccioli.
Poi fecero gli esercizi vari altri, funamboli, giocolieri e cavallerizzi, vestiti di cenci e scintillanti d'argento.
Ma quando non c'era il ragazzo, pareva che la gente si seccasse.
A un certo punto vidi il maestro di ginnastica, fermo all'entrata dei cavalli, che parlò nell'orecchio del padrone del circo, e questi subito girò lo sguardo sugli spettatori, come se cercasse qualcuno.
Il suo sguardo si fermò su di noi.
Mio padre se ne accorse, capì che il maestro aveva detto ch'era lui l'autor dell'articolo, e per non esser ringraziato se ne scappò via, dicendomi: - Resta, Enrico; io t'aspetto fuori.
- Il pagliaccino, dopo aver scambiato qualche parola col suo babbo, fece ancora un esercizio: ritto sul cavallo che galoppava, si travestì quattro volte, da pellegrino, da marinaio, da soldato, da acrobata, e ogni volta che mi passava vicino, mi guardava.
Poi, quando scese, cominciò a fare il giro del circo col cappello da pagliaccio tra le mani, e tutti ci gettavan dentro soldi e confetti.
Io tenni pronti due soldi; ma quando fu in faccia a me, invece di porgere il cappello, lo tirò indietro, mi guardò e passò avanti.
Rimasi mortificato.
Perché m'aveva fatto quello sgarbo? La rappresentazione terminò, il padrone ringraziò il pubblico, e tutta la gente s'alzò, affollandosi verso l'uscita.
Io ero confuso tra la folla, e stavo già per uscire, quando mi sentii toccare una mano.
Mi voltai: era il pagliaccino, col suo bel visetto bruno e i suoi riccioli neri, che mi sorrideva: aveva le mani piene di confetti.
Allora capii.
- Voresistu - mi disse - agradir sti confeti del pagiazzeto? - Io accennai di sì, e ne presi tre o quattro.
- Alora, - soggiunse - ciapa anca un baso.
- Dammene due -, risposi, e gli porsi il viso.
Egli si pulì con la manica la faccia infarinata, mi pose un braccio intorno al collo, e mi stampò due baci sulle guance, dicendomi: - Tò, e portighene uno a to pare.
L'ultimo giorno di carnevale
21, martedì
Che triste scena vedemmo oggi al corso delle maschere! Finì bene; ma poteva seguire una grande disgrazia.
In piazza San Carlo, tutta decorata di festoni gialli, rossi e bianchi, s'accalcava una grande moltitudine; giravan maschere d'ogni colore; passavano carri dorati e imbandierati, della forma di padiglioni di teatrini e di barche, pieni d'arlecchini e di guerrieri, di cuochi, di marinai e di pastorelle; era una confusione da non saper dove guardare; un frastuono di trombette, di corni e di piatti turchi che lacerava le orecchie; e le maschere dei carri trincavano e cantavano, apostrofando la gente a piedi e la gente alle finestre, che rispondevano a squarciagola, e si tiravano a furia arancie e confetti; e al di sopra delle carrozze e della calca, fin dove arrivava l'occhio, si vedevano sventolar bandierine, scintillar caschi, tremolare pennacchi, agitarsi testoni di cartapesta, gigantesche cuffie, tube enormi, armi stravaganti, tamburelli, crotali, berrettini rossi e bottiglie: parevan tutti pazzi.
Quando la nostra carrozza entrò nella piazza, andava dinanzi a noi un carro magnifico, tirato da quattro cavalli coperti di gualdrappe ricamate d'oro, e tutto inghirlandato di rose finte, sul quale c'erano quattordici o quindici signori, mascherati da gentiluomini della corte di Francia, tutti luccicanti di seta, col parruccone bianco, un cappello piumato sotto il braccio e lo spadino, e un arruffio di nastri e di trine sul petto: bellissimi.
Cantavano tutti insieme una canzonetta francese, e gettavan dolci alla gente, e la gente batteva le mani e gridava.
Quando a un tratto, sulla nostra sinistra, vedemmo un uomo sollevare sopra le teste della folla una bambina di cinque o sei anni, una poverella che piangeva disperatamente, agitando le braccia, come presa dalle convulsioni.
L'uomo si fece largo verso il carro dei signori, uno di questi si chinò, e quell'altro disse forte: - Prenda questa bimba, ha perduto sua madre nella folla, la tenga in braccio; la madre non può essere lontana, e la vedrà, non c'è altra maniera.
- Il signore prese la bimba in braccio; tutti gli altri cessarono di cantare, la bimba urlava e si dibatteva, il signore si tolse la maschera; il carro continuò a andare lentamente.
In quel mentre, come ci fu detto poi, all'estremità opposta della piazza, una povera donna mezzo impazzita rompeva la calca a gomitate e a spintoni, urlando: - Maria! Maria! Maria! Ho perduto la mia figliuola! Me l'hanno rubata! Mi hanno soffocato la mia bambina! - E da un quarto d'ora smaniava, si disperava a quel modo, andando un po' di qua e un po' di là, oppressa dalla folla, che stentava ad aprirle il passo.
Il signore del carro, intanto, si teneva la bimba stretta contro i nastri e le trine del petto, girando lo sguardo per la piazza, e cercando di quietare la povera creatura, che si copriva il viso con le mani, non sapendo dove fosse, e singhiozzava da schiantarsi il cuore.
Il signore era commosso, si vedeva che quelle grida gli andavano all'anima; tutti gli altri offrivano alla bimba arancie e confetti; ma quella respingeva tutto, sempre più spaventata e convulsa.
- Cercate la madre! gridava il signore alla folla, - cercate la madre! - E tutti si voltavano a destra e a sinistra; ma la madre non si trovava.
Finalmente, a pochi passi dall'imboccatura di via Roma, si vide una donna slanciarsi verso il carro...
Ah! mai più la dimenticherò! Non pareva più una creatura umana, aveva i capelli sciolti, la faccia sformata, le vesti lacere, si slanciò avanti mettendo un rantolo che non si capì se fosse di gioia, d'angoscia o di rabbia, e avventò le mani come due artigli per afferrar la figliuola.
Il carro si fermò.
- Eccola qui -, disse il signore, porgendo la bimba, dopo averla baciata, e la mise tra le braccia di sua madre, che se la strinse al seno come una furia...
Ma una delle due manine restò un minuto secondo tra le mani del signore, e questi strappatosi dalla destra un anello d'oro con un grosso diamante, e infilatolo con un rapido movimento in un dito della piccina: - Prendi, - le disse, - sarà la tua dote di sposa.
- La madre restò lì come incantata, la folla proruppe in applausi, il signore si rimise la maschera, i suoi compagni ripresero il canto, e il carro ripartì lentamente in mezzo a una tempesta di battimani e d'evviva.
I ragazzi ciechi
23, giovedì
Il maestro è molto malato e mandarono in vece sua quello della quarta, che è stato maestro nell'Istituto dei ciechi; il più vecchio di tutti, così bianco che par che abbia in capo una parrucca di cotone, e parla in un certo modo, come se cantasse una canzone malinconica; ma bene, e sa molto.
Appena entrato nella scuola, vedendo un ragazzo con un occhio bendato, s'avvicinò al banco e gli domandò che cos'aveva.
- Bada agli occhi, ragazzo, - gli disse.
- E allora Derossi gli domandò: - È vero, signor maestro, che è stato maestro dei ciechi? - Sì, per vari anni, - rispose.
E Derossi disse a mezza voce: - Ci dica qualche cosa.
Il maestro s'andò a sedere a tavolino.
Coretti disse forte: - L'istituto dei ciechi è in via Nizza.
- Voi dite ciechi, ciechi, - disse il maestro, - così, come direste malati e poveri o che so io.
Ma capite bene il significato di quella parola? Pensateci un poco.
Ciechi! Non veder nulla, mai! Non distinguere il giorno dalla notte, non veder né il cielo né il sole né i propri parenti, nulla di tutto quello che s'ha intorno e che si tocca; essere immersi in una oscurità perpetua, e come sepolti nelle viscere della terra! Provate un poco a chiudere gli occhi e a pensare di dover rimanere per sempre così: subito vi prende un affanno, un terrore, vi pare che vi sarebbe impossibile di resistere, che vi mettereste a gridare, che impazzireste o morireste.
Eppure...
poveri ragazzi, quando s'entra per la prima volta nell'Istituto dei ciechi, durante la ricreazione, a sentirli suonar violini e flauti da tutte le parti, e parlar forte e ridere, salendo e scendendo le scale a passi lesti, e girando liberamente per i corridoi e pei dormitori, non si direbbe mai che son quegli sventurati che sono.
Bisogna osservarli bene.
C'è dei giovani di sedici o diciott'anni, robusti e allegri, che portano la cecità con una certa disinvoltura, con una certa baldanza quasi; ma si capisce dall'espressione risentita e fiera dei visi, che debbono aver sofferto tremendamente prima di rassegnarsi a quella sventura.
Ce n'è altri, dei visi pallidi e dolci, in cui si vede una grande rassegnazione; ma triste, e si capisce che qualche volta, in segreto, debbono piangere ancora.
Ah! figliuoli miei.
Pensate che alcuni di essi hanno perduto la vista in pochi giorni, che altri l'han perduta dopo anni di martirio, e molte operazioni chirurgiche terribili, e che molti son nati così, nati in una notte che non ebbe mai alba per loro, entrati nel mondo come in una tomba immensa, e che non sanno come sia fatto il volto umano! Immaginate quanto debbono aver sofferto e quanto debbono soffrire quando pensano così, confusamente, alla differenza tremenda che passa fra loro e quelli che ci vedono, e domandano a sé medesimi: - Perché questa differenza se non abbiamo alcuna colpa? - Io che son stato vari anni fra loro, quando mi ricordo quella classe, tutti quegli occhi suggellati per sempre, tutte quelle pupille senza sguardo e senza vita, e poi guardo voi altri...
mi pare impossibile che non siate tutti felici.
Pensate: ci sono circa ventisei mila ciechi in Italia! Ventisei mila persone che non vedono luce, capite; un esercito che c'impiegherebbe quattro ore a sfilare sotto le nostre finestre!
Il maestro tacque; non si sentiva un alito nella scuola.
Derossi domandò se era vero che i ciechi hanno il tatto più fino di noi.
Il maestro disse: - È vero.
Tutti gli altri sensi si raffinano in loro, appunto perché, dovendo supplire fra tutti a quello della vista, sono più e meglio esercitati di quello che non siano da chi ci vede.
La mattina, nei dormitori, l'uno domanda all'altro: - C'è il sole? - e chi è più lesto a vestirsi scappa subito nel cortile ad agitar le mani per aria, per sentire se c'è il tepore del sole, e corre a dar la buona notizia: - C'è il sole! - Dalla voce d'una persona si fanno un'idea della statura; noi giudichiamo l'animo d'un uomo dall'occhio, essi dalla voce; ricordano le intonazioni e gli accenti per anni.
S'accorgono se in una stanza c'è più d'una persona, anche se una sola parla, e le altre restano immobili.
Al tatto s'accorgono se un cucchiaio è poco o molto pulito.
Le bimbe distinguono la lana tinta da quella di color naturale.
Passando a due a due per le strade, riconoscono quasi tutte le botteghe all'odore, anche quelle in cui noi non sentiamo odori.
Tirano la trottola, e a sentire il ronzìo che fa girando, vanno diritti a pigliarla senza sbagliare.
Fanno correre il cerchio, giocano ai birilli, saltano con la funicella, fabbricano casette coi sassi, colgono le viole come se le vedessero, fanno stuoie e canestrini intrecciando paglia di vari colori, speditamente e bene; tanto hanno il tatto esercitato! Il tatto è la loro vista, è uno dei più grandi piaceri per loro quello di toccare, di stringere, d'indovinare la forma delle cose tastandole.
È commovente vederli, quando li conducono al museo industriale, dove li lascian toccare quello che vogliono, veder con che festa si gettano sui corpi geometrici, sui modellini di case, sugli strumenti, con che gioia palpano, stropicciano, rivoltano fra le mani tutte le cose, per vedere come son fatte.
Essi dicono vedere!
Garoffi interruppe il maestro per domandargli se era vero che i ragazzi ciechi imparano a far di conto meglio degli altri.
Il maestro rispose: - È vero.
Imparano a far di conto e a leggere.
Hanno dei libri fatti apposta, coi caratteri rilevati; ci passano le dita sopra, riconoscon le lettere, e dicon le parole; leggono corrente.
E bisogna vedere, poveretti, come arrossiscono quando commettono uno sbaglio.
E scrivono pure, senza inchiostro.
Scrivono sur una carta spessa e dura con un punteruolo di metallo che fa tanti punticini incavati e aggrappati secondo un alfabeto speciale; i quali punticini riescono in rilievo sul rovescio della carta per modo che voltando il foglio e strisciando le dita su quei rilievi, essi possono leggere quello che hanno scritto, ed anche la scrittura d'altri, e così fanno delle composizioni, e si scrivono delle lettere fra loro.
Nella stessa maniera scrivono i numeri e fanno i calcoli.
E calcolano a mente con una facilità incredibile, non essendo divagati dalla vista delle cose, come siamo noi.
E se vedeste come sono appassionati per sentir leggere, come stanno attenti, come ricordano tutto, come discutono fra loro, anche i piccoli, di cose di storia e di lingua, seduti quattro o cinque sulla stessa panca, senza voltarsi l'un verso l'altro, e conversando il primo col terzo, il secondo col quarto, ad alta voce e tutti insieme, senza perdere una sola parola, da tanto che han l'orecchio acuto e pronto! E danno più importanza di voi altri agli esami, ve lo assicuro, e s'affezionano di più ai loro maestri.
Riconoscono il maestro al passo e all'odore; s'accorgono se è di buono o cattivo umore, se sta bene o male, nient'altro che dal suono d'una sua parola; vogliono che il maestro li tocchi, quando gli incoraggia e li loda, e gli palpan le mani e le braccia per esprimergli la loro gratitudine.
E si voglion bene anche fra loro, sono buoni compagni.
Nel tempo della ricreazione sono quasi sempre insieme quei soliti.
Nella sezione delle ragazze, per esempio, formano tanti gruppi, secondo lo strumento che suonano, le violiniste, le pianiste, le suonatrici di flauto, e non si scompagnano mai.
Quando hanno posto affetto a uno, è difficile che se ne stacchino.
Trovano un gran conforto nell'amicizia.
Si giudicano rettamente, fra loro.
Hanno un concetto chiaro e profondo del bene e del male.
Nessuno s'esalta come loro al racconto d'un'azione generosa o d'un fatto grande.
Votini domandò se suonano bene.
- Amano la musica ardentemente, - rispose il maestro.
- È la loro gioia, è la loro vita la musica.
Dei ciechi bambini, appena entrati nell'Istituto, son capaci di star tre ore immobili in piedi a sentir sonare.
Imparano facilmente, suonano con passione.
Quando il maestro dice a uno che non ha disposizione alla musica, quegli ne prova un grande dolore, ma si mette a studiare disperatamente.
Ah! se udiste la musica là dentro se li vedeste quando suonano colla fronte alta col sorriso sulle labbra, accesi nel viso, tremanti dalla commozione, estatici quasi ad ascoltar quell'armonia che rispandono nell'oscurità infinita che li circonda, come sentireste che è una consolazione divina la musica! E giubilano, brillano di felicità quando un maestro dice loro: - Tu diventerai un artista.
- Per essi il primo nella musica, quello che riesce meglio di tutti al pianoforte o al violino, è come un re; lo amano, lo venerano.
Se nasce un litigio fra due di loro, vanno da lui; se due amici si guastano, è lui che li riconcilia.
I più piccini, a cui egli insegna a sonare, lo tengono come un padre.
Prima d'andare a dormire, vanno tutti a dargli la buona notte.
E parlano continuamente di musica.
Sono già a letto, la sera tardi, quasi tutti stanchi dallo studio e dal lavoro, e mezzo insonniti; e ancora discorrono a bassa voce di opere, di maestri, di strumenti, d'orchestre.
Ed è un castigo così grande per essi l'esser privati della lettura o della lezione di musica, ne soffrono tanto dolore, che non s'ha quasi mai il coraggio di castigarli in quel modo.
Quello che la luce è per i nostri occhi, la musica è per il loro cuore.
Derossi domandò se non si poteva andarli a vedere.
- Si può, - rispose il maestro; - ma voi, ragazzi, non ci dovete andare per ora.
Ci andrete più tardi, quando sarete in grado di capire tutta la grandezza di quella sventura, e di sentire tutta la pietà che essa merita.
È uno spettacolo triste, figliuoli.
Voi vedete là qualche volta dei ragazzi seduti di contro a una finestra spalancata, a godere l'aria fresca, col viso immobile, che par che guardino la grande pianura verde e le belle montagne azzurre che vedete voi...; e a pensare che non vedon nulla, che non vedranno mai nulla di tutta quella immensa bellezza, vi si stringe l'anima come se fossero diventati ciechi in quel punto.
E ancora i ciechi nati, che non avendo mai visto il mondo, non rimpiangono nulla, perché hanno l'immagine d'alcuna cosa, fanno meno compassione.
Ma c'è dei ragazzi ciechi da pochi mesi, che si ricordano ancora di tutto, che comprendono bene tutto quello che han perduto, e questi hanno di più il dolore di sentirsi oscurare nella mente, un poco ogni giorno, le immagini più care, di sentirsi come morire nella memoria le persone più amate.
Uno di questi ragazzi mi diceva un giorno con una tristezza inesprimibile: - Vorrei ancora aver la vista d'una volta, appena un momento, per rivedere il viso della mamma, che non lo ricordo più - E quando la mamma va a trovarli, le mettono le mani sul viso, la toccano bene dalla fronte al mento e alle orecchie, per sentir com'è fatta, e quasi non si persuadono di non poterla vedere, e la chiamano per nome molte volte come per pregarla che si lasci, che si faccia vedere una volta.
Quanti escono di là piangendo, anche uomini di cuor duro! E quando s'esce, ci pare un'eccezione la nostra, un privilegio quasi non meritato di veder la gente, le case, il cielo.
Oh! non c'è nessuno di voi, ne son certo, che uscendo di là non sarebbe disposto a privarsi d'un po' della propria vista per darne un barlume almeno a tutti quei poveri fanciulli, per i quali il sole non ha luce e la madre non ha viso!
Il maestro malato
25, sabato
Ieri sera, uscendo dalla scuola, andai a visitare il mio maestro malato.
Dal troppo lavorare s'è ammalato.
Cinque ore di lezione al giorno, poi un'ora di ginnastica, poi altre due ore di scuola serale, che vuol dire dormir poco, mangiare di scappata e sfiatarsi dalla mattina alla sera: s'è rovinata la salute.
Così dice mia madre.
Mia madre m'aspettò sotto il portone, io salii solo, e incontrai per le scale il maestro della barbaccia nera, - Coatti, - quello che spaventa tutti e non punisce nessuno, egli mi guardò con gli occhi larghi e fece la voce del leone, per celia, ma senza ridere.
Io ridevo ancora tirando il campanello, al quarto piano; ma rimasi male subito, quando la serva mi fece entrare in una povera camera, mezz'oscura, dove era coricato il mio maestro.
Era in un piccolo letto di ferro, aveva la barba lunga.
Si mise una mano alla fronte, per vederci meglio, ed esclamò con la sua voce affettuosa: - Oh Enrico! - Io m'avvicinai al letto, egli mi pose una mano sulla spalla, e disse: - Bravo, figliuolo.
Hai fatto bene a venir a trovare il tuo povero maestro.
Son ridotto a mal partito, come vedi, caro il mio Enrico.
E come va la scuola? come vanno i compagni? Tutto bene, eh? anche senza di me.
Ne fate di meno benissimo, è vero? del vostro vecchio maestro.
- Io volevo dir di no; egli m'interruppe: - Via, via, lo so che non mi volete male.
- E mise un sospiro.
Io guardavo ce