DIALOGO, di Pietro Aretino - pagina 19
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La cosa si condusse a termine strano; e l'uomo che ne spasimava, credendosi insignorirsene a fatto, trovò una malizia, de la sciocchezza de la quale si saria vergognato un milanese e un mantovano.
PIPPA.
Buono.
NANNA.
La pazzia fu che tenne per fermo d'inturbolare la fonte de lo sposalizio e far sì che il marito, intendendo il suo esser mezza puttana e mezza donna da bene, la gittasse via; e gli veniva fatta se l'amor del marito non poteva più di quel de l'amante: non che ella gli volesse meglio, che, avendolo amato più de l'amante, non gli averia poste le corna; ma la paura del baston de la madre la trabalzò a suo modo.
E così, ferneticato una notte sopra tal partito, mandò per il gramo donno novello, e gli spianò ogni cosa; e per fargli meglio toccar con mano la verità, gli disse fino a un minimo pelo, a un piccolo bruscolino, a un solo segnetto che ella aveva sotto panni; e di mano in mano, ogni parola, ogni corruccio e ogni pace di lui e di lei; poi venne a le cose che le aveva donate, e nominogliene tutte a una a una: onde il dolente cadde morto standosi anco in piei; e stendendo il collo, simigliava la nostra scimia quando faceva i visacci; e diventato di sasso trasognava, rispondendo senza proposito "Ah? Eh?"; e dando il sì per no e il no per sì, stralunando gli occhi e sospirando forte, si lasciò cadere il mento in seno: e le sue labbra parevano incollate insieme.
A la fine tremando pel freddo de la gelosia, staccò le parole; e con un di quei ghigni che fa chi si giustizia per parere animoso, disse: "Signore, anche io, giovane come sono, ne ho fatto la parte mia; ma vi giuro per questo battesimo che io tengo in capo", e ponendoci la mano cercava per il cimiere, "che non la voglio: ella non è mia moglie, e mente per la strozza chi lo vuol dire", e lo innamorato, galluzzando, gli diceva: "Tu sei uno uomo di quelli che non si trovano; e val più l'onor che tu apprezzi, che una cittade; né ti mancaranno mogli: lascia pur fare a me".
PIPPA.
Pàrti che il poverino l'avesse colta?
NANNA.
Egli, per cagione del subito sdegno preso col mal far de la moglie, mostrava una allegrezza posticcia; e dicendo "Io mi vo' governar da vecchio", fu portato, non sapendo da quali piedi, a casa di colei che gli aveva fatte le fusa torte: e pensati che le disse quello che direbbe ognuno che fosse stato ne lo esser suo.
Ma le lagrime de la assassinata, i gridi e gli scongiuri, lo abarbagliarono in un tratto: e portate uova fresche confortò lei che, gittatasi nel suo letticciuolo, pareva che si volesse uccidere; e perché il gentiluomo aveva detto di averla avuta prima di lui, e il beccarello credendolo, la madre se gli voltò raitando, e con dirgli "O nol sai tu se l'hai trovata vergine?", lo ammutì: come fosse una gran manifattura il ristringerla e il farle far sangue.
PIPPA.
Me lo avete detto.
NANNA.
Io non ti vo' dire altro: il pane-e-uva, tosto che si avvidde di avere i grandi per rivali, non pure la refutò, ma menatosela a casa, fece le nozze; e ci ebbe a morir suso, tante volte gnele fece; e vendendo alcuni stracci che aveva, si fece una vesta nuova acciò che ella gli portasse l'amore che egli portava a lei.
PIPPA.
Adunque il dirlo al marito, per la qual cosa la tolse, fu il suo bene.
NANNA.
La cosa durarà poco; perché il più de le volte, e quasi sempre, le donne prese per amore e senza dota capitano male: perché l'amor di chi corre a furia a tòr moglie per rabbia amorosa è come il fuoco che abbruscia il camino, il quale fa un rimore da sbigottire il Tevere, e poi si lascia spegnere da due conche di ranno; e a la fine il non aver mai una ora di bene è il manco mal che elle abbino: rimbrottoli, pugna, calci e bastonate in chiocca; son serrate in camera, son confinate in casa, né son degne pur d'andare a confessarsi, e guai a le lor spalle se si facessero a la finestra.
E se elle hanno cotal vita non errando, come credi tu che l'abbia colei il marito de la quale si è chiarito dei puttanamenti suoi?
PIPPA.
Pessima, non che trista.
NANNA.
Vado pensiereggiando a le trafolarie che gli uomini hanno per mezzane quando vogliono tradir le donne credule; e son baie quelle che dicano che noi sapiam finger divinamente.
Ecco là, appoggiato a l'altare d'una chiesa, un gabba-femine; eccolo che cade tutto con la persona inverso colei adocchiata da lui: già odo i sospiri tratti de l'armario de la sua finzione.
Egli è ivi solo, per parer d'esser segreto, e attende solamente a far sì che la uccellessa gli presti gli occhi; e nel vagheggiarla si abandona con la testa indrieto, e mirando il Cielo, par che dica: "Io son morto per colei che è uscita di mano ai tuoi miracoli"; e ritiratola suso, con il rivolgerla di nuovo a lei, vedi alcune soavità di faccia, alcuni affisamenti di sguardi troppo ben cavati di pugno a la lor traditoraggine.
In questo comparisce un povero, ed egli al famiglio: "Dàgli un giulio"; e il famiglio gliene dà.
PIPPA.
Perché non un quattrino?
NANNA.
Per parere di esser liberalissimo e d'avere il modo di spendere.
PIPPA.
Che cosa.
NANNA.
E non comandano ai servidori, quando sono uditi da coloro con le quali fanno a la civetta per cogliercele, con boce rubesta né con viso altiero, come usano di fare in casa; ma con quella piacevolezza che farebbono favellando con chi gli è compagno: e ciò fanno per acquistar nome di gentili creature, e non di terribili bestiacce.
PIPPA.
Cani.
NANNA.
E come comprano a peso d'oro una sberrettatina che gli è fatta da chi passa.
PIPPA.
Che giovamento gli fanno le sberrettate?
NANNA.
Gli dan credito appresso la dea, che vede apprezzarlo; e in quel suo rendere onor di capo a le brigate, scolpiscano nel viso con lo scarpello de la finzione una cera la quale par che gli proferisca a ognuno.
PIPPA.
I maestri son loro.
NANNA.
Quando entrano in ragionamento con alcuna in presenzia di coloro per via de le quali disegnano contentarsi, cicalano con quella grazia e con quella galantaria che mostra colui che vuol convertirci ne la sua amicizia; e nel più bello del dire si rizzano suso andandosene in sala, dando agio di parlar de le sue dabenaggini a le aggirate.
PIPPA.
Và e nascici donna, và.
NANNA.
Partiti di dove par che sia il lor paradiso dicano a chi gli sta aspettando: "Che ruffianacce, che caccia-diavoli; pàrti che elle corrano al fischio?"; e ritrovandosi in ciancia con altri posti in parlamento di dame, subito gli cade di bocca: "Io ho avuto stamattina a la messa lo spasso degli spassi: madonna tale si stava in orazione, e io ho finto l'amore seco; che vacca, che puttanaccia: io le voglio cavar de le mani certi soldi che ella ha, e poi bandirlo per le piazze".
PIPPA.
Bello.
NANNA.
Almen quando una puttana strazia costui e colui, si dee ametterle la scusa: perché lo fa per farsi grata a questo e a quello; ma a chi sodisfa il treccolare d'un uomo che vitupera una feminuccia dinanzi a le brigate?
PIPPA.
A la coscia che possin fiaccare sodisfanno.
NANNA.
E perciò fatti savia, se vòi corcegli senza che ti ci colghino.
Sì che becca su quest'altra.
Uno (mi vien voglia di dirti chi) fece si pò dire andare un bando, come egli vorria trovare una giovane di diciotto o venti anni al più, per menarla a goder seco de la felicità ne la quale l'aveva posto il re di Sterlicche; e che, quando ella fosse di quelle che oltra a qualche bellezza avesse alquanto di governo, farebbe tal cosa per lei, e basta: accennando quasi di torla, passato un poco di tempo, per moglie.
Tosto che la trama si intese, le ruffiane cominciarono ' andare in volta: e bussando la casa di questa e di quella, appena potevano contare la ventura loro, si le tritavano l'aver caminato in fretta.
Onde ognuna si rincriccava, credendosi esser quella che il signore desiderava; e accattata impresto o tolta a tanto il dì una veste, una gorghiera, o simil bazzicature da ornar donne, tutte oneste trottavano inanzi a le conducitrici loro.
E comparite al cospetto de la Signoria sua, doppo la riverenzia, sedendo là davano d'occhio a lui: che mentre con uno stricatoio d'avorio si abelliva la barba, fermatosi su le gambe con gagliardia, scherzava col servidore che gli leccava il saione, le calze e le scarpette di velluto con la spelatoia; e fornito di assettarsi, dato uno scapezzone al famiglio pian piano, acciò che la schiattoncella venuta ivi per diventargli sposa giudicassi, col zurlar con lui, qual fosse la dolcezza de la sua piacevol natura...
PIPPA Eccoci pure a le nostre.
NANNA.
...levatosi a la fine da cotali canciarelle, manda fuore ognuno, salvo la vecchia e colei che si credeva inghiottir la imbeccata; e sedendogli in mezzo, comincia a dire l'animo suo: e come gli piaceva l'aria de la fanciulla, ma che non vorrebbe ritrosarie in casa né cervelline, e che in due dì dicesse: "Io me ne voglio andare, e non ci staria chi mi pagassi".
A questo si leva suso la vecchia, dicendo: "Signore mio, costei è una erba tagliata e un pesce senza lische, e le sue vertù si sgretolano in bocca di coloro che le assaggiano; e se la togliete, gli altri che cercan donne buone e belle ponno menarsi l'erpice; e non credendo a me, potete dimandarne il nostro vicinato, il quale si è dato a piagnere sentendo il suo doversi partire: ella è la pergamena de la conocchia e la conocchia de la pergamena, il fuso del fusaiuolo e il fusaiuolo del fuso; io vi dico che ella è la invoglia e la bandinella attaccata presso a l'acquaio ne la quale si ripongano i coltelli, i pezzi del pane e i tovagliolini che si levano di tavola, oltra che ci si sciuga le mani".
PIPPA.
Vecchia saporita, tu sapevi pur vantarla.
NANNA.
Così diceva la madricciuola; intanto egli razzolava con due dita fra le sue pocce, e con un risetto che teneva di sogghigno diceva: "Sète voi sana de la persona? avete voi rogna o altro difetto?"; e la vecchia rispondeva per lei e lui: "Toccate pure, sfibbiatela di grazia: rogna, ah? difetto, eh? Ella è sana come una lasca, e le sue carni son più nimiche de le bruttezze che non è ella degli sgherri; e vi so chiarire che con le seste si misurano le cose sue, e fa per voi come il trepiei per la tegghia dai migliacci; e sapiate che io non vi stropiccio con le muinelle perché la togliate, né per piluccarvi covelle: che certo i miei bicchieri non son da rinfrescatoio, e posso andare in sui tegoli e in su le lastre del tetto senza peduli".
PIPPA.
Che lingua.
NANNA.
Ella è la lingua del suo paese; e se vòi dir la verità, ti pare udir una di quelle vecchiarelle dal tempo antico, le quali favellano a la buona e come si dee.
PIPPA.
Voi l'avete.
NANNA.
Vedrai pure che ritornarà l'usanza de la favella di prima, perché anco del vestire è ritornata: e incaparbischisi pur chi vuole, ecco le maniche strette hanno sbandite quelle a gonzi, le pianelle non son più alte come i trampoli; e i telai de le favellatrici non vogliono più né ordire né tessere gli anfanamenti loro: perché son cruscate, fiori vani di sucini verdacchi, e meritarebbono di esser poste in un truogo dandole a succhiare ai porci come beveroni.
Che forgia di chiappole, che tignuole, che trafalcione son quelle le quali abbaiano con le favelle nuove! Or lasciamo andare.
Il Signore ha maneggiato pelle pelle la colei, e rivoltatosi a la vecchia, le dice: "Madre mia, quando ve ne contentiate, la faciulla si restarà qui con mia sorella"; e ciò diceva forte, perché la sirocchia da canto del cantone l'udisse; e col venir drento, pigliando la mezzana per mano, la sforzasse col pregare a lasciarla.
Ed ella, racquetata con una favola, andava via: e così la sciocca, sfamato di se stessa lo stallone, con un grembo pien di ben-faremo se ne ritornava donde si partì.
PIPPA.
Che poltroneria a non la pagare almeno.
NANNA.
Sai tu, Pippa, ciò che pareva la casa del tradisce-femine tosto che si sparse il nome dei gran partiti, i quali metteva inanzi a chi voleva andar con lui?
PIPPA.
Che?
NANNA.
La piazza di Navona quando è folta di ronzini venderecci; e come i ronzini si stanno ivi con le code intrecciate, con le crina stricate, stregghiati ben bene, con le selle rassettate, con le staffe a la divisa, coi ferri rifatti e con le briglie racconce spettando di andar di passo, di trottare e di correre me' che possano: così le creature, imbrunitesi più che non sogliono, rafazzonate con l'altrui robbe, facevano i loro atti in letto e fuor del letto con colui col quale si pensavano rimanere.
Ma che t'ho io a dire? Egli, carico dei più maligni roviglion franciosi che avesse mai gran maestro, pose il frugatoio ne le tane di tutte, e con lo spazzatoio carnefice spazzò tutti i forni; e dandogli un cappio che lo appicchi, doppo uno, due, tre e quattro dì, le sbrigò da sé con dire: "Questa è troppo galluta, questa altra è malcreata, costei è sfatata, colei sperticata de la persona": a chi putiva il fiato, e chi non aveva grazia.
Onde a le lor balle rimasero segnali crudeli; dico che a tutte diede parte de le sue gomme, de le sue bolle e de le sue doglie in pagamento: ed era il male di così fatta condizione, che pelava le ciglia, il pitignone, sotto le braccia e il capo, meglio che l'acqua bollita non pela i capponi; e senza un dente al mondo lasciava la turba errante.
Sì che pàrti che gli uomini sieno uomini o che?
PIPPA.
Mi par che sieno il collo che se gli dinoccoli e ponendosi in una frombola se gli scagli a casa calda; che si possa far lucignoli de la pelle, e succhielli de le gambe, e scudisci de le braccia loro: parlo di chi fa cotal tristizie, e non di chi non le fa.
NANNA.
Tu favelli bene; ma io t'ho pizzicato il gorgozzule con lo albume de l'uovo, nel contarti le gaglioffarie dei gaglioffi: spetta pure che io ti porga inanzi il tuorlo e che io attacchi agli uncinelli del tuo cervello i miei ditti, appuntando il saliscende de l'uscio de la mia memoria acciò che stia aperto, e racconti fino a una maglietta e a uno aghetto de la gonnella, la quale mi ho spogliata per mostrarti la verità ignuda nata.
PIPPA.
Io spetto.
NANNA.
Io vado ripescando con la fantasia la favella che io ho tralasciata nel mutar paese: e ho un dolor grande per essermi dimenticata quasi de le più sode parole che dice la nostra toscana; e la vecchia che favellò con il signor zugo, favorito del duca di Sterlicche, o del re che si chiami, mi ha fatto venir voglia di spurar la lingua sputando le parole a nostro modo; e non mi tener fastidiosa se io entro e rientro tante volte ne le cose de la favella: perché non si può più viverci, sì ci danno di becco le civettine a tutte l'ore.
E benché io ti abbia detto del mio avermi più tosto dilettato di incassar denari che di bel dire, ti farei trasecolare da vero se io volessi parlarti inchinevolmente.
So che in molti luoghi ho favellato di galanti parolette, massimamente nei lamenti de la signora abandonata dal barone; e parte ne so da me stessa, e parte ne ho imparate: non da chi non sa la differenzia che è tra "stoppa", "capecchio", e "succiola" e "balocio", e se il "vinco" è giunco e quel che si sia il "chiavistello" de l'uscio, l'"orliccio" dei pane, il "zaffo" del tino, un "pignuolo" di lino, un "paniere" di ciriege, uno "orcio" da olio, i "trecciuoli" dal capo, le "fedre" dei guanciali, i "sarchielli" degli orti, i "tralci" de le viti, i "grappoli" d'uva, e il non esser tutto uno il "rastrello" che si chiude come porta e quel che rastrella il grano battuto ne l'aia; e si stuperieno udendo mentovare "randello" e mille altre nostre usanze di parole vecchie e nuove: le quali hanno fra noi addottorati fino ai contadini, dai quali le bergoliere vanno graspugliando i dettati, credendosi andare a Cielo per cotali cianciumi.
PIPPA.
Ritornate agli uomini, che mi par così udir darvi de la treccola pel mostaccio, facendosi rimore del vostro cercare i fichi ne le vette di quella ficaia dove saliste ieri o poco fa: poi riprendete il mio avere io de la bambina più che de la fanciulla.
NANNA.
A lor posta: io me ne faccio beffe, e le ho dove si soffia a le noci; e il mio culo suona il dolcemele meglio che le lor mani.
Ora ai nostri nimici, anzi di chi non sa pelargli, e da buone massaie riponendo fino ai sorgi avanzati a le teste dei panni che fanno tagliare.
Dico che quelle buone donne e altre sorti di puttane le quali ne danno più tosto a fattori, a staffieri, a ragazzoni, a ortolani, a facchini e a cuochi che a gentiluomini, signori e monsignori, han del buono e fanno una opra di pietà: e son sante, non pur savie e ingegnose.
PIPPA.
Perché dite voi così?
NANNA.
Perché i fattori, gli staffieri, i ragazzoni, gli ortolani, i facchini e i cuochi almen ti sono schiavi, e andrebbono a porre il capo nel fuoco e fra il ceppo e la mannaia per compiacerti; e se gli tritassi a minuzzoli, non gli cavaresti il segreto di bocca, e poi non si crederia, quando ben si dicesse "Lo spenditor di messer tale gli soprescia la moglie".
Oltra questo, simili gentarelle non sono svogliati, e pigliano il panno pel verso, e secondo che son recati si acconciano, né pigliano mai la lucerna in mano acciò che il suo lume gli faccia veder quanti borselli ha la tua fica strupicciandole gli orli, né ti fanno alzare il culo in alto, sculacciandolo con la palma e graffiandolo con l'unghia; né ti fanno spogliare ignuda nel bel mezzodì, voltandoti ora di drieto e ora dinanzi; né si curano, mentre ti sforicchiano il cioncio, di alcuno azzichetto, né che tu dica parole disoneste per crescergliene la volontà, né ti stanno quattro ore in sul corpo, né ti scommettano l'ossa col disnodarti tutta, ne le forge di alcuni "alza le gambe in suso e incavicchiale insieme", le quali essi trovano, hanno trovato e trovaranno per iscialacquarci le persone: ed è un zuccaro quei pascipecora e quelle altre poltronerie che ti dissi ieri, pare a me.
PIPPA.
Madonna sì, ieri me lo diceste.
NANNA.
I porconacci ce lo mettano in bocca,...
PIPPA.
Io recerò.
NANNA.
...ce la poppano,...
PIPPA.
Reciarò, dico.
NANNA.
...e poi se ne empiano la bocca bandendolo come fosse una bella cosa.
PIPPA.
Che sieno impiccati.
NANNA.
E non si accorgano del vituperio loro: perché eglino ci hanno fatte puttane e insegnatici le sporcarie; e cotali vertù son venute dai ghiribizzi di questo e quel puttaniere; e ne mente e stramente chi vuol dire che il primo che trovò lo adoperarci per maschi, assaggiandoci col piuolo, nol fece sforzatamente: ed è chiaro che i denari maladetti incantarono colei che fu la prima a voltarsi in là; e io che ne ho fatto la mia parte, e son suta de le più scelerate, non mi ci recava se non per non poter più resistere al predicare di colui che mi infradiciava tanto, che io gliene ficcava in grembo con dire: "Che sarà poi?".
PIPPA.
Propio, che sarà poi?
NANNA.
E che risa gli escano di gola nel vedercelo entrare e nel vedercelo uscire; e dando alcune spinte a schincio e certe punte false, par che tramortischino per la dolcezza del farci male.
Talotta tolgano uno specchio grande grande, e ispogliatici ignude, fanno starci nei più sconci modi che si sappino fantasticare: e vagheggiandoci i visi, i petti, le pocce, le spalle, i corpi, le fregne e le natiche, non potrei dirti come se ne sfamano il piacere che ne hanno.
E quante volte stimi tu che faccino stare i lor mariti, i lor giovani ai fessi perché vegghino ciò?
PIPPA.
Sì, eh?
NANNA.
Così non fosse.
E quante volte pensi tu che a l'usanza pretesca faccino ai tre contenti? O abisso, apriti mai più, spalancati se vuoi! E ne ho conosciuti alcuni che hanno a tutti i partiti del mondo lusingate tanto le amiche, che le han cacciate ne le carrette in presenzia del carattiere e ne la via dove passa ognuno: godendosi, mentre i cavalli son messi in fuga da le fruste, di quel saltellare de la carretta, onde ricevevano spinte non più provate.
PIPPA.
Che voglie.
NANNA.
Alcuno altro pattovisce con la sua signora, sendo là presso a l'agosto, i dì piovaiuoli; e venuti che sono, bisogna che ella si colchi seco, e seco stia nel letto finché le burlate del piover durano: e pensa tu che fastidio sia quel d'un sano fatto stare fra i lenzuoli un dì e due, mangiando e beendo ne la forgia degli amalati.
PIPPA.
Non ci potria mai durare.
NANNA.
Che crepaggine è quella de una femina occupata nel piacere che si piglia alcuno di farsi grattare e palluzzare i granelli; e che passione è lo aver a tener sempre desto il rosignuolo, e tuttavia le mani su le sponde del cesso! Dicami un poco, un di questi perseguita-puttane, che denari potria pagare una così lorda e puzzolente pacienzia.
Io non dico questo, figliuola mia, perché tu te ne faccia schifa; anzi voglio che sappi farlo meglio d'ogni altra: ma gli ho tocchi, i tasti, per mostrare che noi non furiamo gli avanzi che si fanno de la merce che si mercata per mezzo de l'onestade sbarattata da le nostre miserie.
Io do l'anima a Satanasso quando siamo battezzate per mancatrici di fede: e con effetto la rompiamo spesso; e che è perciò? non siamo noi donne, se ben puttaniamo? ed essendo femine e puttane, è sì gran cosa il fregarla a la fede che si dà per via di due mani insensate? Il fatto sta nel fracasso che ne fate voi altri uomini da sarti, e non in quello che ne faciamo noi donne da scacchi, che per nonnulla la diamo e ridiamo e per nonnulla la togliamo e ritogliamo: e ciò nasce perché i nostri cervelli non seppero mai qual vivanda gli andasse più a gusto.
Alcuno dice che le vivande del gusto nostro si condiscano con l'oro e con l'ariento: noi siam rifatte, se gli uomini vogliono farci più avari di loro; tu puoi contar col naso le donne che per aver denari tradischino le rocche, le città, i padroni, i signori e dominusteco; ma si anoverano ben con le dita, anzi con la penna, quelli che l'accoccano, hanno accoccato e accoccarebbono ai Padri santi, del mondo pastori.
PIPPA.
Voi sète in vena, e perciò cappate le più belle del sacco.
NANNA.
Lascia pur fare a fece, e dire a chi disse, e, tacendo fatti beffe di chi la squacquara rimoreggiando: "La poltroncionaccia puttanissima mi ha pur mancato de la sua traditora promessa"; e se pur vuoi rispondere, dirai ad alta voce: "Ella ha imparato da voi mancatori".
PIPPA.
Gliene appiccarò con grazia.
NANNA.
Che bel fargli rosso il sedere con una sferza di sovatto, quando ci tassano del non contentarci di .XXV.
innamorati e ci dicano lupacce e cagnacce: non altrimenti che i luponacci e cagnonacci se ne stessero con una sola.
Lasciando il fiutarne quante ne veggano, né gli bastando tutte, con ogni industria si cacciano a sbramar la lussuria fin coi guattari de le più sudice taverne di Roma; e se non fosse che si direbbe che noi vogliam male ai sodomiti perché ci tolgano i tre terzi del guadagno, te ne direi cose, dei gaglioffacci, te ne direi cose che te ne farei chiuder le orecchie per non udirle.
PIPPA.
Vadinsi a sotterrare i tristi.
NANNA.
A le rovinate da le imbriacature degli uomini scoscienziati.
PIPPA.
A loro.
NANNA.
Accadde che una non-ci-fosse-mai-nata, doppo il sofferimento de le rabbie, de le villanie, degli spregiamenti, de le bestemmie e de le busse con le quali due anni di lungo la combatté il suo bertoncione, tolse suso: e sgombrando da lui solamente se stessa, lasciandogli ogni mobiliuzza e datale da lui e fatta da lei, e ne l'andarsene fatto boto di non tornarci prima che ella diventasse cenere; e così si stava, e con ostinazion di femina ostinata si avventava con l'unghie al viso di qualunche le parlava di rimpiastrarsi con seco: onde egli ci messe amici, amiche, ruffiane, ruffiani e fino al suo confessore, né mai la poté convertire.
È ben vero che le sue robbe non se gli rimandàr mai, perché pare a uno che ha perduta la sua donna averla a ritrovare per il mezzo de le cose rimase ne le sue mani: or sì pure.
Il ribaldo pensando continuamente al modo di riaver costei, passati alquante stomane, il trovò e trovatolo parendogli già vendicarsi con il suo non aver voluto ancora ritornargli in casa, si infocò tutto ne l'ira: e che fece? Finse una febbre subitana e un mal di petto crudele, e lasciatosi cader là il rimor grande si sparse nel vicinato: e corsi a lui i servidori e le servidore, gli rammentarono l'anima, parendogli che il corpo, il quale non aveva male niuno, fosse spacciato.
PIPPA.
Chi non si pon mente ai piedi inciampa.
NANNA.
Il frate venne, e con "Iddio vi renda la sanità" si gli pose a sedere allato; e confortatolo a star di bona voglia, gli entrò nei peccati grevi e mortali: e domandògli se aveva ammazzato o fatto ammazzare.
Il taccagno gittò fuora le lagrime, dicendo: "Io ho fatto peggio; e questo è il tradimento usato da la mia perversità a madonna..."; e proferito tanto del suo nome che il frate lo intese, fece vista di venir meno: onde lo "aceto, aceto" s'udì per tutto; e bagnatigli i polsi con esso, si riebbe in un tratto.
E ritornato a la confessione, con parole affannate disse: "Padre, io moio, io sento bene io ciò che io ho, e perché l'anima ci è, ed ècci anco l'inferno, io lascio il tal podere a colei che io vi ho detto: fategnele intendere come da voi, e caso che io migliori punto, farò distenderlo dal notaio nel testamento"; e qui stroncossi la confessione.
Assolvéllo la sua Reverenzia, e andossene di lungo a trovare madonna, la quale tirò da parte e dissele lealmente de la lascita.
PIPPA.
Eccola rovinata.
NANNA.
Come ella sentì il suono del podere cominciò a ballarci suso col core, il quale gli galluzzò subito, ma storcendosi un poco, dimenava il capo con certi crolli e strigner di labbra che parea lo sprezzasse; e aprendo appena la boccuccia, disse: "Io non mi curo di poderi né di lascite".
Onde fe' stizzare il padre; e se le voltò dicendo: "Che materia è la vostra? Hassi a beffeggiar la robba donatavi per dominum nostrum a questa forgia? E poi qual paterina giudea sofferirebbe che si perdesse una anima? Recatevi la mente al petto, figliuola mia spirituale, e vestitivi adesso adesso e andatevene in un baleno a lui che mi pare udir buccinarmi ne le orecchie "egli guarirà s'ella vi va"".
Pippa, egli è il diàscane il sentir toccarsi da le redità: e per questo si crocifiggano insieme i fratelli, i cugini; e perciò la infregiata da sua Paternità trottò via: e giunta a l'uscio, lo bussa con quella sicurtà che lo picchiano le padroni dei signori de le case ne le quali vanno.
Tosto che si udi il tocche ticche, il messere, che si stava come morto in letto non avendo nulla, le fece aprire; ed ella, saliti gli scaloni in due passi ed avventatasigli a dosso, l'abbraccia senza dire altro: perché il pianto, il quale non era in tutto finto né in tutto da vero le impediva la favella.
PIPPA.
Chi ne saperà più?
NANNA.
Lo scariotto, lo scariotto ne seppe più, dormendo, che non fece ella vegghiando; e perciò, come la sua venuta lo avesse risuscitato, si levò suso: e posto nome a la sua visita "il miracolo", mostrò la sua sanità in quattro dì.
Onde le disse: "Andiamo al podere che io ti lasciava morendo; perché te ne faccio donagione, poiché per tua bontà son ravisolato".
Ella vi andò: e quando credette entrare in possessione de le terre, fu data per merenda a la fame di più di quaranta contadini i quali, per essere la festa di San Galgano, si stavano ragunati in una casaccia senza finestre e mezza rovinata: e chiacchiaravano appunto del farlo a le cittadine e a le puttane grandi, quando la manna gli cascò fra i denti.
PIPPA.
Adunque la fraga si gittò in bocca a l'orso?
NANNA.
Così fu; e se io ti volessi fare una simiglianza dei cotali rugginosi che gli spuntar fuora de le brache, trovarei altro che le corna de le lumache: ma non è onesto.
Neanco debbo dipignerti gli atti i quali facevano mentre davano il bottaccio de l'acqua al molino; basta che scotevano il pesco a la contadina e, secondo che la tradita da la esortazion fratina ebbe a dire, che la puzza del sudiciume di che essi ulezzavano, i rotti di radici che travano, e con le coregge appresso, le fu di più noia che non furono li strazi del suo onore.
PIPPA.
Crédovelo.
NANNA.
Saziati quei contadini, che la fecero diventar botte de l'olio loro, mentre ella scarmigliata si graffiava tutta, fu lanciata drento una coperta coi manichi, e balzata dai medesimi trentunieri sì alta, che stava un terzo d'ora e ricaderci giuso, e la camiscia e i panni che nel volare suo si gavazzavano col vento, le facevano mostrare la luna al sole: e se non che la paura le mosse il corpo, onde la coperta e le mani attaccateci si invernicarono, ella si balzarebbe ancora.
PIPPA.
Balzato sia il capo a chi il consentì.
NANNA.
E perché gli pareva che il trentone l'avesse grattata e la coperta spassata, fece tòrre un fascettino di vincastri e levarla a cavallo in su le spalle d'un traferfero, il quale la teneva sì forte che aveva agio di inaspare col dimenarsi e col trar di calcio; ma ella adoperava al suo arcolaio una matassa d'accia troppo scompigliata: e perciò, dimenatasi un buon pezzo, si beccò sul culo tante vincastrate quanti dì ella si aveva fatto pregar di venire a lui; e perché non mancasse nulla a la neronaria del tristo doloroso, gli tagliò i panni intorno a la centura e lasciolla andare con la sua benedizione.
PIPPA.
Lasciato sia egli a discrezion del maglio, quando il manigoldo l'alza per mozzare il collo a chi il merita meno.
NANNA.
Si disse, e fu vero, che mentre ella andando volse coprirsi la vergogna con mano, che uno sciamo di api l'entrar fra le cosce, credendosi che ivi fosse la fabrica loro.
PIPPA.
To' su il resto.
NANNA.
Sono schiava a una giovane de le scaltrite puttane di Roma, la quale fu alettata da trecento ducati lasciati a lei in un testamento fatto da uno che ne moriva.
Ella si accorse come egli fingeva di star malissimo, e che il testamento, il qual cantava dei trecento, era per farla correre e per darle a vedere che pur poteva sperare secondandolo.
Sai tu ciò che ella fece?
PIPPA.
Io non lo so, ma vorrei ben saperlo.
NANNA.
Gli diede un bocconcillo di tosco e mandollo al palegro: e così il testamento sborsò i contanti.
PIPPA.
Io vo' dir la corona per lei; e voglio, per mezzo dei miei paternostri, che Domeneddio da Imola lasci stare il fiorir de le zucche, perdonandole un così galante peccato.
NANNA.
Ma uno spino non fa siepe, né una spiga manna: e se quella seppe le sue, questa drizzò i papaveri nei gambi; e avendo a torto e a peccato ricevuto un fresciaccio dal suo amante più cotto che crudo, un fresciaccio di sette punti, per parecchi lagrimucce che egli gittò e per non so quanti sospiri, sotto la fede dei falsissimi giuramenti, avendo ancora la fascia al viso, non pur consentì a non gli voler male, ma si ridiede a dormir con seco quasi ogni notte; e quando si credeva di avere in ristoro del danno qualche gran presente da lui, si trovò una mattina peggio che la buona memoria di don Falcuccio: egli le nettò suso fino a un ditale di ariento, e lasciolla a darsi tanti pugna nel petto e tante pelature di capegli, che più non se ne danno le figliuole nel serrar gli occhi de la madre.
PIPPA.
Diàcene, che io non sappi uscir del buio, andandomi voi inanzi con il doppiere acceso?
NANNA.
Pippa, ricorditi egli quando tu solevi levarti a pisciare mentre io dormiva?
PIPPA.
Sì, madonna sì.
NANNA.
Non sai tu che, nel voler ricolcarti, il più de le volte non ritrovavi il letto, e più andavi a tastoni, più ti perdevi, né mai ti ci saresti imbattuta se non mi avessi desta?
PIPPA Vero è.
NANNA.
E perciò, se fin ne le cose minime non puoi far senza me, fà anco che ne le grandi io ti sia a candellieri, e in ogni tuo andare ricorditi di me, odi me, ubisci me e tienti a me: e non dubitare, se lo fai, dei giganti, non che dei nani.
E certamente bisogna stare in cervellissimo, perché noi siamo come giocatori: i quali, se si vestano del carteggiare e del dadeggiare, non se ne calzano; e sia pur qual puttana si voglia, e ricca e favorita e bella, che tutto si assimiglia a un cardinale vecchio cascato, il quale non è papa perché la morte gli dà la sua boce.
PIPPA Voi favellate cupamente.
NANNA.
Io esco dei solchi per volergli far troppo diritti: e questo interviene anco a coloro che acoppiano le parolette come si acoppiano l'uve duràcini.
Io vorrei tirarti a credere che la più felice e la più contenta puttana è infelice e scontenta: lascia pur treccolare a chi treccola e ciarlare a chi ciarla, che ella è così.
Soleva dire lo scalco di Malfetta che la felicità e la contentezza d'una puttana erano sirocchie carnali de le speranze di quel cortigiano il quale tiene in mano lo avviso del tale che si more: e poi guarisce appunto in quello che ha ottenuto i suoi benefizi.
Ma dicanmi, quelle che se ne fanno belle: è felice una la quale, come ti ho narrato, se sta, se va, se dorme e se mangia, bisogna, o voglia o non voglia, che segga con l'altrui chiappe, vada con gli altrui piei, dorme con gli altrui occhi e mangi con l'altrui bocca? è contenta colei, la quale mostrano tutti i diti per bagascia e per femina del popolo?
PIPPA.
O è femina del popolo ogni puttana?
NANNA.
Sì.
PIPPA.
Come sì?
NANNA.
Ognun che spende da contentarsene, dee montar suso, sia pur ricco in fondo e pelacane e plebeo a sua posta: perché i ducati tanto lucano ne le palme dei famigli quanto dei padroni, e sì come gli scudi d'uno acquaruolo, rimescolati con quei d'un caca-spezie, son de la medesima valuta, e chi gli piglia non vantaggia questi da quelli, così, essendoci la pecunia, tanto si dee aprir al re quanto al servo.
Per la qual cosa ogni puttana che vuol denari, e non ispade e bastoni, è pasto del popolo.
PIPPA.
Non si pò dir meglio.
NANNA.
Dimandinsi i pergami, non pure i predicatori, se noi siamo felici e contente.
Eglino si recano lassuso, e dannoci drento: "Ahi! scelerate concubine del cento-paia, spose dei foletti, sorelle di Lucifero, vergogna del mondo, vitupero del sesso de lo in mulieribus: i dragoni de lo inferno vi divoraranno l'anima, ve l'abbrusciaranno, le caldaie del zolfo bollente vi aspettano, gli spedoni infocati vi chiamano; i graffi dei demoni vi squartaranno, voi sarete carne degli uncini loro, e sarete scudisciate dai serpi: in eternum, in eternum".
Ecco poi il confessore: "Ite in igne, in igne dico, ribaldacce, valige da peccati, rovinatrici di uomini, maliarde, streghe, fatucchiaie, spie del diavolo, luponacce"; e non ci vogliono pure udire, non che assolverci.
E venendo la stomana santa, i Giudei, i quali conficcarono in croce il nostro Signore, son meglio visti di noi; e la coscienzia ci rimorde, e dicici "Andatevi a sotterrare in un monte di litame, e non comparite fra i Cristiani".
E perché siamo condotte a sì rio partito? Per amor degli uomini, per sodisfare a loro, e perché ci hanno così fatte.
PIPPA.
Perché non si grida agli uomini come a noi altre?
NANNA.
Questo voleva dire io: doverebbe la paternità de la Reverenzia di messer lo predicatore voltarsi a le loro Signorie, dicendogli: "O voi, o spiriti tentennini, perché sforzate, perché contaminate, perché piegate le donne puracce, le donne lascele-stare, le donne balocche? e se pur le colcate donde vi pare, a che fine svaligiarle? a che proposito sfregiarle? e a che far bandirle?".
Il frataccio doveria far sì, che quei serpenti, quelle caldaie, quelli spedoni, quelle fruste di bisce, e i graffi, gli uncini e i satanassi si spedissero inverso le lor magagne.
PIPPA.
Forse lo faranno.
NANNA.
Non ci pensare, non te lo credere, non ci far disegno; perché tristo a chi manco ci può: e perciò gli uomini son grattati non isgridati, dai frati.
Ora al farci pagare da chi ci trassina per in giù e per in sù.
PIPPA.
Mi par che me ne abbiate favellato.
NANNA.
Non è vero; e poi le imbasciate che importano si replicano due e tre volte.
Pippa, io vorrei saper da quelli belli-in-banca, i quali ci apongano solo perché cerchiamo il nostro utile facendoci pagare dei servigi che facciamo a chi ci comanda, per che conto, per qual ragione aviamo a servire altrui per i loro begli occhi.
Ecco il barbiere ti lava e rade: e perché? per i tuoi denari; i zappatori non ficcarebbono zappa in vigna, né i sarti ago in calza, se i quattrini non gli balzassero nei borselli; amàlati e non pagare, e vedrai il medico doman da sera; togli una fante e non le dar salario, e farai tu l'ufficio suo; và per la insalata, và per le ramolacce, và per l'olio, và per la salina, và per ciò che tu vuoi senza denari, e tornarai senza: si paga la confessione, la perdonanza...
PIPPA.
Non si paga più, fermatevi.
NANNA.
Che ne sai tu?
PIPPA.
Me lo ha detto il penetenzieri quando mi diede con la bacchetta in sul capo.
NANNA.
Può esser; ma pon mente al prete, o a chi ti ha confessato: quando non gli porge, vederai i bel viso che ti fa.
Ma sia che vuole, le messe si pagano; e chi non vuole esser sepellito nel cemiterio o longo le mura, paghi il chirieleisonne, il porta inferi e il requiem eternam.
Non te ne vo' dir più: le prigioni di Corte Savella, di Torre di Nona e di Campidoglio ti tengano rinchiusi e stretti, e poi vogliano essere strapagate.
Infino al boia tocca i tre e quattro ducati per i colli che attacca e per i capi che mozza: né faria un segno ne le fronti ladre, né tagliaria un naso ghiotto, né uno orecchio traditore, se il senatore o il governatore, il podestà e il capitano non gli desse il suo dovere.
Vattene a la beccaria e abbi quattro onciarelle di pecora più: e se ti son lasciate se non ci aggiugni il danaio, di che io non sia dessa.
E infino ai pretacchioni che benediscano l'uova tolgano la rata loro.
Sì che, se ti par lecito di dar tutto il tuo corpo e tutte le tua membra, tutti i tuoi sentimenti per un "gran mercé madonna", fà tu; e se ai mercatanti, i quali non guardano niuno in viso se non ne cavano usura, ti vuoi dare in dono, datti.
PIPPA.
Non io che non voglio.
NANNA.
E perciò intendimi bene; e intesa che tu mi hai, mette in opra i miei avvisi: e se lo fai, gli uomini non saperanno guardarsi da te, e tu ti saprai guardar da loro.
Lasciagli pure civettare da le finestre de le camere rispondenti in quelle de la tua, con le collane in mano, coi zibellini, con le perle, con le borse piene, facendo sonare i doppioni che vi son drento col percuoterle con la mano.
Baie, cacabaldole, arzigoghelarie e giuochi da puttini sono cotali zimbellamenti; anzi arti per dileggiar coloro che ci porgano l'occhio: e tosto che si avveggano che ci fai l'amore credendoti che te le voglia donare, ti squadra le fica dicendo: "Togli queste, carogna, scrofa, cioncola".
PIPPA.
Se mi fanno di cotali cilecche, le vendette non si lasciaranno a fare ai miei figliuoli.
NANNA.
Pàgati ancora dei pignatti e dei pentolini di pece che ti avventano a le finestre per ardertele e per isconguazzartele, con la giunta dei panni incerati coi quali ti disgàngarono la porta rivoltandola col capo in giuso.
E per condir ben la fava menata, ci vogliono essere i rimori, i gridi, i fischi, le baiacce, le villanie, le coregge, i rotti, le bravate che usano per destatoio quando dormi ed eglino ti fanno la processione intorno a la casa, bandendo i tuoi difetti ne la forgia che si doverebbono arcibandire i loro.
PIPPA.
Che gli venga il mal del petto.
NANNA.
Uno uccel perde-il-giorno trovò una solenne fantasia, anzi la più sciocca che mai si trovasse amante bugiardo, falso e alocco.
PIPPA.
Che fantasia fu la sua?
NANNA.
Per parere di vivere in isperanza de l'ottenere la donna de l'amor suo, e perché ella intendendolo cominciasse a far pensiero di contentarlo, si vestì tutto tutto di verde: la berretta verde, la cappa, il saio, le calze, il fodero, il puntale, il manico de la spada, la cintura, la camiscia, le scarpe; e fino al capo e a la barba pare a me che si facesse far verde: il pennacchio, la impresa, i puntali, le stringhe, il giubbone e tutto.
PIPPA.
Che erbolata!
NANNA.
Ah! ah! ah! Egli non mangiava se non cose verdi: zucche, cidriuoli, melloni, minuto, cavolo, lattuche, borace, mandorline fresche e ceci; e perché il vino paresse verde, lo poneva in un bicchiere di vetro verde; e mangiando geladia succhiava solamente le frondi del lauro intermesseci drento; faceva fare il pane di ramerino pesto con l'olio, perché tenesse di lega verde; sedeva su gli scanni verdi, dormiva in un letto verde, e sempre ragionava di erbe, di prati, di giardini e di primavere.
Se cantava, non si udiva se non speranza inalborata nei campi da metere; e ingioncava i versetti con le pergole, con le pimpinelle e con le caccialepri; e mandando lettere a la diva, le scriveva in fogli verdi: e credo che il suo andar del corpo fosse verde non altrimenti che la sua cera e la sua orina.
PIPPA.
Che matto spacciato.
NANNA.
Matta spacciata era colei la qual si credeva ciò farsi per le sue divinitadi, e non per le cattivanze sue.
Vuoi tu altro, che egli finse tanto la speranza e tanto la predicò, che la buonaccia, la quale non la voleva far mentitrice, ci si lasciò còrre, parendole che il trovato del verde fosse a le sue bellezze un bel che: e il merito che le ne rendette il verderame fu il lasciarla svaligiata de la coltrice del letto.
PIPPA.
Ghiotto da forche.
NANNA.
Una certa monna Quinimina sgraziatella, a la quale la natura aveva dato un pochetto di viso e un poco di bella persona per farla fiaccare il collo e per più suo disfacimento, a l'usanza di colui che sa tanto giocacchiare che gli basta a perdere, sapeva tanto di lettera che intese una lettera mandatale da un ciarlone.
O Domenedio, dove diavolo si trova egli che Cupido colga la gente al buio? e come è possibile che un cacasi-sotto tiri l'arco e ferisca i cori? Egli ferisce il gavocciolo che venga a noi femine, da che diam fede a le ceretanarie, credendoci avere gli occhi di sole, la testa d'oro, le gote di grana, i labbri di rubini, i denti di perle, l'aria serena, la bocca divina e la lingua angelica: lasciandoci accecare da le lettere che ci mandano i gabba-donne nel modo che si lasciò gabbare la sfatata che ti dico.
Ella, per dar da favellare a la brigata del suo saper leggere, ogni volta che poteva furare il tempo, si piantava in su la finestra con il libro in mano: onde la vidde un gracchia-in-rima, e avvisandosi che potria esser molto bene che per via di qualche cantafavola scritta d'oro gnele accoccaria, tinse un foglio con il sugo di viole a ciocche, di quelle vermiglie, e intignendo la penna nel latte di fico, scrisse come ella faceva disperare con le sue bellezze quelle degli angeli, e che l'oro toglieva il lustro dai suoi capelli, e la primavera i fiori da le sue gote, facendole anco stracredere che il latte si fosse imbucatato nel candido del suo seno e de le sue mani.
Ora stimalo tu se ella peccò in vanagloria udendosi millantare.
PIPPA.
Balorda.
NANNA.
Quando ella ebbe finita di leggere la sua disfazione, da la quale si senti dar più lalde che non si dà al laudamus, si rintenerì tutta quanta, e vedendosi scongiurare de la risposta, si gittò ne le braccia di quel "solo e segreto", il quale gli ingannatori fanno ne le lor dicerie a lettere di scatole, acciò che noi gli porgiam l'occhio al primo; e ordinato il suo venire il terzo dì, perché in quella ora il suo marito andava a la villa, si stava spettando il tempo.
PIPPA.
Ella aveva marito, che?
NANNA.
Sì, in malora.
PIPPA.
E in mal punto.
NANNA.
Avuto che ebbe il messer fa-sonetti il sì, trovò non so quanti sconquazza-carte e stiracchia-canzone, dicendo: "Io vo' fare la serenata a un puttanino maritato, assai gentil cosetta, la quale gualcarò tosto tosto; e che sia il vero, eccovi qui la posta manu propria".
E mostrategli alcune righe scrittegli da lei, se ne risero un pezzo insieme; poi, tolto un liuto, accordandolo in un soffio, stroncò una calata assai contadinescamente; e doppo uno "ah! ah! ah!" a la sgangarata, si messe sotto la finestra de la camera de l'amica, la quale rispondeva in un borghicciuolo dove passava una persona l'anno; e appoggiato con le rene al muro, adattatosi lo stormento al petto, porse il viso in alto; e mentre ella balenava lassuso, biscantò questo cotale:
Per tutto l'or del mondo,
donna, in lodarvi non direi menzogna,
perché a me e a voi farei vergogna.
Per Dio che non direi
che in bocca abbiate odor d'Indi o Sabei,
né che i vostri capelli
de l'oro sien più belli,
né che negli occhi vostri alberghi Amore,
né che da quelli il sol toglie splendore,
né che le labbra e i denti
sien bianche perle e bei rubini ardenti,
né che i vostri costumi
faccino nel bordello andare i fiumi:
io dirò ben che buona robba sète,
più che donna che sia;
e che tal grazia avete
che, a farvelo, un romito scapparia.
Ma non vo' dir che voi siate divina,
non pisciando acqua lanfa per orina.
PIPPA.
Io per me gli arei gittato il mortaio in capo, gliene arei gittato per certo.
NANNA.
Ella, che non è cruda, come non sarai anche tu, se ne tenne ben bona e ben grande; e non pur aspettò il dileguarsi del marito: ma il dì seguente se ne fuggì con seco in casa d'un fornaio amico del frappatoraccio, al quale diede in serbo una cosa da cinger donne.
Come il messere vidde la cintura, disse infra sé: "Gli ambracani saranno buoni per farmene una maniglia al braccio, e le galluzze d'oro per empirmi la borsa"; e questo dicendo, se ne andò a la zecca, e trasformò il metallo senza conio in metallo coniato: .XXXVII.
ducati larghi ebbe dei paternostri che tramezzavano l'ambragatta, i quali giocò allora allora.
E venendosene senza essi a casa del fornaio, entrato in una di quelle rabbie che entrano ne la testa di coloro che son rimasti in asso bontà de l'asso, colta a la fegatella la cagion del petorsello (o "prezzemolo" che lo chiamino le savie sibille), la ruppe tutta col bastone, e poi con una precissione di pugni la sospinse giù per la scala.
PIPPA.
Buon pro.
NANNA.
Ora ella se ne stette in una stanzetta di non so qual lavandaia una notte senza dormire oncia; onde ebbe agio di pensare a la vendetta: e ci pensò nel modo che io ti dirò.
La cinta guasta da la mala persona, fu trafugata dal suo uomo di quella casa, là dal cardinal de la Valle, la quale arse non è troppo: ed ella gliene robbò fuora d'un cofano.
Ora, vedendosene rimasta senza, per vendicarsi contra colui che la pestò ben bene, non pensando a quello che ne potesse riuscire, andò al padrone de la casa abbrusciata, e gli disse come il tale aveva la sua cintola.
Il gentiluomo, saputo il tutto, fece dar di grappo a chi gliene imbolò, e credendosi il capitano di Corte Savella per cotale indizio, che egli avesse furate de l'altre zaccare, gli diede parecchi strappate di fune.
E così la pecorella con danno vergogna sua e del marito si rimase; e quello che l'aveva trattata a suo modo, se ne uscì per il rotto de la cuffia.
PIPPA.
Ben gli sta a chi ci si lascia còrre.
NANNA.
Ma io fino a qui ti ho mostro gli acini del pepe, del panico, de l'agresto, del grano e de le melagrane; ma ora ti spiego le lenzuola per in giù e per in su: e con una sola, ne la quale non è borra, ti mando a spasso.
E perciò ascoltami: e se puoi astenerti di piagnere, astientene.
PIPPA.
Che, sarà qualche donna ingrossata e poi cacciata a le forche?
NANNA.
Peggio.
PIPPA.
Qualcuna tolta a la mamma e al babbo, e poi bastonata e abandonata nel mezzo de la via?
NANNA.
Peggio che sfregiata, mozzole il naso, lasciata in camiscia, svergognata, franciosata e mal concia più che si possa.
PIPPA.
Dio aiutici tu.
NANNA.
Così va chi s'infregia a credenza.
PIPPA.
Certo la cosa dee venire dai poeti, ai quali volete che io apra e me gli tiri a dosso.
NANNA.
Cotesto non ti ho detto io; io voglio che gli accarezzi senza dargnele mai fetta: e questo si fa perché non ti dileggino con la baia de le lor laude, e acciò che, beffeggiandoti con la poltroneria del biasimo, non paia che dichino a te.
PIPPA.
Così ci si pò stare.
NANNA.
Io non mi ricordo di quello che io ti voleva dire.
PIPPA.
Né io.
NANNA.
E perciò non mi romper la favella in bocca.
PIPPA.
Bisogna pure che io badi al fatto mio.
NANNA.
Io l'ho atinta: un re! Un re, e non un dottoruccio, né un capo di squadra, un re ti dico: costui, con un mondo di gente a piedi e a cavallo, se ne andò a campo nel paese d'uno altro re suo nimico; e saccomannatolo, arsolo e disfattolo, si pose intorno a una grama città, dove colui che nol poté mai placare per via di accordo niuno, con la moglie e con una sola figliuola che aveva, s'era fuggito.
Ora, durante la guerra, il re che voleva pigliar la città si poteva dibattere: perché era sì forte che il signor Giovanni di Medici, iddio Marte, non l'averebbe presa, sbombarda, scoppietta, archibusa quanto sai.
Ma che accasca? Il re che la combatteva faceva cose di fuoco ne le scaramucce: a chi fendeva il capo, a chi spiccava un braccio, a chi mozzava una mano, e chi gittava, d'uno incontro di lancia, in alto un miglio; di modo che amici e nimici ne avevano che dire.
Onde la fama prosuntuosa, fattasegli guida, menatolo pel campo trionfalmente, se ne andò drento; e trovò la figliuola del re sventurato, e le dice: "Viene in su le mura, e vederai il più bello, il più valente e il più bene armato giovane che nascesse mai".
Appena gnele disse, che ella ci corse sopra: e conosciutolo a le penne terribili che svolazzavano in sul cimiere e a le sopraveste di tela d'ariento le quali abagliavano i razzi del sole mentre lo splendor suo ci feriva drento, uscì di se stessa; e vagheggiandogli il cavallo, l'armadure e i gesti, eccolo fino in su le porte: e nel brandire la spada per uccidere un soldato che gli arancava inanzi, si ruppe la coreggia de l'elmo e sbalzogli fuor di capo.
Per la qual cosa ella vidde quella faccia di rose, fatte tutte vermiglie nel combattere: e il sudore che ci spruzzava la fatica, simigliava la rugiada che le bagna quando l'alba incomincia ' aprirle.
PIPPA.
Scortiamola.
NANNA.
Ella se ne infiammò così fattamente, che ne divenne cieca; e senza più curarsi di quel che avesse fatto o volesse fare al padre, più lo amava che egli non odiava chi la ingenerò: meschina, che sapeva pure che tutto quel che luce non è oro.
Come si fosse, amor la fece si animosa, che una notte aprì lo sportello segreto del suo palagio; il quale sportello era fatto per i bisogni dei tempi, e potevasi andare e venire senza esser veduto: ella che aveva le chiave di cotale uscietto, sbucò fuora e sola sola si condusse dinanzi a lo ingordo del sangue suo.
PIPPA.
Come trovò ella la via al buio?
NANNA.
Dicano che il fuoco del suo core le fece lume.
PIPPA.
Ti so dire che ella ardeva come si dee.
NANNA.
Ella ardeva di sorte che, senza altro rispetto, non pur si diede a conoscere al perfido e disleale, ma giacque con lui, lasciandosi sciloppare dal suo dire: "Ecco, signora, io vi accetto per moglie, e voglio per mio socero e signore il padre vostro: con questo patto, che a me che, non per nimicizia, ma per brama di gloria, guerreggio con sua Maestade; apriate le porte de la città; e subito che arò vinto il tutto, gli farò dono d'ogni mia vittoria e del mio reame ancora".
PIPPA.
Come ella svolse lui, ed egli lei, sarebbe stupendo a udirlo da lor medesimi.
NANNA.
Pènsate che ella, avvertita, consigliata e mossa da lo amore, formò, ritenne e disse tutto quello che le concesse formare, ritenere e dire; e si dee stimar che paresse non fanciulla inesperta e vile, ma donna cauta e ardita: usando ogni parola che rintenerisce i cori gentili, mescolando tra i detti alcune di quelle lagrime e alcuni di quei sospiri asinghiozzati e di quelle accoratagini per il mezzo de le quali si ottiene ciò che si desidera.
E si dee anco credere che l'amico, pietoso di fuora e di drento crudele, il quale tanto more quanto vive suo padre, inzuccarasse la chiacchiara: e con giuramenti e con promessioni la conducesse a spalancargli quelle porte che la scempia gli spalancò.
Onde il traditore la prima cosa prese il vecchio e la vecchia del quale seme ella nacque, scannando l'una e l'altro in sua presenzia.
PIPPA.
E non morì?
NANNA.
Non si mor di doglia.
PIPPA.
Avemaria.
NANNA.
Morti loro, cacciò fuoco a le case, a le chiese, ai palagi e a le botteghe; e parte del popolo lasciò abbrusciare, e parte mandò a fil di spade: non facendo differenzia da piccini a grandi, né da maschi a femine.
PIPPA.
Ed ella non si impiccava?
NANNA.
Non ti dico io che amore l'aveva accecata e tolta di sé per ogni verso? e perciò come insensata ferneticava nei lamenti: e ogni volta che ella affiggeva gli occhi al suo più nimico che marito, non altrimenti che gli avesse obligo lo contemplava.
PIPPA.
La sua era pazzia e non amore.
NANNA.
Dio ne guardi i cani, Pippa, Dio ne scampi i Mori da così fatti casi; certissimamente amore è una bestial novella: e credilo a chi lo ha provato, credilo figliuola; amore, ah? Io per me vorrei prima morire che stare un mese nel tormento d'uno il quale non ha più speranza di riavere la donna che egli adora.
Febbre a suo modo, il non si trovare un soldo, non è nulla; nimicizia, ciance: crudeltà si può chiamare quella d'un che amando non dorme, non bee, non mangia, non sta fermo, non siede e con la fantasia sempre fitta a lei, si stracca in pensare come i suoi pensieri non si straccano nel pensamento.
PIPPA.
E pure ognuno si innamora.
NANNA.
È vero; ma ne cavano quel viso che, del puttanare, le mandre, gli stuoli e la infinità de le furiose.
E sì come de le cento le novantanove puttane son di prospettiva (diceva Romanello), e il puttanesimo tutto insieme simiglia una speziaria fallita in segreto, la quale ha le sue cassette a l'ordine, i suoi vaselli in fila, con le lettere che dicano "treggea", "anisi" "mandorle confette", "noci conce", "pepe sodo" "zafferano", "pinocchiati"; aprendo poi quelle e questi non ci è drento covelle: perché le catenuzze, i ventaglini, gli anelletti, le vesticciuole e i cuffioni de le più profumate, sono le scritte dei vaselli e de le cassette vote che io ti dico.
Così, per uno innamorato che riesca a bene de lo innamoramento, ce ne son millanta che ci si disperano.
PIPPA.
Tornate ormai a la leggenda, se non volete che si dica che la vostra accia sia liccio.
NANNA.
Non si dirà miga: perché le donne son donne, e quando contrafanno la lor naturalità, ponno dire a chi le riprende: "Voi ve lo beccate".
Orsù, la tradita fanciulla se ne va con colui che ha spianato il suo paese e ucciso il padre e la madre sua; e andandosene con seco, ecco venir il tempo che ella, gravida di lui, vuol partorire: intendendolo il dispietato comandò che fosse gittata ignuda sopra una siepe di spine, acciò che le lor punte stracciassero lei e il suo parto.
Oimè che ella, assicurata ne la disperazione, si spogliò da se stessa, con dire: "O ingrato, è questa la mercé de la mia fede? pàrti che una reina meriti così fatta morte? u' si udì mai che il padre ammazzassi il figliuolo prima che peccasse e che nascesse?".
PIPPA.
Misericordia.
NANNA.
Dicendo ella tai parole, le spine, rintenerite per ciò, le fecero luogo: onde l'erbe verdi e fresche, cresciute sotto le spini, la riceverono in grembo; nel quale fece un bambino che aveva tutte le fattezze di chi lo acquistò.
In questo eccoti un servo con viso di demonio che piglia la creatura pel braccio e dice: "Il re mio vuole che io l'uccida, acciò che finisca in un tratto il suo odio, la tua vita e il seme vile"; ciò ditto, il coltello che mi passò il core aperse le membra non rassodate ancora; e lo spiritello il qual vidde prima il Cielo che il sole, sciolse lo stame del vivere appunto nel far del nodo.
E questa è la morte più dolce che la vita: il morire quando altri non sa ciò che si sia vita, è simile a la beatitudine dei santi.
PIPPA.
Ve lo credo; ma chi sopporta così crude crudeltà?
NANNA.
Doppo questo ella fu rivestita, e nel volere sfogarsi col piagnere, ecco in un bacin d'oro il laccio, il veleno e il pugnale.
Quando la sciagurata ode dirsi "Eleggi uno di questi fini, i quali per tre vie ti traranno di impaccio l'anima e il corpo", non si sbigottendo e non si movendo, preso la corda, il tosco e il coltello, isforzossi di tòrsi la vita con tre morti in un tratto: e non potendo, si dolse del Cielo il quale non consenti che in un tempo potesse e impiccarsi e avelenarsi e ferirsi.
PIPPA.
O Iddio mio.
NANNA.
Ella si cinse il collo con la fune: e attaccatela, si gittò giuso, e quella si ruppe, e non poté morire; bevve l'arsenico, e non l'offese: perché, sendo bambina, suo padre le aveva dato i ripari contra il tosco; e pigliando il pugnale, alzò il braccio per trapassarsi il core: e in quello che volse ficcarci la punta, Amore entrato tra il ferro e il seno, gli mostrò il ritratto del suo idolo falso, il quale aveva di varia seta ricamato nel petto; onde le cadde il colpo di mano, avendo più riguardo a la sua imagine dipinta che egli non aveva a la sua vita.
PIPPA.
Mai più non si udì cose sì stranie.
NANNA.
Né ti credere che egli, che per esser lei del sangue del suo nimico la odiava più che la morte, per la pietà mostrata inverso la sua effigie diventassi compassionevole; anzi la fece avventare nel mare vicino: e le sue dee la riportarono a la riva sana e salva.
PIPPA.
Voglio accendere a le dee che dite due candele.
NANNA.
Come il serpente la vidde su la riva, chiamò uno uomo terribile e disse: "Isfodera cotesta spada e mozzale il collo"; egli è ubidito: la spada è in aria, la piomba giuso, e la nostra Donna l'aiuta.
PIPPA.
Come?
NANNA.
Col far che la colga di piatto.
PIPPA.
Lodato sia Iddio.
NANNA.
La non finisce qui: anzi il crudelaccio fece appicciare un gran fuoco e trarvela drento per forza: ma non abbrusciò, perché in quello che ella ci fu per cader sopra, il cielo che ne ebbe misericordia, oscuratosi in un tratto, versò tanta acqua che aria spento le fornaci de lo inferno, non che un capannello di scope e di frasconi.
PIPPA.
Ciel da bene, ciel pietoso.
NANNA.
Tosto che la fiamma, che si voleva col fume levare in alto, fu spenta, il popolo disse col grido: "Deh! signore, non volete quel che non vuole chi sta colassuso; deh! perdonate a la inocente, la quale pur troppo vi ama: e il suo troppo amarvi vi ha fatto vendicare e vincere".
PIPPA.
E non si piegava a simili prieghi?
NANNA.
Piegansi gli immetriati ai bisogni dei vertudiosi?
PIPPA.
Pacienzia.
NANNA.
Tolta del luogo spento dal piovere, a onta di coloro che pregavano per lei, fu messa dove si stava rinchiuso un lione: e fu pure il vero che egli appena la fiutò, e lo fece per aver rispetto a la nobiltà sua, e anco per non degnarsi con donna sì misera.
PIPPA.
Dio gli faccia di bene.
NANNA.
Hai tu mai visto uno cane arrabbiato, il qual morde fino a le sue zampe?
PIPPA.
Sì ho.
NANNA.
Se tu l'ha visto, vedi il diavolo incarnato manicarsi le mani per la disperazione del non poter saziarsi de la morte sua: egli la prese per le trecce e strascinolla in un fondo di torre, e la fece stare ivi otto dì senza voler che niuno le desse mangiar né bere: ma ella mangiò e bevve a suo marcio dispetto.
PIPPA.
A che modo?
NANNA.
Dimandane il duolo e il pianto suo, i quali ti diranno in che modo gli diventarono pane e vino.
Ora, aperta la prigione e ritrovatasi viva, il mastino rinegato ne diede col capo per tutti i muri; e poi che se l'ebbe rotto in dispregio di se stesso, la legò di sua mano al busto d'uno albero, e la fece saettare con gli archi.
Ma chi crederà che il vento, per la compassione che ne aveva, alontanava i colpi da lei, e dividendo il nuvolo de le frecce, la metà ne cadeva di qua e la metà di là?
PIPPA.
Vento gentile.
NANNA.
Ora ne viene la crudeltà: perché egli, gonfiato di quel tosco che gonfia colui il qual non pò sfogare il fuoco che drento al petto gli ha acceso la stizza, comandò che ella fosse gittata de la più alta torre; e così fu presa e portata lassuso; ma vedendosi legar le mani, gridò: "Adunque le nate dei re hanno a morire come serve?".
La torre toccava quasi il cielo coi merli; e non era niuno dei manigoldi che l'avevano a trar giuso, che gli bastassi l'animo di mirar la gente, la quale con le ciglia tese aspettava il volo che suo malgrado doveva far colei che, in migliore stato, tutta si racapricciava guardando ogni poco di profondità.
Il sole che a quella otta luceva in tutta bellezza, per non vederla rovinare si nascose fra le nugole; ed ella, datasi a piagnere, fece con gli occhi un Tevere e uno Arno.
Ma non piagneva per la paura de lo avere a fiaccarsi e a rompersi cadendo: ella si vergognava di riscontrare lo spirito di suo padre ne l'altro mondo; e già le pareva che, in presenzia de l'anima de la madre, le dicessi: "O Cielo! o abisso! ecco colei che mi spogliò quella carne con la quale io la vestii".
PIPPA.
Io son commossa.
NANNA.
Non ti sbigottire anco.
Ella sentendosi sospignere da mano crudele, alzò la boce dicendo: "O voi che rimanete doppo me, scusatimi con chi è e con chi sarà, che io errai più d'ogni altra per amare più d'ognuna"...
Così detto, i gridi intronarono il capo a l'aria, ed ella: "Oimè Pippa! oimè figliuola! Un coltello, olà, presto, tagliatele gli aghetti, acqua da spruzzarle nel viso, aiutatemi a porla in sul letto".
A cotal rimore due fanti che aveva la Nanna, riebbero la Pippa: la quale venne meno ne lo scagliarla giù de la torre con le parole, come una che non pò sofferire il sangue uscito de le reni ai Genovesi, la notte del venardì santo, quando che drieto al crocifisso si conciano male con la disciplina.
Ma ritornata in sé, la Nanna, per non darle più alterazione, non le finì la novella contata in punta di pantufole: che ben sapeva dire, quando le toccava il grillo; e mentre faceva portare da confortarsi, ecco la Comare e la Balia che tempestano la porta a scigurtà; e aperta che fu, vennero suso; e fatte le abbracciate con lei e con la figliuola, disse la Comare: "Noi vogliamo, Nanna, domani che è mezza festa, e più tosto si guarda che no, venire a goderci il tuo orto; e ho caro che tu intenda se io metto in su la buona via la Balia, che vuol darsi al ruffianesimo".
"Appunto costì ti voleva io" rispose la Nanna, "e spiacemi fino a l'anima che non aviate sentito ciò che ieri e oggi ho racconto a Pippa mia del suo saperci esser puttana, e circa i tradimenti che a le puttane e a l'altre fanno gli uomini; e sì come io non ho pare (e nol dico per vantarmi) ne l'arte cortigianesca, così tu non hai chi ti stia a petto ne la ruffianesca: sì che venite a ogni modo, perché la mia tata, la mia putta, la mia pincina oda; e odendo impari, non a ruffianare, ma a sapersi reggere con le ruffiane".
Non si disse né rispose altro fra loro; ma vennero secondo l'ordine, e assettatesi a sedere sotto il pesco, a la Comare toccò lo stare in mezzo de la Balia e de la Nanna, e la galante Pippa al riscontro de la Comare.
In questo una pesca grossa, la quale sola era rimasa nel pesco, cadde in sul capo de la Comare; onde la Balia disse ridendo a più potere: "Tu non puoi negare che il farti dar le pesche non ti sia piaciuto"; "Cotesto no" rispose ella, "anzi in quelle poche o assai volte che mi son sute date, mi è parso andare a la giustizia; ma se i denari fanno e ponno il tutto, che miracolo se ci fanno voltare in là?".
Doppo le risa che ivi si fecero per la caduta de la pesca, la Pippa a bocca aperta si recò ad ascoltare in un modo che pareva che si volessi ber con le orecchie le parole de la Comare; le quali cominciarono...
Fine de la seconda giornata.
IN QUESTA TERZA E ULTIMA GIORNATA
DEL DIALOGO DI MESSER PIETRO ARETINO
LA COMARE ESPONE A LA BALIA
PRESENTE LA NANNA E LA PIPPA
IL MODO PER RUFFIANARE.
COMARE.
La ruffiana e la puttana, Balia cara, sono non pur sirocchie, ma nate a un corpo: e madonna Lussuria gli è madre, e messer Bordello padre.
Così dicano le croniche, ma io credo che la ruffianaria sia figliuola de la puttanaria, o vero che la puttanaria sia uscita del ventre a la ruffianaria.
BALIA.
A che fine mi entri tu in cotal disputa?
COMARE.
Per la coscia che possa rompere chi ci ha tolto la man ritta: perché egli è forza che la ruffiana partorisse la puttana; e tientelo per certo che così è: e s'è così, non doveria patirsi che ogni puttanuzza fecciosa ci sedesse di sopra ne le feste.
BALIA.
O bene.
COMARE.
Mi stupisco pensando che Salamone non beccasse di così fatte sottigliezze.
Or lasciamo andare, e contentiamoci de la nostra arte, la quale ti farà rinascere nel raccontartela io, e a tempo e a luogo ti farò vedere come la puttana ci rende il nostro onore non se ne avvedendo: e fino ai signori lo confessano con il metterci, quando ci favellano in segreto, a destram patribus.
Attendimi pure, e poi mi parla.
BALIA.
Eccomi in attezione.
COMARE.
Balia, io son più che certa di quel che la Nanna qui può avere insegnato a la Pippa, e so che il puttanare non è traffico da ognuno; e perciò il viver suo è come un giuoco de la ventura, che per una che ne venga benefiziata, ce ne son mille de le bianche.
Nientedimeno il ruffianare è di più acutezza.
Non nego che il diseperarsi da sieme non sia uno di quelli impacci che hanno le mani mentre, nel volersi lavare da se stesse, si danno l'acqua da lor medesime: ma la ruffiana pesca più a fondo de la puttana; e non ci si torca il muso, che tanto è.
BALIA.
Chi ce lo torce?
COMARE.
Che so io?
BALIA.
Par bene a me.
COMARE.
Guarda a una ruffiana riputata bontà de le sue vertù e vedrai un medico dei più famosi del mondo: stammi pure a udire, se vuoi che io ti imbocchi la mia sapienzia.
Ecco là un medico savio ne lo andare, saputo ne lo stare: parla per lettera, scrive per ricette e fa ogni cosa per punti di seste; onde la brigata corre a lui come corre a me la gente, la quale mi conosce per astuta, per sufficiente e per maestra.
Un medico va con scigurtà per tutte le case, e una ruffiana che ci sa essere fa il simigliante; un medico conosce le complessioni, i polsi, i difetti, e collere e le malatie di questo e di quello: e la ruffiana i fernetichi, gli umori, le nature e le magagne di chi si voglia; il medico ripara al mal del fegato, del polmone, del petto e del fianco: e la ruffiana al mal de la gelosia, del martello, de la rabbia e del core de le donne e degli uomini.
Il medico conforta, e la ruffiana consola il medico sana, e la ruffiana con il menar l'amica a letto fa il medesimo.
La cera lieta del medico rallegra lo ammalato, e la faccia balda de la ruffiana ravviva lo amante e tanto più merita la ruffiana del medico, quanto son più pazzi e più indiavolati i mali d'amore che quelli del madrone.
Il medico tocca tuttavia denar nuovi, e la ruffiana ancora, e buon per chi si ammala, se il medico vedesse ne la orina quel che vede la ruffiana nel viso di coloro che vengano a lei per aiuto e per consiglio.
E sì come il medico vuole essere motteggero, parlante e pieno di facezie, così la ruffiana non vale se non ha sempre in punto cento novellette.
Il medico sa promettere di sanare chi si more de l'altro dì, e la ruffiana pone in isperanza colui il qual s'impicca.
BALIA.
Non se ne perde una.
COMARE.
Il medico ha di più sorte robe: e queste porta le pasque quelle i di santi, altre i giorni solenni e altre le domeniche, e la ruffiana muta abito secondo non i tempi, ma secondo le persone con le quali si abocca per condurle a chi le spetta.
Caso che io vada a parlare a una gentildonna o a una cortigiana ricca, mi vesto da poverina, per muoverla prima a compassione de la miseria mia e poi d'altrui, a le basse di condizione e di robba comparisco inanzi addobbata in su le forge, e ciò faccio per dar credito a me e speranza a loro.
BALIA.
Come speranza a loro?
COMARE.
Speranza di arricchirsi, parendole io ricca, con i partiti che io gli pongo in mano.
BALIA.
Bisogna nascerci.
COMARE.
E per tornare a dirti, il medico ha in camera polvere acque, lattovari, erbe, radici bossoletti, scatolini, lambicchi, campane, caldaie e simili ciabattarie; e la ruffiana non pure ha di cotali bazzicature, ma fino agli spiriti costretti da la bugia che le fa giurare di averlo in una verghetta.
Il medico, con le sue medicine, cava il tristo e il buono di corpo a lo infermo e la ruffiana, con le sue salle-fare, cava de le scarselle i ducati e i piccioli.
Il medico vuole esser di mezza età per esser creduto e la ruffiana di mezzo tempo perché se le dia fede.
Ma usciamo al discoperto, e veniamo a lo introibo; e mentre ti discorro gli andamenti ruffianeschi, carpiscigli su: e impara, dai modi che io ho tenuti, i modi che tu hai a tenere.
BALIA.
S'io gli impararò, ah?
COMARE.
Fra l'altre che io ne ho fatte e farò (pur sanità), te ne vo' dir una de le fini.
Io che ho sempre avuto in costume di fiutar venticinque chiese per mattina, rubando qui un brindello di vangelo, ivi uno schiantolo di orate fratres, là un gocciolo di santus santus, in quel luogo un pochetto di non sum dignus, e altrove un bocconcino di erat verbum, e squadrando sempre questo e quella, e quello e questa, appostol un bel pezzo di polito uomo: una di quelle persone le quali prima lascerebbono il mangiare e il dormire che alcune feste senza vigilia, come saria a dire San Giuseppe, San Girolamo, San Giobbe e San Giovanni Boccadoro.
Costui era di .XXXVI.
anni o de la via, vestito bene e onestamente; e per quello che io ritraeva da lo onore fattogli da le brigate, era dotto dotto; aveva una barba lunga, nera e lucente come uno specchio.
Né ti credere che egli gittasse via le sue parole, né i suoi sguardi: anzi, arrecatosi a canto a l'acqua santa, coi cenni del capo rispondeva ai saluti, e con alcuni sorridimenti savi; e guardando le belle, il faceva con un modo che non se ne accorgeva quasi veruno: e quando costei o colei intigneva la punta del dito ne la pila spruzzandosela nel viso, lodava la mano de la donna con certa maniera che la faceva passar oltre ghignando e porsi in luogo da poter vederlo ne l'aspetto.
Alcune volte si fermava in un piè, e con atto sodo e gentile ricoglieva i suoi ciglioni ne la sua frontona matura; e stato così un credo, rasserenava l'aria de la sua faccia con una grazia, Balia, che imbertonava fino a lo spargolo de l'acqua benedetta.
BALIA.
Me lo par vedere.
COMARE.
A costui deliberò farne una la tua Comarina: e gliene fece come io ti diraggio, suora.
Egli non usciva mai di chiesa se non la vedeva spazzata d'ogni feminuccia che vi fosse: e in San Salvadore era lo sforzo del suo stare.
Onde io lo affronto una mattina che egli aveva fatto un grande uccellare a non so chi e affrontandolo fingo di coglierlo in cambio, e con boce bassa e con volto lieto gli dico: "La Signoria vostra non si parti, perché ho pur fatto tanto che quella la vedrà e vorebbe bene essere altri che voi a mettermi a così strani pericoli".
Il valente uomo sentendomi dir così credendosi al tutto che io l'avessi fallito, come pratico non si guasta, anzi con bocca ridente mi risponde: "Voi non fate piacere a persona ingrata".
Intanto il suo core comincia a salticchiarli in seno, e quel tremare per la dolcezza del piacer che si spetta di godere, già gli impaccia la lingua, e il colore de la faccia tornatagli in un tratto bianca e rossa.
In questo io trotto a l'uscio, e affigendo il guardo in suso, veggo comparire un puttaninuzzo da venti soldi il quale, secondo la mia commessione, veniva a la chiesa.
BALIA.
Che pratica.
COMARE.
Come io lo raffiguro, accenno il messere, e gli dico con mano "Eccola"; ed egli si abellisce la barba con le fregagioni de la palma, e pavoneggiandosi tutto, acconcia la persona in su le gambe e spurgasi; e io ne lo appressarsi la ninfa a la porta gli raddoppio i cenni; e nel suo entrare in santo, gliene mostro con uno alzar di capo, e mi ritiro drento, appunto quando ella si lascia cadere il guanto: e nel voler ricoglierlo, finge una bella disavvertenza.
BALIA.
Dimmela.
COMARE.
Ella nel pigliare il guanto prese anco la veste da basso e scoprì tanto di gambettina che il falcone senza cappello le vidde la calza turchina e la pianelletta di velluto nero: di modo che la pulitezza de l'una e de l'altra lo fecero sospirar di lussuria.
Ma ecco che ella si inginocchia sopra la predella de l'altar grande, e io mi movo; e mirandomi tuttavia intorno e facendo vista di non volere esser veduta, mi accosto a lo amico, e dico pian pian piano: "Venite a darle due occhiate con destrezza intanto la sua fante farà la guardia a la porta".
BALIA.
Ah! ah!
COMARE.
Il gentiluomo mi ubidisce; e tosto che si ebbe rassettato i vestimenti in sul dosso, spiegò uno andar nuovo, il qual dava tre passi al ducato, due sputi al giulio e uno sguardo al quattrino; e dipignendosi il viso, gli occhi, le gote e la bocca de la vaghezza dei sogghigni e dei sorrisi, nel passare inanzi a lei, per poterla veder meglio si fermò alquanto: ma con una galantaria che non parse per conto di vagheggiamento; e l'amica, copertasi col ventaglio solamente la guancia manca, consentì che egli le guardasse il resto a suo piacere.
E così, andato due o tre volte in su e in giù, furò con gli occhi una particella de le sue non troppo belle bellezze; e io, recatami doppo una colonna lo chiamo col cenno, e venuto a me gli dico: "Be', che ve ne pare?"; rispose egli: "Me ne pare veramente bene, ma io non la posso né ho potuta mai vedere a mio modo"; "Orsù" gli spiano io, "io voglio che vostra Signoria la vegga, e forse tocchi, da buon senno; ed escane ciò che uscir ne vuole, che, purché vi contenti, mi basta: il suo marito è andato a la Magliana, e non tornarà fino a vespro, e perciò venitici drieto bellamente; ma avvertite che non sto più a la casa di prima, e ieri mutai massarizia: e ne lo entrare dove noi entriamo fate che non se ne accorga veruno".
Balia, a la fede bona che il gratia agamus appena mi arìa saputo ringraziare come ringraziò egli il mio dire "venitimi drieto"; e udendo quel "fate che a lo entrarmi in casa non siate veduto", dimenò il capo quasi dicesse: "Che, bisogna dir ciò a un par mio?".
BALIA.
Io veggo lui, veggo te, veggo lei e la fante sua con tutti gli andamenti.
COMARE.
Ora io esco di chiesa, e accennata madonna cattiva pessima, mi risponde col diguazzar de la testa che non vuol venire: onde io vado a lei e con le mani in croce, e col viso al cielo e col collo torto, faccio le viste di scongiurarla e di pregarla che venga; e si dee credere che il corrivo rinegasse la cresima in quel suo scontorcersi, e che il core gli morisse nel corpo come a uno al qual cade di mano una gioia che si pò rompere.
Ma riebbe il fiato nel modo che lo rià colui che, destatosi, trova bugiardo il suo sognar di capitar male, nel vederci avviare inverso casa mia; e tenendoci drieto, era cosa da ridere a vederlo porre le punte dei piedi ne l'orme le quali pensava che avessino fatte le pianelle di madonna stucca-al-primo.
BALIA.
Che pazzie.
COMARE.
Noi siamo già a casa: io apro l'uscio, e ne lo entrarvi guardo le finestre dei vicini acciò che non ci veggano, e tutta paurosa ne la apparenza, ma tutta animosa nel fregargliene, sto doppo la porta; e tiratolo drento, sospiro, tremo e mi ristringo in me stessa, con dire: "Guai a me se si sapesse, almen fossi confessata per i casi che potessero intervenire"; "Appunto" dice colui il qual si credeva sballar seta spagnuola e poi vantarsene con tutto il mondo, "non ci è pericolo: e quando ben ci fosse, chi credete voi che io sia?"; "E nol so io?", rispondo io; "E perciò state allegra".
Tu vai cercando: egli si condusse ne la mia camera seco, e olà la intentazione de la carne gli spuntava fuor de la brachetta: onde le mani prosuntuose più che quelle dei preti e dei frati, volevano far le ricercatine non pure nel petto, ma sub ombra alarum tuarum (diceva la insegna de la speziaria del Ponzetta, stitica, medicastra e tisica memoria).
In questo io, che stava a la vedetta come una spia di quelle che son cagione di far tòrre, per via de la contumazia, una stomana di tinello al povero servidore, entro drento, e ne lo entrare affiso gli occhi ne la faccia del galante signore, e allargando le braccia levo le palme in alto e grido pian pianino: "Oimè, disfatta a me, trista a me, sciagurata me; io sono spacciata, io son morta, io sono in conquasso".
Se tu hai a le volte posto mente a la gatta quando, ne lo stender la zampa per grappar qualcosa, le giugne sopra col "gatti, gatti" una bastonatina ancora, onde ella, spiccato un saltetto, si rannicchia sotto il letto, vedi lui tutto sospeso in se stesso per non intendere la cagione del mio lamento.
E io: "Adunque vostra Signoria, a me che l'ho colta in iscambio, ha usato questo termine? deesi far così a una femina? di grazia, andate dove vi piace e, andandovene, promettemi di non aprir bocca, perché, perché...", e volendo dire "sareste la mia disfazione", fingo di nol poter dire bontà del pianto che io seppi farmi scoppiar dagli occhi.
BALIA.
Tristo a chi non ne sa.
COMARE.
Tosto che egli intese il perché io mi disperava, alzò la sua cerona ridentemente dicendomi: "Orsù, io non son quello, ma da più di mille pari suoi; e ho il modo a spendere e a spandere quanto uomo che sia; e non son trombetta del disonor di niuna, anzi più secreto che i luoghi i quali nascondono i tesori: e perciò, madonna mia, non vi tormentate per la ventura che vi è corsa a dosso; e quando saperete la qualità mia, benedirete il vostro scambiarmi da chi si sia".
Io a cotal conforto mi riscuoto un poco, e acquetati tutti i conturbamenti, dico: "La cera vostra dimostra anche più che non dite, e ogni cosa per il meglio; è ben vero che il grande uomo, dico grande grande, al quale l'aveva promessa uno anno fa, le portava un bel presente".
BALIA Tu lo toccasti nel bel presente per farlo uscire, eh?
COMARE.
Se ne avvederieno le tope cieche.
Orbene: egli, doppo il promettermi Montemari e la sua croce, si avventò a la mucciaccia (disse don Diego), e io, tirato l'uscio a me, ficco il lume d'uno occhio ai fessi: e veggo balenare le lingue come le spade di filo di coloro che schermiscano per giuoco; e vistole ora in bocca a lui, ora in bocca a lei, masticava non altrimenti che se quella d'un mio bertone fosse stata ne la mia, o veramente la mia ne la sua; e nel vederle alzare i panni trassi un sospiro di quelli del sacco.
Ma era pur dolce, era pur bello a vederla chiappeggiare e cosceggiare da la mano morbida de la sua Signoria: oh che soavi paroline gli sdrucciolavano fuora de la sua sapienzia! Intanto fra Bernardo picchia la porta del convento, la quale senza molto tempestarla col battitoio gli fu aperta: onde egli entrò drento urtando con la testa per ogni cantone e sfuriando da balordo; mentre la ben contenta, stralunando gli occhi, soffiando e menando, faceva smusicar la lettiera.
Eccogli fermi, ecco che han fatto.
BALIA.
Non dici tu che ella è carne d'Isdraù, che chi ne mangia una volta non ne vuol più?
COMARE.
Io ti ho detto che ella era robba da quattro soldi, ma gli parve bona bontà del mio averla a menare ad altri, e che io non dico bugia il testimoniano tre ducati di papa Nicola, muffati e rugginosi di quel verde che s'impone ne l'oro incassato dagli avaroni, i quali le ficcò in pugno con dirle: "Doman da sera vo' che dormiamo insieme"; e ci dormiva se il diavolo non ci si metteva di mezzo.
BALIA.
Come di mezzo?
COMARE.
Partito che egli fu di casa mia, trovò un suo amico il qual gli disse: "Donde domine venite voi? E chi vi averia mai creduto incontrar qui? Certo certo la Comare ruffa vi dee aver messo in sui salti".
Altro non accade, Balia: egli fu informato del fatto mio di sorte che, come savio dandosi a ridere, confessò con che laccio io l'aveva preso a la trappola.
BALIA.
Ah! ah! ah!
COMARE.
Grande animo, anzi grandissimo, bisogna che abbia una ruffiana: eccone una ragione militaria.
Se l'uomo burlato da me fosse stato un di quelli "puttana nostra vostra", io toccava de le stacci-queta, e il rendere i ducati indrieto era la minore: e perciò è forza di armarsi di una lingua che tagli, d'un core che si arrischi, d'una prosunzione che penetri, d'una faccia sfacciata, d'un passo che non si stracchi, d'una pacienzia che sopporti, d'una menzogna ostinata, d'un sì zoppo e d'un no da quattro piedi.
Il ruffianare, oh! oh! oh! non si dubiti del suo sapere, perché terrebbe a scuola i maestri degli studianti; e non è ciancia che ne la scuola de la ruffiania si sono addottorate le sibille, le fate, le streghe, le fantasime, le negramantesse e le poetesse.
BALIA.
Crédetelo.
COMARE.
Lo ingegno de le ruffiana si potria laureare, e canonizzare, e stampar per tutto; e ho letto la Bibbia, madonna sì che io l'ho letta, e non pure i Giudei, ma le sinagoghe loro hanno taciuto quando io gli ho fatto vedere che le ruffiane saccomannarono il cervello di Salamone: or pensa se missero l'unghie nei suoi denari.
BALIA.
Io ho pur visto dipinto in una sargia verde, anzi rossa, venuta da Fiorenza, come Salamone, nel far vista che si spartisse il figliuol vivo, comandò che se ne desse mezzo per uno: onde conobbe, bontà di colei che disse "Abbiaselo tutto", la madre del morto.
COMARE.
Salamone ci fece star salda una puttana, e non una ruffiana.
BALIA.
Puttane furono, tu hai ragione.
COMARE.
Bella industria è quella d'una ruffiana che, col farsi ognun compare e comare, ognun figliozzo e santolo, si ficca per ogni buco.
Tutte le forge nuove di Mantova, di Ferrara e di Milano pigliano la sceda da la ruffiana: ella trova tutte l'usanze de le acconciature dei capi del mondo; ella, al dispetto de la natura, menda ogni difetto e di fiati e di denti e di ciglia e di pocce e di mani e di facce e di fuora e di drento e di drieto e dinanzi.
Dimandale come sta il cielo, lo sa così bene come il Garico strologo; e lo abisso è tutto suo: e sa quante legne vanno a far bollire le caldaie dove si lessano le anime dei monsignori, e quanti carboni si lograno ad arostire quelle dei signori, no per altro che per esser messer Satanasso suo compare.
La luna non iscema e non cresce mai senza saputa de la ruffiana, e il sole non si leva e non si colca senza licenzia de la ruffiana: e i battesimi, le cresime, le nozze, i parti, i mortori e le vedovanze sono al comando de la ruffiana: e non accade mai una di cotali cose che la ruffiana non ci abbia un poco di attacco.
Con tutte le persone che passano per la via, la ruffiana si pone a cicalare: né ti parlo di quelli che salutano col capo, coi cenni, col gombito e con gli occhi.
BALIA.
Io la piglio pel verso, e so che vuoi che io sia tale.
Segue pure.
COMARE.
S'intoppa un birro, gli dice "Da paladino ti portasti ieri nel pigliar quel ladro"; imbattendosi in un mariuolo, si gli accosta a l'orecchio con dirgli "Tagliale destramente", dà di petto in una monica, e le fa di capo dimandando de la badessa e dei digiuni che fanno.
Ecco che vede una puttana, e fermatasi seco, la prima cosa le dà del "Voi sète più bella che mai" ne la testa.
S'incontra uno oste, dicegli "Trattate bene i forestieri"; a uno spenditore, "Comprate buona carne"; a un sarto, "Non robbate il panno"; a un fornaio, "Non abbrusciate il pane"; a un fanciullo, "Tu sei fatto uno omicciuolo, impara bene"; a una bambina, "Tu vai a la maestra, eh? Or fatti insegnare il punto incrociato"; a quel de la scuola, "Date le palmate e i cavalli con discrezione, perché dove non son gli anni non ci pò essere intelletto"; a un converso, "Adunque voi dite la corona in cambio de lo uffizio: che, non sapete leggere?"; a un contadino, "Sarà uguanno buona ricolta?"; a un soldato, "Sì che Francia farà de le sue?".
Ecco ella incontra un servidore, e dicegli "Il tuo salario corre; hai tu troppa fatiga?", e "Il tuo padrone è strano?".
Eccola dimandar un chierico s'egli è a pìstola o a vangelo.
Trova un furfante, e a un tratto gli fa squillare le sette allegrezze.
Eccoti che dice a un fraticino "Non risponder sì forte a la messa" e "Non accendere il cero se non quando si leva il Signore, perché costano troppo".
S'abocca con un vecchio dicendogli "Non mangiate aceto per amor de la tossa"; poi gli entra a dire "Ricordivisi quando...ah?".
Vede un garzonetto, e dice "Dàlla qua, perché tua madre e io fummo carne e unghia; quanti basci e sculacciate che io ti ho date! due anni a la fila sei dormito ai miei piedi, e mi pare ne la tua faccia veder le sue fattezze sputate".
Ora ella ha incontrato un giovane e dettogli "Io ho trovato una bella cosetta che se ne contentaria un conte"; appena scorge un romito, che ella gli dice sospirando "Iddio a voi ha tocco il core, e a noi le mondanità"; s'imbatte in una vedova, e si mette a piagner seco il marito che le morrì dieci anni fa; vede uno sbricco, e gli dice "Lascia andar le quistioncelle"; trova un frate, e domandagli se la quaresima viene alta l'anno seguente.
BALIA.
Ora sì che l'hai dette tutte.
COMARE Credi tu che la ruffiana entri in cicalamento con tante brigate per piacere? Tu non ci sei: ella il fa per il compredomine che cerca di avere con tutte le qualità degli uomini e de le donne, e per farsi conoscere da bosco e da riviera.
E ti ho detto cosettine che la ruffiana fa di dì: a quelle di notte mo'.
BALIA.
Sì, di grazia.
COMARE.
La ruffiana la notte è come una nottola che non si ferma mai; e i gufi, i barbagianni, gli alocchi e le civette escano de le lor buche: così la ruffiana esce del suo nido, e scopa i monisteri, i conventi, le corti, i bordelli e ogni taverna; di qui cava una suora, di colà un frate, a colui mena una cortigiana, a costui una vedova, a questo una maritata e a quello una donzella; contenta i famigli con le fanti di messere, consola spenditori con la moglie del tale, incanta ferite, coglie erbe, scongiura spiriti, smascella morti, discalza impiccati, consacra carte, lega stelle, scioglie pianeti, e qualche volta tocca le sode bastonate.
BALIA.
Co' così, bastonate?
COMARE.
È impossibile a poter contentar ognuno, e anche a farle tutte nette: ma pacienzia, disse il lupo a lo asino.
Bisogna, sorellina, recarci a la forgia de le volpi, le quali le sanno non pur tutte tutte, ma più ancora: nientedimeno or son cacciate de le tane col fume, ora spellicciate ne le reti, e ora carpite con la bocca del sacco; e quante ce ne sono che lasciano mezza la pelle e parte de la coda e de le orecchie fra i denti al cane? Né resta perciò che esse non vadino per le case scopando i pollai.
E sappi che, doppo il rassimigliare la ruffiana al medico, la simiglio anco a la volpe; ecco, la ruffiana non travaglia né vedova, né donzella, né maritata, né monica (de le puttane non parlo) in vicinato: e la volpe non becca pulcino de la sua contrada; e lo fa con inganno, perché saria appostata in un tratto.
BALIA.
Malizia volpina, ah?
COMARE.
La volpe, giunta fra i polli balordi, la prima cosa ammazza il gallo, acciò che il suo cò cò cò non desti le galline che dormano: e la ruffiana con le sue avvertenze taglia, mozza e stronca ogni scandolo che, trovata dal fratello, dal marito e dal padre a favellar con madonna Spantina, potesse roversciarsele in su le spalle.
E perché la volpe si arrischia ad arrischiare il rischio dei suoi vizi, acciò che la ruffiana, con il suo essempio inanzi, si assicuri a fare de le prove, ti contarò una ribaldaria, bontà de la quale fece dare al diavolo e scoppiar de le risa insieme alcuni mulattieri.
BALIA.
Ah! ah! Io rido inanzi che tu la conti.
COMARE.
Io mi sento cader l'animo di fra le dita pensando come la felice beatitudine de la ruffiana ci sia robbata da le donne e da le madonne, dai seri e dai messeri, dai cortigiani e da le cortigiane, e dai confessori e da le moniche; e sappi Balia, che a questi tempi i tabacchini governano il mondo: essi son duchi essi son marchesi, essi sono conti ed essi son cavalieri, e mi farai dire re, papi, imperadori, gran Turchi, cardinali, vescovi, patriarchi, sofì e ogni cosa; e la riputazione nostra è andata a spasso, e non siamo più desse.
Io mi ricordo quando la nostra arte era in fiore.
BALIA.
O non è ella in fiore, facendola le persone che tu conti?
COMARE.
Sì, per loro, ma non per noi; e ci è rimaso a dosso solamente la infamia del nome di ruffiana, e loro se ne vanno gonfiati di gradi, di favori e di entrate.
E non ti credere che sieno le vertù quelle che ingrandiscano altrui in questa Roma porca e per tutto: ma la tabacchinaria si fa tener la staffa; si fa vestir di velluto, si fa empire la borsa e fassi sberrettare.
E benché io sia una di quelle che hanno polso, legge la soprascritta de l'altre: e perciò governati come si dee.
Tu hai buon principio, buona appariscenzia, galante maniera, una ciarlia viva, arguta, a tempo; il tuo "verbigrazia" in sommo, alcune cosette dolci nei motteggi; sei piena di motti, di proverbi, prosuntuosetta, doppia, spiatrice di quel che ognun fa; sai dar la quadra, negar da ladro; la bugia è il tuo occhio dritto, ti confai con ogni generazione, sei tenace del tuo, sai imbriacare a la botte d'altri e sfamarti a l'altrui tavola, e sai digiunar senza vigilia a casa tua: e tra queste tue vertù e quel poco o assai che torrai a le mie, ci potremo stare.
BALIA.
Ti piace di ben dire, e non travario sì che io non vegga come in me non è vertù veruna: ho bene speranza di farmi da qualcosa per grazia de le tue.
COMARE.
Tu la puoi avere.
Ma dove eravam noi?
BALIA.
A la volpe dei mulattieri.
COMARE.
Ah! ah! la fu pur bella.
Una volpa canuta, bianca e cattiva e maliziosa e trista più che non fu quella che disse al compare lupo, mentre il pecorone piombava giù ne la secchia cavando lei del pozzo, "Il mondo è fatto a scale, perciò chi scende e chi sale"...
BALIA.
La ce lo colse, vuoi tu altro?
COMARE.
...una volpe de le volpi, avendo voglia di mangiare una scorpacciata di pesce, se ne andò al lago di Perugia con la maggior ladroncelleria che si imaginasse mai ladro; e stata così un pezzetto a pensare sopra un greppo, con la coda in pace, con quel suo muso aguzzo in fuora e con le orecchie tese, vede venire di pian passo una frotta di mulattieri, i quali chiacchiaravano (mentre i muli infilzati tutti a una fune rodevano una manciata di paglia postagli in quella baia che portano intorno a la bocca) de la carestia che era de le lasche e l'abondanza dei lucci, dando gran laude a non so che tinca, la quale avevano la mattina divorata col cavolo e col savore, ordinando anche di dar la stretta a una anguilla grossa tosto che scaricassero le some; e visti che monna volpe gli ebbe, fece un certo atto da ridere e gittossi là a traverso de la strada, propio propio come fosse morta; e nel sentire arrivarsi sopra, tenne il fiato come lo tiene uno che si tuffa sotto acqua: e distese le gambe e allargatele, non si moveva né più né meno che s'ella fosse passata.
I muli che alquanto da lungi la viddero, si scansarono da lei avendo più sentimento che i mulattieri: che vistala, con quello "oh! oh! oh!" il quale esce di bocca a colui che vede scarpinare la lepre per un campo di grano alto una spanna, corsero in frotta a pigliarla per guadagnar la pelle, e perché la ciuffàr tutti in un tratto, volendola per sé e questo e quello, poco mancò che non si tagliassero a pezzi insieme, dicendo con boce mulattieresca "Io la viddi in prima" e "Io la ricolsi inanzi a te", e se non che un dei più vecchi ci riparò con tòrre una pietra nera e il resto bianche, e mettendole col diguazzarle un pezzo sottosopra drento un cappello, onde toccata la sorte a chi ella toccò si acquetàr gli altri, senza dubbio se ne davano parecchi.
BALIA.
Molte volte le ciance riescano a le spade e a le lanci.
COMARE.
Quello al quale per ventura venne la volpe, atastandola la senti calda; onde disse: "Per Dio, che ella è morta adesso adesso e di grassezza, secondo che io posso comprendere".
E ciò detto, l'acconciò sopra le ceste d'un suo mulo, e ritornato a la compagnia, passata ognun la stizza, mossero il passo con i patti vecchi e con i modi usati, non senza commodità de la buona spesa de la volpe: la quale, non essendo veduta, si voltò pian piano e, tra la fame e la voglia che ella ne aveva, fece una buca nel pesce, de le maladette; e guastato lo avanzo de tutte due le ceste, spiccò un salto di quelli che sogliano spiccare saltando un fosso, avendo il buffe baffe biffe a le calcagne; e accorgendosene uno dei mulattieri, gridò "Oimè, la volpe": e corsi ove fu posta quella giudicata per morta, non la vedendo, con iscorno di quel bravo che voleva combattere per lei, furono per far le risa di Morgante.
BALIA.
Margutte volesti dir tu.
COMARE.
O Morgante?
BALIA.
Margutte, Margutte.
COMARE.
Ma eccotene una mia, non meno astuta de l'astuzia volpina, che, senza averci veruna vecchia paura, mi riuscì.
Un gentil gentiluomo, giovane di .XXIX.
anni fino in .XXX., stava male malissimo d'una vedova bella e da bene, assai ricca e molto vertuosa, con la quale io aveva domestichezza via là, via loro; e sapendosi la fama del mio esser famosa ne la nostra arte, viene a me sconquassato, magro e di sorte malcontento, che non lo averia fatto far bocca di ridere uno di quei Todeschi vestiti da prelato, con la mitera in capo, suso una mula in illo tempore; e io che lo veggo e non lo veggo, lo conforto dicendogli: "Adunque vostra Signoria si lascia cincischiar da la disperazione; e che doveriano fare i disgraziati, quando un grazioso, un ricco in canna si avilisce?"; ed egli, non potendo rispondermi per la moresca che gli facevano intorno a le parole i sospiri, con guardare il cielo, con arotare i denti e con dirmi "Ei si sia", si consumava.
In questo ecco una rondinella che volando mi caca in seno; e io a lui "Buono augurio, buono augurio"; ed egli alzando la testa, tutto riavuto mi dice: "E perché buono augurio?"; "Perché la rondine, che ha per costume di travagliar sempre, mi ha fatto segno che il vostro travaglio averà fine".
BALIA.
Che tu credi agli auguri?
COMARE.
Ai sogni sì che io do fede, ma se io penso agli auguri, che mi venga la moria: ma bisogna esercitargli per far che altri gli dia credito.
Io non veggo mai cornacchia, né corbo, che non dia interpretazione a il lor aver volta la coda inverso il culo o no.
Se cade una penna di uccello che vola o di gallo il qual canta, subito la grappo su e la ripongo per mille ribaldarie che io do ad intendere agli sciocchi che io so fare.
Se si scortica becco o capra, io son ivi per portarmene il grasso.
Se si sotterra alcuno, io gli straccio un poco di qualche sua cosa.
Se si spicca impiccati, io gli rubacchio e capelli e peli.
E con tali capestrerie scortico questo e quel menchione che per via di fatture vòle tutte le belle che ei vede; e ti insegnerò, spetta pure, lo incanto de le fave, e come si gittano, e l'orazione e ogni sua favola.
BALIA.
Tu me l'hai cavato di bocca.
COMARE.
Faccio anco professione di dar la ventura con altro garbo che non hanno i zingani nel guardarti la palma de la mano; e che ladri pronostichi che io faccio nel conoscere de le filosomie; e non si trova male che io non guarisca e con parole e con ricette, né si tosto mi dice altrui "Io ho il tal male" che io gli do ìl cotal rimedio: e santa Pollonia non ha tanti boti attaccati ai piedi, quante ho talvolta io richieste per il duol dei denti.
E se tu hai mai visto la ciurma la quale spetta che il guattaro dei fratacci venga via con le caldaie di broda, vedi quella che la mattina a buona otta corteggia il mio uscio: e chi vuole che io parli a una la quale vidde due dì fa nel tal luogo, chi vuol che io gli porti una lettera, altra manda la fante per lo scorticatoio dal viso, altra vien in persona perché io le faccia una malia.
Ma io entro nel pettine di sete, volendoti contare tutto quello al qual sono adoperata.
BALIA.
Io ne disgrazio Lanciano, Ricanati e quante fiere ha il mondo.
COMARE.
Io sono uscita del viottolo per entrare nel seminato: dico che ti cominciai a dire di colui che si attaccò a la speranza de lo schizzo de la rondine che mi cacò in seno.
BALIA.
Quel "cacare" ti disdice in bocca: e par che a questi tempi bisogni sputar manna, chi non vòl dare nei biasimi de le assorda-forni-e-mercati; ed è una strana cosa che non si possa dire cu', po' e ca'.
COMARE.
Cento volte ho pensato per che conto noi ci aviamo a vergognare di mentovare quello che la natura non s'è vergognata di fare.
BALIA.
E così ho pensato io, e più oltre ancora: e mi parria che fosse più onesto di mostrare il ca', la po' e il cu' che le mani, la bocca e i piedi.
COMARE.
Perché?
BALIA.
Perché il ca', la po' e il cu' non bestemmiano, non mordano e non isputano ne la faccia come fanno le bocche, né danno dei calci come danno i piedi, e non giurano il falso, non bastonano, non furano e non ammazzano come le mani.
COMARE.
Sempre si dee favellar con ogni sorte di gente, perché da tutti si impara qualcosa.
Tu hai discorso, tu hai cervello, tu sei in una buona via, ed è fatto un gran torto a la po' e al ca' i quali mertano di essere adorati e portati al collo per gioielli e per pendenti, e ne le medaglie de le berrette: non tanto per la dolcezza che stillano, quanto per le lor virtù.
Ecco un dipintore cercato da ognuno solo perché egli schimbicchera in tela o in tavola un bel giovane e una bella giovane, ed è pagato a peso d'oro per fargli di colori: ma essi le fanno vive di carne e si possano abbracciare, basciare e godere; oltra di questo, fanno gli imperadori, i re, i papi, i duchi, i marchesi, i conti, i baroni, i cardinali, i vescovi, i predicatori, i poeti, gli astrologhi, i bravi; e han fatto me e te, che importa più.
Sì che un gran torto si fa non pure a mascarargli il nome, ma a non cantargli in sol fa.
BALIA.
Questo è chiaro.
COMARE.
A lo ammartellato mo'.
Tosto che io lo ebbi messo suso con la cacatura de uccello, mi pigliò la mano, e chiudendomi il pugno mi ci pose un ducato: e io con quello "non bisogna, so' per fare altra cosa per vostra Signoria" che usano dire i medici e le ruffiane, le intasco; e voltatomigli con miglior fronte di prima, gli dico: "Vi prometto e giuro di farne ogni opra".
Ma al mio "forse" e al mio "ma" egli si imbianca con dirmi: "Perché ci mettete voi il forse e il ma?"; "Perché" gli rispondo io, "la trama è dificilissima e pericolosissima"; e nol diceva per burla, e niuna ruffiana ce s'era mai arrischiata, perché aveva un suo fratello soldato che, con la barba e con la spada, averia fatto tremar la state e venir caldo al verno.
Ed egli, vedendomi a la fine sfuggir la volontà sua, mi pianta un altro ducato in mano, e io, col "voi fate troppo", lo ripongo a lato al compagno e dico: "Non dubitate, che io ho pensato una malizia grande e utile; non l'ho pensata no, ma vo' pensarla istanotte e la trovarò certo.
Sì che ditemi il suo nome, dove sta e di qual casato ella è".
Egli mastica assenzio, e si storce, e non si assicura a dirmelo: pur se ne sforza e dicemelo.
BALIA.
Spediscela.
COMARE.
Adagio, Balia: bisogna contar le cose nel modo che elle si vegghino.
Nel sentire io chi era la diva, stringo i labbri, alzo le ciglia, increspo la fronte, e con un gran sospiro cavo i due ducati del tascoccio: gli guardo, gli maneggio, e fo vista di star fra due in rendergliene; ed egli che non gli rivorrebbe, suda.
Intanto gli dico: "Signor mio, queste son cose da rovinarci sotto"; e: "Qualunche altra si fosse, in otto dì ve la colcava a canto".
Hotti io a dire il vero? un ducatello, che mi rimescolò con i duo primi, mi dedero le mosse: e così gli promessi, e ordinai che passassi il dì avvenire da casa sua doppo vespro.
BALIA.
Facesti bene.
COMARE.
La fanciulla vedova era per maritarsi, e io il sapeva perché anche nel maritare teneva mano; e perciò tolgo una scatola piena di ricci propio simili ai suoi capegli, e vado subito a picchiarle a casa.
E per dirti, io ci aveva qualche domestichezza e ben lo sapeva l'amico, ma finse di non saperlo per il finger che io feci di non ci aver pratica.
E picchiando, volse la mia buona sorte che ella propio tirò la corda, credendo che io fossi una giudea per la quale sua madre aveva mandato acciò che le portasse appunto dei ricci.
BALIA.
L'uomo s'imbatte in un punto in quello che non è possibile a imbattersi in uno anno.
COMARE.
È vero.
E messo il piè drento, ella con una allegrezza grande dice a sua madre: "Ventura ci viene, ecco la Comare"; in questo io salgo le scale, e alla madre che era comparsa in cima do mille saluti, e tocco la mano a la figliuola, e tutta affannata mi pongo a sedere riavendo appena il fiato; e stata un poco in riposo, apro la scatola e gli dico: "Madonne mie belle, non vi lasciate uscir di mano questi ricci, i quali arete per un pezzo di pane"; e accostandomi a l'orecchio de la vecchia, dico: "D'una marchegiana furono".
In questo ecco non so chi che chiama la madre, e io rimango con lei, e si dee credere che io desse de le cacabaldole a la sua grazia, a la sua gentilezza e a la sua beltà: "Che occhi vivi, che gote fresche, che ciglia nere, che fronte grande, che labbra di rosato" le diceva io, soggiugnendo "che fiato, che petto, che mani", ed ella, dimenandosi tutta rideva.
Ma ecco tornar madonna tutta sconturbata: e secondo intesi poi, del suo sturbamento fu cagione uno che venne a sconchiudere il parentado.
Ma non mi guastò l'uccellare, perché la vedova mi disse: "Tornate domani, che gli voglio a ogni modo".
E io torno, e per esser la madre in segreto con una che voleva rappiccare il matrimonio, ebbi tempo tre ore di starmi con lei, e mi diede merenda.
Mi menò in camera dicendomi: "Lasciatemegli pure, che certo gli comprarà": e io che non cercava altro, gli lascio; e facendosi ella con meco a la finestra dico: "Oh che bella veduta, che strada, Iddio, e forse che non ci passano de le persone a bellezza?"; e mentre ella con gala si stava guardando in qua e in là, io che ho visto lo appassionato mi metto in una risaiuola la più spalancata e la più sonante che si udissi mai, e rido rido rido, e quanto più rideva, più mi apparecchiava a ridere: di modo che la vedova, non sapendo di che, rideva anche ella; e ridendo mi diceva: "Di che ridete voi? Ditemelo, se mi volete bene"; e io rispondendole con "Ah! ah! ah!", la pongo in una voglia di saperlo che arìa fatto farla segnata a ogni donna che ne fosse stata pregna.
BALIA.
Che risa saran le tue?
COMARE.
Ella pur prega, e io pur rido: e certo, Balia, che la fune la qual mi davano le dolcezze de le sue supplicazioni arìa mosso un di quei traditor ladroni che, stando in su la corda, non si movano per le amaritudini de le minacce del bargello e del governatore; e sì come dal ghiottonaccio non si ritrae se non pianti, così da me non si ritraeva se non risi.
Ma io ho detto le bugie.
BALIA.
Come le bugie?
COMARE.
Non fu il dì doppo, il mio ridere, anzi il terzo: perché il secondo giorno che io ci ritornai, feci sì con bel modo che mostrai colui che, cotto da buon senno, logorava la via con lo spasseggiarci continuamente, senza avergli ella mai dato cura.
Perché io le aveva messa la pulcia ne la orecchia non dormì mai la notte per il desiderio di sapere di che io rideva: e non lasciò menda che avesse in sé, pensando che per quella io ridessi; e togliendone il capo a sua madre, le fece non pur mandare ma venir per me: e bussommi l'uscio appunto nel raguagliare l'amante de la figliuola di ciò che io aveva fatto; e perché egli mi vidde con seco a la finestra, mi credette cinque o sei bugiette che io gli dissi in suo favore.
BALIA.
Al corrivo dàlli, dàlli!
COMARE.
Io che veggo sua madre, con una riverenzia ruffianesca le dico: "La vostra umanità svergogna la mia asinaria, la qual sopporta che una così fatta donna si degni venire a trovare la sua serva in questa casipula", ed ella che stava ammartellata de la figliuola rimasta vedova il primo anno, mi prega che subito venga a lei.
Io che mi accorgo che il ridere a la sgangarata l'ha messa in succhio, rispondo: "Ecco, or ora sono a lei", e non vado altrimenti, acciò che ella più abbia voglia che io vada.
BALIA.
Non dicesti a l'amico del termine che tu usavi circa le risa?
COMARE.
Ben sai.
BALIA.
E perché mo' cotali tuoi ridimenti?
COMARE.
Perché il mio ruffianare andassi a salvum me fac.
Io tremava del fratello: il quale, rade volte, tornava a casa; aveva anco paura che la madre non ci pigliasse malizia; e dubitava che la vedovetta, ne lo entrarle nel suo onore, non mi cavasse gli occhi con le dita.
E perciò usava l'arte che udirai.
BALIA.
Astuzia vince senno, e senno non vince astuzia.
COMARE.
Io andai, ivi a due dì, a trovar colei, infrascando in quel mezzo il suo guasto di foglie di speranza: dico di foglie più verdi che secche.
E come le comparisco inanzi, ella mi dice: "Beata chi vi pò vedere", e io: "Figlia e padrona mia dolce, trista a chi ci nasce povera e sventurata; egli bisogna che io mi sputi in su le mani s'io vo' mangiare e bere e Iddio il sa quante volte io digiuno senza boto: ma salvisi pur l'anima, che del corpo non mi curo".
La madre, mentre io le diceva mille bugie, era occupata intorno a le faccende del rassetto di casa, onde me ne vado a la finestra e ricomincio a ridere, e rido al solito ed ella corre a me e mi si gitta sopra le spalle, e con un braccio al collo mi bascia e poi mi dice: "Per certo che mi avete messo sospetto con le risa che faceste, e non ho mai dormito le notti passate per la fantasia che mi è entrata a dosso del saper perché così tanto ridere e guardar me e questa nostra contrada".
BALIA.
Che aggiramenti.
COMARE.
Ecco che passa colui nel dimandarmi che faceva, e io ritornata a le medesime risa, pareva che stessi per iscoppiarne, ed ella: "Deh, Comare, cavatemi d'affanno, non mi tenete più su la fune; deh, ditemi chi vi fa ridere"; io: "Madonna, non ve lo posso dire, non a la fede: che, se lo potessi dire, non me ne farei pregare, non se Iddio mi guardi".
Hai tu mai visto un di questi poveri importuni e prosuntuosi più che il fastidio?
BALIA.
Hollo visto.
COMARE.
Vedi il povero che al dispetto de la carità ti cava la limosina di mano, e vedi lei cavarmi de la lingua la cagion del mio riso.
Vero è che io le feci far prima mille giuramenti, e di non farne motto e di non se ne adirare e di perdonarmi; e fatto i giuri e gli scongiuri con quello "il diavolo sia signor de lo spirito e del corpo mio" il qual si suol dire quando alcuno vuol che se gli creda, le dico: "Un goffo goffo e balordo in tentare cose impossibili, ne le altre cose savio e gentile, vedendomi uscir di questa casa (apertami per vostra grazia, non per miei meriti, a tutte l'ore) mi vien drieto; e per essere dei più nobili, dei più galanti e dei più belli de la terra, ebbe ardire..."; e qui mozzo il favellare, e ciò faccio per farla consumare che io il seguiti; e doppo un poco del suo lasciarmi pregare, "...egli ebbe ardire di richiedermi che io vi facessi una imbasciata".
BALIA.
O maestra de le scole, e scola de le maestre.
COMARE.
"Come che io le faccia imbasciata?" gli rispondo io, "Sono io ruffiana? ed ella è..., ah? Vi staria molto bene che io lo dicesse al fratello; andate per i vostri fatti, andatici dico: se non, ve ne pentirete".
Madonna, io vi sono schiava, e so' per fargli veder la bontà vostra e la mia".
Ecco arrossarla ne lo averle conto il tradimento mio; e stata così un poco sopra di sé, mi dice: "Non dite nulla a veruno", e io: "I vostri cenni mi sono ubedienzie, ma non ci si pò più stare; è parso a lui, per esser giostratore, saltatore, cantore, componitore, ballarino, il trovator de le forge, il cassettino da le gioie, il cassettone dai denari, che gli doviate morir drieto: pazzo, semplice.
Ora vostra Signoria mi renda i ricci, perché la padrona manda o per quelli o per i soldi".
Ella non mi torna con la risposta al proposito; ma, rimasa in pensieri, guarda me che, visto il non-trova-luogo passar dal suo uscio, non rido più: ma con un viso da scommunicato piglio un mattone lasciato in su la finestra da la fante, che aveva scacciate con esso le noci, e fo vista di volergli spezzare il capo; ed ella, con un "Non, per l'amor d'Iddio", mi tiene il braccio e sospira, e io dico a me stessa "Io ti ho"; e senza voler più ricci e star più con lei, la do giù per la scala fingendo di avermi smenticata di serrar la porta.
E trovato colui che, dubitando di buone novelle e di triste, arebbe voluto aver cento orecchie per ascoltarmi ed esser sordo in un tratto, ma io col farmi lieta in faccia gli diedi la vita.
E contatogli il tutto, il veggo sciorre il fazzoletto e darmi i ducati senza contargli, nel modo che al suo procuratore gli dà chi ha la sentenzia in favore.
BALIA.
Chi mi avesse detto, due dì fa, "Egli morirà la più savia testa di femina che viva", io credendo che toccassi a la mia mi sarei andata a confessar di subito: ma a te toccava andarvi.
COMARE.
A me toccò di ritornar a la vedova: la quale, nel mio contarle le vertù e le ricchezze de l'amico con un modo che pareva si berteggiasse, ci volse l'animo come lo volge uno ai ducati altrui che egli maneggia.
E riconduttami a ragionar seco, ricomincio risa più ridicule che mai; e postole un poco giuso, le dico: "Non v'ho io a dire? Il galante, il dio d'amore mi voleva ficcare, anzi mi ficcò, una lettera in seno, la quale profumò tutta la chiesa dove io la gittai coi suoi odori; e che soprascritta d'oro che ella aveva! Io credo che non mi potrò tenere di non far qualche male: io sono a mal partito con costui, egli mi è drieto con le canne aguzze, e non posso mover passo senza aver cotal cane a la coda.
Per questa croce, madonna, credetemelo quando io lo giuro, che fui per tòrla e per farla...
io nol vo' dire"; ed ella: "Dovavate farlo, e se avviene che ve la voglia ridare portatemela, che ne rideremo un poco insieme".
Balia cara, io le portai la storia, e perché arìa mosso un monte, mosse ancora lei: e si conchiuse altro parentado che quello che si cercava di conchiudere per via di moltissimi mezzani.
E così io con la destrezza vinsi la castità, ruffianando senza ruffianare: la quale arte è sottile più che quella de la seta, e dotta e laudabile e sicurissima.
BALIA.
Qui sta il punto.
COMARE.
Venne a me un gentil gentiluomo, il quale nel dar d'occhio a una pur cittadina, molto gran donna, se ne cosse senza spettare altro: e mi dice come io, volendo, posso metterlo in paradiso; e distesomi il che e il come de la sua volontà, mi dà un ducato, anzi due, e fa sì che io gli prometto di favellare a la sopradetta cittadina.
E volendomi contare la chiesa dove va sempre a messa e lo altare al qual si inginocchia e la predella dove si siede, gli tolgo le parole di bocca con dirgli: "Io so bene chi ella è, e la chiesa e l'altare e la predella: ma io non son ruffiana; pure la presenzia di vostra Signoria mi pare uomo da servirla, e perciò non passarà doman vespro che vi saperò consolare con qualche novella".
La da ben persona e il bel fante era forestiero, e non conoscendo a fatto noi altre ruffiane, si lasciò dare ad intendere che io le avesse parlato, e che ella mi avesse detto: "S'egli indugiava un poco più, era forza che io mandasse a far la imbasciata a lui, la quale ha mandata a me".
BALIA.
Chi crede senza pegno non ha ingegno.
COMARE.
Pensalo tu, s'egli capiva ne la pelle, udensi amare da la amata: l'allegrezza teneva corte bandita ne la sala del suo petto, e il core ballava a le nozze del suo credersi le bugie.
Intanto io, che l'aveva trovato bona persona, compongo una letterina in su le grazie, e dico in nome di lei:
Signor mio, quando scontarò io mai l'obligo che io ho con la fortuna, con le stelle, coi cieli e coi pianeti, i quali mi han fatto degna di esser servitrice de la dolcezza vostra? Felice mi posso io ben chiamare, anzi beata, poiché la bontà di un tanto giovane consente che io l'adori.
Oimè misera me, se voi non fosse pietoso come bello, e bello come cortese.
Le signore de le cittadi mi doverebbero invidiare cotanto amore, del qual godendo non cambiaria sorte con la sorte imperiale.
E caso che istanotte non veniate dove e a le quante ore vi dirà la fedele aportatrice di questa, ecco che io mi ammazzarò.
E perché paresse che la carta fosse molle de le sue lagrime, la spruzzai con l'acqua: e fattoci le cerimonie del soprascritto e del sottoscritto, gliene porto.
BALIA.
Ah! ah! eh! eh!
COMARE.
S'io avessi avuti tanti scudi quanti ebbi laude e benedizioni, e la lettera basci, buon per me: egli tremava per la allegrezza, e non la poteva aprire; e apertola, la leggeva, e sopra ogni parola si fermava con dire: "Comare, io non vi sarò ingrato; e a sua Signoria farò conoscere chi io sono"; e io, ringraziatolo, gli fo sapere che a le otto ore venga nel tal luogo, e ivi mi spetti.
E beccati due altri scudarelli, lascio il beatus viro che manda per il barbieri, e fassi fare la testa antica coi panni e con i ferri caldi, i quali sempre portava seco; poi, mutatosi di camiscia, si profumò tutto quanto, e vestitosi un saio di velluto pavonazzo tempestato di ariento battuto, frangiato e sfrangiato per tutto, cenò solamente uova fresche e cardoni con pepe a furia; e ragionando con quella baldanza che si vede in quello il quale ha ricevuta la novella secondo il suo desiderio, fa stare uno a posta ad ascoltare l'oriuolo.
E già sono le sei, onde non pò più tenersi in cavezza: ma piglia la cappa e la spada, dando prima uno sguardetto a una collana di dodici o quatordeci ducati incirca, la quale portava per donarla, con un rubinetto appresso di cinque in sei; la dà fuor de lo alloggiamento con un suo servidore valente seco.
E portato dove gli diedi la posta, sona le sette, e io non vengo; sonano l'otto, e io non comparisco.
BALIA.
Lo aspettar de la colomba, volli dir del corbo, sarà il suo.
COMARE.
Ascolta pure.
Egli cominciò, sonate che fur l'otto, a dire: "Tu non le hai conte bene, e non lo faria Cristo che non fossero le sette"; "Padrone, elle son le otto", replica egli; "Bestia, le son sette", risponde il signore.
E datosi a spasseggiar, ogni strepitino che sentiva, diceva: "Eccola! certo ella non arà potuto far così presto"; e così dicendo dà due altre volte in su e in giù, e poi fermatosi dice al famiglio: "A me par pure che la vecchia ne sia venuta a la bona e senza ciance; ma qualche volta nascono degli sturbi, e non si pò venire a sua posta: e penso a me, che talvolta piglio la veste per andar fuora, e son ritenuto due ore da chi mi viene a trovare".
BALIA.
Egli se lo beccava.
COMARE.
Standosi in cotal ferneticamento, ecco scroccar le nove ed egli: "Puttana vergine, s'io sono ingannato a lo onor del Cielo, se la ruffiana ladra mi ci ha fatto stare, le darò tante ferite, le ne darò tante...
spetta, spetta: adunque io sono uomo da soie, ah?", e ritornatosi a spasseggiare, soffiava come uno che si accorge del piantone datogli.
E parendogli pure che io non dovesse né potesse mancargli, tre passi faceva a lo inanzi per ritornarsi a casa, e quattro a lo indrieto per aspettarmi dove gli dissi; e così andando e venendo, pareva non uno di quei bufoli che correno il palio, ma uno che non sa qual sia il suo meglio o l'andare o lo stare.
Gianicco intanto lo refrustava a suo modo, arostendogli con il sufolo suo le orecchie e il viso, e col mordergli le labbra, gli cavava di bocca bestemmie nuove di trinca.
A la fine chiarito e da le otto e da le nove e da le dieci, gridando un pezzo per la via "Oimè", se ne tornò donde si partì; e gittata la spada e la cappa in terra, diceva strignendo i denti: "Che, non le mozzarò il naso? non le darò ducento staffilate? non le mangiarò una gota coi morsi? Ruffianaccia traditora"; e colcandosi faceva croccare il letto con i suoi rivolg