DELL'ARTE DELLA GUERRA, di Niccolo' Machiavelli - pagina 25
...
.
E però voi aresti a fare muovere uno battaglione ausiliare e, dopo quello, i suoi particolari impedimenti e, con quegli la quarta parte degli impedimenti publici; che sarebbero tutti quegli che fussero alloggiati in uno di quegli quadri che poco fa dimostrammo.
E però converrebbe avere ciascuno di essi consegnato ad uno battaglione, acciò che, movendosi lo esercito, ciascuno sapesse quale luogo fusse il suo nel camminare.
E così debbe andare via ogni battaglione co' suoi impedimenti proprii, e con la quarta parte de' publici a spalle, in quel modo dimostrammo che camminava l'esercito romano.
BATISTA Nel porre lo alloggiamento avevano eglino altri rispetti che quegli avete detti?
FABRIZIO Io vi dico di nuovo che i Romani volevano, nello alloggiare, potere tenere la consueta forma del modo loro; il che per osservare, non avevano alcuno rispetto.
Ma quanto all'altre considerazioni, ne avevano due principali: l'una, di porsi in luogo sano; l'altra, di porsi dove il nimico non lo potesse assediare e torgli la via dell'acqua o delle vettovaglie.
Per fuggire adunque le infermità, ei fuggivano i luoghi paludosi o esposti a' venti nocivi.
Il che conoscevano non tanto dalle qualità del sito quanto dal viso degli abitatori, e quando gli vedevano male colorati o bolsi, o di altra infezione ripieni, non vi alloggiavano.
Quanto all'altra parte di non essere assediato, conviene considerare la natura del luogo, dove sono posti gli amici e dove i nimici, e da questo fare tua coniettura se tu puoi essere assediato o no.
E però conviene che il capitano sia peritissimo de' siti de' paesi, e abbia intorno assai che ne abbiano la medesima perizia.
Fuggesi ancora le malattie e la fame, col non fare disordinare l'esercito; perché, a volerlo mantenere sano, conviene operare che i soldati dormano sotto le tende, che si alloggi dove sieno arbori che facciano ombra, dove sia legname da potere cuocere il cibo, che non cammini per il caldo.
E però bisogna trarlo dello alloggiamento innanzi dì, la state, e di verno guardarsi che non cammini per le nevi e per i ghiacci sanza avere commodità di fare fuoco, e non manchi del vestito necessario e non bea acque malvage.
Quegli che ammalano a caso, farli curare da' medici; perché uno capitano non ha rimedio quando egli ha a combattere con le malattie e col nimico.
Ma niuna cosa è tanto utile a mantenere l'esercito sano quanto è l'esercizio; e però gli antichi ciascuno dì gli facevano esercitare.
Donde si vede quanto questo esercizio vale; perché, negli alloggiamenti, ti fa sano e, nelle zuffe, vittorioso.
Quanto alla fame, non solamente è necessario vedere che il nimico non t'impedisca la vettovaglia, ma provvedere donde tu abbia a averla, e vedere che quella che tu hai, non si sperda.
E però ti conviene averne sempre in munizione con l'esercito per uno mese, e di poi tassare i vicini amici che giornalmente te ne provveggano; farne munizioni in qualche luogo forte e, sopra tutto, dispensarla con diligenza, dandone ogni giorno a ciascuno una ragionevole misura; e osservare in modo questa parte ch'ella non ti disordini, perché ogni altra cosa nella guerra si può col tempo vincere, questa sola col tempo vince te.
Né sarà mai alcuno tuo nimico, il quale ti possa superare con la fame, che cerchi vincerti col ferro; perché, se la vittoria non è sì onorevole, ella è più sicura e più certa.
Non può adunque fuggire la fame quello esercito che non è osservante di giustizia e che licenziosamente consuma quello che gli pare; perché l'uno disordine fa che la vettovaglia non vi viene, l'altro, che la venuta inutilmente si consuma.
Però ordinavano gli antichi che si consumasse quella che davano e in quel tempo che volevano; perché niuno soldato mangiava se non quando il capitano.
Il che quanto sia osservato da' moderni eserciti lo sa ciascuno, e meritamente non si possono chiamare ordinati e sobrii come gli antichi, ma licenziosi ed ebbriachi.
BATISTA Voi dicesti nel principio dello ordinare lo alloggiamento, che non volevi stare solamente in su due battaglioni, ma che ne volevi tòrre quattro, per mostrare come uno esercito giusto si alloggiava.
Però vorrei mi dicessi due cose: l'una, quando io avessi più o meno gente, come io avessi ad alloggiare: l'altra, che numero di soldati vi basterebbe a combattere contro a qualunque nimico?
FABRIZIO Alla prima domanda vi rispondo che, se l'esercito è più o meno quattro o semila fanti si lieva od aggiugne ordini di alloggiamenti tanto che basti; e con questo modo si può ire nel più e nel meno in infinito.
Nondimeno i Romani, quando congiugnevano insieme due eserciti consolari, facevano due alloggiamenti e voltavano la parte de' disarmati l'una all'altra.
Quanto alla seconda domanda, vi replico come lo esercito ordinario romano era intorno a ventiquattromila soldati; ma quando maggiore forza gli premeva, i più che ne mettevano insieme erano cinquantamila.
Con questo numero si opposono a dugentomila Franzesi, che gli assaltarono dopo la guerra prima ch'egli ebbero co' Cartaginesi.
Con questo medesimo si opposono ad Annibale; e avete a notare che i Romani e i Greci hanno fatto la guerra co' pochi, affortificati dall'ordine e dall'arte; gli occidentali o gli orientali l'hanno fatta con la moltitudine, ma l'una di queste nazioni si serve del furore naturale, come sono gli occidentali, l'altra della grande ubbidienza che quegli uomini hanno agli loro re.
Ma in Grecia e in Italia, non essendo il furore naturale né la naturale reverenza verso i loro re, è stato necessario voltarsi alla disciplina; la quale è di tanta forza, ch'ella ha fatto che i pochi hanno potuto vincere il furore e la naturale ostinazione degli assai.
Però vi dico che, volendo imitare i Romani e i Greci, non si debbe passare il numero di cinquantamila soldati, anzi piuttosto torne meno; perché i più fanno confusione, né lasciano osservare la disciplina e gli ordini imparati.
E Pirro usava dire che con quindicimila uomini voleva assalire il mondo.
Ma passiamo ad un'altra parte.
Noi abbiamo a questo nostro esercito fatta vincere una giornata, e mostro i travagli che in essa zuffa possono occorrere; abbiànlo fatto camminare, e narrato da quali impedimenti, camminando, egli possa essere circumvenuto; e in fine lo abbiamo alloggiato dove, non solamente si dee pigliare un poco di requie delle passate fatiche, ma ancora pensare come si dee finire la guerra perché negli alloggiamenti si maneggia di molte cose, massime restandoti ancora de' nimici alla campagna e delle terre sospette, delle quali è bene assicurarsi, e quelle che sono nimiche espugnare.
Però è necessario venire a queste dimostrazioni e passare queste difficultà con quella gloria che infino a qui abbiamo militato.
Però, scendendo a' particolari, dico che, se ti occorresse che assai uomini o assai popoli facessero una cosa che fusse a te utile e a loro di danno grande (come sarebbe o disfare le mura delle loro città, o mandare in esilio molti di loro) ti è necessario o ingannargli in modo che ciascuno non creda che tocchi a lui, tanto che, non sovvenendo l'uno all'altro, si truovino di poi oppressi tutti sanza rimedio; ovvero a tutti comandare quello che deono fare in uno medesimo giorno, acciò che, credendo ciascuno essere solo a chi sia il comandamento fatto, pensi ad ubbidire e non a' rimedi; e così fia sanza tumulto da ciascuno il tuo comandamento eseguito.
Se tu avessi sospetta la fede di alcuno popolo e volessi assicurartene e occuparlo allo improvvisto, per potere colorire il disegno tuo più facilmente, non puoi far meglio che comunicare con quello alcuno tuo disegno, richiederlo di aiuto, e mostrare di voler fare altra impresa e di avere lo animo alieno da ogni pensiero di lui; il che farà che non penserà alla difesa sua, non credendo che tu pensi a offenderlo, e ti darà commodità di potere facilmente sodisfare al tuo disiderio.
Quando tu presentissi che fusse nel tuo esercito alcuno che tenesse avvisato il tuo nimico de' tuoi disegni, non puoi fare meglio, a volerti valere del suo malvagio animo, che comunicargli quelle cose che tu non vuoi fare e quelle che tu vuoi fare, tacere, e dire di dubitare delle cose che tu non dubiti e, quelle di che tu dubiti, nascondere, il che farà fare al nimico qualche impresa, credendo sapere i disegni tuoi, dove facilmente tu lo potrai ingannare e opprimere.
Se tu disegnassi, come fece Claudio Nerone, diminuire il tuo esercito, mandando aiuto ad alcuno amico, e che il nimico non se ne accorgesse, è necessario non diminuire gli alloggiamenti, ma mantenere i segni e gli ordini interi, faccendo i medesimi fuochi e le medesime guardie per tutto.
Così se col tuo esercito si congiungesse nuova gente, e volessi che il nimico non sapesse che tu fussi ingrossato, è necessario non accrescere gli alloggiamenti; perché, tenere secreto le azioni e i disegni suoi, fu sempre utilissimo.
Donde Metello, essendo con gli eserciti in Ispagna, a uno che lo domandò quello che voleva fare l'altro giorno, rispose che se la camicia sua lo sapesse, l'arderebbe.
Marco Crasso a uno che lo domandava quando moverebbe l'esercito, disse: - Credi tu essere solo a non sentire le trombe? - Se tu disiderassi intendere i secreti del tuo nimico e conoscere gli ordini suoi, hanno usato alcuni mandar gli ambasciadori e con quegli, sotto veste di famigli, uomini peritissimi in guerra; i quali, presa occasione di vedere l'esercito nimico e considerare le fortezze e le debolezze sue gli hanno dato occasione di superarlo.
Alcuni hanno mandato in esilio uno loro familiare e, mediante quello, conosciuti i disegni dello avversario suo.
Intendonsi ancora simili segreti da' nimici, quando a questo effetto ne pigliassi prigioni.
Mario, nella guerra che fece co' Cimbri per conoscere la fede di quegli Franciosi che allora abitavano la Lombardia ed erano collegati col popolo romano, mandò loro lettere aperte e suggellate; e nelle aperte scriveva che non aprissero le suggellate se non al tale tempo; e innanzi a quel tempo ridomandandole e trovandole aperte, conobbe la fede loro non essere intera.
Hanno alcuni capitani, essendo assaltati, non voluto ire a trovare il nimico, ma sono iti ad assalire il paese suo e costrettolo a tornare a difendere la casa sua.
Il che molte volte è riuscito bene, perché i tuoi soldati cominciano a vincere, a empiersi di preda e di confidenza; quegli del nimico si sbigottiscono, parendo loro di vincitori diventare perditori.
In modo che a chi ha fatta questa diversione, molte volte è riuscito bene.
Ma solo si può fare per colui che ha il suo paese più forte che non è quel del nimico, perché, quando fusse altrimenti, andrebbe a perdere.
È stata spesso cosa utile a uno capitano che si truova assediato negli alloggiamenti dal nimico, muovere pratica d'accordo e fare triegua con seco per alcuno giorno; il che suole fare i nimici più negligenti in ogni azione, tale che, valendoti della negligenza loro, puoi avere facilmente occasione di uscire loro delle mani.
Per questa via Silla si liberò due volte da' nimici, e con questo medesimo inganno Asdrubale in Ispagna uscì delle forze di Claudio Nerone, il quale lo aveva assediato.
Giova ancora, a liberarsi dalle forze del nimico, fare qualche cosa, oltre alle dette, che lo tenga a bada.
Questo si fa in due modi: o assaltarlo con parte delle forze, acciò che, intento a quella zuffa, dia commodità al resto delle tue genti di potersi salvare; o fare surgere qualche nuovo accidente che, per la novità della cosa lo faccia maravigliare e per questa cagione stare dubbio e fermo; come voi sapete che fece Annibale che, essendo rinchiuso da Fabio Massimo, pose di notte facelline accese tra le corna di molti buoi, tanto che Fabio, sospeso da questa novità, non pensò impedirgli altrimenti il passo.
Debbe uno capitano, tra tutte l'altre sue azioni, con ogni arte ingegnarsi di dividere le forze del nimico, o col fargli sospetti i suoi uomini ne' quali confida, o con dargli cagione ch'egli abbia a separare le sue genti e, per questo, diventare più debole.
Il primo modo si fa col riguardare le cose di alcuno di quegli ch'egli ha appresso, come è conservare nella guerra le sue genti e le sue possessioni, rendendogli i figliuoli o altri suoi necessari sanza taglia.
Voi sapete che Annibale, avendo abbruciato intorno a Roma tutti i campi, fece solo restare salvi quegli di Fabio Massimo.
Sapete come Coriolano, venendo con l'esercito a Roma, conservò le possessioni dei nobili e quelle della plebe arse e saccheggiò.
Metello, avendo lo esercito contro a Iugurta, tutti gli oratori che da Iugurta gli erano mandati, erano richiesti da lui che gli dessono Iugurta prigione: e a quegli medesimi scrivendo di poi della medesima materia lettere, operò in modo che in poco tempo Iugurta insospettì di tutti i suoi consiglieri e in diversi modi gli spense.
Essendo Annibale rifuggito ad Antioco, gli oratori romani lo praticarono tanto domesticamente, che Antioco, insospettito di lui, non prestò di poi più fede a' suoi consigli.
Quanto al dividere le genti nimiche, non ci è il più certo modo che fare assaltare il paese di parte di quelle acciò che, essendo costrette andare a difendere quello, abbandonino la guerra.
Questo modo tenne Fabio, avendo all'incontro del suo esercito le forze de' Franzesi, de' Toscani, Umbri e Sanniti.
Tito Didio, avendo poche genti rispetto a quelle de' nimici e aspettando una legione da Roma e volendo i nimici ire ad incontrarla, acciò non vi andassero, dette voce per tutto il suo esercito di volere l'altro giorno fare giornata co' nimici; di poi tenne modi che alcuni de' prigioni ch'egli aveva, ebbono occasione di fuggirsi; i quali, referendo l'ordine del consolo di combattere l'altro giorno fecero che i nimici, per non diminuire le loro forze, non andarono ad incontrare quella legione; e per questa via si condusse salva; il quale modo non servì a dividere le forze de' nimici, ma a duplicare le sue.
Hanno usato alcuni, per dividere le sue forze, lasciarlo entrare nel paese suo e, in pruova, lasciatogli pigliare di molte terre, acciò che, mettendo, in quelle, guardie diminuisca le sue forze; e per questa via avendolo fatto debole, assaltatolo e vinto.
Alcuni altri, volendo andare in una provincia, hanno finto di volerne assaltare un'altra e usata tanta industria che, subito entrati in quella dove e' non si dubitava ch'egli entrassono, l'hanno prima vinta che 'l nimico sia stato a tempo a soccorrerla.
Perché il nimico tuo, non essendo certo se tu se' per tornare indietro al luogo prima da te minacciato, è costretto non abbandonare l'uno luogo e soccorrere l'altro; e così spesso non difende né l'uno né l'altro.
Importa, oltre alle cose dette, a uno capitano, se nasce sedizione o discordia tra' soldati, saperle con arte spegnere.
Il migliore modo è gastigare i capi degli errori; ma farlo in modo che tu gli abbia prima oppressi che essi se ne sieno potuti accorgere.
Il modo è: se sono discosto da te, non chiamare solo i nocenti, ma insieme con loro tutti gli altri, acciò che, non credendo che sia per cagione di punirgli, non diventino contumaci, ma dieno commodità alla punizione.
Quando sieno presenti, si dee farsi forte con quegli che non sono in colpa, e, mediante lo aiuto loro, punirgli.
Quando ella fusse discordia tra loro, il migliore modo è presentargli al pericolo, la quale paura gli suole sempre rendere uniti.
Ma quello che sopra ogni altra cosa tiene lo esercito unito, è la reputazione del capitano, la quale solamente nasce dalla virtù sua, perché né sangue né autorità la dette mai sanza la virtù.
E la prima cosa che a uno capitano si aspetta a fare, è tenere i suoi soldati puniti e pagati; perché, qualunque volta manca il pagamento, conviene che manchi la punizione; perché tu non puoi gastigare uno soldato che rubi, se tu non lo paghi, né quello, volendo vivere, si può astenere dal rubare.
Ma se tu lo paghi e non lo punisci, diventa in ogni modo insolente, perché tu diventi di poca stima, dove chi capita non può mantenere la dignità del suo grado; e non lo mantenendo, ne seguita di necessità il tumulto e le discordie, che sono la rovina d'uno esercito.
Avevano gli antichi capitani una molestia della quale i presenti ne sono quasi liberi, la quale era di interpretare a loro proposito gli auguri sinistri; perché se cadeva una saetta in uno esercito, s'egli scurava il sole o la luna, se veniva un tremuoto, se il capitano o nel montare o nello scendere da cavallo cadeva, era da' soldati interpretato sinistramente, e generava in loro tanta paura che, venendo alla giornata, facilmente l'arebbero perduta.
E però gli antichi capitani, tosto che uno simile accidente nasceva, o e' mostravano la cagione di esso e lo riducevano a cagione naturale, o e' l'interpretavano a loro proposito.
Cesare, cadendo in Affrica nello uscire di nave, disse: - Affrica io t'ho presa.
- E molti hanno renduto la cagione dello oscurare della luna e de' tremuoti; le quali cose ne' tempi nostri non possono accadere, sì per non essere i nostri uomini tanto superstiziosi, sì perché la nostra religione rimuove in tutto da sé tali opinioni.
Pure, quando egli occorresse, si dee imitare gli ordini degli antichi.
Quando o fame o altra naturale necessità o umana passione ha condotto il nimico tuo ad una ultima disperazione e, cacciato da quella, venga a combattere teco, dèi starti dentro a' tuoi alloggiamenti e, quanto è in tuo potere, fuggire la zuffa.
Così fecero i Lacedemoni contro a' Messeni, così fece Cesare contro ad Afranio e Petreio.
Essendo Fulvio consolo contro a' Cimbri, fece molti giorni continui alla sua cavalleria assaltare i nimici, e considerò come quegli uscivano degli alloggiamenti per seguitargli; donde che quello pose uno agguato dietro agli alloggiamenti de' Cimbri e, fattigli assaltare da' cavagli e i Cimbri uscendo degli alloggiamenti per seguitargli, Fulvio gli occupò e saccheggiogli.
È stato di grande utilità ad alcuno capitano, avendo l'esercito propinquo all'esercito nimico, mandare le sue genti con le insegne nimiche a rubare ed ardere il suo paese proprio; donde che i nimici hanno creduto che sieno genti che vengano loro in aiuto, e sono ancora essi corsi ad aiutare far loro la preda, e per questo disordinatisi, e dato facultà allo avversario loro di vincergli.
Questo termine usò Alessandro di Epiro combattendo contra agli Illirici e Leptene siracusano contra a' Cartaginesi; ed all'uno ed all'altro riuscì il disegno facilmente.
Molti hanno vinto il nimico, dando a quello facultà di mangiare e bere fuora di modo, simulando di avere paura e lasciando gli alloggiamenti suoi pieni di vino e di armenti; de' quali, sendosi ripieno il nimico sopra ogni uso naturale lo hanno assaltato e, con suo danno, vinto.
Così fece Tamiri contra a Ciro e Tiberio Gracco contra agli Spagnuoli.
Alcuni hanno avvelenati i vini e l'altre cose da cibarsi per potere più facilmente vincergli.
Io dissi poco fa come io non trovavo che gli antichi tenessero la notte ascolte fuora, e stimavo lo facessero per schifare i mali che ne poteva nascere; perché si truova che, non ch'altro, le velette che pongono il giorno a velettare il nimico, sono state cagioni della rovina di colui che ve le pose, perché molte volte è accaduto che, essendo state prese, è stato loro fatto fare per forza il cenno col quale avevano a chiamare i suoi; i quali al segno venendo, sono stati o morti o presi.
Giova ad ingannare il nimico qualche volta variare una tua consuetudine; in su la quale fondandosi quello, ne rimane rovinato; come fece già uno capitano il quale, solendo far fare cenno a' suoi per la venuta de' nimici, la notte, col fuoco e, il dì, col fumo, comandò che sanza alcuna intermissione si facesse fumo e fuoco, e di poi, sopravvenendo il nimico, si restasse; il quale, credendo venire sanza essere visto, non veggendo fare segni da essere scoperto, fece, per ire disordinato, più facile la vittoria al suo avversario.
Mennone Rodio, volendo trarre de' luoghi forti l'esercito nimico mandò uno, sotto colore di fuggitivo, il quale affermava come il suo esercito era in discordia e che la maggior parte di quello si partiva; e per dare fede alla cosa, fece fare in pruova certi tumulti tra gli alloggiamenti, donde che il nimico pensando di poterlo rompere, assaltandolo, fu rotto.
Debbesi, oltre alle cose dette, avere riguardo di non condurre il nimico in ultima disperazione; a che ebbe riguardo Cesare combattendo co' Tedeschi; il quale aperse loro la via, veggendo come, non si potendo fuggire, la necessità gli faceva gagliardi; e volle più tosto la fatica di seguirgli quando essi fuggivano, che il pericolo di vincergli, quando si difendevano.
Lucullo, veggendo come alcuni cavagli di Macedonia ch'erano seco, se ne andavano dalla parte nimica, subito fe' sonare a battaglia e comandò che l'altre genti li seguissono; donde i nimici, credendosi che Lucullo volesse appiccare la zuffa, andarono a urtare i Macedoni con tale impeto, che quegli furono costretti difendersi; e così diventarono contra a loro voglia di fuggitivi combattitori.
Importa ancora il sapersi assicurare d'una terra, quando tu dubiti della sua fede, vinta che tu hai la giornata o prima, il che t'insegneranno alcuni esempli antichi.
Pompeo, dubitando de' Catinensi li pregò che fussero contenti accettare alcuni infermi ch'egli aveva nel suo esercito; mandato, sotto abito di infermi, uomini robustissimi, occupò la terra.
Publio Valerio, temendo della fede degli Epidauri, fece venire, come noi diremmo, un perdono a una chiesa fuora della terra, e, quando tutto il popolo era ito per la perdonanza, serrò le porte e di poi non ricevé dentro se non quegli di chi egli confidava.
Alessandro Magno, volendo andare in Asia e assicurarsi di Tracia, ne menò seco tutti i principi di quella provincia, dando loro provvisione, e a' populari di Tracia prepose uomini vili; e così fece i principi contenti, pagandogli, e i popolari quieti, non avendo capi che gli inquietassono.
Ma tra tutte le cose con le quali i capitani si guadagnano i popoli, sono gli esempli di castità e di giustizia; come fu quello di Scipione in Ispagna, quando egli rendé quella fanciulla di corpo bellissima al padre e al marito; la quale gli fece più che con l'armi guadagnare la Ispagna.
Cesare, avendo fatto pagare quelle legne ch'egli aveva adoperato per fare lo steccato intorno al suo esercito in Francia, si guadagnò tanto nome di giusto, ch'egli si facilitò lo acquisto di quella provincia.
Io non so che mi resti a parlare altro sopra questi accidenti; né ci resta sopra questa materia parte alcuna che non sia stata da noi disputata.
Solo ci manca a dire del modo dello espugnare e difendere le terre; il che sono per fare volentieri, se già a voi non rincrescesse.
BATISTA La umanità vostra è tanta, ch'ella ci fa conseguire i disiderii nostri sanza avere paura di essere tenuti prosuntuosi; poiché voi liberamente ne offerite quello che noi ci saremmo vergognati di domandarvi.
Però vi diciamo solo questo: che a noi non potete fare maggiore né più grato beneficio, che fornire questo ragionamento.
Ma prima che passiate a quell'altra materia, solveteci uno dubbio: s'egli è meglio continuare la guerra ancora il verno, come si usa oggi, o farla solamente la state e ire alle stanze il verno, come gli antichi.
FABRIZIO Ecco, che se non fusse la prudenza del domandatore, egli rimaneva indietro una parte che merita considerazione.
Io vi dico, di nuovo, che gli antichi facevano ogni cosa meglio e con maggiore prudenza di noi; e se nelle altre cose si fa qualche errore, nelle cose della guerra si fanno tutti.
Non è cosa più imprudente o più pericolosa a uno capitano, che fare la guerra il verno, e molto più pericolo porta colui che la fa che quello che l'aspetta.
La ragione è questa: tutta la industria che si usa nella disciplina militare, si usa per essere ordinato a fare una giornata col tuo nimico, perché questo è il fine al quale ha ad ire uno capitano, perché la giornata ti dà vinta la guerra o perduta.
Chi sa adunque meglio ordinarla; chi ha lo esercito suo meglio disciplinato, ha più vantaggio in questa e più può sperare di vincerla.
Dall'altro canto non è cosa più nimica degli ordini, che sono i siti aspri o i tempi freddi e acquosi; perché il sito aspro non ti lascia distendere le tue copie secondo la disciplina, i tempi freddi e acquosi non ti lasciano tenere le genti insieme, né ti puoi unito presentare al nimico, ma ti conviene alloggiare disiunto di necessità e sanza ordine avendo ad ubbidire a' castegli, a' borghi e alle ville che ti ricevano, in maniera che tutta quella fatica da te usata per disciplinare il tuo esercito è vana.
Né vi maravigliate se oggi guerreggiano il verno; perché, essendo gli eserciti sanza la disciplina, non conoscono il danno che fa loro il non alloggiare uniti, perché non dà loro noia non potere tenere quegli ordini e osservare quella disciplina che non hanno.
Pure e' doverrebbono vedere di quanti danni è stato cagione il campeggiare la vernata, e ricordarsi come i Franzesi, l'anno millecinquecentotre, furono rotti in sul Garigliano dal verno e non dagli Spagnuoli.
Perché, come io vi ho detto, chi assalta ha ancora più disavvantaggio; perché il mal tempo l'offende più, essendo in casa altri e volendo fare la guerra; onde è necessitato, o, per stare insieme, sostenere la incommodità dell'acqua e del freddo, o, per fuggirla, dividere le genti.
Ma colui che aspetta può eleggere il luogo a suo modo e aspettarla con le sue genti fresche; e quelle può, in uno subito unire ed andare a trovare una banda delle genti nimiche, le quali non possono resistere all'impeto loro.
Così furono rotti i Franzesi, e così sempre fieno rotti coloro che assalteranno la vernata uno nimico che abbia in sé prudenza.
Chi vuole adunque che le forze, gli ordini, le discipline e la virtù in alcuna parte non gli vaglia, faccia guerra alla campagna il verno.
E perché i Romani volevano che tutte queste cose in che eglino mettevano tanta industria valessono loro, fuggivano non altrimenti le vernate, che l'alpi aspre e i luoghi difficili e qualunque altra cosa gli impedisse a potere mostrare l'arte e la virtù loro.
Sì che questo basti alla domanda vostra, e vegnamo a trattare della difesa ed offesa delle terre e de' siti e della edificazione loro.
LIBRO SETTIMO
Voi dovete sapere come le terre e le rocche possono essere forti o per natura o per industria.
Per natura sono forti quelle che sono circundate da fiumi o da paludi, come è Mantova e Ferrara, o che sono poste sopra uno scoglio o sopra uno monte erto, come Monaco e Santo Leo; perché quelle poste sopra a' monti, che non sieno molto difficili a salirgli, sono oggi, rispetto alle artiglierie e le cave, debolissime.
E però, il più delle volte nello edificare si cerca oggi uno piano, per farlo forte con la industria.
La prima industria è fare le mura ritorte e piene di volture e di ricetti; la quale cosa fa che 'l nimico non si può accostare a quelle, potendo facilmente essere ferito non solamente a fronte, ma per fianco.
Se le mura si fanno alte, sono troppo esposte a' colpi dell'artiglieria; s'elle si fanno basse, sono facili a scalare.
Se tu fai i fossi innanzi a quelle per dare difficultà alle scale, se avviene che il nimico gli riempia (il che può uno grosso esercito fare facilmente) resta il muro in preda del nimico.
Pertanto io credo, salvo sempre migliore giudicio, che a volere provvedere all'uno e all'altro inconveniente, si debba fare il muro alto e con fossi di dentro e non di fuora.
Questo è il più forte modo di edificare che si faccia, perché ti difende dall'artiglierie e dalle scale, e non da facilità al nimico di riempiere il fosso.
Debbe essere adunque il muro alto di quale altezza vi occorre maggiore, e grosso non meno di tre braccia, per rendere più difficile il farlo rovinare.
Debbe avere poste le torri con gli intervalli di dugento braccia; debbe il fosso dentro essere largo almeno trenta braccia e fondo dodici; e tutta la terra che si cava per fare il fosso, sia gettata di verso la città, e sia sostenuta da uno muro che si parta dal fondo del fosso e vadia tanto alto sopra la terra che uno uomo si cuopra dietro a quello: la quale cosa farà la profondità del fosso maggiore.
Nel fondo del fosso ogni dugento braccia vuole essere una casamatta che, con l'artiglierie, offenda qualunque scendesse in quello.
L'artiglierie grosse che difendono la città, si pongano dietro al muro che chiude il fosso; perché, per difendere il muro davanti, sendo alto, non si possono adoperare commodamente altro che le minute o mezzane.
Se il nimico ti viene a scalare, l'altezza del primo muro facilmente ti difende.
Se viene con l'artiglierie, gli conviene prima battere il muro primo; ma battuto ch'egli è, perché la natura di tutte le batterie è fare cadere il muro di verso la parte battuta, viene la rovina del muro, non trovando fosso che la riceva e nasconda, a raddoppiare la profondità del fosso; in modo che passare più innanzi non ti è possibile, per trovare una rovina che ti ritiene, uno fosso che ti impedisce e l'artiglierie nimiche che dal muro del fosso sicuramente ti ammazzano.
Solo vi è questo rimedio: riempiere il fosso; il che è difficilissimo, sì perché la capacità sua è grande, sì per la difficultà che è nello accostarvisi, essendo le mura sinuose e concave; tra le quali, per le ragioni dette, con difficultà si può entrare, e di poi avendo a salire con la materia su per una rovina che ti dà difficultà grandissima; tanto che io fo una città così ordinata al tutto inespugnabile.
BATISTA Quando si facesse, oltre al fosso di dentro, ancora uno fosso di fuora, non sarebbe ella più forte?
FABRIZIO Sarebbe sanza dubbio, ma il ragionamento mio è, volendo fare uno fosso solo, ch'egli sta meglio dentro che fuora.
BATISTA Vorresti voi che ne' fossi fusse acqua, o gli ameresti asciutti?
FABRIZIO Le opinioni sono diverse; perché i fossi pieni d'acqua ti guardano dalle cave sutterranee, i fossi sanza acqua ti fanno più difficile il riempierli.
Ma io considerato tutto, li farei sanza acqua, perché sono più sicuri; e si è visto di verno ghiacciare i fossi e fare facile la espugnazione di una città, come intervenne alla Mirandola, quando papa Iulio la campeggiava.
E per guardarmi dalle cave, gli farei profondi tanto che chi volesse andare più sotto trovasse l'acqua.
Le rocche ancora edificherei, quanto a' fossi e alle mura, in simile modo, acciò ch'elle avessero la simile difficultà a espugnarle.
Una cosa bene voglio ricordare a chi difende le città: e questo è, che non facciano bastioni fuora e che sieno discosto dalle mura di quelle, ed un'altra a chi fabbrica le rocche: e questo è, che non faccia ridotto alcuno in quelle, nel quale chi vi è dentro, perduto il primo muro, si possa ritirare.
Quello che mi fa dare il primo consiglio è che niuno debbe fare cosa mediante la quale, sanza rimedio, tu cominci a perdere la tua prima riputazione; la quale, perdendosi, fa stimare meno gli altri ordini tuoi e sbigottire coloro che hanno preso la tua difesa.
E sempre t'interverrà questo che io dico, quando tu faccia bastioni fuora della terra che tu abbia a difendere; perché sempre gli perderai, non si potendo oggi le cose piccole difendere, quando che sieno sottoposte al furore delle artiglierie; in modo che, perdendoli, fieno principio e cagione della tua rovina.
Genova, quando si ribellò dal re Luigi di Francia, fece alcuni bastioni su per quegli colli che gli sono d'intorno; i quali, come furono perduti (che si perderono subito) fecero ancora perdere la città.
Quanto al consiglio secondo, affermo niuna cosa essere ad una rocca più pericolosa, che essere in quella ridotti da potersi ritirare; perché la speranza che gli uomini hanno, abbandonando uno luogo, fa che egli si perde, e quello perduto fa perdere poi tutta la rocca.
Di esemplo ci è fresco la perdita della rocca di Furlì, quando la contessa Caterina la difendeva contra a Cesare Borgia, figliuolo di papa Alessandro VI il quale vi aveva condotto l'esercito dei re di Francia.
Era tutta quella fortezza piena di luoghi da ritirarsi dall'uno nell'altro; perché vi era prima la cittadella; da quella alla rocca era uno fosso, in modo che vi si passava per uno ponte levatoio; la rocca era partita in tre parti, e ogni parte era divisa con fossi e con acque dall'altra, e con ponti da quello luogo a quell'altro si passava.
Donde che il duca batté con l'artiglieria una di quelle parti della rocca e aperse parte del muro; donde messer Giovanni da Casale, che era preposto a quella guardia, non pensò di difendere quella apertura, ma l'abbandonò per ritirarsi negli altri luoghi; tal che, entrate le genti del duca sanza contrasto in quella parte, in uno subito la presero tutta, perché diventarono signori de' ponti che andavano dall'uno membro all'altro.
Perdessi adunque questa rocca, ch'era tenuta inespugnabile, per due difetti: l'uno per avere tanti ridotti, l'altro per non essere ciascuno ridotto signore de' ponti suoi.
Fece, dunque, la mala edificata fortezza e la poca prudenza di chi la difendeva, vergogna alla magnanima impresa della contessa; la quale aveva avuto animo ad aspettare uno esercito, il quale né il re di Napoli né il duca di Milano aveva aspettato.
E benché gli suoi sforzi non avessero buono fine, nondimeno ne riportò quello onore che aveva meritata la sua virtù.
Il che fu testificato da molti epigrammi in quegli tempi in sua lode fatti.
Se io avessi pertanto ad edificare rocche, io farei loro le mura gagliarde e i fossi nel modo abbiamo ragionato; né vi farei dentro altro che case per abitare, e quelle farei deboli e basse di modo ch'elle non impedissero, a chi stesse nel mezzo della piazza, la vista di tutte le mura, acciò che il capitano potesse vedere con l'occhio dove potesse soccorrere e che ciascuno intendesse che perdute le mura e il fosso, fusse perduta la rocca.
E quando pure io vi facessi alcuno ridotto, farei i ponti divisi in tal modo che ciascuna parte fusse signore de' ponti dalla banda sua, ordinando che battessero in su' pilastri nel mezzo del fosso.
BATISTA Voi avete detto che le cose piccole oggi non si possono difendere; ed egli mi pareva avere inteso al contrario: che quanto minore era una cosa, meglio si difendeva.
FABRIZIO Voi non avevi inteso bene; perché egli non si può chiamare oggi forte quello luogo dove, chi lo difende non abbia spazio da ritirarsi con nuovi fossi e con nuovi ripari; perché egli è tanto il furore delle artiglierie, che quello che si fonda in su la guardia d'uno muro e d'uno riparo solo, s'inganna; e perché i bastioni, volendo che non passino la misura ordinaria loro, perché poi sarebbono terre e castella, non si fanno in modo che altri si possa ritirare, si perdono subito.
È adunque savio partito lasciare stare questi bastioni di fuora e fortificare l'entrate delle terre e coprire le porte di quelle con rivellini, in modo che non si entri o esca della porta per linea retta, e dal rivellino alla porta sia uno fosso con uno ponte.
Affortificansi ancora le porte con le saracinesche, per potere mettere dentro i suoi uomini quando sono usciti fuora a combattere e occorrendo che i nimici gli caccino, ovviare che alla mescolata non entrino dentro con loro.
E però sono trovate queste, le quali gli antichi chiamano cateratte, le quali, calandosi, escludono i nimici e salvono gli amici; perché in tale caso altri non si può valere né de' ponti né della porta, sendo l'uno e l'altra occupata dalla calca.
BATISTA Io ho vedute queste saracinesche che voi dite, fatte nella Magna di travette in forma d'una graticola di ferro, e queste nostre sono fatte di panconi tutte massicce.
Disidererei intendere donde nasca questa differenza e quali sieno più gagliarde.
FABRIZIO Io vi dico di nuovo che i modi e ordini della guerra in tutto il mondo, rispetto a quegli degli antichi, sono spenti; ma in Italia sono al tutto perduti; e se ci è cosa un poco più gagliarda, nasce dallo esemplo degli oltramontani.
Voi potete avere inteso, e quest'altri se ne possono ricordare, con quanta debolezza si edificava innanzi che il re Carlo di Francia nel mille quattrocento novantaquattro passasse in Italia.
I merli si facevano sottili un mezzo braccio, le balestriere e le bombardiere si facevano con poca apertura di fuora e con assai dentro, e con molti altri difetti che, per non essere tedioso, lascerò; perché da' merli sottili facilmente si lievano le difese, e le bombardiere edificate in quel modo facilmente si aprono.
Ora da' Franciosi si è imparato a fare il merlo largo e grosso, e che ancora le bombardiere sieno larghe dalla parte di dentro e ristringano infino alla metà del muro e poi, di nuovo, rallarghino infino alla corteccia di fuora; questo fa che l'artiglieria con fatica può levare le difese.
Hanno pertanto i Franciosi, come questi, molti altri ordini i quali, per non essere stati veduti da' nostri, non sono stati considerati.
Tra' quali è questo modo di saracinesche fatte ad uso di graticola, il quale è di gran lunga migliore modo che il vostro; perché, se voi avete per riparo d'una porta una saracinesca soda come la vostra, calandola, voi vi serrate dentro e non potete per quella offendere il nimico; talmente che quello con scure o con fuoco la può combattere sicuramente.
Ma s'ella è fatta ad uso di graticola, potete, calata ch'ella è, per quelle maglie e per quegli intervalli difenderla con lance, con balestre e con ogni altra generazione d'armi.
BATISTA Io ho veduto in Italia un altra usanza oltramontana, e questo è fare i carri delle artiglierie co' razzi delle ruote torti verso i poli.
Io vorrei sapere perché gli fanno così, parendomi che sieno più forti diritti, come quegli delle ruote nostre.
FABRIZIO Non crediate mai che le cose che si partono da modi ordinarii sieno fatte a caso; e se voi credessi che gli facessero così per essere più begli, voi erreresti, perché dove è necessaria la fortezza, non si fa conto della bellezza, ma tutto nasce perché sono assai più sicuri e più gagliardi che i vostri.
La ragione è questa: il carro, quando egli è carico, o e' va pari, o e' pende sopra il destro o sopra il sinistro lato.
Quando egli va pari, le ruote parimente sostengono il peso, il quale, sendo diviso ugualmente tra loro, non le aggrava molto, ma, pendendo, viene ad avere tutto il pondo del carro addosso a quella ruota, sopra la quale egli pende.
Se i razzi di quella sono diritti, possono facilmente fiaccarsi, perché, pendendo la ruota, vengono i razzi a pendere ancora loro e a non sostenere il peso per il ritto.
E così quando il carro va pari e quando eglino hanno meno peso, vengono ad essere più forti; quando il carro va torto e che vengono ad avere più peso, e' sono più deboli.
Al contrario appunto interviene a' razzi torti de' carri franciosi; perché, quando il carro, pendendo sopra una banda, ponta sopra di loro, per essere ordinariamente torti, vengono allora ad essere diritti e potere sostenere gagliardamente tutto il peso; che quando il carro va pari e che sono torti lo sostengono mezzo.
Ma torniamo alle nostre città e rocche.
Usano ancora i Franciosi, per più sicurtà delle porte delle terre loro e per potere nelle ossidioni più facilmente mettere e trarre genti di quelle, oltre alle cose dette, un altro ordine, del quale io non ne ho veduto ancora in Italia alcuno esemplo; e questo è che rizzano dalla punta di fuora del ponte levatoio due pilastri, e sopra ciascuno di quegli bilicono una trave; in modo che le metà di quelle vengano sopra il ponte, l'altre metà di fuora.
Di poi tutta quella parte che viene di fuora congiungono con travette, le quali tessono dall'una trave all'altra ad uso di graticola, e dalla parte di dentro appiccano alla punta di ciascuna trave una catena.
Quando vogliono adunque chiudere il ponte dalla parte di fuora, eglino allentano le catene e lasciano calare tutta quella parte ingraticolata la quale, abbassandosi, chiude il ponte; e quando lo vogliono aprire, tirano le catene, e quella si viene ad alzare; e puossi alzare tanto che vi passi sotto uno uomo e non uno cavallo, e tanto che vi passi il cavallo e l'uomo, e chiuderla ancora affatto, perch'ella si abbassa ed alza come una ventiera di merlo.
Questo ordine è più sicuro che la saracinesca, perché difficilmente può essere dal nimico impedito in modo che non cali, non calando per una linea retta come la saracinesca, che facilmente si può puntellare.
Deono adunque coloro che vogliono fare una città, fare ordinare tutte le cose dette; e di più si vorrebbe, almeno uno miglio intorno alle mura, non vi lasciare né cultivare, né murare, ma fusse tutta campagna dove non fusse né macchia, né argine, né arbori, né casa che impedisse la vista e che facesse spalle al nimico che si accampa.
E notate che una terra che abbia i fossi di fuora con gli argini più alti che il terreno, è debolissima; perché quegli fanno riparo al nimico che ti assalta e non gli impediscono l'offenderti, perché facilmente si possono aprire e dare luogo alle artiglierie di quello.
Ma passiamo dentro nella terra.
Io non voglio perdere molto tempo in mostrarvi come, oltre alle cose predette, conviene avere munizioni da vivere e da combattere, perché sono cose che ciascuno se le intende e, sanza esse, ogni altro provvedimento è vano.
E generalmente si dee fare due cose: provvedere sé e tòrre commodità al nimico di valersi delle cose del tuo paese.
Però gli strami, il bestiame, il frumento che tu non puoi ricevere in casa, si dee corrompere.
Debbe ancora, chi difende una terra, provvedere che tumultuariamente e disordinatamente non si faccia alcuna cosa, e tenere modi che in ogni accidente ciascuno sappia quello abbia a fare.
Il modo è questo: che le donne, i vecchi, i fanciugli e i deboli si stieno in casa e lascino la terra libera a' giovani e gagliardi; i quali armati si distribuiscano alla difesa, stando parte di quegli alle mura, parte alle porti, parte ne' luoghi principali della città, per rimediare a quegli inconvenienti che potessero nascere dentro; un'altra parte non sia obligata ad alcuno luogo, ma sia apparecchiata a soccorrere a tutti, richiedendolo il bisogno.
Ed essendo le cose ordinate così, possono con difficultà nascere tumulti che ti disordinino.
Ancora voglio che notiate questo nelle offese e difese delle città: che niuna cosa dà tanta speranza al nimico di potere occupare una terra, quanto il sapere che quella non è consueta a vedere il nimico; perché molte volte, per la paura solamente, sanza altra esperienza di forze, le città si perdono.
Però debbe uno, quando egli assalta una città simile, fare tutte le sue ostentazioni terribili.
Dall'altra parte chi è assaltato debba preporre, da quella parte che il nimico combatte uomini forti e che non gli spaventi l'opinione ma l'arme; perché se la prima pruova torna vana, cresce animo agli assediati, e di poi il nimico è forzato a superare chi è dentro con la virtù e non con la reputazione.
Gli instrumenti co' quali gli antichi difendevano le terre erano molti, come baliste, onagri, scorpioni, arcubaliste, fustibali, funde; ed ancora erano molti quegli co' quali le assaltavano, come arieti, torri, musculi, plutei, vinee, falci, testudini.
In cambio delle quali cose sono oggi l'artiglierie, le quali servono a chi offende e a chi si difende; e però io non ne parlerò altrimenti.
Ma torniamo al ragionamento nostro, e vegnamo alle offese particolari.
Debbesi avere cura di non potere essere preso per fame e di non essere sforzato per assalti.
Quanto alla fame, si è detto che bisogna, prima che la ossidione venga, essersi munito bene di viveri.
Ma quando ne manca per la ossidione lunga, si è veduto usare qualche volta qualche modo estraordinario ad essere provvisto dagli amici che ti vorrebbero salvare, massime se per il mezzo della città assediata corre uno fiume, come ferno i Romani essendo assediato Casalino loro castello da Annibale, che, non potendo per il fiume mandare loro altro, gittorno in quello gran quantità di noci, le quali, portate dal fiume sanza potere essere impedite, ciborno più tempo i Casalinesi.
Alcuni assediati, per mostrare al nimico che gli avanza loro grano e per farlo disperare che non possa per fame assediargli, hanno o gittato pane fuora delle mura, o dato mangiare grano ad uno giovenco, e quello di poi lasciato pigliare, acciò che, morto e trovatolo pieno di grano, mostri quella abbondanza che non hanno.
Dall'altra parte, i capitani eccellenti hanno usato vari termini per affamare il nimico.
Fabio lasciò seminare a' Campani, acciò che mancassero di quel frumento che seminavano.
Dionisio, essendo a campo a Reggio, finse di volere fare con loro accordo, e durante la pratica si faceva provvedere da vivere, e quando poi gli ebbe per questo modo voti di frumento, gli ristrinse ed affamogli.
Alessandro Magno, volendo espugnare Leucadia, espugnò tutti i castegli allo intorno, e gli uomini di quegli lasciò rifuggire in quella; e così, sopravvenendo assai moltitudine, l'affamò.
Quanto agli assalti, si è detto che altri si debbe guardare dal primo impeto, col quale i Romani occuparono molte volte di molte terre, assaltandole ad un tratto e da ogni parte, e chiamavanlo «Aggredi urbem corona», come fece Scipione quando occupò Cartagine Nuova in Ispagna.
Il quale impeto se si sostiene, con difficultà sei poi superato.
E se pure egli occorresse che il nimico fusse entrato dentro nella città per avere sforzate le mura, ancora i terrazzani vi hanno qualche rimedio, se non si abbandonano; perché molti eserciti sono, poi che sono entrati in una terra, stati o ributtati o morti.
Il rimedio è che i terrazzani si mantengano ne' luoghi alti e dalle case e dalle torri gli combattano.
La quale cosa coloro che sono entrati nelle città si sono ingegnati vincere in due modi: l'uno, con aprire le porte della città e fare la via a' terrazzani che securamente si possano fuggire; l'altro, col mandare fuora una voce che significhi che non si offenda se non gli armati, e a chi getta l'armi in terra si perdoni.
La quale cosa ha renduta facile la vittoria di molte città.
Sono facili, oltre a questo, le città ad espugnarle, se tu giugni loro addosso imprevisto; il che si fa, trovandosi con lo esercito discosto, in modo che non si creda o che tu le voglia assaltare, o che tu possa farlo sanza che si presenta per la distanza del luogo.
Donde che se tu secretamente e sollecitamente le assalti, quasi sempre ti succederà di riportarne la vittoria.
Io ragiono male volentieri delle cose successe de' nostri tempi, perché di me e de' miei mi sarebbe carico a ragionare; d'altri non saprei che mi dire.
Nondimeno non posso a questo proposito non addurre lo esemplo di Cesare Borgia, chiamato duca Valentino; il quale, trovandosi a Nocera con le sue genti, sotto colore di andare a' danni di Camerino si volse verso lo stato d'Urbino, ed occupò uno stato in uno giorno e sanza alcuna fatica, il quale un altro con assai tempo e spesa non arebbe appena occupato.
Conviene ancora, a quegli che sono assediati, guardarsi dagli inganni e dalle astuzie del nimico; e però non si deono fidare gli assediati d'alcuna cosa che veggano fare al nimico continuamente, ma credano sempre che vi sia sotto lo inganno e che possa a loro danno variare.
Domizio Calvino, assediando una terra, prese per consuetudine di circuire ogni giorno, con buona parte delle sue genti, le mura di quella.
Donde credendo i terrazzani lo facesse per esercizio, allentarono le guardie; di che accortosi Domizio, gli assaltò ed espugnogli.
Alcuni capitani, avendo presentito che doveva venire aiuto agli assediati, hanno vestiti loro soldati sotto le insegne di quegli che dovevano venire, ed essendo stati intromessi hanno occupato la terra.
Cimone ateniese messe fuoco una notte in uno tempio che era fuora della terra, onde i terrazzani, andando a soccorrerlo, lasciarono in preda la terra al nimico.
Alcuni hanno morti quegli che del castello assediato vanno a saccomanno e rivestiti i suoi soldati con la veste de' saccomanni; i quali di poi gli hanno dato la terra.
Hanno ancora usato gli antichi capitani vari termini da spogliare di guardie le terre che vogliono pigliare.
Scipione, sendo in Affrica e desiderando occupare alcuni castegli ne' quali erano messe guardie da' Cartaginesi, finse più volte di volergli assaltare, ma poi per paura non solamente astenersi, ma discostarsi da quegli.
Il che credendo Annibale essere vero, per seguirlo con maggiore forze e per potere più facilmente opprimerlo, trasse tutte le guardie di quegli; il che Scipione conosciuto, mandò Massinissa suo capitano ad espugnargli.
Pirro, faccendo guerra in Schiavonia ad una città capo di quello paese, dove era ridotta assai gente in guardia, finse di essere disperato di poterla espugnare e, voltatosi agli altri luoghi, fece che quella per soccorrergli si votò di guardie e diventò facile ad essere sforzata.
Hanno molti corrotte l'acque e derivati i fiumi per pigliare le terre, ancora che di poi non riuscisse.
Fannosi facili ancora gli assediati ad arrendersi, spaventandogli con significare loro una vittoria avuta o nuovi aiuti che vengano in loro disfavore.
Hanno cerco gli antichi capitani occupare le terre per tradimento, corrompendo alcuno di dentro; ma hanno tenuti diversi modi.
Alcuno ha mandato uno suo che, sotto nome di fuggitivo, prenda autorità e fede co' nimici, la quale di poi usi in benificio suo.
Alcuno per questo mezzo ha inteso il modo delle guardie e, mediante quella notizia, presa la terra.
Alcuno ha impedito la porta, ch'ella non si possa serrare, con uno carro e con travi sotto qualche colore, e per questo modo fatto l'entrare facile al nimico.
Annibale persuase ad uno che gli desse uno castello de' Romani e che fingesse di andare a caccia la notte, mostrando non potere andare di giorno per paura de' nimici, e, tornando di poi con la cacciagione, mettesse dentro con seco de' suoi uomini e, ammazzata la guardia, gli desse la porta.
Ingannansi ancora gli assediati col tirargli fuora della terra e discostargli da quella, mostrando, quando essi ti assaltano, di fuggire.
E molti, tra' quali fu Annibale, hanno non ch'altro, lasciatosi tòrre gli alloggiamenti per avere occasione di mettergli in mezzo e tòrre loro la terra.
Ingannansi ancora col fingere di partirsi, come fece Formione ateniese; il quale, avendo predato il paese de' Calcidensi, ricevé di poi i loro ambasciadori, riempiendo la loro città di sicurtà e di buone promesse sotto le quali, come uomini poco cauti, furono poco di poi da Formione oppressi.
Debbonsi gli assediati guardare dagli uomini che egli hanno fra loro sospetti; ma qualche volta si suole così assicurarsene col merito come con la pena.
Marcello, conoscendo come Lucio Banzio Nolano era volto a favorire Annibale, tanta umanità e liberalità usò verso di lui, che di nimico se lo fece amicissimo.
Deono gli assediati usare più diligenza nelle guardie, quando il nimico si è discostato, che quando egli è propinquo; e deono guardare meglio quegli luoghi i quali pensano che possano essere offesi meno; perché si sono perdute assai terre quando il nimico le assalta da quella parte donde essi non credono essere assaltati.
E questo inganno nasce da due cagioni: o per essere il luogo forte e credere che sia inaccessibile, o per essere usata arte dal nimico di assaltargli da uno lato, con romori finti e, dall'altro, taciti e con assalti veri.
E però deono gli assediati avere a questo grande avvertenza, e sopra tutto d'ogni tempo, e massime la notte, fare buone guardie alle mura; e non solamente preporvi uomini, ma i cani, e torgli feroci e pronti, i quali col fiuto presentano il nimico e con lo abbaiare lo scuoprano.
E non che i cani, si è trovato che l'oche hanno salvo una città, come intervenne a' Romani quando i Franzesi assediavano il Campidoglio.
Alcibiade, per vedere se le guardie vigilavano, essendo assediata Atene dagli Spartani, ordinò che, quando la notte egli alzasse uno lume, tutte le guardie lo alzassero, constituendo pena a chi non lo osservasse.
Ificrate ateniese ammazzò una guardia che dormiva, dicendo di averlo lasciato come l'aveva trovato.
Hanno coloro che sono assediati tenuti vari modi a mandare avvisi agli amici loro; e per non mandare imbasciate a bocca, scrivono lettere in cifera e nascondonle in vari modi: le cifere sono secondo la volontà di chi l'ordina, il modo del nasconderle è vario.
Chi ha scritto il fodero, dentro, d'una spada; altri hanno messe le lettere in uno pane crudo, e di poi cotto quello e datolo come per suo cibo a colui che le porta.
Alcuni se le sono messe ne' luoghi più secreti del corpo.
Altri le hanno messe in un collare d'uno cane che sia familiare di quello che le porta.
Alcuni hanno scritto in una lettera cose ordinarie, e di poi, tra l'uno verso e l'altro, scritto con acque che, bagnandole e scaldandole, poi le lettere appariscano.
Questo modo è stato astutissimamente osservato ne' nostri tempi; dove che, volendo alcuno significare cose da tenere secrete a' suoi amici che dentro a una terra abitavano, e non volendo fidarsi di persona, mandava scomuniche scritte secondo la consuetudine ed interlineate, come io dico di sopra, e quelle faceva alle porte de' templi suspendere; le quali conosciute da quegli che per gli contrassegni le conoscevano, erano spiccate e lette.
Il quale modo è cautissimo, perché chi le porta vi può esser ingannato e non vi corre alcuno pericolo.
Sono infiniti altri modi che ciascuno per sé medesimo può fingere e trovare.
Ma con più facilità si scrive agli assediati, che gli assediati agli amici di fuora, perché tali lettere non le possono mandare, se non per uno che sotto ombra di fuggitivo esca della terra; il che è cosa dubbia e pericolosa quando il nimico è punto cauto.
Ma quelli che mandono dentro, può quello che è mandato, sotto molti colori andare nel campo che assedia, e di quivi, presa conveniente occasione, saltare nella terra.
Ma vegnamo a parlare delle presenti espugnazioni; e dico che s'egli occorre che tu sia combattuto nella tua città, che non sia ordinata co' fossi dalla parte di dentro, come poco fa dimostrammo, a volere che il nimico non entri per le rotture del muro che l'artiglieria fa (perché alla rottura ch'ella non si faccia non è rimedio), ti è necessario, mentre che l'artiglieria batte, muovere uno fosso dentro al muro che è percosso, largo almeno trenta braccia, e gittare tutto quello che si cava di verso la terra, che faccia argine e più profondo il fosso; e ti conviene sollecitare questa opera in modo che, quando il muro caggia, il fosso sia cavato almeno cinque o sei braccia.
Il quale fosso è necessario, mentre che si cava, chiudere da ogni fianco con una casamatta.
E quando il muro è sì gagliardo che ti dia tempo a fare il fosso e le casematte, viene ad essere più forte quella parte battuta che il resto della città; perché tale riparo viene ad avere la forma che noi demmo a' fossi di dentro.
Ma quando il muro è debole e che non ti dia tempo, allora è che bisogna mostrare la virtù, ed opporvisi con le genti armate e con tutte le forze tue.
Questo modo di riparare fu osservato da' Pisani, quando voi vi andavi a campo; e poterono farlo, perché avevano le mura gagliarde, che davano loro tempo, e il terreno tenace e attissimo a rizzare argini e fare ripari.
Che se fussono mancati di questa commodità, si sarebbero perduti.
Pertanto si farà sempre prudentemente a provvedersi prima, faccendo i fossi dentro alla sua città e per tutto il suo circuito, come poco fa divisammo, perché in questo caso si aspetta ozioso e sicuro il nimico, essendo i ripari fatti.
Occupavano gli antichi molte volte le terre con le cave sutterranee in due modi: o e' facevano una via sotterra segretamente che riusciva nella terra, e per quella entravano (nel quale modo i Romani presono la città de' Veienti) o con le cave scalzavano uno muro e facevanlo rovinare.
Questo ultimo modo è oggi più gagliardo e fa che le città poste alto sieno più deboli, perché si possono meglio cavare; e mettendo di poi nelle cave di quella polvere che in istante si accende, non solamente rovina uno muro, ma i monti si aprono e le fortezze tutte in più parti si dissolvono.
Il rimedio a questo è edificare in piano e fare il fosso che cigne la tua città tanto profondo, che il nimico non possa cavare più basso di quello che non trovi l'acqua, la quale è solamente nimica di queste cave.
E se pure ti truovi con la terra che tu difendi in poggio, non puoi rimediarvi con altro che fare dentro alle tue mura assai pozzi profondi, i quali sono come sfogatoi a quelle cave che il nimico ti potesse ordinare contra.
Un altro rimedio è fargli una cava all'incontro, quando ti accorgessi donde quello cavasse; il quale modo facilmente lo impedisce, ma difficilmente si prevede, essendo assediato da uno nimico cauto.
Deve sopra tutto avere cura, quello che è assediato, di non essere oppresso ne' tempi del riposo, come è dopo una battaglia avuta, dopo le guardie fatte, che è la mattina al fare del giorno, la sera tra dì e notte, e sopra tutto quando si mangia; nel quale tempo molte terre sono espugnate e molti eserciti sono stati da quegli di dentro rovinati.
Però si debbe con diligenza da ogni parte stare sempre guardato e in buona parte armato.
Io non voglio mancare di dirvi come quello che fa difficile il difendere una città o uno alloggiamento è lo avere a tenere disunite tutte le forze che tu hai in quegli; perché, potendoti il nimico assalire a sua posta tutto insieme da qualunque banda, ti conviene tenere ogni luogo guardato; e così quello ti assalta con tutte le forze e tu con parte di quelle ti difendi.
Può ancora lo assediato essere vinto in tutto, quello di fuora non può essere se non ributtato; onde che molti che sono stati assediati o nello alloggiamento o in una terra, ancora che inferiori di forze sono usciti con tutte le loro genti ad un tratto fuora e hanno superato il nimico.
Questo fece Marcello a Nola; questo fece Cesare in Francia, che, essendogli assaltati gli alloggiamenti da uno numero grandissimo di Franzesi e veggendo non gli potere difendere per avere a dividere le sue forze in più parti, e non potere, stando dentro agli steccati, con empito urtare il nimico, aperse da una banda lo alloggiamento, e, rivoltosi in quella parte con tutte le forze, fece tanto impeto loro contra e con tanta virtù che gli superò e vinse.
La costanza ancora degli assediati fa molte volte disperare e sbigottire coloro che assediano.
Essendo Pompeo a fronte di Cesare e patendo assai l'esercito Cesariano per la fame, fu portato del suo pane a Pompeo; il quale vedendo fatto di erbe comandò che non si mostrasse al suo esercito per non lo fare sbigottire, vedendo quali nimici aveva all'incontro.
Niuna cosa fece tanto onore a' Romani nella guerra di Annibale quanto la costanza loro, perché in qualunque più nimica e avversa fortuna mai non domandorono pace, mai fecero alcun segno di timore; anzi, quando Annibale era allo intorno di Roma, si venderono quegli campi dove egli aveva posti i suoi alloggiamenti, più pregio che per l'ordinario per altri tempi venduti non si sarebbono; e stettero in tanto ostinati nelle imprese loro, che, per difendere Roma, non vollero levare le offese da Capua, la quale, in quel medesimo tempo che Roma era assediata, i Romani assediavano.
Io so che io vi ho detto di molte cose le quali per voi medesimi avete potuto intendere e considerare; nondimeno l'ho fatto, come oggi ancora vi dissi, per potervi mostrare, mediante quelle, meglio la qualità di questo esercizio e ancora per sodisfare a quegli, se alcuno ce ne fusse, che non avessero avuta quella commodità di intenderle che voi.
Né mi pare che ci resti altro a dirvi che alcune regole generali, le quali voi averete familiarissime; che sono queste:
Quello che giova al nimico nuoce a te, e quel che giova a te nuoce al nimico.
Colui che sarà nella guerra più vigilante a osservare i disegni del nimico e più durerà fatica ad esercitare il suo esercito, in minori pericoli incorrerà e più potrà sperare della vittoria.
Non condurre mai a giornata i tuoi soldati, se prima non hai confermato l'animo loro e conosciutogli sanza paura e ordinati, né mai ne farai pruova, se non quando vedi ch'egli sperano di vincere.
Meglio è vincere il nimico con la fame che col ferro, nella vittoria del quale può molto più la fortuna che la virtù.
Niuno partito è migliore che quello che sta nascoso al nimico infino che tu lo abbia eseguito.
Sapere nella guerra conoscere l'occasione e pigliarla, giova più che niuna altra cosa.
La natura genera pochi uomini gagliardi; la industria e lo esercizio ne fa assai.
Può la disciplina nella guerra più che il furore.
Quando si partono alcuni dalla parte nimica per venire a' servizi tuoi, quando sieno fedeli vi sarà sempre grandi acquisti; perché le forze degli avversari più si minuiscono con la perdita di quegli che si fuggono, che di quegli che sono ammazzati, ancora che il nome de' fuggitivi sia a' nuovi amici sospetto, a' vecchi odioso.
Meglio è, nell'ordinare la giornata, riserbare dietro alla prima fronte assai aiuti, che, per fare la fronte maggiore, disperdere i suoi soldati.
Difficilmente è vinto colui che sa conoscere le forze sue e quelle del nimico.
Più vale la virtù de' soldati che la moltitudine; più giova alcuna volta il sito che la virtù.
Le cose nuove e subite sbigottiscono gli eserciti; le cose consuete e lente sono poco stimate da quegli; però farai al tuo esercito praticare e conoscere con piccole zuffe un nimico nuovo, prima che tu venga alla giornata con quello.
Colui che seguita con disordine il nimico poi ch'egli è rotto, non vuole fare altro che diventare, di vittorioso, perdente.
Quello che non prepara le vettovaglie necessarie al vivere è vinto sanza ferro.
Chi confida più ne' cavagli che ne' fanti, o più ne' fanti che ne' cavagli, si accomodi col sito.
Quando tu vuoi vedere se, il giorno, alcuna spia è venuta in campo, fa' che ciascuno ne vadia al suo alloggiamento.
Muta partito, quando ti accorgi che il nimico l'abbia previsto.
Consigliati, delle cose che tu dèi fare, con molti; quello che di poi vuoi fare conferisci con pochi.
I soldati, quando dimorano alle stanze, si mantengano col timore e con la pena; poi, quando si conducono alla guerra, con la speranza e col premio.
I buoni capitani non vengono mai a giornata se la necessità non gli strigne o la occasione non gli chiama.
Fa' che i tuoi nimici non sappiano come tu voglia ordinare l'esercito alla zuffa: e in qualunque modo l'ordini, fa' che le prime squadre possano essere ricevute dalle seconde e dalle terze.
Nella zuffa non adoperare mai una battaglia ad un'altra cosa che a quella per che tu l'avevi deputata, se tu non vuoi fare disordine.
Agli accidenti subiti con difficultà si rimedia, a' pensati con facilità.
Gli uomini, il ferro, i danari e il pane sono il nervo della guerra; ma di questi quattro sono più necessarii i primi due, perché gli uomini e il ferro truovano i danari e il pane, ma il pane e i danari non truovano gli uomini e il ferro.
Il disarmato ricco è premio del soldato povero.
Avvezza i tuoi soldati a spregiare il vivere delicato e il vestire lussurioso.
Questo è quanto mi occorre generalmente ricordarvi; e so che si sarebbero possute dire molte altre cose in tutto questo mio ragionamento, come sarebbero: come e in quanti modi gli antichi ordinavano le schiere; come vestivano e come in molte altre cose si esercitavano, e aggiugnervi assai particolari i quali non ho giudicati necessarii narrare, sì perché per voi medesimi potete vederli, sì ancora perché la intenzione mia non è stata mostrarvi appunto come l'antica milizia era fatta, ma come in questi tempi si potesse ordinare una milizia che avesse più virtù che quella che si usa.
Donde che non mi è parso delle cose antiche ragionare altro che quello che io ho giudicato a tale introduzione necessario.
So ancora che io mi arei avuto ad allargare più sopra la milizia a cavallo e di poi ragionare della guerra navale, perché chi distingue la milizia dice come egli è uno esercizio di mare e di terra, a piè e a cavallo.
Di quello di mare io non presumerei parlare, per non ne avere alcuna notizia; ma lascieronne parlare a' Genovesi e a' Viniziani, i quali con simili studi hanno per lo addietro fatto gran cose.
De' cavagli ancora non voglio dire altro che di sopra mi abbia detto, essendo, come io dissi, questa parte corrotta meno.
Oltre a questo, ordinate che sono bene le fanterie, che sono il nervo dello esercito, si vengono di necessità a fare buoni cavagli.
Solo ricorderei a chi ordinasse la milizia nel paese suo per riempierlo di cavagli, facesse due provvedimenti: l'uno, che distribuisse cavalle di buona razza per il suo contado e avvezzasse i suoi uomini a fare incette di puledri come voi in questo paese fate de' vitegli e de' muli; l'altro, acciò che gli incettanti trovassero il comperatore, proibirei il potere tenere mulo ad alcuno che non tenesse cavallo, talmente che chi volesse tenere una cavalcatura sola fusse costretto tenere cavallo; e di più, che non potesse vestire di drappo se non chi tenesse cavallo.
Questo ordine intendo essere stato fatto da alcuno principe ne' nostri tempi, e in brevissimo tempo avere nel paese suo ridotto una ottima cavalleria.
Circa alle altre cose, quanto si aspetta a' cavagli, mi rimetto a quanto oggi vi dissi e a quello che si costuma.
Desidereresti forse ancora intendere quali parte debbe avere uno capitano? A che io vi sodisfarò brevissimamente, perché io non saprei eleggere altro uomo che quello che sapesse fare tutte quelle cose che da noi sono state oggi ragionate; le quali ancora non basterebbero, quando non ne sapesse trovare da sé, perché niuno sanza invenzione fu mai grande uomo nel mestiero suo; e se la invenzione fa onore nell'altre cose, in questo sopra tutto ti onora.
E si vede ogni invento, ancora che debole, essere dagli scrittori celebrato; come si vede che lodano Alessandro Magno, che, per disalloggiare più segretamente, non dava il segno con la tromba, ma con uno cappello sopra una lancia.
È laudato ancora per avere ordinato agli suoi soldati che, nello appiccarsi con gli nimici, s'inginocchiassero col piè manco, per potere più gagliardamente sostenere l'impeto loro; il che avendogli dato la vittoria, gli dette ancora tanta lode, che tutte le statue, che si rizzavano in suo onore, stavano in quella guisa.
Ma perch'egli è tempo di finire questo ragionamento, io voglio tornare a proposito; e parte fuggirò quella pena in che si costuma condannare in questa terra coloro che non vi tornano.
Se vi ricorda bene, Cosimo, voi mi dicesti che, essendo io dall'uno canto esaltatore della antichità e biasimatore di quegli che nelle cose gravi non la imitano, e, dall'altro, non la avendo io nelle cose della guerra, dove io mi sono affaticato, imitata, non ne potevi ritrovare la cagione; a che io risposi come gli uomini che vogliono fare una cosa, conviene prima si preparino a saperla fare, per potere poi operarla quando l'occasione lo permetta.
Se io saprei ridurre la milizia ne' modi antichi o no, io ne voglio per giudici voi che mi avete sentito sopra questa materia lungamente disputare; donde voi avete potuto conoscere quanto tempo io abbia consumato in questi pensieri, e ancora credo possiate immaginare quanto disiderio sia in me di mandargli ad effetto.
Il che se io ho potuto fare, o se mai me ne è stata data occasione, facilmente potete conietturarlo.
Pure per farvene più certi, e per più mia giustificazione, voglio ancora addurne le cagioni; e parte vi osserverò quanto promissi di dimostrarvi: le difficultà e le facilità che sono al presente in tali imitazioni.
Dico pertanto come niuna azione che si faccia oggi tra gli uomini, è più facile a ridurre ne' modi antichi che la milizia, ma per coloro soli che sono principi di tanto stato, che potessero almeno di loro suggetti mettere insieme quindici o ventimila giovani.
Dall'altra parte, niuna cosa è più difficile che questa a coloro che non hanno tale commodità.
E perché voi intendiate meglio questa parte, voi avete a sapere come e' sono di due ragioni capitani lodati.
L'una è quegli che con uno esercito ordinato per sua naturale disciplina hanno fatto grandi cose, come furono la maggior parte de' cittadini romani e altri che hanno guidati eserciti; i quali non hanno avuto altra fatica che mantenergli buoni e vedere di guidargli sicuramente.
L'altra è quegli che non solamente hanno avuto a superare il nimico, ma, prima ch'egli arrivino a quello, sono stati necessitati fare buono e bene ordinato l'esercito loro, i quali sanza dubbio meritono più lode assai che non hanno meritato quegli che con gli eserciti antichi e buoni hanno virtuosamente operato.
Di questi tali fu Pelopida ed Epaminonda, Tullo Ostilio, Filippo di Macedonia padre d'Alessandro, Ciro re de' Persi, Gracco romano.
Costoro tutti ebbero prima a fare l'esercito buono, e poi combattere con quello.
Costoro tutti lo poterono fare, sì per la prudenza loro, sì per avere suggetti da potergli in simile esercizio indirizzare.
Né mai sarebbe stato possibile che alcuno di loro, ancora che uomo pieno d'ogni eccellenza, avesse potuto in una provincia aliena, piena di uomini corrotti, non usi ad alcuna onesta ubbidienza, fare alcuna opera lodevole.
Non basta adunque in Italia il sapere governare uno esercito fatto, ma prima è necessario saperlo fare e poi saperlo comandare.
E di questi bisogna sieno quegli principi che, per avere molto stato e assai suggetti, hanno commodità di farlo.
De' quali non posso essere io che non comandai mai, né posso comandare se non a eserciti forestieri e a uomini obligati ad altri e non a me.
Ne' quali s'egli è possibile o no introdurre alcuna di quelle cose da me oggi ragionate, lo voglio lasciare nel giudicio vostro.
Quando potrei io fare portare a uno di questi soldati che oggi si praticano, più armi che le consuete, e, oltra alle armi, il cibo per due o tre giorni e la zappa? Quando potrei io farlo zappare o tenerlo ogni giorno molte ore sotto l'armi negli esercizi finti, per potere poi ne' veri valermene? Quando si asterrebbe egli da' giuochi, dalle lascivie, dalle bestemmie, dalle insolenze che ogni dì fanno? Quando si ridurrebbero eglino in tanta disciplina e in tanta ubbidienza e reverenza, che uno arbore pieno di pomi nel mezzo degli alloggiamenti vi si trovasse e lasciasse intatto come si legge che negli eserciti antichi molte volte intervenne? Che cosa posso io promettere loro, mediante la quale e' mi abbiano con reverenza ad amare o temere, quando, finita la guerra, e' non hanno più alcuna cosa a convenire meco? Di che gli ho io a fare vergognare, che sono nati e allevati sanza vergogna? Perché mi hanno eglino ad osservare che non mi conoscono? Per quale Iddio, o per quali santi gli ho io a fare giurare? Per quei ch'egli adorano, o per quei che bestemmiano? Che ne adorino non so io alcuno, ma so bene che li bestemmiano tutti.
Come ho io a credere ch'egli osservino le promesse a coloro che ad ogni ora essi dispregiano? Come possono coloro che dispregiano Iddio, riverire gli uomini? Quale dunque buona forma sarebbe quella che si potesse imprimere in questa materia? E se voi mi allegassi che i Svizzeri e gli Spagnuoli sono buoni, io vi confesserei come eglino sono di gran lunga migliori che gli Italiani; ma se voi noterete il ragionamento mio e il modo del procedere d'ambidue, vedrete come e' manca loro di molte cose ad aggiugnere alla perfezione degli antichi.
E i Svizzeri sono fatti buoni da uno loro naturale uso causato da quello che oggi vi dissi, quegli altri da una necessità; perché, militando in una provincia forestiera e parendo loro essere costretti o morire o vincere, per non parere loro avere luogo alla fuga, sono diventati buoni.
Ma è una bontà in molte parti defettiva, perché in quella non è altro di buono, se non che si sono assuefatti ad aspettare il nimico infino alla punta della picca e della spada.
Né quello che manca loro, sarebbe alcuno atto ad insegnarlo, e tanto meno chi non fusse della loro lingua.
Ma torniamo agli Italiani, i quali, per non avere avuti i principi savi, non hanno preso alcuno ordine buono, e, per non avere avuto quella necessità che hanno avuta gli Spagnuoli, non gli hanno per loro medesimi presi; tale che rimangono il vituperio del mondo.
Ma i popoli non ne hanno colpa, ma sì bene i principi loro; i quali ne sono stati gastigati, e della ignoranza loro ne hanno portate giuste pene perdendo ignominiosamente lo stato, e sanza alcuno esemplo virtuoso.
Volete voi vedere se questo che io dico è vero? Considerate quante guerre sono state in Italia dalla passata del re Carlo ad oggi; e solendo le guerre fare uomini bellicosi e riputati, queste quanto più sono state grandi e fiere, tanto più hanno fatto perdere di riputazione alle membra e a' capi suoi.
Questo conviene che nasca che gli ordini consueti non erano e non sono buoni; e degli ordini nuovi non ci è alcuno che abbia saputo pigliarne.
Né crediate mai che si renda riputazione alle armi italiane, se non per quella via che io ho dimostra e mediante coloro che tengono stati grossi in Italia; perché questa forma si può imprimere negli uomini semplici, rozzi e proprii, non ne' maligni, male custoditi e forestieri.
Né si troverrà mai alcuno buono scultore che creda fare una bella statua d'un pezzo di marmo male abbozzato, ma sì bene d'uno rozzo.
Credevano i nostri principi italiani, prima ch'egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne' detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co' sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse loro dimostro alcuna lodevole via, volere che le parole loro fussero responsi di oraculi; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava.
Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite; e così tre potentissimi stati che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e guasti.
Ma quello che è peggio, è che quegli che ci restano stanno nel medesimo errore e vivono nel medesimo disordine, e non considerano che quegli che anticamente volevano tenere lo stato, facevano e facevano fare tutte quelle cose che da me si sono ragionate, e che il loro studio era preparare il corpo a' disagi e lo animo a non temere i pericoli.
Onde nasceva che Cesare, Alessandro e tutti quegli uomini e principi eccellenti, erano i primi tra' combattitori, andavano armati a piè, e se pure perdevano lo stato, e' volevano perdere la vita; talmente che vivevano e morivano virtuosamente.
E se in loro, o in parte di loro, si poteva dannare troppa ambizione di regnare, mai non si troverrà che in loro si danni alcuna mollizie o alcuna cosa che faccia gli uomini delicati e imbelli.
Le quali cose, se da questi principi fussero lette e credute, sarebbe impossibile che loro non mutassero forma di vivere e le provincie loro non mutassero fortuna.
E perché voi, nel principio di questo nostro ragionamento, vi dolesti della vostra ordinanza, io vi dico che, se voi la avete ordinata come io ho di sopra ragionato ed ella abbia dato di sé non buona esperienza, voi ragionevolmente ve ne potete dolere; ma s'ella non è così ordinata ed esercitata come ho detto, ella può dolersi di voi che avete fatto uno abortivo, non una figura perfetta.
I Viniziani ancora e il duca di Ferrara la cominciarono e non la seguirono, il che è stato per difetto loro, non degli uomini loro.
E io vi affermo che qualunque di quelli che tengono oggi stati in Italia prima entrerrà per questa via, fia, prima che alcuno altro, signore di questa provincia; e interverrà allo stato suo come al regno de' Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo che aveva imparato il modo dello ordinare gli eserciti da Epaminonda tebano, diventò, con questo ordine e con questi esercizi, mentre che l'altra Grecia stava in ozio e attendeva a recitare commedie, tanto potente che potette in pochi anni tutta occuparla, e al figliuolo lasciare tale fondamento, che potéo farsi principe di tutto il mondo.
Colui adunque che dispregia questi pensieri, s'egli è principe, dispregia il principato suo; s'egli è cittadino, la sua città.
E io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi dovea fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facultà a poterlo eseguire.
Né penso oggimai, essendo vecchio, poterne avere alcuna occasione; e per questo io ne sono stato con voi liberale, che, essendo giovani e qualificati, potrete, quando le cose dette da me vi piacciano, ai debiti tempi, in favore de' vostri principi, aiutarle e consigliarle.
Di che non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perché questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura.
Ma quanto a me si aspetta, per essere in là con gli anni, me ne diffido.
E veramente, se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto stato quanto basta a una simile impresa, io crederei, in brevissimo tempo, avere dimostro al mondo quanto gli antichi ordini vagliono; e sanza dubbio o io l'arei accresciuto con gloria o perduto sanza vergogna.
...
[Pagina successiva]