DELL'ARTE DELLA GUERRA, di Niccolo' Machiavelli - pagina 11
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Questi sono i modi che si possono tenere da una battaglia, quando, sola, dee passare per i luoghi sospetti.
Nondimeno la battaglia soda, sanza corna e sanza piazza è meglio.
Pure, volendo assicurare i disarmati, quella cornuta è necessaria.
Fanno i Svizzeri ancora molte forme di battaglie; tra le quali ne fanno una a modo di croce, perché, negli spazi che sono tra i rami di quella, tengono sicuri dall'urto de' nimici i loro scoppiettieri.
Ma perché simili battaglie sono buone a combattere da per loro, e la intenzione mia è mostrare come più battaglie unite insieme combattono, non voglio affaticarmi altrimenti in dimostrarle.
COSIMO E' mi pare avere assai bene compreso il modo che si dee tenere a esercitare gli uomini in queste battaglie; ma, se mi ricorda bene, voi avete detto come, oltre alle dieci battaglie, voi aggiugnevi al battaglione mille picche estraordinarie e cinquecento veliti estraordinarii.
Questi non gli vorresti voi descrivere ed esercitare?
FABRIZIO Vorrei, e con diligenza grandissima.
E le picche eserciterei almeno bandiera per bandiera, negli ordini delle battaglie, come gli altri; perché di questi io mi servirei più che delle battaglie ordinarie in tutte le fazioni particolari, come è fare scorte, predare, e simili cose.
Ma i veliti gli eserciterei alle case sanza ridurli insieme; perché, sendo l'ufficio loro combattere rotti, non è necessario che convenghino con li altri negli esercizi comuni, perché assai sarebbe esercitargli bene negli esercizi particolari.
Deonsi adunque, come in prima vi dissi né ora mi pare fatica replicarlo, fare esercitare i suoi uomini in queste battaglie, in modo che sappiano tenere le file, conoscere i luoghi loro, tornarvi subito quando o nimico o sito gli perturbi, perché, quando si sa fare questo, facilmente s'impara poi il luogo che ha a tenere una battaglia e quale sia l'ufficio suo negli eserciti.
E quando uno principe o una republica durerà fatica e metterà diligenza in questi ordini e in queste esercitazioni, sempre avverrà che nel paese suo saranno buoni soldati; ed essi fieno superiori a' loro vicini e saranno quegli che daranno e non riceveranno le leggi dagli altri uomini.
Ma, come io vi ho detto, il disordine nel quale si vive fa che si straccurano e non si istimano queste cose; e però gli eserciti nostri non son buoni; e se pure ci fusse o capi o membra naturalmente virtuosi, non la possono dimostrare.
COSIMO Che carriaggi vorresti voi che avesse ciascuna di queste battaglie?
FABRIZIO La prima cosa, io non vorrei che né centurione né capodieci avesse da ire a cavallo; e se il connestabole volesse cavalcare vorrei ch'egli avesse mulo e non cavalio.
Permettere'gli bene due carriaggi e uno a qualunque centurione e due ad ogni tre capidieci, perché tanti ne alloggiamo per alloggiamento, come nel suo luogo direno; talmente che ogni battaglia verrebbe avere trentasei carriaggi; i quali vorrei portassono di necessità le tende, i vasi da cuocere, scure e pali di ferro in sufficienza per fare gli alloggiamenti e, di poi, se altro potessono, a commodità loro.
COSIMO Io credo che i capi da voi ordinati in ciascuna di queste battaglie sieno necessarii; nondimeno io dubiterei che tanti comandatori non si confondessero.
FABRIZIO Cotesto sarebbe quando non si referissono a uno, ma, referendosi, fanno ordine; anzi sanza essi è impossibile reggersi; perché uno muro il quale da ogni parte inclini, vuole piuttosto assai puntegli e spessi, ancora che non così forti, che pochi, ancora che gagliardi, perché la virtù d'uno solo non rimedia alla rovina discosto.
E però conviene che negli eserciti, e tra ogni dieci uomini, sia uno di più vita, di più cuore o almeno di più autorità, il quale con lo animo, con le parole, con lo esemplo tenga gli altri fermi e disposti al combattere.
E che queste cose da me dette sieno necessarie in uno esercito, come i capi, le bandiere, i suoni, si vede che noi l'abbiamo tutte ne' nostri eserciti; ma niuna fa l'ufficio suo.
Prima, i capidieci, a volere che facciano quello per che sono ordinati, è necessario abbia, come ho detto, ciascuno distinti i suoi uomini, alloggi con quegli, faccia le fazioni, stia negli ordini con quegli; perché collocati ne' luoghi loro sono come uno rigo e temperamento a mantenere le file diritte e ferme, ed è impossibile ch'elle disordinino o, disordinando, non si riduchino tosto ne' luoghi loro.
Ma noi oggi non ce ne serviamo ad altro che a dare loro più soldo che agli altri e a fare che facciano qualche fazione particolare.
Il medesimo ne interviene delle bandiere, perché si tengono piuttosto per fare bella una mostra, che per altro militare uso.
Ma gli antichi se ne servivano per guida e per riordinarsi; perché ciascuno, ferma che era la bandiera, sapeva il luogo che teneva presso alla sua bandiera e vi ritornava sempre.
Sapeva ancora come, movendosi e stando quella, avevano a fermarsi o a muoversi.
Però è necessario in uno esercito che vi sia assai corpi, e ogni corpo abbia la sua bandiera e la sua guida; perché, avendo questo, conviene ch'egli abbia assai anime e, per consequente, assai vita.
Deono adunque i fanti camminare secondo la bandiera e la bandiera muoversi secondo il suono; il quale suono, bene ordinato, comanda allo esercito; il quale, andando con i passi che rispondano a' tempi di quello, viene a servare facilmente gli ordini.
Onde che gli antichi avieno sufoli, pifferi e suoni modulati perfettamente; perché, come chi balla procede con il tempo della musica e, andando con quella, non erra, così uno esercito, ubbidendo nel muoversi a quel suono, non si disordina.
E però variavano il suono, secondo che volevano variare il moto e secondo che volevano accendere o quietare o fermare gli animi degli uomini.
E come i suoni erano varii, così variamente gli nominavano.
Il suono dorico generava costanzia, il frigio furia, donde che dicono che, essendo Alessandro a mensa e sonando uno il suono frigio, gli accese tanto l'animo, che misse mano all'armi.
Tutti questi modi sarebbe necessario ritrovare; e quando questo fusse difficile, non si vorrebbe almeno lasciare indietro quegli che insegnassono ubbidire al soldato; i quali ciascuno può variare e ordinare a suo modo, pure che con la pratica assuefaccia gli orecchi de' suoi soldati a conoscerli.
Ma oggi di questo suono non se ne cava altro frutto in maggiore parte, che fare quel rumore.
COSIMO Io disidererei intendere da voi, se mai con voi medesimo l'avete discorso, donde nasca tanta viltà e tanto disordine e tanta negligenza, in questi tempi, di questo esercizio.
FABRIZIO Io vi dirò volentieri quello che io ne pensi.
Voi sapete come degli uomini eccellenti in guerra ne sono stati nominati assai in Europa, pochi in Affrica e meno in Asia.
Questo nasce perché queste due ultime parti del mondo hanno avuto uno principato o due, e poche republiche; ma l'Europa solamente ha avuto qualche regno e infinite republiche.
Gli uomini diventono eccellenti e mostrano la loro virtù, secondo che sono adoperati e tirati innanzi dal principe loro, o republica o re che si sia.
Conviene pertanto che, dove è assai potestadi, vi surga assai valenti uomini; dove ne è poche, pochi.
In Asia si truova Nino, Ciro, Artaserse, Mitridate, e pochissimi altri che a questi facciano compagnia.
In Affrica si nominano, lasciando stare quella antichità egizia, Massinissa, Iugurta, e quegli capitani che dalla republica cartaginese furono nutriti; i quali ancora, rispetto a quegli d'Europa, sono pochissimi; perché in Europa sono gli uomini eccellenti sanza numero, e tanti più sarebbero, se insieme con quegli si nominassono gli altri che sono stati dalla malignità del tempo spenti; perché il mondo è stato più virtuoso dove sono stati più Stati che abbiano favorita la virtù o per necessità o per altra umana passione.
Sursero adunque in Asia pochi uomini, perché quella provincia era tutta sotto uno regno, nel quale, per la grandezza sua, stando esso la maggior parte del tempo ozioso, non poteva nascere uomini nelle faccende eccellenti.
All'Affrica intervenne il medesimo; pure vi se ne nutrì più, rispetto alla republica cartaginese.
Perché delle republiche esce più uomini eccellenti che de' regni, perché in quelle il più delle volte si onora la virtù, ne' regni si teme; onde ne nasce che nell'una gli uomini virtuosi si nutriscono, nell'altra si spengono.
Chi considererà adunque la parte d'Europa, la troverrà essere stata piena di republiche e di principati, i quali, per timore che l'uno aveva dell'altro, erano constretti a tenere vivi gli ordini militari e onorare coloro che in quegli più si prevalevano.
Perché in Grecia, oltre al regno de' Macedoni, erano assai republiche, e in ciascuna di quelle nacquero uomini eccellentissimi.
In Italia erano i Romani, i Sanniti, i Toscani, i Galli Cisalpini.
La Francia e la Magna era piena di republiche e di principi; la Ispagna quel medesimo.
E benché a comparazione de' Romani se ne nominino pochi altri, nasce dalla malignità degli scrittori, i quali seguitano la fortuna, e a loro il più delle volte basta onorare i vincitori.
Ma egli non è ragionevole che tra i Sanniti e i Toscani, i quali combatterono cento cinquanta anni col popolo romano prima che fussero vinti, non nascessero moltissimi uomini eccellenti.
E così medesimamente in Francia e in Ispagna.
Ma quella virtù che gli scrittori non celebrano negli uomini particolari, celebrano generalmente ne' popoli, dove esaltano infino alle stelle l'ostinazione che era in quegli per difendere la libertà loro.
Sendo adunque vero che, dove sia più imperii, surga più uomini valenti, seguita di necessità che, spegnendosi quelli, si spenga di mano in mano la virtù, venendo meno la cagione che fa gli uomini virtuosi.
Essendo pertanto di poi cresciuto l'imperio romano, e avendo spente tutte le republiche e i principati d'Europa e d'Affrica e in maggior parte quelli dell'Asia, non lasciò alcuna via alla virtù, se non Roma.
Donde ne nacque che cominciarono gli uomini virtuosi a essere pochi in Europa come in Asia; la quale virtù venne poi in ultima declinazione, perché, sendo tutta la virtù ridotta in Roma, come quella fu corrotta, venne a essere corrotto quasi tutto il mondo; e poterono i popoli Sciti venire a predare quello Imperio il quale aveva la virtù d'altri spenta e non saputo mantenere la sua.
E benché poi quello Imperio, per la inundazione di quegli barbari, si dividesse in più parti, questa virtù non vi è rinata; l'una, perché si pena un pezzo a ripigliare gli ordini quando sono guasti; l'altra, perché il modo del vivere d'oggi, rispetto alla cristiana religione, non impone quella necessità al difendersi, che anticamente era; perché, allora, gli uomini vinti in guerra o s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo schiavi, dove menavano la loro vita miseramente; le terre vinte o si desolavano o ne erano cacciati gli abitatori, tolti loro i beni, mandati dispersi per il mondo; tanto che i superati in guerra pativano ogni ultima miseria.
Da questo timore spaventati, gli uomini tenevano gli esercizi militari vivi e onoravano chi era eccellente in quegli.
Ma oggi questa paura in maggior parte è perduta; de' vinti, pochi se ne ammazza; niuno se ne tiene lungamente prigione, perché con facilità si liberano.
Le città, ancora ch'elle si sieno mille volte ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini ne' beni loro, in modo che il maggior male che si tema è una taglia; talmente che gli uomini non vogliono sottomettersi agli ordini militari e stentare tuttavia sotto quegli, per fuggire quegli pericoli de' quali temono poco.
Di poi queste provincie d'Europa sono sotto pochissimi capi, rispetto allora; perché tutta la Francia obedisce a uno re, tutta l'Ispagna a un altro, l'Italia è in poche parti; in modo che le città deboli si difendono con lo accostarsi a chi vince, e gli stati gagliardi, per le cagioni dette, non temono una ultima rovina.
COSIMO E' si sono pur vedute molte terre andare a sacco, da venticinque anni in qua, e perdere de' regni, il quale esemplo doverrebbe insegnare agli altri vivere e ripigliare alcuno degli ordini antichi.
FABRIZIO Egli è quello che voi dite; ma se voi noterete quali terre sono ite a sacco, voi non troverrete ch'elle sieno de' capi degli stati, ma delle membra: come si vede che fu saccheggiata Tortona e non Milano, Capova e non Napoli, Brescia e non Vinegia, Ravenna e non Roma.
I quali esempli non fanno mutare di proposito chi governa, anzi gli fa stare più nella loro opinione di potersi ricomperare con le taglie; e per questo non vogliono sottoporsi agli affanni degli esercizi della guerra, parendo loro, parte non necessario, parte uno viluppo che non intendono.
Quegli altri che sono servi, a chi tali esempli doverrebbero fare paura, non hanno potestà di rimediarvi; e quegli principi, per avere perduto lo stato, non sono più a tempo, e quegli che lo tengono, non sanno e non vogliono; perché vogliono sanza alcuno disagio stare con la fortuna e non con la virtù loro, perché veggono che, per esserci poca virtù, la fortuna governa ogni cosa, e vogliono che quella gli signoreggi, non essi signoreggiare quella.
E che questo che io ho discorso sia vero, considerate la Magna; nella quale, per essere assai principati e republiche, vi è assai virtù, e tutto quello che nella presente milizia è di buono, depende dallo esemplo di quegli popoli; i quali, sendo tutti gelosi de' loro stati, temendo la servitù (il che altrove non si teme) tutti si mantengono signori e onorati.
Questo voglio che basti avere detto a mostrare le cagioni della presente viltà, secondo l'opinione mia.
Non so se a voi pare il medesimo, o se vi fusse nata, per questo ragionare, alcuna dubitazione.
COSIMO Niuna; anzi rimango di tutto capacissimo.
Solo disidero, tornando alla materia principale nostra, intendere da voi come voi ordineresti i cavagli con queste battaglie, e quanti e come capitanati e come armati.
FABRIZIO E' vi pare forse che io gli abbia lasciati indietro; di che non vi maravigliate, perché io sono per due cagioni per parlarne poco: l'una, perché il nervo e la importanza dello esercito è la fanteria; l'altra, perché questa parte di milizia è meno corrotta che quella de' fanti; perché, s'ella non è più forte dell'antica, ell'è al pari.
Pure si è detto, poco innanzi, del modo dello esercitargli.
E quanto allo armargli, io gli armerei come al presente si fa, così i cavagli leggieri come gli uomini d'arme.
Ma i cavagli leggieri vorrei che fussero tutti balestrieri con qualche scoppiettiere tra loro; i quali, benché negli altri maneggi di guerra sieno poco utili, sono a questo utilissimi: di sbigottire i paesani e levargli di sopra uno passo che fusse guardato da loro, perché più paura farà loro un scoppiettiere che venti altri armati.
Ma, venendo al numero, dico che, avendo tolto a imitare la milizia romana, io non ordinerei se non trecento cavagli utili per ogni battaglione; de' quali vorrei ne fusse centocinquanta uomini d'arme e centocinquanta cavagli leggieri; e darei a ciascuna di queste parti uno capo, faccendo poi tra loro quindici capidieci per banda, dando a ciascuna uno suono e una bandiera.
Vorrei che ogni dieci uomini d'arme avessero cinque carriaggi e, ogni dieci cavalli leggieri, due; i quali, come quegli de' fanti, portassero le tende, i vasi, e le scure e i pali e, sopravanzando, gli altri arnesi loro.
Né crediate che questo sia disordine, vedendo ora come gli uomini d'arme hanno al loro servizio quattro cavagli, perché tale cosa è una corruttela; perché si vede nella Magna quegli uomini d'arme essere soli con il loro cavallo; solo avere, ogni venti, uno carro che porta loro dietro le cose loro necessarie.
I cavagli de' Romani erano medesimamente soli; vero è che i triarii alloggiavano propinqui alla cavalleria, i quali erano obligati a sumministrare aiuto a quella nel governo de' cavagli; il che si può facilmente imitare da noi, come nel distribuire degli alloggiamenti vi si mostrerà.
Quello, adunque, che facevano i Romani, e quello che fanno oggi i Tedeschi, possiamo fare ancora noi, anzi, non lo faccendo, si erra.
Questi cavagli ordinati e descritti insieme col battaglione, si potrebbero qualche volta mettere insieme, quando si ragunassono le battaglie, e fare che tra loro facessero qualche vista d'assalto, il quale fussi più per riconoscersi insieme, che per altra necessità.
Ma sia per ora detto di questa parte abbastanza; e discendiamo a dare forma a uno esercito per potere presentare la giornata al nimico e sperare di vincerla; la quale cosa è il fine per il quale si ordina la milizia e tanto studio si mette in quella.
LIBRO TERZO
COSIMO Poiché noi mutiamo ragionamento, io voglio che si muti domandatore, perché io non vorrei essere tenuto presuntuoso; il che sempre ho biasimato negli altri.
Però io depongo la dittatura, e do questa autorità a chi la vuole di questi altri miei amici.
ZANOBI E' ci era gratissimo che voi seguitassi; pure, poiché voi non volete, dite almeno quale di noi dee succedere nel luogo vostro.
COSIMO Io voglio dare questo carico al signore.
FABRIZIO Io sono contento prenderlo, e voglio che noi seguitiamo il costume viniziano: che il più giovane parli prima, perché, sendo questo esercizio da giovani, mi persuado che i giovani sieno più atti a ragionarne, come essi sono più pronti a esequirlo.
COSIMO Adunque e' tocca a voi, Luigi.
E come io ho piacere di tale successore, così voi vi sodisfarete di tale domandatore.
Però vi priego torniamo alla materia e non perdiamo più tempo.
FABRIZIO Io son certo che, a volere dimostrare bene come si ordina uno esercito per far la giornata, sarebbe necessario narrare come i Greci e i Romani ordinavano le schiere negli loro eserciti.
Nondimeno, potendo voi medesimi leggere e considerare queste cose mediante gli scrittori antichi, lascerò molti particolari indietro, e solo ne addurrò quelle cose che di loro mi pare necessario imitare, a volere ne' nostri tempi dare alla milizia nostra qualche parte di perfezione.
Il che farà che in uno tempo io mostrerò come uno esercito si ordini alla giornata, e come si affronti nelle vere zuffe, e come si possa esercitarlo nelle finte.
Il maggiore disordine che facciano coloro che ordinano uno esercito alla giornata, è dargli solo una fronte e obligarlo a uno impeto e una fortuna.
Il che nasce dallo avere perduto il modo che tenevano gli antichi a ricevere l'una schiera nell'altra; perché, sanza questo modo, non si può né sovvenire a' primi, né difendergli, né succedere nella zuffa in loro scambio; il che da' Romani era ottimamente osservato.
Per volere adunque mostrare questo modo, dico come i Romani avevano tripartita ciascuna legione in astati, principi e triarii; de' quali, gli astati erano messi nella prima fronte dello esercito con gli ordini spessi e fermi; dietro a' quali erano i principi, ma posti con gli loro ordini più radi: dopo questi mettevano i triarii, e con tanta radità di ordini che potessono, bisognando, ricevere tra loro i principi e gli astati.
Avevano, oltre a questi, i funditori e i balestrieri e gli altri armati alla leggiera; i quali non stavano in questi ordini, ma li collocavano nella testa dello esercito tra li cavagli e i fanti.
Questi, adunque, leggermente armati appiccavano la zuffa; se vincevano, il che occorreva rade volte, essi seguivano la vittoria; se erano ributtati, si ritiravano per i fianchi dello esercito o per gli intervalli a tale effetto ordinati, e si riducevano tra' disarmati.
Dopo la partita de' quali venivano alle mani con il nimico gli astati; i quali, se si vedevano superare, si ritiravano a poco a poco per la radità degli ordini tra' principi e, insieme con quegli, rinnovavano la zuffa.
Se questi ancora erano sforzati, si ritiravano tutti nella radità degli ordini de' triarii e, tutti insieme, fatto uno mucchio, ricominciavano la zuffa; e se questi la perdevano, non vi era più rimedio, perché non vi restava più modo a rifarsi.
I cavagli stavano sopra alli canti dello esercito, posti a similitudine di due alie a uno corpo; e or combattevano con i cavagli, or sovvenivano i fanti, secondo che il bisogno lo ricercava.
Questo modo di rifarsi tre volte è quasi impossibile a superare, perché bisogna che tre volte la fortuna ti abbandoni e che il nimico abbia tanta virtù che tre volte ti vinca.
I Greci non avevano con le loro falangi questo modo di rifarsi; e benché in quelle fusse assai capi e di molti ordini, nondimeno ne facevano un corpo, ovvero una testa.
Il modo ch'essi tenevano in sovvenire l'uno l'altro era, non di ritirarsi l'uno ordine nell'altro, come i Romani, ma di entrare l'uno uomo nel luogo dell'altro.
Il che facevano in questo modo: la loro falange era ridotta in file; e pognamo che mettessono per fila cinquanta uomini, venendo poi con la testa sua contro al nimico; di tutte le file, le prime sei potevano combattere perché le loro lance, le quali chiamavano sarisse, erano sì lunghe che la sesta fila passava con la punta della sua lancia fuora della prima fila.
Combattendo, adunque, se alcuno della prima o per morte o per ferite cadeva, subito entrava nel luogo suo quello che era di dietro nella seconda fila, e, nel luogo che rimaneva vòto della seconda, entrava quello che gli era dietro nella terza; e così successive in uno subito le file di dietro instauravano i difetti di quegli davanti; in modo che le file sempre restavano intere e niuno luogo era di combattitori vacuo, eccetto che la fila ultima, la quale si veniva consumando per non avere dietro alle spalle chi la instaurasse, in modo che i danni che pativano le prime file consumavano le ultime, e le prime restavano sempre intere; e così queste falangi, per l'ordine loro, si potevano piuttosto consumare che rompere, perché il corpo grosso le faceva più immobili.
Usarono i Romani, nel principio, le falangi, e instruirono le loro legioni a similitudine di quelle.
Di poi non piacque loro questo ordine, e divisero le legioni in più corpi, cioè in coorti e in manipuli; perché giudicarono, come poco fa dissi, che quel corpo avesse più vita, che avesse più anime, e che fusse composto di più parti, in modo che ciascheduna per sé stessa si reggesse.
I battaglioni de' Svizzeri usano in questi tempi tutti i modi della falange, così nello ordinarsi grossi e interi, come nel sovvenire l'uno l'altro; e nel fare la giornata pongono i battaglioni l'uno a' fianchi dell'altro; e, se li mettono dietro l'uno all'altro, non hanno modo che il primo, ritirandosi, possa essere ricevuto dal secondo; ma tengono, per potere sovvenire l'uno l'altro, quest'ordine: che mettono uno battaglione innanzi e un altro dietro a quello in su la man ritta, tale che, se il primo ha bisogno d'aiuto, quello si può fare innanzi e soccorrerlo.
Il terzo battaglione mettono dietro a questi, ma discosto un tratto di scoppietto.
Questo fanno perché, sendo quegli due ributtati, questo si possa fare innanzi, e abbiano spazio, e i ributtati e quel che si fa innanzi, a evitare l'urto l'uno dell'altro; perché una moltitudine grossa non può essere ricevuta come un corpo piccolo, e però i corpi piccoli e distinti che erano in una legione romana si potevano collocare in modo che si potessono tra loro ricevere e l'uno l'altro con facilità sovvenire.
E che questo ordine de' Svizzeri non sia buono quanto lo antico romano, lo dimostrano molti esempli delle legioni romane quando si azzuffarono con le falangi greche; e sempre queste furono consumate da quelle, perché la generazione dell'armi, come io dissi dianzi, e questo modo di rifarsi, poté più che la solidità delle falangi.
Avendo, adunque, con questi esempli a ordinare uno esercito, mi è parso ritenere l'armi e i modi, parte delle falangi greche, parte delle legioni romane; e però io ho detto di volere in uno battaglione dumila picche, che sono l'armi delle falangi macedoniche, e tremila scudi con la spada, che sono l'armi de' Romani.
Ho diviso il battaglione in dieci battaglie, come i Romani; la legione in dieci coorti.
Ho ordinato i veliti, cioè l'armi leggieri, per appiccare la zuffa come loro.
E perché così, come l'armi sono mescolate e participano dell'una e dell'altra nazione, ne participino ancora gli ordini, ho ordinato che ogni battaglia abbia cinque file di picche in fronte e il restante di scudi, per potere, con la fronte, sostenere i cavagli e entrare facilmente nelle battaglie de' nimici a piè, avendo nel primo scontro le picche, come il nimico, le quali voglio mi bastino a sostenerlo, gli scudi, poi, a vincerlo.
E se voi noterete la virtù di questo ordine, voi vedrete queste armi tutte fare interamente l'ufficio loro; perché le picche sono utili contro a' cavagli, e, quando vengono contro a' fanti, fanno bene l'ufficio loro prima che la zuffa si ristringa; perché, ristretta ch'ella è, diventano inutili.
Donde che i Svizzeri, per fuggire questo inconveniente, pongono dopo ogni tre file di picche una fila d'alabarde; il che fanno per dare spazio alle picche, il quale non è tanto che basti.
Ponendo adunque le nostre picche davanti e gli scudi di dietro, vengono a sostenere i cavagli e, nello appiccare la zuffa, aprono e molestano i fanti; ma poi che la zuffa è ristretta, e ch'elle diventerebbono inutili, succedono gli scudi e le spade; i quali possono in ogni strettura maneggiarsi.
LUIGI Noi aspettiamo ora con disiderio di intendere come voi ordineresti l'esercito a giornata con queste armi e con questi ordini.
FABRIZIO E io non voglio ora dimostrarvi altro che questo.
Voi avete a intendere come in uno esercito romano ordinario, il quale chiamavano esercito consolare, non erano più che due legioni di cittadini romani, che erano secento cavagli e circa undicimila fanti.
Avevano di poi altrettanti fanti e cavagli, che erano loro mandati dagli amici e confederati loro; i quali dividevano in due parti e chiamavano, l'una, corno destro e, l'altra, corno sinistro; né mai permettevano che questi fanti ausiliari passassero il numero de' fanti delle legioni loro; erano bene contenti che fusse più numero quello de' cavagli.
Con questo esercito, che era di ventiduemila fanti e circa dumila cavagli utili, faceva uno consolo ogni fazione e andava a ogni impresa.
Pure, quando bisognava opporsi a maggiori forze, raccozzavano due consoli con due eserciti.
Dovete ancora notare come, per l'ordinario, in tuttatré l'azioni principali che fanno gli eserciti, cioè camminare, alloggiare e combattere, mettevano le legioni in mezzo; perché volevano che quella virtù in la quale più confidavano, fusse più unita, come nel ragionare di tuttatré queste azioni vi si mostrerà.
Quegli fanti ausiliarii, per la pratica che avevano con i fanti legionari, erano utili quanto quelli; perché erano disciplinati come loro e però, nel simile modo, nello ordinare la giornata gli ordinavano.
Chi adunque sa come i Romani disponevano una legione nell'esercito a giornata, sa come lo disponevano tutto.
Però, avendovi io detto come essi dividevano una legione in tre schiere, e come l'una schiera riceveva l'altra, vi vengo ad avere detto come tutto lo esercito in una giornata si ordinava.
Volendo io pertanto ordinare una giornata a similitudine de' Romani come quegli avevano due legioni, io prenderò due battaglioni, e, disposti questi, si intenderà la disposizione di tutto uno esercito; perché nello aggiungere più genti non si arà a fare altro che ingrossare gli ordini.
Io non credo che bisogni che io vi ricordi quanti fanti abbia uno battaglione, e come egli ha dieci battaglie, e che capi sieno per battaglia, e quali armi abbiano, e quali sieno le picche e i veliti ordinarii e quali gli estraordinarii; perché poco fa ve lo dissi distintamente, e vi ricordai lo mandassi alla memoria come cosa necessaria a volere intendere tutti gli altri ordini; e però io verrò alla dimostrazione dell'ordine sanza replicare altro.
E' mi pare che le dieci battaglie d'uno battaglione si pongano nel sinistro fianco e, le dieci altre dell'altro, nel destro.
Ordininsi quelle del sinistro in questo modo: pongansi cinque battaglie l'una allato all'altra nella fronte, in modo che tra l'una e l'altra rimanga uno spazio di quattro braccia che vengano a occupare, per larghezza, centoquarantuno braccio di terreno e, per la lunghezza, quaranta.
Dietro a queste cinque battaglie ne porrei tre altre, discosto per linea retta dalle prime quaranta braccia; due delle quali venissero dietro per linea retta alle estreme delle cinque, e l'altra tenesse lo spazio di mezzo.
E così verrebbero queste tre ad occupare per larghezza e per lunghezza il medesimo spazio che le cinque; ma, dove le cinque hanno tra l'una e l'altra una distanza di quattro braccia, queste l'arebbero di trentatré.
Dopo queste porrei le due ultime battaglie pure dietro alle tre, per linea retta e distanti, da quelle tre, quaranta braccia; e porrei ciascuna d'esse dietro alle estreme delle tre, tale che lo spazio che restasse tra l'una e l'altra sarebbe novantuno braccio.
Terrebbero adunque tutte queste battaglie così ordinate, per larghezza, centoquarantuno braccio e, per lunghezza, dugento.
Le picche estraordinarie distenderei lungo i fianchi di queste battaglie dal lato sinistro, discosto venti braccia da quelle, faccendone centoquarantatré file a sette per fila; in modo ch'elle fasciassono con la loro lunghezza tutto il lato sinistro delle dieci battaglie, nel modo da me detto, ordinate; e ne avanzerebbe quaranta file per guardare i carriaggi e i disarmati che rimanessono nella coda dello esercito, distribuendo i capidieci e i centurioni ne' luoghi loro; e degli tre connestaboli ne metterei uno nella testa, l'altro nel mezzo, il terzo nell'ultima fila, il quale facesse l'ufficio del tergiduttore; ché così chiamavano gli antichi quello che era proposto alle spalle dello esercito.
Ma, ritornando alla testa dello esercito, dico come io collocherei appresso alle picche estraordinarie i veliti estraordinarii, che sapete che sono cinquecento, e darei loro uno spazio di quaranta braccia.
A lato a questi, pure in su la man manca, metterei gli uomini d'arme, e vorrei avessero uno spazio di centocinquanta braccia.
Dopo questi, i cavagli leggieri, a' quali darei il medesimo spazio che alle genti d'arme.
I veliti ordinarii lascerei intorno alle loro battaglie, i quali stessono in quegli spazi che io pongo tra l'una battaglia e l'altra, che sarebbero come ministri di quelle, se già egli non mi paresse da metterli sotto le picche estraordinarie; il che farei, o no, secondo che più a proposito mi tornasse.
Il capo generale di tutto il battaglione metterei in quello spazio che fusse tra 'l primo e il secondo ordine delle battaglie, ovvero nella testa e in quello spazio che è tra l'ultima battaglia delle prime cinque e le picche estraordinarie, secondo che più a proposito mi tornasse, con trenta o quaranta uomini intorno, scelti e che sapessono per prudenza esequire una commissione e per fortezza sostenere uno impeto; e fusse ancora esso in mezzo del suono e della bandiera.
Questo è l'ordine col quale io disporrei uno battaglione nella parte sinistra, che sarebbe la disposizione della metà dell'esercito; e terrebbe, per larghezza, cinquecento undici braccia e, per lunghezza, quanto di sopra si dice, non computando lo spazio che terrebbe quella parte delle picche estraordinarie che facessono scudo a' disarmati, che sarebbe circa cento braccia.
L'altro battaglione disporrei sopra 'l destro canto, in quel modo appunto che io ho disposto quello del sinistro, lasciando dall'uno battaglione all'altro uno spazio di trenta braccia, nella testa del quale spazio porrei qualche carretta di artiglieria, dietro alle quali stesse il capitano generale di tutto l'esercito e avesse intorno, con il suono e con la bandiera capitana, dugento uomini almeno, eletti, a piè la maggior parte, tra' quali ne fusse dieci, o più, atti a esequire ogni comandamento; e fusse in modo a cavallo e armato, che potesse essere e a cavallo e a piè, secondo che il bisogno ricercasse.
L'artiglierie dell'esercito, bastano dieci cannoni per la espugnazione delle terre, che non passassero cinquanta libbre di portata; de' quali in campagna mi servirei più per la difesa degli alloggiamenti che per fare giornata; l'altra artiglieria tutta fusse piuttosto di dieci che di quindici libbre di portata.
Questa porrei innanzi alla fronte di tutto l'esercito, se già il paese non stesse in modo che io la potessi collocare per fianco in luogo securo, dov'ella non potesse dal nimico essere urtata.
Questa forma di esercito così ordinato può, nel combattere, tenere l'ordine delle falangi e l'ordine delle legioni romane; perché nella fronte sono picche, sono tutti i fanti ordinati nelle file, in modo che, appiccandosi col nimico e sostenendolo, possono ad uso delle falangi ristorare le prime file con quelli di dietro.
Dall'altra parte, se sono urtati in modo che fieno necessitati rompere gli ordini e ritirarsi, possono entrare negli intervalli delle seconde battaglie che hanno dietro, e unirsi con quelle, e di nuovo, fatto uno mucchio, sostenere il nimico e combatterlo.
E quando questo non basti, possono nel medesimo modo ritirarsi la seconda volta, e la terza combattere; sì che in questo ordine, quanto al combattere, ci è da rifarsi e secondo il modo greco e secondo il romano.
Quanto alla fortezza dell'esercito, non si può ordinare più forte; perché l'uno e l'altro corno è munitissimo e di capi e di armi, né gli resta debole altro che la parte di dietro de' disarmati; e quella ha ancora fasciati i fianchi dalle picche estraordinarie.
Né può il nimico da alcuna parte assaltarlo che non lo truovi ordinato; e la parte di dietro non può essere assaltata, perché non può essere nimico che abbia tante forze che equalmente ti possa assalire da ogni banda; perché, avendole, tu non ti hai a mettere in campagna seco.
Ma quando fusse il terzo più di te e bene ordinato come te, se si indebolisce per assaltarti in più luoghi, una parte che tu ne rompa, tutto va male.
Da' cavagli, quando fussono più che i tuoi, sei sicurissimo; perché gli ordini delle picche che ti fasciano, ti difendano da ogni impeto di quegli, quando bene i tuoi cavagli fussero ributtati.
I capi, oltre a questo, sono disposti in lato che facilmente possono comandare e ubbidire.
Gli spazi che sono tra l'una battaglia e l'altra e tra l'uno ordine e l'altro, non solamente servono a potere ricevere l'uno l'altro, ma ancora a dare luogo a' mandati che andassono e venissono per ordine del capitano.
E com'io vi dissi prima, i Romani avevano per esercito circa ventiquattromila uomini, così debbe essere questo; e come il modo del combattere e la forma dell'esercito gli altri soldati lo prendevano dalle legioni, così quelli soldati che voi aggiugnessi agli due battaglioni vostri arebbero a prendere la forma e ordine da quelli.
Delle quali cose avendone posto uno esemplo, è facil cosa imitarlo; perché, accrescendo o due altri battaglioni all'esercito, o tanti soldati degli altri quanti sono quegli, egli non si ha a fare altro che duplicare gli ordini e, dove si pose dieci battaglie nella sinistra parte, porvene venti, o ingrossando o distendendo gli ordini secondo che il luogo o il nimico ti comandasse.
LUIGI Veramente, signore, io mi immagino in modo questo esercito, che già lo veggo, e ardo d'uno disiderio di vederlo affrontare.
E non vorrei, per cosa del mondo, che voi diventassi Fabio Massimo, faccendo pensiero di tenere a bada il nimico e differire la giornata, perché io direi peggio di voi che il popolo romano non diceva di quello.
FABRIZIO Non dubitate.
Non sentite voi l'artiglierie? Le nostre hanno già tratto, ma poco offeso il nimico; e i veliti estraordinarii escono de' luoghi loro insieme con la cavalleria leggiere, e più sparsi e con maggiore furia e maggior grida che possono, assaltano il nimico; l'artiglieria del quale ha scarico una volta e ha passato sopra la testa de' nostri fanti sanza fare loro offensione alcuna.
E perch'ella non possa trarre la seconda volta, vedete i veliti e i cavagli nostri che l'hanno già occupata, e che i nimici, per difenderla, si sono fatti innanzi; tal che quella degli amici e nimici non può più fare l'ufficio suo.
Vedete con quanta virtù combattono i nostri, e con quanta disciplina, per lo esercizio che ne ha fatto loro fare abito e per la confidenza ch'egli hanno nell'esercito; il quale vedete che, col suo passo e con le genti d'arme allato, cammina ordinato per appiccarsi con l'avversario.
Vedete l'artiglierie nostre che, per dargli luogo e lasciargli lo spazio libero, si sono ritirate per quello spazio donde erano usciti i veliti.
Vedete il capitano che gli inanimisce e mostra loro la vittoria certa.
Vedete che i veliti ed i cavagli leggieri si sono allargati e ritornati ne' fianchi dell'esercito, per vedere se possono per fianco fare alcuna ingiuria alli avversarii.
Ecco che si sono affrontati gli eserciti.
Guardate con quanta virtù egli hanno sostenuto lo impeto de nimici, e con quanto silenzio, e come il capitano comanda agli uomini d'arme che sostengano e non urtino e dall'ordine delle fanterie non si spicchino.
Vedete come i nostri cavagli leggieri sono iti a urtare una banda di scoppiettieri nimici che volevano ferire per fianco, e come i cavagli nimici gli hanno soccorsi: tal che, rinvolti tra l'una e l'altra cavalleria, non possono trarre e ritiransi dietro alle loro battaglie.
Vedete con che furia le picche nostre si affrontano, e come i fanti sono già sì propinqui l'uno all'altro, che le picche non si possono più maneggiare; di modo che, secondo la disciplina imparata da noi, le nostre picche si ritirano a poco a poco tra gli scudi.
Guardate come, in questo tanto, una grossa banda d'uomini d'arme, nimici, hanno spinti gli uomini d'arme nostri dalla parte sinistra, e come i nostri, secondo la disciplina, si sono ritirati sotto le picche estraordinarie, e, con lo aiuto di quelle avendo rifatto testa, hanno ributtati gli avversari e morti buona parte di loro.
Intanto tutte le picche ordinarie delle prime battaglie si sono nascose tra gli ordini degli scudi, e lasciata la zuffa agli scudati; i quali guardate con quanta virtù, sicurtà e ozio ammazzano il nimico.
Non vedete voi quanto, combattendo, gli ordini sono ristretti, che a fatica possono menare le spade? Guardate con quanta furia i nimici muoiono.
Perché, armati con la picca e con la loro spada, inutile l'una per essere troppo lunga, l'altra per trovare il nimico troppo armato, in parte cascano feriti o morti, in parte fuggono.
Vedetegli fuggire dal destro canto; fuggono ancora dal sinistro, ecco che la vittoria è nostra.
Non abbiamo noi vinto una giornata felicissimamente? Ma con maggiore felicità si vincerebbe, se mi fusse concesso il metterla in atto.
E vedete che non è bisognato valersi né del secondo né del terzo ordine; che gli è bastata la nostra prima fronte a superargli.
In questa parte io non ho che dirvi altro, se non risolvere se alcuna dubitazione vi nasce.
LUIGI Voi avete con tanta furia vinta questa giornata, che io ne resto tutto ammirato e in tanto stupefatto, che io non credo potere bene esplicare se alcuno dubbio mi resta nell'animo.
Pure, confidandomi nella vostra prudenza, piglierò animo a dire quello che io intendo.
Ditemi prima: perché non facesti voi trarre le vostre artiglierie più che una volta? E perché subito le facesti ritirare dentro all'esercito, né poi ne facesti menzione? Parvemi ancora che voi ponessi l'artiglierie del nimico alte e ordinassile a vostro modo; il che può molto bene essere.
Pure, quando egli occorresse, che credo ch'egli occorrà spesso, che percuotano le schiere, che rimedio ne date? E poiché io mi sono cominciato dalle artiglierie, io voglio fornire tutta questa domanda, per non ne avere a ragionare più.
Io ho sentito a molti spregiare l'armi e gli ordini degli eserciti antichi, arguendo come oggi potrebbono poco, anzi tutti quanti sarebbero inutili, rispetto al furore delle artiglierie; perché queste rompono gli ordini e passono l'armi in modo, che pare loro pazzia fare uno ordine che non si possa tenere, e durare fatica a portare una arme che non ti possa difendere.
FABRIZIO Questa domanda vostra ha bisogno, perch'ella ha assai capi, d'una lunga risposta.
Egli è vero che io non feci tirare l'artiglieria più che una volta, e ancora di quella una stetti in dubbio.
La cagione è, perché egli importa più a uno guardare di non essere percosso, che non importa percuotere il nimico.
Voi avete a intendere che, a volere che una artiglieria non ti offenda, è necessario o stare dov'ella non ti aggiunga, o mettersi dietro a uno muro o dietro a uno argine.
Altra cosa non è che la ritenga, ma bisogna ancora che l'uno e l'altro sia fortissimo.
Quegli capitani che si riducono a fare giornata, non possono stare dietro a' muri o agli argini, né dove essi non sieno aggiunti.
Conviene adunque loro, poiché non possono trovare uno modo che gli difenda, trovarne uno per il quale essi sieno meno offesi; né possono trovare altro modo che preoccuparla subito.
Il modo del preoccuparla è andare a trovarla tosto e rotto, non adagio e in mucchio; perché, con la prestezza, non se le lascia raddoppiare il colpo e, per la radità, può meno numero d'uomini offendere.
Questo non può fare una banda di gente ordinata, perché, s'ella cammina ratta, ella si disordina; s'ella va sparsa, non dà quella fatica al nimico di romperla, perché si rompe per sé stessa.
E però io ordinai l'esercito in modo che potesse fare l'una cosa e l'altra; perché, avendo messo nelle sue corna mille veliti, ordinai che, dopo che le nostre artiglierie avessono tratto, uscissero insieme con la cavalleria leggiere a occupare l'artiglierie nimiche.
E però non feci ritrarre l'artiglieria mia, per non dare tempo alla nimica; perché e' non si poteva dare spazio a me e torlo ad altri.
E per quella cagione che io non la feci trarre la seconda volta, fu per non lasciare trarre la prima, acciò che, anche la prima volta, la nimica non potesse trarre.
Perché, a volere che l'artiglieria nimica sia inutile, non è altro rimedio che assaltarla; perché, se i nimici l'abbandonano, tu la occupi; se la vogliono difendere, bisogna se la lascino dietro; in modo che, occupata da' nimici e dagli amici, non può trarre.
Io crederrei che sanza esempli queste ragioni vi bastassero; pure, potendone dare degli antichi, lo voglio fare.
Ventidio venendo a giornata con li Parti, la virtù de' quali in maggior parte consisteva negli archi e nelle saette, gli lasciò quasi venire sotto i suoi alloggiamenti, avanti che traesse fuora l'esercito; il che solamente fece per poterli tosto occupare e non dare loro spazio a trarre.
Cesare in Francia referisce che, nel fare una giornata con gli nimici, fu con tanta furia assaltato da loro, che i suoi non ebbero tempo a trarre i dardi secondo la consuetudine romana.
Pertanto si vede che, a volere che una cosa che tira discosto, sendo alla campagna, non ti offenda, non ci è altro rimedio che, con quanta più celerità si può, occuparla.
Un'altra cagione ancora mi moveva a fare sanza trarre l'artiglieria, della quale forse voi vi riderete; pure io non giudico ch'ella sia da spregiarla.
E' non è cosa che facci maggiore confusione in uno esercito che impedirgli la vista; onde che molti gagliardissimi eserciti sono stati rotti, per essere loro stato impedito il vedere o dalla polvere o dal sole.
Non è ancora cosa che più impedisca la vista che 'l fumo che fa l'artiglieria nel trarla; però io crederrei che fusse più prudenza lasciare accecarsi il nimico da se stesso, che volere tu, cieco, andarlo a trovare.
Però o io non la trarrei, o (perché questo non sarebbe approvato, rispetto alla riputazione che ha l'artiglieria) io la metterei in su' corni dell'esercito, acciò che, traendola, con il fumo ella non accecasse la fronte di quello; che è la 'mportanza delle mie genti.
E che lo impedire la vista al nimico sia cosa utile, se ne può addurre per esemplo Epaminonda; il quale, per accecare l'esercito nimico che veniva a fare seco giornata, fece correre i suoi cavagli leggieri innanzi alla fronte de' nimici, perché levassono alta la polvere e gli impedissono la vista; il che gli dette vinta la giornata.
Quanto al parervi che io abbia guidati i colpi delle artiglierie a mio modo, faccendogli passare sopra la testa de' fanti, vi rispondo che sono molte più le volte, e sanza comparazione, che l'artiglierie grosse non percuotono le fanterie, che quelle ch'elle percuotono; perché la fanteria è tanto bassa e quelle sono sì difficili a trattare, che, ogni poco che tu l'alzi, elle passano sopra la testa de' fanti; e se l'abbassi, danno in terra, e il colpo non perviene a quegli.
Salvagli ancora la inequalità del terreno, perché ogni poco di macchia o di rialto che sia tra' fanti e quelle, le impedisce.
E quanto a' cavagli, e massime quegli degli uomini d'arme, perché hanno a stare più stretti che i leggieri, e per essere più alti possono essere meglio percossi, si può, infino che l'artiglierie abbiano tratto, tenergli nella coda dello esercito.
Vero è che assai più nuocono gli scoppietti e l'artiglierie minute, che quelle; alle quali è il maggiore rimedio venire alle mani tosto; e se nel primo assalto ne muore alcuno, sempre ne morì; e uno buono capitano e uno buono esercito non ha a temere uno danno che sia particolare, ma uno generale; ed imitare i Svizzeri, i quali non schifarono mai giornata sbigottiti dalle artiglierie; anzi puniscono di pena capitale quegli che per paura di quelle o si uscissero della fila o facessero con la persona alcuno segno di timore.
Io le feci, tratto ch'elle ebbero, ritirare nell'esercito, perch'elle lasciassero il passo libero alle battaglie.
Non ne feci più menzione, come di cosa inutile, appiccata che è la zuffa.
Voi avete ancora detto che, rispetto alla furia di questo instrumento, molti giudicano l'armi e gli ordini antichi essere inutili; e pare, per questo vostro parlare, che i moderni abbiano trovati ordini e armi che contro all'artiglieria sieno utili.
Se voi sapete questo, io arò caro che voi me lo insegniate, perché infino a qui non ce ne so io vedere alcuno, né credo se ne possa trovare.
In modo che io vorrei intendere da cotestoro, per quali cagioni i soldati a piè de' nostri tempi portano il petto o il corsaletto di ferro e quegli a cavallo vanno tutti coperti d'arme; perché, poi che dannano l'armare antico come inutile rispetto alle artiglierie, doverrebbero fuggire ancora queste.
Vorrei intendere anche per che cagione i Svizzeri, a similitudine degli antichi ordini, fanno una battaglia stretta di sei o ottomila fanti, e per quale cagione tutti gli hanno imitati, portando questo ordine quel medesimo pericolo, per conto dell'artiglierie, che si porterebbono quegli altri che dell'antichità si imitassero.
Credo che non saprebbero che si rispondere; ma se voi ne dimandassi i soldati che avessero qualche giudicio, risponderebbero, prima, che vanno armati, perché, sebbene quelle armi non gli difendono dalle artiglierie, gli difendono dalle balestre, dalle picche, dalle spade, da' sassi e da ogni altra offesa che viene da' nimici.
Risponderebbero ancora che vanno stretti insieme come i Svizzeri, per potere più facilmente urtare i fanti, per potere sostenere meglio i cavagli e per dare più difficultà al nimico a rompergli.
In modo che si vede che i soldati hanno a temere molte altre cose oltre alle artiglierie, dalle quali cose con l'armi e con gli ordini si difendono.
Di che ne seguita che, quanto meglio armato è uno esercito e quanto ha gli ordini suoi più serrati e più forti, tanto è più sicuro.
Tale che, chi è di quella opinione che voi dite, conviene o che sia di poca prudenza, o che a queste cose abbia pensato molto poco; perché, se noi veggiamo che una minima parte del modo dello armare antico che si usa oggi, che è la picca, è una minima parte di quegli ordini, che sono i battaglioni de' Svizzeri, ci fanno tanto bene e porgono agli eserciti nostri tanta fortezza, perché non abbiamo noi a credere che l'altre armi e gli altri ordini che si sono lasciati, sieno utili? Di poi, se noi non abbiamo riguardo all'artiglieria nel metterci stretti insieme come i Svizzeri, quali altri ordini ci possono fare più temere di quella? Con ciò sia cosa che niuno ordine può fare che noi temiamo tanto quella, quanto quegli che stringono gli uomini insieme.
Oltre a questo, se non mi sbigottisce l'artiglieria de' nimici nel pormi col campo a una terra dov'ella mi offende con più sua sicurtà (non la potendo io occupare per essere difesa dalle mura, ma solo col tempo con la mia artiglieria impedire di modo ch'ella può raddoppiare i colpi a suo modo), perché la ho io a temere in campagna dove io la posso tosto occupare? Tanto che io vi conchiudo questo: che l'artiglierie, secondo l'opinione mia, non impediscono che non si possano usare gli antichi modi e mostrare l'antica virtù.
E se io non avessi parlato altra volta con voi di questo instrumento, mi vi distenderei più; ma io mi voglio rimettere a quello che allora ne dissi.
LUIGI Noi possiamo avere inteso benissimo quanto voi ne avete circa l'artiglierie discorso; e, in somma, mi pare abbiate mostro che lo occuparle prestamente sia il maggiore rimedio si abbia con quelle, sendo in campagna e avendo uno esercito allo incontro.
Sopra che mi nasce una dubitazione: perché mi pare che il nimico potrebbe collocarle in lato, nel suo esercito, ch'elle vi offenderebbero, e sarebbono in modo guardate da' fanti, ch'elle non si potrebbero occupare.
Voi avete, se bene mi ricordo, nello ordinare lo esercito vostro a giornata, fatto intervalli di quattro braccia dall'una battaglia all'altra; fatto di venti quegli che sono dalle battaglie alle picche estraordinarie.
Se il nimico ordinasse l'esercito a similitudine del vostro, e mettesse l'artiglierie bene dentro in quegli intervalli, io credo che di quivi elle vi offenderebbero con grandissima sicurtà loro, perché non si potrebbe entrare nelle forze de' nimici a occuparle.
FABRIZIO Voi dubitate prudentissimamente, e io mi ingegnerò o di risolvervi il dubbio o di porvi il rimedio.
Io vi ho detto che continuamente queste battaglie, o per lo andare o per il combattere, sono in moto e sempre, per natura, si vengono a ristringere; in modo che, se voi fate gli intervalli di poca larghezza dove voi mettete l'artiglierie, in poco tempo son ristretti in modo che l'artiglieria non potrà più fare l'ufficio suo; se voi gli fate larghi per fuggire questo pericolo, voi incorrerete in uno maggiore; che voi per quegli intervalli non solamente date commodità al nimico di occuparvi l'artiglieria, ma di rompervi.
Ma voi avete a sapere ch'egli è impossibile tenere l'artiglierie tra le schiere, massime quelle che vanno in su le carrette, perché l'artiglierie camminano per uno verso e traggono per l'altro; di modo che, avendo a camminare e trarre, è necessario, innanzi al trarre, si voltino e, per voltarsi, vogliono tanto spazio che cinquanta carri d'artiglieria disordinerebbono ogni esercito.
Però è necessario tenerle fuora delle schiere, dov'elle possono essere combattute nel modo che poco fa dimostrammo.
Ma poniamo ch'elle vi si potessono tenere e che si potesse trovare una via di mezzo, e di qualità che, ristringendosi, non impedisse l'artiglieria e non fusse sì aperta ch'ella desse la via al nimico; dico che ci si rimedia facilmente col fare all'incontro intervalli nell'esercito tuo che dieno la via libera a' colpi di quella; e così verrà la furia sua ad essere vana.
Il che si può fare facilissimamente, perché, volendo il nimico che l'artiglieria sua stia sicura, conviene ch'egli la ponga dietro nell'ultima parte degli intervalli; in modo che i colpi di quella, a volere che non offendano i suoi proprii, conviene passino per una linea retta e per quella medesima, sempre; e però col dare loro luogo, facilmente si possono fuggire; perché questa è una regola generale: che a quelle cose le quali non si possono sostenere, si ha a dare la via, come facevano gli antichi a' liofanti e a' carri falcati.
Io credo, anzi sono più che certo, che vi pare che io abbia acconcia e vinta una giornata a mio modo; nondimeno io vi replico questo, quando non basti quanto ho detto infino a qui: che sarebbe impossibile che uno esercito, così ordinato e armato, non superasse nel primo scontro ogni altro esercito che si ordinasse come si ordinano gli eserciti moderni.
I quali il più delle volte non fanno se non una fronte, non hanno scudi e sono di qualità disarmati, che non possono difendersi dal nimico propinquo; ed ordinansi in modo che, se mettono le loro battaglie per fianco l'una all'altra, fanno l'esercito sottile; se le mettono dietro l'una all'altra, non avendo modo a ricevere l'una l'altra, lo fanno confuso e atto ad essere facilmente perturbato.
E benché essi pongano tre nomi agli loro eserciti e li dividano in tre schiere, antiguardo, battaglia e retroguardo, nondimeno non se ne servono ad altro che a camminare e a distinguere gli alloggiamenti; ma nelle giornate tutti gli obligano a uno primo impeto e a una prima fortuna.
LUIGI Io ho notato ancora, nel fare la vostra giornata, come la vostra cavalleria fu ributtata da' cavagli nimici, donde ch'ella si ritirò dalle picche estraordinarie; donde nacque che, con l'aiuto di quelle, sostenne e ripinse i nimici indietro.
Io credo che le picche possano sostenere i cavagli, come voi dite, ma in uno battaglione grosso e sodo, come fanno i Svizzeri; ma voi nel vostro esercito avete per testa cinque ordini di picche e, per fianco, sette, in modo che io non so come si possano sostenergli.
FABRIZIO Ancora che io v'abbia detto come sei file si adoperavano nelle falangi di Macedonia ad un tratto, nondimeno voi avete a intendere che uno battaglione de' Svizzeri, se fusse composto di mille file, non ne può adoperare se non quattro o, al più, cinque; perché le picche sono lunghe nove braccia; uno braccio e mezzo è occupato dalle mani; donde alla prima fila resta libero sette braccia e mezzo di picca.
La seconda fila, oltre a quello ch'ella occupa con mano, ne consuma uno braccio e mezzo nello spazio che resta tra l'una fila e l'altra; di modo che non resta di picca utile se non sei braccia.
Alla terza fila, per queste medesime ragioni, ne resta quattro e mezzo; alla quarta tre, alla quinta uno braccio e mezzo.
L'altre file, per ferire, sono inutili, ma servono a instaurare queste prime file, come avemo detto, e a fare come uno barbacane a quelle cinque.
Se adunque cinque delle loro file possono reggere i cavagli, perché non gli possono reggere cinque delle nostre, alle quali ancora non manca file dietro che le sostengano e facciano loro quel medesimo appoggio, benché non abbiano picche come quelle? E quando le file delle picche estraordinarie che sono poste ne' fianchi, vi paressono sottili, si potrebbe ridurle in uno quadro e porle per fianco alle due battaglie che io pongo nell'ultima schiera dell'esercito; dal quale luogo potrebbono facilmente tutte insieme favorire la fronte e le spalle dello esercito e prestare aiuto a' cavagli, secondo che il bisogno lo ricercasse.
LUIGI Useresti voi sempre questa forma di ordine, quando voi volessi fare giornata?
FABRIZIO No, in alcun modo: perché voi avete a variare la forma dell'esercito secondo la qualità del sito e la qualità e quantità del nimico; come se ne mostrerà, avanti che si fornisca questo ragionamento, qualche esemplo.
Ma questa forma vi si è data, non tanto come più gagliarda che l'altre, che è in vero gagliardissima, quanto perché da quella prendiate una regola e uno ordine a sapere conoscere i modi d'ordinare l'altre; perché ogni scienza ha le sue generalità, sopra le quali in buona parte si fonda.
Una cosa solo vi ricordo: che mai voi non ordiniate esercito in modo che, chi combatte dinanzi, non possa essere sovvenuto da quegli che sono posti di dietro; perché, chi fa questo errore, rende la maggior parte del suo esercito inutile, e, se riscontra alcuna virtù, non può vincere.
LUIGI E' mi è nato sopra questa parte uno dubbio.
Io ho visto che nella disposizione delle battaglie voi fate la fronte di cinque per lato, il mezzo di tre e l'ultime parti di due; ed io crederrei che fusse meglio ordinarle al contrario, perché io penso che uno esercito si potesse con più difficultà rompere, quando chi l'urtasse, quanto più penetrasse in quello, tanto più lo trovasse duro, e l'ordine fatto da voi mi pare che faccia che, quanto più s'entri in quello, tanto più si truovi debole.
FABRIZIO Se voi vi ricordassi come a' triarii, i quali erano il terzo ordine delle legioni romane, non erano assegnati più che secento uomini, voi dubiteresti meno, avendo inteso come quegli erano posti nell'ultima schiera; perché voi vedresti come io, mosso da questo esemplo, ho posto nella ultima schiera due battaglie, che sono novecento fanti; in modo che io vengo piuttosto, andando con l'ordine romano, a errare per averne tolti troppi che pochi.
E benché questo esemplo bastasse, io ve ne voglio dire la ragione.
La quale è questa: la prima fronte dello esercito si fa solida e spessa, perch'ella ha a sostenere l'impeto de' nimici e non ha a ricevere in sé alcuno degli amici, e per questo conviene ch'ell'abbondi di uomini, perché i pochi uomini la farebbero debole o per radità o per numero.
Ma la seconda schiera, perché ha prima a ricevere gli amici che a sostenere il nimico, conviene che abbia gli intervalli grandi; e per questo conviene che sia di minore numero che la prima, perché, s'ella fusse di numero maggiore o equale, converrebbe o non vi lasciare gli intervalli, il che sarebbe disordine, o lasciandovegli, passare il termine di quelle dinanzi; il che farebbe la forma dello esercito imperfetta.
E non è vero quel che voi dite: che 'l nimico, quanto più entra dentro al battaglione, tanto più lo truovi debole; perché il nimico non può combattere mai col secondo ordine se 'l primo non è congiunto con quello; in modo che viene a trovare il mezzo del battaglione più gagliardo e non più debole, avendo a combattere col primo e col secondo ordine insieme.
Quel medesimo interviene quando il nimico pervenisse alla schiera terza, perché quivi, non con due battaglie che vi truova fresche, ma con tutto il battaglione arebbe a combattere.
E perché questa ultima parte ha a ricevere più uomini, conviene che gli spazi sieno maggiori e, chi li riceve, sia minore numero.
LUIGI E' mi piace quello che voi avete detto; ma rispondetemi ancora a questo: se le cinque prime battaglie si ritirano tra le tre seconde e, di poi, le otto tra le due terze, non pare possibile che, ridotte le otto insieme e di poi le dieci insieme, cappiano, o quando sono otto o quando sono dieci, in quel medesimo spazio che capevano le cinque.
FABRIZIO La prima cosa che io vi rispondo, è ch'egli non è quel medesimo spazio; perché le cinque hanno quattro spazi in mezzo, che ritirandosi tra le tre o tra le due, gli occupano: restavi poi quello spazio che è tra uno battaglione e l'altro e quello che è tra le battaglie e le picche estraordinarie; i quali spazi tutti fanno larghezza.
Aggiugnesi a questo, che altro spazio tengono le battaglie quando sono negli ordini sanza essere alterate, che quando le sono alterate; perché, nell'alterazione, o elle stringono o elle allargano gli ordini.
Allargangli, quando temono tanto ch'elle si mettono in fuga; stringongli, quando temono in modo ch'elle cercono assicurarsi non con la fuga, ma con la difesa, tale che in questo caso elle verrebbero a ristringersi e non a rallargarsi.
Aggiugnesi a questo, che le cinque file delle picche che sono davanti, appiccata ch'elle hanno la zuffa, si hanno tra le loro battaglie a ritirare nella coda dell'esercito, per dare luogo agli scudati che possano combattere, e quelle, andando nella coda dell'esercito, possono servire a quello che il capitano giudicasse fusse bene operarle; dove dinanzi, mescolata che è la zuffa, sarebbono al tutto inutili.
E per questo gli spazi ordinati vengono ad essere del rimanente delle genti capacissimi.
Pure, quando questi spazi non bastassero, i fianchi dal lato sono uomini e non mura, i quali, cedendo e rallargandosi, possono fare lo spazio di tanta capacità che sia sufficiente a ricevergli.
LUIGI Le file delle picche estraordinarie che voi ponete nell'esercito per fianco, quando le battaglie prime si ritirano nelle seconde, volete voi ch'elle stieno salde e rimangano come due corna allo esercito, o volete che ancora loro insieme con le battaglie si ritirino? Il che, quando abbiano a fare, non veggo come si possano, per non avere dietro battaglie con intervalli radi che le ricevano.
FABRIZIO Se il nimico non le combatte quando egli sforza le battaglie a ritirarsi, possono star salde nell'ordine loro e ferire il nimico per fianco, poi che le battaglie prime si fussero ritirate; ma se combattesse ancora loro, come pare ragionevole, sendo sì possente che possa sforzare l'altre, si deono ancora esse ritirare.
Il che possono fare ottimamente, ancora ch'elle non abbiano dietro chi le riceva; perché dal mezzo innanzi si possono raddoppiare per dritto, entrando l'una fila nell'altra, nel modo che ragionammo quando si parlò dell'ordine del raddoppiarsi.
Vero è che a volere, raddoppiando, ritirarsi indietro, conviene tenere altro modo che quello che io vi mostrai; perché io vi dissi che la seconda fila aveva a entrare nella prima, la quarta nella terza, e così di mano in mano; in questo caso non s'arebbe a cominciare davanti, ma di dietro, acciò che, raddoppiandosi le file, si venissero a ritirare indietro, non a gire innanzi.
Ma per rispondere a tutto quello che da voi, sopra questa giornata da me dimostrata, si potesse replicare, io di nuovo vi dico che io vi ho ordinato questo esercito e dimostro questa giornata per due cagioni: l'una, per mostrarvi come si ordina, l'altra, per mostrarvi come si esercita.
Dell'ordine io credo che voi restiate capacissimi; e quanto allo esercizio, vi dico che si dee, più volte che si può, mettergli insieme in queste forme, perché i capi imparino a tenere le loro battaglie in questi ordini.
Perché a' soldati particolari s'appartiene tenere bene gli ordini di ciascuna battaglia, a' capi delle battaglie s'appartiene tenere bene quelle in ciascuno ordine di esercito e che sappiano ubbidire al comandamento del capitano generale.
Conviene pertanto che sappiano congiugnere l'una battaglia con l'altra, sappiano pigliare il luogo loro in un tratto; e perciò conviene che la bandiera di ciascuna battaglia abbia descritto, in parte evidente, il numero suo, sì per poterle comandare, sì perché il capitano e i soldati a quel numero più facilmente le riconoscano.
Deono ancora i battaglioni essere numerati e avere il numero nella loro bandiera principale.
Conviene, adunque, sapere di qual numero sia il battaglione posto nel sinistro o nel destro corno, di quale numero sieno le battaglie poste nella fronte e nel mezzo, e così l'altre di mano in mano.
Vuolsi ancora che questi numeri sieno scala a' gradi degli onori degli eserciti; verbigrazia: il primo grado sia il capodieci, il secondo il capo de' cinquanta veliti ordinarii, il terzo il centurione, il quarto il capo della prima battaglia, il quinto della seconda, il sesto della terza; e, di mano in mano, infino alla decima battaglia, il quale fusse onorato in secondo luogo dopo al capo generale d'uno battaglione, né potesse venire a quel capo alcuno se non vi fusse salito per tutti questi gradi.
E perché, fuora di questi capi, ci sono gli tre connestaboli delle picche estraordinarie e gli due dei veliti estraordinarii vorrei che fussono in quel grado del connestabole della prima battaglia; né mi curerei che fussero sei uomini di pari grado, acciò che ciascuno di loro facesse a gara per essere promosso alla seconda battaglia.
Sappiendo adunque ciascheduno di questi capi in quale luogo avesse a essere collocata la sua battaglia, di necessità ne seguirebbe che, ad un suono di tromba, ritta che fusse la bandiera capitana, tutto l'esercito sarebbe a' luoghi suoi.
E questo è il primo esercizio a che si debbe assuefare uno esercito, cioè a mettersi prestamente insieme; e per fare questo conviene ogni giorno, e in uno giorno più volte, ordinarlo e disordinarlo.
LUIGI Che segno vorresti voi che avessono le bandiere di tutto l'esercito, oltre al numero?
FABRIZIO Quella del capitano generale avesse il segno del principe dell'esercito, l'altre tutte potrebbero avere il medesimo segno e variare con i campi, o variare con i segni, come paresse meglio al signore dell'esercito; perché questo importa poco, pure che ne nasca l'effetto ch'elle si conoscano l'una dall'altra.
Ma passiamo all'altro esercizio in che si debba esercitare uno esercito, il quale è farlo muovere e con il passo conveniente andare, e vedere che, andando, mantenga gli ordini.
Il terzo esercizio è ch'egli impari a maneggiarsi in quel modo che si ha di poi a maneggiare nella giornata; far trarre l'artiglierie e ritirarle; fare uscire fuora i veliti estraordinari; e dopo uno sembiante di assalto, ritirargli; fare che le prime battaglie, come s'elle fussono spinte, si ritirino nella radità delle seconde, e di poi tutte nelle terze, e di quivi ciascuna ritorni al suo luogo; e in modo assuefargli in questo esercizio, che a ciascuno ogni cosa fosse nota e familiare; il che con la pratica e con la familiarità si conduce prestissimamente.
Il quarto esercizio è ch'egli imparino a conoscere, per virtù del suono e delle bandiere, il comandamento del loro capitano; perché quello che sarà loro pronunziato in voce, essi sanza altro comandamento lo intenderanno.
E, perché l'importanza di questo comandamento dee nascere dal suono, io vi dirò quali suoni usavano gli antichi.
Da' Lacedemonii, secondo che afferma Tucidide, ne' loro eserciti erano usati zufoli; perché giudicavano che questa armonia fusse più atta a fare procedere il loro esercito con gravità e non con furia.
Da questa medesima ragione mossi, i Cartaginesi, nel primo assalto, usavano la citera.
Aliatte, re de' Lidii, usava nella guerra la citera e i zufoli; ma Alessandro Magno e i Romani usavano i corni e le trombe, come quelli che pensavano per virtù di tali istrumenti, potere più accendere gli animi de' soldati e farli combattere più gagliardamente.
Ma come noi abbiamo, nello armare lo esercito preso del modo greco e del romano, così nel distribuire i suoni servereno i costumi dell'una e dell'altra nazione.
Però farei presso al capitano generale stare i trombetti, come suono non solamente atto a infiammare l'esercito, ma atto a sentirsi in ogni romore più che alcuno altro suono.
Tutti gli altri suoni che fussero intorno a' connestaboli e a' capi de' battaglioni, vorrei che fussono tamburi piccoli e zufoli sonati, non come si suonano ora, ma come è consuetudine sonargli ne' conviti.
Il capitano, adunque, con le trombe mostrasse quando si avesse a fermare o ire innanzi o tornare indietro, quando avessono a trarre l'artiglierie, quando muovere gli veliti estraordinarii, e, con la variazione di tali suoni, mostrare all'esercito tutti quegli moti che generalmente si possono mostrare; le quali trombe fussero di poi seguitate da' tamburi.
E in questo esercizio, perch'egli importa assai, converrebbe assai esercitare il suo esercito.
Quanto alla cavalleria, si vorrebbe usare medesimamente trombe, ma di minore suono e di diversa voce da quelle del capitano.
Questo è quanto mi è occorso circa l'ordine dell'esercito e dell'esercizio di quello.
LUIGI Io vi priego che non vi sia grave dichiararmi un'altra cosa: per che cagione voi facesti muovere con grida e romore e furia i cavagli leggieri e i veliti estraordinarii, quando assaltarono, e di poi, nello appiccare il resto dello esercito, mostrasti che la cosa seguiva con uno silenzio grandissimo? E perché io non intendo la cagione di questa varietà, disidererei me la dichiarassi.
FABRIZIO E' sono state varie l'opinioni de' capitani antichi circa al venire alle mani: se si dee o con romore accelerare il passo o con silenzio andare adagio.
Questo ultimo modo serve a tenere l'ordine più fermo e a intendere meglio i comandamenti del capitano.
Quel primo serve ad accendere più gli animi degli uomini.
E perché io credo che si dee avere rispetto all'una e all'altra di queste due cose, io feci muovere quegli con romore e quegli altri con silenzio.
Né mi pare in alcun modo che i romori continui sieno a proposito, perch'egli impediscono i comandamenti; il che è cosa perniciosissima.
Né è ragionevole che i Romani, fuora del primo assalto, seguissero di romoreggiare, perché si vede, nelle loro istorie, essere molte volte intervenuto, per le parole e conforti del capitano, i soldati che fuggivano essersi fermi e in varii modi per suo comandamenti avere variati gli ordini; il che non sarebbe seguito, se i romori avessero la sua voce superato.
LIBRO QUARTO
LUIGI Poiché sotto l'imperio mio si è vinto una giornata sì onorevolmente, io penso che sia bene che io non tenti più la fortuna, sappiendo quanto quella è varia e instabile.
E però io desidero deporre la dittatura e che Zanobi faccia ora questo ufficio del domandare, volendo seguire l'ordine che tocchi al più giovane.
E io so che non ricuserà questo onore o, vogliamo dire, questa fatica, sì per compiacermi, sì ancora per essere naturalmente più animoso di me; né gli recherà paura avere a entrare in questi travagli, dove egli potesse così essere vinto, come vincere.
ZANOBI Io sono per stare dove voi mi metterete, ancora che io stessi più volentieri ad ascoltare; perché, infino a qui, mi sono più sodisfatte le domande vostre che non mi sarieno piaciute quelle che a me, nello ascoltare i vostri ragionamenti, occorrevano.
Ma io credo che sia bene, signore, che voi avanziate tempo e abbiate pazienza, se con queste nostre cerimonie vi infastidissimo.
FABRIZIO Anzi mi date piacere, perché questa variazione de' domandatori mi fa conoscere i varii ingegni e i varii appetiti vostri.
Ma restavi cosa alcuna che vi paia da aggiugnere alla materia ragionata?
ZANOBI Due cose disidero, avanti che si passi ad un'altra parte: l'una, è che voi ne mostriate se altra forma di ordinare eserciti vi occorre; l'altra, quali rispetti debbe avere uno capitano prima che si conduca alla zuffa, e, nascendo alcuno accidente in essa, quali rimedii vi si possa fare.
FABRIZIO Io mi sforzerò sodisfarvi.
Non risponderò già distintamente alle domande vostre, perché, mentre che io risponderò a una, molte volte si verrà a rispondere all'altra.
Io vi ho detto come io vi proposi una forma di esercito, acciò che, secondo quella, gli potesse dare tutte quelle forme che 'l nimico e il sito ricerca; perché, in questo caso, e secondo il sito e secondo il nimico si procede.
Ma notate questo: che non ci è la più pericolosa forma che distendere assai la fronte dell'esercito tuo, se già tu non hai un gagliardissimo e un grandissimo esercito; altrimenti tu l'hai a fare piuttosto grosso e poco largo, che assai largo e sottile.
Perché, quando tu hai poche genti a comparazione del nimico, tu dei cercare degli altri rimedii, come sono: ordinare l'esercito tuo in lato che tu sia fasciato o da fiume o da palude, in modo che tu non possa essere circundato; o fasciarti da' fianchi con le fosse, come fece Cesare in Francia.
E avete a prendere in questo caso questa generalità: di allargarvi o ristrignervi con la fronte, secondo il numero vostro e quello del nimico; ed essendo il nimico di minore numero, dei cercare di luoghi larghi, avendo tu massimamente le genti tue disciplinate, acciò che tu possa non solamente circundare il nimico, ma distendervi i tuoi ordini; perché ne' luoghi aspri e difficili, non potendo valerti degli ordini tuoi, non vieni ad avere alcuno vantaggio.
Quinci nasceva che i Romani quasi sempre cercavano i campi aperti e fuggivano i difficili.
Al contrario, come ho detto, dei fare se hai o poche genti o male disciplinate; perché tu hai a cercare luoghi, o dove il poco numero si salvi, o dove la poca esperienza non ti offenda.
Debbesi ancora eleggere il luogo superiore, per potere più facilmente urtarlo.
Nondimanco si debbe avere questa avvertenza: di non ordinare l'esercito tuo in una spiaggia e in luogo propinquo alle radici di quella, dove possa venire l'esercito nimico; perché in questo caso, rispetto alle artiglierie, il luogo superiore ti arrecherebbe disavvantaggio; perché sempre e commodamente potresti dalle artiglierie nimiche essere offeso sanza potervi fare alcuno rimedio, e tu non potresti commodamente offendere quello, impedito da' tuoi medesimi.
Debbe ancora, chi ordina uno esercito a giornata, avere rispetto al sole e al vento, che l'uno e l'altro non ti ferisca la fronte; perché l'uno e l'altro ti impediscono la vista, l'uno con i razzi, l'altro con la polvere.
E di più il vento disfavorisce l'armi che si traggono al nimico e fa più deboli i colpi loro.
E quanto al sole, non basta avere cura che allora non ti dia nel viso, ma conviene pensare che, crescendo il dì, non ti offenda.
E per questo converrebbe, nello ordinare le genti, averlo tutto alle spalle, acciò ch'egli avesse a passare assai tempo nello arrivarti in fronte.
Questo modo fu osservato da Annibale a Canne e da Mario contro a' Cimbri.
Se tu fossi assai inferiore di cavagli, ordina l'esercito tuo tra vigne e arbori e simili impedimenti, come fecero ne' nostri tempi gli Spagnuoli, quando ruppono i Franzesi nel Reame alla Cirignuola.
E si è veduto molte volte come con i medesimi soldati, variando solo l'ordine e il luogo, si diventa di perdente vittorioso, come intervenne a' Cartaginesi, i quali, sendo stati vinti da Marco Regolo più volte, furono di poi, per il consiglio di Santippo lacedemonio, vittoriosi, il quale gli fece scendere nel piano, dove, per virtù de' cavagli e degli liofanti, poterono superare i Romani.
E mi pare, secondo gli antichi esempli, che quasi tutti i capitani eccellenti, quando eglino hanno conosciuto che il nimico ha fatto forte uno lato della battaglia, non gli hanno opposta la parte più forte, ma la più debole; e l'altra più forte hanno opposta alla più debole; poi, nello appiccare la zuffa, hanno comandato alla loro parte più gagliarda, che solamente sostenga il nimico e non lo spinga, e alla più debole, che si lasci vincere e ritirisi nell'ultima schiera dell'esercito.
Questo genera due grandi disordini al nimico: il primo, ch'egli si truova la sua parte più gagliarda circundata; il secondo è che, parendogli avere la vittoria subito, rade volte è che non si disordini; donde ne nasce la sua subita perdita.
Cornelio Scipione, sendo in Ispagna contro ad Asdrubale cartaginese, e sappiendo come ad Asdrubale era noto ch'egli nell'ordinare l'esercito poneva le sue legioni in mezzo, la quale era la più forte parte del suo esercito, e, per questo, come Asdrubale con simile ordine doveva procedere; quando di poi venne alla giornata, mutò ordine, e le sue legioni messe ne' corni dello esercito, e nel mezzo pose tutte le sue genti più deboli.
Di poi, venendo alle mani, in un subito quelle genti poste nel mezzo fece camminare adagio ed i corni dello esercito con celerità farsi innanzi; di modo che solo i corni dell'uno e dell'altro esercito combattevano, e le schiere di mezzo, per essere distante l'una dall'altra, non si aggiugnevano; e così veniva a combattere la parte di Scipione più gagliarda con la più debole d'Asdrubale; e vinselo.
Il quale modo fu allora utile; ma oggi, rispetto alle artiglierie, non si potrebbe usare; perché quello spazio che rimarrebbe nel mezzo, tra l'uno esercito e l'altro, darebbe tempo a quelle di potere trarre; il che è perniziosissimo, come di sopra dicevo.
Però conviene lasciare questo modo da parte, e usarlo, come poco fa dissi, faccendo appiccare tutto lo esercito e la parte più debole cedere.
Quando uno capitano si truova avere più esercito di quello del nimico, a volerlo circundare che non lo prevegga, ordini lo esercito suo di equale fronte a quello dello avversario; di poi, appiccata la zuffa, faccia che a poco a poco la fronte si ritiri e i fianchi si distendano; e sempre occorrerà che 'l nimico si troverrà, sanza accorgersene, circundato.
Quando uno capitano voglia combattere quasi che sicuro di non potere essere rotto, ordini l'esercito suo in luogo dove egli abbia il refugio propinquo e sicuro, o tra paludi o tra monti o in una città potente; perché, in questo caso, egli non può essere seguito dal nimico e il nimico può essere seguitato da lui.
Questo termine fu usato da Annibale, quando la fortuna cominciò a diventargli avversa e che dubitava del valore di Marco Marcello.
Alcuni, per turbare gli ordini del nimico, hanno comandato a quegli che sono leggermente armati, che appicchino la zuffa, e, appiccata, si ritirino tra gli ordini; e quando di poi gli eserciti si sono attestati insieme e che la fronte di ciascuno è occupata al combattere, gli hanno fatti uscire per li fianchi delle battaglie, e quello turbato e rotto.
Se alcuno si truova inferiore di cavagli, può, oltre a' modi detti, porre dietro a' suoi cavagli una battaglia di picche, e, nel combattere, ordinare che dieno la via alle picche; e rimarrà sempre superiore.
Molti hanno consueto di avvezzare alcuni fanti leggiermente armati a combattere tra' cavagli; il che è stato alla cavalleria di aiuto grandissimo.
Di tutti coloro che hanno ordinati eserciti alla giornata, sono i più lodati Annibale e Scipione quando combatterono in Affrica, e perché Annibale aveva l'esercito suo composto di Cartaginesi e di ausiliarii di varie generazioni, pose nella prima fronte ottanta liofanti; di poi collocò gli ausiliarii, dopo a' quali pose i suoi Cartaginesi; nell'ultimo luogo messe gli Italiani, ne' quali confidava poco.
Le quali cose ordinò così, perché gli ausiliarii, avendo innanzi il nimico e di dietro sendo chiusi da' suoi, non potessono fuggire; di modo che, sendo necessitati al combattere, vincessero o straccassero i Romani, pensando poi, con la sua gente fresca e virtuosa facilmente i Romani già stracchi superare.
All'incontro di questo ordine, Scipione collocò gli astati, i principi e i triarii nel modo consueto da potere ricevere l'uno l'altro e sovvenire l'uno all'altro.
Fece la fronte dello esercito piena di intervalli; e perch'ella non transparesse, anzi paresse unita, li riempié di veliti; a' quali comandò che, tosto ch'e' liofanti venivano, cedessero, e, per li spazi ordinarii, entrassono tra le legioni e lasciassero la via aperta a' liofanti; e così venne a rendere vano l'impeto di quegli, tanto che, venuto alle mani, ei fu superiore.
ZANOBI Voi mi avete fatto ricordare, nello allegarmi cotesta giornata, come Scipione nel combattere non fece ritirare gli astati negli ordini de' principi, ma gli divise e fecegli ritirare nelle corna dello esercito, acciò che dessono luogo a' principi, quando gli volle spingere innanzi.
Però vorrei mi dicessi quale cagione lo mosse a non osservare l'ordine consueto.
FABRIZIO Dirovvelo.
Aveva Annibale posta tutta la virtù del suo esercito nella seconda schiera; donde che Scipione, per opporre, a quella, simile virtù, raccozzò i principi e i triarii insieme: tale che essendo gli intervalli de' principi occupati da' triarii, non vi era luogo a potere ricevere gli astati; e però fece dividere gli astati e andare ne' corni dello esercito, e non gli ritirò tra' principi.
Ma notate che questo modo dello aprire la prima schiera per dare luogo alla seconda, non si può usare se non quando altri è superiore; perché allora si ha commodità a poterlo fare, come potette Scipione.
Ma essendo al disotto e ributtato, non lo puoi fare se non con tua manifesta rovina; e però conviene avere, dietro, ordini che ti ricevino.
Ma torniamo al ragionamento nostro.
Usavano gli antichi Asiatici, tra l'altre cose pensate da loro per offendere i nimici, carri i quali avevano da' fianchi alcune falce; tale che, non solamente servivano ad aprire con il loro impeto le schiere, ma ancora ad ammazzare con le falci gli avversarii.
Contro a questi impeti in tre modi si provvedeva: o si sostenevano con la densità degli ordini, o si ricevevano dentro nelle schiere come i liofanti, o e' si faceva con arte alcuna resistenza gagliarda; come fece Silla romano contro ad Archelao, il quale aveva assai di questi carri che chiamavano falcati, che, per sostenergli, ficcò assai pali in terra dopo le prime schiere, da' quali i carri sostenuti perdevano l'impeto loro.
Ed è da notare il nuovo modo che tenne Silla contro a costui in ordinare lo esercito; perché misse i veliti e i cavagli dietro e tutti gli armati gravi davanti, lasciando assai intervalli da potere mandare innanzi quegli di dietro quando la necessità lo richiedesse; donde, appiccata la zuffa, con lo aiuto de' cavagli a' quali dette la via, ebbe la vittoria.
A volere turbare nella zuffa l'esercito nimico, conviene fare nascere qualche cosa che lo sbigottisca, o con annunziare nuovi aiuti che vengano, o col dimostrare cose che gli rappresentino; talmente che i nimici, ingannati da quello aspetto, sbigottiscono e, sbigottiti, si possano facilmente vincere.
I quali modi tennono Minuzio Ruffo e Acilio Glabrione consoli romani.
Caio Sulpizio ancora misse assai saccomanni sopra muli e altri animali alla guerra inutili, ma in modo ordinati che rappresentavano gente d'arme, e comandò ch'eglino apparissono sopra uno colle, mentre ch'egli era alle mani con i Franzesi; donde ne nacque la sua vittoria.
Il medesimo fece Mario quando combatté contro a' Tedeschi.
Valendo, adunque, assai gli assalti finti mentre che la zuffa dura, conviene che molto più giovino i veri, massimamente se allo improvviso nel mezzo della zuffa si potesse di dietro o da lato assaltare il nimico.
Il che difficilmente si può fare se il paese non ti aiuta; perché, quando egli è aperto, non si può celare parte delle tue genti come conviene fare in simili imprese; ma ne' luoghi silvosi o montuosi, e per questo atti agli agguati, si può bene nascondere parte delle tue genti, per potere, in uno subito e fuora di sua opinione assaltare il nimico; la quale cosa sempre sarà cagione di darti la vittoria.
È stato qualche volta di grande momento, mentre che la zuffa dura, seminare voci che pronuncino il capitano de' nimici essere morto, o avere vinto dall'altra parte dello esercito; il che molte volte a chi l'ha usato ha dato la vittoria.
Turbasi facilmente la cavalleria nimica o con forme o con romori inusitati; come fece Creso, che oppose i cammegli agli cavagli degli avversarii; e Pirro oppose alla cavalleria romana i liofanti, lo aspetto de' quali la turbò e la disordinò.
Ne' nostri tempi il Turco ruppe il Sofì in Persia e il Soldano in Sorìa, non con altro se non con i romori degli scoppietti; i quali in modo alterarono con gli loro inusitati romori la cavalleria di quegli, che il Turco potéo facilmente vincerla.
Gli Spagnuoli, per vincere l'esercito d'Amilcare missero nella prima fronte carri pieni di stipa tirati da buoi, e, venendo alle mani, appiccarono fuoco a quella; donde che i buoi, volendo fuggire il fuoco, urtarono nell'esercito di Amilcare e lo apersero.
Soglionsi, come abbiamo detto, ingannare i nimici nel combattere, tirandogli negli agguati, dove il paese è accomodato; ma, quando fusse aperto e largo, hanno molti usato di fare fosse, e di poi ricopertole leggermente di frasche e terra e lasciato alcuni spazi solidi da potersi tra quelle ritirare; di poi, appiccata la zuffa, ritiratosi per quelli, e il nimico seguendogli, è rovinato in esse.
Se nella zuffa ti occorre alcuno accidente da sbigottire i tuoi soldati, è cosa prudentissima il saperlo dissimulare e pervertirlo in bene, come fece Tullo Ostilio e Lucio Silla; il quale, veggendo come, mentre che si combatteva, una parte delle sue genti se ne era ita dalla parte inimica, e come quella cosa aveva assai sbigottiti i suoi, fece subito intendere per tutto lo esercito come ogni cosa seguiva per ordine suo; il che non solo non turbò lo esercito, ma gli accrebbe in tanto lo animo, che rimase vittorioso.
Occorse ancora a Silla che, avendo mandati certi soldati a fare alcuna faccenda, ed essendo stati morti, disse, perché l'esercito suo non si sbigottisse, avergli con arte mandati nelle mani de' nimici perché gli aveva trovati poco fedeli.
Sertorio, faccendo una giornata in Ispagna, ammazzò uno che gli significò la morte d'uno de' suoi capi, per paura che, dicendo il medesimo agli altri, non gli sbigottisse.
È cosa difficilissima, uno esercito già mosso a fuggire, fermarlo e renderlo alla zuffa.
E avete a fare questa distinzione: o egli è mosso tutto, e qui è impossibile restituirlo; o ne è mossa una parte, e qui è qualche rimedio.
Molti capitani romani con il farsi innanzi a quegli che fuggivano, gli hanno fermi, faccendoli vergognare della fuga; come fece Lucio Silla, che, sendo già parte delle sue legioni in volta cacciate dalle genti di Mitridate, si fece innanzi con una spada in mano, gridando: - Se alcuno vi domanda dove voi avete lasciato il capitano vostro, dite: Noi lo abbiamo lasciato in Beozia che combatteva -.
Attilio consolo a quegli che fuggivano oppose quegli che non fuggivano, e fece loro intendere che, se non voltavano, sarebbero morti dagli amici e da' nimici.
Filippo di Macedonia, intendendo come i suoi temevano de' soldati sciti, pose dietro al suo esercito alcuni de' suoi cavagli fidatissimi, e commisse loro ammazzassono qualunque fuggiva; onde che i suoi, volendo più tosto morire combattendo che fuggendo, vinsero.
Molti Romani, non tanto per fermare una fuga, quanto per dare occasione a' suoi di fare maggiore forza, hanno, mentre che si combatte tolta una bandiera di mani a' suoi e gittatala tra' nimici e proposto premi a chi la riguadagna.
Io non credo che sia fuora di proposito aggiugnere a questo ragionamento quelle cose che intervengono dopo la zuffa, massime sendo cose brevi e da non le lasciare indietro e a questo ragionamento assai conformi.
Dico, adunque, come le giornate si perdono o si vincono.
Quando si vince, si dee con ogni celerità seguire la vittoria e imitare in questo caso Cesare e non Annibale; il quale, per essersi fermo da poi ch'egli ebbe rotti i Romani a Canne, ne perdé lo imperio di Roma.
Quello altro mai dopo la vittoria non si posava, ma con maggiore impeto e furia seguiva el nimico rotto, che non l'aveva assaltato intero.
Ma quando si perde, dee un capitano vedere se dalla perdita ne può nascere alcuna sua utilità, massimamente se gli è rimaso alcuno residuo di esercito.
La commodità può nascere dalla poca avvertenza del nimico, il quale, il più delle volte, dopo la vittoria diventa trascurato e ti dà occasione di opprimerlo; come Marzio Romano oppresse gli eserciti cartaginesi, i quali, avendo morti i duoi Scipioni e rotti i loro eserciti, non stimando quello rimanente delle genti che con Marzio erano rimase vive, furono da lui assaltati e rotti.
Per che si vede che non è cosa tanto riuscibile quanto quella che il nimico crede che tu non possa tentare, perché il più delle volte gli uomini sono offesi più dove dubitano meno.
Debbe un capitano pertanto, quando egli non possa fare questo, ingegnarsi almeno con la industria che la perdita sia meno dannosa.
A fare questo ti è necessario tenere modi che il nimico non ti possa con facilità seguire, o dargli cagione ch'egli abbia a ritardare.
Nel primo caso, alcuni, poi ch'egli hanno conosciuto di perdere, ordinarono agli loro capi che in diverse parti e per diverse vie si fuggissono, avendo dato ordine dove si avevano di poi a raccozzare; il che faceva che il nimico, temendo di dividere l'esercito, ne lasciava ire salvi o tutti o la maggior parte di essi.
Nel secondo caso, molti hanno gittato innanzi al nimico le loro cose più care, acciò che quello, ritardato dalla preda, dia loro più spazio alla fuga.
Tito Didio usò non poca astuzia per nascondere il danno ch'egli aveva ricevuto nella zuffa; perché, avendo combattuto infino a notte con perdita di assai de' suoi, fece la notte sotterrare la maggior parte di quegli; donde che la mattina, vedendo i nimici tanti morti de' loro e si pochi de' Romani, credendo avere disavvantaggio, si fuggirono.
Io credo di avere così confusamente, come io dissi, sodisfatto in buona parte alla domanda vostra.
Vero è che, circa la forma degli eserciti, mi resta a dirvi come alcuna volta per alcun capitano si è costumato fargli con la fronte a uso d'uno conio, giudicando potere per tale via più facilmente aprire l'esercito inimico.
Contro a questa forma hanno usato fare una forma a uso di forbici, per potere tra quello vacuo ricevere quello conio e circundarlo e combatterlo da ogni parte.
Sopra che voglio che voi prendiate questa regola generale: che il maggiore rimedio che si usi contro a uno disegno del nimico, è fare volontario quello ch'egli disegna che tu faccia per forza; perché, faccendolo volontario, tu lo fai con ordine e con vantaggio tuo e disavvantaggio suo; se lo facessi forzato, vi sarebbe la tua rovina.
A fortificazione di questo non mi curerò di replicarvi alcuna cosa già detta.
Fa il conio lo avversario per aprire le tue schiere? Se tu vai con esse aperte, tu disordini lui ed esso non disordina te.
Pose i liofanti in fronte del suo esercito Annibale per aprire con quegli l'esercito di Scipione; andò Scipione con esso aperto e fu cagione e della sua vittoria e della rovina di quello.
Pose Asdrubale le sue genti più gagliarde nel mezzo della fronte del suo esercito, per spingere le genti di Scipione; comandò Scipione che per loro medesime si ritirassono, e ruppelo.
In modo che simili disegni, quando si presentano, sono cagione della vittoria di colui contro a chi essi sono ordinati.
Restami ancora, se bene mi ricorda, dirvi quali rispetti debbe avere uno capitano prima che si conduca alla zuffa.
Sopra che io vi ho a dire, in prima, come uno capitano non ha mai a fare giornata se non ha vantaggio, o se non è necessitato.
Il vantaggio nasce dal sito, dall'ordine, dall'avere o più o migliore gente, La necessità nasce quando tu vegga, non combattendo, dovere in ogni modo perdere; come è: che sia per mancarti danari e, per questo, lo esercito tuo si abbia in ogni modo a risolvere; che sia per assaltarti la fame; che il nimico aspetti di ingrossare di nuova gente.
In questi casi sempre si dee combattere, ancora con tuo disavvantaggio, perch'egli è assai meglio tentare la fortuna dov'ella ti possa favorire, che, non la tentando, vedere la tua certa rovina.
Ed è così grave peccato, in questo caso, in uno capitano il non combattere, come è d'avere avuta occasione di vincere e non la avere o conosciuta per ignoranza o lasciata per viltà.
I vantaggi qualche volta te gli dà il nimico e qualche volta la tua prudenza.
Molti, nel passare i fiumi, sono stati rotti da uno loro nimico accorto, il quale ha aspettato che sieno mezzi da ogni banda e, di poi, gli ha assaltati; come fece Cesare a' Svizzeri, che consumò la quarta parte di loro, per essere tramezzati da uno fiume.
Trovasi alcuna volta il tuo nimico stracco per averti seguito troppo inconsideratamente, di modo che, trovandoti tu fresco e riposato, non dei lasciare passare tale occasione.
Oltre a questo, se il nimico ti presenta, la mattina di buona ora, la giornata, tu puoi differire di uscir de' tuoi alloggiamenti per molte ore; e quando egli è stato assai sotto l'armi e ch'egli ha perso quel primo ardore con il quale venne, puoi allora combattere seco.
Questo modo tenne Scipione e Metello in Ispagna, l'uno contro ad Asdrubale, l'altro contro a Sertorio.
Se il nimico è diminuito di forze, o per avere diviso gli eserciti, come gli Scipioni in Ispagna, o per qualche altra cagione, dei tentare la sorte.
La maggior parte de' capitani prudenti piuttosto ricevano l'impeto de' nimici, che vadano con impeto ad assaltare quelli: perché il furore è facilmente sostenuto dagli uomini fermi e saldi, e il furore sostenuto facilmente si convertisce in viltà.
Così fece Fabio contro a' Sanniti e contro a' Galli, e fu vittorioso; e Decio suo collega vi rimase morto.
Alcuni che hanno temuto della virtù del loro nimico, hanno cominciato la zuffa nell'ora propinqua alla notte, acciò che i suoi, sendo vinti, potessero, difesi dalla oscurità di quella, salvarsi.
Alcuni, avendo conosciuto come l'esercito nimico è preso da certa superstizione di non combattere in tale tempo, hanno quel tempo eletto alla zuffa, e vinto.
Il che osservò Cesare in Francia contro ad Ariovisto, e Vespasiano in Sorìa contro a' Giudei.
La maggiore e più importante avvertenza che debba avere uno capitano, è di avere appresso di sé uomini fedeli, peritissimi della guerra e prudenti, con gli quali continuamente si consigli e con loro ragioni delle sue genti e di quelle del nimico: quale sia maggiore numero, quale meglio armato, o meglio a cavallo, o meglio esercitato; quali sieno più atti a patire la necessità; in quali confidi più, o ne' fanti o ne' cavagli.
Di poi considerino il luogo dove sono, e s'egli è più a proposito per il nimico che per lui; chi abbia di loro più commodamente la vettovaglia; s'egli è bene differire la giornata o farla; che di bene gli potesse dare o torre il tempo; perché molte volte i soldati, veduta allungare la guerra, infastidiscono e, stracchi nella fatica e nel tedio, ti abbandonano.
Importa sopra tutto conoscere il capitano de' nimici e chi egli ha intorno: s'egli è temerario o cauto, se timido o audace.
Vedere come tu ti puoi fidare de' soldati ausiliarii.
E sopra tutto ti debbi guardare di non condurre l'esercito ad azzuffarsi che tema o che in alcuno modo diffidi della vittoria; perché il maggiore segno di perdere è quando non si crede potere vincere.
E però in questo caso dei fuggire la giornata, o col fare come Fabio Massimo che, accampandosi ne' luoghi forti, non dava animo ad Annibale d'andarlo a trovare; o, quando tu credessi che il nimico ancora ne' luoghi forti ti venisse a trovare, partirsi della campagna e dividere le genti per le tue terre, acciò che il tedio della espugnazione di quelle lo stracchi.
ZANOBI Non si può egli fuggire altrimenti la giornata, che dividersi in più parti e mettersi nelle terre?
FABRIZIO Io credo, altra volta, con alcuno di voi avere ragionato come quello che sta alla campagna non può fuggire la giornata, quando egli ha uno nimico che lo vogli combattere in ogni modo; e non ha se non uno rimedio: porsi con l'esercito suo discosto cinquanta miglia almeno dall'avversario suo, per essere a tempo a levarsegli dinanzi quando lo andasse a trovare.
E Fabio Massimo non fuggì mai la giornata con Annibale, ma la voleva fare a suo vantaggio; e Annibale non presumeva poterlo vincere andando a trovarlo ne' luoghi dove quello alloggiava; ché s'egli avesse presupposto poterlo vincere, a Fabio conveniva fare giornata seco in ogni modo, o fuggirsi.
Filippo, re di Macedonia, quello che fu padre di Perse, venendo a guerra con i Romani, pose gli alloggiamenti suoi sopra uno monte altissimo per non fare giornata con quegli; ma i Romani lo andarono a trovare in su quello monte e lo ruppono.
Cingentorige, capitano de' Franciosi, per non avere a fare giornata con Cesare, il quale fuora della sua opinione aveva passato un fiume, si discostò molte miglia con le sue genti.
I Viniziani, ne' tempi nostri, se non volevano venire a giornata con il re di Francia, non dovevano aspettare che l'esercito francioso passasse l'Adda, ma discostarsi da quello, come Cingentorige.
Donde che quegli, avendo aspettato, non seppono pigliare nel passare delle genti la occasione del fare la giornata, né fuggirla; perché i Franciosi, sendo loro pripinqui, come i Viniziani disalloggiarono, gli assaltarono e ruppero.
Tanto è che la giornata non si può fuggire quando il nimico la vuole in ogni modo fare.
Né alcuno alleghi Fabio, perché tanto in quel caso fuggì la giornata egli, quanto Annibale.
Egli occorre molte volte che i tuoi soldati sono volonterosi di combattere, e tu cognosci, per il numero e per il sito o per qualche altra cagione, avere disavvantaggio, e disideri fargli rimuovere da questo disiderio.
Occorre ancora che la necessità o l'occasione ti costringe alla giornata, e che i tuoi soldati sono male confidenti e poco disposti a combattere; donde che ti è necessario nell'uno caso sbigottirgli e nell'altro accendergli.
Nel primo caso, quando le persuasioni non bastano, non è il migliore modo che darne in preda una parte di loro al nimico, acciò che quegli che hanno e quegli che non hanno combattuto, ti credano.
E puossi molto bene fare con arte quello che a Fabio Massimo intervenne a caso.
Disiderava, come voi sapete, l'esercito di Fabio combattere con l'esercito d'Annibale; il medesimo disiderio aveva il suo maestro de' cavagli; a Fabio non pareva di tentare la zuffa; tanto che, per tale disparere, egli ebbero a dividere l'esercito.
Fabio ritenne i suoi negli alloggiamenti; quell'altro combatté, e, venuto in pericolo grande, sarebbe stato rotto, se Fabio non lo avesse soccorso.
Per il quale esemplo il maestro de' cavagli, insieme con tutto lo esercito, cognobbe come egli era partito savio ubbidire a Fabio.
Quanto allo accendergli al combattere, è bene fargli sdegnare contro a' nimici, mostrando che dicono parole ignominiose di loro; mostrare di avere con loro intelligenza e averne corrotti parte; alloggiare in lato che veggano i nimici e che facciano qualche zuffa leggiere con quegli, perché le cose che giornalmente si veggono, con più facilità si dispregiano; mostrarsi indegnato e, con una orazione a proposito, riprendergli della loro pigrizia e, per fargli vergognare, dire di volere combattere solo, quando non gli vogliano fare compagnia.
E dei, sopra ogni cosa, avere questa avvertenza, volendo fare il soldato ostinato alla zuffa: di non permettere che ne mandino a casa alcuna loro facultà, o depongano in alcuno luogo, infino ch'egli è terminata la guerra, acciò che intendano che, se 'l fuggire salva loro la vita, egli non salva loro la roba; l'amore della quale non suole meno di quella rendere ostinati gli uomini alla difesa.
ZANOBI Voi avete detto come egli si può fare i soldati volti a combattere parlando loro.
Intendete voi, per questo, che si abbia a parlare a tutto l'esercito, o a' capi di quello?
FABRIZIO A persuadere o a dissuadere a' pochi una cosa è molto facile perché, se non bastano le parole, tu vi puoi usare l'autorità e la forza; ma la difficultà è rimuovere da una moltitudine una sinistra opinione e che sia contraria o al bene comune o all'opinione tua; dove non si può usare se non le parole le quali conviene che sieno udite da tutti, volendo persuadergli tutti.
Per questo gli eccellenti capitani conveniva che fussono oratori, perché, sanza sapere parlare a tutto l'esercito, con difficultà si può operare cosa buona; il che al tutto in questi nostri tempi è dismesso.
Leggete la vita d'Alessandro Magno, e vedete quante volte gli fu necessario concionare e parlare publicamente all'esercito; altrimenti non l'arebbe mai condotto, sendo diventato ricco e pieno di preda, per i deserti d'Arabia e nell'India con tanto suo disagio e noia; perché infinite volte nascono cose mediante le quali uno esercito rovina, quando il capitano o non sappia o non usi di parlare a quello; perché questo parlare lieva il timore, accende gli animi, cresce l'ostinazione, scuopre gl'inganni, promette premii, mostra i pericoli e la via di fuggirli, riprende, priega, minaccia, riempie di speranza, loda, vitupera, e fa tutte quelle cose per le quali le umane passioni si spengono o si accendono.
Donde quel principe o republica che disegnasse fare una nuova milizia e rendere riputazione a questo esercizio, debbe assuefare i suoi soldati a udire parlare il capitano, e il capitano a sapere parlare a quegli.
Valeva assai, nel tenere disposti gli soldati antichi, la religione e il giuramento che si dava loro quando si conducevano a militare; perché in ogni loro errore si minacciavano non solamente di quelli mali che potessono temere dagli uomini, ma di quegli che da Dio potessono aspettare.
La quale cosa, mescolata con altri modi religiosi, fece molte volte facile a' capitani antichi ogni impresa, e farebbe sempre, dove la religione si temesse e osservasse.
Sertorio si valse di questa, mostrando di parlare con una cervia la quale, da parte d'Iddio, gli prometteva la vittoria.
Silla diceva di parlare con una immagine ch'egli aveva tratta dal tempio di Apolline.
Molti hanno detto essere loro apparso in sogno Iddio, che gli ha ammoniti al combattere.
Ne' tempi de' padri nostri, Carlo VII re di Francia, nella guerra che fece contro agli Inghilesi, diceva consigliarsi con una fanciulla mandata da Iddio, la quale si chiamò per tutto la Pulzella di Francia; il che gli fu cagione della vittoria.
Puossi ancora tenere modi che facciano che i tuoi apprezzino poco il nimico; come tenne Agesilao spartano, il quale mostrò a' suoi soldati alcuni Persiani ignudi, acciò che, vedute le loro membra dilicate, non avessero cagione di temergli.
Alcuni gli hanno costretti a combattere per necessità, levando loro via ogni speranza di salvarsi, fuora che nel vincere; la quale è la più gagliarda e la migliore provvisione che si faccia, a volere fare il suo soldato ostinato.
La quale ostinazione è accresciuta dalla confidenza e dall'amore del capitano o della patria.
La confidenza, la causa l'armi; l'ordine, le vittorie fresche e l'opinione del capitano.
L'amore della patria è causato dalla natura; quello del capitano, dalla virtù più che da niuno altro beneficio.
Le necessitadi possono essere molte, ma quella è più forte, che ti costringe o vincere o morire.
LIBRO QUINTO
FABRIZIO Io vi ho mostro come si ordina uno esercito per fare giornata con un altro esercito che si vegga posto all'incontro di sé, e narratovi come quella si vince e, di poi, molte circustanze per li varii accidenti che possono occorrere intorno a quella; tanto che mi pare tempo da mostrarvi ora come si ordina uno esercito contro a quel nimico che altri non vede, ma che continuamente si teme non ti assalti.
Questo interviene quando si cammina per il paese nimico o sospetto.
E prima avete a intendere come uno esercito romano, per l'ordinario, sempre mandava innanzi alcune torme di cavagli come speculatori del cammino.
Di poi seguitava il corno destro.
Dopo questo ne venivano tutti i carriaggi che a quello appartenevano.
Dopo questi veniva una legione; dopo lei i suoi carriaggi; dopo quegli un'altra legione e, appresso a quella, i suoi carriaggi; dopo i quali ne veniva il corno sinistro co' suoi carriaggi a spalle e, nell'ultima parte, seguiva il rimanente della cavalleria.
Questo era in effetto il modo col quale ordinariamente si camminava.
E se avveniva che l'esercito fusse assaltato a cammino da fronte o da spalle, essi facevano a un tratto ritirare tutti i carriaggi o in su la destra o in su la sinistra, secondo che occorreva o che meglio, rispetto al sito, si poteva e tutte le genti insieme, libere dagli impedimenti loro, facevano testa da quella parte donde il nimico veniva.
Se erano assaltate per fianco, si ritiravano i carriaggi verso quella parte che era sicura, e dell'altra facevano testa.
Questo modo, sendo buono e prudentemente governato, mi parrebbe da imitare, mandando innanzi i cavagli leggieri come speculatori del paese, di poi, avendo quattro battaglioni, fare che camminassero alla fila, e ciascuno con i suoi carriaggi a spalle.
E perché sono di due ragioni carriaggi, cioè pertinenti a' particolari soldati e pertinenti al publico uso di tutto il campo, dividerei i carriaggi publici in quattro parti e, ad ogni battaglione, ne concederei la sua parte, dividendo ancora in quarto le artiglierie e tutti i disarmati, acciò che ogni numero di armati avesse equalmente gli impedimenti suoi.
Ma perché egli occorre alcuna volta che si cammina per il paese, non solamente sospetto, ma in tanto nimico che tu temi a ogni ora di essere assalito, sei necessitato, per andare più sicuro, mutare forma di cammino e andare in modo ordinato, che né i paesani né l'esercito ti possa offendere, trovandoti in alcuna parte improvvisto.
Solevano in tale caso gli antichi capitani andare con lo esercito quadrato (ché così chiamavano questa forma, non perch'ella fusse al tutto quadra, ma per essere atta a combattere da quattro parti) e dicevano che andavano parati e al cammino e alla zuffa; dal quale modo io non mi voglio discostare, e voglio ordinare i miei due battaglioni, i quali ho preso per regola d'uno esercito, a questo effetto.
Volendo pertanto camminare sicuro per il paese nimico e potere rispondere da ogni parte quando fusse all'improvviso assaltato, e volendo, secondo gli antichi, ridurlo in quadro, disegnerei fare uno quadro, che il vacuo suo fusse di spazio da ogni parte dugentododici braccia, in questo modo: io porrei prima i fianchi, discosto l'uno fianco dall'altro dugentododici braccia, e metterei cinque battaglie per fianco in filo per lunghezza, e discosto l'una dall'altra tre braccia; le quali occuperebbero con gli loro spazii, occupando ogni battaglia quaranta braccia, dugentododici braccia.
Tra le teste poi e tra le code di questi due fianchi porrei l'altre dieci battaglie, in ogni parte cinque, ordinandole in modo che quattro se ne accostassono alla testa del fianco destro, e quattro alla coda del fianco sinistro, lasciando tra ciascuna uno intervallo di tre braccia; una poi se ne accostasse alla testa del fianco sinistro e una alla coda del fianco destro.
E perché il vano che è dall'uno fianco all'altro è dugentododici braccia, e queste battaglie, che sono poste allato l'una all'altra per larghezza e non per lunghezza, verrebbero a occupare con gli intervalli centotrentaquattro braccia, verrebbe, tra le quattro battaglie poste in su la fronte del fianco destro e l'una posta in su quella del sinistro, a restare uno spazio di settantotto braccia; e quello medesimo spazio verrebbe a rimanere nelle battaglie poste nella parte posteriore; né vi sarebbe altra differenza se non che l'uno spazio verrebbe dalla parte di dietro verso il corno destro, l'altro verrebbe dalla parte davanti verso il corno sinistro.
Nello spazio delle settantotto braccia davanti porrei tutti i veliti ordinarii: in quello di dietro gli straordinarii, che ne verrebbe ad essere mille per spazio.
E volendo che lo spazio che avesse di dentro l'esercito fusse per ogni verso dugentododici braccia, converrebbe che le cinque battaglie che si pongono nella testa, e quelle che si pongono nella coda, non occupassono alcuna parte dello spazio che tengono i fianchi; e però converrebbe che le cinque battaglie di dietro toccassero, con la fronte, la coda de' loro fianchi, e quelle davanti, con la coda, toccassero le teste, in modo che sopra ogni canto di questo esercito resterebbe uno spazio da ricevere un'altra battaglia.
E perché sono quattro spazi, io torrei quattro bandiere delle picche estraordinarie e, in ogni canto, ne metterei una; e le due bandiere di dette picche che mi avanzassero, porrei nel mezzo del vano di questo esercito in uno quadro in battaglia, alla testa delle quali stesse il capitano generale co' suoi uomini intorno.
E perché queste battaglie, ordinate così, camminano tutte per uno verso, ma non tutte per uno verso combattono, si ha, nel porle insieme, a ordinare quegli lati a combattere che non sono guardati dall'altre battaglie.
E però si dee considerare che le cinque battaglie che sono in fronte, hanno guardate tutte l'altre parti eccetto che la fronte; e però queste s'hanno a mettere insieme ordinariamente e con le picche davanti.
Le cinque battaglie che sono dietro, hanno guardate tutte le bande fuora che la parte di dietro; e però si dee mettere insieme queste in modo che le picche vengano dietro, come nel suo luogo dimostrammo.
Le cinque battaglie che sono nel fianco destro hanno guardati tutti i lati, dal fianco destro in fuora.
Le cinque che sono in sul sinistro, hanno fasciate tutte le parti, dal fianco sinistro in fuora; e però nell'ordinare le battaglie si debbe fare che le picche tornino da quel fianco che resta scoperto.
E perché i capidieci vengano per testa e per coda, acciò che, avendo a combattere, tutte l'armi e le membra sieno ne' luoghi loro, il modo a fare questo si disse quando ragionammo de' modi dell'ordinare le battaglie.
L'artiglierie dividerei; e una parte ne metterei di fuora nel fianco destro e l'altra nel sinistro.
I cavagli leggieri manderei innanzi a scoprire il paese.
Degli uomini d'arme, ne porrei parte dietro in sul corno destro e parte in sul sinistro, distanti un quaranta braccia dalle battaglie.
E avete a pigliare, in ogni modo che voi ordinate uno esercito, quanto a' cavagli, questa generalità: che sempre si hanno a porre o dietro o da' fianchi.
Chi li pone davanti, nel dirimpetto dello esercito, conviene faccia una delle due cose: o che gli metta tanto innanzi che, sendo ributtati, eglino abbiano tanto spazio che dia loro tempo a potere cansarsi dalle fanterie tue e non le urtare; o ordinare in modo quelle con tanti intervalli, che i cavagli, per quegli, possano entrare tra loro sanza disordinarle.
Né sia alcuno che stimi poco questo ricordo, perché molti, per non ci avere avvertito, ne sono rovinati e, per loro medesimi, si sono disordinati e rotti.
I carriaggi e gli uomini disarmati si mettono nella piazza che resta dentro all'esercito, e in modo compartiti che dieno la via facilmente a chi volesse andare o dall'uno canto all'altro o dall'una testa all'altra dell'esercito.
Occupano queste battaglie, sanza l'artiglierie e i cavagli, per ogni verso dal lato di fuora, dugentottantadue braccia di spazio.
E perché questo quadro è composto di due battaglioni, conviene divisare quale parte ne faccia uno battaglione e quale l'altro.
E perché i battaglioni si chiamano dal numero e ciascuno di loro ha, come sapete, dieci battaglie e uno capo generale, farei che il primo battaglione ponesse le sue prime cinque battaglie nella fronte, l'altre cinque nel fianco sinistro, e il capo stesse nell'angulo sinistro della fronte.
Il secondo battaglione di poi mettesse le prime cinque sue battaglie nel fianco destro, e le altre cinque nella coda, e il capo stesse nell'angulo destro; il quale verrebbe a fare l'ufficio del tergiduttore.
Ordinato in questo modo lo esercito, si ha a fare muovere e, nello andare, osservare tutto questo ordine; e sanza dubbio egli è sicuro da tutti i tumulti de' paesani.
Né dee fare il capitano altra provvisione agli assalti tumultuarii, che dare qualche volta commissione, a qualche cavallo o bandiera de' veliti, che gli rimettano.
Né mai occorrerà che queste genti tumultuarie vengano a trovarti al tiro della spada o della picca, perché la gente inordinata ha paura della ordinata; e sempre si vedrà che, con le grida e con i romori, faranno uno grande assalto sanza appressartisi altrimenti, a guisa di cani botoli intorno a uno maschino.
Annibale, quando venne a' danni de' Romani in Italia passò per tutta la Francia e, sempre, de' tumulti franzesi tenne poco conto.
Conviene, a volere camminare, avere spianatori e marraiuoli innanzi che ti facciano la via; i quali saranno guardati da quegli cavagli che si mandono avanti a scoprire.
Camminerà uno esercito in questo ordine dieci miglia il giorno, e avanzeragli tanto di sole, che egli alloggerà e cenerà; perché per l'ordinario uno esercito cammina venti miglia.
Se viene che sia assaltato da uno esercito ordinato, questo assalto non può nascere subito, perché uno esercito ordinato viene col passo tuo; tanto che tu sei a tempo a riordinarti alla giornata e ridurti tosto in quella forma, o simile a quella forma di esercito che di sopra ti si mostrò.
Perché, se tu sei assaltato dalla parte dinanzi, tu non hai se non a fare che l'artiglierie che sono ne' fianchi e i cavagli che sono di dietro vengano dinanzi e pongansi in quegli luoghi e con quelle distanze che di sopra si dice.
I mille veliti che sono davanti escano del luogo suo, e dividansi in cinquecento per parte, ed entrino nel luogo loro tra' cavagli e le corna dell'esercito.
Di poi nel vuoto che lasceranno, entrino le due bandiere delle picche estraordinarie che io posi nel mezzo della piazza dell'esercito.
I mille veliti che io posi di dietro, si partano di quello luogo e dividansi per i fianchi delle battaglie a fortificazione di quelle; e, per la apertura che loro lasceranno, escano tutti i carriaggi e i disarmati, e mettansi alle spalle delle battaglie.
Rimasa adunque la piazza vota e andato ciascuno a' luoghi suoi, le cinque battaglie che io posi dietro all'esercito si facciano innanzi per il vòto che è tra l'uno e l'altro fianco, e camminino verso le battaglie di testa; e le tre si accostino a quelle a quaranta braccia con uguali intervalli intra l'una e l'altra; e le due rimangano addietro, discosto altre quaranta braccia.
La quale forma si può ordinare in uno subito; e viene ad essere quasi simile alla prima disposizione che dello esercito dianzi dimostrammo; e se viene più stretto in fronte, viene più grosso ne' fianchi; che non gli dà meno fortezza.
Ma perché le cinque battaglie che sono nella coda hanno le picche dalla parte di dietro, per le cagioni che dianzi dicemmo, è necessario farle venire dalla parte davanti, volendo ch'elle facciano spalle alla fronte dell'esercito; e però conviene: o fare voltare battaglia per battaglia come uno corpo solido, o farle subito entrare tra gli ordini degli scudi e condurle davanti; il quale modo è più ratto e di minore disordine che farle voltare.
E così dèi fare di tutte quelle che restono di dietro, in ogni qualità di assalto, come io vi mostrerò.
Se si presenta che il nimico venga dalla parte di dietro, la prima cosa, si ha a fare che ciascuno volti il viso dov'egli aveva le schiene; e subito lo esercito viene ad avere fatto del capo coda e della coda capo.
Di poi si dee tenere tutti quegli modi in ordinare quella fronte che io dico di sopra.
Se il nimico viene ad affrontare il fianco destro, si debbe, verso quella banda, fare voltare il viso a tutto lo esercito; di poi fare tutte quelle cose, in fortificazione di quella testa, che di sopra si dicono; tale che i cavagli, i veliti, l'artiglierie sieno ne' luoghi conformi a questa testa.
Solo vi è questa differenza: che nel variare le teste di quelli che si tramutono, chi ha ad ire meno e chi più.
Bene è vero che faccendo testa del fianco destro, i veliti che avessono ad entrare negli intervalli che sono tra le corna dello esercito e i cavagli, sarebbono quegli che fussono più propinqui al fianco sinistro; nel luogo de' quali arebbero ad entrare le due bandiere delle picche estraordinarie, poste nel mezzo.
Ma, innanzi vi entrassero, i carriaggi e i disarmati per l'apertura sgomberassono la piazza e ritirassonsi dietro al fianco sinistro; il che verrebbe ad essere allora coda dello esercito.
Gli altri veliti che fussono posti nella coda secondo l'ordinazione principale, in questo caso non si mutassero, perché quello luogo non rimanesse aperto, il quale di coda verrebbe ad essere fianco.
Tutte l'altre cose si deono fare come nella prima testa si disse.
Questo che si è detto circa il fare testa del fianco destro, s'intende detto avendola a fare del fianco sinistro; perché si dee osservare il medesimo ordine.
Se il nimico venisse grosso ed ordinato per assaltarti da due bande, si deono fare quelle due bande, ch'egli viene ad assaltare, forti con quelle due che non sono assaltate, duplicando gli ordini in ciascheduna e dividendo, per ciascuna parte, l'artiglieria, i veliti e i cavagli.
Se viene da tre o da quattro bande, è necessario o che tu o esso manchi di prudenza; perché, se tu sarai savio, tu non ti metterai mai in lato che il nimico da tre o da quattro bande con gente grossa e ordinata ti possa assaltare; perché, a volere che sicuramente ti offenda, conviene che sia sì grosso, che da ogni banda egli ti assalti con tanta gente quanta abbia quasi tutto il tuo esercito.
E se tu se' si poco prudente, che tu ti metta nelle terre e forze d'uno nimico che abbia tre volte gente ordinata più di te, non ti puoi dolere, se tu capiti male, se non di te.
Se viene, non per tua colpa, ma per qualche sventura, sarà il danno sanza la vergogna, e ti interverrà come agli Scipioni in Ispagna e ad Asdrubale in Italia.
Ma se il nimico non ha molta più gente di te, e voglia, per disordinarti, assaltarti da più bande, sarà stoltizia sua e ventura tua; perché conviene che a fare questo egli s'assottigli in modo che tu puoi facilmente urtarne una banda e sostenerne un'altra, e in brieve tempo rovinarlo.
Questo modo dell'ordinare un esercito contro a uno nimico che non si vede ma che si teme, è necessario, ed è cosa utilissima assuefare i tuoi soldati a mettersi insieme e camminare con tale ordine e, nel camminare, ordinarsi per combattere secondo la prima testa e, di poi, ritornare nella forma che si cammina; da quella, fare testa della coda, poi del fianco; da queste, ritornare nella prima forma.
I quali esercizii e assuefazioni sono necessarii, volendo avere uno esercito disciplinato e pratico.
Nelle quali cose si hanno ad affaticare i capitani e i principi; né è altro la disciplina militare che sapere bene comandare ed eseguire queste cose; né è altro uno esercito disciplinato, che uno esercito che sia bene pratico in su questi ordini; né sarebbe possibile che chi in questi tempi usasse bene simile disciplina, fusse mai rotto.
E se questa forma quadrata che io vi ho dimostra, è alquanto difficile, tale difficultà è necessaria, pigliandola per esercizio; perché, sappiendo bene ordinarsi e mantenersi in quella, si saprà di poi più facilmente stare in quelle che non avessono tanta difficultà.
ZANOBI Io credo, come voi dite che questi ordini sieno molto necessarii; e io per me non saprei che mi vi aggiungere o levare.
Vero è che io disidero sapere da voi due cose: l'una, se, quando voi volete fare della coda o del fianco, testa, e voi gli volete fare voltare, se questo si comanda con la voce o con il suono; l'altra, se quegli che voi mettete davanti a spianare le strade per fare la via allo esercito, deono essere de' medesimi soldati delle vostre battaglie, oppure altra gente vile, deputata a simile esercizio.
FABRIZIO La prima vostra domanda importa assai; perché molte volte lo essere i comandamenti de' capitani non bene intesi, o male interpretati, ha disordinato il loro esercito; però le voci con le quali si comanda ne' pericoli deono essere chiare e nette.
E se tu comandi con il suono, conviene fare che dall'uno modo all'altro sia tanta differenza, che non si possa scambiare l'uno dall'altro; e, se comandi con le voci, dèi avere avvertenza di fuggire le voci generali e usare le particolari, e delle particulari fuggire quelle che si potessono interpretare sinistramente.
Molte volte il dire: - A dietro! A dietro! - ha fatto rovinare uno esercito; però questa voce si dee fuggire, e, in suo luogo, usare - Ritiratevi! -.
Se voi gli volete fare voltare per rimutare testa o per fianco o a spalle, non usate mai: - Voltatevi! - ma dite: - A sinistra! A destra! A spalle! A fronte! -.
Così tutte le altre voci hanno ad essere semplici e nette, come: - Premete! State forti! Innanzi! Tornate! -.
E tutte quelle cose che si possono fare con la voce, si facciano; l'altre si facciano con il suono.
Quanto agli spianatori, che è la seconda domanda vostra, io fare' fare questo ufficio a' miei soldati proprii, sì perché così si faceva nella antica milizia, sì ancora, perché fusse nello esercito meno gente disarmata e meno impedimenti, e ne trarrei d'ogni battaglia quel numero bisognasse, e farei loro pigliare gli istrumenti atti a spianare, e l'armi lasciare a quelle file che fussero loro più presso, le quali le porterebbero loro, e, venendo il nimico non arebbono a fare altro che ripigliarle e ritornare negli ordini loro.
ZANOBI Gli istrumenti da spianare chi gli porterebbe?
FABRIZIO I carri, a portare simili istrumenti, deputati.
ZANOBI Io dubito che voi non condurresti mai questi vostri soldati a zappare.
FABRIZIO Di tutto si ragionerà nel luogo suo.<