DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO, di Niccolo' Machiavelli - pagina 27
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Di che n'è testimone Tito Livio, dove dice che, venendo a parlamento Filippo re di Macedonia con Tito Quinzio Flaminio, e ragionando d'accordo alla presenza d'uno pretore degli Etoli, e venendo a parole detto pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato la avarizia e la infidelità dicendo che gli Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi mandare loro uomini ancora a servigio del nimico; talché molte volte intra due contrari eserciti si vedevano le insegne di Etolia.
Conoscesi, pertanto, come questo modo di procedere per leghe, è stato sempre simile, ed ha fatto simili effetti.
Vedesi ancora, che quel modo di fare sudditi è stato sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e quando pure egli hanno passato il modo, essere rovinati tosto.
E se questo modo di fare sudditi è inutile nelle republiche armate, in quelle che sono disarmate è inutilissimo: come sono state ne' nostri tempi le republiche d'Italia.
Conoscesi, pertanto, essere vero modo quello che tennono i Romani, il quale è tanto più mirabile, quanto e' non ce n'era innanzi a Roma esemplo, e dopo Roma non è stato alcuno che gli abbi imitati.
E quanto alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la lega di Svezia che gli imita.
E, come nel fine di questa materia si dirà, tanti ordini osservati da Roma, così pertinenti alle cose di dentro come a quelle di fuora, non sono ne' presenti nostri tempi non solamente imitati, ma non n'è tenuto alcuno conto: giudicandoli alcuni non veri, alcuni impossibili, alcuni non a proposito ed inutili; tanto che, standoci con questa ignoranzia, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia.
E quando la imitazione de' Romani paresse difficile, non doverrebbe parere così quella degli antichi Toscani, massime a' presenti Toscani.
Perché, se quelli non poterono, per le cagioni dette, fare uno Imperio simile a quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo del procedere concesse loro.
Il che fu, per un gran tempo, sicuro, con somma gloria d'imperio e d'arme, e massime laude di costumi e di religione.
La quale potenza e gloria fu prima diminuita da' Franciosi, dipoi spenta da' Romani: e fu tanto spenta, che, ancora che, dumila anni fa, la potenza de' Toscani fusse grande, al presente non ce n'è quasi memoria.
La quale cosa mi ha fatto pensare donde nasca questa oblivione delle cose: come nel seguente capitolo si discorrerà.
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Che la variazione delle sètte
e delle lingue, insieme con l'accidente
de' diluvii o della peste, spegne
le memorie delle cose.
A quegli filosofi che hanno voluto che il mondo sia stato eterno, credo che si potesse replicare che, se tanta antichità fusse vera, e' sarebbe ragionevole che ci fussi memoria di più che cinquemila anni; quando e' non si vedesse come queste memorie de' tempi per diverse cagioni si spengano: delle quali, parte vengono dagli uomini, parte dal cielo.
Quelle che vengono dagli uomini sono le variazioni delle sètte e delle lingue.
Perché, quando e' surge una setta nuova, cioè una religione nuova, il primo studio suo è, per darsi riputazione, estinguere la vecchia; e, quando gli occorre che gli ordinatori della nuova setta siano di lingua diversa, la spengono facilmente.
La quale cosa si conosce considerando e' modi che ha tenuti la setta Cristiana contro alla Gentile; la quale ha cancellati tutti gli ordini, tutte le cerimonie di quella, e spenta ogni memoria di quella antica teologia.
Vero è che non gli è riuscito spegnere in tutto la notizia delle cose fatte dagli uomini eccellenti di quella: il che è nato per avere quella mantenuta la lingua latina; il che feciono forzatamente, avendo a scrivere questa legge nuova con essa.
Perché, se l'avessono potuta scrivere con nuova lingua, considerato le altre persecuzioni gli feciono, non ci sarebbe ricordo alcuno delle cose passate.
E chi legge i modi tenuti da San Gregorio, e dagli altri capi della religione cristiana, vedrà con quanta ostinazione e' perseguitarono tutte le memorie antiche, ardendo le opere de' poeti e degli istorici, ruinando le imagini e guastando ogni altra cosa che rendesse alcun segno della antichità.
Talché, se a questa persecuzione egli avessono aggiunto una nuova lingua, si sarebbe veduto in brevissimo tempo ogni cosa dimenticare.
È da credere, pertanto, che quello che ha voluto fare la setta Cristiana contro alla setta Gentile, la Gentile abbia fatto contro a quella che era innanzi a lei.
E perché queste sètte in cinque o in seimila anni variano due o tre volte, si perde la memoria delle cose fatte innanzi a quel tempo; e se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa favolosa, e non è prestato loro fede: come interviene alla istoria di Diodoro Siculo, che, benché e' renda ragione di quaranta o cinquantamila anni, nondimeno è riputato, come io credo, che sia cosa mendace.
Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono quelle che spengono la umana generazione, e riducano a pochi gli abitatori di parte del mondo.
E questo viene o per peste o per fame o per una inondazione d'acque: e la più importante è questa ultima, sì perché la è più universale, sì perché quegli che si salvono sono uomini tutti montanari e rozzi, i quali, non avendo notizia di alcuna antichità, non la possono lasciare a' posteri.
E se infra loro si salvasse alcuno che ne avessi notizia, per farsi riputazione e nome, la nasconde, e la perverte a suo modo; talché ne resta solo a' successori quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro.
E che queste inondazioni, peste e fami venghino, non credo sia da dubitarne; sì perché ne sono piene tutte le istorie, sì perché si vede questo effetto della oblivione delle cose, sì perché e' pare ragionevole ch'e' sia: perché la natura, come ne' corpi semplici, quando e' vi è ragunato assai materia superflua, muove per sé medesima molte volte, e fa una purgazione, la quale è salute di quel corpo; così interviene in questo corpo misto della umana generazione, che, quando tutte le provincie sono ripiene di abitatori, in modo che non possono vivervi, né possono andare altrove, per essere occupati e ripieni tutti i luoghi; e quando la astuzia e la malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo si purghi per uno de' tre modi; acciocché gli uomini, sendo divenuti pochi e battuti, vivino più comodamente, e diventino migliori.
Era dunque, come di sopra è detto, già la Toscana potente, piena di religione e di virtù, aveva i suoi costumi e la sua lingua patria: il che tutto è suto spento dalla potenza romana.
Talché, come si è detto, di lei ne rimane solo la memoria del nome.
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Come i Romani procedevano
nel fare la guerra.
Avendo discorso come i Romani procedevano nello ampliare, discorrereno ora come e' procedevano nel fare la guerra; ed in ogni loro azione si vedrà con quanta prudenzia ei deviarono dal modo universale degli altri, per facilitarsi la via a venire a una suprema grandezza.
La intenzione di chi fa guerra per elezione, o vero per ambizione, è acquistare e mantenere lo acquistato; e procedere in modo con essa, che l'arricchisca e non impoverisca il paese e la patria sua.
È necessario dunque, e nello acquistare e nel mantenere, pensare di non spendere; anzi fare ogni cosa con utilità del publico suo.
Chi vuole fare tutte queste cose, conviene che tenga lo stile e modo romano: il quale fu in prima di fare le guerre, come dicano i Franciosi, corte e grosse; perché, venendo in campagna con eserciti grossi, tutte le guerre che gli ebbono con i Latini, Sanniti e Toscani, le spedirano in brevissimo tempo.
E se si noteranno tutte quelle che feciono dal principio di Roma infino alla ossidione de' Veienti, tutte si vedranno ispedite, quale in sei, quale in dieci, quale in venti dì.
Perché l'uso loro era questo: subito che era scoperta la guerra, egli uscivano fuora con gli eserciti allo incontro del nimico, e subito facevano la giornata.
La quale vinta, i nimici, perché non fosse guasto loro il contado affatto venivano alle condizioni ed i Romani gli condannavano in terreni: i quali terreni gli convertivano in privati commodi o gli consegnavano ad una colonia; la quale posta in su le frontiere di coloro veniva ad essere guardia de' confini romani, con utile di essi coloni, che avevano quegli campi, e con utile del publico di Roma, che sanza spesa teneva quella guardia.
Né poteva questo modo essere più sicuro, o più forte, o più utile: perché mentre che i nimici non erano in su i campi, quella guardia bastava: come e' fossono usciti fuori grossi per opprimere quella colonia, ancora i Romani uscivano fuori grossi, e venivano a giornata con quegli, e fatta e vinta la giornata, imponendo loro più grave condizione, si tornavano in casa.
Così venivano ad acquistare di mano in mano riputazione sopra di loro, e forze in sé medesimi.
E questo modo vennono tenendo infino che mutarono modo di procedere in guerra: il che fu dopo la ossidione de' Veienti; dove, per potere fare guerra lungamente, gli ordinarono di pagare i soldati, che prima, per non essere necessario, essendo le guerre brevi, non gli pagavano.
E benché i Romani dessino il soldo, e che per virtù di questo ei potessono fare le guerre più lunghe, e per farle più discosto la necessità gli tenesse più in su' campi; nondimeno non variarono mai dal primo ordine di finirle presto, secondo il luogo ed il tempo; né variarono mai dal mandare le colonie.
Perché nel primo ordine gli tenne, circa il fare le guerre brevi oltra a il loro naturale uso, l'ambizione de' Consoli; i quali avendo a stare uno anno e di quello anno sei mesi alle stanze, volevano finire la guerra per trionfare.
Nel mandare le colonie gli tenne l'utile e la commodità grande che ne risultava.
Variarono bene alquanto circa le prede, delle quali non erano così liberali come erano stati prima; sì perché e' non pareva loro tanto necessario, avendo i soldati lo stipendio; sì perché, essendo le prede maggiori, disegnavano d'ingrassare di quelle in modo il publico che non fussono constretti a fare le imprese con tributi della città.
Il quale ordine in poco tempo fece il loro erario ricchissimo.
Questi dua modi, adunque, e circa il distribuire la preda, e circa il mandare le colonie, feciono che Roma arricchiva della guerra; dove gli altri principi e republiche non savie ne impoveriscono.
E si ridusse la cosa in termine, che a uno Consolo non pareva potere trionfare, se non portava col suo trionfo assai oro ed argento, e d'ogni altra sorta preda, nello erario.
Così i Romani, con i soprascritti termini, e con il finire le guerre presto, sendo valenti con lunghezza straccare i nimici, e con le rotte e con le scorrerie e con accordi a loro vantaggi, diventarono sempre più ricchi e più potenti.
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Quanto terreno i Romani
davano per colono.
Quanto terreno i Romani distribuissono per colono, credo sia difficile trovarne la verità.
Perché io credo ne dessino più o manco, secondo i luoghi dove e' mandavano le colonie.
Giudicasi che ad ogni modo ed in ogni luogo la distribuzione fussi parca: prima, per potere mandare più uomini, sendo quelli diputati per guardia di quel paese; dipoi perché, vivendo loro poveri a casa, non era ragionevole che volessono che i loro uomini abbondassino troppo fuora.
E Tito Livio dice come, preso Veio, e' vi mandarono una colonia, e distribuirono a ciascuno tre iugeri e sètte once di terra; che sono, al modo nostro....
Perché, oltre alle cose soprascritte, e'giudicavano che non lo assai terreno, ma il bene cultivato, bastasse.
È necessario bene, che tutta la colonia abbi campi publici dove ciascuno possa pascere il suo bestiame, e selve dove prendere del legname per ardere; sanza le quali cose non può una colonia ordinarsi.
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La cagione perché i popoli si partono
da' luoghi patrii, ed inondano
il paese altrui.
Poiché di sopra si è ragionato del modo nel procedere nella guerra osservato da' Romani, e come i Toscani furono assaltati da' Franciosi, non mi pare alieno dalla materia discorrere, come le si fanno di dua generazioni guerre.
L'una è fatta per ambizione de' principi o delle republiche, che cercano di propagare lo imperio; come furono le guerre che fece Alessandro Magno, e quelle che fecero i Romani, e quelle che fanno, ciascuno dì, l'una potenza con l'altra.
Le quali guerre sono pericolose, ma non cacciano al tutto gli abitatori d'una provincia; perché e' basta, al vincitore, solo la ubbidienza de' popoli, e il più delle volte gli lascia vivere con le loro leggi, e sempre con le loro case, e ne' loro beni.
L'altra generazione di guerra è quando uno popolo intero con tutte le sue famiglie si lieva d'uno luogo, necessitato o dalla fame o dalla guerra, e va a cercare nuova sede e nuova provincia; non per comandarla, come quegli di sopra, ma per possederla tutta particularmente, e cacciarne o ammazzare gli abitatori antichi di quella.
Questa guerra è crudelissima e paventosissima.
E di queste guerre ragiona Sallustio nel fine dell'Iugurtino, quando dice che, vinto Iugurta, si sentì il moto de' Franciosi che venivano in Italia: dove ei dice che il Popolo romano con tutte le altre genti combatté solamente per chi dovesse comandare, ma con i Franciosi combatté sempre per la salute di ciascuno.
Perché a un principe o a una republica, che assalta una provincia, basta spegnere solo coloro che comandano; ma a queste populazioni conviene spegnere ciascuno, perché vogliono vivere di quello che altri viveva.
I Romani ebbero tre di queste guerre pericolosissime.
La prima fu quella quando Roma fu presa, la quale fu occupata da quei Franciosi che avevano tolto, come di sopra si disse, la Lombardia a' Toscani, e fattone loro sedia; della quale Tito Livio ne allega due cagioni: la prima, come di sopra si disse, che furono allettati dalla dolcezza delle frutte e del vino d'Italia, delle quali mancavano in Francia; la seconda che, essendo quel regno francioso multiplicato in tanto di uomini, che non vi si potevono più nutrire, giudicarono i principi di quelli luoghi, che e' fusse necessario che una parte di loro andasse a cercare nuova terra, e, fatta tale deliberazione, elessono, per capitani di quegli che si avevano a partire, Belloveso e Sicoveso, duoi re de' Franciosi: de' quali Belloveso venne in Italia, e Sicoveso passò in Ispagna.
Dalla passata del quale Belloveso nacque la occupazione di Lombardia, e di quindi la guerra che prima i Franciosi fecero a Roma.
Dopo questa, fu quella che fecero dopo la prima guerra cartaginese, quando intra Piombino e Pisa ammazzarono più che dugentomila Franciosi.
La terza, fu quando i Tedeschi e' Cimbri vennero in Italia: i quali, avendo vinti più eserciti romani, furono vinti da Mario.
Vinsero adunque i Romani queste tre guerre pericolosissime.
Né era necessario minore virtù a vincerle, perché si vide poi, come la virtù romana mancò e che quelle armi perderono il loro antico valore, fu quello imperio destrutto da simili popoli: i quali furono Gotti, Vandali, e simili, che occuparono tutto lo Imperio occidentale.
Escono tali popoli de' paesi loro, come di sopra si disse, cacciati dalla necessità: e la necessità nasce o dalla fame, o da una guerra ed oppressione che ne' paesi propri è loro fatta: talché e' son constretti cercare nuove terre.
E questi tali, o e' sono gran numero; ed allora con violenza entrano ne' paesi d'altrui, ammazzano gli abitatori, posseggono i loro beni, fanno uno nuovo regno, mutano il nome della provincia: come fece Moisè, e quelli popoli che occuparono lo Imperio romano.
Perché questi nomi nuovi che sono nella Italia e nelle altre provincie, non nascono da altro che da essere state nomate così da nuovi occupatori: come è la Lombardia, che si chiamava Gallia Cisalpina: la Francia si chiamava Gallia Transalpina, ed ora è nominata da' Franchi, che così si chiamavono quelli popoli che la occuparono: la Schiavonia si chiamava Illiria; l'Ungheria, Pannonia; l'Inghilterra, Britannia; e molte altre provincie che hanno mutato nome, le quali sarebbe tedioso raccontare.
Moisè ancora chiamò Giudea quella parte di Soria occupata da lui.
E perché io ho detto, di sopra, che qualche volta tali popoli sono cacciati dalla propria sede per guerra, donde sono constretti cercare nuove terre; ne voglio addurre lo esemplo de' Maurusii, popoli anticamente in Soria: i quali, sentendo venire i popoli ebraici, e giudicando non potere loro resistere, pensarono essere meglio salvare loro medesimi, e lasciare il paese proprio, che, per volere salvare quello, perdere ancora loro; e levatisi con loro famiglie, se ne andarono in Africa, dove posero la loro sedia, cacciando via quelli abitatori che in quegli luoghi trovarono.
E così quegli che non avevano potuto difendere il loro paese, potettono occupare quello d'altrui.
E Procopio, che scrive la guerra che fece Belisario coi Vandali, occupatori della Africa, riferisce avere letto lettere scritte in certe colonne, ne' luoghi dove questi Maurusii abitavano, le quali dicevano: «Nos Maurusii, qui fugimus a facie Jesu latronis filii Navae».
Dove apparisce la cagione della partita loro di Soria.
Sono, pertanto, questi popoli formidolosissimi, sendo cacciati da una ultima necessità; e se e' non riscontrano buone armi, non mai saranno sostenuti.
Ma quando quegli che sono costretti abbandonare la loro patria non sono molti, non sono sì pericolosi come quelli popoli di chi si è ragionato; perché non possono usare tanta violenza, ma conviene loro con arte occupare qualche luogo, e, occupatolo, mantenervisi per via d'amici e di confederati: come si vede che fece Enea, Didone, i Massiliesi e simili; i quali tutti, per consentimento de' vicini, dov'e' posono, poterono mantenervisi.
Escono i popoli grossi, e sono usciti quasi tutti, de' paesi di Scizia; luoghi freddi e poveri: dove, per essere assai uomini, ed il paese di qualità da non gli potere nutrire, sono forzati uscirne, avendo molte cose che gli cacciono, e nessuna che gli ritenga.
E se, da cinquecento anni in qua, non è occorso che alcuni di questi popoli abbiano inondato alcuno paese, è nato per più cagioni.
La prima, la grande evacuazione che fece quel paese nella declinazione dello Imperio, donde uscirono più di trenta popoli.
La seconda è che la Magna e l'Ungheria, donde ancora uscivano di queste genti hanno ora il loro paese bonificato in modo che vi possono vivere agiatamente; talché non sono necessitati di mutare luogo.
Dall'altra parte, sendo loro uomini bellicosissimi, sono come uno bastione a tenere che gli Sciti, i quali con loro confinano, non presumino di potere vincergli o passarli.
E spesse volte occorrono movimenti grandissimi de' Tartari che sono dipoi dagli Ungheri e da quelli di Polonia sostenuti; e spesso si gloriano, che, se non fussono l'armi loro, la Italia e la Chiesa arebbe molte volte sentito il peso degli eserciti tartari.
E questo voglio basti quanto ai prefati popoli.
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Quali cagioni comunemente faccino
nascere le guerre intra i potenti.
La cagione che fece nascere guerra intra i Romani ed i Sanniti, che erano stati in lega gran tempo, è una cagione comune che nasce infra tutti i principati potenti.
La quale cagione o la viene a caso o la è fatta nascere da colui che disidera muovere la guerra.
Quella che nacque intra i Romani ed i Sanniti fu a caso; perché la intenzione de' Sanniti non fu, movendo guerra a' Sidicini, e dipoi ai Campani, muoverla ai Romani.
Ma, sendo i Campani oppressati, e ricorrendo a Roma fuora della opinione de' Romani e de' Sanniti, furono forzati, dandosi i Campani ai Romani, come cosa loro defendergli, e pigliare quella guerra che a loro parve non potere con loro onore fuggire.
Perché e' pareva bene ai Romani ragionevole non potere difendere i Campani come amici, contro a' Sanniti amici, ma pareva ben loro vergogna non gli difendere come sudditi ovvero raccomandati; giudicando, quando e' non avessino presa tale difesa, tôrre la via a tutti quegli che disegnassino venire sotto la potestà loro.
Perché, avendo Roma per fine lo imperio e la gloria, e non la quiete, non poteva ricusare questa impresa.
Questa medesima cagione dette principio alla prima guerra contro ai Cartaginesi, per la defensione che i Romani presono de' Messinesi in Sicilia: la quale fu ancora a caso.
Ma non fu già a caso, dipoi, la seconda guerra che nacque infra loro; perché Annibale capitano cartaginese assaltò i Saguntini amici de' Romani in Ispagna, non per offendere quelli, ma per muovere l'armi romane, ed avere occasione di combatterli, e passare in Italia.
Questo modo nello appiccare nuove guerre è stato sempre consueto intra i potenti, e che si hanno, e della fede e d'altro, qualche rispetto.
Perché, se io voglio fare guerra con uno principe, ed infra noi siano fermi capitoli per un gran tempo osservati, con altra giustificazione e con altro colore assalterò io uno suo amico che lui proprio; sappiendo, massime, che, nello assaltare lo amico, o ei si risentirà, ed io arò lo intento mio di farli guerra, o, non si risentendo, si scoprirà la debolezza o la infidelità sua, di non difendere uno suo raccomandato.
E l'una e l'altra di queste due cose è per tôrli riputazione, e per fare più facili i disegni miei.
Debbesi notare, adunque, e per la dedizione de' Campani, circa al muovere guerra, quanto di sopra si è detto; e di più, quale rimedio abbia una città che non si possa per sé stessa difendere, e vogliasi difendere in ogni modo da quello che l'assalta: il quale è darsi liberamente a quello che tu disegni che ti difenda, come feciono i Capovani a' Romani, e i Fiorentini a il re Ruberto di Napoli: il quale non gli volendo difendere come amici, gli difese poi come sudditi contro alle forze di Castruccio da Lucca, che gli opprimeva.
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I danari non sono il nervo della guerra,
secondo che è la comune opinione.
Perché ciascuno può cominciare una guerra a sua posta, ma non finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una impresa, misurare le forze sue, e secondo quelle governarsi.
Ma debbe avere tanta prudenza, che delle sue forze ei non s'inganni; ed ogni volta s'ingannerà, quando le misuri o dai danari, o dal sito, o dalla benivolenza degli uomini, mancando, dall'altra parte, d'armi proprie.
Perché le cose predette ti accrescono bene le forze, ma ben non te le danno; e per sé medesime sono nulla; e non giovono alcuna cosa sanza l'armi fedeli.
Perché i danari assai non ti bastano sanza quelle; non ti giova la fortezza del paese e la fede e benivolenza degli uomini non dura, perché questi non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere.
Ogni monte, ogni lago, ogni luogo inaccessibile diventa piano, dove i forti difensori mancano.
I danari ancora, non solo non ti difendono, ma ti fanno predare più presto.
Né può essere più falsa quella comune opinione che dice, che i danari sono il nervo della guerra.
La quale sentenza è detta da Quinto Curzio nella guerra che fu intra Antipatro macedone e il re spartano: dove narra, che, per difetto di danari, il re di Sparta fu necessitato azzuffarsi, e fu rotto; ché se ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la nuova in Grecia della morte di Alessandro, donde ei sarebbe rimaso vincitore sanza combattere: ma, mancandogli i danari, e dubitando che lo esercito suo per difetto di quegli non lo abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della zuffa: talché Quinto Curzio per questa cagione afferma, i danari essere il nervo della guerra.
La quale sentenza è allegata ogni giorno, e da' principi, non tanto prudenti che basti, seguitata.
Perché, fondatisi sopra quella, credono che basti loro, a difendersi, avere tesoro assai, e non pensano che se il tesoro bastasse a vincere, che Dario arebbe vinto Alessandro; i Greci arebbono vinto i Romani; ne' nostri tempi il duca Carlo arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni sono, il Papa ed i Fiorentini insieme non arebbono avuta difficultà in vincere Francesco Maria, nipote di papa Iulio II, nella guerra di Urbino.
Ma tutti i soprannominati furono vinti da coloro che non il danaio ma i buoni soldati stimano essere il nervo della guerra.
Intra le altre cose che Creso re de' Lidii mostrò a Solone ateniese, fu uno tesoro innumerabile, e domandando quel che gli pareva della potenza sua, gli rispose Solone, che per quello e' non lo giudicava più potente; perché la guerra si faceva con il ferro e non con l'oro, e che poteva venire uno che avessi più ferro di lui, e torgliene.
Oltre a di questo, quando, dopo la morte di Alessandro Magno, una moltitudine di Franciosi passò in Grecia, e poi in Asia, e, mandando i Franciosi oratori a il re di Macedonia per trattare certo accordo; quel re, per mostrare la potenza sua e per sbigottirli, mostrò loro oro ed ariento assai: donde quelli Franciosi, che di già avevano come ferma la pace, la ruppono; tanto desiderio in loro crebbe di torgli quell'oro: e così fu quel re spogliato per quella cosa che egli aveva per sua difesa accumulata.
I Viniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo erario loro pieno di tesoro, perderno tutto lo stato, sanza potere essere difesi da quello.
Dico pertanto, non l'oro, come grida la comune opinione, essere il nervo della guerra, ma i buoni soldati: perché l'oro non è sufficiente a trovare i buoni soldati, ma i buoni soldati sono bene sufficienti a trovare l'oro.
Ai Romani, s'eglino avessoro voluto fare la guerra più con i danari che con il ferro, non sarebbe bastato avere tutto il tesoro del mondo, considerato le grandi imprese che feciono, e le difficultà che vi ebbono dentro.
Ma, faccendo le loro guerre con il ferro, non patirono mai carestia dell'oro, perché da quegli che gli temevano era portato loro infino ne' campi.
E se quel re spartano per carestia di danari ebbe a tentare la fortuna della zuffa, intervenne a lui quello, per conto de' danari, che molte volte è intervenuto per altre cagioni: perché si è veduto che, mancando a uno esercito le vettovaglie, ed essendo necessitati o a morire di fame o azzuffarsi, si piglia il partito sempre di azzuffarsi, per essere più onorevole, e dove la fortuna ti può in qualche modo favorire.
Ancora è intervenuto molte volte, che, veggendo uno capitano al suo esercito inimico venire soccorso, gli conviene o azzuffarsi con quello e tentare la fortuna della zuffa; o, aspettando ch'egli ingrossi, avere a combattere in ogni modo, con mille suoi disavvantaggi.
Ancora si è visto (come intervenne a Asdrubale, quando nella Marca fu assaltato da Claudio Nerone, insieme con l'altro console romano) che un capitano, necessitato o a fuggirsi o a combattere, come sempre elegge il combattere; parendogli in questo partito, ancora che dubbiosissimo, potere vincere; ed in quello altro avere a perdere in ogni modo.
Sono, adunque, molte necessitadi che fanno a un capitano fuor della sua intenzione pigliare partito di azzuffarsi, intra le quali qualche volta può essere la carestia de' danari; né per questo si debbono i danari giudicare essere il nervo della guerra, più che le altre cose che inducano gli uomini a simile necessità.
Non è, adunque, replicandolo di nuovo, l'oro il nervo della guerra, ma i buoni soldati.
Son bene necessari i danari in secondo luogo, ma è una necessità che i soldati buoni per sé medesimi la vincono; perché è impossibile che ai buoni soldati manchino i danari, come che i danari per loro medesimi trovino i buoni soldati.
Mostra, questo che noi diciamo essere vero, ogni istoria in mille luoghi; non ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi a fare guerra con tutto il Peloponnesso, mostrando ch'e' potevano vincere quella guerra con la industria e con la forza del danaio.
E benché in tale guerra gli Ateniesi prosperassino qualche volta, in ultimo la perderono; e valson più il consiglio e li buoni soldati di Sparta, che la industria ed il danaio di Atene.
Ma Tito Livio è di questa opinione più vero testimone che alcuno altro, dove, discorrendo se Alessandro Magno fussi venuto in Italia, s'egli avesse vinto i Romani, mostra essere tre cose necessarie nella guerra; assai soldati e buoni, capitani prudenti, e buona fortuna: dove, esaminando quali o i Romani o Alessandro prevalessero in queste cose, fa dipoi la sua conclusione sanza ricordare mai i danari.
Doverono i Capovani, quando furono richiesti da' Sidicini che prendessono l'armi per loro contro ai Sanniti, misurare la potenza loro dai danari, e non da' soldati: perché, preso ch'egli ebbero partito di aiutargli, dopo due rotte furono constretti farsi tributari de' Romani, se si vollono salvare.
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Non è partito prudente fare amicizia
con uno principe che abbia più opinione
che forze.
Volendo Tito Livio mostrare lo errore de' Sidicini a fidarsi dello aiuto de' Campani, e lo errore de' Campani a credere potergli difendere, non lo potrebbe dire con più vive parole, dicendo: «Campani magis nomen in auxilium Sidicinorum, quam vires ad praesidium attulerunt».
Dove si debbe notare che le leghe che si fanno coi principi, che non abbino o commodità di aiutarti per la distanza del sito, o forze da farlo per suo disordine o altra sua cagione, arrecono più fama che aiuto a coloro che se ne fidano: come intervenne, ne' dì nostri, ai Fiorentini, quando, nel 1479, il Papa ed il re di Napoli gli assaltarono: ché, essendo amici del re di Francia, trassono di quella amicizia «magis nomen, quam praesidium», come interverrebbe ancora a quel principe, che, confidatosi di Massimiliano imperadore, facesse qualche impresa; perché questa è una di quelle amicizie che arrecherebbe a chi la facesse «magis nomen, quam praesidium», come si dice, in questo testo, che arrecò quella de' Capovani a' Sidicini.
Errarono, adunque, in questa parte i Capovani, per parere loro avere più forze che non avevano.
E così fa la poca prudenzia degli uomini, qualche volta, che, non sappiendo né potendo difendere sé medesimi, vogliono prendere impresa di difendere altrui: come fecero ancora i Tarentini, i quali, sendo gli eserciti romani allo incontro dello esercito Sannite, mandarono ambasciadori al Console romano, a fargli intendere come ei volevano pace intra quegli due popoli, e come erano per fare guerra contro a quello che dalla pace si discostasse; talché il Console, ridendosi di questa proposta, alla presenza di detti ambasciadori fece sonare a battaglia, ed al suo esercito comandò che andasse a trovare il nimico, mostrando ai Tarentini, con la opera e non con le parole, di che risposta essi erano degni.
Ed avendo nel presente capitolo ragionato de' partiti che pigliono i principi, al contrario, per la difesa d'altrui, voglio, nel seguente, parlare di quegli che si pigliano per la difesa propria.
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S'egli è meglio, temendo di essere
assaltato, inferire o aspettare la guerra.
Io ho sentito da uomini, assai pratichi nelle cose della guerra, qualche volta disputare, se sono dua principi quasi di equali forze, e quello più gagliardo abbi bandito la guerra contro a quell'altro, quale sia migliore partito per l'altro, o aspettare il nimico dentro a' confini suoi, o andarlo a trovare in casa ed assaltare lui: e ne ho sentito addurre ragioni da ogni parte.
E chi difende lo andare assaltare altri, ne allega il consiglio che Creso dette a Ciro, quando, arrivato in su' confini de' Massageti per fare loro guerra, la loro regina Tamiri gli mandò a dire, che eleggessi quale de' due partiti volesse; o entrare nel regno suo, dove ella lo aspetterebbe; o volesse che ella venisse a trovare lui.
E venuta la cosa in discettazione, Creso, contro alla opinione degli altri, disse che si andasse a trovare lei; allegando che, s'egli la vincesse discosto a il suo regno, che non le torrebbe il regno, perché ella arebbe tempo a rifarsi, ma se la vincesse dentro ai suoi confini, potrebbe seguirla in su la fuga, e, non le dando spazio a rifarsi, torle lo stato.
Allegane ancora il consiglio che dette Annibale ad Antioco, quando quel re disegnava fare guerra ai Romani: dove ei mostra come i Romani non si potevano vincere se non in Italia, perché quivi altrui si poteva valere delle armi e delle ricchezze e degli amici loro; ma chi gli combatteva fuora d'Italia, e lasciava loro la Italia libera, lasciava loro quella fonte che mai le manca vita a somministrare forze dove bisogna; e conchiuse che ai Romani si poteva prima tôrre Roma che lo imperio, e prima la Italia che le altre provincie.
Allega ancora Agatocle che, non potendo sostenere la guerra di casa, assaltò i Cartaginesi che gliene facevano, e gli ridusse a domandare pace.
Allega Scipione che, per levare la guerra di Italia, assaltò la Africa.
Chi parla al contrario, dice che chi vuole fare capitare male uno inimico, lo discosti da casa.
Allegane gli Ateniesi, che, mentre che feciono la guerra commoda alla casa loro, restarono superiori; e come si discostarono, ed andarono con gli eserciti in Sicilia, perderono la libertà.
Allega le favole poetiche, dove si mostra che Anteo, re di Libia, assaltato da Ercole Egizio, fu insuperabile mentre che lo aspettò dentro a' confini del suo regno; ma, come ei se ne discostò per astuzia di Ercole, perdé lo stato e la vita.
Onde è dato luogo alla favola che Anteo, sendo in terra, ripigliava le forze da sua madre, che era la Terra, e che Ercole, avvedutosi di questo, lo levò in alto, e discostollo dalla terra.
Allegane ancora i giudicii moderni.
Ciascuno sa come Ferrando re di Napoli fu ne' suoi tempi tenuto uno savissimo principe: e venendo la fama, due anni davanti la sua morte, come il re di Francia Carlo VIII voleva venire a assaltarlo, avendo fatte assai preparazioni, ammalò; e, venendo a morte, intra gli altri ricordi che lasciò a Alfonso suo figliuolo, fu ch'egli aspettasse il nimico dentro a il regno; e per cosa del mondo non traesse forze fuora dello stato suo, ma lo aspettasse dentro a' suoi confini tutto intero: il che non fu osservato da quello; ma, mandato uno esercito in Romagna, sanza combattere perdé quello e lo stato.
Le ragioni che, oltre alle cose dette, da ogni parte si adducono, sono: che chi assalta viene con maggiore animo che chi aspetta, il che fa più confidente lo esercito: toglie, oltre a di questo, molte commodità al nimico di potersi valere delle sue cose, non si potendo valere di que' sudditi che siano saccheggiati; e, per avere il nimico in casa, è constretto il signore avere più rispetto a trarne da loro danari ed affaticargli: sicché ei viene a seccare quella fonte, come disse Annibale, che fa che colui può sostenere la guerra.
Oltra di questo, i suoi soldati, per trovarsi nel paese d'altrui, sono più necessitati a combattere; e quella necessità fa virtù, come più volte abbiamo detto.
Dall'altra parte si dice: come, aspettando il nimico, si aspetta con assai vantaggio, perché, sanza disagio alcuno, tu puoi dare a quello molti disagi di vettovaglie, e d'ogni altra cosa che abbia bisogno uno esercito: puoi meglio impedirgli i disegni suoi, per la notizia del paese che tu hai più di lui: puoi con più forze incontrarlo, per poterle facilmente tutte unire, ma non potere già tutte discostarle da casa: puoi, sendo rotto, rifarti facilmente; sì perché del tuo esercito se ne salverà assai, per avere i rifugi propinqui; sì perché il supplimento non ha a venire discosto: tanto che tu vieni ad arristiare tutte le forze, e non tutta la fortuna; e, discostandoti, arrischi tutta la fortuna, e non tutte le forze.
Ed alcuni sono stati che, per indebolire meglio il suo nimico, lo lasciono entrare parecchi giornate in su il paese loro, e pigliare assai terre; acciò che, lasciando i presidii in tutte, indebolisca il suo esercito, e possinlo dipoi combattere più facilmente.
Ma, per dire ora io quello che io ne intendo, io credo che si abbia a fare questa distinzione: o io ho il mio paese armato, come i Romani, o come hanno i Svizzeri, o io l'ho disarmato, come avevano i Cartaginesi, o come l'hanno il re di Francia e gli Italiani.
In questo caso, si debbe tenere il nimico discosto a casa; perché, sendo la tua virtù nel danaio e non negli uomini, qualunque volta ti è impedita la via di quello, tu sei spacciato; né cosa veruna te lo impedisce quanto la guerra di casa.
In esempli ci sono i Cartaginesi; i quali, mentre che ebbono la casa loro libera, potettono con le rendite fare guerra con i Romani; e quando l'avevano assaltata, non potevano resistere ad Agatocle.
I Fiorentini non avevano rimedio alcuno con Castruccio signore di Lucca, perché ei faceva loro la guerra in casa; tanto che gli ebbero a darsi, per essere difesi, al re Ruberto di Napoli.
Ma, morto Castruccio, quelli medesimi Fiorentini ebbono animo di assaltare il duca di Milano in casa, ed operare di torgli il regno: tanta virtù mostrarono nelle guerre longinque, e tanta viltà nelle propinque.
Ma quando i regni sono armati, come era armata Roma e come sono i Svizzeri, sono più difficili a vincere quanto più ti appressi loro: perché questi corpi possono unire più forze a resistere a uno impeto, che non possono ad assaltare altrui.
Né mi muove in questo caso l'autorità d'Annibale, perché la passione e l'utile suo gli faceva così dire a Antioco.
Perché, se i Romani avessono avute in tanto spazio di tempo quelle tre rotte in Francia ch'egli ebbero in Italia da Annibale, sanza dubbio erano spacciati: perché non si sarebbono valuti de' residui degli eserciti, come si valsono in Italia; non arebbono avuto, a rifarsi, quelle commodità; né potevono con quelle forze resistere al nimico, che poterono.
Non si truova, per assaltare una provincia, che loro mandassino mai fuora eserciti che passassino cinquantamila persone; ma per difendere la casa ne missero in arme contro ai Franciosi, dopo la prima guerra punica, diciotto centinaia di migliaia.
Né arebbono potuto poi rompere quegli in Lombardia, come gli ruppono in Toscana; perché contro a tanto numero di inimici non arebbono potuto condurre tante forze sì discosto, né combattergli con quella commodità.
I Cimbri ruppono uno esercito romano nella Magna, né vi ebbono i Romani rimedio.
Ma come gli arrivarono in Italia, e che ei poterono mettere tutte le loro forze insieme, gli spacciarono.
I Svizzeri è facile vincergli fuori di casa, dove ei non possono mandare più che un trenta o quarantamila uomini; ma vincergli in casa, dove ei ne possono raccozzare centomila, è difficilissimo.
Conchiuggo adunque, di nuovo, che quel principe che ha i suoi popoli armati ed ordinati alla guerra, aspetti sempre in casa una guerra potente e pericolosa, e non la vadia a rincontrare: ma quello che ha i suoi sudditi disarmati, ed il paese inusitato alla guerra, se le discosti sempre da casa il più che può.
E così l'uno e l'altro, ciascuno nel suo grado si difenderà meglio.
13
Che si viene di bassa a gran fortuna
più con la fraude; che con la forza.
Io stimo essere cosa verissima che rado, o non mai, intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a gradi grandi, sanza la forza e sanza la fraude; pure che quel grado al quale altri è pervenuto non li sia o donato o lasciato per eredità.
Né credo si truovi mai che la forza sola basti, ma si troverrà bene che la fraude sola basterà: come chiaro vedrà colui che leggerà la vita di Filippo di Macedonia, quella di Agatocle siciliano, e di molti altri simili, che d'infima ovvero di bassa fortuna, sono pervenuti o a regno o a imperii grandissimi.
Mostra Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessità dello ingannare, considerato che la prima ispedizione che fe' fare a Ciro contro al re di Armenia è piena di fraude, e come con inganno, e non con forza, gli fe' occupare il suo regno; e non conchiude altro, per tale azione, se non che a un principe che voglia fare gran cose, è necessario imparare a ingannare.
Fegli ingannare, oltra di questo, Ciassare, re de' Medii, suo zio materno, in più modi; sanza la quale fraude mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne.
Né credo che si truovi mai alcuno, costituto in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio solo con la forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo con la fraude: come fece Giovan Galeazzo per tôrre lo stato e lo imperio di Lombardia a messer Bernabò suo zio.
E quel che sono necessitati fare i principi ne' principii degli augumenti loro, sono ancora necessitate a fare le republiche, infino che le siano diventate potenti, e che basti la forza sola.
E perché Roma tenne in ogni parte, o per sorte o per elezione, tutti i modi necessari a venire a grandezza, non mancò ancora di questo.
Né poté usare, nel principio, il maggiore inganno, che pigliare il modo, discorso di sopra da noi, di farsi compagni; perché sotto questo nome se gli fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli a lo intorno.
Perché prima si valse dell'armi loro in domare i popoli convicini, e pigliare la riputazione dello stato; dipoi, domatogli, venne in tanto augumento, che la poteva battere ciascuno.
Ed i Latini non si avvidono mai, di essere al tutto servi, se non poi che vidono dare due rotte ai Sanniti, e constrettigli ad accordo.
La quale vittoria, come ella accrebbe gran riputazione ai Romani co' principi longinqui, che mediante quella sentirono il nome romano, e non l'armi, così generò invidia e sospetto in quelli che vedevano e sentivano l'armi, intra i quali furono i Latini.
E tanto poté questa invidia e questo timore, che non solo i Latini ma le colonie che essi avevano in Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanzi difesi, congiurarono contro a il nome romano.
E mossono questa guerra i Latini nel modo che si dice di sopra che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma difendendo i Sidicini contro ai Sanniti; a' quali i Sanniti facevano guerra con licenza de' Romani.
E che sia vero che i Latini si movessono per avere conosciuto questo inganno, lo dimostra Tito Livio nella bocca di Annio Setino pretore latino, il quale nel concilio loro disse queste parole: «Nam si etiam nunc sub umbra foederis aequi servitutem pati possumus etc.».
Vedesi pertanto i Romani ne' primi augumenti loro non essere mancati etiam della fraude; la quale fu sempre necessaria a usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi gradi salire: la quale è meno vituperabile quanto è più coperta, come fu questa de' Romani.
14
Ingannansi molte volte gli uomini,
credendo con la umiltà
vincere la superbia.
Vedesi molte volte come l'umiltà non solamente non giova ma nuoce, massimamente usandola con gli uomini insolenti, che, o per invidia o per altra cagione, hanno concetto odio teco.
Di che ne fa fede lo istorico nostro in questa cagione di guerra intra i Romani e i Latini.
Perché, dolendosi i Sanniti con i Romani che i Latini gli avevano assaltati, i Romani non vollono proibire ai Latini tale guerra, disiderando non gli irritare: il che non solamente non gli irritò ma gli fece diventare più animosi contro a loro, e si scopersono più presto inimici.
Di che ne fanno fede le parole usate dal prefato Annio pretore latino nel medesimo concilio, dov'e' dice: «Tentastis patientiam negando militem: quis dubitat exarsisse eos? Pertulerunt tamen hunc dolorem.
Exercitus nos parare adversus Samnites, foederatos suos, audierunt, nec moverunt se ab urbe.
Unde haec illis tanta modestia, nisi conscientia virium, et nostrarum et suarum?».
Conoscesi, pertanto, chiarissimo per questo testo, quanto la pazienza de' Romani accrebbe l'arroganza de' Latini.
E però, mai un principe debbe volere mancare del grado suo, e non debbe mai lasciare alcuna cosa d'accordo, volendola lasciare onorevolmente, se non quando e' la può, o ei si crede che la possa tenere: perché gli è meglio, quasi sempre, sendosi condotta la cosa in termine che tu non la possa lasciare nel modo detto, lasciarsela tôrre con le forze, che con la paura delle forze.
Perché, se tu la lasci con la paura, lo fai per levarti la guerra, ed il più delle volte non te la lievi: perché colui a chi tu arai con una viltà scoperta concesso quella, non istarà saldo, ma ti vorrà tôrre delle altre cose, e si accenderà più contro a di te, stimandoti meno; e, dall'altra parte, in tuo favore troverrai i difensori più freddi, parendo loro che tu sia o debole o vile: ma se tu, subito scoperta la voglia dello avversario, prepari le forze, ancora che le siano inferiori a lui, quello ti comincerà a stimare; stimanti più gli altri principi allo intorno; e a tale viene voglia di aiutarti, sendo in su l'armi, che, abbandonandoti, non ti aiuterebbe mai.
Questo s'intende quando tu abbia uno inimico; ma quando ne avessi più, rendere delle cose che tu possedessi a alcuno di loro per riguadagnarselo, ancora che fussi di già scoperta la guerra, e per ismembrarlo dagli altri confederati tuoi nimici, fia sempre partito prudente.
15
Gli stati deboli
sempre fiano ambigui nel risolversi:
e sempre le diliberazioni lente
sono nocive.
In questa medesima materia, ed in questi medesimi principii di guerra intra i Latini ed i Romani, si può notare come in ogni consulta è bene venire allo individuo di quello che si ha a diliberare, e non stare sempre in ambiguo né in su lo incerto della cosa.
Il che si vede manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando ei pensavano alienarsi dai Romani.
Perché, avendo i Romani presentito questo cattivo umore che ne' popoli latini era entrato, per certificarsi della cosa, e per veder se potevano sanza mettere mano alle armi riguadagnarsi quegli popoli, fecero loro intendere, come e' mandassono a Roma otto cittadini perché avevano a consultare con loro.
I Latini, inteso questo, ed avendo coscienza di molte cose fatte contro alla voglia de' Romani, fecioro concilio per ordinare chi dovesse ire a Roma e darli commissione di quello ch'egli avesse a dire.
E stando nel concilio in questa disputa, Annio loro pretore disse queste parole: «Ad summam rerum nostrarum pertinere arbitror, ut cogitetis magis, quid agendum nobis, quam quid loquendum sit.
Facile erit, explicatis consiliis, accommodare rebus verba».
Sono, sanza dubbio, queste parole verissime e debbono essere da ogni principe e da ogni republica gustate: perché, nella ambiguità e nella incertitudine di quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole, ma, fermo una volta l'animo, e diliberato quello sia da esequire, è facil cosa trovarvi le parole.
Io ho notata questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle publiche azioni, con danno e con vergogna della republica nostra.
E sempre mal avverrà che ne' partiti dubbi e dove bisogna animo a diliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbiano a essere consigliati e diliberati da uomini deboli.
Non sono meno nocive ancora le diliberazioni lente e tarde, che le ambigue; massime quelle che si hanno a diliberare in favore di alcuno amico; perché con la lentezza loro non si aiuta persona, e nuocesi a sé medesimo.
Queste diliberazioni così fatte procedono o da debolezza d'animo e di forze, o da malignità di coloro che hanno a diliberare i quali, mossi dalla passione propria di volere rovinare lo stato o adempiere qualche altro loro disiderio, non lasciano seguire la diliberazione, ma la impediscono e la attraversono.
Perché i buoni cittadini, ancora che vegghino una foga popolare voltarsi alla parte perniziosa, mai impediranno il diliberare, massime di quelle cose che non aspettano tempo.
Morto che fu Girolamo tiranno in Siragusa, essendo la guerra grande intra i Cartaginesi ed i Romani, vennono i Siracusani in disputa se dovevano seguire l'amicizia romana o la cartaginese.
E tanto era lo ardore delle parti, che la cosa stava ambigua, né se ne prendeva alcuno partito: insino a tanto che Apollonide, uno de' primi in Siracusa, con una sua orazione piena di prudenza, mostrò come e' non era da biasimare chi teneva la opinione di aderirsi ai Romani, né quelli che volevano seguire la parte cartaginese; ma era bene da detestare quella ambiguità e tardità di pigliare il partito, perché vedeva al tutto in tale ambiguità la rovina della republica; ma preso che si fussi il partito, qualunque si fusse, si poteva sperare qualche bene.
Né potrebbe mostrare più Tito Livio, che si faccia in questa parte, il danno che si tira dietro lo stare sospeso.
Dimostralo ancora in questo caso de' Latini: poiché, essendo i Lavinii ricerchi da loro d'aiuto contro ai Romani, differirono tanto a diliberarlo, che, quando eglino erano usciti appunto fuora della porta con le genti per dare loro soccorso, venne la nuova i Latini essere rotti.
Donde Milionio loro pretore disse: - Questo poco della via ci costerà assai col Popolo romano -.
Perché, se si diliberavano prima, o di aiutare o di non aiutare i Latini, non li aiutando, ei non irritavano i Romani; aiutandogli, essendo lo aiuto in tempo, potevono con la aggiunta delle loro forze fargli vincere; ma differendo, venivano a perdere in ogni modo, come intervenne loro.
E se i Fiorentini avessono notato questo testo, non arebbono avuto co' Franciosi né tanti danni né tante noie quante ebbono nella passata che il re Luigi di Francia XII fece in Italia contro a Lodovico duca di Milano.
Perché, trattando il re tale passata, ricercò i Fiorentini d'accordo: e gli oratori, che erano appresso al re, accordarono con lui che si stessino neutrali, e che il re venendo in Italia gli avesse a mantenere nello stato e ricevere in protezione: e dette tempo un mese alla città a ratificarlo.
Fu differita tale ratificazione da chi per poca prudenza favoriva le cose di Lodovico: intanto che, il re già sendo in su la vittoria, e volendo poi i Fiorentini ratificare, non fu la ratificazione accettata; come quello che conobbe i Fiorentini essere venuti forzati e non voluntari nella amicizia sua.
Il che costò alla città di Firenze assai danari, e fu per perdere lo stato: come poi altra volta per simile causa le intervenne.
E tanto più fu dannabile quel partito, perché non si servì ancora a il duca Lodovico; il quale, se avesse vinto, arebbe mostri molti più segni d'inimicizia contro ai Fiorentini, che non fece il re.
E benché del male che nasce, alle republiche, di questa debolezza, se ne sia di sopra in uno altro capitolo discorso, nondimeno, avendone di nuovo occasione per uno nuovo accidente, ho voluto replicarne parendomi, massime, materia che debba essere dalle republiche, simili alla nostra, notata.
16
Quanto i soldati de' nostri tempi
si disformino dagli antichi ordini.
La più importante giornata che fu mai fatta in alcuna guerra con alcuna nazione dal Popolo romano, fu questa che ei fece con i popoli latini, nel consolato di Torquato e di Decio.
Perché ogni ragione vuole che, così come i Latini per averla perduta diventarono servi, così sarebbero stati servi i Romani, quando non l'avessino vinta.
E di questa opinione è Tito Livio; perché in ogni parte fa gli eserciti pari di ordine, di virtù, d'ostinazione e di numero: solo vi fa differenza, che i capi dello esercito romano furono più virtuosi che quelli dello esercito latino.
Vedesi ancora come nel maneggio di questa giornata nacquono due accidenti, non prima nati, e che dipoi hanno radi esempli: che, di due Consoli, per tenere fermi gli animi de' soldati, ed ubbidienti a' comandamenti loro, e diliberati al combattere l'uno ammazzò sé stesso, e l'altro il figliuolo.
La parità, che Tito Livio dice essere in questi eserciti, era che, per avere militato gran tempo insieme, erano pari di lingua, d'ordine e d'armi: perché nello ordinare la zuffa tenevano uno modo medesimo; e gli ordini e i capi degli ordini avevano i medesimi nomi.
Era dunque necessario, sendo di pari forze e di pari virtù, che nascesse qualche cosa istraordinaria, che fermasse e facesse più ostinati gli animi dell'uno che dell'altro: nella quale ostinazione consiste, come altre volte si è detto, la vittoria; perché, mentre che la dura ne' petti di quelli che combattono, mai non dànno volta gli eserciti.
E perché la durasse più ne' petti de' Romani che de' Latini, parte la sorte, parte la virtù de' Consoli fece nascere che Torquato ebbe a ammazzare il figliuolo, e Decio sé stesso.
Mostra Tito Livio, nel mostrare questa parità di forze, tutto l'ordine che tenevono i Romani nelli eserciti e nelle zuffe.
Il quale esplicando egli largamente, non replicherò altrimenti; ma solo discorrerò quello che io vi giudico notabile, e quello che, per essere negletto da tutti i capitani di questi tempi, ha fatto, negli eserciti e nelle zuffe, di molti disordini.
Dico, adunque, che per il testo di Livio si raccoglie come lo esercito romano aveva tre divisioni principali, le quali toscanamente si possono chiamare tre schiere; e nominavano la prima astati, la seconda principi, la terza triari: e ciascuna di queste aveva i suoi cavagli.
Nello ordinare una zuffa, ei mettevano gli astati innanzi; nel secondo luogo, per ritto, dietro alle spalle di quelli, ponevano i principi; nel terzo, pure nel medesimo filo, collocavano i triari.
I cavagli di tutti questi ordini gli ponevano a destra ed a sinistra di queste tre battaglie; le stiere de' quali cavagli, dalla forma loro, e dal luogo, si chiamavano «alae» perché parevano come due alie di quel corpo.
Ordinavono la prima stiera, degli astati, che era nella fronte, serrata in modo insieme, che la potesse spignere e sostenere il nimico.
La seconda stiera, de' principi, perché non era la prima a combattere, ma bene le conveniva soccorrere alla prima quando fussi battuta o urtata, non la facevano stretta, ma mantenevano i suoi ordini radi, e di qualità che la potessi ricevere in sé, sanza disordinarsi, la prima, qualunque volta, spinta dal nimico, fusse necessitata ritirarsi.
La terza stiera, de' triari, aveva ancora gli ordini più radi che la seconda, per potere ricevere in sé, bisognando, le due prime stiere, de' principi e degli astati.
Collocate, dunque, queste stiere in questa forma, appiccavano la zuffa: e, se gli astati erano sforzati o vinti, si ritiravano nella radità degli ordini de' principi; e, tutti uniti insieme, fatto di due stiere uno corpo, rappiccavano la zuffa: se questi ancora erano ributtati, sforzati si ritiravano tutti nella rarità degli ordini de' triari; e tutt'a tre le stiere, diventate uno corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo superati, per non avere più da rifarsi, perdevono la giornata.
E perché ogni volta che questa ultima stiera de' triari si adoperava, lo esercito era in pericolo, ne nacque quel proverbio: «Res redacta est ad triarios», che, a uso toscano, vuole dire:«Noi abbiamo messa l'ultima posta».
I capitani de' nostri tempi, come egli hanno abbandonati tutti gli altri ordini, e della antica disciplina non ne osservano parte alcuna, così hanno abbandonata questa parte, la quale non è di poca importanza: perché chi si ordina di potersi rifare nelle giornate tre volte, ha ad avere tre volte inimica la fortuna a volere perdere, ed ha ad avere per iscontro una virtù che sia atta tre volte a vincerlo.
Ma chi non sta se non in sul primo urto, come stanno oggi tutti gli eserciti cristiani, può facilmente perdere; perché ogni disordine, ogni mezzana virtù gli può tôrre la vittoria.
Quello che fa agli eserciti nostri mancare di potersi rifare tre volte, è lo avere perduto il modo di ricevere l'una stiera nell'altra.
Il che nasce perché al presente s'ordinano le giornate con uno di questi due disordini: o ei mettono le loro stiere a spalle l'una dell'altra, e fanno la loro battaglia, larga per traverso, e sottile per diritto; il che la fa più debole, per avere poco dal petto alle stiene.
E quando pure, per farla più forte, ei riducano le stiere per il verso de' Romani, se la prima fronte è rotta, non avendo ordine di essere ricevuta dalla seconda, s'ingarbugliano insieme tutte, e rompano sé medesime: perché, se quella dinanzi è spinta, ella urta la seconda; se la seconda si vuole fare innanzi, ella è impedita dalla prima: donde che, urtando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce tanta confusione, che spesso un minimo accidente rovina uno esercito.
Gli eserciti spagnuoli e franciosi nella zuffa di Ravenna, dove morì monsignor de Fois capitano delle genti di Francia (la quale fu, secondo i nostri tempi, assai bene combattuta giornata), s'ordinarono con l'uno de' soprascritti modi; cioè che l'uno e l'altro esercito venne con tutte le sue genti ordinate a spalle: in modo che non venivano avere né l'uno né l'altro se non una fronte, ed erano assai più per il traverso che per il diritto.
E questo avviene loro sempre, dove egli hanno la campagna grande, come gli avevano a Ravenna: perché, conoscendo il disordine che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo fuggono, quando ei possono, col fare la fronte larga, come è detto; ma quando il paese gli ristrigne, si stanno nel disordine soprascritto, sanza pensare al rimedio.
Con questo medesimo disordine cavalcano per il paese inimico, o se ei predano, o se fanno altro maneggio di guerra.
Ed a Santo Regolo in quel di Pisa, ed altrove, dove i Fiorentini furono rotti da' Pisani ne' tempi della guerra che fu tra i Fiorentini e quella città, per la sua ribellione dopo la passata di Carlo re di Francia in Italia, non nacque tale rovina d'altronde che dalla cavalleria amica; la quale, sendo davanti e ributtata da' nimici, percosse nella fanteria fiorentina, e quella ruppe: donde tutto il restante delle genti dierono volta: e messer Ciriaco dal Borgo, capo antico delle fanterie fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte volte, non essere mai stato rotto se non dalla cavalleria degli amici.
I Svizzeri, che sono i maestri delle moderne guerre, quando ei militano con i Franciosi, sopra tutte le cose hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria amica, se fusse ributtata, non gli urti.
E benché queste cose paiano facili ad intendere, e facilissime a farsi, nondimeno non si è trovato ancora alcuno de' nostri contemporanei capitani, che gli antichi ordini imiti, e i moderni corregga.
E benché gli abbino ancora loro tripartito lo esercito, chiamando l'una parte antiguardo, l'altra battaglia, e l'altra retroguardo; non se ne servono ad altro che a comandarli nelli alloggiamenti, ma nello adoperargli, rade volte è, come di sopra è detto, che a tutti questi corpi non faccino correre una medesima fortuna.
E perché molti, per scusarne la ignoranza loro, allegano che la violenza delle artiglierie non patisce che in questi tempi si usino molti ordini de gli antichi, voglio disputare nel seguente capitolo questa materia, e vo' esaminare se le artiglierie impediscano che non si possa usare l'antica virtù.
17
Quanto si debbino stimare dagli eserciti
ne' presenti tempi le artiglierie;
e se quella opinione,
che se ne ha in universale, è vera.
Considerando io, oltre alle cose soprascritte, quante zuffe campali (chiamate ne' nostri tempi, con vocabolo francioso, giornate, e, dagli Italiani, fatti d'arme) furono fatte da' Romani in diversi tempi, mi è venuto in considerazione la opinione universale di molti, che vuole che, se in quegli tempi fussono state le artiglierie, non sarebbe stato lecito ai Romani, né sì facile, pigliare le provincie, farsi tributari i popoli, come ei fecero; né arebbono in alcuno modo fatto sì gagliardi acquisti.
Dicono ancora, che, mediante questi instrumenti de' fuochi, gli uomini non possono usare né mostrare la virtù loro, come ei potevano anticamente.
E soggiungano una terza cosa: che si viene con più difficultà alle giornate che non si veniva allora, né vi si può tenere dentro quegli ordini di quegli tempi; talché la guerra si ridurrà col tempo in su le artiglierie.
E giudicando non fuora di proposito disputare se tali opinioni sono vere, e quanto le artiglierie abbino accresciuto o diminuito di forze agli eserciti, e se le tolgano o danno occasione ai buoni capitani di operare virtuosamente, comincerò a parlare quanto alla prima loro opinione: che gli eserciti antichi romani non arebbano fatto gli acquisti che feciono, se le artiglierie fussono state.
Sopra che, rispondendo, dico come e' si fa guerra o per difendersi o per offendere; donde si ha prima a esaminare a quale di questi due modi di guerra le faccino più utile o più danno.
E benché sia che dire da ogni parte, nondimeno io credo che sanza comparazione faccino più danno a chi si difende, che a chi offende.
La ragione che io ne dico è, che quel che si difende, o egli è dentro a una terra, o egli è in su i campi dentro a uno steccato.
S'egli è dentro a una terra, o questa terra è piccola, come sono la maggior parte delle fortezze, o la è grande: nel primo caso, chi si difende è al tutto perduto, perché l'impeto delle artiglierie è tale che non truova muro, ancoraché grossissimo, che in pochi giorni ei non abbatta; e se chi è dentro non ha buoni spazi da ritirarsi e con fossi e con ripari, si perde; né può sostenere l'impeto del nimico che volessi dipoi entrare per la rottura del muro, né a questo gli giova artiglieria che avessi: perché questa è una massima, che dove gli uomini in frotta e con impeto possono andare, le artiglierie non gli sostengono.
Però i furori oltramontani nella difesa delle terre non sono sostenuti: son bene sostenuti gli assalti italiani, i quali, non in frotta ma spicciolati, si conducano alle battaglie, le quali loro, per nome molto proprio, chiamano scaramucce.
E questi che vanno con questo disordine e questa freddezza a una rottura d'un muro dove siano artiglierie, vanno a una manifesta morte, e contro a loro le artiglierie vagliano: ma quegli che in frotta condensati, e che l'uno spinge l'altro, vengono a una rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari, entrono in ogni luogo, e le artiglierie non gli tengono; e, se ne muore qualcuno, non possono essere tanti che gl'impedischino la vittoria.
Questo, essere vero, si è conosciuto in molte espugnazioni fatte dagli oltramontani in Italia, e massime in quella di Brescia: perché, sendosi quella terra ribellata da' Franciosi, e tenendosi ancora per il re di Francia la fortezza, avevano i Viniziani, per sostenere l'impeto che da quella potesse venire nella terra, munita tutta la strada d'artiglierie, che dalla fortezza alla città scendeva, e postene a fronte e ne' fianchi, ed in ogni altro luogo opportuno.
Delle quali monsignor di Fois non fece alcuno conto; anzi, quello con il suo squadrone, disceso a piede, passando per il mezzo di quelle, occupò la città, né per quelle si sentì ch'egli avesse ricevuto alcuno memorabile danno.
Talché, chi si difende in una terra piccola, come è detto, e truovisi le mura in terra, e non abbia spazio da ritirarsi con i ripari e con fossi ed abbiasi a fidare in su le artiglierie, si perde subito.
Se tu difendi una terra grande, e che tu abbia commodità di ritirarti, sono nondimanco sanza comparazione più utili le artiglierie a chi è di fuori, che a chi è dentro.
Prima, perché, a volere che una artiglieria nuoca a quegli che sono di fuora, tu se' necessitato levarti con essa dal piano della terra; perché, stando in sul piano, ogni poco d'argine e di riparo che il nimico faccia, rimane sicuro, e tu non gli puoi nuocere.
Tanto che, avendoti a alzare, e tirarti in sul corridoio delle mura, o in qualunque modo levarti da terra, tu ti tiri dietro due difficultà: la prima, che tu non puoi condurvi artiglierie della grossezza e della potenza che può trarre colui di fuora, non si potendo ne' piccoli spazii maneggiare le cose grandi: l'altra è, quando bene tu ve le potessi condurre, tu non puoi fare quegli ripari fedeli e sicuri, per salvare detta artiglieria, che possono fare quegli di fuori, essendo in sul terreno, ed avendo quelle commodità e quello spazio che loro medesimi vogliono: talmenteché, gli è impossibile, a chi difende una terra, tenere le artiglierie ne' luoghi alti, quando quegli che sono di fuori abbino assai artiglierie e potente; e se egli hanno a venire con essa ne' luoghi bassi, ella diventa in buona parte inutile, come è detto.
Talché la difesa della città si ha a ridurre a difenderla con le braccia, come anticamente si faceva, e con l'artiglieria minuta: di che se si trae un poco di utilità, rispetto a questa artiglieria minuta, se ne cava incommodità che contrappesa alla commodità dell'artiglieria; perché, rispetto a quella, si riducano le mura delle terre, basse e quasi sotterrate ne' fossi: talché, come si viene alla battaglia di mano, o per essere battute le mura o per essere ripieni i fossi, ha, chi è dentro, molti più disavvantaggi che non aveva allora.
E però, come di sopra si disse, giovano questi instrumenti molto più a chi campeggia le terre, che a chi è campeggiato.
Quanto alla terza cosa, di ridursi in un campo dentro a uno steccato, per non fare giornata se non a tua comodità o vantaggio, dico che in questa parte tu non hai più rimedio, ordinariamente, a difenderti di non combattere, che si avessono gli antichi; e qualche volta, per conto delle artiglierie, hai maggiore disavvantaggio.
Perché, se il nimico ti giugne addosso, ed abbia un poco di vantaggio del paese, come può facilmente intervenire, e truovisi più alto di te; o che nello arrivare suo tu non abbia ancora fatti i tuoi argini, e copertoti bene con quegli; subito, e sanza che tu abbia alcun rimedio, ti disalloggia, e sei forzato uscire delle fortezze tue, e venire alla zuffa.
Il che intervenne agli Spagnuoli nella giornata di Ravenna; i quali essendosi muniti tra 'l fiume del Ronco ed uno argine, per non lo avere tirato tanto alto che bastasse, e per avere i Franciosi un poco il vantaggio del terreno, furono costretti dalle artiglierie uscire delle fortezze loro, e venire alla zuffa.
Ma dato, come il più delle volte debbe essere, che il luogo che tu avessi preso con il campo fosse più eminente che gli altri all'incontro, e che gli argini fussono buoni e sicuri, talché, mediante il sito e l'altre tue preparazioni il nimico non ardisse d'assaltarti; si verrà in questo caso a quegli modi che anticamente si veniva, quando uno era con il suo esercito in lato da non potere essere offeso: i quali sono, correre il paese, pigliare o campeggiare le terre tue amiche, impedirti le vettovaglie, tanto che tu sarai forzato da qualche necessità a disalloggiare, e venire a giornata; dove le artiglierie, come di sotto si dirà, non operano molto.
Considerato, adunque, di quali ragioni guerre feciono i Romani, e veggendo come ei feciono quasi tutte le loro guerre per offendere altrui e non per difendere loro, si vedrà, quando siano vere le cose dette di sopra, come quelli arebbono avuto più vantaggio, e più presto arebbono fatto i loro acquisti, se le fossono state in quelli tempi.
Quanto alla seconda cosa, che gli uomini non possono mostrare la virtù loro, come ei potevano anticamente, mediante l'artiglieria; dico ch'egli è vero, che, dove gli uomini spicciolati si hanno a mostrare, che ei portano più pericoli che allora, quando avessono a scalare una terra, o fare simili assalti, dove gli uomini non ristretti insieme ma di per sé l'uno dall'altro avessono a comparire.
È vero ancora, che gli capitani e capi degli eserciti stanno sottoposti più a il pericolo della morte che allora, potendo essere aggiunti con le artiglierie in ogni luogo; né giova loro lo essere nelle ultime squadre, e muniti di uomini fortissimi.
Nondimeno si vede che l'uno e l'altro di questi dua pericoli fanno rade volte danni istraordinari: perché le terre munite bene non si scalano, né si va con assalti deboli ad assaltarle; ma, a volerle espugnare, si riduce la cosa a una ossidione, come anticamente si faceva.
Ed in quelle che pure per assalto si espugnano, non sono molto maggiori i pericoli che allora: perché non mancavano anche in quel tempo, a chi difendeva le terre, cose da trarre; le quali, se non erano così furiose, facevano, quanto allo ammazzare gli uomini, il simile effetto.
Quanto alla morte de' capitani e condottieri, ce ne sono, in ventiquattro anni che sono state le guerre ne' prossimi tempi in Italia, meno esempli che non era in dieci anni di tempo appresso agli antichi.
Perché, dal conte Lodovico della Mirandola, che morì a Ferrara quando i Viniziani, pochi anni sono, assaltarono quello stato, ed il Duca di Nemors, che morì alla Cirignuola, in fuori, non è occorso che d'artiglierie ne sia morto alcuno; perché monsignore di Fois a Ravenna morì di ferro, e non di fuoco.
Tanto che, se gli uomini non dimostrano particularmente la loro virtù, nasce, non dalle artiglierie, ma dai cattivi ordini e dalla debolezza degli eserciti; i quali, mancando di virtù nel tutto, non la possono mostrare nella parte.
Quanto alla terza cosa detta da costoro, che non si possa venire alle mani, e che la guerra si condurrà tutta in su l'artiglierie, dico questa opinione essere al tutto falsa; e così fia sempre tenuta da coloro che secondo l'antica virtù vorranno adoperare gli eserciti loro.
Perché, chi vuole fare uno esercito buono, gli conviene, con esercizi o fitti o veri, assuefare gli uomini sua ad accostarsi al nimico, e venire con lui al menare della spada ed a pigliarsi per il petto; e si debbe fondare più in su le fanterie che in su' cavagli, per le ragioni che di sotto si diranno.
E quando si fondi in su i fanti ed in su i modi predetti, diventono al tutto le artiglierie inutili; perché con più facilità le fanterie, nello accostarsi al nimico, possono fuggire il colpo delle artiglierie, che non potevano anticamente fuggire l'impeto degli elefanti, de' carri falcati, e d'altri riscontri inusitati, che le fanterie romane riscontrarono; contro ai quali sempre trovarono il rimedio: e tanto più facilmente lo arebbono trovato contro a queste, quanto egli è più breve il tempo nel quale le artiglierie ti possano nuocere, che non era quello nel quale potevano nuocere gli elefanti ed i carri.
Perché quegli nel mezzo della zuffa ti disordinavano, queste, solo innanzi alla zuffa, t'impediscano: il quale impedimento facilmente le fanterie fuggono, o con andare coperte dalla natura del sito, o con abbassarsi in su la terra quando le tirano.
Il che anche, per isperienza, si è visto non essere necessario, massime per difendersi dalle artiglierie grosse; le quali non si possono in modo bilanciare, o che, se le vanno alto, le non ti trovino, o che, se le vanno basso, le non ti arrivino.
Venuti poi gli eserciti alle mani, questo è chiaro più che la luce, che né le grosse né le piccole ti possono offendere: perché, se quello che ha l'artiglierie è davanti, diventa tuo prigione; s'egli è dietro, egli offende prima l'amico che te; a spalle ancora non ti può ferire in modo che tu non lo possa ire a trovare, e ne viene a seguitare lo effetto detto.
Né questo ha molta disputa; perché se ne è visto l'esemplo de' Svizzeri, i quali a Novara nel 1513, sanza artiglierie e sanza cavagli, andarono a trovare lo esercito francioso, munito d'artiglierie, dentro alle fortezze sue, e lo roppono sanza avere alcuno impedimento da quelle.
E la ragione è, oltre alle cose dette di sopra, che l'artiglieria ha bisogno di essere guardata, a volere che la operi, o da mura o da fossi o da argini; e come le mancherà una di queste guardie, ella è prigione, o la diventa inutile: come le interviene quando la si ha a difendere con gli uomini; il che le interviene nelle giornate e zuffe campali.
Per fianco le non si possono adoperare, se non in quel modo che adoperavano gli antichi gli instrumenti da trarre; che gli mettevano fuori delle squadre, perché ei combattessono fuori degli ordini; ed ogni volta che o da cavalleria o da altri erano spinti, il rifugio loro era dietro alle legioni.
Chi altrimenti ne fa conto, non la intende bene, e fidasi sopra una cosa che facilmente lo può ingannare.
E se il Turco, mediante l'artiglieria, contro al Sofi ed il Soldano ha avuto vittoria, è nato non per altra virtù di quella che per lo spavento che lo inusitato romore messe nella cavalleria loro.
Conchiuggo pertanto, venendo al fine di questo discorso, l'artiglieria essere utile in uno esercito quando vi sia mescolata l'antica virtù; ma, sanza quella, contro a uno esercito virtuoso è inutilissima.
18
Come per l'autorità de' Romani,
e per lo esemplo della antica milizia,
si debba stimare più le fanterie
che i cavagli.
E' si può per molte ragioni e per molti esempli dimostrare chiaramente, quanto i Romani in tutte le militari azioni estimassono più la milizia a piede che a cavallo, e sopra quella fondassino tutti i disegni delle forze loro: come si vede per molti esempli, ed infra gli altri, quando si azzuffarono con i Latini appresso al lago Regillo; dove essendo già inclinato lo esercito romano, per soccorrere ai suoi, fecero discendere, degli uomini a cavallo, a piede, e per quella via, rinnovata la zuffa, ebbono la vittoria.
Dove si vede manifestamente, i Romani avere più confidato in loro sendo a piede, che mantenendoli a cavallo.
Questo medesimo termine usarono in molte altre zuffe, e sempre lo trovarono ottimo rimedio alli loro pericoli.
Né si opponga a questo la opinione d'Annibale, il quale, veggendo in la giornata di Canne che i Consoli avevano fatto discendere a piè li loro cavalieri, facendosi beffe di simile partito, disse: «Quam mallem vinctos mihi traderent equites!», cioè: - Io arei più caro che me gli dessino legati -.
La quale opinione, ancoraché la sia stata in bocca d'un uomo eccellentissimo, nondimanco, se si ha ad ire dietro alla autorità, si debbe più credere a una Republica romana, e a tanti capitani eccellentissimi che furono in quella, che a uno solo Annibale.
Ancoraché, sanza le autorità, ce ne sia ragioni manifeste: perché l'uomo a piede può andare in di molti luoghi, dove non può andare il cavallo; puossi insegnarli servare l'ordine, e, turbato che fussi, come e' lo abbia a riassumere: a' cavagli è difficile fare servare l'ordine, ed impossibile, turbati che sono, riordinargli.
Oltre a questo, si truova, come negli uomini, de' cavagli che hanno poco animo, e di quegli che ne hanno assai: e molte volte interviene che un cavallo animoso è cavalcato da un uomo vile, e uno cavallo vile da uno animoso; ed in qualunque modo che segua questa disparità, ne nasce inutilità e disordine.
Possono le fanterie, ordinate, facilmente rompere i cavagli, e difficilmente essere rotte da quegli.
La quale opinione è corroborata, oltre a molti esempli antichi e moderni, dalla autorità di coloro che danno delle cose civili regola: dove ei mostrano come in prima le guerre si cominciarono a fare con i cavagli, perché non era ancora l'ordine delle fanterie; ma come queste si ordinarono, si conobbe subito quanto loro erano più utili che quelli.
Non è per questo però che i cavagli non siano necessarii negli eserciti, e per fare scoperte, per iscorrere e predare i paesi, per seguitare i nimici quando ei sono in fuga, e per essere ancora in parte una opposizione ai cavagli degli avversari: ma il fondamento e il nervo dello esercito, e quello che si debbe più stimare, debbano essere le fanterie.
Ed infra i peccati de' principi italiani, che hanno fatto Italia serva de' forestieri, non ci è il maggiore che avere tenuto poco conto di questo ordine, ed avere volto tutta la sua cura alla milizia a cavallo.
Il quale disordine è nato per la malignità de' capi, e per la ignoranza di coloro che tenevano stato.
Perché, essendosi ridotta la milizia italiana da' venticinque anni indietro, in uomini che non avevano stato, ma erano come capitani di ventura, pensarono subito come potessero mantenersi la riputazione, stando armati loro e disarmati i principi.
E perché uno numero grosso di fanti non poteva loro essere continovamente pagato, e non avendo sudditi da potere valersene, ed uno piccol numero non dava loro riputazione, si volsono a tenere cavagli: perché dugento o trecento cavagli che erano pagati ad uno condottiere, lo mantenevano riputato, ed il pagamento non era tale, che dagli uomini che tenevono stato non potesse essere adempiuto.
E perché questo seguisse più facilmente, e per mantenersi più in riputazione, levarono tutta l'affezione e la riputazione da' fanti, e ridussonla in quelli loro cavagli: e in tanto crebbono in questo disordine, che in qualunque grossissimo esercito era una minima parte di fanteria.
La quale usanza fece in modo debole, insieme con molti altri disordini che si mescolarono con quella, questa milizia italiana, che questa provincia è stata facilmente calpesta da tutti gli oltramontani.
Mostrasi più apertamente questo errore, di stimare più i cavagli che le fanterie, per uno altro esemplo romano.
Erano i Romani a campo a Sora, ed essendo uscito fuori della terra una turma di cavagli per assaltare il campo, se gli fece allo incontro il Maestro de' cavagli romano con la sua cavalleria; e datosi di petto, la sorte dette che nel primo scontro i capi dell'uno e dell'altro esercito morirono; e restati gli altri sanza governo, e durando nondimeno la zuffa, i Romani, per superare più facilmente il nimico, scesono a piede, e constrinsono i cavalieri inimici, se si vollono difendere, a fare il simile: e, con tutto questo, i Romani ne riportarono la vittoria.
Non può essere questo esemplo maggiore in dimostrare quanto sia più virtù nelle fanterie che ne' cavagli: perché, se nelle altre fazioni i Consoli facevano discendere i cavalieri romani, era per soccorrere alle fanterie che pativano, e che avevano bisogno di aiuto; ma in questo luogo e' discesono, non per soccorrere alle fanterie né per combattere con uomini a piè de' nimici, ma combattendo a cavallo, con cavagli, giudicarono, non potendo superargli a cavallo, potere, scendendo, più facilmente vincergli.
Io voglio adunque conchiudere, che una fanteria ordinata non possa sanza grandissima difficultà essere superata se non da un'altra fanteria.
Crasso e Marc'Antonio romani corsono per il dominio de' Parti molte giornate con pochissimi cavagli ed assai fanteria, ed allo incontro avevano innumerabili cavagli de' Parti.
Crasso vi rimase, con parte dello esercito, morto; Marc'Antonio virtuosamente si salvò.
Nondimanco in queste azioni romane si vide quanto le fanterie prevalevano ai cavagli: perché, essendo in uno paese largo, dove i monti sono radi, i fiumi radissimi, le marine longinque, e discosto da ogni commodità, nondimanco Marc'Antonio, al giudicio de' Parti medesimi, virtuosissimamente si salvò; né mai ebbeno ardire tutta la cavalleria partica tentare gli ordini dello esercito suo.
Se Crasso vi rimase, chi leggerà bene le sue azioni vedrà come e' vi fu piuttosto ingannato che sforzato: né mai, in tutti i suoi disordini, i Parti ardirono d'urtarlo; anzi, sempre andando costeggiandolo, impedendogli le vettovaglie, e promettendogli e non gli osservando, lo condussono a una estrema miseria.
Io crederei avere a durare più fatica in persuadere quanto la virtù delle fanterie è più potente che quella de' cavalli se non ci fossono assai moderni esempli che ne rendano testimonianza pienissima.
E' si è veduto novemila Svizzeri a Novara, da noi di sopra allegata, andare a affrontare diecimila cavagli ed altrettanti fanti, e vincergli: perché i cavagli non gli potevano offendere: i fanti, per essere gente in buona parte guascona e male ordinata, la stimavano poco.
Videsi di poi ventiseimila Svizzeri andare a trovare sopra a Milano Francesco re di Francia, che aveva seco ventimila cavagli, quarantamila fanti, e cento carra d'artiglierie; e se non vinsono la giornata come a Novara, ei la combatterono dua giorni virtuosamente e dipoi, rotti ch'ei furono, la metà di loro si salvarono.
Presunse Marco Regolo Attilio, non solo con la fanteria sua sostenere i cavagli, ma gli elefanti; e se il disegno non gli riuscì, non fu però che la virtù della sua fanteria non fosse tanta, ch' e' non confidasse tanto in lei che credesse superare quella difficultà.
Replico, pertanto, che, a volere superare i fanti ordinati, è necessario opporre loro fanti meglio ordinati di quegli: altrimenti, si va a una perdita manifesta.
Ne' tempi di Filippo Visconti, duca di Milano, scesono in Lombardia circa sedicimila Svizzeri: donde quel Duca, avendo per suo capitano allora il Carmignuola, lo mandò con circa mille cavagli e pochi fanti all'incontro loro.
Costui, non sappiendo l'ordine del combattere loro, ne andò a incontrarli con i suoi cavagli, presumendo poterli subito rompere.
Ma trovatigli immobili, avendo perduti molti de' suoi uomini, si ritirò: ed essendo valentissimo uomo, e sappiendo negli accidenti nuovi pigliare nuovi partiti, rifattosi di gente gli andò a trovare; e, venuto loro all'incontro, fece smontare a piè tutte le sue genti d'armi, e, fatto testa di quelle alle sue fanterie, andò ad investire i Svizzeri.
I quali non ebbono alcuno rimedio: perché, sendo le genti d'armi del Carmignuola a piè e bene armate, poterono facilmente entrare intra gli ordini de' Svizzeri, sanza patire alcuna lesione ed entrati tra quegli poterono facilmente offenderli: talché di tutto il numero di quegli, ne rimase quella parte viva, che per umanità del Carmignuola fu conservata.
Io credo che molti conoschino questa differenzia di virtù che è intra l'uno e l'altro di questi ordini: ma è tanta la infelicità di questi tempi, che né gli esempli antichi né i moderni né la confessione dello errore è sufficiente a fare che i moderni principi si ravvegghino; e pensino che, a volere rendere riputazione alla milizia d'una provincia o d'uno stato, sia necessario risuscitare questi ordini, tenergli appresso, dare loro riputazione, dare loro vita, acciocché a lui e vita e riputazione rendino.
E come ei deviano da questi modi, così deviano dagli altri modi, detti di sopra: onde ne nasce che gli acquisti sono a danno, non a grandezza, d'uno stato; come di sotto si dirà.
19
Che gli acquisti nelle republiche
non bene ordinate,
e che secondo la romana virtù
non procedano, sono a ruina,
non ad esaltazione di esse.
Queste contrarie opinioni alla verità fondate in su i mali esempli che da questi nostri corrotti secoli sono stati introdotti, fanno che gli uomini non pensono a deviare dai consueti modi.
Quando si sarebbe potuto persuadere uno Italiano, da trenta anni in dietro che diecimila fanti potessono assaltare in un piano diecimila cavagli ed altrettanti fanti, e con quelli non solamente combattere ma vincergli, come si vide per lo esemplo da noi più volte allegato, a Novara? E benché le istorie ne siano piene, tamen non ci arebbero prestato fede; e se ci avessero prestato fede, arebbero detto che in questi tempi s'arma meglio, e che una squadra di uomini d'arme sarebbe atta ad urtare uno scoglio, non che una fanteria: e così con queste false scuse corrompevano il giudizio loro; né arebbero considerato che Lucullo con pochi fanti ruppe cento cinquantamila cavalli di Tigrane, e che fra quelli cavalieri era una sorte di cavalleria simile al tutto agli uomini d'arme nostri: e così, come questa fallacia è stata scoperta dallo esemplo delle genti oltramontane.
E come e' si vede, per quello, essere vero, quanto alla fanteria, quello che nelle istorie si narra, così doverrebbero credere essere veri e utili tutti gli altri ordini antichi.
E quando questo fusse creduto, le republiche ed i principi errerebbero meno; sariano più forti a opporsi a uno impeto che venisse loro addosso; non spererebbero nella fuga; e quegli che avessono nelle mani uno vivere civile, lo saperebbono meglio indirizzare, o per la via dello ampliare, o per la via del mantenere; e crederebbono che lo accrescere la città sua di abitatori, farsi compagni e non sudditi, mandare colonie a guardare i paesi acquistati, fare capitale delle prede, domare il nimico con le scorrerie e con le giornate e non con le ossidioni, tenere ricco il publico, povero il privato, mantenere con sommo studio gli esercizi militari, fusse la vera via a fare grande una republica, e ad acquistare imperio.
E quando questo modo dello ampliare non gli piacessi, penserebbe che gli acquisti per ogni altra via sono la rovina delle republiche, e porrebbe freno a ogni ambizione; regolando bene la sua città dentro con le leggi e co' costumi, proibendole lo acquistare, e solo pensando a difendersi, e le difese tenere ordinate bene: come fanno le republiche della Magna, le quali in questi modi vivano e sono vivute libere un tempo.
Nondimeno, come altra volta dissi quando discorsi la differenza che era, da ordinarsi per acquistare e ordinarsi per mantenere; è impossibile che ad una republica riesca lo stare quieta, e godersi la sua libertà e gli pochi confini: perché, se lei non molesterà altrui, sarà molestata ella; e dallo essere molestata le nascerà la voglia e la necessità dello acquistare; e quando non avessi il nimico fuora, lo troverrebbe in casa: come pare necessario intervenga a tutte le gran cittadi.
E se le republiche della Magna possono vivere loro in quel modo, ed hanno potuto durare un tempo, nasce da certe condizioni che sono in quel paese, le quali non sono altrove, sanza le quali non potrebbero tenere simile modo di vivere.
Era quella parte della Magna di che io parlo, sottoposta allo Imperio romano come la Francia e la Spagna: ma venuto dipoi in declinazione e ridottosi il titolo di tale Imperio in quella provincia, cominciarono quelle città più potenti, secondo la viltà o necessità degl'imperadori, a farsi libere, ricomperandosi dallo Imperio, con riservargli un piccol censo annuario; tanto che, a poco a poco, tutte quelle città che erano immediate dello imperadore, e non erano suggette d'alcuno principe, si sono in simil modo ricomperate.
Occorse, in questi medesimi tempi che queste città si ricomperavano, che certe comunità sottoposte al duca di Austria si ribellarono da lui; tra le quali fu Filiborg, e i Svizzeri, e simili; le quali prosperando nel principio, pigliarono a poco a poco tanto augumento, che, non che e' siano tornati sotto il giogo di Austria, sono in timore a tutti i loro vicini: e questi sono quegli che si chiamano i Svizzeri.
È, adunque, questa provincia compartita in Svizzeri, republiche che chiamano terre franche, principi, ed imperadore.
E la cagione che, intra tante diversità di vivere, non vi nascano, o, se le vi nascano, non vi durano molto le guerre, è quel segno dello imperadore; il quale, avvenga che non abbi forze, nondimeno ha infra loro tanta riputazione ch'egli è un loro conciliatore, e con l'autorità sua, interponendosi come mezzano, spegne subito ogni scandolo.
E le maggiori e le più lunghe guerre vi siano state, sono quelle che sono seguite intra i Svizzeri ed il duca d'Austria: e benché da molti anni in qua lo imperadore ed il duca d'Austria sia una medesima cosa, non pertanto non ha mai possuto superare l'audacia de' Svizzeri; dove non è stato mai modo d'accordo, se non per forza.
Né il resto della Magna gli ha porti molti aiuti; sì perché le comunità non sanno offendere chi vuole vivere libero come loro; sì perché quelli principi, parte non possono, per essere poveri, parte non vogliono, per avere invidia alla potenza sua.
Possono vivere, adunque, quelle comunità contente del piccolo loro dominio, per non avere cagione, rispetto all'autorità imperiale, di disiderarlo maggiore: possono vivere unite dentro alle mura loro, per avere il nimico propinquo, e che piglierebbe le occasioni di occuparle, qualunque volta le discordassono.
Ché, se quella provincia fusse condizionata altrimenti, converrebbe loro cercare di ampliare e rompere quella loro quiete.
E perché altrove non sono tali condizioni, non si può prendere questo modo di vivere; e bisogna o ampliare per via di leghe, o ampliare come i Romani.
E chi si governa altrimenti, cerca non la sua vita, ma la sua morte e rovina: perché in mille modi e per molte cagioni gli acquisti sono dannosi; perché gli sta molto bene, insieme acquistare imperio e non forze; e chi acquista imperio e non forze insieme, conviene che rovini.
Non può acquistare forze chi impoverisce nelle guerre, ancora che sia vittorioso, che ei mette più che non trae degli acquisti: come hanno fatto i Viniziani ed i Fiorentini, i quali sono stati molto più deboli, quando l'uno aveva la Lombardia e l'altro la Toscana, che non erano quando l'uno era contento del mare, e l'altro di sei miglia di confini.
Perché tutto è nato da avere voluto acquistare e non avere saputo pigliare il modo: e tanto più meritano biasimo, quanto eglino hanno meno scusa, avendo veduto il modo hanno tenuto i Romani, ed avendo potuto seguitare il loro esemplo, quando i Romani, sanza alcuno esemplo, per la prudenza loro, da loro medesimi lo seppono trovare.
Fanno, oltra di questo, gli acquisti qualche volta non mediocre danno ad ogni bene ordinata republica, quando e' si acquista una città o una provincia piena di delizie, dove si può pigliare di quegli costumi per la conversazione che si ha con quegli: come intervenne a Roma, prima, nello acquisto di Capova, e dipoi, a Annibale.
E se Capova fusse stata più longinqua dalla città, che lo errore de' soldati non avesse avuto il rimedio propinquo, o che Roma fusse stata in alcuna parte corrotta, era, sanza dubbio, quello acquisto la rovina della romana Repubblica.
E Tito Livio fa fede di questo con queste parole: «Iam tunc minime salubris militari disciplinae Capua, instrumentum omnium voluptatum, delinitos militum animos avertit a memoria patriae».
E veramente, simili città o provincie si vendicano contro al vincitore sanza zuffa e sanza sangue; perché, riempiendogli de' suoi tristi costumi, gli espongono a essere vinti da qualunque gli assalti.
E Iuvenale non potrebbe meglio, nelle sue satire, avere considerata questa parte, dicendo che ne' petti romani per gli acquisti delle terre peregrine erano entrati i costumi peregrini; ed in cambio di parsimonia e d'altre eccellentissime virtù, «gula et luxuria incubuit, victumque ulciscitur orbem».
Se, adunque, lo acquistare fu per essere pernizioso a' Romani ne' tempi che quegli con tanta prudenzia e tanta virtù procedevono, che sarà adunque a quegli che discosto dai modi loro procedono? e che, oltre agli altri errori che fanno, di che se n'è di sopra discorso assai, si vagliano de' soldati o mercenari o ausiliari? Donde ne risulta loro spesso quelli danni di che nel seguente capitolo si farà menzione.
20
Quale pericolo porti quel principe
o quella republica che si vale
della milizia ausiliare o mercenaria.
Se io non avessi lungamente trattato, in altra mia opera, quanto sia inutile la milizia mercenaria ed ausiliare, e quanto utile la propria, io mi stenderei in questo discorso assai più che non farò; ma avendone altrove parlato a lungo, sarò, in questa parte, brieve.
Né mi è paruto in tutto da passarla, avendo trovato in Tito Livio, quanto a' soldati ausiliari, sì largo esemplo; perché i soldati ausiliari sono quegli che un principe o una republica manda, capitanati e pagati da lei, in tuo aiuto.
E venendo al testo di Livio, dico che, avendo i Romani, in due diversi luoghi, rotti due eserciti de' Sanniti con gli eserciti loro, i quali avevano mandati al soccorso de' Capovani; e per questo liberi i Capovani da quella guerra che i Sanniti facevano loro; e volendo ritornare verso Roma, ed a ciò che i Capovani, spogliati di presidio, non diventassono di nuovo preda de' Sanniti; lasciarono due legioni nel paese di Capova, che gli difendesse.
Le quali legioni marcendo nell'ozio, cominciarono a dilettarsi in quello; tanto che, dimenticata la patria e la reverenza del Senato, pensarono di prendere l'armi ed insignorirsi di quel paese che loro con la loro virtù avevano difeso; parendo loro che gli abitatori non fussono degni di possedere quegli beni che non sapevano difendere.
La quale cosa presentita, fu da' Romani oppressa e corretta: come, dove noi parleremo delle congiure, largamente si mosterrà.
Dico pertanto, di nuovo, come di tutte l'altre qualità de' soldati, gli ausiliari sono i più dannosi: perché in essi quel principe o quella repubblica che gli adopera in suo aiuto, non ha autorità alcuna, ma vi ha solo l'autorità colui che gli manda.
Perché gli soldati ausiliarii sono quegli che ti sono mandati da uno principe, come ho detto, sotto i suoi capitani, sotto sue insegne e pagati da lui: come fu questo esercito che i Romani mandarono a Capova.
Questi tali soldati, vinto ch'eglino hanno, il più delle volte predano così colui che gli ha condotti, come colui contro a chi e' sono condotti; e lo fanno o per malignità del principe che gli manda, o per ambizione loro.
E benché la intenzione de' Romani non fusse di rompere l'accordo e le convenzioni avevano fatto co' Capovani; non per tanto la facilità che pareva a quegli soldati di opprimergli fu tanta, che gli potette persuadere a pensare di tôrre a' Capovani la terra e lo stato.
Potrebbesi di questo dare assai esempli, ma voglio mi basti questo, e quello de' Regini, a' quali fu tolto la vita e la terra da una legione che i Romani vi avevano messa in guardia.
Debbe, dunque, un principe o una republica pigliare prima ogni altro partito, che ricorrere a condurre nello stato suo per sua difesa genti ausiliarie, quando al tutto e' si abbia a fidare sopra quelle; perché ogni patto, ogni convenzione, ancora che dura, ch'egli arà col nimico gli sarà più leggieri che tale partito.
E se si leggeranno bene le cose passate, e discorrerannosi le presenti, si troverrà, per uno che ne abbi avuto buono fine, infiniti esserne rimasi ingannati.
Ed un principe o una republica ambiziosa non può avere la maggiore occasione di occupare una città o una provincia, che essere richiesto che mandi gli eserciti suoi alla difesa di quella.
Pertanto, colui che è tanto ambizioso che, non solamente per difendersi ma per offendere altri, chiama simili aiuti, cerca d'acquistare quello che non può tenere, e che, da quello che gliene acquista, gli può facilmente essere tolto.
Ma l'ambizione dell'uomo è tanto grande, che, per cavarsi una presente voglia, non pensa al male che è in breve tempo per risultargliene.
Né lo muovono gli antichi esempli, così in questo come nell'altre cose discorse; perché, se e' fussono mossi da quegli, vedrebbero come, quanto più si mostra liberalità con i vicini, e di essere più alieno da occupargli, tanto più si gettono in grembo: come di sotto, per lo esemplo de' Capovani, si dirà.
21
Il primo Pretore ch'e' Romani
mandarono in alcuno luogo, fu a Capova,
dopo quattrocento anni che cominciarono
a fare guerra.
Quanto i Romani, nel modo del procedere loro circa lo acquistare, fossero differenti da quegli che ne' presenti tempi ampliano la giurisdizione loro, si è assai di sopra discorso; e come e' lasciavano quelle terre, che non disfacevano, vivere con le leggi loro, eziandio quelle che, non come compagne, ma come suggette si arrendevano loro; ed in esse non lasciavano alcuno segno d'imperio per il Popolo romano, ma le obligavano a alcune condizioni, le quali osservando le mantenevano nello stato e dignità loro.
E conoscesi questi modi essere stati osservati infino che gli uscirono d'Italia, e che cominciarono a indurre i regni e gli stati in provincie.
Di questo ne è chiarissimo esemplo, che il primo Pretore che fussi mandato da loro in alcun luogo, fu a Capova: il quale vi mandarono, non per loro ambizione, ma perché e' ne furono ricerchi dai Capovani: i quali, essendo intra loro discordia, giudicarono essere necessario avere dentro nella città uno cittadino romano che gli riordinasse e riunisse.
Da questo esemplo gli Anziati mossi, e constretti dalla medesima necessità, domandarono, ancora loro, uno Prefetto; e Tito Livio dice, in su questo accidente, ed in su questo nuovo modo d'imperare «quod jam non solum arma, sed iura romana pollebant».
Vedesi, pertanto, quanto questo modo facilitò lo augumento romano.
Perché quelle città, massime che sono use a vivere libere, o consuete governarsi per sua provinciali, con altra quiete stanno contente sotto uno dominio che non veggono, ancora ch'egli avesse in sé qualche gravezza, che sotto quello che veggendo ogni giorno, pare loro che ogni giorno sia rimproverata loro la servitù.
Appresso, ne seguita uno altro bene per il principe: che, non avendo i suoi ministri in mano i giudicii ed i magistrati che civilmente o criminalmente rendono ragione in quelle cittadi, non può nascere mai sentenza con carico o infamia del principe: e vengono per questa via a mancare molte cagioni di calunnia e d'odio verso di quello.
E che questo sia il vero, oltre agli antichi esempli che se ne potrebbero addurre, ce n'è uno esemplo fresco in Italia.
Perché, come ciascuno sa, sendo Genova stata più volte occupata da' Franciosi, sempre quel re, eccetto che ne' presenti tempi, vi ha mandato uno governatore francioso che in suo nome la governi.
Al presente solo, non per elezione del re, ma perché così ha ordinato la necessità, ha lasciato governarsi quella città per sé medesima, e da uno governatore genovese.
E sanza dubbio, chi ricercasse quali di questi due modi rechi più sicurtà al re, dello imperio d'essa, e più contentezza a quegli popolari, sanza dubbio approverebbe questo ultimo modo.
Oltre a di questo, gli uomini tanto più ti si gettono in grembo, quanto più tu pari alieno dallo occupargli; e tanto meno ti temano per conto della loro libertà, quanto più se' umano e dimestico con loro.
Questa dimestichezza e liberalità fece i Capovani correre a chiedere il Pretore a' Romani: ché se a' Romani si fusse dimostro una minima voglia di mandarvelo, subito sariano ingelositi, e si sarebbero discostati da loro.
Ma che bisogna ire per gli esempli a Capova ed a Roma, avendone in Firenze ed in Toscana? Ciascuno sa quanto tempo è che la città di Pistoia venne volontariamente sotto lo imperio fiorentino.
Ciascuno ancora sa quanta inimicizia è stata intra i Fiorentini, e' Pisani, Lucchesi e Sanesi: e questa diversità di animo non è nata, perché i Pistolesi non prezzino la loro libertà come gli altri, e non si giudichino da quanto gli altri; ma per essersi i Fiorentini portati con loro sempre come frategli, e con gli altri come inimici.
Questo ha fatto che i Pistolesi sono corsi volontari sotto lo imperio loro: gli altri hanno fatto e fanno ogni forza per non vi pervenire.
E sanza dubbio, se i Fiorentini o per vie di leghe o di aiuti avessero dimesticati e non insalvatichiti i suoi vicini, a questa ora, sanza dubbio, e' sarebbero signori di Toscana.
Non è per questo che io giudichi che non si abbia adoperare l'armi e le forze; ma si debbono riservare in ultimo luogo dove e quando gli altri modi non bastino.
22
Quanto siano false
molte volte le opinioni degli uomini
nel giudicare le cose grandi.
Quanto siano false molte volte le opinioni degli uomini, lo hanno visto e veggono coloro che si truovono testimoni delle loro diliberazioni: le quali, molte volte, se non sono diliberate da uomini eccellenti, sono contrarie ad ogni verità.
E perché gli eccellenti uomini nelle republiche corrotte, nei tempi quieti massime, e per invidia e per altre ambiziose cagioni, sono inimicati, si va dietro a quello che o, da uno comune inganno è giudicato bene, o, da uomini che più presto vogliono i favori che il bene dello universale, è messo innanzi.
Il quale inganno dipoi si scuopre nei tempi avversi, e per necessità si rifugge a quegli che nei tempi quieti erano come dimenticati: come nel suo luogo in questa parte appieno si discorrerà.
Nascono ancora certi accidenti, dove facilmente sono ingannati gli uomini che non hanno grande isperienza delle cose, avendo in sé, quello accidente che nasce, molti verisimili, atti a fare credere quello che gli uomini sopra tale caso si persuadono.
Queste cose si sono dette per quello che Numicio pretore, poiché i Latini furono rotti dai Romani, persuase loro, e per quello che, pochi anni sono si credeva per molti, quando Francesco I re di Francia venne allo acquisto di Milano, che era difeso da' Svizzeri.
Dico pertanto che, sendo morto Luigi XII, e succedendo nel regno di Francia Francesco d'Angolem, e desiderando restituire al regno il ducato di Milano, stato, pochi anni davanti, occupato da' Svizzeri mediante i conforti di Papa Iulio II, desiderava avere aiuti in Italia che gli facilitassero la impresa; ed oltre a' Viniziani, che Luigi si aveva riguadagnati, tentava i Fiorentini e papa Leone X; parendogli la sua impresa più facile, qualunque volta si avesse riguadagnati costoro, per essere genti del re di Spagna in Lombardia, ed altre forze dello imperadore in Verona.
Non cedé Papa Leone alle voglie del re, ma fu persuaso da quegli che lo consigliavano (secondo si disse) si stesse neutrale, mostrandogli in questo partito consistere la vittoria certa: perché per la Chiesa non si faceva avere potenti in Italia né il re né i Svizzeri ma, volendola ridurre nell'antica libertà, era necessario liberarla dalla servitù dell'uno e dell'altro.
E perché vincere l'uno e l'altro, o di per sé o tutti a dua insieme, non era possibile; conveniva che superassino l'uno l'altro, e che la Chiesa con gli suoi amici urtasse quello, poi, che rimanesse vincitore.
Ed era impossibile trovare migliore occasione che la presente, sendo l'uno e l'altro in su i campi, ed avendo il Papa le sue forze a ordine da potere rappresentarsi in su i confini di Lombardia, e propinquo a l'uno e l'altro esercito, sotto colore di volere guardare le cose sue, e quivi stare tanto che venissono alla giornata, la quale ragionevolmente, sendo l'uno e l'altro esercito virtuoso, doverrebbe essere sanguinosa per tutte a due le parti, e lasciare in modo debilitato il vincitore che fusse al Papa facile assaltarlo e romperlo: e così verrebbe con sua gloria a rimanere signore di Lombardia, ed arbitro di tutta Italia.
E quanto questa opinione fusse falsa, si vide per lo evento della cosa: perché, sendo dopo una lunga zuffa suti superati i Svizzeri, non che le genti del Papa e di Spagna presumessero assaltare i vincitori, ma si prepararono alla fuga; la quale ancora non sarebbe loro giovata, se non fusse stato o la umanità o la freddezza del re, che non cercò la seconda vittoria, ma li bastò fare accordo con la Chiesa.
Ha questa opinione certe ragioni che discosto paiono vere, ma sono al tutto aliene dalla verità.
Perché, rade volte accade che il vincitore perda assai suoi soldati: perché de' vincitori ne muore nella zuffa, non nella fuga; e nello ardore del combattere, quando gli uomini hanno volto il viso l'uno all'altro, ne cade pochi, massime perché la dura poco tempo, il più delle volte; e quando pure durasse assai tempo e de' vincitori ne morisse assai, è tanta la riputazione che si tira dietro la vittoria, ed il terrore che la porta seco, che di lungi avanza il danno che per la morte de' suoi soldati avesse sopportato.
Talché, se uno esercito il quale, in su la opinione che fusse debilitato, andasse a trovarlo, si troverrebbe ingannato; se già, e' non fusse lo esercito tale che d'ogni tempo, e innanzi alla vittoria e poi, potesse combatterlo.
In questo caso ei potrebbe, secondo la sua fortuna e virtù, vincere e perdere; ma quello che si fusse azzuffato prima, ed avesse vinto, arebbe più tosto vantaggio dall'altro.
Il che si conosce certo per la isperienza de' Latini, e per la fallacia che Numizio pretore prese, e per il danno che ne riportarono quegli popoli che gli crederono: il quale, vinto che i Romani ebbero i Latini, gridava per tutto il paese di Lazio, che allora era tempo assaltare i Romani debilitati per la zuffa avevano fatta con loro; e che solo appresso a' Romani era rimaso il nome della vittoria, ma tutti gli altri danni avevano sopportati come se fussino stati vinti; e che ogni poco di forza che di nuovo gli assaltasse, era per spacciargli.
Donde quegli popoli, che gli crederono, fecero nuovo esercito, e subito furono rotti, e patirono quel danno che patiranno sempre coloro che terranno simile opinione.
23
Quanto i Romani
nel giudicare i sudditi
per alcuno accidente che necessitasse
tale giudizio
fuggivano la via del mezzo.
«Iam Latio is status erat rerum, ut neque pacem neque bellum pati possent».
Di tutti gli stati infelici, è infelicissimo quello d'uno principe o d'una republica che è ridotto in termine che non può ricevere la pace o sostenere la guerra: a che si riducono quegli che sono dalle condizioni della pace troppo offesi; e dall'altro canto, volendo fare guerra, conviene loro o gittarsi in preda di chi gli aiuti o rimanere preda del nimico.
Ed a tutti questi termini si viene, pe' cattivi consigli e cattivi partiti, da non avere misurato bene le forze sue, come di sopra si disse.
Perché quella republica o quel principe che bene le misurasse, con difficultà si condurrebbe nel termine si condussono i Latini: i quali, quando non dovevano accordare con i Romani, accordarono; e quando ei non dovevano rompere loro guerra, la ruppono: e così seppono fare in modo, che la inimicizia ed amicizia de' Romani fu loro equalmente dannosa.
Erano, dunque, vinti i Latini ed al tutto afflitti, prima da Manlio Torquato, e dipoi da Cammillo: il quale, avendogli costretti a darsi e rimettersi nelle braccia de' Romani, ed avendo messo la guardia per tutte le terre di Lazio, e preso da tutte gli statichi; tornato in Roma, referì al Senato come tutto Lazio era nelle mani del Popolo romano.
E perché questo giudizio è notabile, e merita di essere osservato, per poterlo imitare quando simili occasioni sono date a' principi, io voglio addurre le parole di Livio, poste in bocca di Cammillo; le quali fanno fede e del modo che i Romani tennono in ampliare, e come ne' giudizi di stato sempre fuggirono la via del mezzo, e si volsono agli estremi.
Perché uno governo non è altro che tenere in modo i sudditi che non ti possano o debbano offendere: questo si fa o con assicurarsene in tutto, togliendo loro ogni via da nuocerti, o con benificarli in modo, che non sia ragionevole ch'eglino abbiano a desiderare di mutare fortuna.
Il che tutto si comprende, e prima per la proposta di Cammillo, e poi per il giudizio dato dal Senato sopra quella.
Le parole sue furono queste: «Dii immortales ita vos potentes huius consilii fecerunt, ut, sit Latium an non sit, in vestra manu posuerint.
Itaque pacem vobis, quod ad Latinos attinet, parare in perpetuum, vel saeviendo vel ignoscendo potestis.
Vultis crudelius consulere in dedititios victosque? licet delere omne Latium.
Vultis, exemplo maiorum, augere rem romanam, victos in civitatem accipiendo? materia crescendi per summam gloriam suppeditat.
Certe id firmissimum imperium est, quo obedientes gaudent.
Illorum igitur animos, dum expectatione stupent, seu poena seu beneficio praeoccupari oportet».
A questa proposta successe la diliberazione del Senato: la quale fu secondo le parole del Consolo, che, recatosi innanzi, terra per terra, tutti quegli ch'erano di momento, o e' gli benificarono o e' gli spensono, faccendo ai beneficati esenzioni, privilegi, donando loro la città, e da ogni parte assicurandogli; di quegli altri sfasciarono le terre, mandoronvi colonie, ridussongli in Roma, dissiparongli talmente che con l'armi e con il consiglio non potevono più nuocere.
Né usarono mai la via neutrale in quelli, come ho detto, di momento.
Questo giudizio debbono i principi imitare.
A questo dovevano accostarsi i Fiorentini, quando nel 1502 si ribellò Arezzo, e tutta la Val di Chiana: il che se avessono fatto, arebbero assicurato lo imperio loro, e fatto grandissima la città di Firenze, e datogli quegli campi che per vivere gli mancono.
Ma loro usorono quella via del mezzo, la quale è dannosissima nel giudicare gli uomini; e parte degli Aretini confinarono, parte ne condennarono; a tutti tolsono gli onori e gli loro antichi gradi nella città; e lasciarono la città intera.
E se alcuno cittadino nelle diliberazioni consigliava che Arezzo si disfacesse; a quegli che pareva essere più savi, dicevano come e' sarebbe poco onore della republica disfarla, perché e' parrebbe che Firenze mancasse di forze da tenerli.
Le quali ragioni sono di quelle che paiono e non sono vere; perché con questa medesima ragione non si arebbe a ammazzare uno parricida, uno scelerato e scandoloso, sendo vergogna di quel principe mostrare di non avere forze da potere frenare uno uomo solo.
E non veggono, questi tali che hanno simili opinioni, come gli uomini particularmente ed una città tutta insieme pecca tal volta contro a uno stato, che, per esemplo agli altri, per sicurtà di sé, non ha altro rimedio uno principe che spegnerla.
E l'onore consiste nel potere e sapere gastigarla, non nel potere con mille pericoli tenerla: perché quel principe che non gastiga chi erra, in modo che non possa più errare, è tenuto o ignorante o vile.
Questo giudizio che i Romani dettero, quanto sia necessario si conferma ancora per la sentenza che dettero de' Privernati.
Dove si debbe, per il testo di Livio, notare due cose: l'una, quello che di sopra si dice, ch'e' sudditi si debbono o benificare o spegnere: l'altra, quanto la generosità dell'animo, quanto il parlare il vero giovi, quando egli è detto nel conspetto di uomini prudenti.
Era ragunato il Senato romano per giudicare de' Privernati, i quali, sendosi ribellati, erano di poi per forza ritornati sotto la ubbidienza romana.
Erano mandati dal popolo di Priverno molti cittadini per impetrare perdono dal Senato; ed essendo venuti al conspetto di quello, fu detto a uno di loro da uno de' Senatori, «quam poenam meritos Privernates censeret».
Al quale il Privernate rispose: «Eam, quam merentur qui se libertate dignos censent».
Al quale il Consolo replicò: «Quid si poenam remittimus vobis, qualem nos pacem vobiscum habituros speremus?».
A che quello rispose: «Si bonam dederitis, et fidelem et perpetuam, si malam, haud diuturnam».
Donde la più savia parte del Senato, ancora che molti se ne alterassono, disse: «se audivisse vocem et liberi et viri; nec credi posse ullum populum, aut hominem, denique in ea conditione cuius eum poeniteat diutius quam necesse sit, mansurum.
Ibi pacem esse fidam, ubi voluntarii pacati sint, neque eo loco ubi servitutem esse velint, fidem sperandam esse».
Ed in su queste parole, deliberarono che i Privernati fossero cittadini romani, e de' privilegi della civilità gli onorarono, dicendo: «eos demum qui nihil praeterquam de libertate cogitant, dignos esse, qui Romani fiant».
Tanto piacque agli animi generosi questa vera e generosa risposta; perché ogni altra risposta sarebbe stata bugiarda e vile.
E coloro che credono degli uomini altrimenti, massime di quegli che sono usi o a essere o a parere loro essere liberi, se ne ingannono; e sotto questo inganno pigliano partiti non buoni per sé, e da non satisfare a loro.
Di che nascano le spesse ribellioni, e le rovine degli stati.
Ma per tornare al discorso nostro, conchiudo, e per questo e per quel giudizio dato de' Latini: quando si ha a giudicare cittadi potenti e che sono use a vivere libere, conviene o spegnerle o carezzarle; altrimenti, ogni giudizio è vano.
E debbesi fuggire al tutto la via del mezzo, la quale è dannosa, come la fu ai Sanniti quando avevano rinchiusi i Romani alle Forche Gaudine; quando non vollero seguire il parere di quel vecchio, che consigliò che i Romani si lasciassero andare onorati, o che si ammazzassero tutti; ma pigliando una via di mezzo, disarmandogli e mettendogli sotto il giogo, gli lasciarono andare pieni d'ignominia e di sdegno.
Talché poco dipoi conobbono con loro danno la sentenza di quel vecchio essere stata utile, e la loro diliberazione dannosa: come nel suo luogo più a pieno si discorrerà.
24
Le fortezze generalmente
sono molto più dannose che utili.
E' parrà forse a questi savi de' nostri tempi cosa non bene considerata, che i Romani, nel volere assicurarsi de' popoli di Lazio e della città di Priverno, non pensassono di edificarvi qualche fortezza, la quale fosse uno freno a tenergli in fede; sendo, massime, un detto in Firenze, allegato da' nostri savi, che Pisa e l'altre simili città si debbono tenere con le fortezze.
E veramente, se i Romani fussono stati fatti come loro, egli arebbero pensato di edificarle; ma perché gli erano d'altra virtù, d'altro giudizio, d'altra potenza, e' non le edificarono.
E mentre che Roma visse libera, e che la seguì gli ordini suoi e le sue virtuose constituzioni, mai n'edificò per tenere o città o provincie, ma salvò bene alcuna delle edificate.
Donde veduto il modo del procedere de' Romani in questa parte, e quello de' principi de' nostri tempi, mi pare da mettere in considerazione, s'egli è bene edificare fortezze, o se le fanno danno o utile a quello che l'edifica.
Debbesi, adunque, considerare come le fortezze si fanno o per difendersi dagl'inimici o per difendersi da' suggetti.
Nel primo caso le non sono necessarie; nel secondo, dannose.
E cominciando a rendere ragione perché, nel secondo caso, le siano dannose, dico che quel principe o quella republica che ha paura de' sudditi suoi e della rebellione loro, prima conviene che tale paura nasca da odio che abbiano i suoi sudditi seco; l'odio, da' mali suoi portamenti; i mali portamenti nascono o da potere credere tenergli con forza, o da poca prudenza di chi gli governa: ed una delle cose che fa credere potergli forzare, è l'avere loro addosso le fortezze; perché e' mali trattamenti, che sono cagione dell'odio, nascono in buona parte per avere quel principe o quella republica le fortezze: le quali, quando sia vero questo, di gran lunga sono più nocive che utili.
Perché in prima, come è detto, le ti fanno essere più audace e più violento ne' sudditi; dipoi, non vi è quella sicurtà, dentro, che tu ti persuadi: perché tutte le forze, tutte le violenze che si usono per tenere uno popolo, sono nulla, eccetto che due; o che tu abbia sempre da mettere in campagna uno buono esercito, come avevano i Romani, o che gli dissipi, spenga, disordini e disgiunga, in modo che non possano convenire a offenderti.
Perché, se tu gl'impoverisci, «spoliatis arma supersunt»; se tu gli disarmi, «furor arma ministrat»; se tu ammazzi i capi, e gli altri segui d' ingiuriare, rinascono i capi, come quelli della Idra, se tu fai le fortezze, le sono utili ne' tempi di pace, perché ti dànno più animo a fare loro male ma ne' tempi di guerra sono inutilissime, perché le sono assaltate dal nimico e da' sudditi, né è possibile che le faccino resistenza ed all'uno ed all'altro.
E se mai furono disutili, sono, ne' tempi nostri, rispetto alle artiglierie; per il furore delle quali i luoghi piccoli e dove altri non si possa ritirare con gli ripari, è impossibile difendere, come di sopra discorremo.
Io voglio questa materia disputarla più tritamente.
O tu, principe, vuoi con queste fortezze tenere in freno il popolo della tua città; o tu, principe, o republica, vuoi frenare una città occupata per guerra.
Io mi voglio voltare al principe, e gli dico: che tale fortezza, per tenere in freno i suoi cittadini, non può essere più inutile per le cagioni dette di sopra; perché la ti fa più pronto e men rispettivo a oppressargli; e quella oppressione gli fa sì disposti alla tua rovina, e gli accende in modo, che quella fortezza, che ne è cagione, non ti può poi difendere.
Tanto che un principe savio e buono, per mantenersi buono, per non dare cagione né ardire a' figliuoli di diventare tristi, mai non farà fortezza, acciocché quelli, non in su le fortezze, ma in su la benivolenza degli uomini si fondino.
E se il conte Francesco Sforza, diventato duca di Milano, fu riputato savio, e nondimeno fece in Milano una fortezza, dico che in questo ei non fu savio, e lo effetto ha dimostro come tale fortezza fu a danno, e non a sicurtà de' suoi eredi.
Perché giudicando mediante quella vivere sicuri, e potere offendere i cittadini e sudditi loro, non perdonarono a alcuna generazione di violenza; talché, diventati sopra modo odiosi, perderono quello stato come prima il nimico gli assaltò: né quella fortezza gli difese, né fece loro nella guerra utile alcuno, e nella pace aveva fatto loro danno assai.
Perché se non avessono avuto quella, e se per poca prudenza avessono agramente maneggiati i loro cittadini, arebbono scoperto il pericolo più tosto, e sarebbonsene ritirati; e arebbono poi potuto più animosamente resistere allo impeto francioso, co' sudditi amici sanza fortezza, che, con quelli inimici, con la fortezza: le quali non ti giovano in alcuna parte; perché, o le si perdono per fraude di chi le guarda, o per violenza di chi le assalta, o per fame.
E se tu vuoi che le ti giovino, e ti aiutino ricuperare uno stato perduto, dove ti sia rimasa solo la fortezza; ti conviene avere uno esercito, con il quale tu possa assaltare colui che ti ha cacciato: e quando tu abbi questo esercito, tu riaresti lo stato in ogni modo, eziandio la fortezza non vi fosse; e tanto più facilmente, quanto gli uomini ti fossono più amici che non ti erano avendogli male trattati per l'orgoglio della fortezza.
E per isperienza si è visto, come questa fortezza di Milano, né agli Sforzeschi né a' Franciosi, ne' tempi avversi dell'uno e dell'altro, non ha fatto a alcuno di loro utile alcuno, anzi a tutti ha arrecato danno e rovine assai, non avendo pensato, medi