DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO, di Niccolo' Machiavelli - pagina 37
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Fu, adunque, di spesa a il re il farla, e vergognoso il perderla; a Ottaviano, glorioso il riacquistarla, ed utile il rovinarla.
Ma vegnamo alle republiche che fanno le fortezze non nella patria, ma nelle terre che le acquistano.
Ed a mostrare questa fallacia, quando e' non bastasse lo esemplo detto, di Francia e di Genova, voglio mi basti Firenze e Pisa: dove i Fiorentini fecero le fortezze per tenere quella città; e non conobbero che una città stata sempre inimica del nome fiorentino, vissuta libera, e che ha alla rebellione per rifugio la libertà, era necessario, volendola tenere, osservare il modo romano; o farsela compagna, o disfarla.
Perché la virtù delle fortezze si vide nella venuta del re Carlo; al quale si dettono o per poca fede di chi le guardava o per timore di maggiore male: dove, se le non fussono state, i Fiorentini non arebbero fondato il potere tenere Pisa sopra quelle, e quel re non arebbe potuto per quella via privare i Fiorentini di quella città; e i modi con gli quali si fusse mantenuta infino a quel tempo, sarebbono stati per avventura sufficienti conservarla, e sanza dubbio non arebbero fatto più cattiva prova che le fortezze.
Conchiudo adunque, che, per tenere la patria propria, la fortezza è dannosa; per tenere le terre che si acquistono, le fortezze sono inutili: e voglio mi basti l'autorità de' Romani, i quali, nelle terre che volevano tenere con violenza, smuravano, e non muravano.
E chi contro a questa opinione mi allegasse negli antichi tempi Taranto, e ne' moderni Brescia, i quali luoghi mediante le fortezze furono recuperati dalla ribellione de' sudditi, rispondo che alla ricuperazione di Taranto, in capo di uno anno, fu mandato Fabio Massimo con tutto lo esercito, il quale sarebbe stato atto a ricuperarlo eziandio se non vi fusse stata la fortezza, e se Fabio usò quella via, quando la non vi fusse stata, ne arebbe usata un'altra che arebbe fatto il medesimo effetto.
Ed io non so di che utilità sia una fortezza che, a renderti la terra, abbia bisogno, per la ricuperazione d'essa, d'uno esercito consolare e d'uno Fabio Massimo per capitano.
E che i Romani l'avessono ripresa in ogni modo, si vede per l'esemplo di Capova; dove non era fortezza, e per virtù dello esercito la riacquistarono.
Ma vegnamo a Brescia.
Dico, come rade volte occorre quello che occorse in quella rebellione, che la fortezza che rimane nelle forze tua, sendo ribellata la terra, abbi uno esercito grosso e propinquo, come era quel de' Franciosi: perché, sendo monsignor di Fois, capitano del re, con lo esercito a Bologna, intesa la perdita di Brescia, sanza differire ne andò a quella volta, ed in tre giorni arrivato a Brescia, per la fortezza riebbe la terra.
Ebbe, pertanto, ancora la fortezza di Brescia, a volere che la giovasse, bisogno d'un monsignor di Fois, e d'uno esercito francioso che in tre dì la soccorresse.
Sì che lo esemplo di questo, allo incontro delli esempli contrari, non basta; perché assai fortezze sono state, nelle guerre de' nostri tempi, prese e riprese con la medesima fortuna che si è ripresa e presa la campagna, non solamente in Lombardia, ma in Romagna, nel regno di Napoli, e per tutte le parti d'Italia.
Ma, quanto allo edificare fortezze per difendersi da' nimici di fuori, dico che le non sono necessarie a quelli popoli ed a quelli regni che hanno buoni eserciti; ed a quegli che non hanno buoni eserciti, sono inutili: perché i buoni eserciti sanza le fortezze sono sofficienti a difendersi; le fortezze sanza i buoni eserciti non ti possono difendere.
E questo si vede per isperienza di quegli che sono stati e ne' governi e nell'altre cose tenuti eccellenti; come si vede de' Romani e degli Spartani: che, se i Romani non edificavano fortezze, gli Spartani, non solamente si astenevano da quelle, ma non permettevano di avere mura alle loro città; perché volevono che la virtù dell'uomo particulare, non altro defensivo, gli difendesse.
Dond'è che, sendo domandato uno Spartano da uno Ateniese, se le mura di Atene gli parevano belle, gli rispose: - Sì, s'elle fussono abitate da donne -.
Quello principe, adunque, che abbi buoni eserciti, quando in sulle marine e alla fronte dello stato suo abbia qualche fortezza che possa qualche dì sostenere el nimico infino che sia a ordine, sarebbe cosa utile, qualche volta, ma non è necessaria.
Ma quando il principe non ha buono esercito, avere le fortezze per il suo stato, o alle frontiere, gli sono o dannose o inutili: dannose, perché facilmente le perde, e perdute gli fanno guerra; o, se pure le fussono sì forti che il nimico non le potessi occupare, sono lasciate indietro dallo esercito inimico, e vengono a essere di nessuno frutto; perché i buoni eserciti, quando non hanno gagliardissimo riscontro, entrano ne' paesi inimici sanza rispetto di città o di fortezze che si lascino indietro; come si vede nelle antiche istorie, e come si vede fece Francesco Maria, il quale, ne' prossimi tempi, per assaltare Urbino si lasciò indietro dieci città inimiche, sanza alcuno rispetto.
Quel principe, adunque, che può fare buono esercito, può fare sanza edificare fortezze; quello che non ha lo esercito buono, non debbe edificarle.
Debbe bene afforzare la città dove abita, e tenerla munita, e bene disposti i cittadini di quella, per potere sostenere tanto uno impeto inimico, o che accordo o che aiuto esterno lo liberi.
Tutti gli altri disegni sono di spesa ne' tempi di pace, ed inutili ne' tempi di guerra.
E così, chi considererà tutto quello ho detto, conoscerà i Romani, come savi in ogni altro loro ordine, così furono prudenti in questo giudizio de' Latini e de' Privernati; dove, non pensando a fortezze, con più virtuosi modi e più savi se ne assicurarono.
25
Che lo assaltare una città disunita,
per occuparla mediante la sua disunione,
è partito contrario.
Era tanta disunione nella Republica romana intra la Plebe e la Nobilità, che i Veienti, insieme con gli Etrusci, mediante tale disunione, pensarono potere estinguere il nome romano.
Ed avendo fatto esercito, e corso sopra i campi di Roma, mandò il Senato, loro contro, Gaio Manilio e Marco Fabio; i quali avendo condotto il loro esercito propinquo allo esercito de' Veienti, non cessavano i Veienti, e con assalti e con obbrobri, offendere e vituperare il nome romano: e fu tanta la loro temerità ed insolenzia, che i Romani, di disuniti diventarono uniti; e venendo alla zuffa, gli ruppano e vinsono.
Vedesi pertanto, quanto gli uomini s'ingannano, come di sopra discorremo, nel pigliare de' partiti; e come molte volte credono guadagnare una cosa, e la perdono.
Credettono i Veienti, assaltando i Romani disuniti, vincergli; e quello assalto fu cagione della unione di quegli, e della rovina loro.
Perché la cagione della disunione delle republiche il più delle volte è l'ozio e la pace; la cagione della unione è la paura e la guerra.
E però, se i Veienti fussono stati savi, eglino arebbero, quanto più disunita vedevon Roma, tanto più tenuta da loro la guerra discosto, e con l'arti della pace cerco di oppressargli.
Il modo è cercare di diventare confidente di quella città che è disunita; ed infino che non vengono all'armi, come arbitro maneggiarsi intra le parti.
Venendo alle armi, dare lenti favori alla parte più debole; sì per tenergli più in su la guerra, e fargli consumare; sì perché le assai forze non gli facessero dubitare tutti, che tu volessi opprimergli e diventare loro principe.
E quando questa parte è governata bene, interverrà, quasi sempre, che l'arà quel fine che tu ti hai presupposto.
La città di Pistoia, come in altro discorso ed a altro proposito dissi, non venne sotto alla Republica di Firenze con altra arte che con questa: perché sendo quella divisa, e favorendo i Fiorentini ora l'una parte ora l'altra, sanza carico dell'una e dell'altra la condussono in termine, che, stracca in quel suo vivere tumultuoso, venne spontaneamente a gittarsi in le braccia di Firenze.
La città di Siena non ha mai mutato stato, col favore de' Fiorentini, se non quando i favori sono stati deboli e pochi.
Perché, quando ei sono stati assai e gagliardi, hanno fatto quella città unita alla difesa di quello stato che regge.
Io voglio aggiugnere ai soprascritti uno altro esemplo.
Filippo Visconti, duca di Milano, più volte mosse guerra a' Fiorentini, fondatosi sopra le disunioni loro, e sempre ne rimase perdente; talché gli ebbe a dire, dolendosi delle sue imprese, come le pazzie de' Fiorentini gli avevano fatto spendere inutilmente due milioni d'oro.
Restarono adunque, come di sopra si dice, ingannati i Veienti e gli Toscani da questa opinione, e furano alfine in una giornata superati da' Romani.
E così per lo avvenire ne resterà ingannato qualunque per simile via e per simile cagione crederrà oppressare uno popolo.
26
Il vilipendio e l'improperio genera odio
contro a coloro che l'usano,
sanza alcuna loro utilità.
Io credo che sia una delle grandi prudenze che usono gli uomini, astenersi o dal minacciare o dallo ingiuriare alcuno con le parole: perché l'una cosa e l'altra non tolgono forze al nimico; ma l'una lo fa più cauto, l'altra gli fa avere maggiore odio contro di te, e pensare con maggiore industria di offenderti.
Vedesi questo per lo esemplo de' Veienti, de' quali nel capitolo superiore si è discorso; i quali alla ingiuria della guerra, aggiunsono, contro a' Romani, l'obbrobrio delle parole; dal quale ogni capitano prudente debbe fare astenere i suoi soldati; perché le sono cose che infiammano ed accendano il nimico alla vendetta, ed in nessuna parte lo impediscono, come è detto, alla offesa; tanto che le sono tutte armi che vengono contro a te.
Di che ne seguì già uno esemplo notabile in Asia: dove Gabade, capitano de' Persi, essendo stato a campo a Amida più tempo, ed avendo deliberato, stracco dal tedio della ossidione, partirsi; levandosi già con il campo, quegli della terra, venuti tutti in su le mura, insuperbiti della vittoria, non perdonarono a nessuna qualità d'ingiuria, vituperando, accusando, e rimproverando la viltà e la poltroneria del nimico.
Da che Gabade irritato, mutò consiglio; e ritornato alla ossidione tanta fu la indegnazione della ingiuria, che in pochi giorni gli prese e saccheggiò.
E questo medesimo intervenne a' Veienti: a' quali, come è detto, non bastando il fare guerra a' Romani, ancora con le parole gli vituperarono, ed andando infino in su lo steccato del campo a dire loro ingiuria, gl'irritarono molto più con le parole che con le armi: e quegli soldati che prima combattevano mal volentieri, costrinsero i Consoli a appiccare la zuffa, talché i Veienti portarono la pena, come gli antedetti, della contumacia loro.
Hanno dunque i buoni principi di eserciti, ed i buoni governatori di republica, a fare ogni opportuno rimedio, che queste ingiurie e rimproveri non si usino o nella città o nello esercito suo, né infra loro, né contro al nimico: perché, usati contro al nimico, ne riescono gl'inconvenienti soprascritti; infra loro, farebbero peggio, non vi si riparando, come vi hanno sempre gli uomini prudenti riparato.
Avendo le legioni romane, state lasciate a Capova, congiurato contro a' Capovani, come nel suo luogo si narrerà; ed essendone di questa congiura nata una sedizione, la quale fu poi da Valerio Corvino quietata, intra le altre constituzioni che nella convenzione si fece ordinarono pene gravissime a coloro che rimproverassero mai a alcuni di quegli soldati tale sedizione.
Tiberio Gracco, fatto, nella guerra di Annibale, capitano sopra certo numero di servi che i Romani, per carestia d'uomini, avevano armati, ordinò, intra le prime cose, pena capitale a qualunque rimproverasse la servitù a alcuno di loro.
Tanto fu stimato dai Romani, come di sopra si è detto, cosa dannosa il vilipendere gli uomini ed il rimproverare loro alcuna vergogna; perché non è cosa che accenda tanto gli animi loro, né generi maggiore isdegno, o da vero o da beffe che si dica: «Nam facetiae asperae, quando nimium ex vero traxere, acrem sui memoriam relinquunt».
27
Ai principi e republiche prudenti
debbe bastare vincere;
perché, il più delle volte,
quando e' non basta, si perde.
Lo usare parole contro al nimico poco onorevoli, nasce il più delle volte da una insolenzia che ti dà o la vittoria o la falsa speranza della vittoria; la quale falsa speranza fa gli uomini non solamente errare nel dire, ma ancora nello operare.
Perché questa speranza, quando la entra ne' petti degli uomini, fa loro passare il segno; e perdere, il più delle volte, quella occasione dell'avere uno bene certo, sperando di avere un meglio incerto.
E perché questo è un termine che merita considerazione, ingannandocisi dentro gli uomini molto spesso, e con danno dello stato loro, e' mi pare da dimostrarlo particularmente con esempli antichi e moderni, non si potendo con le ragioni così distintamente dimostrare.
Annibale, poi ch'egli ebbe rotti i Romani a Canne, mandò suoi oratori a Cartagine a significare la vittoria, e chiedere sussidi.
Disputossi in Senato di quello che si avesse a fare.
Consigliava Annone, uno vecchio e prudente cittadino cartaginese, che si usasse questa vittoria saviamente in fare pace con i Romani, potendola avere con condizioni oneste, avendo vinto; e non si aspettasse di averla a fare dopo la perdita: perché la intenzione de' Cartaginesi doveva essere, mostrare a' Romani come e' bastavano a combatterli; ed avendosene avuto vittoria, non si cercasse di perderla per la speranza d'una maggiore.
Non fu preso questo partito; ma fu bene poi, dal Senato cartaginese, conosciuto savio, quando la occasione fu perduta.
Avendo Alessandro Magno già preso tutto l'oriente, la republica di Tiro, nobile in quelli tempi, e potente per avere la loro città in acqua come i Viniziani, veduta la grandezza di Alessandro, gli mandarono oratori a dirli, come volevano essere suoi buoni servidori e darli quella ubbidienza voleva, ma che non erano già per accettare né lui né sue genti nella terra; donde sdegnato Alessandro, che una città gli volesse chiudere quelle porte che tutto il mondo gli aveva aperte, gli ributtò, e, non accettate le condizioni loro vi andò a campo.
Era la terra in acqua, e benissimo, di vettovaglie e di altre munizioni necessarie alla difesa, munita: tanto che Alessandro, dopo quattro mesi, si avvide che una città gli toglieva quel tempo alla sua gloria che non gli avevano tolto molti altri acquisti; e diliberò di tentare lo accordo, e concedere loro quello che per loro medesimi avevano domandato.
Ma quegli di Tiro, insuperbiti, non solamente non vollero accettare lo accordo, ma ammazzarono chi venne a praticarlo.
Di che Alessandro sdegnato, con tanta forza si misse alla ispugnazione, che la prese, disfece, ed ammazzò e fece schiavi gli uomini.
Venne, nel 1512, uno esercito spagnuolo in sul dominio fiorentino per rimettere i Medici in Firenze, e taglieggiare la città, condotti da cittadini d'entro, i quali avevano dato loro speranza, che, subito fussono in sul dominio fiorentino, piglierebbero l'armi in loro favore; ed essendo entrati nel piano, e non si scoprendo alcuno, ed avendo carestia di vettovaglie, tentarono l'accordo: di che insuperbito il popolo di Firenze, non lo accettò: donde ne nacque la perdita di Prato, e la rovina di quello stato.
Non possono, pertanto, i principi, che sono assaltati, fare il maggiore errore, quando lo assalto è fatto da uomini di gran lunga più potenti di loro, che recusare ogni accordo, massime quando egli è offerto: perché non sarà mai offerto sì basso, che non vi sia dentro in qualche parte il bene essere di colui che lo accetta, e vi sarà parte della sua vittoria.
Perché e' doveva bastare al popolo di Tiro, che Alessandro accettasse quelle condizioni ch'egli aveva prima rifiutate ed era assai vittoria la loro, quando con l'arme in mano avevano fatto condiscendere uno tanto uomo alla voglia loro.
Doveva bastare ancora al popolo fiorentino, che gli era assai vittoria, se lo esercito spagnuolo cedeva a qualcuna delle voglie di quello e le sue non adempiva tutte: perché la intenzione di quello esercito era mutare lo stato in Firenze, levarlo dalla divozione di Francia, e trarre da lui danari.
Quando di tre cose e' ne avesse avute due, che son l'ultime, ed al popolo ne fusse restata una, che era la conservazione dello stato suo, ci aveva dentro ciascuno qualche onore e qualche satisfazione: né si doveva il popolo curare delle due cose, rimanendo vivo; né doveva volere, quando bene egli avesse veduta maggiore vittoria, e quasi certa, mettere quella in alcuna parte a discrezione della fortuna, andandone l'ultima posta sua: la quale qualunque prudente mai arrischierà se non necessitato.
Annibale, partito d'Italia, dove era stato sedici anni glorioso, richiamato da' suoi Cartaginesi a soccorrere la patria, trovò rotto Asdrubale e Siface; trovò perduto il regno di Numidia e ristretta Cartagine intra i termini delle sue mura, alla quale non restava altro refugio che esso e lo esercito suo.
Conoscendo come quella era l'ultima posta della sua patria, non volle prima metterla a rischio, ch'egli ebbe tentato ogni altro rimedio; e non si vergognò di domandare la pace, giudicando, se alcuno rimedio aveva la sua patria, era in quella e non nella guerra: la quale sendogli poi negata, non volle mancare, dovendo perdere, di combattere; giudicando potere pur vincere, o, perdendo, perdere gloriosamente.
E se Annibale, il quale era tanto virtuoso ed aveva il suo esercito intero, cercò prima la pace che la zuffa, quando ei vidde che, perdendo quella, la sua patria diveniva serva, che debbe fare un altro di manco virtù e di manco isperienza di lui? Ma gli uomini fanno questo errore, che non sanno porre termini alle speranze loro; ed in su quelle fondandosi, sanza misurarsi altrimenti, rovinano.
28
Quanto sia pericoloso a una republica
o a uno principe
non vendicare una ingiuria
fatta contro al publico o contro
al privato.
Quello che facciano fare gli sdegni agli uomini, facilmente si conosce per quello che avvenne ai Romani quando ei mandarono i tre Fabii oratori a' Franciosi, che erano venuti a assaltare la Toscana, ed in particulare Chiusi.
Perché, avendo mandato il popolo di Chiusi per aiuto a Roma contro a' Franciosi, i Romani mandarono ambasciadori a' Franciosi, i quali, in nome del Popolo romano, significassero loro che si astenessero di fare guerra a' Toscani.
I quali oratori, sendo in su 'l luogo, e più atti a fare che a dire, venendo i Franciosi ed i Toscani alla zuffa, si messero in tra i primi a combattere contro a quelli: onde ne nacque che, essendo conosciuti da loro, tutto lo sdegno avevano contro a' Toscani, volsero contro a' Romani.
Il quale sdegno diventò maggiore, perché, avendo i Franciosi per loro ambasciadori fatto querela con il Senato romano di tale ingiuria, e domandato che in soddisfazione del danno fussino loro dati i soprascritti Fabii, non solamente non furono consegnati loro, o in altro modo gastigati, ma venendo i comizi, furono fatti Tribuni con potestà consolare.
Talché, veggendo i Franciosi quelli onorati che dovevano essere puniti, ripresono tutto essere fatto in loro dispregio e ignominia; ed accesi di sdegno e d'ira, vennero a assaltare Roma, e quella presono, eccetto il Campidoglio.
La quale rovina nacque ai Romani solo per la inosservanza della giustizia; perché, avendo peccato i loro ambasciatori «contra ius gentium», e dovendo esserne gastigati, furono onorati.
Però è da considerare quanto ogni republica ed ogni principe debbe tenere conto di fare simile ingiuria, non solamente contro a una universalità, ma ancora contro a uno particulare.
Perché, se uno uomo è offeso grandemente o dal publico o dal privato e non sia vendicato secondo la soddisfazione sua; se e' vive in una republica, cerca, ancora che con la rovina di quella, vendicarsi; se e' vive sotto un principe, ed abbi in sé alcuna generosità, non si acquieta mai, in fino che in qualunque modo si vendichi contro a di colui, come che egli vi vedesse, dentro, il suo proprio male.
Per verificare questo, non ci è il più bello né il più vero esemplo che quello di Filippo re di Macedonia, padre d'Alessandro.
Aveva costui in la sua corte Pausania, giovane bello e nobile, del quale era inamorato Attalo, uno de' primi uomini che fusse presso a Filippo ed avendolo più volte ricerco che dovesse acconsentirgli, e trovandolo alieno da simili cose, diliberò di avere con inganno e per forza quello che, per altro verso, vedea di non potere avere.
E fatto uno solenne convito, nel quale Pausania e molti altri nobili baroni convennero, fece, poi che ciascuno fu pieno di vivande e di vino, prendere Pausania, e, condottolo allo stretto, non solamente per forza sfogò la sua libidine, ma ancora, per maggiore ignominia, lo fece da molti degli altri in simile modo vituperare.
Della quale ingiuria Pausania si dolse più volte con Filippo; il quale, avendolo tenuto un tempo in speranza di vendicarlo, non solamente non lo vendicò, ma prepose Attalo al governo d'una provincia di Grecia: donde che Pausania, vedendo il suo nimico onorato e non gastigato, volse tutto lo sdegno suo, non contro a quello che gli aveva fatto ingiuria, ma contro a Filippo che non lo aveva vendicato.
Ed una mattina solenne, in su le nozze della figliuola di Filippo, ch'egli aveva maritata a Alessandro di Epiro, andando Filippo al tempio, a celebrarle, in mezzo de' due Alessandri, genero e figliuolo, lo ammazzò.
Il quale esemplo è molto simile a quello de' Romani, e notabile a qualunque governa: che mai non debbe tanto poco stimare un uomo, che ei creda, aggiugnendo ingiuria sopra ingiuria, che colui che è ingiuriato non pensi di vendicarsi con ogni suo pericolo e particulare danno.
29
La fortuna acceca gli animi degli uomini,
quando la non vuole
che quegli si opponghino a' disegni suoi.
Se e' si considererà bene come procedono le cose umane, si vedrà molte volte nascere cose e venire accidenti, a' quali i cieli al tutto non hanno voluto che si provvegga.
E quando, questo che io dico, intervenne a Roma, dove era tanta virtù, tanta religione e tanto ordine, non è maraviglia che gli intervenga molto più spesso in una città o in una provincia che manchi delle cose sopradette.
E perché questo luogo è notabile assai, a dimostrare la potenza del cielo sopra le cose umane, Tito Livio largamente e con parole efficacissime lo dimostra: dicendo come, volendo il cielo a qualche fine, che i Romani conoscessono la potenza sua, fece prima errare quegli Fabii che andarono oratori a' Franciosi, e, mediante l'opera loro, gli concitò a fare guerra a Roma; dipoi ordinò, che, per reprimere quella guerra, non si facesse in Roma alcuna cosa degna del Popolo romano; avendo prima ordinato che Cammillo, il quale poteva essere solo unico remedio a tanto male, fusse mandato in esilio a Ardea; dipoi, venendo i Franciosi verso Roma, coloro che, per rimediare allo impeto de' Volsci ed altri finitimi loro inimici, avevano creato molte volte uno Dittatore, venendo i Franciosi, non lo crearono.
Ancora nel fare la elezione de' soldati, la fecioro debole e sanza alcuna istraordinaria diligenza; e furono tanto pigri al pigliare l'arme, che a fatica furono a tempo a scontrare i Franciosi sopra il fiume di Allia, discosto a Roma dieci miglia.
Quivi i Tribuni posero il loro campo, sanza alcuna consueta diligenza; non prevedendo il luogo prima, e non si circundando con fossa e con isteccato, non usando alcuno rimedio umano e divino; e nello ordinare la zuffa, fecero gli ordini radi e deboli: in modo che né i soldati né i capitani fecero cosa degna della romana disciplina.
Combattessi poi sanza alcuno sangue; perché ei fuggirono prima che fussono assaltati, e la maggior parte se n'andò a Veio, l'altra si ritirò a Roma; i quali, sanza entrare altrimenti nelle case loro, se ne entrarono in Campidoglio: in modo che il Senato, sanza pensare di difendere Roma, non chiuse, non che altro, le porte; e parte se ne fuggì, parte con gli altri se ne entrarono in Campidoglio.
Pure, nel difendere quello, usarono qualche ordine non tumultuario; perché ei non aggravarono quello di gente inutile; messonvi tutti i frumenti che poterono, acciocché potessono sopportare l'ossidione; e della turba inutile de' vecchi, delle donne e de' fanciugli, la maggior parte se ne fuggì nelle terre circunvicine, il rimanente restò in Roma in preda de' Franciosi.
Talché, chi avesse letto le cose fatte da quel popolo tanti anni innanzi, e leggessi dipoi quelli tempi, non potrebbe a nessuno modo credere che fusse stato uno medesimo popolo.
E detto che Tito Livio ha tutti e' sopradetti disordini, conchiude dicendo: «Adeo obcaecat animos fortuna, cum vim suam ingruentem refringi non vult».
Né può più essere vera questa conclusione: onde gli uomini che vivono ordinariamente nelle grandi avversità o prosperità, meritano manco laude o manco biasimo.
Perché il più delle volte si vedrà quelli a una rovina ed a una grandezza essere stati convinti da una commodità grande che gli hanno fatto i cieli, dandogli occasione, o togliendogli, di potere operare virtuosamente.
Fa bene la fortuna questo, che la elegge uno uomo, quando la voglia condurre cose grandi, che sia di tanto spirito e di tanta virtù, che ei conosca quelle occasioni che la gli porge.
Così medesimamente, quando la voglia condurre grandi rovine, ella vi prepone uomini che aiutino quella rovina.
E se alcuno fusse che vi potesse ostare, o la lo ammazza o la lo priva di tutte le facultà da potere operare alcuno bene.
Conoscesi questo benissimo per questo testo, come la fortuna, per fare maggiore Roma, e condurla a quella grandezza venne, giudicò fussi necessario batterla (come a lungo nel principio del seguente libro discorrereno), ma non volle già in tutto rovinarla.
E per questo si vede che la fece esulare, e non morire, Cammillo; fece pigliare Roma, e non il Campidoglio; ordinò che i Romani, per riparare Roma, non pensassono alcuna cosa buona; per difendere poi il Campidoglio, non mancarono di alcuno buono ordine.
Fece, perché Roma fusse presa, che la maggior parte de' soldati che furono rotti a Allia, se ne andorono a Veio; e così, per la difesa della città di Roma, tagliò tutte le vie.
E nell'ordinare questo, preparò ogni cosa alla sua ricuperazione; avendo condotto uno esercito romano intero a Veio, e Cammillo a Ardea, da potere fare grossa testa, sotto uno capitano non maculato d'alcuna ignominia per la perdita, ed intero nella sua riputazione per la recuperazione della patria sua.
Sarebbeci da addurre in confermazione delle cose dette qualche esemplo moderno; ma, per non gli giudicare necessari, potendo questo a qualunque satisfare, gli lascereno indietro.
Affermo, bene, di nuovo,questo essere verissimo, secondo che per tutte le istorie si vede, che gli uomini possono secondare la fortuna e non opporsegli; possono tessere gli orditi suoi, e non rompergli.
Debbono, bene, non si abbandonare mai; perché, non sappiendo il fine suo, e andando quella per vie traverse ed incognite, hanno sempre a sperare, e sperando non si abbandonare, in qualunque fortuna ed in qualunque travaglio si truovino.
30
Le republiche
e gli principi veramente potenti
non comperono l'amicizie con danari,
ma con la virtù e con la riputazione
delle forze.
Erano i Romani assediati nel Campidoglio, e ancora ch'eglino aspettassono il soccorso da Veio e da Cammillo, sendo cacciati dalla fame, vennono a composizione con i Franciosi di ricomperarsi certa quantità d'oro; e sopra tale convenzione pesandosi di già l'oro, sopravvenne Cammillo con lo esercito suo: il che fece, dice lo istorico, la fortuna, «ut Romani auro redempti non viverent».
La quale cosa non solamente è notabile in questa parte, ma etiam nel processo delle azioni di questa Republica; dove si vede che mai acquistarono terre con danari, mai feciono pace con danari, ma sempre con la virtù dell'armi: il che non credo sia mai intervenuto a alcuna altra republica.
Ed intra gli altri segni per gli quali si conosce la potenza d'uno stato forte, è vedere come egli vive con gli vicini suoi.
E quando ei si governa in modo che i vicini, per averlo amico, sieno suoi pensionari, allora è certo segno che quello stato è potente: ma quando detti vicini, ancora che inferiori a lui, traggono da quello danari, allora è segno grande della debolezza di quello.
Legghinsi tutte le istorie romane, e vedrete come i Massiliensi, gli Edui, i Rodiani, Ierone siracusano, Eumene e Massinissa regi, i quali tutti erano vicini ai confini dello imperio romano, per avere l'amicizia di quello concorrevono a spese ed a tributi ne' bisogni d'esso, non cercando da lui altro premio che lo essere difesi.
Al contrario si vedrà negli stati deboli: e cominciandoci dal nostro di Firenze, ne' tempi passati, nella sua maggiore riputazione, non era signorotto in Romagna che non avessi da quello provvisione; e di più la dava a' Perugini, a' Castellani, e a tutti gli altri suoi vicini.
Che se questa città fusse stata armata e gagliarda, sarebbe tutto ito per il contrario; perché molti, per avere la protezione di essa, arebbono dato danari a lei; e cerco, non di vendere la loro amicizia, ma di comperare la sua.
Né sono in questa viltà vissuti soli i Fiorentini, ma i Viniziani, ed il re di Francia, il quale, con un tanto regno, vive tributario di Svizzeri, e del re d'Inghilterra.
Il che tutto nasce dallo avere disarmati i popoli suoi, ed avere più tosto voluto, quel re e gli altri prenominati, godersi un presente utile, di potere saccheggiare i popoli, e fuggire uno immaginato più tosto che vero pericolo, che fare cose che gli assicurino, e faccino i loro stati felici in perpetuo.
Il quale disordine, se partorisce qualche tempo qualche quiete, è cagione col tempo di necessità, di danni e rovine irrimediabili.
E sarebbe lungo raccontare quante volte i Fiorentini, Viniziani, e questo regno, si sono ricomperati in su le guerre, e quante volte ei si sono sottomessi a una ignominia; a che i Romani una sola volta furono per sottomettersi.
Sarebbe lungo raccontare quante terre i Fiorentini ed i Viniziani hanno comperate: di che si è veduto poi il disordine, e come le cose che si acquistano con l'oro, non si sanno difendere con il ferro.
Osservarono i Romani questa generosità e questo modo di vivere, mentre che ei vissono liberi; ma poi che gli entrarono sotto gl'imperadori, e che gl'imperadori cominciarono a essere cattivi, ed amare più l'ombra che il sole, cominciarono ancora essi a ricomperarsi, ora dai Parti, ora dai Germani, ora da altri popoli convicini: il che fu principio della rovina di tanto Imperio.
Procedono, pertanto, simili inconvenienti dallo avere disarmati i tuoi popoli: di che ne risulta uno altro, maggiore, che quanto il nimico più ti si appressa, tanto ti truova più debole.
Perché chi vive ne' modi detti di sopra, tratta male quelli sudditi che sono dentro allo imperio suo, e bene quegli che sono in su i confini dello imperio suo, per avere uomini ben disposti a tenere il nimico discosto.
Da questo nasce che, per tenerlo più discosto, ei dà provvisione a quelli signori e popoli che sono propinqui ai confini suoi.
Donde nasce che questi stati così fatti fanno un poco di resistenza in sui confini, ma, come il nimico gli ha passati, ei non hanno rimedio alcuno.
E non si avveggono, come questo modo del loro procedere è contro a ogni buono ordine.
Perché il cuore e le parti vitali d'uno corpo si hanno a tenere armate, e non le estremità d'esso; perché sanza quelle si vive, e, offeso questo, si muore: e questi stati tengono il cuore disarmato, e le mani e li piedi armati.
Quello che abbia fatto questo disordine a Firenze, si è veduto, e vedesi ogni dì: e come uno esercito passa i confini, e che gli entra dentro propinquo al cuore, non truova più alcuno rimedio.
De' Viniziani si vide, pochi anni sono, la medesima pruova; e se la loro città non era fasciata dalle acque, se ne sarebbe veduto il fine.
Questa isperienza non si è vista sì spesso in Francia, per essere quello sì gran regno, ch'egli ha pochi inimici superiori: nondimanco, quando gli Inghilesi, nel 1513, assaltarono quel regno, tremò tutta quella provincia: ed il re medesimo, e ciascuno altro, giudicava che una rotta sola gli potessi tôrre il regno e lo stato.
Ai Romani interveniva il contrario; perché, quanto più il nimico s'appressava a Roma, tanto più trovava potente quella città a resistergli.
E si vide nella venuta d'Annibale in Italia, che, dopo tre rotte e dopo tante morti di capitani e di soldati, ei poterono, non solo sostenere il nimico, ma vincere la guerra.
Tutto nacque dallo avere bene armato il cuore, e delle estremità tenere meno conto.
Perché il fondamento dello stato suo era il popolo di Roma, il nome latino, le altre terre compagne in Italia, e le loro colonie; donde ei traevano tanti soldati, che furono sufficienti con quegli a combattere e tenere il mondo.
E che sia vero, si vede per la domanda che fece Annone cartaginese a quelli oratori d'Annibale dopo la rotta di Canne, i quali avendo magnificato le cose fatte da Annibale, furono domandati da Annone, se del popolo romano alcuno era venuto a domandare pace, e se del nome latino e delle colonie alcuna terra si era ribellata dai Romani; e negando quegli l'una e l'altra cosa, replicò Annone: - Questa guerra è ancora intera come prima -.
Vedesi, pertanto, e per questo discorso, e per quello che più volte abbiamo altrove detto, quanta diversità sia, dal modo del procedere delle republiche presenti, a quello delle antiche.
Vedesi ancora, per questo, ogni dì, miracolose perdite e miracolosi acquisti.
Perché, dove gli uomini hanno poca virtù, la fortuna mostra assai la potenza sua; e, perché la è varia, variano le republiche e gli stati spesso; e varieranno sempre, infino che non surga qualcuno che sia della antichità tanto amatore, che la regoli in modo, che la non abbia cagione di mostrare, a ogni girare di sole, quanto ella puote.
31
Quanto sia pericoloso credere
agli sbanditi.
E' non mi pare fuori di proposito ragionare, intra questi altri discorsi, quanto sia cosa pericolosa credere a quelli che sono cacciati della patria sua, essendo cose che ciascuno dì si hanno a praticare da coloro che tengono stati; potendo, massime, dimostrare questo con uno memorabile esemplo addotto da Tito Livio nelle sue istorie, ancora che sia fuora del presupposto suo.
Quando Alessandro Magno passò con lo esercito suo in Asia, Alessandro di Epiro, cognato e zio di quello, venne con gente in Italia, chiamato dagli sbanditi Lucani, i quali gli dettono speranza che potrebbe, mediante loro, occupare tutta quella provincia.
Donde che quello, sotto la fede e speranza loro venuto in Italia fu morto da quelli, sendo loro promessa la ritornata nella patria dai loro cittadini, se lo ammazzavano.
Debbesi considerare, pertanto, quanto sia vana e la fede e le promesse di quelli che si truovano privi della loro patria.
Perché, quanto alla fede, si ha a estimare che, qualunque volta e' possano per altri mezzi che per gli tuoi rientrare nella patria loro, che lasceranno te ed accosterannosi a altri, nonostante qualunque promesse ti avessono fatte.
E quanto alle vane promesse e speranze, egli è tanta la voglia estrema che è in loro di ritornare in casa, che ei credono naturalmente molte cose che sono false e molte a arte ne aggiungano: talché, tra quello che ei credono e quello che ei dicono di credere, ti riempiono di speranza talmente che, fondatoti in su quella, o tu fai una spesa in vano o tu fai una impresa dove tu rovini.
Io voglio per esemplo mi basti Alessandro predetto, e di più Temistocle ateniese; il quale, essendo fatto ribello, se ne fuggì in Asia a Dario; dove gli promisse tanto, quando ei volessi assaltare la Grecia, che Dario si volse alla impresa.
Le quali promesse non gli potendo poi Temistocle osservare, o per vergogna o per tema di supplizio, avvelenò sé stesso.
E se questo errore fu fatto da Temistocle, uomo eccellentissimo, si debbe stimare che tanto più vi errino coloro che, per minore virtù, si lasceranno più tirare dalla voglia e dalla passione loro.
Debbe, adunque, uno principe andare adagio a pigliare imprese sopra la relazione d'uno confinato, perché il più delle volte se ne resta o con vergogna o con danno gravissimo.
E perché ancora rade volte riesce il pigliare le terre di furto, e per intelligenzia che altri avesse in quelle, non mi pare fuora di proposito discorrerne nel sequente capitolo; aggiugnendovi con quanti modi i Romani le acquistavano.
32
In quanti modi i Romani
occupavano le terre.
Essendo i Romani tutti volti alla guerra, fecero sempremai quella con ogni vantaggio, e quanto alla spesa, e quanto a ogni altra cosa che in essa si ricerca.
Da questo nacque che si guardarono da il pigliare le terre per ossidione; perché giudicavano questo modo di tanta spesa e di tanto scommodo, che superassi di gran lunga la utilità che dello acquisto si potessi trarre: e per questo pensarono che fosse meglio e più utile soggiogare le terre per ogni altro modo che assediandole, donde in tante guerre ed in tanti anni ci sono pochissimi esempli di ossidioni fatte da loro.
I modi, adunque, con i quali gli acquistavano le città, erano o per espugnazione o per dedizione.
La espugnazione era o per forza e violenza aperta, o per forza mescolata con fraude.
La violenza aperta era o con assalto, sanza percuotere le mura (il che loro chiamavano «aggredi urbem corona» perché con tutto lo esercito circundavono la città, e da tutte le parti la combattevano); e molte volte riuscì loro che in uno assalto pigliarono una città, ancora che grossissima, come quando Scipione prese Cartagine Nuova in Ispagna; o, quando questo assalto non bastava, si dirizzavano a rompere le mura con arieti, o con altre loro machine belliche: o ei facevano una cava, e per quella entravano nella città (nel quale modo presono la città de' Veienti); o, per essere equali a quegli che difendevano le mura, facevono torri di legname, o ei facevono argini di terra appoggiati alle mura di fuori, per venire all'altezza d'esse sopra quegli.
Contro a questi assalti, chi difendeva la terra, nel primo caso, circa lo essere assaltato intorno intorno, portava più subito pericolo, ed aveva più dubbi rimedi: perché, bisognandogli in ogni luogo avere assai difensori, o quegli ch'egli aveva non erano tanti che potessero o sopperire per tutto o cambiarsi; o, se potevano, non erano tutti di equale animo a resistere, e da una parte che fusse inchinata la zuffa, si perdevano tutti.
Però occorse, come io ho detto, che molte volte questo modo ebbe felice successo.
Ma quando non riusciva al primo, non lo ritentavono molto, per essere modo pericoloso per lo esercito; perché, distendendosi in tanto spazio, restava per tutto debole a potere resistere a una eruzione che quelli di dentro avessono fatta; ed anche si disordinavano e straccavano i soldati; ma per una volta ed allo improvviso tentavano tale modo.
Quanto alla rottura delle mura, si opponevano, come ne' presenti tempi, con ripari.
E per resistere alle cave, facevano una contracava, e per quella si opponevano al nimico, o con le armi o con altri ingegni: intra i quali era questo, che gli empievano dogli di penne, nelle quali appiccavano il fuoco, ed accesi gli mettevano nella cava, i quali con il fumo e con il puzzo impedivano la entrata a' nimici.
E se con le torre gli assaltavano, s'ingegnavano con il fuoco rovinarle.
E quanto agli argini di terra, rompevano il muro da basso, dove lo argine s'appoggiava, tirando dentro la terra che quegli di fuori vi ammontavano; talché, ponendosi di fuora la terra, e levandosi di drento, veniva a non crescere l'argine.
Questi modi di espugnare non si possono lungamente tentare: ma bisogna o levarsi da campo o cercare per altri modi vincere la guerra; come fe' Scipione, quando, entrato in Africa, avendo assaltato Utica e non gli riuscendo pigliarla, si levò da campo, e cercò di rompere gli eserciti cartaginesi: ovvero volgersi alla ossidione, come fecero a Veio, Capova, Cartagine e Ierusalem e simili terre, che per ossidione occuparono.
Quanto allo acquistare le terre per violenza furtiva, occorre come intervenne di Palepoli, che per trattato di quelli di dentro i Romani la occuparono.
Di questa sorte espugnazioni, dai Romani e da altri ne sono state tentate molte, e poche ne sono riuscite: la ragione è che ogni minimo impedimento rompe il disegno, e gl'impedimenti vengano facilmente.
Perché, o la congiura si scuopre innanzi che si venga allo atto, e scuopresi non con molta difficultà, sì per la infedelità di coloro con chi la è communicata, sì per la difficultà del praticarla, avendo a convenire con i nimici, e con chi non ti è lecito, se non sotto qualche colore, parlare.
Ma quando la congiura non si scoprisse nel maneggiarla, vi surgono poi, nel metterla in atto, mille difficultà.
Perché, o se tu vieni innanzi al tempo disegnato, o se tu vieni dopo, si guasta ogni cosa: se si lieva uno romore fortuito, come l'oche del Campidoglio, se si rompe un ordine consueto; ogni minimo errore, ogni minima fallacia che si piglia, rovina la impresa.
Aggiungonsi a questo le tenebre della notte, le quali mettono più paura a chi travaglia in quelle cose pericolose.
Ed essendo la maggiore parte degli uomini che si conducono a simili imprese, inesperti del sito del paese, e de' luoghi dove ei sono menati, si confondono, inviliscono ed implicano per ogni minimo e fortuito accidente, ed ogni immagine falsa è per fargli mettere in volta.
Né si trovò mai alcuno che fosse più felice in queste ispedizioni fraudolente e notturne, che Arato Sicioneo; il quale, quanto valeva in queste, tanto nelle diurne ed aperte fazioni era pusillanime: il che si può giudicare fosse più tosto per una occulta virtù che era in lui, che perché in quelle naturalmente dovesse essere più felicità.
Di questi modi, adunque, se ne pratica assai, pochi se ne conduce alla pruova, e pochissimi ne riescono.
Quanto allo acquistare le terre per dedizione, o le si danno volontarie, o forzate.
La volontà nasce, o per qualche necessità estrinseca che gli costringe a rifuggirtisi sotto, come fece Capova ai Romani, o per desiderio di essere governati bene, sendo allettati da il governo buono che quel principe tiene in coloro che se gli sono, volontari, rimessi in grembo, come fecero i Rodiani, i Massiliensi ed altre simile cittadi, che si dettono al Popolo romano.
Quanto alla dedizione forzata, o tale forza nasce da una lunga ossidione, come di sopra è detto; o la nasce da una continova oppressione di scorrerie, di predazioni, ed altri mali trattamenti; i quali volendo fuggire, una città si arrende.
Di tutti i modi detti, i Romani usarono più questo ultimo che nessuno; ed attesono per più che quattrocento cinquanta anni a straccare i vicini con le rotte e con le scorrerie, e pigliare, mediante gli accordi, riputazione sopra di loro, come altre volte abbiamo discorso.
E sopra tale modo si fondarono sempre, ancora che gli tentassino tutti; ma negli altri trovarono cose o pericolose o inutili.
Perché nella ossidione è la lunghezza e la spesa; nella espugnazione, dubbio e pericolo; nelle congiure, la incertitudine.
E viddono che con una rotta di esercito inimico acquistavano un regno in un giorno; e, nel pigliare per ossidione una città ostinata, consumavano molti anni.
33
Come i Romani
davano agli loro capitani
degli eserciti le commissioni libere.
Io estimo che sia da considerare, leggendo questa liviana istoria, volendone fare profitto, tutti e' modi del procedere del Popolo e Senato romano.
Ed intra le altre cose che meritano considerazione, sono: vedere con quale autorità ei mandavano fuori i loro Consoli, Dittatori ed altri capitani degli eserciti; de' quali si vede l'autorità essere stata grandissima, ed il Senato non si riservare altro che l'autorità di muovere nuove guerre e di confirmare le paci; e tutte l'altre cose rimetteva nello arbitrio e potestà del Consolo.
Perché, deliberata ch'era dal Popolo e dal Senato una guerra, verbigrazia contro a' Latini, tutto il resto rimettevano nello arbitrio del Consolo, il quale poteva o fare una giornata o non la fare, e campeggiare questa o quell'altra terra, come a lui pareva.
Le quali cose si verificano per molti esempli, e massime per quello che occorse in una espedizione contro a' Toscani.
Perché, avendo Fabio consolo vinto quelli presso a Sutri, e disegnando con lo esercito dipoi passare la selva Cimina ed andare in Toscana, non solamente non si consigliò col Senato, ma non gliene dette alcuna notizia, ancora che la guerra fusse per aversi a fare in paese nuovo, dubbio e pericoloso.
Il che si testifica ancora per le deliberazioni che allo incontro di questo furono fatte dal Senato: il quale avendo intesa la vittoria che Fabio aveva avuta, e dubitando che quello non pigliasse partito di passare per le dette selve in Toscana, giudicando che fosse bene non tentare quella guerra e correre quel pericolo, mandò a Fabio due Legati a fargli intendere non passasse in Toscana; i quali arrivarono ch'e' vi era già passato, ed aveva avuta la vittoria, ed in cambio di impeditori della guerra tornarono ambasciadori dello acquisto e della gloria avuta.
E chi considererà bene questo termine, lo vedrà prudentissimamente usato; perché, se il Senato avesse voluto che un Consolo procedessi nella guerra di mano in mano, secondo che quello gli commetteva, lo faceva meno circunspetto e più lento: perché non gli sarebbe paruto che la gloria della vittoria fusse tutta sua, ma che ne participasse il Senato, con el consiglio del quale ei si fusse governato.
Oltra di questo, il Senato si obligava a volere consigliare una cosa che non se ne poteva intendere; perché, nonostante che in quello fossono tutti uomini esercitatissimi nella guerra nondimeno, non essendo in sul luogo e non sappiendo infiniti particulari che sono necessari sapere, a volere consigliare bene, arebbono, consigliando, fatti infiniti errori.
E per questo ei volevano che il Consolo per sé facesse, e che la gloria fosse tutta sua; lo amore della quale giudicavano che fusse freno e regola a farlo operare bene.
Questa parte si è più volentieri notata da me, perché io veggo che le republiche de' presenti tempi, come è la Viniziana e Fiorentina, la intendono altrimenti; e se gli loro capitani, provveditori o commessari hanno a piantare una artiglieria, lo vogliono intendere e consigliare.
Il quale modo merita quella laude che meritano gli altri, i quali tutti insieme le hanno condotte ne' termini in che al presente si truovano.
LIBRO TERZO
1
A volere che una setta
o una republica viva lungamente,
è necessario ritirarla spesso
verso il suo principio.
Egli è cosa verissima, come tutte le cose del mondo hanno il termine della vita loro; ma quelle vanno tutto il corso che è loro ordinato dal cielo, generalmente, che non disordinano il corpo loro, ma tengonlo in modo ordinato, o che non altera, o, s'egli altera, è a salute, e non a danno suo.
E perché io parlo de' corpi misti, come sono le republiche e le sètte, dico che quelle alterazioni sono a salute, che le riducano inverso i principii loro.
E però quelle sono meglio ordinate, ed hanno più lunga vita, che mediante gli ordini suoi si possono spesso rinnovare; ovvero che, per qualche accidente fuori di detto ordine, vengono a detta rinnovazione.
Ed è cosa più chiara che la luce, che, non si rinnovando, questi corpi non durano.
Il modo del rinnovargli, è, come è detto, ridurgli verso e' principii suoi.
Perché tutti e' principii delle sètte, e delle republiche e de' regni, conviene che abbiano in sé qualche bontà, mediante la quale ripiglio la prima riputazione ed il primo augumento loro.
E perché nel processo del tempo quella bontà si corrompe, se non interviene cosa che la riduca al segno, ammazza di necessità quel corpo.
E questi dottori di medicina dicono, parlando de' corpi degli uomini, «quod quotidie aggregatur aliquid, quod quandoque indiget curatione».
Questa riduzione verso il principio, parlando delle republiche, si fa o per accidente estrinseco o per prudenza intrinseca.
Quanto al primo, si vede come egli era necessario che Roma fussi presa dai Franciosi, a volere che la rinascesse e rinascendo ripigliasse nuova vita e nuova virtù; e ripigliasse la osservanza della religione e della giustizia, le quali in lei cominciavano a macularsi.
Il che benissimo si comprende per la istoria di Livio, dove ei mostra che nel trar fuori lo esercito contro ai Franciosi e nel creare e' Tribuni con la potestà consolare, non osservorono alcuna religiosa cerimonia.
Così medesimamente, non solamente non punirono i tre Fabii, i quali «contra ius gentium» avevano combattuto contro ai Franciosi, ma gli crearono Tribuni.
E debbesi facilmente presuppore, che dell'altre constituzioni buone, ordinate da Romolo e da quegli altri principi prudenti, si cominciasse a tenere meno conto che non era ragionevole e necessario a mantenere il vivere libero.
Venne, dunque, questa battitura estrinseca, acciocché tutti gli ordini di quella città si ripigliassono, e si mostrasse a quel popolo, non solamente essere necessario mantenere la religione e la giustizia, ma ancora stimare i suoi buoni cittadini, e fare più conto della loro virtù che di quegli commodi che e' paresse loro mancare, mediante le opere loro.
Il che si vede che successe appunto; perché, subito ripresa Roma, rinnovarono tutti gli ordini dell'antica religione loro; punirono quegli Fabii che avevano combattuto «contra ius gentium»; ed appresso tanto stimorono la virtù e bontà di Cammillo, che posposto, il Senato e gli altri, ogni invidia, rimettevano in lui tutto il pondo di quella republica.
È necessario, adunque, come è detto, che gli uomini che vivono insieme in qualunque ordine, spesso si riconoschino, o per questi accidenti estrinseci o per gl'intrinseci.
E quanto a questi, conviene che nasca o da una legge, la quale spesso rivegga il conto agli uomini che sono in quel corpo; o veramente da uno uomo buono che nasca fra loro, il quale con i suoi esempli e con le sue opere virtuose faccia il medesimo effetto che l'ordine.
Surge, adunque, questo bene nelle republiche, o per virtù d'un uomo o per virtù d'uno ordine.
E quanto a questo ultimo, gli ordini che ritirarono la Republica romana verso il suo principio furono i Tribuni della plebe, i Censori, e tutte l'altre leggi che venivano contro all'ambizione ed alla insolenzia degli uomini.
I quali ordini hanno bisogno di essere fatti vivi dalla virtù d'uno cittadino, il quale animosamente concorre ad esequirli contro alla potenza di quegli che gli trapassano.
Delle quali esecuzioni, innanzi alla presa di Roma da' Franciosi, furono notabili, la morte de' figliuoli di Bruto, la morte de' dieci cittadini, quella di Melio frumentario: dopo la presa di Roma, fu la morte di Manlio Capitolino, la morte del figliuolo di Manlio Torquato, la esecuzione di Papirio Cursore contro a Fabio suo Maestro de' cavalieri, l'accusa degli Scipioni.
Le quali cose, perché erano eccessive e notabili, qualunque volta ne nasceva una, facevano gli uomini ritirare verso il segno: e quando le cominciarono ad essere più rare, cominciarono anche a dare più spazio agli uomini di corrompersi, e farsi con maggiore pericolo e più tumulto.
Perché dall'una all'altra di simili esecuzioni non vorrebbe passare, il più, dieci anni: perché, passato questo tempo, gli uomini cominciano a variare con i costumi e trapassare le leggi; e se non nasce cosa per la quale si riduca loro a memoria la pena, e rinnuovisi negli animi loro la paura, concorrono tosto tanti delinquenti, che non si possono più punire sanza pericolo.
Dicevano, a questo proposito quegli che hanno governato lo stato di Firenze dal 1434 infino al 1494, come egli era necessario ripigliare ogni cinque anni lo stato, altrimenti, era difficile mantenerlo: e chiamavano ripigliare lo stato, mettere quel terrore e quella paura negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo, avendo in quel tempo battuti quegli che avevano, secondo quel modo del vivere, male operato.
Ma come di quella battitura la memoria si spegne, gli uomini prendono ardire di tentare cose nuove, e di dire male; e però è necessario provvedervi, ritirando quello verso i suoi principii.
Nasce ancora questo ritiramento delle republiche verso il loro principio dalla semplice virtù d'un uomo, sanza dependere da alcuna legge che ti stimoli ad alcuna esecuzione: nondimanco sono di tale riputazione e di tanto esemplo, che gli uomini buoni disiderano imitarle e gli cattivi si vergognano a tenere vita contraria a quelle.
Quegli che in Roma particularmente feciono questi buoni effetti, furono Orazio Cocle, Scevola, Fabrizio, i dua Deci, Regolo Attilio, ed alcuni altri i quali con i loro esempli rari e virtuosi facevano in Roma quasi il medesimo effetto che si facessino le leggi e gli ordini.
E se le esecuzioni soprascritte, insieme con questi particulari esempli, fossono almeno seguite ogni dieci anni in quella città, ne seguiva di necessità che la non si sarebbe mai corrotta: ma come ei cominciorono a diradare l'una e l'altra di queste due cose, cominciarono a multiplicare le corrozioni.
Perché dopo Marco Regolo non vi si vide alcuno simile esemplo: e benché in Roma surgessono i due Catoni, fu tanta distanza da quello a loro, ed intra loro dall'uno all'altro, e rimasono sì soli, che non potettono con gli esempli buoni fare alcuna buona opera; e massime l'ultimo Catone, il quale, trovando in buona parte la città corrotta, non potette con lo esemplo suo fare che i cittadini diventassino migliori.
E questo basti quanto alle republiche.
Ma quanto alle sètte, si vede ancora queste rinnovazioni essere necessarie, per lo esemplo della nostra religione, la quale, se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta.
Perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta: e furono sì potenti gli ordini loro nuovi, che ei sono cagione che la disonestà de' prelati e de' capi della religione non la rovinino; vivendo ancora poveramente, ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e nelle predicazioni, che ci dànno loro a intendere come egli è male dir male del male, e che sia bene vivere sotto la obedienza loro, e, se fanno errore, lasciargli gastigare a Dio: e così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono.
Ha, adunque, questa rinnovazione mantenuto, e mantiene, questa religione.
Hanno ancora i regni bisogno di rinnovarsi, e ridurre le leggi di quegli verso i suoi principii.
E si vede quanto buono effetto fa questa parte nel regno di Francia; il quale regno vive sotto le leggi e sotto gli ordini più che alcuno altro regno.
Delle quali leggi ed ordini ne sono mantenitori i parlamenti, e massime quel di Parigi; le quali sono da lui rinnovate qualunque volta ei fa una esecuzione contro ad un principe di quel regno, e che ei condanna il Re nelle sue sentenze.
Ed infino a qui si è mantenuto per essere stato uno ostinato esecutore contro a quella Nobilità: ma qualunque volta ei ne lasciassi alcuna impunita, e che le venissono a multiplicare, sanza dubbio ne nascerebbe o che le si arebbono a correggere con disordine grande, o che quel regno si risolverebbe.
Conchiudesi, pertanto, non essere cosa più necessaria in uno vivere comune, o setta o regno o republica che sia, che rendergli quella riputazione ch'egli aveva ne' principii suoi; ed ingegnarsi che siano o gli ordini buoni o i buoni uomini che facciano questo effetto, e non lo abbia a fare una forza estrinseca.
Perché, ancora che qualche volta la sia ottimo rimedio, come fu a Roma, ella è tanto pericolosa, che non è in modo alcuno da disiderarla.
E per dimostrare a qualunque, quanto le azioni degli uomini particulari facessono grande Roma, e causassino in quella città molti buoni effetti, verrò alla narrazione e discorso di quegli: intra e' termini de' quali questo terzo libro, ed ultima parte di questa prima Deca, si concluderà.
E benché le azioni degli re fossono grandi e notabili nondimeno, dichiarandole la istoria diffusamente, le lascerò indietro; né parlereno altrimenti di loro, eccetto che di alcuna cosa che avessono operata appartenente alli loro privati commodi; e comincerenci da Bruto, padre della romana libertà.
2
Come egli è cosa sapientissima
simulare in tempo la pazzia.
Non fu alcuno mai tanto prudente, né tanto estimato savio per alcuna sua egregia operazione, quanto merita d'esser tenuto Iunio Bruto nella sua simulazione della stultizia.
Ed ancora che Tito Livio non esprima altro che una cagione che lo inducesse a tale simulazione, quale fu di potere più sicuramente vivere e mantenere il patrimonio suo; nondimanco, considerato il suo modo di procedere, si può credere che simulasse ancora questo per essere manco osservato, ed avere più commodità di opprimere i Re e di liberare la sua patria, qualunque volta gliele fosse data occasione.
E, che pensassi a questo, si vide, prima, nello interpetrare l'oracolo d'Apolline, quando simulò cadere per baciare la terra, giudicando per quello avere favorevole gl'Iddii a' pensieri suoi; e dipoi, quando, sopra la morta Lucrezia, intra 'l padre ed il marito ed altri parenti di lei, ei fu il primo a trarle il coltello della ferita, e fare giurare ai circustanti, che mai sopporterebbono che, per lo avvenire, alcuno regnasse in Roma.
Dallo esemplo di costui hanno ad imparare tutti coloro che sono male contenti d'uno principe: e debbono prima misurare e prima pesare le forze loro; e, se sono sì potenti che possino scoprirsi suoi inimici e fargli apertamente guerra, debbono entrare per questa via, come manco pericolosa e più onorevole.
Ma se sono di qualità che a fargli guerra aperta le forze loro non bastino, debbono con ogni industria cercare di farsegli amici: ed a questo effetto, entrare per tutte quelle vie che giudicano essere necessarie, seguendo i piàciti suoi, e pigliando dilettazione di tutte quelle cose che veggono quello dilettarsi.
Questa dimestichezza, prima, ti fa vivere sicuro; e, sanza portare alcuno pericolo, ti fa godere la buona fortuna di quel principe insieme con esso lui, e ti arreca ogni comodità di sodisfare allo animo tuo.
Vero è che alcuni dicono che si vorrebbe con gli principi non stare sì presso che la rovina loro ti coprisse, né sì discosto che, rovinando quegli, tu non fosse a tempo a salire sopra la rovina loro: la quale via del mezzo sarebbe la più vera, quando si potesse osservare; ma perché io credo che sia impossibile, conviene ridursi a' duoi modi soprascritti, cioè o di allargarsi o di stringersi con loro.
Chi fa altrimenti, e sia uomo, per la qualità sua, notabile, vive in continovo pericolo.
Né basta dire: - Io non mi curo di alcuna cosa, non disidero né onori né utili, io mi voglio vivere quietamente e sanza briga! - perché queste scuse sono udite e non accettate: né possono gli uomini che hanno qualità, eleggere lo starsi, quando bene lo eleggessono veramente e sanza alcuna ambizione, perché non è loro creduto; talché, se si vogliono stare loro, non sono lasciati stare da altri.
Conviene adunque fare il pazzo, come Bruto; ed assai si fa il matto, laudando, parlando, veggendo, faccendo cose contro allo animo tuo, per compiacere al principe.
E poiché noi abbiamo parlato della prudenza di questo uomo per ricuperare la libertà a Roma, parlereno ora della sua severità nel mantenerla.
3
Come egli è necessario,
a volere mantenere una libertà
acquistata di nuovo,
ammazzare i figliuoli di Bruto.
Non fu meno necessaria che utile la severità di Bruto nel mantenere in Roma quella libertà che elli vi aveva acquistata; la quale è di uno esemplo raro in tutte le memorie delle cose: vedere il padre sedere pro tribunali, e non solamente condennare i suoi figliuoli a morte ma essere presente alla morte loro.
E sempre si conoscerà questo per coloro che le cose antiche leggeranno: come, dopo una mutazione di stato, o da republica in tirannide o da tirannide in republica è necessaria una esecuzione memorabile contro a' nimici delle condizioni presenti.
E chi piglia una tirannide e non ammazza Bruto, e chi fa uno stato libero e non ammazza i figliuoli di Bruto, si mantiene poco tempo.
E perché di sopra è discorso questo luogo largamente, mi rimetto a quello che allora se ne disse: solo ci addurrò uno esemplo, stato, ne' dì nostri e nella nostra patria, memorabile.
E questo è Piero Soderini, il quale si credeva superare con la pazienza e bontà sua quello appetito che era ne' figliuoli di Bruto, di ritornare sotto un altro governo e se ne ingannò.
E benché quello, per la sua prudenza, conoscesse questa necessità; e che la sorte e l'ambizione di quelli che lo urtavano, gli dessi occasione a spegnerli; nondimeno non volse mai l'animo a farlo.
Perché, oltre al credere di potere con la pazienza e con la bontà estinguere i mali omori, e con i premii verso qualcuno consummare qualche sua inimicizia; giudicava (e molte volte ne fece con gli amici fede) che, a volere gagliardamente urtare le sue opposizioni, e battere suoi avversari, gli bisognava pigliare istraordinaria autorità, e rompere con le leggi la civile equalità: la quale cosa, ancora che dipoi non fosse da lui usata tirannicamente, arebbe tanto sbigottito l'universale, che non sarebbe mai poi concorso, dopo la morte di quello, a rifare un gonfalonieri a vita; il quale ordine elli giudicava fosse bene augumentare e mantenere.
Il quale rispetto era savio e buono: nondimeno, e' non si debbe mai lasciare scorrere un male, rispetto ad uno bene, quando quel bene facilmente possa essere, da quel male, oppressato.
E doveva credere che, avendosi a giudicare l'opere sue e la intenzione sua dal fine, quando la fortuna e la vita l'avessi accompagnato, che poteva certificare ciascuno, come, quello l'aveva fatto, era per salute della patria, e non per ambizione sua; e poteva regolare le cose in modo, che uno suo successore non potesse fare per male quello che elli avessi fatto per bene.
Ma lo ingannò la prima opinione, non conoscendo che la malignità non è doma da tempo né placata da alcuno dono.
Tanto che, per non sapere somigliare Bruto, e' perdé, insieme con la patria sua, lo stato e la riputazione.
E come egli è cosa difficile salvare uno stato libero, così è difficile salvarne uno regio; come nel sequente capitolo si mosterrà.
4
Non vive sicuro uno principe
in uno principato, mentre vivono coloro
che ne sono stati spogliati.
La morte di Tarquinio Prisco causata dai figliuoli di Anco, e la morte di Servio Tullo causata da Tarquinio Superbo, mostra quanto difficil sia, e pericoloso, spogliare uno del regno, e quello lasciare vivo, ancora che cercassi con merito guadagnarselo.
E vedesi come Tarquinio Prisco fu ingannato da parergli possedere quel regno giuridicamente, essendogli stato dato dal Popolo e confermato dal Senato: né credette che ne' figliuoli di Anco potesse tanto lo sdegno, che non avessono a contentarsi di quello che si contentava tutta Roma.
E Servio Tullo s'ingannò, credendo potere con nuovi meriti guadagnarsi i figliuoli di Tarquinio.
Dimodoché, quanto al primo, si può avvertire ogni principe, che non viva mai sicuro del suo principato, finché vivono coloro che ne sono stati spogliati.
Quanto al secondo, si può ricordare ad ogni potente, che mai le ingiurie vecchie furono cancellate da' beneficii nuovi; e, tanto meno, quanto il beneficio nuovo è minore che non è stata la ingiuria.
E sanza dubbio, Servio Tullo fu poco prudente a credere che i figliuoli di Tarquinio fussono pazienti ad essere generi di colui di chi e' giudicavano dovere essere re.
E questo appitito del regnare è tanto grande, che non solamente entra ne' petti di coloro a chi si aspetta il regno, ma di quelli a chi e' non si aspetta: come fu nella moglie di Tarquinio, giovane, figliuola di Servio; la quale, mossa da questa rabbia, contro ogni piatà paterna, mosse il marito contro al padre a torgli la vita ed il regno: tanto stimava più essere regina che figliuola di re.
Se, adunque, Tarquinio Prisco e Servio Tullo, perderono il regno per non si sapere assicurare di coloro a chi ei lo avevano usurpato, Tarquinio Superbo lo perdé per non osservare gli ordini degli antichi re: come nel sequente capitolo si mosterrà.
5
Quello che fa perdere uno regno
ad uno re che sia, di quello, ereditario.
Avendo Tarquinio Superbo morto Servio Tullo, e di lui non rimanendo eredi, veniva a possedere il regno sicuramente, non avendo a temere di quelle cose che avevano offeso i suoi antecessori.
E, benché il modo dell'occupare il regno fosse stato istraordinario ed odioso, nondimeno quando elli avesse osservato gli antichi ordini delli altri re, sarebbe stato comportato, né si sarebbe concitato il Senato e la plebe contro di lui per torgli lo stato.
Non fu, adunque, cacciato costui per avere Sesto suo figliuolo stuprata Lucrezia, ma per avere rotte le leggi del regno, e governatolo tirannicamente; avendo tolto al Senato ogni autorità, e ridottola a sé proprio; e quelle faccende che ne' luoghi publici con sodisfazione del Senato romano si facevano, le ridusse a fare nel palazzo suo, con carico ed invidia sua; talché in breve tempo gli spoliò Roma di tutta quella libertà ch'ella aveva sotto gli altri re mantenuta.
Né gli bastò farsi inimici i Padri, che si concitò ancora, contro, la Plebe, affaticandola in cose mecaniche e tutte aliene da quello a che gli avevano adoperati i suoi antecessori: talché, avendo ripiena Roma di esempli crudeli e superbi, aveva disposto già gli animi di tutti i Romani alla ribellione, qualunque volta ne avessono occasione.
E, se lo accidente di Lucrezia non fosse venuto, come prima ne fosse nato un altro, arebbe partorito il medesimo effetto.
Perché se Tarquinio fosse vissuto come gli altri re, e Sesto suo figliuolo avessi fatto quello errore, sarebbono Bruto e Collatino ricorsi a Tarquinio, per la vendetta contro a Sesto, e non al Popolo romano.
Sappino adunque i principi, come a quella ora ei cominciano a perdere lo stato che cominciano a rompere le leggi, e quelli modi e quelle consuetudini che sono antiche, e sotto le quali lungo tempo gli uomini sono vivuti.
E se, privati che ei sono dello stato, ei diventassono mai tanto prudenti che ei conoscessono con quanta facilità i principati si tenghino da coloro che saviamente si consigliano, dorrebbe molto più loro tale perdita, ed a maggiore pena si condannerebbono, che da altri fossono condannati.
Perché egli è molto più facile essere amato dai buoni che dai cattivi, ed ubidire alle leggi che volere comandare loro.
E volendo intendere il modo avessono a tenere a fare questo, non hanno a durare altra fatica che pigliare per loro specchio la vita de' principi buoni, come sarebbe Timoleone Corintio, Arato Sicioneo, e simili: nella vita dei quali ei troveria tanta sicurtà e tanta sodisfazione di chi regge e di chi è retto, che doverrebbe venirgli voglia di imitargli, potendo facilmente, per le ragioni dette, farlo.
Perché gli uomini, quando sono governati bene, non cercono né vogliono altra libertà: come intervenne a' popoli governati dai dua prenominati; che gli costrinsono ad essere principi mentre che vissono, ancora che da quegli più volte fosse tentato di ridursi in vita privata.
E perché in questo, e ne' due antecedenti capitoli, si è ragionato degli omori concitati contro a' principi, e delle congiure fatte da' figliuoli di Bruto contro alla patria, e di quelle fatte contro a Tarquinio Prisco ed a Servio Tullo; non mi pare cosa fuor di proposito, nel sequente capitolo, parlarne diffusamente, sendo materia degna d'essere notata da' principi e da' privati.
6
Delle congiure.
Ei non mi è parso da lasciare indietro il ragionare delle congiure, essendo cosa tanto pericolosa ai principi ed ai privati; perché si vede per quelle molti più principi avere perduta la vita e lo stato, che per guerra aperta.
Perché il poter fare aperta guerra ad uno principe, è conceduto a pochi: il poterli congiurare contro, è concesso a ciascuno.
Dall'altra parte, gli uomini privati non entrano in impresa più pericolosa né più temeraria di questa; perché la è difficile e pericolosissima in ogni sua parte.
Donde ne nasce che molte se ne tentino, e pochissime hanno il fine desiderato.
Acciocché, adunque, i principi imparino a guardarsi da questi pericoli, e che i privati più timidamente vi si mettino, anzi imparino ad essere contenti a vivere sotto quello imperio che dalla sorte è stato loro proposto; io ne parlerò diffusamente, non lasciando indietro alcuno caso notabile in documento dell'uno e dell'altro.
E veramente, quella sentenzia di Cornelio Tacito è aurea, che dice: che gli uomini hanno ad onorare le cose passate e ad ubbidire alle presenti; e debbono desiderare i buoni principi, e, comunque ei si sieno fatti, tollerargli.
E veramente, chi fa altrimenti, il più delle volte rovina sé e la sua patria.
Dobbiamo adunque, entrando nella materia, considerare prima contro a chi si fanno le congiure; e troverreno farsi o contro alla patria, o contro ad uno principe: delle quali due voglio che al presente ragioniamo; perché, di quelle che si fanno per dare una terra a' nimici che la assediano, o che abbino, per qualunque cagione, similitudine con questa, se n'è parlato di sopra a sufficienza.
E trattereno, in questa prima parte, di quelle contro al principe, e prima esaminereno le cagioni di esse: le quali sono molte, ma una ne è importantissima più che tutte le altre.
E questa è lo essere odiato dallo universale, perché il principe che si è concitato questo universale odio, è ragionevole che abbi de' particulari i quali da lui siano stati più offesi, e che desiderino vendicarsi.
Questo desiderio è accresciuto loro da quella mala disposizione universale che veggono essergli concitata contro.
Debbe, adunque, un principe fuggire questi carichi privati; e come debba fare a fuggirli, avendone altrove trattato, non ne voglio parlare qui; perché, guardandosi da questo, le semplice offese particulari gli faranno meno guerra.
L'una, perché si riscontra rade volte in uomini che stimino tanto una ingiuria, che si mettino a tanto pericolo per vendicarla; l'altra, che, quando pure ei fossono d'animo e di potenza da farlo, sono ritenuti da quella benivolenza universale che veggono avere ad uno principe.
Le ingiurie, conviene che siano nella roba, nel sangue o nell'onore.
Di quelle del sangue sono più pericolose le minacce che le esecuzioni; anzi, le minacce sono pericolosissime, e nelle esecuzioni non vi è pericolo alcuno; perché chi è morto non può pensare alla vendetta; quelli che rimangono vivi, il più delle volte ne lasciano il pensiero a te.
Ma colui che è minacciato, e che si vede costretto da una necessità o di fare o di patire, diventa uno uomo pericolosissimo per il principe: come nel suo luogo particularmente direno.
Fuora di questa necessità, la roba e l'onore sono quelle due cose che offendono più gli uomini che alcun'altra offesa, e dalle quali il principe si debbe guardare: perché e' non può mai spogliare uno, tanto, che non gli rimanga uno coltello da vendicarsi; non può mai tanto disonorare uno, che non gli resti uno animo ostinato alla vendetta.
E degli onori che si tolgono agli uomini, quello delle donne importa più; dopo questo, il vilipendio della sua persona.
Questo armò Pausania contro a Filippo di Macedonia, questo ha armato molti altri contro a molti altri principi: e ne' nostri tempi Luzio Belanti non si mosse a congiurare contro a Pandolfo tiranno di Siena, se non per averli quello data e poi tolta per moglie una sua figliuola; come nel suo loco direno.
La maggiore cagione che fece che i Pazzi congiurarono contro ai Medici, fu la eredità di Giovanni Bonromei, la quale fu loro tolta per ordine di quegli.
Un'altra cagione ci è, e grandissima, che fa gli uomini congiurare contro al principe; la quale è il desiderio di liberare la patria, stata da quello occupata.
Questa cagione mosse Bruto e Cassio contro a Cesare; questa ha mosso molti altri contro a' Falari, Dionisii, ed altri occupatori della patria loro.
Né può, da questo omore, alcuno tiranno guardarsi, se non con diporre la tirannide.
E perché non si truova alcuno che faccia questo, si truova pochi che non capitino male; donde nacque quel verso di Iuvenale:
Ad generum Cereris sine caede et vulnere pauci
Descendunt reges, et sicca morte tiranni.
I pericoli che si portano, come io dissi di sopra, nelle congiure, sono grandi, portandosi per tutti i tempi; perché in tali casi si corre pericolo nel maneggiarli, nello esequirli, ed esequiti che sono.
Quegli che congiurano, o ei sono uno, o ei sono più.
Uno, non si può dire che sia congiura, ma è una ferma disposizione nata in uno uomo di ammazzare il principe.
Questo solo, de' tre pericoli che si corrono nelle congiure, manca del primo; perché, innanzi alla esecuzione non porta alcuno pericolo, non avendo altri il suo secreto, né portando pericolo che torni il disegno suo all'orecchio del principe.
Questa deliberazione così fatta può cadere in qualunque uomo, di qualunque sorte, grande, piccolo, nobile, ignobile, familiare e non familiare al principe; perché ad ognuno è lecito qualche volta parlarli; ed a chi è lecito parlare, è lecito sfogare l'animo suo.
Pausania, del quale altre volte si è parlato, ammazzò Filippo di Macedonia che andava al tempio, con mille armati d'intorno, ed in mezzo intra il figliuolo ed il genero.
Ma costui fu nobile e cognito al principe.
Uno spagnuolo, povero ed abietto, dette una coltellata in su el collo al re Ferrando, re di Spagna: non fu la ferita mortale, ma per questo si vide che colui ebbe animo e commodità a farlo.
Uno dervis, sacerdote turchesco, trasse d'una scimitarra a Baisit, padre del presente Turco: non lo ferì, ma ebbe pure animo e commodità a volerlo fare.
Di questi animi fatti così, se ne truova, credo, assai che lo vorrebbono fare, perché nel volere non è pena né pericolo alcuno; ma pochi che lo facciano: ma di quelli che lo fanno, pochissimi o nessuno che non siano ammazzati in sul fatto; però non si truova chi voglia andare ad una certa morte.
Ma lasciamo andare queste uniche volontà, e veniamo alle congiure intra i più.
Dico, trovarsi nelle istorie, tutte le congiure essere fatte da uomini grandi, o familiarissimi del principe: perché gli altri, se non sono matti affatto, non possono congiurare; perché gli uomini deboli, e non familiari al principe, mancano di tutte quelle speranze e di tutte quelle commodità che si richiede alla esecuzione d'una congiura.
Prima, gli uomini deboli non possono trovare riscontro di chi tenga loro fede; perché uno non può consentire alla volontà loro, sotto alcuna di quelle speranze che fa entrare gli uomini ne' pericoli grandi: in modo che, come ei si sono allargati in dua o in tre persone, ci trovono lo accusatore e rovinano: ma quando pure si fossono tanto felici che mancassino di questo accusatore, sono nella esecuzione intorniati da tale difficultà, per non avere l'entrata facile al principe, che gli è impossibile che in essa esecuzione ei non rovinino.
Perché, se gli uomini grandi, e che hanno l'entrata facile, sono oppressi da quelle difficultà che di sotto si diranno, conviene che in costoro quelle difficultà sanza fine creschino.
Pertanto gli uomini (perché, dove ne va la vita e la roba, non sono al tutto insani) quando e' si veggono deboli, se ne guardano; e quando egli hanno a noia uno principe, attendono a bestemmiarlo, ed aspettono che quelli che hanno maggiore qualità di loro, gli vendichino.
E se pure si trovasse che alcuno di questi simili avessi tentato qualche cosa, si debbe laudare in loro la intenzione, e non la prudenza.
Vedesi, pertanto, quelli che hanno congiurato, essere stati tutti uomini grandi, o familiari, del principe; de' quali molti hanno congiurato, mossi così da troppi beneficii, come dalle troppe ingiurie: come fu Perennio contro a Commodo, Plauziano contro a Severo, Seiano contro a Tiberio.
Costoro tutti furono dai loro imperadori constituiti in tanta ricchezza, onore e grado, che non pareva che mancasse loro, alla perfezione della potenza, altro che lo imperio; e di questo non volendo mancare, si mossono a congiurare contro al principe; ed ebbono le loro congiure tutte quel fine che meritava la loro ingratitudine: ancora che di queste simili ne' tempi più freschi ne avessi buono fine quella di Iacopo di Appiano contro a messer Piero Gambacorti, principe di Pisa: il quale Iacopo, allevato e nutrito e fatto riputato da lui, gli tolse poi lo stato.
Fu di queste quella del Coppola, ne' nostri tempi, contro il re Ferrando d'Aragona; il quale Coppola, venuto a tanta grandezza che non gli pareva gli mancassi se non il regno, per volere ancora quello, perdé la vita.
E veramente, se alcuna congiura contro ai principi, fatta da uomini grandi, dovesse avere buono fine, doverrebbe essere questa; essendo fatta da un altro re, si può dire, e da chi ha tanta commodità di adempiere il suo disiderio: ma quella cupidità del dominare che gli accieca, gli accieca ancora nel maneggiare questa impresa; perché, se ei sapessono fare questa cattività con prudenza, sarebbe impossibile non riuscisse loro.
Debbe, adunque, uno principe che si vuole guardare dalle congiure, temere più coloro a chi elli ha fatto troppi piaceri, che quelli a chi egli avesse fatte troppe ingiurie.
Perché questi mancono di commodità, quelli ne abondano; e la voglia è simile, perché gli è così grande o maggiore il desiderio del dominare, che non è quello della vendetta.
Debbono, pertanto, dare tanta autorità agli loro amici, che da quella al principato sia qualche intervallo, e che vi sia in mezzo qualche cosa da desiderare: altrimenti, sarà cosa rada se non interverrà loro, come a' principi soprascritti.
Ma torniamo all'ordine nostro.
Dico che, avendo ad essere, quelli che congiurano, uomini grandi, e che abbino l'adito facile al principe, si ha a discorrere i successi di queste loro imprese quali siano stati, e vedere la cagione che gli ha fatti essere felici ed infelici.
E come io dissi di sopra ci si truovano dentro, in tre tempi, pericoli: prima, in su 'l fatto e poi.
Se ne truova poche che abbino buono esito, perché gli è impossibile, quasi, passarli tutti felicemente.
E cominciando a discorrere e' pericoli di prima, che sono i più importanti, dico, come e' bisogna essere molto prudente, ed avere una gran sorte, che, nel maneggiare una congiura, la non si scuopra.
E si scuoprono o per relazione, o per coniettura.
La relazione nasce da trovare poca fede, o poca prudenza, negli uomini con chi tu la comunichi.
La poca fede si truova facilmente, perché tu non puoi comunicarla se non con tuoi fidati, che per tuo amore si mettino alla morte, o con uomini che siano male contenti del principe.
De' fidati se ne potrebbe trovare uno o due; ma, come tu ti distendi in molti, è impossibile gli truovi: dipoi, e' bisogna bene che la benivolenza che ti portano sia grande, a volere che non paia loro maggiore il pericolo e la paura della pena.
Dipoi gli uomini s'ingannano, il più delle volte, dello amore che tu giudichi che uno uomo ti porti; né te ne puoi mai assicurare, se tu non ne fai esperienza: e farne esperienza in questo è pericolosissimo.
E sebbene ne avessi fatto esperienza in qualche altra cosa pericolosa dove e' ti fossono stati fedeli, non puoi da quella fede misurare questa, passando, questo, di gran lunga, ogni altra qualità di pericolo.
Se misuri la fede dalla mala contentezza che uno abbia del principe, in questo tu ti puoi facilmente ingannare: perché, subito che tu hai manifestato a quel male contento l'animo tuo, tu gli dài materia di contentarsi, e conviene bene, o che l'odio sia grande, o che l'autorità tua sia grandissima a mantenerlo in fede.
Di qui nasce che assai ne sono rivelate, ed oppresse ne' primi principii loro; e che, quando una è stata infra molti uomini segreta lungo tempo, è tenuta cosa miracolosa: come fu quella di Pisone contro a Nerone, e, ne' nostri tempi, quella de' Pazzi contro a Lorenzo e Giuliano de' Medici: delle quali erano consapevoli più che cinquanta uomini; e condussonsi, alla esecuzione, a scoprirsi.
Quanto a scoprirsi per poca prudenza, nasce quando uno congiurato ne parla poco cauto, in modo che uno servo o altra terza persona t'intenda, come intervenne ai figliuoli di Bruto, che, nel maneggiare la cosa con i legati di Tarquinio, furono intesi da uno servo, che gli accusò: ovvero quando per leggerezza ti viene communicata a donna o a fanciullo che tu ami o a simile leggieri persona; come fece Dimmo, uno de' congiurati con Filota contro a Alessandro Magno, il quale communicò la congiura a Nicomaco, fanciullo amato da lui; il quale subito la disse a Ciballino suo fratello, e Ciballino ad el re.
Quanto a scoprirsi per coniettura, ce n'è in esemplo la congiura Pisoniana contro a Nerone; nella quale Scevino, uno de' congiurati, il dì dinanzi ch'egli aveva ad ammazzare Nerone, fece testamento, ordinò che Milichio, suo liberto, facessi arrotare un suo pugnale vecchio e rugginoso, liberò tutti i suoi servi e dette loro danari, fece ordinare fasciature da legare ferite: per le quali conietture accortosi Milichio della cosa, lo accusò a Nerone.
Fu preso Scevino, e con lui Natale un altro congiurato, i quali erano stati veduti parlare a lungo e di segreto insieme, il dì davanti; e non si accordando del ragionamento avuto, furono forzati a confessare il vero talché la congiura fu scoperta, con rovina di tutti i congiurati.
Da queste cagioni dello scoprire le congiure è impossibile guardarsi che, per malizia, per imprudenza o per leggerezza, la non si scuopra, qualunque volta i conscii d'essa passono il numero di tre o di quattro.
E come e' ne è preso più che uno, è impossibile non riscontrarla, perché due non possano essere convenuti insieme di tutti e' ragionamenti loro.
Quando e' ne sia preso solo uno, che sia uomo forte, può elli, con la fortezza dello animo, tacere i congiurati; ma conviene che i congiurati non abbiano meno animo di lui a stare saldi, e non si scoprire con la fuga: perché da una parte che l'animo manca o da chi è sostenuto o da chi è libero, la congiura è scoperta.
Ed è rado lo esemplo indotto da Tito Livio nella congiura fatta contro a Girolamo, re di Siracusa; dove, sendo Teodoro, uno de' congiurati, preso, celò con una virtù grande tutti i congiurati, ed accusò gli amici del re, e dall'altra parte, i congiurati confidarono tanto nella virtù di Teodoro, che nessuno si partì di Siracusa, o fece alcuno segno di timore.
Passasi, adunque, per tutti questi pericoli nel maneggiare una congiura innanzi che si venga alla esecuzione di essa: i quali volendo fuggire, ci sono questi rimedi.
Il primo ed il più vero, anzi, a dire meglio, unico, è non dare tempo ai congiurati di accusarti; e comunicare loro la cosa quando tu la vuoi fare, e non prima.
Quelli che hanno fatto così, fuggono al certo i pericoli che sono nel praticarla, e, il più delle volte, gli altri; anzi hanno tutte avuto felice fine: e qualunque prudente arebbe commodità di governarsi in questo modo.
Io voglio che mi basti addurre due esempli.
Nelemato, non potendo sopportare la tirannide di Aristotimo, tiranno di Epiro, ragunò in casa sua molti parenti ed amici, e, confortatogli a liberare la patria, alcuni di loro chiesono tempo a diliberarsi ed ordinarsi, donde Nelemato fece a' suoi servi serrare la casa, ed a quelli che esso aveva chiamati disse: - O voi giurerete di andare ora a fare questa esecuzione, o io vi darò tutti prigioni ad Aristotimo -.
Dalle quali parole mossi coloro, giurarono; ed andati, sanza intermissione di tempo, felicemente l'ordine di Nelemato esequirono.
Avendo uno Mago, per inganno, occupato il regno de' Persi, ed avendo Ortano, uno de' grandi uomini del regno, intesa e scoperta la fraude, lo conferì con sei altri principi di quello stato, dicendo come gli era da vendicare il regno dalla tirannide di quel Mago; e domandando, alcuno di loro, tempo, si levò Dario, uno de' sei chiamati da Ortano, e disse: - O noi andreno ora a fare questa esecuzione, o io vi andrò ad accusare tutti -.
E così d'accordo levatisi, sanza dare tempo ad alcuno di pentirsi, esequirono felicemente i disegni loro.
Simile a questi due esempli ancora è il modo che gli Etoli tennono ad ammazzare Nabide, tiranno spartano; i quali mandarono Alessameno loro cittadino, con trenta cavagli e dugento fanti, a Nabide, sotto colore di mandargli aiuto; ed il segreto solamente comunicorono ad Alessameno; ed agli altri imposono che lo ubbidissoro in ogni e qualunque cosa, sotto pena di esilio.
Andò costui in Sparta, e non comunicò mai la commissione sua se non quando e' la volle esequire: donde gli riuscì d'ammazzarlo.
Costoro, adunque per questi modi, hanno fuggiti quelli pericoli che si portano nel maneggiare le congiure; e chi imiterà loro, sempre gli fuggirà.
E che ciascuno possa fare come loro io ne voglio dare lo esemplo di Pisone preallegato di sopra.
Era Pisone grandissimo e riputatissimo uomo, e familiare di Nerone, ed in chi elli confidava assai.
Andava Nerone ne' suoi orti spesso a mangiare seco.
Poteva, adunque, Pisone farsi amici uomini, d'animo e di cuore e di disposizione atti ad una tale esecuzione (il che ad uno grande è facilissimo); e quando Nerone fosse stato ne' i suoi orti, comunicare loro la cosa, e con le parole convenienti inanimarli a fare quello che loro non avevano tempo a ricusare, e che era impossibile che non riuscisse.
E così, se si esamineranno tutte l'altre, si troverrà poche non essere potute condursi nel medesimo modo: ma gli uomini, per l'ordinario, poco intendenti delle azioni del mondo, spesso fanno errori gravissimi, e tanto maggiori in quelle che hanno più dello istraordinario, come è questa.
Debbesi, adunque, non comunicare mai la cosa se non necessitato ed in sul fatto; e se pure la vuoi comunicare, comunicarla ad uno solo, del quale abbia fatto lunghissima isperienza, o che sia mosso dalle medesime cagioni che tu.
Trovarne uno così fatto è molto più facile che trovarne più, e per questo vi è meno pericolo, dipoi, quando pure ei ti ingannassi, vi è qualche rimedio a difendersi, che non è dove siano congiurati assai: perché da alcuno prudente ho sentito dire che con uno si può parlare ogni cosa, perché tanto vale, se tu non ti lasci condurre a scrivere di tua mano, il sì dell'uno quanto il no dell'altro; e dallo scrivere ciascuno debbe guardarsi come da uno scoglio, perché non è cosa che più facilmente ti convinca, che lo scritto di tua mano.
Plauziano, volendo fare ammazzare Severo imperadore ed Antonino suo figliuolo, commisse la cosa a Saturnino tribuno; il quale, volendo accusarlo e non ubbidirlo, e dubitando che, venendo all'accusa, e' non fussi più creduto a Plauziano che a lui, gli chiese una cedola di sua mano, che facessi fede di questa commissione; la quale Plauziano, accecato dall'ambizione, gli fece: donde seguì che fu, dal tribuno, accusato e convinto; e sanza quella cedola, e certi altri contrassegni, sarebbe stato Plauziano superiore; tanto audacemente negava.
Truovasi, adunque, nell'accusa d'uno, qualche rimedio, quando tu non puoi essere da una scrittura, o altri contrasegni, convinto: da che uno si debbe guardare.
Era nella congiura Pisoniana una femina chiamata Epicari, stata per lo adietro amica di Nerone; la quale giudicando che fussi a proposito mettere tra i congiurati uno capitano di alcune trireme che Nerone teneva per sua guardia, gli comunicò la congiura ma non i congiurati.
Donde, rompendogli quello capitano la fede ed accusandola a Nerone, fu tanta l'audacia di Epicari nel negarlo, che Nerone, rimaso confuso, non la condannò.
Sono, adunque, nel comunicare la cosa ad uno solo, due pericoli: l'uno, che non ti accusi in pruova; l'altro, che non ti accusi convinto e constretto dalla pena, sendo egli preso per qualche sospetto o per qualche indizio avuto di lui.
Ma nell'uno e nell'altro di questi due pericoli è qualche rimedio, potendosi negare l'uno, allegandone l'odio che colui avesse teco; e negare l'altro, allegandone la forza che lo constringesse a dire le bugie.
È, adunque, prudenza non comunicare la cosa a nessuno, ma fare secondo gli esempli soprascritti; o, quando pure la comunichi, non passare uno; dove, se è qualche più pericolo, ve n'è meno assai che comunicarla con molti.
Propinquo a questo modo è quando una necessità ti costringa a fare quello al principe che tu vedi che 'l principe vorrebbe fare a te, la quale sia tanto grande che non ti dia tempo se non a pensare ad assicurarti.
Questa necessità conduce quasi sempre la cosa al fine desiderato: ed a provarlo voglio bastino due esempli.
Aveva Commodo, imperadore, Leto ed Eletto, capi de' soldati pretoriani, ed intra' primi amici e familiari suoi; aveva Marzia in nelle prime sue concubine o amiche; e perché egli era da costoro qualche volta ripreso de' modi con i quali maculava la persona sua e lo Imperio, diliberò di farli morire; e scrisse in su una listra Marzia, Leto ed Eletto ed alcuni altri che voleva, la notte sequente fare morire; e quella listra messe sotto il capezzale del suo letto.
Ed essendo ito a lavarsi, un fanciullo favorito da lui, scherzando per camera e su pel letto, gli venne trovato questa listra, ed uscendo fuora con essa in mano, riscontrò Marzia; la quale gliene tolse, e, lettala, e veduto il contenuto di essa, subito mandò per Leto ed Eletto; e conosciuto tutti a tre il pericolo in quale erano, deliberorono prevenire; e, sanza mettere tempo in mezzo, la notte sequente ammazzorono Commodo.
Era Antonino Caracalla, imperadore, con gli eserciti suoi in Mesopotamia, ed aveva per suo prefetto Macrino, uomo più civile che armigero; e, come avviene ch'e' principi non buoni temono sempre che altri non operi, contro a loro, quello che par loro meritare, scrisse Antonino a Materniano suo amico a Roma, che intendessi dagli astrologi, s'egli era alcuno che aspirasse allo imperio, e gliene avvisasse.
Donde Materniano gli scrisse, come Macrino era quello che vi aspirava; e pervenuta la lettera, prima alle mani di Macrino che dello imperadore, e, per quella, conosciuta la necessità o d'ammazzare lui prima che nuova lettera venisse da Roma o di morire, commisse a Marziale centurione, suo fidato, ed a chi Antonino aveva morto, pochi giorni innanzi uno fratello, che lo ammazzasse: il che fu esequito da lui felicemente.
Vedesi, adunque, che questa necessità che non dà tempo, fa quasi quel medesimo effetto che il modo, da me sopra detto, che tenne Nelemato di Epiro.
Vedesi ancora quello che io dissi, quasi nel principio di questo discorso, come le minacce offendono più i principi, e sono cagione di più efficace congiure che le offese: da che uno principe si debbe guardare; perché gli uomini si hanno o accarezzare o assicurarsi di loro; e non li ridurre mai in termine che gli abbiano a pensare che bisogni loro o morire o far morire altrui.
Quanto ai pericoli che si corrono in su la esecuzione, nascono questi o da variare l'ordine, o da mancare l'animo a colui che esequisce, o da errore che lo esecutore faccia per poca prudenza, o per non dare perfezione alla cosa, rimanendo vivi parte di quelli che si disegnavano ammazzare.
Dico, adunque, come e' non è cosa alcuna che faccia tanto sturbo o impedimento a tutte le azioni degli uomini, quanto è in uno instante, sanza avere tempo, avere a variare un ordine e a pervertirlo da quello che si era ordinato prima.
E se questa variazione fa disordine in cosa alcuna, lo fa nelle cose della guerra, ed in cose simili a quelle di che noi parliano; perché in tali azioni non è cosa tanto necessaria a fare, quanto che gli uomini fermino gli animi loro ad esequire quella parte che tocca loro: e se gli uomini hanno volto la fantasia per più giorni ad uno modo e ad uno ordine, e quello subito varii, è impossibile che non si perturbino tutti, e non rovini ogni cosa; in modo che gli è meglio assai esequire una cosa secondo l'ordine dato, ancora che vi si vegga qualche inconveniente, che non è, per volere cancellare quello, entrare in mille inconvenienti.
Questo interviene quando e' non si ha tempo a riordinarsi; perché, quando si ha tempo, si può l'uomo governare a suo modo.
La congiura de' Pazzi contro a Lorenzo e Giuliano de' Medici, è nota.
L'ordine dato era che dessino desinare al cardinale di San Giorgio, ed a quel desinare ammazzargli: dove si era distribuito chi aveva a ammazzargli, chi aveva a pigliare il palazzo, e chi correre la città e chiamare alla libertà il popolo.
Accadde che, essendo nella chiesa cattedrale in Firenze i Pazzi, i Medici ed il Cardinale ad uno ufficio solenne, s'intese come Giuliano la mattina non vi desinava: il che fece che i congiurati s'adunorono insieme e quello che gli avevano a fare in casa i Medici, deliberarono di farlo in chiesa.
Il che venne a perturbare tutto l'ordine, perché Giovambatista da Montesecco non volle concorrere all'omicidio, dicendo non lo volere fare in chiesa: talché gli ebbono a mutare nuovi ministri in ogni azione; i quali, non avendo tempo a fermare l'animo, fecero tali errori, che in essa esecuzione furono oppressi.
Manca l'animo a chi esequisce, o per riverenza, o per propria viltà dello esecutore.
È tanta la maestà e la riverenza che si tira dietro la presenza d'uno principe, ch'egli è facil cosa o che mitighi o che gli sbigottisca uno esecutore.
A Mario, essendo preso da' Minturnesi, fu mandato uno servo che lo ammazzasse; il quale, spaventato dalla presenza di quello uomo e dalla memoria del nome suo, divenuto vile, perdé ogni forza ad ucciderlo.
E se questa potenza è in uomo legato e prigione, ed affogato nella mala fortuna; quanto si può tenere che la sia maggiore in uno principe sciolto, con la maestà degli ornamenti, della pompa e della comitiva sua! talché ti può questa tale pompa spaventare, o vero con qualche grata accoglienza raumiliare.
Congiurorono alcuni contro a Sitalce re di Tracia, deputorono il dì della esecuzione; convennono al luogo diputato, dove era il principe; nessuno di loro si mosse per offenderlo: tanto che si partirono sanza avere tentato alcuna cosa e sanza sapere quello che se gli avessi impediti; ed incolpavano l'uno l'altro.
Caddono in tale errore più volte; tanto che, scopertasi la congiura, portarono pena di quello male che potettono e non vollono fare.
Congiurarono contro a Alfonso, duca di Ferrara, due sui frategli, ed usarono mezzano Giannes, prete e cantore del duca; il quale più volte, a loro richiesta, condusse il duca fra loro, talché gli avevano arbitrio d'ammazzarlo: nondimeno, mai nessuno di loro non ardì di farlo; tanto che, scoperti, portarono la pena della cattività e poca prudenza loro.
Questa negligenza non potette nascere da altro, se non che convenne o che la presenza gli sbigottisse o che qualche umanità del principe gli umiliasse.
Nasce in tali esecuzioni inconveniente o errore per poca prudenza o per poco animo; perché l'una e l'altra di queste due cose ti invasa, e portato da quella confusione di cervello ti fa dire e fare quello che tu non debbi.
E che gli uomini invasino e si confondino, non lo può meglio dimostrare Tito Livio quando discrive di Alessameno etolo, quando ei volle ammazzare Nabide spartano, di che abbiamo di sopra parlato; che, venuto il tempo della esecuzione, scoperto che egli ebbe ai suoi quello che si aveva a fare, dice Tito Livio queste parole: «Collegit et ipse animum, confusum tantae cogitatione rei».
Perché gli è impossibile che alcuno, ancora che di animo fermo, ed uso alla morte degli uomini e adoperare il ferro, non si confunda.
Però si debba eleggere uomini isperimentati in tali maneggi, ed a nessuno altro credere, ancora che tenuto animosissimo.
Perché, dello animo nelle cose grandi, sanza averne fatto isperienza, non sia alcuno che se ne prometta cosa certa.
Può, adunque, questa confusione o farti cascare l'armi di mano, o farti dire cose che facciano il medesimo effetto.
Lucilla, sirocchia di Commodo, ordinò che Quinziano lo ammazzassi.
Costui aspettò Commodo nella entrata dello anfiteatro e con un pugnale ignudo accostandosegli, gridò: - Questo ti manda il Senato! - le quali parole fecero che fu prima preso ch'egli avesse calato il braccio per ferire.
Messer Antonio da Volterra, diputato, come di sopra si disse, ad ammazzare Lorenzo de' Medici, nello accostarsegli disse: - Ah traditore! - la quale voce fu la salute di Lorenzo, e la rovina di quella congiura.
Può non si dare perfezione alla cosa, quando si congiura contro ad uno capo, per le cagioni dette: ma facilmente non se le dà perfezione quando si congiura contro a due capi, anzi è tanto difficile, che gli è quasi impossibile che la riesca.
Perché fare una simile azione in uno medesimo tempo in diversi luoghi, è quasi impossibile; perché in diversi tempi non si può fare, non volendo che l'una guasti l'altra.
In modo che, se il congiurare contro ad uno principe è cosa dubbia, pericolosa e poco prudente; congiurare contro a due, è al tutto vana e leggieri.
E se non fosse la riverenza dello istorico, io non crederrei mai che fosse possibile quello che Erodiano dice di Plauziano, quando ei commisse a Saturnino centurione, che elli solo ammazzasse Severo ed Antonino, abitanti in diversi paesi: perché la è cosa tanto discosto da il ragionevole che altro che questa autorità non me lo farebbe credere.
Congiurorono certi giovani ateniesi contro a Diocle ed Ippia, tiranni di Atene.
Ammazzarono Diocle ed Ippia, che rimase, lo vendicò.
Chione e Leonide eraclensi e discepoli di Platone, congiurarono contro a Clearco e Satiro, tiranni; ammazzarono Clearco; e Satiro, che restò vivo, lo vendicò.
Ai Pazzi, più volte da noi allegati, non successe di ammazzare se non Giuliano.
In modo che di simili congiure contro a più capi, se ne debbe astenere ciascuno, perché non si fa bene né a sé né alla patria né ad alcuno: anzi quelli che rimangono, diventono più insopportabili e più acerbi; come sa Firenze, Atene ed Eraclea, state da me preallegate.
È vero che la congiura che Pelopida fece per liberare Tebe sua patria, ebbe tutte le difficultà: nondimeno ebbe felicissimo fine; perché Pelopida non solamente congiurò contro a due tiranni, ma contro a dieci, non solamente non era confidente e non gli era facile la entrata a e' tiranni, ma era ribello: nondimanco ei poté venire in Tebe, ammazzare i tiranni, e liberare la patria.
Pure nondimanco fece tutto, con l'aiuto d'uno Carione, consigliere de' tiranni, dal quale ebbe l'entrata facile alla esecuzione sua.
Non sia alcuno, nondimanco, che pigli lo esemplo da costui: perché come ella fu impresa impossibile, e cosa maravigliosa a riuscire, così fu, ed è tenuta dagli scrittori, i quali la celebrano, come cosa rara e quasi sanza esemplo.
Può essere interrotta tale esecuzione da una falsa immaginazione o da uno accidente imprevisto che nasca in su 'l fatto.
La mattina che Bruto e gli altri congiurati volevano ammazzare Cesare, accadde che quello parlò a lungo con Gneo Popilio Lenate, uno de' congiurati; e vedendo gli altri questo lungo parlamento, dubitarono che detto Popilio non rivelasse a Cesare la congiura: e furono per tentare di ammazzare Cesare quivi, e non aspettare che fosse in Senato; ed arebbonlo fatto, se non che il ragionamento finì, e, visto non fare a Cesare moto alcuno istraordinario, si rassicurarono.
Sono queste false immaginazioni da considerarle, ed avervi, con prudenza, rispetto; e tanto più, quanto egli è facile ad averle.
Perché chi ha la sua conscienza macchiata, facilmente crede che si parli di lui: puossi sentire una parola, detta ad uno altro fine, che ti faccia perturbare l'animo, e credere che la sia detta sopra il caso tuo, e farti o con la fuga scoprire la congiura da te, o confondere l'azione con acceleralla fuora di tempo.
E questo tanto più facilmente nasce, quando ei sono molti ad essere conscii della congiura.
Quanto alli accidenti, perché sono inisperati, non si può se non con gli esempli mostrarli, e fare gli uomini cauti secondo quegli.
Luzio Belanti da Siena, del quale di sopra abbiamo fatto menzione, per lo sdegno aveva contro a Pandolfo, che gli aveva tolto la figliuola che prima gli aveva data per moglie, diliberò d'ammazzarlo, ed elesse questo tempo.
Andava Pandolfo quasi ogni giorno a vicitare uno suo parente infermo, e nello andarvi passava dalle case di Iulio.
Costui, adunque, veduto questo, ordinò di avere i suoi congiurati in casa ad ordine per ammazzare Pandolfo nel passare; e, messisi dentro all'uscio armati, teneva uno alla finestra, che, passando Pandolfo, quando ei fussi presso all'uscio, facessi un cenno.
Accadde che, venendo Pandolfo, ed avendo fatto colui il cenno, riscontrò uno amico che lo fermò; ed alcuni di quelli che erano con lui, vennono a trascorrere innanzi; e veduto, e sentito il romore d'arme, scopersono l' agguato; in modo che Pandolfo si salvò, e Iulio ed i compagni si ebbono a fuggire di Siena.
Impedì quello accidente di quello scontro quella azione, e fece a Iulio rovinare la sua impresa.
Ai quali accidenti, perché e' son rari, non si può fare alcuno rimedio.
È bene necessario esaminare tutti quegli che possono nascere, e rimediarvi.
Restaci al presente, solo a disputare de' pericoli che si corrono dopo la esecuzione: i quali sono solamente uno; e questo è, quando e' rimane alcuno che vendichi il principe morto.
Possono, adunque, rimanere suoi frategli, o suoi figliuoli, o altri aderenti, a chi si aspetti il principato; e possono rimanere o per tua negligenzia o per le cagioni dette di sopra, che faccino questa vendetta: come intervenne a Giovanni Andrea da Lampognano, il quale, insieme con i suoi congiurati, avendo morto il duca di Milano, ed essendo rimaso uno suo figliuolo e due suoi frategli, furono a tempo a vendicare il morto.
E veramente, in questi casi, i congiurati sono scusati, perché non ci hanno rimedio; ma quando ne rimane vivo alcuno, per poca prudenza, o per loro negligenza, allora è che non meritano scusa.
Ammazzarono alcuni congiurati Forlivesi il conte Girolamo loro signore, presono la moglie, ed i suoi figliuoli, che erano piccoli; e non parendo loro potere vivere sicuri se non si insignorivano della fortezza, e non volendo il castellano darla loro, Madonna Caterina (che così si chiamava la contessa) promisse ai congiurati, che, se la lasciavano entrare in quella, di farla consegnare loro, e che ritenessono a presso di loro i suoi figliuoli per istatichi.
Costoro, sotto questa fede, ve la lasciarono entrare; la quale, come fu dentro, dalle mura rimproverò loro la morte del marito, e minacciogli d'ogni qualità di vendetta.
E per mostrare che de' suoi figliuoli non si curava, mostrò loro le membra genitali, dicendo che aveva ancora il modo a rifarne.
Così costoro, scarsi di consiglio e tardi avvedutisi del loro errore, con uno perpetuo esilio patirono pena della poca prudenza loro.
Ma di tutti i pericoli che possono dopo la esecuzione avvenire, non ci è il più certo né quello che sia più da temere, che quando il popolo è amico del principe che tu hai morto: perché a questo i congiurati non hanno rimedio alcuno, perché e' non se ne possono mai assicurare.
In esemplo ci è Cesare, il quale, per avere il popolo di Roma amico, fu vendicato da lui; perché, avendo cacciati i congiurati, di Roma, fu cagione che furono tutti, in varii tempi e in varii luoghi, ammazzati.
Le congiure che si fanno contro alla patria sono meno pericolose, per coloro che le fanno, che non sono quelle contro ai principi: perché nel maneggiarle vi sono meno pericoli che in quelle; nello esequirle vi sono quelli medesimi; dopo la esecuzione non ve ne è alcuno.
Nel maneggiarle non vi è pericoli molti: perché uno cittadino può ordinarsi alla potenza sanza manifestare lo animo e disegno suo ad alcuno; e, se quegli suoi ordini non gli sono interrotti, seguire felicemente la impresa sua; se gli sono interrotti con qualche legge, aspettare tempo ed entrare per altra via.
Questo s'intende in una republica dove è qualche parte di corrozione; perché, in una non corrotta, non vi avendo luogo nessuno principio cattivo, non possono cadere in uno suo cittadino questi pensieri.
Possono, adunque, i cittadini per molti mezzi e molte vie aspirare al principato dove e' non portano pericolo di essere oppressi: sì perché le republiche sono più tarde che uno principe, dubitano meno, e per questo sono manco caute; sì perché hanno più rispetto ai loro cittadini grandi, e per questo quelli sono più audaci e più animosi a fare loro contro.
Ciascuno ha letto la congiura di Catilina scritta da Sallustio, e sa come, poi che la congiura fu scoperta, Catilina non solamente stette in Roma, ma venne in Senato, e disse villania al Senato ed al Consolo, tanto era il rispetto che quella città aveva ai suoi cittadini.
E partito che fu di Roma, e ch'egli era di già in su gli eserciti, non si sarebbe preso Lentulo e quelli altri, se non si fossoro avute lettere di loro mano che gli accusavano manifestamente.
Annone, grandissimo cittadino in Cartagine, aspirando alla tirannide, aveva ordinato nelle nozze d'una sua figliuola di avvelenare tutto il Senato, e dipoi farsi principe.
Questa cosa intesasi, non vi fece il Senato altra provisione che d'una legge, la quale poneva termini alle spese de' conviti e delle nozze: tanto fu il rispetto che gli ebbero alle qualità sue.
È bene vero, che nello esequire una congiura contro alla patria, vi è difficultà più, e maggiori pericoli, perché rade volte è che bastino le tue forze proprie conspirando contro a tanti; e ciascuno non è principe d'uno esercito, come era Cesare o Agatocle o Cleomene, e simili, che hanno ad un tratto e con le forze loro occupato la patria.
Perché a simili è la via assai facile ed assai sicura, ma gli altri, che non hanno tante aggiunte di forze, conviene che facciano le cose, o con inganno ed arte, o con forze forestiere.
Quanto allo inganno ed all'arte, avendo Pisistrato ateniese vinti i Megarensi, e per questo acquistata grazia nel popolo, uscì una mattina fuora, ferito, dicendo che la Nobilità per invidia lo aveva ingiuriato, e domandò di potere menare armati seco per guardia sua.
Da questa autorità facilmente salse a tanta grandezza, che diventò tiranno di Atene.
Pandolfo Petrucci tornò, con altri fuora usciti, in Siena, e gli fu data la guardia della piazza con governo, come cosa mecanica, e che gli altri rifiutarono; nondimanco quelli armati, con il tempo, gli dierono tanta riputazione, che, in poco tempo, ne diventò principe.
Molti altri hanno tenute altre industrie ed altri modi, e con ispazio di tempo e sanza pericolo vi si sono condotti.
Quegli che con forze loro, o con eserciti esterni, hanno congiurato per occupare la patria, hanno avuti varii eventi, secondo la fortuna.
Catilina preallegato vi rovinò sotto.
Annone, di chi di sopra facemo menzione, non gli essendo riuscito il veleno, armò, di suoi partigiani, molte migliaia di persone, e loro ed elli furono morti.
Alcuni primi cittadini di Tebe per farsi tiranni chiamorono in aiuto uno esercito spartano, e presono la tirannide di quella città.
Tanto che, esaminate tutte le congiure fatte contro alla patria, non ne troverrai alcuna, o poche, che, nel maneggiarle, siano oppresse; ma tutte, o sono riuscite o sono rovinate, nella esecuzione.
Esequite che le sono, ancora non portano altri periculi che si porti la natura del principato in sé: perché divenuto che uno è tiranno, ha i suoi naturali ed ordinari pericoli che gli arreca la tirannide, alli quali non ha altri rimedi che si siano di sopra discorsi.
Questo è quanto mi è occorso scrivere delle congiure; e se io ho ragionato di quelle che si fanno con il ferro, e non col veneno, nasce che le hanno tutte uno medesimo ordine.
Vero è che quelle del veneno sono più pericolose, per essere più incerte, perché non si ha commodità per ognuno; e bisogna conferirlo con chi la ha, e questa necessità del conferire ti fa pericolo.
Dipoi, per molte cagioni, uno beveraggio di veleno non può essere mortale: come intervenne a quelli che ammazzarono Commodo, che, avendo quello ributtato il veleno che gli avevano dato, furono forzati a strangolarlo, se vollono che morisse.
Non hanno, pertanto, i principi il maggiore nimico che la congiura: perché, fatta che è una congiura loro contro, o la gli ammazza, o la gli infama.
Perché, se la riesce, e' muoiono; se la si scuopre, e loro ammazzino i congiurati, si crede sempre che la sia stata invenzione di quel principe, per isfogare l'avarizia e la crudeltà sua contro al sangue e la roba di quegli che egli ha morti.
Non voglio però mancare di avvertire quel principe o quella republica contro a chi fosse congiurato, che abbino avvertenza, quando una congiura si manifesta loro, innanzi che facciano impresa di vendicarla, cercare ed intendere molto bene la qualità di essa, e misurino bene le condizioni de' congiurati e le loro; e quando la truovino grossa e potente, non la scuoprino mai, infino a tanto che si siano preparati con forze sufficienti ad opprimerla: altrimenti facendo, scoprirebbono la loro rovina.
Però, debbono con ogni industria dissimularla; perché i congiurati, veggendosi scoperti, cacciati da necessità, operano sanza rispetto.
In esemplo ci sono i Romani; i quali, avendo lasciate due legioni di soldati a guardia de' Capovani contro ai Sanniti, come altrove dicemo, congiurarono quelli capi delle legioni insieme di opprimere i Capovani: la quale cosa intesasi a Roma, commissono a Rutilio nuovo Consolo che vi provvedesse; il quale, per addormentare i congiurati, pubblicò come il Senato aveva raffermo le stanze alle legioni capovane.
Il che credendosi quelli soldati, e parendo loro avere tempo ad esequire il disegno loro, non cercarono di accelerare la cosa; e così stettono infino che cominciarono a vedere che il Consolo gli separava l'uno dall'altro: la quale cosa generò in loro sospetto, fece che si scopersono e mandarono ad esecuzione la voglia loro.
Né può essere questo maggiore esemplo nell'una e nell'altra parte: perché per questo si vede, quanto gli uomini sono lenti nelle cose dove credono avere tempo, e quanto e' sono presti dove la necessità gli caccia.
Né può uno principe o una republica, che vuole differire lo scoprire una congiura a suo vantaggio, usare termine migliore che offerire, di prossimo, occasione con arte ai congiurati acciocché, aspettando quella, o parendo loro avere tempo, diano tempo a quello o a quella a gastigarli.
Chi ha fatto altrimenti, ha accelerato la sua rovina: come fece il duca di Atene, e Guglielmo de' Pazzi.
Il duca, diventato tiranno di Firenze, ed intendendo esserli congiurato contro, fece, sanza esaminare altrimenti la cosa, pigliare uno de' congiurati: il che fece subito pigliare l'armi agli altri; e torgli lo stato.
Guglielmo, sendo commessario in Val di Chiana nel 1501, ed avendo inteso come in Arezzo era una congiura in favore de' Vitelli per tôrre quella terra ai Fiorentini, subito se n'andò in quella città, e sanza pensare alle forze de' congiurati o alle sue, e, sanza prepararsi di alcuna forza, con il consiglio del vescovo suo figliuolo, fece pigliare uno de' congiurati: dopo la quale presura, gli altri subito presono l'armi, e tolsono la terra ai Fiorentini; e Guglielmo, di commessario, diventò prigione.
Ma quando le congiure sono deboli, si possono e debbono sanza rispetto opprimerle.
Non è ancora da imitare in alcuno modo due termini usati, quasi contrari l'uno all'altro, l'uno dal prenominato duca di Atene, il quale, per mostrare di credere di avere la benivolenza de' cittadini fiorentini, fece morire uno che gli manifestò una congiura; l'altro da Dione siragusano, il quale, per tentare l'animo di alcuno che elli aveva a sospetto, consentì a Callippo, nel quale ei confidava, che mostrasse di farli una congiura contro.
E tutti a due questi capitorono male: perché l'uno tolse l'animo agli accusatori, e dettelo a chi volesse congiurare, l'altro dette la via facile alla morte sua, anzi fu elli proprio capo della sua congiura; come per isperienza gl'intervenne, perché Callippo, potendo sanza rispetto praticare contro a Dione, praticò tanto che gli tolse lo stato e la vita.
7
Donde nasce che le mutazioni
dalla libertà alla servitù, e dalla servitù
alla libertà, alcuna ne è sanza sangue,
alcuna ne è piena.
Dubiterà forse alcuno donde nasca che molte mutazioni, che si fanno dalla vita libera alla tirannica, e per contrario, alcuna se ne faccia con sangue, alcuna sanza; perché, come per le istorie si comprende, in simili variazioni alcuna volta sono stati morti infiniti uomini, alcuna volta non è stato ingiurato alcuno: come intervenne nella mutazione che fe' Roma dai Re a' Consoli, dove non furono cacciati altri che i Tarquinii, fuora della offensione di qualunque altro.
Il che depende da questo: perché quello stato che si muta, nacque con violenza, o no: e perché, quando e' nasce con violenza, conviene nasca con ingiuria di molti, è necessario poi, nella rovina sua, che gl'ingiuriati si voglino vendicare; e da questo desiderio di vendetta nasce il sangue e la morte degli uomini.
Ma quando quello stato è causato da uno comune consenso d'una universalità che lo ha fatto grande, non ha cagione poi, quando rovina detta universalità, di offendere altri che il capo.
E di questa sorte fu lo stato di Roma, e la cacciata de' Tarquinii; come fu ancora in Firenze lo stato de' Medici, che poi nelle rovine loro, nel 1494, non furono offesi altri che loro.
E così tali mutazioni non vengono ad essere molto pericolose: ma sono bene pericolosissime quelle che sono fatte da quegli che si hanno a vendicare; le quali furono sempre mai di sorte, da fare, non che altro, sbigottire chi le legge.
E perché di questi esempli ne sono piene le istorie, io le voglio lasciare indietro.
8
Chi vuole alterare una republica,
debbe considerare il suggetto di quella.
Egli si è di sopra discorso, come uno tristo cittadino non può male operare in una republica che non sia corrotta: la quale conclusione si fortifica, oltre alle ragioni che allora si dissono, con lo esemplo di Spurio Cassio e di Manlio Capitolino.
Il quale Spurio, essendo uomo ambizioso, e volendo pigliare autorità istraordinaria in Roma, e guadagnarsi la plebe con il fargli molti beneficii, come era dividergli quegli campi che i Romani avevano tolto agli Ernici; fu scoperta dai Padri questa sua ambizione, ed in tanto recata a sospetto, che, parlando egli al popolo, ed offerendo di darli quelli danari che si erano ritratti dei grani che il publico aveva fatti venire di Sicilia, al tutto gli recusò, parendo a quello che Spurio volessi dare loro il prezzo della loro libertà.
Ma se tale popolo fusse stato corrotto, non arebbe recusato detto prezzo, e gli arebbe aperta alla tirannide quella via che gli chiuse.
Fa molto maggiore essemplo di questo, Manlio Capitolino: perché mediante costui si vede quanta virtù d'animo e di corpo, quante buone opere fatte in favore della patria, cancella dipoi una brutta cupidità di regnare: la quale, come si vede, nacque in costui per la invidia che lui aveva degli onori erano fatti a Cammillo; e venne in tanta cecità di mente, che, non pensando al modo del vivere della città, non esaminando il suggetto, quale esso aveva, non atto a ricevere ancora trista forma, si misse a fare tumulti in Roma contro al Senato e contro alle leggi patrie.
Dove si conosce la perfezione di quella città, e la bontà della materia sua: perché nel caso suo nessuno della Nobilità, come che fossero agrissimi difensori l'uno dell'altro, si mosse a favorirlo; nessuno de' parenti fece impresa in suo favore: e con gli altri accusati solevano comparire, sordidati, vestiti di nero, tutti mesti per accattare misericordia in favore dello accusato, e con Manlio non se ne vide alcuno.
I Tribuni della plebe, che solevano sempre favorire le cose che pareva venissono in beneficio del popolo; e quanto erano più contro a' nobili, tanto più le tiravano innanzi; in questo caso si unirono co' nobili, per opprimere una comune peste.
Il popolo di Roma desiderosissimo dell'utile proprio, ed amatore delle cose che venivano contro alla Nobilità, avvenga che facesse a Manlio assai favori, nondimeno, come i Tribuni lo citarono, e che rimessono la causa sua al giudicio del popolo, quel popolo, diventato di difensore giudice, sanza rispetto alcuno lo condannò a morte.
Pertanto io non credo che sia esemplo in questa istoria, più atto a mostrare la bontà di tutti gli ordini di quella Republica, quanto è questo; veggendo che nessuno di quella città si mosse a difendere uno cittadino pieno d'ogni virtù, e che publicamente e privatamente aveva fatte moltissime opere laudabili.
Perché in tutti loro poté più lo amore della patria che alcuno altro rispetto; e considerarono molto più a' pericoli presenti che da lui dependevano che a' meriti passati: tanto che con la morte sua e' si liberarono.
E Tito Livio dice: «Hunc exitum habuit vir, nisi in libera civitate natus esset, memorabilis».
Dove sono da considerare due cose: l'una, che per altri modi si ha a cercare gloria in una città corrotta, che in una che ancora viva politicamente; l'altra (che è quasi quel medesimo che la prima), che gli uomini nel procedere loro, è tanto più nelle azioni grandi, debbono considerare i tempi, e accommodarsi a quegli.
E coloro che, per cattiva elezione o per naturale inclinazione, si discordono dai tempi, vivono, il più delle volte, infelici, ed hanno cattivo esito le azioni loro