DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO, di Niccolo' Machiavelli - pagina 10
...
.
Il che non so se si è mai intervenuto o se fusse possibile ch'egli intervenisse: perché e' si vede, come poco di sopra dissi, che una città venuta in declinazione per corruzione di materia, se mai occorre che la si rilievi, occorre per la virtù d'uno uomo che è vivo allora, non per la virtù dello universale che sostenga gli ordini buoni; e subito che quel tale è morto, la si ritorna nel suo pristino abito: come intervenne a Tebe, la quale, per la virtù di Epaminonda, mentre lui visse, potette tenere forma di republica e di imperio; ma, morto quello, la si ritornò ne' primi disordini suoi.
La cagione è, che non può essere uno uomo di tanta vita, che 'l tempo basti ad avvezzare bene una città lungo tempo male avvezza.
E se uno d'una lunghissima vita, o due successione virtuose continue, non la dispongano; come la manca di loro, come di sopra è detto, rovina, se già con dimolti pericoli e dimolto sangue e' non la facesse rinascere.
Perché tale corruzione e poca attitudine alla vita libera, nasce da una inequalità che è in quella città: e volendola ridurre equale, è necessario usare grandissimi straordinari, i quali pochi sanno o vogliono usare; come in altro luogo più particularmente si dirà.
18
In che modo nelle città corrotte
si potesse mantenere uno stato libero,
essendovi; o, non vi essendo,
ordinarvelo.
Io credo che non sia fuora di proposito, né disforme dal soprascritto discorso, considerare se in una città corrotta si può mantenere lo stato libero, sendovi; o quando e' non vi fusse, se vi si può ordinare.
Sopra la quale cosa, dico, come gli è molto difficile fare o l'uno o l'altro: e benché sia quasi impossibile darne regola, perché sarebbe necessario procedere secondo i gradi della corruzione; nondimanco, essendo bene ragionare d'ogni cosa, non voglio lasciare questa indietro.
E presupporrò una città corrottissima, donde verrò ad accrescere più tale difficultà; perché non si truovano né leggi né ordini che bastino a frenare una universale corruzione.
Perché, così come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi; così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de' buoni costumi.
Oltre a di questo, gli ordini e le leggi fatte in una republica nel nascimento suo, quando erano gli uomini buoni, non sono dipoi più a proposito, divenuti che ei sono rei.
E se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perché gli ordini, che stanno saldi, le corrompono.
E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in Roma era l'ordine del governo, o vero dello stato; e le leggi dipoi, che con i magistrati frenavano i cittadini.
L'ordine dello stato era l'autorità del Popolo, del Senato, de' Tribuni, de' Consoli, il modo di chiedere e del creare i magistrati, ed il modo di fare le leggi.
Questi ordini poco o nulla variarono negli accidenti.
Variarono le leggi che frenavano i cittadini; come fu la legge degli adulterii, la suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo che di mano in mano i cittadini diventavano corrotti.
Ma tenendo fermi gli ordini dello stato, che nella corruzione non erano più buoni, quelle legge, che si rinnovavano, non bastavano a mantenere gli uomini buoni, ma sarebbono bene giovate, se con la innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini.
E che sia il vero, che tali ordini nella città corrotta non fussero buoni, si vede espresso in doi capi principali, quanto al creare i magistrati e le leggi.
Non dava il popolo romano il consolato, e gli altri primi gradi della città, se non a quelli che lo domandavano.
Questo ordine fu, nel principio, buono, perché e' non gli domandavano se non quelli cittadini che se ne giudicavano degni ed averne la repulsa era ignominioso sì che, per esserne giudicati degni, ciascuno operava bene.
Diventò questo modo, poi, nella città corrotta, perniziosissimo; perché non quelli che avevano più virtù, ma quelli che avevano più potenza domandavano i magistrati; e gl'impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandarli, per paura.
Vennesi a questo inconveniente, non a un tratto, ma per i mezzi, come si cade in tutti gli altri inconvenienti: perché avendo i Romani domata l'Africa e l'Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ubbidienza, erano divenuti sicuri della libertà loro, né pareva loro avere più nimici che dovessono fare loro paura.
Questa sicurtà e questa debolezza de' nimici fece che il popolo romano, nel dare il consolato, non riguardava più la virtù, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio sapevano intrattenere gli uomini, non quelli che sapevano meglio vincere i nimici: dipoi da quelli che avevano più grazia, ei discesono a darlo a quegli che avevano più potenza; talché i buoni, per difetto di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi.
Poteva uno tribuno, e qualunque altro cittadino, preporre al Popolo una legge; sopra la quale ogni cittadino poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi che la si deliberasse.
Era questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni; perché sempre fu bene che ciascuno che intende uno bene per il publico lo possa preporre; ed è bene che ciascuno sopra quello possa dire l'opinione sua, acciocché il popolo, inteso ciascuno, possa poi eleggere il meglio.
Ma diventati i cittadini cattivi, diventò tale ordine pessimo; perché solo i potenti proponevono leggi, non per la comune libertà, ma per la potenza loro; e contro a quelle non poteva parlare alcuno, per paura di quelli: talché il popolo veniva o ingannato o sforzato a diliberare la sua rovina.
Era necessario, pertanto, a volere che Roma nella corruzione si mantenesse libera, che, così come aveva nel processo del vivere suo fatto nuove leggi, l'avesse fatto nuovi ordini: perché altri ordini e modi di vivere si debbe ordinare in uno suggetto cattivo, che in uno buono; né può essere la forma simile in una materia al tutto contraria.
Ma perché questi ordini, o e' si hanno a rinnovare tutti a un tratto, scoperti che sono non essere più buoni, o a poco a poco, in prima che si conoschino per ciascuno; dico che l'una e l'altra di queste due cose è quasi impossibile.
Perché, a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno prudente, che vegga questo inconveniente assai discosto, e quando e' nasce.
Di questi tali è facilissima cosa che in una città non ne surga mai nessuno: e quando pure ve ne surgessi, non potrebbe persuadere mai a altrui quello che egli proprio intendesse; perché gli uomini, usi a vivere in un modo, non lo vogliono variare; e tanto più non veggendo il male in viso, ma avendo a essere loro mostro per coniettura.
Quanto all'innovare questi ordini a un tratto, quando ciascuno conosce che non son buoni, dico che questa inutilità, che facilmente si conosce, è difficile a ricorreggerla; perché, a fare questo, non basta usare termini ordinari, essendo modi ordinari cattivi; ma è necessario venire allo straordinario, come è alla violenza ed all'armi, e diventare innanzi a ogni cosa principe di quella città, e poterne disporre a suo modo.
E perché il riordinare una città al vivere politico presuppone uno uomo buono, e il diventare per violenza principe di una republica presuppone uno uomo cattivo; per questo si troverrà che radissime volte accaggia che uno buono, per vie cattive, ancora che il fine suo fusse buono, voglia diventare principe; e che uno reo, divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nello animo usare quella autorità bene, che gli ha male acquistata.
Da tutte le soprascritte cose nasce la difficultà, o impossibilità, che è nelle città corrotte, a mantenervi una republica, o a crearvela di nuovo.
E quando pure la vi si avesse a creare o a mantenere, sarebbe necessario ridurla più verso lo stato regio, che verso lo stato popolare; acciocché quegli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenzia, non possono essere corretti, fussero da una podestà quasi regia in qualche modo frenati.
E a volergli fare per altre vie diventare buoni, sarebbe o crudelissima impresa o al tutto impossibile; come io dissi, di sopra, che fece Cleomene: il quale se, per essere solo, ammazzò gli Efori; e se Romolo, per le medesime cagioni, ammazzò il fratello e Tito Tazio Sabino, e dipoi usarono bene quella loro autorità; nondimeno si debbe avvertire che l'uno e l'altro di costoro non aveano il suggetto di quella corruzione macchiato, della quale in questo capitolo ragioniamo, e però poterono volere, e, volendo, colorire il disegno loro.
19
Dopo uno eccellente principe
si può mantenere uno principe debole;
ma, dopo uno debole, non si può
con un altro debole mantenere
alcuno regno.
Considerato la virtù ed il modo del procedere di Romolo, Numa e di Tullo, i primi tre re romani, si vede come Roma sortì una fortuna grandissima, avendo il primo re ferocissimo e bellicoso, l'altro quieto e religioso, il terzo simile di ferocità a Romolo, e più amatore della guerra che della pace.
Perché in Roma era necessario che surgesse ne' primi principii suoi un ordinatore del vivere civile, ma era bene poi necessario che gli altri re ripigliassero la virtù di Romolo; altrimenti quella città sarebbe diventata effeminata, e preda de' suoi vicini.
Donde si può notare che uno successore, non di tanta virtù quanto il primo, può mantenere uno stato per la virtù di colui che lo ha retto innanzi, e si può godere le sue fatiche: ma s'egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non surga un altro che ripigli la virtù di quel primo, è necessitato quel regno a rovinare.
Così, per il contrario, se dua, l'uno dopo l'altro, sono di gran virtù, si vede spesso che fanno cose grandissime, e che ne vanno con la fama in fino al cielo.
Davit, sanza dubbio, fu un uomo, per arme, per dottrina, per giudizio, eccellentissimo; e fu tanta la sua virtù, che, avendo vinti e battuti tutti i suoi vicini, lasciò a Salomone suo figliuolo uno regno pacifico: quale egli si potette con l'arte della pace, e non con la guerra, conservare; e si potette godere felicemente la virtù di suo padre.
Ma non potette già lasciarlo a Roboam suo figliuolo; il quale, non essendo per virtù simile allo avolo, né per fortuna simile al padre, rimase con fatica erede della sesta parte del regno.
Baisit, sultan de' Turchi, come che fussi più amatore della pace che della guerra, potette godersi le fatiche di Maumetto suo padre; il quale avendo, come Davit, battuto i suoi vicini, gli lasciò un regno fermo, e da poterlo con l'arte della pace facilmente conservare.
Ma se il figliuolo suo Salì, presente signore, fusse stato simile al padre, e non all'avolo, quel regno rovinava; ma e' si vede costui essere per superare la gloria dell'avolo.
Dico pertanto con questi esempli, che, dopo uno eccellente principe, si può mantenere uno principe debole; ma, dopo un debole, non si può, con un altro debole, mantenere alcun regno, se già e' non fusse come quello di Francia, che gli ordini suoi antichi lo mantenessero: e quelli principi sono deboli, che non stanno in su la guerra.
Conchiudo pertanto, con questo discorso, che la virtù di Romolo fu tanta, che la potette dare spazio a Numa Pompilio di potere molti anni con l'arte della pace reggere Roma: ma dopo lui successe Tullo, il quale per la sua ferocità riprese la riputazione di Romolo: dopo il quale venne Anco, in modo dalla natura dotato, che poteva usare la pace e sopportare la guerra.
E prima si dirizzò a volere tenere la via della pace, ma subito conobbe come i vicini, giudicandolo effeminato, lo stimavano poco: talmente che pensò che, a volere mantenere Roma, bisognava volgersi alla guerra, e somigliare Romolo, e non Numa.
Da questo piglino esemplo tutti i principi che tengono stato; che chi somiglierà Numa, lo terrà o non terrà, secondo che i tempi o la fortuna gli girerà sotto; ma chi somiglierà Romolo, e fia come esso armato di prudenza e d'armi, lo terrà in ogni modo, se da una ostinata ed eccessiva forza non gli è tolto.
E certamente si può stimare che, se Roma sortiva per terzo suo re un uomo che non sapesse con le armi renderle la sua riputazione non arebbe mai poi, o con grandissima difficultà, potuto pigliare piede, né fare quegli effetti ch'ella fece.
E così, in mentre che la visse sotto i re la portò questi pericoli di rovinare sotto uno re o debole o malvagio.
20
Dua continove successioni di principi
virtuosi fanno grandi effetti;
e come le republiche bene ordinate
hanno di necessità virtuose successioni,
e però gli acquisti ed augumenti loro
sono grandi.
Poiché Roma ebbe cacciati i re, mancò di quelli pericoli, i quali di sopra sono detti che la portava succedendo in lei uno re o debole o cattivo.
Perché la somma dello imperio si ridusse ne' consoli, i quali, non per eredità o per inganni o per ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a quello imperio, ed erono sempre uomini eccellentissimi: de' quali godendosi Roma la virtù, e la fortuna di tempo in tempo, poté venire a quella sua ultima grandezza in altrettanti anni che la era stata sotto i re.
Perché si vede, come due continove successioni di principi virtuosi sono sufficienti ad acquistare il mondo: come furano Filippo di Macedonia ed Alessandro Magno.
Il che tanto più debba fare una republica, avendo per il modo dello eleggere non solamente due successioni ma infiniti principi virtuosissimi che sono l'uno dell'altro successori: la quale virtuosa successione fia sempre in ogni republica bene ordinata.
21
Quanto biasimo meriti quel principe
e quella republica che manca
d'armi proprie.
Debbono i presenti principi e le moderne republiche, le quali circa le difese ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro medesime; e pensare con lo esemplo di Tullo, tale difetto essere, non per mancamento di uomini atti alla milizia, ma per colpa sua, che non han saputo fare i suoi uomini militari.
Perché Tullo, sendo stata Roma in pace quarant'anni, non trovò, succedendo egli nel regno, uomo che fusse stato mai in guerra: nondimeno, disegnando esso fare guerra, non pensò valersi né de' Sanniti, né de' Toscani, né di altri che fussero consueti stare nell'armi, ma diliberò, come uomo prudentissimo, di valersi de' suoi.
E fu tanta la sua virtù, che in un tratto, sotto il suo governo gli poté fare soldati eccellentissimi.
Ed è più vero che alcuna altra verità, che, se dove è uomini non è soldati, nasce per difetto del principe, e non per altro difetto o di sito o di natura.
Di che ce n'è un esemplo freschissimo.
Perché ognuno sa, come ne' prossimi tempi il re d'Inghilterra assaltò il regno di Francia, né prese altri soldati che popoli suoi; e, per essere stato quel regno più che trenta anni sanza fare guerra, non aveva né soldati né capitano che avesse mai militato: nondimeno, non dubitò con quelli assaltare uno regno pieno di capitani e di buoni eserciti, i quali erano stati continovamente sotto l'armi nelle guerre d'Italia.
Tutto nacque da essere quel re prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel tempo della pace non intermette gli ordini della guerra.
Pelopida ed Epaminonda tebani, poiché gli ebbero libera Tebe, e trattala della servitù dello imperio spartano, trovandosi in una città usa a servire, ed in mezzo di popoli effeminati; non dubitarono, tanta era la virtù loro, di ridurgli sotto l'armi, e con quelli andare a trovare alla campagna gli eserciti spartani, e vincergli: e chi ne scrive, dice come questi duoi in brieve tempo mostrarono che non solamente in Lacedemonia nascevano gli uomini da guerra, ma in ogni altra parte dove nascessi uomini, pure che si trovasse chi li sapesse indirizzare alla milizia, come si vede che Tullo seppe indirizzare i Romani.
E Virgilio non potrebbe meglio esprimere questa opinione, né con altre parole mostrare di accostarsi a quella, dove dice:
Desidesque movebit
Tullus in arma viros.
22
Quello che sia da notare nel caso
de' tre Orazii romani
e tre Curiazii albani.
Tullo re di Roma, e Mezio, re di Alba, convennero che quello popolo fusse signore dell'altro, di cui i soprascritti tre uomini vincessero.
Furono morti tutti i Curiazii albani, restò vivo uno degli Orazii romani: e per questo restò Mezio re albano, con il suo popolo suggetto a' Romani.
E tornando quello Orazio vincitore in Roma, scontrando una sua sorella, che era a uno de' tre Curiazii morti maritata, che piangeva la morte del marito, l'ammazzò.
Donde quello Orazio per questo fallo fu messo in giudizio, e dopo molte dispute fu libero, più per li prieghi del padre, che per li suoi meriti.
Dove sono da notare tre cose: l'una, che mai non si debbe con parte delle sue forze arrischiare tutta la sua fortuna; l'altra, che non mai in una città bene ordinata le colpe con gli meriti si ricompensano; la terza, che non mai sono i partiti savi, dove si debba o possa dubitare della inosservanza.
Perché, gl'importa tanto a una città lo essere serva, che mai non si doveva credere che alcuno di quelli re o di quelli popoli stessero contenti che tre loro cittadini gli avessero sottomessi: come si vide che volle fare Mezio, il quale, benché subito dopo la vittoria de' Romani si confessassi vinto, e promettessi la ubbidienza a Tullo, nondimeno nella prima espedizione che gli ebbero a convenire contro a' Veienti, si vide come ei cercò d'ingannarlo; come quello che tardi si era avveduto della temerità del partito preso da lui.
E perché di questo terzo notabile se n'è parlato assai, parlereno solo degli altri due ne' seguenti duoi capitoli.
23
Che non si debbe mettere a pericolo
tutta la fortuna e non tutte le forze;
e, per questo, spesso il guardare
i passi è dannoso.
Non fu mai giudicato partito savio mettere a pericolo tutta la fortuna tua e non tutte le forze.
Questo si fa in più modi.
L'uno è faccendo come Tullo e Mezio, quando e' commissono la fortuna tutta della patria loro, e la virtù di tanti uomini quanti aveva l'uno e l'altro di costoro negli eserciti suoi alla virtù e fortuna di tre de' loro cittadini, che veniva a essere una minima parte delle forze di ciascuno di loro.
Né si avvidono, come per questo partito tutta la fatica che avevano durata i loro antecessori nell'ordinare la republica, per farla vivere lungamente libera e per fare i suoi cittadini difensori della loro libertà, era quasi che stata vana, stando nella potenza di sì pochi a perderla.
La quale cosa da quelli re non poté essere peggio considerata.
Cadesi ancora in questo inconveniente quasi sempre per coloro, che, venendo il nimico, disegnano di tenere i luoghi difficili, e guardare i passi: perché quasi sempre questa diliberazione sarà dannosa, se già in quello luogo difficile commodamente tu non potesse tenere tutte le forze tue.
In questo caso, tale partito è da prendere; ma sendo il luogo aspro, e non vi potendo tenere tutte le forze, il partito è dannoso.
Questo mi fa giudicare così lo esemplo di coloro, che, essendo assaltati da un inimico potente, ed essendo il paese loro circundato da' monti e luoghi alpestri, non hanno mai tentato di combattere il nimico in su' passi ed in su' monti, ma sono iti a rincontrarlo di là da essi; o, quando non hanno voluto fare questo, lo hanno aspettato dentro a essi monti, in luoghi benigni e non alpestri.
E la cagione ne è stata la preallegata: perché, non si potendo condurre alla guardia de' luoghi alpestri molti uomini, sì per non vi potere vivere lungo tempo, sì per essere i luoghi stretti e capaci di pochi, non è possibile sostenere uno inimico che venga grosso a urtarti: ed al nimico è facile il venire grosso perché la intenzione sua è passare, e non fermarsi, ed a chi l'aspetta è impossibile aspettarlo grosso, avendo ad alloggiarsi per più tempo, non sappiendo quando il nimico voglia passare in luoghi, come io ho detto, stretti e sterili.
Perdendo, adunque, quel passo che tu ti avevi presupposto tenere, e nel quale i tuoi popoli e lo esercito tuo confidava, entra il più delle volte ne' popoli e nel residuo delle genti tua tanto terrore, che, sanza potere esperimentare la virtù d'esse, rimani perdente; e così vieni a avere perduta tutta la tua fortuna con parte delle tue forze.
Ciascuno sa con quanta difficultà Annibale passasse l'alpe che dividono la Lombardia dalla Francia, e con quanta difficultà passasse quelle che dividono la Lombardia dalla Toscana: nondimeno i Romani l'aspettarono prima in sul Tesino, e dipoi nel piano d'Arezzo: e vollon, più tosto, che il loro esercito fusse consumato da il nimico nelli luoghi dove poteva vincere, che condurlo su per l'alpe a essere distrutto dalla malignità del sito.
E chi leggerà sensatamente tutte le istorie, troverrà pochissimi virtuosi capitani avere tentato di tenere simili passi, e per le ragioni dette, e perché e' non si possono chiudere tutti, sendo i monti come campagne, ed avendo non solamente le vie consuete e frequentate, ma molte altre le quali, se non sono note a' forestieri, sono note a paesani; con l'aiuto de' quali sempre sarai condotto in qualunque luogo, contro alla voglia di chi ti si oppone.
Di che se ne può addurre uno freschissimo esemplo, nel 1515.
Quando Francesco re di Francia disegnava passare in Italia per la recuperazione dello stato di Lombardia, il maggior fondamento che facevono coloro ch'erano alla sua impresa contrari, era che gli Svizzeri lo terrebbono a' passi in su' monti.
E, come per esperienza poi si vidde, quel loro fondamento restò vano: perché, lasciato quel Re da parte dua o tre luoghi guardati da loro, se ne venne per un'altra via incognita; e fu prima in Italia, e loro apresso, che lo avessono presentito.
Talché loro sbigottiti si ritirarono in Milano, e tutti i popoli di Lombardia si accostarono alle genti franciose; sendo mancati di quella opinione avevano, che i Franciosi devessono essere ritenuti in su' monti.
24
Le republiche bene ordinate
costituiscono premii e pene
a' loro cittadini, né compensono mai
l'uno con l'altro.
Erano stati i meriti di Orazio grandissimi, avendo con la sua virtù vinti i Curiazii: era stato il fallo suo atroce, avendo morto la sorella: nondimeno dispiacque tanto tale omicidio a' Romani, che lo condussono a disputare della vita, non ostante che gli meriti suoi fossero tanto grandi e sì freschi.
La quale cosa, a chi superficialmente la considerasse, parrebbe un esemplo d'ingratitudine popolare: nondimeno, chi la esamina meglio e con migliore considerazione ricerca quali debbono essere gli ordini delle republiche, biasimerà quel popolo più tosto per averlo assoluto che per averlo voluto condannare.
E la ragione è questa, che nessuna republica bene ordinata non mai cancellò i demeriti con gli meriti de' suoi cittadini; ma avendo ordinati i premii a una buona opera e le pene a una cattiva ed avendo premiato uno per avere bene operato, se quel medesimo opera dipoi male, lo gastiga, sanza avere riguardo alcuno alle sue buone opere.
E quando questi ordini sono bene osservati, una città vive libera molto tempo: altrimenti sempre rovinerà tosto.
Perché, se a un cittadino che abbia fatto qualche egregia opera per la città, si aggiugne, oltre alla riputazione che quella cosa gli arreca, una audacia e confidenza di poter, senza temere pena, fare qualche opera non buona, diventerà in brieve tempo tanto insolente che si risolverà ogni civilità.
È bene necessario, volendo che sia tenuta la pena per le malvagie opere, osservare i premii per le buone, come si vide che fece Roma.
E benché una republica sia povera, e possa dare poco, debbe da quel poco non astenersi, perché sempre ogni piccol dono, dato ad alcuno per ricompenso di bene ancora che grande, sarà stimato, da chi lo riceve, onorevole e grandissimo.
È notissima la istoria di Orazio Cocle, e quella di Muzio Scevola: come l'uno sostenne i nimici sopra un ponte, tanto che si tagliasse; l'altro si arse la mano, che aveva errato, volendo ammazzare Porsenna, re degli Toscani.
A costoro per queste due opere tanto egregie fu donato dal pubblico due staiora di terra per ciascuno.
È nota ancora la istoria di Manlio Capitolino.
A costui, per avere salvato il Campidoglio da' Franciosi che vi erano a campo, fu dato, da quelli che insieme con lui vi erano assediati dentro, una piccola misura di farina.
Il quale premio, secondo la fortuna che allora correva in Roma fu grande; e di qualità che, mosso poi Manlio o da invidia o dalla sua cattiva natura, a fare nascere sedizione in Roma e cercando guadagnarsi il popolo, fu, sanza rispetto alcuno de' suoi meriti, gittato precipite da quello Campidoglio che esso prima, con tanta sua gloria, avea salvo.
25
Chi vuole riformare uno stato anticato
in una città libera,
ritenga almeno l'ombra de' modi antichi.
Colui che desidera o che vuole riformare uno stato d'una città, a volere che sia accetto, e poterlo con satisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l'ombra almanco de' modi antichi, acciò che a' popoli non paia avere mutato ordine, ancorché, in fatto, gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perché lo universale degli uomini si pascono così di quel che pare come di quello che è: anzi, molte volte si muovono più per le cose che paiono che per quelle che sono.
Per questa cagione i Romani, conoscendo nel principio del loro vivere libero questa necessità, avendo in cambio d'uno re creati duoi consoli, non vollono ch'egli avessono più che dodici littori, per non passare il numero di quelli che ministravano ai re.
Oltre a di questo, faccendosi in Roma uno sacrificio anniversario, il quale non poteva essere fatto se non dalla persona del re, e volendo i Romani che quel popolo non avesse a desiderare per la assenzia degli re alcuna cosa delle antiche; crearono uno capo di detto sacrificio, il quale loro chiamarono Re Sacrificulo, e sottomessonlo al sommo Sacerdote: talmente che quel popolo per questa via venne a sodisfarsi di quel sacrificio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di disiderare la ritornata de' re.
E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono scancellare un antico vivere in una città, e ridurla a uno vivere nuovo e libero: perché, alterando le cose nuove le menti degli uomini, ti debbi ingegnare che quelle alterazioni ritenghino più dello antico sia possibile; e se i magistrati variano, e di numero e d'autorità e di tempo, degli antichi, che almeno ritenghino il nome.
E questo, come ho detto, debbe osservare colui che vuole ordinare uno vivere politico, o per via di republica o di regno: ma quello che vuole fare una potestà assoluta, la quale dagli autori è chiamata tirannide, debbe rinnovare ogni cosa, come nel seguente capitolo si dirà.
26
Uno principe nuovo, in una città
o provincia presa da lui,
debbe fare ogni cosa nuova.
Qualunque diventa principe o d'una città o d'uno stato, e tanto più quando i fondamenti suoi fussono deboli e non si volga o per via di regno o di republica alla vita civile, il megliore rimedio che egli abbia, a tenere quel principato, è, sendo egli nuovo principe, fare ogni cosa, in quello stato, di nuovo: come è, nelle città, fare nuovi governi con nuovi nomi, con nuove autorità, con nuovi uomini; fare i ricchi poveri, i poveri ricchi come fece Davit quando ei diventò re: «qui esurientes implevit bonis, et divites dimisit inanes»; edificare, oltra di questo, nuove città, disfare delle edificate, cambiare gli abitatori da un luogo a un altro; ed in somma, non lasciare cosa niuna intatta in quella provincia e che non vi sia né grado, né ordine né stato, né ricchezza, che chi la tiene non la riconosca da te; e pigliare per sua mira Filippo di Macedonia, padre di Alessandro, il quale, con questi modi, di piccol re, diventò principe di Grecia.
E chi scrive di lui, dice che tramutava gli uomini di provincia in provincia, come e' mandriani tramutano le mandrie loro.
Sono questi modi crudelissimi, e nimici d'ogni vivere, non solamente cristiano, ma umano; e debbegli qualunque uomo fuggire, e volere piuttosto vivere privato, che re con tanta rovina degli uomini; nondimeno, colui che non vuole pigliare quella prima via del bene, quando si voglia mantenere conviene che entri in questo male.
Ma gli uomini pigliono certe vie del mezzo, che sono dannosissime; perché non sanno essere né tutti cattivi né tutti buoni: come nel seguente capitolo, per esemplo, si mosterrà.
27
Sanno rarissime volte gli uomini
essere al tutto cattivi o al tutto buoni.
Papa Iulio secondo, andando nel 1505 a Bologna, per cacciare di quello stato la casa de' Bentivogli, la quale aveva tenuto il principato di quella città cento anni, voleva ancora trarre Giovampagolo Baglioni di Perugia, della quale era tiranno, come quello che aveva congiurato contro a tutti i tiranni che occupavano le terre della Chiesa.
E pervenuto presso a Perugia con questo animo e deliberazione, nota a ciascuno, non aspettò di entrare in quella città con lo esercito suo, che lo guardasse, ma vi entrò disarmato, non ostante vi fusse drento Giovampagolo con gente assai, quale per difesa di sé aveva ragunata.
Sì che, portato da quel furore con il quale governava tutte le cose, con la semplice sua guardia si rimisse nelle mani del nimico; il quale dipoi ne menò seco, lasciando un governatore in quella città, che rendesse ragione per la Chiesa.
Fu notata, dagli uomini prudenti che col papa erano, la temerità del papa e la viltà di Giovampagolo; né potevono estimare donde si venisse che quello non avesse, con sua perpetua fama, oppresso ad un tratto il nimico suo, e sé arricchito di preda, sendo col papa tutti li cardinali, con tutte le loro delizie.
Né si poteva credere si fusse astenuto o per bontà o per conscienza che lo ritenesse; perché in uno petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, che aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcun pietoso rispetto: ma si conchiuse, nascesse che gli uomini non sanno essere onorevolmente cattivi, o perfettamente buoni, e, come una malizia ha in sé grandezza, o è in alcuna parte generosa, e' non vi sanno entrare.
Così Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e publico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendone giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di sé lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro a' prelati, quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro ed avessi fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, che da quella potesse dependere.
28
Per quale cagione i Romani
furono meno ingrati contro agli loro
cittadini che gli Ateniesi.
Qualunque legge le cose fatte dalle republiche, troverrà in tutte qualche spezie d'ingratitudine contro a' suoi cittadini: ma ne troverrà meno in Roma che in Atene, e per avventura in qualunque altra republica.
E ricercando la cagione di questo, parlando di Roma e d'Atene credo accadessi perché i Romani avevano meno cagione di sospettare de' suoi cittadini, che gli Ateniesi.
Perché a Roma, ragionando di lei dalla cacciata de' Re infino a Silla e Mario, non fu mai tolta la libertà da alcuno suo cittadino in modo che in lei non era grande cagione di sospettare di loro, e, per conseguente, di offendergli inconsideratamente.
Intervenne bene ad Atene il contrario; perché, sendogli tolta la libertà da Pisistrato nel suo più florido tempo, e sotto uno inganno di bontà; come prima la diventò poi libera, ricordandosi delle ingiurie ricevute e della passata servitù, diventò prontissima vendicatrice, non solamente degli errori, ma della ombra degli errori de' suoi cittadini.
Quinci nacque lo esilio e la morte di tanti eccellenti uomini, quinci l'ordine dell'ostracismo, ed ogni altra violenza che contro a' suoi ottimati in varii tempi da quella città fu fatta.
Ed è verissimo quello che dicono questi scrittori della civilità: che i popoli mordono più fieramente poi ch'egli hanno recuperata la libertà, che poi che l'hanno conservata.
Chi considererà, adunque, quanto è detto, non biasimerà in questo Atene, né lauderà Roma; ma ne accuserà solo la necessità, per la diversità degli accidenti che in queste città nacquero.
Perché si vedrà, chi considererà le cose sottilmente che, se a Roma fusse stata tolta la libertà come a Atene, non sarebbe stata Roma più pia verso i suoi cittadini, che si fusse quella.
Di che si può fare verissima coniettura per quello che occorse, dopo la cacciata de' re, contro a Collatino ed a Publio Valerio: de' quali il primo, ancora che si trovasse a liberare Roma, fu mandato in esilio non per altra cagione che per tenere il nome de' Tarquinii; l'altro, avendo solo dato di sé sospetto per edificare una casa in sul monte Celio, fu ancora per esser fatto esule.
Talché si può stimare, veduto quanto Roma fu in questi due sospettosa e severa, che l'arebbe usata la ingratitudine come Atene, se da' suoi cittadini come quella, ne' primi tempi ed innanzi allo augumento suo, fusse stata ingiuriata.
E per non avere a tornare più sopra questa materia della ingratitudine, ne dirò, quello ne occorrerà, nel seguente capitolo.
29
Quale sia più ingrato,
o uno popolo o uno principe.
Egli mi pare, a proposito della soprascritta materia, da discorrere quale usi con maggiori esempli questa ingratitudine, o uno popolo o uno principe.
E per disputare meglio questa parte, dico, come questo vizio della ingratitudine nasce o dall'avarizia o da il sospetto.
Perché, quando o uno popolo o uno principe ha mandato fuori uno suo capitano in una espedizione importante, dove quel capitano, vincendola, ne abbi acquistata assai gloria, quel principe o quel popolo è tenuto allo incontro a premiarlo: e se, in cambio di premio, o e' lo disonora o e' l'offende, mosso dall'avarizia, non volendo, ritenuto da questa cupidità, satisfarli; fa uno errore che non ha scusa, anzi si tira dietro una infamia eterna.
Pure si truova molti principi che ci peccono.
E Cornelio Tacito dice, con questa sentenzia, la cagione: «Proclivius est iniuriae, quam beneficio vicem exsolvere, quia gratia oneri, ultio in questu habetur».
Ma quando ei non lo premia, o, a dir meglio, l'offende, non mosso da avarizia ma da sospetto, allora merita, e il popolo e il principe, qualche scusa.
E di queste ingratitudini, usate per tale cagione, se ne legge assai: perché quello capitano il quale virtuosamente ha acquistato uno imperio al suo signore, superando i nimici, e riempiendo sé di gloria e gli suoi soldati di ricchezze, di necessità, e con i soldati suoi, e con i nimici, e con i sudditi propri di quel principe, acquista tanta riputazione, che quella vittoria non può sapere di buono a quel signore che lo ha mandato.
E perché la natura degli uomini è ambiziosa e sospettosa, e non sa porre modo a nessuna sua fortuna, è impossibile che quel sospetto che subito nasce nel principe dopo la vittoria di quel suo capitano, non sia da quel medesimo accresciuto per qualche suo modo o termine usato insolentemente.
Talché il principe non può pensare a altro che assicurarsene: e, per fare questo, ei pensa o di farlo morire o di torgli la riputazione, che si ha guadagnata nel suo esercito o ne' suoi popoli; e con ogni industria mostrare che quella vittoria è nata non per la virtù di quello ma per fortuna, o per viltà de' nimici, o per prudenza degli altri capi che sono stati seco in tale fazione.
Poiché Vespasiano, sendo in Giudea fu dichiarato dal suo esercito imperadore, Antonio Primo, che si trovava con un altro esercito in Illiria, prese le parti sue, e vennene in Italia contro a Vitellio, quale regnava a Roma, e virtuosissimamente ruppe dua eserciti Vitelliani, e occupò Roma, talché Muziano, mandato da Vespasiano, trovò, per la virtù d'Antonio, acquistato il tutto, e vinta ogni difficultà.
Il premio che Antonio ne riportò, fu che Muziano gli tolse subito la ubbidienza dello esercito, e a poco a poco lo ridusse in Roma sanza alcuna autorità: talché Antonio ne andò a trovare Vespasiano, quale era ancora in Asia, dal quale fu in modo ricevuto, che, in breve tempo, ridotto in nessuno grado, quasi disperato morì.
E di questi esempli ne sono piene le istorie.
Ne' nostri tempi, ciascuno che al presente vive, sa con quanta industria e virtù Consalvo Ferrante, militando nel regno di Napoli contro a' Franciosi, per Ferrando re di Ragona, conquistassi e vincessi quel regno; e come, per premio di vittoria, ne riportò che Ferrando si partì da Ragona, e, venuto a Napoli, in prima gli levò la ubbidienza delle genti d'armi, dipoi gli tolse le fortezze, ed appresso lo menò seco in Spagna; dove, poco tempo poi, inonorato, morì.
È tanto, dunque, naturale questo sospetto ne' principi, che non se ne possono difendere; ed è impossibile ch'egli usino gratitudine a quelli che con vittoria hanno fatto, sotto le insegne loro, grandi acquisti.
E da quello che non si difende un principe, non è miracolo, né cosa degna di maggior memoria, se uno popolo non se ne difende.
Perché, avendo una città che vive libera, duoi fini, l'uno lo acquistare, l'altro il mantenersi libera; conviene che nell'una cosa e nell'altra per troppo amore erri.
Quanto agli errori nello acquistare, se ne dirà nel luogo suo.
Quanto agli errori per mantenersi libera, sono, intra gli altri, questi: di offendere quegli cittadini che la doverrebbe premiare; avere sospetto di quegli in cui la si doverrebbe confidare.
E benché questi modi in una republica venuta alla corruzione sieno cagione di gran mali, e che molte volte piuttosto la viene alla tirannide, come intervenne a Roma di Cesare, che per forza si tolse quello che la ingratitudine gli negava; nondimeno in una republica non corrotta sono cagione di gran beni, e fanno che la ne vive libera; più mantenendosi, per paura di punizione, gli uomini migliori e meno ambiziosi.
Vero è che infra tutti i popoli che mai ebbero imperio, per le cagioni di sopra discorse, Roma fu la meno ingrata: perché della sua ingratitudine si può dire che non ci sia altro esemplo che quello di Scipione; perché Coriolano e Cammillo furono fatti esuli per ingiuria che l'uno e l'altro avea fatto alla plebe.
Ma all'uno non fu perdonato, per aversi sempre riserbato contro al popolo l'animo inimico; l'altro, non solamente fu richiamato, ma per tutti i tempi della sua vita adorato come principe.
Ma la ingratitudine usata a Scipione nacque da uno sospetto che i cittadini cominciarono avere di lui, che degli altri non si era avuto: il quale nacque dalla grandezza del nimico che Scipione aveva vinto, dalla riputazione che gli aveva data la vittoria di sì lunga e pericolosa guerra, dalla celerità di essa, dai favori che la gioventù, la prudenza, e le altre sue memorabili virtudi gli acquistavano.
Le quali cose furono tante, che, non che altro, i magistrati di Roma temevano della sua autorità: la quale cosa dispiaceva agli uomini savi, come cosa inusitata in Roma.
E parve tanto straordinario il vivere suo, che Catone Prisco, riputato santo, fu il primo a fargli contro; e a dire che una città non si poteva chiamare libera, dove era uno cittadino che fusse temuto dai magistrati.
Talché se il popolo di Roma seguì in questo caso la opinione di Catone, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare quegli popoli e quegli principi che per sospetto sono ingrati.
Conchiudendo adunque questo discorso, dico che, usandosi questo vizio della ingratitudine o per avarizia o per sospetto, si vedrà come i popoli non mai per avarizia la usarono, e per sospetto assai manco che i principi, avendo meno cagione di sospettare: come di sotto si dirà.
30
Quali modi debbe usare uno principe
o una republica per fuggire questo vizio
della ingratitudine; e quali quel capitano
o quel cittadino per non essere oppresso
da quella.
Uno principe, per fuggire questa necessità di avere a vivere con sospetto, o essere ingrato, debbe personalmente andare nelle espedizioni, come facevono nel principio quegli imperadori romani, come fa ne' tempi nostri il Turco, e come hanno fatto e fanno quegli che sono virtuosi.
Perché, vincendo, la gloria e lo acquisto è tutto loro, e quando ei non vi sono, sendo la gloria d'altrui, non par loro potere usare quello acquisto, se non spengano in altrui quella gloria che loro non hanno saputo guadagnarsi; e diventono ingrati ed ingiusti: e sanza dubbio è maggiore la loro perdita che il guadagno.
Ma quando, o per negligenza o per poca prudenza, e' si rimangono a casa oziosi, e mandano uno capitano; io non ho che precetto dare loro, altro che quello che per loro medesimi si sanno.
Ma dico bene a quel capitano, giudicando io che non possa fuggire i morsi della ingratitudine, che facci una delle due cose: o subito dopo la vittoria lasci lo esercito, e rimettasi nelle mani del suo principe, guardandosi da ogni atto insolente o ambizioso, acciocché quello, spogliato d'ogni sospetto, abbia cagione o di premiarlo o di non lo offendere; o, quando questo non gli paia di fare, prenda animosamente la parte contraria, e tenga tutti quelli modi per li quali creda che quello acquisto sia suo proprio e non del principe suo, faccendosi benivoli i soldati ed i sudditi; e facci nuove amicizie co' vicini, occupi con li suoi uomini le fortezze, corrompa i principi del suo esercito, e di quelli che non può corrompere si assicuri; e per questi modi cerchi di punire il suo signore di quella ingratitudine che esso gli userebbe.
Altre vie non ci sono: ma, come di sopra si disse, gli uomini non sanno essere né al tutto tristi, né al tutto buoni; e sempre interviene che, subito dopo la vittoria, lasciare lo esercito non vogliono, portarsi modestamente non possono, usare termini violenti e che abbiano in sé l'onorevole non sanno; talché, stando ambigui, intra quella loro dimora ed ambiguità, sono oppressi.
Quanto a una republica, volendo fuggire questo vizio dello ingrato, non si può dare il medesimo rimedio che al principe; cioè che vadia, e non mandi, nelle espedizioni sue, sendo necessitata a mandare uno suo cittadino.
Conviene, pertanto, che per rimedio io le dia, che la tenga i medesimi modi che tenne la Republica romana a essere meno ingrata che l'altre.
Il che nacque dai modi del suo governo.
Perché, adoperandosi tutta la città, e gli nobili e gli ignobili, nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni età tanti uomini virtuosi, ed ornati di varie vittorie, che il popolo non aveva cagione di dubitare d'alcuno di loro, sendo assai, e guardando l'uno l'altro.
E in tanto si mantenevano interi e respettivi di non dare ombra di alcuna ambizione né cagione al popolo, come ambiziosi, l'offendergli, che, venendo alla dittatura quello maggiore gloria ne riportava che più tosto la diponeva.
E così, non potendo simili modi generare sospetto, non generavano ingratitudine.
In modo che, una republica che non voglia avere cagione d'essere ingrata, si debba governare come Roma, e uno cittadino che voglia fuggire quelli suoi morsi, debbe osservare i termini osservati da' cittadini romani.
31
Che i capitani romani per errore
commesso non furano mai
istraordinariamente puniti; né furano
mai ancora puniti
quando per la ignoranza loro
o tristi partiti presi da loro
ne fusse seguiti danni alla republica.
I Romani non solamente, come di sopra avemo discorso, furano manco ingrati che l'altre republiche, ma ancora furano più pii e più rispettivi nella punizione de' loro capitani degli eserciti che alcuna altra.
Perché se il loro errore fusse stato per malizia, e' lo gastigavano umanamente; se gli era per ignoranza, non che lo punissono, e' lo premiavano ed onoravano.
Questo modo del procedere era bene considerato da loro: perché e' giudicavano che fusse di tanta importanza, a quelli che governavano gli eserciti loro, lo avere l'animo libero ed espedito, e sanza altri estrinseci rispetti nel pigliare i partiti, che non volevono aggiugnere, a una cosa per sé stessa difficile e pericolosa, nuove difficultà e pericoli; pensando che, aggiugnendoveli, nessuno potessi essere che operassi mai virtuosamente.
Verbigrazia, e' mandavano uno esercito in Grecia contro a Filippo di Macedonia, o in Italia contro a Annibale, o contro a quelli popoli che vinsono prima.
Era, questo capitano che era preposto a tale espedizione, angustiato da tutte quelle cure che si arrecavano dietro quelle faccende, le quali sono gravi e importantissime.
Ora, se a tali cure si fussi aggiunto più esempli de' Romani ch'eglino avessono crucifissi o altrimenti morti quelli che avessono perdute le giornate, egli era inpossibile che quello capitano intra tanti sospetti potessi deliberare strenuamente.
Però, giudicando essi che a questi tali fusse assai pena la ignominia dello avere perduto, non li vollono con altra maggiore pena sbigottire.
Uno esemplo ci è, quanto allo errore commesso non per ignoranza.
Erano Sergio e Virginio a campo a Veio, ciascuno preposto a una parte dello esercito; de' quali Sergio era all'incontro donde potevono venire i Toscani, e Virginio dall'altra parte.
Occorse che, sendo assaltato Sergio da' Falisci e da altri popoli, sopportò di essere rotto e fugato prima che mandare per aiuto a Virginio.
E dall'altra parte Virginio, aspettando che si umiliasse, volle più tosto vedere il disonore della patria sua e la rovina di quello esercito, che soccorrerlo.
Caso veramente malvagio e degno d'essere notato, e da fare non buona coniettura della Republica romana, se l'uno o l'altro non fussono stati gastigati.
Vero è che, dove un'altra republica gli averebbe puniti di pena capitale, quella gli punì in denari.
Il che nacque non perché i peccati loro non meritassono maggiore punizione, ma perché gli Romani vollono in questo caso, per le ragioni già dette, mantenere gli antichi costumi loro.
E quando agli errori per ignoranza, non ci è il più bello esemplo che quello di Varrone: per la temerità del quale sendo rotti i Romani a Canne da Annibale, dove quella Republica portò pericolo della sua libertà; nondimeno, perché vi fu ignoranza e non malizia, non solamente non lo gastigarono ma lo onorarono; e gli andò incontro, nella tornata sua in Roma, tutto l'ordine senatorio: e non lo potendo ringraziare della zuffa, lo ringraziarono ch'egli era tornato in Roma, e non si era disperato delle cose romane.
Quando Papirio Cursore voleva fare morire Fabio, per avere, contro al suo comandamento, combattuto co' Sanniti; intra le altre ragioni che dal padre di Fabio erano assegnate contro alla ostinazione del dittatore, era che il popolo romano in alcuna perdita de' suoi capitani non aveva fatto mai quello che Papirio nelle vittorie voleva fare.
32
Una republica o uno principe
non debbe differire
a beneficare gli uomini
nelle sue necessitadi.
Ancora che ai Romani succedesse felicemente essere liberali al popolo, sopravvenendo il pericolo, quando Porsenna venne a assaltare Roma per rimettere i Tarquinii; dove il Senato, dubitando della plebe, che la non volesse più tosto accettare i re che sostenere la guerra, per assicurarsene la sgravò delle gabelle del sale, e d'ogni gravezza, dicendo come i poveri assai operavano in beneficio publico se ei nutrivono i loro figliuoli; e che per questo beneficio quel popolo si esponessi a sopportare ossidione, fame e guerra; non sia alcuno che, confidatosi in questo esemplo, differisca ne' tempi de' pericoli a guadagnarsi il popolo; però che mai gli riuscirà quello che riuscì ai Romani.
Perché l'universale giudicherà non avere quel bene da te, ma dagli avversari tuoi, e dovendo temere che, passata la necessità, tu ritolga loro quello che hai forzatamente loro dato, non arà teco obligo alcuno.
E la cagione perché a' Romani tornò bene questo partito, fu perché lo stato era nuovo, e non per ancora fermo; e aveva veduto quel popolo, come innanzi si erano fatte leggi in beneficio suo, come quella dell'appellagione alla plebe; in modo che ei potette persuadersi che quel bene gli era fatto, non era tanto causato dalla venuta dei nimici, quanto dalla disposizione del Senato in beneficarli.
Oltre a questo, la memoria dei re era fresca, dai quali erano stati in molti modi vilipesi e ingiuriati.
E perché simili cagioni accaggiono rade volte, occorrerà ancora rade volte che simili rimedi giovino.
Però, debbe qualunque tiene stato, così republica come principe, considerare innanzi, quali tempi gli possono venire addosso contrari, e di quali uomini ne' tempi avversi si può avere di bisogno; e dipoi vivere con loro in quello modo che giudica, sopravvegnente qualunque caso, essere necessitato vivere.
E quello che altrimenti si governa, o principe o republica, e massime un principe, e poi in sul fatto crede, quando il pericolo sopravviene, con i beneficii riguadagnarsi gli uomini, se ne inganna: perché, non solamente non se ne assicura, ma accelera la sua rovina.
33
Quando uno inconveniente è cresciuto
o in uno stato o contro a uno stato,
è più salutifero partito temporeggiarlo
che urtarlo.
Crescendo la Republica romana in riputazione, forze ed imperio, i vicini, i quali prima non avevano pensato quanto quella nuova republica potesse arrecare loro di danno, cominciarono, ma tardi, a conoscere lo errore loro; e volendo rimediare a quello che prima non aveano rimediato, congiurarono bene quaranta popoli contro a Roma: donde i Romani intra gli altri rimedii soliti farsi da loro negli urgenti pericoli, si volsono a creare il Dittatore, cioè dare potestà a uno uomo che sanza alcuna consulta potesse diliberare, e sanza alcuna appellagione potesse esequire le sue diliberazioni.
Il quale rimedio, come allora fu utile, e fu cagione che vincessero i soprastanti pericoli, così fu sempre utilissimo in tutti quegli accidenti che, nello augumento dello imperio, in qualunque tempo surgessono contro alla Republica.
Sopra il quale accidente è da discorrere prima, come, quando uno inconveniente, che surga o in una republica o contro a una republica, causato da cagione intrinseca o estrinseca, è diventato tanto grande che e' cominci a fare paura a ciascuno, è molto più sicuro partito temporeggiarsi con quello, che tentare di estinguerlo.
Perché, quasi sempre, coloro che tentano di ammorzarlo fanno le sue forze maggiori, e fanno accelerare quel male che da quello si sospettava.
E di questi simili accidenti ne nasce nella republica più spesso per cagione intrinseca che estrinseca: dove molte volte, o e' si lascia pigliare ad uno cittadino più forze che non è ragionevole, o e' si comincia a corrompere una legge, la quale è il nervo e la vita del vivere libero; e lasciasi trascorrere questo errore in tanto, che gli è più dannoso partito il volere rimediare che lasciarlo seguire.
E tanto è più difficile il conoscere questi inconvenienti quando e' nascono, quanto e' pare più naturale agli uomini favorire sempre i principii delle cose: e tali favori possano, più che in alcuna altra cosa, nelle opere che paiano che abbiano in sé qualche virtù e siano operate da' giovani.
Perché se in una republica si vede surgere uno giovane nobile, quale abbia in sé virtù istraordinaria, tutti gli occhi de' cittadini si cominciono a voltare verso lui e concorrere,sanza alcuno rispetto, a onorarlo; in modo che, se in quello è punto d'ambizione, accozzati i favori che gli dà la natura e questo accidente, viene subito in luogo che, quando i cittadini si avveggono dello errore loro, hanno pochi rimedi ad ovviarvi e volendo quegli tanti ch'egli hanno, operarli, non fanno altro che accelerare la potenza sua.
Di questo se ne potrebbe addurre assai esempli, ma io ne voglio solamente dare uno della città nostra.
Cosimo de' Medici, dal quale la casa de' Medici in la nostra città ebbe il principio della sua grandezza, venne in tanta riputazione col favore che gli dette la sua prudenza e la ignoranza degli altri cittadini, che ei cominciò a fare paura allo stato, in modo che gli altri cittadini giudicavano l'offenderlo pericoloso ed il lasciarlo stare così, pericolosissimo.
Ma vivendo in quei tempi Niccolò da Uzzano, il quale nelle cose civili era tenuto uomo espertissimo, ed avendo fatto il primo errore di non conoscere i pericoli che dalla riputazione di Cosimo potevano nascere; mentre che visse, non permesse mai che si facesse il secondo, cioè che si tentasse di volerlo spegnere; giudicando tale tentazione essere al tutto la rovina dello stato loro; come si vide in fatto, che fu, dopo la sua morte: perché, non osservando quegli cittadini che rimasono, questo suo consiglio, si feciono forti contro a Cosimo, e lo cacciorono da Firenze.
Donde ne nacque che la sua parte, per questa ingiuria risentitasi, poco di poi lo richiamò, e lo fece principe della republica: a il quale grado sanza quella manifesta opposizione non sarebbe mai potuto salire.
Questo medesimo intervenne a Roma con Cesare, che, favorita da Pompeio e dagli altri quella sua virtù, si convertì poco dipoi quel favore in paura: di che fa testimone Cicerone, dicendo che Pompeio aveva tardi cominciato a temere Cesare.
La quale paura fece che pensarono ai rimedi; e gli rimedi che fecero, accelerarono la rovina della loro Republica.
Dico, adunque, che poi che gli è difficile conoscere questi mali quando ei surgano, causata questa difficultà da uno inganno che ti fanno le cose in principio, è più savio partito il temporeggiarle poi che le si conoscono, che l'oppugnarle: perché, temporeggiandole, o per loro medesime si spengono, o almeno il male si differisce in più lungo tempo.
E in tutte le cose debbono aprire gli occhi i principi che disegnano cancellarle o alle forze ed impeto loro opporsi; di non dare loro, in cambio di detrimento, augumento; e, credendo sospingere una cosa, tirarsela dietro, ovvero suffocare una pianta a annaffiarla.
Ma si debbano considerare bene le forze del malore, e quando ti vedi sufficiente a sanare quello, metterviti sanza rispetto; altrimenti lasciarlo stare, né in alcun modo tentarlo.
Perché interverrebbe, come di sopra si discorre, come intervenne a' vicini di Roma: ai quali, poiché Roma era cresciuta in tanta potenza, era più salutifero con gli modi della pace cercare di placarla e ritenerla addietro, che coi modi della guerra farle pensare ai nuovi ordini e alle nuove difese.
Perché quella loro congiura non fece altro che farli più uniti, più gagliardi, e pensare a modi nuovi, mediante i quali in più breve tempo ampliarono la potenza loro.
Intra i quali fu la creazione del Dittatore; per lo quale nuovo ordine, non solamente superarono i soprastanti pericoli ma fu cagione di ovviare a infiniti mali, ne' quali sanza quello rimedio quella republica sarebbe incorsa.
34
L'autorità dittatoria fece bene,
e non danno, alla Republica romana:
e come le autorità che i cittadini
si tolgono, non quelle che sono loro
dai suffragi liberi date,
sono alla vita civile perniziose.
E' sono stati dannati da alcuno scrittore quelli Romani che trovarono in quella città modo di creare il Dittatore, come cosa che fosse cagione, col tempo, della tirannide di Roma; allegando, come il primo tiranno che fosse in quella città la comandò sotto questo titolo dittatorio; dicendo che, se non vi fusse stato questo Cesare non arebbe potuto sotto alcuno titolo publico adonestare la sua tirannide.
La quale cosa non fu bene, da colui che tiene questa opinione, esaminata, e fu fuori d'ogni ragione creduta.
Perché, e' non fu il nome né il grado del Dittatore che facesse serva Roma, ma fu l'autorità presa dai cittadini per la lunghezza dello imperio: e se in Roma fusse mancato il nome dittatorio, ne arebbono preso un altro; perché e' sono le forze che facilmente si acquistano i nomi, non i nomi le forze.
E si vede che 'l Dittatore, mentre fu dato secondo gli ordini publici, e non per autorità propria, fece sempre bene alla città.
Perché e' nuocono alle republiche i magistrati che si fanno e l'autoritadi che si dànno per vie istraordinarie, non quelle che vengono per vie ordinarie: come si vede che seguì in Roma, in tanto processo di tempo, che mai alcuno Dittatore fece se non bene alla Republica.
Di che ce ne sono ragioni evidentissime.
Prima, perché a volere che un cittadino possa offendere, e pigliarsi autorità istraordinaria, conviene ch'egli abbia molte qualità, le quali in una republica non corrotta non può mai avere: perché gli bisogna essere ricchissimo, ed avere assai aderenti e partigiani, i quali non può avere dove le leggi si osservano; e quando pure ve gli avessi, simili uomini sono in modo formidabili, che i suffragi liberi non concorrano in quelli.
Oltra di questo, il Dittatore era fatto a tempo, e non in perpetuo, e per ovviare solamente a quella cagione mediante la quale era creato; e la sua autorità si estendeva in potere diliberare per sé stesso circa i rimedi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa sanza consulta, e punire ciascuno sanza appellagione: ma non poteva fare cosa che fussi in diminuzione dello stato; come sarebbe stato tôrre autorità al Senato o al Popolo, disfare gli ordini vecchi della città, e farne de' nuovi.
In modo che, raccozzato il breve tempo della sua dittatura, e le autorità limitate che egli aveva, ed il popolo romano non corrotto; era impossibile ch'egli uscisse de' termini suoi, e nocessi alla città: e per esperienza si vede che sempre mai giovò.
E veramente, infra gli altri ordini romani, questo è uno che merita essere considerato e numerato infra quegli che furono cagione della grandezza di tanto imperio; perché sanza uno simile ordine le cittadi con difficultà usciranno degli accidenti istraordinari.
Perché gli ordini consueti nelle republiche hanno il moto tardo (non potendo alcuno consiglio né alcuno magistrato per sé stesso operare ogni cosa, ma avendo in molte cose bisogno l'uno dell'altro, e perché nel raccozzare insieme questi voleri va tempo) sono i rimedi loro pericolosissimi, quando egli hanno a rimediare a una cosa che non aspetti tempo.
E però le republiche debbano intra loro ordini avere uno simile modo: e la Republica viniziana, la quale intra le moderne republiche è eccellente, ha riservato autorità a pochi cittadini, che ne' bisogni urgenti, sanza maggiore consulta, tutti d'accordo possino deliberare.
Perché, quando in una republica manca uno simile modo, è necessario, o, servando gli ordini, rovinare, o, per non ruinare, rompergli.
Ed in una republica non vorrebbe mai accadere cosa che con modi straordinari si avesse a governare.
Perché, ancora che il modo straordinario per allora facesse bene, nondimeno lo esemplo fa male; perché si mette una usanza di rompere gli ordini per bene, che poi, sotto quel colore, si rompono per male.
Talché mai fia perfetta una republica, se con le leggi sue non ha provisto a tutto, e ad ogni accidente posto il rimedio, e dato il modo a governarlo.
E però, conchiudendo, dico che quelle republiche, le quali negli urgenti pericoli non hanno rifugio o al Dittatore o a simili autoritadi, sempre ne' gravi accidenti rovineranno.
È da notare in questo nuovo ordine il modo dello eleggerlo, quanto dai Romani fu saviamente provisto.
Perché, sendo la creazione del Dittatore con qualche vergogna dei Consoli, avendo, di capi della città, a divenire sotto una ubbidienza come gli altri; e presupponendo che di questo avessi a nascere isdegno fra' cittadini; vollono che l'autorità dello eleggerlo fosse nei Consoli: pensando che, quando l'accidente venisse che Roma avesse bisogno di questa regia potestà, ei lo avessono a fare volentieri e facendolo loro, che dolesse loro meno.
Perché le ferite ed ogni altro male che l'uomo si fa da sé spontaneamente e per elezione, dolgano di gran lunga meno, che quelle che ti sono fatte da altrui.
Ancora che poi negli ultimi tempi i Romani usassono, in cambio del Dittatore, di dare tale autorità al Console, con queste parole: «Videat Consul, ne Respublica quid detrimenti capiat».
E per tornare alla materia nostra, conchiudo, come i vicini di Roma, cercando opprimergli, gli fecerono ordinare, non solamente a potersi difendere, ma a potere, con più forza, più consiglio e più autorità, offendere loro.
35
La cagione perché la creazione in Roma
del Decemvirato fu nociva alla libertà
di quella republica, non ostante
che fusse creato per suffragi publici
e liberi.
E' pare contrario a quel che di sopra è discorso, che quella autorità che si occupa con violenza, non quella ch'è data con gli suffragi, nuoce alle republiche, la elezione dei dieci cittadini creati dal Popolo romano per fare le leggi in Roma: i quali ne diventarono con il tempo tiranni, e sanza alcuno rispetto occuparono la libertà di quella.
Dove si debbe considerare i modi del dare l'autorità e il tempo per che la si dà.
E quando e' si dia autorità libera, col tempo lungo, chiamando il tempo lungo uno anno o più, sempre fia pericolosa, e farà gli effetti o buoni o rei, secondo che siano rei o buoni coloro a chi la sarà data.
E se si considerrà l'autorità che ebbero i Dieci, e quella che avevano i Dittatori, si vedrà, sanza comparazione, quella de' Dieci maggiore.
Perché, creato il Dittatore, rimanevano i Tribuni, i Consoli, il Senato, con la loro autorità; né il Dittatore la poteva tôrre loro: e s'egli avessi potuto privare, uno del Consolato, uno del Senato, ei non poteva annullare l'ordine senatorio, e fare nuove leggi.
In modo che il Senato, i Consoli, i Tribuni, restando con l'autorità loro, venivano a essere come sua guardia, a farlo non uscire della via diritta.
Ma nella creazione de' Dieci occorse tutto il contrario: perché gli annullorono i Consoli ed i Tribuni; dettero loro autorità di fare legge, ed ogni altra cosa, come il Popolo romano.
Talché, trovandosi soli, sanza Consoli, sanza Tribuni, sanza appellagione al Popolo; e per questo non venendo ad avere chi gli osservasse ei poterono, il secondo anno, mossi dall'ambizione di Appio, diventare insolenti.
E per questo si debbe notare, che, quando e' si è detto che una autorità, data da' suffragi liberi, non offese mai alcuna republica, si presuppone che un popolo non si conduca mai a darla, se non con le debite circunstanze e ne' debiti tempi: ma quando, o per essere ingannato, o per qualche altra cagione che lo accecasse, e' si conducesse a darla imprudentemente, e nel modo che il Popolo romano la dette a' Dieci gl'interverrà sempre come a quello.
Questo si prova facilmente, considerando quali cagioni mantenessero i Dittatori buoni, e quali facessero i Dieci cattivi; e considerando ancora, come hanno fatto quelle republiche che sono state tenute bene ordinate, nel dare l'autorità per lungo tempo, come davano gli Spartani agli loro Re, e come dànno i Viniziani ai loro Duci: perché si vedrà, all'uno ed all'altro modo di costoro essere poste guardie, che facevano che ei non potevano usare male quella autorità.
Né giova, in questo caso, che la materia non sia corrotta; perché una autorità assoluta in brevissimo tempo corrompe la materia e si fa amici e partigiani.
Né gli nuoce, o essere povero, o non avere parenti; perché le ricchezze ed ogni altro favore subito gli corre dietro: come particularmente nella creazione de' detti Dieci discorrereno.
36
Non debbano i cittadini,
che hanno avuti i maggiori onori,
sdegnarsi de' minori.
Avevano i Romani fatto Marco Fabio e G.
Manilio consoli, e vinta una gloriosissima giornata contro a' Veienti e gli Etruschi; nella quale fu morto Quinto Fabio, fratello del consolo, quale lo anno davanti era stato consolo.
Dove si debbe considerare quanto gli ordini di quella città erano atti a farla grande; e quanto le altre republiche, che si discostono da' modi suoi, s'ingannino.
Perché, ancora che i Romani fossono amatori grandi della gloria, nondimeno non stimavano così disonorevole ubbidire ora a chi altra volta essi avevano comandato, e trovarsi a servire in quello esercito del quale erano stati principi.
Il quale costume è contrario alla opinione, ordini e modi de' cittadini de' tempi nostri: ed in Vinegia è ancora questo errore, che uno cittadino, avendo avuto un grado grande, si vergogni di accettarne uno minore; e la città gli consenta che se ne possa discostare.
La quale cosa, quando fusse onorevole per il privato, è al tutto inutile per il publico.
Perché più speranza debbe avere una republica, e più confidare in uno cittadino che da uno grado grande scenda a governare uno minore che in quello che da uno minore salga a governare uno maggiore.
Perché a costui non può ragionevolmente credere, se non gli vede uomini intorno, i quali siano di tanta riverenza o di tanta virtù che la novità di colui possa essere, con il consiglio ed autorità loro, moderata.
E quando in Roma fosse stata la consuetudine quale è a Vinegia e nell'altre republiche e regni moderni, che chi era stato una volta Consolo non volesse mai più andare negli eserciti se non Consolo, ne sarebbero nate infinite cose in disfavore del vivere libero; e per gli errori che arebbon fatti gli uomini nuovi, e per l'ambizione che loro arebbono potuta usare meglio, non avendo uomini intorno, nel cospetto de' quali ei temessono errare; e così sarebbero venuti a essere più sciolti: il che sarebbe tornato tutto in detrimento publico.
37
Quali scandoli partorì in Roma
la legge agraria: e come fare una legge
in una republica, che riguardi
assai indietro, e sia contro a una
consuetudine antica della città,
è scandolosissimo.
Egli è sentenzia degli antichi scrittori, come gli uomini sogliono affliggersi nel male e stuccarsi nel bene; e come dall'una e dall'altra di queste due passioni nascano i medesimi effetti.
Perché, qualunque volta è tolto agli uomini il combattere per necessità, combattono per ambizione; la quale è tanto potente ne' petti umani, che mai, a qualunque grado si salgano, gli abbandona.
La cagione è, perché la natura ha creati gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa: talché, essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di quello che si possiede, e la poca sodisfazione d'esso.
Da questo nasce il variare della fortuna loro: perché, disiderando gli uomini, parte di avere più, parte temendo di non perdere lo acquistato, si viene alle inimicizie ed alla guerra; dalla quale nasce la rovina di quella provincia e la esaltazione di quell'altra.
Questo discorso ho fatto, perché alla Plebe romana non bastò assicurarsi de' nobili per la creazione de' Tribuni, al quale desiderio fu costretta per necessità; che lei, subito, ottenuto quello, cominciò a combattere per ambizione, e volere con la Nobiltà dividere gli onori e le sustanze, come cosa stimata più dagli uomini.
Da questo nacque il morbo che partorì la contenzione della legge agraria, che infine fu causa della distruzione della Republica.
E perché le republiche bene ordinate hanno a tenere ricco il publico e gli loro cittadini, poveri, convenne che fusse nella città di Roma difetto in questa legge: la quale o non fusse fatta nel principio in modo che la non si avesse ogni dì a ritrattare, o che si differisse tanto in farla, che fosse scandoloso il riguardarsi indietro o, sendo ordinata bene da prima, era stata poi dall'uso corrotta, talché in qualunque modo si fusse, mai non si parlò di questa legge in Roma, che quella città non andasse sottosopra.
Aveva questa legge due capi principali.
Per l'uno si disponeva che non si potesse possedere per alcuno cittadino più che tanti iugeri di terra; per l'altro, che i campi di che si privavano i nimici, si dividessono intra il popolo romano.
Veniva pertanto a fare di dua sorte offese ai nobili: perché quegli che possedevano più beni non permetteva la legge (quali erano la maggiore parte de' nobili), ne avevano a essere privi, e dividendosi intra la plebe i beni de' nimici, si toglieva a quegli la via dello arricchire.
Sicché, venendo a essere queste offese contro a uomini potenti, e, che pareva loro, contrastandola, difendere il publico, qualunque volta, come è detto, si ricordava, andava sottosopra tutta quella città: e i nobili con pazienza ed industria la temporeggiavano o con trarre fuora uno esercito o che a quel Tribuno che la proponeva si opponesse un altro Tribuno, o talvolta cederne parte, ovvero mandare una colonia in quel luogo che si avesse a distribuire: come intervenne del contado di Anzio, per il quale surgendo questa disputa della legge, si mandò in quel luogo una colonia, tratta di Roma, alla quale si consegnasse detto contado.
Dove Tito Livio usa un termine notabile, dicendo che con difficultà si trovò in Roma chi desse il nome per ire in detta colonia: tanto era quella plebe più pronta a volere desiderare le cose in Roma, che a possederle in Anzio.
Andò questo omore di questa legge, così, travagliandosi un tempo, tanto che gli Romani cominciarono a condurre le loro armi nelle estreme parti di Italia, o fuori di Italia; dopo al quale tempo parve che la cessassi.
Il che nacque perché i campi che possedevano i nimici di Roma essendo discosti agli occhi della plebe, ed in luogo dove non gli era facile il cultivargli, veniva a essere meno desiderosa di quegli: e ancora i Romani erano meno punitori de' loro nimici in simil modo; e quando pure spogliavano alcuna terra del suo contado, vi distribuivano colonie.
Tanto che, per tali cagioni, questa legge stette come addormentata infino ai Gracchi; da' quali essendo poi svegliata, rovinò al tutto la libertà romana; perché la trovò raddoppiata la potenza de' suoi avversari, e si accese, per questo, tanto odio intra la Plebe ed il Senato, che si venne nelle armi ed al sangue, fuori d'ogni modo e costume civile.
Talché, non potendo i publici magistrati rimediarvi, né sperando più alcuna delle fazioni in quegli, si ricorse ai rimedi privati, e ciascuna delle parti pensò di farsi uno capo che la difendesse.
Prevenne in questo scandolo e disordine la plebe, e volse la sua riputazione a Mario tanto che la lo fece quattro volte consule; ed in tanto continovò con pochi intervalli il suo consolato, che si potette per sé stesso far consulo tre altre volte.
Contro alla quale peste non avendo la Nobilità alcuno rimedio, si volse a favorire Silla; e fatto, quello, capo della parte sua, vennero alle guerre civili; e, dopo molto sangue e variare di fortuna, rimase superiore la Nobilità.
Risuscitarono poi questi omori a tempo di Cesare e di Pompeio; perché, fattosi Cesare capo della parte di Mario, e Pompeio di quella di Silla, venendo alle mani, rimase superiore Cesare: il quale fu primo tiranno in Roma; talché mai fu poi libera quella città.
Tale, adunque, principio e fine ebbe la legge agraria.
E benché noi mostrassimo altrove, come le inimicizie di Roma intra il Senato e la Plebe mantenessero libera Roma, per nascerne, da quelle, leggi in favore della libertà, e per questo paia disforme a tale conclusione il fine di questa legge agraria; dico come, per questo, io non mi rimuovo da tale opinione: perché gli è tanta l'ambizione de' grandi, che, se per varie vie ed in vari modi ella non è in una città sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua.
In modo che, se la contenzione della legge agraria penò trecento anni a fare Roma serva, si sarebbe condotta, per avventura, molto più tosto in servitù quando la plebe, e con questa legge e con altri suoi appetiti, non avesse sempre frenato l'ambizione de' nobili.
Vedesi per questo ancora, quanto gli uomini stimano più la roba che gli onori.
Perché la Nobilità romana sempre negli onori cede sanza scandoli straordinari alla plebe; ma come si venne alla roba fu tanta la ostinazione sua nel difenderla, che la plebe ricorse, per isfogare l'appetito suo, a quegli straordinari che di sopra si discorrono.
Del quale disordine furono motori i Gracchi, de' quali si debbe laudare più la intenzione che la prudenzia.
Perché, a volere levar via uno disordine cresciuto in una republica, e per questo fare una legge che riguardi assai indietro, è partito male considerato; e, come di sopra largamente si discorse, non si fa altro che accelerare quel male, a che quel disordine ti conduce: ma, temporeggiandolo, o il male viene più tardo, o per sé medesimo col tempo avanti che venga al fine suo, si spegne.
38
Le republiche deboli sono male risolute
e non si sanno diliberare; e se le pigliano
mai alcun partito, nasce più da necessità
che da elezione.
Essendo in Roma una gravissima pestilenza, e parendo per questo agli Volsci ed agli Equi che fusse venuto il tempo di potere oppressare Roma, fatto questi due popoli uno grossissimo esercito, assaltarono i Latini e gli Ernici; e guastando il loro paese, furono costretti i Latini e gli Ernici farlo intendere a Roma, e pregare che fossero difesi da' Romani: ai quali, sendo i Romani gravati dal morbo, risposero che pigliassero partito di difendersi da loro medesimi e con le loro armi, perché essi non gli potevano difendere.
Dove si conosce la generosità e prudenza di quel Senato, e come sempre in ogni fortuna volle essere quello che fusse principe delle diliberazioni che avessero a pigliare i suoi; né si vergognò mai diliberare una cosa che fusse contraria al suo modo di vivere o ad altre diliberazioni fatte da lui, quando la necessità gliene comandava.
Questo dico, perché altre volte il medesimo Senato aveva vietato ai detti popoli l'armarsi e difendersi; talché a uno Senato meno prudente di questo sarebbe paruto cadere del grado suo a concedere loro tale difensione.
Ma quello sempre giudicò le cose come si debbano giudicare, e sempre prese il meno reo partito per migliore: perché male gli sapeva non potere difendere i suoi sudditi, male gli sapeva che si armassero sanza loro, per le ragioni dette e per molte altre che s'intendano: nondimeno, conoscendo che si sarebbono armati, per necessità, a ogni modo, avendo il nimico addosso; prese la parte onorevole, e volle che quello che gli aveano a fare, lo facessero con licenza sua, acciocché, avendo disubbidito per necessità, non si avvezzassero a disubbidire per elezione.
E benché questo paia partito che da ciascuna republica dovesse essere preso, nientedimeno le republiche deboli e male consigliate non gli sanno pigliare, né si sanno onorare di simili necessità.
Aveva il duca Valentino presa Faenza, e fatto calare Bologna agli accordi suoi.
Dipoi, volendo tornarsene a Roma per la Toscana, mandò in Firenze uno suo uomo a domandare il passo per sé e per lo esercito suo.
Consultossi in Firenze come si avesse a governare questa cosa, né fu mai consigliato per alcuno di concedergliene.
In che non si seguì il modo romano: perché, sendo il Duca armatissimo, ed i Fiorentini in modo disarmati che non gli potevan vietare il passare, era molto più onore loro, che paresse che passasse con volontà di quegli, che a forza; perché, dove vi fu al tutto il loro vituperio, sarebbe stato in parte minore quando l'avessero governata altrimenti.
Ma la più cattiva parte che abbiano le republiche deboli, è essere inresolute; in modo che tutti i partiti che le pigliono, gli pigliono per forza; e se vien loro fatto alcun bene, lo fanno forzate, e non per prudenza loro.
Io voglio dare di questo due altri esempli, occorsi ne' tempi nostri, nello stato della nostra città.
Nel 1500, ripreso che il re Luigi XII di Francia ebbe Milano, desideroso di rendervi Pisa, per avere cinquantamila ducati che gli erano stati promessi da' Fiorentini dopo tale restituzione, mandò gli suoi eserciti verso Pisa, capitanati da monsignore di Beumonte; benché francese, nondimanco uomo in cui i Fiorentini assai confidavano.
Condussesi questo esercito e questo capitano intra Cascina e Pisa, per andare a combattere le mura; dove dimorando alcuno giorno per ordinarsi alla espugnazione, vennono oratori Pisani a Beumonte, e gli offerirono di dare la città allo esercito francese con questi patti: che, sotto la fede del re, promettesse non la mettere in mano de' Fiorentini, prima che dopo quattro mesi.
Il quale partito fu da' Fiorentini al tutto rifiutato, in modo che si seguì nello andarvi a campo e partirsene con vergogna.
Né fu rifiutato il partito per altra cagione che per diffidare della fede del re; come quegli che per debolezza di consiglio si erano per forza messi nelle mani sue, e, dall'altra parte, non se ne fidavano, ne vedevano quanto era meglio che il re potesse rendere loro Pisa sendovi dentro, e, non la rendendo, scoprire l'animo suo, che, non la avendo, poterla loro promettere, e loro essere forzati comperare quelle promesse.
Talché, molto più utilmente arebbono fatto a acconsentire che Beumonte l'avessi, sotto qualunque promessa, presa: come se ne vide la esperienza dipoi nel 1502, che, essendosi ribellato Arezzo, venne ai soccorsi de' Fiorentini mandato da il re di Francia monsignor Imbalt con gente francese; il quale, giunto propinquo ad Arezzo, dopo poco tempo cominciò a praticare accordo con gli Aretini, i quali sotto certa fede volevon dare la terra, a similitudine de' Pisani.
Fu rifiutato in Firenze tale partito; il che veggendo monsignor Imbalt, e parendogli come i Fiorentini se ne intendessero poco, cominciò a tenere le pratiche dello accordo da sé, sanza partecipazione de' Commessari: tanto che ei lo conchiuse a suo modo, e, sotto quello, con le sue genti se n'entrò in Arezzo, faccendo intendere ai Fiorentini come egli erano matti, e non s'intendevano delle cose del mondo: che, se volevano Arezzo, lo facessero intendere a il re, il quale lo poteva dare loro molto meglio, avendo le sua gente in quella città, che fuori.
Non si restava in Firenze di lacerare e biasimare detto Imbalt; né si restò mai infino a tanto che si conobbe che, se Beumonte fosse stato simile a Imbalt, si sarebbe avuto Pisa come Arezzo.
E così, per tornare a proposito, le republiche inresolute non pigliono mai partiti buoni, se non per forza, perché la debolezza loro non le lascia mai deliberare dove è alcuno dubbio; e se quel dubbio non è cancellato da una violenza che le sospinga, stanno sempre mai sospese.
39
In diversi popoli si veggano spesso
i medesimi accidenti.
E' si conosce facilmente, per chi considera le cose presenti e le antiche, come in tutte le città ed in tutti i popoli sono quegli medesimi desiderii e quelli medesimi omori, e come vi furono sempre.
In modo che gli è facil cosa, a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni republica le future, e farvi quegli rimedi che dagli antichi sono stati usati; o, non ne trovando degli usati, pensarne de' nuovi, per la similitudine degli accidenti.
Ma perché queste considerazioni sono neglette, o non intese da chi legge, o, se le sono intese, non sono conosciute da chi governa; ne seguita che sempre sono i medesimi scandoli in ogni tempo.
Avendo la città di Firenze, dopo il 94, perso parte dello imperio suo, come Pisa ed altre terre, fu necessitata fare guerra a coloro che le occupavano.
E perché chi le occupava era potente, ne seguiva che si spendeva assai nella guerra, sanza alcun frutto; dallo spendere assai, ne risultava assai gravezze; dalle gravezze, infinite querele del popolo: e perché questa guerra era amministrata da uno magistrato di dieci cittadini che si chiamavano i Dieci della guerra, l'universale cominciò a recarselo in dispetto, come quello che fusse cagione e della guerra e delle spese d'essa; e cominciò a persuadersi che, tolto via detto magistrato, fusse tolto via la guerra, tanto che, avendosi a rifare, non se gli fecero gli scambi; e lasciatosi spirare, si mandarono le azioni sue alla Signoria.
La quale diliberazione fu tanto perniziosa, che, non solamente non levò la guerra, come lo universale si persuadeva, ma, tolto via quegli uomini che con prudenza l'amministravano, ne seguì tanto disordine, che, oltre a Pisa, si perdé Arezzo e molti altri luoghi: in modo che, ravvedutosi il popolo dello errore suo, e come la cagione del male era la febbre e non il medico, rifece il magistrato de' Dieci.
Questo medesimo omore si levò in Roma contro al nome de' Consoli: perché veggendo quello popolo nascere l'una guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi; dove e' dovevano pensare che la nascessi dall'ambizione de' vicini che gli volevano opprimere, pensavano nascessi dall'ambizione de' nobili, che, non potendo dentro in Roma gastigare la Plebe difesa dalla potestà tribunizia, la volevon condurre fuora di Roma sotto i Consoli, per oppressarla dove la non aveva aiuto alcuno.
E pensarono, per questo, che fusse necessario o levar via i Consoli, o regolare in modo la loro potestà, che e' non avessono autorità sopra il popolo né fuori né in casa.
Il primo che tentò questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale proponeva che si dovessero creare cinque uomini che dovessero considerare la potenza de' Consoli, e limitarla.
Il che alterò assai la Nobilità, parendogli che la maiestà dello imperio fusse al tutto declinata, talché alla Nobilità non restasse più alcun grado in quella Republica.
Fu nondimeno tanta l'ostinazione de' Tribuni, che 'l nome consolare si spense; e furono in fine contenti, dopo qualche altro ordine, più tosto creare Tribuni con potestà consolare, che Consoli: tanto avevano più in odio il nome che l'autorità loro.
E così seguitarono lungo tempo, infine che, conosciuto l'errore loro, come i Fiorentini ritornarono a' Dieci, così loro ricreorno i Consoli.
40
La creazione del Decemvirato in Roma,
e quello che in essa è da notare:
dove si considera, intra molte altre cose,
come si può o salvare, per simile
accidente, o oppressare una republica.
Volendo discorrere particularmente sopra gli accidenti che nacquero in Roma per la creazione del Decemvirato, non mi pare soperchio narrare, prima, tutto quello che seguì per simile creazione, e dopo disputare quelle parti che sono, in esse azioni, notabili: le quali sono molte e di grande considerazione, così per coloro che vogliono mantenere una republica libera, come per quelli che disegnassono sottometterla.
Perché in tale discorso si vedrà, molti errori fatti dal Senato e dalla plebe in disfavore della libertà; e molti errori fatti da Appio, capo del Decemvirato, in disfavore di quella tirannide che egli si aveva presupposto stabilire in Roma.
Dopo molte disputazioni e contenzioni seguite intra il Popolo e la Nobilità per fermare nuove leggi in Roma, per le quali si stabilisse più la libertà di quello stato, mandarono, d'accordo, Spurio Pestumio, con duoi altri Cittadini, a Atene, per gli esempli di quelle leggi che Solone dette a quella città, acciocché sopra quelle potessono fondare le leggi romane.
Andati e tornati costoro, si venne alla creazione degli uomini che avessero ad esaminare e fermare dette leggi; e crearono dieci cittadini per uno anno, intra i quali fu creato Appio Claudio, uomo sagace ed inquieto.
E perché e' potessono, sanza alcun rispetto, creare tali leggi, si levarono di Roma tutti gli altri magistrati, ed in particulare i Tribuni ed i Consoli, e levossi lo appello al Popolo; in modo che tale magistrato veniva a essere al tutto principe di Roma.
Appresso ad Appio si ridusse tutta l'autorità degli altri suoi compagni, per i favori che gli faceva la Plebe; perché egli s'era fatto in modo popolare con le dimostrazioni, che pareva maraviglia ch'egli avesse preso sì presto una nuova natura e uno nuovo ingegno, essendo stato tenuto, innanzi a questo tempo, uno crudele perseguitatore della plebe.
Governaronsi questi Dieci assai civilmente, non tenendo più che dodici littori, i quali andavano davanti a quello ch'era infra loro proposto.
E benché gli avessono l'autorità assoluta, nondimeno, avendosi a punire uno cittadino romano per omicida, lo citorno nel cospetto del popolo, e da quello lo fecero giudicare.
Scrissero le loro leggi in dieci tavole; ed avanti che le confermassero, le messono in publico, acciocché ciascuno le potesse leggere e disputarle; acciocché si conoscesse se vi era alcun difetto, per poterle innanzi alla confermazione loro emendare.
Fece, in su questo, Appio nascere un romore per Roma, che, se a queste dieci tavole se ne aggiugnesse due altre, si darebbe a quelle la loro perfezione; talché questa opinione dette occasione al popolo di rifare i Dieci per un altro anno: a che il popolo s'accordò volentieri, sì perché i Consoli non si rifacessono, sì perché e' pareva loro potere stare sanza Tribuni, sendo loro giudici delle cause, come disopra si disse.
Preso, dunque, partito di rifarli, tutta la Nobilità si mosse a cercare questi onori; ed intra i primi era Appio; ed usava tanta umanità verso la plebe nel domandarlo, che la cominciò a essere sospetta a' suoi compagni: «credebant enim haud gratuitam in tanta superbia comitatem fore».
E dubitando di opporsegli apertamente, deliberarono farlo con arte, e benché e' fusse minore di tempo di tutti dettono a lui autorità di proporre i futuri Dieci al popolo, credendo ch'egli osservassi i termini degli altri di non proporre sé medesimo, sendo cosa inusitata e ignominiosa in Roma.
«Ille vero impedimentum pro occasione arripuit» e nominò sé intra i primi, con maraviglia e dispiacere di tutti i nobili; nominò dipoi nove altri, a suo proposito.
La quale nuova creazione, fatta per uno altro anno, cominciò a mostrare al Popolo ed alla Nobilità lo errore suo.
Perché subito «Appius finem fecit ferendae alienae personae»; e cominciò a mostrare la innata sua superbia, ed in pochi dì riempié de' suoi costumi i suoi compagni.
E per isbigottire il popolo ed il Senato in cambio di dodici littori, ne feciono cento venti.
Stette la paura equale qualche giorno; ma cominciarono poi a intrattenere il Senato, e batter la plebe: e se alcuno battuto dall'uno, appellava all'altro, era peggio trattato nell'appellagione che nella prima sentenzia.
In modo che la Plebe, conosciuto lo errore suo, cominciò piena di afflizione a riguardare in viso i nobili, «et inde libertatis captare auram, unde servitutem timendo, in eum statum rempublicam adduxerunt».
E alla Nobilità era grata questa loro afflizione, «ut ipsi, taedio praesentium, Consules desiderarent».
Vennono i dì che terminavano l'anno: le due tavole delle leggi erano fatte, ma non publicate.
Da questo i Dieci presono occasione di continovare nel magistrato; e cominciarono a tenere con violenza lo stato, e farsi satelliti della gioventù nobile, alla quale davono i beni di quegli che loro condennavano.
«Quibus donis juventus corrumpebatur et malebat licentiam suam, quam omnium libertatem».
Nacque in questo tempo, che i Sabini ed i Volsci mossero guerra a' Romani; in su la quale paura cominciarono i Dieci a vedere la debolezza dello stato loro, perché sanza il Senato non potevono ordinare la guerra, e, ragunando il Senato, pareva loro perdere lo stato.
Pure, necessitati, presono questo ultimo partito; e ragunati i senatori insieme, molti de' senatori parlarono contro alla superbia de' Dieci, e in particulare Valerio ed Orazio: e l'autorità loro si sarebbe al tutto spenta, se non che il Senato, per invidia della Plebe, non volle mostrare l'autorità sua pensando che, se i Dieci deponevano il magistrato voluntari, che potesse essere che i Tribuni della plebe non si rifacessero.
Deliberossi dunque la guerra uscissi fuori con dua eserciti guidati da parte di detti Dieci; Appio rimase a governare la città.
Donde nacque che si innamorò di Virginia, e che, volendola tôrre per forza, il padre Virginio, per liberarla, l'ammazzò: donde seguirono i tumulti di Roma e degli eserciti: i quali riduttisi insieme con il rimanente della plebe romana, se ne andarono nel Monte Sacro, dove stettero tanto che i Dieci deposono il magistrato, e che furono creati i Tribuni ed i Consoli, e ridotta Roma nella forma della sua antica libertà.
Notasi adunque, per questo testo, in prima, essere nato in Roma questo inconveniente di creare questa tirannide per quelle medesime cagioni che nascano la maggior parte delle tirannidi nelle città: e questo è da troppo desiderio del popolo, d'essere libero, e da troppo desiderio de' nobili, di comandare.
E quando e' non convengano a fare una legge in favore della libertà, ma gettasi qualcuna delle parti a favorire uno, allora è che subito la tirannide surge.
Convennono il popolo ed i nobili di Roma a creare i Dieci, e crearli con tanta autorità, per il desiderio che ciascuna delle parti aveva, l'una di spegnere il nome consolare, l'altra il tribunizio.
Creati che furono, parendo alla plebe che Appio fusse diventato popolare e battessi la Nobilità, si volse il popolo a favorirlo.
E quando uno popolo si conduce a fare questo errore, di dare riputazione a uno, perché batta quelli che egli ha in odio, e che quello uno sia savio, sempre interverrà ch'e' diventerà tiranno di quella città.
Perché egli attenderà, insieme col favore del popolo, a spegnere la Nobilità; e non si volterà mai alla oppressione del popolo, se non quando e' l'arà spenta; nel quale tempo, conosciutosi il popolo essere servo, non abbi dove rifuggire.
Questo modo hanno tenuto tutti coloro che hanno fondato tirannide in le republiche.
E se questo modo avesse tenuto Appio, quella sua tirannide arebbe presa più vita, e non sarebbe mancata sì presto: ma e' fece tutto il contrario, né si potette governare più imprudentemente; che, per tenere la tirannide, e' si fece inimico di coloro che gliele avevano data e che gliele potevano mantenere, ed inimico di quelli che non erano concorsi a dargliene e che non gliene arebbono potuta mantenere; e perdessi coloro che gli erano amici, e cercò di avere amici quegli che non gli potevano essere amici.
Perché, ancora che i nobili desiderino tiranneggiare, quella parte della Nobilità che si truova fuori della tirannide, è sempre inimica al tiranno; né quello se la può guadagnare mai tutta, per l'ambizione grande e grande avarizia che è in lei non potendo il tiranno avere né tante ricchezze né tanti onori che a tutta satisfaccia.
E così Appio, lasciando il popolo ed accostandosi a' nobili, fece uno errore evidentissimo, e per le ragioni dette di sopra, e perché, a volere con violenza tenere una cosa, bisogna che sia più potente chi sforza che chi è sforzato.
Donde nasce che quegli tiranni che hanno amico l'universale ed inimici i grandi, sono più sicuri, per essere la loro violenza sostenuta da maggiori forze, che quella di coloro che hanno per inimico il popolo e amica la Nobilità.
Perché con quello favore bastono a conservarsi le forze intrinseche: come bastarono a Nabide, tiranno di Sparta, quando tutta Grecia e il Popolo romano lo assaltò: il quale, assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il Popolo, con quello si difese; il che non arebbe potuto fare avendolo inimico.
In quello altro grado per avere pochi amici dentro, non bastono le forze intrinseche, ma gli conviene cercare di fuora.
Ed hanno a essere di tre sorte: l'una satelliti forestieri, che ti guardino la persona, l'altra armare il contado, che faccia quello ufficio che arebbe a fare la plebe, la terza accostarsi con vicini potenti che ti difendino.
Chi tiene questi modi e gli osserva bene, ancora ch'egli avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi.
Ma Appio non poteva fare questo, di guadagnarsi il contado, sendo una medesima cosa il contado e Roma: e quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovinò ne' primi principii suoi.
Fecero il Senato ed il Popolo in questa creazione del Decemvirato errori grandissimi: perché, avvenga che di sopra si dica, in quel discorso che si fa del Dittatore, che quegli magistrati che si fanno da per loro, non quelli che fa il popolo, sono nocivi alla libertà; nondimeno il popolo debbe, quando egli ordina i magistrati, fargli in modo che gli abbino avere qualche rispetto a diventare scelerati.
E dove e' si debbe preporre loro guardia per mantenergli buoni, i Romani la levarono, faccendolo solo magistrato in Roma, ed annullando tutti gli altri, per la eccessiva voglia (come di sopra dicemo) che il Senato aveva di spegnere i Tribuni, e la plebe di spegnere i Consoli; la quale gli accecò in modo, che concorsono in tale disordine.
Perché gli uomini, come diceva il re Ferrando, spesso fanno come certi minori uccelli di rapina; ne' quali è tanto desiderio di conseguire la loro preda, a che la natura gl'incita, che non sentono uno altro maggiore uccello che sia loro sopra per ammazzarli.
Conoscesi, adunque, per questo discorso, come nel principio preposi, lo errore del popolo romano, volendo salvare la libertà, e gli errori di Appio, volendo occupare la tirannide.
41
Saltare dalla umiltà alla superbia,
dalla piatà alla crudeltà,
sanza i debiti mezzi, è cosa imprudente
e inutile.
Oltre agli altri termini male usati da Appio per mantenere la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo presto da una qualità a un'altra.
Perché l'astuzia sua nello ingannare la plebe simulando d'essere uomo popolare, fu bene usata; furono ancora bene usati i termini che tenne perché i Dieci si avessono a rifare; fu ancora bene usata quella audacia di creare sé stesso contro alla opinione della Nobilità; fu bene usato creare compagni a suo proposito: ma non fu già bene usato, come egli ebbe fatto questo, secondo che disopra dico, mutare, in uno subito, natura; e, di amico, mostrarsi inimico alla plebe; di umano, superbo; di facile, difficile; e farlo tanto presto, che, sanza scusa niuna, ogni uomo avesse a conoscere la fallacia dello animo suo.
Perché chi è paruto buono un tempo, e vuole a suo proposito diventar cattivo, lo debbe fare per i debiti mezzi; ed in modo condurvisi con le occasioni, che, innanzi che la diversa natura ti tolga de' favori vecchi, la te ne abbia dati tanti de' nuovi, che tu non venga a diminuire la tua autorità: altrimenti, trovandoti scoperto e sanza amici, rovini.
42
Quanto gli uomini facilmente
si possono corrompere.
Notasi ancora, in questa materia del Decemvirato, quanto facilmente gli uomini si corrompono, e fannosi diventare di contraria natura, quantunque buoni e bene ammaestrati; considerando quanto quella gioventù che Appio si aveva eletta intorno, cominciò a essere amica della tirannide per uno poco di utilità che gliene conseguiva; e come Quinto Fabio, uno del numero de' secondi Dieci, sendo uomo ottimo, accecato da uno poco d'ambizione, e persuaso dalla malignità di Appio, mutò i suoi buoni costumi in pessimi, e diventò simile a lui.
Il che esaminato bene, farà tanto più pronti i latori di leggi delle republiche o de' regni a frenare gli appetiti umani, e tôrre loro ogni speranza di potere impune errare.
43
Quegli che combattono per la gloria
propria, sono buoni e fedeli soldati.
Considerasi ancora, per il soprascritto trattato, quanta differenzia è da uno esercito contento e che combatte per la gloria sua, a quello che è male disposto e che combatte per l'ambizione d'altrui.
Perché, dove gli eserciti romani solevano sempre essere vittoriosi sotto i Consoli, sotto i Decemviri sempre perderono.
Da questo esemplo si può conoscere, in parte, delle cagioni della inutilità de' soldati mercenari; i quali non hanno altra cagione che gli tenga fermi, che un poco di stipendio che tu dai loro.
La qual cagione non è né può essere bastante a fargli fedeli, né tanto tuoi amici, che voglino morire per te.
Perché in quegli eserciti che non è un'affezione verso di quello per chi e' combattono, che gli faccia diventare suoi partigiani, non mai vi potrà essere tanta virtù che basti a resistere a uno nimico un poco virtuoso.
E perché questo amore non può nascere, né questa gara, da altro che da' sudditi tuoi; è necessario, a volere tenere uno stato, a volere mantenere una republica o uno regno, armarsi de' sudditi suoi: come si vede che hanno fatto tutti quelli che con gli eserciti hanno fatto grandi profitti.
Avevano gli eserciti romani sotto i Dieci quella medesima virtù; ma perché in loro non era quella medesima disposizione, non facevono gli usitati loro effetti.
Ma come prima il magistrato de' Dieci fu spento, e che loro come liberi cominciorono a militare, ritornò in loro il medesimo animo; e per consequente, le loro imprese avevono il loro fine felice, secondo l'antica consuetudine loro.
44
Una moltitudine sanza capo è inutile:
e come e' non si debbe minacciare prima,
e poi chiedere l'autorità.
Era la plebe romana, per lo accidente di Virginia, ridotta armata nel Monte Sacro.
Mandò il Senato suoi ambasciadori a dimandare con quale autorità gli avevano abbandonati i loro capitani, e ridottosi nel Monte.
E tanto era stimata l'autorità del Senato, che, non avendo la plebe intra loro capi, niuno si ardiva a rispondere.
E Tito Livio dice, che e' non mancava loro materia a rispondere, ma mancava loro chi facesse la risposta.
La qual cosa dimostra appunto la inutilità d'una moltitudine sanza capo.
Il quale disordine fu conosciuto da Virginio, e per suo ordine si creò venti Tribuni militari, che fossero loro capi, a rispondere e convenire col Senato.
Ed avendo chiesto che si mandasse loro Valerio ed Orazio, a' quali loro direbbono la voglia loro, non vi vollono andare se prima i Dieci non deponevano il magistrato: e arrivati sopra il Monte dove era la Plebe, fu domandato loro da quella, che volevano che si creassero i Tribuni della Plebe, e che si avesse a appellare al Popolo da ogni magistrato, e che si dessono loro tutti i Dieci che gli volevono ardere vivi.
Laudarono Valerio ed Orazio le prime loro domande; biasimarono l'ultima come impia, dicendo: «Crudelitatem damnatis, in crudelitatem ruitis»; e consigliarongli che dovessono lasciare il fare menzione de' Dieci, e ch'egli attendessero a ripigliare l'autorità e potestà loro: dipoi non mancherebbe loro modo a sodisfarsi.
Dove apertamente si conosce quanta stultizia e poca prudenza è domandare una cosa, e dire prima: io voglio fare il tale male con essa; perché non si debbe mostrare l'animo suo, ma vuolsi cercare di ottenere quel suo desiderio in ogni modo.
Perché e' basta a domandare a uno l'arme, sanza dire: io ti voglio ammazzare con esse; potendo, poi che tu hai l'arme in mano, soddisfare allo appetito tuo.
45
È cosa di malo esemplo non osservare
una legge fatta, e massime
dallo autore d'essa; e rinfrescare
ogni dì nuove ingiurie in una città,
è, a chi la governa, dannosissimo.
Seguito lo accordo, e ridotta Roma in l'antica sua forma, Virginio citò Appio innanzi al Popolo, a difendere la sua causa.
Quello comparse accompagnato da molti nobili: Virginio comandò che fusse messo in prigione.
Cominciò Appio a gridare, ed appellare al Popolo.
Virginio diceva che non era degno di avere quella appellagione che egli aveva distrutta, ed avere per difensore quel Popolo che egli aveva offeso: Appio replicava, come e' non avevano a violare quella appellagione che gli aveva con tanto desiderio ordinata.
Pertanto egli fu incarcerato, ed avanti al dì del giudizio ammazzò se stesso.
E benché la scelerata vita di Appio meritasse ogni supplicio, nondimeno fu cosa poco civile violare le leggi, e tanto più quella che era fatta allora.
Perché io non credo che sia cosa di più cattivo esemplo in una republica, che fare una legge e non la osservare; e tanto più, quanto la non è osservata da chi l'ha fatta.
Essendo Firenze, dopo al 94, stata riordinata nello stato suo con lo aiuto di frate Girolamo Savonerola, gli scritti del quale mostrono la dottrina, la prudenza, e la virtù dello animo suo; ed avendo, intra le altre costituzioni per assicurare i cittadini, fatto fare una legge, che si potesse appellare al Popolo dalle sentenzie che, per casi di stato, gli Otto e la Signoria dessono; la quale legge persuase più tempo, e con difficultà grandissima ottenne; occorse che, poco dopo la confermazione d'essa, furono condannati a morte dalla Signoria, per conto di stato, cinque cittadini; e volendo quegli appellare, non furono lasciati, e non fu osservata la legge.
Il che tolse più riputazione a quel frate, che alcuno altro accidente: perché, se quella appellagione era utile, e' doveva farla osservare, se la non era utile, non doveva farla vincere.
E tanto più fu notato questo accidente, quanto che il frate, in tante predicazioni che fece poi che fu rotta questa legge, non mai o dannò chi l'aveva rotta, o lo scusò; come quello che dannare non la voleva come cosa che gli tornava a proposito, e scusare non la poteva.
Il che avendo scoperto l'animo suo ambizioso e partigiano, gli tolse riputazione, e dettegli assai carico.
Offende ancora uno stato assai, rinfrescare ogni dì nello animo de' tuoi cittadini nuovi umori per nuove ingiurie che a questo e quello si facciano: come intervenne a Roma dopo il Decemvirato.
Perché tutti i Dieci, ed altri cittadini in diversi tempi, furono accusati e condennati; in modo che gli era uno spavento grandissimo in tutta la Nobilità, giudicando che e' non si avesse mai a porre fine a simili condennagioni, fino a tanto che tutta la Nobilità non fusse distrutta.
Ed arebbe generato, in quella città, grande inconveniente, se da Marco Duellio tribuno non vi fusse stato proveduto; il quale fece uno editto, che per uno anno non fusse lecito a alcuno citare o accusare alcuno cittadino romano: il che rassicurò tutta la Nobilità.
Dove si vede quanto sia dannoso a una republica o a un principe, tenere con le continove pene ed offese sospesi e paurosi gli animi de' sudditi.
E sanza dubbio non si può tenere il più pernizioso ordine: perché gli uomini che cominciono a dubitare di avere a capitare male, in ogni modo si assicurano ne' pericoli, e diventono più audaci, e meno respettivi a tentare cose nuove.
Però è necessario o non offendere mai alcuno, o fare le offese a un tratto: e dipoi rassicurare gli uomini, e dare loro cagione di quietare e fermare l'animo.
46
Li uomini salgono da una ambizione
a un'altra; e prima si cerca non essere
offeso, dipoi si offende altrui.
Avendo il Popolo romano recuperata la libertà e ritornato nel suo pristino grado ed in tanto maggiore quanto si erano fatte di molte leggi nuove in confermazione della sua potenza; pareva ragionevole che Roma qualche volta quietassi.
Nondimeno, per esperienza si vide in contrario; perché ogni dì vi surgeva nuovi tumulti e nuove discordie.
E perché Tito Livio prudentissimamente rende la ragione donde questo nasceva, non mi pare se non a proposito referire appunto le sue parole, dove dice che sempre o il Popolo o la Nobilità insuperbiva, quando l'altro si umiliava; e stando la plebe quieta intra i termini suoi, cominciarono i giovani nobili a ingiuriarla; ed i Tribuni vi potevon fare pochi rimedi, perché, loro anche, erano violati.
La Nobilità, dall'altra parte, ancora che gli paresse che la sua gioventù fusse troppo feroce, nonpertanto aveva a caro che, avendosi a trapassare il modo, lo trapassassono i suoi, e non la plebe.
E così il disiderio di difendere la libertà faceva che ciascuno tanto si prevaleva ch'egli oppressava l'altro.
E l'ordine di questi accidenti è che, mentre che gli uomini cercono di non temere, cominciono a fare temere altrui; e quella ingiuria che gli scacciano da loro, la pongono sopra un altro; come se fusse necessario offendere o essere offeso.
Vedesi, per questo, in quale modo, fra gli altri, le republiche si risolvono, ed in che modo gli uomini salgono da un'ambizione a un'altra, e come quella sentenza sallustiana, posta in bocca di Cesare, e verissima: «quod omnia mala exempla bonis initiis orta sunt».
Cercono, come di sopra è detto, quegli cittadini che ambiziosamente vivono in una republica, la prima cosa, di non potere essere offesi, non solamente dai privati, ma etiam da' magistrati: cercono, per poter fare questo, amicizie; e quelle acquistano per vie in apparenza oneste, o con sovvenire di danari, o con difenderli da' potenti: e perché questo pare virtuoso, inganna facilmente ciascuno, e per questo non vi si pone rimedi; in tanto che lui, sanza ostaculo perseverando, diventa di qualità che i privati cittadini ne hanno paura, ed i magistrati gli hanno rispetto.
E quando egli è salito a questo grado, e non si sia prima ovviato alla sua grandezza, viene a essere in termine, che volerlo urtare è pericolosissimo, per le ragioni che io dissi, di sopra, del pericolo ch'è nello urtare un inconveniente che abbi di già fatto assai augumento in una città: tanto che la cosa si riduce in termine che bisogna, o cercare di spegnerlo con pericolo d'una subita rovina, o, lasciandolo fare, entrare in una servitù manifesta, se morte o qualche accidente non te ne libera.
Perché, venuto a' soprascritti termini, che i cittadini e magistrati abbino paura a offendere lui e gli amici suoi, non dura dipoi molta fatica a fare che giudichino ed offendino a suo modo.
Donde una republica intra gli ordini suoi debbe avere questo, di vegghiare che i suoi cittadini, sotto ombra di bene non possino fare male; e ch'egli abbino quella riputazione che giovi, e non nuoca, alla libertà, come nel suo luogo da noi sarà disputato.
47
Gli uomini, come che s'ingannino
ne' generali, ne' particulari
non s'ingannono.
Essendosi il Popolo romano, come di sopra si disse, recato a noia il nome consolare, e volendo che potessono essere fatti Consoli uomini plebei, o che fusse diminuita la loro autorità; la Nobilità, per non maculare l'autorità consolare né con l'una né con l'altra cosa, prese una via di mezzo, e fu contenta che si creassi quattro Tribuni con potestà consolare, i quali potessono essere così plebei come nobili.
Fu contenta a questo la plebe, parendole spegnere il Consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua.
Nacquene di questo uno caso notabile: che, venendosi alla creazione di questi Tribuni, e potendosi creare tutti plebei, furono dal Popolo romano creati tutti nobili.
Onde Tito Livio dice queste parole: «Quorum comitiorum eventus docuit, alios animos in contentione libertatis et honoris, alios secundum deposita certamina in incorrupto iudicio esse».
Ed esaminando donde possa procedere questo, credo proceda che gli uomini nelle cose generali s'ingannono assai, nelle particulari non tanto.
Pareva generalmente alla Plebe romana di meritare il Consolato, per avere più parte in la città, per portare più pericolo nelle guerre, per essere quella che con le braccia sue manteneva Roma libera, e la faceva potente.
E parendogli, come è detto, questo suo desiderio ragionevole, volse ottenere questa autorità in ogni modo.
Ma come la ebbe a fare giudicio degli uomini suoi particularmente, conobbe la debolezza di quegli, e giudicò che nessuno di loro meritasse quello che tutta insieme gli pareva meritare.
Talché, vergognatasi di loro, ricorse a quegli che lo meritavano.
Della quale diliberazione maravigliandosi meritamente Tito Livio, dice queste parole: «Hanc modestiam aequitatemque et altitudinem animi, ubi nunc in uno inveneris, quae tunc populi universi fuit?».
In confirmazione di questo, se ne può addurre un altro notabile esemplo, seguito in Capova da poi che Annibale ebbe rotti i Romani a Canne.
Per la quale rotta sendo tutta sollevata Italia, Capova ancora stava per tumultuare, per l'odio che era intra 'l popolo ed il Senato: e trovandosi in quel tempo nel supremo magistrato Pacuvio Calano, e conoscendo il pericolo che portava quella città di tumultuare, disegnò con suo grado riconciliare la Plebe con la Nobilità; e fatto questo pensiero, fece ragunare il Senato, e narrò loro l'odio che il popolo aveva contro di loro, ed i pericoli che portavano di essere ammazzati da quello, e data la città a Annibale, sendo le cose de' Romani afflitte: dipoi soggiunse che, se volevano lasciare governare questa cosa a lui, farebbe in modo che si unirebbono insieme; ma gli voleva serrare dentro al palagio, e, col fare potestà al popolo di potergli gastigare, salvargli.
Cederono a questa sua opinione i Senatori; e quello chiamò il popolo a concione, avendo rinchiuso in palagio il Senato; e disse com'egli era venuto il tempo che potevano domare la superbia della Nobilità, e vendicarsi delle ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti sotto la sua custodia: ma perché credeva che loro non volessono che la loro città rimanessi sanza governo, era necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi, crearne de' nuovi: e per tanto aveva messo tutti i nomi de' Senatori in una borsa, e comincerebbe a tragli in loro presenza; e gli farebbe, i tratti, di mano in mano morire, come prima loro avessono trovato il successore.
E cominciato a trarne uno, fu al nome di quello levato uno romore grandissimo, chiamandolo uomo superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo Pacuvio che facessono lo scambio, si racchetò tutta la concione; e dopo alquanto spazio, fu nominato uno della plebe; al nome del quale chi cominciò a fischiare, chi a ridere, chi a dirne male in uno modo, e chi in uno altro.
E così seguitando di mano in mano, tutti quegli che furono nominati, gli giudicavano indegni del grado senatorio.
Di modo che Pacuvio, preso sopra questo occasione, disse: Poiché voi giudicate che questa città stia male sanza il Senato, e, a fare gli scambi a' Senatori vecchi non vi accordate, io penso che sia bene che voi vi riconciliate insieme; perché questa paura in la quale i Senatori sono stati, gli arà fatti in modo raumiliare che quella umanità che voi cercavi altrove, troverrete in loro.
Ed accordatisi a questo, ne seguì la unione di questo ordine; e quello inganno in che egli erano si scoperse, come e' furno costretti venire a' particulari.
Ingannonsi, oltra di questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli accidenti di esse; le quali, dipoi si conoscono particularmente, mancano di tale inganno.
Dopo il 1494, sendo stati i principi della città cacciati da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma più tosto una certa licenza ambiziosa, ed andando le cose publiche di male in peggio; molti popolari, veggendo la rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per potere fare uno stato a suo proposito, e tôrre loro la libertà; e stavano questi tali per le logge e per le piazze, dicendo male di molti cittadini, minacciandogli che, se mai si trovassino de' Signori, scoprirebbero questo loro inganno, e gli gastigarebbero.
Occorreva spesso che di simili ne ascendeva al supremo magistrato; e come egli era salito in quel luogo, e che vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficultà del rimediarvi.
E veduto come i tempi, e non gli uomini, causavano il disordine, diventava subito d'un altro animo, e d'un'altra fatta; perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto.
Dimodoché, quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevono che nascessi, non per più vera cognizione delle cose, ma perché fusse stato aggirato e corrotto dai grandi.
Ed accadendo questo a molti uomini, e molte volte, ne nacque tra loro uno proverbio che diceva: Costoro hanno uno animo in piazza, ed uno in palazzo.
Considerando, dunque, tutto quello si è discorso, si vede come e' si può fare tosto aprire gli occhi a' popoli, trovando modo, veggendo che uno generale gl'inganna, ch'egli abbino a discendere a' particulari; come fece Pacuvio in Capova, ed il Senato in Roma.
Credo ancora, che si possa conchiudere, che mai un uomo prudente non debba fuggire il giudicio populare nelle cose particulari, circa le distribuzioni de' gradi e delle dignità: perché solo in questo il popolo non s'inganna; e se s'inganna qualche volta, fia sì rado, che s'inganneranno più volte i pochi uomini che avessono a fare simili distribuzioni.
Né mi pare superfluo mostrare, nel seguente capitolo, l'ordine che teneva il Senato per ingannare il popolo nelle distribuzioni sue.
48
Chi vuole che uno magistrato
non sia dato a uno vile o a uno cattivo,
lo facci domandare o a uno troppo vile
e troppo cattivo o a uno troppo nobile
e troppo buono.
Quando il Senato dubitava che i Tribuni con potestà consolare non fussero fatti d'uomini plebei, teneva uno de' due modi: o egli faceva domandare ai più riputati uomini di Roma; o veramente, per i debiti mezzi, corrompeva qualche plebeio vile ed ignobilissimo, che mescolati con i plebei che, di migliore qualità, per l'ordinario se lo domandavano, anche loro lo domandassono.
Questo ultimo modo faceva che la plebe si vergognava a darlo; quel primo faceva che la si vergognava a torlo.
Il che tutto torna a proposito del precedente discorso, dove si mostra che il popolo, se s'inganna de' generali, de' particulari non s'inganna.
49
Se quelle cittadi che hanno avuto
il principio libero, come Roma,
hanno difficultà a trovare legge
che le mantenghino: quelle che lo hanno
immediate servo, ne hanno quasi
una impossibilità.
Quanto sia difficile, nello ordinare una republica, provedere a tutte quelle leggi che la mantengono libera, lo dimostra assai bene il processo della Republica romana: dove, non ostante che fussono ordinate di molte leggi da Romolo prima, dipoi da Numa, da Tullo Ostilio e Servio, ed ultimamente dai dieci cittadini creati a simile opera; nondimeno sempre nel maneggiare quella città si scoprivono nuove necessità, ed era necessario creare nuovi ordini: come intervenne quando crearono i Censori i quali furono uno di quegli provvedimenti che aiutarono tenere Roma libera, quel tempo che la visse in libertà.
Perché, diventati arbitri de' costumi di Roma, furono cagione potissima che i Romani differissono più a corrompersi.
Feciono bene nel principio della creazione di tale magistrato uno errore, creando quello per cinque anni; ma, dipoi non molto tempo, fu corretto dalla prudenza di Mamerco dittatore, il quale per nuova legge ridusse detto magistrato a diciotto mesi.
Il che i Censori, che vegghiavano ebbero tanto per male, che privarono Mamerco del Senato: la quale cosa e dalla Plebe e dai Padri fu assai biasimata.
E perché la istoria non mostra che Mamerco se ne potessi difendere, conviene o che lo istorico sia difettivo, o gli ordini di Roma in questa parte non buoni: perché e' non è bene che una republica sia in modo ordinata, che uno cittadino per promulgare una legge conforme al vivere