DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO, di Niccolo' Machiavelli - pagina 3
...
.
Ma vegnamo a Roma; la quale, nonostante che non avesse uno Licurgo che la ordinasse in modo, nel principio, che la potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno furo tanti gli accidenti che in quella nacquero, per la disunione che era intra la Plebe ed il Senato, che quello che non aveva fatto uno ordinatore, lo fece il caso.
Perché, se Roma non sortì la prima fortuna, sortì la seconda; perché i primi ordini suoi, se furono difettivi, nondimeno non deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione.
Perché Romolo e tutti gli altri re fecero molte e buone leggi, conformi ancora al vivere libero: ma perché il fine loro fu fondare un regno e non una republica, quando quella città rimase libera, vi mancavano molte cose che era necessario ordinare in favore della libertà, le quali non erano state da quelli re ordinate.
E avvengaché quelli suoi re perdessono l'imperio, per le cagioni e modi discorsi; nondimeno quelli che li cacciarono, ordinandovi subito due Consoli che stessono nel luogo de' Re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà regia: talché, essendo in quella republica i Consoli e il Senato, veniva solo a essere mista di due qualità delle tre soprascritte, cioè di Principato e di Ottimati.
Restavale solo a dare luogo al governo popolare: onde, sendo diventata la Nobilità romana insolente per le cagioni che di sotto si diranno si levò il Popolo contro di quella; talché, per non perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte e, dall'altra parte, il Senato e i Consoli restassono con tanta autorità, che potessono tenere in quella republica il grado loro.
E così nacque la creazione de' Tribuni della plebe, dopo la quale creazione venne a essere più stabilito lo stato di quella republica, avendovi tutte le tre qualità di governo la parte sua.
E tanto le fu favorevole la fortuna, che, benché si passasse dal governo de' Re e delli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse, nondimeno non si tolse mai, per dare autorità agli Ottimati, tutta l'autorità alle qualità regie; ne si diminuì l'autorità in tutto agli Ottimati, per darla al Popolo; ma rimanendo mista, fece una republica perfetta: alla quale perfezione venne per la disunione della Plebe e del Senato, come nei dua prossimi seguenti capitoli largamente si dimosterrà.
3
Quali accidenti facessono creare in Roma
i Tribuni della Plebe, il che fece
la republica più perfetta.
Come dimostrano tutti coloro che ragionano del vivere civile, e come ne è piena di esempli ogni istoria, è necessario a chi dispone una republica, ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignità dello animo loro, qualunque volta ne abbiano libera occasione; e quando alcuna malignità sta occulta un tempo, procede da una occulta cagione, che, per non si essere veduta esperienza del contrario, non si conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono essere padre d'ogni verità.
Pareva che fusse in Roma intra la Plebe ed il Senato, cacciati i Tarquini, una unione grandissima; e che i Nobili avessono diposto quella loro superbia, e fossero diventati d'animo popolare, e sopportabili da qualunque ancora che infimo.
Stette nascoso questo inganno, né se ne vide la cagione, infino che i Tarquinii vissero; dei quali temendo la Nobilità, ed avendo paura che la Plebe male trattata non si accostasse loro, si portava umanamente con quella: ma, come prima ei furono morti i Tarquinii, e che ai Nobili fu la paura fuggita, cominciarono a sputare contro alla Plebe quel veleno che si avevano tenuto nel petto, ed in tutti i modi che potevano la offendevano.
La quale cosa fa testimonianza a quello che di sopra ho detto che gli uomini non operono mai nulla bene, se non per necessità; ma, dove la elezione abonda, e che vi si può usare licenza, si riempie subito ogni cosa di confusione e di disordine.
Però si dice che la fame e la povertà fa gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni.
E dove una cosa per sé medesima sanza la legge opera bene, non è necessaria la legge; ma quando quella buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria.
Però mancati i Tarquinii, che con la paura di loro tenevano la Nobilità a freno, convenne pensare a uno nuovo ordine che facesse quel medesimo effetto che facevano i Tarquinii quando erano vivi.
E però, dopo molte confusioni, romori e pericoli di scandoli, che nacquero intra la Plebe e la Nobilità, si venne, per sicurtà della Plebe, alla creazione de' Tribuni; e quelli ordinarono con tante preminenzie e tanta riputazione, che poterono essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, e ovviare alla insolenzia de' Nobili.
4
Che la disunione della Plebe
e del Senato romano fece libera
e potente quella republica.
Io non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte de' Tarquinii alla creazione de' Tribuni; e di poi alcune cose contro la opinione di molti che dicono, Roma essere stata una republica tumultuaria, e piena di tanta confusione che, se la buona fortuna e la virtù militare non avesse sopperito a' loro difetti, sarebbe stata inferiore a ogni altra republica.
Io non posso negare che la fortuna e la milizia non fossero cagioni dell'imperio romano; ma e' mi pare bene, che costoro non si avegghino, che, dove è buona milizia, conviene che sia buono ordine, e rade volte anco occorre che non vi sia buona fortuna.
Ma vegnamo agli altri particulari di quella città.
Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a' romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a' buoni effetti che quelli partorivano; e che e' non considerino come e' sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de' grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma; perché da' Tarquinii ai Gracchi, che furano più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio e radissime sangue.
Né si possano per tanto, giudicare questi tomulti nocivi, né una republica divisa, che in tanto tempo per le sue differenzie non mandò in esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti ancora ne condannò in danari.
Né si può chiamare in alcun modo con ragione una republica inordinata, dove siano tanti esempli di virtù; perché li buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione, dalle buone leggi; e le buone leggi, da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perché, chi esaminerà bene il fine d'essi, non troverrà ch'egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà.
E se alcuno dicessi: i modi erano straordinarii, e quasi efferati, vedere il popolo insieme gridare contro al Senato, il Senato contro al Popolo, correre tumultuariamente per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la plebe di Roma, le quali cose tutte spaventano, non che altro, chi le legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi con i quali il popolo possa sfogare l'ambizione sua, e massime quelle città che nelle cose importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali, la città di Roma aveva questo modo, che, quando il popolo voleva ottenere una legge, o e' faceva alcuna delle predette cose, o e' non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo bisognava in qualche parte sodisfarli.
E i desiderii de' popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e' nascono, o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi.
E quando queste opinioni fossero false e' vi è il rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene, che, orando, dimostri loro come ei s'ingannano: e li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e facilmente cedano, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.
Debbesi, adunque, più parcamente biasimare il governo romano; e considerare che tanti buoni effetti, quanti uscivano di quella republica, non erano causati se non da ottime cagioni.
E se i tumulti furano cagione della creazione de' Tribuni, meritano somma laude, perché, oltre al dare la parte sua all'amministrazione popolare, furano constituiti per guardia della libertà romana, come nel seguente capitolo si mosterrà.
5
Dove più sicuramente si ponga
la guardia della libertà, o nel Popolo
o ne' Grandi; e quali hanno maggiore
cagione di tumultuare, o chi vuole
acquistare o chi vuole mantenere.
Quelli che prudentemente hanno constituita una republica, in tra le più necessarie cose ordinate da loro è stato constituire una guardia alla libertà: e, secondo che questa è bene collocata, dura più o meno quel vivere libero.
E perché in ogni republica sono uomini grandi e popolari, si è dubitato nelle mani di quali sia meglio collocata detta guardia.
Ed appresso a' Lacedemonii, e, ne' nostri tempi, appresso de' Viniziani, la è stata messa nelle mani de' Nobili; ma appresso de' Romani fu messa nelle mani della Plebe.
Pertanto, è necessario esaminare quale di queste republiche avesse migliore elezione.
E se si andasse dietro alle ragioni ci è che dire da ogni parte; ma se si esaminasse il fine loro, si piglierebbe la parte de' Nobili, per avere avuta la libertà di Sparta e di Vinegia più lunga vita che quella di Roma.
E venendo alle ragioni, dico, pigliando prima la parte de' Romani, come e' si debbe mettere in guardia coloro d'una cosa, che hanno meno appetito di usurparla.
E sanza dubbio, se si considerrà il fine de' nobili e degli ignobili, si vedrà in quelli desiderio grande di dominare, ed in questi solo desiderio di non essere dominati; e, per conseguente, maggiore volontà di vivere liberi, potendo meno sperare di usurparla che non possono i grandi: talché essendo i popolari preposti a guardia d'una libertà, è ragionevole ne abbiano più cura; e non la potendo occupare loro, non permettino che altri la occupi.
Dall'altra parte, chi difende l'ordine spartano e veneto, dice che coloro che mettono la guardia in mano di potenti fanno due opere buone: l'una, che ei satisfanno più all'ambizione loro, ed avendo più parte nella republica, per avere questo bastone in mano, hanno cagione di contentarsi più; l'altra, che lievono una qualità di autorità dagli animi inquieti della plebe, che è cagione d'infinite dissensioni e scandoli in una republica, e atta a ridurre la Nobilità a qualche disperazione, che col tempo faccia cattivi effetti.
E ne dànno per esemplo la medesima Roma, che, per avere i Tribuni della plebe questa autorità nelle mani, non bastò loro avere un Consolo plebeio, che gli vollono avere ambedue.
Da questo, ei vollono la Censura, il Pretore, e tutti gli altri gradi dell'imperio della città: né bastò loro questo, ché, menati dal medesimo furore, cominciorono poi, col tempo, a adorare quelli uomini che vedevano atti a battere la Nobilità; donde nacque la potenza di Mario, e la rovina di Roma.
E veramente, chi discorressi bene l'una cosa e l'altra, potrebbe stare dubbio, quale da lui fusse eletto per guardia di tale libertà, non sappiendo quale umore di uomini sia più nocivo in una republica, o quello che desidera mantenere l'onore già acquistato o quel che desidera acquistare quello che non ha.
Ed in fine, chi sottilmente esaminerà tutto, ne farà questa conclusione: o tu ragioni d'una republica che voglia fare uno imperio, come Roma; o d'una che le basti mantenersi.
Nel primo caso, gli è necessario fare ogni cosa come Roma; nel secondo, può imitare Vinegia e Sparta, per quelle cagioni e come nel seguente capitolo si dirà.
Ma, per tornare a discorrere quali uomini siano in una republica più nocivi, o quelli che desiderano d'acquistare, o quelli che temono di non perdere l'acquistato; dico che, sendo creato Marco Menenio Dittatore, e Marco Fulvio Maestro de' cavagli, tutti a due plebei, per ricercare certe congiure che si erano fatte in Capova contro a Roma, fu data ancora loro autorità dal popolo di potere ricercare chi in Roma, per ambizione e modi straordinari, s'ingegnasse di venire al consolato, ed agli altri onori della città.
E parendo alla Nobilità, che tale autorità fusse data al Dittatore contro a lei, sparsono per Roma, che non i nobili erano quelli che cercavano gli onori per ambizione e modi straordinari ma gl'ignobili, i quali, non confidatisi nel sangue e nella virtù loro, cercavano, per vie straordinarie, venire a quelli gradi, e particularmente accusavano il Dittatore.
E tanto fu potente questa accusa che Menenio, fatta una concione e dolutosi delle calunnie dategli da' Nobili, depose la dittatura, e sottomessesi al giudizio che di lui fusse fatto dal Popolo, e dipoi, agitata la causa sua, ne fu assoluto: dove si disputò assai, quale sia più ambizioso o quel che vuole mantenere o quel che vuole acquistare; perché facilmente l'uno e l'altro appetito può essere cagione di tumulti grandissimi.
Pur nondimeno, il più delle volte sono causati da chi possiede, perché la paura del perdere genera in loro le medesime voglie che sono in quelli che desiderano acquistare; perché non pare agli uomini possedere sicuramente quello che l'uomo ha, se non si acquista di nuovo dell'altro.
E di più vi è, che, possedendo molto, possono con maggiore potenza e maggiore moto fare alterazione.
Ed ancora vi è di più, che gli loro scorretti e ambiziosi portamenti accendano, ne' petti di chi non possiede, voglia di possedere, o per vendicarsi contro di loro spogliandoli, o per potere ancora loro entrare in quelle ricchezze e in quelli onori che veggono essere male usati dagli altri.
6
Se in Roma si poteva ordinare uno stato
che togliesse via le inimicizie
intra il Popolo ed il Senato.
Noi abbiamo discorso, di sopra, gli effetti che facevano le controversie intra il Popolo ed il Senato.
Ora, sendo quelle seguitate infino al tempo de' Gracchi, dove furono cagione della rovina del vivere libero, potrebbe alcuno desiderare che Roma avesse fatti gli effetti grandi che la fece, sanza che in quella fussono tali inimicizie.
Però mi è parso cosa degna di considerazione, vedere se in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via dette controversie.
Ed a volere esaminare questo, è necessario ricorrere a quelle republiche le quali sanza tante inimicizie e tumulti sono state lungamente libere, e vedere quale stato era in loro, e se si poteva introdurre in Roma.
In esemplo tra gli antichi ci è Sparta, tra i moderni Vinegia, state da me di sopra nominate.
Sparta fece uno Re, con uno piccolo Senato, che la governasse; Vinegia non ha diviso il governo con i nomi, ma, sotto una appellagione, tutti quelli che possono avere amministrazione si chiamano Gentiluomini.
Il quale modo lo dette il caso, più che la prudenza di chi dette loro le leggi: perché, sendosi ridotti in su quegli scogli dove è ora quella città, per le cagioni dette di sopra, molti abitatori, come furano cresciuti in tanto numero, che, a volere vivere insieme, bisognasse loro far leggi, ordinarono una forma di governo; e convenendo spesso insieme ne' consigli, a diliberare della città, quando parve loro essere tanti che fossero a sufficienza a uno vivere politico, chiusero la via a tutti quelli altri che vi venissono ad abitare di nuovo, di potere convenire ne' loro governi; e, col tempo, trovandosi in quello luogo assai abitatori fuori del governo, per dare riputazione a quelli che governavano, gli chiamarono Gentiluomini, e gli altri Popolani.
Potette questo modo nascere e mantenersi senza tumulto, perché, quando e' nacque, qualunque allora abitava in Vinegia fu fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere; quelli che dipoi vi vennero ad abitare, trovando lo stato fermo e terminato, non avevano cagione né commodità di fare tumulto.
La cagione non vi era, perché non era stato loro tolto cosa alcuna; la commodità non vi era, perché chi reggeva li teneva in freno, e non gli adoperava in cose dove e' potessono pigliare autorità.
Oltre a di questo, quelli che dipoi vennono ad abitare Vinegia non sono stati molti, e di tanto numero che vi sia disproporzione da chi gli governa a loro che sono governati, perché il numero de' Gentiluomini o egli è equale al loro, o egli è superiore: sicché, per queste cagione, Vinegia potette ordinare quello stato, e mantenerlo unito.
Sparta, come ho detto, era governata da uno Re e da uno stretto Senato.
Potette mantenersi così lungo tempo, perché, essendo in Sparta pochi abitatori, ed avendo tolta la via a chi vi venisse ad abitare, ed avendo preso le leggi di Licurgo con riputazione (le quali osservando, levavano via tutte le cagioni de' tumulti) poterono vivere uniti lungo tempo.
Perché Licurgo con le sue leggi fece in Sparta più equalità di sustanze, e meno equalità di grado; perché quivi era una equale povertà, ed i plebei erano manco ambiziosi, perché i gradi della città si distendevano in pochi cittadini ed erano tenuti discosto dalla plebe, né gli nobili col trattargli male dettono mai loro desiderio di avergli.
Questo nacque dai Re spartani, i quali, essendo collocati in quel principato e posti in mezzo di quella Nobilità, non avevano il maggiore rimedio a tenere ferma la loro dignità, che tenere la Plebe difesa da ogni ingiuria: il che faceva che la Plebe non temeva e non desiderava imperio; e non avendo imperio né temendo, era levata via la gara che la potesse avere con la Nobilità, e la cagione de' tumulti; e poterono vivere uniti lungo tempo.
Ma due cose principali causarono questa unione: l'una essere pochi gli abitatori di Sparta, e per questo poterono essere governati da pochi; l'altra, che, non accettando forestieri nella loro republica, non avevano occasione né di corrompersi né di crescere in tanto che la fusse insopportabile a quelli pochi che la governavano.
Considerando adunque tutte queste cose, si vede come a' legislatori di Roma era necessario fare una delle due cose a volere che Roma stesse quieta come le sopradette republiche: o non adoperare la plebe in guerra, come i Viniziani; o non aprire la via a' forestieri, come gli Spartani.
E loro feciono l'una e l'altra; il che dette alla plebe forze ed augumento, ed infinite occasioni di tumultuare.
Ma venendo lo stato romano a essere più quieto, ne seguiva questo inconveniente, ch'egli era anche più debile, perché e' gli si troncava la via di potere venire a quella grandezza dove ei pervenne: in modo che, volendo Roma levare le cagioni de' tumulti, levava ancora le cagioni dello ampliare.
Ed in tutte le cose umane si vede questo, chi le esaminerà bene: che non si può mai cancellare uno inconveniente, che non ne surga un altro.
Per tanto, se tu vuoi fare uno popolo numeroso ed armato per poter fare un grande imperio, lo fai di qualità che tu non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo mantieni o piccolo o disarmato per poter maneggiarlo, se tu acquisti dominio, non lo puoi tenere, o ei diventa sì vile che tu sei preda di qualunque ti assalta.
E però, in ogni nostra diliberazione si debbe considerare dove sono meno inconvenienti, e pigliare quello per migliore partito: perché tutto netto, tutto sanza sospetto non si truova mai.
Poteva dunque Roma, a similitudine di Sparta, fare un principe a vita, fare uno Senato piccolo; ma non poteva, come lei, non crescere il numero de' cittadini suoi, volendo fare un grande imperio: il che faceva che il Re a vita ed il piccolo numero del Senato, quanto alla unione, gli sarebbe giovato poco.
Se alcuno volesse, per tanto, ordinare una republica di nuovo, arebbe a esaminare se volesse che ampliasse, come Roma, di dominio e di potenza, ovvero che la stesse dentro a brevi termini.
Nel primo caso, è necessario ordinarla come Roma, e dare luogo a' tumulti e alle dissensioni universali, il meglio che si può; perché, sanza gran numero di uomini, e bene armati, mai una republica potrà crescere, o, se la crescerà, mantenersi.
Nel secondo caso, la puoi ordinare come Sparta e come Vinegia: ma perché l'ampliare è il veleno di simili republiche, debbe, in tutti quelli modi che si può, chi le ordina proibire loro lo acquistare, perché tali acquisti fondati sopra una republica debole, sono al tutto la rovina sua.
Come intervenne a Sparta ed a Vinegia: delle quali la prima, avendosi sottomessa quasi tutta la Grecia, mostrò in su uno minimo accidente il debile fondamento suo; perché, seguita la ribellione di Tebe, causata da Pelopida, ribellandosi l'altre cittadi, rovinò al tutto quella republica.
Similmente Vinegia, avendo occupato gran parte d'Italia, e la maggiore parte non con guerra ma con danari e con astuzia, come la ebbe a fare pruova delle forze sue, perdette in una giornata ogni cosa.
Crederrei bene, che a fare una republica che durasse lungo tempo, fusse il modo, ordinarla dentro come Sparta o come Vinegia; porla in luogo forte, e di tale potenza che nessuno credesse poterla subito opprimere; e, dall'altra parte, non fusse sì grande, che la fusse formidabile a' vicini: e così potrebbe lungamente godersi il suo stato.
Perché, per due cagioni si fa guerra a una republica: l'una, per diventarne signore; l'altra, per paura ch'ella non ti occupi.
Queste due cagioni il sopraddetto modo quasi in tutto toglie via; perché, se la è difficile a espugnarsi, come io la presuppongo, sendo bene ordinata alla difesa, rade volte accaderà, o non mai, che uno possa fare disegno di acquistarla.
Se la si starà intra i termini suoi, e veggasi, per esperienza, che in lei non sia ambizione, non occorrerà mai che uno per paura di sé le faccia guerra: e tanto più sarebbe questo, se e' fussi in lei constituzione o legge che le proibisse l'ampliare.
E sanza dubbio credo, che, potendosi tenere la cosa bilanciata in questo modo, che e' sarebbe il vero vivere politico e la vera quiete d'una città.
Ma sendo tutte le cose degli uomini in moto, e non potendo stare salde, conviene che le salghino o che le scendino; e a molte cose che la ragione non t'induce, t'induce la necessità: talmente che, avendo ordinata una republica atta a mantenersi, non ampliando, e la necessità la conducesse ad ampliare, si verrebbe a tor via i fondamenti suoi, ed a farla rovinare più tosto.
Così, dall'altra parte, quando il Cielo le fusse sì benigno che la non avesse a fare guerra, ne nascerebbe che l'ozio la farebbe o effeminata o divisa; le quali due cose insieme, o ciascuna per sé, sarebbono cagione della sua rovina.
Pertanto, non si potendo, come io credo, bilanciare questa cosa, né mantenere questa via del mezzo a punto; bisogna, nello ordinare la republica, pensare alle parte più onorevole; ed ordinarle in modo, che, quando pure la necessità le inducesse ad ampliare, elle potessono, quello ch'elle avessono occupato, conservare.
E, per tornare al primo ragionamento, credo ch'e' sia necessario seguire l'ordine romano, e non quello dell'altre republiche; perché trovare un modo, mezzo infra l'uno e l'altro, non credo si possa, e quelle inimicizie che intra il popolo ed il senato nascessino, tollerarle, pigliandole per uno inconveniente necessario a pervenire alla romana grandezza.
Perché, oltre all'altre ragioni allegate, dove si dimostra l'autorità tribunizia essere stata necessaria per la guardia della libertà, si può facilmente considerare il beneficio che fa nelle republiche l'autorità dello accusare, la quale era, intra gli altri, commessa a' Tribuni; come nel seguente capitolo si discorrerà.
7
Quanto siano in una republica
necessarie le accuse a mantenerla
in libertade.
A coloro che in una città sono preposti per guardia della sua libertà, non si può dare autorità più utile e necessaria, quanto è quella di potere accusare i cittadini al popolo, o a qualunque magistrato o consiglio, quando peccassono in alcuna cosa contro allo stato libero.
Questo ordine fa dua effetti utilissimi a una republica.
Il primo è che i cittadini, per paura di non essere accusati, non tentano cose contro allo stato; e tentandole, sono, incontinente e sanza rispetto, oppressi.
L'altro è che si dà onde sfogare a quegli omori che crescono nelle cittadi, in qualunque modo, contro a qualunque cittadino: e quando questi omori non hanno onde sfogarsi ordinariamente, ricorrono a' modi straordinari, che fanno rovinare tutta una republica.
E però non è cosa che faccia tanto stabile e ferma una republica, quanto ordinare quella in modo che l'alterazione di quegli omori che l'agitano, abbia una via da sfogarsi ordinata dalle leggi.
Il che si può per molti esempli dimostrare, e massime per quello che adduce Tito Livio, di Coriolano, dove dice, che, essendo irritata contro alla Plebe la Nobilità romana, per parerle che la Plebe avessi troppa autorità, mediante la creazione de' Tribuni che la difendevano; ed essendo Roma, come avviene, venuta in penuria grande di vettovaglie, ed avendo il Senato mandato per grani in Sicilia; Coriolano, inimico alla fazione popolare, consigliò come egli era venuto il tempo da potere gastigare la Plebe, e torle quella autorità che ella si aveva in pregiudicio della Nobilità presa; tenendola affamata, e non gli distribuendo il frumento: la quale sentenzia sendo venuta agli orecchi del Popolo, venne in tanta indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero tumultuariamente morto, se gli Tribuni non lo avessero citato a comparire, a difendere la causa sua.
Sopra il quale accidente, si nota quello che di sopra si è detto, quanto sia utile e necessario che le republiche con le leggi loro, diano onde sfogarsi all'ira che concepe la universalità contro a uno cittadino: perché quando questi modi ordinari non vi siano, si ricorre agli straordinari; e sanza dubbio questi fanno molto peggiori effetti che non fanno quelli.
Perché, se ordinariamente uno cittadino è oppresso, ancora che li fusse fatto torto, ne séguita o poco o nessuno disordine in la republica; perché la esecuzione si fa sanza forze private, e sanza forze forestieri, che sono quelle che rovinano il vivere libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che hanno i termini loro particulari, né trascendono a cosa che rovini la republica.
E quanto a corroborare questa opinione con gli esempli, voglio che degli antiqui mi basti questo di Coriolano; sopra il quale ciascuno consideri, quanto male saria risultato alla republica romana, se tumultuariamente ei fusse stato morto: perché ne nasceva offesa da privati a privati, la quale offesa genera paura; la paura cerca difesa; per la difesa si procacciano partigiani; da' partigiani nascono le parti nelle cittadi, dalle parti la rovina di quelle.
Ma sendosi governata la cosa mediante chi ne aveva autorità si vennero a tor via tutti quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata.
Noi avemo visto ne' nostri tempi quale novità ha fatto alla republica di Firenze non potere la moltitudine sfogare l'animo suo ordinariamente contro a un suo cittadino, come accadde ne' tempi che Francesco Valori era come principe della città; il quale sendo giudicato ambizioso da molti, e uomo che volesse con la sua audacia e animosità transcendere il vivere civile; e non essendo nella republica via a potergli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne nacque che, non avendo paura quello se non di modi straordinari, si cominciò a fare fautori che lo difendessono; dall'altra parte, quelli che lo oppugnavano non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle vie straordinarie: intanto che si venne alle armi.
E dove, quando per l'ordinario si fusse potuto opporsegli, sarebbe la sua autorità spenta con suo danno solo; avendosi a spegnere per lo straordinario, seguì con danno non solamente suo, ma di molti altri nobili cittadini.
Potrebbesi ancora allegare, in sostentamento della soprascritta conclusione, l'accidente seguito pur in Firenze sopra Piero Soderini, il quale al tutto seguì per non essere in quella republica alcuno modo di accuse contro alla ambizione de' potenti cittadini.
Perché lo accusare uno potente a otto giudici in una republica, non basta: bisogna che i giudici siano assai, perché i pochi sempre fanno a modo de' pochi.
Tanto che, se tali modi vi fussono stati, o i cittadini lo arebbero accusato, vivendo lui male; e per tale mezzo, sanza far venire l'esercito spagnuolo, arebbono sfogato l'animo loro; o, non vivendo male, non arebbono avuto ardire operargli contro, per paura di non essere accusati essi: e così sarebbe da ogni parte cessato quello appetito che fu cagione di scandolo.
Tanto che si può conchiudere questo, che, qualunque volta si vede che le forze estranee siano chiamate da una parte di uomini che vivono in una città, si può credere nasca da' cattivi ordini di quella, per non essere, dentro a quel cerchio, ordine da potere, sanza modi istraordinari, sfogare i maligni omori che nascono negli uomini: a che si provede al tutto con ordinarvi le accuse agli assai giudici, e dare riputazione a quelle.
I quali modi furono in Roma sì bene ordinati, che, in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o il Senato o la Plebe o alcuno particulare cittadino disegnò valersi di forze esterne; perché, avendo il rimedio in casa, non erano necessitati andare per quello fuori.
E benché gli esempli soprascritti siano assai sufficienti a provarlo, nondimeno ne voglio addurre un altro, recitato da Tito Livio nella sua istoria: il quale riferisce come, sendo stato in Chiusi, città in quelli tempi nobilissima in Toscana, da uno Lucumone violata una sorella di Arunte, e non potendo Arunte vendicarsi per la potenza del violatore, se n'andò a trovare i Franciosi, che allora regnavano in quello luogo che oggi si chiama Lombardia; e quelli confortò a venire con armata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro utile lo potevano vendicare della ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse veduto potersi vendicare con i modi della città, non arebbe cerco le forze barbare.
Ma come queste accuse sono utili in una republica, così sono inutili e dannose le calunnie, come nel capitolo seguente discorreremo.
8
Quanto le accuse sono utili
alle republiche, tanto sono perniziose
le calunnie.
Non ostante che la virtù di Furio Cammillo, poi ch'egli ebbe libera Roma dalla oppressione de' Franciosi, avesse fatto che tutti i cittadini romani, sanza parere loro torsi riputazione o grado, cedevano a quello; nondimanco Manlio Capitolino non poteva sopportare che gli fusse attribuito tanto onore e tanta gloria; parendogli, quanto alla salute di Roma, per avere salvato il Campidoglio, avere meritato quanto Cammillo; e, quanto all'altre belliche laude, non essere inferiore a lui.
Di modo che, carico d'invidia, non potendo quietarsi per la gloria di quello, e veggendo non potere seminare discordia infra i Padri, si volse alla Plebe, seminando varie opinioni sinistre intra quella.
E intra le altre cose che diceva, era come il tesoro il quale si era adunato insieme per dare ai Franciosi, e poi non dato loro, era stato usurpato da privati cittadini; e, quando si riavesse, si poteva convertirlo in publica utilità, alleggerendo la Plebe da' tributi, o da qualche privato debito.
Queste parole poterono assai nella Plebe; talché cominciò a avere concorso, ed a fare a sua posta dimolti tumulti nella città: la quale cosa dispiacendo al Senato, e parendogli di momento e pericolosa, creò uno Dittatore, perché ci riconoscesse questo caso, e frenasse lo empito di Manlio.
Onde è che subito il Dittatore lo fece citare, e condussonsi in publico all'incontro l'uno dell'altro; il Dittatore in mezzo de' Nobili, e Manlio nel mezzo della Plebe.
Fu domandato Manlio che dovesse dire, appresso a chi fusse questo tesoro ch'e' diceva, perché n'era così desideroso il Senato, d'intenderlo, come la Plebe: a che Manlio non rispondeva particularmente; ma, andando sfuggendo, diceva come non era necessario dire loro quello che si sapevano: tanto che il Dittatore lo fece mettere in carcere.
È da notare, per questo testo, quanto siano nelle città libere, ed in ogni altro modo di vivere, detestabili le calunnie; e come, per reprimerle, si debba non perdonare a ordine alcuno che vi faccia a proposito.
Né può essere migliore ordine, a torle via, che aprire assai luoghi alle accuse; perché, quanto le accuse giovano alle republiche, tanto le calunnie nuocono: e dall'una all'altra parte è questa differenza, che le calunnie non hanno bisogno né di testimone né di alcuno altro particulare riscontro a provarle, in modo che ciascuno e da ciascuno può essere calunniato; ma non può già essere accusato, avendo le accuse bisogno di riscontri veri e di circunstanze che mostrino la verità dell'accusa.
Accusansi gli uomini a' magistrati, a' popoli, a' consigli; calunnionsi per le piazze e per le logge.
Usasi più questa calunnia dove si usa meno l'accusa, e dove le città sono meno ordinate a riceverle.
Però, un ordinatore d'una republica debbe ordinare che si possa in quella accusare ogni cittadino, sanza alcuna paura o sanza alcuno rispetto; e fatto questo, e bene osservato, debbe punire acremente i calunniatori: i quali non si possono dolere quando siano puniti, avendo i luoghi aperti a udire le accuse di colui che gli avesse per le logge calunniato.
E dove non è bene ordinata questa parte, seguitano sempre disordini grandi: perché le calunnie irritano, e non castigano i cittadini; e gli irritati pensano di valersi, odiando più presto, che temendo, le cose che si dicano contro a loro.
Questa parte, come è detto, era bene ordinata in Roma; ed è stata sempre male ordinata nella nostra città di Firenze.
E come a Roma questo ordine fece molto bene, a Firenze questo disordine fece molto male.
E chi legge le istorie di questa città, vedrà quante calunnie sono state in ogni tempo date a' suoi cittadini, che si sono adoperati nelle cose importanti di quella.
Dell'uno dicevano, ch'egli aveva rubato i danari al Comune; dell'altro, che non aveva vinta una impresa per essere stato corrotto; e che quell'altro per sua ambizione aveva fatto il tale ed il tale inconveniente.
Di che ne nasceva che da ogni parte ne surgeva odio: donde si veniva alla divisione, dalla divisione alle sètte, dalle sètte alla rovina.
Che se fusse stato in Firenze ordine d'accusare i cittadini, e punire i calunniatori, non seguivano infiniti scandoli che sono seguiti; perché quelli cittadini, o condannati o assoluti che fussono, non arebbono potuto nuocere alla città, e sarebbeno stati accusati meno assai che non ne erano calunniati, non si potendo, come ho detto, accusare come calunniare ciascuno.
Ed intra l'altre cose di che si è valuto alcun cittadino per venire alla grandezza sua, sono state queste calunnie: le quali venendo contro a cittadini potenti che all'appetito suo si opponevano, facevono assai per quello; perché, pigliando la parte del Popolo, e confermandolo nella mala opinione ch'egli aveva di loro, se lo fece amico.
E benché se ne potessi addurre assai esempli, voglio essere contento solo d'uno.
Era lo esercito fiorentino a campo a Lucca, comandato da messer Giovanni Guicciardini, commessario di quello.
Vollono o i cattivi suoi governi o la cattiva sua fortuna che la espugnazione di quella città non seguisse: pure, comunque il caso stesse, ne fu incolpato messer Giovanni, dicendo com'egli era stato corrotto da' Lucchesi: la quale calunnia sendo favorita dagl'inimici suoi, condusse messer Giovanni quasi in ultima disperazione.
E benché, per giustificarsi, e' si volessi mettere nelle mani del Capitano; nondimeno non si potette mai giustificare, per non essere modi in quella republica da poterlo fare.
Di che ne nacque assai sdegni intra gli amici di messer Giovanni, che erano la maggior parte degli uomini grandi ed infra coloro che desideravano fare novità in Firenze.
La quale cosa, e per questa e per altre simili cagioni, tanto crebbe che ne seguì la rovina di quella republica.
Era adunque Manlio Capitolino calunniatore, e non accusatore; ed i Romani mostrarono, in questo caso appunto, come i calunniatori si debbono punire.
Perché si debbe farli diventare accusatori; e quando l'accusa si riscontri vera, o premiarli o non punirli: ma quando la non si riscontri vera, punirli, come fu punito Manlio.
9
Come egli è necessario essere so
...
[Pagina successiva]