CUORE, di Edmondo De Amicis - pagina 23
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Buono era, piuttosto che tristo; ma caparbio, e difficile molto, anche quando aveva il cuore stretto dal pentimento, a lasciarsi sfuggire dalla bocca quelle buone parole che ci fanno perdonare: - Sì, ho torto, non lo farò più, te lo prometto, perdonami.
- Aveva l'anima piena di tenerezza alle volte; ma l'orgoglio non la lasciava uscire.
- Ah Ferruccio! - continuò la nonna, vedendolo così muto.
- Non una parola di pentimento mi dici! Tu vedi in che stato mi trovo ridotta, che mi potrebbero sotterrare.
Non dovresti aver cuore di farmi soffrire, di far piangere la mamma della tua mamma, così vecchia, vicina al suo ultimo giorno; la tua povera nonna, che t'ha sempre voluto tanto bene; che ti cullava per notti e notti intere quand'eri bimbo di pochi mesi, e che non mangiava per baloccarti, tu non lo sai! Io dicevo sempre:
- Questo sarà la mia consolazione! - E ora tu mi fai morire! Io darei volentieri questo po' di vita che mi resta, per vederti tornar buono, obbediente come a quei giorni...
quando ti conducevo al Santuario, ti ricordi, Ferruccio? che mi empivi le tasche di sassolini e d'erbe, e io ti riportavo a casa in braccio, addormentato? Allora volevi bene alla tua povera nonna.
E ora che sono paralitica e che avrei bisogno della tua affezione come dell'aria per respirare, perché non ho più altro al mondo, povera donna mezza morta che sono, Dio mio!...
Ferruccio stava per lanciarsi verso la nonna, vinto dalla commozione, quando gli parve di sentire un rumor leggiero, uno scricchiolìo nello stanzino accanto, quello che dava sull'orto.
Ma non capì se fossero le imposte scosse dal vento, o altro.
Tese l'orecchio.
La pioggia scrosciava.
Il rumore si ripeté.
La nonna lo sentì pure.
- Cos'è? - domandò la nonna dopo un momento, turbata.
- La pioggia, - mormorò il ragazzo.
- Dunque, Ferruccio, - disse la vecchia, asciugandosi gli occhi, - me lo prometti che sarai buono, che non farai mai più piangere la tua povera nonna...
Un nuovo rumor leggiero la interruppe.
- Ma non mi pare la pioggia! - esclamò, impallidendo - ...
va' a vedere!
Ma soggiunse subito: - No, resta qui! - e afferrò Ferruccio per la mano.
Rimasero tutti e due col respiro sospeso.
Non sentivan che il rumore dell'acqua.
Poi tutti e due ebbero un brivido.
All'uno e all'altra era parso di sentire uno stropiccìo di piedi nello stanzino.
- Chi c'è? - domandò il ragazzo, raccogliendo il fiato a fatica.
Nessuno rispose.
- Chi c'è? - ridomandò Ferruccio, agghiacciato dalla paura.
Ma aveva appena pronunciato quelle parole, che tutt'e due gettarono un grido di terrore.
Due uomini erano balzati nella stanza; l'uno afferrò il ragazzo e gli cacciò una mano sulla bocca; l'altro strinse la vecchia alla gola; il primo disse: - Zitto, se non vuoi morire! - il secondo: - Taci! - e levò un coltello.
L'uno e l'altro avevano una pezzuola scura sul viso, con due buchi davanti agli occhi.
Per un momento non si sentì altro che il respiro affannoso di tutti e quattro e lo scrosciar della pioggia; la vecchia metteva dei rantoli fitti, e aveva gli occhi fuor del capo.
Quello che teneva il ragazzo, gli disse nell'orecchio: - Dove tiene i danari tuo padre?
Il ragazzo rispose con un fil di voce, battendo i denti: - Di là...
nell'armadio.
- Vieni con me, - disse l'uomo.
E lo trascinò nello stanzino, tenendolo stretto alla gola.
Là c'era una lanterna cieca, sul pavimento.
- Dov'è l'armadio? - domandò.
Il ragazzo, soffocato, accennò l'armadio.
Allora, per esser sicuro del ragazzo, l'uomo lo gittò in ginocchio, davanti all'armadio, e serrandogli forte il collo fra le proprie gambe, in modo da poterlo strozzare se urlava, e tenendo il coltello fra i denti e la lanterna da una mano, cavò di tasca con l'altra un ferro acuminato, lo ficcò nella serratura, frugò, ruppe, spalancò i battenti, rimescolò in furia ogni cosa, s'empì le tasche, richiuse, tornò ad aprire, rifrugò: poi riafferrò il ragazzo alla strozza, e lo risospinse di là, dove l'altro teneva ancora agguantata la vecchia, convulsa, col capo arrovesciato e la bocca aperta.
Costui domandò a bassa voce: - Trovato?
Il compagno rispose: - Trovato.
E soggiunse: - Guarda all'uscio.
Quello che teneva la vecchia corse alla porta dell'orto a vedere se c'era nessuno, e disse dallo stanzino, con una voce che parve un fischio: - Vieni.
Quello che era rimasto, e che teneva ancora Ferruccio mostrò il coltello al ragazzo e alla vecchia che riapriva gli occhi, e disse: - Non una voce, o torno indietro e vi sgozzo!
E li fisso un momento tutti e due.
In quel punto si sentì lontano, per lo stradone, un canto di molte voci.
Il ladro voltò rapidamente il capo verso l'uscio, e in quel moto violento gli cadde la pezzuola dal viso.
La vecchia gettò un urlo: - Mozzoni!
- Maledetta! - ruggì il ladro, riconosciuto.
- Devi morire!
E si avventò a coltello alzato contro la vecchia, che svenne sull'atto.
L'assassino menò il colpo.
Ma con un movimento rapidissimo, gettando un grido disperato, Ferruccio s'era lanciato sulla nonna, e l'aveva coperta col proprio corpo.
L'assassino fuggì urtando il tavolo e rovesciando il lume, che si spense.
Il ragazzo scivolò lentamente di sopra alla nonna, e cadde in ginocchio, e rimase in quell'atteggiamento, con le braccia intorno alla vita di lei e il capo sul suo seno.
Qualche momento passò; era buio fitto; il canto dei contadini s'andava allontanando per la campagna.
La vecchia rinvenne.
- Ferruccio! - chiamò con voce appena intelligibile, battendo i denti.
- Nonna, - rispose il ragazzo.
La vecchia fece uno sforzo per parlare; ma il terrore le paralizzava la lingua.
Stette un pezzo in silenzio, tremando violentemente.
Poi riuscì a domandare:
- Non ci son più?
- No.
- Non m'hanno uccisa, - mormorò la vecchia con voce soffocata.
- No...
siete salva, - disse Ferruccio, con voce fioca.
- Siete salva, cara nonna.
Hanno portato via dei denari.
Ma il babbo...
aveva preso quasi tutto con sé.
La nonna mise un respiro.
- Nonna, - disse Ferruccio, sempre in ginocchio, stringendola alla vita, - cara nonna...
mi volete bene, non è vero?
- Oh Ferruccio! povero figliuol mio! - rispose quella, mettendogli le mani sul capo, - che spavento devi aver avuto! Oh Signore Iddio misericordioso! Accendi un po' di lume...
No, restiamo al buio, ho ancora paura.
- Nonna, - riprese il ragazzo, - io v'ho sempre dato dei dispiaceri...
- No, Ferruccio, non dir queste cose; io non ci penso più, ho scordato tutto, ti voglio tanto bene!
- V'ho sempre dato dei dispiaceri, - continuò Ferruccio, a stento, con la voce tremola; - ma...
vi ho sempre voluto bene.
Mi perdonate?...
Perdonatemi, nonna
- Sì, figliuolo, ti perdono, ti perdono con tutto il cuore.
Pensa un po' se non ti perdono.
Levati d'in ginocchio, bambino mio.
Non ti sgriderò mai più.
Sei buono, sei tanto buono! Accendiamo il lume.
Facciamoci un po' di coraggio.
Alzati, Ferruccio.
- Grazie, nonna, - disse il ragazzo, con la voce sempre più debole.
- Ora...
sono contento.
Vi ricorderete di me, nonna...
non è vero? vi ricorderete sempre di me...
del vostro Ferruccio.
- Ferruccio mio! - esclamò la nonna, stupita e inquieta, mettendogli le mani sulle spalle e chinando il capo, come per guardarlo nel viso.
- Ricordatevi di me, - mormorò ancora il ragazzo con una voce che pareva un soffio.
- Date un bacio a mia madre...
a mio padre...
a Luigina...
Addio, nonna...
- In nome del cielo, cos'hai! - gridò la vecchia palpando affannosamente il capo del ragazzo che le si era abbandonato sulle ginocchia; e poi con quanta voce avea in gola disperatamente: - Ferruccio! Ferruccio! Ferruccio! Bambino mio! Amor mio! Angeli del paradiso, aiutatemi!
Ma Ferruccio non rispose più.
Il piccolo eroe, il salvatore della madre di sua madre, colpito d'una coltellata nel dorso, aveva reso la bella e ardita anima a Dio.
Il muratorino moribondo
18, martedì
Il povero muratorino è malato grave; il maestro ci disse d'andarlo a vedere, e combinammo d'andarci insieme Garrone, Derossi ed io.
Stardi pure sarebbe venuto, ma siccome il maestro ci diede per lavoro la descrizione del Monumento a Cavour, egli ci disse che doveva andar a vedere il monumento, per far la descrizione più esatta.
Così per prova invitammo anche quel gonfionaccio di Nobis, che ci rispose: - No, - senz'altro.
Votini pure si scusò, forse per paura di macchiarsi il vestito di calcina.
Ci andammo all'uscita delle quattro.
Pioveva a catinelle.
Per la strada Garrone si fermò e disse con la bocca piena di pane: - Cosa si compera? - e faceva sonare due soldi nella tasca.
Mettemmo due soldi ciascuno e comperammo tre arancie grosse.
Salimmo alla soffitta.
Davanti all'uscio Derossi si levò la medaglia e se la mise in tasca: gli domandai perché: - Non so, rispose, - per non aver l'aria...
mi par più delicato entrare senza medaglia.
- Picchiammo, ci aperse il padre, quell'omone che pare un gigante: aveva la faccia stravolta che pareva spaventato.
- Chi siete? - domandò.
- Garrone rispose: - Siamo compagni di scuola d'Antonio, che gli portiamo tre arancie.
- Ah! povero Tonino, - esclamò il muratore scotendo il capo, - ho paura che non le mangerà più le vostre arancie! - e si asciugò gli occhi col rovescio della mano.
Ci fece andar avanti: entrammo in una camera a tetto, dove vedemmo il «muratorino» che dormiva in un piccolo letto di ferro: sua madre stava abbandonata sul letto col viso nelle mani, e si voltò appena a guardarci: da una parte pendevan dei pennelli, un piccone e un crivello da calcina; sui piedi del malato era distesa la giacchetta del muratore, bianca di gesso.
Il povero ragazzo era smagrito, bianco bianco, col naso affilato, e respirava corto.
O caro Tonino, tanto buono e allegro, piccolo compagno mio, come mi fece pena, quanto avrei dato per rivedergli fare il muso di lepre, povero muratorino! Garrone gli mise un'arancia sul cuscino, accanto al viso: l'odore lo svegliò, la pigliò subito, ma poi la lasciò andare, e guardò fisso Garrone.
- Son io, - disse questi, - Garrone: mi conosci? - Egli fece un sorriso che si vide appena, e levò a stento dal letto la sua mano corta e la porse a Garrone, che la prese fra le sue e vi appoggiò sopra la guancia dicendo: - Coraggio, coraggio, muratorino; tu guarirai presto e tornerai alla scuola e il maestro ti metterà vicino a me, sei contento? - Ma il muratorino non rispose.
La madre scoppiò in singhiozzi: - Oh il mio povero Tonino! il mio povero Tonino! Così bravo e buono, e Dio che ce lo vuol prendere! - Chétati! - le gridò il muratore, disperato, - chetati per amor di Dio, o perdo la testa! - Poi disse a noi affannosamente: - Andate, andate, ragazzi; grazie; andate; che volete far qui? Grazie; andatevene a casa.
- Il ragazzo aveva richiuso gli occhi e pareva morto.
- Ha bisogno di qualche servizio? - domandò Garrone.
- No, buon figliuolo, grazie, rispose il muratore; - andatevene a casa.
- E così dicendo ci spinse sul pianerottolo e richiuse l'uscio.
Ma non eravamo a metà delle scale, che lo sentimmo gridare: - Garrone! Garrone! - Risalimmo in fretta tutti e tre.
- Garrone! - gridò il muratore col viso mutato, - t'ha chiamato per nome, due giorni che non parlava, t'ha chiamato due volte, vuole te, vieni subito.
Ah santo Iddio, se fosse un buon segno! - A rivederci, - disse Garrone a noi, - io rimango, - e si lanciò in casa col padre.
Derossi aveva gli occhi pieni di lacrime.
Io gli dissi: - Piangi per il muratorino? Egli ha parlato, guarirà.
- Lo credo, - rispose Derossi; - ma non pensavo a lui...
Pensavo com'è buono, che anima bella è Garrone!
Il conte Cavour
29, mercoledì
È la descrizione del monumento al conte Cavour che tu devi fare.
Puoi farla.
Ma chi sia stato il conte Cavour non lo puoi capire per ora.
Per ora sappi questo soltanto.
egli fu per molti anni il primo ministro del Piemonte, è lui che mandò l'esercito piemontese in Crimea a rialzare con la vittoria della Cernaia la nostra gloria militare caduta con la sconfitta di Novara; è lui che fece calare dalle Alpi centocinquantamila Francesi a cacciar gli Austriaci dalla Lombardia, è lui che governò l'Italia nel periodo più solenne della nostra rivoluzione, che diede in quegli anni il più potente impulso alla santa impresa dell'unificazione della patria, lui con l'ingegno luminoso, con la costanza invincibile, con l'operosità più che umana.
Molti generali passarono ore terribili sul campo di battaglia; ma egli ne passò di più terribili nel suo gabinetto quando l'enorme opera sua poteva rovinare di momento in momento come un fragile edifizio a un crollo di terremoto, ore, notti di lotta e d'angoscia passò, da uscirne con la ragione stravolta o con la morte nel cuore.
E fu questo gigantesco e tempestoso lavoro che gli accorciò di vent'anni la vita.
Eppure, divorato dalla febbre che lo doveva gettar nella fossa, egli lottava ancora disperatamente con la malattia, per far qualche cosa per il suo paese.
- È strano, diceva con dolore dal suo letto di morte, - non so più leggere, non posso più leggere.
- Mentre gli cavavan sangue e la febbre aumentava, pensava alla sua patria, diceva imperiosamente: - Guaritemi, la mia mente s'oscura, ho bisogno di tutte le mie facoltà per trattare dei gravi affari.
- Quando era già ridotto agli estremi, e tutta la città s'agitava, e il Re stava al suo capezzale, egli diceva con affanno.
- Ho molte cose da dirvi, Sire, molte cose da farvi vedere; ma son malato, non posso, non posso; - e si desolava.
E sempre il suo pensiero febbrile rivolava allo Stato, alle nuove provincie italiane che s'erano unite a noi; alle tante cose che rimanevan da farsi.
Quando lo prese il delirio.
- Educate l'infanzia, - esclamava fra gli aneliti, - educate l'infanzia e la gioventù...
governate con la libertà.
- Il delirio cresceva, la morte gli era sopra, ed egli invocava con parole ardenti il generale Garibaldi, col quale aveva avuto dei dissensi, e Venezia e Roma che non erano ancor libere, aveva delle vaste visioni dell'avvenire d'Italia e d'Europa, sognava un'invasione straniera, domandava dove fossero i corpi dell'esercito e i generali, trepidava ancora per noi, per il suo popolo.
Il suo grande dolore, capisci, non era di sentirsi mancare la vita, era di vedersi sfuggire la patria, che aveva ancora bisogno di lui, e per la quale aveva logorato in pochi anni le forze smisurate del suo miracoloso organismo.
Morì col grido della battaglia nella gola, e la sua morte fu grande come la sua vita.
Ora pensa un poco, Enrico, che cosa è il nostro lavoro, che pure ci pesa tanto, che cosa sono i nostri dolori, la nostra morte stessa, a confronto delle fatiche, degli affanni formidabili, delle agonie tremende di quegli uomini; a cui pesa un mondo sul cuore! Pensa a questo, figliuolo, quando passi davanti a quell'immagine di marmo, e dille: - Gloria! - in cuor tuo.
TUO PADRE
APRILE
Primavera
1, sabato
Primo d'aprile! Tre soli mesi ancora.
Questa è stata una delle più belle mattinate dell'anno.
Io ero contento, nella scuola, perché Coretti m'aveva detto d'andar dopo domani a veder arrivare il Re, insieme con suo padre che lo conosce; e perché mia madre m'avea promesso di condurmi lo stesso giorno a visitar l'Asilo infantile di Corso Valdocco.
Anche ero contento perché il «muratorino» sta meglio, e perché ieri sera, passando, il maestro disse a mio padre: - Va bene, va bene.
- E poi era una bella mattinata di primavera.
Dalle finestre della scuola si vedeva il cielo azzurro, gli alberi del giardino tutti coperti di germogli, e le finestre delle case spalancate, colle cassette e i vasi già verdeggianti.
Il maestro non rideva, perché non ride mai, ma era di buon umore, tanto che non gli appariva quasi più quella ruga diritta in mezzo alla fronte; e spiegava un problema sulla lavagna, celiando.
E si vedeva che provava piacere a respirar l'aria del giardino che veniva per le finestre aperte, piena d'un buon odor fresco di terra e di foglie, che faceva pensare alle passeggiate in campagna.
Mentre egli spiegava, si sentiva in una strada vicina un fabbro ferraio che batteva sull'incudine, e nella casa di faccia una donna che cantava per addormentare il bambino: lontano, nella caserma della Cernaia, suonavano le trombe.
Tutti parevano contenti, persino Stardi.
A un certo momento il fabbro si mise a picchiar più forte, la donna a cantar più alto.
Il maestro s'interruppe e prestò l'orecchio.
Poi disse lentamente guardando per la finestra: - Il cielo che sorride, una madre che canta, un galantuomo che lavora, dei ragazzi che studiano...
ecco delle cose belle.
- Quando uscimmo dalla classe, vedemmo che anche tutti gli altri erano allegri; tutti camminavano in fila pestando i piedi forte e canticchiando, come alla vigilia d'una vacanza di quattro giorni; le maestre scherzavano; quella della penna rossa saltellava dietro i suoi bimbi come una scolaretta; i parenti dei ragazzi discorrevano fra loro ridendo, e la madre di Crossi, l'erbaiola, ci aveva nelle ceste tanti mazzi di violette, che empivano di profumo tutto il camerone.
Io non sentii mai tanta contentezza come questa mattina a veder mia madre che mi aspettava nella strada.
E glielo dissi andandole incontro: - Sono contento: cos'è mai che mi fa così contento questa mattina? - E mia madre mi rispose sorridendo che era la bella stagione e la buona coscienza.
Re Umberto
3, lunedì
Alle dieci in punto mio padre vide dalla finestra Coretti, il rivenditore di legna, e il figliuolo, che m'aspettavano sulla piazza, e mi disse: - Eccoli, Enrico; va' a vedere il tuo re.
Io andai giù lesto come un razzo.
Padre e figliuolo erano anche più vispi del solito e non mi parve mai che si somigliassero tanto l'uno all'altro come questa mattina: il padre aveva alla giacchetta la medaglia al valore in mezzo alle due commemorative, e i baffetti arricciati e aguzzi come due spilli.
Ci mettemmo subito in cammino verso la stazione della strada ferrata, dove il re doveva arrivare alle dieci e mezzo.
Coretti padre fumava la pipa e si fregava le mani.
- Sapete, - diceva - che non l'ho più visto dalla guerra del sessantasei? La bagatella di quindici anni e sei mesi.
Prima tre anni in Francia, poi a Mondovì; e qui che l'avrei potuto vedere, non s'è mai dato il maledetto caso che mi trovassi in città quando egli veniva.
Quando si dice le combinazioni.
Egli chiamava il re: - Umberto - come un camerata.
- Umberto comandava la 16a divisione, Umberto aveva ventidue anni e tanti giorni, Umberto montava a cavallo così e così.
- Quindici anni! - diceva forte, allungando il passo.
- Ho proprio desiderio di rivederlo.
L'ho lasciato principe, lo rivedo re.
E anch'io ho cambiato: son passato da soldato a rivenditor di legna.
- E rideva.
Il figliuolo gli domandò: - Se vi vedesse, vi riconoscerebbe?
Egli si mise a ridere.
- Tu sei matto, - rispose.
- Ci vorrebbe altro.
Lui, Umberto, era uno solo; noi eravamo come le mosche.
E poi sì che ci stette a guardare uno per uno.
Sboccammo sul corso Vittorio Emanuele; c'era molta gente che s'avviava alla stazione.
Passava una compagnia d'Alpini, con le trombe.
Passarono due carabinieri a cavallo, di galoppo.
Era un sereno che smagliava.
- Sì! - esclamò Coretti padre, animandosi; - mi fa proprio piacere di rivederlo, il mio generale di divisione.
Ah! come sono invecchiato presto! Mi pare l'altro giorno che avevo lo zaino sulle spalle e il fucile tra le mani in mezzo a quel tramestio, la mattina del 24 giugno, quando s'era per venire ai ferri.
Umberto andava e veniva coi suoi ufficiali, mentre tonava il cannone, lontano; e tutti lo guardavano e dicevano: - Purché non ci sia una palla anche per lui! - Ero a mille miglia dal pensare che di lì a poco me gli sarei trovato tanto vicino, davanti alle lance degli ulani austriaci; ma proprio a quattro passi l'un dall'altro, figliuoli.
Era una bella giornata, il cielo come uno specchio, ma un caldo! Vediamo se si può entrare.
Eravamo arrivati alla stazione; c'era una gran folla, carrozze, guardie, carabinieri, società con bandiere.
La banda d'un reggimento suonava.
Coretti padre tentò di entrare sotto il porticato; ma gli fu impedito.
Allora pensò di cacciarsi in prima fila nella folla che facea ala all'uscita, e aprendosi il passo coi gomiti, riuscì a spingere innanzi anche noi.
Ma la folla, ondeggiando, ci sbalzava un po' di qua e un po' di là.
Il venditor di legna adocchiava il primo pilastro del porticato, dove le guardie non lasciavano stare nessuno.
- Venite con me, - disse a un tratto, e tirandoci per le mani, attraversò in due salti lo spazio vuoto e s'andò a piantar là, con le spalle al muro.
Accorse subito un brigadiere di Polizia e gli disse:
- Qui non si può stare.
- Son del quarto battaglione del '49, - rispose Coretti, toccandosi la medaglia.
Il brigadiere lo guardò e disse: - Restate.
- Ma se lo dico io! - esclamò Coretti trionfante; - è una parola magica quel quarto del quarantanove! Non ho diritto di vederlo un po' a mio comodo il mio generale, io che son stato nel quadrato! Se l'ho visto da vicino allora, mi par giusto di vederlo da vicino adesso.
E dico generale! È stato mio comandante di battaglione, per una buona mezz'ora, perché in quei momenti lo comandava lui il battaglione, mentre c'era in mezzo, e non il maggiore Ubrich, sagrestia!
Intanto si vedeva nel salone dell'arrivo e fuori un gran rimescolio di signori e d'ufficiali, e davanti alla porta si schieravano le carrozze, coi servitori vestiti di rosso.
Coretti domandò a suo padre se il principe Umberto aveva la sciabola in mano quand'era nel quadrato.
- Avrà ben avuto la sciabola in mano, - rispose, - per parare una lanciata, che poteva toccare a lui come a un altro.
Ah! i demoni scatenati! Ci vennero addosso come l'ira di Dio, ci vennero.
Giravano tra i gruppi, i quadrati, i cannoni, che parevan mulinati da un uragano, sfondando ogni cosa.
Era una confusione di cavalleggeri d'Alessandria, di lancieri di Foggia, di fanteria, di ulani, di bersaglieri, un inferno che non se ne capiva più niente.
Io intesi gridare: - Altezza! Altezza! - vidi venir le lancie calate, scaricammo i fucili, un nuvolo di polvere nascose tutto...
Poi la polvere si diradò...
La terra era coperta di cavalli e di ulani feriti e morti.
Io mi voltai indietro, e vidi in mezzo a noi Umberto, a cavallo, che guardava intorno, tranquillo, con l'aria di domandare: - C'è nessuno graffiato dei miei ragazzi? - E noi gli gridammo: - Evviva! - sulla faccia, come matti.
Sacro Dio che momento!...
Ecco il treno che arriva.
La banda suonò, gli ufficiali accorsero, la folla s'alzò in punta di piedi.
- Eh, non esce mica subito, - disse una guardia; - ora gli fanno un discorso.
Coretti padre non stava più nella pelle.
- Ah! quando ci penso, - disse, - io lo vedo sempre là.
Sta bene tra i colerosi e i terremoti e che so altro: anche là è stato bravo; ma io l'ho sempre in mente come l'ho visto allora, in mezzo a noi, con quella faccia tranquilla.
E son sicuro che se ne ricorda anche lui del quarto del '49, anche adesso che è re, e che gli farebbe piacere di averci una volta a tavola tutti insieme, quelli che s'è visto intorno in quei momenti.
Adesso ci ha generali e signoroni e galloni; allora non ci aveva che dei poveri soldati.
Se ci potessi un po' barattare quattro parole, a quattr'occhi! Il nostro generale di ventidue anni, il nostro principe, che era affidato alle nostre baionette...
Quindici anni che non lo vedo...
Il nostro Umberto, va'.
Ah! questa musica mi rimescola il sangue, parola d'onore.
Uno scoppio di grida l'interruppe, migliaia di cappelli s'alzarono in aria, quattro signori vestiti di nero salirono nella prima carrozza
- È lui! - gridò Coretti, e rimase come incantato.
Poi disse piano: - Madonna mia, come s'è fatto grigio! - Tutti e tre ci scoprimmo il capo: la carrozza veniva innanzi lentamente, in mezzo alla folla che gridava e agitava i cappelli.
Io guardai Coretti padre.
Mi parve un altro: pareva diventato più alto, serio, un po' pallido, ritto appiccicato contro il pilastro.
La carrozza arrivò davanti a noi, a un passo dal pilastro.
- Evviva! - gridarono molte voci.
- Evviva! - gridò Coretti, dopo gli altri.
Il re lo guardò in viso e arrestò un momento lo sguardo sulle tre medaglie.
Allora Coretti perdé la testa e urlò: - Quarto battaglione del quarantanove!
Il re, che s'era già voltato da un'altra parte, si rivoltò verso di noi, e fissando Coretti negli occhi, stese la mano fuor della carrozza.
Coretti fece un salto avanti e gliela strinse.
La carrozza passò, la folla irruppe e ci divise, perdemmo di vista Coretti padre.
Ma fu un momento.
Subito lo ritrovammo, ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il figliuolo, tenendo la mano in alto.
Il figliuolo si slanciò verso di lui, ed egli gridò: - Qua, piccino, che ho ancora calda la mano! - e gli passò la mano intorno al viso, dicendo: - Questa è una carezza del re.
E rimase lì come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana, sorridendo, con la pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano.
- È uno del quadrato del '49, - dicevano.
- È un soldato che conosce il re.
- È il re che l'ha riconosciuto.
- È lui che gli ha teso la mano.
- Ha dato una supplica al re, - disse uno più forte.
- No, - rispose Coretti, voltandosi bruscamente; - non gli ho dato nessuna supplica, io.
Un'altra cosa gli darei, se me la domandasse...
Tutti lo guardarono.
Ed egli disse semplicemente: - Il mio sangue.
L'asilo infantile
4, martedì
Mia madre, come m'aveva promesso, mi condusse ieri dopo colazione all'asilo infantile di Corso Valdocco, per raccomandare alla direttrice una sorella piccola di Precossi.
Io non avevo mai visto un asilo.
Quanto mi divertirono! Duecento c'erano tra bimbi e bimbe, così piccoli, che i nostri della prima inferiore sono uomini appetto a quelli.
Arrivammo appunto che entravano in fila nel refettorio, dove erano due tavole lunghissime con tante buche rotonde, e in ogni buca una scodella nera, piena di riso e fagioli, e un cucchiaio di stagno accanto.
Entrando alcuni piantavano un melo, e restavan lì sul pavimento, fin che accorrevan le maestre a tirarli su.
Molti si fermavano davanti a una scodella, credendo che fosse quello il loro posto, e ingollavano subito una cucchiaiata, quando arrivava una maestra e diceva: - Avanti! - e quelli avanti tre o quattro passi e giù un'altra cucchiaiata, e avanti ancora, fin che arrivavano al proprio posto, dopo aver beccato a scrocco una mezza minestrina.
Finalmente, a furia di spingere, di gridare: - Sbrigatevi! Sbrigatevi! - li misero in ordine tutti, e cominciarono la preghiera.
Ma tutti quelli delle file di dentro, i quali per pregare dovevan voltar la schiena alla scodella, torcevano il capo indietro per tenerla d'occhio, che nessuno ci pescasse, e poi pregavano così, con le mani giunte e con gli occhi al cielo, ma col cuore alla pappa.
Poi si misero a mangiare.
Ah che ameno spettacolo! Uno mangiava con due cucchiai, l'altro s'ingozzava con le mani, molti levavano i fagioli un per uno e se li ficcavano in tasca; altri invece li rinvoltavano stretti nel grembiulino e ci picchiavan su, per far la pasta.
Ce n'erano anche che non mangiavano per veder volar le mosche, e alcuni tossivano e spandevano una pioggia di riso tutto intorno.
Un pollaio, pareva.
Ma era grazioso.
Facevano una bella figura le due file delle bambine, tutte coi capelli legati sul cocuzzolo con tanti nastrini rossi, verdi, azzurri.
Una maestra domandò a una fila di otto bambine: - Dove nasce il riso? Tutte otto spalancaron la bocca piena di minestra, e risposero tutte insieme cantando: - Na-sce nel-l'ac-qua, - Poi la maestra comandò: - Le mani in alto! - E allora fu bello vedere scattar su tutti quei braccini, che mesi fa erano ancor nelle fascie, e agitarsi tutte quelle mani piccole, che parevan tante farfalle bianche e rosate.
Poi andarono alla ricreazione; ma prima presero tutti i loro panierini con dentro la colazione, che erano appesi ai muri.
Uscirono nel giardino e si sparpagliarono, tirando fuori le loro provvigioni: pane, prune cotte, un pezzettino di formaggio, un ovo sodo, delle mele piccole, una pugnata di ceci lessi, un'ala di pollo.
In un momento tutto il giardino fu coperto di bricioline come se ci avessero sparso del becchime per uno stormo d'uccelli.
Mangiavano in tutte le più strane maniere, come i conigli, i topi, i gatti, rosicchiando, leccando, succhiando.
C'era un bimbo che si teneva appuntato un grissino sul petto e lo andava ungendo con una nespola, come se lustrasse una sciabola.
Delle bambine spiaccicavano nel pugno delle formaggiole molli, che colavano fra le dita, come latte, e filavan giù dentro alle maniche; ed esse non se n'accorgevano mica.
Correvano e s'inseguivano con le mele e i panini attaccati ai denti, come i cani.
Ne vidi tre che scavavano con un fuscello dentro a un ovo sodo credendo di scoprirvi dei tesori, e lo spandean mezzo per terra, e poi lo raccoglievano briciolo per briciolo, con grande pazienza, come se fossero perle.
E a quelli che avevan qualcosa di straordinario, c'erano intorno otto o dieci col capo chino a guardar nel paniere, come avrebber guardato la luna nel pozzo.
Ci saranno stati venti intorno a un batuffoletto alto così, che aveva in mano un cartoccino di zucchero, tutti a fargli cerimonie per aver il permesso d'intingere il pane, e lui a certi lo dava, ed ad altri, pregato bene, non imprestava che il dito da succhiare.
Intanto mia madre era venuta nel giardino e accarezzava ora l'uno ora l'altro.
Molti le andavano intorno, anzi addosso, a chiederle un bacio col viso in su, come se guardassero a un terzo piano, aprendo e chiudendo la bocca, come per domandare la cioccia.
Uno le offerse uno spicchio d'arancia morsicchiato, un altro una crostina di pane, una bimba le diede una foglia; un'altra bimba le mostrò con grande serietà la punta dell'indice dove, a guardar bene, si vedeva un gonfiettino microscopico, che s'era fatto il giorno prima toccando la fiammella della candela.
Le mettevan sotto gli occhi, come grandi meraviglie, degl'insetti piccolissimi, che non so come facessero a vederli e a raccoglierli, dei mezzi tappi di sughero, dei bottoncini di camicia, dei fiorellini strappati dai vasi.
Un bambino con la testa fasciata, che voleva esser sentito a ogni costo, le tartagliò non so che storia d'un capitombolo, che non se ne capì una parola; - un altro volle che mia madre si chinasse, e le disse nell'orecchio: - Mio padre fa le spazzole.
- E in quel frattempo accadevano qua e là mille disgrazie, che facevano accorrere le maestre: bambine che piangevano perché non potevano disfare un nodo del fazzoletto, altre che si disputavano a unghiate e a strilli due semi di mela, un bimbo che era caduto bocconi sopra un panchettino rovesciato, e singhiozzava su quella rovina, senza potersi rialzare.
Prima d'andar via, mia madre ne prese in braccio tre o quattro, e allora accorsero da tutte le parti per farsi pigliare, coi visi tinti di torlo d'ovo e di sugo d'arancia, e chi a afferrarle le mani, chi a prenderle un dito per veder l'anello, l'uno a tirarle la catenella dell'orologio, l'altro a volerla acchiappare per le trecce.
- Badi, - dicevano le maestre, - che le sciupan tutto il vestito.
- Ma a mia madre non importava nulla del vestito, e continuò a baciarli, e quelli sempre più a serrarlesi addosso, i primi con le braccia tese come se volessero arrampicarsi, i lontani cercando di farsi innanzi tra la calca, e tutti gridando: - Addio! Addio! Addio! - infine le riuscì di scappar dal giardino.
E allora corsero tutti a mettere il viso tra i ferri della cancellata, per vederla passare, e a cacciar le braccia fuori per salutarla, offrendo ancora tozzi di pane, bocconcini di nespola e croste di formaggio, e gridando tutti insieme: - Addio! Addio! Addio! Ritorna domani! Vieni un'altra volta! - Mia madre, scappando, fece ancora scorrere una mano su quelle cento manine tese, come sopra una ghirlanda di rose vive, e finalmente riuscì in salvo sulla strada, tutta coperta di briciole e di macchie, sgualcita e scarmigliata, con una mano piena di fiori e gli occhi gonfi di lacrime, contenta, come se fosse uscita da una festa.
E si sentiva ancora il vocìo di dentro, come un gran pispigliare d'uccelli, che dicevano: - Addio! Addio! Vieni un'altra volta, madama!
Alla ginnastica
5, mercoledì
Il tempo continuando bellissimo, ci hanno fatto passare dalla ginnastica del camerone a quella degli attrezzi, in giardino.
Garrone era ieri nell'ufficio del Direttore quando venne la madre di Nelli, quella signora bionda e vestita di nero, per far dispensare il figliuolo dai nuovi esercizi.
Ogni parola le costava uno sforzo, e parlava tenendo una mano sul capo del suo ragazzo.
- Egli non può...
- disse al Direttore.
Ma Nelli si mostrò così addolorato di essere escluso dagli attrezzi, d'aver quella umiliazione di più...
- Vedrai, mamma, - diceva, - che farò come gli altri.
- Sua madre lo guardava, in silenzio, con un'aria di pietà e di affetto.
Poi osservò con esitazione: - Temo dei suoi compagni.
- Voleva dire: - Temo che lo burlino.
- Ma Nelli rispose: - Non mi fa nulla...
e poi c'è Garrone.
Mi basta che ci sia lui che non rida.
- E allora lo lasciaron venire.
Il maestro, quello della ferita al collo, che è stato con Garibaldi, ci condusse subito alle sbarre verticali, che sono alte molto, e bisognava arrampicarsi fino in cima, e mettersi ritti sull'asse trasversale.
Derossi e Coretti andaron su come due bertucce; anche il piccolo Precossi salì svelto, benché impacciato da quel giacchettone che gli dà alle ginocchia, e per farlo ridere, mentre saliva tutti gli ripeteano il suo intercalare: - Scusami, scusami! - Stardi sbuffava, diventava rosso come un tacchino, stringeva i denti che pareva un cane arrabbiato; ma anche a costo di scoppiare sarebbe arrivato in cima, e ci arrivò infatti; e Nobis pure, e quando fu lassù prese un'impostatura da imperatore, ma Votini sdrucciolò due volte, nonostante il suo bel vestito nuovo a righette azzurre, fatto apposta per la ginnastica.
Per salir più facile s'eran tutti impiastrati le mani di pece greca, colofonia, come la chiamano; e si sa che è quel trafficone di Garoffi che la provvede a tutti, in polvere, vendendola un soldo al cartoccio e guadagnandoci un tanto.
Poi toccò a Garrone, che salì masticando pane, come se niente fosse, e credo che sarebbe stato capace di portar su un di noi sulle spalle, da tanto ch'è tarchiato e forte, quel toretto.
Dopo Garrone, ecco Nelli.
Appena lo videro attaccarsi alla sbarra con quelle mani lunghe e sottili molti cominciarono a ridere e a canzonare; ma Garrone incrociò le sue grosse braccia sul petto, e saettò intorno un'occhiata così espressiva, fece intender così chiaro che avrebbe allungato subito quattro briscole anche in presenza del maestro, che tutti smisero di ridere sul momento.
Nelli cominciò a arrampicarsi stentava, poverino, faceva il viso pavonazzo, respirava forte, gli colava il sudore dalla fronte.
Il maestro disse: - Vieni giù.
- Ma egli no, si sforzava, s'ostinava: io m'aspettavo da un momento all'altro di vederlo ruzzolar giù mezzo morto.
Povero Nelli! Pensavo se fossi stato come lui e m'avesse visto mia madre, come n'avrebbe sofferto, povera mia madre, e pensando a questo, gli volevo così bene a Nelli, avrei dato non so che perché riuscisse a salire, per poterlo sospinger io per di sotto, senz'esser veduto.
Intanto Garrone, Derossi, Coretti dicevano: - Su, su, Nelli, forza, ancora un tratto, coraggio! - E Nelli fece ancora uno sforzo violento, mettendo un gemito, e si trovò a due palmi dall'asse.
- Bravo! - gridarono gli altri.
- Coraggio! Ancora una spinta! - Ed ecco Nelli afferrato all'asse.
Tutti batteron le mani.
- Bravo! - disse il maestro, - ma ora basta; scendi pure.
- Ma Nelli volle salir fino in cima come gli altri, e dopo un po' di stento riuscì a mettere i gomiti sull'asse, poi le ginocchia, poi i piedi: infine si levò ritto, e ansando e sorridendo, ci guardò.
Noi tornammo a batter le mani, e allora egli guardò nella strada.
Io mi voltai da quella parte, e a traverso alle piante che copron la cancellata del giardino, vidi sua madre che passeggiava sul marciapiede, senz'osar di guardare.
Nelli discese e tutti gli fecero festa: era eccitato, roseo, gli splendevan gli occhi, non pareva più quello.
Poi, all'uscita, quando sua madre gli venne incontro e gli domandò un po' inquieta, abbracciandolo: - Ebbene, povero figliuolo, com'è andata? com'è andata? - tutti i compagni risposero insieme: - Ha fatto bene! - È salito come noi.
- È forte, sa.
- È lesto.
- Fa tale e quale come gli altri.
- Bisognò vederla, allora, la gioia di quella signora! Ci volle ringraziare e non poté, strinse la mano a tre o quattro, fece una carezza a Garrone, si portò via il figliuolo, e li vedemmo per un pezzo camminare in fretta, discorrendo e gestendo fra loro, tutti e due contenti, come non li avea mai visti nessuno.
Il maestro di mio padre
11, martedì
Che bella gita feci ieri con mio padre! Ecco come.
Ieri l'altro, a desinare, leggendo il giornale, mio padre uscì tutt'a un tratto in una esclamazione di meraviglia.
Poi disse: - E io che lo credevo morto da vent'anni! Sapete che è ancora vivo il mio primo maestro elementare, Vincenzo Crosetti, che ha ottantaquattro anni? Vedo qui che il Ministero gli ha dato la medaglia di benemerenza per sessant'anni d'insegnamento.
Ses-san-t'an-ni, capite? E non son che due anni che ha smesso di far scuola.
Povero Crosetti! Sta a un'ora di strada ferrata di qui, a Condove, nel paese della nostra antica giardiniera della villa di Chieri.
- E soggiunse: - Enrico, noi andremo a vederlo.
- E per tutta la sera non parlò più che di lui.
Il nome del suo maestro elementare gli richiamava alla memoria mille cose di quand'era ragazzo, dei suoi primi compagni, della sua mamma morta.
- Crosetti! - esclamava.
- Aveva quarant'anni quando ero con lui.
Mi pare ancor di vederlo.
Un ometto già un po' curvo, cogli occhi chiari, col viso sempre sbarbato.
Severo, ma di buone maniere, che ci voleva bene come un padre e non ce ne perdonava una.
Era venuto su da contadino, a furia di studio e di privazioni.
Un galantuomo.
Mia madre gli era affezionata e mio padre lo trattava come un amico.
Com'è andato a finire a Condove, da Torino? Non mi riconoscerà più, certamente.
Non importa, io riconoscerò lui.
Quarantaquattro anni son passati.
Quarantaquattro anni, Enrico, andremo a vederlo domani.
E ieri mattina alle nove eravamo alla stazione della strada ferrata di Susa.
Io avrei voluto che venisse anche Garrone; ma egli non poté perché ha la mamma malata.
Era una bella giornata di primavera.
Il treno correva fra i prati verdi e le siepi in fiore, e si sentiva un'aria odorosa.
Mio padre era contento, e ogni tanto mi metteva un braccio intorno al collo, e mi parlava come a un amico, guardando la campagna.
- Povero Crosetti! - diceva.
- È lui il primo uomo che mi volle bene e che mi fece del bene dopo mio padre.
Non li ho mai più dimenticati certi suoi buoni consigli, e anche certi rimproveri secchi, che mi facevan tornare a casa con la gola stretta.
Aveva certe mani grosse e corte.
Lo vedo ancora quando entrava nella scuola, che metteva la canna in un canto e appendeva il mantello all'attaccapanni, sempre con quello stesso gesto.
E tutti i giorni il medesimo umore, sempre coscienzioso, pieno di buon volere e attento, come se ogni giorno facesse scuola per la prima volta.
Lo ricordo come lo sentissi adesso quando mi gridava:
- Bottini, eh, Bottini! L'indice e il medio su quella penna! - Sarà molto cambiato, dopo quarantaquattro anni.
Appena arrivati a Condove, andammo a cercare la nostra antica giardiniera di Chieri, che ha una botteguccia, in un vicolo.
La trovammo coi suoi ragazzi, ci fece molta festa, ci diede notizie di suo marito, che deve tornare dalla Grecia, dov'è a lavorare da tre anni, e della sua prima figliuola, che è nell'Istituto dei sordomuti a Torino.
Poi c'insegnò la strada per andar dal maestro, che è conosciuto da tutti.
Uscimmo dal paese, e pigliammo per una viottola in salita, fiancheggiata di siepi fiorite.
Mio padre non parlava più, pareva tutto assorto nei suoi ricordi, e ogni tanto sorrideva e poi scoteva la testa.
All'improvviso si fermò, e disse: - Eccolo.
Scommetto che è lui.
Veniva giù verso di noi, per la viottola, un vecchio piccolo, con la barba bianca, con un cappello largo, appoggiandosi a un bastone: strascicava i piedi e gli tremavan le mani.
- È lui, - ripeté mio padre, affrettando il passo.
Quando gli fummo vicini, ci fermammo.
Il vecchio pure si fermò, e guardò mio padre.
Aveva il viso ancora fresco, e gli occhi chiari e vivi.
- È lei - domandò mio padre, levandosi il cappello, - il maestro Vincenzo Crosetti?
Il vecchio pure si levò il cappello e rispose: - Son io, - con una voce un po' tremola, ma piena.
- Ebbene, - disse mio padre, pigliandogli una mano, - permetta a un suo antico scolaro di stringerle la mano e di domandarle come sta.
Io son venuto da Torino per vederla.
Il vecchio lo guardò stupito.
Poi disse: - Mi fa troppo onore...
non so...
Quando, mio scolaro? mi scusi.
Il suo nome, per piacere.
Mio padre disse il suo nome, Alberto Bottini, e l'anno che era stato a scuola da lui, e dove; e soggiunse: - Lei non si ricorderà di me, è naturale.
Ma io riconosco lei così bene!
Il maestro chinò il capo e guardò in terra, pensando, e mormorò due o tre volte il nome di mio padre; il quale, intanto, lo guardava con gli occhi fissi e sorridenti.
A un tratto il vecchio alzò il viso, con gli occhi spalancati, e disse lentamente: - Alberto Bottini? il figliuolo dell'ingegnere Bottini? quello che stava in piazza della Consolata?
- Quello, - rispose mio padre, tendendo le mani.
- Allora...
- disse il vecchio, - mi permetta, caro signore, mi permetta, - e fattosi innanzi, abbracciò mio padre: la sua testa bianca gli arrivava appena alla spalla.
Mio padre appoggiò la guancia sulla sua fronte.
- Abbiate la bontà di venir con me, - disse il maestro.
E senza parlare, si voltò e riprese il cammino verso casa sua.
In pochi minuti arrivammo a un'aia, davanti a una piccola casa con due usci, intorno a uno dei quali c'era un po' di muro imbiancato.
Il maestro aperse il secondo, e ci fece entrare in una stanza.
Eran quattro pareti bianche: in un canto un letto a cavalletti con una coperta a quadretti bianchi e turchini, in un altro un tavolino con una piccola libreria; quattro seggiole e una vecchia carta geografica inchiodata a una parete: si sentiva un buon odore di mele.
Sedemmo tutti e tre.
Mio padre e il maestro si guardarono per qualche momento, in silenzio.
- Bottini! - esclamò poi il maestro, fissando gli occhi sul pavimento a mattoni, dove il sole faceva uno scacchiere.
- Oh! mi ricordo bene.
La sua signora madre era una così buona signora! Lei, il primo anno, è stato per un pezzo nel primo banco a sinistra, vicino alla finestra.
Guardi un po' se mi ricordo.
Vedo ancora la sua testa ricciuta.
- Poi stette un po' pensando.
- Era un ragazzo vivo, eh? molto.
Il secondo anno è stato malato di crup.
Mi ricordo quando lo riportarono alla scuola, dimagrato, ravvolto in uno scialle.
Son passati quarant'anni, non è vero? È stato buono tanto a ricordarsi del suo povero maestro.
E ne vennero degli altri, sa, gli anni addietro, a trovarmi qui, dei miei antichi scolari: un colonnello, dei sacerdoti, vari signori.
- Domandò a mio padre qual'era la sua professione.
Poi disse: - Mi rallegro, mi rallegro di cuore.
La ringrazio.
Ora poi era un pezzo che non vedevo più nessuno.
E ho ben paura che lei sia l'ultimo, caro signore.
- Che dice mai! - esclamò mio padre.
- Lei sta bene, è ancora vegeto.
Non deve dir questo.
- Eh no, - rispose il maestro, - vede questo tremito? - e mostrò le mani.
- Questo è un cattivo segno.
Mi prese tre anni fa, quando facevo ancora scuola.
Da principio non ci badai; credevo che sarebbe passato.
Ma invece restò, e andò crescendo.
Venne un giorno che non potei più scrivere.
Ah! quel giorno, quella prima volta che feci uno sgorbio sul quaderno d'un mio scolaro, fu un colpo al cuore per me, caro signore.
Tirai bene ancora avanti per un po' di tempo; ma poi non potei più.
Dopo sessant'anni d'insegnamento dovetti dare un addio alla scuola, agli scolari, al lavoro.
E fu dura, sa, fu dura.
L'ultima volta che feci lezione mi accompagnarono tutti a casa, mi fecero festa; ma io ero triste, capivo che la mia vita era finita.
Già l'anno prima avevo perso mia moglie e il mio figliuolo unico.
Non restai che con due nipoti contadini.
Ora vivo di qualche centinaio di lire di pensione.
Non faccio più nulla; le giornate mi par che non finiscano mai.
La mia sola occupazione, vede, è di sfogliare i miei vecchi libri di scuola, delle raccolte di giornali scolastici, qualche libro che mi hanno regalato.
Ecco lì, - disse accennando la piccola libreria; - lì ci sono i miei ricordi, tutto il mio passato...
Non mi resta altro al mondo.
Poi in tono improvvisamente allegro: - Io le voglio fare una sorpresa, caro signor Bottini.
S'alzò, e avvicinatosi al tavolino, aperse un cassetto lungo che conteneva molti piccoli pacchi tutti legati con un cordoncino, e su ciascuno c'era scritta una data di quattro cifre.
Dopo aver cercato un poco.
ne aperse uno, sfogliò molte carte, tirò fuori un foglio ingiallito e lo porse a mio padre.
Era un suo lavoro di scuola di quarant'anni fa! C'era scritto in testa: Alberto Bottini.
Dettato.
3 Aprile 1838.
Mio padre riconobbe subito la sua grossa scrittura di ragazzo, e si mise a leggere, sorridendo.
Ma a un tratto gli si inumidirono gli occhi.
Io m'alzai, domandandogli che cos'aveva.
Egli mi passò un braccio intorno alla vita e stringendomi al suo fianco mi disse: - Guarda questo foglio.
Vedi? Queste sono le correzioni della mia povera madre.
Essa mi rinforzava sempre gli elle e i ti.
E le ultime righe son tutte sue.
Aveva imparato a imitare i miei caratteri, e quando io ero stanco e avevo sonno, terminava il lavoro per me.
Santa madre mia!
E baciò la pagina.
- Ecco, - disse il maestro, mostrando gli altri pacchi, - le mie memorie.
Ogni anno io ho messo da parte un lavoro di ciascuno dei miei scolari, e son tutti qui ordinati e numerati.
Alle volte li sfoglio, così, e leggo una riga qua e una là, e mi tornano in mente mille cose, mi par di rivivere nel tempo andato.
Quanti ne son passati, caro signore! Io chiudo gli occhi, e vedo visi dietro visi, classi dietro classi, centinaia e centinaia di ragazzi, che chi sa quanti sono già morti.
Di molti mi ricordo bene.
Mi ricordo bene dei più buoni e dei più cattivi, di quelli che m'han dato molte soddisfazioni e di quelli che m'han fatto passare dei momenti tristi; perché ci ho avuto anche dei serpenti, si sa, in un così gran numero! Ma oramai, lei capisce è come se fossi già nel mondo di là, e voglio bene a tutti egualmente.
Si rimise a sedere e prese una delle mie mani fra le sue.
- E di me, - domandò mio padre sorridendo, - non si ricorda nessuna monelleria?
- Di lei, signore? - rispose il vecchio, sorridendo pure.
- No, per il momento.
Ma questo non vuol mica dire che non me n'abbia fatte.
Lei però aveva giudizio, era serio per l'età sua.
Mi ricordo la grande affezione che le aveva la sua signora madre...
Ma è stato ben buono, ben gentile a venirmi a trovare! Come ha potuto lasciare le sue occupazioni per venire da un povero vecchio maestro?
- Senta, signor Crosetti, - rispose mio padre, vivamente.
- Io mi ricordo la prima volta che la mia povera madre m'accompagnò alla sua scuola.
Era la prima volta che doveva separarsi da me per due ore, e lasciarmi fuori di casa, in altre mani che quelle di mio padre; nelle mani d'una persona sconosciuta, insomma.
Per quella buona creatura la mia entrata nella scuola era come l'entrata nel mondo, la prima di una lunga serie di separazioni necessarie e dolorose: era la società che le strappava per la prima volta il figliuolo, per non renderglielo mai più tutto intero.
Era commossa, ed io pure.
Mi raccomandò a lei con la voce che le tremava, e poi, andandosene, mi salutò ancora per lo spiraglio dell'uscio, con gli occhi pieni di lacrime.
E proprio in quel punto lei fece un atto con una mano, mettendosi l'altra sul petto come per dirle: «Signora, si fidi di me.» Ebbene, quel suo atto, quel suo sguardo, da cui mi accorsi che lei aveva capito tutti i sentimenti, tutti i pensieri di mia madre, quello sguardo che voleva dire: «Coraggio!» quell'atto che era un'onesta promessa di protezione, d'affetto, d'indulgenza, io non l'ho mai scordato m'è rimasto scolpito nel cuore per sempre; ed è quel ricordo che m'ha fatto partir da Torino.
Ed eccomi qui, dopo quarantaquattro anni, a dirle: Grazie, caro maestro.
Il maestro non rispose: mi accarezzava i capelli con la mano, e la sua mano tremava, tremava, mi saltava dai capelli sulla fronte, dalla fronte sulla spalla.
Intanto mio padre guardava quei muri nudi, quel povero letto, un pezzo di pane e un'ampollina d'olio ch'eran sulla finestra, e pareva che volesse dire: - Povero maestro, dopo sessant'anni di lavoro, è questo tutto il tuo premio?
Ma il buon vecchio era contento e ricominciò a parlare con vivacità della nostra famiglia, di altri maestri di quegli anni, e dei compagni di scuola di mio padre; il quale di alcuni si ricordava e di altri no, e l'uno dava all'altro delle notizie di questo e di quello; quando mio padre ruppe la conversazione per pregare il maestro di scendere in paese a far colazione con noi.
Egli rispose con espansione: - La ringrazio, la ringrazio; - ma pareva incerto.
Mio padre gli prese tutt'e due le mani e lo ripregò.
- Ma come farò a mangiare, - disse il maestro - con queste povere mani che ballano in questa maniera? È una penitenza anche per gli altri! - Noi l'aiuteremo, maestro - disse mio padre.
E allora accettò, tentennando il capo e sorridendo.
- Una bella giornata questa, - disse chiudendo l'uscio di fuori, - una bella giornata, caro signor Bottini! Le accerto che me ne ricorderò fin che avrò vita.
Mio padre diede il braccio al maestro, questi prese per mano me, e discendemmo per la viottola.
Incontrammo due ragazzine scalze che conducevan le vacche, e un ragazzo che passò correndo, con un gran carico di paglia sulle spalle.
Il maestro ci disse che eran due scolare e uno scolaro di seconda, che la mattina menavan le bestie a pasturare e lavoravan nei campi a piedi nudi, e la sera si mettevano le scarpe e andavano a scuola.
Era quasi mezzogiorno.
Non incontrammo nessun altro.
In pochi minuti arrivammo all'albergo, ci sedemmo a una gran tavola, mettendo in mezzo il maestro, e cominciammo subito a far colazione.
L'albergo era silenzioso come un convento.
Il maestro era molto allegro, e la commozione gli accresceva il tremito; non poteva quasi mangiare.
Ma mio padre gli tagliava la carne, gli rompeva il pane, gli metteva il sale nel tondo.
Per bere bisognava che tenesse il bicchiere con due mani, e ancora gli batteva nei denti.
Ma discorreva fitto, con calore, dei libri di lettura di quando era giovane, degli orari d'allora, degli elogi che gli avevan fatto i superiori, dei regolamenti di quest'ultimi anni, sempre con quel viso sereno, un poco più rosso di prima, e con una voce gaia, e il riso quasi d'un giovane.
E mio padre lo guardava, lo guardava, con la stessa espressione con cui lo sorprendo qualche volta a guardar me, in casa, quando pensa e sorride da sé, col viso inclinato da una parte.
Il maestro si lasciò andar del vino sul petto; mio padre s'alzò e lo ripulì col tovagliolo.
- Ma no, signore, non permetto! - egli disse, e rideva.
Diceva delle parole in latino.
E in fine alzò il bicchiere, che gli ballava in mano, e disse serio serio: - Alla sua salute, dunque, caro signor ingegnere, ai suoi figliuoli, alla memoria della sua buona madre! - Alla vostra, mio buon maestro! - rispose mio padre, stringendogli la mano.
E in fondo alla stanza c'era l'albergatore ed altri, che guardavano, e sorridevano in una maniera, come se fossero contenti di quella festa che si faceva al maestro del loro paese.
Alle due passate uscimmo e il maestro ci volle accompagnare alla stazione.
Mio padre gli diede di nuovo il braccio ed egli mi riprese per la mano: io gli portai il bastone.
La gente si soffermava a guardare, perché tutti lo conoscevano, alcuni lo salutavano.
A un certo punto della strada sentimmo da una finestra molte voci di ragazzi, che leggevano insieme, compitando.
Il vecchio si fermò e parve che si rattristasse.
- Ecco, caro signor Bottini, - disse, - quello che mi fa pena.
È sentir la voce dei ragazzi nella scuola, e non esserci più, pensare che c'è un altro.
L'ho sentita per sessant'anni questa musica, e ci avevo fatto il cuore...
Ora son senza famiglia.
Non ho più figliuoli.
- No, maestro, - gli disse mio padre, ripigliando il cammino, - lei ce n'ha ancora molti figliuoli, sparsi per il mondo, che si ricordano di lei, come io me ne son sempre ricordato.
- No, no, - rispose il maestro, con tristezza, - non ho più scuola, non ho più figliuoli.
E senza figliuoli non vivrò più un pezzo.
Ha da sonar presto la mia ora.
- Non lo dica, maestro, non lo pensi, - disse mio padre.
- In ogni modo, lei ha fatto tanto bene! Ha impiegato la vita così nobilmente!
Il vecchio maestro inclinò un momento la testa bianca sopra la spalla di mio padre, e mi diede una stretta alla mano.
Eravamo entrati nella stazione.
Il treno stava per partire.
- Addio, maestro! - disse mio padre, baciandolo sulle due guancie.
- Addio, grazie, addio, - rispose il maestro, prendendo con le sue mani tremanti una mano di mio padre, e stringendosela sul cuore.
Poi lo baciai io, e gli sentii il viso bagnato.
Mio padre mi spinse nel vagone, e al momento di salire levò rapidamente il rozzo bastone di mano al maestro, e gli mise invece la sua bella canna col pomo d'argento e le sue iniziali, dicendogli: - La conservi per mia memoria.
Il vecchio tentò di renderla e di riprender la sua; ma mio padre era già dentro, e aveva richiuso lo sportello.
- Addio, mio buon maestro!
- Addio, figliuolo, - rispose il maestro, mentre il treno si moveva, - e Dio la benedica per la consolazione che ha portato a un povero vecchio.
- A rivederci! - gridò mio padre, con voce commossa.
Ma il maestro crollò il capo come per dire: - Non ci rivedremo più.
- Sì, sì, - ripeté mio padre, - a rivederci.
E quegli rispose alzando la mano tremola al cielo: - Lassù.
E disparve al nostro sguardo così, con la mano in alto.
Convalescenza
20, giovedì
Chi m'avrebbe detto quando tornavo così allegro da quella bella gita con mio padre che per dieci giorni non avrei più visto né campagna né cielo! Son stato molto malato, in pericolo di vita.
Ho sentito mia madre singhiozzare, ho visto mio padre pallido pallido, che mi guardava fisso, e mia sorella Silvia e mio fratello che discorrevano a bassa voce, e il medico, con gli occhiali, che era ogni momento lì, e mi diceva delle cose che non capivo.
Proprio, son stato a un punto dal dare un addio a tutti.
Ah povera mia madre! Son passati almeno tre o quattro giorni di cui non mi ricordo quasi nulla, come se avessi fatto un sogno imbrogliato e oscuro.
Mi sembra d'aver visto accanto al mio letto la mia buona maestra di prima superiore che si sforzava di soffocar la tosse col fazzoletto, per non disturbarmi; ricordo così in confuso il mio maestro che si chinò a baciarmi e mi punse un poco il viso con la barba; e ho visto passare come in una nebbia la testa rossa di Crossi, i riccioli biondi di Derossi, il calabrese vestito di nero, e Garrone che mi portò un mandarino con le foglie e scappò subito perché sua madre stava male.
Poi mi destai come da un sonno lunghissimo, e capii che stavo meglio vedendo mio padre e mia madre che sorridevano, e sentendo Silvia che canterellava.
Oh che triste sogno è stato! Poi ho cominciato a migliorare ogni giorno.
È venuto il «muratorino» che m'ha rifatto ridere per la prima volta col suo muso lepre; e come lo fa bene ora che gli s'è allungato un po' il viso per la malattia, poveretto! È venuto Coretti, è venuto Garoffi a regalarmi due biglietti della sua nuova lotteria per «un temperino a cinque sorprese» che comprò da un rigattiere di via Bertola.
Ieri poi, mentre dormivo, è venuto Precossi, e ha messo la guancia sopra la mia mano, senza svegliarmi, e come veniva dall'officina di suo padre col viso impolverato di carbone, mi lasciò l'impronta nera sulla manica, che mi ha fatto un gran piacere a vederla, quando mi sono svegliato.
Come son diventati verdi gli alberi in questi pochi giorni! E che invidia mi fanno i ragazzi che vedo correre alla scuola coi loro libri, quando mio padre mi porta alla finestra! Ma fra poco ci tornerò io pure.
Sono tanto impaziente di rivedere tutti quei ragazzi, il mio banco, il giardino, quelle strade; di sapere tutto quello che è accaduto in questo tempo; di rimettermi ai miei libri e ai miei quaderni, che mi pare un anno che non li vedo più! Povera mia madre, com'è dimagrata e impallidita.
Povero padre mio, come ha l'aria stanca.
E i miei buoni compagni, che son venuti a trovarmi e camminavano in punta di piedi e mi baciavano in fronte! Mi fa tristezza ora a pensare che un giorno ci separeremo.
Con Derossi, con qualche altro, continueremo a far gli studi insieme, forse; ma tutti gli altri? Una volta finita la quarta, addio; non ci vedremo più; non li vedrò più accanto al mio letto quando sarò malato; Garrone, Precossi, Coretti, tanti bravi ragazzi, tanti buoni e cari compagni, mai più!
Gli amici operai
20, giovedì
Perché, Enrico, mai più? Questo dipenderà da te.
Finita la quarta, tu andrai al Ginnasio ed essi faranno gli operai, ma rimarrete nella stessa città, forse per molti anni.
E perché, allora, non v'avrete più a rivedere? Quando tu sarai all'Università o al Liceo, li andrai a cercare nelle loro botteghe o nelle loro officine, e ti sarà un grande piacere il ritrovare i tuoi compagni d'infanzia, - uomini, - al lavoro.
Vorrei vedere che tu non andassi a cercar Coretti e Precossi; dovunque fossero.
Tu ci andrai, e passerai delle ore in loro compagnia, e vedrai, studiando la vita e il mondo, quante cose potrai imparare da loro, che nessun altri ti saprà insegnare, e sulle loro arti e sulla loro società e sul tuo paese.
E bada che se non conserverai queste amicizie, sarà ben difficile che tu ne acquisti altre simili in avvenire, delle amicizie, voglio dire, fuori della classe a cui appartieni; e così vivrai in una classe sola, e l'uomo che pratica una sola classe sociale, è come lo studioso che non legge altro che un libro.
Proponiti quindi fin d'ora di conservarti quei buoni amici anche dopo che sarete divisi; e coltivali fin d'ora di preferenza, appunto perché son figliuoli d'operai.
Vedi: gli uomini delle classi superiori sono gli ufficiali, e gli operai sono i soldati del lavoro, ma così nella società come nell'esercito, non solo il soldato non è men nobile dell'ufficiale, perché la nobiltà sta nel lavoro e non nel guadagno, nel valore e non nel grado, ma se c'è una superiorità di merito è dalla parte del soldato, dell'operaio, i quali ricavan dall'opera propria minor profitto.
Ama dunque, rispetta sopra tutti, fra i tuoi compagni, i figliuoli dei soldati del lavoro; onora in essi le fatiche e i sacrifici dei loro parenti; disprezza le differenze di fortuna e di classe, sulle quali i vili soltanto regolano i sentimenti e la cortesia; pensa che uscì quasi tutto dalle vene dei lavoratori delle officine e dei campi il sangue benedetto che ci ha redento la patria, ama Garrone, ama Precossi, ama Coretti, ama il tuo «muratorino» che nei loro petti di piccoli operai chiudono dei cuori di principi, e giura a te medesimo che nessun cangiamento di fortuna potrà mai strappare queste sante amicizie infantili dall'anima tua.
Giura che se fra quarant'anni; passando in una stazione di strada ferrata, riconoscerai nei panni d'un macchinista il tuo vecchio Garrone col viso nero...
ah, non m'occorre che tu lo giuri: son sicuro che salterai sulla macchina e che gli getterai le braccia al collo, fossi anche Senatore del Regno.
TUO PADRE
La madre di Garrone
29, sabato
Tornato alla scuola, subito una triste notizia.
Da vari giorni Garrone non veniva più perché sua madre era malata grave.
Sabato sera è morta.
Ieri mattina, appena entrato nella scuola, il maestro ci disse: - Al povero Garrone è toccata la più grande disgrazia che possa colpire un fanciullo.
Gli è morta la madre.
Domani egli ritornerà in classe.
Vi prego fin d'ora, ragazzi: rispettate il terribile dolore che gli strazia l'anima.
Quando entrerà, salutatelo con affetto, e seri: nessuno scherzi, nessuno rida con lui, mi raccomando.
- E questa mattina, un po' più tardi degli altri, entrò il povero Garrone.
Mi sentii un colpo al cuore a vederlo.
Era smorto in viso, aveva gli occhi rossi, e si reggeva male sulle gambe: pareva che fosse stato un mese malato: quasi non si riconosceva più: era vestito tutto di nero: faceva compassione.
Nessuno fiatò; tutti lo guardarono.
Appena entrato, al primo riveder quella scuola, dove sua madre era venuta a prenderlo quasi ogni giorno, quel banco sul quale s'era tante volte chinata i giorni d'esame a fargli l'ultima raccomandazione, e dove egli aveva tante volte pensato a lei, impaziente d'uscire per correrle incontro, diede in uno scoppio di pianto disperato.
Il maestro lo tirò vicino a sé, se lo strinse al petto e gli disse: - Piangi, piangi pure, povero ragazzo; ma fatti coraggio.
Tua madre non è più qua, ma ti vede, t'ama ancora, vive ancora accanto a te, e un giorno tu la rivedrai, perché sei un'anima buona e onesta come lei.
Fatti coraggio.
- Detto questo, l'accompagnò al banco, vicino a me.
Io non osavo di guardarlo.
Egli tirò fuori i suoi quaderni e i suoi libri che non aveva aperti da molti giorni; e aprendo il libro di lettura dove c'è una vignetta che rappresenta una madre col figliuolo per mano, scoppiò in pianto un'altra volta, e chinò la testa sul banco.
Il maestro ci fece segno di lasciarlo stare così, e cominciò la lezione.
Io avrei voluto dirgli qualche cosa, ma non sapevo.
Gli misi una mano sul braccio e gli dissi all'orecchio: - Non piangere, Garrone.
- Egli non rispose, e senz'alzar la testa dal banco, mise la sua mano nella mia e ve la tenne un pezzo.
All'uscita nessuno gli parlò tutti gli girarono intorno, con rispetto, e in silenzio.
Io vidi mia madre che m'aspettava e corsi ad abbracciarla, ma essa mi respinse, e guardava Garrone.
Subito non capii perché, ma poi m'accorsi che Garrone, solo in disparte, guardava me; e mi guardava con uno sguardo d'inesprimibile tristezza, che voleva dire: - Tu abbracci tua madre, e io non l'abbraccerò più! Tu hai ancora tua madre, e la mia è morta! - E allora capii perché mia madre m'aveva respinto e uscii senza darle la mano.
Giuseppe Mazzini
29, sabato
Anche questa mattina Garrone venne alla scuola pallido e con gli occhi gonfi di pianto; e diede appena un'occhiata ai piccoli regali che gli avevamo messi sul banco per consolarlo.
Ma il maestro aveva portato una pagina d'un libro, da leggergli, per fargli animo.
Prima ci avvertì che andassimo tutti domani al tocco al Municipio a veder dare la medaglia del valor civile a un ragazzo che ha salvato un bambino dal Po, e che lunedì egli ci avrebbe dettato la descrizione della festa, in luogo del racconto mensile.
Poi, rivoltosi a Garrone, che stava col capo basso, gli disse: - Garrone, fa uno sforzo, e scrivi anche tu quello che io detto.
- Tutti pigliammo la penna.
Il maestro dettò.
«Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1805, morto a Pisa nel 1872, grande anima di patriotta, grande ingegno di scrittore, ispiratore ed apostolo primo della rivoluzione italiana; il quale per amore della patria visse quarant'anni povero, esule, perseguitato, ramingo, eroicamente immobile nei suoi principii e nei suoi propositi; Giuseppe Mazzini che adorava sua madre, e che aveva attinto da lei quanto nella sua anima fortissima e gentile v'era di più alto e di più puro, così scriveva a un suo fedele amico, per consolarlo della più grande delle sventure.
Son presso a poco le sue parole: "Amico, tu non vedrai mai più tua madre su questa terra.
Questa è la tremenda verità.
Io non mi reco a vederti, perché il tuo è uno di quei dolori solenni e santi che bisogna soffrire e vincere da sé soli.
Comprendi ciò che voglio dire con queste parole: - Bisogna vincere il dolore? - Vincere quello che il dolore ha di meno santo, di meno purificatore; quello che, invece di migliorare l'anima, la indebolisce e l'abbassa.
Ma l'altra parte del dolore, la parte nobile, quella che ingrandisce e innalza l'anima, quella deve rimanere con te, non lasciarti più mai.
Quaggiù nulla si sostituisce a una buona madre.
Nei dolori, nelle consolazioni che la vita può darti ancora, tu non la dimenticherai mai più.
Ma tu devi ricordarla, amarla, rattristarti della sua morte in un modo degno di lei.
O amico, ascoltami.
La morte non esiste, non è nulla.
Non si può nemmeno comprendere.
La vita è vita, e segue la legge della vita: il progresso.
Tu avevi ieri una madre in terra: oggi hai un angelo altrove.
Tutto ciò che è bene sopravvive, cresciuto di potenza, alla vita terrena.
Quindi anche l'amore di tua madre.
Essa t'ama ora più che mai.
E tu sei responsabile delle tue azioni a Lei più di prima.
Dipende da te, dalle opere tue d'incontrarla, di rivederla in un'altra esistenza.
Tu devi dunque, per amore e riverenza a tua madre, diventar migliore e darle gioia di te.
Tu dovrai d'ora innanzi, ad ogni atto tuo, dire a te stesso: - Lo approverebbe mia madre? - La sua trasformazione ha messo per te nel mondo un angelo custode al quale devi riferire ogni cosa tua.
Sii forte e buono; resisti al dolore disperato e volgare; abbi la tranquillità dei grandi patimenti nelle grandi anime: è ciò che essa vuole.»
- Garrone! - soggiunse il maestro: - sii forte e tranquillo, è ciò che essa vuole.
Intendi?
Garrone accennò di sì col capo, e intanto gli cadevan delle lacrime grosse e fitte sulle mani, sul quaderno, sul banco.
Valor civile
Racconto mensile
Al tocco eravamo col maestro davanti al Palazzo di città per veder dare la medaglia del valor civile al ragazzo che salvò il suo compagno dal Po.
Sul terrazzo della facciata sventolava una grande bandiera tricolore.
Entrammo nel cortile del Palazzo.
Era già pieno di gente.
Si vedeva in fondo un tavolo col tappeto rosso, e delle carte sopra, e dietro una fila di seggioloni dorati per il Sindaco e per la Giunta: c'erano gli uscieri del Municipio con la sottoveste azzurra e le calze bianche.
A destra del cortile stava schierato un drappello di guardie civiche, che avevano molte medaglie, e accanto a loro un drappello di guardie daziarie; dall'altra parte i pompieri, in divisa festiva, e molti soldati senz'ordine, venuti là per vedere: soldati di cavalleria, bersaglieri, artiglieri.
Poi tutt'intorno dei signori, dei popolani, alcuni ufficiali, e donne e ragazzi, che si accalcavano.
Noi ci stringemmo in un angolo dov'erano già affollati molti alunni d'altre sezioni, coi loro maestri, e c'era vicino a noi un gruppo di ragazzi del popolo, tra i dieci e i diciott'anni, che ridevano e parlavan forte, e si capiva ch'erano tutti di Borgo Po, compagni o conoscenti di quello che doveva aver la medaglia.
Su, a tutte le finestre, c'erano affacciati degli impiegati del Municipio; la loggia della biblioteca pure era piena di gente, che si premeva contro la balaustrata; e in quella del lato opposto, che è sopra il portone d'entrata, stavano pigiate un gran numero di ragazze delle scuole pubbliche, e molte ragazze militari, coi loro bei veli celesti.
Pareva un teatro.
Tutti discorrevano allegri, guardando a ogni tratto dalla parte del tavolo rosso, se comparisse nessuno.
La banda musicale suonava piano in fondo al portico.
Sui muri alti batteva il sole.
Era bello.
All'improvviso tutti si misero a batter le mani dal cortile, dalle logge, dalle finestre.
Io m'alzai in punta di piedi per vedere.
La folla che stava dietro al tavolo rosso s'era aperta, ed eran venuti avanti un uomo e una donna.
L'uomo teneva per mano un ragazzo.
Era quello che aveva salvato il compagno.
L'uomo era suo padre, un muratore, vestito a festa.
La donna, - sua madre, - piccola e bionda, aveva una veste nera.
Il ragazzo, anche biondo e piccolo, aveva una giacchetta grigia.
A veder tutta quella gente e a sentir quello strepito d'applausi, rimasero lì tutti e tre, che non osavano più né guardare né muoversi.
Un usciere municipale li spinse accanto al tavolo, a destra.
Tutti stettero zitti un momento, e poi un'altra volta scoppiarono gli applausi da tutte le parti.
Il ragazzo guardò su alle finestre e poi alla loggia delle Figlie dei militari; teneva il cappello fra le mani, sembrava che non capisse bene dove fosse.
Mi parve che somigliasse un poco a Coretti, nel viso; ma più rosso.
Suo padre e sua madre tenevan gli occhi fissi sul tavolo.
Intanto tutti i ragazzi di borgo Po, che eran vicini a noi, si sporgevano avanti, facevano dei gesti verso il loro compagno per farsi vedere, chiamandolo a voce bassa: - Pin! Pin! Pinot! - A furia di chiamarlo si fecero sentire.
Il ragazzo li guardò, e nascose il sorriso dietro il cappello.
A un dato punto tutte le guardie si misero sull'attenti.
Entrò il Sindaco, accompagnato da molti signori.
Il Sindaco, tutto bianco, con una gran sciarpa tricolore, si mise al tavolino, in piedi; tutti gli altri dietro e dai lati.
La banda cessò di suonare, il Sindaco fece un cenno, tutti tacquero.
Cominciò a parlare.
Le prime parole non le intesi bene; ma capii che raccontava il fatto del ragazzo.
Poi la sua voce s'alzò, e si sparse così chiara e sonora per tutto il cortile, che non perdetti più una parola.
- ...Quando vide dalla sponda il compagno che si dibatteva nel fiume, già preso dal terrore della morte, egli si strappò i panni di dosso e accorse senza titubare un momento.
Gli gridarono: - T'anneghi!, - non rispose; lo afferrarono, si svincolò; lo chiamaron per nome, era già nell'acqua.
Il fiume era gonfio, il rischio terribile, anche per un uomo.
Ma egli si slanciò contro la morte con tutta la forza del suo piccolo corpo e del suo grande cuore; raggiunse e afferrò in tempo il disgraziato, che già era sott'acqua, e lo tirò a galla; lottò furiosamente con l'onda che li volea travolgere, col compagno che tentava d'avvinghiarlo; e più volte sparì sotto e rivenne fuori con uno sforzo disperato; ostinato, invitto nel suo santo proposito, non come un ragazzo che voglia salvare un altro ragazzo, ma come un uomo, come un padre che lotti per salvare un figliuolo, che è la sua speranza e la sua vita.
Infine, Dio non permise che una così generosa prodezza fosse inutile.
Il nuotatore fanciullo strappò la vittima al fiume gigante, e la recò a terra, e le diè ancora, con altri, i primi conforti; dopo di che se ne tornò a casa solo e tranquillo, a raccontare ingenuamente l'atto suo.
Signori! Bello, venerabile è l'eroismo nell'uomo.
Ma nel fanciullo, in cui nessuna mira d'ambizione o d'altro interesse è ancor possibile; nel fanciullo che tanto deve aver più d'ardimento quanto ha meno di forza; nel fanciullo a cui nulla domandiamo, che a nulla è tenuto, che ci pare già tanto nobile e amabile, non quando compia, ma solo quando comprenda e riconosca il sacrificio altrui; l'eroismo nel fanciullo è divino.
Non dirò altro, signori.
Non voglio ornar di lodi superflue una così semplice grandezza.
Eccolo qui davanti a voi il salvatore valoroso e gentile.
Soldati, salutatelo come un fratello; madri, beneditelo come un figliuolo; fanciulli, ricordatevi il suo nome, stampatevi nella mente il suo viso, ch'egli non si cancelli mai più dalla vostra memoria e dal vostro cuore.
Avvicinati, ragazzo.
In nome del Re d'Italia, io ti do la medaglia al valor civile.
Un evviva altissimo, lanciato insieme da molte voci, fece echeggiare il palazzo.
Il Sindaco prese sul tavolo la medaglia e l'attaccò al petto del ragazzo.
Poi lo abbracciò e lo baciò.
La madre si mise una mano sugli occhi, il padre teneva il mento sul petto.
Il Sindaco strinse la mano a tutti e due, e preso il decreto della decorazione, legato con un nastro, lo porse alla donna.
Poi si rivolse al ragazzo e disse: - Che il ricordo di questo giorno così glorioso per te, così felice per tuo padre e per tua madre, ti mantenga per tutta la vita sulla via della virtù e dell'onore.
Addio!
Il Sindaco uscì, la banda sonò e tutto parea finito, quando il drappello dei pompieri s'aperse, e un ragazzo di otto o nove anni, spinto innanzi da una donna che subito si nascose, si slanciò verso il decorato e gli cascò fra le braccia.
Un altro scoppio d'evviva e d'applausi fece rintronare il cortile; tutti avevan capito alla prima: quello era il ragazzo stato salvato dal Po, che veniva a ringraziare il suo salvatore.
Dopo averlo baciato, gli si attaccò a un braccio per accompagnarlo fuori.
Essi due primi, e il padre e la madre dietro, s'avviarono verso l'uscita, passando a stento fra la gente che faceva ala al loro passaggio, guardie, ragazzi, soldati, donne, alla rinfusa.
Tutti si spingevano avanti e s'alzavano in punta di piedi per vedere il ragazzo.
Quelli che eran sul passaggio gli toccavan la mano.
Quando passò davanti ai ragazzi delle scuole, tutti agitarono i berretti per aria.
Quelli di borgo Po fecero un grande schiamazzo, tirandolo per le braccia e per la giacchetta, e gridando: - Pin, viva Pin! Bravo Pinot! - Io lo vidi passar proprio vicino.
Era tutto acceso nel viso, contento: la medaglia aveva il nastro bianco, rosso e verde.
Sua madre piangeva e rideva; suo padre si torceva un baffo con una mano, che gli tremava forte, come se avesse la febbre.
E su dalle finestre e dalle logge seguitavano a sporgersi fuori e ad applaudire.
Tutt'a un tratto, quando furono per entrar sotto il portico, venne giù dalla loggia delle Figlie dei militari una vera pioggia di pensieri, di mazzettini di viole e di margherite, che caddero sulla testa del ragazzo, del padre, della madre, e si sparsero in terra.
Molti si misero a raccoglierli in fretta e li porgevano alla madre.
E la banda in fondo al cortile sonava piano piano un'aria bellissima, che pareva il canto di tante voci argentine che s'allontanassero lente giù per le rive d'un fiume.
MAGGIO
I bambini rachitici
5, venerdì
Oggi ho fatto vacanza perché non stavo bene, e mia madre m'ha condotto con sé all'istituto dei ragazzi rachitici, dov'è andata a raccomandare una bimba del portinaio; ma non mi ha lasciato entrar nella scuola...
Non hai capito perché, Enrico, non ti lasciai entrare? Per non mettere davanti a quei disgraziati, lì nel mezzo della scuola, quasi come in mostra, un ragazzo sano e robusto: troppe occasioni hanno già di trovarsi a dei paragoni dolorosi.
Che triste cosa! Mi venne su il pianto dal cuore a entrar là dentro.
Erano una sessantina, tra bambini e bambine...
Povere ossa torturate! Povere mani, poveri piedini rattrappiti e scontorti! Poveri corpicini contraffatti! Subito osservai molti visi graziosi; degli occhi pieni d'intelligenza e di affetto: c'era un visetto di bimba, col naso affilato e il mento aguzzo, che pareva una vecchietta, ma aveva un sorriso d'una soavità celeste.
Alcuni, visti davanti, son belli, e paion senza difetti, ma si voltano...
e vi danno una stretta all'anima.
C'era il medico, che li visitava.
Li metteva ritti sui banchi, e alzava i vestitini per toccare i ventri enfiati e le giunture grosse, ma non si vergognavano punto, povere creature; si vedeva ch'eran bambini assuefatti a essere svestiti, esaminati, rivoltati per tutti i versi.
E pensare che ora son nel periodo migliore della loro malattia, ché quasi non soffron più.
Ma chi può dire quello che soffrirono durante il primo deformarsi del corpo, quando col crescere della loro infermità, vedevano diminuire l'affetto intorno a sé, poveri bambini, lasciati soli per ore ed ore nell'angolo d'una stanza o d'un cortile, mal nutriti, e a volte anche scherniti, o tormentati per mesi da bendaggi e da apparecchi ortopedici inutili! Ora però, grazie alle cure, alla buona alimentazione e alla ginnastica, molti migliorano.
La maestra fece fare la ginnastica.
Era una pietà, a certi comandi, vederli distender sotto i banchi tutte quelle gambe fasciate, strette fra le stecche, nocchierute, sformate, delle gambe che si sarebbero coperte di baci! Parecchi non potevano alzarsi dal banco, e rimanevan lì, col capo ripiegato sul braccio, accarezzando le stampelle con la mano; altri, facendo la spinta delle braccia, si sentivan mancare il respiro, e ricascavano a sedere, pallidi, ma sorridevano, per dissimulare l'affanno.
Ah! Enrico, voi altri che non pregiate la salute, e vi sembra così poca cosa lo star bene! Io pensavo ai bei ragazzi forti e fiorenti, che le madri portano in giro come in trionfo, superbe della loro bellezza, e mi sarei prese tutte quelle povere teste, me le sarei strette tutte sul cuore, disperatamente, avrei detto, se fossi stata sola: non mi movo più di qui; voglio consacrare la vita a voi, servirvi, farvi da madre a tutti fino al mio ultimo giorno...
E intanto cantavano, cantavano con certe vocine esili, dolci, tristi, che andavano all'anima, e la maestra avendoli lodati, si mostraron contenti; e mentre passava tra i banchi, le baciavano le mani e le braccia, perché senton tanta gratitudine per chi li benefica, e sono molto affettuosi.
E anche hanno ingegno, quegli angioletti; e studiano, mi disse la maestra.
Una maestra giovane e gentile, che ha sul viso pieno di bontà una certa espressione di mestizia, come un riflesso delle sventure che essa accarezza e consola.
Cara ragazza! Fra tutte le creature umane che si guadagnan la vita col lavoro, non ce n'è una che se la guadagni più santamente di te, figliuola mia.
TUA MADRE
Sacrificio.
9, martedì
Mia madre è buona, e mia sorella Silvia è come lei, ha lo stesso cuore grande e gentile.
Io stavo copiando ieri sera una parte del racconto mensile Dagli Appennini alle Ande, che il maestro ci ha dato a copiare un poco a tutti, tanto è lungo; quando Silvia entrò in punta di piedi e mi disse in fretta e piano: - Vieni con me dalla mamma.
Li ho sentiti stamani che discorrevano: al babbo è andato male un affare, era addolorato, la mamma gli faceva coraggio; siamo nelle strettezze, capisci? non ci sono più denari.
Il babbo diceva che bisognerà fare dei sacrifici per rimettersi.
Ora bisogna che ne facciamo anche noi dei sacrifici, non è vero? Sei pronto? Bene, parlo alla mamma, e tu accenna di sì e promettile sul tuo onore che farai tutto quello che dirò io.
Detto questo, mi prese per mano, e mi condusse da nostra madre, che stava cucendo, tutta pensierosa; io sedetti da una parte del sofà, Silvia sedette dall'altra, e subito disse: - Senti, mamma, ho da parlarti.
Abbiamo da parlarti tutti e due.
- La mamma ci guardò meravigliata.
E Silvia cominciò: - Il babbo è senza denari, è vero? - Che dici? - rispose la mamma arrossendo, - Non è vero! Che ne sai tu? Chi te l'ha detto? - Lo so, disse Silvia, risoluta.
- Ebbene, senti, mamma; dobbiamo fare dei sacrifici anche noi.
Tu m'avevi promesso un ventaglio per la fin di maggio, e Enrico aspettava la sua scatola di colori; non vogliamo più nulla; non vogliamo che si sprechino i soldi; saremo contenti lo stesso, hai capito? - La mamma tentò di parlare, ma Silvia disse: - No, sarà così.
Abbiamo deciso.
E fin che il babbo non avrà dei denari, non vogliamo più né frutta né altre cose; ci basterà la minestra, e la mattina a colazione mangeremo del pane; così si spenderà meno a tavola, ché già spendiamo troppo, e noi ti promettiamo che ci vedrai sempre contenti ad un modo.
Non è vero, Enrico? - Io risposi di sì.
- Sempre contenti ad un modo, - ripeté Silvia, chiudendo la bocca alla mamma con una mano; - e se c'è altri sacrifici da fare, o nel vestire, o in altro, noi li faremo volentieri, e vendiamo anche i nostri regali: io do tutte le mie cose, ti servo io di cameriera, non daremo più nulla a fare fuor di casa, lavorerò con te tutto il giorno, farò tutto quello che vorrai, sono disposta a tutto! A tutto! - esclamò gettando le braccia al collo a mia madre; - pur che il babbo e la mamma non abbian più dispiaceri, pur ch'io torni a vedervi tutti e due tranquilli, di buon umore come prima, in mezzo alla vostra Silvia e al vostro Enrico, che vi vogliono tanto bene, che darebbero la loro vita per voi! - Ah! io non vidi mai mia madre così contenta come a sentir quelle parole; non ci baciò mai in fronte a quel modo, piangendo e ridendo, senza poter parlare.
E poi assicurò Silvia che aveva capito male, che non eravamo mica ridotti come essa credeva, per fortuna, e cento volte ci disse grazie, e fu allegra tutta la sera, fin che rientrò mio padre, a cui disse tutto.
Egli non aperse bocca, povero padre mio! Ma questa mattina sedendo a tavola...
provai insieme un gran piacere e una gran tristezza: io trovai sotto il tovagliolo la mia scatola, e Silvia ci trovò il suo ventaglio.
L'incendio
11, giovedì
Questa mattina io avevo finito di copiare la mia parte del racconto Dagli Appennini alle Ande, e stavo cercando un tema per la composizione libera che ci diede da fare il maestro, quando udii un vocìo insolito per le scale, e poco dopo entrarono in casa due pompieri, i quali domandarono a mio padre il permesso di visitar le stufe e i camini, perché bruciava un fumaiolo sui tetti, e non si capiva di chi fosse.
Mio padre disse: - Facciano pure, - e benché non avessimo fuoco acceso da nessuna parte, essi cominciarono a girar per le stanze e a metter l'orecchio alle pareti, per sentire se rumoreggiasse il foco dentro alle gole che vanno su agli altri piani della casa.
E mio padre mi disse, mentre giravan per le stanze: - Enrico, ecco un tema per la tua composizione: i pompieri.
Provati un po' a scrivere quello che ti racconto.
Io li vidi all'opera due anni fa, una sera che uscivo dal teatro Balbo, a notte avanzata.
Entrando in via Roma, vidi una luce insolita, e un'onda di gente che accorreva: una casa era in fuoco: lingue di fiamma e nuvoli di fumo rompevan dalle finestre e dal tetto; uomini e donne apparivano ai davanzali e sparivano, gettando grida disperate, c'era gran tumulto davanti al portone; la folla gridava: - Brucian vivi! Soccorso! I pompieri! - Arrivò in quel punto una carrozza, ne saltaron fuori quattro pompieri, i primi che s'eran trovati al Municipio, e si slanciarono dentro alla casa.
Erano appena entrati, che si vide una cosa orrenda: una donna s'affacciò urlando a una finestra del terzo piano, s'afferrò alla ringhiera, la scavalcò, e rimase afferrata così, quasi sospesa nel vuoto, con la schiena in fuori, curva sotto il fumo e le fiamme che fuggendo dalla stanza le lambivan quasi la testa.
La folla gettò un grido di raccapriccio.
I pompieri, arrestati per isbaglio al secondo piano dagli inquilini atterriti, avevan già sfondato un muro e s'eran precipitati in una camera; quando cento grida li avvertirono: - Al terzo piano! Al terzo piano! - Volarono al terzo piano.
Qui era un rovinio d'inferno, travi di tetto che crollavano, corridoi pieni di fiamme, un fumo che soffocava.
Per arrivare alle stanze dov'eran gl'inquilini rinchiusi, non restava altra via che passar pel tetto.
Si lanciaron subito su, e un minuto dopo si vide come un fantasma nero saltar sui coppi, tra il fumo.
Era il caporale, arrivato il primo.
Ma per andare dalla parte del tetto che corrispondeva al quartierino chiuso dal fuoco, gli bisognava passare sopra un ristrettissimo spazio compreso tra un abbaino e la grondaia; tutto il resto fiammeggiava, e quel piccolo tratto era coperto di neve e di ghiaccio, e non c'era dove aggrapparsi.
- È impossibile che passi! - gridava la folla di sotto.
Il caporale s'avanzò sull'orlo del tetto: - tutti rabbrividirono, e stettero a guardar col respiro sospeso: - passò: - un immenso evviva salì al cielo.
Il caporale riprese la corsa, e arrivato al punto minacciato, cominciò a spezzare furiosamente a colpi d'accetta coppi, travi, correntini, per aprirsi una buca da scender dentro.
Intanto la donna era sempre sospesa fuor della finestra, il fuoco le infuriava sul capo, un minuto ancora, e sarebbe precipitata nella via.
La buca fu aperta: si vide il caporale levarsi la tracolla e calarsi giù; gli altri pompieri, sopraggiunti, lo seguirono.
Nello stesso momento un'altissima scala Porta, arrivata allora, s'appoggiò al cornicione della casa, davanti alle finestre da cui uscivano fiamme e urli da pazzi.
Ma si credeva che fosse tardi.
- Nessuno si salva più, - gridavano.
- I pompieri bruciano.
- È finita.
- Son morti.
- All'improvviso si vide apparire alla finestra della ringhiera la figura nera del caporale, illuminata di sopra in giù dalle fiamme, - la donna gli si avvinghiò al collo; - egli l'afferrò alla vita con tutt'e due le braccia, la tirò su, la depose dentro alla stanza.
La folla mise un grido di mille voci, che coprì il fracasso dell'incendio.
Ma e gli altri? e discendere? La scala, appoggiata al tetto davanti a un'altra finestra, distava dal davanzale un buon tratto.
Come avrebbero potuto attaccarvisi? Mentre questo si diceva, uno dei pompieri si fece fuori della finestra, mise il piede destro sul davanzale e il sinistro sulla scala, e così ritto per aria, abbracciati ad uno ad uno gli inquilini, che gli altri gli porgevan di dentro, li porse a un compagno, ch'era salito su dalla via, e che, attaccatili bene ai pioli, li fece scendere, l'un dopo l'altro, aiutati da altri pompieri di sotto.
Passò prima la donna della ringhiera, poi una bimba, un'altra donna, un vecchio.
Tutti eran salvi.
Dopo il vecchio, scesero i pompieri rimasti dentro; ultimo a scendere fu il caporale, che era stato il primo ad accorrere.
La folla li accolse tutti con uno scoppio d'applausi; ma quando comparve l'ultimo, l'avanguardia dei salvatori, quello che aveva affrontato innanzi agli altri l'abisso, quello che sarebbe morto, se uno avesse dovuto morire, la folla lo salutò come un trionfatore, gridando e stendendo le braccia con uno slancio affettuoso d'ammirazione e di gratitudine, e in pochi momenti il suo nome oscuro - Giuseppe Robbino - suonò su mille bocche...
Hai capito? Quello è coraggio, il coraggio del cuore, che non ragiona, che non vacilla, che va diritto cieco fulmineo dove sente il grido di chi muore.
Io ti condurrò un giorno agli esercizi dei pompieri, e ti farò vedere il caporale Robbino; perché saresti molto contento di conoscerlo, non è vero?
Risposi di sì.
- Eccolo qua, - disse mio padre.
Io mi voltai di scatto.
I due pompieri, terminata la visita, attraversavan la stanza per uscire.
Mio padre m'accennò il più piccolo, che aveva i galloni, e mi disse: - Stringi la mano al caporale Robbino.
Il caporale si fermò e mi porse la mano, sorridendo: io gliela strinsi; egli mi fece un saluto ed uscì.
- E ricordatene bene, - disse mio padre, - perché delle migliaia di mani che stringerai nella vita, non ce ne saranno forse dieci che valgono la sua.
Dagli Appennini alle Ande
Racconto mensile
Molti anni fa un ragazzo genovese di tredici anni, figliuolo d'un operaio, andò da Genova in America, da solo, per cercare sua madre.
Sua madre era andata due anni prima a Buenos Aires, città capitale della Repubblica Argentina, per mettersi al servizio di qualche casa ricca, e guadagnar così in poco tempo tanto da rialzare la famiglia, la quale, per effetto di varie disgrazie, era caduta nella povertà e nei debiti.
Non sono poche le donne coraggiose che fanno un così lungo viaggio per quello scopo, e che grazie alle grandi paghe che trova laggiù la gente di servizio, ritornano in patria a capo di pochi anni con qualche migliaio di lire.
La povera madre aveva pianto lacrime di sangue al separarsi dai suoi figliuoli, l'uno di diciott'anni e l'altro di undici; ma era partita con coraggio, e piena di speranza.
Il viaggio era stato felice: arrivata appena a Buenos Aires, aveva trovato subito, per mezzo d'un bottegaio genovese, cugino di suo marito, stabilito là da molto tempo, una buona famiglia argentina, che la pagava molto e la trattava bene.
E per un po' di tempo aveva mantenuto coi suoi una corrispondenza regolare.
Com'era stato convenuto fra loro, il marito dirigeva le lettere al cugino, che le recapitava alla donna, e questa rimetteva le risposte a lui, che le spediva a Genova, aggiungendovi qualche riga di suo.
Guadagnando ottanta lire al mese e non spendendo nulla per sé, mandava a casa ogni tre mesi una bella somma, con la quale il marito, che era galantuomo, andava pagando via via i debiti più urgenti, e riguadagnando così la sua buona reputazione.
E intanto lavorava ed era contento dei fatti suoi, anche per la speranza che la moglie sarebbe ritornata fra non molto tempo, perché la casa pareva vuota senza di lei, e il figliuolo minore in special modo, che amava moltissimo sua madre, si rattristava, non si poteva rassegnare alla sua lontananza.
Ma trascorso un anno dalla partenza, dopo una lettera breve nella quale essa diceva di star poco bene di salute, non ne ricevettero più.
Scrissero due volte al cugino; il cugino non rispose.
Scrissero alla famiglia argentina, dove la donna era a servire; ma non essendo forse arrivata la lettera perché avean storpiato il nome sull'indirizzo, non ebbero risposta.
Temendo d'una disgrazia, scrissero al Consolato italiano di Buenos Aires, che facesse fare delle ricerche; e dopo tre mesi fu risposto loro dal Console che, nonostante l'avviso fatto pubblicare dai giornali, nessuno s'era presentato, neppure a dare notizie.
E non poteva accadere altrimenti, oltre che per altre ragioni, anche per questa: Che con l'idea di salvare il decoro dei suoi, ché le pareva di macchiarlo a far la serva, la buona donna non aveva dato alla famiglia argentina il suo vero nome.
Altri mesi passarono, nessuna notizia.
Padre e figliuolo erano costernati; il più piccolo, oppresso da una tristezza che non poteva vincere.
Che fare? A chi ricorrere? La prima idea del padre era stata di partire, d'andare a cercare sua moglie in America.
Ma e il lavoro? Chi avrebbe mantenuto i suoi figliuoli? E neppure avrebbe potuto partire il figliuol maggiore, che cominciava appunto allora a guadagnar qualche cosa, ed era necessario alla famiglia.
E in questo affanno vivevano, ripetendo ogni giorno gli stessi discorsi dolorosi, o guardandosi l'un l'altro, in silenzio.
Quando una sera Marco, il più piccolo, uscì a dire risolutamente: - Ci vado io in America a cercar mia madre.
- Il padre crollò il capo, con tristezza, e non rispose.
Era un pensiero affettuoso, ma una cosa impossibile.
A tredici anni, solo, fare un viaggio in America, che ci voleva un mese per andarci! Ma il ragazzi insistette, pazientemente.
Insistette quel giorno, il giorno dopo, tutti i giorni con una grande pacatezza, ragionando col buon senso d'un uomo.
- Altri ci sono andati, - diceva - e più piccoli di me.
Una volta che son sul bastimento, arrivo là come un altro.
Arrivato là, non ho che a cercare la bottega del cugino.
Ci sono tanti italiani, qualcheduno m'insegnerà la strada.
Trovato il cugino, e trovata mia madre, se non trovo lui vado dal Console, cercherò la famiglia argentina.
Qualunque cosa accada, laggiù c'è del lavoro per tutti; troverò del lavoro anch'io, almeno per guadagnar tanto da ritornare a casa.
- E così, a poco a poco, riuscì quasi a persuadere suo padre.
Suo padre lo stimava, sapeva che aveva giudizio e coraggio, che era assuefatto alle privazioni e ai sacrifici, e che tutte queste buone qualità avrebbero preso doppia forza nel suo cuore per quel santo scopo di trovar sua madre, ch'egli adorava.
Si aggiunse pure che un Comandante di piroscafo, amico d'un suo conoscente, avendo inteso parlar della cosa, s'impegnò di fargli aver gratis un biglietto di terza classe per l'Argentina.
E allora, dopo un altro po' di esitazione, il padre acconsentì, il viaggio fu deciso.
Gli empirono una sacca di panni, gli misero in tasca qualche scudo, gli diedero l'indirizzo del cugino, e una bella sera del mese di aprile lo imbarcarono.
- Figliuolo, Marco mio, - gli disse il padre dandogli l'ultimo bacio, con le lacrime agli occhi, sopra la scala del piroscafo che stava per partire: - fatti coraggio.
Parti per un santo fine e Dio t'aiuterà.
Povero Marco! Egli aveva il cuor forte e preparato alle più dure prove per quel viaggio; ma quando vide sparire all'orizzonte la sua bella Genova, e si trovò in alto mare, su quel grande piroscafo affollato di contadini emigranti, solo, non conosciuto da alcuno, con quella piccola sacca che racchiudeva tutta la sua fortuna, un improvviso scoraggiamento lo assalì.
Per due giorni stette accucciato come un cane a prua, non mangiando quasi, oppresso da un gran bisogno di piangere.
Ogni sorta di tristi pensieri gli passava per la mente, e il più triste, il più terribile era il più ostinato a tornare: il pensiero che sua madre fosse morta.
Nei suoi sogni rotti e pensosi egli vedeva sempre la faccia d'uno sconosciuto che lo guardava in aria di compassione e poi gli diceva all'orecchio: - Tua madre è morta.
- E allora si svegliava soffocando un grido.
Nondimeno, passato lo stretto di Gibilterra, alla prima vista dell'Oceano Atlantico, riprese un poco d'animo e di speranza.
Ma fu un breve sollievo.
Quell'immenso mare sempre eguale, il calore crescente, la tristezza di tutta quella povera gente che lo circondava, il sentimento della propria solitudine tornarono a buttarlo giù.
I giorni, che si succedevano vuoti e monotoni, gli si confondevano nella memoria, come accade ai malati.
Gli parve d'esser in mare da un anno.
E ogni mattina, svegliandosi, provava un nuovo stupore di esser là solo, in mezzo a quell'immensità d'acqua, in viaggio per l'America.
I bei pesci volanti che venivano ogni tanto a cascare sul bastimento, quei meravigliosi tramonti dei tropici, con quelle enormi nuvole color di bragia e di sangue, e quelle fosforescenze notturne che fanno parer l'Oceano tutto acceso come un mare di lava, non gli facevan l'effetto di cose reali, ma di prodigi veduti in sogno.
Ebbe delle giornate di cattivo tempo, durante le quali restò chiuso continuamente nel dormitorio, dove tutto ballava e rovinava, in mezzo a un coro spaventevole di lamenti e d'imprecazioni; e credette che fosse giunta la sua ultima ora.
Ebbe altre giornate di mare quieto e giallastro, di caldura insopportabile, di noia infinita; ore interminabili e sinistre, durante le quali i passeggeri spossati, distesi immobili sulle tavole, parevan tutti morti.
E il viaggio non finiva mai: mare e cielo, cielo e mare, oggi come ieri, domani come oggi, - ancora, - sempre, eternamente.
Ed egli per lunghe ore stava appoggiato al parapetto a guardar quel mare senza fine, sbalordito, pensando vagamente a sua madre, fin che gli occhi gli si chiudevano e il capo gli cascava dal sonno; e allora rivedeva quella faccia sconosciuta che lo guardava in aria di pietà, e gli ripeteva all'orecchio: - Tua madre è morta! - e a quella voce si risvegliava in sussulto, per ricominciare a sognare a occhi aperti e a guardar l'orizzonte immutato.
Ventisette giorni durò il viaggio! Ma gli ultimi furono i migliori.
Il tempo era bello e l'aria fresca.
Egli aveva fatto conoscenza con un buon vecchio lombardo, che andava in America a trovare il figliuolo, coltivatore di terra vicino alla città di Rosario; gli aveva detto tutto di casa sua, e il vecchio gli ripeteva ogni tanto, battendogli una mano sulla nuca: - Coraggio, bagai, tu troverai tua madre sana e contenta.
- Quella compagnia lo riconfortava, i suoi presentimenti s'erano fatti di tristi lieti.
Seduto a prua, accanto al vecchio contadino che fumava la pipa, sotto un bel cielo stellato, in mezzo a gruppi d'emigranti che cantavano, egli si rappresentava cento volte al pensiero il suo arrivo a Buenos Aires, si vedeva in quella certa strada, trovava la bottega, si lanciava incontro al cugino: - Come sta mia madre? Dov'è? Andiamo subito! - Andiamo subito; - correvano insieme, salivano una scala, s'apriva una porta...
E qui il suo soliloquio muto s'arrestava, la sua immaginazione si perdeva in un sentimento d'inesprimibile tenerezza, che gli faceva tirar fuori di nascosto una piccola medaglia che portava al collo, e mormorare, baciandola, le sue orazioni.
Il ventisettesimo giorno dopo quello della partenza, arrivarono.
Era una bella aurora rossa di maggio quando il piroscafo gittava l'àncora nell'immenso fiume della Plata, sopra una riva del quale si stende la vasta città di Buenos Aires, capitale della Repubblica Argentina.
Quel tempo splendido gli parve di buon augurio.
Era fuor di sé dalla gioia e dall'impazienza.
Sua madre era a poche miglia di distanza da lui! Tra poche ore l'avrebbe veduta! Ed egli si trovava in America, nel nuovo mondo, e aveva avuto l'ardimento di venirci so]o! Tutto quel lunghissimo viaggio gli pareva allora che fosse passato in un nulla.
Gli pareva d'aver volato, sognando, e di essersi svegliato in quel punto.
Ed era così felice, che quasi non si stupì né si afflisse, quando si frugò nelle tasche, e non ci trovò più uno dei due gruzzoli in cui aveva diviso il suo piccolo tesoro, per esser più sicuro di non perdere tutto.
Gliel'avevan rubato, non gli restavan più che poche lire; ma che gli importava, ora ch'era vicino a sua madre.
Con la sua sacca alla mano scese insieme a molti altri italiani in un vaporino che li portò fino a poca distanza dalla riva, calò dal vaporino in una barca che portava il nome di Andrea Doria, fu sbarcato al molo, salutò il suo vecchio amico lombardo, e s'avviò a lunghi passi verso la città.
Arrivato all'imboccatura della prima via fermò un uomo che passava e lo pregò di indicargli da che parte dovesse prendere per andar in via de los Artes.
Aveva fermato per l'appunto un operaio italiano.
Questi lo guardò con curiosità e gli domandò se sapeva leggere.
Il ragazzo accennò di sì.
- Ebbene, - gli disse l'operaio, indicandogli la via da cui egli usciva; - va su sempre diritto, leggendo i nomi delle vie a tutte le cantonate; finirai con trovare la tua.
- Il ragazzo lo ringraziò e infilò la via che gli s'apriva davanti.
Era una via diritta e sterminata, ma stretta; fiancheggiata da case basse e bianche, che pareva tanti villini; piena di gente, di carrozze, di grandi carri, che facevano uno strepito assordante; e qua e là spenzolavano enormi bandiere di vari colori, con su scritto a grossi caratteri l'annunzio di partenze di piroscafi per città sconosciute.
A ogni tratto di cammino, voltandosi a destra e a sinistra, egli vedeva due altre vie che fuggivano diritte a perdita d'occhio, fiancheggiate pure da case basse e bianche, e piene di gente e di carri, e tagliate in fondo dalla linea diritta della sconfinata pianura americana, simile all'orizzonte del mare.
La città gli pareva infinita; gli pareva che si potesse camminar per giornate e per settimane vedendo sempre di qua e di là altre vie come quelle, e che tutta l'America ne dovesse esser coperta.
Guardava attentamente i nomi delle vie: dei nomi strani che stentava a leggere.
A ogni nuova via, si sentiva battere il cuore, pensando che fosse la sua.
Guardava tutte le donne con l'idea di incontrare sua madre.
Ne vide una davanti a sé, che gli diede una scossa al sangue: la raggiunse, la guardò: era una negra.
E andava, andava, affrettando il passo.
Arrivò a un crocicchio, lesse, e restò come inchiodato sul marciapiede Era la vita delle Arti.
Svoltò, vide il numero 117 dovette fermarsi per riprender respiro.
E disse tra sé: - O madre mia! madre mia! È proprio vero che ti vedrò a momenti! - Corse innanzi, arrivò a una piccola bottega di merciaio.
Era quella.
S'affacciò.
Vide una donna coi capelli grigi e gli occhiali.
- Che volete, ragazzo? - gli domandò quella, in spagnuolo.
- Non è questa, - disse, stentando a metter fuori la voce, - la bottega di Francesco Merelli?
- Francesco Merelli è morto, - rispose la donna in italiano.
Il ragazzo ebbe l'impressione d'una percossa nel petto.
- Quando morto?
- Eh, da un pezzo, - rispose la donna; - da mesi.
Fece cattivi affari, scappò.
Dicono che sia andato a Bahia Blanca, molto lontano di qui.
E morì appena arrivato.
La bottega è mia.
Il ragazzo impallidì.
Poi disse rapidamente: - Merelli conosceva mia madre, mia madre era qua a servire dal signor Mequinez.
Egli solo poteva dirmi dov'era.
Io sono venuto in America a cercar mia madre.
Merelli le mandava le lettere.
Io ho bisogno di trovar mia madre.
- Povero figliuolo, - rispose la donna, - io non so.
Posso domandare al ragazzo del cortile.
Egli conosceva il giovane che faceva commissioni per Merelli.
Può darsi che sappia dir qualche cosa.
Andò in fondo alla bottega e chiamò il ragazzo, che venne subito.
- Dimmi un poco, - gli domandò la bottegaia; - ti ricordi che il giovane di Merelli andasse qualche volta a portar delle lettere a una donna di servizio, in casa di figli del paese?
- Dal signor Mequinez, - rispose il ragazzo, sì signora, qualche volta.
In fondo a via delle Arti.
- Ah, signora, grazie! - gridò Marco.
- Mi dica il numero...
non lo sa? Mi faccia accompagnare, - accompagnami tu subito, ragazzo; - io ho ancora dei soldi.
E disse questo con tanto calore, che senz'aspettar la preghiera della donna, il ragazzo rispose: - andiamo; - e uscì pel primo a passi lesti.
Quasi correndo, senza dire una parola, andarono fino in fondo alla via lunghissima, infilarono l'andito d'entrata d'una piccola casa bianca, e si fermarono davanti a un bel cancello di ferro, da cui si vedeva un cortiletto, pieno di vasi di fiori.
Marco diede una strappata al campanello.
Comparve una signorina.
- Qui sta la famiglia Mequinez, non è vero? - domandò ansiosamente il ragazzo.
- Ci stava, - rispose la signorina, pronunziando l'italiano alla spagnuola.
- Ora ci stiamo noi, Zeballos.
- E dove sono andati i Mequinez? - domandò Marco, col batticuore.
- Sono andati a Cordova.
- Cordova! - esclamò Marco.
- Dov'è Cordova? E la persona di servizio che avevano? la donna, mia madre! La donna di servizio era mia madre! Hanno condotto via anche mia madre?
La signorina lo guardò e disse: - Non so.
Lo saprà forse mio padre, che li ha conosciuti quando partirono.
Aspettate un momento.
Scappò e tornò poco dopo con suo padre, un signore alto, con la barba grigia.
Questi guardò fisso un momento quel tipo simpatico di piccolo marinaio genovese, coi capelli biondi e il naso aquilino, e gli domandò in cattivo italiano: - Tua madre è genovese?
Marco rispose di sì.
- Ebbene la donna di servizio genovese è andata con loro, lo so di certo.
- Dove sono andati?
- A Cordova, una città.
Il ragazzo mise un sospiro; poi disse con rassegnazione: - Allora...
andrò a Cordova.
- Ah pobre Niño! - esclamò il signore, guardandolo in aria di pietà.
- Povero ragazzo! È a centinaia di miglia di qua, Cordova.
Marco diventò pallido come un morto, e s'appoggiò con una mano alla cancellata.
- Vediamo, vediamo, - disse allora il signore, mosso a compassione, aprendo la porta, - vieni dentro un momento, vediamo un po' se si può far qualche cosa.
- Sedette, gli diè da sedere, gli fece raccontar la sua storia, lo stette a sentire molto attento, rimase un pezzo pensieroso; poi gli disse risolutamente: - Tu non hai denari, non è vero?
- Ho ancora...
poco, - rispose Marco.
Il signore pensò altri cinque minuti, poi si mise a un tavolino, scrisse una lettera, la chiuse, e porgendola al ragazzo, gli disse: - Senti, italianito.
Va' con questa lettera alla Boca.
È una piccola città mezza genovese, a due ore di strada di qua.
Tutti ti sapranno indicare il cammino.
Va' là e cerca di questo signore, a cui è diretta la lettera, e che è conosciuto da tutti.
Portagli questa lettera.
Egli ti farà partire domani per la città di Rosario, e ti raccomanderà a qualcuno lassù, che penserà a farti proseguire il viaggio fino a Cordova, dove troverai la famiglia Mequinez e tua madre.
Intanto, piglia questo.
- E gli mise in mano qualche lira.
- Va', e fatti coraggio; qui hai da per tutto dei compaesani, non rimarrai abbandonato.
Adios.
Il ragazzo gli disse: - Grazie, - senza trovar altre parole, uscì con la sua sacca, e congedatosi dalla sua piccola guida, si mise lentamente in cammino verso la Boca, pieno di tristezza e di stupore, a traverso alla grande città rumorosa.
Tutto quello che gli accadde da quel momento fino alla sera del giorno appresso gli rimase poi nella memoria confuso ed incerto come una fantasticheria di febbricitante, tanto egli era stanco, sconturbato, avvilito.
E il giorno appresso, all'imbrunire, dopo aver dormito la notte in una stanzuccia d'una casa della Boca, accanto a un facchino del porto, - dopo aver passata quasi tutta la giornata, seduto sopra un mucchio di travi, e come trasognato, in faccia a migliaia di bastimenti, di barconi e di vaporini, - si trovava a poppa d'una grossa barca a vela, carica di frutte, che partiva per la città di Rosario, condotta da tre robusti genovesi abbronzati dal sole; la voce dei quali, e il dialetto amato che parlavano gli rimise un po' di conforto nel cuore.
Partirono, e il viaggio durò tre giorni e quattro notti, e fu uno stupore continuo per il piccolo viaggiatore.
Tre giorni e quattro notti su per quel meraviglioso fiume Paranà, rispetto al quale il nostro grande Po non è che un rigagnolo, e la lunghezza dell'Italia, quadruplicata, non raggiunge quella del suo corso.
Il barcone andava lentamente a ritroso di quella massa d'acqua smisurata.
Passava in mezzo a lunghe isole, già nidi di serpenti e di tigri, coperte d'aranci e di salici, simili a boschi galleggianti; e ora infilava stretti canali, da cui pareva che non potesse più uscire; ora sboccava in vaste distese d'acque, dell'aspetto di grandi laghi tranquilli; poi daccapo fra le isole, per i canali intricati d'un arcipelago, in mezzo a mucchi enormi di vegetazione.
Regnava un silenzio profondo.
Per lunghi tratti, le rive e le acque solitarie e vastissime davan l'immagine d'un fiume sconosciuto, in cui quella povera vela fosse la prima al mondo ad avventurarsi.
Quanto più s'avanzavano, e tanto più quel mostruoso fiume lo sgomentava.
Egli immaginava che sua madre si trovasse alle sorgenti, e che la navigazione dovesse durare degli anni.
Due volte al giorno mangiava un po' di pane e di carne salata coi barcaioli, i quali, vedendolo triste, non gli rivolgevan mai la parola.
La notte dormiva sopra coperta, e si svegliava ogni tanto, bruscamente, stupito della luce limpidissima della luna che imbiancava le acque immense e le rive lontane; e allora il cuore gli si serrava.
- Cordova! - Egli ripeteva quel nome: - Cordova! - come il nome d'una di quelle città misteriose, delle quali aveva inteso parlare nelle favole.
Ma poi pensava: - Mia madre è passata di qui, ha visto queste isole, quelle rive, - e allora non gli parevan più tanto strani e solitari quei luoghi in cui lo sguardo di sua madre s'era posato...
La notte, uno dei barcaiuoli cantava.
Quella voce gli rammentava le canzoni di sua madre, quando l'addormentava bambino.
L'ultima notte, all'udir quel canto, singhiozzò.
Il barcaiuolo s'interruppe.
Poi gli gridò: - Animo, animo, figioeu! Che diavolo! Un genovese che piange perché è lontano da casa! I genovesi girano il mondo gloriosi e trionfanti! - E a quelle parole egli si riscosse, sentì la voce del sangue genovese, e rialzò la fronte con alterezza, battendo il pugno sul timone.
- Ebbene, si - disse tra sé, - dovessi anch'io girare tutto il mondo, viaggiare ancora per anni e anni, e fare delle centinaia di miglia a piedi, io andrò avanti, fin che troverò mia madre.
Dovessi arrivare moribondo, e cascar morto ai suoi piedi! Pur che io la riveda una volta! Coraggio! - E con quest'animo arrivò allo spuntar d'un mattino rosato e freddo di fronte alla città di Rosario, posta sulla riva alta del Paranà, dove si specchiavan nelle acque le antenne imbandierate di cento bastimenti d'ogni paese.
Poco dopo sbarcato, salì alla città, con la sua sacca alla mano, a cercare un signore argentino per cui il suo protettore della Boca gli aveva rimesso un biglietto di visita con qualche parola di raccomandazione.
Entrando in Rosario gli parve d'entrare in una città già conosciuta.
Erano quelle vie interminabili, diritte, fiancheggiate di case basse e bianche, attraversate in tutte le direzioni, al disopra dei tetti, da grandi fasci di fili telegrafici e telefonici, che parevano enormi ragnateli; e un gran trepestio di gente, di cavalli, di carri.
La testa gli si confondeva: credette quasi di rientrare a Buenos Aires, e di dover cercare un'altra volta il cugino.
Andò attorno per quasi un'ora, svoltando e risvoltando, e sembrandogli sempre di tornar nella medesima via; e a furia di domandare, trovò la casa del suo nuovo protettore.
Tirò il campanello.
S'affacciò alla porta un grosso uomo biondo, arcigno, che aveva l'aria d'un fattore, e che gli domandò sgarbatamente, con pronunzia straniera:
- Che vuoi?
Il ragazzo disse il nome del padrone.
- Il padrone, - rispose il fattore, - è partito ieri sera per Buenos Aires con tutta la sua famiglia.
Il ragazzo restò senza parola.
Poi balbettò: - Ma io...
non ho nessuno qui! Sono solo! - E porse il biglietto.
Il fattore lo prese, lo lesse e disse burberamente: - Non so che farci.
Glielo darò fra un mese, quando ritornerà.
- Ma io, io son solo! io ho bisogno! - esclamò il ragazzo, con voce di preghiera.
- Eh! andiamo, - disse l'altro; - non ce n'è ancora abbastanza della gramigna del tuo paese a Rosario! Vattene un po' a mendicare in Italia.
- E gli chiuse il cancello sulla faccia.
Il ragazzo restò là come impietrato.
Poi riprese lentamente la sua sacca, ed uscì, col cuore angosciato, con la mente in tumulto, assalito a un tratto da mille pensieri affannosi.
Che fare? dove andare? Da Rosario a Cordova c'era una giornata di strada ferrata.
Egli non aveva più che poche lire.
Levato quello che gli occorreva di spendere quel giorno, non gli sarebbe rimasto quasi nulla.
Dove trovare i denari per pagarsi il viaggio? Poteva lavorare.
Ma come, a chi domandar lavoro? Chieder l'elemosina! Ah! no, essere respinto, insultato, umiliato come poc'anzi, no, mai, mai più, piuttosto morire! - E a quell'idea, e al riveder davanti a sé la lunghissima via che si perdeva lontano nella pianura sconfinata, si sentì fuggire un'altra volta il coraggio, gettò la sacca sul marciapiede, vi sedette su con le spalle al muro, e chinò il viso tra le mani, senza pianto, in un atteggiamento desolato.
La gente l'urtava coi piedi passando; i carri empivan la via di rumore; alcuni ragazzi si fermarono a guardarlo.
Egli rimase un pezzo così.
Quando fu scosso da una voce che gli disse tra in italiano e in lombardo: - Che cos'hai, ragazzetto?
Alzò il viso a quelle parole, e subito balzò in piedi gettando un'esclamazione di meraviglia: - Voi qui!
Era il vecchio contadino lombardo, col quale aveva fatto amicizia nel viaggio.
La meraviglia del contadino non fu minore della sua.
Ma il ragazzo non gli lasciò il tempo d'interrogarlo, e gli raccontò rapidamente i casi suoi.
- Ora son senza soldi, ecco; bisogna che lavori; trovatemi voi del lavoro da poter mettere insieme qualche lira; io faccio qualunque cosa; porto roba, spazzo le strade, posso far commissioni, anche lavorare in campagna; mi contento di campare di pan nero; ma che possa partir presto, che possa trovare una volta mia madre, fatemi questa carità, del lavoro, trovatemi voi del lavoro, per amor di Dio, che non ne posso più!
- Diamine, diamine, - disse il contadino, guardandosi attorno e grattandosi il mento.
- Che storia è questa!...
Lavorare...
è presto detto.
Vediamo un po'.
Che non ci sia mezzo di trovar trenta lire fra tanti patriotti?
Il ragazzo lo guardava, confortato da un raggio di speranza.
- Vieni con me, - gli disse il contadino.
- Dove? - domandò il ragazzo, ripigliando la sacca.
- Vieni con me.
Il contadino si mosse, Marco lo seguì, fecero un lungo tratto di strada insieme, senza parlare.
Il contadino si fermò alla porta d'un'osteria che aveva per insegna una stella e scritto sotto: - La estrella de Italia; - mise il viso dentro e voltandosi verso il ragazzo disse allegramente: - Arriviamo in buon punto.
- Entrarono in uno stanzone, dov'eran varie tavole, e molti uomini seduti, che bevevano, parlando forte.
Il vecchio lombardo s'avvicinò alla prima tavola, e dal modo come salutò i sei avventori che ci stavano intorno, si capiva ch'era stato in loro compagnia fino a poco innanzi.
Erano rossi in viso e facevan sonare bicchieri, vociando e ridendo.
- Camerati, - disse senz'altro il lombardo, restando in piedi, e presentando Marco; - c'è qui un povero ragazzo nostro patriotta, che è venuto solo da Genova a Buenos Aires a cercare sua madre.
A Buenos Aires gli dissero: - Qui non c'è, è a Cordova.
- Viene in barca a Rosario, tre dì e tre notti, con due righe di raccomandazione; presenta la carta: gli fanno una figuraccia.
Non ha la croce d'un centesimo.
È qui solo come un disperato.
È un bagai pieno di cuore.
Ve