CUORE, di Edmondo De Amicis - pagina 37
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Primi gli allievi dell'Accademia, quelli che saranno ufficiali del Genio e dell'Artiglieria, circa trecento, vestiti di nero, passarono, con una eleganza ardita e sciolta di soldati e di studenti.
Dopo di loro sfilò la fanteria: la brigata Aosta che combatté a Goito e a San Martino, e la brigata Bergamo che combatté a Castelfidardo, quattro reggimenti, compagnie dietro compagnie, migliaia di nappine rosse, che parevan tante doppie ghirlande lunghissime di fiori color di sangue, tese e scosse pei due capi, e portate a traverso alla folla.
Dopo la fanteria s'avanzarono i soldati del Genio, gli operai della guerra, coi pennacchi di crini neri e i galloni cremisini; e mentre questi sfilavano, si vedevano venire innanzi dietro di loro centinaia di lunghe penne diritte, che sorpassavano le teste degli spettatori: erano gli alpini, i difensori delle porte d'Italia, tutti alti, rosei e forti, coi capelli alla calabrese e le mostre di un bel verde vivo, color dell'erba delle loro montagne.
Sfilavano ancor gli alpini, che corse un fremito nella folla, e i bersaglieri, l'antico dodicesimo battaglione, i primi che entrarono in Roma per la breccia di Porta Pia, bruni, lesti, vivi, coi pennacchi sventolanti, passarono come un'ondata d'un torrente nero, facendo echeggiare la piazza di squilli acuti di tromba che sembravan grida d'allegrezza.
Ma la loro fanfara fu coperta da uno strepito rotto e cupo che annunziò l'artiglieria di campagna; e allora passarono superbamente, seduti sugli alti cassoni, tirati da trecento coppie di cavalli impetuosi i bei soldati dai cordoni gialli e i lunghi cannoni di bronzo e d'acciaio, scintillanti sugli affusti leggieri, che saltavano e risonavano, e ne tremava la terra.
E poi venne su lenta, grave, bella nella sua apparenza faticosa e rude, coi suoi grandi soldati, coi suoi muli potenti, l'artiglieria di montagna, che porta lo sgomento e la morte fin dove sale il piede dell'uomo.
E infine passò di galoppo, con gli elmi al sole con le lancie erette, con le bandiere al vento, sfavillando d'argento e d'oro, empiendo l'aria di tintinni e di nitriti, il bel reggimento Genova cavalleria, che turbinò su dieci campi di battaglia, da Santa Lucia a Villafranca.
- Come è bello! - io esclamai.
Ma mio padre mi fece quasi un rimprovero di quella parola, e mi disse: - Non considerare l'esercito come un bello spettacolo.
Tutti questi giovani pieni di forza e di speranze possono da un giorno all'altro esser chiamati a difendere il nostro paese, e in poche ore cader sfracellati tutti dalle palle e dalla mitraglia.
Ogni volta che senti gridare in una festa: Viva l'esercito, viva l'Italia, raffigurati, di là dai reggimenti che passano, una campagna coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora l'evviva all'esercito t'escirà più dal profondo del cuore, e l'immagine dell'Italia t'apparirà più severa e più grande.
Italia
14, martedì
Salutala così la patria, nei giorni delle sue feste: - Italia, patria mia, nobile e cara terra, dove mio padre e mia madre nacquero e saranno sepolti, dove io spero di vivere e di morire, dove i miei figli cresceranno e morranno; bella Italia, grande e gloriosa da molti secoli; unita e libera da pochi anni; che spargesti tanta luce d'intelletti divini sul mondo, e per cui tanti valorosi moriron sui campi e tanti eroi sui patiboli; madre augusta di trecento città e di trenta milioni di figli, io, fanciullo, che ancora non ti comprendo e non ti conosco intera, io ti venero e t'amo con tutta l'anima mia, e sono altero d'esser nato da te, e di chiamarmi figliuol tuo.
Amo i tuoi mari splendidi e le tue Alpi sublimi, amo i tuoi monumenti solenni e le tue memorie immortali; amo la tua gloria e la tua bellezza; t'amo e ti venero tutta come quella parte diletta di te, dove per la prima volta vidi il sole e intesi il tuo nome.
V'amo tutte di un solo affetto e con pari gratitudine, Torino valorosa, Genova superba, dotta Bologna, Venezia incantevole, Milano possente; v'amo con egual reverenza di figlio, Firenze gentile e Palermo terribile.
Napoli immensa e bella, Roma meravigliosa ed eterna.
T'amo, patria sacra! E ti giuro che amerò tutti i figli tuoi come fratelli; che onorerò sempre in cuor mio i tuoi grandi vivi e i tuoi grandi morti; che sarò un cittadino operoso ed onesto, inteso costantemente a nobilitarmi, per rendermi degno di te, per giovare con le mie minime forze a far sì che spariscano un giorno dalla tua faccia la miseria, l'ignoranza, l'ingiustizia, il delitto, e che tu possa vivere ed espanderti tranquilla nella maestà del tuo diritto e della tua forza.
Giuro che ti servirò, come mi sarà concesso, con l'ingegno, col braccio, col cuore, umilmente e arditamente; e che se verrà giorno in cui dovrò dare per te il mio sangue e la mia vita, darò il mio sangue e morrò, gridando al cielo il tuo santo nome e mandando l'ultimo mio bacio alla tua bandiera benedetta.
TUO PADRE
32 gradi
Venerdì, 16
In cinque giorni che passarono dalla festa nazionale il caldo è cresciuto di tre gradi.
Ora siamo in piena estate, tutti cominciano a essere stanchi, hanno tutti perduto i bei colori rosati della primavera; i colli e le gambe s'assottigliano, le teste ciondolano e gli occhi si chiudono.
Il povero Nelli, che patisce molto il caldo e ha fatto un viso di cera, s'addormenta qualche volta profondamente, col capo sul quaderno; ma Garrone sta sempre attento a mettergli davanti un libro aperto e ritto perché il maestro non lo veda.
Crossi appoggia la sua zucca rossa sul banco in un certo modo, che par distaccata dal busto e messa lì.
Nobis si lamenta che ci siamo troppi e che gli guastiamo l'aria.
Ah! che forza bisogna farsi ora per istudiare! Io guardo dalle finestre di casa quei begli alberi che fanno un'ombra così scura, dove andrei a correre tanto volentieri, e mi vien tristezza e rabbia di dovermi andar a chiudere tra i banchi.
Ma poi mi fo animo a veder la mia buona madre che mi guarda sempre, quando esco dalla scuola per veder se son pallido; e mi dice a ogni pagina di lavoro: - Ti senti ancora? - e ogni mattina alle sei, svegliandomi per la lezione: - Coraggio! Non ci son più che tanti giorni: poi sarai libero e riposerai, andrai all'ombra dei viali.
- Sì, essa ha ben ragione a rammentarmi i ragazzi che lavoran nei campi sotto la sferza del sole, o tra le ghiaie bianche dei fiumi, che accecano e scottano, e quelli delle fabbriche di vetro, che stanno tutto il giorno immobili, col viso chinato sopra una fiamma di gas; e si levan tutti più presto di noi, e non hanno vacanze.
Coraggio, dunque! E anche in questo è il primo di tutti Derossi, che non soffre né caldo né sonno, vivo sempre, allegro coi suoi riccioli biondi, com'era d'inverno, e studia senza fatica, e tien desti tutti intorno a sé, come se rinfrescasse l'aria con la sua voce.
E ci sono due altri pure, sempre svegli e attenti: quel cocciuto di Stardi, che si punge il muso per non addormentarsi, e quanto più è stanco e fa caldo, e tanto più stringe i denti e spalanca gli occhi, che par che si voglia mangiare il maestro; e quel trafficone di Garoffi tutto affaccendato a fabbricare ventagli di carta rossa ornati con figurine di scatole di fiammiferi, che vende a due centesimi l'uno.
Ma il più bravo è Coretti; povero Coretti che si leva alle cinque per aiutare suo padre a portar legna! Alle undici, nella scuola, non può più tenere gli occhi aperti, e gli casca il capo sul petto.
E nondimeno si riscuote, si dà delle manate nella nuca, domanda il permesso d'uscire per lavarsi il viso, si fa scrollare e pizzicottare dai vicini.
Ma tanto questa mattina non poté reggere e s'addormentò d'un sonno di piombo.
Il maestro lo chiamò forte: - Coretti! - Egli non sentì.
Il maestro, irritato, ripeté: - Coretti! - Allora il figliuolo del carbonaio che gli sta accanto di casa, s'alzò e disse: - Ha lavorato dalle cinque alle sette a portar fascine.
- Il maestro lo lasciò dormire, e continuò a far lezione per una mezz'ora.
Poi andò al banco da Coretti e piano piano, soffiandogli nel viso, lo svegliò.
A vedersi davanti il maestro, si fece indietro impaurito.
Ma il maestro gli prese il capo fra le mani e gli disse baciandolo sui capelli: - Non ti rimprovero, figliuol mio.
Non è mica il sonno della pigrizia il tuo; è il sonno della fatica.
Mio padre
Sabato, 17
Non certo il tuo compagno Coretti, né Garrone, risponderebbero mai al loro padre come tu hai risposto al tuo questa sera.
Enrico! Come è possibile? Tu mi devi giurare che questo non accadrà mai più, fin ch'io viva.
Ogni volta che a un rimprovero di tuo padre ti correrà una cattiva risposta alle labbra, pensa a quel giorno, che verrà immancabilmente, quando egli ti chiamerà al suo letto per dirti - Enrico, io ti lascio.
- O figliuol mio, quando sentirai la sua voce per l'ultima volta, e anche molto tempo dopo, quando piangerai solo nella sua stanza abbandonata, in mezzo a quei libri ch'egli non aprirà mai più, allora, ricordandoti d'avergli mancato qualche volta di rispetto, ti domanderai tu pure: - Com'è possibile? - Allora capirai che egli è sempre stato il tuo migliore amico, che quando era costretto a punirti, ne soffriva più di te, e che non t'ha mai fatto piangere che per farti del bene; e allora ti pentirai, e bacierai piangendo quel tavolino su cui ha tanto lavorato, su cui s'è logorata la vita per i suoi figliuoli.
Ora non capisci: egli ti nasconde tutto di sé fuorché la sua bontà e il suo amore.
Tu non lo sai che qualche volta egli è così affranto dalla fatica che crede di non aver più che pochi giorni da vivere, e che in quei momenti non parla che di te, non ha altro affanno in cuore che quello di lasciarti povero e senza protezione! E quante volte, pensando a questo, entra nella tua camera mentre dormi; e sta là col lume in mano a guardarti, e poi fa uno sforzo, e stanco e triste com'è, torna al lavoro! E neppure sai che spesso egli ti cerca e sta con te, perché ha un'amarezza nel cuore, dei dispiaceri che a tutti gli uomini toccano nel mondo, e cerca te come un amico, per confortarsi e dimenticare, e ha bisogno di rifugiarsi nel tuo affetto, per ritrovare la serenità e il coraggio.
Pensa dunque che dolore dev'esser per lui quando invece di trovar affetto in te, trova freddezza e irriverenza! Non macchiarti mai più di questa orribile ingratitudine! Pensa che se anche fossi buono come un santo, non potresti mai compensarlo abbastanza di quello che ha fatto e fa continuamente per te.
E pensa anche: sulla vita non si può contare: una disgrazia ti potrebbe toglier tuo padre mentre sei ancora ragazzo, fra due anni, fra tre mesi; domani.
Ah! povero Enrico mio, come vedresti cambiar tutto intorno a te, allora, come ti parrebbe vuota, desolata la casa, con la tua povera madre vestita di nero! Va', figliuolo; va' da tuo padre: egli è nella sua stanza che lavora: va' in punta di piedi, che non ti senta entrare, va' a metter la fronte sulle sue ginocchia e a dirgli che ti perdoni e ti benedica.
TUA MADRE
In campagna
19, lunedì
Il mio buon padre mi perdonò, anche questa volta, e mi lasciò andare alla scampagnata che si era combinata mercoledì col padre di Coretti, il rivenditor di legna.
Ne avevamo tutti bisogno d'una boccata d'aria di collina.
Fu una festa.
Ci trovammo ieri alle due in piazza dello Statuto, Derossi, Garrone, Garoffi, Precossi, padre e figlio Coretti, ed io, con le nostre provviste di frutte, di salsicciotti e d'ova sode: avevamo anche delle barchette di cuoio e dei bicchieri di latta: Garrone portava una zucca con dentro del vino bianco; Coretti, la fiaschetta da soldato di suo padre, piena di vino nero; e il piccolo Precossi, col suo camiciotto di fabbro ferraio, teneva sotto il braccio una pagnotta di due chilogrammi.
S'andò in omnibus fino alla Gran Madre di Dio, e poi su, alla lesta, per i colli.
C'era un verde, un'ombra, un fresco! Andavamo rivoltoloni nell'erba, mettevamo il viso nei rigagnoli, saltavamo a traverso alle siepi.
Coretti padre ci seguitava di lontano, con la giacchetta sulle spalle, fumando con la sua pipa di gesso, e di tanto in tanto ci minacciava con la mano, che non ci facessimo delle buche nei calzoni.
Precossi zufolava, non l'avevo mai sentito zufolare.
Coretti figlio faceva di tutto, strada facendo; sa far di tutto, quell'ometto lì, col suo coltelluccio a cricco, lungo un dito: delle rotine da mulino, delle forchette, degli schizzatoi; e voleva portar la roba degli altri, era carico che grondava sudore; ma sempre svelto come un capriolo.
Derossi si fermava ogni momento a dirci i nomi delle piante e degli insetti: io non so come faccia a saper tante cose.
E Garrone mangiava del pane, in silenzio; ma non ci attacca mica più quei morsi allegri d'una volta, povero Garrone, dopo che ha perduto sua madre.
È sempre lui, però, buono come il pane: quando uno di noi pigliava la rincorsa per saltare un fosso, egli correva dall'altra parte e tendergli le mani; e perché Precossi aveva paura delle vacche, ché da piccolo è stato cozzato, ogni volta che ne passava una, Garrone gli si parava davanti.
Andammo su fino a Santa Margherita, e poi giù per le chine a salti, a rotoloni, a scortica...
mele.
Precossi, inciampando in un cespuglio, si fece uno strappo al camiciotto, e restò lì vergognoso col suo brindello ciondoloni; ma Garoffi che ha sempre degli spilli nella giacchetta, glielo appuntò che non si vedeva, mentre quegli badava a dirgli: - Scusami, scusami; - e poi ricominciò a correre.
Garoffi non perdeva il suo tempo, per via: coglieva delle erbe da insalata, delle lumache, e ogni pietra che luccicasse un po', se la metteva in tasca, pensando che ci fosse dentro dell'oro o dell'argento.
E avanti a correre, a ruzzolare, a rampicarsi, all'ombra e al sole, su e giù per tutti i rialti e le scorciatoie, fin che arrivammo scalmanati e sfiatati sulla cima d'una collina, dove ci sedemmo a far merenda, sull'erba.
Si vedeva una pianura immensa, e tutte le Alpi azzurre con le cime bianche.
Morivamo tutti di fame, il pane pareva che fondesse.
Coretti padre ci porgeva le porzioni di salsicciotto su delle foglie di zucca.
E allora cominciammo a parlare tutti insieme, dei maestri, dei compagni che non avevan potuto venire, e degli esami.
Precossi si vergognava un poco a mangiare e Garrone gli ficcava in bocca il meglio della sua parte, di viva forza.
Coretti era seduto accanto a suo padre, con le gambe incrociate: parevan piuttosto due fratelli, che padre e figlio, a vederli così vicini, tutti e due rossi e sorridenti, con quei denti bianchi.
Il padre trincava con gusto, vuotava anche le barchette e i bicchieri che noi lasciavamo ammezzati, e diceva: - A voi altri che studiate, il vino vi fa male; sono i rivenditori di legna che n'han bisogno! - Poi pigliava e scoteva per il naso il figliuolo, dicendoci: - Ragazzi, vogliate bene a questo qui, che è un fior di galantuomo, son io che ve lo dico! - E tutti ridevano, fuorché Garrone.
Ed egli seguitava, trincando: - Peccato, eh! Ora siete tutti insieme, da bravi camerati; e fra qualche anno, chi sa, Enrico e Derossi saranno avvocati e professori, o che so io, e voi altri quattro in bottega o a un mestiere, o chi sa diavolo dove.
E allora buona notte, camerati.
- Che! - rispose Derossi, - per me, Garrone sarà sempre Garrone, Precossi sarà sempre Precossi, e gli altri lo stesso, diventassi imperatore delle Russie; dove saranno loro, andrò io.
- Benedetto! - esclamò Coretti padre, alzando la fiaschetta; - così si parla, sagrestia! Toccate qua! Viva i bravi compagni, e viva anche la scuola, che vi fa una sola famiglia, quelli che ne hanno e quelli che non ne hanno! Noi toccammo tutti la sua fiaschetta con le barchette e i bicchieri, e bevemmo l'ultima volta.
E lui: - Viva il quadrato del '49! gridò, levandosi in piedi, e cacciando giù l'ultimo sorso; - e se avrete da far dei quadrati anche voi, badate di tener duro come noi altri, ragazzi! - Era già tardi: scendemmo correndo e cantando, e camminando per lunghi tratti tutti a braccetto, e arrivammo sul Po che imbruniva, e volavano migliaia di lucciole.
E non ci separammo che in piazza dello Statuto, dopo aver combinato di trovarci tutti insieme domenica per andare al Vittorio Emanuele, a veder la distribuzione dei premi agli alunni delle scuole serali.
Che bella giornata! Come sarei rientrato in casa contento se non avessi incontrato la mia povera maestra! La incontrai che scendeva le scale di casa nostra, quasi al buio, e appena mi riconobbe mi prese per tutt'e due le mani e mi disse all'orecchio: - Addio, Enrico, ricordati di me! - M'accorsi che piangeva.
Salii, e lo dissi a mia madre: - Ho incontrato la mia maestra.
Andava a mettersi a letto, - rispose mia madre, che avea gli occhi rossi.
E poi soggiunse con grande tristezza, guardandomi fisso: - La tua povera maestra...
sta molto male.
La distribuzione dei premi agli operai
25, domenica
Come avevano convenuto, andammo tutti insieme al Teatro Vittorio Emanuele, a veder la distribuzione dei premi agli operai.
Il teatro era addobbato come il 14 marzo, e affollato, ma quasi tutto di famiglie d'operai, e la platea occupata dagli allievi e dalle allieve della scuola di canto corale; i quali cantarono un inno ai soldati morti in Crimea, così bello, che quando fu finito tutti s'alzarono battendo le mani e gridando, e lo dovettero cantare da capo.
E subito dopo cominciarono a sfilare i premiati davanti al sindaco, al prefetto e a molti altri, che davano libri libretti della cassa di risparmio, diplomi e medaglie.
In un canto della platea vidi il muratorino, seduto accanto a sua madre, e da un'altra parte c'era il Direttore, e dietro di lui la testa rossa del mio maestro di seconda.
Sfilarono pei primi gli alunni delle scuole serali di disegno, orefici, scalpellini, litografi, e anche dei falegnami e dei muratori; poi quelli della scuola di commercio; poi quelli del Liceo musicale, fra cui parecchie ragazze, delle operaie, tutte vestite in gala, che furono salutate con un grande applauso, e ridevano.
Infine vennero gli alunni delle scuole serali elementari, e allora cominciò a esser bello a vedere.
Di tutte le età ne passavano, di tutti i mestieri, e vestiti in tutti i modi; uomini coi capelli grigi, ragazzi degli opifici, operai con grandi barbe nere.
I piccoli eran disinvolti, gli uomini un po' imbarazzati; la gente batteva le mani ai più vecchi e ai più giovani.
Ma nessuno rideva tra gli spettatori, come facevano alla nostra festa: si vedevano tutti i visi attenti e seri.
Molti dei premiati avevan la moglie e i figliuoli in platea, e c'eran dei bambini che quando vedevan passare il padre sul palco scenico, lo chiamavan per nome ad alta voce e lo segnavan con la mano, ridendo forte.
Passarono dei contadini, dei facchini: questi erano della scuola Buoncompagni.
Della scuola della Cittadella, passò un lustrascarpe, che mio padre conosce, e il Prefetto gli diede un diploma.
Dopo di lui vedo venire un uomo grande come un gigante, che mi pareva d'aver già veduto altre volte...
Era il padre del muratorino, che prendeva il secondo premio! Mi ricordai di quando l'avevo visto nella soffitta, al letto del figliuolo malato, e cercai subito il figliuolo in platea: povero muratorino! Egli guardava sua padre cogli occhi luccicanti, e per nasconder la commozione, faceva il muso di lepre.
In quel momento sentii uno scoppio d'applausi, guardai sul palco: c'era un piccolo spazzacamino, col viso lavato, ma coi suoi panni da lavoro, e il Sindaco gli parlava tenendolo per una mano.
Dopo lo spazzacamino venne un cuoco.
Poi passò a prender la medaglia uno spazzino municipale, della scuola Raineri.
Io mi sentivo non so che cosa nel cuore, come un grande affetto e un grande rispetto, a pensare quanto eran costati quei premi a tutti quei lavoratori, padri di famiglia, pieni di pensieri, quante fatiche aggiunte alle loro fatiche, quante ore tolte al sonno, di cui hanno tanto bisogno, e anche quanti sforzi dell'intelligenza non abituata allo studio e delle mani grosse, intozzite dal lavoro! Passò un ragazzo d'officina, a cui si vedeva che suo padre aveva imprestata la giacchetta per quell'occasione, e gli spenzolavan le maniche, tanto che se le dovette rimboccare lì sul palco per poter prendere il suo premio; e molti risero; ma il riso fu subito soffocato dai battimani.
Dopo venne un vecchio con la testa calva e la barba bianca.
Passarono dei soldati d'artiglieria, di quelli che venivano alla scuola serale nella nostra Sezione; poi delle guardie daziarie, delle guardie municipali, di quelle che fan la guardia alle nostre scuole.
Infine gli allievi della scuola serale cantarono ancora l'inno ai morti in Crimea, ma con tanto slancio, questa volta, con una forza d'affetto che veniva così schietta dal cuore, che la gente non applaudì quasi più, e usciron tutti commossi, lentamente e senza far chiasso.
In pochi momenti tutta la via fu affollata.
Davanti alla porta del Teatro c'era lo spazzacamino, col suo libro di premio legato in rosso, e tutt'intorno dei signori che gli parlavano.
Molti si salutavano da una parte all'altra della strada, operai, ragazzi, guardie, maestri.
Il mio maestro di seconda uscì in mezzo a due soldati d'artiglieria.
E si vedevano delle mogli d'operai coi bambini in braccio, i quali tenevano nelle manine il diploma del padre, e lo mostravano alla gente, superbi.
La mia maestra morta
Martedì, 27
Mentre noi eravamo al Teatro Vittorio Emanuele, la mia povera maestra moriva.
È morta alle due, sette giorni dopo ch'era stata a trovar mia madre.
Il Direttore venne ieri mattina a darcene l'annunzio nella scuola.
E disse: - Quelli di voi che furono suoi alunni, sanno quanto era buona, come voleva bene ai ragazzi: era una madre, per loro.
Ora non c'è più.
Una malattia terribile la consumava da molto tempo.
Se non avesse avuto da lavorare per guadagnarsi il pane, avrebbe potuto curarsi, e forse guarire; si sarebbe almeno prolungata la vita di qualche mese, se avesse preso un congedo.
Ma essa volle stare fra i suoi ragazzi fino all'ultimo giorno.
La sera di sabato, 17, s'accomiatò da loro, con la certezza di non rivederli più, diede ancora dei buoni consigli, li baciò tutti, e se n'andò singhiozzando.
Ora nessuno la rivedrà mai più.
Ricordatevi di lei, figliuoli.
- Il piccolo Precossi, che era stato suo scolaro nella prima superiore, chinò la testa sul banco e si mise a piangere.
Ieri sera, dopo la scuola, andammo tutti insieme alla casa della morta, per accompagnarla alla chiesa.
C'era già nella strada un carro mortuario con due cavalli, e molta gente che aspettava, parlando a bassa voce.
C'era il Direttore, tutti i maestri e le maestre della nostra scuola, e anche d'altre sezioni, dove essa aveva insegnato anni addietro; c'erano quasi tutti i bambini della sua classe, condotti per mano dalle madri, che portavan le torcie; e moltissimi d'altre classi, e una cinquantina d'alunne della sezione Baretti, chi con corone in mano, chi con mazzetti di rose.
Molti mazzi di fiori li avevan già messi sul carro, al quale era appesa una corona grande di gaggìe con su scritto in caratteri neri: - Alla loro maestra le antiche alunne di quarta.
E sotto la corona grande, ce n'era appesa una piccola, che avevan portata i suoi bambini.
Si vedevano tra la folla molte donne di servizio, mandate dalle padrone, con le candele, e anche due servitori in livrea, con una torcia accesa; e un signore ricco, padre d'uno scolaro della maestra, aveva fatto venire la sua carrozza, foderata di seta azzurra.
Tutti s'accalcavano davanti alla porta.
C'eran parecchie ragazze che s'asciugavan le lacrime.
Aspettammo un pezzo, in silenzio.
Finalmente portaron giù la cassa.
Quando videro infilar la cassa dentro al carro, alcuni bambini si misero a pianger forte, e uno cominciò a gridare, come se capisse soltanto allora che la sua maestra era morta, e gli prese un singhiozzo così convulso, che dovettero portarlo via.
La processione si mise in ordine lentamente, e si mosse.
Andavan prime le figlie del Ritiro della Concezione, vestite di verde; poi le figlie di Maria, tutte bianche, con un nastro azzurro poi i preti; e dietro al carro i maestri e le maestre, gli scolaretti della la superiore, e tutti gli altri, e in fine la folla.
La gente s'affacciava alle finestre e sugli usci, e a vedere tutti quei ragazzi e la corona, dicevano: - È una maestra.
- Anche delle signore che accompagnavano i più piccoli, ce n'erano alcune che piangevano.
Arrivati che furono alla chiesa, levaron la cassa dal carro e la portarono in mezzo alla navata, davanti all'altar maggiore: le maestre ci misero su le corone, i bambini la copersero di fiori, e la gente tutt'intorno, con le candele accese, cominciò a cantare le preghiere, nella chiesa grande e oscura.
Poi, tutt'a un tratto quando il prete disse l'ultimo Amen, le candele si spensero e tutti uscirono in fretta e la maestra rimase sola.
Povera maestra, tanto buona con me, che aveva tanta pazienza, che aveva faticato per tanti anni! Essa ha lasciato i suoi pochi libri ai suoi scolari, a uno un calamaio, a un altro un quadernetto, tutto quello che possedeva; e due giorni prima di morire disse al Direttore che non ci lasciasse andare i più piccoli al suo accompagnamento, perché non voleva che piangessero.
Ha fatto del bene, ha sofferto, è morta.
Povera maestra, rimasta sola nella chiesa oscura! Addio! Addio per sempre, mia buona amica, dolce e triste ricordo della mia infanzia!
Grazie
28, mercoledì
Ha voluto finire il suo anno di scuola la mia povera maestra: se n'è andata tre soli giorni prima che terminassero le lezioni.
Dopo domani andremo ancora una volta in classe a sentir leggere l'ultimo racconto mensile: Naufragio, e poi...
finito.
Sabato, primo di luglio, gli esami.
Un altro anno dunque, il quarto, è passato! E se non fosse morta la mia maestra, sarebbe passato bene.
- Io ripenso a quello che sapevo l'ottobre scorso, e mi par di sapere assai di più: ci ho tante cose nuove nella mente; riesco a dire e a scrivere meglio d'allora quello che penso; potrei anche fare di conto per molti grandi che non sanno, e aiutarli nei loro affari: e capisco molto di più, capisco quasi tutto quello che leggo.
Sono contento...
Ma quanti m'hanno spinto e aiutato a imparare, chi in un modo chi in un altro, a casa, alla scuola, per la strada, da per tutto dove sono andato e dove ho visto qualche cosa! Ed io ringrazio tutti ora.
Ringrazio te per il primo, mio buon maestro, che sei stato così indulgente e affettuoso con me, e per cui fu una fatica ogni cognizione nuova di cui ora mi rallegro e mi vanto.
Ringrazio te, Derossi, mio ammirabile compagno, che con le tue spiegazioni pronte e gentili m'hai fatto capire tante volte delle cose difficili e superare degli intoppi agli esami; e te pure Stardi, bravo e forte, che m'hai mostrato come una volontà di ferro riesca a tutto, e te, Garrone, buono e generoso, che fai generosi e buoni tutti quelli che ti conoscono e anche voi Precossi e Coretti, che m'avete sempre dato l'esempio del coraggio nei pentimenti e della serenità nel lavoro; dico grazie a voi, dico grazie a tutti gli altri.
Ma sopra tutti ringrazio te, padre mio, te mio primo maestro, mio primo amico, che m'hai dato tanti buoni consigli e insegnato tante cose, mentre lavoravi per me, nascondendomi sempre le tue tristezze, e cercando in tutte le maniere di rendermi lo studio facile e la vita bella; e te, dolce madre mia, angelo custode amato e benedetto, che hai goduto di tutte le mie gioie e sofferto di tutte le mie amarezze, che hai studiato, faticato, pianto con me, carezzandomi con una mano la fronte e coll'altra indicandomi il cielo.
Io m'inginocchio davanti a voi, come quando ero bambino, e vi ringrazio, vi ringrazio con tutta la tenerezza che mi avete messo nell'anima in dodici anni di sacrificio e d'amore.
Naufragio
Ultimo racconto mensile
Parecchi anni or sono, una mattina del mese di dicembre, salpava dal porto di Liverpool un grande bastimento a vapore, che portava a bordo più di duecento persone, fra le quali settanta uomini d'equipaggio.
Il capitano e quasi tutti i marinai erano inglesi.
Fra i passeggeri si trovavano vari italiani: tre signore, un prete, una compagnia di suonatori.
Il bastimento doveva andare all'isola di Malta.
Il tempo era oscuro.
In mezzo ai viaggiatori della terza classe, a prua, c'era un ragazzo italiano d'una dozzina d'anni, piccolo per l'età sua, ma robusto; un bel viso ardimentoso e severo di siciliano.
Se ne stava solo vicino all'albero di trinchetto, seduto sopra un mucchio di corde, accanto a una valigia logora, che conteneva la sua roba, e su cui teneva una mano.
Aveva il viso bruno e i capelli neri e ondulati che gli scendevan quasi sulle spalle.
Era vestito meschinamente, con una coperta lacera sopra le spalle e una vecchia borsa di cuoio a tracolla.
Guardava intorno a sé, pensieroso, i passeggieri, il bastimento, i marinai che passavan correndo, e il mare inquieto.
Avea l'aspetto d'un ragazzo uscito di fresco da una grande disgrazia di famiglia: il viso d'un fanciullo, l'espressione d'un uomo.
Poco dopo la partenza, uno dei marinai del bastimento, un italiano, coi capelli grigi, comparve a prua conducendo per mano una ragazzina, e fermatosi davanti al piccolo siciliano, gli disse: - Eccoti una compagna di viaggio, Mario.
Poi se n'andò.
La ragazza sedette sul mucchio di corde, accanto al ragazzo.
Si guardarono.
- Dove vai? - le domandò il siciliano.
La ragazza rispose: - A Malta, per Napoli.
Poi soggiunse: - Vado a ritrovar mio padre e mia madre, che m'aspettano.
Io mi chiamo Giulietta Faggiani.
Il ragazzo non disse nulla.
Dopo alcuni minuti tirò fuori dalla borsa del pane e delle frutte secche; la ragazza aveva dei biscotti; mangiarono
- Allegri! - gridò il marinaio italiano passando rapidamente.
- Ora si comincia un balletto!
Il vento andava crescendo, il bastimento rullava fortemente.
Ma i due ragazzi, che non pativano il mal di mare, non ci badavano.
La ragazzina sorrideva.
Aveva presso a poco l'età del suo compagno, ma era assai più alta: bruna di viso, sottile, un po' patita, e vestita più che modestamente.
Aveva i capelli tagliati corti e ricciuti, un fazzoletto rosso intorno al capo e due cerchiolini d'argento alle orecchie.
Mangiando, si raccontarono i fatti loro.
Il ragazzo non aveva più né padre né madre.
Il padre, operaio, gli era morto a Liverpool pochi dì prima, lasciandolo solo, e il console italiano aveva rimandato lui al suo paese, a Palermo, dove gli restavan dei parenti lontani.
La ragazzina era stata condotta a Londra, l'anno avanti, da una zia vedova, che l'amava molto, e a cui i suoi parenti, - poveri, - l'avevan concessa per qualche tempo, fidando nella promessa d'un'eredità; ma pochi mesi dopo la zia era morta schiacciata da un omnibus, senza lasciare un centesimo; e allora anch'essa era ricorsa al Console, che l'aveva imbarcata per l'Italia.
Tutti e due erano stati raccomandati al marinaio italiano.
- Così, - concluse la bambina, - mio padre e mia madre credevano che ritornassi ricca, e invece ritorno povera.
Ma tanto mi voglion bene lo stesso.
E i miei fratelli pure.
Quattro ne ho, tutti piccoli.
Io son la prima di casa.
Li vesto.
Faranno molta festa a vedermi.
Entrerò in punta di piedi...
Il mare è brutto.
Poi domandò al ragazzo: - E tu vai a stare coi tuoi parenti?
- Sì...
se mi vorranno, - rispose.
- Non ti vogliono bene?
- Non lo so.
- Io compisco tredici anni a Natale, - disse la ragazza.
Dopo cominciarono a discorrere del mare e della gente che avevano intorno.
Per tutta la giornata stettero vicini, barattando tratto tratto qualche parola.
I passeggieri, li credevano fratello e sorella.
La bambina faceva la calza, il ragazzo pensava, il mare andava sempre ingrossando.
La sera, al momento di separarsi per andar a dormire, la bambina disse a Mario: - Dormi bene.
- Nessuno dormirà bene, poveri figliuoli - esclamò il marinaio italiano passando di corsa, chiamando il capitano.
Il ragazzo stava per rispondere alla sua amica: - Buona notte, - quando uno spruzzo d'acqua inaspettato lo investì con violenza e lo sbatté contro un sedile.
- Mamma mia, che fa sangue! - gridò la ragazza gettandosi sopra di lui.
I passeggieri che scappavano sotto, non ci badarono.
La bimba s'inginocchiò accanto a Mario, ch'era rimasto sbalordito dal colpo, gli pulì la fronte che sanguinava, e levatosi il fazzoletto rosso dai capelli glie lo girò intorno al capo, poi si strinse il capo sul petto per annodare le cocche, e così si fece una macchia di sangue sul vestito giallo, sopra la cintura.
Mario si riscosse, si rialzò.
- Ti senti meglio? - domandò la ragazza.
- Non ho più nulla, - rispose.
- Dormi bene, disse Giulietta.
- Buona notte - rispose Mario.
- E discesero per due scalette vicine nei loro dormitori.
Il marinaio aveva predetto giusto.
Non erano ancora addormentati, che si scatenò una tempesta spaventosa.
Fu come un assalto improvviso di cavalloni furiosi che in pochi momenti spezzarono un albero, e portaron via come foglie tre delle barche sospese alle gru e quattro bovi ch'erano a prua.
Nell'interno del bastimento nacque una confusione e uno spavento, un rovinìo, un frastuono di grida, di pianti e di preghiere, da far rizzare i capelli.
La tempesta andò crescendo di furia tutta la notte.
Allo spuntar del giorno crebbe ancora.
Le onde formidabili, flagellando il piroscafo per traverso, irrompevano sopra coperta, e sfracellavano, spazzavano, travolgevano nel mare ogni cosa.
La piattaforma che copriva la macchina fu sfondata, e l'acqua precipitò dentro con un fracasso terribile, i fuochi si spensero, i macchinisti fuggirono; grossi rigagnoli impetuosi penetrarono da ogni parte.
Una voce tonante gridò: - Alle pompe! - Era la voce del capitano.
I marinai si slanciarono alle pompe.
Ma un colpo di mare subitaneo, percotendo il bastimento per di dietro, sfasciò parapetti e portelli, e cacciò dentro un torrente.
Tutti i passeggieri, più morti che vivi, s'erano rifugiati nella sala grande.
A un certo punto comparve il capitano.
- Capitano! Capitano! - gridarono tutti insieme.
- Che si fa? Come stiamo? C'è speranza? Ci salvi!
Il capitano aspettò che tutti tacessero, e disse freddamente: - Rassegniamoci.
Una sola donna gettò un grido: - Pietà! - Nessun altro poté metter fuori la voce.
Il terrore li aveva agghiacciati tutti.
Molto tempo passò così, in un silenzio di sepolcro.
Tutti si guardavano, coi visi bianchi.
Il mare infuriava sempre, orrendo.
Il bastimento rullava pesantemente.
A un dato momento il capitano tentò di lanciare in mare una barca di salvamento: cinque marinai v'entrarono, la barca calò; ma l'onda la travolse, e due dei marinai s'annegarono, fra i quali l'italiano: gli altri a stento riuscirono a riafferrarsi alle corde e a risalire.
Dopo questo i marinai medesimi perdettero ogni coraggio.
Due ore dopo, il bastimento era già immerso nell'acqua fino all'altezza dei parasartie.
Uno spettacolo tremendo si presentava intanto sopra coperta.
Le madri si stringevano disperatamente al seno i figliuoli, gli amici si abbracciavano e si dicevano addio: alcuni scendevan sotto nelle cabine, per morire senza vedere il mare.
Un viaggiatore si tirò un colpo di pistola al capo, e stramazzò bocconi sulla scala del dormitorio, dove spirò.
Molti s'avvinghiavano freneticamente gli uni agli altri, delle donne si scontorcevano in convulsioni orrende.
Parecchi stavano inginocchiati intorno al prete.
S'udiva un coro di singhiozzi, di lamenti infantili, di voci acute e strane, e si vedevan qua e là delle persone immobili come statue, istupidite, con gli occhi dilatati e senza sguardo, delle facce di cadaveri e di pazzi.
I due ragazzi, Mario e Giulietta, avviticchiati a un albero del bastimento, guardavano il mare con gli occhi fissi, come insensati.
Il mare s'era quetato un poco; ma il bastimento continuava a affondare, lentamente.
Non rimanevan più che pochi minuti.
- La scialuppa a mare! - gridò il capitano.
Una scialuppa, l'ultima che restava, fu gettata all'acqua, e quattordici marinai, con tre passeggieri, vi scesero.
Il capitano rimase a bordo.
- Discenda con noi! - gridarono di sotto.
- Io debbo morire al mio posto, - rispose il capitano.
- Incontreremo un bastimento, - gli gridarono i marinai, - ci salveremo.
Discenda.
Lei è perduto.
- Io rimango.
- C'è ancora un posto! - gridarono allora i marinai, rivolgendosi agli altri passeggieri.
- Una donna!
Una donna s'avanzò, sorretta dal capitano; ma vista la distanza a cui si trovava la scialuppa, non si sentì il coraggio di spiccare il salto, e ricadde sopra coperta.
Le altre donne eran quasi tutte già svenute e come moribonde.
- Un ragazzo! - gridarono i marinai.
A quel grido, il ragazzo siciliano e la sua compagna, ch'eran rimasti fino allora come pietrificati da uno stupore sovrumano, ridestati improvvisamente dal violento istinto della vita, si staccarono a un punto solo dall'albero e si slanciarono all'orlo del bastimento, urlando a una voce: - A me! - e cercando di cacciarsi indietro a vicenda, come due belve furiose.
- Il più piccolo! - gridarono i marinai.
- La barca è sopraccarica! Il più piccolo!
All'udir quella parola, la ragazza, come fulminata, lasciò cascare le braccia, e rimase immobile, guardando Mario con gli occhi morti.
Mario guardò lei un momento, - le vide la macchia di sangue sul petto, - si ricordò, - il lampo di un'idea divina gli passò sul viso.
- Il più piccolo! - gridarono in coro i marinai, con imperiosa impazienza.
- Noi partiamo!
E allora Mario, con una voce che non parea più la sua, gridò: - Lei è più leggiera.
A te, Giulietta! Tu hai padre e madre! Io son solo! Ti do il mio posto! Va giù!
- Gettala in mare! - gridarono i marinai.
Mario afferrò Giulietta alla vita e la gettò in mare.
La ragazza mise un grido e fece un tonfo; un marinaio l'afferrò per un braccio e la tirò su nella barca.
Il ragazzo rimase ritto sull'orlo del bastimento, con la fronte alta, coi capelli al vento, immobile, tranquillo, sublime.
La barca si mosse, e fece appena in tempo a scampare dal movimento vorticoso delle acque prodotto dal bastimento che andava sotto, e che minacciò di travolgerla.
Allora la ragazza, rimasta fino a quel momento quasi fuori di senso, alzò gli occhi verso il fanciullo e diede in uno scroscio di pianto.
- Addio, Mario! - gli gridò fra i singhiozzi, con le braccia tese verso di lui.
- Addio! Addio! Addio!
- Addio! - rispose il ragazzo, levando la mano in alto.
La barca s'allontanava velocemente sopra il mare agitato, sotto il cielo tetro.
Nessuno gridava più sul bastimento.
L'acqua lambiva già gli orli della coperta.
A un tratto il ragazzo cadde in ginocchio con le mani giunte e cogli occhi al cielo.
La ragazza si coperse il viso.
Quando rialzò il capo, girò uno sguardo sul mare: il bastimento non c'era più.
LUGLIO
L'ultima pagina di mia madre
1, sabato
L'anno è finito dunque, Enrico, ed è bello che ti rimanga come ricordo dell'ultimo giorno l'immagine del fanciullo sublime, che diede la vita per la sua amica.
Ora tu stai per separarti dai tuoi maestri e dai tuoi compagni; e io debbo darti una notizia triste.
La separazione non durerà soltanto tre mesi, ma sempre.
Tuo padre, per ragioni della sua professione, deve andar via da Torino, e noi tutti con lui.
Ce n'andremo il prossimo autunno.
Dovrai entrare in una scuola nuova.
Questo ti rincresce, non è vero? perché son certa che tu l'ami la tua vecchia scuola, dove per quattro anni; due volte al giorno, hai provato la gioia d'aver lavorato, dove hai visto per tanto tempo, a quelle date ore, gli stessi ragazzi; gli stessi maestri, gli stessi parenti, e tuo padre o tua madre che t'aspettavano sorridendo, la tua vecchia scuola, dove ti s'è aperto l'ingegno, dove hai trovato tanti buoni compagni, dove ogni parola che hai inteso dire aveva per iscopo il tuo bene, e non hai provato un dispiacere che non ti sia stato utile! Porta dunque quest'affetto con te, e dà un addio dal cuore a tutti quei ragazzi.
Alcuni avranno delle disgrazie, perderanno presto il padre e la madre; altri moriranno giovani; altri forse verseranno nobilmente il loro sangue nelle battaglie, molti saranno bravi e onesti operai, padri di famiglie operose e oneste come loro, e chi sa che non ce ne sia qualcuno pure, che renderà dei grandi servigi al suo paese e farà il suo nome glorioso.
Separati dunque da loro affettuosamente: lasciaci un poco dell'anima tua in quella grande famiglia, nella quale sei entrato bambino, e da cui esci giovinetto, e che tuo padre e tua madre amano tanto perché tu ci fosti tanto amato.
La scuola è una madre, Enrico mio: essa ti levò dalle mie braccia che parlavi appena, e ora mi ti rende grande, forte, buono, studioso: sia benedetta, e tu non dimenticarla mai più, figliuolo.
Oh! è impossibile che tu la dimentichi.
Ti farai uomo, girerai il mondo, vedrai delle città immense e dei monumenti maravigliosi; e ti scorderai anche di molti fra questi; ma quel modesto edifizio bianco, con quelle persiane chiuse, e quel piccolo giardino, dove sbocciò il primo fiore della tua intelligenza, tu lo vedrai fino all'ultimo giorno della tua vita come io vedrò la casa in cui sentii la tua voce per la prima volta.
TUA MADRE
Gli esami
4, martedì
Eccoci finalmente agli esami.
Per le vie intorno alla scuola non si sente parlar d'altro, da ragazzi, da padri, da madri, perfino dalle governanti: esami, punti, tema, media, rimandato, promosso tutti dicono le stesse parole.
Ieri mattina ci fu la composizione, questa mattina l'aritmetica.
Era commovente veder tutti i parenti che conducevano i ragazzi alla scuola, dando gli ultimi consigli per la strada, e molte madri che accompagnavano i figliuoli fin nei banchi, per guardare se c'era inchiostro nel calamaio e per provare la penna, e si voltavano ancora di sull'uscio a dire: - Coraggio! Attenzione! Mi raccomando! - Il nostro maestro assistente era Coatti, quello con la barbaccia nera, che fa la voce del leone, e non castiga mai nessuno.
C'erano dei ragazzi bianchi dalla paura.
Quando il maestro dissuggellò la lettera del Municipio, e tirò fuori il problema, non si sentiva un respiro.
Dettò il problema forte, guardandoci ora l'uno ora l'altro con certi occhi terribili; ma si capiva che se avesse potuto dettare anche la soluzione, per farci promovere tutti, ci avrebbe avuto un grande piacere.
Dopo un'ora di lavoro, molti cominciavano a affannarsi perché il problema era difficile.
Uno piangeva.
Crossi si dava dei pugni nel capo.
E non ci hanno mica colpa molti, di non sapere, poveri ragazzi, che non hanno avuto molto tempo da studiare, e son stati trascurati dai parenti.
Ma c'era la provvidenza.
Bisognava vedere Derossi che moto si dava per aiutarli, come s'ingegnava per far passare una cifra e per suggerire un'operazione, senza farsi scorgere, premuroso per tutti, che pareva lui il nostro maestro.
Anche Garrone, che è forte in aritmetica, aiutava chi poteva, e aiutò perfin Nobis, che trovandosi negli imbrogli, era tutto gentile.
Stardi stette per più d'un'ora immobile, con gli occhi sul problema e coi pugni alle tempie, e poi fece tutto in cinque minuti.
Il maestro girava tra i banchi dicendo: - Calma! Calma! Vi raccomando la calma! - E quando vedeva qualcuno scoraggiato, per farlo ridere, e mettergli animo spalancava la bocca come per divorarlo, imitando il leone.
Verso le undici, guardando giù a traverso alle persiane, vidi molti parenti che andavano e venivano per la strada, impazienti; c'era il padre di Precossi, col suo camiciotto turchino, scappato allora dall'officina, ancora tutto nero nel viso.
C'era la madre di Crossi, l'erbaiola; la madre di Nelli, vestita di nero, che non poteva star ferma.
Poco prima di mezzogiorno arrivò mio padre e alzò gli occhi alla mia finestra: caro padre mio! A mezzo giorno tutti avevamo finito.
E fu uno spettacolo all'uscita.
Tutti incontro ai ragazzi a domandare, a sfogliare i quaderni, a confrontare coi lavori dei compagni.
- Quante operazioni? - Cos'è il totale? - E la sottrazione? - E la risposta? - E la virgola dei decimali? - Tutti i maestri andavano qua e là, chiamati da cento parti.
Mio padre mi levò di mano subito la brutta copia, guardò e disse: - Va bene.
- Accanto a noi c'era il fabbro Precossi che guardava pure il lavoro del suo figliuolo, un po' inquieto, e non si raccapezzava.
Si rivolse a mio padre: - Mi vorrebbe favorire il totale? Mio padre lesse la cifra.
Quegli guardò: combinava.
- Bravo, piccino! - esclamò, tutto contento; e mio padre e lui si guardarono un momento, con un buon sorriso, come due amici; mio padre gli tese la mano, egli la strinse.
E si separarono dicendo: - Al verbale.
- Al verbale.
- Fatti pochi passi, udimmo una voce in falsetto che ci fece voltare il capo: era il fabbro ferraio che cantava.
L' ultimo esame
7, venerdì
Questa mattina ci diedero gli esami verbali.
Alle otto eravamo tutti in classe, e alle otto e un quarto cominciarono a chiamarci quattro alla volta nel camerone, dove c'era un gran tavolo coperto d'un tappeto verde, e intorno il Direttore e quattro maestri, fra i quali il nostro.
Io fui uno dei primi chiamati.
Povero maestro! Come m'accorsi che ci vuol bene davvero, questa mattina.
Mentre c'interrogavano gli altri, egli non aveva occhi che per noi; Si turbava quando eravamo incerti a rispondere, si rasserenava quando davamo una bella risposta, sentiva tutto, e ci faceva mille cenni con le mani e col capo per dire: - bene, - no, - sta attento, - più adagio, - coraggio.
- Ci avrebbe suggerito ogni cosa se avesse potuto parlare.
Se al posto suo ci fossero stati l'un dopo l'altro i padri di tutti gli alunni, non avrebbero fatto di più.
Gli avrei gridato: - Grazie! - dieci volte, in faccia a tutti.
E quando gli altri maestri mi dissero: - Sta bene; va pure, - gli scintillarono gli occhi dalla contentezza.
Io tornai subito in classe ad aspettare mio padre.
C'erano ancora quasi tutti.
Mi sedetti accanto a Garrone.
Non ero allegro, punto.
Pensavo che era l'ultima volta che stavamo un'ora vicini! Non glielo avevo ancor detto a Garrone che non avrei più fatta la quarta con lui, che dovevo andar via da Torino con mio padre: egli non sapeva nulla.
E se ne stava lì piegato in due, con la sua grossa testa china sul banco, a fare degli ornati intorno a una fotografia di suo padre, vestito da macchinista, che è un uomo grande e grosso, con un collo di toro, e ha un'aria seria e onesta, come lui.
E mentre stava così curvo, con la camicia un poco aperta davanti, io gli vedevo sul petto nudo e robusto la crocina d'oro che gli regalò la madre di Nelli, quando seppe che proteggeva il suo figliuolo.
Ma bisognava pure che glielo dicessi una volta che dovevo andar via.
Glielo dissi: - Garrone, quest'autunno mio padre andrà via da Torino, per sempre.
- Egli mi domandò se andavo via anch'io; gli risposi di sì.
- Non farai più la quarta con noi? - mi disse.
Risposi di no.
E allora egli stette un po' senza parlare, continuando il suo disegno.
Poi domandò senz'alzare il capo: - Ti ricorderai poi dei tuoi compagni di terza? - Sì, - gli dissi, - di tutti; ma di te...
più che di tutti.
Chi si può scordare di te? - Egli mi guardò fisso e serio con uno sguardo che diceva mille cose; e non disse nulla, solo mi porse la mano sinistra, fingendo di continuare a disegnare con l'altra, ed io la strinsi tra le mie, quella mano forte e leale.
In quel momento entrò in fretta il maestro col viso rosso, e disse a bassa voce e presto, con la voce allegra: - Bravi, finora va tutto bene, tirino avanti così quelli che restano; bravi, ragazzi! Coraggio! Sono molto contento.
- E per mostrarci la sua contentezza ed esilararci, uscendo in fretta, fece mostra d'inciampare e di trattenersi al muro per non cadere: lui, che non l'avevamo mai visto ridere! La cosa parve così strana, che invece di ridere, tutti rimasero stupiti; tutti sorrisero, nessuno rise.
Ebbene, non so, mi fece pena e tenerezza insieme quell'atto di allegrezza da fanciullo.
Era tutto il suo premio quel momento d'allegrezza, era il compenso di nove mesi di bontà, di pazienza ed anche di dispiaceri! Per quello aveva faticato tanto tempo, ed era venuto tante volte a far lezione malato, povero maestro! Quello, e non altro, egli domandava a noi in ricambio di tanto affetto e di tante cure! E ora mi pare che lo rivedrò sempre così in quell'atto, quando mi ricorderò di lui, per molti anni; e se quando sarò un uomo, egli vivrà ancora, e c'incontreremo, glielo dirò, di quell'atto che mi toccò il cuore; e gli darò un bacio sulla testa.
Addio
10, lunedì
Al tocco ci ritrovammo tutti per l'ultima volta alla scuola a sentire i risultati degli esami e a pigliare i libretti di promozione.
La strada era affollata di parenti, che avevano invaso anche il camerone, e molti erano entrati nelle classi, pigiandosi fino accanto al tavolino del maestro: nella nostra riempivano tutto lo spazio fra il muro e i primi banchi.
C'era il padre di Garrone, la madre di Derossi, il fabbro Precossi, Coretti, la signora Nelli, l'erbaiola, il padre del muratorino, il padre di Stardi, molti altri che non avevo mai visti; e si sentiva da tutte le parti un bisbiglio, un brulichìo, che pareva d'essere in una piazza.
Entrò il maestro: si fece un grande silenzio.
Aveva in mano l'elenco, e cominciò a leggere subito.
- Abatucci, promosso, sessanta settantesimi, Archini, promosso, cinquantacinque settantesimi.
Il muratorino promosso, Crossi promosso.
Poi lesse forte: - Derossi Ernesto promosso, settanta settantesimi, e il primo premio.
- Tutti i parenti ch'eran lì, che lo conoscevan tutti, dissero: - Bravo, bravo, Derossi! - ed egli diede una scrollata ai suoi riccioli biondi, col suo sorriso disinvolto e bello, guardando sua madre, che gli fece un saluto con la mano.
Garoffi, Garrone, il calabrese, promossi.
Poi tre o quattro di seguito rimandati, e uno si mise a piangere perché suo padre ch'era sull'uscio, gli fece un gesto di minaccia.
Ma il maestro disse al padre: - No, signore, mi scusi; non è sempre colpa, è sfortuna molte volte.
E questo è il caso.
- Poi lesse: - Nelli, promosso, sessantadue settantesimi.
- Sua madre gli mandò un bacio col ventaglio.
Stardi promosso con sessantasette settantesimi; ma a sentire quel bel voto, egli non sorrise neppure, e non staccò i pugni dalle tempie.
L'ultimo fu Votini, che era venuto tutto ben vestito e pettinato: promosso.
Letto l'ultimo, il maestro si alzò e disse: - Ragazzi, questa è l'ultima volta che ci troviamo riuniti.
Siamo stati insieme un anno, e ora ci lasciamo buoni amici, non è vero? Mi rincresce di separarmi da voi, cari figliuoli.
- S'interruppe; poi ripigliò: - Se qualche volta m'è scappata la pazienza, se qualche volta, senza volerlo, sono stato ingiusto, troppo severo, scusatemi.
- No, no, - dissero i parenti e molti scolari, - no, signor maestro, mai.
- Scusatemi, - ripeté il maestro, - e vogliatemi bene.
L'anno venturo non sarete più con me, ma vi rivedrò, e rimarrete sempre nel mio cuore.
A rivederci, ragazzi! - Detto questo, venne avanti in mezzo a noi, e tutti gli tesero le mani, rizzandosi sui banchi, lo presero per le braccia e per le falde del vestito; molti lo baciarono, cinquanta voci insieme dissero: - A rivederlo, maestro! - Grazie, signor maestro! - Stia bene! - Si ricordi di noi! - Quando uscì, pareva oppresso dalla commozione.
Uscimmo tutti, alla rinfusa.
Da tutte le altre classi uscivan pure.
Era un rimescolamento, un gran chiasso di ragazzi e di parenti che dicevano addio ai maestri e alle maestre e si salutavan fra loro.
La maestra della penna rossa aveva quattro o cinque bambini addosso e una ventina attorno, che le legavano il fiato; e alla «monachina» avevan mezzo strappato il cappello, e ficcato una dozzina di mazzetti tra i bottoni del vestito nero e nelle tasche.
Molti facevano festa a Robetti che proprio quel giorno aveva smesso per la prima volta le stampelle.
Si sentiva dire da tutte le parti.
- Al nuovo anno! - Ai venti d'ottobre! - A rivederci ai Santi! - Noi pure ci salutammo.
Ah! come si dimenticavano tutti i dissapori in quel momento! Votini, che era sempre stato così geloso di Derossi, fu il primo a gettarglisi incontro con le braccia aperte.
Io salutai il muratorino e lo baciai proprio nel momento che mi faceva il suo ultimo muso di lepre, caro ragazzo! Salutai Precossi, salutai Garoffi, che mi annunziò la vincita alla sua ultima lotteria e mi diede un piccolo calcafogli di maiolica, rotto da un canto, dissi addio a tutti gli altri.
Fu bello vedere il povero Nelli, come s'avviticchiò a Garrone, che non lo potevan più staccare.
Tutti s'affollarono intorno a Garrone, e addio Garrone, addio, a rivederci, e lì a toccarlo, a stringerlo, a fargli festa, a quel bravo, santo ragazzo; e c'era suo padre tutto meravigliato, che guardava e sorrideva.
Garrone fu l'ultimo che abbracciai, nella strada, e soffocai un singhiozzo contro il suo petto: egli mi baciò sulla fronte.
Poi corsi da mio padre e da mia madre.
Mio padre mi domandò: - Hai salutati tutti i tuoi compagni? - Dissi di sì.
- Se c'è qualcuno a cui tu abbia fatto un torto, vagli a dire che ti perdoni e che lo dimentichi.
C'è nessuno? - Nessuno, - risposi.
- E allora addio! - disse mio padre, con la voce commossa, dando un ultimo sguardo alla scuola.
E mia madre ripeté: - addio! - E io non potei dir nulla.
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