DECAMERON, di Giovanni Boccaccio - pagina 25
...
.
Il re domandò come.
Antigono allora disse:
- A Baffa è pervenuta la bella giovane figliuola del soldano, di cui è stata così lunga fama che annegata era, e per servare la sua onestà grandissimo disagio ha sofferto lungamente, e al presente è in povero stato e disidera di tornarsi al padre.
Se a voi piacesse di mandargliele sotto la mia guardia questo sarebbe grande onor di voi, e di me gran bene; né credo che mai tal servigio di mente al soldano uscisse.
Il re, da una reale onestà mosso, subitamente rispose che gli piacea; e onoratamente per lei mandando, a Famagosta la fece venire, dove da lui e dalla reina con festa inestimabile e con onor magnifico fu ricevuta.
La qual poi dal re e dalla reina de' suoi casi addomandata, secondo l'ammaestramento datole da Antigono rispose e contò tutto.
E pochi dì appresso, addomandandolo ella, il re, con bella e onorevole compagnia d'uomini e di donne, sotto il governo d'Antigono la rimandò al soldano; dal quale se con festa fu ricevuta niun ne dimandi, e Antigono similmente con tutta la sua compagnia.
La quale poi che alquanto fu riposata, volle il soldano sapere come fosse che viva fosse, e dove tanto tempo dimorata, senza mai avergli fatto di suo stato alcuna cosa sentire.
La donna, la quale ottimamente gli ammaestramenti d'Antigono aveva tenuti a mente, appresso al padre così cominciò a parlare:
- Padre mio, forse il ventesimo giorno dopo la mia partita da voi, per fiera tempesta la nostra nave, sdrucita, percosse a certe piaggie là in ponente, vicine d'un luogo chiamato Aguamorta una notte; e che che degli uomini, che sopra la nostra nave erano, s'avvenisse, io nol so né seppi giammai; di tanto mi ricorda che, venuto il giorno, e io quasi di morte a vita risurgendo, essendo già la stracciata nave da' paesani veduta ed essi a rubar quella di tutta la contrada corsi, io con due delle mie femine prima sopra il lito poste fummo, e incontanente da' giovani prese, chi qua con una e chi là con un'altra cominciarono a fuggire.
Che di loro si fosse io nol seppi mai; ma, avendo me contrastante due giovani presa e per le trecce tirandomi, piagnendo io sempre forte, avvenne che, passando costoro che mi tiravano una strada per entrare in un grandissimo bosco, quattro uomini in quella ora di quindi passavano a cavallo, li quali come quegli che mi tiravano vidono, così lasciatami prestamente presero a fuggire.
Li quattro uomini, li quali nel sembiante assai autorevoli mi parevano, veduto ciò, corsero dove io era e molto mi domandarono, e io dissi molto, ma né da loro fui intesa né io loro intesi.
Essi, dopo lungo consiglio, postami sopra uno de' lor cavalli, mi menarono ad uno monastero di donne secondo la lor legge religiose, e quivi, che che essi dicessero, io fui da tutte benignamente ricevuta e onorata sempre, e con gran divozione con loro insieme ho poi servito a san Cresci in Val Cava, a cui le femine di quel paese voglion molto bene.
Ma, poi che per alquanto tempo con loro dimorata fui, e già alquanto avendo della loro lingua apparata, domandandomi esse chi io fossi e donde, e io conoscendo là dove io era e temendo, se il vero dicessi, non fossi da lor cacciata sì come nemica della lor legge, risposi che io era figliuola d'un gran gentile uomo di Cipri, il quale mandandomene a marito in Creti, per fortuna quivi eravam corsi e rotti.
E assai volte in assai cose, per tema di peggio, servai i lor costumi; e domandata dalla maggiore di quelle donne, la quale elle appellan badessa, se in Cipri tornare me ne volessi, risposi che niuna cosa tanto desiderava; ma essa, tenera del mio onore, mai ad alcuna persona fidar non mi volle che verso Cipri venisse, se non, forse due mesi sono, venuti quivi certi buoni uomini di Francia colle loro donne, de' quali alcun parente v'era della badessa, e sentendo essa che in Jerusalem andavano a visitare il Sepolcro, dove colui cui tengon per Iddio fu sepellito poi che da' giudei fu ucciso, a loro mi raccomandò, e pregogli che in Cipri a mio padre mi dovessero presentare.
Quanto questi gentili uomini m'onorassono e lietamente mi ricevessero insieme colle lor donne, lunga istoria sarebbe a raccontare.
Saliti adunque sopra una nave, dopo più giorni pervenimmo a Baffa; e quivi veggendomi pervenire, né persona conoscendomi né sappiendo che dovermi dire a' gentili uomini che a mio padre mi volean presentare, secondo che loro era stato imposto dalla veneranda donna, m'apparecchiò Iddio, al qual forse di me incresceva, sopra il lito Antigono in quella ora che noi a Baffa smontavamo; il quale io prestamente chiamai, e in nostra lingua, per non essere da' gentili uomini né dalle lor donne intesa, gli dissi che come figliuola mi ricevesse.
Egli prestamente m'intese; e fattami la festa grande, quegli gentili uomini e quelle donne secondo la sua povera possibilità onorò, e me ne menò al re di Cipri, il quale con quello onor mi ricevette e qui a voi m'ha rimandata, che mai per me raccontare non si potrebbe.
Se altro a dir ci resta, Antigono, che molte volte da me ha questa mia fortuna udita, il racconti.
Antigono allora al soldano rivolto disse:
- Signor mio, ordinatissimamente sì come ella m'ha più volte detto e come quegli gentili uomini colli quali venne mi dissero, v'ha raccontato.
Solamente una parte v'ha lasciata a dire, la quale io estimo che, per ciò che bene non sta a lei di dirlo, l'abbia fatto; e questo è, quanto quegli gentili uomini e donne, colli quali venne, dicessero della onesta vita la quale con le religiose donne aveva tenuta e della sua virtù e de' suoi laudevoli costumi, e delle lagrime e del pianto che fecero e le donne e gli uomini quando, a me restituitola, si partiron da lei.
Delle quali cose se io volessi a pien dire ciò che essi mi dissero, non che il presente giorno, ma la seguente notte non ci basterebbe; tanto solamente averne detto voglio che basti, che (secondo che le loro parole mostravano e quello ancora che io n'ho potuto vedere) voi vi potete vantare d'avere la più bella figliuola e la più onesta e la più valorosa che altro signore che oggi corona porti.
Di queste cose fece il soldano maravigliosissima festa e più volte pregò Iddio che grazia gli concedesse di poter degni meriti rendere a chiunque avea la figliuola onorata, e massimamente al re di Cipri, per cui onoratamente gli era stata rimandata; e appresso alquanti dì, fatti grandissimi doni apparecchiare ad Antigono, al tornarsi in Cipri il licenziò, al re per lettere e per speziali ambasciadori grandissime grazie rendendo di ciò che fatto aveva alla figliuola.
Appresso questo, volendo che quello che cominciato era avesse effetto, cioè che ella moglie fosse del re del Garbo, a lui ogni cosa significò pienamente, scrivendoli oltre a ciò che, se gli piacesse d'averla, per lei si mandasse.
Di ciò fece il re del Garbo gran festa, e mandato onorevolmente per lei, lietamente la ricevette.
Ed essa che con otto uomini forse diecemilia volte giaciuta era, allato a lui si coricò per pulcella, e fecegliele credere che così fosse; e reina con lui lietamente poi più tempo visse.
E perciò si disse: - Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna.
--------------------
Novella Ottava
Il conte d'Anguersa, falsamente accusato, va in essilio e lascia due suoi figliuoli in diversi luoghi in Inghilterra, ed egli sconosciuto tornando, lor truova in buono stato, va come ragazzo nello essercito del re di Francia, e riconosciuto innocente, è nel primo stato ritornato.
Sospirato fu molto dalle donne per li vari casi della bella donna: ma chi sa che cagione moveva que'sospiri? Forse v'eran di quelle che non meno per vaghezza di così spesse nozze che per pietà di colei sospiravano.
Ma lasciando questo stare al presente, essendosi da loro riso per l'ultime parole da Panfilo dette, e veggendo la reina in quelle la novella di lui esser finita, ad Elissa rivolta, impose che con una delle sue l'ordine seguitasse.
La quale, lietamente faccendolo, in cominciò.
Ampissimo campo è quello per lo quale noi oggi spaziando andiamo, né ce n'è alcuno, che, non che uno aringo, ma diece non ci potesse assai leggiermente correre, sì copioso l'ha fatto la Fortuna delle sue nuove e gravi cose; e per ciò, venendo di quelle che infinite sono a raccontare alcuna, dico che essendo lo 'mperio di Roma da' franceschi né tedeschi trasportato, nacque tra l'una nazione e l'altra grandissima nimistà e acerba e continua guerra, per la quale, sì per la difesa del suo paese e sì per l'offesa dell'altrui, il re di Francia e un suo figliuolo, con ogni sforzo del lor regno, e appresso d'amici e di parenti, che far poterono, ordinarono un grandissimo essercito per andare sopr'a'nimici; e avanti che a ciò procedessero, per non lasciare il regno senza governo, sentendo Gualtieri conte d'Anguersa gentile e savio uomo e molto lor fedele amico e servidore, e ancora che assai ammaestrato fosse nell'arte della guerra, per ciò che loro più alle dilicatezze atto che a quelle fatiche parea, lui in luogo di loro sopra tutto il governo del reame di Francia general vicario lasciarono, e andarono al loro cammino.
Cominciò adunque Gualtieri e con senno e con ordine l'uficio commesso, sempre d'ogni cosa colla reina e colla nuora di lei conferendo; e benché sotto la sua custodia e giurisdizione lasciate fossero, nondimeno come sue donne e maggiori in ciò che per lui si poteva l'onorava.
Era il detto Gualtieri del corpo bellissimo e d'età forse di quaranta anni, e tanto piacevole e costumato, quanto alcuno altro gentile uomo il più esser potesse; e, oltre a tutto questo, era il più leggiadro e il più dilicato cavaliere che a quegli tempi si conoscesse, e quegli che più della persona andava ornato.
Ora avvenne che, essendo il re di Francia e il figliuolo nella guerra già detta, essendosi morta la donna di Gualtieri e a lui un figliuol maschio e una femina piccoli fanciulli rimasi di lei senza più, che costumando egli alla corte delle donne predette e con loro spesso parlando delle bisogne del regno, che la donna del figliuol del re gli pose gli occhi addosso e con grandissima affezione la persona di lui e i suoi costumi considerando, d'occulto amore ferventemente di lui s'accese; e sé giovane e fresca sentendo e lui senza alcuna donna, si pensò leggiermente doverle il suo disidero venir fatto, e pensando niuna cosa a ciò contrastare, se non vergogna, di manifestargliele si dispose del tutto e quella cacciar via.
Ed, essendo un giorno sola e parendole tempo, quasi d'altre cose con lui ragionar volesse, per lui mandò.
Il conte, il cui pensiero era molto lontano da quel della donna, senza alcuno indugio a lei andò; e postosi, come ella volle, con lei sopra un letto in una camera tutti soli a sedere, avendola il conte già due volte domandata della cagione per che fatto l'avesse venire ed ella taciuto, ultimamente da amor sospinta, tutta di vergogna divenuta vermiglia, quasi piagnendo e tutta tremante, con parole rotte così cominciò a dire:
- Carissimo e dolce amico e signor mio, voi potete, come savio uomo, agevolmente conoscere quanta sia la fragilità e degli uomini e delle donne, e per diverse cagioni più in una che in altra; per che debitamente dinanzi a giusto giudice un medesimo peccato in diverse qualità di persone non dee una medesima pena ricevere.
E chi sarebbe colui che dicesse che non dovesse molto più essere da riprendere un povero uomo o una povera femina, a' quali colla loro fatica convenisse guadagnare quello che per la vita loro lor bisognasse, se da amore stimolati fossero e quello seguissero, che una donna la quale fosse ricca e oziosa, e a cui niuna cosa che a' suoi disideri piacesse mancasse? Certo io non credo niuno.
Per la quale ragione io estimo che grandissima parte di scusa debbian fare le dette cose in servigio di colei che le possiede, se ella per avventura si lascia trascorrere ad amare; e il rimanente debbia fare l'avere eletto savio e valoroso amadore, se quella l'ha fatto che ama.
Le quali cose con ciò sia cosa che amendune, secondo il mio parere, sieno in me, e, oltre a queste, più altre le quali ad amare mi debbono inducere, sì come a la mia giovanezza e la lontananza del mio marito, ora convien che surgano in servigio di me alla difesa del mio focoso amore nel vostro cospetto; le quali, se quel vi potranno che nella presenza de' savi debbon potere, io vi priego che consiglio e aiuto in quello che io vi dimanderò mi porgiate.
Egli è il vero che, per la lontananza di mio marito, non potend'io agli stimoli della carne né alla forza d'amore contrastare, le quali sono di tanta potenzia che i fortissimi uomini, non che le tenere donne, hanno già molte volte vinti e vincono tutto il giorno, essendo io negli agi e negli ozi né quali voi mi vedete, a secondare li piaceri d'amore e a divenire innamorata mi sono lasciata trascorrere; e come che tal cosa, se saputa fosse, io conosca non essere onesta, nondimeno, essendo e stando nascosa, quasi di niuna cosa esser disonesta la giudichi, pur m'è di tanto Amore stato grazioso, che egli non solamente non m'ha il debito conoscimento tolto nello eleggere l'amante, ma me n'ha molto in ciò prestato, voi degno mostrandomi da dovere da una donna, fatta come sono io, essere amato; il quale, se 'l mio avviso non m'inganna, io reputo il più bello, il più piacevole e 'l più leggiadro e 'l più savio cavaliere, che nel reame di Francia trovar si possa; e sì come io senza marito posso dire che io mi veggia, così voi ancora senza mogliere.
Per che io vi priego, per cotanto amore quanto è quello che io vi porto, che voi non neghiate il vostro verso di me e che della mia giovanezza v'incresca, la qual veramente come il ghiaccio al fuoco si consuma per voi.
A queste parole sopravennero in tanta abbondanza le lagrime, che essa, che ancora più prieghi intendeva di porgere, più avanti non ebbe poter di parlare; ma, bassato il viso e quasi vinta, piagnendo, sopra il seno del conte si lasciò colla testa cadere.
Il conte, il quale lealissimo cavaliere era, con gravissime riprensioni cominciò a mordere così folle amore e a sospignerla indietro, che già al collo gli si voleva gittare; e con saramenti ad affermare che egli prima sofferrebbe d'essere squartato, che tal cosa contro allo onore del suo signore né in sé né in altrui consentisse.
Il che la donna udendo, subitamente dimenticato l'amore e in fiero furore accesa, disse:
- Dunque sarò io, villan cavaliere, in questa guisa da voi del mio disidero schernita? Unque a Dio non piaccia, poi che voi volete me far morire, che io voi o morire o cacciar del mondo non faccia.
E così detto, ad una ora messesi le mani né capelli e rabbuffatigli stracciatigli tutti, e appresso nel petto squarciandosi i vestimenti, cominciò a gridar forte:
- Aiuto aiuto, ché 'l conte d'Anguersa mi vuol far forza.
Il conte, veggendo questo e dubitando forte più della invidia cortigiana che della sua coscienza e, temendo per quella non fosse più fede data alla malvagità della donna che alla sua innocenzia, levatosi come più tosto potè della camera e del palagio s'uscì e fuggissi a casa sua, dove, senza altro consiglio prendere, pose i suoi figliuoli a cavallo, ed egli montatovi altressì, quanto più potè, n'andò verso Calese.
Al romor della donna corsero molti, li quali, vedutola e udita la cagione del suo gridare, non solamente per quello dieder fede alle sue parole, ma aggiunsero la leggiadria e la ornata maniera del conte, per potere a quel venire, essere stata da lui lungamente usata.
Corsesi adunque a furore alle case del conte per arrestarlo; ma non trovando lui, prima le rubar tutte e appresso infino a' fondamenti le mandar giuso.
La novella, secondo che sconcia si diceva, pervenne nell'oste al re e al figliuolo; li quali turbati molto a perpetuo essilio lui e i suoi discendenti dannarono, grandissimi doni promettendo a chi o vivo o morto loro il presentasse.
Il conte, dolente che d'innocente fuggendo s'era fatto nocente, pervenuto senza farsi conoscere o esser conosciuto co' suoi figliuoli a Calese, prestamente trapassò in Inghilterra, e in povero abito n'andò verso Londra, nella quale prima che entrasse, con molte parole ammaestrò i due piccioli figliuoli, e massimamente in due cose: prima, che essi pazientemente comportassero lo stato povero nel quale senza lor colpa la fortuna con lui insieme gli aveva recati; e appresso, che con ogni sagacità si guardassero di mai non manifestare ad alcuno onde si fossero né di cui figliuoli, se cara avevan la vita.
Era il figliuolo, chiamato Luigi, di forse nove anni, e la figliuola, che nome avea Violante, n'avea forse sette; li quali, secondo che comportava la lor tenera età, assai ben compresero l'ammaestramento del padre loro, e per opera il mostrarono appresso.
Il che, acciò che meglio far si potesse, gli parve di dover loro i nomi mutare, e così fece; e nominò il maschio Perotto, e Giannetta la femina; e pervenuti poveramente vestiti in Londra, a guisa che far veggiamo a questi paltoni franceschi, si diedono ad andar la limosina addomandando.
Ed essendo per ventura in tal servigio una mattina ad una chiesa, avvenne che una gran dama, la quale era moglie dell'uno de' maliscalchi del re d'lnghilterra, uscendo della chiesa, vide questo conte e i due suoi figlioletti, che limosina addomandavano; il quale ella domandò donde fosse e se suoi erano quegli figliuoli.
Alla quale egli rispose che era di Piccardia e che, per misfatto d'un suo maggior figliuolo, ribaldo, con quegli due che suoi erano, gli era convenuto partire.
La dama, che pietosa era, pose gli occhi sopra la fanciulla, e piacquele molto, per ciò che bella e gentilesca e avvenente era, e disse:
- Valente uomo, se tu ti contenti di lasciare appresso di me questa tua
figlioletta, per ciò che buono aspetto ha, io la prenderò volentieri; e se valente femina sarà, io la mariterò a quel tempo che convenevole sarà in maniera che starà bene.
Al conte piacque molto questa domanda e prestamente rispose del sì, e con lagrime gliele diede e raccomandò molto.
E così avendo la figliuola allogata e sappiendo bene a cui, diliberò di più non dimorar quivi; e limosinando traversò l'isola e con Perotto pervenne in Gales non senza gran fatica, sì come colui che d'andare a piè non era uso.
Quivi era un altro de' maliscalchi del re, il quale grande stato e molta famiglia tenea, nella corte del quale il conte alcuna volta, ed egli è l figliuolo, per aver da mangiare, molto si riparavano.
Ed essendo in essa alcun figliuolo del detto maliscalco, e altri fanciulli di gentili uomini, e faccendo cotali pruove fanciullesche sì come di correre e di saltare, Perotto s'incominciò con loro a mescolare e a fare così destramente, o più, come alcuno degli altri facesse, ciascuna pruova che tra lor si faceva.
Il che il maliscalco alcuna volta veggendo, e piacendogli molto la maniera è modi del fanciullo, domandò chi egli fosse.
Fugli detto che egli era figliuolo d'un povero uomo, il quale alcuna volta per limosina là entro veniva.
A cui il maliscalco il fece addimandare; e il conte, sì come colui che d'altro Iddio non pregava, liberamente gliel concedette, quantunque noioso gli fosse il da lui dipartirsi.
Avendo adunque il conte il figliuolo e la figliuola acconci, pensò di più non voler dimorare in Inghilterra; ma, come il meglio potè, se ne passò in Irlanda, e pervenuto a Stanforda, con un cavaliere d'un conte paesano per fante si pose, tutte quelle cose faccendo che a fante o a ragazzo possono appartenere; e quivi, senza esser mai da alcuno conosciuto, con assai disagio e fatica, dimorò lungo tempo.
Violante, chiamata Giannetta, colla gentil donna in Londra venne crescendo e in anni e in persona e in bellezza e in tanta grazia e della donna e del marito di lei e di ciascuno altro della casa e di chiunque la conoscea, che era a veder maravigliosa cosa; né alcuno era che a' suoi costumi e alle sue maniere riguardasse, che lei non dicesse dovere essere degna d'ogni grandissimo bene e onore.
Per la qual cosa la gentil donna che lei dal padre ricevuta avea, senza aver mai potuto sapere chi egli si fosse altramenti che da lui udito avesse, s'era proposta di doverla onorevolmente, secondo la condizione della quale estimava che fosse, maritare.
Ma Iddio, giusto riguardatore degli altrui meriti, lei nobile femina conoscendo e senza colpa penitenzia portar dello altrui peccato, altramente dispose; e acciò che a mano di vile uomo la gentil giovane non venisse, si dee credere che quello che avvenne egli per sua benignità permettesse.
Aveva la gentil donna, colla quale la Giannetta dimorava, un solo figliuolo del suo marito, il quale ed essa e 'l padre sommamente amavano, sì perché figliuolo era e sì ancora perché per virtù e per meriti il valeva, come colui che più che altro e costumato e valoroso e pro' e bello della persona era.
Il quale, avendo forse sei anni più che la Giannetta, e lei veggendo bellissima e graziosa, sì forte di lei s'innamorò, che più avanti di lei non vedeva.
E per ciò che egli imaginava lei di bassa condizion dovere essere, non solamente non ardiva addomandarla al padre e alla madre per moglie; ma temendo non fosse ripreso che bassamente si fosse ad amar messo, quanto poteva il suo amore teneva nascoso: per la qual cosa troppo più che se palesato l'avesse lo stimolava.
Laonde avvenne che, per soverchio di noia, egli infermò, e gravemente.
Alla cura del quale essendo più medici richiesti, e avendo un segno e altro guardato di lui e non potendo la sua infermità tanto conoscere, tutti comunemente si disperavano della sua salute.
Di che il padre e la madre del giovane portavano sì gran dolore e malinconia, che maggiore non si saria potuta portare: e più volte con pietosi prieghi il domandavano della cagione del suo male, a' quali o sospiri per risposta dava, o che tutto si sentia consumare.
Avvenne un giorno che, sedendosi appresso di lui un medico assai giovane, ma in scienzia profondo molto, e lui per lo braccio tenendo in quella parte dove essi cercano il polso, la Giannetta, la quale, per rispetto della madre di lui, lui sollicitamente serviva, per alcuna cagione entrò nella camera nella quale il giovane giacea.
La quale come il giovane vide, senza alcuna parola o atto fare, sentì con più forza nel cuore l'amoroso ardore, per che il polso più forte cominciò a battergli che l'usato; il che il medico sentì incontanente e maravigliossi, e stette cheto per vedere quanto questo battimento dovesse durare.
Come la Giannetta uscì dalla camera, e il battimento ristette; per che parte parve al medico avere della cagione della infermità del giovane; e stato alquanto, quasi d'alcuna cosa volesse la Giannetta addomandare, sempre tenendo per lo braccio lo 'nfermo, la si fè chiamare.
Al quale ella venne incontanente; né prima nella camera entrò, che 'l battimento del polso ritornò al giovane; e lei partita, cessò.
Laonde, parendo al medico avere assai piena certezza, levatosi e tratti da parte il padre e la madre del giovane, disse loro:
- La sanità del vostro figliuolo non è nello aiuto de' medici, ma nelle mani della Giannetta dimora, la quale, sì come io ho manifestamente per certi segni conosciuto, il giovane focosamente ama, come che ella non se ne accorge, per quello che io vegga.
Sapete omai che a fare v'avete, se la sua vita v'è cara.
Il gentile uomo e la sua donna, questo udendo, furon contenti, in quanto pure alcun modo si trovava al suo scampo, quantunque loro molto gravasse che quello, di che dubitavano, fosse desso, cioè di dover dare la Giannetta al loro figliuolo per isposa.
Essi adunque, partito il medico, se n'andarono allo infermo, e dissegli la donna così :
- Figliuol mio, io non avrei mai creduto che da me d'alcuno tuo disidero ti fossi guardato, e spezialmente veggendoti tu, per non aver quello, venir meno; per ciò che tu dovevi esser certo e dei che niuna cosa è che per contentamento di te far potessi, quantunque meno che onesta fosse, che io come per me medesima non la facessi; ma poi che pur fatta l'hai, è avvenuto che Domeneddio è stato misericordioso di te più che tu medesimo, e a ciò che tu di questa infermità non muoia, m'ha dimostrata la cagione del tuo male, la quale niuna altra cosa è che soverchio amore, il quale tu porti ad alcuna giovane, qual che ella si sia.
E nel vero di manifestar questo non ti dovevi tu vergognare, per ciò che la tua età il richiede, e se tu innamorato non fossi, io ti riputerei da assai poco.
Adunque, figliuol mio, non ti guardare da me, ma sicuramente ogni tuo disidero mi scuopri; e la malinconia e il pensiero il quale hai e dal quale questa infermità procede, gitta via e confortati e renditi certo che niuna cosa sarà per sodisfacimento di te che tu m'imponghi, che io a mio potere non faccia, sì come colei che te più amo che la mia vita.
Caccia via la vergogna e la paura, e dimmi se io posso intorno al tuo amore adoperare alcuna cosa; e se tu non truovi che io a ciò sia sollicita e ad effetto tel rechi, abbimi per la più crudel madre che mai partorisse figliuolo.
Il giovane, udendo le parole della madre, prima si vergognò, poi, seco pensando che niuna persona meglio di lei potrebbe al suo piacere sodisfare, cacciata via la vergogna, così le disse:
- Madonna, niuna altra cosa mi v'ha fatto tenere il mio amor nascoso quanto l'essermi nelle più delle persone avveduto che, poi che attempati sono, d'essere stati giovani ricordar non si vogliono.
Ma, poi che in ciò discreta vi veggio, non solamente quello di che dite vi siete accorta non negherò esser vero, ma ancora di cui vi farò manifesto, con cotal patto che effetto seguirà alla vostra promessa a vostro potere, e così mi potrete aver sano.
Al quale la donna (troppo fidandosi di ciò che non le doveva venir fatto nella forma nella qual già seco pensava) liberamente rispose che sicuramente ogni suo disidero l'aprisse; ché ella senza alcuno indugio darebbe opera a fare che egli il suo piacere avrebbe.
- Madama, - disse allora il giovane - l'alta bellezza e le laudevoli maniere della nostra Giannetta, e il non poterla fare accorgere, non che pietosa, del mio amore, e il non avere ardito mai di manifestarlo ad alcuno, m'hanno condotto dove voi mi vedete; e se quello che promesso m'avete o in un modo o in un altro non segue, state sicura che la mia vita fia brieve.
La donna, a cui più tempo da conforto che da riprensioni parea, sorridendo disse:
- Ahi, figliuol mio, dunque per questo t'hai tu lasciato aver male? Confortati e lascia fare a me, poi che guarito sarai.
Il giovane, pieno di buona speranza, in brevissimo tempo di grandissimo miglioramento mostrò segni, di che la donna contenta molto si dispose a voler tentare come quello potesse osservare che promesso avea.
E, chiamata un dì la Giannetta per via di motti assai cortesemente la domandò se ella avesse alcuno amadore.
La Giannetta, divenuta tutta rossa, rispose:
- Madama, a povera damigella e di casa sua cacciata, come io sono, e che all'altrui servigio dimori, come io fo, non si richiede né sta bene l'attendere ad amore.
A cui la donna disse:
- E se voi non l'avete, noi ve ne vogliamo donare uno, di che voi tutta giuliva viverete e più della vostra biltà vi diletterete; per ciò che non a' convenevole che così bella damigella, come voi siete, senza amante dimori.
A cui la Giannetta rispose:
- Madama, voi dalla povertà di mio padre togliendomi, come figliuola cresciuta m'avete, e per questo ogni vostro piacer far dovrei; ma in questo io non vi piacerò già, credendomi far bene.
Se a voi piacerà di donarmi marito, colui intendo io d'amare, ma altro no; per ciò che della eredità de' miei passati avoli niuna cosa rimasa m'è se non l'onestà, quella intendo io di guardare e di servare quanto la vita mi durerà.
Questa parola parve forte contraria alla donna a quello a che di venire intendea per dovere al figliuolo la promessa servare, quantunque, sì come savia donna, molto seco medesima ne commendasse la damigella, e disse:
- Come, Giannetta? Se monsignore lo re, il quale è giovane cavaliere, e tu sé bellissima damigella, volesse del tuo amore alcun piacere, negherestigliele tu?
Alla quale essa subitamente rispose:
- Forza mi potrebbe fare il re, ma di mio consentimento mai da me, se non quanto onesto fosse, aver non potrebbe.
La donna, comprendendo qual fosse l'animo di lei, lasciò stare le parole e pensossi di metterla alla pruova; e così al figliuol disse di fare, come guarito fosse, di metterla con lui in una camera e ch'egli s'ingegnasse d'avere di lei il suo piacere, dicendo che disonesto le pareva che essa, a guisa d'una ruffiana, predicasse per lo figliuolo e pregasse la sua damigella.
Alla qual cosa il giovane non fu contento in alcuna guisa, e di subito fieramente peggiorò: il che la donna veggendo, aperse la sua intenzione alla Giannetta.
Ma più costante che mai trovandola, raccontato ciò che fatto avea al marito, ancora che grave loro paresse, di pari consentimento diliberarono di dargliele per isposa, amando meglio il figliuol vivo con moglie non convenevole a lui che morto senza alcuna; e così, dopo molte novelle, fecero.
Di che la Giannetta fu contenta molto e con divoto cuore ringraziò Iddio che lei non avea dimenticata; né per tutto questo mai altro che figliuola d'un piccardo si disse.
Il giovane guerì, e fece le nozze più lieto che altro uomo, e cominciossi a dare buon tempo con lei.
Perotto, il quale in Gales col maliscalco del re d'lnghilterra era rimaso, similmente crescendo venne in grazia del signor suo, e divenne di persona bellissimo e pro' quanto alcuno altro che nell'isola fosse, intanto che né in tornei né in giostre, né in qualunque altro atto d'arme niuno era nel paese che quello valesse che egli; perché per tutto, chiamato da loro Perotto il piccardo, era conosciuto e famoso.
E come Iddio la sua sorella dimenticata non avea, così similmente d'aver lui a mente dimostrò; per ciò che, venuta in quella contrada una pestilenziosa mortalità, quasi la metà della gente di quella se ne portò; senza che grandissima parte del rimaso per paura in altre contrade se ne fuggirono; di che il paese tutto pareva abbandonato.
Nella qual mortalità il maliscalco suo signore e la donna di lui e un suo figliuolo e molti altri e fratelli e nepoti e parenti tutti morirono, né altro che una damigella già da marito di lui rimase e, con alcuni altri famigliari, Perotto.
Il quale, cessata al quanto la pestilenza, la damigella, per ciò che prod'uomo e valente era, con piacere e consiglio d'alquanti pochi paesani vivi rimasi, per marito prese e di tutto ciò che a lei per eredità scaduto era il fece signore.
Nè guari di tempo passò che, udendo il re d'lnghilterra il maliscalco esser morto e conoscendo il valor di Perotto il piccardo, in luogo di quello che morto era il sustituì e fecelo suo maliscalco.
E così brievemente avvenne de' due innocenti figliuoli del corte d'Anguersa da lui per perduti lasciati.
Era già il deceottesimo anno passato poi che il conte d'Anguersa, fuggendo, di Parigi s'era partito, quando a lui dimorante in Irlanda, avendo in assai misera vita molte cose patite, già vecchio veggendosi, venne voglia di sentire, se egli potesse, quello che de' figliuoli fosse addivenuto.
Per che del tutto della forma, della quale esser solea, veggendosi trasmutato e sentendosi per lo lungo esercizio più della persona atante che quando giovane in ozio dimorando non era, partitosi assai povero e male in arnese da colui col quale lungamente era stato, se ne venne in Inghilterra e là se ne andò dove Perotto avea lasciato, e trovò lui esser maliscalco e gran signore, e videlo sano e atante e bello della persona; il che gli aggradì forte, ma farglisi conoscere non volle infino a tanto che saputo non avesse della Giannetta.
Per che, messosi in cammino, prima non ristette che in Londra pervenne; e quivi, cautamente domandato della donna alla quale la figliuola lasciata avea e del suo stato, trovò la Giannetta moglie del figliuolo; il che forte gli piacque, e ogni sua avversità preterita reputò piccola, poiché vivi aveva ritrovati i figliuoli e in buono stato.
E disideroso di poterla vedere, cominciò come povero uomo a ripararsi vicino alla casa di lei.
Dove un giorno, veggendol Giachetto Lamiens, che così era chiamato il marito della Giannetta, avendo di lui compassione per ciò che povero e vecchio il vide, comandò ad uno de' suoi famigliari che nella sua casa il menasse e gli facesse dare da mangiar per Dio, il che il famigliare volentier fece.
Aveva la Giannetta avuti di Giachetto già più figliuoli, de' quali il maggiore non avea oltre ad otto anni, ed erano i più belli e i più vezzosi fanciulli del mondo.
Li quali, come videro il conte mangiare, così tutti quanti gli fur dintorno e cominciarogli a far festa, quasi da occulta virtù mossi avesser sentito costui loro avolo essere.
Il quale, suoi nepoti cognoscendoli, cominciò loro a mostrare amore e a far carezze; per la qual cosa i fanciulli da lui non si volean partire, quantunque colui che al governo di loro attendea gli chiamasse.
Per che la Giannetta, ciò sentendo, uscì d'una camera e quivi venne laddove era il conte, e minacciogli forte di battergli, se quello che il lor maestro volea non facessero.
I fanciulli cominciarono a piagnere e a dire ch'essi volevano stare appresso a quel prod'uomo, il quale più che il lor maestro gli amava; di che e la donna e 'l conte si rise.
Erasi il conte levato, non miga a guisa di padre ma di povero uomo, a fare onore alla figliuola sì come a donna, e maraviglioso piacere veggendola avea sentito nell'animo.
Ma ella né allora né poi il conobbe punto, per ciò che oltre modo era trasformato da quello che esser soleva, sì come colui che vecchio e canuto e barbuto era, e magro e bruno divenuto, e più tosto un altro uomo pareva che il conte.
E veggendo la donna che i fanciulli da lui partir non si
voleano, ma volendogli partire piagnevano, disse al maestro che alquanto gli lasciasse stare.
Standosi adunque i fanciulli col prod'uomo, avvenne che il padre di Giachetto tornò e dal maestro loro sentì questo fatto; per che egli, il quale a schifo avea la Giannetta, disse:
- Lasciagli stare colla mala ventura che Iddio dea loro; ché essi fanno ritratto da quello onde nati sono.
Essi son per madre discesi di paltoniere, e per ciò non a' da maravigliarsi se volentier dimoran con paltonieri.
Queste parole udì il conte, e dolfergli forte; ma pure nelle spalle ristretto, così quella ingiuria sofferse come molte altre sostenute avea.
Giachetto, che sentita aveva la festa che i figliuoli al prod'uomo, cioè al conte, facevano, quantunque gli dispiacesse, nondimeno tanto gli amava che, avanti che piagner gli vedesse, comandò che, se 'l prod'uomo ad alcun servigio là entro dimorar volesse, che egli vi fosse ricevuto.
Il quale rispose che vi rimanea volentieri, ma che altra cosa far non sapea che attendere a' cavalli, di che tutto il tempo della sua vita era usato.
Assegnatogli adunque un cavallo, come quello governato avea, al trastullare i fanciulli intendea.
Mentre che la fortuna, in questa guisa che divisata è, il conte d'Anguersa e i figliuoli menava, avvenne che il re di Francia, molte triegue fatte con gli alamanni, morì, e in suo luogo fu coronato il figliuolo, del quale colei era moglie per cui il conte era stato cacciato.
Costui, essendo l'ultima triegua finita, co' tedeschi ricominciò asprissima guerra; in aiuto del quale, sì come nuovo parente, il re d'lnghilterra mandò molta gente sotto il governo di Perotto suo maliscalco e di Giachetto Lamiens figliuolo dell'altro maliscalco; col quale il prod'uomo, cioè il conte, andò e, senza essere da alcuno riconosciuto, dimorò nell'oste per buono spazio a guisa di ragazzo; e quivi, come valente uomo, e con consigli e con fatti più che a lui non si richiedea, assai di bene adoperò.
Avvenne durante la guerra che la reina di Francia infermò gravemente; e conoscendo ella sé medesima venire alla morte, contrita d'ogni suo peccato, divotamente si confessò dallo arcivescovo di Ruem, il quale da tutti era tenuto uno santissimo e buono uomo, e tra gli altri peccati gli narrò ciò che per lei a gran torto il conte d'Anguersa ricevuto avea.
Nè solamente fu a lui contenta di dirlo, ma davanti a molti altri valenti uomini tutto come era stato raccontò, pregandogli che col re operassono che 'l conte, se vivo fosse, e se non, alcun de' suoi figliuoli nel loro stato restituiti fossero; né guari poi dimorò che, di questa vita passata, onorevolmente fu sepellita.
La qual confessione al re raccontata, dopo alcun doloroso sospiro delle
ingiurie fatte al valente uomo a torto, il mosse a fare andare per tutto l'essercito, e oltre a ciò in molte altre parti, una grida, che chi il conte d'Anguersa o alcuno de' figliuoli gli rinsegnasse, maravigliosamente da lui per ogn'uno guiderdonato sarebbe; con ciò fosse cosa che egli lui per innocente di ciò per che in essilio andato era l'avesse, per la confessione fatta dalla reina, e nel primo stato e in maggiore intendeva di ritornarlo.
Le quali cose il conte in forma di ragazzo udendo, e sentendo che così era il vero, subitamente fu a Giachetto e il pregò che con lui insieme fosse con Perotto, per ciò che egli voleva lor mostrare ciò che il re andava cercando.
Adunati adunque tutti e tre insieme, disse il conte a Perotto, che già era in pensiero di palesarsi:
- Perotto, Giachetto, che è qui, ha tua sorella per mogliere, né mai n'ebbe alcuna dota; e per ciò, acciò che tua sorella senza dota non sia, io intendo che egli e non altri abbia questo benificio che il re promette così grande per te, e ti rinsegni sì come figliuolo del conte d'Anguersa, e per la Violante tua sorella e sua mogliere, e per me che il conte d'Anguersa e vostro padre sono.
Perotto, udendo questo e fiso guardandolo, tantosto il riconobbe, e piagnendo gli si gittò a' piedi e abbracciollo dicendo:
- Padre mio, voi siate il molto ben venuto.
Giachetto, prima udendo ciò che il conte detto avea e poi veggendo quello che Perotto faceva, fu ad un'ora da tanta maraviglia e da tanta allegrezza soprappreso, che appena sapeva che far si dovesse; ma pur, dando alle parole fede e vergognandosi forte di parole ingiuriose già da lui verso il conte ragazzo usate, piagnendo gli si lasciò cadere a' piedi e umilmente d'ogni oltraggio passato domandò perdonanza, la quale il conte assai benignamente, in piè rilevatolo, gli diede.
E poi che i vari casi di ciascuno tutti e tre ragionati ebbero, e molto piantosi e molto rallegratosi insieme, volendo Perotto e Giachetto rivestire il conte, per niuna maniera il sofferse, ma volle che, avendo prima Giachetto certezza d'avere il guiderdon promesso, così fatto e in quello abito di ragazzo, per farlo più vergognare, gliele presentasse.
Giachetto adunque col conte e con Perotto appresso venne davanti al re e offerse di presentargli il conte e i figliuoli, dove, secondo la grida fatta, guiderdonare il dovesse.
Il re prestamente per tutti fece il guiderdon venire maraviglioso agli occhi di Giachetto, e comandò che via il portasse dove con verità il conte e i figliuoli dimostrasse come promettea.
Giachetto allora, voltatosi indietro e davanti messosi il conte suo ragazzo e Perotto, disse:
- Monsignore, ecco qui il padre e 'l figliuolo; la figliuola, ch'è mia mogliere, e non è qui, con l'aiuto di Dio tosto vedrete.
Il re, udendo questo, guardò il conte e, quantunque molto da quello che esser solea trasmutato fosse, pur, dopo l'averlo alquanto guardato, il riconobbe; e quasi con le lagrime in su gli occhi, lui che ginocchione stava levò in piede, e il baciò e abbracciò, e amichevolmente ricevette Perotto, e comandò che incontanente il conte di vestimenti, di famiglia e di cavalli e d'arnesi rimesso fosse in assetto, secondo che alla sua nobilità si richiedea; la qual cosa tantosto fu fatta.
Oltre a questo, onorò il re molto Perotto, e volle ogni cosa sapere di tutti i suoi preteriti casi.
E quando Giachetto prese gli alti guiderdoni per l'avere insegnati il conte è figliuoli, gli disse il conte:
- Prendi cotesti doni dalla magnificenza di monsignore lo re, e ricordera'ti di dire a tuo padre che i tuoi figliuoli, suoi e miei nepoti, non sono per madre nati di paltoniere.
Giachetto prese i doni, e fece a Parigi venir la moglie e la suocera, e vennevi la moglie di Perotto; e quivi in grandissima festa furon col conte, il quale il re avea in ogni suo ben rimesso e maggior fattolo che fosse giammai.
Poi ciascuno colla sua licenzia tornò a casa sua, ed esso infino alla morte visse in Parigi più gloriosamente che mai.
--------------------
Novella Nona
Bernabò da Genova, da Ambrogiuolo ingannato, perde il suo e comanda che la moglie innocente sia uccisa.
Ella scampa, e in abito d'uomo serve il soldano; ritrova lo 'ngannatore, e Bernabò conduce in Alessandria, dove lo ngannatore punito, ripreso abito feminile, col marito ricchi si tornano a Genova.
Avendo Elissa colla sua compassionevole novella il suo dover fornito, Filomena reina, la quale bella e grande era della persona, e nel viso più che altra piacevole e ridente, sopra sé recatasi, disse:
- Servar si vogliono i patti a Dioneo, e però, non restandoci altri che egli e io a novellare, io dirò prima la mia, ed esso, che di grazia il chiese, l'ultimo fia che dirà; - e questo detto, così cominciò.
Suolsi tra'volgari spesse volte dire un cotal proverbio, che lo 'ngannatore rimane a piè dello 'ngannato; il quale non pare che per alcuna ragione si possa mostrare esser vero, se per gli accidenti che avvengono non si mostrasse.
E per ciò seguendo la proposta, questo insiememente, carissime donne, esser vero come si dice m'è venuto in talento di dimostrarvi; né vi dovrà esser discaro d'averlo udito, acciò che dagli 'ngannatori guardar vi sappiate.
Erano in Parigi in uno albergo alquanti grandissimi mercatanti italiani, qual per una bisogna e qual per un'altra, secondo la loro usanza; e avendo una sera fra l'altre tutti lietamente cenato, cominciarono di diverse cose a ragionare; e d'un ragionamento in altro travalicando, pervennero a dire delle lor donne, le quali alle lor case avevan lasciate.
E motteggiando cominciò alcuno a dire:
- Io non so come la mia si fa, ma questo so io bene, che quando qui mi viene alle mani alcuna giovinetta che mi piaccia, io lascio stare dall'un de' lati l'amore il quale io porto a mia mogliere, e prendo di questa qua quel piacere che io posso.
L'altro rispose:
- E io fo il simigliante, perciò che se io credo che la mia donna alcuna sua ventura procacci, ella il fa, e se io nol credo, sì 'l fa; e per ciò a fare a far sia; quale asino dà in parete, tal riceve.
Il terzo quasi in questa medesima sentenzia parlando pervenne; e brievemente tutti pareva che a questo s'accordassero, che le donne lasciate da loro non volessero perder tempo.
Un solamente, il quale avea nome Bernabò Lomellin da Genova, disse il contrario, affermando sé di spezial grazia da Dio avere una donna per moglie la più compiuta di tutte quelle virtù che donna o ancora cavaliere in gran parte o donzello dee avere, che forse in Italia ne fosse un'altra; per ciò che ella era bella del corpo e giovine ancora assai e destra e atante della persona, né alcuna cosa era che a donna appartenesse, sì come di lavorar lavorii di seta e simili cose, che ella non facesse meglio che alcun'altra.
Oltre a questo niuno scudiere, o famigliar che dir vogliamo, diceva trovarsi, il quale meglio né più accortamente servisse ad una tavola d'un signore, che serviva ella, sì come colei che era costumatissima savia e discreta molto.
Appresso questo la commendò meglio sapere cavalcare un cavallo, tenere uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione, che se un mercatante fosse; e da questo, dopo molte altre lode, pervenne a quello di che quivi si ragionava, affermando con saramento niun'altra più onesta né più casta potersene trovar di lei; per la qual cosa egli credeva certamente che, se egli diece anni o sempre mai fuor di casa dimorasse, che ella mai a così fatte novelle non intenderebbe con altro uomo.
Era, tra questi mercatanti che così ragionavano, un giovane mercatante, chiamato Ambrogiuolo da Piagenza, il quale di questa ultima loda che Bernabò avea data alla sua donna cominciò a far le maggior risa del mondo, e gabbando il domandò se lo 'mperadore gli avea questo privilegio più che a tutti gli altri uomini conceduto.
Bernabò, un poco turbatetto, disse che non lo 'mperadore ma Iddio, il quale poteva un poco più che lo 'mperadore, gli avea questa grazia conceduta.
Allora disse Ambrogiuolo:
- Bernabò, io non dubito punto che tu non ti creda dir vero; ma, per quello che a me paia, tu hai poco riguardato alla natura delle cose; per ciò che, se riguardato v'avessi, non ti sento di sì grosso ingegno che tu non avessi in quella cognosciuto cose che ti farebbono sopra questa materia più temperatamente parlare.
E per ciò che tu non creda che noi, che molto largo abbiamo delle nostre mogli parlato, crediamo avere altra moglie o altrimenti fatta che tu, ma da uno naturale avvedimento mossi così abbiam detto, voglio un poco con teco sopra questa materia ragionare.
Io ho sempre inteso l'uomo essere il più nobile animale che tra'mortali fosse creato da Dio, e appresso la femina; ma l'uomo, sì come generalmente si crede e vede per opere, è più perfetto; e avendo più di perfezione, senza alcun fallo dee avere più di fermezza e così ha, per ciò che universalmente le femine sono più mobili, e il perché si potrebbe per molte ragioni naturali dimostrare, le quali al presente intendo di lasciare stare.
Se l'uomo adunque è di maggior fermezza e non si può tenere che non condiscenda, lasciamo stare ad una che 'l prieghi, ma pure a non disiderare una che gli piaccia, e oltre al disidero, di far ciò che può acciò che con quella esser possa, e questo non una volta il mese, ma mille il giorno avvenirgli; che speri tu che una donna naturalmente mobile, possa fare a' prieghi, alle lusinghe, a' doni, a mille altri modi che userà uno uomo savio che l'ami? Credi che ella si possa tenere? Certo, quantunque tu te l'affermi, io non credo che tu 'l creda; e tu medesimo dì che la moglie tua è femina e ch'ella è di carne e d'ossa come sono l'altre.
Per che, se così è, quegli medesimi disideri deono essere i suoi e quelle medesime forze che nell'altre sono a resistere a questi naturali appetiti; per che possibile è, quantunque ella sia onestissima, che ella quello che l'altre faccia; e niuna cosa possibile è così acerbamente da negare, o da affermare il contrario a quella, come tu fai.
Al quale Bernabò rispose e disse:
- Io son mercatante e non fisofolo, e come mercatante risponderò.
E dico che io conosco ciò che tu dì potere avvenire alle stolte, nelle quali non è alcuna vergogna; ma quelle che savie sono hanno tanta sollecitudine dello onor loro, che elle diventan forti più che gli uomini, che di ciò non si curano, a guardarlo; e di queste così fatte è la mia.
Disse Ambrogiuolo:
- Veramente, se per ogni volta che elle a queste così fatte novelle attendono, nascesse loro un corno nella fronte, il quale desse testimonianza di ciò che fatto avessero, io mi credo che poche sarebber quelle che v'attendessero; ma, non che il corno nasca, egli non se ne pare a quelle che savie sono né pedata né orma; e la vergogna e 'l guastamento del l'onore non consiste se non nelle cose palesi; per che, quando possono occultamente, il fanno, o per mattezza lasciano.
E abbi questo per certo che colei sola è casta, la quale o non fu mai da alcun pregata, o se pregò, non fu esaudita.
E quantunque io conosca per naturali e vere ragioni così dovere essere, non ne parlerei io così appieno come io fo, se io non ne fossi molte volte e con molte stato alla pruova.
E dicoti così, che se io fossi presso a questa tua così santissima donna, io mi crederrei in brieve spazio di tempo recarla a quello che io ho già dell'altre recate.
Bernabò turbato rispose:
- Il quistionar con parole potrebbe distendersi troppo; tu diresti e io direi, e alla fine niente monterebbe.
Ma poi che tu dì che tutte sono così pieghevoli e che 'l tuo ingegno è cotanto, acciò che io ti faccia certo della onestà della mia donna, io son disposto che mi sia tagliata la testa se tu mai a cosa che ti piaccia in cotale atto la puoi conducere; e se tu non puoi, io non voglio che tu perda altro che mille fiorin d'oro.
Ambrogiuolo, già in su la novella riscaldato, rispose:
- Bernabò, io non so quello ch'io mi facessi del tuo sangue se io vincessi; ma se tu hai voglia di vedere pruova di ciò che io ho già ragionato, metti cinquemilia fiorin d'oro de' tuoi, che meno ti deono esser cari che la testa, contro a mille de' miei; e dove tu niuno termine poni, io mi voglio obbligare d'andare a Genova e infra tre mesi dal dì che io mi partirò di qui aver della tua donna fatta mia volontà, e in segno di ciò recarne meco delle sue cose più care e sì fatti e tanti indizi che tu medesimo confesserai esser vero; sì veramente che tu mi prometterai sopra la tua fede infra questo termine non venire a Genova né scrivere a lei alcuna cosa di questa materia.
Bernabò disse che gli piacea molto; e quantunque gli altri mercatanti, che quivi erano, s'ingegnassero di sturbar questo fatto, conoscendo che gran male ne potea nascere, pure erano de' due mercatanti sì gli animi accesi, che, oltre al voler degli altri, per belle scritte di lor mano s'obbligarono ]'uno all'altro.
E fatta la obbligagione, Bernabò rimase e Ambrogiuolo quanto più tosto potè se ne venne a Genova.
E dimoratovi alcun giorno e con molta cautela informatosi del nome della contrada e de' costumi della donna, quello e più ne 'ntese che da Bernabò udito n'avea; per che gli parve matta impresa aver fatta.
Ma pure, accontatosi con una povera femina che molto nella casa usava e a cui la donna voleva gran bene, non potendola ad altro inducere, con denari la corruppe e a lei in una cassa artificiata a suo modo si fece portare, non solamente nella casa, ma nella camera della gentil donna; e quivi, come se in alcuna parte andar volesse, la buona femina, secondo l'ordine datole da Ambrogiuolo, la raccomandò per alcun dì.
Rimasa adunque la cassa nella camera e venuta la notte, all'ora che Ambrogiuolo avvisò che la donna dormisse, con certi suoi ingegni apertala, chetamente nella camera uscì, nella quale un lume acceso avea.
Per la qual cosa egli il sito della camera, le dipinture e ogni altra cosa notabile che in quella era cominciò a ragguardare e a fermare nella sua memoria.
Quindi, avvicinatosi al letto e sentendo che la donna e una piccola fanciulla, che con lei era, dormivan forte, pianamente scopertola tutta, vide che così era bella ignuda come vestita, ma niuno segnale da potere rapportare le vide, fuori che uno ch'ella n'avea sotto la sinistra poppa, ciò era un neo d'intorno al quale erano alquanti peluzzi biondi come oro; e, ciò veduto, chetamente la ricoperse, come che, così bella vedendola, in disiderio avesse di mettere in avventura la vita sua e coricarlesi allato.
Ma pure, avendo udito lei essere così cruda e alpestra intorno a quelle novelle, non s'arrischiò; e statosi la maggior parte della notte per la camera a suo agio, una borsa e una guarnacca d'un suo forziere trasse e alcuno anello e alcuna cintura, e ogni cosa nella cassa sua messa, egli altressì vi si ritornò, e così la serrò come prima stava; e in questa maniera fece due notti, senza che la donna di niente s'accorgesse.
Vegnente il terzo dì, secondo l'ordine dato, la buona femina tornò per la cassa sua e colà la riportò onde levata l'avea; della quale Ambrogiuolo uscito, e contentata secondo la promessa la femina, quanto più tosto potè con quelle cose si tornò a Parigi avanti il termine preso.
Quivi, chiamati que'mercatanti che presenti erano stati alle parole e al metter de' pegni, presente Bernabò, disse sé aver vinto il pegno tra lor messo, perciò che fornito aveva quello di che vantato s'era; e che ciò fosse vero, primieramente disegnò la forma della camera e le dipinture di quella, e appresso mostrò le cose che di lei aveva seco recate, affermando da lei averle avute.
Confessò Bernabò così esser fatta la camera come diceva e oltre a ciò sé riconoscere quelle cose veramente della sua donna essere state; ma disse lui aver potuto da alcuno de' fanti della casa sapere la qualità della camera e in simil maniera avere avute le cose; per che, se altro non dicea, non gli parea che questo bastasse a dovere aver vinto.
Per che Ambrogiuolo disse:
- Nel vero questo doveva bastare; ma, poi che tu vuogli che io più avanti ancora dica, e io il dirò.
Dicoti che madonna Zinevra tua mogliere ha sotto la sinistra poppa un neo ben grandicello, dintorno al quale son forse sei peluzzi biondi come oro.
Quando Bernabò udì questo, parve che gli fosse dato d'un coltello al cuore, siffatto dolore sentì ; e tutto nel viso cambiato, eziandio se parola non avesse detta, diede assai manifesto segnale ciò esser vero che Ambrogiuolo diceva, e dopo alquanto disse:
- Signori, ciò che Ambrogiuolo dice è vero; e perciò, avendo egli vinto, venga qualor gli piace e sì si paghi -; e così fu il dì seguente Ambrogiuolo interamente pagato.
E Bernabò, da Parigi partitosi, con fellone animo contro alla donna verso Genova se ne venne.
E appressandosi a quella non volle in essa entrare, ma si rimase ben venti miglia lontano ad essa ad una sua possessione; e un suo famigliare, in cui molto si fidava, con due cavalli e con sue lettere mandò a Genova, scrivendo alla donna come tornato era e che con lui a lui venisse; e al famiglio segretamente impose che, come in parte fosse colla donna che migliore gli paresse, senza niuna misericordia la dovesse uccidere e a lui tornarsene.
Giunto adunque il famigliare a Genova e date le lettere e fatta l'ambasciata, fu dalla donna con gran festa ricevuto, la quale la seguente mattina, montata col famigliare a cavallo, verso la sua possessione prese il cammino.
E camminando insieme e di varie cose ragionando, pervennero in uno vallone molto profondo e solitario e chiuso d'alte grotte e d'alberi, il quale parendo al famigliare luogo da dovere sicuramente per sé fare il comandamento del suo signore, tratto fuori il coltello e presa la donna per lo braccio, disse
- Madonna, raccomandate l'anima vostra a Dio, ché a voi, senza passar più avanti, convien morire.
La donna, vedendo il coltello e udendo le parole, tutta spaventata disse:
- Mercè per Dio! anzi che tu mi uccida, dimmi di che io t'ho offeso, che tu uccider mi debbi.
- Madonna, - disse il famigliare - me non avete offeso d'alcuna cosa; ma di che voi offeso abbiate il vostro marito io nol so, se non che egli mi comandò che, senza alcuna misericordia aver di voi, io in questo cammin v'uccidessi; e se io nol facessi, mi minacciò di farmi impiccar per la gola.
Voi sapete bene quant'io gli son tenuto, e come io di cosa che egli m'imponga possa dir di no; sallo Iddio che di voi m'incresce, ma io non posso altro.
A cui la donna piagnendo disse:
- Ahi mercé per Dio! non volere divenire micidiale di chi mai non t'offese, per servire altrui.
Iddio, che tutto conosce, sa che io non feci mai cosa per la quale io dal mio marito debbia così fatto merito ricevere.
Ma lasciamo ora star questo; tu puoi, quando tu vogli, ad una ora piacere a Dio e al tuo signore e a me in questa maniera: che tu prenda questi miei panni, e solamente il tuo farsetto e un cappuccio; e con essi torni al mio e tuo signore, e dichi che tu m'abbi uccisa; e io ti giuro, per quella salute la quale tu donata m'avrai, che io mi dileguerò e andronne in parte che mai né a lui né a te né in queste contrade di me perverrà alcuna novella.
Il famigliare, che mal volentieri l'uccidea, leggiermente divenne pietoso; per che, presi i drappi suoi e datole un suo farsettaccio e un cappuccio, e lasciatile certi denari li quali essa avea, pregandola che di quelle contrade si dileguasse, la lasciò nel vallone e a piè, e andonne al signor suo, al qual disse che il suo comandamento non solamente era fornito, ma che il corpo di lei morto aveva tra parecchi lupi lasciato.
Bernabò dopo alcun tempo se ne tornò a Genova e, saputosi il fatto, forte fu biasimato.
La donna, rimasa sola e sconsolata, come la notte fu venuta, contraffatta il più che potè, n'andò ad una villetta ivi vicina, e quivi da una vecchia procacciato quello che le bisognava, racconciò il farsetto a suo dosso, e fattol corto, e fattosi della sua camicia un paio di pannilini, e i capelli tondutosi e trasformatasi tutta in forma d'un matinaro, verso il mare se ne venne; dove per avventura trovò un gentile uomo catalano, il cui nome era segner En Cararch, il quale d'una sua nave, la quale alquanto di quivi era lontana, in Albegna disceso era a rinfrescarsi ad una fontana.
Col quale entrata in parole, con lui s'acconciò per servidore, e salissene sopra la nave, faccendosi chiamar Sicuran da Finale.
Quivi, di miglior panni rimesso in arnese dal gentile uomo, lo 'ncominciò a servir sì bene e sì acconciamente, che egli gli venne oltre modo a grado.
Avvenne, ivi a non gran tempo, che questo catalano con un suo carico navicò in Alessandria e portò certi falconi pellegrini al soldano, e presentogliele; al quale il soldano avendo alcuna volta dato mangiare, e veduti i costumi di Sicurano, che sempre a servir l'andava, e piaciutigli, al catalano il domandò; e quegli, ancora che grave gli paresse, gliele lasciò.
Sicurano in poco di tempo non meno la grazia e l'amor del soldano acquistò col suo bene adoperare, che quella del catalano avesse fatto.
Per che in processo di tempo avvenne che, dovendosi in un certo tempo dell'anno, a guisa d'una fiera, fare una gran ragunanza di mercatanti e cristiani e saracini in Acri, la quale sotto la signoria del soldano era; acciò che i mercatanti e le mercatantie sicure stessero, era il soldano sempre usato di mandarvi, oltre agli altri suoi uficiali, alcuno de' suoi grandi uomini con gente che alla guardia attendesse.
Nella qual bisogna, sopravvegnendo il tempo, diliberò di mandare Sicurano il quale già ottimamente la lingua sapeva; e così fece.
Venuto adunque Sicurano in Acri signore e capitano della guardia de' mercatanti e della mercatantia, e quivi bene e sollicitamente faccendo ciò che al suo uficio apparteneva, e andando dattorno veggendo, e molti mercatanti e ciciliani e pisani e genovesi e viniziani e altri italiani vedendovi, con loro volentieri si dimesticava per rimembrarza della contrada sua.
Ora avvenne, tra l'altre volte, che, essendo egli ad un fondaco di mercatanti viniziani smontato, gli vennero vedute tra altre gioie una borsa e una cintura, le quali egli prestamente riconobbe essere state sue, e maravigliossi; ma, senza altra vista fare, piacevolmente domandò di cui fossero e se vendere si voleano.
Era quivi venuto Ambrogiuolo da Piagenza con molta mercatantia in su una nave di viniziani, il quale, udendo che il capitano della guardia domandava di cui fossero, si trasse avanti e ridendo disse:
- Messere, le cose son mie e non le vendo; ma s'elle vi piacciono, io le vi donerò volentieri.
Sicurano, vedendol ridere, suspicò non costui in alcuno atto l'avesse raffigurato; ma pur, fermo viso faccendo, disse:
- Tu ridi forse, perché vedi me uom d'arme andar domandando di queste cose feminili?
Disse Ambrogiuolo:
- Messere, io non rido di ciò, ma rido del modo ne quale io le guadagnai.
A cui Sicuran disse:
- Deh, se Iddio ti dea buona ventura, se egli non è disdicevole, diccelo come tu le guadagnasti.
- Messere, - disse Ambrogiuolo - queste mi donò con alcuna altra cosa una gentil donna di Genova chiamata madonna Zinevra, moglie di Bernabò Lomellin, una notte che io giacqui con lei, e pregommi che per suo amore io le tenessi.
Ora risi io, per ciò che egli mi ricordò della sciocchezza di Bernabò, il qual fu di tanta follia che mise cinquemilia fiorin d'oro contro a mille che io la sua donna non recherei a' miei piaceri; il che io feci e vinsi il pegno; ed egli, che più tosto sé della sua bestialità punir dovea che lei d'aver fatto quello che tutte le femine fanno, da Parigi a Genova tornandosene, per quello che io abbia poi sentito, la fece uccidere.
Sicurano, udendo questo, prestamente comprese qual fosse la cagione dell'ira di Bernabò verso lei e manifestamente conobbe costui di tutto il suo male esser cagione; e seco pensò di non lasciargliele portare impunita.
Mostrò adunque Sicurano d'aver molto cara questa novella, e artatamente prese con costui una stretta dimestichezza, tanto che per gli suoi conforti Ambrogiuolo, finita la fiera, con essolui e con ogni sua cosa se n'andò in Alessandria, dove Sicurano gli fece fare un fondaco e misegli in mano de' suoi denari assai; per che egli, util grande veggendosi, vi dimorava volentieri.
Sicurano, sollicito a volere della sua innocenzia far chiaro Bernabò, mai non riposò infino a tanto che con opera d'alcuni grandi mercatanti genovesi che in Alessandria erano, nuove cagioni trovando, non l'ebbe fatto venire; il quale, in assai povero stato essendo, ad alcun suo amico tacitamente fece ricevere, infino che tempo gli paresse a quel fare che di fare intendea.
Avea già Sicurano fatta raccontare ad Ambrogiuolo la novella davanti al soldano, e fattone al soldano prendere piacere; ma poi che vide quivi Bernabò, pensando che alla bisogna non era da dare indugio, preso tempo convenevole, dal soldano impetrò che davanti venir si facesse Ambrogiuolo e Bernabò, e in presenzia di Bernabò, se agevolmente fare
non si potesse, con severità da Ambrogiuolo si traesse il vero come stato fosse quello di che egli della moglie di Bernabò si vantava.
Per la qual cosa, Ambrogiuolo e Bernabò venuti, il soldano in presenzia di molti con rigido viso ad Ambrogiuol comandò che il vero dicesse come a Bernabò vinti avesse cinquemilia fiorin d'oro; e quivi era presente Sicurano, in cui Ambrogiuolo più avea di fidanza, il quale con viso troppo più turbato gli minacciava gravissimi tormenti se nol dicesse.
Per che Ambrogiuolo, da una parte e d'altra spaventato e ancora alquanto costretto, in presenzia di Bernabò e di molti altri, niuna pena più aspettandone che la restituzione di fiorini cinquemilia d'oro e delle cose, chiaramente, come stato era il fatto, narrò ogni cosa.
E avendo Ambrogiuolo detto, Sicurano, quasi esecutore del soldano, in quello rivolto a Bernabò disse: - E tu che facesti per questa bugia alla tua donna? A cui Bernabò rispose:
- Io, vinto dalla ira della perdita de' miei denari e dall'onta della vergogna che mi parea avere ricevuta dalla mia donna, la feci ad un mio famigliare uccidere; e, secondo che egli mi rapportò, ella fu prestamente divorata da molti lupi.
Queste cose così nella presenzia del soldan dette e da lui tutte udite e intese, non sappiendo egli ancora a che Sicurano, che questo ordinato avea e domandato, volesse riuscire, gli disse Sicurano:
- Signor mio assai chiaramente potete conoscere quanto quella buona donna gloriar si possa d'amante e di marito; ché l'amante ad una ora lei priva d'onore, con bugie guastando la fama sua, e diserta il marito di lei; e il marito, più credulo alle altrui falsità che alla verità da lui per lunga esperienza potuta conoscere, la fa uccidere e mangiare a' lupi; e oltre a questo tanto il bene e l'amore che l'amico e 'l marito le porta, che, con lei lungamente dimorati, niuno la conosce.
Ma per ciò che voi ottimamente conosciate quello che ciascun di costoro ha meritato, ove voi mi vogliate di spezial grazia fare di punire lo 'ngannatore e perdonare allo 'ngannato, io la farò qui in vostra e in loro presenzia venire.
Il soldano, disposto in questa cosa di volere in tutto compiacere a Sicurano, disse che gli piacea e che facesse la donna venire.
Maravigliossi forte Bernabò, il quale lei per fermo morta credea; e Ambrogiuolo, già del suo male indovino, di peggio avea paura che di pagar denari, né sapea che si sperare o che più temere, perché quivi la donna venisse, ma più con maraviglia la sua venuta aspettava.
Fatta adunque la concessione dal soldano a Sicurano, esso, piagnendo e in ginocchion dinanzi al soldan gittatosi, quasi ad una ora la maschil voce e il più voler maschio parere si partì, e disse:
- Signor mio, io sono la misera sventurata Zinevra, sei anni andata tapinando in forma d'uom per lo mondo, da questo traditor d'Ambrogiuol falsamente e reamente vituperata, e da questo crudele e iniquo uomo data ad uccidere ad un suo fante e a mangiare a' lupi.
E stracciando i panni dinanzi e mostrando il petto, sé esser femina e al soldano e a ciascuno altro fece palese; rivolgendosi poi ad Ambrogiuolo, ingiuriosamente domandandolo quando mai, secondo che egli avanti si vantava, con lei giaciuto fosse.
Il quale, già riconoscendola, e per vergogna quasi mutolo divenuto, niente dicea.
Il soldano, il qual sempre per uomo avuta l'avea, questo vedendo e udendo, venne in tanta maraviglia, che più volte quello che egli vedeva e udiva credette più tosto esser sogno che vero.
Ma pur, poi che la maraviglia cessò, la verità conoscendo, con somma laude la vita e la constanzia e i costumi e la virtù della Zinevra, infino allora stata Sicuran chiamata, commendò.
E, fattili venire onorevolissimi vestimenti femminili e donne che compagnia le tenessero, secondo la dimanda fatta da lei, a Bernabò perdonò la meritata morte.
Il quale, riconosciutola, a' piedi di lei si gittò piagnendo e domandando perdonanza, la quale ella, quantunque egli maldegno ne fosse, benignamente gli diede, e in piede il fece levare, teneramente sì come suo marito abbracciandolo.
Il soldano appresso comandò che incontanente Ambrogiuolo in alcuno alto luogo della città fosse al sole legato ad un palo e unto di mele, né quindi mai, infino a tanto che per sé medesimo non cadesse, levato fosse; e così fu fatto.
Appresso questo, comandò che ciò che d'Ambrogiuolo stato era fosse alla donna donato; che non era sì poco che oltre a diecimilia dobbre non valesse; ed egli, fatta apprestare una bellissima festa, in quella Bernabò, come marito di madonna Zinevra, e madonna Zinevra sì come valorosissima donna, onorò, e donolle che in gioie e che in vasellamenti d'oro e d'ariento e che in denari, quello che valse meglio d'altre diecemilia dobbre.
E, fatto loro apprestare un legno, poi che finita fu la festa per loro fatta, gli licenziò di potersi tornare a Genova al lor piacere; dove ricchissimi e con grande allegrezza tornarono, e con sommo onore ricevuti furono, e spezialmente madonna Zinevra, la quale da tutti si credeva che morta fosse; e sempre di gran virtù e da molto, mentre visse, fu reputata.
Ambrogiuolo il dì medesimo che legato fu al palo e unto di mele, con sua grandissima angoscia dalle mosche e dalle vespe e da' tafani, de' quali quel paese è copioso molto, fu non solamente ucciso, ma infino all'ossa divorato; le quali bianche rimase e a' nervi appiccate, poi lungo tempo, senza esser mosse, della sua malvagità fecero a chiunque le vide testimonianza.
E così rimase lo 'ngannatore a piè dello 'ngannato.
--------------------
Novella Decima
Paganino da Monaco ruba la moglie a messer Ricciardo da Chinzica, il quale, sappiendo dove ella è, va e diventa amico di Paganino.
Raddomandagliele, ed egli, dove ella voglia, gliele concede.
Ella non vuol con lui tornare, e, morto messer Ricciardo, moglie di Paganin diviene.
Ciascuno della onesta brigata sommamente commendò per bella la novella dalla loro reina contata, e massimamente Dioneo, al quale solo per la presente giornata restava il novellare.
Il quale, dopo molte commendazioni di quella fatte, disse.
Belle donne, una parte della novella della reina m'ha fatto mutare consiglio di dirne una che all'animo m'era, a doverne un'altra dire; e questa è la bestialità di Bernabò, come che bene ne gli avvenisse, e di tutti gli altri che quello si danno a credere che esso di creder mostrava, cioè che essi andando per lo mondo e con questa e con quella ora una volta ora un'altra sollazzandosi, s'imaginano che le donne a casa rimase si tengano le mani a cintola, quasi noi non conosciamo, che tra esse nasciamo e cresciamo e stiamo, di che elle sien vaghe.
La qual dicendo, ad un'ora vi mosterrò chente sia la sciocchezza di questi cotali, e quanto ancora sia maggiore quella di coloro li quali, sé più che la natura possenti estimando, si credono quello con dimostrazioni favolose potere che essi non possono, e sforzansi d'altrui recare a quello che essi sono, non patendolo la natura di chi è tirato.
Fu dunque in Pisa un giudice, più che di corporal forza dotato d'ingegno, il cui nome fu messer Ricciardo di Chinzica, il qual, forse credendosi con quelle medesime opere sodisfare alla moglie che egli faceva agli studi, essendo molto ricco, con non piccola sollicitudine cercò d'avere bella e giovane donna per moglie; dove e l'uno e l'altro, se così avesse saputo consigliar sé come altrui faceva, doveva fuggire.
E quello gli venne fatto, per ciò che messer Lotto Gualandi per moglie gli diede una sua figliuola, il cui nome era Bartolomea, una delle più belle e delle più vaghe giovani di Pisa, come che poche ve n'abbiano che lucertole verminare non paiano.
La quale il giudice menata con grandissima festa a casa sua, e fatte le nozze belle e magnifiche, pur per la prima notte incappò una volta per consumare il matrimonio a toccarla, e di poco fallò che egli quella una non fece tavola; il quale poi la mattina, sì come colui che era magro e secco e di poco spirito, convenne che con vernaccia e con confetti ristorativi e con altri argomenti nel mondo si ritornasse.
Or questo messer lo giudice, migliore stimatore delle sue forze divenuto che stato non era avanti, incominciò ad insegnare a costei un calendario buono da fanciulli che stanno a leggere, e forse già stato fatto a Ravenna.
Per ciò che, secondo che egli le mostrava, niun dì era che non solamente una festa, ma molte non ne fossero; a reverenza delle quali per diverse cagioni mostrava l'uomo e la donna doversi astenere da così fatti congiugnimenti, sopra questi aggiugnendo digiuni e quattro tempora e vigilie d'apostoli e di mille altri santi, e venerdì e sabati, e la domenica del Signore e la quaresima tutta, e certi punti della luna e altre eccezioni molte, avvisandosi forse che così feria far si convenisse con le donne nel letto, come egli faceva talvolta piatendo alle civili.
E questa maniera (non senza grave malinconia della donna, a cui forse una volta ne toccava il mese e appena) lungamente tenne, sempre guardandola bene, non forse alcuno altro le 'nsegnasse conoscere li dì da lavorare, come egli l'aveva insegnate le feste.
Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Ricciardo venne disidero d'andarsi a diportare ad un suo luogo molto bello vicino a Montenero, e quivi per prendere aere, dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna.
E quivi standosi, per darle alcuna consolazione, fece un giorno pescare, e sopra due barchette, egli in su una co' pescatori ed ella in su un'altra con altre donne, andarono a vedere; e tirandogli il diletto, parecchi miglia, quasi senza accorgersene, n'andarono infra mare.
E mentre che essi più attenti stavano a riguardare, subito una galeotta di Paganin da Mare, allora molto famoso corsale, sopravenne; e vedute le barche, si dirizzò a loro; le quali non poteron sì tosto fuggire, che Paganin non giugnesse quella ove eran le donne; nella quale veggendo la bella donna, senza altro volerne, quella, veggente messer Ricciardo che già era in terra, sopra la sua galeotta posta, andò via.
La qual cosa veggendo messer lo giudice, il quale era sì geloso che temeva dello aere stesso, se esso fu dolente non è da domandare.
Egli senza pro, e in Pisa e altrove, si dolfe della malvagità de' corsari, senza sapere chi la moglie tolta gli avesse o dove portatola.
A Paganino, veggendola così bella, parve star bene; e, non avendo moglie, si pensò di sempre tenersi costei, e lei, che forte piagnea, cominciò dolcemente a confortare.
E venuta la notte, essendo a lui il calendaro caduto da cintola e ogni festa o feria uscita di mente, la cominciò a confortare co' fatti, parendogli che poco fossero il dì giovate ]e parole; e per sì fatta maniera la racconsolò, che, prima che a Monaco giugnessero, il giudice e le sue leggi le furono uscite di mente, e cominciò a viver più lietamente del mondo con Paganino.
Il quale, a Monaco menatala, oltre alle consolazioni che di dì e di notte le dava, onoratamente come sua moglie la tenea.
Poi a certo tempo pervenuto agli orecchi di messer Ricciardo dove la sua donna fosse, con ardentissimo disidero, avvisandosi niun interamente saper far ciò che a ciò bisognava, esso stesso dispose d'andar per lei, disposto a spendere per lo riscatto di lei ogni quantità di denari; e, messosi in mare, se n'andò a Monaco, e quivi la vide ed ella lui; la quale poi la sera a Paganino il disse e lui della sua intenzione informò.
La seguente mattina messer Ricciardo, veggendo Paganino, con lui s'accontò e fece in poca d'ora una gran dimestichezza e amistà, infignendosi Paganino di conoscerlo e aspettando a che riuscir volesse.
Per che, quando tempo parve a messer Ricciardo, come meglio seppe e il più piacevolmente, la cagione per la quale venuto era gli discoperse, pregandolo che quello che gli piacesse prendesse e la donnagli rendesse.
Al quale Paganino con lieto viso rispose:
- Messere, voi siate il ben venuto, e rispondendo in brieve, vi dico così : egli è vero che io ho una giovane in casa, la qual non so se vostra moglie o d'altrui si sia, per ciò che voi io non conosco, né lei altressì se non in tanto quanto ella è meco alcun tempo dimorata.
Se voi siete suo marito, come voi dite, io, perciò che piacevol gentil uom mi parete, vi menerò da lei, e son certo che ella vi conoscerà bene.
Se essa dice che così sia come voi dite e vogliasene con voi venire, per amor della vostra piacevolezza quello che voi medesimo vorrete per riscatto di lei mi darete; ove così non fosse, voi fareste villania a torre, per ciò che io son giovane uomo e posso così come un altro tenere una femina, e spezialmente lei che è la più piacevole che io vidi mai.
Disse allora messer Ricciardo:
- Per certo ella è mia moglie, e se tu mi meni dove ella sia, tu il vedrai tosto; ella mi si gittarà incontanente al collo; e per ciò non domando che altramenti sia se non come tu medesimo hai divisato.
- Adunque, - disse Paganino - andiamo.
Andatisene adunque nella casa di Paganino e stando in una sua sala, Paganino la fece chiamare, ed ella vestita e acconcia uscì d'una camera e quivi venne dove messer Ricciardo con Paganino era, né altramenti fece motto a messer Ricciardo che fatto s'avrebbe ad un altro forestiere che con Paganino in casa sua venuto fosse.
Il che vedendo il giudice, che aspettava di dovere essere con grandissima festa ricevuto da lei, si maravigliò forte, e seco stesso cominciò a dire: - Forse che la malinconia e il lungo dolore che io ho avuto, poscia che io la perdei m'ha si trasfigurato che ella non mi riconosce - Per che egli disse:
- Donna, caro mi costa il menarti a pescare, per ciò che simil dolore non si sentì mai a quello che io ho poscia portato che io ti perdei, e tu non pare che mi riconoschi, sì salvaticamente motto mi fai.
Non vedi tu che io sono il tuo messer Ricciardo, venuto qui per pagare ciò che volesse questo gentile uomo, in casa cui noi siamo, per riaverti e per menartene; ed egli, la sua mercè, per ciò che io voglio, mi ti rende?
La donna rivolta a lui, un cotal pocolin sorridendo, disse:
- Messere, dite voi a me? Guardate che voi non m'abbiate colta in iscambio, chè, quanto è io, non mi ricordo che io vi vedessi giammai.
Disse messer Ricciardo:
- Guarda ciò.
che tu dì, guatami bene; se tu ti vorrai bene ricordare, tu vedrai bene che io sono il tuo Ricciardo di Chinzica.
La donna disse:
- Messere, voi mi perdonerete, forse non è egli così onesta cosa a me, come voi v'imaginate, il molto guardarvi, ma io v'ho nondimeno tanto guardato, che io conosco che io mai più non vi vidi.
Imaginossi messer Ricciardo che ella questo facesse per tema di Paganino, di non volere in sua presenza confessare di conoscerlo; per che, dopo alquanto, chiese di grazia a Paganino che in camera solo con esso lei le potesse parlare.
Paganin disse che gli piacea, sì veramente che egli non la dovesse contra suo piacere baciare; e alla donna comandò che con lui in camera andasse e udisse ciò che egli volesse dire, e come le piacesse gli rispondesse.
Andatisene adunque in camera la donna e messer Ricciardo soli, come a seder si furon posti, incominciò messer Ricciardo a dire:
- Deh, cuor del corpo mio, anima mia dolce, speranza mia, or non riconosci tu Ricciardo tuo che t'ama più che sé medesimo? Come può questo essere? Son io così trasfigurato? Deh, occhio mio bello, guatami pure un poco.
La donna incominciò a ridere e, senza lasciarlo dir più, disse:
- Ben sapete che io non sono sì smimorata, che io non conosca che voi siete messer Ricciardo di Chinzica mio marito; ma voi, mentre che io fu'con voi, mostraste assai male di conoscer me, per ciò che se voi eravate savio o sete, come volete esser tenuto, dovavate bene aver tanto conoscimento, che voi dovavate vedere che io era giovane e fresca e gagliarda, e per conseguente conoscere quello che alle giovani donne, oltre al vestire e al mangiar, bene che elle per vergogna nol dicano, si richiede; il che come voi il faciavate? voi il vi sapete.
E s'egli v'era più a grado lo studio delle leggi che la moglie, voi non dovavate pigliarla; benché a me non parve mai che voi giudice foste, anzi mi paravate un banditore di sagre e di feste, sì ben le sapavate, e le digiune e le vigilie.
E dicovi che se voi aveste tante feste fatte fare a' lavoratori che le vostre possessioni lavorano, quante faciavate fare a colui che il mio piccol campicello aveva a lavorare, voi non avreste mai ricolto granello di grano.
Sonmi abbattuta a costui che ha voluto Iddio, sì come pietoso ragguardatore della mia giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella qual non si sa che cosa festa sia (dico di quelle feste che voi, più divoto a Dio che a' servigi delle donne, cotante celebravate), né mai dentro a quello uscio entrò né sabato né venerdì né vigilia né quattro tempora né quaresima, ch'è così lunga, anzi di dì e di notte ci si lavora e battecisi la lana; e poi che questa notte sonò mattutino, so bene come il fatto andò da una volta in su.
E però con lui intendo di starmi e di lavorare mentre sarò giovane; e le feste e le perdonanze e i digiuni serbarmi a far quando sarò vecchia; e voi colla buona ventura sì ve n'andate il più tosto che voi potete, e senza me fate feste quante vi piace.
Messer Ricciardo, udendo queste parole, sosteneva dolore incomportabile, e disse, poi che lei tacer vide:
- Deh, anima mia dolce, che parole son quelle che tu dì? Or non hai tu riguardo all'onore de' parenti tuoi e al tuo? Vuo'tu innanzi star qui per bagascia di costui e in peccato mortale, che a Pisa mia moglie? Costui, quando tu gli sarai rincresciuta, con gran vitupero di te medesima ti caccerà via; io t'avrò sempre cara, e sempre, ancora che io non volessi, sarai donna della casa mia.
Dei tu per questo appetito disordinato e disonesto lasciar l'onor tuo e me, che t'amo più che la vita mia? Deh, speranza mia cara, non dir più così, voglitene venir con meco; io da quinci innanzi, poscia che io conosco il tuo disidero, mi sforzerò; e però, ben mio dolce, muta consiglio e vientene meco, ché mai ben non sentii poscia che tu tolta mi fosti.
A cui la donna rispose:
- Del mio onore non intendo io che persona, ora che non si può, sia più di me tenera; fossonne stati i parenti miei quando mi diedero a voi! li quali se non furono allora del mio, io non intendo d'essere al presente del loro; e se io ora sto in peccato mortaio, io starò quando che sia in peccato pestello: non ne siate più tenero di me.
E dicovi così, che qui mi pare esser moglie di Paganino, e a Pisa mi pareva esser vostra bagascia, pensando che per punti di luna e per isquadri di geometria si convenivano tra voi e me congiugnere i pianeti, dove qui Paganino tutta la notte mi tiene in braccio e strignemi e mordemi, e come egli mi conci Iddio ve 'l dica per me.
Anche dite voi che vi sforzerete: e di che? di farla in tre pace, e rizzare a mazzata? Io so che voi siete divenuto un prò cavaliere poscia che io non vi vidi.
Andate, e sforzatevi di vivere; ché mi pare anzi che no che voi ci stiate a pigione, sì tisicuzzo e tristanzuol mi parete.
E ancor vi dico più, che quando costui mi lascerà (ché non mi pare a ciò disposto, dove io voglia stare), io non intendo per ciò di mai tornare a voi, di cui, tutto premendovi, non si farebbe uno scodellin di salsa; per ciò che con mio grandissimo danno e interesse vi stetti una volta; per che in altra parte cercherei mia civanza.
Di che da capo vi dico che qui non ha festa né vigilia; laonde io intendo di starmi; e per ciò, come più tosto potete, v'andate con Dio, se non che io griderò che voi mi vogliate sforzare.
Messer Ricciardo, veggendosi a mal partito e pure allora conoscendo la sua follia d'aver moglie giovane tolta essendo spossato, dolente e tristo s'uscì della camera e disse parole assai a Paganino, le quali non montarono un frullo.
E ultimamente, senza alcuna cosa aver fatta, lasciata la donna, a Pisa si ritornò, e in tanta mattezza per dolor cadde che, andando per Pisa, a chiunque il salutava o d'alcuna cosa il domandava, niuna altra cosa rispondeva se non: - Il mal foro non vuol festa; - e dopo non molto tempo si morì.
Il che Paganin sentendo, e conoscendo l'amore che la donna gli portava, per sua legittima moglie la sposò, e senza mai guardar festa o vigilia o fare quaresima, quanto le gambe ne gli poteron portare, lavorarono e buon tempo si diedono.
Per la qual cosa, donne mie care, mi pare che ser Bernabò disputando con Ambrogiuolo cavalcasse la capra in verso il chino.
--------------------
Conclusione
Questa novella diè tanto che ridere a tutta la compagnia, che niun ve n'era a cui non dolessero le mascelle, e di pari consentimento tutte le donne dissono che Dioneo diceva vero e che Bernabò era stato una bestia.
Ma, poi che la novella fu finita e le risa ristate, avendo la reina riguardato che l'ora era omai tarda, e che tutti avean novellato, e la fine della sua signoria era venuta, secondo il cominciato ordine, trattasi la ghirlanda di capo, sopra la testa la pose di Neifile con lieto viso dicendo:
- Omai, cara compagna, di questo piccol popolo il governo sia tuo; - e a seder si ripose.
Neifile del ricevuto onore un poco arrossò e tal nel viso divenne qual fresca rosa d'aprile o di maggio in su lo schiarir del giorno si mostra, con gli occhi vaghi e scintillanti, non altramenti che mattutina stella, un poco bassi.
Ma poi che l'onesto romor de' circustanti, nel quale il favor loro verso la reina lietamente mostravano, si fu riposato ed ella ebbe ripreso l'animo, alquanto più alta che usata non era sedendo, disse:
- Poiché così è che io vostra reina sono, non dilungandomi dalla maniera tenuta per quelle che davanti a me sono state, il cui reggimento voi ubbidendo commendato avete, il parer mio in poche parole vi farò manifesto, il quale, se dal vostro consiglio sarà commendato, quel seguiremo.
Come voi sapete, domane è venerdì e il seguente dì sabato, giorni, per le vivande le quali s'usano in quegli, al quanto tediosi alle più genti; senza che 'l venerdì, avendo riguardo che in esso Colui che per la nostra vita morì sostenne passione, è degno di reverenza; per che giusta cosa e molto onesta reputerei, che, ad onor d'lddio, più tosto ad orazioni che a novelle vacassimo.
E il sabato appresso usanza è delle donne di lavarsi la testa e di tor via ogni polvere, ogni sì a pieno in quel dì l'ordine da noi preso nel vivere seguitare, similmente stimo sia ben fatto, quel dì del novellare ci posiamo.
Appresso, per ciò che noi qui quattro dì dimorate saremo, se noi vogliam tor via che gente nuova non ci sopravvenga, reputo opportuno di mutarci di qui e andarne altrove, e il dove io ho già pensato e proveduto.
Quivi quando noi saremo domenica appresso dormire adunati, avendo noi oggi avuto assai largo spazio da discorrere ragionando, sì perché più tempo da pensare avrete, e sì perché sarà ancora più bello che un poco si ristringa del novellare la licenzia e che sopra uno de' molti fatti della Fortuna si dica, ì ho pensato che questo sarà, di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse.
Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole, salvo sempre il privilegio di Dioneo.
Ciascun commendò il parlare e il diviso della reina, e così statuiron che fosse.
La quale appresso questo, fattosi chiamare il suo siniscalco, dove metter dovesse la sera le tavole, e quello appresso che far dovesse in tutto il tempo delta sua signoria pienamente gli divisò, e cosi fatto, in piè dirizzata colla sua brigata, a far quello che più piacesse a ciascuno gli licenziò.
Presero adunque le donne e gli uomini inverso un giardinetto la via, e quivi, poi che alquanto diportati si furono, l'ora della cena venuta, con festa e con piacer cenarono e da quella levati, come alla reina piacque, menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea, rispondendo l'altre, fu cantanta:
Qual donna canterà, s'i'non cant'io,
che son contenta d'ogni mio disio?
Vien dunque, Amor, cagion d'ogni mio bene,
d'ogni speranza e d'ogni lieto effetto;
cantiamo insieme un poco,
non de' sospir né delle amare pene
ch'or più dolce mi fanno il tuo diletto,
ma sol del chiaro foco,
nel quale ardendo in festa vivo e 'n gioco,
te adorando, come un mio iddio.
Tu mi ponesti innanzi agli occhi, Amore,
il primo dì ch'io nel tuo foco entrai,
un giovinetto tale,
che di biltà d'ardir, né di valore
non se ne troverebbe un maggior mai,
né pure a lui eguale:
di lui m'accesi tanto, che aguale
lieta ne canto teco, signor mio
E quel che 'n questo m'è sommo piacere,
è ch'io gli piaccio quanto egli a me piace,
Amor, la tua merzede;
perché in questo mondo il mio volere
posseggo, e spero nell'altro aver pace
per quella intera fede
che io gli porto.
Iddio che questo vede,
del regno suo ancor ne sarà pio.
Appresso questa, più altre se ne cantarono e più danze si fecero e sonarono diversi suoni.
Ma, estimando la reina tempo esser di doversi andare a posare, co' torchi avanti ciascuno alla sua camera se n'andò; e li due dì seguenti a quelle cose vacando che prima la reina aveva ragionate, con disiderio aspettarono la domenica.
Finisce la seconda giornata del Decameron
--------------------
Terza Giornata
Introduzione alla terza giornata
Novella prima
Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano di uno monistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui.
Novella seconda
Un pallafrenier giace con la moglie d'Agilulf re, di che Agilulf tacitamente s'accorge; truovalo e tondelo; il tonduto tutti gli altri tonde, e così campa della mala ventura.
Novella terza
Sotto spezie di confessione e di purissima conscienza una donna innamorata d'un giovane induce un solenne frate, senza avvedersene egli, a dar modo che 'l piacer di lei avesse intero effetto.
Novella quarta
Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà beato faccendo una sua penitenzia; la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo.
Novella quinta
Il Zima dona a messer Francesco Vergellesi un suo pallafreno, e per quello con licenzia di lui parla alla sua donna ed, ella tacendo, egli in persona di lei si risponde, e secondo la sua risposta poi l'effetto segue.
Novella sesta
Ricciardo Minutolo ama la moglie di Filippello Sighinolfo, la quale sentendo gelosa, col mostrare Filippello il dì seguente con la moglie di lui dovere essere ad un bagno, fa che ella vi va, e credendosi col marito essere stata, si truova che con Ricciardo è dimorata.
Novella settima
Tedaldo, turbato con una sua donna, si parte di Firenze; tornavi in forma di peregrino dopo alcun tempo; parla con la donna e falla del suo error conoscente, e libera il ma ito di lei da morte, che lui gli era provato che aveva ucciso, e co' fratelli il pacefica; e poi saviamente colla sua donna si gode.
Novella ottava
Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e dall'abate, che la moglie di lui si gode, tratto della sepoltura, è messo in prigione e fattogli credere che egli è in purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuolo dello abate nella moglie di lui generato.
Novella nona
Giletta di Nerbona guerisce il re di Francia d'una fistola; domanda per marito Beltramo di Rossiglione, il quale, contra sua voglia sposatala, a Firenze se ne va per isdegno, dove vagheggiando una giovane, in persona di lei Giletta giacque con lui ed ebbene due figliuoli; per che egli poi, avutola cara, per moglie la tenne.
Novella decima
Alibech diviene romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in inferno; poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale.
Conclusione della terza giornata
--------------------
Introduzione
Incomincia la terza giornata nella quale si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse.
L'aurora già di vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir rancia, quando la domenica la reina levata e fatta tutta la sua compagnia levare, e avendo già il siniscalco gran pezzo davanti mandato al luogo dove andar doveano assai delle cose opportune e chi quivi preparasse quello che bisognava, veggendo già la reina in cammino, prestamente fatta ogn'altra cosa caricare, quasi quindi il campo levato, colla salmeria n'andò e colla famiglia rimasa appresso delle donne e de' signori.
La reina adunque con lento passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto di forse venti usignuoli e altri uccelli, per una vietta non troppo usata, ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali per lo sopravvegnente sole tutti s'incominciavano ad aprire, prese il cammino verso l'occidente, e cianciando e motteggiando e ridendo colla sua brigata, senza essere andata oltre a dumilia passi, assai avanti che mezza terza fosse ad un bellissimo e ricco palagio, il quale alquanto rilevato dal piano sopra un poggetto era posto, gli ebbe condotti.
Nel quale entrati e per tutto andati, e avendo le gran sale, le pulite e ornate camere compiutamente ripiene di ciò che a camera s'appartiene, sommamente il commendarono e magnifico reputarono il signor di quello.
Poi, a basso discesi, e veduta l'ampissima e lieta corte di quello, le volte piene d'ottimi vini e la freddissima acqua e in gran copia che quivi surgea, più ancora il lodarono.
Quindi, quasi di riposo vaghi, sopra una loggia che la corte tutta signoreggiava, essendo ogni cosa piena di quei fiori che concedeva il tempo e di frondi, postisi a sedere, venne il discreto siniscalco, e loro con preziosissimi confetti e ottimi vini ricevette e riconfortò.
Appresso la qual cosa, fattosi aprire un giardino che di costa era al palagio, in quello, che tutto era dattorno murato, se n'entrarono; e parendo loro nella prima entrata di maravigliosa bellezza tutto insieme, più attentamente le parti di quello cominciarono a riguardare.
Esso avea dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime; tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevan gran vista di dovere quello anno assai uve fare; e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre cose che per lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in oriente; le latora delle quali vie tutte di rosai bianchi e vermigli e di gelsomini erano quasi chiuse; per le quali cose, non che la mattina, ma qualora il sole era più alto, sotto odorifera e dilettevole ombra, senza esser tocco da quello, vi si poteva per tutto andare.
Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a raccontare; ma niuna n'è laudevole, la quale il nostro aere patisca, di che quivi non sia abondevolmente.
Nel mezzo del quale (quello che è non men commendabile che altra cosa che vi fosse, ma molto più), era un prato di minutissima erba e verde tanto che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e i nuovi e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma ancora all'odorato facevan piacere.
Nel mezzo del qual prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli.
Iv'entro, non so se da natural vena o da artificiosa, per una figura la quale sopra una colonna che nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e sì alta verso il cielo, che poi non senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea, che di meno avria macinato un mulino.
La qual poi (quella dico che soprabbondava al pieno della fonte) per occulta via del pratello usciva e, per canaletti assai belli e artificiosamente fatti, fuori di quello divenuta palese, tutto lo 'ntorniava; e quindi per canaletti simili quasi per ogni parte del giardin discorrea, raccogliendosi ultimamente in una parte dalla quale del bel giardino avea l'uscita, e quindi verso il pian discendendo chiarissima, avanti che a quel divenisse, con grandissima forza e con non piccola utilità del signore, due mulina volgea.
Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante la e la fontana co' ruscelletti procedenti da quella, tanto piacque a ciascuna donna e a' tre giovani che tutti cominciarono ad affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare, né pensare, oltre a questo, qual bellezza gli si potesse aggiugnere.
Andando adunque contentissimi dintorno per quello, faccendosi di vari rami d'albori ghirlande bellissime, tuttavia udendo forse venti maniere di canti d'uccelli quasi a pruova l'un dell'altro cantare, s'accorsero d'una dilettevol bellezza, della quale, dall'altre soprappresi, non s'erano ancora accorti; ché essi videro il giardin pieno forse di cento varietà di belli animali, e l'uno all'altro mostrandolo, d'una parte uscir conigli, d'altra parte correr lepri, e dove giacer cavriuoli, e in alcuna cerbiatti giovani andar pascendo, e, oltre a questi, altre più maniere di non nocivi animali, ciascuno a suo diletto, quasi dimestichi, andarsi a sollazzo; le quali cose, oltre agli altri piaceri, un vie maggior piacere aggiunsero.
Ma poi che assai, or questa cosa or quella veggendo, andati furono, fatto dintorno alla bella fonte metter le tavole, e quivi prima sei canzonette cantate e alquanti balli fatti, come alla reina piacque, andarono a mangiare, e con grandissimo e bello e riposato ordine serviti, e di buone e dilicate vivande, divenuti più lieti su si levarono, e a' suoni e a' canti e a' balli da capo si dierono, infino che alla reina, per lo caldo sopravvegnente, parve ora che, a cui piacesse, s'andasse a dormire.
De' quali chi vi andò e chi, vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle, ma, quivi dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede.
Ma, poi che, passata la nona, ciascuno levato si fu, e il viso colla fresca acqua rinfrescato s'ebbero, nel prato, sì come alla reina piacque, vicini alla fontana venutine, e in quello secondo il modo usato postisi a sedere, ad aspettar cominciarono di dover novellare sopra la materia dalla reina proposta.
De' quali il primo a cui la reina tal carico impose fu Filostrato, il quale cominciò in questa guisa.
--------------------
Novella Prima
Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano di uno monistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui.
Bellissime donne, assai sono di quegli uomini e di quelle femine che sì sono stolti, che credono troppo bene che, come ad una giovane è sopra il capo posta la benda bianca e in dosso messale la nera cocolla, che ella più non sia femina né più senta de' feminili appetiti se non come se di pietra l'avesse fatta divenire il farla monaca; e se forse alcuna cosa contra questa lor credenza n'odono, così si turbano come se contra natura un grandissimo e scelerato male fosse stato commesso, non pensando né volendo aver rispetto a sé medesimi, li quali la piena licenzia di poter far quel che vogliono non può saziare, né ancora alle gran forze dell'ozio e della solitudine.
E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene che la zappa e la vanga e le grosse vivande e i disagi tolgano del tutto a' lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendan loro d'intelletto e d'avvedimento grossissimi.
Ma quanto tutti coloro che così credono sieno ingannati, mi piace, poi che la reina comandato me l'ha, non uscendo della proposta fatta da lei, di farvene più chiare con una piccola novelletta.
In queste nostre contrade fu, ed è ancora, un monistero di donne assai famoso di santità (il quale io non nomerò per non diminuire in parte alcuna la fama sua), nel quale, non ha gran tempo, non essendovi allora più che otto donne con una badessa, e tutte giovani, era un buono omicciuolo d'un loro bellissimo giardino ortolano, il quale, non contentandosi del salario, fatta la ragion sua col castaldo delle donne, a Lamporecchio, là ond'egli era, se ne tornò.
Quivi, tra gli altri che lietamente il raccolsono, fu un giovane lavoratore forte e robusto e, secondo uom di villa, con bella persona e con viso assai piacevole, il cui nome era Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato fosse.
Il buono uomo, che Nuto avea nome, gliele disse.
Il quale Masetto domandò, di che egli il monistero servisse.
A cui Nuto rispose:
- Io lavorava un loro giardino bello e grande e, oltre a questo, andava alcuna volta al bosco per le legne, attigneva acqua e faceva cotali altri servigetti; ma le donne mi davano sì poco salaro, che io non ne potevo appena pure pagare i calzari.
E, oltre a questo, elle son tutte giovani e parmi ch'elle abbiano il diavolo in corpo, ché non si può far cosa niuna al lor modo; anzi, quand'io lavorava alcuna volta l'orto, l'una diceva: - Pon qui questo; - e l'altra: - Pon qui quello; - e l'altra mi toglieva la zappa di mano e diceva: - Questo non sta bene; - e davanmi tanta seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e uscivami dell'orto; sì che, tra per l'una cosa e per l'altra, io non vi volli star più e sonmene venuto.
Anzi mi pregò il castaldo loro, quando io me ne venni, che, se io n'avessi alcuno alle mani che fosse da ciò, che io gliele mandassi, e io gliele promisi; ma tanto il faccia Dio san delle reni, quanto io o ne procaccerò o ne gli manderò niuno.
A Masetto, udendo egli le parole di Nuto, venne nell'animo un disidero sì grande d'esser con queste monache, che tutto se ne struggea, comprendendo per le parole di Nuto che a lui dovrebbe poter venir fatto di quello che egli disiderava.
E avvisandosi che fatto non gli verrebbe se a Nuto ne dicesse niente, gli disse:
- Deh come ben facesti a venirtene! Che è un uomo a star con femine? Egli sarebbe meglio a star con diavoli: elle non sanno delle sette volte le sei quello che elle si vogliono elleno stesse.
Ma poi, partito il lor ragionare, cominciò Masetto a pensare che via dovesse tenere a dovere potere esser con loro; e conoscendo che egli sapeva ben fare quegli servigi che Nuto diceva, non dubitò di perder per quello, ma temette di non dovervi esser ricevuto per ciò che troppo era giovane e appariscente.
Per che, molte cose divisate seco, imaginò: - Il luogo è assai lontano di qui e niuno mi vi conosce; se io so far vista d'esser mutolo, per certo io vi sarò ricevuto.
- E in questa imaginazione fermatosi, con una sua scure in collo, senza dire ad alcuno dove s'andasse, in guisa d'un povero uomo se n'andò al monistero; dove pervenuto, entrò dentro e trovò per ventura il castaldo nella corte; al quale faccendo suoi atti come i mutoli fanno, mostrò di domandargli mangiare per l'amor di Dio e che egli, se bisognasse, gli spezzerebbe delle legne.
Il castaldo gli diè da mangiar volentieri, e appresso questo gli mise innanzi certi ceppi che Nuto non avea potuto spezzare, li quali costui, che fortissimo era, in poca d'ora ebbe tutti spezzati.
Il castaldo, che bisogno avea d'andare al bosco, il menò seco, e quivi gli fece tagliate delle legne; poscia, messogli l'asino innanzi, con suoi cenni gli fece intendere che a casa ne le recasse.
Costui il fece molto bene, per che il castaldo a far fare certe bisogne che gli eran luogo più giorni vel tenne.
De quali avvenne che uno dì la badessa il vide, e domandò il castaldo chi egli fosse.
Il quale le disse:
- Madonna, questi è un povero uomo mutolo e sordo, il quale un di questi dì ci venne per limosina, sì che io gli ho fatto bene, e hogli fatte fare assai cose che bisogno c'erano.
Se egli sapesse lavorar l'orto e volesseci rimanere, io mi credo che noi n'avremmo buon servigio, per ciò che egli ci bisogna, ed egli è forte e potrebbene l'uom fare ciò che volesse; e, oltre a questo, non vi bisognerebbe d'aver pensiero che egli motteggiasse queste vostre giovani.
A cui la badessa disse:
- In fè di Dio tu di'il vero.
Sappi se egli sa lavorare e ingegnati di ritenercelo; dagli qualche paio di scarpette qualche cappuccio vecchio, e lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da mangiare.
Il castaldo disse di farlo.
Masetto non era guari lontano, ma faccendo vista di spazzar la corte tutte queste parole udiva, e seco lieto diceva: - Se voi mi mettete costà entro, io vi lavorrò sì l'orto che mai non vi fu così lavorato.
-
Ora, avendo il castaldo veduto che egli ottimamente sapea lavorare e con cenni domandatolo se egli voleva star quivi, e costui con cenni rispostogli che far voleva ciò che egli volesse, avendolo ricevuto, gl'impose che egli l'orto lavorasse e mostrogli quello che a fare avesse; poi andò per altre bisogne del monistero, e lui lasciò.
Il quale lavorando l'un dì appresso l'altro, le monache incominciarono a dargli noia e a metterlo in novelle, come spesse volte avviene che altri fa de' mutoli, e dicevangli le più scelerate parole del mondo, non credendo da lui essere intese; e la badessa, che forse estimava che egli così senza coda come senza favella fosse, di ciò poco o niente si curava.
Or pure avvenne che costui un dì avendo lavorato molto e riposandosi, due giovinette monache, che per lo giardino andavano, s'appressarono là dove egli era, e lui che sembiante facea di dormire cominciarono a riguardare.
Per che l'una, che alquanto era più baldanzosa, disse all'altra:
- Se io credessi che tu mi tenessi credenza, io ti direi un pensiero che io ho avuto più volte, il quale forse anche a te potrebbe giovare.
L'altra rispose:
- Di'sicuramente, ché per certo io nol dirò mai a persona.
Allora la baldanzosa incominciò:
- Io non so se tu t'hai posto mente come noi siamo tenute strette, né che mai qua entro uomo alcuno osa entrare, se non il castaldo ch'è vecchio e questo mutolo; e io ho più volte a più donne, che a noi son venute, udito dire che tutte l'altre dolcezze del mondo sono una beffa a rispetto di quella quando la femina usa con l'uomo.
Per che io m'ho più volte messo in animo, poiché con altrui non posso, di volere con questo mutolo provare se così è.
Ed egli è il miglior del mondo da ciò costui; ché, perché egli pur volesse, egli nol potrebbe né saprebbe ridire.
Tu vedi ch'egli è un cotal giovanaccio sciocco, cresciuto innanzi al senno; volentieri udirei quello che a te ne pare.
- Ohimè, - disse l'altra - che è quello che tu di'? Non sai tu che noi abbiam promesso la virginità nostra a Dio?
- O, - disse colei - quante cose gli si promettono tutto 'l dì, che non se ne gli attiene niuna! se noi gliele abbiam promessa, truovisi un'altra o dell'altre che gliele attengano.
A cui la compagna disse:
- O se noi ingravidassimo, come andrebbe il fatto?
Quella allora disse:
- Tu cominci ad aver pensiero del mal prima che egli ti venga; quando cotesto avvenisse, allora si vorrà pensare; egli ci avrà mille modi da fare sì che mai non si saprà, pur che noi medesime nol diciamo.
Costei, udendo ciò, avendo già maggior voglia che l'altra di provare che bestia fosse l'uomo, disse:
- Or bene, come faremo?
A cui colei rispose:
- Tu vedi ch'egli è in su la nona; io mi credo che le suore sien tutte a dormire, se non noi; guatiam per l'orto se persona ci è, e s'egli non ci è persona, che abbiam noi a fare se non a pigliarlo per mano e menarlo in questo capannetto, là dove egli fugge l'acqua; e quivi l'una si stea dentro con lui e l'altra faccia la guardia? Egli è sì sciocco, che egli s'acconcerà comunque noi vorremo.
Masetto udiva tutto questo ragionamento, e disposto ad ubidire, niuna cosa aspettava se non l'esser preso dall'una di loro.
Queste, guardato ben per tutto e veggendo che da niuna parte potevano esser vedute, appressandosi quella che mosse avea le parole a Masetto, lui destò, ed egli incontanente si levò in piè.
Per che costei con atti lusinghevoli presolo per la mano, ed egli faccendo cotali risa sciocche, il menò nel capannetto, dove Masetto senza farsi troppo invitare quel fe ce che ella volle.
La quale, sì come leale compagna, avuto quel che volea, diede all'altra luogo, e Masetto, pur mostrandosi semplice, faceva il lor volere.
Per che avanti che quindi si dipartissono, da una volta in su ciascuna provar volle come il mutolo sapea cavalcare; e poi, seco spesse volte ragionando, dicevano che bene era così dolce cosa, e più, come udito aveano; e prendendo a convenevoli ore tempo, col mutolo s'andavano a trastullare.
Avvenne un giorno che una lor compagna, da una finestretta della sua cella di questo fatto avvedutasi, a due altre il mostrò.
E prima tennero ragionamento insieme di doverle accusare alla badessa; poi, mutato consiglio e con loro accordatesi, partefici divennero del podere di Masetto.
Alle quali l'altre tre per diversi accidenti divenner compagne in vari tempi.
Ultimamente la badessa, che ancora di queste cose non s'accorgea, andando un dì tutta sola per lo giardino, essendo il caldo grande, trovò Masetto (il qual di poca fatica il dì, per lo troppo cavalcar della notte, aveva assai) tutto disteso al l'ombra d'un mandorlo dormirsi, e avendogli il vento i panni dinanzi levati indietro, tutto stava scoperto.
La qual cosa riguardando la donna, e sola vedendosi, in quel medesimo appetito cadde che cadute erano le sue monacelle; e, destato Masetto, seco nella sua camera nel menò, dove parecchi giorni, con gran querimonia dalle monache fatta che l'ortolano non venia a lavorar l'orto, il tenne, provando e riprovando quella dolcezza la qual essa prima all'altre solea biasimare.
Ultimamente della sua camera alla stanza di lui rimandatolne, e molto spesso rivolendolo, e oltre a ciò più che parte volendo da lui, non potendo Masetto sodisfare a tante, s'avvisò che il suo esser mutolo gli potrebbe, se più stesse, in troppo gran danno resultare.
E perciò una notte colla badessa essendo, rotto lo scilinguagnolo, cominciò a dire:
- Madonna, io ho inteso che un gallo basta assai bene a dieci galline, ma che dieci uomini possono male o con fatica una femina sodisfare, dove a me ne conviene servir nove, al che per cosa del mondo io non potrei durare; anzi son io, per quello che infino a qui ho fatto, a tal venuto che io non posso far né poco né molto; e perciò o voi mi lasciate andar con Dio, o voi a questa cosa trovate modo.
La donna udendo costui parlare, il quale ella teneva mutolo, tutta stordì, e disse:
- Che è questo? Io credeva che tu fossi mutolo.
- Madonna, - disse Masetto - io era ben così, ma non per natura, anzi per una infermità che la favella mi tolse, e solamente da prima questa notte la mi sento essere restituita, di che io lodo Iddio quant'io posso.
La donna sel credette, e domandollo che volesse dir ciò che egli a nove aveva a servire.
Masetto le disse il fatto.
Il che la badessa udendo, s'accorse che monaca non avea che molto più savia non fosse di lei; per che, come discreta, senza lasciar Masetto partire, dispose di voler colle sue monache trovar modo a questi fatti, acciò che da Masetto non fosse il monistero vituperato.
Ed essendo di que'dì morto il lor castaldo, di pari consenatimento, apertosi tra tutte ciò che per addietro da tutte era stato fatto, con piacer di Masetto ordinarono che le genti circustanti credettero che, per le loro orazioni e per gli meriti del santo in cui intitolato era il monistero, a Masetto, stato lungamente mutolo, la favella fosse restituita, e lui castaldo fecero; e per sì fatta maniera le sue fatiche partirono, che egli le poté comportare.
Nelle quali, come che esso assai monachin generasse, pur sì discretamente procedette la cosa che niente se ne sentì se non dopo la morte della badessa, essendo già Masetto presso che vecchio e disideroso di tornarsi ricco a casa; la qual cosa saputa, di leggier gli fece venir fatto.
Così adunque Masetto vecchio, padre e ricco, senza aver fatica di nutricar figliuoli o spesa di quegli, per lo suo avvedimento avendo saputo la sua giovanezza bene adoperare, donde con una scure in collo partito s'era se ne tornò, affermando che così trattava Cristo chi gli poneva le corna sopra 'l cappello.
--------------------
Novella Seconda
Un pallafrenier giace con la moglie d'Agilulf re, di che Agilulf tacitamente s'accorge; truovalo e tondelo; il tonduto tutti gli altri tonde, e così campa della mala ventura.
Essendo la fine venuta della novella di Filostrato, della quale erano alcuna volta un poco le donne arrossate e alcun'altra se ne avevan riso, piacque alla reina che Pampinea novellando seguisse.
La quale, con ridente viso incominciando, disse.
Sono alcuni sì poco discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di sentire quello che per lor non fa di sapere, che alcuna volta per questo riprendendo i disavveduti difetti in altrui, si credono la loro vergogna scemare, dove essi l'accrescono in infinito; e che ciò sia vero, nel suo contrario mostrandovi l'astuzia d'un forse di minor valore tenuto che Masetto, nel senno d'un valoroso re, vaghe donne, intendo che per me vi sia dimostrato.
Agilulf re de' longobardi, sì come i suoi predecessori avevan fatto, in Pavia città di Lombardia fermò il solio del suo regno, avendo presa per moglie Teudelinga, rimasa vedova d'Autari re stato similmente de' longobardi, la quale fu bellissima donna, savia e onesta molto, ma male avventurata in amadore.
Ed essendo alquanto per la virtù e per lo senno di questo re Agilulf le cose de' longobardi prospere e in quiete, avvenne che un pallafreniere della detta reina, uomo quanto a nazione di vilissima condizione, ma per altro da troppo più che da così vil mestiere, e della persona bello e grande così come il re fosse, senza misura della reina s'innamorò.
E per ciò che il suo basso stato non gli avea tolto che egli non conoscesse questo suo amore esser fuor d'ogni convenienza, sì come savio, a niuna persona il palesava, né eziandio a lei con gli occhi ardiva di scoprirlo.
E quantunque senza alcuna speranza vivesse di dover mai a lei piacere, pur seco si gloriava che in alta parte avesse allogati i suoi pensieri; e, come colui che tutto ardeva in amoroso fuoco, studiosamente faceva, oltre ad ogn'altro de' suoi compagni, ogni cosa la qual credeva che alla reina dovesse piacere.
Per che interveniva che la reina, dovendo cavalcare, più volentieri il palla freno da costui guardato cavalcava che alcuno altro; il che quando avveniva, costui in grandissima grazia sel reputava; e mai dalla staffa non le si partiva, beato tenendosi qualora pure i panni toccar le poteva.
Ma, come noi veggiamo assai sovente avvenire, quanto la speranza diventa minore tanto l'amor maggior farsi, così in questo povero pallafreniere avvenia, in tanto che gravissimo gli era il poter comportare il gran disio così nascoso come facea, non essendo da alcuna speranza atato; e più volte seco, da questo amor non potendo disciogliersi, diliberò di morire.
E pensando seco del modo, prese per partito di voler questa
morte per cosa per la quale apparisse lui morire per lo amore che alla reina aveva portato e portava; e questa cosa propose di voler che tal fosse, che egli in essa tentasse la sua fortuna in potere o tutto o parte aver del suo disidero.
Né si fece a voler dir parole alla reina o a voler per lettere far sentire il suo amore, ché sapeva che in vano o direbbe o scriverrebbe; ma a voler provare se per ingegno colla reina giacer potesse.
Né altro ingegno né via c'era se non trovar modo come egli in persona del re, il quale sapea che del continuo con lei non giacea, potesse a lei pervenire e nella sua camera entrare.
Per che, acciò che vedesse in che maniera e in che abito il re, quando a lei andava, andasse, più volte di notte in una gran sala del palagio del re, la quale in mezzo era tra la camera del re e quella della reina, si nascose; e in tra l'altre una notte vide il re uscire della sua camera inviluppato in un gran mantello e aver dall'una mano un torchietto acceso e dall'altra una bacchetta, e andare alla camera della reina e senza dire alcuna cosa percuotere una volta o due l'uscio della camera con quella bacchetta, e incontanente essergli aperto e toltogli di mano il torchietto.
La qual cosa venuta, e similmente vedutolo ritornare, pensò di così dover fare egli altressì; e trovato modo d'avere un mantello simile a quello che al re veduto avea e un torchietto e una mazzuola, e prima in una stufa lavatosi bene, acciò che non forse l'odore del letame la reina noiasse o la facesse accorgere dello inganno, con queste cose, come usato era, nella gran sala si nascose.
E sentendo che già per tutto si dormia, e tempo parendogli o di dovere al suo disiderio dare effetto o di far via con alta cagione alla bramata morte, fatto colla pietra e collo acciaio che seco portato avea un poco di fuoco, il suo torchietto accese, e chiuso e avviluppato nel mantello se n'andò all'uscio della camera e due volte il percosse colla bacchetta.
La camera da una cameriera tutta sonnochiosa fu aperta, e il lume preso e occultato; laonde egli, senza alcuna cosa dire, dentro alla cortina trapassato e posato il mantello, se n'entrò nel letto nel quale la reina dormiva.
Egli disiderosamente in braccio recatalasi, mostrandosi turbato (per ciò che costume del re esser sapea che quando turbato era niuna cosa voleva udire), senza dire alcuna cosa o senza essere a lui detta, più volte carnalmente la reina cognobbe.
E come che grave gli paresse il partire, pur temendo non la troppa stanza gli fosse cagione di volgere l'avuto diletto in tristizia, si levò, e ripreso il suo mantello e il lume, senza alcuna cosa dire se n'andò , e come più tosto potè si tornò al letto suo.
Nel quale appena ancora esser poteva, quando il re, levatosi, alla camera andò della reina, di che ella si maravigliò forte; ed essendo egli nel letto entrato e lietamente salutatala, ella, dalla sua letizia preso ardire, disse:
- O signor mio, questa che novità è stanotte? Voi vi partite pur testé da me; e oltre l'usato modo di me avete preso piacere, e così tosto da capo ritornate? Guardate ciò che voi fate.
Il re, udendo queste parole, subitamente presunse la reina da similitudine di costumi e di persona essere stata ingannata; ma, come savio, subitamente pensò, poi vide la reina accorta non se n'era né alcuno altro, di non volernela fare accorgere.
Il che molti sciocchi non avrebbon fatto, ma avrebbon detto: - Io non ci fu'io, chi fu colui che ci fu? come andò? chi ci venne? - Di che molte cose nate sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristata la donna e datole materia di disiderare altra volta quello che già sentito avea; e quello che tacendo niuna vergogna gli poteva tornare, parlando s'arebbe vitupero recato.
Risposele adunque il re, più nella mente che nel viso o che nelle par