DIALOGO, di Pietro Aretino - pagina 4
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E fu pur grande quella di colui che mentre si scagliava in sul pergamo come un drago, mettendoci tutti per perduti, gli cadde fra il popolo, che a la moccicona lo ascoltava la berretta che si teneva ne la manica, onde viddero i ricami ascosti: nel mezzo del di drento stava un core di seta incarnata che ardeva in un fuoco di seta rossa, e intorno a l'orlo, di lettere nere si leggeva:
Amor vuol fede, e l'asino il bastone;
talché la turba, scoppiata nel tuono de le risa, la riposono per reliquia.
E circa le figure di santa Nafissa e di Masetto da Lampolecchio, non è ver nulla, e certissimamente in cambio dei cotali ci sono appiccati per le mura cilici, discipline con le punte di agora, pettini aguzzi, zoccoli con le guigge, radici che testimoniano il digiuno che esse non fanno, ciottole di legno con le quali si misura l'acqua che si dà a chi fa astinenzia, capi di morti che fanno pensare al fine, ceppi, corde, manette, flagelli: le quali cose impauriscano chi le guarda, e non chi erra né chi ce le appicca.
PIPPA.
È possibile che sieno tante novelle?
NANNA.
Ci sono anche di quelle che io non mi ricordo.
Ma che averebbono detto alcune ignorantuzze, alcune fiuta-stronzi, se io avesse publicato in che modo la maestra de le novizie si avvede quando suora Crescenzia e suora Gaudenzia è al cane? Petegole di feccia di birro, che voi siate scopate, poiché date di becco fino al favellare de chi ve ne terria a scuola.
PIPPA.
Che, non si pò favellar come altri vole?
NANNA.
Tanto abbin fiato le scimonite come esse non fanno mai altro che appuntare ciò che si favella a la usanza del paese, minuzzando le lor dicerie come si minuzza il radicchio: e ti prego, figliuola mia, che non eschi de la favella che ti insegnò mammata, lasciando lo "in cotal guisa" e il "tantosto" a le Madreme; e dagliene vinta quando elleno con alcune voce nuove e penetrative dicano "Andate, che i Cieli vi sieno propizi e l'ore propinque", dileggiando chi favella a la buona, dicendo "vaccio", "a buonotta", "mo' mo'", "testé testé", "alitare", "acorruomo", "raita", "riminio", "aguluppa', "sciabordo", "zampilla", "cupo", "buio", e cento mille d'altre parole senza fette.
PIPPA.
Cornacchie.
NANNA.
Tu l'hai battezzate bene, poiché vogliano che si dica "tosto" e non "presto", "in molle" e non "in macero", e se dimandi loro perché, rispondano: "Perché "porta" e "reca" non è di regola"; di modo che è un pericolo di aprirci più bocca.
Ma io, che sono io, favello come mi pare e non con le gote tronfie, sputando salamoia; vado coi miei piedi e non con quelli de la grue, e do le parole come elle vengano e non me le cavo di bocca con la forchetta.
Perché son parole e non confezioni; e paio, favellando, una donna e non una gazzuola: e perciò la Nanna è la Nanna, e la genia che va cacando verbigrazie, apponendo al pelo che non fu mai ne l'uovo, non ha tanto credito che gli ricopra il culo; e in capo de le fini, chi tutto biasima senza far nulla, non fa mai sbucare il suo nome de le taverne: e io ho fatto trottare il mio fino in Turchia.
Si che cibeche, io voglio ordire e tessere le mie tele a mio senno perché so dove trovarmi l'accia per le fila che ci vanno, e ho molti gomitoli di refe per cuscire e ricuscire i miei sdrusciti e tagliati.
PIPPA.
Le sfatate vanno stuzzicando il formicaio: e scoppiano se un dì non gli facciamo le fica a occhi veggenti, da che cincischiano il nostro favellare.
NANNA.
Gliene farem certo.
To' su questa: una sibilla, una fata una beffana che insegna a cinguettare ai pappagalli, mi dimandò non ier l'altro quel che vuol dire "anfanare", "trasandare", "aschio", "ghiribizzo", "merigge", "trasecolo", "mezza moscia", "sdrucciola" e "razzola"; e mentre io le chiariva le cifere, l'andava scrivacchiando: e mo' se ne fa bella come fosse sua farina.
Ma io, che vivacchio a la schietta, non me ne curo; e non mi dà noia se "covelle" è più goffo che "nulla".
PIPPA.
Non baloccate più con le punteruole, perché il cervello mi s'ingarbuglia: onde mi si scordarà tutto quello che importa al caso mio.
NANNA.
Tu hai ragione; e la stizza che io ho de le alfane che stanno in sugli archetti facendo insalatucce e salsette di paroline affamate, e con ostinazione di zecche e di piattole le voglion vincere, mi ha fatto uscir del seminato.
Pure io mi rammento che ti diceva come devi accarezzare i vertuosi che il più de le volte si ritrovano a le tavole dei signori.
PIPPA.
Cotesto mi diciavate di bel punto.
NANNA.
Accarezzagli, ragiona con loro; e per parere che tu ami le virtù, chiedegli un sonetto, uno strambotto, un capitolo e simili pazzie: e quando te gli danno, basciagli e ringraziagli non altrimenti che tu avessi ricevuto gioie.
E tuttavia che ti picchiano a l'uscio, aprigli sempre: perché sono discreti; e se ti veggano occupata, senza altro cenno se ne andranno, corteggiandoti doppo le spedizioni.
PIPPA.
E se pur pure io non avessi fantasia d'aprirgli, che sarebbe?
NANNA.
Saresti zombata da le più crudeli villanie che s'udisser mai: per che, tra il cervello che gareggia seco a ogni punto di luna e lo sdegno che pigliarieno per ciò, guarda la gamba.
E perché egli è propio costume di donna di non appiccar mai una parola con l'altra, prima che io ritorni al signore col quale sarai, vo' dirti un tratteto che favellandoti dei vecchi m'era uscito di mente.
PIPPA.
Debbe esser galante, poiché ritornate indrieto per dirmelo.
NANNA.
Ah! ah! Io voglio, Pippa, che di quei confetti che si spargeranno per tutta la tavola levata la tovaglia, che tu ne pigli .V.
grani e che, bugliandoli, tu dica: "S'essi fanno bella croce, il mio vecchio caro e dolce non ama se non me, se la croce è sgangherata egli adora la tale".
Pippa, se la croce stia bene alza le mani ai cielo, poi, allargate le braccia, legalo tutto con esse e dagli un bascio con tante cacabaldole quante ti sai imaginare: intanto lo vedrai cader giuso come uno che crepa de caldo dove fiata un poco di ventarello.
Caso che la croce venga male, lasciati scappare, se si può, due lagrimucce accompagnate da due sospiri ladri, e levati da sedere e vanne al fuoco, facendo vista di stuzzicarlo con le molli perché te si trapassi la collera: in questo il coglion bue te si avventarà a dosso rimbambitamente giuracchiandoti per corpi e per sangui che madesì, e tu, andandotene in camara, affronta lo fin d'un non so che prima che tu facci la pace.
PIPPA.
Io vi servirò, mamma.
NANNA.
Non ho altra fede, figlia.
Eccoti al signore, eccoti a lui che frappa d'amori dicendo "La signora tale, madama cotale la duchessa, la reina" (e la merda che gli sia in gola), "mi diede questo favore, e questo altro quella altra", e tu lauda i favori e stupisciti come tutte le belle di Tunisi non si battezzano per tirarselo a dosso, e mentre egli entra in su le prove che ha fatto ne lo assedio di Firenze e nel sacco di Roma, accòstati a quello che ti è più presso e digli, che il giorneon ti intenda "Oh, che bel signore! La grazia sua mi cava di sesto", ed egli fingendo di non intendere, si pavoneggiarà tutto.
E sappi che chi non usa seco le astuzie che usano i cortigiani del mal tempo con i monsignori, ponendo sopra de le gerarchie le lor gaglioffarie, gli diventa nimici.
PIPPA.
Io l'ho inteso.
NANNA.
Adulazione e finzione son la pincia dei grandi: così si dice; e perciò sbalestra la soia con tali, se vuoi carpirne qualche cosa; altrimenti tu mi ritornarai a casa con la pancia piena e con la borsa vota.
E se non che la loro amicizia ha de l'onorevole più che de l'utile, ti insegnerei a fuggirgli: perché vorrebbero esser soli al pacchio; e perché son signori, che altri non ne desse ad altri; e han per manco, come non vieni o non gli apri, di mandar gli staffieri a bravar la porta, la strada, le finestre e la fante, che di sputare in terra.
E paiono quei cagnacci che si imbattono dove molti cagnoletti montano una cagnola: che, sbranando questi e quelli coi rinchi e coi morsi, tengano tutta la via e non ci è dubbio che tal pratica dà la fuga a chi ha paura di concorrer con loro, ed è perfetta per quelle che han più caro il fume che l'arosto.
PIPPA.
Dio mi aiuti con questi signori.
NANNA.
Ma io ti vo' donare un colpetto che, se i villani crepassero, gli costarà.
Come sua Altezza si comincia a spogliar per corcarsi, togli la sua berretta e pontela in capo; poi ti vesti il suo saio, e dà due spasseggiatine per camera: subito che il messere ti vede diventata di femina maschio, te si avventarà come la fame al pan caldo; e non potendo patire che tu vada a letto, ti vorrà fare appoggiar la testa al muro o sopra una cassa.
Quello che io ti vo' dire è che tu ti lasci prima squartare che tu gliene dia, s'egli non ti dà la berretta e il saio per venir poi a lui con l'abito che più diletta ai signori.
PIPPA.
La vacca è nostra.
NANNA.
Ma sopra tutte le cose, studia le finzioni e le adulazioni che io ti ho detto, perché sono i ricami del sapersi mantenere.
Gli uomini vogliono essere ingannati e ancora che si avveghino che si gli dia la baia e che, partita da loro, gli dileggi vantandotene fin con le fanti, hanno più caro le carezze finte che le vere senza ciance.
Non far mai carestia di basci né di sguardi né di risi né di parole; abbi sempre la sua mano in mano, e talvolta di secco in secco strigneli i labbri coi denti si che venga fuor quello "oimè" troppo dolcemente fatto nascere da chi si sente traffigere con dolcezza: e la dottrina de le puttane sta nel saper cacciar carote a' ser corrivi.
PIPPA.
Voi nol dite a sorda né a muta.
NANNA.
Io penso...
PIPPA.
A che?
NANNA.
...a me, che voglio insegnarti i modi che debbi tenere per riuscir dove io spero vederti, e io, insegnandotigli, metto ne la via coloro che aranno a far teco: perché, sapendosi ciò che io ti dico, saprassi anco, non ti credere, quando usarai le tue arti, e così i miei avvedimenti simigliaranno una di quelle dipinture che da tutti i lati guardano chi le mira.
PIPPA.
Chi volete voi che lo bandisca?
NANNA.
Questa camera, quel letto quivi, le seggiole dove sediamo, e quella finestrella colà, e questa mosca che mi si vuol manicare il naso (diavol pigliela): le son pur prusuntuose, le vincano le importunità dei gelosi che vengano in fastidio fino a lor medesimi con le spigolistrarie che usano in guardare colei che non si può guardare quando la se delibera di accoccargliene.
Con bestia di cotal buccia sappiti governare da savia e fagli più tosto le corna che i cenni.
Vien qua: tu sarai amica d'uno che si recarà ad uggia uno che ti accommodarà, non come lui, ma di maniera che il perderlo ti nocerebbe assai assai.
Costui ti comandarà che non gli apra, non gli parli, né che accetti niuna cosa del suo: qui bisognano giuramenti diabolici fronte sfacciata, scrollature di capo, voci a l'aria e alcuni gesti che si maraviglino di lui che si crede che tu lo cambiasse per cotal pecora; e soggiugnendo "Stiam freschi se si crede che io mi gitti via con quel cera-di-asino, con quel viso-di-mentecatto" e chiedi tu stessa i guardiani, salariandogli le spie; e tenendoti serrata, stavvi pure; se il sospetto gli si scema punto, non perder tempo.
Ma quello che tu gli furi, spendalo ne le contentezze del pover foruscito: tirandolo in casa quando il geloso n'esce o ne lo scarcarsi de le legne, o nel portare il pane al forno.
Se il farnetico gli cresce, ordina che di notte venga drento, e nascondalo nel camerino de la fante, dove fà che stia sempre la predella da fare i tuoi fatti, e a posta mangia la sera cose che ti movino il ventre, o finge doglie di fianco, e scappagli da canto tuttavia lamentandoti: e vanne là da colui che, per aspettarti col pifero in mano, farà due chiodi a una calda, e fa dolcitudine che piacendo ti solleticarà tutta, ti farà fare altri "oimè" e altri "i' moio", e con più gran ramarico che il mal del madrone.
Compito il servigio, rivientene a lui scarica d'ogni pena: e questa è la ricetta da salvar la capra e i cogli (diceva lo spenditor de l'Armellino).
PIPPA.
Si farà.
NANNA.
Accadendo che lo spiritato ne abbia qualche fume, mano a negare; e con viso sicuro di sempre "Forbici"; e si egli sfuria, e tu ti umilia con dire: "Adunque mi tenete per una di quelle, ah? E se vi è suto detto, posso io tener le lingue? Se io avessi voluto altri, non arei tolto voi né mi sarei fatta monica per amor vostro" e così schiamazzando ficcategli più sotto che tu puoi e se qualche pugno andassi in volta, pazienzia: perché tosto ti saranno pagati i medici e le medicine, e tutte le muine che farai a lui per radolcirlo, farà a te per racconsolarti; e il "perdonami" e il "feci male a crederlo" ti stuzzicaranno in modo che sarai la buona e la bella: perché se tu confessassi il peccato o volessi vendicarti di quattro pugni che vanno e vengano, potresti o perderlo o sdegnarlo di sorte che ella non andria ben per te.
Ed è chiaro che la fatica sta nel mantenersi gli amici, e non in acquistarsegli.
PIPPA.
Non ci è dubbio.
NANNA.
Volgi carta: e trovarai un che non è geloso e pure ama, al dispetto di chi non vuole che amore sia senza gelosia.
A l'uomo intagliato in tal legname ci è un lattovaro che, pigliandone una o due imbeccate, si ingelusiarebbe il bordello.
PIPPA.
Che lattovaro è questo?
NANNA.
Fatti scrivere una letterina, da qualcuno che tu te ne possa fidare, come questa che io già imparai a mente:
Signora, io non vi posso salutare nel principio de la lettera, perché in me non è salute, e allora ci sarà, che la vostra pietade si degnarà che io, in quel luogo che più commodo vi paia, potrò dirvi ciò che non ardisco di farvi noto per i scritti né per imbasciate: e perciò vi supplico per le vostre divine bellezze, le quali ha ritratte la natura, col consenso d'Iddio, da quelle degli angeli, che vi degnate che io vi parli: che v'ho a dir cose, che beata voi, e più beata sarete quanto più tosto averò la udienzia che io inginocchioni vi dimando; e spetto una risposta che tenga di quella grazia ch'esce del vostro grazioso aspetto.
E quando sia che refutiate di darmela, come refutasti le perle che, non per dono, ma per segno di benivolenzia, vi mandai per...
e cetera, io o con ferro o con laccio o con veleno uscirò di guai.
E bascio le mani a la chiara Signoria vostra.
Con la soprascritta e con il sottoscritto che saperà fare chi ti scriverà ne lo andare che io ti spiano.
PIPPA.
Che ho io a farne, scritta che ella è?
NANNA.
Piegala sottilmente e infilzala in un guanto, il quale a la disavveduta ti lasciarai cadere in parte ch'egli, che ha la gelosia nei peduli, impari averla nel polmone.
Tosto che il trascurato ricoglie il guanto, sentirà il foglio scritto; e sentitolo, il carpirà; e guardandosi da ognuno, si tirarà in un cantoncino solo soletto: e cominciando a leggere, cominciarà a fare i visi arcigni; e venendo a le perle refiutate, soffiarà come uno aspido; e cadutagli la baldanza ne le calcagna, gli verrà l'anima ai denti: perché io mi credo che il demonio entri in colui che intoppa nel suo rivale; e non si potria dire quanta frenesia scompigli colui che, pur dianzi non pensando di aver compagno al tagliere, se ne vede scappare uno che gli mette in compromesso tutta la carne.
E letta e riletta la facezia, la riporrà dove la trovò, cioè nel guanto: tu in quello starai spigolando ai fessi o al buco de la chiave; e se vedi il bello, rumoreggia con la fante e le di: "Dove è il mio guanto, balorda? dov'è egli, sventata?".
Intanto verrà in campo lo accorato, e tu leva le strida e di: "Sciocca furfanta, tu sarai cagione di qualche scandolo e forse de la rovina mia: mi par vedere se capita a le sue mani che non gli potrò ficcare in testa che io gliene voleva mostrare e dirgli chi è colui che mi manda cotali novelle.
Dio sa se perle o ducati hanno potere di farmi d'altri!".
Lo sciloppato, udendo ciò, temperata la collara e stato un pocolino sopra di sé, ti chiamarà dicendo: "Eccolo, non più: che non ho altra fede in te; io ho letto il tutto, e non ti mancaranno perle.
E ti prego che non mi dica il nome di chi ti fa sì magnifiche offerte, perché forse forse..."; e qui tacendose, gli dirai: "Io non vi ho mai voluto dire i tormenti che io ho e da imbasciadori e da...
e basta: io son vostra e voglio essere, e quando sarò morta sarò ancor vostrissima".
PIPPA.
Apritimi dove la trama riuscirà.
NANNA.
A non aver più pace l'animo del trovatore de la lettera anzi, ognuno che vedrà per la tua strada, crederà che sia o chi te la mandò o ruffiano suo: e per non darti cagione di accettare le proferte, verrà via di bello.
Ora a questi Mantovani, non vo' dir Ferraresi, che appena sono smontati a lo alloggiamento che vanno amoreggiando: come i lor ricamuzzi e i taglietti che gli desertano il saio e il giubbone, avessero i privilegi di fargli spedir gratis (dicano in Palazzo).
Pippa, se i fottiventi ti vengano ne le branche, spia bellamente quando parteno; e calcula il tempo che ci hanno a stare con gli anelli, con le medagliette, con le collanuzze, con le vesticciuole e con l'altre tavernine che gli vedi intorno: perché nei denari puoi far poco fondamento; e per non ci aver per avventura a ritornar mai più, non ti curare che ti laudino o vituperino.
PIPPA.
Sarà fatto, ma che sapete voi dei lor denari?
NANNA.
Io so che non ne portano mai tanti che bastino per tornarsi indrieto, e se ti impacci seco, spogliagli di cotali frascarie, se non tu rimarrai con le mani piene de le lor cortigianarie d'ambracane.
PIPPA.
Se mi ci chiappano, a rifar del mio.
NANNA.
E caso che alcuno dorma teco, adocchia ogni suo lavoro, e di camiscia o di scuffia da la notte; e la mattina, inanzi che si levi, fà venire una giudea con mille goffezze: e paragonate che tu l'arai con le mantovanarie, falle portar via o tu le buglia in terra, e adirati con teco e con il cucù, e borbotta tanto che ei venga a proferirle; quando no, rinvitalo a dormir e saccheggialo per forza o per amore.
PIPPA.
Quando eravate giovane, facciavate voi tutte le cose che volete che faccia io?
NANNA.
Al mio tempo era un altro tempo, e feci quel che io seppi, come udirai se ti fai leggere la mia vita posta in istampa dal malanno-che-Iddio-gli-tolga: vo' dir così acciò che, se chi l'ha fatto è bizzarro, non mi facesse peggio che non ti faranno i tuoi innamorati bestiali se non ti saprai mantener con loro.
Ma tu potresti dire "Io non mi impacciarò con tali", ma non puoi farlo.
PIPPA.
Perché no?
NANNA.
Perché, avendo tu a esser savia come dei, anco loro ti bisigaranno intorno: e perciò lasciagli sfuriare quando si adirano, e serra le orecchie al "puttana porca poltrona" che ti diranno in un fiato; e benché taglino a traverso il mappamondo con le parole che essi affogano ne lo sputaccio col quale spruzzano il viso di chi gli è presso, non ne sarà altro; e in meno di due credi tornano in buona e ti chieggano perdonanza, ti donano, e ti si vorrebber mettere nel core.
E a me piacque il conversar con simili, perché quel nonnulla che gli fa stizzare gli fa anco pacificare; e assimiglio la lor collera a un rannuvolarsi di luglio: che tuonando e balenando, doppo venticinque gocciole piovute giuso, eccoti il sole.
Sì che sofferenza ti sarà ricchezza.
PIPPA.
Sofferiamo, che sarà?
NANNA.
Sarà che ognuno ti trarrà dirieto fino a la morte.
Ora ecco a te un trincato, un doppio, un volpon vecchio, il quale pesa tutti i tuoi andari; e suso ogni paroletta fa una disputa, cenna col piè al compagno, torce il muso chiudendo l'occhiolino, come dicesse "A me, ah?": e tu salda, non ti guastando mai, anzi fa sempre la semplice e la babiona, non gli chiedere e non gli contrastare; s'ei ti favella, favellagli, s'ei ti bascia, bacialo e s'ei ti dà, togli; e usa una arte sì bella che egli non possa giugnerti ne la ghiottoneria.
Anzi fa che cominci a dir seco stesso che tu sia me' che il pane: non ti lasciando perciò sarchiar l'orto se non ti paga il terreno nel quale vuole spargere il seme; e si come egli si aiuta con ogni sua gherminella per non si lasciare intendere, così tu ti aiutarai con ogni tua astuzia di far sì che egli confessi che in te non è cosa che non s'intenda.
Onde è forza che il menda-squarsci ti fidi la sua sfedata fede; e andando da Baiante a Ferante, egli sarà tuo, e tu non sarai sua se non quanto vorrai essere.
PIPPA.
Mi maraviglio, mamma, che voi non teniate scola addottorando la gente in così fatte galantarie.
NANNA.
Io ho una parte in me che rifarebbe una imperadrice, io non son boriosa: era ben già, Dio mel perdoni.
Ma non perdiam tempo: e impara a corrucciarti e a far pace con i tuoi seguaci come io ti insegno; e non ti paia troppo lungo libro questo che io cerco che tu sappia a correlingua: perché il puttanesimo ha tanto ingegno che, senza maestro, in otto dì sa molto più che non si pò sapere; or pensal tu se trasandarai avendo la Nanna per guida.
PIPPA.
Purché sia così.
NANNA.
Così sarà, non dubitare.
Corrucciati con grazia, Pippa: fallo in un certo andare che ognuno ti dia ragione.
Se l'amico tuo ti prometterà Roma e toma, statti spettando la promessa un dì o due senza fargliene motto; passato mezzo il terzo dàgli un bottoncino; ed egli: "Non ti dubitare, che vedrai e basta"; e tu mostrati allegra ed entra in ragionar del Turco che dee venire, del papa che non crepa, de lo imperadore che fa miracoli, e del Furioso e de la Tariffa de le cortigiane di Vinegia, che dovea dir prima; poi lasciati cadere il mento in seno e ammutisce in un tratto, e pensa e ripensa un pezzo; e levandoti suso, dì con voce fioca: "Io non l'arei mai creduto".
In questo mi par veder lo indugia-presenti dirti: "Che ci è di nuovo?"; e tu a lui: "Dove foste ier sera?"; e senza volerne altra risposta, fuggiti in camera e serratici drento; e s'ei picchia, lascialo picchiare; s'egli abbaia, lascialo abbaiare: che io per me gli darò sempre il torto, e giurando gli affermarò che ti è suto detto che viene a spassar teco il martello che egli ha con la tale.
E son certa che se ne andrà giù per la scala bestemmiando e negando; e volendo ritornar ivi a un pezzo, o allotta o il dì che viene, fagli risponder che hai da fare o che sei accompagnata.
PIPPA.
Sì, sì: la pace si farà col portarmi la promessa a doppio.
NANNA.
Ora sì che io son certa che tu sarai tu con altro viso che io non sono stata io.
Attendimi pure: usa anco una foggia di corrucci fatti con la tua pasta, cioè corrucciati teco medesima nel più bello del motteggiare, e acconciati là con la palma a la guancia.
PIPPA E perché questo?
NANNA.
Per far che egli, che non pò star senza te, venga a te dicendo: "Che griccioli son i vostri? sentitevi voi male? màncavi niente? parlate"; e ti darà del voi per placarti.
E tu rispondi "Deh lasciami stare, io te ne prego orsù, levamiti dinanzi levati de qui, dico, che sì, che sì tu cerchi rogna", dandogli sempre del tu per parer di prezzarlo poco.
E ciò farai perché egli ti toccarà per farti ridere: le quali risa fa che non ti scappino dal volto né dagli occhi se non ti dà qualche cosa; e dandotela, a sua posta s'ei dice che anco i bambini si corruccino fuor di proposito e fanno la pace daendosigli de le cucche.
PIPPA.
Queste son favole: io vorrei che voi mi dicessi come si fa la pace con uno assassinato, poniam caso, da me o io da lui.
NANNA.
Io tel dirò: s'avviene che lo assassinamento venga dal canto tuo, come si dee arcicredere che venga, china le spalle e parla onesto, dicendo con ognuno: "Io ho fatto da giovane e da pazza e da trascurata femina, il diavolo mi accecò, io non merito perdonanza; e s'Iddio mi scampa di questa, mai più mai più esco dei suoi comandamenti"; e levando il turaccio al tino de le lagrime, piagni più che se tu mi vedesse fredda ai piedi: che Iddio me ne guardi e conduca a tale chi mal ci vuole.
PIPPA.
Amen.
NANNA.
Lo schiamazzio e il pianger che tu farai gli sarà riportato a staffetta, perché un tale ti tien sempre le spie: e chi gliene raccontarà con lo aggiugnerci qualche cosetta del suo, lo farà mutar fantasia; e benché giuri di mangiarsi prima le mani per fame che favellarti, e che egli possa esser dato a la beccaria dai suoi nimici, con l'altre filastròcchele che cascano fra i denti a chi si lascia trasportar da l'ira, non ne sarà nulla, né andrà ne lo inferno per tali sboccamenti, perché messer Domenedio non fa conto degli spergiuri degli innamorati, i quali non ponno far testamento mentre anfanano in albagia ammartellata.
E quando pure la ostinazione durassi in lui ostinato fin entro ne le fasce, scrivegli una bibbia: và e trovalo a casa e mostra di volergli spezzar la porta; e non ti aprendo, pazzeggia con parole alte, maladisci.
E non ti giovando, fà vista di volerti impiccare: ma guarda che lo scherzar non torni da senno, intervenendo a te come a non so chi in Modena.
PIPPA.
Oh! se io mi appicco né da beffe né da dovero, che io sia impiccata.
NANNA.
Ah! ah! ah! Eccoti il verso di sciorre il nodo: fà la cerca per casa, per i forzieri e per ogni buco, e fà un fardello di sue camisce, di sue calze e di ciò che ci è di suo, fino a un paio di pianelle logre, guanti vecchi, berretta da la notte e ogni ciabatteria; e si hai maniglie o anello che ti abbia dato, rimandagliene.
PIPPA.
Non farò.
NANNA.
Fallo pur sopra di me, perché l'olio santo di chi lavora in estremo amando, è il vedersi restituire i doni offerti a la manza: per i quali si chiarisce de la stima che si fa di lui e de la robba sua.
Onde viene in tanto dolore, che la minor pazzia che faccia è il trarre i sassi: e senza più indugio pigliarà le merciarie e te le rimandarà del certo.
PIPPA.
E s'egli fosse uno spilorcio?
NANNA.
Gli spilorci non danno e non lasciano cosa di valuta: perciò arrischiati a far l'atto che io ti dico; e se non si fa la pace di marcone, dimmi che io sia una ignocca.
Come sono alcune che si piantano là distese; e purché sieno tenute de le prime, gli par aver acconci i fatti suoi vendendo le lor carni a libbre e a chi più ne dà: e son pur carni, e non massarizie d'incanto.
Poverette poveracce, che non sanno il fine che nel principio e nel mezzo si accorda con gli spedali e coi ponti, dove elle, sfranciosate, sconquassate e deserte, fan recere qualunche le può sofferire di guardare.
E ti dico, figlia, che il tesoro che hanno trovato gli Spagnuoli procaccini nel Mondo Nuovo, non pagaria una puttana per brutta e disgraziata che ella sia: e chi pensa finamente a la vita loro, peccarebbe dannatamente a non confessarlo.
E che io favelli con la bocca de la verità, eccone là una obligata a costui e a colui: ella non ha mai una ora di riposo, né se va né se sta, né a tavola né in letto; perché, avendo sonno, non può dormire; anzi bisogna che ella stia desta e faccia carezze a un rognoso, a un che ha la bocca di sterco, a un bufolaccio che la pesterà tutta quanta, e s'ella nol fa, i ramarichi sono a l'ordine, e "Tu non mi meriti, tu non sei degna di me, s'io fosse quel poltrone o quel furfante, tu vegghiaresti".
S'ella è tavola, ogni mosca gli pare un baco; e nel dare un boccone a chi che si sia altri, bronfia e fuma per la rabbia, masticando pane e gelosia magra.
S'ella va, eccolo in furia, e con dir "Trama ci è", ti tien la favella, bandendo per le piazze il tradimento che gli pare che gli sia suto fatto: e portando odio a questo e a quello, non truova luogo.
S'ella sta, e abbia quel non so che che spesso spesso fa stare altrui tutto maninconoso senza aver maninconia, onde non puoi fare la cera che tu suoli, il sospetto si distringa: e "Io ne era chiaro, io ti puzzo, io so ben dove ti duole, ben lo so bene; a te non mancaranno uomini, né a me donne per denari, che puttane ci sono a iosa".
Ma questi sarieno manuscristi e morselletti dorati non ci essendo quel vituperio vituperoso che manda il lezzo in abisso non che in Cielo: noi siam menate e rimenate per tutti i versi e di dì e di notte, e chi non consente a tutte le sporcarie che si sa pensare, si mor di stento.
Chi la vuol lessa e chi la vuole arosto, e hanno trovato il "conno indrieto", il "gambe in collo", "a la giannetta", la "grue", la "tartaruga", la "chiesa in campanile", la "staffetta" il "pascipecora" e altre attitudini più strane che i gesti dichi atteggia: talché io che posso dir "Mondo fatti con Dio", mi vergogno a dirlo.
Insomma oggidì si fa notomia di qualsivoglia signora, e perciò sappici esser, Pippa, sappilo fare: altrimenti a Lucca ti viddi.
PIPPA.
Meffé sì che ci vuole altro a esser cortigiana che alzarse i panni e dir "Fà, che io fo", come dicesti dianzi, e non ne sta nel buona robba: voi sète indovina
NANNA.
Come uno spende dieci ducati in cavarsi tutte le voglie che si pon cavare di una giovane, egli è suto crocifisso a Baccano; e come ci fanno uno straccio intorno, il popolo strabilia e va chiacchiarando per tutto come la tal traditora ha rovinato il cotal garzone.
Ma quando giuocano le costole del petto rinegando il battesimo e la fede, son laudati, che se ne spenga il seme.
Lascimiti fornir di contare quello che io ti ho promesso e poi consumarò tutto domani in leggerti il calendario degli uomini ladroni; e ti farò piagnere mentre che io ti dirò le crudeltà e i tradimenti che i turchi, i mori, i giudei fanno a le feminucce; e non è tosco, né pugnale, né fuoco, né fiamma che ci possa vendicare: e io per me ne ho due paia in su l'anima, e me ne son confessata e non me ne son confessata
PIPPA.
Non vi stizzate.
NANNA.
Non può far che i ribaldi che me la faccino salire: e udirai come sanno ritorre quel che danno, e la valentigia loro in isfregiare e in dar trentuni.
Ora io non vo' che sia il dirieto consiglio che io ti ho a dare circa la ciancia, la maniera e il modo che hai a usare negli intertenimenti: perché son la chiave del giuoco.
PIPPA.
Qui vi voleva io.
NANNA.
E qui mi hai.
Lo intertenere con quella certa ciarlia che non vien mai in odio, è il limone che si spreme ne le coradellette soffritte ne la padella, e il pepe che ce si spolverizza suso ed è una dolce novella, quando ti ritrovi a trebbio con diverse generazioni, sodisfacendo a tutti con un berlingare che non venga in fastidio; e han pur troppo del buono alcuni motti insalati e alcune strettine che si danno a chi entra sul volertici còrre: e perché i costumi altrui son di più ragioni che le fantasie de le persone, studia, spia, antivedi, considera, pon mente, asottigliati e crivella i cervelli di tutti.
Ecco a te uno spagnuolo attillato, odorifero, schifo come il culo d'uno orinale, che si rompe tosto che si tocca; la spadiglia a canto, fumoso, il mozzo dirieto, "Per vida de la imperadrice", e con l'altre sue lindezze a torno.
E tu a lui: "Io non merito che un si gran cavaliere mi faccia cotanti onori; vostra Signoria copra la testa: io non la ascoltarò se quella non se la copre"; e se le "vostre Altezze" che ti darà nel capo e i basci coi quali ti succhiarà le mani, fossero l'archimia di arricchirti, tra quelle e le cerimonie sue tu avanzaresti la redità di Agostin Chisi.
PIPPA Io so ben che non ci è guadagno con loro.
NANNA.
Tu non hai da fare altro seco che render fume per vento, e fiato per quei sospiri che sanno sì sbudellatamente formare: inchìnati pure ai loro inchini, basciandogli il guanto, non che la mano e se non vuoi che ti paghino de la vincita di Milano, disbrigategli dianzi il meglio che sai.
PIPPA.
Farollo.
NANNA.
Stà salda.
Un francioso, aprigli tosto, aprigli in un baleno, e mentre tutto allegro ti abbraccia e a la carlona ti bascia, fa comparire il vino.
E con tal nazione esci de la natura de le puttane, che non ti darieno un bicchier d'acqua se ti vedesser transire, e con due fette di pane, cominciate a domesticar l'amore insieme; e senza star molto in sul convenevole, accettalo a dormir teco, cacciando con bel modo ogn'altro.
Intanto parrà che tu abbia a fare il carnasciale, tanta robba ti digrandinerà in cocina.
Che più? Egli ti scapparà de l'unghie in camiscia: perché i bottiglioni, che sanno meglio perdere che guadagnare, e più facilmente scordasi di se stessi che rammentarsi d'ingiuria che si gli faccia, non darà punto di cura se tu lo rubi o no.
PIPPA.
Franciosi da bene, che voi siate benedetti.
NANNA.
Pensati pur che essi dan denari, e gli Spagnuoli coppe.
I Todeschi mo' son fatti d'un'altra stampa, e ci è da farci suso disegno: parlo dei mercatanti che s'imbertonano negli amori, non vo' dir come nel vino, perché ne ho conosciuti dei costumatissimi, ma come ne le luteranarie; e ti daranno de granducati se gli saprai andare ai versi, non sbaiaffando che sieno tuoi innamorati, né che ti faccino, né ti dichino: pelali secretamente, che si lasciaranno pelare.
PIPPA.
Buon ricordo
NANNA.
La lor natura è dura, acra e bestiale, e quando s'intestano una cosa, Iddio solo gliene caveria: e perciò ungegli con le dolcezze del sapergli conoscere.
PIPPA.
E che arò io a fare altro?
NANNA.
Io ti vorrei confortare a una impresa, e non mi arrischio a farlo.
PIPPA.
A che?
NANNA.
A nulla
PIPPA.
Ditemelo; che io il vo' sapere.
NANNA.
Non voglio, perché mi saria di biasimo e di peccato.
PIPPA.
Perché mi avete messo in fantasia di intenderlo?
NANNA.
A dirtelo, che domin sarà.
Se tu ti puoi rimescolare coi Giudei, mescolatici, ma con destrezza e trova scusa di voler comperare spalliere, fornimenti da letti o simili frascariuole: e vedrai che ci sarà ben qualcuno che ti rimetterà nel banco dinanzi gli avanzi di tutte l'usure e di tutti i rubbacchiamenti loro, aggiugnendoci fino agli aggi; e se puzzano di cane, lasciagli puzzare.
PIPPA.
Io credetti che voi mi volesse dir qualche gran cosa.
NANNA.
Che so io? Il fetor di che essi ammorbano mi metteva pensiero a dirtelo.
Ma sai tu come ella è: i guadagni sfoggiati di chi navica stanno nel pericolo de le galee dei Catelani, de lo anegare, de lo andar in man dei Turchi di Barbarossa, del romper la nave, del mangiare il pan secco e verminoso, del ber l'aceto adacquato, e degli altri disagi che ho inteso dir che ci sono; e se chi va per mare non cura né venti né piogge né stento veruno per ispacciare la sua mercatantia, perché non ha una cortigiana a farsi beffe de la puzza dei Giudei.
PIPPA.
Voi fate le simiglianze bellissime.
Ma s'io mi impaccio con loro, che diranno i miei amici?
NANNA.
Che vuoi tu che dichino se nol sanno?
PIPPA.
Come no?
NANNA.
Non gnelo dicendo tu: il giudeo, perché non gli sieno peste l'ossa, starà zitto come un ladro.
PIPPA.
A cotesto modo si.
NANNA.
Io ti veggo un fiorentino in camera con i suoi chiacchi-bichiacchi.
A carezzarlo, perché i Fiorentini fuor di Fiorenza son simili a persone che hanno piena la vescica e non ardiscano di andare a pisciare per rispetto del luogo dove si trovano: che usciti di quivi, allagano uno spazio lungo lungo con l'urina che versa il lor pincone.
Dico che son più larghi altrove che in casa stretti; oltra di questo, son vertuosi, gentili, politi, argutetti, saporitini: e quando non ti dessin mai altro se non la lor galante favella, non ti potresti tu contentare?
PIPPA Non io.
NANNA II mio è un modo di dire: basta che spendano al possibile, fanno cene papali e feste con altro garbo che non fan gli altri; e poi a ognun piace la lor lingua.
PIPPA Venitemi un poco in sui Viniziani.
NANNA.
Io non te ne voglio informare: perché, s'io ne dicessi quanto meritano che se ne dica, mi sarebbe risposto "L'amore te ne inganna", e certamente egli non me ne inganna punto: perché son iddii e padroni del tutto e i più bei giovani e i più begli uomini e i più bei vecchi del mondo, e cavatigli fuor di quelle veste savie, tutto il resto de le genti parrebbero fantaccini di cera al paragone, e benché sieno altieri per aver di che essere, son la bontà ritratta al naturale.
E ancorché vivino da mercatanti, circa il fatto nostro la fanno a la reale; e chi gli ha pel dritto è felice.
E ogni altra cosa è burla, salvo i cassoni che hanno zeppi zeppi di ducati: e tuoni o piova se sa, che essi non te ne darieno un bagattino..
PIPPA.
Dio gli mantenga.
NANNA.
Egli lo fa bene.
PIPPA.
Ma or che mi ricorda, chiaritimi perché la signora che ne tornò l'altro dì non ci ha saputo stare: e secondo che mia santola ha detto, se ne è tornata qui con venti paia di forzieri pieni di sassi.
NANNA.
Ti dirò: i Viniziani hanno il gusto fatto a lor modo; e voglino culo e tette e robbe sode, morbide, e di quindici o sedeci anni e fino in venti, e non de le petrarchescarie.
E perciò, figliuola mia, pon da canto le cortigianie e contentagli del proprio, se vuoi che ti gittino dirieto oro di fuoco e non ciance di nebbia.
E io per me, sendo uomo, vorrei colcarmi con una che avesse la lingua melata, e non addottorata, e più mi saria caro di tenere in braccio una robba sfoggiata che messer Dante; e credo che sia altra melodia quella di una mano avventurata che fa le ricercate del liuto pel seno, fermandosi nel corpicello non troppo fitto in drento né troppo spinto in fuora; e il suono de la mano che dà de le sculacciatine nel consacrato de le meluzze mi par d'altra soavità che la musica che fanno i piferi di Castello quando i cardinali vanno a Palazzo in quei cappucci che gli fan parere civette in una buca.
E mi par veder la mano che io dico spiccarsi dal suono e ripatriarsi nel corpetto: il quale, nel raccogliere e nel mandar fuor l'anscio, si alza e abbassa come farebbe una dipintura s'ella avesse lo spirito.
PIPPA.
O voi sète la sufficente dipignitrice con le parole: e mi son tutta risentita udendovi; e mi è parso che la mano che dite mi abbia tocco le pocce e...
presso che non vel dissi.
NANNA.
Io mi sono avveduta del tuo risentirti al viso: che ti si è tutto cambiato, poi fattosi rosso, mentre ti ho mostro quel che non si vede.
E per saltarti da Fiorenza a Siena, dicoti che i Senesi pazzaroni son dolci matti, ancorché da parecchi anni in qua sono incattiviti, secondo il cicalar d'alcuni; e di quanti io ho praticati uomini, mi paiano il caffo.
Essi tengano, circa le gentilezze e le vertù, del fiorentino; ma non sono sì scaltriti né sì tirati dai cani: e chi gli sa ingannare, gli scortica e rade fino al vivo; e sono pinchelloni anzi che no, e pratiche onorevoli e piacevoli.
PIPPA.
Faran dunque per me.
NANNA.
Sì certo.
Or oltre a Napoli.
PIPPA.
Non me ne ragionare, che solo a pensarci mi vien l'asima.
NANNA.
Audi, signora mea, per vita di tua morte.
I Napolitani son fatti per cacciar via il sonno, o per torne una scorpacciata un dì del mese, quando tu hai il tuo tempo nel cervello o sendo sola o vero accompagnata d'alcuno che non importa.
Ti so dire che le frapperie vanno al cielo: favella dei cavalli, essi gli hanno dei primi di Spagna, di vestimenti, due o tre guardarobbe; danari in chiocca, e tutte le belle del Regno gli moiano drieto.
E cadendoti o il fazzoletto o il guanto, lo ricolgano con le più galanti parabole che s'udisser mai ne lo seggio capuano: sì signora.
PIPPA.
Che spasso.
NANNA.
Io soleva già far disperare un traditor che si chiama Giovanni Agnese, con isforzarmi di contrafarlo ne le parole, perché nei fatti il boia non lo contrafaria, sì è egli la schiuma de la ribaldaria dei ribaldi: e un genovese ne scoppiava de le risa; al quale mi rivoltai una volta e dissi: "Genova mia, superbia tua: per saper voi comprar la vaccina senza lasciarvi dar punto d'osso, noi altre potiamo civanzar poco a darvene".
Ed è così: perché stracavano il sottile dal sottile e lo acuto de lo aguzzo; e son troppo buon massai, e la tringiano come si dee, e non ti darebbono tantino di più.
Gloriosi nel resto non ti potrei dir quanto; amatori di gentil creanze napolitane aspagnolate, riverenti: facendoti parer di zuccaro quel poco che ti danno, non mancando mai di quel tanto.
Tu a costoro falla saper buona, e mesura le tue cose come essi mesurano le loro; e senza farti stomaco con quel favellar in gorgia, col naso e col singhiozzo: tòtela come ella va.
PIPPA.
I Bergamaschi han più grazia che la lor favella.
NANNA.
Ci sono anche dei dolci e dei cari, sì certo.
Ma veniamo ai nostri Romaneschi: da le crocchiate salviti Rienzo.
Figlia, se tu ti diletti di mangiar pane e prevatura, e punte di spade e di picche per insalata condita ne le belle bravate che i lor bisavoli solevano fare ai bargelli, impacciati seco.
Infine il di del sacco ci cacò suso (con riverenzia parlando), e perciò papa Clemente non gli guatò mai più.
PIPPA.
Non vi scordate di Bologna: se non per altro, per amor del conte e del cavaliere già tutti di casa nostra.
NANNA.
Scordarmene ah? Che sarieno le stanze de le puttane senza l'ombra di quei loro sperticati fusti,
nati qui sol per far numero ed ombra,
disse la canzona? Parlo in quanto a l'amore, e non a l'armi.
Diceva frate Mariano, secondo che un bel pollastrone di.
XX.
anni tutto sua cosa mi raccontava, che mai vidde pazzi più paffuti né più ben vestiti.
Onde tu, Pippa, fagli festa come a riempitori de la corte che tu arai; e pigliati piacere di quella lor favella spensierata e dolciona: e non è in tutto in tutto senza utile cotal pratica; e saria utilissima più che niuna altra se si dilettassero di capre come si dilettano di capretti.
Il resto poi dei Lombardi lumaconi e farfalloni, tratta a la puttanesca, carpendone quel che tu puoi, e più presto, meglio: dando a ognuno del cavaliere e del conte nel mostaccio; e il "signor sì" e il "signor no" è il loro occhio.
E con tali qualche truffetta non guastaria la minestra; ed è onesto a fargliene e vantarsene ancora: perché anche essi truffano le povere cortigiane e poi se ne vantano per tutte le osterie dove alloggiano.
E acciò che tu sappi ciò che sia il truffare senza truffare, te ne vo' dir due non dette a l'Antonia cicalaccia: anzi me le ho riserbate in petto pei casi che potessero intravenire.
PIPPA.
Oh! io ho caro di saperle.
NANNA.
La prima truffa è bassa bassa, l'altra poi sarà alta alta.
E per venir a la dolce, dico che io aveva una putta che mi si morì di tredeci anni, tuffolotta tuffolotta, bella bellissima, astuta, trincata, cattiva al possibile, gazzolatrice Dio tel dica: una cotal volpetta, una cotal sottopiattoncella da fuggirla.
A costei insegnai io come ella dovesse fare a guadagnarmi, anzi a trafugarmi, i denari de le spese minute: e a che verso, Nanna? Imparato che ella ebbe a furar le grazie di chiunque mi capitava in casa, e domestico e forestiero, dando ciance ora a questo e ora a quello, di maniera che quello e questo non aveva altro giuoco che adastarla, io gli faceva tener in mano una scodella di porcellana spezzata in tre parti, e tosto che alcun gentiluomo bussava la porta ella tirando la corda si recava in capo la scala scapigliata, gridando con voce sommessa: "Oimè che io son morta, oimè che io sono spacciata", e facendo vista di volersene fuggir via, l'altra mia fante vecchia la teneva forte per un lembo de la gonnella dicendo: "Non far, non far, che la signora non ti farà male".
Il non-ci-pensa, vedutola così sottosopra, tutto scompigliato la piglia pel braccio con dire: "Che cosa è? di che piagni tu? di che gridi?"; ed ella: "Sciagurata me, che ho rotto questa che costò un ducato: lasciatemi andare, che mi ammazzarà se mi ci giugne".
E diceva così fatte bugie con una certa sorte di atti nuovi e con alcuni sospiri accorati e con una finzione di venir meno che aria mosso a compassione la giustizia del governator da la man mozza, non che il cavalier che veniva per cicalar meco: che mi stava a un fesso de la camera, con il grembiule in bocca per non esser sentita smascellare, mentre egli, più stretto che un pugno, le poneva in mano lo scudo, mettendolo a conto di limosina, e credeva crepare quando la vecchia gnele toglieva, e dandola giù per la scala, gli faceva credere di andare a ricomperarne un'altra.
PIPPA.
Che ladra.
NANNA.
In questo io compariva in sala, ed egli: "Io vengo a far riverenzia a vostra Signoria"; e pigliandomi la mano, me la basciucchiava bavosamente.
E postosi a giornear meco, stato così un terzo d'ora, la putta ne veniva a me con la sirocchia de la scodella rotta, e dicendomi "La vado a riporla in camera vostra", le diceva: "Che hai tu? che vuol dir che tu sei tutta accigliata?"; e la ghiottoncella marioletta lo accennava che non me dicessi la trama.
PIPPA.
Infine lo esser cortigiana va più oltre che il dottore.
NANNA.
E così, accoccandola a ognuno che veniva, tenendo ora un bicchiere, ora una tazza e ora un piattello in mano, traendo e quando due e quando quattro e quando cinque giuli di questa borsa e di quella, le spese minute de la mia casa facevano di belle sdravizze.
Ora a la grande.
PIPPA.
Ecco che io me la beo prima che la cominciate.
NANNA.
Un officiale, un che d'uffici aveva presso a duemilia ducati di camera d'entrata, era innamorato di me sì bestialmente che ne purgava i suoi peccati.
Costui spendeva a lune: e bisognava strologare, ti so dire, chi ne voleva cavare, quando egli non era in capriccio di darti.
E quello che più importava, la bizzarria nacque il dì che egli venne al mondo; e per ogni paroluzza non ispiccata a suo modo entrava su le furie, e il cacciar mano al pugnale e accostartelo fino in sul viso col taglio era la minor paura che ti facesse: e perciò le cortigiane lo fuggivano, come i villani la piova.
Io che ho dato la tema a rimpedulare, mi stava con lui a tutto pasto; e benché mi facesse dei suoi scherzi asinini, mi riparava saviamente, pensando sempre a fargliene una che scontasse il tutto.
A la fine tanto pensai che io la trovai: e che feci? Io mi fidai d'un dipintore: di maestro Andrea, io il dirò pure; e gliene diedi alcune fettucce, con patto che egli stesse a l'ordine: e nascoso sotto il mio letto, con i colori e coi pennelli, mi scolpisse un fregio nel viso quando fosse il tempo.
Mi apri' anco con mastro Mercurio buona memoria: so che lo conoscesti
PIPPA.
Conobbilo.
NANNA.
E gli dissi che, mandando per lui la tal sera, venisse a me con stoppa e uova: ed egli, per servirmi, non usci di casa il dì de la festa che io voleva fare.
Ora eccoti che maestro Andrea è sotto il letto, e mastro Mercurio in casa, e io con l'ufficiale a tavola; e avendo quasi finito di cenare, io gli mentovai un camarier del Reverendissimo, al qual non voleva che io favellasse per nulla, appunto per farlo uscire: né bisognò troppo levatura al levato, e dicendomi "Slandra, sfondata, bandiera", nel volere io cacciargliene in gola con la mentita, mi diede in una gota una cotal piattonata col pugnale, che me la fe' sentire.
E io che ne la gaglioffa aveva non so che lacca oliata datami da maestro Andrea, me ne imbratto le mani e fregomele al viso: e con le più terribili strida che cacciasse mai donna di parto, gli feci credere al fermo che il colpo fosse giunto di taglio.
Onde spaurito come uno che ammazza uno altro, datala a gambe, se ne fuggì al palazzo del cardinal Colonna; e serratosi ne la stanza d'un cortigiano suo amico, gridava pian piano: "Oimè, che io ho perduto la Nanna, Roma e gli uffici".
Intanto mi rinchiudo in camera con la mia fante vecchia solamente; e maestro Andrea scovato del nido, in un tratto mi dipinse un fregio a traverso la guancia dritta, che guardandomi io ne lo specchio, fui per cascar in angoscia del triemito.
In questo mastro Mercurio, chiamato da la trufaruola de la scodella spezzata, vien dentro con dir: "Non dubitate, che non ci è mal niuno", e dato agio a lo asciugar dei colori, acconciata la stoppa con olio rosato e chiara, e così fasciata la ferita con grazia e previlegio, e uscito in sala dove era concorso gran brigata, dice: "Ella non può campare"; e corsa la voce per tutta Roma, ne viene il sentore al micidiale che piangeva come un fanciul battuto.
Vien la mattina: ecco il medico, che tenendo una candeluzza da un danaio accesa in mano, leva la cura; talché non so quante persone che avevano messa la testa drento a l'uscio de la camera, che aveva serrate tutte le finestre, ne lagrimarono, e non so chi, non gli bastando l'animo di veder sì crudel ferita, stramortì vedendola: e così il romore era publico de la mia faccia, a la più trista, guasta per sempre.
E il malfattore, mandando denari, medicine e medici, cercava pure di ripararsi dal bargello, non si assicurando a fatto del favor colonnese.
Passati otto dì, faccio dar nome che io scampo: ma con un segno più aspro, a una cortigiana, che la morte; e l'amico a volerla acquetar con gli scudi; e mettendo mezzi di qua e mezzi di là, tanto adoprò amici e padroni, che io venni a lo accordo, non mi lasciando mai vedere se non da un certo monsignor di fava sbaccellata che il praticava.
Insomma cinquecento ducati si sborsarono per il danno e cinquant
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